Le gatte

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LE GATTE

Commedia in un atto

di NICOLA MANZARI

                                   

PERSONAGGI

LILLY

MIMÌ

AMALIA

CARLETTO

RITA

SUZETTE

GISELLA

MARIA

Commedia formattata da

 (Camerino pittoresco di una soubrettina di rivista. Abiti, ninnoli, fotografie. Molti telegrammi in un vassoio e ovunque fiori: alcuni ancora nelle scatole di cellophane. E' sera, prima dello spettacolo. Per tutto l'atto si udrà la musica vivace dell'orchestra che ripassa i motivi vari. Amalia, la sarta della com­pagnia, cuce un abito con lustrini. Entra Carletto, il portaceste, con un'altra scatola di fiori). Carletto (legge il biglietto che accompagna i fiorì) « A Lilly, la divina ».

Amalia                          - La divina? Io direi la...

Carletto                         - (turandole la bocca) Donna Amalia, siete ammattita? (Si guarda intorno) Lo sapete che vi possono processare per vilipendio alle istituzioni?

Amalia                          - Già. Le istituzioni orizzontali.

Carletto                         - Verticali. Perché Lilly è salita. Più dello Sputnik. E in una notte sola.

Amalia                          - Tutte sono capaci di salire a quel modo.

Carletto                         - Tutte? E perché non vi ci provate anche voi?

Amalia                          - Spiritoso. E voi perché siete rimasto por­taceste?

Carletto                         - Perché sono nato uomo. Se fossi donna, sarei diventato la più gran... voi mi capite. E a quest'ora avrei pellicce e gioielli.

Amalia                          - Tutti gli uomini falliti dicono così. Se foste nato donna, voi, invece di portaceste, sapete cosa sareste?

Carletto                         - No.

Amalia                          - Sarta. Come me. O pressappoco. Perché noi certi rospi non li mandiamo giù.

Carletto                         - (spaventato) Volete che passiamo un guaio? (Sottovoce) Lo sapete che da stamattina il teatro è sorvegliato?

Amalia                          - Giornalisti?

Carletto                         - Macché! (Si guarda intorno) Angeli custodi. Passeggiano. Fumano. Fanno finta di nien­te. Ma io ho l'occhio lungo.

Amalia                          - (subito interessata) Allora è vero!

Carletto                         - (chiuso) Non mi pronunzio. (Confi­denziale) Ma si sussurra. E voi m'insegnate: «Vox populi... » con quel che segue.

Amalia                          - Io ero in teatro e non ho visto niente.

Carletto                         - Certe cose non si vedono, donna Ama­lia. S'intuiscono. (Rievocando, lirico) E se l'occhio di un potente una sera si posa, putacaso, su una seconda ballerina di fila e ne resta piacevolmente colpito, che volete? Che mettano i manifesti? Certo è che qualcuno ha sentito... il « potente » in que­stione domandare : « Come appellasi colei? » e il cortigiano di turno rispondere : « Lilly Pompon, ec­cellenza».

Amalia                          - Tutto qui?

Carletto                         - E vi pare poco? Fatto è che il senso, diciamo così, estetico della soprannominata eccellen­za s'è svegliato e da questo momento le fortune del­la patria posano sul grembo di Lilly.

Amalia                          - Bum! Sempre esagerati voi meridionali.

Carletto                         - Documentatevi, donna Amalia. La storia la conoscete?

Amalia                          - Quale storia?

Carletto                         - La storia, in genere. I reali di Francia, per esempio. Madame de Pompadour.

Amalia                          - Fatemi il piacere. Andate a scomodare la Pompadour. E poi che c'entrano i reali? Oggi siamo in democrazia.

Carletto                         - Democrazia o no, l'uomo cacciatore era e cacciatore resta. E poi, se non credete a me, leggete i giornali. Ecco (forge un giornale).

Amalia                          - (stupita) C'è già sul giornale?

Carletto                         - Figuratevi. Son cose che si scrivono? Ma bisogna saper leggere fra le righe. Leggete, leg­gete.

Amalia                          - (legge) «Diciottesima donna sola sgoz­zata».

Carletto                         - Ma no, in prima pagina i delitti. In seconda, la politica.

Amalia                          - (apre il giornale) Io non vedo niente.

Carletto                         - (riprende il giornale e legge) La crisi di nuovo in alto mare.

Amalia                          - Tutto qui?

Carletto                         - Donna Amalia, ma voi in che mondo vivete? (Legge) « La formazione del nuovo governo, che ieri sera era data per sicura, si è "inspiegabil­mente" arenata nel corso della notte. Pare che im­provvise nubi sorte all'orizzonte politico abbiano in­dotto il Presidente designato a soprassedere alla ac­cettazione dell'incarico. (Tono apocalittico) Agita­zione fra i partiti. Riunione dei gruppi parlamentari. Ribasso dei titoli di borsa. Minacce di scioperi. La riunione della NATO rinviata. L'America preoccu­pata. Le istituzioni democratiche in pericolo?».

Amalia                          - (impressionata) Mamma mia, vedi un po' un'occhiata che ti combina!

Carletto                         - (intascando il giornale) Adesso avete capito perché il teatro è sorvegliato? (Solenne) Lilly Pompon da stanotte è entrata nella storia nazionale. E noi con essa.

Amalia                          - Noi? E che c'entriamo noi, poveretti?

Carletto                         - (con importanza) Facciamo parte, sì o no, dell'entourage di Lilly? Dunque.

Amalia                          - Un portaceste e una sarta.

Carletto                         - Non lo nego. Ma abbiamo il privi­legio di vivere a contatto con, diciamo così, la « fa­vorita». Tant'è vero, ecco qua. (Tira fuori con circospezione una lettera).

Amalia                          - Cos'è?

Carletto                         - Un esposto al Ministero del Com­mercio Estero. Me l'ha rifilata un industriale di Milano che, m'ha spiegato, è da quindici giorni sul­le spese a Roma per sbrigare una pratica.

 

Amalia                          - E che dovete farne?

Carletto                         - Darla a Lilly. Semplicemente.

Amalia                          - (indagando) E a voi che ve ne viene?

Carletto                         - Qualche bigliettone per il disturbo.

Amalia                          - Toh. Ecco perché da stamattina tutti mi fanno l'occhio dolce. E io che credevo...

Carletto                         - Che credevate? (ride) No. La storia si fa anche qui, nelle «coulisses». Aggiornatevi, donna Amalia. (Subito cambiando perché entra qual­cuno) E se il tempo si mette a pioggia stasera avre­mo un buon teatro. Vi saluto. (Alla ballerina che entra) Permesso. (Via).

Gisella                           - (vestita da scena. Calze a maglia nere e bikini) Amalia, per favore un punto.

Amalia                          - Dove?

Gisella                           - Qui. Non tiene.

Amalia                          - Per me, tiene ancora.

Gisella                           - Beh, per precauzione. E' meglio, no? Hai visto mai che in scena mi cade? (Allusiva) Te l'immagini, con tutti i pezzi grossi che adesso baz­zicano in teatro?

Amalia                          - (chiusa) Già.

Gisella                           - Quanti fiori.

Amalia                          - (c. s.) Sì. Tanti.

Gisella                           - (sottovoce, rapida) Amalia, io ho un fratello disoccupato che da un anno ha fatto do­manda al gas.

Amalia                          - E lo dite a me?

Gisella                           - (c. s.) Metteteci una buona parola.

Amalia                          - Che c'entro io col gas?

Gisella                           - Voi m'avete capito, Amalia. Al gas, ai telefoni, all'acqua marcia, alla radio, alla centrale del latte, dove vi pare. L'importante è che lo siste­miate, povero fratello mio. E io mi ricorderò di voi. (Esce rapida infilando qualcosa nella tasca del grem­biule d'Amalia).

Amalia                          - (sbalordita trae fuori una banconota dalla tasca) Il portaceste ha ragione! Noi facciamo parte dell'entourage. (Nasconde in fretta la banco­nota perché appare un'altra ballerina in sottoveste e vestaglia).

Suzette                          - (sulla soglia) E' permesso? Non c'è Lilly?

Amalia                          - No. (Subito adattandosi alla situazione) Ma se volete dire a me.

Suzette                          - (incerta) Volevo solo salutarla.

Amalia                          - Ah! (Un tempo) Vi serve un punto?

Suzette                          - (interdetta) Un punto? Come?

Amalia                          - Un punto al vestito.

Suzette                          - (che capisce) Oh, sì. Giusto ero venuta per quello. (Apre la vestaglia mostrandosi in disabillé).

Amalia                          - (indicando) Qui?

Suzette                          - Dove vi pare.

Amalia                          - Bene. (Cuce. Una pausa).

Suzette                          - E' vero che Lilly « monta » una grande rivista?

Amalia                          - (riservata) Non ne so niente.

Suzette                          - Dicono che sarà soubrette e capoco-mica. Proprio come Mimy Dufleur.

Amalia                          - (c. s.) Mi giunge nuovo.

Suzette                          - Certo per la Dufleur sarà un colpo. Fino a ieri pareva lei... la favorita.

Amalia                          - (in guardia) Favorita da chi?

Suzette                          - (pronta) Dal pubblico, naturalmente.

Amalia                          - Ah. Dal pubblico.

Suzette                          - Sì. Lo sapete come vanno queste cose. D'improvviso il... pubblico volta le spalle e... buona notte! Infatti stasera il nostro, teatro è esaurito men­tre dalla Dufleur pare che ci sia «forno».

Amalia                          - (finta tonta) Guarda un po' che scherzi ti combina... il pubblico.

Suzette                          - Già. Per questo io dico: se Lilly mette su uno spettacolo avrà bisogno del balletto e al­lora...

Amalia                          - (conclusiva) ...Volete prenotarvi. Ho capito.

Suzette                          - Perché? Ballo male?

Amalia                          - (pratica) No. Ma chissà quante ragazze la pensano come voi.

Suzette                          - Perciò io ho pensato..,

Amalia                          - ... vado da Amalia perché ci metta una buona parola.

Suzette                          - Brava.

Amalia                          - (che ormai è padrona della situazione) Lasciate fare a me. E dormite tranquilla.

Suzette                          - Io poi... se non vi offendete.

Amalia                          - (pronta) Non mi offendo. (Tende la mano).

Suzette                          - (è interdetta, si riprende, si fruga nella vestaglia, le dà del denaro) Tenete. Per il punto.

Amalia                          - (intascando) Certo. Per il punto. Qui ognuno sostiene il suo punto.

Suzette                          - L'avete detto. (Esce).

Amalia                          - (riprende a cucire) Altro che la Pompadour. (Si ode un trambusto. Il suono dell'orche­stra cessa. Una pausa di sospeso silenzio poi un rullio di tamburi come per i numeri degli acrobati).

Carletto                         - (si affaccia) Eccola. (Si ritira rapido. Il trambusto, di nuovo. Voci e applausi).

Amalia                          - (si alza, emozionata) Entra la storia.

                                      - (Entra Lilly. Sofisticata, elegantissima. Ha una radio portatile ed un cane).

Amalia                          - (ossequiosa) Oh, signorina.

Lilly                              - (troncando) Perché non mi chiami più Lilly?

Amalia                          - (interdetta) Credevo...

Lilly                              - Fammi il favore di non credere niente. Né quello che vedi né quello che senti. (Le dà il cane) Portalo a fare pipì. E mandami Rita.

Amalia                          - Rita, la ballerina di fila?

Lilly                              - Sì. La ballerina.

Amalia                          - Non vuoi nessuno più importante? Non so, l'impresario? Il direttore?

Lilly                              - No. Soltanto Rita.

Amalia                          - E io ti mando Rita. (Coccolando il cane) Funi bello! (Esce. Lilly depone la radio. Legge qualche biglietto che accompagna i fiori, ha un moto di stizza, legge qualche telegramma. Entra Rita, giovane e in costume di scena).

Rita                               - Mi hai chiamata?

Lilly                              - Sì. Entra e chiudi la porta.

Rita                               - (esegue. Una pausa) Rallegramenti.

Lilly                              - (con uno scatto) Senti! Ti ci metti anche tu? Non bastano questi? (Indica i fiori) O questi? (Prende un telegramma e legge) «Offriamole par­tecipare grande film coproduzione particolarmente adatto sua personalità». (Ne legge un altro) «Lieti scritturarla qualsiasi prezzo prossimo spettacolo mu­sicale». (Ne legge un terzo) «Festival della mon­tagna sollecita suo intervento. Fissi condizioni». (Butta via i telegrammi) Sono tutti pazzi. Mi scrit­turano senza conoscermi. E tutto da ieri a oggi.

Rita                               - Da ieri a oggi... C'è di mezzo una notte.

Lilly                              - E con questo? (Si spoglia andando e ve­nendo dietro il paravento) Non sono io forse la stessa di ieri?

Rita                               - (indagando) Questo lo sai solo tu.

Lilly                              - Rita, tu sei l'unica mia amica vera. Ab­biamo fatto la fame insieme, per anni. Ci siamo sempre detto tutto. Perciò devi credermi se ti giuro che non è successo niente. Ripeto «niente».

Rita                               - Niente? Allora, quello che si mormora?

Lilly                              - Voci. E basta. Una montatura.

Rita                               - Ma spiegami: non è successo niente per­ché non ha voluto «lui» o non hai voluto tu?

Lilly                              - (semplice) Non ho voluto io.

Rita                               - (sbalordita) Hai detto di no?

Lilly                              - Ho detto di no.

Rita                               - Beh, se hai detto di no, oggi, puoi sempre dire di sì domani.

Lilly :                             - Né domani. Né mai.

Rita                               - No?

Lilly                              - No.

Rita                               - (spaventata) Mamma mia. (Al pubblico) Ha detto di no. Ha detto di no. Ma dove mai s'è visto?

Lilly                              - Beh, si vede adesso.

Rita                               - Oh, se una fortuna simile fosse capitata a me!

Lilly                              - Avresti detto di sì. Lo so.

Rita                               - Mille volte, sì.

Lilly                              - Che vuoi? Siamo fatte diverse. A me piace sceglierli gli uomini.

Rita                               - Che c'entra? Quello non è un uomo.

Lilly                              - E cos è secondo te?

Rita                               - Un personaggio, un monumento, un'istitu­zione, insomma una cosa più grande di noi. Che so io? Per esempio, la Patria. Ecco. Puoi dire di no alla Patria? « Prendi il fucile e vai in guerra ». E tu ci vai!

Lilly                              - (tranquilla) E io non ci vado.

Rita                               - E ti dichiarano disertore.

Lilly                              - E mi dichiarano disertore. E con questo? Mi fucilano, forse?

Rita                               - Pensa alla tua carriera. Rimarrai sempre una soubrettina o diventerai come Amalia.

Lilly                              - Pazienza. (Ha finito di vestirsi. Va alla toletta a truccarsi).

Rita                               - E dire, se invece che te, guardava me col binocolo...

Lilly                              - ... ma ha guardato me. (Una pausa, Lilly apre la radio. Si sente della musica).

Rita                               - Incosciente. Non posso dirti altro: inco­sciente. (Trae di tasca un foglio e lo straccia).

Lilly                              - Cos'è?

Rita                               - Niente. Ormai. (Butta il foglio nel cestino).

Lilly                              - (si china. Raccoglie svelta i pezzi di carta dal cestino. Legge) « Onorevole Presidente... » (A Rita) Una supplica. Anche tu?

Rita                               - Siamo o non siamo amiche? Mio padre non ce la fa più con la sola pensione. Ha sessantuno anni ma ha ancora una gran voglia di lavorare. Spe­ravo che tu potessi fargli dare un posto di portiere, di guardiano, d'esattore... tanto per arrotondare. Non importa.

Lilly                              - (scossa) Che fai? Piangi?

Rita                               - No, che non piango.

Lilly                              - (c. s.) Mi dispiace, Rita.

Rita                               - La prima volta che ti chiedo un favore.

Lilly                              - Credimi. Non posso.

Rita                               - Bell'amica.

Lilly                              - (come già a convincere se stessa) Non posso.

Rita                               - Ho capito. (La radio all'improvviso annun­cia con voce da giudizio universale) «Attenzione. Attenzione. In questo momento ci viene comuni­cato che il Presidente rinuncia all'incarico e decide di ritirarsi definitivamente dalla vita politica. Par­titi, personalità, uomini di governo stanno compien­do l'estremo tentativo perché egli receda da una decisione che sarebbe una sciagura per la Nazione e per la Comunità Europea». (Seguono le note dell'« Eroica » di Beethoven).

Rita                               - Mamma mia, che « cotta » che ha preso.

Lilly                              - (come scuotendosi) Che hai detto? (Rita sta per rispondere ma viene impedita dall'ingresso di Carletto).

Carletto                         - (conscio della sua funzione) Un tele­gramma. Urgente.

Lilly                              - (prendendolo) Vai pure.

Carletto                         - (prima di uscire) Qualche comunica­zione per la stampa?

Lilly                              - (stordita) Cosa?!

Carletto                         - C'è un mucchio di giornalisti che aspettano giù.

Lilly                              - Vadano al diavolo! E anche tu.

Carletto                         - (tono da maggiordomo offeso) Benis­simo. Vado a riferire. (Esce inchinandosi).

Lilly                              - E' rimbecillito pure lui!

Rita                               - Non apri il telegramma?

Lilly                              - Per quel che me ne importa. Le solite proposte. (Lo butta via chiuso).

Rita                               - E' urgente. - (Lo raccoglie, l'apre, legge) « Sindaco tuo paese, fiero averti dato natali, comu­nicati reintegrazione grado con arretrati stipendi zio Rocco ingiustamente sospettato concussione et truffa. Stop. Omaggiamoti con Giunta tutta. Cavalier Ripardelli».

Lilly                              - (intenerita) Zio Rocco.

Rita                               - Uno zio ladro.

Lilly                              - Macché ladro. Invidie di paese. E' l'uni­co fratello della mia povera mamma. Un brav'uomo. Sono contenta per lui.

Rita                               - Si vede che al paese tuo non hanno an­cora sentito la radio. Appena lo sanno, zio Rocco torna in galera.

Lilly                              - (punta) Non era in galera. Era solo sospet­tato. Ma innocente.

Rita                               - Non importa. Lo mettono dentro lo stes­so. Con il grado, lo stipendio, gli arretrati. Per ven­dicarsi.

Lilly                              - Sta' zitta. (Si sente bussare).

Rita                               - Non voglio vedere nessuno. (La porta si apre, affare una adolescente timida vestita come una collegiale).

Maria                             - Mi scusi. La signorina Lilly?

Lilly                              - Non c'è.

Rita                               - (indicando Lilly) Non è vero. E' lei.

Lilly                              - (brusca) Cosa vuole?

Maria                             - (facendosi forza) Entrare in arte.

Lilly                              - Soltanto?

Maria                             - M'hanno detto che lei può tutto. Vuol vedere le gambe? (Tira su la gonna).

Lilly                              - T'hanno informata male. Io non conto nulla.

Maria                             - (farla in fretta e confusamente) Ho fatto tre anni d'accademia, la prosa è il mio sogno. Ma non ce la faccio più. Da quando son diplomata non ho più la borsa di studio, ho dovuto arrangiarmi, qualche lavoro di traduzione, conosco tre lingue. Adesso dovrei tornare dai miei a Pordenone. Ma non ho più un soldo, tutte le porte chiuse. Ma a casa non torno. Sarebbe la fine. E i miei, poi! Sono piccoli mezzadri. Non possono immaginare che io, laureata a pieni voti, non mi sia affermata a Roma. No, piuttosto mi ammazzo... (Si accascia fra le braccia di Rita che è 'pronta ad adagiarla su una sedia).

Rita                               - Accidenti. L'ha detto e l'ha fatto. Non aveva un altro posto dove venire a morire? (Le batte sulle guance) Signorina. Ragazzina.

Maria                             - (riapre gli occhi) Dove sono?

Lilly                              - (dolce) Da quanto tempo non mangi?

Maria                             - (semplice) Tre giorni.

Lilly                              - Si vede! (A Rita) Altro che suicidio.

Rita                               - Perché, per fame non si può morire?

Lilly                              - E allora noi che per anni ci siamo nu­trite a cappuccini? Beh, portala di là. E falla man­giare. (Le dà dei soldi).

Maria                             - (un po' rianimata) Oh, non voglio soldi. Voglio recitare. Recitare.

Rita                               - (portandola via) Sì. Dopo. Dopo, Ofelia. Adesso, bistecche. (Escono. Lilly resta pensierosa, assorta. Riprende a truccarsi guardandosi nello spec­chio. D'un tratto trasale e si volta di scatto. Sulla porta è apparsa la grande vedette: Mimy Dufleur che richiude silenziosamente la porta).

Lilly                              - (intimidita) Lei?

Mimy                            - Io.

Lilly                              - Qui. Da me. Quale onore! (Come pre­parandosi a un discorso) Se l'avessi saputo, avrei provveduto ad accoglierla meglio.

 

Mimy                            - Dammi del tu ora che siamo colleghe.

Lilly                              - Colleghe?

Mimy                            - Senti. Ho pochi minuti. Ho fatto una corsa. Ho la macchina giù. All'Alambra sta per andare su lo spettacolo. E io ne sono ancora la vedette: Mimy Dufleur. (Ride) Già. Marianna del Fiore, questo è il mio nome al municipio del mio paese... Ma veniamo al dunque. (Un tempo) Sono venuta per passarti le consegne.

Lilly                              - Non capisco.

Mimy                            - Va' là che capisci benissimo. So bene che hai rifiutato.

Lilly                              - Ah, lo sa?

Mimy                            - Figurati se non lo so. Altrimenti sarei qui? Se il... trapasso dei poteri fra noi due si fosse svolto tranquillamente, io non mi sarei certo sco­modata. Ma tu hai detto di no. (La osserva) Ci sono delle pazze a questo mondo.

Lilly                              - (tentando di parlare) Io...

Mimy                            - Sì, lo so, vuoi dirmi che sei onesta a modo tuo, eccetera. Insomma, so tutto quello che vuoi dirmi. Ero come te, io. Ma torniamo a quello che m'interessa. Dunque... quando ho saputo che hai detto di no, sono stata la prima a saperlo, puoi immaginare, credi che non sia stata contenta? Con­tentissima. Nessuno rinunzia al potere spontanea­mente. Donne e uomini. Speravo infatti di restare in... carica. Ingenua!... Mi sono subito accorta che per me, comunque, è finita. Allora ho avuto paura. (Indica la radio) Hai sentito lo sconquasso che hai provocato? « Lui » sta per diventare un ex qualun­que. Ed un Ex equivale ad un «X». E «ics», lui: « ics » anch'io. Invece se io resto nel giro, anche se dal di fuori, qualcosa finisco per contare ancora. Perciò sono qui.

Lilly                              - Insomma si preoccupa di sé.

Mimy                            - Di me e degli altri che rischiano, come me, di diventare degli «X». (Sottovoce) Sono inve­stita di una missione speciale. Sì. Mi hanno inca­ricata di convincerti.

Lilly                              - Chi?

Mimy                            - I maggiorenti. I rappresentanti del po­polo. Chiamali come vuoi.

Lilly                              - E io dovrei...

Mimy                            - Sì. Tu «devi». E non per le cento ra­gioni false che possono portarti gli altri. Ma per l'unica vera che ti porto io: il mio odio.

Lilly                              - Lei mi odia?

Mimy                            - Tanto. Perché mi sostituisci. E io non sono certo più vecchia di te. Spero solo di essere vendicata un giorno quando tu dovrai passare le consegne a un'altra né più giovane né più carina di me, ma che avrà Tunica qualità di piacergli di più. A meno che...

Lilly                              - (con lieve ansia) A meno che...

Mimy                            - A meno che tu non sia destinata a du­rare. Hai letto i giornali? Ha minacciato di ritirarsi dalla politica. Né con me né con le altre era mai successo. Cosa poi trovi in te, solo il cielo lo sa. (Guarda l'orologio) Le nove e cinque. Devo scap­pare. Ciao e deciditi. La vita della nazione è legata a un tuo sì. Pensa alle opere pubbliche!

Lilly                              - (stordita) Le opere pubbliche?

Mimy                            - (tecnica) E ai disoccupati!

Lilly                              - (scossa) I disoccupati?

Mimy                            - E gli statali!

Lilly                              - (sempre più scossa) Anche gli statali?

Mimy                            - E i parastatali.

Lilly                              - Anche i para...?

Mimy                            - E la scuola? Ci pensi. Tanti poveri bam­bini privati del pane dello spirito.

Lilly                              - (ormai per crollare) I bambini.

Mimy                            - Poveri innocenti. Che colpa ne hanno, loro? Hanno forse chiesto di venire al mondo?

Lilly                              - (c. s.) No.

Mimy                            - E all'estero? Che figura ci facciamo all'estero? Lui conosceva tutti, sapeva trattare, lo ri­spettavano. In questo momento poi col Mercato Comune. Pensa alla zona di libero scambio. Il libero scambio. (Si sente la voce di Carletto).

Carletto                         - (d. d.) Chi è di scena?

Mimy                            - Oh, povera me. Scappo. Dobbiamo re­stare amiche. Ho delle pratiche avviate. Le appog­gerò a te. Imparerai presto. Vedrai. Ciao. Poi ti telefono. (Esce in fretta).

Carletto                         - (avvicinandosi d. d.) Chi è di scena? (Fa capolino) Serve niente, signorina?

Lilly                              - Sì.

Carletto                         - Comandi. (Scatta sull'attenti).

Lilly                              - Un telegramma. Aspetta. (Scrive qual­cosa in fretta, glielo dà) E' riservato.

Carletto                         - (gli dà un'occhiata) Oh, riservatissimo. Servizio di Stato. (Fa un inchino tenendo il mo­dulo con rispetto. Legge il testo) «Le pere sono mature». Ah, messaggi speciali. Come in guerra. Capito. Corro. (Esce, mentre entra Rita).

Rita                               - Hanno dato il « chi è di scena ».

Lilly                              - Ho sentito. (Un tempo. Tono indifferente mentre riprende a truccarsi) Tuo padre non stava al Ministero dell'Industria?

Rita                               - Sì. Usciere. Perché?

Lilly                              - (semplice) Lo passiamo alle Telecomuni­cazioni. Distaccato presso la televisione.

Rita                               - Ma è in pensione.

Lilly                              - Che importa? Missione speciale. L'im­portante è lo stipendio, no? Anche se non presta servizio.

Rita                               - Certo. (Ha capito) Oh, cara, cara. (L'abbraccia e la bacia) Sei una vera amica. (Un dubbio) Posso telefonare al vecchio? O ci ripensi?

Lilly                              - Telefonagli.

Rita                               - No. Per telefono può venirgli un colpo. Vado a trovarlo domani che abbiamo riposo. Così lo preparo all'emozione. Oh, che bello. (Il brusio fuori si fa più intenso. La radio d'improvviso s'in­terrompe nel trasmettere musica e annuncia).

Radio                            - (voce solenne) « In questo momento ap­prendiamo che il Presidente sciogliendo ogni riserva accetta l'incarico. La crisi è risolta. Il governo è costituito. Viva la Nazione! » (Le note di un inno marziale. Sulla porta si affacciano le ragazze del balletto che applaudono Lilly).

Amalia                          - (affannata si fa largo) Indietro. Indie­tro. La soffocate. (All'orecchio di Lilly) Poco fa hanno prenotato un palco riservato.

Lilly                              - (tono superiore) Bene. (Ormai autoritaria) Ragazze, in scena! (Le ragazze escono con Amalia. Lilly, rimasta sola, va verso la toletta per control­lare un'ultima volta il trucco prima di indossare il costume di scena. Si sente bussare. Lilly resta un attimo incerta) Avanti. (Entra Carletto, che ha sotto il braccio una grossa borsa di pelle con le borchie dorate. Carletto ha assunto un'aria ancora più importante e misteriosa. Si guarda intorno, poi parla sottovoce).

Carletto                         - (tono allusivo, indicando la borsa) Cor­riere diplomatico! (Apre la borsa, ne toglie un in­volto che porge a Lilly).

(Lilly apre l'involto lentamente e ne trae una grossa fotografia in cornice d'argento con uno stem­ma che noi non vediamo.

Carletto appena scorge la foto scatta sull'attenti e saluta militarmente re­stando rigidamente immobile. Lilly poggia la foto sulla toletta, con il dorso al pubblico. Poi di fronte al ritratto comincia lentamente a spogliarsi mentre si odono le note dell'inno nazionale).

FINE

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