Le grandi orecchie

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LE GRANDI ORECCHIE

Titolo originale: « La grande oreille »

Commedia in un prologo e due atti

Di P.A. BREAL

Traduzione di ETTORE CAPRIOLO

PERSONAGGI

Blaise

Dupont

Signora Dupont

Catherine

Cornabert

Julien

Lepic

Pierrot

Trécu

Usciere

Tenente

Ciarlatano

Commedia formattata da

L'intolleranza, diffusa più del cancro, è una malattia cronica dell'uomo, e non si è an­cora trovato un antibiotico capace di guarirla. Cristiani gettati alle belve, miscredenti bru­ciati sui roghi dell'Inquisizione, ugonotti impiccati, ebrei assassinati, e potrei continuare: in ogni secolo gli stessi uomini sono stati di volta in volta carnefici e vittime.

Nella mia commedia ho tentato di mostrare in modo gradevole le terribili conseguenze di questa perversione dello spirito.

Ho scelto l'epoca di Luigi XIV e la lotta fratricida tra cattolici e ugonotti perché mi è parso di poterne parlare senza passione, in quanto i protestanti hanno da tempo cessato di serbar rancore e i cattolici hanno in seguito mostrato in molte occasioni la loro intelli­genza, la loro umanità e il loro coraggio. Pierre-Aristide Bréal

 Davanti a un sipario che raffigura la città di Va­lenciennes quale doveva essere nel Seicento. Si sen­tono suonare a lungo le campane della Cattedrale. Cessato il suono delle campane, entra da sinistra il notaio Coquet, vestito di nero, e da destra il signor Leminou, losco uomo di affari. Quest'ultimo indossa un abito da cavallerizzo, con stivali e frusta.

Coquet                             - Questa poi! Quella vecchia canaglia di Leminou nella nostra cara città di Valenciennes!

Leminou                          - Arrivo da Nevers.

Coquet                             - Chissà come sarà stanco.

Leminou                          - Viaggio per divertimento.

Coquet                             - Per divertimento! Vuol prendermi in gi­ro? E dove conta di andare?

Leminou                          - Dove questo naso mi dirà che si possono combinare dei buoni affari!

Coquet                             - E di che razza di affari si occupa adesso?

Leminou                          - Di tutti quelli in cui è possibile gua­dagnare qualche cosa!

Coquet                             - Lo immagino, ma non sono poi tanto numerosi!

Leminou                          - Perché lei non ha tanta intelligenza da saperli trovare!

Coquet                             - Sono tempi duri!

Leminou                          - (sorridendo) Eh si!

Coquet                             - Le guerre hanno rovinato il paese!

Leminou                          - (bonariamente) Le guerre, glielo garan­tisco io, non rovinano tutti quanti!

Coquet                             - Ho dovuto licenziare il mio primo scri­vano!

Leminou                          - Povero scrivano!

Coquet                             - Ridurre il mio tenore di vita!

Leminou                          - Povero notaio!

Coquet                             - La gente, per timore del fisco e dato che le proprietà non rendono più nulla, preferiscono in­vestire i propri quattrini in oro o in boni che si pos­sono nascondere con facilità. E questa, mio caro Leminou, è la fine per tutta la nostra corporazione di notai, uscieri e causidici.

Leminou                          - Vedremo di porvi rimedio.

Coquet                             - Qui, Leminou, non ci sono possibilità di affari interessanti, glielo garantisco!

Leminou                          - E invece ce ne sono di splendide! Ne sono certo!

Coquet                             - E come lo sa?

Leminou                          - Lo so.

Coquet                             - Vuole essere più preciso?

Leminou                          - L'esercito del duca di Noailles è in marcia, e verrà ad accamparsi qui.

Coquet                             - L'esercito del duca di Noailles verrà ad accamparsi qui? A Valenciennes? E cosa ci viene a fare, buon Dio?

Leminou                          - A dare la caccia agli ugonotti!

Coquet                             - La caccia agli ugonotti!

Leminou                          - Dopo aver costretto gli ugonotti del Bearnese e della Borgogna ad abiurare la propria re­ligione e a rientrare in seno alla cristianità, questo stesso esercito si dirige ora verso l'Est passando per questa città!... Ordine del re.

Coquet                             - E allora? Come può interessarci? Che rapporto c'è con i discorsi che facevamo prima?

Leminou                          - Ci sono ugonotti qui?

Coquet                             - Qualcuno.

Leminou                          - Ricchi?

Coquet                             - Qualcuno si.

Leminou                          - E ci tengono alla loro religione?

Coquet                             - Certo! E in genere sono persone oneste!

Leminou                          - Benissimo! Più oneste sono e meglio è per noi! Quelli che rifiutano di abiurare vengono mandati alle galere, e i loro beni sono sequestrati dalla giustizia.

Coquet                             - Si, mi hanno detto che in Borgogna li trattavano cosi.

Leminou                          - E li tratteranno cosi in tutta la Francia!

Coquet                             - In tutta la Francia?

Leminou                          - Esattamente.

Coquet                             - Sicché quelli che non abiurano gli seque­strano i beni e li mandano alle galere; e a quelli che abiurano che cosa fanno?

Leminou                          - Li lasciano tranquilli... provvisoriamente. Ma capirà anche lei che a questo punto hanno sol­tanto un desiderio; espatriare il più presto possibile dopo aver venduto tutto quello che hanno... Mi tro­vavo a Bourges contemporaneamente al duca di Noail­les. Hanno mandato alle galere più di mille ugonotti!

Coquet                             - Più di mille ugonotti!

Leminou                          - Entrano in una città, questa per esem­pio, e mentre una parte dell'esercito si accampa nelle piazze, gli altri si alloggiano nelle case degli ugonotti.

Coquet                             - Nelle case degli ugonotti?

Leminou                          - E per i soldati che vanno ad abitare in queste case, c'è l'ordine di ottenere con qualunque mezzo l'abiura dei miscredenti. Riesce a capire cosa può voler dire?

Coquet                             - Buon Dio, come ringrazio mio padre di avermi fatto cattolico!

Leminou                          - Le confesso di aver provato pietà per quei poverini. Vederli partire tutti per le galere... Eh! Vedere i loro beni sequestrati... Eh! E cosi ho pro­posto alle famiglie degli ugonotti di riscattare i loro beni prima che vengano sequestrati. Mi capisce?

Coquet                             - Incomincio...

Leminou                          - Ho lasciato la zona dove era in azione l'esercito, e sono corso nei dintorni a raccontare le scene atroci alle quali avevo assistito riuscendo cosi a convincere qualche ricco ugonotto a vendermi le sue terre e la sua casa prima che se ne impadronisca il re... Mi capisce?

Coquet                             - La capisco perfettamente, ma mi sembra­no traffici piuttosto pericolosi!

Leminou                          - (facendo un piccolo rumore con le labbra come a indicare che questi pericoli non lo preoccu­pano) Ma no, se uno sa agire con abilità e distri­buire qua e là un po' di denaro!

Coquet                             - E lei è venuto qui per convincere gli ugo­notti di Valenciennes che è loro interesse vendere ciò che posseggono prima che arrivino i dragoni del duca di Noailles! È cosi, vero?

Leminou                          - Esattamente. Ed ecco come procedo. In ogni città vado a trovare i notabili, sindaco, con­siglieri municipali, eccetera. A quelli senza scrupoli presento l'affare come l'ho presentato a lei.

Coquet                             - Troppo gentile!

Leminou                          - A quelli che ne hanno sottolineo quanto possa giovare alla loro carriera manifestare la pro­pria ostilità verso gli ugonotti, e quindi la propria devozione al re. Non è un modo simpatico di lavorare, ma in ogni modo riesco a raggiungere il mio scopo: spaventare le famiglie ugonotte e indurle a vendere prima di espatriare.

Coquet                             - Diavolo, lei ha il senso degli affari! E immagino si sia già fatto un bel gruzzoletto.

Leminou                          - Non mi lamento!

Coquet                             - Ha dunque deciso di spaventare gli ugo­notti di Valenciennes?

Leminou                          - Appunto. E lei che qui conosce tutti dovrà essere tanto cortese da dirmi chi devo vedere per primo. Cerco un notabile che abbia un certo pre­stigio sulla popolazione e che sia un ambizioso, un uomo d'affari o un ingenuo. Mi serve, al più tardi per domani un bel manifesto sui muri, firmato da un nome che tutti conoscano, e capace di far tremare tutti i miscredenti della città! Dopo di che non mi resterà che fare il giro delle famiglie ugonotte e com­prare tutte quelle cose che saranno fin troppo felici di vendere.

Coquet                             - (dopo un attimo di riflessione e dopo essersi accertato che nessuno li veda) Metà e metà?

Leminou                          - Naturalmente!

Coquet                             - E allora venga! Ho l'uomo che le occorre!

Leminou                          - E sarebbe?

Coquet                             - Un borghese arricchito e pieno di pretese, che non brilla per intelligenza ma che si è cacciato in testa di essere nato per la politica.

Leminou                          - Un ambizioso, dunque. Benissimo. Con gente del genere si finisce sempre per intendersi.

Coquet                             - Ma è anche un pauroso. Al minimo odor di pericolo, sarà pronto a squagliarsi.

Leminou                          - Troveremo gli argomenti per tranquil­lizzarlo.

Coquet                             - Abita qui vicino.

Leminou                          - Allora andiamoci subito.

Coquet                             - Quella bella casa che lei vede là è la sua. Ma lasci che sia io a condurre le trattative. Lo co­nosco meglio di lei!

Leminou                          - D'accordo. Interverrò soltanto se sarà necessario. (Entra da sinistra una giovane domestica, con un paniere al braccio)

Coquet                             - Oh ecco qui Félicité, la domestica del signor Dupont. Ehi, piccola!

Félicité                             - Signore?

Coquet                             - È in casa il signor Dupont?

Félicité                             - Credo stia per uscire perché deve an­dare in negozio, ma se vi sbrigate, probabilmente lo troverete ancora!

Coquet                             - Benissimo. Grazie, Félicité. Sbrighiamoci! (Escono da sinistra)

Félicité                             - Deve sempre toccarmi da qualche parte quel palpachiappe! E timbrarmi la schiena come se fosse un atto di matrimonio! (Entra da destra un uomo sulla trentina, sporco e cencioso)

L'uomo                            - Pss...! Félicité!

Félicité                             - (lasciando cadere il paniere) Oh! Buon Dio, un satiro!... Aiuto!... Aiuto!

L'uomo                            - Ssst! Non gridare, sono tuo cugino Blaise.

Félicité                             - Mio cugino?

Blaise                               - Tuo cugino Blaise!

Félicité                             - Blaise? Mio cugino?

Blaise                               - E figlio della sorella di tuo padre, che ha sposato un calzolaio e è andata ad abitare nel Bordolese.

Félicité                             - (lo riconosce e lo abbraccia) Ma sei mio cugino Blaise!... Mio Dio come sei magro! Secco co­me una bastonata!

Blaise                               - Tu invece non sei cambiata. Ti ho rico­nosciuta subito.

Félicité                             - (raccogliendo il paniere) Ma chi ti ha detto che ero qui?

Blaise                               - Mio padre, prima di partire per le galere.

Félicité                             - Per le galere! E perché è partito per le galere tuo padre?

Blaise                               - Perché era ugonotto e non voleva abiurare.

Félicité                             - È vero che è ugonotto tuo padre! E tua madre, mia zia?

Blaise                               - Si è gettata nel pozzo.

Félicité                             - E perché nel pozzo?

Blaise                               - Per il dispiacere nel vedere partire mio padre!

Félicité                             - Dio mio! E tu vieni dal Bordolese?

Blaise                               - Vattene di qui, mi ha detto mio padre quando ha visto come andavano le cose. Va' a Valen­ciennes dove lavora tua cugina Félicité, e se ti per­seguitano anche li scappa in Fiandra o in Germania. L'indomani i soldati sono venuti a prenderlo e mia madre si è gettata nel pozzo. Allora sono partito.

Félicité                             - A piedi?

Blaise                               - A piedi, a cavallo e su una carriola, fino a Nevers. E poi sono riuscito ad aggrapparmi alla carrozza di un gran personaggio!

Félicité                             - Gesù!

Blaise                               - Come se la passano qui gli ugonotti?

Félicité                             - (sorridendo) Qui ognuno dice il rosario come meglio gli garba.

Blaise                               - È quello che mi ha detto mio padre. Va' al nord o all'est; là, credo che potrai stare tranquillo!

Félicité                             - Aveva ragione. E del resto da queste parti, gli ugonotti non sono tanti. Hai almeno man­giato?

Blaise                               - Si! Due giorni fa...

Félicité                             - Oh! Vieni! In cucina ho quel che ti occorre.

Blaise                               - Ma se mi vede il tuo padrone?

Félicité                             - Gli dirò che sei il nuovo giardiniere. Il nostro è all'ospedale.

Blaise                               - Ma io sono un calzolaio, non un giardi­niere.

Félicité                             - Non ce l'hai scritto in faccia!

Blaise                               - E se mi fa delle domande?

Félicité                             - Risponderò io.

Blaise                               - Se ti chiede se sono ugonotto?

Félicité                             - Non te lo chiederà.

Blaise                               - E se me lo chiede lo stesso?

Félicité                             - Non c'è il minimo rischio...

Blaise                               - Ma...

Félicité                             - Oh non fare le cose più difficili di quel che sono! Su, vieni.

Blaise                               - Sarebbe forse più saggio mettere un bel confine fra me e il duca di Noailles, ma sono troppo stanco.

Félicité                             - (trascinandoselo appresso) Andiamo!

Blaise                               - Dove?

Félicité                             - A casa! Passeremo per il giardino. Poi tu ti nasconderai in granaio. Ti darò una camicia e un paio di pantaloni un po' più puliti, e quando avrai finito di mangiare ti metterò un pagliericcio per terra cosi potrai riposarti.

Blaise                               - Il mio povero papà non si sbagliava. Fé­licité, diceva, è una ragazza che ha sempre le cosce aperte, ma sono cosce piene di cuore!

Felicita                             - Eh! Ho il senso della famiglia io... Su, vieni!... (Escono da sinistra).

PARTE PRIMA

Prima che si alzi il sipario, suonano brevemente le campane. Una sala riccamente arredata in casa del signor Dupont, borghese di Valenciennes, intorno al 1695. Sono in scena Dupont, Coquet e Leminou.

Dupont                            - No, signori, non voglio immischiarmi in queste faccende! No e poi no!

Coquet                             - E va bene, signor Dupont, pazienza, non ne parliamo più. Resteremo amici lo stesso e intanto andremo a trovare qualcuno che ci ascolterà con orecchie più compiacenti.

Dupont                            - Non andrete da Lepic, spero?

Leminou                          - E perché no! Anche lei, come me, si­gnor Dupont, è un uomo d'affari, e capirà bene che non ho fatto cento leghe per venire qui a Valencien­nes a far girare i pollici!

Dupont                            - Riassumiamo. Mi chiedete di redigere un proclama per invitare le famiglie ugonotte della no­stra città ad abiurare, minacciandole in caso contra­rio di gravissime sanzioni. È cosi?

Leminou                          - Ad abiurare con le buone, prima che arrivino i dragoni del duca di Noailles a farla abiurare con le cattive. Proprio cosi!

Dupont                            - E se i dragoni del duca di Noailles non vengono?

Leminou                          - Sono già in cammino.

Dupont                            - Lei li ha visti?

Leminou                          - Li ho visti.

Dupont                            - È evidente che se prendo posizione pub­blicamente nella contesa fra re e ugonotti, il re non può che essermene grato e ciò può indurlo a darmi la preferenza per la carica a cui aspiro.

Coquet                             - È evidentissimo.

Dupont                            - D'altra parte, se redigo questo proclama in termini non violenti, gli ugonotti della nostra cit­tà possono considerarlo il monito di un uomo soltan­to preoccupato di evitargli il peggio!

Coquet                             - Ma che bisogno c'è di tenerli buoni? Le­minou, un uomo che suppongo amico della polizia, è venuto qui in avanscoperta per sondare il terreno. Le consiglio dunque di non mostrarsi troppo benevo­lo con quei miscredenti!

Leminou                          - Che il signor Dupont abbia amici ugo­notti?

Dupont                            - No di sicuro! Ho sempre avuto la massi­ma ripugnanza per quella gente.

Leminou                          - Tanto meglio, perché se avesse amici del genere, le consiglierei di rompere ogni rapporto con loro il più presto possibile. I dragoni del duca di Noailles non scherzano e guai a coloro che mani­festano anche la minima simpatia per gli ugonotti.

Dupont                            - (a Coquet) Ma io non l'ho mai manife­stata, vero, Coquet?...

Leminou                          - Ho visto gettare in prigione uomini, e buoni cattolici, colpevoli soltanto di avere parlato con pietà di quella gente.

Dupont                            - No!

Leminou                          - Ho visto sequestrare i loro beni!

Dupont                            - No!

Leminou                          - Torturarli!

Dupont                            - No!

Leminou                          - E per finire mandarli alle galere come se fossero stati ugonotti anche loro.

Dupont                            - Questo ha visto?

Leminou                          - Questo ho visto, signor Dupont, e an­che peggio. Il re ha deciso di farla finita e niente po­trà fermarlo. Ormai sono perduti e con loro tutti quelli che li avranno aiutati, nascosti o protetti. Se il re agisce cosi, signor Dupont, ha le sue buone ra­gioni. Sa meglio di noi qual è l'interesse supremo del paese e quale politica convenga fare. Dalle vostre parti gli ugonotti non sono numerosi, d'accordo, e non vi danno molto fastidio, d'accordo, ma non è così dappertutto: vi sono luoghi dove hanno addirittu­ra osato prendere le armi contro il re!

Coquet                             - Si sta arrabbiando! Attento, signor Du­pont, è capace di mettere il suo nome nella lista nera.

Dupont                            - Non soltanto non ho mai mostrato pietà per gente di quella risma, ma per provarle che non hanno nemico più accanito di me, redigerò immedia­tamente un proclama che li farà tremare fino al mi­dollo. Félicité! Félicité!

Leminou                          - Appena il duca di Noailles sarà in que­sta città, signor Dupont, la sua fortuna è fatta! Mi incarico io di parlargli di lei.

Coquet                             - Leminou è fratello di latte di un aiutan­te di campo del duca di Noailles. Hanno succhiato al­le stesse mammelle!

Dupont                            - Alle stesse mammelle! Ma perché non l'ha detto prima, signore? L'avrei ricevuta con premu­re più confacenti al... alla... insomma, lei mi capisce!

Leminou                          - Quel proclama, messo bene in vista sui muri della città, gioverà alla sua fama più di mil­le partigiani a corte. E il re non le offrirà soltanto la carica di sindaco di Valenciennes, ma, sono pronto a scommetterlo, gliene proporrà una infinitamente più importante...

Dupont                            - Lei è molto buono!

Leminou                          - Il re ha sempre saputo ricompensare de­gnamente coloro che lo servono da sudditi coraggiosi e leali.

Dupont                            - Oh! Signore! Lei ha toccato un punto sensibile!... Il mio amore per il re è illimitato; se dovessi scegliere fra la signora Dupont e Luigi, sce­glierei Luigi! Félicité! Félicité!... Ah! Questi domesti­ci!... Dormono sempre quando qualcuno ha bisogno di loro. Mi attenda un momento, signore, e le dimo­strerò che ha fatto bene a rivolgersi a me. Félicité! Félicité! (Esce a sinistra)

Coquet                             - L'affare è fatto.

Leminou                          - Bisognerà far stampare il manifesto in parecchie copie e farlo affiggere nei posti più adatti.

Coquet                             - Verrà fatto immediatamente!

Leminou                          - Gli ha dato il colpo di grazia con la fac­cenda delle mammelle!... Ben trovate le mammelle! Lei dovrebbe chiudere lo studio e venire con me. In sei mesi metterebbe da parte quanto le basta per ri­tirarsi nelle sue terre.

Coquet                             - L'offerta è allettante!

Leminou                          - Ah! Mio caro, se sapesse quanto dena­ro si può guadagnare quando si capisce un poco come vanno le cose... È meraviglioso! E quando si vi­ve all'ombra dei politici e dei militari. (Torna Dupont, con penna, inchiostro e carta)

Dupont                            - (si siede al tavolino) Ecco... Sono pronto!

Leminou                          - (sedendosi accanto a lui) Vuole che le detti, signore? Sono più abituato di lei a questo tipo di proclami! (Coquet si mette in piedi dietro a Du­pont e legge sopra la sua spalla)

Dupont                            - Oh, signore, gliene sarei molto grato...

Leminou                          - È pronto?

Dupont                            - (mettendosi gli occhiali e immergendo la penna nel calamaio) L'ascolto.

Leminou                          - Miei cari concittadini. Il re, signore e padrone di tutti noi, davanti alla minaccia della ribel­lione ugonotta, ha deciso di deportare tutti i prote­stanti che rifiutassero di abiurare, e di sequestrare le loro proprietà. Mette in guardia gli ebrei (Dupont ap­prova con un cenno del capo) e i cattolici... (Dupont smette di scrivere, e guarda prima Coquet e poi Le­minou, dicendo con voce contrita)

Dupont                            - Con quanti "ti" si scrive cattolici?

Coquet                             - Con due, signor Dupont. (Dupont conti­nua a scrivere sotto dettatura. Ripete le parole detta­te da Leminou mentre le scrive. Quando arriva la parela Noailles, ne scrive metà in fondo alla pagina e l'altra metà all'inizio dell'altro lato del foglio e leg­ge Noailles)

Leminou                          - ... che siano tanto incoscienti da aiutare in qualunque modo coloro che sono arrivati al punto da prendere le armi contro l'uomo che Dio ha posto alla testa del loro paese. Pertanto, miei cari concittadini, vi chiedo di rispettare gli ordini del re e di comportarvi in modo tale che all'arrivo delle truppe del duca di Noailles non abbiate né da tremare né da temere per le vostre proprietà e per la vostra vita. E adesso firmi.

Dupont                            - E adesso firmo. Ecco. Dupont aspirante sindaco.

Leminou                          - (prendendo rapidamente il foglio) Be­nissimo! Servo suo, signor Dupont!

Dupont                            - (alzandosi e seguendo Leminou fino alla por­ta in fondo) Va già via?

Leminou                          - Ho l'ordine di agire prima che arrivino le truppe.

Dupont                            - In questo caso non discuto. Faccia pure, signor Leminou, faccia pure. Ma mi permetta di in­vitarla a cena per questa sera.

Leminou                          - Molto volentieri!

Dupont                            - Ci sarà tutta la città! Inviterò i notabili di Valenciennes al gran completo. E, naturalmente, anche Coquet sarà dei nostri...

Coquet                             - Con molto piacere, signor Dupont! (Esco­no entrambi dal fondo. In primo piano, da destra, entrano Félicité e Blaise)

Félicité                             - Signore!

Dupont                            - (dopo aver chiuso la porta di fondo) Co­sa vuoi?

Félicité                             - C'è qui il nuovo giardiniere.

Dupont                            - Occupatene tu. Ho ben altro da fare! (Esce da sinistra)

Félicité                             - Vedi. Te l'avevo detto io.

Blaise                               - Be', è proprio una fortuna che il tuo pa­drone sia tanto occupato. Non sono capace di menti­re e se mi avesse fatto delle domande gli avrei detto la verità.

Félicité                             - E con questo? Chissà che guaio! Qui non si arrota nessuno!

Blaise                               - Oh che bel paese!

Félicité                             - Ognuno prega il buon Dio come gli pia­ce: tu in francese, io in latino e gli ebrei in quella lo­ro strana lingua che nessuno capisce.

Blaise                               - Non è cosi che ragionano i dragoni del duca di Noailles! Con loro se non preghi in latino, sono gli altri che pregano per te!

Félicité                             - Come ti trovi con il vestito nuovo?

Blaise                               - (al quale i calzoni sono evidentemente stret­ti) È un po' piccolo, ma va bene lo stesso! L'abi­to non fa l'uomo!

Félicité                             - Il monaco. Si dice: l'abito non fa il monaco!

Blaise                               - L'uomo! Si dice: l'abito non fa l'uomo!

Félicité                             - Il monaco!

Blaise                               - L'uomo! Noi non abbiamo monaci: e quin­di non possiamo dire: l'abito fa il monaco! Del resto un monaco è un uomo!

Félicité                             - Dipende dai momenti!

Blaise                               - (un po' urtato) L'interno... L'interno... Per noi è l'interno quello che conta!

Félicité                             - Una donna senza apparenza è un santo senza aureola ; nessuno ci crede!

Blaise                               - Il pastore dice: "è meglio un interno sen­za apparenza che un'apparenza senza interno. Il cuo­re vi trova il suo tornaconto."

Félicité                             - Il cuore magari si, ma non la mano!

Blaise                               - La mano tiene la Bibbia!

Félicité                             - Non è mica la stessa cosa! Vieni a ve­dere il giardino!

Blaise                               - Accidenti! Non è mica piccolo!

Félicité                             - Sei o non sei un giardiniere?

Blaise                               - Sono un calzolaio!

Félicité                             - Vorrà dire che invece di tappare buchi, ne scaverai; è cosi semplice!

Blaise                               - Lo dici tu che è semplice! Non so niente dei legumi!

Félicité                             - È cosi facile! Prendi un seme, lo ficchi nella terra, ci versi sopra un po' d'acqua, e tre mesi dopo ci trovi un carciofo. Ti faccio vedere io come si fa. Per quanto riguarda la frutta, non hai che da rac­coglierla, non è difficile!

 Blaise                              - Raccoglierla non è difficile! E nemmeno mangiarla.

Félicité                             - Benissimo. Adesso va' in fondo al giar­dino. Troverai tutta una fila di ciliegi. E sotto una scala. Salici sopra e portami delle ciliegie! Devo fare una torta.

Blaise                               - (fa per uscire) Posso cantare?

Félicité                             - Si. Prendi un paniere!

Blaise                               - Prima però voglio darti un bacio! (En­tra da sinistra Dupont che si siede al tavolo e si met­te a scrivere)

Dupont                            - Félicité, corri subito dal signor Mathieu...

Félicité                             - (fermando Blaise che vorrebbe uscire) L'architetto?

Dupont                            - Si.

Félicité                             - (come sopra) Bene, signore.

Dupont                            - Già che ci sei passa anche dal signor Petit!

Félicité                             - (come sopra) Il carrozziere?

Dupont                            - Si. E per finire fa' un salto nella bottega di Lecoq il sarto; e a tutti loro dirai di venire subito da me!

Félicité                             - (come sopra) Tutta questa gente in una volta sola?

Dupont                            - Non ti immischiare. Va' e digli di fare in fretta. Devi anche passare dal signor Croche, l'ar­tificiere. Per questa sera mi occorrono i fuochi arti­ficiali!

Félicité                             - (come sopra) I fuochi artificiali?

Dupont                            - (accorgendosi finalmente della controscena di Félicité) I fuochi artificiali!... E li voglio abba­glianti, diglielo, abbaglianti! Chi è quel giovanotto?

Félicité                             - Il nuovo giardiniere, signore.

Dupont                            - Giovanotto, mi occorre il più bel giardi­no del mondo! Voglio aiuole di fiori, boschetti, siepi ben tagliate, alberi, frutta, rocce, cascate, viali ra­strellati come si deve. Stasera avrò a pranzo perso­ne di riguardo e mi occorre un giardino come non se ne è mai visti...

Blaise                               - Come non se ne è mai visti? Ah, di que­sto può star sicuro!

Félicité                             - Può fidarsi, è mio cugino e ha lavorato con Le Nòtre!

Dupont                            - Con Le Nòtre? Tuo cugino? Non me ne avevi mai parlato!

Félicité                             - Oh si, signore! Ma lei mi ascolta sem­pre con un orecchio soltanto e non si riesce mai a capire quale!

Dupont                            - Ti do trenta scudi al mese se sai fare del mio giardino una piccola Versailles!

Blaise                               - Una piccola Versailles!

Félicité                             - Te l'avevo detto io!

Blaise                               - Una piccola Versailles!

Dupont                            - Quando sono di buon umore, non bado a spese. Su, al lavoro! Al lavoro!

Félicité                             - Su, va', babbeo!

Blaise                               - Oh! Signore! Non so come ringraziarla!

Dupont                            - E cerca di trovarmi due o tre statue di imperatori romani; fa molto greco... E poi voglio un getto d'acqua in mezzo al prato, con uno stagno pie­no di pesci e di draghi che sputano fuoco, e di rane...

Blaise                               - Rane?

Dupont                            - Rane! Fa tanto bucolico!

Blaise                               - Oh no, signore! Le rane, signore, fanno croa. Semplicemente croa, croa, croa; non hanno mai fatto bucolico! (Esce)

Dupont                            - Simpatico, ma non tanto intelligente. (Dà a Félicité i fogli di carta sui quali stava scrivendo) Ecco, porta tutti questi inviti!

Félicité                             - Gesù! È riuscito a diventare sindaco?

Dupont                            - Hai indovinato!

Félicité                             - Dio, è possibile?... Non lo avrei mai cre­duto!

Dupont                            - Hanno finalmente riconosciuto i miei meriti!

Félicité                             - Conosco gente che creperà dall'invidia!

Dupont                            - Corri a chiamare la tua padrona. Voglio ordinare una gran cena.

Félicité                             - (urlando) Signora! Signora! (Entra la signora Dupont)

Signora Dupont               - Be'! Perché gridi cosi?

Félicité                             - È la signora, signore... Ma che cosa di­co? È il signore, signora! (Esce dal fondo)

Dupont                            - Signora Dupont, per questa sera voglio un gran pranzo!

Signora Dupont               - Vi siete dunque rassegnato al ma­trimonio di Catherine con Julien?

Dupont                            - Non si tratta né di Catherine né di Ju­lien... E del resto è un matrimonio che non si può fare!... La figlia di colui che ha la responsabilità di dirigere la città intera non potrebbe mai sposare il figlio di uno speziale!

Signora Dupont               - Il re ha dunque firmato la vo­stra nomina?

Dupont                            - Non ancora, ma è come se lo avesse già fatto!

Signora Dupont               - Dio mio, che guaio!

Dupont                            - Voglio un gran pranzo! Quindici persone. Il meglio della magistratura e della amministrazione di Valenciennes...

Signora Dupont               - Finirà come l'ultima volta; non verrà nessuno!

Dupont                            - Vi garantisco che questa volta verranno, e che nemmeno uno oserà mancare!

Signora Dupont               - Siete dunque diventato cosi po­tente?

Dupont                            - Senza averne l'aria, sto diventando un uomo formidabile!

Signora Dupont               - Ah si? Be', se siete diventato co­si formidabile cercate di far sentire ragione a vostro figlio e di fargli imparare le declinazioni. È, ancora alle prese con rosa, la rosa!

Dupont                            - Ci penso io, perdinci!... Ma per adesso occupiamoci del pranzo! Che ci sia sulla tavola la por­cellana di Limoges e che sia bene in vista tutta l'ar­genteria che possediamo... I cucchiai, le forchette, i coltelli, i piatti... i vasi... i bricchi... e poi voglio dei pesci, dei capponi, del vitello, del manzo, delle lepri, dei conigli, dell'agnello, delle lumache, dei granchioli-ni e dei gamberetti...

Signora Dupont               - Dei gamberetti? Siete pazzo? Spenderete un capitale!

Dupont                            - La carica di sindaco mi rimborserà di tutto! I pesci andrete a prenderli dal signor Lavigne...

Signora Dupont               - E perché non dal signor Kohler, come le altre volte?

Dupont                            - Perché i pesci di Lavigne sono cattolici e i pesci di Kohler sono protestanti!

Signora Dupont               - Ma quelli di Kohler sono freschi, e gli altri no!

Dupont                            - I polli li prenderete da Noireau e non da Rueff!

Signora Dupont               - E perché non da Rueff come al solito?

Dupont                            - Perché i polli di Noireau sono cattolici e i polli di Rueff sono protestanti!

Signora Dupont               - Si ma quelli di Rueff sono tene­ri e gli altri sono duri!

Dupont                            - La selvaggina la prenderete da Roussin e non da Meyer... perché...

Signora Dupont               - Lo so, lo so... perché la selvaggi­na di Roussin è cattolica, e quella di Meyer è prote­stante!

Dupont                            - No, perché costa meno! E del resto Meyer non è protestante. Voglio degli entremets, dei salami, della crema, dei pasticcini e tutte le frutta del giardino... a piramide.

Signora Dupont               - Cosi domani vi troverete proprio ben messo; o dovrete passare la giornata sulla segget­ta, ve lo garantisco io!

Dupont                            - E per quanto riguarda Blaise, bisognerà prendere in affitto una livrea...

Signora Dupont               - Blaise?

Dupont                            - Il nostro nuovo giardiniere! Ha lavora­to con Le Nótre e farà del nostro giardino una pic­cola Versailles!

Signora Dupont               - Una piccola Versailles! Dio mio! E quando vi sveglierete bisognerà mettervi la camicia e fare entrare i vostri ministri? E quando andre­te a letto bisognerà dirvi buona sera, Luigi, e grat­tarvi dove vi prude?

Dupont                            - Scherzate, scherzate pure, ma tra vent'anni, signora Dupont, mi ringrazierete! Non vi chia­merete più signora Dupont, ma signora Du-Pont!

Signora Dupont               - E che differenza c'è?

Dupont                            - Ho detto Du-Pont! Con il trattino e con la particella!

Signora Dupont               - Con il trattino e con la par­ticella?

Dupont                            - Con il trattino e con la particella! Du-Pont!... È cosi che il re compensa i buoni servitori! (Entra dal fondo Catherine)

Signora Dupont               - Oh! Eccoti qua! Due ore dal parrucchiere! roba da non credere!

Catherine                         - Perché alla mia età non facevi cosi anche tu?

Signora Dupont               - No di sicuro!

Dupont                            - Lasciala perdere, mamma! La voglio ve­dere bella e sorridente questa ragazza! E quando avrà sposato il signor de Cornabert e sarà baronessa, sarà più importante per lei saper cantare che far da man­giare!

Catherine                         - Il signor de Cornabert? Non ci pen­so nemmeno a sposarlo...

Dupont                            - O Cornabert o zitella, punto e basta!

Catherine                         - O Julien o zitella, punto e basta! (Esce rapidamente dal fondo)

Dupont                            - Catherine! Catherine! ...Ah! Potete pro­prio vantarvi di averli allevati bene, i vostri figli!

Signora Dupont               - La legna...

Dupont                            - Che legna?

Signora Dupont               - La legna per accendere il fuoco...

Dupont                            - Che legna per accendere il fuoco?

Signora Dupont               - Possiamo ancora prenderla da Chalvignac, benché sia un provenzale?

Dupont                            - I provenzali sono permessi! Gli ugonotti proibiti! Capito?

Signora Dupont               - Dobbiamo dunque chiudere la porta in faccia a tutti, anche a quelli che sono nostri amici pur essendo ugonotti?

Dupont                            - (martellando bene le parole) Non abbia­mo mai avuto amici ugonotti! Mai! Capito? Mai avuto amici ugonotti! Capito?

Signora Dupont               - Anche a quelli a cui dobbiamo qualcosa, benché siano ugonotti?

Dupont                            - (come sopra) Non devo niente a nessuno io!

Signora Dupont               - A quel buon Laudenbach che, pur essendo ugonotto, l'anno scorso vi ha impedito di annegare tirandovi per la mano?

Dupont                            - Laudenbach? Non sono stato io a ten­dergli la mano, è stato lui a prenderla! E da stupido, del resto!

Signora Dupont               - Anche al signor De La Garre, il nostro vicino, che benché ugonotto, ci presta cosi gen­tilmente la sua giumenta quando la nostra è gravida!

Dupont                            - D'ora in avanti, farò in modo che non sia più gravida!

Signora Dupont               - Ah, è cosi? Ebbene, mi rifiuto di acconsentire alle vostre pazzie! continuerò a rice­vere in casa mia chi mi piacerà senza preoccuparmi di quale sia la sua religione! E quel che è più im­portante farò di tutto perché Catherine non sposi il signor de Cornabert, che forse ha una particella, ma nei pantaloni non ha assolutamente altro! Punto e basta! (Esce rapidamente a sinistra)

Dupont                            - Armandine! (Entra dal fondo Cornabert) Signor de Cornabert! Quando si parla del lupo...

Cornabert                        - (prototipo dell'aristocratico. Bisciola, bal­betta un poco e ride continuamente) Subito ne spunta la coda, a quel che dicono!

Dupont                            - Proprio adesso mia moglie mi faceva l'e­logio... della sua intelligenza!

Cornabert                        - Onoratissimo... Ho visto la porta aper­ta; e non ho saputo resistere al piacere di congratu­larmi! Bravo! Finalmente un uomo che scuote il col­pevole letargo della nostra città!

Dupont                            - Ha già letto il mio manifesto?

Cornabert                        - Uscivo dalla bottega del tipografo nel momento stesso in cui vi entrava il notaio Coquet.

Dupont                            - E come le è parso?

Cornabert                        - Eccellente, mio caro, eccellente! Lei è nato per scrivere, e non per commerciare! E per co­mandare più che per trafficar farina!

Dupont                            - Non esageriamo, signor de Cornabert!

Cornabert                        - Non sia modesto. Quegli ugonotti con i loro modi insolenti, e con l'abitudine di infischiarsene degli ordini papali e regi, incominciavano a romperci l'anima! Ma voi gli fate abbassare la cresta.

Dupont                            - Oh questo si ; gliela faccio abbassare...

Cornabert                        - Quando ci siamo visti ieri, lei non mi ha detto niente, eppure questa idea doveva già trot­tarle nel cervello.

Dupont                            - A dire il vero si, era un pezzo che trotta­va... e poi stanotte ho sentito la voce della coscienza! Mentre la Francia intera balza in piedi a cacciare la feccia ugonotta, mi ha detto, che cosa fai tu, Dupont, per la tua città di Valenciennes?... A questo punto sono saltato dal letto e ho scritto il proclama!

Cornabert                        - La vostra nomina, caro Dupont, è or­mai indiscutibile! E se bisognerà rivolgere una peti­zione al re, sarò io il primo a firmarla!... Mentre si vedono tanti francesi che fanno causa comune con il nemico della nostra religione, saluto in lei l'uomo co­raggioso che ha saputo dire di no! Basta coi compro­messi, azione ci vuole! E io amo gli uomini d'azione!

Dupont                            - Onoratissimo!

Cornabert                        - Che non hanno paura di agire con au­torità!

Dupont                            - Faccio il possibile!

Cornabert                        - Di farsi temere con eleganza...

Dupont                            - (molto dittatoriale) Non è difficile farsi temere... soprattutto senza eleganza.

Cornabert                        - Ha parlato alla signorina sua figlia?

Dupont                            - (improvvisamente imbarazzato) A mia figlia?... ma si, certo, certo!

Cornabert                        - E come ha risposto?

Dupont                            - Oh, in modo molto soddisfacente, signor de Cornabert, in modo molto soddisfacente!

Cornabert                        - Vado a comprarle un mazzo di fiori e torno subito a presentarle i miei omaggi! (Sembra stia per uscire, ma poi ci ripensa, e questo disorienta Dupont che già aveva aperto la porta) Quel che mi è piaciuto nel suo proclama è il destino promesso ai cattolici in rapporti di amicizia con gli ugonotti. Ne conosco io: il mio vicino, per esempio, che ha ingran­dito la sua proprietà comprando un campo che vo­levo comprare io. Bisogna fargliela sputare a questa gente, e far mettere in vendita i loro beni senza indire un'asta, a prezzi talmente bassi da rovinarli completa­mente!... Nessuna pietà per i nemici del re!... Bisogna aprire subito un ufficio speciale, un tribunale dove ciascuno possa denunciare chi gli sembra sospetto. Non perdiamo tempo. Agiamo, agiamo, agiamo! (Esce dal fondo continuando a gridare: "agiamo, agiamo!" nel momento stesso in cui entra da sinistra la signora Dupont)

Signora Dupont               - Dio mio! Désiré! Cosa sta succe­dendo? C'è una folla davanti a casa!

Dupont                            - Una folla davanti a casa?

Signora Dupont               - E Berger, il capo della polizia, che gesticola e parla alla gente!

Dupont                            - Berger il capo della polizia? (Si sente gri­dare dall'esterno: "Viva Dupont, viva Dupont") Hai sentito? Gridano viva Dupont! Che brava gente! (Bus­sano alla porta) Su! Va' ad aprire! (La signora Dupont esce dal fondo correndo e torna con Berger. Durante la sua breve assenza, Dupont ha trasformato la ta­vola in una scrivania, e ha preso l'atteggiamento di un uomo d'affari molto occupato. Si è messo gli occhiali)

Berger                              - (entrando spaventatissimo) Cosa bisogna fare, signor Dupont? Il suo proclama ha dato fuoco alle polveri. L'intera città è scesa per le strade e io ho soltanto cinque gendarmi per il servizio d'ordine! Lei mi capisce!

Signora Dupont               - Il vostro proclama?

Dupont                            - (calmissimo senza alzare la testa) Sono affari da uomini!

Berger                              - E adesso vogliono saccheggiare le case degli ugonotti! Lei mi capisce!

Dupont                            - (sempre molto calmo e senza guardare Ber­ger) Ne saccheggino pure due o tre. Non di più! Sol­tanto quel che occorre per far paura agli altri.

Berger                              - Ma vorrebbero anche abbrustolire qual­che ugonotto! Lei mi capisce!

Dupont                            - (come sopra) Due o tre, non di più. Biso­gna essere umani. Cerchi di farglielo capire!

Berger                              - E se non ci riesco?

Dupont                            - (guardandolo in faccia) Vorrà dire che non ci sa fare!

Berger                              - (soggiogato) Lei parla come un generale!

Dupont                            - (alzandosi in piedi) È perché ho il senso del comando. Che si radunino davanti al Municipio, gli parlerò io!

Berger                              - Bene, signor Dupont!

Dupont                            - Bisogna che le cose si svolgano regolar­mente.

Berger                              - Bene, signor Dupont!

Dupont                            - Disciplina anche nella repressione.

Berger                              - Bene, signor Dupont!

Dupont                            - Disordine, ma nell'ordine!

Berger                              - Bene, signor Dupont!

Dupont                            - Ingiustizia, ma nella giustizia; illegalità, ma nella legalità; e amabilità, ma nella severità. Se lo ricordi, tenente!

Berger                              - Bene, signor Dupont!

Signora Dupont               - Buon Dio! Cosa diavolo state di­cendo?

Dupont                            - Assolutamente niente. Ma tutti gli uo­mini di stato parlano in questo modo! Rompete le righe!

Berger                              - Bene generale! (Saluta ed esce)

Dupont                            - È un ragazzo che farà strada. Ha il senso della gerarchia. E adesso, signora Dupont, eccoci in marcia verso una grande carriera. Non vi rimprovero di non avere creduto in me! Non esiste grand'uomo per sua moglie e nemmeno per il suo cameriere, lo sanno tutti ; persino Alcibiade, quando parti a cavallo, gli capitò non mi ricordo più esattamente che cosa, ma insomma qualcosa di quasi simile! Datemi il cap­pello, amica mia; devo andare ad arringare le trup­pe!

Signora Dupont               - Le truppe? Andate in guerra?

Dupont                            - Quando la religione è minacciata, non bisogna aver paura di difendersi con le armi!

Signora Dupont               - Ma potreste correre qualche pe­ricolo!

Dupont                            - Il pericolo, signora Dupont, è il pungolo che fa avanzare l'uomo.

Signora Dupont               - Anche l'asino, quando non lo fa indietreggiare.

Dupont                            - Avanzare o indietreggiare, in politica ciò che conta non è arrivare in qualche luogo, ma andarci. L'immobilismo è il vero nemico!

Signora Dupont               - Non fidatevi di Coquet, Désiré! Non è una persona per bene! E quello che lo ac­compagnava, aveva più l'aspetto di un ladro che di un uomo onesto.

Dupont                            - Si vede che non capite niente! È uno della polizia!

Signora Dupont               - Appunto!

Dupont                            - E anche se avessero cercato di servirsi di me, io sono più furbo, e sarò io a servirmi di loro. Su, svelta il cappello!

Signora Dupont               - Non fidatevi, Désiré! Non fida­tevi! (Esce da sinistra. Si sente gridare dalle quinte: "Viva Dupont, viva Dupont!")

Dupont                            - Oh popolarità... oh nettare! Oh ambro­sia!... Il cappello, mamma!... (Entra dal fondo Lepic. È un orribile gnomo) Ah! Caro Lepic! Quale piacere stringervi fra le braccia!

Lepic                               - (martellando bene le parole) Giù le zam­pe! Ma come? Agisce senza consultare gli altri mem­bri del consiglio municipale, sperando evidentemen­te di essere il solo a trarre profitto dalla situazione e vantaggi da un gesto che le attirerà, senza dubbio, la benevolenza del re!

Dupont.                           - Ma amico mio...

Lepic                               - Ma ho capito il suo gioco, che è quello di guadagnar quattrini alle spalle degli ugonotti! Si gri­da all'interesse del re e intanto di nascosto ci si riem­piono le tasche! Ma io denuncerò le sue sleali ma­novre, Dupont, e lei se ne pentirà! Se ne pentirà! (Esce dal fondo)

Dupont                            - Eh! Lepic!... Lepic!... Be'! Vada pure al diavolo! Sono io il più forte! E glielo dimostrerò!... Il cappello, mamma!... (Improvvisamente inquieto) I miei occhiali? dove sono i miei occhiali? Mi hanno rubato gli occhiali! Mi hanno rubato gli occhiali! Dove sono i miei occhiali? I miei occhiali!... Dove sono i miei occhiali? (Esce da destra a tentoni, men­tre in realtà gli occhiali li ha sul naso. Entrano in primo piano Blaise e Pierrot con panieri pieni di ci­liegie)

Blaise                               - (cantando) Come un cervo quando ha sete delle acque cerca il frescor cosi aspira ai tuoi ruscelli la mia anima, o Signor!

Pierrot                              - È bello questo inno!

Blaise                               - Lo cantiamo al tempio durante gli uffizi...

Dupont                            - (entrando da destra in primo piano) Ma dove diavolo ho messo i miei occhiali?

Pierrot                              - (senza badargli) Noi invece cantiamo­lo son cristiano, questa è la gloria che fa ridenti questi miei di, il grido santo della vittoria, io son cristiano, morrò cosi...

Blaise                               - È bello anche questo... ma senti il mio... (Dupont esce dal fondo) Misericordia e grazia, o Dio dei cieli, un peccatore chiede a te pietà...

Dupont                            - (ricomparendo dal fondo) Ma dove dia­volo ho messo i miei occhiali?

Pierrot                              - Tu scendi dalle stelle o Re del cielo e vieni sulla terra al freddo e al gelo... (Dupont esce da destra)

Blaise                               - Dalla mia disperazione dal mio immenso dolor... (Rientra da de­stra Dupont)

Pierrot                              - Noi vogliam Dio che è nostro padre, noi vogliam Dio che è nostro re...

Dupont                            - (alle spalle di Pierrot e di Blaise) Li avevo messi qua! E adesso non ci sono più!

Blaise                               - (guardando per terra) Magari saranno scivolati per terra...

Dupont                            - (avvicinandosi alla cassaforte e frugandoci dentro) Be', aiutatemi, invece di sbraitare i vostri inni... i

Blaise                               - (a quattro zampe) Come devono amarla, signor Dupont! Poco fa ho sentito la gente che gri­dava il suo nome! "Viva il signor Dupont! Viva il signor Dupont!" Me invece tutte le volte che grida­no: "Blaise!" ...È sempre perché vogliono picchiarmi.

Dupont                            - (anche lui a quattro zampe) Non tutti, amico mio possono essere popolari! (A Pierrot) Aiu­taci tu, invece di stare li a ridacchiare come uno sce­mo! Non far niente, non pensare a niente, non impa­rare niente: questo è il programma delle nuove gene­razioni! Che cosa sarà di te, sciagurato ragazzo?

Pierrot                              - Diventerò giardiniere!

Blaise                               - (a quattro zampe) È un mestiere, signor Pierrot, nel quale, contrariamente a ciò che lei crede, bisogna imparare tante cose! Prima di tutto l'astro­nomia per sapere quando c'è la luna piena e qual è il momento migliore per piantare l'insalata, poi la bo­tanica per sapere riconoscere gli alberi, i fiori, i legu­mi, e non confondere un seme di girasole con un seme di zucca e poi la meteorologia che è la scienza dei venti, delle nuvole e delle banderuole! e infine saper leggere l'almanacco e non sbagliarsi di mese per se­minare le violaciocche, i sedani o le pratoline. Biso­gna saper tante cose per essere giardiniere! Io stesso ne ho ancora molte da imparare.

 Dupont                           - (rialzandosi e cercando di aprire un casset­to) Non essere modesto, si vede subito che conosci bene il tuo mestiere!... Si... si... si... Si capisce subito! Sono psicologo io! (Entra da sinistra la signora Du­pont)

Signora Dupont               - È arrivato il signor abate. Vieni, Pierrot!

Dupont                            - (avvicinandosi alla signora Dupont) Mam­ma! Dove sono i miei occhiali?

Signora Dupont               - I vostri occhiali? Ma li avete sul naso, signor Dupont! non mi stupisce che abbiate le traveggole! ... Pierrot!

Pierrot                              - No!

Dupont                            - Pierrot!

Pierrot                              - No!

Dupont                            - Pierrot!

Pierrot                              - No!

Blaise                               - Prima andrà, signor Pierrot, e prima avrà finito, e poi potrà tornare in giardino e canteremo di nuovo insieme!

Pierrot                              - È vero. Hai ragione! (Esce da sinistra con la signora Dupont canticchiando: "la lezione di latin, la lezione di latin!")

Dupont                            - (sbalordito) Bravo! Mi piaci, amico mio. Hai la faccia aperta; si capisce subito che sei un bravo ragazzo!

Blaise                               - Ci sono facce che ingannano!

Dupont                            - Non la tua!

Blaise                               - Anche lei, signore, ha un viso che ispira fiducia!

Dupont                            - Se hai bisogno che ti presti un po' di soldi, chiedi pure, non aver paura! Questa è casa di buoni cristiani!

Blaise                               - Grazie, signore!

Dupont                            - Mi piacciono le persone religiose!

Blaise                               - Anche a me, signore!

Dupont                            - Non c'è niente che valga la fede, per dare un senso alla vita!

Blaise                               - È vero, signore!

Dupont                            - Senza religione non esiste morale!

Blaise                               - (asciugandosi gli occhi) Lei parla proprio come mio padre!

Dupont                            - E senza morale non esistono persone oneste...

Blaise                               - (sempre più commosso) Mi sembra di sen­tire lui!

Dupont                            - Senza persone oneste non esiste fami­glia... senza famiglia non esistono figli; senza figli non esistono nipoti ; e senza nipoti non esiste discendenza!

Blaise                               - Posso abbracciarla, signore? Mi ricorda tanto papà! (Abbraccia Dupont che non sembra mol­to contento)

Dupont                            - L'abate che dà lezione a mio figlio sarà felice di sapere che ho assunto un giardiniere il quale invece di insegnargli a bestemmiare, gli insegna a cantare gl'inni! Ti darà la sua benedizione!

Blaise                               - Io, Blaise, benedetto da un abate! Oh si­gnor Dupont! Signor Dupont! Non avrei mai sperato di conoscere una gioia simile! Lei è proprio un brav'uomo! Io benedetto da un abate! Io! (Esce da de­stra dopo aver di nuovo cercato di abbracciare Dupont)

Dupont                            - Un bravo ragazzo! Non molto intelligen­te, ma un ottimo cattolico! Ed è importante! (Entra dal fondo Coquet tenendo in mano un grande rotolo che spiega e mostra a Dupont)

Coquet                             - Le ho portato il manifesto! Ho pensato che le avrebbe fatto piacere vederlo!

Dupont                            - È stato svelto!

Coquet                             - Il tipografo ha messo in moto tutte le sue macchine e vi hanno lavorato tutti gli operai! Ce n'è già affisso uno sul muro del Municipio!

Dupont                            - Bravo!

Coquet                             - E che successo, mio caro, che successo! Dovrebbe vederlo, venga!

Dupont                            - La seguo! (Coquet esce dal fondo, men­tre Dupont affigge il manifesto sulla parete di fondo) Che bella cosa vedere un pensiero umano espresso in caratteri tipografici! Grazie, Gutemberg. Toh, che strano nome!... Non molto cattolico... Bah... andiamo a goderci il nostro trionfo... (Esce dal fondo. Si sente dalle quinte Pierrot che impara rosa, rosa ecc. e il professore che lo corregge)

Voce di Pierrot                - Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa...

Voce dell'Abate              - Benissimo... Grazie, Pierrot! (En­tra da sinistra la signora Dupont, che va a mettere dei piatti nella credenza. Pausa. Dalle quinte si sente: "Cucù! Cucù!" Subito dopo entra da destra Julien. Imita la voce del cuculo e viene avanti con precau­zione. La signora Dupont, che all'inizio non avendo visto Julien credeva fosse entrato un uccello e guar­dava per aria, quando lo vede, lo segue per vedere dove va)

Signora Dupont               - Julien! Ragazzo mio!

Julien                               - (che vedendo la signora Dupont si è spaven­tato) Sono entrato dalla porta del giardino cre­dendo di trovarci Catherine, ma purtroppo non c'è!

Signora Dupont               - Le cose vanno malissimo! Il si­gnor Dupont non pensa che alla politica, e la sua am­bizione rischia di rendere impossibile il vostro ma­trimonio.

Julien                               - (molto teatrale) Non rinuncerò mai a Catherine, signora Dupont!

Signora Dupont               -  Ahimé! Senza il permesso del signor Dupont, che cosa possiamo fare?

Julien                               - Non disperiamo, signora Dupont! Io amo Catherine e Catherine mi ama. Il nostro amore sarà più forte dì tutto... Se dovremo batterci contro la terra intera, ebbene, ci batteremo, contro la terra in­tera... Catherine! Catherine! (Esce da destra sul fon­do. Pausa. Elitra da destra al proscenio Blaise. Ha un canestro pieno di ciliegie. Mangia)

Blaise                               - (felice e disteso) Che gioia vivere in una famiglia unita!

Signora Dupont               - Puoi proprio dirlo!

Blaise                               - Il papà a cui tutti vogliono bene! La mam­ma che bada alla casa e i figli che si divertono e che cantano...

Signora Dupont               - (continuando a mettere in ordine) Non credere che non abbiamo anche noi le nostre preoccupazioni...

Blaise                               - In quanto a queste tutti ne hanno, l'im­portante non averne troppe! Cosi diceva mio padre quando ero piccolo!

Signora Dupont               -  Aveva ragione!... Aiutami a spo­stare la tavola!

Blaise                               - Mio padre prima di partire mi ha dato tre consigli e ho promesso a me stesso di seguirli sino alla morte.

Signora Dupont               - E sarebbero?... Avvicina le sedie!

Blaise                               - Il primo: non dire mai ad alta voce ciò che pensi a bassa voce quando la tua bassa voce non va d'accordo con l'alta voce degli altri.

Signora Dupont               - È l'espressione stessa della pru­denza!

Blaise                               - Il secondo: non gridare mai al ladro quan­do il ladro ha più autorità di te!

Signora Dupont               - (prende un panno dall'armadio) Lo ripeto tutti i giorni al signor Dupont.

Blaise                               - Il terzo: quando la consegna è di tacere, non aprire mai bocca!

Signora Dupont               - Tuo padre era un uomo di gran senno.

Blaise                               - Purtroppo, signora, il senno gli venne tal­mente tardi che non seppe approfittarne.

Signora Dupont               - (incomincia a piegare la tovaglia. Blaise l'aiuta) Peccato!

Blaise                               - Ah! È uno strano tipo, papà! A vent'an-ni si è arruolato nell'esercito, ma siccome non era d'accordo sul modo in cui il generale dirigeva le ope­razioni, l'hanno messo in prigione per aver avuto idee superiori a quelle del suo superiore! Appena uscito dalla prigione, l'hanno preso gli spagnoli e si sono messi a interrogarlo sui movimenti delle nostre trup­pe, di cui non sapeva niente, ma di cui pensavano che sapesse qualcosa!

Signora Dupont               - (pensando alla tovaglia) Nello altro senso.

Blaise                               - Siccome, per di più, aveva un tic all'an­golo destro della bocca che gli tirava le labbra di traverso, si sono ficcati in testa che sorridesse per prenderli in giro, e lo hanno messo alla tortura sen­za trascurare niente: stivaletti, cavalletto, tortura dell'acqua, del caldo, del freddo, della sete, e della fame. E siccome per farsi coraggio mormorava ad al­ta voce il nome della sua povera mamma, che si chiamava Marthe: « Marthe! Marthe! » uno spagnolo che non capiva bene il francese pensò che fosse quell'imprecazione che lei avrà immaginato e lo pestò con tanta energia da lasciarlo come morto!

Signora Dupont               - Dio mio!

Blaise                               - Ma non lo era! Ed ebbe l'imprudenza di dirlo! Allora gli hanno passato una baionetta attra­verso il corpo. Ah! È un tipo buffo papà!

Signora Dupont               - (esce da destra. Blaise la segue continuando nel suo racconto; subito dopo rientran­do in scena l'uno dietro all'altra) Oh!

Blaise                               - Aspetti, non ho finito! Appena partono gli spagnoli, certi contadini lo raccolgono, lo cura­no, lo coccolano e lui, appena guarito, si innamora della figlia del padrone di casa.

Signora Dupont               - Dio mio, che orrore!

Blaise                               - Non era una cosa tanto grave, ma un geloso lo denunciò agli austriaci venuti in aiuto agli spagnoli e lui dovette scappare fino alla costa dove gli olandesi, con i quali in quel momento erano in guerra, lo gettarono in un segreta da cui riuscì a scappare soltanto a nuoto!

Signora Dupont               - (cercando di sfuggire a questo in­terminabile racconto) Euh!

Blaise                               - Aspetti, non ho finito! Al largo passava una corvetta inglese venuta in aiuto agli olandesi e l'infelice dovette aspettare la fine della guerra per tor­nare al suo paese, giurando, ma un po' tardi, che non l'avrebbero più ripreso!

Signora Dupont               - (asciugando la tavola) E io che mi lamento delle pazzie del signor Dupont!

Blaise                               - (sedendosi) Aspetti non ho finito. Torna nel suo villaggio, e subito si sposa con mia madre, impara il mestiere del calzolaio e vive in pace mol­ti e molti anni. Purtroppo però, signora, aveva la ma­nia di dire quel che pensava e di dirlo proprio a quel­li a cui non avrebbe mai dovuto dirlo! Cosi, quan­do bastonò l'esattore delle imposte venuto a chiede­re la tassa sul sale a certi poveracci che non erano in grado di pagarla, lo cacciarono in prigione per dieci anni!

Signora Dupont               - (che asciugando la tavola costringe Blaise ad alzarsi per lasciarla passare e a sedersi su­bito dopo) Per dieci anni!

Blaise                               - Ma non c'è morto, benché fosse tutt'altro che un robustone.

Signora Dupqnt               - Ah! Se invece lo fosse stato!

Blaise                               - Ne è tornato tisico, zoppo e orbo, ma vivo che è poi la cosa più importante; purtroppo pe­rò, signora, tre mesi dopo lo hanno mandato alle ga­lere...

Signora Dupont               - Oh! e adesso ha finito, imma­gino?

Blaise                               - Con lui non è mai finita... È un uomo pieno di risorse! Ah! È proprio un tipo buffo, papà! (Entra dal fondo Felicità)

Félicité                             - Salga subito in granaio, signora Dupont e vedrà! Le strade brulicano di gente, la città è in festa!

Signora Dupont               - (felice di sfuggire a quel chiacchie­rone di Blaise) In festa! Dio mio, non è possibile!

Blaise                               - (sempre seduto a tavola) Ah, come è benvoluto il signor Dupont! (La signora Dupont esce dal fondo. Félicité ha visto il manifesto) E la tua padrona è una brava donna!

Félicité                             - (leggendo) Si, è una brava donna...

Blaise                               - E anche il tuo padrone è un brav'uomo!

Félicité                             - Si!

Blaise                               - E il piccolo Pierrot, è proprio un bravo ragazzino!

Félicité                             - Si!...

Blaise                               - E tu, anche tu sei una brava ragazza...

Félicité                             - (con tristezza) Hai letto?

Blaise                               - Che cosa?

Félicité                             - Il manifesto!

Blaise                               - Il manifesto? (Si alza e si avvicina a Fé­licité. Guarda il manifesto) Non so leggere!... (Féli­cité abbassa la testa e piange. Blaise si allontana e torna in primo piano) Non so leggere, ma ho capito! Ci sono abituato! Me ne vado! (Vorrebbe uscire, ma Félicité glielo impedisce)

Félicité                             - Ascoltami cugino, il miglior nascondi­glio per un ladro è sempre la caserma dei gendarmi! E il miglior nascondiglio per un cattolico è sempre la casa di un cattolico! Nessuno sospetterà mai che il signor Dupont, dopo aver firmato quel manifesto, faccia zappare il suo giardino da un giardiniere ugo­notto! Rifletti! Oh, ecco il signore! Fa' come se non fosse successo niente! Svelto!... Svelto... (Lo spinge verso destra. Escono. Entra dal fondo Dupont. Ha il cappello di traverso, ha perso i calzoni e le scarpe, è tutto lacero e malmesso. Porta sulle spalle Lepic. Con loro entra la signora Dupont. Dupont posa Lepic sulla tavola)

Signora Dupont               - Désiré! Signor Lepic!

Dupont                            - (allegro e trafelato) Ah! Amica mia, cosa non succede!

Signora Dupont               -  I pantaloni!

Dupont                            - L'entusiasmo...

Signora Dupont               - La camicia!

Dupont                            - L'entusiasmo!

Signora Dupont               - Il cappello!

Dupont                            - L'entusiasmo!

Signora Dupont               - Félicité! (Félicité appare da si­nistra) Va' a prendere nell'armadio quel che occorre, perché il signor Dupont possa cambiarsi con entu­siasmo!

Félicité                             - Dio mio! (Esce. Dupont si toglie quel poco di pantaloni che gli rimane)

Dupont                            - L'entusiasmo, signora Dupont. Appena uscito per strada, tutta una folla mi si è gettata ad­dosso, mi ha preso sulle spalle, e si sono messi a cor­rere mentre io lassù sobbalzavo come in groppa a un cavallo imbizzarrito! Avevo un bel gridare: "Ami­ci, amici miei"; la mia povera voce sottile si smar­riva in quel frastuono da battaglia!

Signora Dupont               - Le vostre scarpe... che ne avete fatto delle scarpe?

Dupont                            - Eh! Cara mia, quando ho sentito che mi stavano per uscire dai piedi, ho fatto il possi­bile per fermarle, ma ormai erano bell'e andate! Mi hanno portato a passo di carica sino al Municipio, e li ho parlato.

Signora Dupont               - Avete parlato?

Dupont                            - Ho improvvisato.

Signora Dupont               - Avete improvvisato!

Dupont                            - (al proscenio) Signori ho detto... ma era­no talmente scatenati che non mi hanno nemmeno lasciato proseguire. Mi si sono precipitati addosso e mi sono trovato per terra in una confusione di gam­be e di gonne, senza capire quel che mi stava succe­dendo. E poi ho approfittato del fatto che stavano malmenando qualche ugonotto per sgusciare in una strada tranquilla, dove ho incontrato Lepic, senza cappello e con le ghette strappate, appoggiato a una pietra miliare e l'ho portato a casa con me. Ed ecco­ci qua! Che entusiasmo eh Lepic? Che entusiasmo!

Lepic                               - Si! Ma me non mi hanno portato in trion­fo, non mi hanno gridato viva come al signor Du­pont, me, mi hanno soltanto gettato per terra e cal­pestato!

Dupont                            - Credevo che...

Lepic                               - Io non ho firmato il manifesto, io non mi sono fatto avanti, io non ho puntato sul favore popolare per impadronirmi di una carica in barba ai miei colleghi!

Dupont                            - Ma mio caro Lepic!

Lepic                               - Ipocrita!

Dupont                            - Non ho forse rischiato la vita per portarla qui sano e salvo?

Lepic                               - Tartufo! Ma ci penso io a scatenare la gente contro di lei e a far gridare abbasso Dupont, con lo stesso entusiasmo con il quale hanno gridato viva Dupont! Speculatore!

Dupont                            - Speculatore io!

Lepic                               - Ci penserà il signor Fourcroy, mio gene­ro, che è procuratore del re in tribunale! E se ne accorgerà, se ne accorgerà!

Dupont                            - Be'! In fondo non è un delitto specu­lare!

Lepic                               - (con molta calma e con molta freddezza) Forse, mio caro, ma quel che non vi si perdonerà mai è di averci pensato prima di noi, ecco tutto! Ab­basso gli speculatori! Abbasso Dupont! (Esce dal fondo gridando: "abbasso gli speculatori")

Dupont                            - Gli salvo la vita, ed ecco come mi ri­compensa!

Voce di Lepic                  - (tra le quinte) Abbasso gli specu­latori! Abbasso Dupont!

Dupont                            - Che traditore!

Voci                                 - Abbasso Dupont!

Dupont                            - Redigerò un altro proclama!

Signora Dupont               - Ho ben visto quel che ci gua­dagnate!

Dupont                            - Un proclama ancor più abile del primo.

Signora Dupont               -  A forza di abilità, signor Du­pont, finirete per gettarvi in prigione da solo!

Dupont                            - È un'idea che salva la situazione e che chiude la bocca di quell'aborto come il tappo chiude il collo di una bottiglia!... Félicité! (Entra da destra Félicité) Va' a prendermi le scarpe!

Signora Dupont               - Non andarci, Félicité!

Dupont                            - È un ordine, signora Dupont!

Félicité                             - Quelle con le fibbie bianche o quelle con le fibbie dorate?

Dupont                            - Quelle senza fibbie, e preparami anche il vestito nuovo: devo prepararmi a ricevere le trup­pe: del duca di Noailles! (Félicité esce da sinistra)

Signora Dupont               - Mi farete morire, Désiré!

Dupont                            - (scrivendo) Io sottoscritto, Dupont Dési­ré, commerciante in grano e farina, in Rue Haute a Valenciennes (entrano da destra Julien e Catherine) dichiaro...

Julien                               - Che sta succedendo?

Dupont                            - Sst. dichiaro... dichiaro... dichiaro... zitto... mi avete fatto perdere il filo! Dichiaro...

Catherine                         - Mamma?

Signora Dupont               - Ma come? Non avete sentito tutto quel baccano? Dove eravate?

Dupont                            - (continuando a scrivere) Imbroglioni... cercassero di approfittare...

Catherine                         - Eravamo nella serra, signore, stava­mo annaffiando i fiori!

Signora Dupont               - Hai sentito, Désiré!... Erano nella serra... stavano annaffiando i fiori! Quando in città è scoppiata la rivoluzione!

Dupont                            - (scrivendo) Viva il re!

Julien                               - La rivoluzione?

Dupont                            - Evviva la Francia! Silenzio! (Rilegge) Dichiaro di non avere legami di sorta con specula­tori, trafficanti e altri imbroglioni che cercassero di approfittare delle circostanze per danneggiare gli in­teressi del re e dell'intera nazione. Viva la Francia e viva il re!... Cosi mi metto le spalle al sicuro e non rischio più niente!

Julien                               - Bravo, signor Dupont! Lo dia a me, ci penserò io a incollarlo sul muro del Municipio!

Dupont                            - E in un posto dove si veda bene, mi raccomando! Fanne anche stampare qualche esem­plare da diffondere in giro!

Julien                               - Non si preoccupi, signor Dupont! Lo griderò a tutti gli incroci, e tutta la città saprà che lei è l'uomo più onesto del regno!

Dupont                            - Di mezzo regno! Siamo modesti! Di mezzo regno! (Julien esce di corsa dal fondo)

Catherine                         - Julien!

Dupont                            - Tu fila in camera tua... Chiudersi nella serra con il figlio di uno speziale... In camera tua!

Catherine                         - Ma papà!

Dupont                            - Non c'è ma papà che tenga. C'è solo che alla tua età devi obbedire ai tuoi genitori e se tuo padre ti ordina di andare in camera tua, devi andare in camera tua senza replicare!... Ah questa poi! (Catherine esce piangendo da sinistra. Dalle quinte si sente gridare: "Evviva Dupont") Questo proclama, chiudendo la bocca a tutti i miei nemici, mi apre quella del Municipio e degli onori!... Basta gridare: "Viva il re e viva la Francia" perché siano tutti d'accordo. Vado al balcone a ringraziare! (En­tra Feliciti)

Signora Dupont               - Mettetevi prima i pantaloni!

Dupont                            - Vedranno soltanto la parte superiore. Quella in basso non ha importanza!

Signora Dupont               - Non è decente. (Dupont apre la finestra. Urla della folla: Viva Dupont! Viva Dupont! Dupont saluta, mentre la signora Dupont e Félicité cercano di infilargli i pantaloni. Lui tenta di allon­tanarle con un calcio, ma loro insistono. Le allon­tana di nuovo)

Dupont                            - Abbasso gli speculatori!

La folla                            - Abbasso gli speculatori!

Dupont                            - Morte agli ugonotti!

La folla                            - Morte agli ugonotti!

Dupont                            - Viva il re!

La folla                            - Viva il re!

Dupont                            - E per finire: Viva la Francia! Viva la Francia!

La folla                            - Viva la Francia! Viva la Francia! Viva Dupont! Viva Dupont! Dupont! Dupont! Dupont! (Dupont saluta. Gli applausi della folla raddoppiano di intensità. Dupont saluta di nuovo come una ma­rionetta; e poi chiude la finestra. Le urla cessano immediatamente)

Dupont                            - E allora, signora Dupont, insistete an­cora a dire che non sono nato per la politica?

Signora Dupont               - Comunque, infilatevi i panta­loni! (E con la collaborazione di Félicité, riesce a metterglieli)

Dupont                            - Ascoltate bene quel che vi dico, signora Dupont, noi andremo lontano!... Adesso vado un mo­mento giù a farmi vedere dal mio popolo, a lasciar­gli toccare un poco il suo grand'uomo. È una buona tattica!

Félicité                             - Visto che sembrano disposti ad ascol­tarla, signore, dovrebbe fare in modo che non tor­turino troppo quei poveri ugonotti!

Dupont                            - Non compiangerli!... Si esagera sempre! Un po' di tortura non ha mai fatto morire nessuno, e anche se ne morisse uno o due, ciò non impedi­rebbe al mondo di girare, credi a me! Venite ad aiu­tarmi! (Escono tutti e tre da sinistra. Si sente dalle quinte la voce di Pierrot che continua a imparare le declinazioni latine)

Voce di Pierrot                - Templum, templum, templum, tempio, tempio, tempio.

Voce dell'Abate              - Benissimo, Pierrot! (Rientrano dal fondo Coquet e Leminou)

Leminou                          - E secondo lei questo Dupont era un ingenuo! È un furbacchione di prima forza! Ha ma­novrato cosi bene, e ci ha cosi bene imbrogliati che non mi resta che squagliarmela senza aver trattato nemmeno un affare!

Coquet                             - Accomoderemo tutto!

Leminou                          - Se penso a tutto il denaro che perdo per colpa di quell'individuo! Come posso correre il rischio di comprare proprietà ugonotte adesso che è andato a raccontare alla gente che speculare è co­me derubare il re! È la testa che ci va di mezzo!

Coquet                             - Ma no. È solo un equivoco! Accomo­deremo tutto!

Leminou                          - Non c'è più niente da accomodare. Lei è un imbecille. Avrei dovuto agire da solo!... Cento leghe per niente!

Coquet                             - Vado a chiamare Dupont! (Coquet esce, mentre da sinistra entra Pierrot. Urtano uno contro l'altro)

Pierrot                              - Buon giorno, signore. Cerca papà?

 Coquet                            - Si, cerco tuo padre!

Pierrot                              - È di sopra! (Coquet esce. Leminou si siede alla tavola battendo la frusta sugli stivali)

Pierrot                              - (attratto dalla frusta) Me la presti?

Leminou                          - No!

Pierrot                              - Bella giornata, eh?

Leminou                          - Si. (Pierrot esce da destra) Quel Du­pont me la pagherà! Non so ancora come, ma me la pagherà? E caro! (Continua a colpirsi gli stivali con la frusta. Si sente dall'esterno Pierrot che canta l'inno insegnatogli da Blaise)

Voce di Pierrot                - (tra le quinte) Come un cervo quando ha sete delle acque cerca il fresco cosi aspira ai tuoi ruscelli la mia anima, o Signor...

Leminou                          - (con stupore e quasi con gioia) Oh perdinci! Si cantano inni ugonotti in questa casa! Oh perdinci! (Si alza e resta in ascolto. Entra Co­quet)

Coquet                             - Si sta vestendo!

Leminou                          - Ascolti!

Voce di Pierrot                - Come un cervo quando ha sete...

Coquet                             - Ma è un inno ugonotto!

Leminou                          - Vada subito fuori, svelto, prenda il primo testimone che le capita, prete, uomo, donna, o bambino, e lo porti qui. Un testimone, svelto, un testimone, ci occorre un testimone e il suo Dupont ci penso io a mandarlo alle galere. Svelto, svelto... Si sbrighi! (Coquet esce dal fondo. Leminou ascolta tutto soddisfatto)

Voce di Dupont              - (dalle quinte) Ancora un mo­mento, signori! Mi stanno profumando!

Leminou                          - Si profumi pure, non abbia fretta! Ab­biamo tempo, noi! (Torna Coquet con un uomo irsu­to e sporco che indossa una vecchia divisa militare e ha una gamba di legno)

L'uomo                            - (barcollando) Oh! Oh! Oh! Non c'è fret­ta! Non c'è fretta! E allora, che cosa sta succedendo?

Coquet                             - Come? Non canta più?

L'uomo                            - Non mi piace che ci si burli di me! (Sta per uscire dal fondo)

Voce di Pierrot                - Come un cervo quando ha sete delle acque cerca il fresco cosi aspira ai tuoi ruscelli la mia anima, oh Signor.

L'uomo                            - È un inno ugonotto!

Leminou                          - Bisogna segnalare la cosa alla gendar­meria! Subito! È in gioco la sicurezza del re. Sbri­ghiamoci... Sbrighiamoci! (Escono tutti e tre dal fondo. Entra da sinistra Dupont, splendidamente ve­stito, seguito dalla moglie. Si sente gridare: "Viva Dupont!")

Dupont                            - E adesso me ne vado ad assistere al mio trionfo! E checché ne diciate voi, signora Du­pont, penso che fra non molto potrò finalmente ag­giungere al mio nome plebeo la particella che lo renderà nobile! (Si sente dalle quinte gridare: "Viva Dupont! Viva Dupont!") Sono dei bambinoni! Quan­do sì sa come prenderli... gradino per gradino si sa­le alla vetta del potere! E questo vai bene l'impicca­gione di qualche ugonotto, no? (Grida: "Viva Du­pont! Viva Dupont!") Eccomi qua, amici! Eccomi qua! (Le urla raddoppiano d'intensità)

Signora Dupont               -  Siete troppo intelligente! E questo vi condurrà alla rovina!

Dupont                            - È qualcosa di più che intelligenza, ami­ca mia, il senso politico. È il naso!... È il naso quel­lo che conta!... Eccomi, amici... si può immaginare un uomo politico senza braccia, senza gambe, senza morale, senza programma e senza coscienza, ma non senza naso, mamma. È con il naso, mamma, che Cleopatra sedusse Cesare... politicamente! È con il naso che il nostro grande Luigi XIV se lo soffia, poli­ticamente, ed è perché ha un naso enorme che il grande Condé è diventato il primo generale di Fran­cia! Con il naso, mamma... Eccomi... (Esce dal,fondo)

PARTE SECONDA

Stessa scena. Prima che si alzi il sipario, suonano le campane come all'inizio della commedia. Sono in scena Dupont, Berger e l'uomo irsuto visto alla fine della prima parte. Sono tutti e tre intorno alla ta­vola e discutono animatamente.

L'uomo                            - Se dico che era un inno ugonotto, è se­gno che era un inno ugonotto!

Dupont                            - E tu chi sei per parlarmi in questo tono?

L'uomo                            - (battendo un gran colpo sulla tavola) Eugène Trécu, ex-soldato del duca di Noailles, quin­dici anni di servizio, centodieci battaglie, croce az­zurra delle Alpi, nastro verde delle Fiandre, onorifi­cenza di San Luigi, medaglia al valor civile e una gamba fottuta! Ecco chi sono!

Dupont                            - (battendo un gran colpo sulla tavola) Ebbene, io sono Désiré Dupont, bottegaio, proprie­tario, cattolico, candidato alla carica di balio di que­sta città, primo cittadino ad aver issato lo stendardo della crociata contro gli ugonotti e i loro complici! Ecco chi sono! Venire ad accusarmi di cantare inni ugonotti, è come accusare te di aver disertato!

Berger                              - Calma, signor Dupont, calma. Io lo co­nosco questo tipo, è pericoloso!

Dupont                            - A me non fa paura!

Trécu                               - Ho ricevuto una medaglia dal duca di Noailles in persona, accidenti, e chi dubita della mia parola è come se dubitasse di quella del duca!

Dupont                            - Dov'è l'uomo che ti ha fatto entrare qui dentro? Eh? Dov'è?

Trécu                               - (con voce tonante) Lasciami riflettere!... Mi hanno accompagnato tutti e due fino alla porta della gendarmeria!

Dupont                            - Ma erano uno o due?

Trécu                               - In principio soltanto uno, magro! E poi due insieme! Uno magro e uno grosso! Va' alla gen­darmeria mi hanno detto, e fa' il tuo rapporto ; e al­lora io sono andato alla gendarmeria!

Dupont                            - E quanto ti hanno dato?

Trécu                               - (getta la stampella verso la testa di Dupont, ma Berger riesce a intercettarla) Non insultarmi, borghese, è un consiglio!

Berger                              - È un violento, signor Dupont. Se non avessi tenuto conto della sua querela, avrebbe spac­cato tutto! Lei mi capisce!

Trécu                               - La mia stampella! (Berger gli restituisce la stampella) In questo giardino si cantava un inno ugonotto, e quel che è più importante la voce ve­niva da quel ciliegio!

Dupont                            - Da quel ciliegio?

Trécu                               - Da quel ciliegio. E quel che è più im­portante era una voce femminile!

Dupont                            - Femminile!?

Trécu                               - (insistendo) Quando dico che è femmi­nile significa che è femminile!

Dupont                            - L'affare verrà subito chiarito... (Chia­ma) Signora Dupont, Catherine, Félicité... (a Trécu) ci sono tre donne in questa casa, cerca di non sba­gliarti e di riconoscere la voce della colpevole per­ché se ti sbagli ti faccio impiccare.

Trécu                               - (ridacchiando) Per la mia gamba di legno!

Dupont                            - Falsa testimonianza e abuso di fiducia! Sono delitti che si pagano caro! In quanto a quei due mascalzoni, che ti hanno aperto la mia porta, se non finiscono la vita alle galere, è segno che c'è un Dio anche per i ladri!...

Berger                              - Calma, signor Dupont!

Dupont                            - In quanto a lei, tenente, non dimentichi che domani sarò sindaco di questa città e che ho una memoria eccellente!

Berger                              - Io non c'entro! Lei mi capisce! (Entrano la signora Dupont, Catherine e Félicité)

Dupont                            - C'è qui un uomo il quale sostiene che nascondo in casa mia una donna di religione ugo­notta!

Trécu                               - Non ho detto questo, ho solo detto che ho sentito cantare un inno ugonotto. Non fatemi di­re quel che non ho detto!

Dupont                            - Per me è la stessa cosa, e se tu cominci a giocare sulle parole, ti garantisco che non sono uomo da lasciarmi imbrogliare! Ognuna di queste donne canterà davanti a te, e sotto giuramento tu indicherai colei di cui riconosci la voce. Al resto ci penso io.

Berger                              - E se hai presentato falsa testimonianza, guai a te!

Dupont                            - Guai anche a lei, tenente!

Berger                              - Vede, signor Dupont? Lei mi capisce!

Dupont                            - Félicité! Vieni avanti e canta!

Félicité                             - Cosa devo cantare?

Dupont                            - Qualunque cosa, quel che ti pare. L'im­portante è che questa puzzola senta la tua voce...

Trécu                               - Puzzola?

Dupont                            - Per l'odore!

Félicité                             - Lui? È il più porco dei porci che co­nosco. Vien sulla porta della chiesa a tender la ma­no alla fine delle funzioni e il resto del tempo lo pas­sa a tracannar vino!

Trécu                               - Mi piace bere, d'accordo, ma come dice il duca di Noailles, l'amore per il vino non ha mai impedito di sparare un colpo di cannone!

Dupont                            - Eppure, per la polizia di Valenciennes, è un testimone attendibile contro di me. Canta, Fé­licité, voglio sentire la tua voce!

Félicité                             - E se io non voglio che lui la senta?

Berger                              - Non lo faccia arrabbiare, signorina Fé­licité, se no Dio sa dove andremo a finire!

Félicité                             - T'avverto che stono!

Trécu                               - Stoni?

Félicité                             - Come nemmeno t'immagini! Alla co­rale, il prete mi dice sempre: "muovi le labbra, Fé­licité, ma in silenzio..."

Trécu                               - Inutile continuare. È lei. Stamattina era sul ciliegio!

Félicité                             - Sul ciliegio?

Trécu                               - Si, sul ciliegio, a cavalcioni. E cantavi.

Félicité                             - Ero sul ciliegio a cavalcioni e cantavo?

Trécu                               - E cantavi!

Félicité                             - E cantavo?

Trécu                               - E cantavi.

Félicité                             - Oh questa poi! Sbronzo dalla mattina alla sera e poi viene ad accusare una ragazza onesta di stare sul ciliegio e a cavalcioni! (Canta improvvi­sando) I dragoni magari staranno a cavalcioni ma questo non impedisce che siano dei minchioni! Rataplan, rataplan pian pian pian... Sei contento?

Trécu                               - (riflettendo) Non è lei! Era più sottile!

Félicité                             - Più sottile... più sottile... più sottile sa­rai tu!

Dupont                            - A te, Catherine!

Berger                              - Inutile, signor Dupont. Tutti conoscono la signorina Catherine!

Dupont                            - Andremo fino in fondo, tenente!

Catherine                         - Le piace l'opera?

Berger                              - Non faccia dell'umorismo, signorina. I poliziotti possono magari capirlo, ma i militari lo scambiano sempre per un insulto! Non faccia dell'umorismo!

Catherine                         - Le canterò una romanza di Benserade su musica di Lulli.

Trécu                               - E sentiamo questo Benserade.

Catherine                         - (canta)  Come il mio cuore sospira Aci quando vi vedo perché non osate dire che voi non amate che me perché non osate dire che voi non amate che me?

Tenente                            - (applaudendo) Magnifico, signorina!... (A Trécu) E allora?

Trécu                               - Allora, allora... Non capisco più niente...

Berger                              - In altre parole, non riconosci nemmeno questa voce?

Dupont                            - (alla moglie che cerca di andarsene) Mamma! Canta, mamma!

Signora Dupont               - E che cosa devo cantare, Désiré?

Dupont                            - Quello che vuoi... non siamo all'opera qui!

Signora Dupont               - (con voce da capra) Fa' la nanna bel bambino fa' la nanna nel lettino nel lettino della mamma, fa' la nanna, fa' la nanna! (Si interrompe)

Dupont                            - Mamma!

Signora Dupont               - (riprendendo a cantare)  Fra Martino campanaro, fra Martino campanaro dormi tu? Dormi tu? Suonano le campane, din don dan... (S'interrompe e si avvicina a Catherine)

Berger                              - Basta! Finiamola con questa commedia! (A Trécu) Ho ceduto alle tue minacce, ma adesso me ne pento... È, evidente che questa onorata famiglia è al di sopra di ogni sospetto.

Dupont                            - Quanti boccali di vino avevi bevuto pri­ma dì entrare qui? (In questo preciso momento si sente cantare Pierrot che si trova nella stanza accanto)

Voce di Pierrot                - Come un cervo quando ha sete delle acque cerca il frescor cosi aspira ai tuoi ruscelli la mia anima o Signor...

Trécu                               - Ecco la voce, la riconosco. E canta esatta­mente la stessa cosa che cantava stamattina sul ci­liegio!

Félicité                             - Dio mio! (Esce di corsa da destra)

Voce di Pierrot                - Come un cervo quando ha sete... (Tutti ascoltano immobili. Entra da destra Pierrot continuando a cantare. Si ferma)

Pierrot                              - Bella canzone, eh? (Tutti lo guardano co­sternati)

Trécu                               - E allora? Mi ero sognato tutto, eh? Ero ubriaco, eh?

Dupont                            - Chi ti ha insegnato questa canzone, scia­gurato ragazzo?

Pierrot                              - Blaise, papà!

Dupont                            - Blaise?... Andate subito a chiamarlo e portatemelo qui, vivo o morto! (Pierrot è andato a ri­fugiarsi dalla sorella)

Trécu                               - C'è un giovanotto che sta scappando in giardino!

Dupont                            - È lui!

Trécu                               - (a Berger) Sparagli adosso... sparagli ados-so! (Berger trae di tasca la pistola ed esce dal fondo seguito da Trécu)

Dupont                            - Alle galere, alle galere, lo mandino alle galere... È un complotto dei miei nemici, ma non san­no ancora chi sono; li manderò tutti alla tortura, a tambur battente, e confesseranno la verità, parola di Dupont! E creperanno tutti! Creperanno tutti!

Signora Dupont               - Mi farai morire, Désiré!

Catherine                         - Mamma! (Rumore di spari. Félicité torna in scena piangendo)

Signora Dupont               - Dio mio!

Dupont                            - Be', se l'hanno ammazzato tanto meglio. (Entrano Blaise, Trécu e Berger. Arrivano dal fondo. Berger spinge Blaise che cade al proscenio)

Berger                              - Va' a prendere il tuo certificato di batte­simo!

Blaise                               - (a terra) Non sono cattolico. Sono ugo­notto.

Dupont                            - Come? Che cosa hai detto? Ho sentito bene? Ugonotto!

Blaise                               - Si! Sono ugonotto!

Dupont                            - Ugonotto!

Blaise                               - Si, signor Dupont, ugonotto!

Dupont                            - E se ne vanta! È il colmo!

Berger                              - Portiamolo alla gendarmeria. Un ugo­notto che vuol fuggire è doppiamente sospetto!

Trécu                               - (fermandolo con la gruccia) Un secon­do, poliziotto. Ci sono due tipi di ugonotti, come di­rebbe il duca di Noailles, gli ugonotti che accettano di abiurare e gli ugonotti che non accettano. Per quelli che non accettano non ci sono problemi, alle galere... ma quelli che accettano di firmare l'abiura, come direbbe il duca di Noailles, è proibito toccarli. Hanno piegato il ginocchio davanti al re, e quando uno piega il ginocchio davanti al re, può continuare a camminare; in ginocchio, ma può continuare a camminare. Non hai più il diritto di torturarli, né di picchiarli, né di sparargli addosso. Hanno gli stessi diritti che hai tu. Come direbbe il duca di Noailles,... bisogna rispettare l'uomo quando ha firmato. Siedi­ti ragazzo mio... (Blaise si siede sullo sgabello)

Dupont                            - Allora, firmi e vada a farsi impiccare altrove!

Berger                              - Firmi, dunque?

Trécu                               - Supponendo che tu avessi intenzione di rispettare la legge, devi prima chiedergli cortesemen­te se vuol firmare. Se ti dice no, allora tocca a te decidere quale sia il mezzo migliore per fargli dire si. Ma non prima! Prima bisogna chiederglielo cor­tesemente!

Berger                              - (torcendo il braccio di Blaise) Allora la firmi o no questa abiura?

Trécu                               - Cortesemente!

Berger                              - (gentilmente) Allora la firmi questa abiura?

Blaise                               - No.

Berger                              - No?

Blaise                               - No!

Berger                              - (a Trécu) Ha detto di no!

Trécu                               - (allontanando il poliziotto) E cosa ci gua­dagni a non firmare? Non sei un ricco tu, sei un po­vero diavolo come noi; perché non vuoi firmare?

Blaise                               - Perché no!

Berger                              - Bene. Allora vieni con noi!

Trécu                               - Un attimo, poliziotto. La legge esige che tu gli presenti l'abiura scritta nero su bianco, che lui la legga e che tu gli dica tutti i rischi che corre non firmando. Solo in quel momento avrai diritto di fare come ti pare, non prima.

Dupont                            - Che bisogno c'è di tutti questi scrupoli!

Trécu                               - Nell'esercito si rispetta la legge, beccac­cione, e se tu non la rispetti, c'è sempre il duca di Noailles per richiamarti all'ordine.

Dupont                            - Il duca di Noailles non è ancora arri­vato in questa città.

Trécu                               - Per me è come se ci fosse già!

Dupont                            - Si redìga un atto di abiura, e se non vuol firmare, portatelo alla gendarmeria e non par­liamone più.

Trécu                               - Sai scrivere?

Blaise                               - No.

Trécu                               - Allora scrivi tu per lui, beccaccione!

Signora Dupont               - Ma perché, papà, ti chiama sem­pre beccaccione?

Dupont                            - Per niente, mamma. È un'espressione militare. (Dupont si siede a tavola e Trécu detta)

Trécu                               - Io sottoscritto...

Blaise                               - Thomas Blaise.

Trécu                               - Nato il...

Blaise                               - 27 ottobre 1665.

Trécu                               - A...

Blaise                               - Toutourac.

Trécu                               - Provìncia?

Blaise                               - (come se fosse ovvio) Guienna!

Trécu                               - Dichiaro dì aderire lìberamente alla reli­gione cattolica. Sottolineare liberamente. Due volte. E la regola. Cosi. Valenciennes 21 maggio 1695. E adesso a te, firma...

Blaise                               - (respingendo la penna offertagli da Du­pont) No!

Berger                              - E allora andiamo!

Trécu                               - Un secondo, poliziotto. Devi prima dirgli, sempre cortesemente, che rischi corre non firmando.

Blaise                               - Inutile. Lo so!

Trécu                               - Bisogna lo stesso che te lo dica. Quando arriverà il duca di Noailles, non sarebbe contento se un suo ex soldato non avesse fatto le cose in rego­la! Rischi prima di tutto che ti chiedano di firmare meno cortesemente, e poi che te lo chiedano ancor meno cortesemente, e poi che te lo chiedano niente affatto cortesemente.

Blaise                               - Lo so. Non è la prima volta!

Trécu                               - E non hai firmato?

Blaise                               - Non ho firmato!

Trécu                               - Sei arrivato sino agli stivaletti?

Blaise                               - Si!

Trécu                               - E non hai firmato?

Blaise                               - No.

Trécu                               - Ed erano soldati del duca di Noailles a darsi da fare con te?

Blaise                               - Si!

Trécu                               - Fammi vedere le gambe!... Non ha men­tito, gli hanno messo gli stivaletti. C'è ancora il se­gno delle cicatrici!

Berger                              - E ti hanno lasciato scappare?

Blaise                               - Ho fatto a meno del loro permesso!

Berger                              - Benissimo! Ora tutto è chiaro.

Dupont                            - Ha tagliato la corda ed è venuto a rifu­giarsi a Valenciennes, sapendo di trovarvi una cugi­na, che a mia insaputa l'ha introdotto in questa casa.

Trécu                               - Sapeva che eri ugonotto?

Blaise                               - No, non lo sapeva!

Trécu                               - Davvero? Che strana famiglia!

Blaise                               - Siamo fatti cosi!

Trécu                               - Ah si? Ebbene, io non ti credo. Lo sape­va lei e lo sapeva anche il borghese. Avanti, passa avanti!

Dupont                            - Lei forse lo sapeva, ma io lo ignoravo...

Trécu                               - Lo si saprà all'inchiesta... Alla gendar­meria!

Berger                              - (spingendo brutalmente Blaise) Alla gen­darmeria!

Trécu                               - (con voce stentorea) Cortesemente! (Esco­no tutti e tre dal fondo)

Félicité                             - Io lo sapevo che era ugonotto, signori.

Dupont                            - E l'hai lasciato entrare a casa mia!

Félicité                             - Mi ha fatto pena! Ugonotto o cattolico, quando un uomo ha sete o ha fame, il suo stomaco gorgoglia nella stessa maniera, no?

Dupont                            - Gorgoglia! Gorgoglia! Non c'è solo lo stomaco in un uomo!

Félicité                             - È, mio cugino, in fondo, e se il vangelo dice la verità, ebrei, ugonotti e cattolici, usciamo tut­ti dal ventre della stessa madre, no? E dallo stesso padre, visto che ce n'era soltanto uno a quei tempi!

Dupont                            - Ah, è una bella fortuna per noi che io sia un uomo importante e che abbia amici altolocati, se no, Dio mio, dove andremmo a finire? Dove an­dremmo a finire? Vado subito al Municipio. (Esce dal fondo)

Pierrot                              - A me è simpatico tuo cugino!

Signora Dupont               - Tu pensa a imparare le lezioni. Sei ancora troppo giovane per queste cose! (Esce da sinistra portandosi appresso Pierrot)

Félicité                             - Ah! Signorina!

Catherine                         - Su, su...

Félicité                             - È colpa mia anche. Non potevo preve­dere che il signore andasse a metter zizzania fra la gente!

Catherine                         - Ma come fa tuo cugino a essere ugo­notto?

Félicité                             - Ah signorina, è tutto un dramma! Sua madre, la sorella di mio padre, era una buona catto­lica come tutti i membri della mia famiglia, ma ecco che si piglia una cotta per un ugonotto, ed ecco che tutta la famiglia si mette in scompiglio, ma lei non dà retta a nessuno, e quel che è più importante, sposa anche la religione del marito. Ecco com'è che mio cugino è ugonotto!

Catherine                         - E tu, buona cattolica, lo frequentavi?

Félicité                             - Mio padre aveva finito col perdonarle, e ci vedevamo ogni tanto ai battesimi, ai matrimoni e ai funerali, nelle occasioni liete, insomma, ed è cosi che ho conosciuto mio cugino!

Catherine                         - Chissà come lo ridurranno male!

Félicité                             - Non lo dica, signorina, non lo dica!... Se i soldati non lo lasciano andare, io muoio!... Ma prima di morire ne ammazzerò almeno una dozzina! L'ho giurato! (Esce da destra asciugandosi gli oc­chi con un fazzoletto. Entra dal fondo Cornabert con un enorme mazzo di fiori che gli nasconde il viso e un pacchettino legato con un nastrino di 'seta rosa)

Catherine                         - Oh, signor de Cornabert, signor de Cornabert, abbiamo grossi fastidi!

Cornabert                        - Tanto meglio, piccola mia, tanto me­glio, raccontatemi tutto e poi vi consoleremo!... Ec­co qualche fiore e un regalino per voi!

Catherine                         - Lei è troppo gentile!

Cornabert                        - Sono un uomo che vi ama. Per non veder piangere quegli occhi, sono pronto alle più grandi pazzie!

Catherine                         - Per dire la verità, non sono io nei pasticci, ma la povera Félicité; comunque vederla cosi triste, rende triste anche me!

Cornabert                        - Che cuore generoso!

Catherine                         - Félicité ha un cugino.

Cornabert                        - E voi un abito molto grazioso!

Catherine                         - E lei conosce tanta gente! Papà mi ha detto che ha persino avvicinato il re!

Cornabert                        - Non vi ha mentito. Ma vorreste dar­mi un bacetto?

Catherine                         - È che la faccenda del cugino di Féli­cité è molto più urgente!

Cornabert                        - Affascinante Catherine, sono pronto a fare quello che volete per il cugino di Félicité, ma prima fate di me il più felice degli uomini accet­tando di diventare mia moglie.

Catherine                         - Signore, sono molto lusingata, ma non le paio un po' troppo giovane?

Cornabert                        - Ma, piccola mia, sono giovane anch'io! Ho solo sessantacinque anni, e sessantacinque anni per un uomo in buona salute, non è poi un'età tan­to superiore alla vostra!... Del resto vado a cavallo, canto e ballo con la leggerezza di un ragazzo di ven­ti, credetemi, e sono presidente del circolo della Pal-lacorda!

Catherine                         - Non ne dubito, signore, ma io ho solo diciott'anni e se a lei sembra che la sua età non sia tanto lontana dalla mia, a me la mia pare tanto lon­tana dalla sua!

Cornabert                        - Incantevole! Incantevole! Ma, ragaz­za mia, la vostra giovinezza troverà appunto nella mia maturità quel che le manca, il senno, il sapere, l'esperienza, e non vedrà cosi la sua bellezza appan­nata dalle preoccupazioni che la mia saggezza saprà evitarle.

Catherine                         - Ha indubbiamente ragione e io sono certo una sciocca a non risponderle di si, ma credo che una donna più anziana di me, le darebbe mag­giori soddisfazioni. Signore! Il cugino di Félicité...

Cornabert                        - Disingannatevi! Ne ho conosciute tante di vecchie! L'età non conferisce sempre a una donna fascino e serietà, e sono proprio queste le due qualità che apprezzo di più in voi, incantevole Catherine! Il fascino e la serietà!

Catherine                         - Il cugino di Félicité...

Cornabert                        - (si siede e prende la mano di Catherine) Vi hanno detto che avete la mano più graziosa del mondo?

Catherine                         - Il cugino di Félicité...

Cornabert                        - (attira Catherine sulle ginocchia) Qualunque cosa vogliate per lui, bambina mia, sarà fatta! Un salvacondotto per entrare nell'esercito? Una raccomandazione per diventare cuoco di chi pre­ferisce? È un cuoco?

Catherine                         - No, signore, un giardiniere!

Cornabert                        - Giardiniere? Meraviglioso, lo assumo al mio servizio.

Catherine                         - Non si tratta di questo, signore!

Cornabert                        - Preferisce forse una raccomandazione per qualche amico di Versailles? Ha forse l'ambizio­ne di entrare al servizio del re? Posso far tutto per lui, bambina mia. Sono potente. A Palazzo Reale, quando il re si mette la camicia, sono uno dei pochi che lo veda nudo!

Catherine                         - Il cugino...

Cornabert                        - Nudo!

Catherine                         - Il cugino...

Cornabert                        - Nudo! £ un grande privilegio!

Catherine                         - Il cugino di Félicité non ha questa ambizione!

Cornabert                        - (palpandole le cosce) Sistemiamo su­bito questa faccenda del cugino che vi sta tanto a cuore! Vi hanno detto che avete le più graziose orec­chie del mondo? Vere e proprie conchiglie!

Catherine                         - Il cugino di Félicité, dunque...

Cornabert                        - Vi hanno detto che avete la vita più sottile del mondo? Una vespa... un'autentica vespa...

Catherine                         - Be', le cose stanno cosi!... Lo hanno portato alla gendarmeria!

Cornabert                        - E le vostre labbra, Catherine... le vo­stre labbra... due rosee farfalle... Vanno, vengono, si lasciano, si toccano, si posano...

Catherine                         - Il cugino di Félicité!

Cornabert                        - Pfft, ecco che volano via!

Catherine                         - Il cugino di Félicité...

Cornabert                        - (palpandole il petto) Avete degli oc­chi, Catherine, degli occhi... e quel che è straordina­rio è che quello di destra è ancor più bello di quello di sinistra!... Peccato che non ne abbiate tre!

Catherine                         - È ugonotto, signore!

Cornabert                        - Ugonotto?

Catherine                         - Si, signore, ugonotto.

Cornabert                        - Il vostro occhio?

Catherine                         - Il cugino di Félicité, signore!

Cornabert                        - (improvvisamente raggelato) Ugonot­to! Oh là là! Non è cosa da poco! (Catherine lascia le ginocchia di Cornabert che non fa niente per trat­tenerla)

Catherine                         - Se si fosse trattato di una cosa da poco, non l'avrei certo disturbata!

Cornabert                        - (alzandosi) Ma come fa Félicité ad avere un cugino ugonotto?

Catherine                         - È molto semplice, signore, suo padre aveva una sorella e questa sorella si è innamorata e sventuratamente...

Cornabert                        - Eh, lasciate stare il cugino, il padre e la sorella di una famiglia che non è la vostra!

Catherine                         - Il fatto è che ho anche un po' paura per mio padre, signore!

Cornabert                        - Cosa c'entra vostro padre? Non è mi­ca parente del cugino di Félicité?

Catherine                         - Parente o no, ha commesso l'impru­denza di assumerlo come giardiniere senza informar­si della sua religione!

Cornabert                        - (come se fosse stato morso da un ser­pente) Senza informarsi della sua religione?

Catherine                         - Si, signore!

Cornabert                        - Ma è una colpa imperdonabile!

Catherine                         - Comunque, eccolo qua, signore; sa­prà dirle meglio di me come è potuto accadere. (Lo saluta ed esce rapidamente da sinistra. Entra dal fondo Dupont)

Dupont                            - Ah! Signor De Cornabert, che piacere rivederla. Finalmente un amico, un vero amico! So­no vittima di una congiura, mio caro! Di una calun­nia, che si propaga di bocca in bocca, strombettata dai miei nemici e sussurrata persino da quelli che credevo amici.

Cornabert                        - (cercando di riprendere il regalino por­tato per Catherine) No.

Dupont                            - Ma perché possa meglio capirmi, le rac­conterò tutto minutamente. Mi accusano di aver na­scosto un ugonotto. Io.

Cornabert                        - (come sopra) Il fatto è che non ho molto tempo!

Dupont                            - Mi bastano tre minuti.

Cornabert                        - E perché non va a trovare Fourcade, il procuratore del re e non sporge querela per ca­lunnia?

Dupont                            - Ci sono andato, e non c'era! È fuori città!

Cornabert                        - Lui? Fuori città? Ma se l'ho visto tre minuti fa. Potrebbe darle un eccellente consiglio l'avvocato Leperdit!

Dupont                            - È a letto e non risponde a nessuno.

Cornabert                        - Lui? Ma se l'ho visto a cavallo pro­prio stamattina! E Verone, il presidente del tribuna­le che è tanto amico suo?

Dupont                            - Aveva affari da sbrigare e non aveva tempo!

Cornabert                        - (ha rimesso il pacchettino dentro la ma­nica) Eh, caro mio, è una situazione molto spia­cevole!

Dupont                            - Mi difenda lei, amico mio, non avrò più bisogno di loro.

Cornabert                        - Non sono tanto potente!

Dupont                            - Bando alla modestia.

Cornabert                        - Non è che si conoscano tutte le per­sone che si salutano.

Dupont                            - Ma lei non è ricevuto dappertutto?

Cornabert                        - Cosi, di passaggio, senza darci trop­po peso, buongiorno, buongiorno, come sta? E un ba­ciamano alle signore, ma non c'è niente di più a dire il vero!

Dupont                            - Lei mi sta prendendo in giro!

Cornabert                        - Ma che bisogno aveva di occuparsi di quell'ugonotto?

Dupont                            - Ma non me ne sono occupato!

Cornabert                        - Se persino sua figlia mi ha detto che era il suo giardiniere!

Dupont                            - Ma non sapevo che fosse ugonotto!

Cornabert                        - Faccia in modo che abiuri! Lo ha det­to il re. Non offrire a un ugonotto un lavoro prima che egli abbia abiurato!

Dupont                            - Non grida nemmeno sotto la tortura! Arrivo adesso dalla gendarmeria. Non si è mai vista una cosa simile! È, un eroe!

Cornabert                        - Non dare asilo a un ugonotto prima di aver ottenuto che egli rinunci alla sua religione!

Dupont                            - Ma lo so benissimo!

Cornabert                        - E se lo sapeva perché non ne ha te­nuto conto?

Dupont                            - Ma ancora una volta, ignoravo che fosse ugonotto!

Cornabert                        - Non è una giustificazione!

Dupont                            - Ho agito in buona fede!

Cornabert                        - Non basta!

Dupont                            - Ma dico la verità.

Cornabert                        - La verità è una cosa e la giustizia è un'altra. Sarebbe troppo facile se la giustizia doves­se accontentarsi della verità! (Bussano alla porta di fondo)

Dupont                            - Avanti. (Entra un usciere, sporco, ma­laticcio e estremamente miope)

Usciere                            - Devo consegnarle questo foglio, signor Dupont, da parte del signor De Fourcroy, giudice istruttore della terza sezione criminale di Valencien­nes. I miei omaggi, signore! (Esce dal fondo)

Cornabert                        - Brutte notizie?

Dupont                            - Un mandato di comparizione.

Cornabert                        - Faccia un po' vedere... Oh! Oh! Non si mettono tanto bene le cose!

Dupont                            - Mi accompagni lei, la prego. Il presiden­te è amico suo e...

Cornabert                        - Lui? Abbiamo litigato a morte!

Dupont                            - Ma se ancora ieri mi ha parlato di que­sta amicizia?

Cornabert                        - Ieri mattina eravamo, è vero, in otti­mi rapporti, ma una discussione furibonda ci ha vi­sti schierati l'uno contro l'altro e da ieri sera tra noi è finito tutto. E non sarò certo io, come lei potrà facilmente immaginare, a fare il primo passo.

Dupont                            - (abbracciando Cornabert) Mi salvi, ge­nero mio!

Cornabert                        - (divincolandosi) A proposito, mio ca­ro, credo che abbia ragione sua figlia, c'è troppa dif­ferenza di età fra noi.

Dupont                            - Ma mia figlia non sa quello che dice! Lei sta che è un incanto. E dimostra vent'anni!

Cornabert                        - In apparenza, in apparenza, ma a di­re la verità, ho la gotta, porto gli occhiali e sono sordo da un orecchio... E ho un difetto di pronuncia.

Dupont                            - Non si sente...

Cornabert                        - E la memoria, mio caro... la memo­ria... Mi capita di incontrare degli amici per strada e di non riconoscerli nemmeno... Ah, Dio mio, ho un impegno urgente di cui mi ero dimenticato! Cosa le dicevo?... Devo congedarmi!... Naturalmente, mi tenga al corrente e conti su di me! Conti su di me... (Esce di corsa dal fondo e poi torna a riprendere il mazzo di fiori rimasto sul tavolo. Esce)

Dupont                            - Quel vecchio tanghero! (Entra da destra Félicité) Se mi mandano alle galere, sarai tu respon­sabile!

Félicité                             - Nessuno oserebbe mandarcela, signore!

Dupont                            - Ah si, leggi qui! Il signor De Fourcroy mi chiede di passare nel suo ufficio!

Félicité                             - Dio mio!

Dupont                            - Tu tradirmi! Tra poco son più di dieci anni che sei con noi, e ti ho sempre considerata una della famiglia! Deve abiurare!

Félicité                             - Io sarei d'accordo, signor Dupont! È lui che non vuole!

Dupont                            - Capisci bene che se De Fourcroy che è il genero di Lepic, mi manda a chiamare, non è per chiedermi come sto, ma per interrogarmi su questa faccenda; e siccome quei due non mi possono vede­re, immagini anche tu che sapranno servirsi della legge per strangolarmi nel modo più rapido! No! Deve abiurare. È la sola soluzione, se non vuoi che io vada a remare sugli oceani, ti supplico in ginoc­chio. Félicité, fa' quel che puoi per convincerlo!

Félicité                             - Farò quel che potrò, signore, ma su questo punto è più testardo di un ministro delle finanze!

Dupont                            - Se riesci, ti regalo metà di quel che pos­seggo!

Félicité                             - Oh, signore!

Dupont                            - Be', buona parte della metà!

Félicité                             - Signore!

Dupont                            - Be', quanto ti basterà per comprarti qualche cosetta!

Félicité                             - Giuro che farò quel che mi sarà possi­bile per toglierla da questa situazione! Anche se non mi regalasse niente, signore! (Entra da sinistra la signora Dupont seguita da Catherine)

Dupont                            - Hai ragione, è molto meglio cosi! Corri alla gendarmeria senza perder tempo e convincilo a firmare.

Félicité                             - Vado subito, signore!

Dupont                            - Sii eloquente! (Félicité esce dal fondo. Mentre Dupont fa leggere il biglietto alla moglie e a Catherine, entra dal fondo Julien)

Catherine                         - Papà è stato convocato dal giudice istruttore!

Julien                               - (in tono molto enfatico e stringendo fra le braccia Catherine) Qualunque cosa accada, signor Dupont, non abbandonerò mai Catherine!

Dupont                            - Sono cose che si dicono quando tutto va bene! Ma quando tutto va male!...

Julien                               - Eccola condannato. Le sequestrano la casa, la mandano in rovina, la spogliano di tutto. Oh ingiustizia! Ma non si lamenti troppo, perder de­naro non è sciagura mortale. E io vigilo sulla sua famiglia!

Dupont                            - Va bene, va bene...

Julien                               - La mandano alle galere ed eccola coper­to di catene! Orribile sorte! Ma si consoli, signor Dupont, e che il remo le sia leggero... Io vigilo sulla sua famiglia!

Dupont                            - Grazie!

Julien                               - La trascinano in piazza di Grève, la le­gano a un cavalletto e le spezzano le ossa a una a una, trac, trac! Orribile rumore! Ma si consoli, si­gnor Dupont e non maledica il cielo. Io vigilo sulla sua famiglia!

Dupont                            - Questo tipo mi sta facendo venire i nervi!

Julien                               - La signora Dupont, sapendola sotto la tortura...

Dupont                            - Adesso ce l'ha con te, mamma!

Julien                               - La signora Dupont si dispera, ha venduto tutto per vivere e non ha più neppure da mangiare! È costretta, l'infelice, a offrirsi ai militari. Oh infa­mia! Ma si consoli, signor Dupont, non gridi all'in­giustizia. Io vigilo sulla sua famiglia!

Dupont                            - Smetti di vigilare. Dormi... se no spacco tutto!

Julien                               - È possibile, signor Dupont, che le mie parole siano andate un po' di là di quello che penso, ma il sentimento che le anima... (Dupont prende un piatto e lo spacca)

Catherine                         - Papà!

Signora Dupont               - (distrutta) Désiré! La porcel­lana!

Dupont                            - Se non tace ne spacco un altro! (Entra­no dal fondo Blaise e Trécu. Blaise ha un occhio am­maccato e sembra molto malconcio. Cammina con difficoltà sorretto da Félicité. Si siede a tavola)

Trécu                               - Ve lo riporto.

Dupont                            - E libero?

Trécu                               - No, ma siccome la prigione non era pre­vista per un cosi gran numero di detenuti e siccome i boia non sono sufficientemente numerosi, l'ordine è di riportare gli imputati al loro domicilio!

Julien                               - Sono stanchi i boia?

Trécu                               - Ne hanno tutto il diritto e si può ben capirli! Se anche lei avesse lavorato per otto ore in quel modo, sarebbe nello stesso stato!

Julien                               - E gli altri come stanno?

Trécu                               - Niente affatto bene! E anche questo si capisce! Tu, stattene tranquillo, e non cercare di scappare! Ti tengo d'occhio, e la casa è sorvegliata. (Esce dal fondo)

Dupont                            - (a Blaise) Ti hanno messo gli stivaletti?

Blaise                               - Mai la prima volta. La tortura è come l'amore! C'è la dichiarazione, le moine e il matri­monio! Alla dichiarazione ti pestano un poco, alle moine te ne danno un po' di più e al matrimonio tutti strillano mamma!

Félicité                             - Ma anche cosi ti hanno ammaccato un occhio! E le orecchie... e il braccio che ti hanno stortato...

Blaise                               - Sono dei dilettanti! Non sanno nemme­no picchiare nei punti buoni!

Dupont                            - Hai firmato?

Blaise                               - Non è ancora nato quello che mi farà fir­mare!

Catherine                         - È terribile!

Julien                               - Vieni, Catherine! (Esce da destra con Catherine)

Félicité                             - Vado a prepararti degli impacchi!

Blaise                               - Non darti troppa pena!... Tra un'ora ri­cominceranno, li conosco...

Félicité                             - Con un po' di camomilla e di olean­dro, ti sarà meno gravoso! (Esce da destra)

Dupont                            - Si, certo tutto questo è molto bello, ma avrei preferito che ti avessero sottoposto alla tor­tura degli stivaletti e ti avessero fatto firmare!

Blaise                               - Quando avranno sottoposto a tortura an­che lei, cesserà di parlare in questo modo!

Dupont                            - Naturalmente mi sarei commosso sulla tua sorte, sono un essere umano in fondo, ma tu al­meno avresti firmato e io mi sarei tratto d'impaccio!

Blaise                               - Quando uno è passato per le mani dei dragoni del duca di Noailles senza firmare, gli altri non hanno la minima possibilità!

Dupont                            - Mi sembra che consideri queste cose troppo alla leggera, come se non ti rendessi conto di quanto sia tragica la situazione!

Blaise                               - Ho un occhio che se ne rende conto e l'altro che non se ne rende conto, dipende da quale buco guardo le cose!

Dupont                            - Ah si? Be', io ho un bel guardarle dal buco destro o dal buco sinistro, vedo sempre lo stes­so quadro... e non è per niente roseo! È nero... ne­ro... molto nero!

Blaise                               - Come il mio occhio, insomma!

Signora

Dupont                            - Désiré, vado alla cattedrale ad accendere un cero a San Giuseppe perché illumini Blaise e lo convinca ad abiurare.

Dupont                            - Ottima idea, mamma. Anzi accendine due, qualunque cosa costi!

Signora Dupont               - Ne accenderò sei!

Dupont                            - No, due! È l'intenzione quella che con­ta! (La signora Dupont esce dal fondo) Sai che la tua testardaggine può portarmi alla tortura?

Blaise                               - E perché? Cosa c'entra lei in questa storia?

Dupont                            - Ah si? Be' il presidente del tribunale mi ha mandato a chiamare!

Blaise                               - Eppure gli ho giurato che lei non mi sapeva ugonotto.

Dupont                            - E che cosa ti hanno risposto?

Blaise                               - Che non ci credevano!

Dupont                            - (andando a sedersi accanto a Blaise) Vedi dunque! Ma perché non vuoi abiurare?

Blaise                               - L'ho giurato a me stesso!

Dupont                            - E invece firmerai!

Blaise                               - No, signore!

Dupont                            - Si, signore!

Blaise                               - No, signore!

Dupont                            - Carogna!

Blaise                               - Non lo siamo un poco tutti, signore?

Dupont                            - Ugonotto, sporco ugonotto! (Blaise gli volge le spalle) E adesso che cosa ti ho detto?... Co­sa ti ho detto?

Blaise                               - Mi ha insultato in quel che ho di più caro al mondo, signore!

Dupont                            - Ma la mia tranquillità esige che tu firmi!

Blaise                               - Sarà, ma la mia coscienza esige che io non firmi! Devo farle una confessione, signore!

Dupont                            - Hai deciso di firmare?

Blaise                               - Non sono mai stato un giardiniere, si­gnore!

Dupont                            - Per quel che m'importa!

Blaise                               - I legumi avrebbero potuto soffrirne, si­gnore!

Dupont                            - Eh! All'inferno i legumi! È la mia testa che è in gioco.

Blaise                               - Sono un calzolaio!

Dupont                            - La mia testa, ripeto! Non i miei piedi!

Blaise                               - A dire la verità, sono pronto a firmare, signore! Ma a una condizione...

Dupont                            - Qualunque essa sia, l'accetto. Quanto vuoi?

Blaise                               - Non si tratta di denaro, signore!

Dupont                            - Se non si tratta di denaro, di che cosa si tratta?

Blaise                               - Mi rilegga quel foglio!

Dupont                            - (prendendo la formula che ha redatto per Blaise che era rimasta sulla tavola) Io sottoscrit­to, Thomas Blaise, nato il 27 ottobre 1665 a Toutourac, Guienna, dichiaro di aderire liberamente al­la religione cattolica. Valenciennes 21 maggio 1695.

Blaise                               - (indicando il foglio con un dito) Qual è la parola che ha sottolineato?

Dupont                            - Liberamente!

Blaise                               - Perché ha scritto liberamente dal mo­mento che non è vero?

Dupont                            - Non ha importanza, è la formula rego­lamentare!

Blaise                               - Sono pronto a firmare, ma voglio che si scriva che sono stato costretto!

Dupont                            - Non è possibile! La dichiarazione non avrebbe più valore!

Blaise                               - Perché una dichiarazione che dicesse la verità non avrebbe valore mentre una che non la dice l'avrebbe?

Dupont                            - Se si scrive che sei stato costretto a fir­mare, il tuo impegno è nullo!

Blaise                               - Ma è vero!

Dupont                            - Se invece si scrive che hai firmato libe­ramente il tuo impegno è valido!

Blaise                               - No, è falso!

Dupont                            - Se firmi, non è più falso, dal momento che hai firmato!

Blaise                               - Con le gambe negli stivaletti!

Dupont                            - Si vede la firma non gli stivaletti!

Blaise                               - Si, ma io li sento! Cancelli il liberamente e sono pronto a firmare.

Dupont                            - Ma non posso farlo, non sono io che comando!

Blaise                               - Ma una parola che importanza può avere?

Dupont                            - È la sola che gl'interessi!

Blaise                               - Se è la sola, perché mettere le altre?

Dupont                            - Ma perché senza le altre non significa niente!

Blaise                               - E allora, dal momento che non significa niente, la cancelli...

Dupont                            - Mi stai facendo arrabbiare!... Ma vuoi dirmi che cosa c'è nella religione protestante perché tu ci tenga tanto? Non riesco a spiegarmelo.

Blaise                               - Non sono cose che si spiegano, sono cose che si sentono!

Dupont                            - Non è una buona ragione!

Blaise                               - Per me si!

Dupont                            - Per me no!

Blaise                               - Per me si!

Dupont                            - Firma e il tuo avvenire è assicurato! Sei un calzolaio? Bene, ti compro una bottega!

Blaise                               - Non mi piace fare il calzolaio, avevo già deciso di cambiare!

Dupont                            - Fa' il giardiniere allora! Ti compero una casa e un campicello da coltivare!

Blaise                               - Non mi piace la campagna!

Dupont                            - Hai ragione, è più divertente la città. Apri un negozio che te lo finanzio io!

Blaise                               - Non mi piacciono i commercianti!

Dupont                            - Fa sempre piacere sentire queste paro­le! Ma che ne diresti di fare il barbiere? Non ti pare un bel mestiere? Devi solo tagliar barbe, strappar denti e far male alla gente... insomma un lavoro pro­prio piacevole, e sì può guadagnare una fortuna...

Blaise                               - Non sopporto la vista del sangue altrui!

Dupont                            - Ma ci sarà un mestiere che ti piace, diavolo!

Blaise                               - A dir la verità, non mi sento portato a nessun mestiere!

Dupont                            - Hai ragione, la cosa migliore è vivere di rendita. Ti faccio una rendita di mille lire all'an­no fino alla morte! Va bene cosi?

Blaise                               - No, non voglio lavorare, ma voglio gua­dagnarmi io il denaro che mi serve!

Dupont                            - Ma non è affatto disonorevole riceverlo dagli altri.

Blaise                               - Non sono stato allevato con questi prin­cipi!

Dupont                            - Ah, oltre al resto, ha anche dei princi­pi!... Insomma, rifiuti il mio denaro?

Blaise                               - Si, signore!

Dupont                            - Come rifiuti di firmare?

Blaise                               - Si, signore!

Dupont                            - Oh, sciagura! (Entra dal fondo Felici­tà con degli impacchi)

Félicité                             - (a Blaise) Toh, mettilo sull'occhio!

Dupont                            - Danne uno anche a me! (Blaise mette un impacco sull'occhio e Dupont ne mette uno sul­la fronte. Bussano alla porta di fondo) Avanti! (Non entra nessuno) Avanti! (Non entra nessuno. Dupont si alza e va ad aprire. Si trova di fronte lo stesso usciere di poco fa. Spaventato, Dupont indietreggia. L'usciere entra e si avvicina a Blaise)

Usciere                            - Signor Dupont!

Félicité                             - (indicando Dupont) No, è quello il si­gnor Dupont!

Usciere                            - (avvicinandosi a Dupont) Sono venuto per portare una copia del processo verbale della se­duta straordinaria tenuta dai notabili della città per deliberare sugli avvenimenti che la riguardano, vale a dire l'esposizione di un manifesto di carattere elet­torale, contrariamente a ogni regola, senza autoriz­zazione legale e di sua propria iniziativa.

Dupont                            - Ma l'ho fatto per una causa buona!

Usciere                            - (mettendosi un enorme paio d'occhiali) Ma certo. La conosciamo, signor Dupont! (Legge) "Manifesto affisso al fine evidente di propaganda per­sonale e anche a scopo di speculazione e di arricchimento praticando il riscatto a basso prezzo delle proprietà ugonotte!"

Dupont                            - Ma l'ho detto chiaro e tondo che non avevo niente a che fare con quella gente!

Usciere                            - (con gentilezza) Il manifesto era molto interessante! Si vede che ci aveva lavorato bene! (Riprendendo a leggere)... " Esottraendo cosi alle fi­nanze regie e a quelle comunali una parte dei beni che ad esse spettano..."

Dupont                            - Ma non mi è mai passato per la testa!

Usciere                            - "... di conseguenza, raccomanda all'ammi­nistrazione fiscale di condannare il contravventore al versamento di un'ammenda proporzionale alle som­me di cui il pubblico tesoro avrebbe potuto essere privato."

Dupont                            - È un documento privo di valore!

Usciere                            - Non ho finito, ne ho un altro!

Dupont                            - Questo è del controllore dei contributi regi!

Dupont                            - Del controllore?

Usciere                            - (leggendo) "Avviso...! Senza spese..." (Tra sé) Deve esserci un errore! (Riprendendo a leg­gere) "Noi, controllore, vice controllore, sottocontrol­lore ed altri agenti esecutivi riuniti per studiare il processo verbale della riunione straordinaria dei principali notabili della città, decidiamo di infliggere a guisa di avviso a messer Dupont Désiré, abitante in rue Haute a Valenciennes, un'ammenda di centomila lire..."

Dupont                            - Centomila lire?

Usciere                            - (verificando) Centomila lire... cosi è scritto... L'hanno proprio conciato per le feste! (Leg­gendo) "Che dovrà essere versata nei tre giorni se­guenti alla data di oggi in mancanza di che verrà percepito per ogni giorno di ritardo nel pagamento un interesse del tre per cento su tale somma. Nel caso in cui non venissero pagate né l'ammenda né gl'interessi, sarà decretato l'arresto personale con tutte le conseguenze..."

Dupont                            - Non pagherò e farò causa. È un'offesa alla giustizia. Non si condanna la gente in questo modo! Dove la trovo in tre giorni una somma simi­le? Centomila lire!

Usciere                            - Certo non sarà facile!

Dupont                            - Mi lascino almeno il tempo di vendere! Non pagherò! Mi rivolgerò anche al re, se sarà ne­cessario!... È un provvedimento arbitrario, e ripeto, un provvedimento arbitrario!

Usciere                            - (con voce compassionevole) Ah! Che tempi! (Di nuovo in tono ufficiale) Le lascio una co­pia delle sentenze e l'avverto che passerà di qui fra poco un usciere per eseguire il sequestro. (Entra dal fondo la signora Dupont)

Signora Dupont               - Désiré, ho acceso quattro ceri!

Dupont                            - Bel successo! Toh, leggi questo avviso. Devo pagare centomila lire entro tre giorni! Dove trovare tanto denaro liquido in cosi poco tempo! (Si lascia cadere su una poltrona)

Signora Dupont               - Dio mio! (Entrano dal fondo Julien e Catherine)

Usciere                            - Arrivederci, signor Dupont. (Uscendo urta contro Catherine e Julien dicendo: "Scusi signo­re" a Catherine e "Scusi signora" a Julien. Poi via)

Dupont                            - Un mandato di comparizione da parte di De Fourcroy!

Catherine                         - Che succede, mamma?

Signora Dupont               - Ah, Dio mio, Dio mio! (Catherine legge i documenti e Julien anche)

Julien                               - Corro a casa, mi getto ai piedi dei miei genitori e le porto tutto il denaro che hanno, e se non basteranno mi metterò alle costole dei miei amici e non li mollerò finché non avranno contri­buito anche loro! Coraggio, signor Dupont, io vigilo sulla sua famiglia! (Esce di corsa da destra)

Dupont                            - Che catastrofe! Importunerà talmente la gente che anche quelli che mi sono amici, grazie ai suoi sforzi, mi diventeranno nemici!

Catherine                         - Fa quel che può per salvarti!

Dupont                            - Mandandomi alla tortura... Io vigilo sulla sua famiglia!... Tu puoi averlo dimenticato, ma io no...!

Catherine                         - Io, padre mio, andrò a trovare il si­gnor De Cornabert!

Dupont                            - Brava! Ma che cosa gli dirai?

Catherine                         - Se sarà necessario, sono pronta a rompere con Julien...

Dupont                            - Perché non l'hai fatto prima?

Catherine                         - E se lei è ancora deciso a sposarmi, signor De Cornabert, accetto di diventare sua moglie!

Signora Dupont               - Catherine, bambina mia, non andrai sola da lui!

Catherine                         - La virtù di una fanciulla, mamma, è meno preziosa della vita di un padre!

Signora Dupont               - Hai letto troppo Corneille, bam­bina mia! Quando la paura toglie a un uomo la sua energia, non sarà certo la vista di un seno, per quanto ben fatto, che potrà restituirgliela! (Cathe­rine esce)

Signora Dupont               - Catherine... (Esce anche lei dal fondo dietro alla figlia. Dupont rimane solo con Blai­se. È sempre seduto nella poltrona, sul lato sinistro della scena, mentre Blaise è ancora seduto a tavola sul lato destro)

Dupont                            - (a capo chino) No... no... no... (Blaise lo guarda stupito. Dupont si alza e incomincia a cam­minare su e giù per la stanza) No, signori giudici!... Tutti i provvedimenti presi contro di me sono ille­gali, arbitrari e viziosi nella forma e nel contenuto, e tutte le sentenze pronunciate a mio danno non vi sono state dettate dalla vostra coscienza, ma impo­ste da un'autorità superiore. È dunque questa la vo­stra giustizia? Quando il potere esorbita dai suoi di­ritti, chi vi è soggetto ha il dovere di disobbedire! Non pagherò!

Blaise                               - Lei mi ricorda sempre di più mio pa­dre... È a forza di parlare cosi che si è preso quin­dici anni!

Dupont                            - Quindici anni!... (Riprendendo l'arrin­ga) È un piccolo uomo quello che avete davanti, si­gnori giudici... un piccolo commerciante nella pic­cola strada di una piccola città, che alleva povera­mente la sua piccola famiglia grazie alla sua piccola bottega... (Blaise approva con un cenno del capo. Dupont con un tono sempre più umile) Nato prima del tempo, il Dupont che avete davanti a voi, si­gnori giudici, adduce a sua discolpa le circostanze attenuanti di un'intelligenza profondamente ritarda­ta da una serie di malattie infantili. A sei anni una meningite mi ha talmente istupidito che a quindici anni avevo l'età mentale di un bimbo di tre, e an­cora oggi il mio cervello non ha raggiunto il suo peso normale... È come una nocciola, signori giudi­ci... come una nocciola... (Poiché Blaise ha l'aria dì dubitarne) Posso presentare un certificato medico. (Blaise approva con un cenno del capo) Sono un bambino, signori giudici, un irresponsabile...

Blaise                               - Un minorato...

Dupont                            - Come hai detto?

Blaise                               - Un minorato!

Dupont                            - (ripetendo questa parola che gli piace molto) Un minorato, signori giudici... un minora­to... Ed è con piena fiducia nell'imparzialità della giustizia del mio paese che rispondo al vostro man­dato di comparizione. (Mentre parla entra dal fondo Coquet)

Coquet                             - Sono venuto, caro signor Dupont...

Dupont                            - (correndogli appresso) Briccone, tradi­tore, mascalzone, via di qui! Fuori, fuori...

Coquet                             - (sfuggendogli in modo buffo) Ehi, si­gnor Dupont, calma!

Dupont                            - (continuando a inseguirlo) Calma? Quan­do la sua calunniosa denuncia rischia di mandarmi sulla forca!

Coquet                             - (continuando a fuggire) Sono venuto...

Dupont                            - Quando per colpa sua sono condannato a pagare centomila lire!

Coquet                             - Appunto...

Dupont                            - Quando a causa sua sono perseguitato fiscalmente, giudiziariamente e poliziescamente!...

Coquet                             - Ma...

Dupont                            - (lo spinge fuori) Fuori, fuori, fuori...

Coquet                             - (impedendo a Dupont di chiudere la porta) Non sono qui come un nemico, signor Dupont, ma al contrario spinto dal desiderio di riparare al male che senza volerlo posso averle causato...

Dupont                            - Senza volerlo! È il colmo!

Coquet                             - Sono qui, signor Dupont, soltanto per aiutarla!

Dupont                            - È stato lei a darmi l'idea di redigere il proclama! Se non l'avessi fatto non sarei a questo punto!

Coquet                             - Se avessi saputo, signor Dupont, che raz­za di briccone era quel Leminou, può star certo che non lo avrei portato a casa sua!

Dupont                            - È stato lei a denunciarmi alla gendar­meria.

Coquet                             - Le giuro, signor Dupont, che io non c'entro!

Dupont                            - È stato Leminou, allora!... Leminou da solo?

Coquet                             - Ah! Signor Dupont, come mi ha ingan­nato quel Leminou! Quando si è presentato nel mio studio e mi ha esposto l'affare, mi è parsa una cosa estremamente seria...

Dupont                            - Già, e invece non lo era!

Coquet                             - E ho voluto che fosse lei ad approfitta­re di questa buona occasione.

Dupont                            - Ah! Proprio una buona occasione!

Coquet                             - E ora, signor Dupont, mi vede pieno di rimorsi! E pronto a riparare al male che quel Lemi­nou può averle causato!

Dupont                            - Riparare! Non c'è più niente da ripa­rare!

Coquet                             - Non le hanno forse inflitto una grossa multa?

Dupont                            - Grossa? Sufficiente a mandarmi in ro­vina!

Coquet                             - Signor Dupont, permette che l'aiuti a pagarla!

Blaise                               - Finalmente un uomo onesto!

Coquet                             - Grazie!

Dupont                            - Vuole aiutarmi a pagarla?

Coquet                             - Si, signor Dupont.

Dupont                            - Davvero?

Coquet                             - Il rimorso per averla messa in una situa­zione come questa, signor Dupont, mi rode la co­scienza come un verme che rode un'albicocca!

Dupont                            - Vuole aiutarmi a pagare la multa che mi è stata inflitta?

Coquet                             - Sono venuto proprio per questo, signor Dupont. Il signor Dupont è troppo onesto perché possa permetterle di agire cosi con lui, ho detto a Leminou, e l'ho cacciato da casa mia.

Dupont                            - Avrebbe dovuto portarlo qui, mi sareb­be piaciuto prenderlo a calci sul sedere, quel Le­minou!

Coquet                             - Mi sento molto colpevole, signor Du­pont, e cosi, quando ho saputo del sequestro che la minacciava...

Dupont                            - Come l'ha saputo?

Coquet                             - Me l'ha detto lei adesso!

Dupont                            - Adesso?

Coquet                             - Ma si, proprio adesso!

Dupont                            - È, possibile. Con tutte queste storie, per­do la testa! Perdo la testa! (Si muove verso la por­ta. A questo punto Blaise si trova fra Dupont e Co­quet. Blaise è sempre seduto a tavola mentre gli altri due sono in piedi)

Coquet                             - Quanto le occorre, signor Dupont?

Blaise                               - Vede bene, signor Dupont, che tutto si accomoda!

Coquet                             - Ma si, tutto s'accomoda! Di quanto è la multa?

Dupont                            - Centomila lire!

Coquet                             - Centomila lire! Questa poi!

Blaise                               - Lo trattano come un vero ugonotto!

Coquet                             - È, vergognoso! Press'a poco tutto quello che lei possiede!

Dupont                            - Tutto no, ma certamente quasi la metà!

Coquet                             - (in tono da perfetto uomo d'affari) Lei, signor Dupont, sopravvaluta le sue ricchezze!

Dupont                            - Non le sopravvaluto: posseggo beni per oltre trecentomila lire...

Coquet                             - (categorico) No, signor Dupont.

Dupont                            - Prima di tutto c'è la casa... centomila lire!

Coquet                             - Diciamo trenta e non parliamone più!

Dupont                            - Trentamila lire la casa? Lei scherza? Costruita com'è con tutte le comodità... e con il ma­gazzino pieno di merce...

Coquet                             - Trentamila lire...

Dupont                            - Più di cento, messer Coquet, più di cen­to... E la fattoria della Chàtaigneraie... quaranta quella di la Corbetière, quaranta, che fanno ottanta e poi tre campi che lei conosce, visto che è stato lei a vendermeli... venti, in totale cento, più cento, più quaranta più quaranta e più venti che fanno trecen­to a dire poco.

Coquet                             - E io le dico che tutto assieme non vale più di cento.

Dupont                            - E io le dico che tutto insieme vale più di trecento!

Coquet                             - Cento!

Dupont                            - Trecento!

Coquet                             - Cento!

Dupont                            - Trecento!

Blaise                               - Signor Dupont, anche cento non sono poi male!

Dupont                            - Tu di che t'immischi?

Coquet                             - A condizione forse di poter realizzare, avendone il tempo, non avendo fretta di vendere e non dovendo correre appresso al cliente, il che non è il caso suo.

Dupont                            - Sino a che punto lei può aiutarmi?

Coquet                             - Immaginerà anche lei che non ho cen­tomila lire in tasca!

Dupont                            - Mi occorre il contante entro tre giorni!

Coquet                             - Appena ho saputo ciò che la minaccia­va, mi sono subito messo in moto!

Dupont                            - E ha trovato qualcuno disposto a pre­starmeli?

Coquet                             - No! Nessuno vuole prestare. I tempi so­no troppo incerti. Ma ho trovato qualcosa di meglio, una persona disposta ad acquistare le sue proprietà!

Dupont                            - Ma io non voglio vendere!

Coquet                             - Se non vende, come fa a pagare?

Dupont                            - Non crederà che le ceda tutto ciò che posseggo per centomila lire?

Coquet                             - (traendo di tasca un foglio) La sua po­sizione non le permette di discutere! Ho preparato un atto di vendita. Eccolo qua. Firmi!

Blaise                               - Approfittare delle disavventure di un uo­mo per arricchirsi a spese sue, è vergognoso. Non firmi.

Dupont                            - (in tono molto freddo) Fuori di qui!

Coquet                             - Ma... io sono soltanto un intermediario!

Blaise                               - Bisogna appunto sopprimere gli inter­mediari!

Coquet                             - (indietreggiando) Se lei non paga l'am­menda le sequestreranno tutto.

Dupont                            - Fuori di qui!

Coquet                             - E venderanno ogni cosa e la getteranno in prigione per il resto dei suoi giorni... Ci pensi!

Dupont                            - Fuori di qui!

Coquet                             - Rifletta, signor Dupont! Rifletta! (Blaise prende un piatto sulla credenza e lo dà a Dupont il quale si accinge a gettarlo sulla testa di Coquet, che si affretta a scomparire)

Dupont                            - (restituendo il piatto a Blaise) No. Non la porcellana! (Blaise fa per prendere il piatto che gli scappa di mano e si rompe. Dupont va alla porta di fondo) Imbroglione! Sciacallo! Avvoltoio!

Blaise                               - (nello stesso tono di Dupont) Sanguisuga! (Dupont e Blaise sono in piedi, uno accanto all'al­tro, davanti al tavolo, rivolti verso il pubblico, e fre­mono entrambi di collera)

Dupont                            - Che vergogna!... Che vergogna!

Blaise                               - È vergognoso!

Dupont                            - È vergognoso!

Blaise                               - Che vergogna!

Dupont                            - È vergognoso! Hai visto, avrebbe volu­to farmi firmare!

Blaise                               - Che vergogna! Non bisogna mai firmare!

Dupont                            - Mai! Meglio morire!

Blaise                               - Meglio morire! La penso cosi anch'io!

Dupont                            - Che cosa stai dicendo?

Blaise                               - Meglio morire! Non bisogna mai firmare, meglio morire!

Dupont                            - Ah! Ma per te non è la stessa cosa!

Blaise                               - E perché non dovrebbe essere la stessa cosa?

Dupont                            - Perché tu sei protestante e io sono cat­tolico!

Blaise                               - Che vergogna! (Entrano dal fondo Cathe­rine e la signora Dupont. Dupont si avvia verso di loro. È entrato anche Coquet nascosto dalle due donne)

Catherine                         - (piangendo) Il signor De Cornabert non ha voluto ricevermi!

Signora Dupont               - Il suo servitore le ha chiuso la porta in faccia!

Coquet                             - (mostrandosi) È diventato più ragione­vole?

Dupont                            - Fuori di qui! Fuori di qui! Fuori di qui! (Insegue Coquet che esce di corsa)

Catherine                         - E lungo la strada, papà, i nostri ami­ci, quando mi hanno vista, si sono voltati da un'altra parte per non salutarmi.

Signora

Dupont                            - Le hanno addirittura gettato un sasso...

Catherine                         - Ugonotta, mi hanno urlato... Sporca ugonotta! Come se lo fossi davvero... E allora sono corsa fino a casa per evitare che mi picchiassero... È orribile... (Esce piangendo da sinistra)

Signora Dupont               - Ma che sarà di noi?

Dupont                            - Devi firmare... devi firmare!... A me non vuol dar retta, ma te forse ti ascolterà! (La signora Dupont s'inginocchia silenziosamente davanti a Blai­se che imbarazzato si volta e va a sedersi alla tavola. Entra dal fondo Julien. È ansante)

Julien                               - Ecco qui tre lire di un amico, una di un altro e tre scudi che mia madre ha preso dalla cas­sa!... E spero di averne altri!

Dupont                            - (restituendogli il denaro) Ma è di cen­tomila lire che ho bisogno!

Julien                               - Centomila lire!

Dupont                            - Centomila lire!

Julien                               - Centomila lire? Ma bisogna protestare, signor Dupont, sollevare l'opinione pubblica, arriva­re fino al re, se occorre! È mostruoso!

Dupont                            - Tutto è combinato per mandarmi in ro­vina e anche se sporgessi querela per abuso di auto­rità, iniquità e arbitrio, la burocrazia non le darebbe corso e io non riuscirei a cavarmela.

Julien                               - Ho un amico avvocato in tribunale...

Dupont                            - Rifiuterà di occuparsi del mio caso!

Julien                               - È un uomo audace!

Dupont                            - Quando gli avrai parlato della mia si­tuazione, la sua audacia scomparirà!

Julien                               - Lui no. Ha la passione di difendere le cause perse. Il suo ultimo cliente è stato impiccato.

Dupont                            - Impiccato! C'è da stare allegri!

Julien                               - Rispondo di lui come di me stesso! (Esce dal fondo)

Dupont                            - (avvicinandosi a Blaise) Ci sarà forse un uomo su centomila che preferisce morire anziché vivere, a esagerare! Avrei potuto imbattermi in uno degli altri 99.999 e la cosa si sarebbe accomodata, ma no, ho dovuto inciampare proprio in un ugonotto che vuol diventare martire! Dev'esserci qualche male­dizione su di me! (Entra dal fondo lo stesso usciere di poc'anzi. La signora Dupont si alza)

Usciere                            - Sono ancora io! Per ordine della giu­stizia e per misura conservativa, ci è stato ordinato di porre i sigilli sui beni appartenenti a messer Dupont, rue Haute, Valenciennes, e di farne la stima.

Dupont                            - Protesto!... Qui non si osservano le re­gole della procedura! Ho tre giorni di tempo per pa­gare l'ammenda!

Usciere                            - È un ordine del cancelliere del tribuna­le, e mi è stato comandato di eseguirlo senza indugi.

Dupont                            - È un'offesa alla giustizia!

Usciere                            - Mi è stato ordinato di procedere d'ora innanzi secondo le ordinanze del duca di Noailles, il cui luogotenente è appena arrivato in municipio!

Dupont                            - E allora, faccia pure, signore, faccia pu­re! Sequestri, metta i sigilli, mi venda, mi rovini, io rinuncio, non lotto più, non lotto più!... (Va a seder­si a tavola, accanto a Blaise. Entra da destra Félicité con un piatto pieno di cibi. Posa il piatto davanti a Blaise, e gli versa un bicchiere di vino. Blaise lo re­spinge verso Dupont che mangiucchia distrattamen­te un pezzo di pollo. Intanto la signora Dupont segue l'usciere che si sposta qua e là per la stanza. Félicité esce da destra)

Usciere                            - Noi, usciere del tribunale di Valencien­nes, in ottemperanza all'ordine ricevuto dal detto tri­bunale, abbiamo redatto l'elenco delle proprietà di messer Dupont, negoziante in rue Haute Valencien­nes, vale a dire... una casa occupata borghesemente nella detta strada e comprendente un ingresso con porta ombrelli e accessori abituali, un salone arre­dato con un armadio per la biancheria... una credenza di stile... moderno... (apre la credenza) piena di bic­chieri... e di piatti... uno dei quali è rotto...

Signora Dupont               - Ah! Désiré! Désiré! Che idea ti è venuta di attaccare quei poveracci! Vedi! Biso­gna passare per dove sono passati gli altri per ca­pire quel che hanno potuto soffrire!...

Usciere                            - (urtando la signora Dupont) Una seg­giola con lo schienale scolpito... (è la sedia sulla qua­le è seduto Blaise) ... Un'altra seggiola senza schie­nale...

Blaise                               - È uno sgabello!

Usciere                            - (prendendo nota) Uno sgabello!...

Signora Dupont               - Perdere tutto ciò che si possie­de, finire in prigione quando non si ha niente sulla coscienza e quando il solo delitto che ci viene rim­proverato è di non pensare come gli altri, è orribile a pensarci... è orribile.

Usciere                            - Una tavola... di stile... bastardo...

Signora Dupont               - E i rappresentanti della giusti­zia che si limitano ad applicare le leggi da buoni fun­zionari del re... e i poliziotti che mandano alla tortura senza neanche un gesto di pietà... È orribile, è orri­bile, è orribile... (L'usciere esce da sinistra)

Dupont                            - (dà da mangiare a Blaise) Gli ugonotti se la sono voluta, mamma! L'hanno cercato! Si sono messi fuori della legge. E adesso li puniscono! È normale!

Signora Dupont               - E quando erano fuori legge i Cristiani e li gettavano ai leoni, anche questo era normale?

Dupont                            - I leoni fanno parte della storia antica, mamma! Oggi nessuno abbandona la gente alle be­stie, mamma...

Blaise                               - L'abbandonano agli uomini... ed è molto peggio! (Dupont spaventato si alza e va a rifugiarsi presso la moglie che è in piedi sulla sinistra)

Dupont                            - Mamma, non lasciare che mi torturino. Mi faranno confessare tutto quello che vogliono. Non sono un coraggioso...

Blaise                               - (sempre seduto a tavola e continuando a mangiare) Non si preoccupi, signor Dupont. È so­lo la prima mezz'ora che conta... Le altre sono uno scherzo... Vedrà!

Dupont                          - Già tu ci sei abituato...

Signora Dupont             - (sottovoce al marito) Se andas­si in piazza a cercare il ciarlatano che addormenta la gente fissandola nel bianco degli occhi e gli fa fa­re quel che gli garba. Alzati e quelli si alzano, sdraia­ti e quelli si sdraiano! Gli basterà dire firma e Blaise firmerà...

Dupont                          - Non riesce mai ad addormentare nessuno, soltanto i compari!

Signora Dupont             - L'ho visto non più tardi di ieri far bestemmiare il sacrestano di sant'Eustachio co­me un miscredente!

Dupont                          - E allora va' a chiamarlo, mamma, al punto in cui sono soltanto il diavolo può salvarmi! (La signora Dupont esce dal fondo)

Blaise                            - (continuando a mangiare con appetito) Le chiedo scusa per tutti i disturbi che le procuro, signore!

Dupont                          - Già, ma intanto mi hanno sequestrato tutto e inflitto un'ammenda che mi manda in rovi­na e se non la pago, finisco addirittura in prigione.

Blaise                            - Ah, sono strani tempi questi, signor Du­pont! Non c'è più giustizia!

Dupont                          - (tornando ad avvicinarsi a lui) Ma è la tua testardaggine che fa si che non ci sia più giu­stizia! (Entra da destra Feliciti con una bottiglia e un bicchiere)

Félicité                          - Toh, bevi ancora qualcosa, tanto per digerire il pollo!

Dupont                          - Già, ma con tutte le cure che ti prendi per lui, anche se lo torturano non sarà certo oggi che abiurerà! E domani sarò io a partire per le galere!

Blaise                            - Forse avrà la fortuna di remare sulla stessa nave di papà!

Dupont                          - Ah no, mi basta uno della famiglia!

Félicité                          - Non potevo lasciarlo con l'occhio chiu­so, rischiava di chiudersi anche l'altro!

Dupont                          - L'occhio... l'occhio... l'occhio... E quando sarò li a remare con suo padre, verrai a mettermi delle erbe sull'occhio se è nero, verrai a darci da bere a suo padre e a me per farci coraggio? Eh? Verrai nel fondo dei mari del sud, o magari fra gli arabi se li andrò a finire?

Félicité                          - Se mi sarà possibile, sicuramente!

Dupont                          - Già, ma non ti sarà possibile! (A Blaise) Non sei bretone, vero?

Blaise                            - No, sono bordolese!

Dupont                          - È meglio?

Blaise                            - È peggio!

Dupont                          - Lo penso anch'io! (Esce da destra dopo aver fatto segno a Félicité di perorare la sua causa. Blaise si alza e fa qualche passo stiracchiandosi)

Félicité                          - Va meglio?

Blaise                            - Un po'!

Félicité                          - Ti hanno fatto male?

Blaise                            - Hanno fatto il possibile!

Félicité                          - L'ultima volta che ci siamo visti, ai fu­nerali della zia Celeste... sono già passati due anni, mi hai detto: "Se non fossi mia cugina ti chiederei di sposarmi."

Blaise                            - Può darsi...

Félicité                          - Ti ricordi, eravamo seduti uno accanto all'altro a capo tavola e mangiavamo prima di rimet­terci in cammino, e tu avevi fatto in modo di met­terti molto vicino a me, di stringermi e di continuare a riempire il bicchiere e il piatto come se fossi stata una bambina. "Mangia," mi dicevi, "hai bisogno di metter ciccia, sei troppo magra per essere una ra­gazza..."

Blaise                            - (è vicinissimo a Félicité, sono entrambi die­tro il tavolo, appoggiati allo schienale di una sedia) Si vede che hai seguito il mio consiglio. Sei bella tonda adesso!

Félicité                          - Per te è solo l'interno che conta!

Blaise                            - L'interno, l'interno... Una donna senza apparenza è come un santo senza aureola...

Félicité                          - (cercando di ricordarsi) È, meglio un interno senza apparenza che un'apparenza senza in­terno; il cuore vi trova il suo tornaconto!

Blaise                            - (in tono molto tenero) Il cuore, ma non la mano!

Félicité                          - (con tenera ironia) La mano tiene la bibbia!

Blaise                            - (turbato dalla scollatura di Félicité) Non ne fa lo stesso effetto!

Félicité                          - (volgendo le spalle a Blaise) Se ti dicessi, Blaise, accetto di essere tua moglie ma con i sacramenti della mia religione, abiureresti per spo­sarmi?

Blaise                            - Sarebbe certo più piacevole che aver le gambe strette negli stivaletti!

Félicité                          - Abiureresti?

Blaise                            - Non tentarmi, Félicité. Non è onesto!

Félicité                          - Abiureresti?

Blaise                            - No... Non abiurerei! (Félicité lascia ca­dere la testa sulla sua spalla, poi si riprende, si al­lontana lentamente, ed esce in silenzio da destra sul fondo, nel momento stesso in cui torna Dupont. Fé­licité gli fa cenno di no con la testa. Blaise si volta e si trova davanti Dupont) Félicité!

Dupont                          - (in collera) E dire che non hai ancora trent'anni e che forse ti tortureranno al punto da farti morire! Hai almeno conosciuto una donna da quando sei nato?

Blaise                            - Si, mia madre.

Dupont                          - Capisco! Ma una vera donna.

Blaise                            - Mia madre era una vera donna.

Dupont                          - Una donna tutta tua!

Blaise                            - Ahimé no! Quelle che ho conosciuto era­no di tutti!

Dupont                          - E non ci hai mai pensato!

Blaise                            - Ma certo!

Dupont                          - Morire senza aver mai amato è molto triste!

Blaise                            - È proprio quello che stavo pensando quan­do lei è entrato!

Dupont                          - E del resto se muori continuando a cre­dere nella tua religione, non andrai in paradiso ma all'inferno, non c'è il minimo dubbio!

Blaise                            - Perché non dovrei andare in paradiso?

Dupont                          - Ignori forse che è riservato esclusiva­mente ai cattolici?

Blaise                            - In terra come in cielo, c'è dunque posto soltanto per loro?

Dupont                          - Abiura e sarai salvo!

Blaise                            - Be', pazienza, andrò all'inferno. Avrò al­meno l'illusione di non essere morto!

Dupont                          - Invece di pregare in francese dovresti pregare in latino, sai che guaio! E avrai al tuo ser­vizio tutti i santi del paradiso, sant'Antonio per ri­trovare le chiavi se le perdi, san Barnaba e san Medardo per bagnare il giardino, san Felice perché cre­scano bene gli zucchini, san Cristoforo per proteg­gerti dagli incidenti, santa Apollonia per guarirti dal mal di denti, san Crispino per il mal di piedi e san Pietro per spalancarti le porte del cielo quando ci entrerai! Non è forse allettante?

Blaise                            - Certo, è pratico, ma io, signor Dupont, sono un solitario, aver troppa gente intorno mi met­te paura!

Dupont                          - (con il tono di un commesso viaggiatore che cerca di vendere un prodotto) Sei un onest'uomo, sei un onest'uomo, ma hai lo stesso qualche ten­tazione... e cedi a queste tentazioni... Seduci la tua vicina, l'accarezzi un poco... peccato... Ma vai a con­fessarti... un pater e tre ave Maria e hop il tuo pec­cato è perdonato. Non è bello?... Vai all'osteria, il vi­no è buono, ne bevi più di quanto dovresti, incominci a sragionare e a bestemmiare il nome di Dio. Pecca­to! Ma vai a confessarti, un pater e tre ave Maria ed ecco che il peccato è perdonato. Non è meraviglioso? Sei nella tua bottega, pesi la farina, non metti il peso esatto e la vendi un po' più cara di quanto non do­vresti! Peccato! Ma vai a confessarti, un pater e tre ave Maria e il tuo peccato è bell'e perdonato... Non è formidabile? È venerdì, dovresti mangiar di magro e invece ti mangi un bell'arrosto di vitello. Peccato! Ma vai a confessarti, un pater e tre ave Maria ed ecco il peccato perdonato: non è straordinario?

Blaise                            - Si, certo! Ma non crederà che il buon Dio si lasci convincere, non è poi tanto stupido!

Dupont                          - (riflettendo) Può darsi, può darsi, ma tutto sommato sono convinto che preferisca i catto­lici che vivono allegri e si adattano ai loro peccati, piuttosto che i protestanti che fanno il muso tutta la vita e rimpiangono di non aver osato cedergli. Gli angeli del paradiso non hanno forse dei faccini alle­gri e dei sederini rosa? Sederini cattolici, evidente­mente!

Blaise                            - E perché cattolici?

Dupont                          - Perché il rosa non è un colore prote­stante. (Entrano dal fondo la signora Dupont e il ciarlatano. Costui è vestito in modo strano e tiene in mano una bacchetta magica con una stella dorata sulla punta. Se ne servirà per affascinare Blaise)

Ciarlatano                      - (indicando Dupont) È quello l'am­malato?

Signora Dupont             - (indicando Blaise) No... non lui, lui.

Ciarlatano                      - Non si preoccupi. Niente resiste al mio fluido. Guarisco, strappo, pungo e ricucio senza che il paziente senta nulla. Dunque è questo l'amma­lato?

Signora Dupont             - Si, dottore... (A Blaise) Abbia­mo fatto venire un medico perché le tue ferite gua­riscano più in fretta!

Blaise                            - Troppo buona, signora, non me lo me­rito!

Signora Dupont             - Sparecchia la tavola. (Blaise spa­recchia ed esce da destra)

Ciarlatano                      - Mi ha detto che vuol convincerlo a firmare un documento?

Dupont                          - Si, dottore. Questo documento!

Ciarlatano                      - Lo firmerà. Non è una cosa difficile questa, per il mio potere, avrei preferito che mi chie­deste qualcos'altro...

Dupont                          - Ma non mi occorre qualcos'altro... Vo­glio solo che firmi!

Ciarlatano                      - Ordinargli magari di credersi un gran signore, per esempio, un uccello, un fiore, una donna, un tappo, un piccolo tappo o uno che galleggia, che è su una nave, a cavallo, su un vulcano, al Polo Nord, all'equatore, un soldato, un equilibrista, una balia.

Dupont                          - Lo faccia firmare, ci occorre solo questo.

Ciarlatano                      - Di credersi...

Dupont                          - Basta con queste fantasie, firmiamo!

Ciarlatano                      - Non è un granché. E se riesco, quale sarà il mio onorario?

Dupont                          - Faccia lei!

Ciarlatano                      - Dieci scudi!

Dupont                          - D'accordo! (Blaise torna in scena)

Ciarlatano                      - Mi lasci solo con lui! (/ due Dupont escono) Avrei dovuto chiederne trenta! (Sì avvicina lentamente a Blaise che indietreggia, tenendo in ma­no la bacchetta magica e mostrandogli poi la stella) Guarda... Guarda... Guarda... La piccola stella... (Va a prende una sedia, costringe Blaise a sedersi, prende lo sgabello e si siede di fronte a lui. Nel frattempo ha spostato la stella dalla bacchetta magica al tur­bante) Mica male eh? (Incomincia le passate ma­gnetiche con un gesto da prestigiatore. Mostrando la stella del turbante) Guardala!

Blaise                            - (abbacinato) Posso guardarla soltanto con un occhio, signore.

Ciarlatano                      - (salmodiando) Guardami come puoi e taci... I nervi che partono dall'occhio descrivono una curva che si trasforma in spirale per poi scom­porsi in branchie terminali che dalla testa, passando attraverso il plesso, giungono sino alle braccia e al­le orecchie, e i muscoli che fanno funzionare le mem­bra si prolungano fin dove è necessario perché io possa sentire, perché io possa gustare, perché io pos­sa parlare, perché io possa toccare, perché io possa dormire... dormi, amico mio, dormi...

Blaise                            - E perché dovrei dormire, signore, quando non ne ho voglia?

Ciarlatano                      - Perché cosi voglio. Lo voglio, lo vo­glio, lo voglio!... (Blaise e il ciarlatano si muovono come su un'altalena, molto lentamente; poi d'un trat­to il ciarlatano cade all'indietro con le gambe all'aria, rigido come se fosse in catalessi)

Blaise                            - (spaventato) Ehi, signore, signore... che cosa le è successo?... Signore, signore! (Fa girare su se stesso il ciarlatano sempre per terra e sempre in­conscio. Tornano dalla sinistra i signori Dupont e da destra Felicità)

Dupont                          - Che c'è? Perché gridi in quel modo?

Blaise                            - Ma guardatelo! Si è irrigidito come se avesse ingoiato un palo!

Signora Dupont             - Dio mio, ha addormentato il ciarlatano! Ha addormentato il ciarlatano!

Dupont                          - Non è un ugonotto, è il diavolo in per­sona! Il diavolo in persona!

Blaise                            - Ehi! Signore! Signore!

Dupont                          - Se lo trovano qui in queste condizioni, mi accuseranno di messe nere, di stregoneria, di ma­locchio, non c'è il minimo dubbio! Non me la cavo più, mi mandano al rogo!

Blaise                            - Mi aiuti, signore! Portiamolo fuori!

Dupont                          - Piegato com'è farà un effetto strano.

Blaise                            - Lo metteremo a sedere su una panca! (Escono tutti dal fondo trascinandosi dietro il ciar­latano. Dalle quinte si sente la voce di Catherine)

Voce di Catherine         - Non da quella parte! C'è qui gamba di legno! C'è gamba di legno! C'è gamba di legno! (Tutti tornano precipitosamente in scena se­guiti da Catherine)

Félicité                          - Dovreste gettarlo nel pozzo!

Dupont                          - Nel pozzo! Sei matta! E se non sa nuo­tare e annega?

Félicité                          - È un mago. Crederà di essere un tappo e galleggerà! Non preoccupatevi per questo! (Esco­no di nuovo da destra in primo piano. Breve pausa. Entra dal fondo Trécu. Tutti tornano in scena)

Trécu                             - Ho l'ordine di arrestare e di ricondurre alla gendarmeria Thomas Blaise!

Félicité                          - C'è già stato e l'hanno rilasciato!

Trécu                             - Essere rilasciato non ha mai voluto dire non essere ripreso!

Félicité                          - È illegale!

Trécu                             - L'illegalità degli uni, è la legalità degli altri.

Félicité                          - È inumano!

Trécu                             - È amministrativo!... Désiré Dupont!...

Dupont                          - Ma sono cattolico, io, sono innocente, io, sono monarchico, io e pronto a firmare tutto quello che vorranno farmi firmare. (Entra dal fondo Julien)

Trécu                             - Lo dirà al cancelliere della prigione.

Dupont                          - Julien, ragazzo mio, quel suo amico... quell'amico di cui mi parlava... non può aiutarmi?

Julien                             - Ahimé, signor Dupont, aveva ragione lei, appena ho fatto il suo nome è diventato pallido e mi ha risposto di no.

Dupont                          - Ha risposto di no... Oh miseria! Miseria!

Signora

Dupont                          - Vedi Désiré, vedi!

Trécu                             - Un consiglio. Si metta un vestito vecchio. Se no si rovinerebbe questo e sarebbe un peccato. Prenda anche una coperta. Non fa caldo di notte nel­le celle. E ai piedi si metta delle solide pantofole; le scarpe con le fibbie gliele mangerebbero i topi!

Dupont                          - I topi!

Trécu                             - Topi, pulci e cimici, non son certo quelli che mancano da noi!

Dupont                          - E ci sono anche i ragni?

Trécu                             - Nemmeno quelli mancano!

Dupont                          - I ragni mi fanno orrore!

Signora

Dupont                          - Coraggio, papà! Non tutti sono velenosi!

Dupont                          - Li sento già che mi camminano in fac­cia! Mamma!

Trécu                             - Andiamo!

Signora Dupont             - Désiré!

Catherine                       - Papà!

Julien                             - Signor Dupont!

Félicité                          - Firma, Blaise!

Blaise                            - Non posso!

Trécu                             - Su, marsc!

Signora Dupont             - (gettandosi fra Trécu e il marito) No non lo porti via, se no mi porti via con lui!

Catherine                       - (avvicinandosi alla madre) Non ti la­scerò, mamma!

Julien                             - (avvicinandosi a Catherine) Hai ragione, Catherine. È vergognoso restare liberi quando arre­stano degli innocenti!

Félicité                          - (avvicinandosi a Julien) È vero! E chie­do di essere arrestata anch'io!

Trécu                             - (respingendoli tutti e afferrando Dupont) Facilitatemi il lavoro. Non costringetemi a fare il cattivo! Buon Dio! Vieni avanti tu! (Dà un violento spintone a Dupont che cade a terra. In questo pate­tico istante appare da sinistra Pierrot che corre da suo padre credendolo ferito)

Pierrot                           - Papà! (Pierrot e Dupont rimangono ab­bracciati)

Trécu                             - Su, su, su, sbrighiamoci... (In lontananza rullio di tamburi. Tutti restano immobili. Trécu al­legramente) I tamburi del duca di Noailles!... Inco­mincia la festa! (Va alla finestra a veder sfilare i sol­dati. Il rullio dei tamburi aumenta di intensità sino a riempire l'intera scena. Pierrot si è avvicinato a Blaise. Uno dopo l'altro i personaggi si lasciano ca­dere in ginocchio e appena il rullio dei tamburi de­cresce, sale il mormorio indistinto di una preghiera collettiva. Blaise, in piedi alla destra del proscenio, è rimasto immobile per tutta la durata del rullio, continuando a fissare Pierrot in piedi accanto a lui; poi con le lacrime agli occhi, prende il foglio sul qua­le è scritto il testo dell'abiura. Trécu si è voltato e lo guarda. In lontananza rullano i tamburi. Esita an­cora. Poi, presa una decisione definitiva, firma rapi­damente con una croce. Trécu viene avanti e prende il foglio) Benissimo. Hai firmato. Adesso sei libero e anche loro. (Risale verso il fondo nel momento in cui entra da sinistra l'usciere)

Usciere                          - Ecco una copia dell'atto di sequestro!

Trécu                             - (gli strappa il foglio di mano) Dallo qua, babbeo!

Usciere                          - E tu chi sei per parlarmi in quel tono?... Non devi strapparlo, non devi strapparlo...

Trécu                             - (sparpagliando i diversi frammenti) Va' a protestare dal duca di Noailles. Quando lui entra in una città è come se ci entrasse il re in persona. È, lui la legge!

Usciere                          - La vedremo! La vedremo! (Trécu colpisce con la gruccia il piede dell'usciere che esce zop­picando) È, incredibile! È incredibile! (Via dal fondo)

Trécu                             - (a Blaise) Sai cosa dovresti fare adesso?... Arruolati nell'esercito del duca di Noailles! Quando uno ha pianto, si è acquistato il diritto di far pian­gere gli altri. Ecco che cosa significa essere un uo­mo! Buona fortuna! (Esce dal fondo)

Blaise                            - (lasciandosi cadere in ginocchio) Perdo­no, Signore; papà, mamma e voi ugonotti miei fratel­li in Cristo e in sofferenza, perdono per avervi tra­dito e per aver abiurato, ma non ho voluto che quel bambino conoscesse quel che ho conosciuto io... Per­donami, Signore, per aver avuto pietà. (Rimane in ginocchio)

Dupont                          - (come uscendo da un sogno) Mamma, Félicité, Catherine! Venite in camera mia e aiutate­mi a mettermi il vestito nuovo! Devo andare a ren­dere omaggio al duca di Noailles! A rendere omag­gio al duca di Noailles! (S'avvia ad uscire da si­nistra)

Signora Dupont             - (correndogli appresso e raggiun­gendolo) Ah no! Basta con la politica papà! Ades­so comando io!... Papà! (Escono tutti e due da sini­stra. Catherine e Julien sono una accanto all'altro ab­bracciati. Risalgono verso il fondo ed escono da de­stra. Félicité si avvicina a Blaise)

Félicité                          - (teneramente) Blaise!... anche se non avessi firmato, non te ne avrei voluto! (Blaise nem­meno la guarda. Félicité esce a testa bassa da de­stra in primo piano)

Pierrot                           - (inginocchiandosi accanto a Blaise, che è sempre in ginocchio) Blaise!... perché volevano portarti in prigione? Per gli inni?

Blaise                            - (alza il capo e gli sorride) Si.

Pierrot                           - Quante storie per una canzone!

Blaise                            - Si!

Pierrot                           - Bisognerà cantarla sottovoce!

Blaise                            - Si!

Pierrot                           - (preoccupato) Ma il buon Dio sentirà lo stesso? (Una pausa, poi gettando le braccia al collo di Blaise) Non preoccuparti, Blaise, il buon Dio ha le orecchie grandi. Sente tutto!

 

Fine

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