Le inquietudini di Zelinda

Carlo Goldoni

Carlo Goldoni

LE INQUIETUDINI DI ZELINDA

seguito degli Amori di Zelinda e di Lindoro

Commedia di tre atti in prosa

Personaggi

Donna ELEONORA vedova di don Roberto.

Don FLAMINIO figlio del fu don Roberto.

ZELINDA moglie di Lindoro.

LINDORO marito di Zelinda.

FABRIZIO mastro di casa.

BARBARA sposa promessa di don Flaminio.

TOGNINA cameriera di Barbara.

Don FILIBERTO mercante.

Il Signor CICCOGNINI avvocato.

Il Signor PANDOLFO procuratore.

Un NOTAIO

COSTANZO padre di Barbara.

Un SERVITORE

Un altro SERVITORE dell'avvocato.

Un Facchino.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera in casa di don Flaminio, con varie sedie.

Lindoro, Fabrizio e servitori.

LIND. (A sedere in aria di melanconia)

FABR. Via, accomodate bene le sedie, ripulite bene per tutto, che non abbiano occasione di lamentarsi. (ai Servitori, i quali mettono sei o sette sedie in semicircolo, e partono) Che avete, Lindoro, che siete s melanconico?

LIND. Non posso lasciar di piangere e di rattristarmi, quando penso alla perdita che abbiamo fatta del povero don Roberto. Sono due mesi ch' morto, e l'ho sempre presente allo spirito e al cuore, ma oggi principalmente, oggi questa cerimonia lugubre mi rinnova il dolore ch'ho avuto il giorno della sua morte.

FABR. Avete ragione. Era s amabile e generoso, che merita d'esser pianto. Oggi finalmente s'aprir il testamento, sentiremo le sue ultime disposizioni.

LIND. Donna Eleonora sar contenta; ell'era agitata pi dalla curiosit, che dalla morte di suo marito.

FABR. verissimo. E come il notaro non c'era, ch'era andato a Vienna per affari suoi particolari, ella voleva a tutta forza far aprire il testamento da un altro.

LIND. Chi sa come don Roberto l'avr trattata?

FABR. Se l'ha riconosciuta a misura dell'amore ch'ha avuto per lui, non istar troppo bene.

LIND. Per altro mi pare che, secondo le leggi di questo paese, il marito non possa lasciar alla moglie che una piccolissima summa.

FABR. vero, ma pu farla star bene, se vuole. Pu raccomandarla all'erede, pu obbligare l'erede... Ma il male si ch'ella non ha mai coltivato il figliastro, e don Flaminio non ha ragion di lodarsene.

LIND. Povera signora, me ne dispiace, poich mi dicono ch'ella ha avuto pochissima dote.

FABR. La dote che suol dare una giovane, quando sposa un vecchio.

LIND. Ma il signor don Roberto le avr fatto una contradote.

FABR. Non so niente. Oggi saremo al fatto di tutto. Oggi sentiremo le disposizioni; e la mia pi grande curiosit si di sapere, come ha trattato Zelinda e voi.

LIND. Oh in quanto a noi, noi non siamo della famiglia, e per poco ch'abbia fatto, avr fatto pi del dovere.

FABR. Vi ha sempre amato come figliuoli suoi, vi ha maritato, vi ha promesso beneficarvi, e son sicuro che un uomo come lui, non si sar contentato di poco.

LIND. Accetter tutto dalla sua bont, e dalla provvidenza.

FABR. Scusatemi, Lindoro. Scusate la confidenza con cui vi parlo. Avete delle grandi obbligazioni alla vostra sposa.

LIND. vero; ho sagrificato qualche cosa per lei, ho abbandonato per lei casa mia, ho disgustato mio padre, ma grazie al cielo, mi ha perdonato, e il bene ch'ho, e che posso avere per cagion di Zelinda, sorpassa di molto quel ch'io poteva sperar dalla mia famiglia.

FABR. E poi una consorte s buona, s saggia, s paziente, s tollerante...

LIND. verissimo. Ha sofferto tanto per causa mia, che ho rossore nel ricordarmelo.

FABR. Caro amico, l'avete ben fatta piangere e sospirare.

LIND. Non mi dite altro, che gi ne sono estremamente confuso.

FABR. Dite la verit. Vi siete veramente cangiato? Siete pi geloso di lei?

LIND. No, non lo sono pi, e non lo sar pi. Qualche volta il diavolo vorrebbe ancora tentarmi, faccio qualche volta dei sforzi. Ma non lo deggio essere, e non lo sar pi.

FABR. Farete bene, se farete cos. Zelinda non merita d'essere tormentata. E poi la gelosia tormenta quei che la provano. Oh v'assicuro che, se io mi marito, non sar geloso.

LIND. Avete voi intenzione di maritarvi?

FABR. Non so: se avessi il modo... se il padrone nel suo testamento si fosse ricordato di me... Vi dir... vi far una confidenza. Se posso, mi marito senz'altro; e voi conoscete la giovane ch'ho intenzione di prendere.

LIND. La conosco? E chi ?

FABR. Tognina; la cameriera della signora Barbara.

LIND. E come avete fatto a innamorarvi di lei?

FABR. Sapete che, dopo la morte del signor don Roberto, il signor don Flaminio ha mandato a monte il trattato della vedova, e si dichiarato pubblicamente di voler sposare la signora Barbara...

LIND. vero, e me ne dispiace infinitamente, poich il signor don Roberto, dopo che ha saputo l'amor del figlio per la cantatrice, gli ha proibito di pi trattarla, di pi vederla, e di pi pensarvi. E so che per questa sola cagione, era risoluto d'obbligarlo a sposar la vedova...

FABR. Certo, che se il padrone fosse vissuto, forse il figlio l'avrebbe fatto, ma ora ch' padron di se stesso...

LIND. Che dir la signora donna Eleonora? Dar in furore se sapr questo fatto.

FABR. Eh, ora la signora donna Eleonora non pensa pi alla famiglia. Desidera di sapere le sue condizioni, ed ha gi preparato quello che le deve asciugare le lagrime della vedovanza.

LIND. L'ha di gi ritrovato s presto?

FABR. Non andata molto lontano a cercarlo. Lo conosceva da figlia, se l'ha onestamente coltivato da maritata.

LIND. forse il signor don Filiberto?

FABR. Egli per l'appunto.

LIND. Io non l'avrei mai creduto.

FABR. Ed io vi ho sempre pensato. Ora, per tornare a proposito di Tognina...

LIND. Ecco qui la signora donna Eleonora. (guardando verso la scena)

FABR. Mutiamo discorso.

LIND. Sar meglio ch'io me ne vada. (parte)

SCENA SECONDA

Donna Eleonora vestita a lutto, e Fabrizio.

ELEON. Fabrizio. (chiamandolo)

FABR. Signora.

ELEON. A che ora ha detto di venire il notaro?

FABR. Non dovrebbe tardar a venire. Tutti han detto di trovarsi qui a sedici ore.

ELEON. Il mio procuratore avvertito?

FABR. S signora. Ha detto che verr col signor don Filiberto.

ELEON. (Tanto meglio. Avr piacere che siano qui tutti due). (da s, e siede sulla seconda sedia, dalla parte della prima donna) FABR. (Ho timore che vi vogliano essere delle liti. Vendemmia per i procuratori e gli avvocati). (da s)

SCENA TERZA

Don Flaminio vestito a lutto, e detti.

FLAM. (Entra dalla parte opposto. Fa una riverenza a donna Eleonora senza parlare. Ella s'alza un poco per salutarlo, senza dir niente, e torna a sedere, e restano tutti due senza parlare, e senza guardarsi)

FABR. (Queste due persone s'amano teneramente). (da s, con ironia)

FLAM. Fabrizio.

FABR. Signore.

FLAM. Venite qui.

FABR. Mi comandi.

FLAM. Il mio avvocato avvertito?

FABR. S, signore, per le sedici ore.

FLAM. Quando viene, fatelo entrare immediatamente.

FABR. Sar servita. (Una il procuratore, l'altro l'avvocato! Uh se fosse vivo il padrone! Ma oramai non se ne ricordano pi. Ora non che la roba che interessi la vedova ed il figliuolo. A che serve l'accumulare per seminar delle liti, per ingrassar i curiali?) (da s) (Ah! chi di l? Ho capito). (guardando alla scena) Signora, venuto il signor don Filiberto, e il procuratore. (piano a donna Eleonora)

ELEON. Fateli entrare.

FABR. Favoriscano, signori. Entrino pure. (alla scena)

SCENA QUARTA

Don Filiberto, Pandolfo e detti.

PAND. Faccio umilissima riverenza alla signora donna Eleonora.

ELEON. Serva, signor Pandolfo. Si accomodi. Riverisco il signor don Filiberto.

FIL. Il mio rispetto. (a donna Eleonora, inchinandosi) Servitor umilissimo, signor don Flaminio.

FLAM. Servitor suo. (bruscamente)

PAND. Umilissima riverenza... (a don Flaminio)

FLAM. La riverisco. (bruscamente)

ELEON. (Eh, eh). (ridendo un poco di don Flaminio) Sedete, sedete. (a don Filiberto e Pandolfo)

FIL. (Io non so che cos'abbia con me). (piano a donna Eleonora, e siede alla sua dritta, sulla prima sedia)

ELEON. (Niente, niente, non gli badate). (piano a don Filiberto)

PAND. (Il signor don Flaminio ha paura di me. Mi conosce. Sa quanto vaglio. Lo compatisco). (piano a donna Eleonora, e le siede accanto alla sinistra)

FLAM. (Viene all'apertura del testamento coll'amante da un canto e col procuratore dall'altro! una comparsa veramente degna di lei). (da s)

ELEON. (Badate bene alla lettura del testamento. Mi raccomando a voi). (piano a Pandolfo)

PAND. (Non dubiti, non ci pensi. Si fidi di me, e si lasci servire). (piano a donna Eleonora)

FIL. (Spero che non vi saranno difficolt). (piano a donna Eleonora)

FABR. (La signora donna Eleonora si provveduta di un buon procuratore. Il primo imbroglione del foro). (da s, e parte)

FLAM. Signor don Filiberto, stupisco che vi siate dato l'incomodo di venir da noi in un giorno in cui non si tratta che di affari di famiglia. (ironico)

ELEON. ( veramente grazioso). (da s, fremendo)

FIL. Signor, vi chiedo scusa; ma per verit, sono venuto per l'affar della vedova.

FLAM. Di qual vedova? (con ironia)

FIL. Di quella con cui siete in parola di matrimonio, e per la quale ho io l'impegno che voi sapete.

FLAM. Ah, ah, scusatemi. Credeva che la vedova fosse un'altra. (con ironia)

ELEON. (L'impertinente!) (da s, fremendo)

PAND. (Vi dell'animosit fra di loro. Vi saranno delle liti sicuramente! (da s)

FIL. E qual il vostro pensiero circa alla vedova di cui si tratta? (a don Flaminio)

FLAM. Non vi prendete pena di ci. Io non ho mai segnato il contratto. Le ho fatto parlare, le ho fatto capire che non ho alcuna inclinazione per lei. Ella mi ha posto in libert, e quest'affare finito. (a don Filiberto)

ELEON. Il signor don Flaminio vorr sposare la sua cantatrice. (ironica e sdegnosa)

FLAM. Signora, con sua permissione, sposer chi mi piacer e parer.

ELEON. Ed io mi mariter con chi vorr.

FLAM. Benissimo. Cos anderemo d'accordo.

PAND. (Eh, non andranno d'accordo in tutto). (da s)

SCENA QUINTA

Fabrizio, poi l'Avvocato e detti.

FABR. Signore, qui l'avvocato. (a don Flaminio)

FLAM. Che entri. (a Fabrizio)

FABR. (Almeno il padrone s' provveduto d'un galantuomo. Il signor Ciccognini l'avvocato pi onesto e pi prudente di questo foro). (da s) Entri, signore, favorisca. (alla scena)

AVV. (Saluta tutti. Donna Eleonora s'alza un poco, lo saluta freddamente, e torna a sedere. Don Filiberto fa lo stesso. Don Flaminio l'accoglie, e gli dice di sedere presso di lui. Prima di sedere, saluta Pandolfo. Pandolfo gli rende il saluto con gravit, come segue, stando tutti due in piedi)

PAND. Ho piacere d'aver l'onore d'essere in compagnia di un avvocato celebre come lei.

AVV. Fortuna mia d'aver a trattare con una persona ch'io stimo infinitamente.

PAND. Ammirer il di lei talento.

AVV. Mi riporter alla di lei cognizione.

PAND. Ella la stella del nostro foro.

AVV. Ella m'onora pi ch'io non merito.

PAND. S'accomodi.

AVV. La supplico.

PAND. Favorisca.

AVV. Come comanda. (vuol sedere)

PAND. Per obbedirla. (siede prima lui, e si mette in gravit) (Dodici di questi avvocati non mi fanno paura). (piano a donna Eleonora)

FABR. (Gi si sa dove tutte queste cerimonie andranno a finire). (da s)

FLAM. (Siete molto amici col signor Pandolfo?) (piano all'avvocato)

AVV. (Amici? Credo ch'egli mi detesti quanto io lo sprezzo). (piano a don Flaminio)

FABR. Signori, ecco il notaro. (guardando alla scena)

ELEON. Manco male. Si finir una volta. (tutti s'alzano)

SCENA SESTA

Il Notaro e detti.

NOT. M'inchino umilmente a tutti questi signori. (tutti lo salutano) Scusino per amor del cielo se ho tardato a venirli a servire. Li miei affari m'hanno trattenuto a Vienna qualche giorno di pi.

ELEON. Per dire la verit, eravamo un poco impazienti.

NOT. Vi domando scusa...

FLAM. Niente, niente, signore. Ciascheduno dee accudire a' propri interessi, e poi non v'era alcuna ragione per muoverci all'impazienza. (verso donna Eleonora)

ELEON. (Non lascia mai l'occasione di pungere). (piano a don Filiberto e Pandolfo)

FIL. (Soffrite, signora mia, soffrite). (piano a donna Eleonora)

PAND. (Eh, soffrir fino a certo segno...) (piano a donna Eleonora e a don Filiberto)

NOT. Eccomi qui ad aprire, a leggere, e pubblicare il testamento del fu signor don Roberto.

FLAM. Favorisca d'accomodarsi. (tutti siedono. Il Notaro nel mezzo)

SCENA SETTIMA

Zelinda vestita a mezzo lutto, Lindoro e detti.

FABR. (Da una parte in piedi, ed un poco indietro)

ZEL. (Venite, venite; non abbiate paura). (a Lindoro, tenendolo per mano e conducendolo avanti) Dimando umilmente perdono, se ci prendiamo la libert...

ELEON. E che cosa c'entrate voi? Mi pare che in tali occasioni i domestici non s'abbiano a mischiar coi padroni.

LIND. (L'ho detto. Voi volete farmi arrossire). (a Zelinda)

ZEL. Signore, noi sappiamo il nostro dovere. Eccoci qui in un canto. (si ritira con Lindoro in disparte)

FLAM. Avanzatevi, la signora donna Eleonora lo permetter. (a Zelinda e Lindoro)

ELEON. La signora donna Eleonora non lo permette.

FLAM. Scusatemi, signora, io vi chiamo col vostro nome; quello di matrigna credo non piaccia a voi, come dispiace a me.

PAND. (Oh, liti sicuramente). (da s)

NOT. Signore, favorite dirmi chi sono queste persone. (a don Flaminio, accennando Zelinda e Lindoro)

FLAM. Que' due sono marito e moglie. Ella cameriera della signora, ed era egli in figura di segretario. L'altro il mastro di casa. (i tre, quando sono nominati, fanno la riverenza)

NOT. Non male, signora, che restino all'apertura del testamento. I domestici d'un buon padrone vi possono avere qualche interesse. (ad Eleonora. Tutti tre s'avanzano, ma in piedi)

ELEON. Non necessario che siano presenti.

FLAM. Con sua permissione. (a donna Eleonora) Restate. (ai tre)

ELEON. (Non viverei con costui per tutto l'oro del mondo) (a Pandolfo)

PAND. Lasciatelo fare. Tanto peggio per lui). (piano a donna Eleonora)

NOT. Vogliono essere serviti? andiamo. (apre il testamento)

FLAM. Potete omettere i preamboli e le formalit. Sono cose che rattristano troppo.

ELEON. S, s, veniamo alle corte.

NOT. Come vi piace. Legger l'ordinazioni dei legati, e l'instituzion dell'erede. Lascio trecento scudi al Notaro. Queste son cose solite.

ELEON. S, sono formalit che si potean tralasciare.

PAND. (Trecento scudi al notaro? Capperi, il testamento ricco, l'affare buono). (da s)

NOT. Item lascio a Zelinda, fglia onesta e civile, ed a Lindoro sua marito, ch'hanno servito in casa con fedelt, e ch'io ho sempre amati come figliuoli, la casa di mia ragione situata nella Strada Nuova, dirimpetto all'Universit. (Zelinda e Lindoro si consolano e fanno zitto)

FABR. (Non gran cosa). (da s)

ELEON. (Una casa di quella sorte) (fremendo)

NOT. Item lascio ai medesimi, per tutta la lor vita naturale durante, due botti di vino all'anno e dieci sacchi di farina, parimenti per ciascun anno. (Zelinda e Lindoro si consolano, come sopra)

FABR. (Via via, non c' male). (piano a Zelinda e Lindoro)

ELEON. (Mi pare si possano contentare). (da s, ironicamente)

NOT. Item lascio ai medesimi...

ELEON. Ancora?

NOT. Io leggo quello ch' scritto.

FABR. (Sentiamo, sentiamo). (piano a Zelinda e Lindoro, con allegria)

NOT. Item lascio ai medesimi un capitale di dieci mila scudi a loro libera disposizione. (Zelinda e Lindoro si consolano)

ELEON. (Questo troppo. Scommetto che per me non avrebbe fatto altrettanto). (al Procuratore e a don Filiberto, fremendo)

FLAM. (Son contentissimo. Mio padre ha loro reso giustizia). (piano all'Avvocato)

FABR. (Mi consolo con voi, ma di cuore). (a Zelinda e Lindoro)

ZEL. (Povero padrone! darei tutto, purch'ei vivesse). (piangendo)

LIND. (Avete ragione; l'amor suo valeva un tesoro). (a Zelinda)

ELEON. Che avete che piangete, Zelinda? Vi pare poco? (ironicamente)

ZEL. Signora, la mia riconoscenza.

NOT. Permettetemi di terminare.

FLAM. Ha ragione.

ELEON. Sentiamo.

NOT. Item lascio a Fabrizio, mio mastro di casa, dieci scudi il mese fino ch'ei vive, e trecento subito per una sola volta. (Fabrizio si consola)

LIND. Mi consolo. (a Fabrizio)

ZEL. Me ne rallegro. (a Fabrizio)

FABR. Son contentissimo. (a Zelinda e Lindoro)

NOT. Item lascio ed ordino all'infrascritto mio erede di pagar in contanti alla Signora Donna Eleonora, mia carissima consorte, la somma che apparisce dalla mia confessione di dote aver da lei ricevuta, e ci senza contradizione veruna.

ELEON. E qual contradizione ci potrebb'essere?

NOT. Scusatemi, signora...

ELEON. Finite, finite di leggere. (Vediamo se si sovvenuto della donazione reciproca. Questa quella che mi sta sul cuore). (da s)

NOT. Item lascio all'infrascritto mio erede di continuare a passare alla suddetta mia signora consorte il solito trattamento di vitto, vestito, servit ed alloggio per tutto il tempo della sua vita, e venti scudi al mese per le spille. (donna Eleonora, Pandolfo, don Filiberto si consolano)

NOT. Con condizione per (tutti ascoltano attentamente) ch'ella resti vedova, e resti in casa con don Flaminio mio figliuolo; e s'ella volesse rimaritarsi, o non volesse restar in casa come sopra, non possa altro pretendere che la dote ereditata, consistente in dodici mila scudi.

ELEON. Vuol obbligarmi a restar vedova?

PAND. Sentiamo il fine. (a donna Eleonora) (Si far una lite terribile) (da s)

NOT. Item lascio, nomino e dichiaro, ed istituisco mio erede universale coll'obbligo de' sopradetti legati particolari, don Flaminio, mio unico figlio. (don Flaminio e l'Avvocato si consolano) Con condizione per (tutti ascoltano) ch'egli non si mariti con persona di grado inferiore al nostro, e sopratutto con una ch'avesse pubblicamente ballato o cantato sopra il teatro; (don Flaminio si rattrista) e maritandosi contro la mia presente disposizione, non possa egli conseguir altro che li beni fideicomissi, e la dote materna, e la quarta parte de' miei beni liberi, azioni, ragioni, crediti, e sostituisco nel caso suddetto per miei eredi universali Zelinda e Lindoro sunnominati. Ecco tutto l'essenziale del testamento. (tutti s'alzano. Don Flaminio e donna Eleonora agitati e malcontenti)

NOT. Signori, se non mi comandano altro, io ander per i fatti miei.

FLAM. S'accomodi. Sar a riverirla, ed a pagar il mio debito.

NOT. Mandino, quando vogliono, per la copia del testamento. Servitor umilissimo di lor signori. (s'incammina)

ZEL. Accompagnamolo almeno noi. (a Lindoro e Fabrizio)

LIND. S, usiamogli questa civilt.

FABR. giusto. Andiamo. (partono tutti tre col Notaro)

SCENA OTTAVA

Donna Eleonora, don Flaminio, don Filiberto, l'Avvocato, il Procuratore.

FLAM. Signora, voi avete inteso le disposizioni di mio padre. Se volete star meco, siete padrona, ma siccome per godere d'un tale benefizio dovreste rinunziare al pensiero di rimaritarvi, cos avrete la bont di farmi sapere a qual partito vi vorrete appigliare.

ELEON. Il testamento ingiusto, e non lo accetto nei termini come scritto. Mi sono maritata assai giovine, e non ho preso un vecchio per sagrificarmi in tal modo.

PAND. E non dev'essere sagrificata, e si far lite.

ELEON. Vi dev'essere una donazione reciproca...

AVV. Una donazione reciproca? Scusate, signora mia. Se vi fosse, il testatore non l'avrebbe dimenticata.

ELEON. Me l'ha promessa, e vi sono de' testimoni.

PAND. Vi sono de' testimoni? Si far lite.

FLAM. Signora, guardatevi da chi vi consiglia per il proprio interesse.

PAND. Parla per me, signore? Son conosciuto. Io non ho bisogno di mendicare clienti. Ne ho da dare a chi non ne ha. Difendo le donne per inclinazione, e le vedove per compassione. (parte)

SCENA NONA

Donna Eleonora, don Flaminio, don Filiberto, l'Avvocato.

ELEON. Che legge barbara, che legge inumana questa? Non basta ai mariti di tiranneggiar finch vivono le loro mogli, vogliono comandar loro anche dopo morti?

FIL. Signora, se mai vi mettesse in pena l'impegno ch'avete meco contratto, sappiate ch'io vi stimo e v'amo, ma sono un galantuomo, e non intendo di pregiudicare i vostri interessi.

ELEON. S, s, ho capito. Temete ch'io non sia tanto ricca, quanto avevate supposto. Ecco il motivo della vostra virtuosa rassegnazione. Ma giuro al cielo si far una lite, e mi daranno quello che m'appartiene, e sar padrona di me, e voi mi manterrete la parola, o per amore, o per forza. (parte)

FIL. ( amabile veramente la sposa che mi son scelto. Ma vi vuol pazienza. Io l'amo, e sono dieci anni ch'io la conosco, e sono dieci anni ch'io soffro). (da s, parte)

SCENA DECIMA

Flaminio e l'Avvocato.

FLAM. Che dite, amico, in quali imbarazzi mi trovo?

AVV. Non temete di niente. Questa reciproca donazione mi pare che sia una fantasma senz'alcun fondamento. Il signor don Roberto era un uomo di garbo, sapeva benissimo che non poteva donare in pregiudizio di suo figliuolo. Pu essere che in qualche momento di tenerezza l'abbia lusingata, ma la donazione non c', e i testimoni non servono.

FLAM. Per questa parte pare anche a me di poter viver tranquillo, e per dirvi la verit, non ci penso. Quello che mi d pi da pensare, si la condizione con cui mio padre mi vuole erede.

AVV. Lo credo benissimo, dopo quello che mi avete confidato del vostro amore per la signora Barbara. Vi compatisco, e far il possibile per assistervi. Ma per dirvi la verit, il testamento parla assai chiaro.

FLAM. La giovine d'una nascita che non disonora la nostra.

AVV. Tutto va bene, ma ella ha cantato in pubblico sul teatro, e il testamento l'esclude, e il padre padrone di lasciar il suo libero a chi vuole, e colle condizioni che pi gli piacciono.

FLAM. Voi dunque mi disperate del tutto.

AVV. No, non vi dispero altrimenti. Principio a considerare le difficolt, ma non le trovo perci insuperabili. Fidatevi di me, lasciate maneggiare a me la faccenda.

FLAM. Ma come, ma come mai? Oh cieli! voi mi colmate di consolazione.

AVV. Venite meco, e vi sveler il mio disegno. (parte)

FLAM. Gran fortuna per me l'aver per difensore un avvocato amico, intelligente ed onorato. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Zelinda, Lindoro e Fabrizio.

FABR. Non posso bastantemente spiegarvi il contento che provo per parte vostra. V'assicuro che il veder voi cos ben trattati e cos ben provveduti, mi fa pi piacere del bene ch'ha lasciato il padrone alla mia persona.

ZEL. Effetto della vostra bont.

LIND. Ne sono e sar sempre riconoscente.

FABR. Spero ch'ora voi sarete contenta.

ZEL. Ho ragione d'esserlo, e sarei al colmo della felicit, se un interno rammarico non m'inquietasse.

LIND. Qual rammarico, Zelinda mia? Parlate, vi prego, che cos'avete?

ZEL. Vi dir, la perdita del mio caro padrone... (Non ho coraggio di dire la verit). (da s)

FABR. Ma bisogna poi darsi pace.

LIND. Veramente egli era s buono, e abbiamo s grandi obbligazioni verso di lui...

FABR. Ma quel buon uomo non pretende da voi il sagrifizio della vostra pace, della vostra tranquillit. Egli ha avuto intenzione di farvi felici e contenti. Vi vuol sensibili all'amor suo, ma vuol che godiate tranquillamente il bene che vi ha lasciato.

LIND. S, dite bene, convien darsi pace, e profittar onoratamente di s buona fortuna. Mio padre s' meco riconciliato, ma per cagione della famiglia, non ama ch'io vada a stare con lui. Se Zelinda contenta, resteremo qui, abiteremo la casa che ci ha lasciato il padrone, e passeremo i nostri giorni felicemente.

ZEL. Oh s, questo quel ch'io desidero. Staremo da noi in casa nostra; per me, sortir pochissimo, non tratter con nessuno, e spero che il mio caro marito non avr a dolersi di me, e non avr pi alcun motivo di gelosia.

LIND. No, cara Zelinda, non mi ricordate pi la mia debolezza passata. So che v'ho fatto delle ingiustizie, e non ve ne far mai pi. Voglio anzi che vi divertiate, che andiate a spasso, che trattiate con chi vi pare. Vi lascier in pienissima libert, e non vi sar pi pericolo che virimproveri, che vi tormenti, n ch'abbia la debolezza di sospettare di voi.

FABR. Bravo, cos mi piace, cos va bene, cos Zelinda sar contenta.

ZEL. (Ah no, questa sua indifferenza mi agita, mi tormenta, e mi fa dubitare che pi non mi ami). (da s)

LIND. Fabrizio carissimo, mi viene in mente un pensiere. Noi abbiamo pane, e vino, e casa, e dieci mila scudi di capitale, ma ci non basta per vivere comodamente. Ho qualche cosa di casa mia, ma non basta ancora per tutt'i bisogni d'una famiglia. Bisognerebbe, per istar bene, bisognerebbe metter a profitto il danaro, e far qualche buon negozietto. Voi avete pratica degli affari, voi siete galantuomo, ci siete amico, potreste unirvi con noi, viver con noi, e col nostro danaro, e colla vostra direzione...

FABR. S, e aggiungete che anch'io, oltre il legato de' trecento scudi, ho qualche danaro ammassato, e spero che le cose nostre anderanno felicemente.

LIND. Ah, che ne dite, Zelinda? Vi pare ch'io abbia pensato bene?

ZEL. Scusatemi, ci ho qualche difficolt. Non intendo di far alcun torto a Fabrizio ch'io stimo e rispetto, ma per un picciolo commercio, per maneggiare un piccolo capitale di dieci mila scudi, credo che voi ed io abbiamo talento che basti.

FABR. Signora, voi ricusate la mia compagnia...

ZEL. Non , vi dico, per farvi un torto, ma se volete che parli chiaro, lo far. Mi ricordo quanto ho sofferto per causa vostra. Mi ricordo che mio marito stato geloso ancora di voi, e non vorrei che vivendo insieme...

LIND. Ma vi dico, e vi protesto, e vi giuro, che non sar pi geloso.

ZEL. Mai pi geloso?

LIND. Mai pi.

ZEL. Non posso crederlo, e non lo credo.

LIND. Lo vedrete, e lo toccherete con mano. Sono cos persuaso, talmente disingannato, che vi lascierei, come si suol dire, in mezzo un'armata.

ZEL. (Se dicesse la verit, sarei alla disperazione). (da s)

FABR. Ors, abbiamo tempo a pensare, e a risolvere. Disponete di me come pi vi piace, io son galantuomo son vostro amico, e questo vi basti. Faccio conto d'andar subito dal notaro a prender la copia dell'articolo che mi riguarda.

LIND. S, e con quest'occasione, fatemi il piacere di farvi dar la copia de' nostri legati.

FABR. Ben volentieri.

LIND. Se v' qualche spesa...

FABR. Oh, per la spesa supplir il signor don Flaminio. E il notaro di casa. A rivederci. (Zelinda, da una parte, ha ragione. Pare impossibile che un geloso di tal natura si sia cangiato del tutto). (da s, e parte)

SCENA DODICESIMA

Zelinda e Lindoro.

ZEL. Dite, Lindoro; scusatemi s'io vi faccio una simile interrogazione. Come mai avete potuto cambiar s presto di temperamento? Un mese fa voi eravate geloso, estremamente geloso, ed ora non lo siete pi?

LIND. Ditemi voi, Zelinda, avreste piacere ch'io lo fossi ancora, e seguitassi a tormentarvi come feci per lo passato?

ZEL. A tormentarmi?... No, non avrei piacere d'essere tormentata. (nascondendo la sua passione)

LIND. Avete ragione, sono stato un pazzo, vi ho trattate male, ne son pentito, vi domando nuovamente perdono, e nuovamente vi protesto e v'accerto che non sono pi geloso.

ZEL. Mai pi geloso? (con qualche passione)

LIND. Mai pi vi dico, mai pi. Lo sono stato senza ragione d'esserlo. Ma voi sapete bene, mia cara, che la mia gelosia non derivava che dall'eccesso d'amore.

ZEL. Voi eravate geloso per eccesso d'amore?

LIND. Cos .

ZEL. Ed ora non siete pi geloso?

LIND. Vi dico costantemente di no.

ZEL. (Dunque non m'ama pi). (da s)

LIND. (Mi sforzo, e mi sforzer per non esserlo. Ci patisco, ma non dispero di superarmi). (da s)

SCENA TREDICESIMA

L'Avvocato e detti.

AVV. (Oh, eccoli qui tutti due). (da s)

LIND. Faccio umilissima riverenza al signor avvocato.

AVV. Riverisco il signor Lindoro. Servo, signora Zelinda. (entra nel mezzo)

ZEL. Serva sua divotissima.

AVV. Mi consolo con voi della vostra buona fortuna, ben dovuta al merito d'ambidue.

LIND. Vossignoria ha della bont per noi.

ZEL. (Per me non gli voglio) dare gran confidenza. Lo conosco, gli piace troppo scherzare). (da s)

AVV. Certo, il signor don Roberto ha reso giustizia alle qualit amabili di questa buona figliuola. (s'accosta)

ZEL. La ringrazio delle sue cortesi espressioni. (si ritira un poco)

LIND. compito il signor avvocato. (dissimulando la pena)

AVV. Povera figlia! So la vostra nascita, so le vostre disgrazie, e sono contentissimo di vedervi ora star bene. (s'accosta ancora pi)

ZEL. Obbligatissima alle sue finezze. (si ritira, ed osserva Lindoro)

LIND. (Ho promesso di non esser pi geloso). (da s, e si ritira)

ZEL. (Mi pare che Lindoro ci patisca). (da s, consolandosi)

AVV. Figliuola mia, torno a dirvi, mi consolo del bene che v'ha lasciato il signor don Roberto, ma appunto per l'interesse ch'io prendo a vostro vantaggio, deggio avvertirvi che il testamento ha qualche difetto, che v' qualche cosa a temere, e sono venuto espressamente per parlare con voi. (a Zelinda)

LIND. (Perch piuttosto con lei, che con me?) (da s)

ZEL. Signore, io non ho cognizione di questi affari. Parlate con mio marito.

AVV. Parler a tutti due, ma siccome voi siete quella a di cui contemplazione il signor don Roberto ha lasciato questi legati... credo che il signor Lindoro non s'avr per male ch'io abbia introdotto il discorso con voi. (a Zelinda, guardando anche Lindoro)

LIND. Oh, non signore. Mia moglie ha talento bastante, e la prego anzi di continuare il ragionamento con lei. (Guai a me s'io dicessi diversamente! Zelinda forse se ne offenderebbe). (da s)

AVV. Sappiate dunque, Zelinda... (accostandosi a lei)

ZEL. Signore, scusatemi, io non voglio ascoltar niente senza la presenza di mio marito.

LIND. (Ecco, mi crede ancora geloso). (da s)

AVV. Accostatevi dunque, ed ascoltate voi pure. (a Lindoro)

LIND. No, certo. Parli con lei: non ci voglio entrare. (si ritira indietro, e passeggia)

ZEL. (Mi fa una rabbia che non lo posso soffrire). (da s)

AVV. Sappiate dunque, che il testamento corre pericolo d'esser tagliato.

ZEL. E che vuol dire tagliato?

AVV. Vuol dire d'esser dichiarato nullo, di niun valore. (Lindoro ascolta, e mostra di non voler ascoltare)

ZEL. Ma venite qui. Sentite cosa egli dice. Cosa serve che stiate l? Di chi vi volete prendere soggezione? (a Lindoro)

LIND. ( furba, capisce tutto). (da s) No, no, ho qualche cosa da fare; non posso pi trattenermi. Sentite voi, e poi mi riferirete. (in atto di partire)

ZEL. No, vi dico, restate, venite qui. (lo trattiene)

LIND. Ma se ho che fare, se non posso restare.

ZEL. E qual premura avete d'andarvene?

LIND. Voglio scrivere a mio padre, istruirlo della mia buona fortuna, e dargli ragguaglio di quel che passa.

ZEL. Lo farete poi, non vi questa premura.

LIND. La posta parte da qui a mezz'ora. Scusatemi: voglio adempire a questo dovere; vado a scrivere, e poi torner. (Ci patisco, ma mi avvezzer). (da s, parte)

SCENA QUATTORDICESIMA

L'Avvocato e Zelinda.

ZEL. (Non so che dire. Una volta non m'avrebbe certo lasciato a testa a testa con un legale). (da s)

AVV. E bene, questa disputa ancor finita?

ZEL. Scusate, signore. Mio marito ha che fare, ed io senza di lui inutile che v'ascolti. (stando lontana)

AVV. Ma, figliuola mia, non v' tempo da perdere. V'avverto per vostro bene. Se il testamento nullo, voi correte rischio di perder tutto.

ZEL. Si corre rischio di perder tutto? (s'accosta con ansiet)

AVV. Cos , vi dico: il testamento potrebb'esser tagliato, e in questo caso tutti legati se n'andrebbero in fumo.

ZEL. Poveri noi! Signore, per amor del cielo, ditemi, spiegatemi questa faccenda.

AVV. Non temete di niente. Io sono l'avvocato del signor don Flaminio, ma come egli v'ama e vi protegge, operer per voi e per lui. Ho formato nella mia mente un progetto; basta che voi lo secondiate, che vi fidiate di me, e vi prometto non solo la sicurezza de' vostri legati, ma qualche cosa ancora di pi.

ZEL. Signore, so che siete un galantuomo, un uomo onesto, ci raccomandiamo a voi, e ci fideremo di voi.

AVV. Bene dunque, state quieta e tranquilla, ed io operer sulla vostra parola.

ZEL. Ma si potrebbe sapere quel ch'avete intenzione di far per noi? (s'accosta un poco)

AVV. Voi avete un poco di curiosit. (s'accosta)

ZEL. Vedete bene, si tratta di tutto; si tratta dell'esser nostro.

AVV. Certo che sarebbe per voi una perdita irreparabile.

ZEL. Siete cos valoroso nell'arte vostra, e avete tanta bont per noi. (gli si accosta, ma si ritira temendo Lindoro)

AVV. Vi ritirate? di che avete paura? Io credo d'essere bastantemente conosciuto per galantuomo, per uomo onesto e civile. Mi piace ridere, mi piace scherzare, ma non son capace di dar dispiacere a nessuno.

ZEL. Avete ragione, ma una povera donna ch'ha un marito difficile, ha sempre paura di pregiudicarsi.

AVV. Basta cos, ho capito. Vostro marito un pazzo, e voi siete assai delicata; non crediate ch'io v'offerisca l'opera mia per un vile interesse. Amo le buone grazie, ma non le pretendo. Ho promesso d'assistervi, e v'assister di buon core. (parte)

SCENA QUINDICESIMA

Zelinda sola.

ZEL. Conosco il signor avvocato, passa d'essere un poco troppo libero colle donne; mio marito dic'egli di non esser pi geloso, ma non lo credo, e non lo voglio credere ancora per non disperarmi del tutto. Non mi scorder mai ch'egli m'ha detto e ridetto, ch' stato di me geloso per eccesso d'amore, e non lascier mai di concludere, s'ei non pi geloso, ch'egli non m'ama pi. Ma eccolo che ritorna, non vuo' pi vivere in questo dubbio, voglio sincerarmi assolutamente... Ma s'io gli do a conoscere la mia inquietudine, potrebbe fingere d'esser geloso, ancor quando pi non lo fosse; no, no, bisogna nascondere questo dubbio, e cercar di scoprire la verit.

SCENA SEDICESIMA

Zelinda e Lindoro.

LIND. Eccomi qui, ho scritto la lettera, e l'ho spedita.

ZEL. Bene, or sarete contento.

LIND. Quest' un debito che mi correva. L'avvocato partito?

ZEL. S, partito.

LIND. Siete restata di lui contenta?

ZEL. Contenta? poco, per dir la verit.

LIND. E che? Avrebb'egli intenzione di farci perdere i nostri legati?

ZEL. No, anzi m'ha detto che v' qualche pericolo, ma che si esibisce d'assisterci, ed assicurarci il bene che ci stato lasciato.

LIND. Qual ragione avete dunque d'essere malcontenta di lui?

ZEL. Vi dir. Sapete ch' un uomo proprio e civile, ma che si prende qualche volta certe picciole libert...

LIND. Si prese con voi delle libert? (con calore)

ZEL. Non ha veramente ecceduto, ma siccome io conosco la vostra delicatezza... (Principia a risentirsi). (da s, contenta)

LIND. (La conosco, vuol provarmi, non far niente). (da s) E bene, quali sono queste libert di cui vi dolete?

ZEL. Per esempio, volermi sempre dappresso, e s'io mi ritirava, accostarsi, lamentarsi e rimproverarmi.

LIND. Cose da niente. L'avr fatto semplicemente... L'avr fatto per non esser sentito... V'ha confidato quello ch', quello che corre, quel che vuol fare per noi?

ZEL. Voleva confidarmelo, ma non ho avuto pi sofferenza.

LIND. Perch? (con ansiet)

ZEL. Perch ha frammischiato il discorso con certi termini, con certe espressioni... ch'io ho del merito, ch'ho delle grazie, ch'ho del talento.

LIND. Ha detto? (con ansiet sforzandosi a non mostrar pena)

ZEL. Cos m'ha detto.

LIND. E bene. Se ha detto ch'avete del merito, vi ha reso giustizia. Se ha detto ch'avete delle grazie, del talento, ha detto la verit.

ZEL. E non vi formalizzate di questo?

LIND. Oib! Per qual ragione avrei da formalizzarmi?

ZEL. Se vi dicessi il resto?

LIND. Il resto? (con un poco di calore)

ZEL. Sapete voi la conclusion del discorso?

LIND. La conclusione?

ZEL. Mi voleva prender la mano. (con calore)

LIND. Non c' altro?

ZEL. E vi par poco?

LIND. Un atto di civilt, d'amicizia.

ZEL. (Povera me!) (da s) E voi avreste permesso ch'io gli avessi accordata questa finezza?

LIND. Gliel'avete data la mano?

ZEL. No, non ho voluto.

LIND. E qual ragione avete addotta per non farlo? L'avete disgustato? gli avete parlato con villania?

ZEL. Non son capace di questo. L'ho persuaso con vilt; gli ho detto che la cosa per se stessa innocente, ma che non parrebbe tale agli occhi di mio marito.

LIND. Ecco qui: voi mi volete render ridicolo; voi mi volete far passar per geloso. (con un poco di caldo)

ZEL. Ma se so che lo siete. (dolcemente)

LIND. Ma se vi dico che non lo sono pi, che v'ingannate, che m'offendete, e che non voglio che mi parliate, n che ci pensiate mai pi. State, andate, parlate, trattate con chi volete, non mi rendete conto di niente, non siate in pena per me: vi conosco, non ci penso, mi fido. Non son geloso, e non lo sar mai pi fin ch'io viva. (Crepo, schiatto, ma mi avvezzer). (da s, parte)

SCENA DICIASSETTESIMA.

Zelinda sola.

ZEL. Ah povera me! Son disperata. Mio marito non m'ama pi. Mi ha tormentata colla gelosia, ma i miei tormenti erano dall'amor raddolciti. Ah s, piuttosto che vedermi trattar con indifferenza, soffrirei volentieri di essere maltrattata, mortificata, e battuta ancora da mio marito. Ah il mio caro marito! Ah ch'ho perduto l'amore del mio caro marito! Non m'importa de' miei legati, non m'importa del bene ch'ho. Mio marito non di me pi geloso. Mio marito non mi vuol pi bene. Sono avvilita, son perduta, son disperata. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera coll'armadio in fondo. Un tavolino da una parte ben avanti, e una sedia.

Zelinda sola.

(Melanconica va pian piano all'armadio, lo apre, ne tira fuori la sua cestella da lavorare, e lo serra. Poi porta la sua cesta sul tavolino, siede e lavora senza dir niente, pensosa, con qualche sospiro, ed asciugandosi qualche volta gli occhi col fazzoletto)

SCENA SECONDA

Fabrizio e la suddetta.

FABR. Eccomi qui, Zelinda. Sono stato dal notaro, ed ho avuto la copia del testamento, cio di quella parte che vi riguarda. Ecco la vostra copia, tenete.

ZEL. (Prende la carta senza parlare, e la mette sul tavolino senza guardarla)

FABR. Ho veduto or ora il padrone, ed assai contento per un progetto dell'avvocato, che pu render tutti contenti. (Zelinda lavora, e non dice niente) Ho sentito con mia consolazione, che in questo progetto voi pure, e vostro marito, siete compresi, e con vostro grand'avvantaggio.

ZEL. (Sospira, e si asciuga gli occhi)

FABR. Cosa , che cos'avete, Zelinda? Siete trista, melanconica, par che piangiate.

ZEL. Niente. Vi prego di lasciarmi quieta. (lavora)

FABR. Ma che mai questa novit? questa stravaganza? Vi veggio afflitta, piangente, in tempo ch'avete giusto motivo d'essere consolata, e di chiamarvi felice?

ZEL. Ah per me non v' pi consolazione, non v' pi al mondo felicit. (sospira e lavora)

FABR. Ma perch? cos' stato? cos' accaduto?

ZEL. Niente, lasciatemi piangere in libert.

FABR. Vi prego, vi supplico, confidatemi la cagione di questa vostra tristezza.

ZEL. No, dispensatemi; inutile ch'io vi parli.

FABR. Vi prego per la nostra buona amicizia. Ricordatevi ch'io non v'ho mai nascosto niente, che in ogni occasione ho confidato in voi, mi son fidato di voi, non credo di meritar questo torto. Non mi pare ch'abbiate motivo di diffidare di me.

ZEL. Bene: se voi promettete, se mi date parola d'onore di non dir niente a nessuno, vi confider anch'io quel segreto che m'agita, e mi tormenta.

FABR. Son galantuomo. Vi prometto di non dir niente.

ZEL. No, non mi basta. Ricordatevi che, quando m'avete confidato la lettera di don Flaminio, avete da me preteso un giuramento in parola d'onore. Se volete ch'io parli, assicuratemi colla stessa solennit.

FABR. Avete ragione. Vi giuro e vi prometto in parola d'onore di non dir niente a nessuno.

ZEL. E sopra tutto a mio marito.

FABR. E sopra tutto a Lindoro.

ZEL. Parola d'onore.

FABR. Parola d'onore. (Che diancine sar mai?) (da s)

ZEL. Sappiate dunque, mio caro Fabrizio, che il mio dolore, la mia afflizione proviene dal poco amore di mio marito. Ah! il mio marito non mi ama pi. Ne son certa, ne son sicura, e senza l'amor di mio marito, non sento il bene, non curo la mia fortuna, e sar sempre infelice. (Con afflizione)

FABR. Qual motivo avete di credere che Lindoro non v'ami pi?

ZEL. Contentatevi ch'io ne sono sicura, ch'io ne he delle prove evidenti.

FABR. Zelinda, voi v'ingannate sicuramente. Non possibile che Lindoro v'abbia perduto l'amore, anzi mi pare aumentata la sua tenerezza per voi.

ZEL. Non vero. Il suo amore scemato, e posso dire svanito. Mi guarda ora con indifferenza; ha ancora qualche amicizia per me, ma ben tosto m'aspetto che degeneri l'indifferenza in disprezzo, e l'amicizia sforzata in un vero odio mortale.

FABR. Voi mi dite delle cose che mi fanno tremare, inorridire, maravigliare. Ma vi supplico, vi scongiuro, ditemi qualche cosa di positivo che vaglia a farmi credere quel che dite.

ZEL. Ve lo dir. Ma ricordatevi l'impegno d'onore.

FABR. Non temete. Son galantuomo, lo manterr.

ZEL. Sentite, e giudicate se penso male.

FABR. Dite, dite. (Ho un'estrema curiosit). (da s, e s'accosta bene a Zelinda)

SCENA TERZA

Lindoro e detti.

LIND. (Entra, vede li due e si ferma)

ZEL. Sappiate adunque che mio marito... Ma oh cieli! Eccolo qui per l'appunto. (piano a Fabrizio)

FABR. (Si ritira un poco dalla sedia)

ZEL. Andate, andate; un'altra volta finiremo il nostro ragionamento. (forte, acci Lindoro senta, e s'ingelosisca)

LIND. No, no, terminate pare. Non abbiate soggezione di me. (fingendo indifferenza e giovialit)

FABR. Oh! non v' niente che prema. Non sospettate che vi sieno dei segreti. (ridendo)

LIND. Io sospettare? Di che? non sospetto niente. (V' qualche cosa che non vogliono che da me si sappia). (Da s e passa fra il tavolino e Fabrizio)

FABR. Si parlava de' nostri legati. (con bocca ridente)

LIND. Ne son persuaso. (si volta verso Zelinda)

ZEL. (Aspetta il momento che Lindoro la guardi, e prende la carta, ch' sul tavolino, e se la mette in tasca mostrando di non voler esser veduta, ma lo fa apposta perch Lindoro la veda)

LIND. Cara Zelinda, mi pare che siate afflitta... (affettando il discorso) Avete messo via una carta, mi pare... Non verrei che vi fosse qualche novit cattiva per noi. (sforzandosi di nascondere la curiosit)

ZEL. Non v ' niente di nuovo. (lavorando)

LIND. Ma quella carta... Non crediate ch'io sia curioso, ma ho paura che qualche cosa vi dia della pena. (affettando come sopra)

ZEL. Vi preme di veder questa carta? (la tira fuori, e parla con un poco di forza)

LIND. No, non la voglio vedere. Mi basta solamente sapere da voi...

ZEL. E bene, se non la volete veder, tanto meglio. (la rimette in saccoccia)

FABR. (Mi dispiace che lo mette in sospetto). (da s)

LIND. Ma non si potrebbe sapere... (a Zelinda)

ZEL. No; no, inutile che lo sappiate. Parliamo d'altro.

LIND. Fabrizio. (accostandosi a lui)

FABR. Comandate. (con bocca ridente)

LIND. Voi saprete che cosa quella carta?

FABR. Lo so certo. (come sopra, ridendo un poco pi)

ZEL. Non necessario che glielo diciate.

LIND. Non volete ch'io lo sappia?

FABR. Venite qui. Voglio levarvi io da ogni dubbio.

ZEL. (In questo tempo tira fuori di tasca due carte)

FABR. Quella carta la copia del testamento.

LIND. Del testamento? (voltandosi verso Zelinda)

ZEL. Oh la copia del testamento? Signor s, eccola l. (la getta in terra) Quelli sono gli affari vostri. (accennando la carta) E questi sono gli affari miei. (mette in tasca l'altra carta)

LIND. (Ci scommetto che fa per provarmi. Ma non far niente). (da s)

FABR. (Raccoglie la copia ch' per terra) (Non so che dire, vedo delle stravaganze che non capisco. Questa copia la custodir io). (da s)

LIND. Zelinda carissima, io non sono cos indiscreto di voler saper tutto. Se avete delle carte ch'io non ho da vedere, siete una donna prudente, e lo farete per delle buone ragioni. Quel che mi penetra e m'interessa, il vedervi turbata, e mi parete meco sdegnosa. Si potrebbe sapere che cos'avete?

ZEL. (Non risponde, e si mette a lavorare)

LIND. qualche cosa che non possiate a me confidare?

ZEL. (Lavora, e non parla)

LIND. (Questo suo silenzio mi fa tremare). (da s) Fabrizio, sapete voi qualche cosa?

FABR. No... no, non so niente. (in maniera che fa conoscere che sa qualche cosa)

LIND. Eh amico, capisco che voi ne siete informato. (poi guarda Zelinda)

ZEL. Oh s, Fabrizio sa tutto, ma non parler. (a Lindoro)

LIND. Non parler? Per qual ragione non parler?

ZEL. Perch ha dato la sua parola d'onore di non parlare.

LIND. Che cos' quest'imbroglio? (a Fabrizio)

FABR. vero. Ho promesso di non parlare.

LIND. E ad un marito si fanno di tai misteri? (a Fabrizio)

FABR. Avete ragione. ( una cosa contro la ragione, e contro la convenienza). (da s)

LIND. Zelinda, io non ho dubbi, non ho sospetti, ma questa cosa m'inquieta. Vi prego, son finalmente vostro marito, posso anche obbligarvi a parlare.

ZEL. No, inutile la preghiera, sarebbe inutile anche il comando, non posso parlare, e Fabrizio ne sa il perch.

LIND. Fabrizio, per amor del cielo. (con ansiet)

ZEL. (Mi pare che principii ad ingelosirsi). (da s, contenta)

FABR. In verit... se sapeste... ho pena anch'io.

LIND. Se siete un galantuomo, siete in obbligo di parlare.

FABR. S, vero, un galantuomo dee dar conto di s, non dee far sospettar della sua condotta. Sappiate dunque...

ZEL. Ehi, ehi, ricordatevi la parola d'onore. (a Fabrizio)

FABR. Che parola d'onore? La parola si dee mantenere quando si tratta di cose di conseguenza, ma questa una bagattella, una corbelleria, a fronte di cui ha da prevalere la quiete, la tranquillit d'un marito. (a Zelinda con forza) Sappiate dunque che vostra moglie afflitta, inquieta, perch crede che suo marito non l'ami pi. (a Lindoro)

ZEL. (Balza dalla sedia) Bravo, Fabrizio, questo un ripiego a tempo, come quello della lettera alla figlia dello speziale di campagna. Vi lodo, siete un galantuomo, un vero mantenitor della parola d'onore. So ch'avete detto che colla mia segretezza io faceva onor alle donne, e voi mantenendo cos bene il segreto, osservando cos ben la parola, fate onore grandissimo al rispettabile sesso virile. (con ironia, e parte)

SCENA QUARTA

Fabrizio e Lindoro.

FABR. (Si burla di me, ma non preme. In questo caso so d'aver fatto bene). (da s)

LIND. (Povero me! a chi devo credere? Sono pi confuso che mai). (da s)

FABR. Lindoro mio...

LIND. Ah Fabrizio, non mi tradite per carit.

FABR. Non son capace di farlo, e ho superato ogn'altra delicatezza per sincerarvi della pura e semplice verit. Dica Zelinda quel che sa dire, quest' l'unico soggetto della sua tristezza. Ella teme, anzi che credo assai fermamente che voi non l'amate pi.

LIND. Ma come mai pu ella credere, o dubitare tal cosa?

FABR. Questo quello che non ho potuto ancor penetrare; voleva dirmelo quando siete arrivato.

LIND. Ah s, non pu essere che questo, e quasi quasi ha ragione. L'ho tormentata colla gelosia, ho promesso di non esser pi geloso, mi sforzo di non parerlo, ma impossibile ch'ella non lo conosca. Non le dar pi alcun'ombra di sospetto. Lo prometto, lo giuro, e lo manterr. S, Zelinda sar contenta, a costo di morire, e lo manterr.

FABR. Bravissimo, farete bene, Zelinda lo merita, e dovete far il possibile per renderla tranquilla. Volete voi la copia del testamento?

LIND. No, custoditela voi.

FABR. La riporr colla mia. Addio, amico, prego il cielo che vi consoli. (parte)

LIND. Ma che cosa mai questa misera umanit? Ecco qui, in mezzo ai beni, alle fortune, alle contentezze, un'ombra, un sospetto, una cosa da nulla guasta lo spirito, e conturba il cuore. Segno manifesto che in questo mondo non vi pu essere felicit.

SCENA QUINTA

Don Flaminio e detto.

FLAM. Amico, vorrei pregarvi d'una finezza.

LIND. Signore, vi prego di non trattarmi con questi termini. La mia fortuna non mi rende orgoglioso. La riconosco da voi, dalla vostra casa, e vi prego di continuare a comandarmi con libert.

FLAM. Siete assai polito e civile, e meritate assai pi... Ma lasciamo da parte per ora gli elogi che potrebbero offendere la vostra modestia. Voi sapete il mio amore e il mio impegno per la signora Barbara.

LIND. Lo so benissimo.

FLAM. Ella non ancora informata del testamento, e se sapesse le cose come si trovano presentemente, avrebbe gran soggetto di temere per lei, o di rattristarsi. per me. Gli affari domestici m'hanno impedito d'andar da lei. Le ho scritto un biglietto, ma senza dirle niente di positivo. Mi era impegnato d'andar da lei a quest'ora precisa, ma aspetto l'avvocato, e non mi posso partire. Vi prego dunque d'andarla a ritrovare per parte mia, dirle la ragione perch'io non vado, e circa al testamento dar un cenno con arte della disposizion di mio padre, ma assicurarla ch'io sono disposto a perder tutto, piuttosto che abbandonarla.

LIND. Sarete servito... Ma se non vi premesse ch'andassi subito...

FLAM. Veramente mi premerebbe che vi andaste sollecitamente. La signora Barbara sar impaziente, e tremo ch'ella sappia la disposizion di mio padre. Avete voi pure qualche cosa d'assai pressante?

LIND. Niente altro che dir due parole a mia moglie.

FLAM. S, vedetela. Ditele quel che le avete da dire, e andate.

SCENA SESTA

Fabrizio e detti.

FABR. Signore, l'avvocato in sala che la domanda. (a don Flaminio)

FLAM. Vado subito. (in atto di partire) Mi raccomando a voi. So ch'avete dell'amore per me. Procurate o in un modo, o nell'altro, di rasserenarla. Appoggio a voi quest'affare perch mi preme, e son sicuro ch'avete dello spirito, e ci riuscirete... (in atto di partire, e si volta) Sopra tutto vi raccomando la sollecitudine. (parte)

SCENA SETTIMA

Fabrizio e Lindoro.

FABR. Che s, che vi manda dalla signora Barbara?

LIND. vero.

FABR. Me l'ho immaginato. Sentendo la sua gran premura, ho subito detto: non pu essere altro che questo.

LIND. Avete veduto mia moglie?

FABR. Si serrata nella sua camera.

LIND. Si serrata in camera! La vorrei veder prima di sortire.

FABR. Per ora non vi consiglio. E meglio ch'andiate a far la commissione del signor don Flaminio. Lasciatela un poco in quiete. Lasciate ch'io la veda prima di voi. Procurer persuaderla,disingannarla. Questa sera poi ceneremo insieme, entrer in discorso presente voi. Parler io, parlerete voi. Io poi vi lascier soli, e voi concluderete la vostra riconciliazione.

LIND. Far a modo vostro. Ander subito a servir don Flaminio.

FAIR. Fate un piacere anche a me nello stesso tempo.

LIND. Comandatemi.

FABR. Se vedete Tognina, salutatela da parte mia.

LIND. Lo far volentieri.

FABR. Ditele che compatisca, se non vado da lei...

LIND. Dir presso a poco lo ragioni che deggio dire alla sua padrona.

FABR. S certo, che gli affari me l'impediscono.

LIND. Non dubitate, far di tutto perch'ella sia certa della verit, e non creda che voi manchiate per disattenzione, o per poco amore.

FABR. Oh, ella poi una buona ragazza, mi vuol bene, sa che le voglio bene, e non n sofistica, n sospettosa.

LIND. vero; per quel poco che l'ho veduta, mi pare che sia del miglior carattere del mondo. Sempre allegra, sempre ridente.

FABR. Vi giuro che qualche volta farebbe ridere i sassi.

LIND. Ma! anche la mia Zelinda una volta era sempre allegra e gioviale. Ora, per mia disgrazia, non farebbe che piangere e lamentarsi.

FABR. Sono le disgrazie passate che l'hanno resa cos. Ma non dubitate, col tempo ritorner come prima.

LIND. Quando pensate voi di concludere il vostro matrimonio?

FABR. Subito che saranno terminate queste faccende; subito che si marita il padrone.

LIND. Non vedo l'ora; spero che staremo insieme, che viveremo insieme, e ch'ella inspirer nella mia Zelinda un poco della sua allegria.

FABR. Ma vostra moglie non inclina di star insieme.

LIND. Eh, quando sarete maritato... Quando conoscer vostra moglie... Son certo, certissimo, che vi avr piacere. Zelinda, voi lo sapete, non cattiva figliuola.

FABR. Cattiva! ha il miglior cuore del mondo.

LIND. Se il cielo vorr, tutte le cose anderanno bene. Addio, a rivederci. (Tutto ander bene. Basta ch'io mi corregga della mia maledettissima gelosia). (da s, parte)

SCENA OTTAVA

Fabrizio, poi donna Eleonora e don Filiberto.

.

FABR. Non v' stato pi bello al mondo di quello de' maritati. Ma ci vuol la pace, e senza la pace tutto il balsamo si converte in veleno.

ELEON. (Servita di braccio da don Filiberto) Fabrizio.

FABR. Mia signora.

ELEON. Dite al signor don Flaminio ch'avrei bisogno di parlar con lui. Se vuol degnarsi di venir qui, o se vuole ch'io passi da lui.

FABR. La servo subito; ma so ch' in conferenza col suo avvocato.

ELEON. Venga coll'avvocato, se vuole, o m'aspettino che sar da loro.

FABR. Subito la servo. (Mi pare impossibile che si vogliano accomodar colle buone). (da s, parte)

SCENA NONA

Donna Eleonora e don Filiberto.

ELEON. Voi m'empite la testa di tante difficolt, che son forzata a prestar orecchie a un qualche accomodamento.

FIL. Signora, io non parlo che per vostro bene. Mi sono informato, ho consigliato l'affare con persone d'abilit in questo genere, e tutti mi dicono che la vostra causa pericolosa. Poich, se il testamento sussiste, voi dovete stare alla legge del testatore, e se il testamento nullo, non avete alcun titolo per pretendere, o per domandare.

ELEON. E l'articolo della donazione?

FIL. una pretensione senz'alcun fondamento.

ELEON. Voi siete il corvo dalle male nuove.

FIL. Io sono un uomo sincero, un vostro vero e buon servitore.

ELEON. E per avere qualche cosa, dovr stare senza mai rimaritarmi?

FIL. Non so che dire. Questa l'intenzione del testatore.

SCENA DECIMA

Pandolfo e detti.

PAND. (Entra con allegria) Servitor umilissimo di lor signori.

ELEON. Che vuol dire, signor Pandolfo, che siete cos allegro e gioviale?

PAND. Sono allegro per voi, per cagion vostra, perch le cose nostre anderanno bene. Ho studiato l'articolo del testamento che vi riguarda, ho studiato l'articolo della donazione. Il testamento nullo, e lo faremo tagliare. La donazione inferma, ma sar corroborata dal motivo, dalle carte, e dai testimoni. Ho trovato delle buone ragioni; lasciate fare a me, lasciate operare a me, moveremo una lite terribile a don Flaminio, a Zelinda, a Lindoro, a tutto il mondo, e son sicuro della vittoria.

ELEON. Ah, ah, ve lo diceva io signor don Filiberto, coi vostri dubbi, colle vostre consultazioni? Quest' un uomo, quest' un legale che sa il suo mestiere.

PAND. E puntuale, e onorato.

FIL. Io stimo il signor Pandolfo infinitamente. Io non intacco la sua puntualit e l'onor suo, ma circa all'affare che si tratta, dubito assai che s'inganni.

PAND. Mi maraviglio di lei, signore. Son chi sono, e non mi posso ingannare. (a don Filiberto)

ELEON. Lasciatelo dire, e non gli badate. Dite, signor Pandolfo, ci vorr molta spesa per far questa lite?

PAND. Se aveste a fare con altri che con me, forse, forse la spesa vi potria spaventare. Ma io, in primo luogo, non domando niente per me.

ELEON. Sentito? (a don Filiberto)

PAND. Secondariamente, io conosco il foro, e spendo la met di quel che spendono gli altri; e per ultimo, la mia sollecitudine vale un tesoro.

ELEON. Bravissimo. Quanto credete voi che si spender?

PAND. Non lo posso dire precisamente.

ELEON. Ma pure, presso a poco?

PAND. Che so io? cento scudi, cento cinquanta, a duecento spero non ci arriveremo, o li passeremo di poco.

ELEON. Sentite, signor don Filiberto? Non gran cosa.

FIL. Si principia con cento, e non si finisce con mille.

PAND. Ma ella, signore, mi scusi...

ELEON. vero; nato per far disperare.

FIL. Non parlo pi.

ELEON. Fareste meglio a sollecitar quest'affare. (a don Filiberto)

FIL. Io? come?

ELEON. A trovar del danaro per incominciar la lite.

FIL. Ho a trovar io il danaro?

ELEON. S, voi. E chi l'ha da provvedere se non lo provvedete voi? Questa causa, s'io la faccio, la faccio per voi.

FIL. Per me?

ELEON. E per chi dunque? Se cerco di mettermi in istato di maritarmi, non lo faccio per voi?

FIL. Vi domando perdono...

PAND. Signori miei, io non sono qui per esser testimonio de' loro interessi particolari. Faccio il mio mestiere, e se vogliono fare questa lite... (verso donna Eleonora)

ELEON. buona? (a Pandolfo)

PAND. buonissima.

ELEON. Si far. Non egli vero, don Filiberto? La lite si far.

FIL. Volete voi che si faccia?

ELEON. Lo voglio io, e lo dovete voler anche voi.

FIL. Quand' cos, si far.

ELEON. Sentite? Si far. (a Pandolfo)

PAND. Facciasi dunque. (E sar bene per me). (da s)

SCENA UNDICESIMA

Fabrizio, poi don Flaminio, l'Avvocato e detti.

FABR. Signora, ecco qui il signor don Flaminio coll'avvocato. (a donna Eleonora)

ELEON. Ho piacere. Sentiremo che cosa dicono. (a Pandolfo)

PAND. Signori miei, lasciate parlare a me. Non vi confondete, lasciatemi dire, e lasciate rispondere a me. (entrano don Flaminio, l'Avvocato, e tutti si salutano)

FLAM. Che cos'ha ella da comandarmi? (a donna Eleonora)

ELEON. Niente, signore, mi pareva strano che non vi lasciaste da me vedere. (Ora non sono pi in caso di raccomandarmi). (da s)

FLAM. Ho io qualche cosa da dire a voi. Ecco qui il signor avvocato che colla sua probit e colla sua mente ha trovato un progetto d'accomodamento, che si crede sar di comune soddisfazione.

ELEON. Sentite? Propone un accomodamento. (a Pandolfo)

FIL. La proposizione merita d'essere ascoltata.

ELEON. Tacete voi. Lasciate parlare al signor Pandolfo. (a don Filiberto)

PAND. Signore, la signora donna Eleonora ha preso il suo partito. Vuol la sua libert, vuol che le si accordi la donazione, o si far lite. (a don Filiberto)

AVV. Carissimo signor Pandolfo, voi siete un uomo di garbo, voi conoscete quest'affare quanto lo conosco io, e forse meglio di me. Perch volete voi immergere questa degna famiglia in una causa inutile, in tempo che si potrebbe accomodare, e risparmiare le spese?

FIL. Se si possono risparmiare le spese...

ELEON. Volete tacere e lasciar parlare al signor Pandolfo? (a don Filiberto)

PAND. giusta l'idea risparmiare le spese, quando il risparmio non pregiudica le ragioni di un terzo.

AVV. Amico, pregiudica forse le ragioni vostre? (a Pandolfo, scherzando)

PAND. Mi maraviglio di voi, e non sono capace... Signori miei, voi non sapete cosa sono queste proposizioni di accomodamento, n dove vadano ordinariamente a finire. Ve lo dir io. Si propone d'accomodarsi per risparmiare le spese, e intanto si spende per trattar l'accomodamento; poi le parti non s'accordano, si fanno nascer delle nuove difficolt, l'accomodamento va a monte, e si fa la lite. Cos si ha perduto il tempo, son gettate le prime spese, e si raddoppiano le seconde.

ELEON. Sentite? (a don Filiberto)

FIL. Mi piacerebbe sentire il signor avvocato.

ELEON. Che uomo testardo, insoffribile, cavilloso!

AVV. S'acquetino di grazia, e si degnino ascoltarmi. Sentano a cosa tende il mio progetto. A dar a tutti quel che vogliono, e pi di quello che vogliono. A far sussistere il testamento senza osservarlo, ad esser tutti amici e contenti, a risparmiare una lite, e ad accomodarsi senza spendere un soldo.

FIL. Sentite? (a donna Eleonora)

ELEON. Se la cosa fosse cos. (a Pandolfo)

PAND. Le parole sono bellissime, ma bisogna venire al fatto. (all'Avvocato)

FLAM. Il signor avvocato parla con fondamento, e tutto quello che ha detto, lo dimostra ad evidenza.

FIL. Sentiamo dunque...

ELEON. Sentiamo come si possa...

PAN. Lasciate parlare a me. (a donna Eleonora e a don Filiberto) Il signor avvocato ha dell'abilit, ha del talento, ma mi pare che questa sua proposizione abbia del metafisico.

AVV. Non signore; la cosa fisica, reale, e dimostrativa.

FIL. Mettetela in chiaro per carit.

PAND. Lasciate parlare a me. (a don Filiberto)

AVV. Il progetto non ancor ridotto a maturit. Favoriscano oggi dopo pranzo venir da me, nel mio studio. Vi saranno tutte le parti. Saranno tutti insieme instruiti, e sentiranno se vi possono essere difficolt.

PAND. Ci verr io, ci verr io. Lor signori non se n'intendono. (a donna Eleonora e a don Filiberto) Ci verr io, signor avvocato, ci verr io.

AVV. Va bene che vi sia il signor procuratore, saggio, dotto ed esperto, ma io desidero che ci sieno ancora le parti, e senza di esse non si concluder.

ELEON. Io ci verr, signore. (all'Avvocato) E ci verrete anche voi. (a don Filiberto)

PAND. S, e lascieranno parlare a me (a donna Eleonora e a don Filiberto)

ELEON. A che ora volete voi che ci siamo?

AVV. A vent'una ora, se si contentano.

ELEON. A vent'una ora sar da voi. (all'Avvocato) Andiamo. (a don Filiberto incamminandosi per partire)

FIL. A vent'una ora non mancheremo. (all'Avvocato, e parte con donna Eleonora)

PAND. A vent'una ora ci sar ancor io. (all'Avvocato) (Costui mi leva dalla saccoccia almeno almeno dugento scudi). (da s, e parte)

SCENA DODICESIMA

Don Flaminio, l'Avvocato e Fabrizio.

FABR. (Ci vuol esser anch'egli, vuol parlar, vuol agire; e in ogni modo non la vuol perder marcia sicuro). (da s)

AVV. Amico, fate che da me si trovino all'ora stessa Zelinda e Lindoro: queste sono le persone che premono, e senza d'esse non si pu far niente.

FLAM. Spero che ci verranno senz'alcuna difficolt. Fabrizio, avvisate Zelinda che venga qui.

FABR. S signore. (Tutto sta ch'ella voglia sortire dalla sua camera). (da s, e parte)

FLAM. Lindoro non in casa, ma non pu tardar a venire, e so quanto mi posso comprometter di lui. Prego il cielo che il vostro progetto abbia luogo. Credetemi, amico, mi dispiacerebbe assai perdere una gran parte della mia eredit, ma sarei alla disperazione se dovessi abbandonare quella ch'io amo, e che merita l'amor mio.

AVV. Ma siete voi sicuro che questa giovane sia della nascita ch'ella vanta di essere, e che sia di costumi onesti ed illibati?

FLAM. Sono sicurissimo di tutto ci; anzi ho veduto io stesso una lettera di suo padre.

AVV. Non potrebb'essere una lettera finta, immaginata, studiata?

FLAM. No, non possibile, non capace. Vi dir cos' questa lettera. Ella gli ha dato parte della buona occasione ch'ha a trovato di maritarsi, e il padre se ne consola, e le promette di venir qui a ritrovarla, e quanto prima sar egli stesso in Pavia.

AVV. Tutto questo andrebbe bene, se fosse vero; ma scusatemi, non sono ancor persuaso. L'amore fa credere tutto, e vi potreste facilmente ingannare.

FLAM. Per quel ch'io sento, avete molto poca fede alle donne.

AVV. Veramente non ho gran motivo di riportarmi alla loro sincerit.

FLAM. Siete stato qualche volta burlato?

AVV. Qualche volta?

FLAM. Siete stato burlato sempre?

AVV. Per mia fortuna, le ho trovate tutte compagne.

FLAM. Ma la mia, v'assicuro...

AVV. Oh, la vostra sar la fenice, l'oracolo, la meraviglia del mondo. Tutti quelli ch'amano come voi, credono come voi.

FLAM. Ma perch volete mettermi in diffidenza? che piacere avete di tormentarmi?

AVV. Io tormentarvi? Sapete quanto vi sono amico; bramo che siate contento, ma non vorrei che foste ingannato. Ditemi un poco, potrei vederla io questa vostra signora? potrei parlar con lei?

FLAM. Amico...

AVV. Mi fareste il torto di dubitare di me?

FLAM. Non dico, ma... vi conosco.

AVV. In verit, voi m'offendete se pensate cos. Confesso che piace anche a me divertirmi. Ma quando si tratta di servir un amico...

FLAM. E per qual causa vorreste andare da lei?

AVV. Niente per altro che per iscoprire terreno. Per rilevare con quella pratica ch'ho del mondo, spogliato della passione che forse v'accieca, s'ella sincera, e se vi potete fidar di lei.

FLAM. Oh, per questo son contentissimo. Andateci che mi farete piacere, anzi vi prego dirle voi stesso la buona speranza ch'abbiamo, che le cose vadano di bene in meglio, e vi supplico ancora dirle, ed assicurarla, ch'io l'amo teneramente, e quanto amar si pu mai.

AVV. Oh, oh, amico. Non confondete le cariche.

FLAM. Scusatemi, e comprendete da questo...

AVV. S, comprendo che siete innamorato, cotto, abbrustolito. Tanto pi volentieri m'incarico, o di consolarvi, s'ella n' degna, o di guarirvi, se non lo merita. Addio. So dove sta di casa. A ventun'ora verrete da me. Vi dir quello ch'ho rilevato, riportatevi a me, e non temete. (parte)

SCENA TREDICESIMA

Don Flaminio, poi Zelinda.

FLAM. Vada pure: son sicuro che, se conosce bene il carattere delle donne, rilever quanto lasignora Barbara sia virtuosa e sincera, e quanto sia degna d'amore.

ZEL. Signore, cos'avete da comandarmi? (melanconica)

FLAM. Che vuol dire, Zelinda, che siete s abbattuta e s trista?

ZEL. Niente, signore. Mi duole un poco la testa.

FLAM. Me ne dispiace infinitamente.

ZEL. A caso, sapreste voi dove sia mio marito?

FLAM. S, lo so benissimo. L'ho pregato d'andar per me dalla signora Barbara.

ZEL. ( andato via senza dirmelo! Una volta non faceva cos). (da s)

FLAM. Vorrei, Zelinda carissima...

ZEL. Scusate. Quant' che l'avete mandato dalla signora Barbara?

FLAM. Sar una mezz'ora incirca.

ZEL. (Non lontano, e non ancora tornato. Si vede chiaro che non si cura di me, che non si cura pi di venir a casa). (da s)

FLAM. Ma che avete mai che v'inquieta?

ZEL. Niente, signore.

FLAM. Avrei bisogno di parlarvi, e vorrei che mi ascoltaste tranquillamente.

ZEL. Parlate pure, signore, son qui, v'ascolto. (distratta)

FLAM. Il mio avvocato ha formato un progetto...

ZEL. (Una volta non sarebbe uscito di casa senz'abbracciarmi). (da s)

FLAM. Ma di grazia, ascoltatemi, che mi preme infinitamente.

ZEL. V'ascolto, vi dico: in verit, v'ascolto. (distratta)

FLAM. Sono estremamente agitato fra l'amore ch'io porto alla signora Barbara, e la legge che m'ha imposto mio padre... (si ferma osservando Zelinda)

ZEL. (Oh cieli! in casa della signora Barbara v' una giovane cameriera, che si dice amata da Fabrizio... Questa grand'amicizia di Fabrizio e di mio marito...) (da s, e voltandosi vede don Flaminio incantato) Ma via, signore, seguitate, parlate.

FLAM. Avete inteso quello ch'ho detto?

ZEL. Oh, ho inteso tutto.

FLAM. Mi parete distratta.

ZEL. Ascolto con attenzione.

FLAM. Voi sola potreste contribuire alla mia pace, alla mia vera felicit.

ZEL. (Possibile che Lindoro?...) (da s)

FLAM. Oggi dopo pranzo l'avvocato ci aspetta a ventun'ora da lui.

ZEL. (Non crederei mai che mio marito fosse capace...)

FLAM. Ascoltate, o non ascoltate?

ZEL. Ma non sono qui? non v'ascolto?

FLAM. Sentirete il progetto ch'ei vi far...

ZEL. (E pure potrebbe darsi...) (da s)

FLAM. Spero che voi sarete per accordarlo, e che vorrete contribuire alla mia vera felicit...

ZEL. No, non pu essere, no; il cuore mi dice di no. (forte, per distrazione)

FLAM. No? avete coraggio di dirmi in faccia di no? Capisco ora l'origine della vostra freddezza; la speranza ch'avete d'ereditare di pi, s'io sposo una donna contro la volont di mio padre, vi sollecita, e vi lusinga. Non vi credeva capace di tanta ingratitudine, e di tanta vilt. In ricompensa dei benefizii ch'avete ricevuti nella mia casa, amate di vedermi precipitato? S, sarete contenta. Sposer chi mi pare, e voi sazierete la vostra avidit.

ZEL. A chi tutto questo, signore?

FLAM. A voi ch'avete cuor di negarmi quello che per favor vi domando.

ZEL. Io?

FLAM. S, voi. Voi m'avete detto di no.

ZEL. Ah signore, vi domando perdono. Scusate, per carit, la mia distrazione, e non mi crediate capace n di vilt, n d'ingratitudine. Ho tante obbligazioni con voi, sono cos interessata pel bene vostro, e pel bene di questa casa, che sono pronta a rinunziare non solo a qualunque speranza, ma al bene lasciatomi dal mio amoroso padrone. Disponete di me, signore, vi scongiuro, non risparmiate n la mia volont, n i miei beni, n il mio sangue medesimo, se vi potesse giovare.

SCENA QUATTORDICESIMA

Lindoro e detti.

LIND. (Entra, ma resta indietro per non mostrare curiosit)

FLAM. Quello che vi domando, Zelinda mia...

ZEL. (Ecco mio marito). (lo vede, e finge di non vederlo, e s'accosta di pi a don Flaminio) Non dite altro, signore; vi replico, disponete di me. Far tutto per voi. Sapete quanto interesse ho per voi, quanto mi preme la vostra quiete, la vostra soddisfazione, quanto vi potete compromettere della mia pi tenera, della mia pi grata riconoscenza. (con affettazione per dar gelosia a Lindoro)

FLAM. Ah s, vi ringrazio di cuore... (Lindoro s'avanza un poco)

ZEL. (Mostra d'esser sconcertata alla vista di Lindoro) Ah, siete qui? siete ritornato?

LIND. Posso venire avanti?

FLAM. Avanzatevi pure. Non v' stato segreto fra noi, e non ci pu essere. Quello di cui si tratta, l'avete a sapere anche voi.

LIND. Signore, io non son curioso di sapere, e non domando che mi si dica. Conosco mia moglie, so il carattere vostro onesto e civile, e tanto mi basta. So perch m'avete parlato in tal modo, perch un tempo io era geloso, perch una volta, se avessi veduto mia moglie in colloquio con qualcheduno, sarei stato s bestia, ch'avrei subito sospettato; ma, grazie al cielo, sono guarito, non ho pi di tal pregiudizi, e lascio mia moglie in pienissima libert.

FLAM. Fate bene, vi lodo, e me ne consolo con voi.

ZEL. (Tutto questo vuol dire che non m'ama pi, che non mi stima, che non si cura di me). (da s)

LIND. (Oh s'ei sapesse la maledetta curiosit che mi rode!) (da s)

FLAM. Per necessario che voi sappiate l'affare di cui parlava a Zelinda.

LIND. Se necessario, l'ascolter, se non necessario, ne far di meno.

ZEL. (Maledettissima indifferenza) (da s)

FLAM. Bisogna che voi e vostra moglie vi prendiate l'incomodo d'andar oggi a ventun'ora alla casa del mio avvocato, per ascoltare un progetto che pu formare la quiete comune, e la mia particolare felicit.

LIND. Signore, in materia dipendente dal testamento del signor don Roberto, come tutto fu fatto a contemplazione di Zelinda, io mi rimetto in lei; quello ch'ella fa, ben fatto, ed ella vi pu andare senza di me.

ZEL. E con chi volete ch'io vada? (a Lindoro, con sdegno)

LIND. Con chi? Sola, se volete. (dissimulando)

ZEL. Sola? (come sopra)

LIND. Oppure il signor don Flaminio favorirti di condurvi.

ZEL. Una volta non avreste detto cos (ironica)

LIND. Una volta ero pazzo, ed ora non lo sono pi.

ZEL. (Una volta m'amava, ed ora non m'ama pi). (da s)

LIND. (Temo ch'ella conosca, ch'io lo dica per forza). (da s)

FLAM. Ors, cessate di rammentare le cose passate, e consolatevi dello stato vostro presente. Dite, Lindoro, siete stato dalla signora Barbara?

LIND. S signore, ci sono stato. Ho fatto la commissione di cui m'avete onorato, ed in poche parole l'ho messa al fatto di tutto.

ZEL. In poche parole? (a Lindoro, affettando indifferenza)

LIND. S, perch non mi sono esteso...

ZEL. E che cosa avete fatto in un'ora che di qui mancate?

LIND. Non un'ora...

ZEL. Via, in mezz'ora, ho fallato.

LIND. Vi dir. Fabrizio m'ha incaricato di vedere la cameriera. Sapete ch' la sua innamorata. M'ha pregato di dirle qualche cosa per parte sua.

ZEL. Ah, siete ora il segretario del signor Fabrizio.

LIND. Siamo amici... Vi d pena questo? Se vi d pena, non lo far pi.

ZEL. Pena? Oh figuratevi! Perch volete che ci mi dia della pena? Mi credete forse gelosa? Voi non lo siete pi, e vorreste che lo fossi io?

LIND. Dico bene: mi dispiacerebbe d'avervi attaccata la mia malattia.

ZEL. La malattia d'una volta.

LIND. Ci s'intende. Ora sono guarito.

ZEL. (Ah questa sua guarigione vuol essere la mia morte). (da s)

LIND. (Ho il cuore attaccato, infermo, incatenato pi che mai). (da s)

FLAM. Lindoro carissimo, con licenza di vostra moglie, avrei gran bisogno che ritornaste subito dalla signora Barbara.

ZEL. E perch con licenza mia? Non padrone d'andar dove vuole? (a don Flaminio)

LIND. vero, ma se vi dispiacesse...

ZEL. Oh dispiacermi! perch mai dispiacermi? andate, andate, servite il signor don Flaminio. (dissimulando)

LIND. Io vi servir volentieri, ma la signora Barbara ha gran desiderio di parlar con voi. (a don Flaminio)

FLAM. Ed io con lei; ma ora non ci posso andare, e non ci deggio andar per una ragione... L'avvocato dev'esser da lei, e s'io ci andassi, parerebbe che non mi fidassi di lui. Vi prego dunque d'andarvi per me, e prevenirla di questa visita, acci lo riceva tranquillamente, e non si metta in alcun sospetto.

LIND. Ho inteso, vado a servirvi immediatamente.

ZEL. Vedrete probabilmente la cameriera.

LIND. Sar facile ch'io la veda.

ZEL. Salutatela da mia parte.

LIND. S, lo far volontieri. Anzi, com'ella deve sposar Fabrizio, avr gran piacere che siate amiche.

ZEL. Che siamo amiche?

LIND. S'intende, con quella differenza che passa tra voi e lei. Oh una buona figliuola, e non v' dubbio che s'abusi della confidenza che le darete. Il signor don Flaminio la conosce. Non egli vero ch' una figliuola di garbo? (a don Flaminio)

FLAM. S, per dire la verit, una ragazza di merito.

ZEL. (Ah, chi sa che costei non abbia guarito Lindoro dalla gelosia!) (da s) Eh! ditemi. bella questa cameriera? (a Lindoro)

FLAM. S, piuttosto bella; ben fatta, ed estremamente graziosa.

ZEL. (Vorrebbe ch'io le fossi amica!) (da s) giovane? (a Lindoro)

LIND. Mi par di s.

ZEL. Aver dello spirito. (a Lindoro)

LIND. Oh circa allo spirito poi, v'assicuro... Ecco qui il signor don Flaminio che lo pu attestare; d'una vivacit e d'una prontezza ammirabile.

ZEL. (Ecco la ragione per cui non si cura di me). (da s)

LIND. Avrete piacer grandissimo a conoscerla, a praticarla.

ZEL. (Io praticarla? Il sangue mi si rimescola tutto). (da s)

LIND. poi la pi brava economa che dar si possa. Ha un'abilit infinita in tutte le cose.

ZEL. Non posso pi. (comincia a fremere e sentirsi male)

LIND. Vi terr compagnia, vi divertir...

ZEL. (Forzandosi di tener la collera, principia a tremare, a traballare, e le vengono le convulsioni)

LIND. Oim! cos'avete? (sostenendola)

FLAM. Animo, animo. Cos' questo? (la sostiene)

LIND. Zelinda, Zelinda. (scuotendola, ad ella continua)

FLAM. Che vuol dire quest'improvviso tremore?

LIND. Non saprei; qualche tempo che sta poco bene.

FLAM. Che fosse gelosa della cameriera?

LIND. Oh impossibile. Come mai pu esser gelosa una donna che detesta la gelosia?

FLAM. Bisognerebbe darle qualche soccorso. Ehi, chi di l? C' nessuno? (sempre scuotendola)

LIND. Povero me! Se avessi qualche cosa per farla rinvenire. (sempre riscuotendola)

FLAM. Lo spirito di melissa nella mia camera.

LIND. Ander a prenderlo.

FLAM. Ci ander io.

LIND. No, no, sostenetela, che far pi presto io. (parte correndo)

SCENA QUINDICESIMA

Don Flaminio e Zelinda.

FLAM. Sono nel maggior imbarazzo del mondo... Pesa terribilmente... Se potessi porla sopra una sedia... (tenta d'accostarla ad una sedia; e facendo qualche sforzo, Zelinda si move) Animo, animo; par che si muova. (la scuote)

ZEL. Oim. (rinviene)

FLAM. Datevi coraggio, non sar nulla.

ZEL. Dov' mio marito?

FLAM. andato a prendere della melissa per voi.

ZEL. (E mi lascia in braccio di don Flaminio!) (da s)

FLAM. Volete porvi a sedere?

ZEL. Sono all'ultima disperazione. (fa qualche smania, e tira fuori il fazzoletto per asciugarsi le lacrime)

FLAM. Ehi, ehi, non torniamo da capo.

ZEL. Scusatemi. Non so quel che mi faccio. (in atto di partire)

FLAM. Fermatevi. Aspettate Lindoro colla melissa.

ZEL. Non signore. Non ho bisogno di niente. (fremendo) La cosa decisa. Lindoro non m'ama pi. Ne ho saputo la causa. Son tradita. Sono abbandonata. Non v' pi mondo per me. (parte)

SCENA SEDICESIMA

Don Flaminio, poi Lindoro.

FLAM. Povere donne! Sono soggette a de' gran mali, a delle gran stravaganze!

LIND. (Colla boccietta dello spirito di melissa, correndo) Dov' Zelinda?

FLAM. rinvenuta, partita.

LIND. Come sta?

FLAM. Benissimo.

LIND. Oim! respiro.

FLAM. Andrete dalla signora Barbara.

LIND. Quando avr veduto Zelinda.

FLAM. Vedetela, e poi andate. (S'amano veramente di cuore). (da s, parte)

SCENA DICIASSETTESIMA

Lindoro, poi Zelinda.

LIND. Da che mai pu essere provenuto quest'accidente? Io non credo d'averne colpa. Fo quel che posso per contentarla. Fremo in me stesso, e non lo dimostro; inghiotto il veleno, mi mordo le labbra, ed ancora non faccio niente. In verit sono disperato.

ZEL. (Viene senza dir niente, e senza veder Lindoro, va all'armadio, lo apre, cambia il fazzoletto bagnato in uno asciutto e netto; e chiude l'armadio)

LIND. (Scoprendola) Eccola qui. Zelinda. (dolcemente la chiama)

ZEL. (Non risponde, si copre gli occhi col fazzoletto, e vuol partire)

LIND. Zelinda, fermatevi per amor del cielo.

ZEL. Cosa volete da me? (sdegnosa)

LIND. Come state? Come vi sentite?

ZEL. Sto bene, mi sento bene: bene benissimo che non posso star meglio. (ironicamente e rabbiosetta)

LIND. Bevete un poco di questo spirito di melissa. (teneramente)

ZEL. No, non ne voglio. (afflitta)

LIND. Bevetene due goccioline. (come sopra)

ZEL. No, non ne ho bisogno. (afflitta)

LIND. Via, cara, fatelo per l'amor che portate al vostro caro marito, al vostro caro Lindoro, che v'ama tanto, che vi vuol tanto bene, che siete l'idolo suo, il suo bene, la sua vita.

ZEL. (D in un dirotto di pianto senza dir niente)

LIND. Oim! Cos' questo? Povero me! Zelinda mia, per carit, ditemi, cos'avete?

ZEL. No, ingrato, che non m'amate. (piangendo)

LIND. Oh cieli! possibile che possiate dirlo? che possiate pensarlo? V'amo, v'adoro, siete l'anima mia.

ZEL. No, non lo posso credere, e non lo credo. (piangendo)

LIND. Ah che colpo questo per me. Son disperato, Zelinda mia non mi crede: il mio cuor, le mie viscere, il mio tesoro. Anima mia, per carit, per piet. (si mette in ginocchio)

ZEL. (Non so in che mondo mi sia). (agitata; e s'allontana un poco)

LIND. Ammazzami, se non mi credi. (le va dietro in ginocchio)

ZEL. Oim! mi vien male.

LIND. (Balza in piedi) Vita mia, presto, un poco di spirito di melissa. (l'accosta alla bocca di Zelinda)

ZEL. (Beve lo spirito di melissa)

LIND. Anch'io, anch'io ne ho forse pi bisogno di te. (beve anch'egli la melissa) Un altro pochino. (ne d ancora a Zelinda, ed essa beve) Un altro pochino a me. (ne beve anch'egli) Ti fa bene?

ZEL. Mi par di s. (respirano tutti due)

LIND. Ma, gioia mia, ditemi per carit cos'avete, perch quelle smanie, quei tremori, quelle convulsioni?

ZEL. Scusatemi, caro marito, tu sai pi d'ogn'altro la forza dell'amore, ed il tormento della gelosia...

LIND. Ah s, capisco benissimo il fondo delle tue smanie, delle tue lagrime, de' tuoi deliri. Sai ch'io sono stato geloso: temi ch'io lo sia ancora. Ti pare che ne sia restato qualche vestigio, ma non vero, t'inganni, non lo sono, e non lo sar pi: e per provarti che non lo sono, va dove vuoi, va con chi vuoi, va pure dall'avvocato, sola, accompagnata, come ti piace, con chi ti pare. Io vado a far la commissione di don Flaminio. Addio, cara, a rivederci. Pensa a volermi bene, e vivi quieta sulla mia parola. Parto un poco contento, mi par di vederti rasserenata. Mai pi gridori, mai pi gelosie. Pace, pace, amore, e contenti. (L'abituazione di soffrire m'ha reso oramai forte e costante con gli assalti della gelosia). (da s, parte)

SCENA DICIOTTESIMA

Zelinda sola.

ZEL. (A tutto quest'ultimo discorso di Lindoro sempre stata come stupida, guardandolo senza dir niente, e dopo ch' partito, si scuote) Ho capito, sono a segno, ho capito ogni cosa. Scherza, giubbila, ride, mette in ridicolo la mia passione. Mi carica di finezze affettate, di tenerezze studiate, e conclude che va dove vuole, e ch'io vada dove mi pare. Era questo il tempo di lasciarmi qui nell'afflizione in cui sono? Fingere di vedermi rasserenata, e di partire contento? Ho capito tutto. Va a rivedere la cameriera... A me, a me. Tempo, testa, e condotta. Se me n'accorgo, se vengo in chiaro della verit... Il mio partito preso, e la mia risoluzione fissata. (parte)


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Barbara, colla spinetta.

Tognina e Fabrizio.

TOGN. Mi fa piacere grandissimo quel che mi dite. Desidero che il buon progetto per l'avvocato riesca felicemente; lo desidero per la mia padrona, per il vostro padrone, e per il mio e per il vostro interesse.

FABR. S, perch i vostri interessi ed i miei sono e saranno sempre comuni.

TOGN. Subito che si sposeranno i nostri padroni...

FABR. Ci sposeremo anche noi.

TOGN. E se le cose per loro andassero male, o andassero troppo a lungo?

FABR. Se essi non si sposano, ci sposeremo noi.

TOGN. Questo quel ch'io voleva dire.

FABR. Siamo liberi; e il nostro affare non ha a dipendere da nessuno.

TOGN. Bisogna pensare a ritrovar una casa, e ad ammobigliarla con un poco di buona grazia.

FABR. Lindoro m'ha fatto una proposizione che non mi dispiace. Mi ha detto che potressimo far casa insieme. Sapete voi che questo ci potrebb'essere d'un grand'avvantaggio?

TOGN. vero; ma cosa volete che facciamo in compagnia di quell'uomo ch' d'una gelosia insopportabile?

FABR. Oh v'assicuro...

TOGN. Ha fatto una scena in questa casa contro sua moglie, che meritava d'essere bastonato.

FABR. V'assicuro che non pi geloso.

TOGN. Non pi geloso?

FABR. No certo; Si infinitamente cangiato.

TOGN. Se la cosa cos... Ma anche sua moglie mi pare di testa calda. L'ho sentita qui in questa

camera a fare una certa disputa col suo padrone...

FABR. vero, donna d'impegno, ma del miglior cuore del mondo.

TOGN. Anche Lindoro, fuori di quel tal difetto, mi pare un giovane assai proprio e civile...

FABR. S, certo. un figliuolo amabile, una coppa d'oro.

TOGN. Ah eccolo qui per l'appunto.

SCENA SECONDA

Lindoro e detti.

FABR. Si parlava appunto di voi.

LIND. Vi ringrazio della memoria ch'avete di me.

FABR. Tognina sarebbe estremamente contenta che si potesse vivere insieme.

TOGN. S, certo, se la signora Zelinda si degnasse della mia compagnia...

LIND. Gliene ho parlato poc'anzi. Stava poco bene la poverina, ma mi pare ch'ella lo gradirebbe moltissimo.

FABR. Continua ancora nella sua melanconia? (a Lindoro)

LIND. Un poco.

TOGN. Lasciate, lasciate. Se stiamo insieme, v'assicuro che le far passare la melanconia.

LIND. Son qui un'altra volta per commissione del signor don Flaminio. C' la signora Barbara?

TOGN. C', ma perch non viene egli stesso?

LIND. Vi dir la ragione ch'ho da dire appunto alla vostra padrona. Sappiate...

TOGN. Sento battere. Aspettate un momento che veda chi . (in atto di partire)

LIND. Io ho trovato la porta aperta, e l'ho lasciata cos.

TOGN. Bisogna che questo non voglia entrare senza le cerimonie. (va alla finestra)

FABR. E bene. Avete parlato con Zelinda? (a Lindoro)

LIND. S, lungamente.

FABR. Si acquietata?

LIND. Vi dir...

TOGN. un avvocato che dimanda la mia padrona.

LIND. Oh, appunto quegli di cui dovea prevenire la signora Barbara. Ditele ch' l'avvocato di don Flaminio, che lo riceva con buon animo, e che sar informata da lui di tutto quello che corre presentemente.

TOGN. Vado subito, aspettatemi qui. (parte)

SCENA TERZA

Lindoro, Fabrizio, poi Tognina.

FABR. E bene, s' acquietata Zelinda?

LIND. Oh vi sono state delle cose grandi. Vi racconter.

FABR. Ma restata alfin persuasa?

LIND. S, persuasissima, contentissima.

FABR. Ne ho piacere, da galantuomo.

TOGN. La padrona vuol ricever qui l'avvocato in questa camera. Andiamo di l nel salotto.

LIND. Ma io bisogna che vada via.

TOGN. Che premura avete? Andiamo, andiamo, v'ho da parlare. Andiamo. (prende per una mano Fabrizio, e per l'altra Lindoro, e tutti tre partono)

SCENA QUARTA

Barbara e l'Avvocato.

BARB. Favorite qui, che staremo meglio.

AVV. Con una s amabile compagnia, si sta bene per tutto.

BARB. Signore, come io vi diceva, sono informata del testamento; Lindoro m'ha detto tutto. So l'amore che ha per me don Flaminio, ma non permetter mai che si pregiudichi per causa mia.

AVV. Bravissima, cos va detto, e cos va fatto. Poich vedete bene, s'ei vi sposasse, perderebbe i tre quarti della sua eredit.

BARB. Ma mi hanno detto che il signor avvocato avea immaginato un progetto... (un poco mortificata)

AVV. E se il progetto non riesce?

BARB. Converr rassegnarsi.

AVV. E continuar a trattare il signor don Flaminio come buon amico, se non si pu trattare come marito.

BARB. Oh questo poi no. Vi giuro sull'onor mio che, se non in caso d'essere mio marito, in casa mia non ci verr pi.

AVV. Capisco. Voi l'amate, e non l'amate... cos, e cos.

BARB. Non l'amo? Mi maraviglio, signore; s'io non l'amassi, non desidererei di sposarlo.

AVV. Oh, oh, mi fate rider davvero; questi sono di que' matrimoni, ne' quali, per ordinario, l'amore non ci ha gran parte.

BARB. Voi parlate cos perch non mi conoscete; credete che una giovane che ha calcato le scene, non sia capace di nobili sentimenti? Siete in errore, se cos pensate. Il teatro non cambia il cuore; colei ch' mal onesta in pubblico, sarebbe tale in privato, e chi ha prudenza in casa, vive prudentemente per tutto.

AVV. In verit, voi avete de' sentimenti che mi sorprendono, che m'incantano. Se siete obbligata a distaccarvi da don Flaminio, voglio aver io l'onore di servirvi.

BARB. Vi ringrazio infinitamente. (ironico) Se non ho la fortuna d'essere sposa di don Flaminio, per me non vu pi sapere n di teatri, n di servit, n di protezione.

AVV. (Vorrei pur vedere di trovar qualche ragione per dissuader don Flaminio, ma finora non ce la trovo). (da s)

BARB. Le disgrazie della mia casa mi hanno obbligato a sacrificarmi finora. Vedo che sono assai sfortunata. Basta cos, non ne vu saper altro. Il cielo mi provveder per qualch'altra strada.

AVV. Il suo modo di pensare ha il suo merito: se dice la verit). (da s) Dicono che siete nata assai civilmente.

BARB. Cos pur troppo, ed arrossisco della risoluzione ch'ho presa.

AVV. Dunque condannate anche voi il teatro.

BARB. Non lo condanno per quel che , ma per la prevenzione in contrario.

AVV. Bravissima. In caso di bisogno non avrete difficolt a provare la vostra nascita.

BARB. Ecco una lettera di mio padre, con dentro i documenti della mia famiglia. (mostra de' fogli)

AVV. Tutto va bene, sono carte, sono sottoscritte, ma...

BARB. Ci avreste ancora delle difficolt?

AVV. In materia de' matrimoni, bisogna verificar la persona.

BARB. Non vi capisco.

AVV. Avete voi delle persone che vi conoscano?

BARB. In verit, signor avvocato, se non fossi prevenuta in vostro favore, mi fareste giudicar molto male di voi.

AVV. Voi v'offendete male a proposito.

BARB. Delle persone onorate non si dubita a questo segno.

AVV. Don Flaminio m'ha incaricato...

BARB. Di che v'ha egli incaricato? d'insultarmi, di faticarmi perch mi stanchi di tollerare, e gli renda la libert? Ditegli che si serva come gli pare, che calcolo il mio decoro pi delle sue ricchezze, e che non compro la mia fortuna a costo di soffrire le impertinenze che voi mi dite.

AVV. (Cospetto! Mi sono male impicciato!) (da s)

BARB. Avete altro da comandarmi?

AVV. Vorrei pregarvi...

BARB. Di che, signore? (con sdegno)

AVV. Di rasserenarvi un poco, d'ascoltarmi e di perdonarmi.

BARB. Oh s signore, v'ho perdonato, e non ne parliamo mai pi.

AVV. Anzi vorrei che mi permetteste di dirvi...

BARB. Che cosa?

AVV. Che meritate moltissimo, e che per essere la sposa di don Flaminio...

BARB. No, no, signore. Non ne sono ancor degna, ne parleremo quando avr date le prove dell'esser mio.

AVV. Io credo alle vostre parole.

BARB. Ed io non credo alle vostre.

AVV. (Mi pento quasi d'essermi imbarazzato). (da s)

SCENA QUINTA

Tognina e detti.

TOGN. Signora, un forestiere che vi domanda.

BARB. Un forestiere? Chi ?

TOGN. Non lo so. un uomo piuttosto avanzato, coi suoi capelli...

BARB. Ah, sarebbe per avventura mio padre?

AVV. Vostro padre? (con meraviglia)

BARB. S signore. Credete ch'io non abbia padre?

AVV. Verrebbe a tempo, se fosse desso.

BARB. Dov'? presto, fatelo entrare. (a Tognina)

TOGN. Subito. Venga, venga, signore. (alla scena, parte)

SCENA SESTA

Costanzo e detti.

BARB. Eccolo, eccolo, il mio caro padre. (gli va incontro e s'abbracciano)

COST. Cara figlia, con qual consolazione vi stringo al seno!

BARB. Il vostro arrivo mi colma di giubbilo, di contentezza.

COST. Ho tanto pianto per voi.

BARB. Povero padre!... Come vanno gli affari vostri?

COST. Sono ormai in istato di comparir con onore. Grazie al cielo, comincio un po' a respirare... Ma chi questo signore?

AVV. Un vostro umilissimo servitore.

COST. Perdoni. (lo saluta) Si pu sapere chi ? (a Barbara)

BARB. un signor avvocato.

AVV. Un uomo d'onore, che si consola con voi, che si consola con lei...

BARB. E che vorrebbe le prove dell'esser mio. (caricata)

AVV. Ora son s convinto... (a Barbara)

COST. Con sua licenza. (all'Avvocato, e tira Barbara in disparte) questi lo sposo che ti domanda? (piano a Barbara)

BARB. (No, non desso).

COST. (Che fai tu dunque di questa gente per casa?)

BARB. l'avvocato di don Flaminio. (Se sapeste... Basta, ne parleremo). (a Costanzo) Ecco qui mio padre, signore, ei dar conto di s, e dar conto di me. (all'Avvocato)

AVV. Scusatemi, signora mia, ve ne supplico. Non prendete in mala parte l'uffizio mio, prodotto dal zelo, dalla buona amicizia. Non aveva l'onor di conoscervi. Ora son persuaso, e sono per voi, e far tutto per voi. Spero che sarete sposa di don Flaminio. Far valere il progetto che voi sapete. Andr egli al possesso della sua eredit. Sarete felici, sarete contenti, e mi consolo con voi, e me ne consolo di cuore. (parte)

SCENA SETTIMA

Barbara e Costanzo.

BARB. Lodato il cielo. Ha conosciuto il torto che mi faceva. Spero bene, son contentissima.

COST. Come vanno gli affari? Vi sono delle difficolt? Raccontatemi.

BARB. Andiamo, andiamo, vi racconter. Voi avrete bisogno di riposarvi.

COST. Andiamo. (s'incamminano)

SCENA OTTAVA

Tognina, Fabrizio, Lindoro e detti.

TOGN. (Conducendosi per mano Fabrizio e Lindoro, facendoli camminar forte e con allegria) Venite qui, venite qui, consoliamoci ancor noi. (a Fabrizio e Lindoro, tirandoli quasi per forza) Ben venuto, ben arrivato. Ce ne consoliamo infinitamente. (a Costanzo, che si volta a Barbara)

COST. Chi questa giovane?

BARB. la mia cameriera, signore.

TOGN. Signor s; e questi dev'esser mio marito, e quest'altro il segretario, e si pu dire l'amico dello sposo della padrona. (lo tiene per la mano)

FABR. Per servirla. (si libera dalla mano di Tognina)

LIND. Per obbedirla. (vorrebbe liberarsi dalla mano di Tognina, ma ella lo tiene forte)

COST. Vi ringrazio del buon amore ch'avete per me, e per mia figlia. (a tutti due) Vi prego riverire per me il signor don Flaminio, e dirgli che quanto prima mi dar l'onore di riverirlo in persona. (a Lindoro, e parte)

BARB. Salutatelo ancora da parte mia e ditegli che quando pu, si lasci vedere. (a Lindoro, e parte)

SCENA NONA

Tognina, Lindoro e Fabrizio.

LIND. Vado subito... (vuol liberarsi, e non pu)

TOGN. Aspettate. (tenendolo)

LIND. Vi prego lasciarmi andare.

TOGN. Un momento. Sentite. (sempre tenendolo per mano) Fatemi il piacere di riverire la signora Zelinda, ditele che non vedo l'ora di vederla, che mi voglia bene, e che saremo, se si degner, buone amiche e compagne.

LIND. S, cara signora Tognina, glielo dir.

SCENA DECIMA

Zelinda e detti.

ZEL. (Entra, e resta indietro sorpresa)

TOGN. E staremo allegri; staremo allegri, ve l'assicuro. (stringendogli la mano per amicizia)

ZEL. (Fa un atto di disperazione non veduta, senza dir niente)

LIND. Cos desidero, e cos spero.

TOGN. E Fabrizio sar contento; non egli vero?

FABR. Contentissimo... Oh ecco la signora Zelinda.

LIND. (Si libera da Tognina, e le corre incontro per abbracciarla) Gioia mia, siete qui? (vuol abbracciarla)

ZEL. (Lo rispinge con violenza senza dir niente)

LIND. Come? mi discacciate da voi?

TOGN. Poverino! cosa v'ha fatto?

FABR. (Che sia gelosa essa pure?) (da s)

ZEL. (Bisogna fingere, vi vuol coraggio). (da s) S, sono in collera con voi. (a Lindoro)

LIND. Ma perch?

ZEL. Sapete ch'io sto poco bene, sapete come m'avete lasciata, e state fuori di casa, e non vi curate di ritornare. (a Lindoro)

LIND. Avete ragione, ma io...

TOGN. Scusatelo, signora, che non ne ha colpa. Voleva venire, e sono causa io che s' trattenuto. Non egli vero, Fabrizio?

FABR. Verissimo, perch' arrivato...

ZEL. Non occorr'altro. Quando restato qui per una s giusta e onesta ragione, non parlo. (con ironia, forzandosi di dissimulare)

LIND. arrivato il padre della signora Barbara. (a Zelinda)

ZEL. Me ne consolo. (come sopra)

FABR. Don Flaminio sar contentissimo. (a Zelinda)

ZEL. Lo credo. (come sopra)

TOGN. Saranno tutti contenti, e noi lo saremo ancor pi di loro. M'ha detto Fabrizio d'un certo progetto di star insieme, e il signor Lindoro me ne ha dato buona speranza. (a Zelinda)

LIND. Voi vedete il buon carattere della signora Tognina. (a Zelinda)

FABR. Son sicuro che non vi sar che dire fra noi.

ZEL. (Or ora non posso pi contenermi). (da s)

TOGN. Ho poi motivo di consolarmi con voi. (a Zelinda)

ZEL. Di che, signora? (affettando giovialit)

TOGN. Che vostro marito non pi geloso.

ZEL. S, vero, non pi geloso. (affettando come sopra) (E tu, indegna, ne sarai la cagione). (da s)

TOGN. V'assicuro che vivremo bene, e staremo allegri, e non vi han da essere melanconie.

FABR. Tognina sempre di buon umore.

LIND. vero. Questo quello ch'io vi diceva. La signora Tognina allegra, gioviale, e inspira in tutti l'allegria, il piacere, la tranquillit. (a Zelinda)

ZEL. (Quest' troppo; quest' un rimprovero alla mia tristezza, un manifesto disprezzo alla mia persona). (da s, agitata)

LIND. Che avete che mi parete agitata?

ZEL. Niente. Penso ch' l'ora di andare dall'avvocato. Non voglio farmi aspettare. (dissimulando)

TOGN. Oh S, quando preme, non bisogna mancare.

ZEL. (Ha premura ch'io me ne vada). (da s, fremendo)

FABR. La lasciate andar sola? (a Lindoro)

LIND. (Non vorrei che dicesse...) Se voleste voi accompagnarla... (a Fabrizio)

ZEL. (Per restar solo colla cameriera). (da s, fremendo)

FABR. Ma perch non andate voi? (a Lindoro)

ZEL. Non ho bisogno di nessuno, non ho bisogno d'essere accompagnata. So dove sta l'avvocato. Vi so andare da me. Restate, concertate insieme la maniera di vivere uniti, e di vivere in allegria. (ironicamente) (Ah il caso per me disperato. Mio marito incantato. Mio marito perduto... S, eseguir quello ch'ho nell'animo mio meditato). (da s, parte)

SCENA UNDICESIMA

Tognina, Fabrizio e Lindoro.

TOGN. Non so. Quella donna mi par confusa. Non la capisco.

FABR. In verit, Lindoro, avete fatto male a non andare con lei.

LIND. Ho sempre paura ch'ella supponga, ch'io non mi fidi di lei.

TOGN. Diancine. La credete di s poco spirito?

FABR. Fate a mio modo. Andate, raggiungetela, ed accompagnatela. Considerate ancora, che dall'avvocato avranno bisogno di voi. Se v'ha da essere un accomodamento, ci dovete intervenire anche voi.

LIND. vero; sono s confuso, che non so quello che mi faccia. Vado, cercher di raggiungerla, e le dir la ragione. (parte)

FABR. Avrei anch'io un poco di curiosit.

TOGN. Andateci, farete bene. In qualche maniera ci siete anche voi interessato.

FABR. verissimo, dite bene. La Tognina poi, la mia Tognina, una donnetta di garbo. (parte)

TOGN. Questi uomini s'incantano, si perdono per una cosa da niente. Eh per Bacco! se fossi un uomo io, vorrei far far la fortuna a mio modo. (parte)

SCENA DODICESIMA

Camera dell'Avvocato, con tavolino, sedie, libri e scritture.

Un Servitore dell'Avvocato, poi don Flaminio.

Il Servitore accomoda le sedie e ripulisce il tavolino.

FLAM. Quel giovane, in casa il signor avvocato?

SERV. Non signore, ma pu star poco a venire.

FLAM. L'aspetter.

SERV. S'accomodi. (parte)

FLAM. (Prende un libro, siede e legge)

SCENA TREDICESIMA

Pandolfo ed il suddetto.

PAND. (Entra, vede don Flaminio, lo saluta grossamente, e siede da lui lontano, senza parlare)

FLAM. (Costui forse l'unico che pu far ostacolo al nostro accomodamento. Vu tentar di metter in pratica l'istruzione datami dall'avvocato). (da s, e legge)

PAND. (Un testamento di questa sorte! Un'eredit s pingue! Tanti legati! tanti legatari! Tante condizioni! tanti capi di lite! E si trova un avvocato s sciocco che si mette in capo di voler far un aggiustamento!) (da s)

FLAM. Signor Pandolfo. (s'alza)

PAND. Padron mio. (grossamente, stando a sedere)

FLAM. So che vossignoria un galantuomo. (accostandosi)

PAND. Mi scusi. So quello che mi vuol dire; ma io sono obbligato ad assistere i miei clienti.

FLAM. Va benissimo, ma siccome or ora si proporr l'accomodamento, vi prego di voler ben assistere i vostri clienti, ma di non trovare cavilli per non tirar le cose in lungo.

PAND. Credete voi che questo sia un affare da spedire in una o due sessioni? N in quattro, n in sei, n in dieci. Sono cose lunghe, bisogna vedere, esaminare, discorrere. Si propone, si oppone, si disputa, e poi si risolve.

FLAM. Vi dir. Tutto questo si fa, quando le parti non vanno facilmente d'accordo.

PAND. E se le parti sono in lite, come possono andar d'accordo?

FLAM. Questo pu dipendere dai difensori.

PAND. I difensori onorati fanno il loro debito, e non tradiscono i clienti per far loro risparmiare le spese. (con del caldo)

FLAM. Signor Pandolfo, potrei farvi una proposizione fra voi e me?

PAND. Una proposizione? Se sar utile a' miei clienti l'ascolter. Ma se credeste mai di trovar del tenero nel mio terreno, vi potete risparmiar la pena.

FLAM. Vi dir, considero che, se si facesse una lite, si spenderebbero dalle parti molti e molti danari.

PAND. Quando necessario di spendere, bisogna spendere.

FLAM. Di queste spese una parte ne andrebbe ai tribunali, ed una parte divisa fra gli avvocati e i procuratori.

PAND. Ed ai procuratori tocca la minor parte.

FLAM. Non sarebbe meglio che le parti s'accomodassero fra di loro, e quello che si dovrebbe spendere nei tribunali, se lo godessero i difensori?

PAND. Questa una cosa alla quale ci ho sempre pensato. Per parlar giusto, se anche le parti dovessero spender lo stesso, risparmierebbero sempre il tempo, le inquietudini e la paura. L'idea bella, ma difficile metterla in pratica.

FLAM. Perch?

PAND. Perch i clienti non intendono la ragione.

FLAM. Io, per esempio, la intendo, la capisco, e sono un uomo discreto. So che, facendosi l'accomodamento, i difensori meritano d'essere riconosciuti. So che non conveniente che la vedova spenda del suo, e sarei dispostissimo a dare una buona ricognizione al mio avvocato, ed al procuratore di mia matrigna.

PAND. Questo si chiama parlare da uomo giusto e discreto. La vedova non ha da sentir alcun peso.

FLAM. Sareste voi disposto a contribuire a questo bene, a questa pace comune?

PAND. Oh io, quando si tratta di contribuire al bene, alla pace, alla concordia delle famiglie, mi ci adopero con tutto lo spirito, con tutto il cuore.

FLAM. Quest' un'opera virtuosa, che merita la sua ricompensa.

PAND. Io lo faccio senza interesse, ma mi dispiace quando ho da far con degl'ingrati.

FLAM. Signor Pandolfo, vi degnereste di ricevere dalle mie mani un picciolo presente di ventiquattro zecchini?

PAND. Non crediate, signore, che ventiquattro zecchini siano capaci di corrompermi, n di farmi obbliare l'interesse de' miei clienti. Son disposto a difenderli per impegno, per la ragione, per la giustizia, e senz'alcun interesse, a costo di rimetterci del mio, se bisogna. (con calore) Ma so che siete un uomo onesto, che non vorrete se non le cose giuste. So che il vostro avvocato un galantuomo, che proporr delle cose ragionevoli ed accettabili: onde, per sollevare la vedova da questa pena, e per non mostrarmi restio alla vostra buona intenzione... ventiquattro zecchini?... li prender.

FLAM. Eccoli, ve li presento di cuore. (gli d una carta col danaro)

PAND. (Prendendoli con cerimonie, e parlando li conta) Signore, quando si tratta di cose simili... in verit io sono portato per far del bene... Anche senza interesse... (e ventiquattro). Vossignoria padrone di me. (mette via il danaro)

FLAM. Ecco donna Eleonora e don Filiberto.

SCENA QUATTORDICESIMA

Donna Eleonora, don Filiberto e detti.

PAND. (Va loro incontro) Oh venghino, venghino, signori miei. L'avvocato sar qui a momenti. Sentiremo le proposizioni che ci far, e il core mi dice che le cose s'accomoderanno con nostro onore e vantaggio.

FIL. Grazie al cielo, che vi sento disposto a prestar orecchio all'aggiustamento.

FLAM. (Non sa chi abbia il merito d'averlo persuaso). (da s)

ELEON. Credete voi che un accomodamento possa esser utile per i miei interessi? (a Pandolfo)

PAND. Signora, dice bene il proverbio. meglio un magro accordo, che una grassa sentenza.

ELEON. Vi siete cambiato di sentimento.

PAND. Non ho altro in mente che il bene comune e i di lei propri interessi.

SCENA QUINDICESIMA

L'Avvocato, il Notaro e detti.

AVV. Perdonino se li ho fatti un poco aspettare. Sono andato a cercare il signor notaro. Ho fatto stendere gli articoli dell'aggiustamento, perch se lo trovano di loro soddisfazione, non abbiano che a sottoscriverlo senza remora alcuna, quando ne sia persuaso il valoroso signor Pandolfo. (con un po' di caricatura)

PAND. Sentiremo, vedremo. Ma so qual sia il talento del signor avvocato, e son sicuro che le proposizioni saranno oneste, e accettabili per ogni parte.

AVV. Mancano Zelinda e Lindoro. Subito che arrivano, si legger. Intanto favoriscano d'accomodarsi.

FIL. (Quanto sarebbe meglio evitar una lite!) (piano a donna Eleonora)

ELEON. (Sentiremo quel che dir il nostro procuratore). (a don Filiberto, e siedono)

FLAM. (Amico, siete stato dalla signora Barbara?) (all'Avvocato)

AVV. (S, non sapete niente? Vi dar due nuove bellissime. L'una si ch' arrivato suo padre...)

FLAM. ( arrivato? Ne ho piacere grandissimo).

AVV. (L'altra che l'ho trovata savia, sincera, onorata e degna di voi).

FLAM. (Non ve lo diceva io ch'era tale?) (con allegria)

SCENA SEDICESIMA

Lindoro e detti.

LIND. Servitor umilissimo di lor signori. (tutti lo salutano)

AVV. Dov' la signora vostra consorte?

LIND. Non qui Zelinda?

AVV. Non si ancora veduta.

LIND. Credeva vi dovesse essere prima di me. Non dovrebbe tardar a venire.

AVV. Frattanto, per non perder tempo, leggeremo la sostanza dell'aggiustamento, per sentire se il signor Pandolfo ha qualche cosa in contrario.

PAND. Per me, lo sentir volentieri, e vi prometto di contribuirvi, quando i miei clienti non sieno lesi. (voltandosi verso donna Eleonora)

FLAM. (Non temete ch'ei vi trovi difficolt). (piano all'Avvocato)

AVV. (Avete messo in pratica la spargirica che v'ho suggerita?) (a don Flaminio)

FLAM. (S, ed riuscita benissimo). (all'Avvocato)

AVV. (Conosco gli uomini, non poteva mancare). Signor notaro, favorisca di legger solamente gli articoli. Poi si far la lettura intiera quando vi sar la signora Zelinda, e che saranno per sottoscrivere. (tutti siedono)

NOT. Ecco la base dell'aggiustamento. Primo. La signora donna Eleonora rinunzier al benefizio del testamento rispetto agli alimenti, alla casa, alla servit, ed ai venti scudi al mese di che si trova incaricato l'erede. Ed il signor don Flaminio in ricompensa di ci promette ecc. spontaneamente ecc. a titolo di ricognizione, pagar per una volta tanto alla signora donna Eleonora, oltre la sua dote, la somma di dieci mila scudi in danaro contante.

AVV. Cosa dicono? Sono di ci contenti?

FLAM. Per me contentissimo.

AVV. E la signora donna Eleonora?

ELEON. Cosa dice il signor Pandolfo?

FIL. Io credo, che chi ha un poco di ragione in capo...

PAND. Perdoni, signore; ella ci vorrebbe trovare delle difficolt, ed io dico che la proposizione onesta, e l'accomodamento non pu essere pi avvantaggioso. (verso don Filiberto)

FIL. Io non ho mai sognato di dire diversamente.

ELEON. Dieci mila scudi? Non mi scontento.

AVV. Leggiamo l'articolo che risguardi il signor Lindoro e la moglie.

LIND. Ma se non vi Zelinda...

AVV. Quando verr, lo rileggeremo. Favorisca. (al Notaro)

NOT. Secondo. Il signor Lindoro, per nome suo e della signora Zelinda sua moglie, rinunzier al benefizio della sostituzione all'eredit del fu signor don Roberto, in caso che il signor don Flaminio si ritirasse contro la mente del testatore, ed il signor don Flaminio, in ricompensa di tale rinunzia fatta in di lui avvantaggio, promette ecc. spontaneamente ecc. pagar a titolo di ricognizione ai suddetti jugali la somma di quindici mila scudi in danaro contante.

AVV. Cosa dicono lor signori? (a don Flaminio e Lindoro)

FLAM. Per me l'approvo, e ne son contento.

AVV. E voi, signore? (a Lindoro)

LIND. Non ho niente in contrario, ma vorrei che ci fosse Zelinda.

PAND. ( un'eredit stupenda. Che lite si sarebbe fatta! Ma meglio un ovo oggi, che una gallina domani). (da s)

SCENA DICIASSETTESIMA

Servitore e detti, poi Zelinda.

SERV. Signore, qui la signora Zelinda che domanda la permissione d'entrare. (all'Avvocato)

AVV. Ditele che favorisca, che non s'aspetta che lei. (servitore via)

LIND. (Cosa mai vuol dire ch'ha tardato tanto? Sarei ancora s bestia per sospettare?) (da s)

ZEL. (Cambiata d'abito, se pu, o collo stesso abito, ma con un fazzoletto sulle spalle, ed una cuffia ed una veletta in testa, in aria modesta, cogli occhi bassi, camminando pian piano, s'avanza e fa una riverenza modesta, ma profonda)

AVV. Signora, siete arrivata a tempo; abbiamo letti gli articoli dell'aggiustamento, e finora tutti sono contenti; rileggeremo il vostro, e vedremo se vi piacer.

ZEL. (Fa una riverenza, poi dice pateticamente) Signore, nello stato in cui mi trovo presentemente, non sono pi in grado di prestar orecchio ad alcun accomodamento, ma invece di ci, supplico il signor notaro degnarsi di leggere questa carta. (Fa una riverenza, presenta una carta al Notaro, e si ritira a parte modestamente)

AVV. Che novit questa? Sentiamo, signor notaro.

LIND. (Oh cieli! mi trema il core). (da s)

NOT. Io, Zelinda Merlini, moglie di Lindoro Lanezzi, vedendo che in questo mondo non vi sono per me che dei travagli e delle afflizioni, rinunzio a qualunque benefizio che possa derivarmi dal testamento del fu signor don Roberto Lampioni. Lascio che tutto conseguisca e posseda quell'ingrato di mio marito, a condizione ch'egli mi dia qualche cosa da vivere nell'onesto ritiro, ove ho risolto di terminare i miei giorni.

ZEL. (Fa una riverenza, al solito)

AVV. Ma perch questo?

FLAM. Che novit?

ELEON. Che pazzia?

LIND. Son fuori di me, non ho fiato di respirare.

ELEON. Eh via, Zelinda, svegliatevi da questa melanconia.

ZEL. (Fa una riverenza e vuol partire)

LIND. No, moglie mia, fermatevi, venite qui. (l'arresta)

ZEL. (Si volta a Lindoro pateticamente) Vi domando una grazia.

LIND. Oh Dio! son qui, comandate.

ZEL. Vi prego... Non mi disturbate. (fa una riverenza, e parte)

LIND. Signori miei, son disperato; ditemi, consigliatemi, cosa ho da fare?

AVV. V'insegner io quel che dovete fare. Andate a casa, fategli due carezze, e le passer la melanconia.

LIND. Eh signore, non tempo di barzellette. Son confuso, son fuor di me; una disgrazia questa, che non me la sarei mai aspettata.

AVV. Ma intanto dite, signor Lindoro, siete voi contento dell'aggiustamento proposto?

LIND. Non mi parlate d'interessi, non mi parlate di aggiustamento. Mi preme mia moglie, amo la mia cara moglie. La roba la riconosco da lei, e s'ella non contenta di me, se mi lascia, se m'abbandona, rinunzio a tutto, e non mi curo di eredit, n dei beni, n della vita. (parte)

AVV. Ecco tutta la macchina rovinata.

PAND. (La sarebbe bella, ch'ora si dovesse far una lite!) (da s, ridendo)

FLAM. Ci mancava or quest'imbroglio.

ELEON. Potressimo sottoscrivere intanto l'articolo che spetta a me.

FLAM. Signora mia, con vostra buona licenza, l'articolo che m'interessa quello di Zelinda e Lindoro, e per il vostro ci penseremo. (saluta, e parte)

PAND. (Oh, rotta senz'altro). (da s, consolandosi)

ELEON. Dunque, signor avvocato, non si far altro.

AVV. Signora mia, me ne dispiace infinitamente, ma andate, e state quieta, che spero le cose s'accomoderanno.

PAND. S'accomoderanno? (all'Avvocato)

AVV. Io spero di s. (a Pandolfo)

PAND. Ed io credo di no. (all'Avvocato) In ogni caso son qui per voi. Faremo lite e si vincer (a donna Eleonora, e parte)

ELEON. E voi state qui come una statua senza dir niente? (a don Filiberto)

FIL. Cosa volete ch'io dica? Vedo che siete sfortunata, e me ne dispiace.

ELEON. Credo che siate voi che mi porta la maledizione. (parte)

FIL. Pazienza, sempre contro di me. (parte)

AVV. Andiamo, signor notaro, andiamo in casa di don Flaminio, a vedere di qual genere sia la pazzia di Zelinda, e se possibile di guarirla. (parte col Notaro)

SCENA DICIOTTESIMA

Camera in casa di don Flaminio col solito armerone.

Zelinda nell'abito modesto e colla solita affettazione, poi il Servitore

ZEL. Oh s; la mia risoluzione ben presa, son contentissima, mi pare adesso di poter respirare. Ma giacch mi trovo qui sola, giacch quest'ingrato di mio marito non ha avuto cuore nemmeno di seguitarmi, ho tempo e comodo d'eseguire quanto ho pensato. Tiburzio!

SERV. Signora.

ZEL. Fatemi la carit di prendere il baule vuoto ch' nella mia camera, e portatelo qui.

SERV. Subito.

ZEL. Scusatemi, non ho forza presentemente per portarlo da me.

SERV. Oh, cosa dite mai? Sono servitore di casa, ed intenzione del padrone che siate anche voi servita. (parte)

ZEL. Eh, avr finito d'esser servita. Ma che importa? Sono superfluit, sono vanit. Quando si sta bene di salute, ci possiamo servire da noi medesimi. (va all'armadio) Ecco qui la mia povera roba, che mi costa tanti sudori.

SERV. (Con il baule) Eccolo, signora.

ZEL. Oh s, signora! Mettetelo qui, se vi piace.

SERV. Subito.

ZEL. Fatemi la carit d'aprirlo.

SERV. Ma s, comandatemi.

ZEL. Fatemi la carit di mettergli una sedia di dietro.

SERV. Con queste cerimonie, io credo che vi prendiate spasso di me. (le pone la sedia)

ZEL. No, figliuolo mio, non sono s cattiva per burlarmi di nessuno, n ho il cuore s lieto per divertirmi. (leva le robe e le mette nel baule)

SERV. Signora, scusatemi. Perch fate questo baule? Andate in campagna, o avete intenzione d'abbandonarci?

ZEL. Sentite, quando sar pieno questo baule, mi farete la carit...

SERV. Fatemi la carit di non parlarmi cos.

ZEL. Oh via, siete buono. Voi conoscete il signor Pancrazio.

SERV. Il procuratore?

ZEL. S, egli stesso. Porterete questo baule pieno al signor Pancrazio, e gli direte da parte mia ch'abbia la bont di dispensar questa roba in aiuto di chi pi gli piace.

SERV. Povero sono anch'io, signora; mi dispiace che non son vergognoso.

ZEL. Non ho voglia di sentir barzellette. Mi farete il piacere di farlo?

SERV. Lo far di mal animo, ma lo far.

ZEL. Ma prima sentite. Frattanto che termino d'empir il baule, andate a cercar un facchino, che non giusto che voi fatichiate a portarlo.

SERV. Ci avevo pensato anch'io veramente.

ZEL. Via andate, e fatemi...

SERV. La carit.

ZEL. La carit.

SERV. Benedetta sia la carit. (parte; Zelinda segue a porre la roba nel baule)

ZEL. Quest'abito che mi piaceva tanto! Ma! non lo porter pi! Perch non lo porter pi? perch non lo merito, perch non son degna di portarlo: tutti mi sprezzano, tutti m'ingannano, tutti si burlano di me. Ah pazienza! (sospira) Ma che? mi rincrescer a privarmi di questi cenci? No, no, ho risolto, sono contenta, e non vi vu pi pensare. (trova un abito di Lindoro) Cos' questo? Oh cieli! un abito di mio marito? Ah il mio caro marito, un abito del mio caro marito. (lo abbraccia e lo bacia) Nel cuor mio, del mio bene, ch'ho amato da tanto tempo, ch'ho tanto sospirato prima d'averlo, ch'era l'unico mio conforto, l'unica mia consolazione. (si ferma un poco) Ma! se era tale un tempo, ora non pi quello: un perfido, un traditore, un ingrato. Potessi calpestar lui, come posso calpestar quest'abito. (lo getta per terra e lo calpesta) Ah, moderiamo la collera. Rassegnamoci al destino, e seguitiamo l'opera incominciata. (seguita a porre la roba nel baule) Son nata per soffrire, e non deggio dolermi se la mia sorte... (torna a vedere l'abito) Maledetto quest'abito. (lo getta lontano)

SCENA DICIANNOVESIMA

Lindoro e detta.

LIND. Che fate della mia roba? Perch mettete i vostri abiti in quel baule?

ZEL. Oh veramente capisco ora che faccio una cosa che non posso fare senza licenza di mio marito. (ironico)

LIND. Ma che idea questa? A qual fine? Perch?

ZEL. Per me non me ne ho pi da servire.

LIND. Avete risoluto d'allontanarvi?

ZEL. Oh s, costantemente.

LIND. D'abbandonarmi?

ZEL. Risolutissima.

LIND. Sicuro?

ZEL. Assolutissimamente.

LIND. Aspettate. (risoluto in atto di partire)

ZEL. Pretendereste voi d'impedirmi?...

LIND. No, ma aspettate. (pateticamente, e parte)

SCENA VENTESIMA

Zelinda e poi Lindoro.

ZEL. Che mai ha egli intenzione di voler fare? Oh cieli! non vorrei che per causa mia... Ma se non mi ama, non v' dubbio che si disperi. (seguita a mettere qualche cosa in baule)

LIND. (In rodengotto, cappello e bastone) Volete dunque partire?

ZEL. E voi, che avete intenzione di fare? (agitata)

LIND. Voi da una parte, io dall'altra. Voi lontana, io non so dove. Voi rinunziate l'eredit, io abbandono ogni bene. Perduta voi, ho perduto tutto. Non mi curo di vivere, molto meno mi curo della fortuna. deciso per voi, deciso per me. Non ho coraggio di vedervi partire. Vi precedo, vi lascio, vado a penare, vado a morire. Addio, Zelinda. Addio. (in atto di partire)

ZEL. (Corre a frenarlo per un braccio; poi gli dice pateticamente, guardandolo bene in faccia) Fermatevi.

LIND. Perch avete animo d'abbandonarmi? (guardandola teneramente)

ZEL. (Lo guarda teneramente, e sospira senza parlare)

LIND. Ditemi, o cara, ditemi almeno il perch. (dolcemente)

ZEL. Ah! perch non mi amate pi. (dolcemente)

LIND. S, Zelinda, lo confesso, lo accordo, vi compatisco; avete ragione d'abbandonarmi, non merito l'amor vostro; ma il vostro sdegno, il vostro odio, la vostra risoluzione...

ZEL. Povera me! Confessate dunque voi stesso...

LIND. S, v'ho tormentata colla gelosia, e v'ho promesso di non esser pi geloso; ma oh Dio! Ho fatto sforzi terribili per nascondere la mia passione, e non m' possibile di superarla. Voi ve ne siete accorta, voi conoscete la mia debolezza, ve ne offendete a ragione, e con ragione mi sfuggite, m'odiate, m'abbandonate. S, odiatemi che lo merito, abbandonatemi che mi sta bene. Sono stato geloso, sono di voi geloso, e lo sar finch'io viva.

ZEL. (Ascolta tutto questo discorso attenta, incantata) Siete geloso? siete ancora geloso? (con trasporto)

LIND. S, ammazzatemi. Sar sempre geloso.

ZEL. Ah il mio caro marito! Ora riconosco il mio caro marito. Mio marito mi ama. Mio marito geloso di me. Ero disperata, perch non vi credeva geloso. (con trasporto di giubilo)

LIND. Chi? Io? Ero geloso come una bestia. (con forza)

ZEL. Respiro, son contenta, son felice, son fortunata. (con allegrezza) Ma non voglio che pratichiate Tognina.

LIND. Perch?

ZEL. Perch sono gelosa anch'io.

LIND. Siete gelosa? Oh cara la mia cara moglie! Che piacere!

ZEL. Che giubbilo!

LIND. Che contenti! (s'abbracciano)

SCENA VENTUNESIMA

Il Servitore, un Facchino e detti.

SERV. Ecco qui il facchino per portar il baule.

ZEL. Eh, andate via.

LIND. Andate al diavolo.

SERV. Non si ricorda pi del povero vergognoso. (parte)

SCENA ULTIMA

Donna Eleonora, don Flaminio, don Filiberto, l'Avvocato, il Notaro, Fabrizio e detti.

FLAM. Che cos' questo strepito, quest'allegria?

ZEL. Oh signore, son fuor di me dalla contentezza. Mio marito mi ama, ne son sicura.

FLAM. Mi consolo con voi, come avete fatto ad assicurarvene?

ZEL. geloso, geloso, e mi vuol bene perch' geloso, ed geloso perch mi vuol bene.

LIND. Io son geloso di lei, e Zelinda gelosa di me.

ZEL. Siamo contenti.

LIND. Siamo fortunati.

ZEL. Siamo felici.

AVV. Godetevi la vostra felicit, e v'assicuro, che per questa ragione non v'invidio.

ZEL. Non sapete niente, non sapete cosa sia amore. Se lo sapeste, non parlereste cos.

AVV. Ors, sottoscrivete l'aggiustamento. (a Zelinda)

ZEL. Tutto quel che volete.

AVV. E voi? Lindoro

LIND. Contentissimo.

AVV. La signora donna Eleonora?

ELEON. In questo punto, se lo volete.

FLAM. Il notaro di l. Andiamo a sottoscrivere unitamente. Fabrizio, portate la buona nuova alla signora Barbara, ed al di lei genitore.

FABR. Subito; sar contenta, e sar contenta Tognina.

LIND. Fabrizio, v'avviso per tempo, insieme non ci staremo pi.

FABR. Perch?

LIND. Perch mia moglie gelosa. (con allegria)

ZEL. E mio marito geloso. (con allegria)

FABR. Buon pro' vi faccia. Senza invidia; buon pro' vi faccia. (parte)

AVV. Andiamo a sottoscrivere, e fate nota nel taccuino, che di tutto il bene, che di tutta la consolazione che provate, avete l'obbligo alla maledettissima gelosia.

ZEL. Signore, non v' difetto che non possa avere la sua origine dalla virt; e non v' virt che non possa degenerare in vizio. Avete veduti gli amori di Zelinda e Lindoro, da questi son nate le gelosie di Lindoro, e dalla correzione di Lindoro sono provenute le inquietudini di Zelinda. Amori felici, gelosie gradite, inquietudini fortunate. Signori miei gentilissimi, noi v'abbiamo rappresentato un poema in tre parti diviso. Permettetemi ch'ora vi presenti e vi sveli l'allegoria. Gli amori di Zelinda e Lindoro rappresentano il rispettoso amor nostro verso di voi e il generoso amor vostro verso di noi. La gelosia di Lindoro spiega la gelosia con cui riguardiamo la vostra benigna predilezione. E le inquietudini di Zelinda sono le inquietudini nostre e dell'autore delle tre commedie, temendo di non meritare il vostro umilissimo compatimento. Consolateci dunque con qualche segno d'aggradimento e ripeteremo ad alta voce, ed a pieno coro: Amori felici! Gelosie gradite! Inquietudini fortunate!

Fine della Commedia.

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