MANI NEL FUOCO
di Aniello Nigro
Allapertura del sipario si vedranno due casse di legno al centro della scena e una poltrona sulla destra. Allinizio Achille guarda a sinistra del palcoscenico, verso la stessa direzione alcuni istanti, poi con un gesto di diniego si dirige verso la poltrona.
ACHILLE: Troppe priesto, nun ora (si siede, prende a parlare da solo, ma come se fosse in ottima compagnia) E cos voi siete napoletani? Allora gradirete senzaltro una tazza di caff? (verso luscio di destra, grida) Maria Maria o caf Scusate ie allucche pecch nun ce sente Gli anni passano per tutti, pure per i giovani aspettate! (odora per alcuni secondi avvertendo il profumo del caff) Ha sentito! Ah cari miei, voi non sapete che gioia per me avervi qui, vi aspettavo da parecchio tempo vaspettavo guardate qua da quanto tempo vi aspettavo so fatte viecchie pe vaspetta. Ogni tanto andavo alla porta, spiavo, sperando ti trovarvi, ma niente pareva che il mondo si fosse dimenticato di me, invece no era solo questione di minuti minuti mo, ore, giorni anni, meglio anni che sso sti minute so troppe, lanne so cchi poche La porta rotta, non si chiude bene, ma io non lho voluta fare aggiustare a forza, meglio che rimane socchiusa, aperta, perch pensavo se viene qualcuno vede chiuso e se ne va come infatti qualcuno venuto (come se nulla fosse prende a declamare) La porta che qualcuno ha aperto, la porta che uno ha richiuso, la sedia su cui uno si seduto, il gatto che uno ha accarezzato, il frutto che uno ha morso, la lettera che uno ha letto, la sedia che uno ha rovesciato, la porta che qualcuno ha aperto, la strada dove uno sta correndo, il bosco che uno attraversa, il fiume dove uno si butta, lospedale dove uno morto. Questo Prevert. Che stavamo dicendo ah chiove? Gi chiove chiove nun ora. O sole sadda fa sempe pria, adesso andiamo incontro allinverno, piove non ora!
Arriva da lontano Marina cantando al canzone delle Farse cavaiole.
Cu a barba ianca stanca e appagliaruta
Cu e guante mmane e o calle osse
Asciutte e magre comme fosse nuosse
Tarde comme a na cestunia dure comme a na ncunia
Vierne si venute
E sta lomme provveduto ca sta mala stagione
De coppole de sciarpe e de mantiello.
Chi va co pisature e chi cu accetta
A serra o bosco e a fa quacche sarmenta
E torna sulamente a fare fuoche e sta nchiuse a casa
Si esce torna a fretta e o bbone tiempe aspetta
E te fremma la paura, la paura da turmiente
Se neva ca si chiove o mena viente.
Suleo ca scarfuncie stanne ca terra,
nu taratufo, nun funcio e nauciello.
Pensacce pure a lu cerviello (o aucielloviello)
Ognuno nun ha piet de primavera estate
Dautunno, vierno e guerra.
E va o spierde sulitarie comme a orfana sperduta
Senza a o guaglione mie ca ma vuluta.
Si che pensare pore ogni persona
Co meo de stiente ncapo aggio a curona.
A fine canzone si siede su una cassa, mentre Achille intento a osservare tutto ci che accade.
MARINA: C chi va co pisature e chi cu laccetta Ie pe sicurezza me purtasse tutte ddoje e cose nun se sa maie comme se dice? Quanne si martielle batte, quanne si ncunia statte Quando ero bambina mi piaceva giocare, da ragazza? Mi piaceva giocare, poi feci donna e mi piaciuto scherzare, no perch non mi piacesse giocare, ma perch c chi ti dice che quando sei donna e vuoi fare lartista arrivato il tempo di scherzare, di aggiungere al gioco la malizia, linvidia, la gelosia ma a verit! Io non scherzavo giocavo, perch non mi piaceva scherzare lunico scherzo che feci fu fargli credere a quella gente che scherzavo mentre ie pazziave pazzeo e comme se dice pazziero. Ma il punto, purtroppo, il punto nero questo chi gioca per forza di cose perde, perde perch chi gioca guarda la luna senza malizia, chi gioca canta senza invidia, vive senza gelosie. E le iene si cibano degli ingenui giochi. Ma fino ad adesso posso dire di essere stata sempre felice, serena con me stessa. Quando ero bambina ero tanto felice, poi da ragazza fui altrettanto felice, e adesso guardo la gente che mi guarda con tristezza ma io sono felice, caggia fa Na vota sola aggio chiagnute, quanne so nnate chiagneve Ma sapete perch piangevo? Non conoscevo ancora cosa fosse la vita la vita na tammorra ca freme, e ca pure si a batte, abbusca, sona sempe
Marina con un piede sulla cassa prende a suonare una tammorra.
Dopodich arriva Maria.
MARIA: (affannata, corre, terrificata) A intro de arriu! A intro de arriu! Oia! Oia! Il fiume la salvezza. Da bambina la mia vita era il fiume io con le panas ci parlavo, ero un po come loro io, loro costrette dalla morte infame a lavare i panni della loro causa di morte, i figli, io a lavare i panni di quelli che vivevano per mia sciagura e per mia fatica. Al fiume dentro al fiume, l gli uomini, le ombre, il mondo, si fermavano, tutto il mondo anche quello dellaldil. Cantavo, il fiume mi faceva da contrappunto, cantavo per scongiurare le anime cattive, ma anche perch da piccola io quello ci avevo la voce e secoli e secoli di riti. La miseria dei secoli addosso ci rendeva sereni anche con le ombre che contraddistinguevano il mio vivere e contraddistingue il vivere dei sardi. Mi divertivo io a creare ombre per poi farle fuggire con la mia voce. Lunica ombra con la quale proprio non andavo daccordo era quella di Savezza, la brutta vecchia signora siccit che io scambiavo con unaltra brutta vecchia signora Tia Vezzu de Loghu che su una sedia vuota, con unombra gigante guardava tutto il mondo girare ed io pugni chiusi, occhi furenti, piedi scatenati nella polvere della terra arida, non riuscivo a cantarle ma solo ad urlarle: Se non mi dai lacqua ti uccido! Lunico momento di rilassatezza era la sera quando stanca morta mi infilavo nel letto, spegnevo le ombre nellattesa di rincontrarle al mattino seguente in modo che ricominciasse la battaglia!
Da bambina malzavo prima dellalba
sentivo qualcuno presso il camino
che muoveva la cenere.
Ma non cera nessuno.
Uscivo con la cesta dei panni in testa
facevo il viottolo a piedi
per andare al fiume
ai lastroni di pietra.
Nel buio sentivo echi di passi: erano loro,
le ombre
maccompagnavano dal mondo passato.
Allora cantavo a voce delirante.
Ombre, quante volte
veniste fra sassi e rovi
a sentire
il delirio perduto
a correre dietro
al viso infocato
di bambina
voi che sapete
la magia di chi nasce
col cuore
che varca la soglia.
Ombre, quando lattesa
intollerabile vi raduna
calate gi
al profumo delle stagioni
ai pensieri rinnovati
dellinnocenza
voi correte
al canto delle favole antiche
passi per noi di spavento
ma voi siete pallide
senza furore di sensi.
Ombre fuggite
dai monti lontanissimi
delle Madri ove state quiete
in albe fantastiche
voi veniste a me
nella notte
perch lo spavento
a me
levasse dal fondo
un urlo
contro il dolore del mondo.
Quando entravo coi piedi
nel fiume voi svanivate
Nellalba restava
Il canto disperato.
Maria prende a cantare.
ACHILLE: (stringe fortemente, tra le mani, i braccioli della poltrona) Il ratto rosa rose il raso rosso rose non rose Ma vergognati, e tu saresti un attore, tu non vali un cane stonato (come se fosse stato in tranche) Comera il caff? Buono? Ma vi vedo impressionati, che cosa vi ha straniti? Il caff? Fa schifo?... Maria Maria hai fatto o cuppetiello? E la ntacca lhai fatta? S?! E non lhai fatta bene allora, il caff non venuto bene. Scusate ma ci sono parole che esigono di essere dette in dialetto, altrimenti nessuno capirebbe: cuppetiello non si pu tradurre. Io purtroppo mi scordo sempre di cosa parliamo, a questa et sono troppe le cose da ricordare. Ah s la mia carriera...
Sfuma la luce di Achille si accende il palco intero, palco che appare come diviso in due da un fiume (potrebbe essere anche il mare).
Maria e Marina sono sedute ai due argini del suddetto, si passano la palla notiamo che Maria ha una corda al piede.
MARIA: Uno
MARINA: Due
MARIA: Tre
MARINA: Quattro
MARIA: Cinque
MARINA: (continuando a giocare) ma come fai a giocare senza guardare la palla?
MARIA: Perch non la guardo?
MARINA: No! Guardi in terra!
MARIA: No, non vero non guardo in terra
MARINA: S, invece guardi in terra
MARIA: Allora se per questo guardo nel fiume
MARINA: Eh, s e non la stessa cosa? (Maria fa cenno con la testa di no) comunque non guardi la palla, uffa!
MARIA: Vabbene ma guardo lombra, la stessa cosa
MARINA: No stiamo giocando con la palla, non con le ombre.
MARIA: Ma scusa ma la palla ti arriva!? e poi ognuno ha i suoi metodi
MARINA: Ah s allora non ci gioco pi.. (ferma la palla e la mette sotto alla testa come cuscino, nel mentre si distende)
MARIA:S, ma la palla mia, non so se ti ricordi
MARINA: Tua!? Ma che dici, tu ci hai lombra
MARIA: Dammi la palla
MARINA: La vuoi? Vienitela a prendere, che ci vuole, basta che zompi il fiume sta qua (canticchia, si alza e gioca la palla con i piedi) Lalalalalalalalalala
MARIA: (prova a zompare, saltare, il fiume, ma non ci riesce attratta da un qualcosa dinspiegabile) Oia!
MARINA:Che c non ci riesci?
MARIA: No! (stringe ancora pi forte la legatura della corda al suo piede)
MARINA:Sei pronta!?
MARIA: Per cosa?
MARINA: A fare il portiere hai mai visto una partita di pallone?
MARIA: No!
MARINA: Tu devi stare ferma e prendere la palla, e io tiro
MARIA: E poi? Tiro io
MARINA: No, poi tu me la passi e tiro io
MARIA: Di nuovo?
MARINA: S di nuovo
MARIA: Ma che gioco ?
MARINA: Lhai mai vista lItalia su una cartina?
MARIA: Eh s!
MARINA: Noi da qui siamo, diciamo uno stivale un piede no? Poi c la Sicilia che una palla se ci muoviamo con il piede tiriamo la Sicilia nella porta
MARIA: Che siamo noi?
MARINA: Esatto, voi siete la porta (posiziona la palla) Sei pronta?
MARIA: S.
MARINA: (tira) Ho segnato un punto Va bene ributtamela
MARIA: No questa mia
MARINA: Come la Sicilia tua.
MARIA: S andata nella porta!? E l resta! (si lega la palla allaltro capo della corda, diventa cos la classica palla al piede)
MARINA: (dopo un po si distende sullargine destro e parla in modo intimo) Dimmi la verit lhai vista anche stanotte
MARIA: S
MARINA: Ci hai parlato?
MARIA: S
MARINA: E che ti ha detto?
MARIA: Niente.
MARINA: Ma come ci hai parlato e non ti ha detto niente come possibile!?
MARIA: S io le ho detto: vai via, sparisci e come dincanto sparita
MARINA: Ma hai acceso la luce?
MARIA: S
MARINA: E grazie, cos facile che ci vuole facile come bere un bicchier dacqua
MARIA: S facile per te che non le vedi, trovati tu di fronte a loro e poi mi dirai facile come un bicchiere dacqua, che qua non facile nemmeno bere un bicchiere dacqua
MARINA: A no?
MARIA: Eh s! Me lha detto lei Mi ha proprio detto: (declama come una scolaretta) Noi siamo in mezzo a un mare dacqua che non serve a dissetarci noi siamo polvere che copre una parte di mare Qui tutta polvere da te l invece c tanto verde io lo vedo da qui
MARINA: Eh ma non tutto verde ci che si vede certo anche le teste fanno la loro parte
MARIA: Le teste verdi?
MARINA: Le teste, i vasi con la terra sui balconi, quello aiutano a farti vedere tutto verde Mamma ce ne ha un sacco! Se vieni qui te le faccio vedere
MARIA: (prova ancora a oltrepassare il fiume, ma proprio non ci riesce) Niente non c modo.
MARINA: Guarda te lo volevo gi dire, ma secondo me il tuo problema quella corda
MARIA: Noooo!
MARINA: Secondo me s.
MARIA: E allora perch tu nemmeno riesci a venire qui se nemmeno hai una corda?
MARINA: Ma perch io sto bene qua, che centra.
MARIA: E allora vuol dire che anche io sto bene qua.
MARINA: Si ma pi a fatica per! So pi bene io
MARIA: No, io!
MARINA: No io
MARIA: Io
MARINA: Io
MARIA: Noooo io!
MARINA: E da cosa dovrei capirlo che stai pi bene tu l che io qui?
MARIA: Perch perch canto (prende a canticchiare la filastrocca sarda A badda)
MARINA: Ah s canti (prende a canticchiare Rancio e mosca o Lengua serpentina)
ACHILLE: Parecchi mi conoscono come lintimidatore, come il regista duro, rigido. Io credo che il regista sia un attore che recita un ruolo, quello del regista. Se io non avessi recitato quel ruolo bene, a questora, io, sarei dimenticato da tutti sia come regista che come uomo. Nella vita purtroppo non puoi fare il regista, nella vita sei attore, un modesto attore che recita a braccio, il regista della nostra vita non ci dato sapere. Gli attori spesso dimenticano la spropositata fortuna che hanno, conoscono Dio in quel momento e non lo sanno. Lunico che lo sapeva era lei, anche per questo lho amata profondamente e non la scorder mai c da dire che sono stato un duro cos bravo perch conoscevo la durezza sulla mia pelle, ie songhe da Turretta, e l se ne vedevano di scene dure E quel rigido attore-regista del passato ora nel presente si fatto un conto, un amaro conto: nella mia vita ho rotto molti rapporti, il pi della volta era colpa miaPer questo, se tornassi indietro, reciterei la parte di un Dio pi indulgente (sorride).
MARINA: Ah Napoli, Napoli che ricordi, Napoli non la si pu scordare pure quando ci sei dentro, te la ricordi, perch Napoli solo un ricordo. Un caro dolce ricordo per chi di Napoli e non mi viene in mente che nel quartiere dove abitavo io, a Stella, cerano circa tre mila persone e sei mila vasi di vasenicola tutte a tenevene, ma cera sempe quaccheduno ca a miezzejurne te bussava e diceva: tenisseve nu poche e vasenicola? Poi dopo aver preso la vasenicola del suo vicino, in modo da non consumare la sua, per comparire se ne andava e per la scala la sentivi dire: mavista a signora che vasenicola tene fa schife o cazze, questa pure Napoli, dove la vasenicola del vicino nun cchi verde, no cchi schifosa e bbasta. Ma non lo fanno per cattiveria, no per sana competizione. Il fatto che a Napoli lunica competizione che ci rimasta quella della vesenicola, quella di chi ha fatte a cunserva cchi mpannuta e di chi tene o marite in piazza. Per una ragazza che come me voleva cantare, voleva essere artista, doveva lasciare quelle competizioni, farsi le valigie e andare a sognare fuori Napoli andare a sognare a Roma Solo che quando sei a Napoli sogni di fare lartista, quando poi ti ritrovi allimprovviso a Roma sogni Napoli o meglio ricordi Napoli Dovetti, dovetti per darmi coraggio ricordo incominciai a farmi mille pensieri brutti su di lei, come si fa con il fidanzato che ti ha tradito. Mentre ero sul treno ricordo che dal finestrino le gridai: Vajassa, cacatronola, mpchera,nzellosa, stuppagliosa, zompapereta, chiarchiolla Fu cos che un gioved, un vecchio gioved senza sole, offuscato dalla pioggia lasciai le mie cose, il mio fidanzato, la mia aria, il mio respiro, il primo amore Napoli
Marina canta Un gioved alle cinque
No, non cera la voce struggente di mille violini
E il gelido vento del nord che fischia tra i pini
No, non cera sul pallido viso una lacrime lieve
E un candido fiocco di neve
No, non cera nellaria un profumo di cose passate
E un cielo a tratti oscurato da nubi imbronciate
No, non cera un sentiero tracciato da un raggio di luna
Non cera neanche la luna
Ceran le strade di una citt, una qualsiasi grigia citt
Cero io e ceri tu, cosa si vuole di pi
E per le strade d una citt, una qualsiasi grigia citt
Il nostro amore fin, alle cinque di un gioved
No, non cera una stella perduta per il firmamento
E un fiore di campo appassito portato dal vento
No, non cera nascosta fra il verde una vecchia chiesetta
E un raro passante di fretta
No, non cera una mano che andava cercando una mano
E un treno in partenza per qualche paese lontano
No, non cera una barca cullata dallonde del mare
Non cera nemmeno poi il mare
Ceran le strade di una citt, una qualsiasi grigia citt
Cero io e ceri tu, cosa si vuole di pi
E per le strade d una citt, una qualsiasi grigia citt
Il nostro amore fin, alle cinque di un gioved
Quando fui a Roma non cera il mare, non cera il sole che taccecava, bisognava conquistarsi tutto, anche laria cos, quando lasci il tuo paese, le tue cose, i tuoi spazi, anche laria non garantita anche quella ti devi conquistare, accaparrare, respirare a spintoni, a forza, come una dannata permesso, scendo alla prossima e cos si respiravaah! Non cera tutto cera altro nun cera a vasenicola, la sostituivano con la salvia La vita ricominciava, il tempo si era fermato, il mondo continuava a girare ed io lo sentivo sotto i piedi stranamente sempre pi veloce, veloce, velocissimo quasi mi girava la testa, per quanto era veloce e cos girando comme a nu strummulo mi trovai quasi per caso ferma, in un angolo di Roma, per caso proprio davanti ad un teatro entrai, cera un provino, quello importante, quello a cui non puoi mancare sono tutti cos, ma lultimo sempre quello pi importante. Una donna si trov a passare di l e mi disse: Che fai nun vorrai mica entra cos?. Perch? Pensavo, perch non ci si pu entrare cos? Sar per questo che di cose importanti ne ho fatte ben poche? Perch vado in giro cos: allora, aspetta cos non si entra, ecco ci vogliono due begli orecchini di perla, un bel collier, metto la veste quella color smeraldo di taffeta ed organza, e le scarpe quelle cromate rosse, mamma ma che figurone! (Marina si impersonata con quei vestiti addosso, non riesce a fare i movimenti che vorrebbe) nu mumente ma addo vache, ca si nun sia maie chiste me chiede a fa duje passe, mhanna move cu a gru. Il vestito quello di organza, di taffeta color verde smeraldo quello io non lho mai avuto, gli orecchini quelli belli di perla che mi regal mamm, non li ho mai visti, e nemmeno le scarpe rosso cromate non so nemmeno cosa siano mi svestii dei pensieri ovattati dorganza e andai cos pantalone, pullover e scarpe Entrai: chiesi e mi fu risposto di s. E quante volte ripensai e ripenso a quella signora a sputasse nfaccia.
Maria entra in punta di piedi (nudi), ha con s una bottiglia dacqua, la poggia in terra.
MARIA: Ad uno ad uno oggi vedo passare davanti ai miei occhi le figure buone che insieme
alle ombre cattive mi facevano compagnia, vedo Gavino Cossu che con la sua zappa ruota colpi contro gli uccelli delle streghe, vedo Ziu Massaiu che con sessanta centesimi ti regala un chilo di carbone da consumare a tuo piacimento e le pecore squassate dagonia del povero Antioco Desole. Immagini, souvenir della mia Sardegna, che oggi il mio dolce ricordo ma che se non fossi andata via non so quanto dolce potesse sembrare questo ricordo. Se non ci fosse stata con me lacqua, la mi salvezza, io forse starei qui a raccontarvi delle opprimenti ombre da compagnia. Ricordo che appena maggiorenne architettai un piano per liberarmi completamente di loro, un piano che nessun sardo avrebbe mai preso in considerazione per scacciare per sempre quel passato, presi la patente per fuggire lontana da loro da quei posti dove vivevano, ma il giro dellisola era ancora troppo poco, le ombre non chiedevano il passaggio loro minseguivano come sempre flebilmente io acceleravo, loro rallentavano al mio fianco impazzita cantando nellauto inveivo alla loro presenza ma loro sembrava non avessero pi orecchie per ascoltarmi. Mi sentivo perduta, non sapevo che fare. Pensavo, e se sterzo e le investo? Niente, non serviva a niente, passavano con disinvoltura da una parte allaltra dellauto. Sconfortata pensai: Lacqua! lacqua, ancora una volta mi poteva e mi doveva salvare. Detti lultima accelerata, la macchina arrancava quasi appesantita dai miei pensieri, da quel passato cos pesante, ma dovevo arrivare, Olbia non era poi cos lontana per chi sogna di cantare il dolore di una terra amara non mi bastava pi un fiume per scappare da quelle terrificanti presenze, mi ci voleva il mare, non mi bastava un macchina, mi ci voleva una nave mancava davvero poco per il porto, ma la macchina testarda, come solo noi sardi sappiamo essere, si ferm a tre chilometri, furono gli ultimi tre chilometri che i miei piedi fecero in terra sarda prima che toccassi lagognato continente. Ora il mio sguardo volgeva ad Est, dove sorgeva un sole che non serviva ad illuminare ombre, ma ad illuminare vite. Sicura, convinta, vedevo davanti a me il mio futuro, mentre dietro salutavo il mio passato ombra. Il passato di Giuanna Soro, Elena Farre, Vissenta Paris, fu cos che presa da un rimorso atavico mi girai e gridai, a quelle donne come loro, di quella terra cos antica, tutto il mio dolore: Fatelo anche voi, non ci basta stare zitti, fermarci un momento, non dobbiamo fermarci, dobbiamo esistere, dobbiamo far sapere agli altri che esistiamo, che viviamo e dobbiamo vivere. Non vergognatevi di star male: fatelo sapere, perch soltanto facendolo sapere che stiamo male agli altri si accorgono che viviamo!. La risacca ferm le mie parole, era la mia terra che rispondeva. Ho sempre pensato che quellonda cos forte che mi colp alla fronte mi voleva parlare, mi voleva dire: Sei tu la sarda che parte per il continente, no?. Io, ero io la loro voce, dovevo essere io il loro grido di dolore, la loro esistenza. Ora l nella capitale avevo una missione da realizzare. Fu forse pure per questo che vinsi le ultime mie riserve e quando vidi con rancore allontanarsi Tavolara dissi: Ma tanto io non me ne vado e con forza veemente buttai il mio cordone ombelicale in mare come un ancora.
Maria canta
Alla fine arrivai nella capitale, trovai il sole ma limpatto che ebbi appena entrato in quel mondo fu simile a quello della risacca di Tavolara, capii subito che una donna emancipata in Sardegna, a Roma, era semplicemente una donna emarginata. Ricordo che le mie prime parole furono: Balla! Goi! Meda. Caspita, cos tanto, troppo, capii che dallangusto allimmenso non che cambia poi cos tanto. Fui subito fagocitata da quel mondo dello spettacolo che mi spaventava, davvero. La prima volta che misi piede in uno studio cinematografico, ricordo che scappavo tra i vari studi come una forsennata. Sul set dove recitavo io, prima del ciak, del motore, sentivi gli organizzatori gridare al megafono: Maria, Maria, perch Maria era preda di altri fantasmi, somiglianti a quelli delle paras di fiume, con lunica differenza che qui avevano maschere maschere che aleggiavano nel cinema, dietro le quinte di teatri, e che solo quando divenivi anche tu maschera sparivano. Capii che per sfuggire alle ombre devi diventare anche tu ombra. Ma io per tutta sicurezza dopo aver finito la mia scena, cercavo una scala, un qualunque supporto utile per sedermi, e con la mia bottiglia dacqua di fiume sempre in mano mi fermavo a ricordare la mia Siligo, e con me tutti quelli del cinema si fermavano ad ascoltare le mille storie di quel fantasma di ventiquattromila chilometri quadrati, e mi ricordo che alla fine riuscivano a dire a stento Ammazza! Ce se potrebbe fa un filme!
Noi da bambini in paese
eravamo padroni.
Vivevamo una libert favolosa
con diritto di asilo dappertutto.
Si poteva entrare
nella casa dei Succu
giocare nel cortile dei Ruiu:
gli occhi delle donne ci guardavano
e ogni madre sapeva
che il figlio era protetto.
Mai nessuno ci faceva le voci
perch a noi era dato il comando:
chiedere acqua fuoco caff.
Chiedevamo senza vergogna
E tutti ci davano pane
tizzoni e fasci di sterpi per accendere il fuoco.
Il nostro povero mondo viveva
la poesia del bambino
che correva le strade
messaggero del bisogno
e quando varcava la soglia
ogni gesto brutale spariva:
nessuno di noi doveva sapere
di furti e menzogne
n che esiste lodio o la morte.
Ricordo un giorno dagosto:
il sole bruciava il paese
noi fuggivamo inseguiti
per le strade
dal bianco fantasma
di sa Mama e su Sole
e le donne ci aprivano le porte
per riceverci allombra.
Io mi trovai nel cortile dei Ruiu
e vidi per la prima volta
il vecchio Gonario Ruiu
seduto in alto sul ballatoio:
stava impassibile, la camicia sbottonata
sul collo mostrava la maglia di lanaccia,
aveva la barba ispida e nera
era un gran vecchio
e mi grid: vieni qua!
Io salii correndo e lo vedevo sempre pi grande
era un vecchio selvaggio
il modellato a colpi di sgorbia.
Quando fui sotto la tenda di sacco
lui url contro sa Mama e su Sole
che batteva alla porta.
Intanto Achille sempre sulla sua poltrona.
ACHILLE: In quella scatola c tutto (ride amaramente). E strano come tutta una vita riesca ad entrare in una scatola. Da giovane non bastava il mare per farcela stare, poi crescendo un palcoscenico era pi che sufficiente, adesso beh adesso basta una scatola. Sono anni che non lapro, aspettavo voi Beh che aspettate, apritela no. Sono ritagli di giornale, foto, biglietti vari, vedete (si alza va alla finestra, malinconico). Sono ricordi fatti a pezzi ma che uniti fanno una vita. Amici miei il futuro solo un ricordo invecchiato oramai io sono un uomo del futuro (ride). Quando non piove qui fuori ci sono dei ragazzi che giocano alla palla, quanto mi piace guardarli e penso che loro nemmeno ci hanno una scatola per i ricordi. Sono giovanissimi, muovono i piedi con una precisione impressionante, calciano con una forza dirompente, mhanno rotto pure due vetri della finestra, ma che fa, per me pure quello un modo per passare il tempo oramai ma mo chiove nun tiempo! (va a sedersi) Eh, il loro guaio che la scatola della vita non lhanno e chiss se mai lavranno. Voi scegliete, scegliete le foto che vi piacciono di pi le pi rappresentative, ma vi raccomando, non mettete mai le fotografie in scena s perch il ricordo vita, ma le fotografie con chi non c pi sanno di morte. La fotografia serve per ricordare, per vivere, basta guardarla chiudere gli occhi e ricordarsi, il ricordo in movimento la fotografia quello un oggetto, uninquadratura statica. Quando mi avete detto che volevate fare lo spettacolo, beh sono rimasto estasiato, voi siete giovani potete e dovete mettere le mani nel fuoco. Io oramai e tenghe gia scarfate! Per questo le mani in quella scatola non le ho pi messe, mi scotterei troppo, voi s, s voi dovete sempre pretendere di mettere le mani nel fuoco!
Marina fa dei gesti eloquenti: si trucca allo specchio. Poi annusa una serie di profumi.
MARINA: Questo troppo leggero. Questo no no, questo per prima comunione, sa di confetti! Questo neanche. Mi sto preparando, ho un appuntamento e allora sapete scelgo il suo profumo. Beh uno prima che lo abbia, lappuntamento, lo deve preparare. A volte si hanno dei brutti incontri sapete perch? Perch si pensa a preparare solo se stessi, e non lappuntamento. Come niente ti vesti con un abito elegante con lo strascico per poi ritrovarti in una bettola. Ad ogni occasione va accostato un profumo. Quando lavoravo in profumeria e le donne mi chiedevano di consigliare loro un profumo per attrarre, diciamo le prede, mi arrabbiavo perch alla fine non accettavano mai i miei consigli, sceglievano sempre profumi maschili. Non capivano che i profumi per donna sono fatti per piacere agli uomini e viceversa, chiaro che se la donna dovesse scegliere il profumo per s sceglierebbe quello per uomo. Quando incontrai lamore fu cos per caso, in un camerino cera luomo della mia vita, quello che avevo sempre visto sulle cartoline, in Tv, al cinema. Io non che ho sempre creduto nellamore, ma a quello delle cartoline, delle scene teatrali, a quello s. Ora quelluomo, delle cartoline, era davanti a me, e non potevo scrivergli dietro sei un mito, lui era un mito, per la verit come a solito io quel momento lo avevo concertato con il mio curriculum corredato di tante parole professionali, ma quando fui l, le parole professionali, quelle scritte in bellissima calligrafia suonavano tiepide, timide sottovoce, suonavano damore. Eh s, quando lamore arriva, arriva sempre per caso, non ti avverte, non conosce linfatuato lo fa quasi per un suo dovere. Molti dicono: partire un po come morire, io penso che anche amare sia un po come morire e che alla fine lamore lunico termometro della vita, si vissuti o con amore o senza amore. Lamore lavora incessantemente dentro di noi, lavora di notte, di giorno di sera, dinverno a primavera, dopodich ci presenta il conto dopo il primo bacio noi lo paghiamo inavvertitamente e di quel lavoro possiamo solo avere la sensazione di un appagamento totale o non. Io lappagamento, la soddisfazione, lebbi e quella sera in quel teatro di Roma, feci lentamente sfilare dalla mia borsetta questa boccetta (la mostra), la aprii e ne feci entrare laria che si respirava in quel momento mentre lui mi parlava da allora non ci lasciammo pi ed ora prima di uscire insieme ci metto poco a prepararmi (spruzza una goccia di profumo) Ah! Le jeus sont fait!
Maria con un foglio ed una penna in mano. Intenta a scrivere.
MARIA: Unu, smascherarlo, duos staccare i fili, tre libert! Sto scrivendo degli appunti, si parla di uomini, quelli che tendono i fili delle marionette. Quelli che: Una donna che canta sul palcoscenico, ma stiamo scherzando!. Quelli che: Maria, oggi facciamo questo, perch poi dobbiamo fare quello, e quello mi ha detto che se non facciamo questo, non facciamo n questo, n quello. Insomma dei ragionamenti filosofici di tutto rispetto. Oggi c il comizio un giorno importante, secondo lui, il mio uomo dovrei pensare solo al cinema, dovrei lasciar perdere la politica, io che volevo cantare solo cantare dovrei adesso pensare al cinema, che ci pensi il cinema a me, che io non lho mai chiamato (intanto Maria sempre intenta a scrivere). Io penso a quelle povere donne che un marito non ce lhanno pi perch consumato velocemente dalla fabbrica, o perch lasciati a terra pieno di buchi in chiss quale guerra, alla zappa che consuma le spalle, ai fumi che intasano i polmoni, il cinema sispira alla realt, ed io allora pure al cinema penso, a modo mio, ma ci penso. Bene lora della Sa Disisperada. La canzone del risveglio (come se si fosse svegliata da poco, canticchiando Disisperada) Oggi e non domani parte la mia battaglia per riscattare le donne di Siligo (Maria pianta croce ad ogni nome pronunciato), del mondo e perch no anche le paras dei fiumi, i minatori di Jglesias, i lavoratori di tutto il mondo morti per poter campare, i bistrattati Canto a loro a Efisio Contas morto in Belgio solo perch lavoratore. Ad Angela Santoro, avvelenata da un brutto sogno. A me che con i pugni in tasca, come facevo da bambina quando pensavo o volevo una bella cosa, grido a tutti il fradicio dolore dei lavoratori (pianta lultima croce).
Achille recita Fravecature di Raffaele Viviviani
Allacqua e o sole fraveche cu na cucchiara mmane
pe llaria ncoppa a nanneto fore a nu quinte piane.,
nu pede mise fauze, nu movimento stuorto e fa nu vuole e langelo, primma carriva muorte.
Nu strille e po naccorrere, gente e fravecature.
Resciata ancora, e Ruoppolo tene doje creature.
Laizano e so portane cu na carretta a mmane.
Se move ancora lanneto fore do quinte piane e passe, se sprepetua cchi dure torna appriesse, e nate ncoppa a nannato canta e fatica o stesse;
nterra na pala e caucia cummoglia a macchia e sanghe
e i schizze scerejane cu i scarpe sporche e fanghe.
Quanne o spitale arrivane a folla trattenuta e chi sape a disgrazia a spiega comme iuta
E attuorno tutto o popolo: Madonna avite viste? Do quinte piane ai eVrgine e comme Gies Criste!.
E po accumpare pallide chille caccumpagnate e primma ca ce spiane fa segne ca spirate.
O fridde dinte allanema, a folla salluntana, i lume gi sappicciane a via se fa stramane;
e a casa po i manipoli muorte, povere figli, mentre magnane a tavola cio dicene e famiglie.
E mamme i figli abbracciane, o spose abbraccia a sposa,
ma na mugliera, trepida, aspetta e narriposa,
sappenne a coppa allasteca, sente o rilogio. E nove.
Se dice nu rusario e aspetta e nun se move.
Lacqua po troppe vollere s strutta dinta a tiana, o fuoche fatte cennere, se sente na campana.
E piccerelle chiagneno pecch vonne magna.
Mamm mettimme a tavola, si nun vene pap.
A porta. Tuzzeleano, fosse isse! E va arap.
Chi site?. O cape dopera, Ruoppolo abita qui?
Gnors, qualche disgrazia? I veche tanta gente!
Calmatevi, vestitevi. Madonna!
E cosa e niente scivulate allanneto do primme piane, oh Dio e sta o spitale?
E logico uh Pascalino mie!.
E doje creature sbarrane luocchie senza cap.
A mamma disperannese nu lampe se veste e chiude a dinte e scennene pe grate cu i cerine.
Donna Rache, mariteme che sa, sta e Pellerine scivulate allannato.
S. Do seconne piane.
E via facenne stannate ca saglie chiano chiano.
Diciteme, spiegateme curaggio E muorte?
E muorte do quinte piane allannato, nu pede mise stuorte, o schiante, senza chiagnere, sabbatte e perde e siense.
E Dio ca v na pausa a tutte e sufferenze!
Maria canta Il funerale del lavoratore
Questa fossa dove stai larga bocca e dritta
il pi piccolo conto che hai pagato in vita.
A volume giusto nel largo e nel fondo
e la parte che ti tocca del latifondo.
Non una fossa grande giusta precisa
e la terra che volevi veder divisa.
E una fossa grande per un piccolo volto
ma hai pi spazio attorno di quanderi al mondo.
E una fossa grande per un morto da niente
ma qui pi che nel mondo stai comodamente.
E una fossa grande la tua carne bocca
ma alla terra donata non si guarda in bocca.
E il pi piccolo conto che hai pagato in vita
e la parte che ti tocca del latifondo
mai pi spazio attorno di quanderi al mondo
e qui pi che nel mondo stai comodamente
alla terra donata non si guarda in bocca
alla terra donata non si guarda in bocca
alla terra donata non si guarda in bocca
alla terra donata non si guarda in bocca.
Maria e Marina sincontrano, quasi come se avessero un appuntamento. Si siedono sulle casse.
MARIA: Marina Finalmente...
MARINA: Finalmente, allora lo stress finito?
MARIA: Lo stress per noi non finisce mai. C il pre-stress, lo stress, il post-stress, lo stress da prestazione, la fame da stress, lo stress delle prove
MARINA: Mar e se non fosse per questo stress chi la farebbe questa vita.
MARIA: Anche il ricordare diventa stress certo per quando ti ricordi che sei stata truccata dalla truccatrice di Liz Tylor
MARINA: Lo stress diventa subito post-stress (ride)
MARIA: Oppure ricordarsi della tua terra che ti applaude, la stessa terra che allinizio ti ostacolava
MARINA: Ma tu sei forte ci vuole una forza immane.
MARIA: Guarda (chiude la mano in un pugno e lo mette in tasca) questo il mio rimedio. Lunico mio antistress. Il tuo?
MARINA: Canto e do a calci.
MARIA: Come canti e dai a calci, ma che un asino sei?
MARINA: Lasino non canta raglia, o mi sbaglio? Vedi, basta un pezzo di legno, una cassapanca, un qualsiasi mobile a portata di piede vuoi vedere viene una cosa simile (d a calci la cassa a ritmo, arrabbiato) Jesce sole, jesce sole, nun me fa cchi suspir
MARIA: (divertite, entrambe prendono a dare a calci la cassa, ed entrambe con in tasca le mani chiuse a pugno) Jesce sole Jesce sole Un toccasana.
MARINA: Io lo facevo sempre prima di andare in scena, evitavo darrabbiarmi col regista marrabbiavo prima.
MARIA: Ma tu pensa anchio marrabbiavo prima di salire sul palco.
MARINA: adesso saranno passati trentanni da quel concerto che facemmo insieme.
MARIA: Il tempo non si fermato (sorride).
MARINA: Specialmente per noi che per tutta la vita abbiamo cantato, senza mai un ripensamento, la vita una bella canzone che dura sempre troppo poco.
MARIA: Ma per fortuna che adesso ci siamo rincontrate Lappuntamento era preciso, sul da farsi si era daccordo, la canzone stata incisa adesso ora che la si faccia suonare.
MARINA: Questa canzone non la canta pi nessuna, siamo solo noi che ce la cantiamo e ce la suoniamo.
MARIA: Tanto da sfogarci ci siamo sfogate
MARINA: Ah, che liberazione! Beh, siamo pronte?
MARIA: Io ho portato tutto loccorrente, credo che veramente non manchi niente.
MARINA: Veramente sono contenta che si avveri questo, diciamo, sogno. Erano anni che volevo organizzare questa battaglia. A me il silenzio mi ha fatto sempre un po di paura.
MARIA: Siamo qui per questo.
MARINA: Ma Maria (confidenziale) io ho in mente di andare sul pesante, vorrei scaricare tutto su tutti.
MARIA: Mar bisogna essere temerarie. per sconfiggerli bisogna mettere, come si dice? le mani nel fuoco.
MARINA: Le mani nel fuoco.
MARIA: Guarda che ho. Il mio portafortuna. Senza questo non posso andare incontro al fuoco nemico (fa vedere la sua bottiglia dacqua)
MARINA: Anchio mi sono armato di portafortuna.
MARIA: S.
MARINA: Certo, la prima cosa, assolutamente.
MARIA: E cos? Dove ce lhai?
MARINA: Eccolo qua (trae dalla tasca un ramoscello di basilico) a vasenicola!
MARIA: Nascondila bene non si sa mai, dai nellocchio.
MARINA: No ma che dici questa mimetica. Io ho avvertito un po di gente.
MARIA: Anchio. Tu quanti?
MARINA: Mi sono trattenuta un po per adesso, un duecento circa.
MARIA: E perch ti sei trattenuta, meno male! No forse sono un po troppi per adesso, bisogna eliminare qualcuno dalla lista.
MARINA: Ma come? Proprio in questa missione? Lo sai uno indispensabile allaltro.
MARIA: Hai ragione.
MARINA: E ora.
Pronte per andare in battaglia, come dei soldati.
MAR-MAR: Silenzio, a noi!
Ad ogni frase detta, batteranno con i piedi alla cassa (o volendo si pu fare con la tammorra), come se fossero dei veri e propri colpi di pistola.
MARINA: Canto perch son viva .
MARIA: Canto per la mia terra.
MARINA: Canto a chi non arriva.
MARIA: Canto contro la guerra.
MARINA: Canto alla gente sola.
MARIA: Canto per non morire.
MARINA: Canto per chi non vola.
MARIA: Canto per dissentire.
MARINA: Canto soltanto per te.
MARIA: Canto per riscattare.
MARINA: Canto anche per chi non c.
MARIA: Canto per scongiurare.
MARINA: Canto allamor finito.
MARIA: Canto allamor lodato.
MARINA: Canto al cuore sfinito.
MARIA: Al mondo martoriato.
MAR-MAR: Canto, per esserti pi vicino,
perch si sempre troppo lontani.
Insieme cantano Una voce, una donna
Achille sprofondato nei suoi ricordi.
ACHILLE: Io amici miei, non sarei in grado di venire alle prove, allo spettacolo, ma basta pensarvi e come se fossi l pare che il tempo stia cambiando, tra poco esce il sole, arrivano i ragazzi, ho l per loro delle scatole, gliele voglio regalare. Accidenti adesso mi dimenticavo di dirvi una cosa (come se parlasse allorecchio di qualcuno) non ve lo dimenticate mai. Non fate invecchiare i vostri ricordi troppo in fretta, siate voi stessi dei ricordi solo cos vivrete in eterno. Ah unultima cosa, vi ricordate ve lho detto gi prima, la porta un po rotta, difettosa non si chiude al primo colpo, riprovi pi volte, bisognerebbe sbattere forte, altrimenti rimane aperta, mi raccomando, la chiuda bene, non facile lo so, ma uno con un po dimpegno ci pu riuscire.
Repentinamente la luce illumina Maria e Marina a centro del palco schiena contro schiena. Allunisono reciteranno:
Io vivo solo agli occhi accesi
al rumore di fondo silente
agli animi pieni di ricordi non spesi
al dormiveglia dellarte vivente.
Io vivo una vita assorta, corta
che vale il dischiudersi duna porta.
Entrambe, insieme, si girano luna a fianco dellaltra, battendo i piedi per terra (provocando un rumore che vale quanto quello di una chiusura di porta).
ACHILLE: Brava!
SIPARIO
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