Le nozze di Giovanna Phile

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Commedia in un atto

di Bruno MAGNONI

da IL DRAMMA n. 183 del 15 giugno 1953

LE PERSONE

GIOVANNA PHILE

TED

VIOLETTA (il capostazione)

DOLLY

ESPOSITO

CARTASECCA

IL SUONATORE

CIECO

Qualche viaggiatore, tre guardie

L'azione si svolge nella sala d'attesa di una stazioncina ferroviaria

* Copyright 1953 by Bruno Magnoni


 Le sette di un mattino d'inverno. Il locale, disadorno, è ancora im­merso nel buio; solo dal fondo - dove si apre la porta a vetri che mette sul marciapiede dei binari - principia a diffondersi l'opaco chiarore del giorno. L'ingresso dalla strada è a sinistra; di fronte lo sportello per la dispensa dei biglietti; subito a fianco un vecchio apparecchio telefonico. Sotto lo sportello un usciolo pel quale si entra, curvandosi, nello sgabuzzino dei biglietti. Panche lungo i muri, una stufa spenta in un angolo. Non c'è nessuno; dall'esterno giunge il trillare prolungato di un segnale e il rumore lontano di qualche treno in manovra.

(Violetta, un ometto di età indefinibile, entra di fondo gesticolando e sbuffando stizzosamente. Ha indosso una decrepita palandrana che gli arriva fin sotto i piedi; in testa un berretto calcato fino agli occhi. Incespicando nella palandrana raggiunge l'usciolo sotto lo sportello; lo apre e vi si infila. L'inquadratura dello sportello si illumina).

Violetta        (riappare allo sportello, batte ripetutamente la mano sulla tavoletta e, benché non ci sia anima viva, esclama irritato)   

I signori viaggia­tori sono pregati di non far confusione e mettersi in coda per acquistare il biglietto!

(Scompare tuffan­dosi come una marionetta. Entra dalla strada, la signorina Giovanna Phile. Trent'anni, piccola mi­sera infagottata; un paio di occhiali a stanghetta, un ciuffo di capelli spettinati sfuggenti di sotto a un vecchio berretto di pelo. In quel gelido mat­tino batte i denti pel freddo; scossa dal brividio si avvicina a una panca e vi si raggomitola; chiude gli occhi con un profondo sospiro, non sai se di sollievo o di pena. Violetta, riaffiorato lentamente allo sportello, batte un colpo secco sulla tavoletta; Giovanna sussulta).

Violetta        (iracondo)  Signorina Phile.

Giovanna       (combattendo il sonno)    Oh  signor Violetta, come va?

Violetta       So io come va; tutte le mattine la stessa storia.

Giovanna      Stavo per schiacciare un sonnellino.

Violetta       Lo so che stavate per schiacciare un sonnellino; la stessa storia tutte le mattine.

Giovanna       (vicina a riaddormentarsi)   Non ha mai fatto un freddo così birbone.

Violetta       Lo so che fa un freddo birbone.

Giovanna       Oh, ma voi sapete proprio tutto.

Violetta       Lo so che so tutto! E so anche che se capita l'Ispettore e vi trova qui a dar lezioni di francese, chi ci andrà di mezzo sarò io.

Giovanna      Non preoccupatevi, spiegherò tutto io all'Ispettore. (Nel dormiveglia)  Deve essere un uomo alto, dal volto serio e sereno, ancora giovane ma con qualche tocco grigio alle tempie; ci inten­deremo benissimo.

Violetta        (furioso)     Un  corno vi  intenderete benissimo.

Giovanna       (sussulta contrariata)   Oh...

Violetta       L'Ispettore non è un uomo dal volto serio e sereno. È un nanerottolo pieno di bile e di regolamenti. Mi farà trasferire a norma dell'ar­ticolo centodue del regolamento.

Giovanna      E perché?

Violetta       Perché questa non è una scuola di francese.

Giovanna      Ma dove volete che dia questa bene­detta lezione alla signorina Dolly se non qui?

Violetta       E perché proprio qui? Questa è la sala di attesa di una stazione, riservata ai viaggia­tori in partenza, a norma dell'articolo sessantasei del regolamento. Viceversa qui si fa di tutto fuor­ché partire. Ma io non posso permetterlo, capite? Io non posso permettere che qui si vada, si venga, si compri, si venda, si tenga lezione, si giochi a scopone, in piena stazione, e mai un cane che parta.

Giovanna      Ma vi ho spiegato che non ho altro posto...

Violetta       Se non avete altro posto, rinunciate a insegnare il francese alla signorina Dolly.

Giovanna      Oh, questo no. La signorina Dolly deve evadere.

Violetta       Evadere?

Giovanna       (infervorandosi)   Ma certo. Quando conoscerà bene il francese potrà trovare un buon impiego nella grande città, lasciare questo grigio paese e spiccare il volo.

Violetta       E voi che il francese lo sapete così bene, perché non cominciate voi a spiccare il volo con grande soddisfazione di tutti?

Giovanna      Io non sono più giovane, signor Violetta. Ho ancora molti sogni, ma così poche speranze. La signorina Dolly no, essa può osare; uno splendido avvenire l'attende, trapunto di dolci e meravigliose avventure.

Violetta        (indignato)   Avventure? Come sarebbe « avventure »?

Giovanna       (sospirando)   Oh, non inquietatevi; dicevo così per dire.

Violetta       Voi così per dire dite sempre delle sciocchezze. Io sono un uomo d'ordine, signorina Phile; una testa quadra, e le avventure non mi piacciono.

Giovanna      Bene, tranquillizzatevi. Sono tutte cose che immagino io. Probabilmente Dolly non pensa affatto alle meravigliose avventure e studia il francese per fare della corrispondenza commer­ciale.

Violetta       La corrispondenza commerciale è una cosa molto seria. Il commercio è l'anima dei tra­sporti e i trasporti sono molto più importanti delle vostre avventure che non esistono.

Giovanna      Se uno le immagina è come se esi­stessero.

Violetta       No, signorina Phile, no. Io non sarò mai di questo bislacco parere. Due più due fanno quattro e non diciannove e il pan nero è pane nero e non d'oro. E io sono un capo stazione con i dischi a posto e non mi lascio deragliare da nessuno.

Giovanna      Bene, signor Violetta, chiedo scusa; sapete pure che è il mio difetto.

(Squilla il telefono).

Violetta        (insospettito)   Che c'è? Chi telefona a quest'ora? (Si sporge, stacca il ricevitore)  Pronto. Chi siete? Chi sono io? Niente affatto, prima dite chi siete voi e poi vi dirò chi sono io. Sander? Mai sentito nominare, qui non c'è nessun Sander. Ah, Sander siete voi? E che cosa volete? Ted? Quale Ted?

Giovanna       (improvvisamente ansiosa)   Come ha detto? Ted?

Violetta        (senza badarle)   Quel malandrino? Ah sì, proprio lui? Ah... ah... noss... nossignore. Qui non c'è e guai se ci viene. Lo conosco, sissignore, conosco fin troppo. Ha truffato anche me. Nossignore, e se ne guardi bene. Questa è una rispet­tabile stazione e non un'agenzia di loschi affari. (Riattacca rabbiosamente il ricevitore).

Giovanna       (inquietissima)   Cercano di Ted?

Violetta        (fumante di sdegno)   Spudorati. Im­pudenti.

Giovanna      Chi voleva parlargli? È forse nei guai?

Violetta       Tanto meglio se quel gaglioffo è nei guai.

Giovanna       (indignata)   Il signor Ted non è un gaglioffo.

Violetta       Ah no?  Lo sapete che ha spillato danaro a tutti? Anche a me?

Giovanna      Per me non sono che dicerie.

Violetta       Dicerie? Ma si può essere più matti di così? Inventate quello che non è, ma vi rifiu­tate di credere a quello che si può toccare con mano.

Giovanna       (triste)   E come sarebbe possibile vi­vere altrimenti?

Violetta       Oh, basta così. Voi ed io non ci capi­remo mai. (Si tuffa e scompare).

(Dalla strada entra frettolosamente la signorina Dolly, gli occhi gonfi di lacrime).

Dolly            Buon giorno, signorina Phile, chiedo scusa per il ritardo.

Giovanna      Buon giorno, signorina Dolly. Siete pienamente scusata. Possiamo cominciare?

Dolly            Grazie, siete veramente buona. (Si asciuga le lacrime, si soffia il naso).

Giovanna      Sapreste dirlo in francese?

Dolly             Merci mademoiselle, vous étes bien bonne.

Giovanna       (correggendo)   Bien gentille.

Dolly            Bien gentìlle, oui, bien gentille.  Non ci siete che voi « gentille » in questo malvagio uni­verso. (Scoppia a piangere).

Giovanna      Mi sembrate turbata, signorina Dolly.

Dolly            Oh...

Giovanna      Avete qualche piccolo dispiacere?

Dolly            Piccolo? Oh...

Giovanna      Fatevi coraggio, vedrete che passerà.

Dolly            Impossibile, signorina Phile, sono così infelice.

Giovanna      Infelice? Ripetetelo in francese.

Dolly              Je suis tellement malheureuse,  made­moiselle.

Giovanna      Benissimo. Tutti siamo infelici; tra­ducete, prego.

Dolly            Tous sont malheureux.

Giovanna      Non, mademoiselle; si dice: tout le monde  est  malheureux.  Tutto il mondo; vedete che siamo in molti e quindi non è il caso di pi­gliarsela troppo.

Dolly            Ci sono dolori e dolori; il mio è insop­portabile.

Giovanna      Succede così a tutti; non ci sono do­lori più insopportabili dei nostri; ma a lungo an­dare ci si abitua anche a quelli. On se résigne à tout, mademoiselle; ci si rassegna a tutto.

Dolly            Impossibile.

Giovanna      Bene, vogliamo continuare? (Traendo un libro dalla sua borsetta)  Pagina trenta, esercizio quinto. (Sfoglia, legge)  Esercizio quinto: « Mio fra­tello strappa i peli al gatto che miagola fuori di sé ». Povera bestia. Avanti signorina Dolly.

Dolly            Mon frère arrache les poils au chat qui... qui...

Giovanna      ...qui miaule hors de lui. Ripetete.

(Dolly scoppia a piangere) 

Non vi sentite bene?

Dolly            Mi gira la testa, ho la nausea.

Giovanna      Anch'io: ma se volete imparare il francese non dovete badarci. Continuons, s'il vous plait. (Legge)  « La zia è scivolata nella pozzan­ghera e ha sfondato la vetrina dell'orologiaio ». Sci­volare: glisser; sfondare: enfoncer. On glisse, on enfonce; si scivola, si sfonda; così è la vita. Mi se­guite?

Dolly            È troppo triste la vita, signorina Phile.

Giovanna      A chi lo dite. Ma quando saprete bene il francese potrete evadere.

Dolly            A che mi serve il francese ora che il mondo è crollato?

Giovanna      Sì, ma il mondo rinasce ogni volta dalle sue rovine.

Dolly            Per me non rinascerà più. Ero fidanzata, signorina Phile.

Giovanna      E ora tutto è finito?

Dolly            È finito.

Giovanna      C'est fini.

Dolly            Egli è partito.

Giovanna      Il est parti.

Dolly            Era per lui che studiavo il francese; mi aveva promesso di condurmi con sé.

Giovanna      In Francia?

Dolly            In Cina. L'ho accompagnato ieri alla stazione.

Giovanna       (trasognata)   A la gare... Partire, mio Dio, col proprio amore...

Dolly            È partito l'amore, io sono rimasta. Pian­geva anche lui, ma non poteva condurmi in Cina; costa troppo.

Giovanna       Non disperatevi,  tornerà.  « Dopo quanto mi avete confidato non dubito che egli tornerà». Traducete, per favore.

Dolly            Après ce que vous m'avez confié je ne doute pas...

Giovanna      Point...

Dolly            ... je ne doute point qu'il reviendra. (Con un nuovo scoppio di pianto)  E se invece non torna?

Giovanna      Oh, tornerà certamente. « L'addio è stato straziante? »     Rispondete, prego.

Dolly            Oui, il a été déchirant.

 Giovanna     « Vi ha egli appassionatamente ba­ciata più volte alla stazione? ».

Dolly            Oui, passionnément.

Giovanna      « Aveva il capo stazione il fischietto e la bandierina? ».

Dolly             (in un mare di pianto)   Non posso, non posso. È spaventoso quello che provo.

Giovanna       (trasognata, con la cadenza francese molto accentuata)   C'est horrible...

Dolly            Non c'è più amore.

Giovanna      Plus d'amour...

Dolly            Non c'è più vita.

Giovanna      Plus de vie...

Dolly            Non c'è più nulla.

Giovanna      Rien de tout...

Dolly            Oh, Alfredo, Alfredo!

Giovanna       (risvegliandosi)   Per carità, signorina Dolly, questa non è più una lezione di francese, è la « Traviata ».

Dolly            Ci vedevamo ogni sera e camminavamo abbracciati lungo il terrapieno della ferrovia...

Violetta        (scattando allo sportello)   Ecco a che servono i terrapieni della ferrovia. Sempre la ferrovia che fa le spese. (Scompare).

Giovanna      Ah, come dovete essere felice.

Dolly            Felice ora che non è rimasto più nulla?

Giovanna      È  rimasto  il   terrapieno,  signorina Dolly;  e  potrete  passeggiarvi  ancora  beandovi  di ricordi e fantasticando...

Violetta        (ricomparendo)   E chi vi dà il permesso di disporre dei terrapieni della ferrovia come se fos­sero vostri? (Batte irosamente sulla tavoletta e scom­pare).

Dolly            Ma non capite che sono proprio i ricordi quelli che mi tormentano?

Giovanna      Il mio tormento è quello di  non averne. Credete che la vostra tortura sia peggiore di questo mio vuoto, di  questa mia desolazione? Siete stata troppo felice, signorina Dolly, ed ora l'infelicità  vi  sembra  insopportabile...   (Breve  per­plessità, poi con decisione)  Ma se volete io vi inse­gnerò il modo di sopportarla.

Dolly             (senza entusiasmo)   Voi?

Giovanna       (infervorandosi)   Ascoltatemi, rompe­tela anche voi con la realtà; la realtà è desolata per me, struggente per voi:  rinnegatela.

Dolly            La realtà?

Giovanna      Non dite che è impossibile: basta volere.

Dolly            Voi l'avete rinnegata?

 Giovanna     Sì.

Dolly            E siete felice?

Giovanna      Sogno di esserlo.

Dolly            Non vi capisco.

Giovanna      Sogno di essere bella, di essere amata, di essere ricca. Guardate. (Apre la borsetta, ne to­glie una busta e, dalla busta, tre banconote)  Io non posseggo che questo: trentamila lire.

Violetta        (riapparso  frattanto  allo  sportello)    Come, come? E dove le avete trovate?

Giovanna      Sono i miei risparmi di dieci anni, per la serena vecchiaia; i miei milioni.

Violetta       E daccapo.  Perché li chiamate mi­lioni se sono appena trentamila lire?

Giovanna      Per credermi più ricca. (A Dolly)  Ve­dete? Li porto sempre con me.

Violetta       Altra bestialità. Alla banca vi frut­terebbero gli interessi. Il denaro è una cosa sacra; voi finirete per farvelo rubare e trascorrerete la se­rena vecchiaia nuda come un verme. Cose dell'altro mondo, ecco. (Scompare).

Giovanna      Ebbene, signorina Dolly, io non pos­seggo che questo denaro, ma ho immaginato cento volte di spenderlo e ogni volta in modo diverso. Ho comperato di tutto: gioielli, pellicce, automo­bili, perfino una torre. (Intanto ha rimesso le ban­conote nella busta, la busta nella borsetta)  Natu­ralmente è tutta fantasia, ma che importa, signo­rina Dolly?

Dolly            Come « che importa »? Come potete godere di tutte quelle cose se le avete comperate solo in sogno?

Giovanna      Continuando a sognare; la realtà è angusta, il sogno sconfinato...

Dolly             (con una punta di sprezzo)   Vi ringrazio molto, ma io dei sogni non so che farmene.

Giovanna      Quando avrete scordato la realtà, la vostra realtà sarà il sogno.

Dolly            Allora Alfredo è fuori che mi aspetta...

Giovanna      Oh,  molto meglio: Alfredo e voi siete già insieme, sul rapido che vi trasporta a Trieste; domattina vi imbarcherete... Un grande transatlantico bianco, un gran sventolio di fazzoletti... né voi siete mai stata più bella, né il vostro Alfredo più innamorato...

Dolly             (scoppiando a piangere)   Perché mi date a intendere tante bugie se sapete benissimo qual è la verità?

Giovanna      Perché la verità dovrebbe proprio essere  questa realtà odiosa del  fratello che  strappa peli al gatto e del gatto che miagola fuori di sé? Perché la zia deve cadere nella pozzanghera e sfon­dare la vetrina dell'orologiaio? Chiudete gli occhi, signorina Dolly... siete già in alto mare.

Dolly            Il mare io non l'ho mai visto.

Giovanna      Nemmeno io. Ma se un giorno lo vedremo ci parrà meno bello di quel che ora pos­siamo immaginare. Chiudete gli occhi, lasciatevi portare... Non sentite l'odor di salsedine, il buon sapore di sale sulle vostre labbra?

Dolly             (cupa)   L'amaro sale delle mie lacrime; è inutile, non me la fate, manco di fantasia.

Giovanna      Ne mancavo anch'io, ma ho imparato; e imparerete anche voi. Quando uno sta per anne­gare, o trova qualche cosa a cui aggrapparsi o an­nega.

Dolly            Di solito annega.

Giovanna      E allora ripigliamo il francese.

Dolly             (con dolore e dispetto)   Sapete che cosa significa amare un uomo?

Giovanna      Lo immagino.

Dolly             (dopo una indecisione, disperata)   E che sono incinta?

Giovanna      Ah.

Dolly            Questo non ve lo sognavate?

Giovanna      No.

Dolly            Perché in sogno non succede mai, ma nella realtà capita spesso.

Giovanna      La realtà una volta tanto è più bella del sogno.

Dolly            Bella questa realtà? Se Alfredo non ri­torna, mio figlio sarà un bastardo.

Violetta        (riapparso)   Il figlio del terrapieno.

Giovanna      Amatelo per due e avrà padre e madre.

Dolly             (singhiozzando)   Fossero tutti come voi, signorina Phile.

Violetta       Ah, sarebbe un bell'affare.

Giovanna      Suvvia non piangete. Perché il vostro Alfredo non dovrebbe tornare? Egli vi ama.

Dolly            Ma è partito senza di me; mi dimen­ticherà.

Giovanna      Gli uomini della realtà sono così in­fedeli?

Dolly            Per essi l'amore è una cosa secondaria.

Giovanna      E per noi lo scopo; ecco come si spiega il dolore. Ma il bambino vi salverà. Io so che cosa vuol dire.

Dolly            Ne avete mai avuti?

Giovanna      Una volta, uno.

Dolly            Voi?

Giovanna      Da Peter.

Dolly            Peter? Chi è?

Giovanna      Nessuno.

Dolly            Oh...

Giovanna      Naturalmente è una fantasia; ma Peter mi adorava. Io sono sempre adorata; in sogno, naturalmente.

Dolly             (trasecolata)   Ma è mai possibile che vi basti?

Giovanna      E che altro potrei fare?

Dolly            E con Peter che cosa avete fatto?

Giovanna      Ci siamo sposati.

Dolly             (amara)   Oh, veramente un sogno.

Giovanna      Ma ahimè, scoppiata la guerra egli dovette partire e morì al fronte.

Dolly            Così... siete vedova.

Giovanna       (con un sospiro)   Purtroppo. Ma gra­zie al cielo mi rimase il bambino: Bob, il mio caro Bob. Ho dedicato a lui lunghi anni della mia vita. Ebbene,   credetemi:   se   ho   potuto   sopportare   la morte di Peter, volevo uccidermi, sapete, è stato proprio per Bob, per il bambino. Un bambino come avrete voi.

Dolly            Ma io l'avrò veramente.

Giovanna      Già, la mia fortuna non sarà stata che l'ombra della vostra. Un bambino... com'è pos­sibile che non comprendiate? La vostra vita ora è in lui.

Dolly             (assorta)   Dovrò cercare il mio conforto dove più profonda è la mia angoscia? È questo che volete dire?

Giovanna      È questo che dovete fare.

Dolly            Sono così sconvolta... forse avete ragione voi... non lo so... (Dopo un momento di smarrimento si alza)  Addio signorina Phile... il francese non mi serve più.

Giovanna      Avete rinunciato a spiccare il volo?

Dolly            Il volo lo ha spiccato lui, senza di me. Ad ogni modo grazie delle vostre parole... Cercherò anch'io di sognare.

Giovanna      Addio signorina Dolly... vedrete che il vostro Alfredo ritornerà. (Agitando la mano)  Bye, bye...

(Dolly che già si è allontanata, si volge, ri­sponde al saluto e fugge via singhiozzando. Giovanna sola, ripete il gesto con profonda tristezza) 

Bye bye... Singhiozza e vorrei essere lei...

(Dall'esterno il campanello di segnalazione riprende a trillare).

Violetta        (riapparendo allo sportello, batte sulla tavoletta ed esclama severamente)   È in arrivo il treno proveniente dal Nord. I signori viaggiatori in partenza pel Sud sono pregati di munirsi del biglietto.

(Dopo un attimo di attesa, stizzosamente) 

Macché, neanche un cane. Ah sì, eccone uno.

(Entra infatti, da sinistra, Esposito; un giovanottone di campagna sui venticinque anni, un po' tonto, che si guarda attorno impacciato) 

Qua, giovanotto, qua.

Esposito        Oh grazie. (Si toglie il berretto e si avvicina allo sportello).

Violetta       Per dove?

Esposito        Sissignore.

Violetta       Dico « per dove »? Dove andate.

Esposito        Io?

Violetta       Voi, voi. Non siete di partenza?

Esposito        No, perché dovrei partire?

Violetta        (inviperito)   E allora che cosa venite a fare se non partite?

Esposito        Aspetto il signor impiegato.

Violetta       Quale impiegato?

Esposito        Quello dei certificati, per sposare... Mi ha detto di aspettarlo qui:  mi deve portare il certificato di nascita, per sposare.

Violetta       Aaah...

(Si ode sempre più vicino il rombo del treno in arrivo. Violetta scompare dallo sportello e, sgusciando dall'usciolo, si precipita fuori, sul marciapiede dei binari col fischietto tra le labbra e brandendo la bandierina. Lo si vedrà durante la breve sosta del treno correre su e giù, fischiando più del treno e gridando più di tutti. Il convoglio irrompe in stazione. Tramestio; cinque o sei viag­giatori entrano di fondo, tra essi il cavalier Cartasecca subito avvicinato da Esposito che si prodiga in inchini e saluti. Gli altri escono da sinistra. Il treno riparte; Violetta rientra mugolando).

 Cartasecca(sarcastico)   Già; siete Esposito, non è vero? Esposito.

Esposito        Sissignore, quello che deve sposare.

Cartasecca  Sposare; già.

Esposito        La Caterina. Facciamo all'amore da sei anni.

Cartasecca  Già; la Caterina; l'amore.

Giovanna       (che segue il dialogo estasiata)   Oh...

(Cartasecca le volge un'occhiata dall'alto in basso; Giovanna si affretta a ritirarsi due passi indietro).

Cartasecca  E allora, mio caro Esposito: che cosa volete?

Esposito        Il certificato.

Cartasecca  Il certificato, eh? In quattro e quattr'otto.

Esposito        Veramente è il parroco che lo vuole: dice che per sposare ci vuole il certificato di nascita. Fa ridere, eh? Come se non vedesse che sono nato.

Cartasecca  Eh già, fa ridere, ma ci vuole.

Esposito        Me lo avete portato?

Cartasecca  No. Non ve l'ho portato.

Esposito         (deluso)   No? E... quando me lo por­terete.

Cartasecca  Mai.

Esposito        Mai? E perché?

(Giovanna riavvicinandosi segue il dialogo con estremo interesse).

Cartasecca  Perché non ci siete.

Esposito        Non ci sono?

Cartaseoca  No, non siete inscritto sul registro delle nascite.

Esposito        Io?

Cartasecca  Voi:  quindi niente da fare. Non posso certificare che siete nato nel luogo tale e nel giorno tale se, in realtà, non siete nato.

Esposito         (sbalordito)   Non sono nato?

Giovanna       (sbalordita)   Non è nato?

Cartasecca   (si volta a guardarla, severo)   Per me non è nato. (A Esposito)  Se non siete sul registro dei nati, non siete nato.

Esposito        Oh... ma... non mi vedete?

Cartasecca  Vi vedo, ma per me, è come se non vi vedessi; non ci siete.

Esposito        Non ci sono?

Cartasecca  Beh, giovanotto, ora basta; mi avete preso in giro abbastanza.

Esposito        Ma io devo sposare la Caterina.

Cartasecca  Impossibile. La Caterina sposerà un altro, che ci sia.

Esposito         (angosciato)   Un altro?

Giovanna       (indignata)   Un altro?

Cartasecca   (risentito a Giovanna)   Ma insomma che cosa c'entrate voi?

(Giovanna si ritrae spaurita. A Esposito) 

Quel che ho detto, ho detto; e saluta­temi tanto la vostra Caterina.

(Si dirige verso l'uscita).

Esposito         (trattenendolo per la manica, balbettante)   Ma scusate, scusate...

Cartasecca  Ehi, niente ribellioni. Niente vio­lenze. Io sono la legge.

Esposito        No, no, io non mi ribello; ma come può la mia Caterina sposare un altro se il suo fidan­zato sono io?

Cartasecca  Esposito, voi state per farmi perdere la pazienza.

Esposito         (ribellandosi)     Che « pazienza »!   Io voglio il certificato. Io sono nato.

Giovanna       (di rincalzo)   Eh, mi pare.

Cartasecca   (a Giovanna)   Ah sì? Vi pare? E allora sentiamo il « nato ». (A Esposito)  A voi. Chi era vostro padre? Come si chiamava?

Esposito         (confuso)   Mio padre? Non so come si chiamava... Non ho avuto padre...

Cartasecca  Bravo! E vostra madre?

Esposito         (sempre più confuso)   Ma... non so... sono un trovatello...

Cartasecca  Bravissimo. Non avete padre, non avete madre: e allora come siete nato? Per genera­zione spontanea?

Esposito         (piangente)   Ma io non lo so... So solo che sono venuto al mondo.

Violetta        (indignato)   E dalli. Guarda se si può essere più ostinati.

Cartasecca   (scotendo il capo, a Violetta)   Tutti così; a questi ignoranti non si riesce mai a dimo­strare l'evidenza. Ragionano alla rovescia, non pen­sano che a sposare. Fenomeno? Noùmeno? Per loro è lo stesso. Ma perdinci, c'è una realtà fenomenica? C'è. Ma è questa la vera realtà? No; Kant lo ha di­mostrato in modo irrefutabile.

Violetta        (attentissimo)   Davvero?

Cartasecca  Irrefutabile!

Violetta       Oh perdio.

(Esposito, Giovanna, Vio­letta seguono ansiosamente la dimostrazione).

Cartasecca   (a Esposito)   Voi siete la realtà? Sì.

(Esposito fa cenno anche lui di sì, ripetutamente, col capo, imitato da Violetta e da Giovanna) 

Ma realtà fenomenica; non noùmenica. Non arriverete ad avere tanta impudenza da sostenere che il noùmeno siete voi.

(Esposito fa cenno ripetutamente di no; Violetta e Giovanna altrettanto) 

E inten­diamoci bene, perché questo è il punto. Fenomeno, signori, non noùmeno. E che cosa conta? Il feno­meno o il noùmeno?

(Si è rivolto con tono minaccioso a Giovanna).

Giovanna       (allibita)   Lo chiedete a me?

Cartasecca  Lo chiedo a voi, ma lo dirò io. Evi­dentemente non è il fenomeno, che è apparenza; ma il noùmeno, signori. Il noùmeno che è essenza. (Bruscamente a Esposito)  E voi che cosa siete? Fe­nomeno o noùmeno?

Esposito         (impaurito)   Io sono contadino.

Cartasecca  Perché se foste essenziente sareste noùmeno, il che è dimostrato invece che non siete; dunque fenomeno, perché di qui non si scappa. Ma il fenomeno è apparenza; ergo (a Esposito)  voi siete apparente, cioè apparite, ma non siete; e se non siete come potete pretendere di essere?

Violetta        (entusiasta)   Magnifico! Perfetto!

Cartasecca   (soddisfatto)   Grazie. Cavalier Car­tasecca, ufficiale di stato civile.

Violetta        (stringendogli calorosamente la mano)  Violetta, capostazione di questa stazione.

(Esposito schiacciato dalla confutazione scoppia in un pianto disperato).

Cartasecca  Ecco, quando non sanno come ca­varsela si mettono a piangere.

(Si avvia impettito verso l'uscita, ma Giovanna gli sbarra il passo).

Giovanna       (indignata)   Un momento. Non può mica finire così. Guardatelo come piange, uomo crudele. (A Esposito, infervorandosi)  Non piangete, signor Esposito. Se la realtà vi respinge, disprezza­tela, superatela. Gettate via questa realtà cenciosa che ci abbrutisce; che alle nostre più intime gioie, ai nostri slanci più puri oppone barbaramente la tirannia dei suoi registri e la stupidità dei suoi guar­diani.

Cartasecca   (offeso)   Dice a me?

Violetta       A voi, a voi.

Giovanna      Partite, signor Esposito, per il paese che non ha registri, dove ogni ora è di giubilo, ogni giornata una festa.

Esposito        E Caterina? Posso portarla con me?

Giovanna      Ma certo: dov'è lo sposo è la sposa.

Esposito         (rincuorato)   Caterina!...

Giovanna       (con voce lontana sognando di essere Caterina)   Eccomi dolce amore...

Cartasecca   (sbalordito)   Ma che è pazza?

Violetta       Pazza; pazza da legare.

Esposito         (elettrizzato)   Caterina!...

Giovanna       (c. s.)   Rompi l'indugio e baciami la bocca.

Esposito        Partiamo. Andiamo in un altro paese. (A Giovanna)  E dov'è?

Giovanna       (strappata alla sua estasi)   Che cosa?

Esposito        Il paese che dite voi.

Violetta       Non c'è, non c'è. Non capite che sono tutte frottole?

Esposito         (smarrito)   Frottole?

Giovanna      Per voi l'amore è una frottola, signor Violetta?  Può darsi, ma  per  Esposito no; e quel paese che dico io è l'amore. Che cosa vi occorre di più, signor Esposito, se amate?

Cartasecca  Gli occorre il certificato.

Giovanna      Un certificato per amare?

Cartasecca  Forse per amare no; ma per sposare sì.

Giovanna      Il mio sposo è colui che amo.

Violetta       Ah, belle teorie. Pulite.

Giovanna      Signor Esposito, ascoltate me, andate a casa e sposate subito la vostra Caterina, senza cerimonie.

Esposito         (che  ha seguito ansiosamente   il  dibat­tito)   E il certificato?

Giovanna      Il certificato non serve.

Cartasecca  Ah no, ah no.

Giovanna      Chi deve fare i figli? Il certificato?

Cartasecca  Ma questo è incitamento al mal­costume!

Esposito         (torvo)   Questa signorina ha ragione. Chi deve fare i figli? Io. (Si batte il pugno sul petto)  Io e la Caterina. (Se ne batte altri due)  Avete detto che non sono nato? Mi avete dimostrato che sono un fenomeno...

Cartasecca   (indietreggia spaventato)   Ma io...

Esposito        Bene, nato o non nato, fenomeno o no, Caterina la sposo lo stesso! (Lo agguanta per il petto)  Lo stesso, capite?

Cartasecca   (guaendo)   E chi vi dice niente, chi ve lo proibisce?

Esposito         (scrollandolo)   Io, la sposo. Non un altro: io.

(Lo ha trascinato fino all'uscita e lo butta fuori; poi rivolto a Violetta minacciosamente) 

E se c'è ancora qualcuno....

Violetta        (strisciando lungo il muro ha raggiunto l'usciolo sotto lo sportello)   Figliolo caro, non ce l'avrete con me...

(Con un guizzo si ficca dentro e scompare).

Esposito         (a Giovanna)   Ecco come si fa, ecco... e a voi, buona fortuna signorina, e tante grazie...

Giovanna       (sorridendo con un'ombra di  tristezza)   E di che, signor Esposito?

Esposito        Delle belle cose che mi avete inse­gnato... e se non chiedo troppo vorrei che mi ripe­teste quelle parole... quella cosa, sapete, che devo rompere....

Giovanna       (chiudendo gli occhi)   Rompi l'indugio e baciami la bocca....

Esposito        Ecco, l'indugio...

(Giovanna rimane con gli occhi chiusi; dopo una breve esitazione Esposito la bacia; poi fugge).

Giovanna       (vacilla, riapre gli occhi)   Dio del cielo. Un uomo mi ha baciata.

Violetta        (balzando dio sportello, spiritato)   Vi ha baciata, eh? Vi siete fatta baciare. Vergognatevi, libertina. (Battendo i pugni sulla tavoletta)  E queste cose succedono sempre qui, nella mia stazione. Nep­pure un cane che parta, ma tutti qui, s'Imparare il francese, a ritirare i certificati, a leticare, a ba­ciarsi. Oh, oh! (Scompare dallo sportello, esce dallo sgabuzzino)  Io non ne posso più. Tutto questo la­voro mi ammazza, devo bere un bicchierino. Badate voi alla stazione; se arriva il treno lampo ditegli che aspetti il tuono. (Allontanandosi)  Questo lavoro mi ammazza, mi ammazza.

(Esce da sinistra. Appena uscito Violetta, appare sulla soglia il suonatore cieco. Veste da mendicante; il suo viso è duro, dura la voce; porta a tracolla una fisarmonica, appeso alla cintura un tamburello a sonagli).

Il Suonatore            (battendo il terreno col bastone, a piccoli colpi come usano i ciechi)   Dove sono? (Pausa; aspro)  C'è nessuno?

Giovanna       (premurosa)   Avanti, avanti; siete nella sala di attesa della stazione.

Il Suonatore            (imperioso)   Accompagnatemi.

Giovanna       (si affretta ad obbedire)   Volete se­dere?

Il Suonatore           No, nel mezzo; in piedi.

Giovanna      Siete solo?

Il Suonatore           E non lo vedete? Siete cieca anche voi?

Giovanna      Intendevo dire se non avete nessuno che vi accompagna, quando uscite.

Il Suonatore            La mia accompagnatrice se ne è andata.

Giovanna      Ha preso marito?

Il Suonatore           Ha preso la polmonite ed è morta. Ballava; cantava; tiravamo avanti alla men peggio. Ora muoio io: di fame.

Giovanna       (fervida)   Volete dimenticare i vostri strazianti tormenti? Rifugiatevi sotto le ali del sogno.

Il Suonatore           Il mio sogno è un piatto di tagliatelle.

Giovanna      Oh, ma se è per questo...

 Il Suonatore          Che cosa? L'elemosina? Io non sono un mendicante: sono un artista.

Giovanna      Oh, scusate.

Il Suonatore           Sapete ballare, cantare?

Giovanna       (sconcertata)   Io? Non saprei...  Una volta ho sognato di intrecciare languidi tanghi ar­gentini tra le braccia di Don Pedro Aguardiente; e indiavolate ciarde con Janos, nella putza assolata. Volete che provi?

Il Suonatore           C'è gente?

Giovanna      Oh... Sì... Un discreto pubblico; credo che faremo un ottimo incasso.

Il Suonatore           L'incasso lo farò io. (Trae dalla fisarmonica un primo accordo)  Prendete il tambu­rello.

(Giovanna stacca il tamburello dalla cintura del cieco, lo fa tinnire. Il suonatore imperiosamente) 

Ballate.

(Un colpo di fisarmonica che fa sussultare Giovanna)  Cantate.

Giovanna      Che cosa?

Il Suonatore            Cantate.

(Giovanna non sa dapprima a che santo votarsi; poi con improvvisa de­cisione scuote il tamburello in aria, batte il piede e improvvisa una filastrocca sugli accordi lamentosi e stridenti della fisarmonica. Presto si infervora e balla. Il quadro è grottesco, ma per Giovanna ma­gnifico: non è la danza che sognò di intrecciare con Janos, nella putza assolata? Infine la fisarmonica tace di botto; Giovanna batte il piede sull'ultima giravolta e lancia un ultimo « olè »; rimane un attimo in quella posa col tamburello alzato).

Il Suonatore            (duro)  Spicciatevi; raccogliete i soldi.

Giovanna       (si riscuote, gira attorno col tamburello teso a raccogliere le offerte di un pubblico immagi­nario)   

Alla vostra buona grazia, signori, grazie signori.

(Lascia cadere ad uno ad uno i pochi spic­cioli che si è tolto di tasca, ripetendo) 

Grazie, molte grazie, grazie signora, signorina, mille grazie a tutti.

Il Suonatore           Già finito?

Giovanna      Eh, sì.

Il Suonatore           Magra.

Giovanna      Oh no, abbiamo raccolto quasi cento lire.

Il Suonatore            (immobile, duro)   Mettete nella tasca destra.

Giovanna      Ecco.

Il Suonatore           Non vi siete tenuta nulla?

Giovanna      Oh, ma che cosa pensate?

Il Suonatore           Ridatemi il tamburello. (Giovanna glielo rende)  Riaccompagnatemi all'uscita.

Giovanna      Come volete. (Mentre lo riaccom­pagna)  Non... Non siete contento?

Il Suonatore           No.

(Raggiunta l'uscita, volgendosi a caso)  Avete cantato malissimo e dovete aver ballato anche peggio; come una scimmia. (Esce).

Giovanna      Oh... Io ho avuto pietà di lui, egli nessuna per me.

(Ma non ha tempo di impietosirsi troppo su se stessa perché Ted entra come un bo­lide, l'urta violentemente e si lancia al telefono).

Giovanna       (sbalordita)  Ted!

Ted                  (trenta anni circa; bel giovine, ma sciupato, corrotto. Al telefono, stravolto)   Sander, datemi Sander.

Giovanna       (ansiosa)   Signor Ted, vi è capitata qualche disgrazia?

Ted                  (senza badarle)   Sander, sei tu? Dalla sta­zione, parto col treno delle otto, se ce la faccio. Due ore fa, a casa di Dolores, eh? Avvertilo subito, cer­cano anche lui, Sander, per l'amor di Dio, fa il pos­sibile per me e per il bambino... (Attacca il ricevi­tore, estenuato).

Giovanna      Ma che cosa avete, signor Ted?

Ted                  (ricomponendosi)   Ah, voi. Rieccovi tra i piedi.

Giovanna      Vi sentite rnale?

Ted                 Sarebbe affar mio, non vi pare? Ma rassi­curatevi, sto benissimo, signorina... come vi chia­mate?

Giovanna      Phile, Giovanna Phile del fu Tommaso, perché ce ne sono delle altre.

Ted                 Ma voi siete la più carina di tutte. (Ces­sando il sarcasmo, duro)  Filate. Nessuno vi ha chiesto di interessarvi delle mie faccende.

Giovanna       (confusa)     Desideravo solo esservi utile...

Ted                 Via, via.

Giovanna      Avete ancora giocato?

Ted                 Ma di che vi immischiate?

Giovanna      Ecco, avete ancora giocato. Perché vi ostinate se ogni volta non fate che perdere?

Ted                 Perché ogni volta spero di vincere.

Giovanna      Un ingegno come il vostro, sciupato così.

Ted                 Ma insomma, volete andarvene o no?

Giovanna      Non vi ho mai dato molto disturbo, signor Ted; ci incontriamo per caso qualche volta... Ma voi non mi salutate neppure.

Ted                 E perché dovrei salutarvi? Chi siete?

Giovanna      Una vostra compagna di scuola: ab­biamo fatto le elementari insieme.

Ted                  (squadrandola)   Accidenti che memoria.

Giovanna      Non  vorrei  vedervi  infelice,  ecco tutto... Io ho molto interesse per voi... siete giovane, avete un grande avvenire.

Ted                 E voi una gran voglia di sprecar fiato.

Giovanna      Perché non ripigliate i vostri studi? Coraggio, signor Ted. Se ripiglierete i vostri studi diverrete medico, una celebrità; e tutti gli uomini vi saluteranno con grandi  inchini e le fanciulle sogneranno di voi...

Ted                 Di me? (Scoppia in una amara risata)  Non c'è nessuno che sogna di me, signorina... come avete detto?

Giovanna      Phile; in greco « phile » vuol dire amica. (Infervorandosi)  Oh, io vi vedo. Voi siete già un gran medico; tutti leggono avidamente i vo­stri trattati; destate ammirazione e paura come foste un mago e il tocco della vostra pallida mano gua­risce ogni infermo.

Ted                 Tranne i matti. Non avete niente di meno idiota da raccontare?

Giovanna       (amareggiata)   Oh signor Ted, so be­nissimo che non avete mai guarito nessuno; ma sba­gliate se preferite i meschini intrighi e le scialbe cose di ogni giorno ai luminosi sogni...

Ted                  (con disperato furore)   Quali sogni? Io sono Ted, lo scioperato.

Giovanna      E chi non lo sa. Scioperato, dissoluto, briccone; vivete di ripieghi e di malefatte, la gente per bene vi scansa: ecco la vostra realtà e se ci te­nete tanto, guazzateci. (Con un grido)  Ma io non vi voglio così, io mi ribello. E se anche non sapete distinguere un cetriolo da una pillola, per me siete e sarete sempre... (Smarrendosi)  Oh, signor Ted... non so più quello che dico.

Ted                 Finalmente ve ne accorgete.

Giovanna      È la mia rivolta contro il destino: il vostro e il mio... ma una rivolta che non offende nessuno.

Ted                 Piano, signorina Phile: si offende sempre qualcuno quando ci si ribella, quando si bara; e voi barate. Dichiarate carte che non avete in mano, che vi sognate solo di avere; i giocatori seri, la gente corretta, non ammette di questi scherzi e finirà per scacciarvi perché scompigliate il gioco. Siete sulla cattiva strada: ve lo dico io che di cattive strade ne ho percorse assai.

Giovanna      Volete che ci aiutiamo? Che facciamo alleanza?

Ted                 Un sogno anche questo?

Giovanna       (tremante)   II mio più bello, signor Ted.

Ted                 Bella alleanza davvero. Voi a un palmo dal manicomio e io dalla... (Ripreso dall'agitazione)  Oh, che ore sono? Mi perdo in stupide chiacchiere e...

Giovanna      Quasi le otto.

Ted                  (angosciato)   Bisogna che scriva, per il bambino...

Giovanna       (stupita)   Il bambino?

Ted                 Avete un foglio di carta?

Giovanna      Ma certo. Volete anche una busta? (Fruga nella sua borsetta).

Ted                 Fate presto.

Giovanna      Ecco qua, il foglio e la busta: è un po' sciupata ma può servire ugualmente. (Toglie dalla borsetta la busta che contiene il suo denaro, ve lo ritrae)  Ecco.

Ted                  (che ha scorto il denaro, affascinato)   Che cos'è?

Giovanna       ?...

Ted                 Quel denaro...

Giovanna      Ah, i miei risparmi:  trentamila lire.

Ted                  (con ingordigia)   Trentamila?

Giovanna       (senza rilevare l'ansia di Ted ripone le banconote nella borsetta)   Volete anche la penna? Prendete.

Ted                  (ormai ossessionato da quel denaro)   Grazie... grazie... vi interessate dunque molto di me, signo­rina Phile?

Giovanna       (confusa)   Se questo non vi offende naturalmente....

Ted                 Anch'io mi ricordo di voi; ora che ci ri­penso bene... alla scuola, eh?

Giovanna      Io ero nel primo banco a sinistra e voi nell'ultimo... Tiravate sempre le palline di carta alla maestra e qualcuna cadeva su di me; allora mi voltavo a sorridervi e voi cacciavate fuori la lingua: ve ne ricordate?

Ted                 Ma certo che lo ricordo.

Giovanna      Le conservo ancora.

Ted                 Che cosa?

Giovanna      Le palline.

Ted                 Oh, ma è commovente.

Giovanna      Io dò molta importanza ai ricordi... ma ne ho così pochi... La vita non è stata molto generosa con me...

Ted                  (protestando)   E perché?

Giovanna      Non sono molto attraente... e gli oc­chiali mi invecchiano.

Ted                 Ma vi stanno benissimo. E del resto i miopi hanno una grande dolcezza di carattere.

Giovanna       (tremante di gioia)   Troppo gentile, signor Ted, troppo gentile.

Ted                 Insomma, quella vostra proposta... non è detto che sia da buttar via.

Giovanna      L'alleanza?

Ted                 Appunto. Se volete, accetto.

Giovanna        Accettate? Dio mio, signor Ted... è mai possibile?

Ted                 Qua la mano, signorina Phile: amici.

Giovanna      Per la vita e per la morte?

Ted                 Cominciamo con la vita,

Giovanna      Ripiglierete a studiare?

Ted                 Se lo volete.

Giovanna      E ci vedremo qualche volta?

Ted                 Ma tutte le sere; abiteremo vicino. (Veden­dola vacillare)  Ma che avete?

Giovanna      Nulla. Non è nulla... il sogno, capite? che si avvera, così, a un tratto... Voi, signor Ted... proprio voi.

Ted                 Lasciate stare il « signore »...

Giovanna      Non  sono dunque più sola,  Ted?

Ted                 Benissimo, vedrete che ci intenderemo.

Giovanna      Io farò di tutto per guadagnarmi la vostra amicizia.

Ted                 Non vi domando che una cosa: avere fi­ducia in me.

Giovanna      Tutta la mia fiducia.

Ted                 Perché, sapete - non è vero? - come vanno queste faccende. Ci si conosce da poveri, si fa un duro tratto di strada insieme e un giorno, quando le cose van meglio: « ebbene - ci si dice - quattro parole in latino pronunciate dal parroco complete­rebbero la nostra felicità ».

Giovanna      Tacete, tacete, non può esser vero... (Cade sul petto di lui)  Vi amo da tanto tempo, Ted... e credevo che sarei morta senza confessarlo a nessuno.

Ted                 Bene, ricordatevi di quanto vi ho detto: sopratutto fiducia.

Giovanna      Potete dubitarne? Confidatemi tutto, Ted; i vostri progetti e anche i vostri crucci... dovete averne.

Ted                  (ormai ansioso di concludere)   Sì, sì vi con­fiderò tutto; ma ora...

Giovanna      Perché partite?

Ted                 Affari.

Giovanna      Allora diventerete ricco.

Ted                 Si capisce... A proposito: volete consegnare a me il vostro denaro? Non è prudente che lo por­tiate in giro così.

Giovanna      Oh, non dovete preoccuparvi, sto molto attenta.

Ted                 Ah.

Giovanna      Quando tornerete? Presto? Mi siete sembrato molto inquieto mentre telefonavate... Ted Sì, ho qualche inquietudine.

Giovanna      Ne parleremo al vostro sospirato ri­torno?

Ted                 Certamente, parleremo... ma fareste bene a consegnarmi quel denaro, credetemi.

Giovanna      Non voglio darvi disturbo...

Ted                  (ormai incapace di controllarsi)   Ah, così? È questa la fiducia che mi dimostrate?

Giovanna       (allibita)   Ted... signor Ted... era per...

Ted                  (strappandole  ferocemente  la  borsetta e to­gliendone le banconote)   Voi non avete bisogno di questo denaro.

Giovanna      No!... Ted!...

Ted                 Ne ho bisogno io. Ho la polizia alle cal­cagna, devo fuggire. E non ho un soldo. (Getta via la borsetta).

Giovanna       (indietreggiando, atterrita)   No!...

Ted                 Ho bisogno di questo denaro per fuggire.

Giovanna      Allora... era solo per questo? Per un po' di denaro? (Selvaggiamente)  Allora non è vero? È stata una commedia?

Ted                 Non gridate. Non grid...

Giovanna      No, no. Perché avete fatto questo? (Gli si avventa addosso)  No, no.

Ted                 Tacete, vi dico. Vi renderò il denaro appena potrò; lasciatemi andare, non voglio derubarvi, la­sciatemi.

(La respinge brutalmente, Giovanna cade; l'uomo arretra, smarrito)  

Ah  maledizione,  lasciatemi andare, vi supplico...  signorina Phile... vi ho ferita?

Giovanna       (rialzandosi faticosamente, svanito ogni impeto, con uno stupore che supera la pena)  Perché avete fatto questo? Perché non mi avete detto subito, tutto... io ve lo avrei dato con gioia il mio denaro... Il mio denaro? Ma la mia vita. Perché ingannare, rubare...

Ted                 Non parlate così, non guardatemi così. (Coprendosi il volto)  Ho vergogna, vergogna.

Giovanna      Andate, andate...

Ted                 Giuro che vi restituirò il denaro...

Giovanna      E che importa... Non vi ho offerto la mia alleanza, me stessa? Ma se voi preferite il mio denaro... se è soltanto di quello che avete bi­sogno, ebbene tenetevelo, è vostro.

Ted                  (soffocato)   Signorina Phile, sono un mise­rabile, vi ho ingannata.

Giovanna       (lo fa tacere col gesto)   Non mi avete ingannata, non voglio che lo diciate... Siete l'unico uomo che mi parlò d'amore... Si fa un duro tratto di strada insieme - lo avete detto voi, lo avete detto - e il nostro non è stato lungo, ma è stato ben duro... che importa? Un giorno, quando le cose van meglio... ebbene, ci si dice, quattro parole in la­tino pronunciate dal parroco, completerebbero la nostra felicità... (Disperata)  Ah Ted, io vi ho creduto.

Ted                 Signorina Phile...

Giovanna      E bisogna che creda, che continui a credere... per tener vivo quest'attimo di inaudita gioia. Una fiamma dipinta non dà calore, ma se il calore è in noi si può riscaldare la fiamma. Poco fa, vi confesso, quando ho capito... oh, è stato atroce. Ma dovevo bene aspettarmelo. La realtà è quello che è: una frusta che dove piomba, piomba; e tramortisce. Lo sapete voi, lo so io; peggio per chi se ne dimentica... Mi sono lasciata abbindolare; non da voi, Ted, dalla realtà; e allora un gran colpo di frusta: impara, signorina Phile; impara.

(La sua voce si anima, si fa pietosamente aggressiva)  Ma io son vecchia del mestiere e so come si parano i colpi della strega. La realtà può essere come vuole, io ne trarrò sempre un sogno; e più mi inghiotte il buio, più nel mio buio risfavillano le magiche luci del so­gno. Dite che baro, che scompiglio il gioco? È la mia rivincita; e io non sono più la signorina Phile che arranca da una giornata all'altra insegnando « Bonjour madame, bonjour monsieur», ma l'immortale Amore; e questo non è il dì della mia morte segreta, ma delle mie sante nozze: non con voi, Ted, non con voi, ma col sogno di voi che a me sola ap­partiene. Andate dunque, Ted, e che Dio vi as­sista; qui non avete più nulla da fare.

Ted                  (trasognato)   Giovanna.

Giovanna       (trasognata)   Come è bello il mio nome sulle tue labbra.

Ted                 Dio mi assisterà se tu lo pregherai per me.

Giovanna      Per chi dovrei pregare se non per te?

(Trillo del campanello di segnalazione; il treno delle otto si avvicina) 

Vattene; non avere paura.

Ted                 Addio Giovanna: moglie mia.

Giovanna       (chiude lentamente le braccia al seno)   Addio Ted: ti amo.

(Attimo di sospensione, poi Ted via a precipizio in fondo. Il treno, entra rom­bando in stazione. Violetta accorre da sinistra).

Violetta        (strillando)   Il treno delle otto. Il treno delle otto. (Esce di fondo, cozza con i viaggiatori in arrivo che attraversano la sala ed escono in istrada).

(Giovanna è immota in un angolo; improvvisamente da sinistra irrompono tre agenti di polizia che si lan­ciano sul marciapiede dei binari. Giovanna barcolla guardandoli, ha un rauco gemito di terrore. Fuori, Violetta, fischia e strepito a più non posso. Il treno si rimette in moto e la stazione ricade nella calma).

Violetta        (rientra)  Se non ci fossi io. Appena manco io tutto va in rovina. (Scorgendo Giovanna)  Ma come, siete ancora qui?

Giovanna       (sottovoce, atterrita)   Avete visto? Le guardie....

Violetta       Sicuro, le guardie. Cercano un ladro; appena mi allontano la stazione si riempie di ladri.

Giovanna      Dove lo cercano? Non è riuscito a partire?

Violetta       E che ne so io.

Giovanna      Se non è partito, Dio mio, se non ha fatto in tempo a partire...

Violetta        (inferocito)   Ma insomma, che cosa fate ancora qui?

Giovanna       (atona)     Quanto tempo è passato? Oppure ho sempre penato questa pena?

Violetta       Quale pena?

Giovanna      Ha detto « moglie mia »; gli ho ri­sposto « ti amo». Non è questo addio il compendio di tutto l'amore?

Violetta       Che addio? Che amore? Che cosa state macchinando di nuovo?

Giovanna      Sapete che ho marito?

Violetta       Marito? Ma non la finirete dunque mai? Dov'è questo marito?

Giovanna      Lontano...

Violetta       Allora non tornerà più, ve lo dico io.

Giovanna       (spaurita)   Non dite così, non dite. La mia vita non è più che questo; questa attesa sicura, questa fede incrollabile.

(Grida concitate che si avvicinano rapidamente).

Violetta       Hanno acciuffato il ladro.

Voce di Ted   (disperata, furiosa)  Lasciatemi, non ho fatto nulla, lasciatemi.

(Irrompe di fondo un gruppo di persone: sono gli agenti che trascinano Ted, ur­lante).

Ted                 Lasciatemi. Devo parlare a mia moglie. Giovanna.

Giovanna      Ted. (Si avventa sul gruppo, si ag­grappa perdutamente al prigioniero)  Ted, Ted!...

Ted                 Il bambino, Giovanna. Pensa al bambino.

 Giovanna     Sì, sì, Ted.

(Gli agenti li separano; respinta malamente Giovanna cade nelle braccia di Violetta, istupidito).

Ted                  (trascinato via, torcendosi verso la donna)  Al nostro bambino, Giovanna!

(Il gruppo esce da sinistra).

Giovanna       (con un urlo di gioia, cadendo in gi­nocchio)   Il nostro bambino, Ted, hai detto il « nostro bambino»!

Violetta       Aaaah...

F I N E

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