Le ombre

Stampa questo copione

LE OMBRE

Commedia in un atto

Di ALBERTO SBRAGIA

PERSONAGGI

ANNA

LIETTA

MARIO

FRANCESCO

SERENI

LUCIA

UNO CHAUFFEUR

Commedia formattata da

 (Salotto ammobiliato con eleganza. Nella pa­rete del fondo, a sinistra, un'apertura ad arco che dà adito a una galleria a vetri colorati, che si prolunga nell'interno verso sinistra. Nella pa­rete a vetri, di fronte all'apertura, c'è una por­ticina da cui, per due o tre scalini, si scende in giardino. Sempre nel fondo, a destra, porta con tenda di velluto. Nello spazio che corre fra la apertura e la porta, è appeso al muro un ritrat­to ad olio d'un uomo d'una cinquantina d'anni. A sinistra, altra porta con tenda di velluto. A destra, finestra. Verso, il fondo del salotto, una scrivania; dietro ad essa una poltrona e, a cia­scuno dei lati, una poltroncina; sopra la scrivania un apparecchio telefonico, una lampada elettrica con abat-jour. Sul davanti, verso sinistra, un tavolino da tè, un divano con cuscini, alcune poltroncine; dietro al divano un piedistallo con lampada elettrica ricoperta da un ampio abat-jour di seta colorata. A destra, sempre sul davanti, un tavolino da lavoro per signora e attorno ad una poltroncina e qualche sgabello basso. Qua e là, vasetti qualche fiore).

(E' sera. La galleria a vetri pare illuminata. La stanza è) penombra; soltanto la lampada sulla scrivania è accesa e rischiara, in un cerchio di luce soffuso la figura di Anna che, seduta, scrive. E' ancora bella e anche giovanile nell'aspetto, sebbene abbia passato la quarantina. E più che la bellezza attraggono in lei quell'aria stanca e malinconica, quel certo abbandono del corpo, quella dolcezza della voce e del gesto. Ha un vestito a lutto leggermente scollato. Dopo un momento dalla porta del fondo a destra entra Francesco, il vecchio servitore).

Anna                             - (rialzando vivamente la testa) Era in casa?

Francesco                      - L'ho trovato che usciva. Ha letto la lettera della signora, poi m'ha detto: «Di alla signora che andrò io alla stazione. Ma prima passerò da lei perché le voglio parlare ».

Anna                             - (tace come assorta).

Francesco                      - La signora non comanda altro?

Anna                             - No, Francesco. (Riprende a scrivere.

Francesco                      - (s'avvia per uscire, ma si sofferma vedendo entrare, dal fondo a sinistra, Lucia la cameriera).

Lucia                             - Signora, le stanze sono in ordine

Anna                             - (continuando a scrivere) La camera, lo studio, il salottino azzurro...

Lucia                             - Tutto in ordine. Se vuol vedere!

Anna                             - Dopo.

Francesco                      - Se la signora permette... (Con trepidazione) Vorrei... Dopo tanti anni... penso che gli farebbe piacere...

Anna                             - Avanti, avanti...

Francesco                      - Le altre stanze, no... ma la camera non più come prima... Penso che gli farebbe piacere ritrovarla ancora... Ecco, ecco il letto, così... la poltrona, là... qui, il comò…!

Anna                             - Sì, Francesco.

Francesco                      - (a Lucia, con gioia commossa) E allora bisogna far presto. E chiamare Nicola ad aiutarci. Manca poco all'arrivo, del treno... (Esce in fretta dal fondo a sinistra chiamando) Nicola! Nicola!

Licia                              - (fa per seguirlo con aria stizzita).

Anna                             - Aspetta. (Chiude la lettera, gliela consegna) Falla impostare subito dal giardinie­re. E' ingente. Ho scritto a Baldini di mettere in ordine Villa Anna.

Lucia                             - (con meraviglia) La signora vuol partire?

Anna                             - Può darsi. Saresti pronta a seguirmi?

Lucia                             - E me lo domanda, signora?

                                      - (Suono di campanello nell'interno).

Anna                             - Sarà il commendator Sereni. Fallo passare subito.

Lucia                             - (esce dal fondo a destra).

Anna                             - (ha un lieve sospiro, un piccolo gesto di sconforto. Si copre, un attimo, il viso, con le mani. Subito si alza, la luce nella stanza, muove incontro a Sereni) Mia Dio... mio Dio...

Sereni                            - (entra dal fondo a destra seguito da Lucia che esce, per l'apertura di sinistra. E' un uomo stilla sessantina, d'una eleganza corretta. (Corre premurosamente verso Anna, tendendole le mani) Cara signora...

Anna                             - Buona sera, Sereni.

Sereni                            - (trattenendole le mani, preoccupato, scrutandola) Coraggio, signora, coraggio!

Anna                             - (libera le mani con gesto affettuoso, gli fa cenno di sedere. Siede anche lei) Ecco, dica...

Sereni                            - Che cosa?

Anna                             - Non è venuto per parlarmi? Fran­cesco m'ha detto...

Sereni                            - (fa cenno di sì. Un momento di silen­zio. Non sa come incominciare. Poi, semplicemente) L'aspettava?

Anna                             - Doveva tornare.

Sereni                            - Come l'accoglierà?

Anna                             - Dignitosamente.

Sereni                            - E non immagina le ragioni di que­sto ritorno improvviso?

Anna                             - Ne ha diritto. E' il figlio.

Sereni                            - Ma aveva anche dei doveri tanti! e non li ha sentiti. Ha telegrafato a lei?

Anna                             - A Francesco.

Sereni                            - E' grave! Da dove?

Anna                             - Da Roma.

Sereni                            - Scusi, sa, se le faccio tante doman­de... Non è per curiosità, lei mi capisce. E' per...

Anna                             - Dica.

Sereni                            - (dopo un'esitazione, scuotendo la te­sta) - Nulla. Ho il vizio d'esagerare. In fondo, il diavolo non è sempre brutto come s'immagina.

Anna                             - Teme per me, dunque?

Sereni                            - Penso che sarebbe bene persuader­lo a non venire qui... a venire da me, per esempio.,.

Anna                             - No, Sereni. E' la casa di suo padre, questa. E' quindi la sua casa. Il figliol prodigo torna alla sua capanna.

Sereni                            - Ma non c'è il padre che l'aspetta.

Anna                             - Se il padre fosse ancora vivo, non sa­rebbe tornato. (Si volge lentamente verso il fondo; fissa per un momento, il ritratto) Era la sua pena questo figliolo lontano, sperduto nel inondo, inflessibile a ogni richiamo, a ogni pre­ghiera, a ogni minaccia... Pena e forse rimorso. Espiazione.

Sereni                            - Non si deve giudicare il padre.

Anna                             - Si può.

Sereni                            - Non si deve incrudelire contro il padre.

Anna                             - Si può.

Sereni                            - Lo scusa?

Anna                             - Non lo condanno. (Si alza) E' tardi.

Sereni                            - (alzandosi) Allora... qui?

Anna                             - Sì. Non sono sola. Lietta è con me. Le dico la verità, Sereni: ho paura d'incontrar­mi con lui.

Sereni                            - Vede?

Anna                             - Mi sforzo a essere calma, a essere ragionevole... Ma da dianzi, da quando è arriva­to quel telegramma, non so che cosa mi sia en­trato addosso... Tremo come d'un pericolo che non si può evitare., tremo come se di fronte a lui...

Sereni                            - Lei non ha nulla da rimproverarsi. E' l'agitazione del momento che la fa parlare così.

Anna                             - O la sensazione di qualche cosa di più profondo, di più vero, di più doloroso...

Sereni                            - Non si torturi, non almanacchi...

Anna                             - Anche lei, prima...

Sereni                            - Forse ho esagerato. Ma che vuole? quando penso, a quel ragazzo, me lo rivedo da­vanti pallido, stravolto, tremante... « Dica a mio padre che so tutto! che vado a farmi ammazza­re! che vado a raggiungere la mamma! ». E partì davvero. Si fece mandare al fronte, fu fe­rito...

Anna                             - Vent'anni aveva. Che schianto!

Sereni                            - Non l'ho più rivisto.

                                      - (Un silenzio).

Anna                             - (a voce bassa, quasi a se stessa) Per lui... io sono colpevole.

Sereni                            - Che cosa dice, ora?!

Anna                             - Mai, come in certi momenti d'ansia, l'anima vede e sente con lucidità spietata. Aver voluto bene a suo padre significa avere giustifi­cata la sua colpa...

Sereni                            - (coti forza) Significa aver perdona­to. E ai può e si deve perdonare.

                                      - (La porticina del giardino s'apre dì colpo e Lietta irrompe festosa. Sedici anni, fresca e gaia: una piccola anima di bambina, trepidan­te. Ha un fascio di fiori fra le braccia; le spalle coperte da un velo).

Lietta                            - Zia! (scorgendo i due) Ah, vi sor­prendo! (A Sereni) Bravo, mi tradisce di già! E m'ha fatto ieri sera l'ultima dichiarazione!

Sereni                            - Non dica spropositi!

Lietta                            - M'ha chiamata: « Raggio di so­le! ». Ti par poco, zia? Poi m'ha detto: (con voce leziosamente svenevole) « Quando sono vi­cino a lei non sento nemmeno più la mia pove­ra gotta ».

Sereni                            - Povera poi, no! Gotta, sì, ma got­ta soltanto.

Lietta                            - (correndo a lui, birichina) E' in collera?

Sereni                            - Briccona! (Esce dal fondo a destra).

Lietta                            - (correndo da Anna, con lo stesso to­no) Ci sono ancora i « fufi »? (Vuol dire i « nervi»).

Anna                             - No, piccola.

Lietta                            - (osservandola) Però... sei ancora triste.

Anna                             - Un po' (Siede).

Lietta                            - (mostrandole i fiori che stringe anco­ra fra le braccia) Guarda che bei fiori! So­no i primi di Maggio: freschi e odorosi. Se tu sentissi che arietta c'è in giardino! (Si to­glie il velo che le copriva le spalle) Ora rinno­veremo la primavera qua dentro. (Mentre par­la, riempie di fiori i vasetti sparsi qua e là) Dal momento che il brutto signore torna, come le rondini, quando fioriscono le rose... Vero è che le rondini tornano ad ogni pi ima vera... (Dopo un momento) Aveva smarrito la via... (Volgendosi ad Anna) Guarda come sorride la stanza, ora! Sembra perfino che ci sia più luce.

Anna                             - (tace, assorta).

Lietta                            - Ti dispiace?

Anna                             - Che cosa?

Lietta                            - Che... (Accenna i fiori).

Anna                             - Li trovo inutili.

Lietta                            - Capisco: avrà altro per la testa. (Accomoda ancora i fiori in silenzio, poi ride, a un tratto, un piccolo riso argentino. Volgen­dosi verso Anna) Lo sai che Giordani m'ha scritto una lettera d'otto pagine?

Anna                             - (distratta) Giordani...

Lietta                            - Sì, Giordani, il cugino di Mimi... lo conosci anche tu. La mamma dice che è un imbecille, ma non è vero. M'ha scritto che so­no la rosa più bella sbocciata nella primavera della sua vita. Primavera, poi! Ha trent'anni suonati. (Ride ancora).

Anna                             - (con un moto di fastidio) Basta, Lietta, basta!

Lietta                            - (corre da lei, butta per terra i pochi fiori rimastile, balza sui ginocchi, s'appoggia tutta contro Anna. Con voce dolce) Zietta-mammina, non voglio vederti così...

Anna                             - (carezzandole la testa) La zia oggi non è come sempre.

Lietta                            - Non mi vuoi più bene.

Anna                             - Tanto.

Lietta                            - (con vezzo infantile) È dopo? Al che dopo? Anche quando il brutto uomo sarà qui?

Anna                             - Anche dopo.

Lietta                            - Sono tanto curiosa di conoscerlo!

Anna                             - Chi?

Lietta                            - Mario. A forza di sentir parlare lui... « Mario qui, Mario là »... me lo sono immaginato. Alto, elegante... la caramella... un paio di baffetti corti... Ah! dimenticavo: le ghette. Anche le ghette. Sono chic! Parlerà inglese, eh? Dal momento che è stato in America! Quanti anni?

Anna                             - Quasi dieci.

Lietta                            - Allora... dopo aver fatto la guerra?

Anna                             - Dopo. (In ansia) Che ore sono?

Lietta                            - (balza in piedi, corre alla scrivane per guardare l'orologio) Le nove e venti.

                                      - (Suona il telefono).

Anna                             - (ha un sussulto e s'alza).

Lietta                            - (più vicina, ha afferrato il ricevitore) Pronto. Chi parla? Oh, mamma! sei tu? È qui. Non ancora. (Ad Anna) Vuol parlarti.

Anna                             - (al telefono) Luisa... Sì, più calma.,

Lietta                            - (minacciandola col dito) Bugia!

Anna                             - (c. s.) E' andato Sereni. Sì, stai tranquilla. Ti telefonerò domattina. Non so... noia posso prevedere... Grazie, Luisa, arrivederci! (E poiché Lietta le ha fatto cenno che vuol parlare ancora al telefono) Aspetta. La piccola! ti vuol parlare.

Lietta                            - (al telefono) Buona notte, mammina! E il babbo? Scavezzacollo! Sì. Sì. (Ira cantilena) Buona notte, mammetta! buona not­te, mammona! Toh! toh! toh! (Butta baci nel ricevitore) Sono tutti per te. Prendili! E domattina... (Ad Anna, posando il ricevitore) Se) n'è andata dicendo che la facevo assordire.

Anna                             - Taci! (In ascolto) Un'automobile...

Lietta                            - S'è fermata!

Anna                             - (corre alla finestra, l'apre, guarda nella strada. Subito rinchiude. E s'appoggia, tremante e sbiancata, alla parete).

Lietta                            - (con ansietà) Che c’è? sono loro?

Anna                             - (fa cenno di sì) Chiama Francesco.

Lietta                            - (suona).

Anna                             - Presto! raccogli quei fiori!

Lietta                            - (in fretta raccoglie da terra i fiori e li dispone sulla tavola vicina).

Francesco                      - (entra dal fondo a sinistra).

Anna                             - Francesco... sono arrivati...

Francesco                      - (ha un moto di gioia ed esce dal fondo a destra).

                                      - (Una pausa. Le due donne sono ora vicine l'una all'altra, fissano la porta dalla quale è uscito Francesco. Dall'interno giungono le voci di Sereni e di Mano).

Anna                             - (subito, con uno sforzo che ha dello spasimo, comanda a Lietta) Lasciami! (E mentre Lietta s'allontana da lei addossandosi alla scrivania, Anna rimane dritta, immobile, a testa alta, nell'atteggiamento dell'attesa).

Mario                            - (entra lentamente dal fondo a destra, preceduto da Sereni, Ha la faccia pallida e con­tratta dall'emozione che si sforza di dominare; fili occhi grandi, vivi, cerchiati da un'ombra di sofferenza; i capelli sono quasi grigi. Ha un leggero soprabito da viaggio, in mano il cap­pello. Non porta segni di lutto. Scorgendo An­na ha un attimo d'esitazione, poi freddamente s'inchina).

Anna                             - (risponde con un cenno della testa).

Lietta                            - (osserva la scena con ansia e curiosità).

Sfreni                            - (accennando Anna a Mario) Non vi conoscete...

Mario                            - (subito, con freddezza) E' come se ci conoscessimo. (Istintivamente gira attorno lo sguardo. Vede il ritratto del padre; trasalisce. Volge altrove la testa).

Sereni                            - (indicandogli Lietta) La nipote del­la signora. (Poi subito) Vuoi venire di là?

Anna                             - (lentamente, per riuscire a nascondere l'incertezza della voce tremante) Ho fatto preparare per lei le stesse stanze che occupava prima. (Suona) Credo che possa farle piacere. Se qualche cosa non sarà come lei crede, ordini pure. (A Lucia, che entra) Accompagna il si­gnore.

                                      - (Mario preceduto da Lucia e seguito da Sere­ni esce dal fondo a sinistra}.

Anna                             - (.si lascia cadere sopra una sedia, co­me se le gambe più non la reggessero).

Lietta                            - (accorrendo) Zia!

Anna                             - Piccola...

                                      - (Francesco rientra dal fondo a destra seguito da uno chauffeur. Portano alcune valigie. At­traversano la scena, escono dal fondo a sinistra).

Lietta                            - Soffri... (Le prende una mano).

Anna                             - No, cara.

Lietta                            - Tremi...

Anna                             - (sorridendo lievemente) Un pò di emozione. Passerà.

Lietta                            - (riferendosi a Mario) T'ha guardalo con certi occhi!

Sereni                            - (rientra dal fondo).

Anna                             - (balzando in piedi, con ansia) Che cosa le ha detto?

Sereni                            - Poche parole. Le solite. M'ha rin­graziato, m'ha domandato come stavo... E' stato lui a venirmi incontro. Io non l'avevo nemmeno riconosciuto. Sfido! chi l'avrebbe potuto rico­noscere? E' in Italia da una settimana. S'è do­vuto fermare, a Roma per affari e ha telegra­fato all'ultimo momento.

Anna                             - Che cosa incomincia per me? Quale nuova tortura?

Sereni                            - Signora Anna!

Anna                             - Ha ragione... ha ragione... Devo es­sere calma.

Sereni                            - (indicandole Lietta seduta, in dispar­te, mogia mogia) Guardi!

Anna                             - (avvicinandolesi) Piccola! povera piccola! Vuoi che ti faccia accompagnare a casa? dalla tua mammina e dal tuo babbo?

Lietta                            - No, zia. Pensavo...

Anna                             - A che cosa?

Lietta                            - Pensavo che io morirei, se dovessi perdere la mamma e il babbo.

Anna                             - Sì, Lietta. E specialmente la mamma.

Lietta                            - (con tutta l'anima) La mia mam­mina!

Sereni                            - (ad Anna) La porti via! la porti via! (Accenna a sinistra) Venò subito anch'io.

Anna e Lietta                - (escono da sinistra).

Sereni                            - (suona. A Lucia che entra dal fondo) Paolo è ancora di là?

Lucia                             - Sì, signore.

Sereni                            - Mandamelo.

Lucia                             - (sta per uscire, ma vedendo nella galleria lo chauffeur che viene a quella volta, si rivolge a Sereni) E' qui, signor commenda­tore. (Esce, mentre rientrano lo chauffeur e Francesco).

Sereni                            - (allo chauffeur) Non m'aspettare. Non so a che ora potrò venire a casa.

Chauffeur                     - Come vuole il signore.

Sereni                            - Domattina alle dieci, macchina in punto e via! Si va a Castelrotto. Capito? (Lo congeda con un gesto).

Chauffeur                     - (facendo cenno di sì) Buona notte, signore. (Esce dal fondo a destra con Francesco).

Sereni                            - (si dirige a sinistra par raggiungere Anna e Lietta, ma si sofferma scorgendo Mario avanzare lentamente nella galleria).

Mario                            - (assorto non s'accorge di Sereni. Apre, quasi macchinalmente, la porticina a vetri, si appoggia sulla soglia rivolto verso il giardino, che appare illuminato dalla luna).

Sereni                            - Ti credevo a tu per tu con le valigie.

Mario                            - (si riscuote, si volge verso Sereni) C'è tempo. (Chiude la porticina, entra nella stanza).

Sereni                            - Sei stanco?

Mario                            - Niente affatto.

Sereni                            - (dopo un'esitazione) Che impres­sione t'ha fatto la tua casa, dopo tanti anni che non la rivedevi?

Mario                            - (ha un gesto vago).

Sereni                            - Eh, lo capisco... tutto mutato!

Mario                            - Le cose forse, no; ma... le persone. (Un breve silenzio d'imbarazzo).

Sereni                            - Domattina vado a Castelrotto. Vuoi venire con me?

Mario                            - Grazie. (E poiché Sereni lo guarda come a comprendere se accetta o se rifiuta l'invito, soggiunge) No...

Sereni                            - Quand'eri ragazzo, una gita a Ca­stelrotto era una cuccagna. Te ne ricordi?

Mario                            - Me ne ricordo.

Sereni                            - Meno male. (Con velata intenzione) Quando s'è girato il mondo come te, molte cose appaiono indifferenti, e i ricordi si perdono per la strada.,

Mario                            - Crede?

Sereni                            - Lo temo. Per te.

Mario                            - (marcando le parole) Non ho potuto dimenticare nulla. (Irrigidendosi) E son tornato per restare. (Ripete) Per restare. (Subito tace,. scorgendo Anna che rientra da sinistra).

Sereni                            - (con affettuosità) Venga, signora venga...

Anna                             - Se debbono parlare... (Fa il gesto d'uscire).

Sereni                            - Ma neanche per sogno! I nostri discorsi può sentirli anche lei. E Lietta? Dorme?

Anna                             - (sorridendo) Dormirà... (Come a dire: a quell'età si finisce sempre col dormire).

Francesco                      - (entrando dal fondo a destra) -La signora non ha nulla da comandarmi?

Anna                             - No, Francesco.

Francesco                      - (a Mario) Il signore ha ancora bisogno di me?

Mario                            - (fa cenno di no).

Francesco                      - Buona notte. (Esce dal fondo di sinistra).

Anna                             - (a Mario, esitando) Ha trovato tutto come desiderava?

Mario                            - (con indifferenza) Tutto.

Anna                             - Mi preoccupo forse senza ragione ma non vorrei che dovesse avere dei riguardi.,.  E' la sua casa questa. Sarebbe doloroso per me...

Mario                            - (con amarezza) La mia casa!

Anna                             - (subito) Sì; anche sua. (Con bontà} Lei ha detto dianzi una verità grande: (ripete le parole di Mario) « E' come se ci conoscessimo ». Infatti, pensavo spesso a lei così lontano, così solo... Vorrei farle comprendere che non è per me un estraneo... non può essere un estraneo... E nemmeno io vorrei essere considerata tale da lei... Non le sembrino inopportune le mie parole... Mi stanno in cuore da tan­to tempo!

Mario                            - (con brusca sincerità) E sarebbe bene che vi rimanessero.

Sereni                            - (ha un gesto di disapprovazione).

Anna                             - (con dolore) Perché?

Mario                            - Non siamo fatti per intenderci.

Sereni                            - (vorrebbe intervenire, ma è trattenuti da un gesto di Anna).

Anna                             - E' una sincerità che m'addolora. Non gliene faccio colpa. Forse per troppo tempo, m'ha immaginato nemica. (Con subita dolcezza Perché nemica? Ho vissuto tante volte la sua tragedia per arrivare a comprendere e a scusare quello che lei faceva! Un po' dell'amore che suo padre aveva per lei è penetrato in me. Sereni! può dirglielo: l'abbiamo tanto aspettato! abbiamo tanto pianto tanto sperato! (E' commosso) Non avrei voluto turbare il suo ritorno con parole di pena... Mi scusi.

Mario                            - (con ironia dolorosa) Immaginava che io venendo qua la ringraziassi per essersiintrodotta in questa casa (deciso) che non le ap­parteneva, clic non le appartiene...

Sereni                            - (intervenendo) Mario!

Mario                            - (bruscamente) Mi lasci dire! (AdAnna, continuando) Introdotta a far che cosa? Quale parte necessaria ha rappresentato da otto anni a questa parte? L'amore? (Severo) Non doveva esserci più amore qua dentro!

Anna                             - M'ascolti, m'ascolti con bontà. quando ho conosciuto suo padre,. anch'io soffri­vo... molto... ragioni intime, mie... No, non c’è mai stata la gioia in questa casa, non c'è mai stato l'amore... Ha ragione, ha ragione... Non poteva esserci nemmeno consolazione. Mi ero illusa. Nulla, nulla!... Ma ora, ora che lei è tornato... la mia presenza qui, forse, non è stata inutile... Non ho custodito soltanto la casa, ma anche i dolori, gli spasimi, i pianti di questa casa... E' un'eredità ben più importante dell'al­tra e bisognava che lei, tornando, la raccogliesse intera. (il tono d'accorato rimprovero) Ha det­to parole che non avrebbe dovuto dire... Non reagisco. Ma non sia ingeneroso. Non mi faccia pensare che è tornalo per incrudelire su me...

Mario                            - (ambiguo) Saprebbe sottrarsi facil­mente.

 Sereni                           - Certo!

Mario                            - (con un sorriso cattivo) Ha saputo così facilmente consolarsi!

Anna e Sereni               - (lo guardano senza compren­dere).

Mario                            - (accennando intorno, con veemenza mordace contenuta) Fiori! fiorì dappertutto!

Anna                             - (concitata, marcando le parole) An­che dove lei non immagina!

Mario                            - Ne ha invaso le stanze!

Anna                             - Li faccia togliere, se crede.

Mario                            - (scattando) Tutto bisognerebbe to­gliere! spazzar via tutto! (Esasperato) Distrug­gere la casa maledetta!

Sereni                            - (insorgendo) Che dici?!

Anna                             - (ha un grido soffocato e un gesto di di­sperazione).

Mario                            - (subito riprendendosi, a voce bassa, quasi avesse terrore della maledizione pronun­ciata) No... non questo... non questo... Non volevo maledire! (Con risentimento verso se stes­so) Non dovevo maledire! Bisognava tacere... tutti!

Sereni                            - (s'è avvicinato ad Anna, pallida e stra­volta, le dice ora sommessamente accennandole a sinistra) La prego, signora...

Mario                            - (a Sereni, quasi a giustificarsi)  Lei... è un vecchio amico... Vengo da tanta lontanan­za!... Mi comprende, vero?

Anna                             - (è già uscita, accompagnata fino alla porta da Sereni).

Sereni                            - (ora si volge a Mario per rispondere alle sue ultime parole) Ci comprenderemo. (Suona. Con decisione calma) Vedrai che ci com­prenderemo. E subito. Mettiti a sedere. (A Lu­cia che entra dal fondo) Potete andarvene a let­to. Dillo anche agli altri.

Lucia                             - (con meraviglia) E quando il signo­re esce?

Sereni                            - (indicando se stesso) Quando il si­gnore esce, chiuderà la porta perché non en­trino i ladri e non ti rubino. Spegni; meno quella. (Indica la lampada dietro il divano).

Lucia                             - (eseguisce, poi) Buona notte. (Esce. Anche la galleria s'oscura come se Lucia avesse spento la luce. La stanza è in penombra).

Sereni                            - Siamo più liberi così. Gli orecchi invisibili della servitù sono un po' dappertutto: come l'occhio di Dio, che vede e non si vede. Beh! e ora quattro parole fra me e te. (Siede vicino a Mario) Di un po': ma... francamente, sinceramente, da uomo a uomo, perché sei tor­nato?

Mario                            - (meravigliato della domanda brusca e risoluta) Commendatore!

Sereni                            - Lasciamo stare il commendatore. E rispondimi! Non è una domanda oziosa o cu­riosa la mia... In altri termini: che cosa vuoi? che cosa pretendi? che cosa sei venuto a cer­care o a tentare? (E poiché Mario tace) Tu mi conosci: sono un uomo dritto e risoluto. Or ora, mentre ti scagliavi contro quella povera donna - che merita tutto il tuo rispetto perché n'è degna e perché è stata la moglie di tuo padre          - or ora t'osservavo, ti studiavo... Figliolo, mi piacciono le situazioni chiare, i propositi onesti e giusti... (Accalorandosi) Tutto quello che sa d'ambiguo non è fatto per me... (Con più forza) Io non m'insudicio coi ricatti...

Mario                            - (di scatto) Lei m'offende!

Sereni                            - (pronto) Non parlo per te. Tu, ri­catti, non sai farne. Quest'ultima parola era de­dicata a... all'illustre avvocato Cecchini...

Mario                            - (trasalisce al nome).

Sereni                            -. .. a quella spia ignobile...

Mario                            - (subito) L'avrei saputo!

Sereni                            - Sì, l'avresti saputo; ma a suo tempo. Tuo padre stesso te l'avrebbe detto; ma in altro modo.

Mario                            - La verità rimaneva qual'era.

Sereni                            - E... hai mai guardato in fondo a questa verità? Non dico allora, quando l'hai saputo... no; ma dopo: con la mente calma, coi nervi a posto; dopo: a distanza di qualche an­no, quando sei stato uomo e hai conosciuto la vita...

Mario                            - So quello che vuol dire. Me l'ha scritto. La colpa non poteva avere attenuanti per me.

Sereni                            - (alzandosi, con forza) Ma esisteva anche dall'altra parte una colpa.

 Mario                           - (subito) Non mi riguarda.

Sereni                            - Ma si può perdonare. Si dove» perdonare.

Mario                            - (implorando) La prego, Sereni, prego….

Sereni                            - Tu non sai com'era il babbo, prima…Lo ricordi cupo, scontroso, inerte... Sei stato tu a dirmi un giorno quasi con dolore: « Il babbo non sa nemmeno sorridere... ». Ma prima non era così. Non puoi ricordartelo: avevi tre anni. Forte era, pieno di gioia, gli sembrava bella la vita; parlava della sua casa e di voi con parole di tenerezza che gli facevan luccicare gli occhi…Questo, era il babbo che non hai conosciuto. La verità? L'avresti saputa, sì! (Avvicinandogli) L'amore offeso, la disperazione che acceca...

Mario                            - (con angoscia) Basta... basta...

Sereni                            - (con impeto crescente) Basta, basta ma quando ho finito. Ne ho il diritto. Ero fratello per tuo padre. E mentre tu viaggiavi e ti godevi la vita, laggiù, a New York, qui tuo padre moriva, moriva lentamente, giorno per giorno... Ti s'è scritto: non ti sei fatto vivo. Non hai cercato di sapere di più, non hai piantato tutto e sei corso qui a ridargli la vita. sì, a ridargli la vita! perché era te, era il suo Mario che voleva, che pretendeva! E dov'eri tu? Viaggiavi! E ora, che cosa sei venuto a fare? A farla da padrone? a tormentare quella donna? Ti sbagli! Vuoi vedere? (Correndo verso sinistra) Signora Anna! signora Anna!

Mario                            - (trattenendolo col gesto) No,!...

Sereni                            - (volgendosi, risoluto) Decidi. No: c'è posto per tutt'e due qua dentro. O te, o lei

                                      - (un istante di silenzio. Poi)

Mario                            - (con un lieve sorriso tristissimo e con voce stanca, a testa bassa, senza guardarlo) Che ne dice di questi capelli quasi bianchi?

Sereni                            - (è turbato dalla verità profonda di questa frase semplice che dice tutto il passai tormentoso di Mario. Lentamente gli si avvicina, in un gesto paterno gli sfiora i capelli con la mano. Curvo su lui interroga) E... allora

Mario                            - (tace, sempre a testa bassa).

Sereni                            - T'ho parlato un po' aspramente..Ero, tanto amico del tuo povero babbo!

Mario                            - (dopo una breve pausa, senza rialzai la testa). .. Fu sempre assistito con amore

Sereni                            - Sempre.

                                      - (Ancora un breve silenzio).

Mario                            - (nello stesso atteggiamento) Dianzi., alla stazione, quando sono arrivato... cercai fra la folla... Che cosa cercavo? Un moto istintivo, non so... Mi dicevo: chi vuoi che sia qui ad aspettarti? chi ti conosce più? Eppure cercavo... frugavo fra tutti quei visi sconosciuti.. frugavo con l'angoscia di sapere che non avrei trovato, che non avrei potuto trovare e con lo spavento che la cosa fosse possibile... con lo spavento di vederlo, a un tratto, lì, fermo, davanti a me... (Rimane un istante immo­bile con lo sguardo fisso nel vuoto. Si riscuote, si passa una mano sugli occhi, s'alza con fatica) Poi ho visto lei... (Con subita eccitazione con­tenuta) E arrivando qui, avrei voluto esser so­lo... Trovai'la vuota, la casa! Troppa gente! troppi occhi che mi spiavano! troppi visi cu­riosi!

Sereni                            - (con dolcezza) No, commossi... La casa doveva continuare la sua vita. Per te. Pen­sa: che freddo nel cuore! che desolazione! se In l'avessi trovata vuota e silenziosa. Qualcuno la custodiva per te.

Mario                            - (tormentato) Ho bisogno, di sapere, Senni, ho bisogno di sapere... io credo in lei! ( Accennando fugacemente a sinistra) Perché questo sacrificio? Pietà? (Lo scruta).

Sereni                            - E' affetto grande. E da una parte il bisogno di non invecchiare nella solitudine consolata e dall'altra il bisogno di donare, di sacrificale per il bene altrui... (Alludendo ad Anna) E' una creatura dolce e pia... (Sottoli­neando) Se una morta, in questi ultimi anni, è stata ricordata, se ha avuto fiori sulla sua tomba...

Mario                            - (comprende, impallidisce d'emozione) Lei?!

Sereni                            - Lei. Non bisogna farle male.

Mario                            - Lei ha fatto questo?!

Sereni                            - Anche questo.

Mario                            - (scosso dai sentimenti diversi e improv­visi che s'agitano in lui) Sereni... io non so più quello che voglio... Mi smarrisco... Se lei potesse leggermi dentro! se potesse rendersi conio di tutto quello che passa in me! Che cosa c'è di vero in me? A che cosa debbo credere? (Con improvvisa risoluzione) La chiami! mi lasci solo con lei!

Sereni                            - (ha un'esitazione, come temesse per Anna).

Mario                            - (accorgendosene) Oh! Teme? (Con un sorriso triste) No...

Sereni                            - (va risolutamente a sinistra, apre la pinta, sporgendosi verso l'interno chiama) Signora! signora Anna!

Anna                             - (entra subito, un po' ansiosa) Che c'è, Sereni?

Sereni                            - (le accenna Mario. Poi) A presto. (Le bacia la mano in segno di congedo).

Anna                             - (fa per suonare).

Sereni                            - (notando il gesto, con un sorriso che vuol essere d'incoraggiamento) E' inutile. Gliel'ho mandati tutti a letto. (Stringe a lungo la mano di Mario con intenzione di conforto e d'ammonimento. Esce dal fondo a destra pre­ceduto da Anna).

Mario                            - (si volge attorno; fissa lo sguardo sul ritratto del padre. Sembra che abbia un breve colloquio muto con lui. Ad Anna che rientra dice esitando) Signora...

Anna                             - (in tono pacato e triste) Credevo che tutto fosse stato detto fra noi.

Mario                            - (sullo stesso tono) Quello che forse non si sarebbe mai dovuto dire. Ma l'urto dei sentimenti, degli affetti... certe avversioni in­comprensibili, istintive... lo stato d'animo no­stro di stasera... possono giustificare...

Anna                             - Sì... (Siede).

Mario                            - Nulla che possa farle pena le dirò. Ho saputo. E' vero: i suoi fiori sono anche dove non potevo immaginare.

Anna                             - (tace, abbassando la testa).

Mario                            - (come in un soffio). .. E lui... sa­peva?. ..

Anna                             - (rialzando la testa) Il babbo sapeva.

Mario                            - (ha un moto impercettibile. Poi) Lei poteva anche... Che cos'era per lei?...

Anna                             - Era la sua mamma!

Mario                            - (la guarda col viso sconvolto da una commozione intensa, vorrebbe parlare; non può. S'allontana con passi incerti, ma subito torna verso Anna e, ansante, le parla alle spalle) -Lei sa... non l'ho conosciuta... m'è stata rubata, prima che potessi conoscerla... Ma nel mio tor­mento di bambino ignaro, che soffriva senza i suoi baci, senza le sue carezze, le avevo dato vita in me... così, senza saperlo, un po' per vol­ta, pensandola, parlandole... Quante parole d'amore le ho dette! Le più belle! le più sante! (Con improvvisa espressione cattiva) Ma... quan­do seppi... (Con uno scoppio di furore) Oh, al­lora! (Disperatamente percuotendosi il petto) Più nulla! più nulla, qua dentro! Oppure.... sì: qualche cosa che. smaniava, che urlava: « Ora, te l'hanno uccisa, ora!.,. ». E nella mente scon­volta immaginare una figura di donna... (Con un grido) la mamma!... sorpresa nel peccato, fuggire... fuggire disperata, e cadere colpita, spietatamente... (Tragico, additando il ritratto del padre) Lui! lui! col braccio teso... nell'atto d'uccidere!

Anna                             - - No... no...

Mario                            - Tutto deve sapere. Sono troppi anni che spasimo, lontano, solo! Il ragazzaccio cat­tivo! va a farsi ammazzare! gira il mondo! Qui mi volevano, vero? qui, a gridargli la mia di­sperazione, a vederlo impallidire davanti a me? No, via! via! E morire se fosse stato possibile, morire piuttosto che vivere così!

Anna                             - (con dolcezza) Perché immaginare il peccato? La sua mamma è una figura di sogno dolce e pura, fiorita accanto alla sua fanciullezza desolata... Tornare, appena un'ora; dirle, ma­gari fingendo: « Babbo, t'ho perdonato »...

Mario                            - Desolata. Ha detto bene. Oh, se lei potesse comprendere quello che significa rinun­ciare alla mamma! (Animandosi) L'impossibi­lità d'avere, di sentire, di stringere, qui, sul cuore, viva, palpitante, la nostra mamma (Come seguendo il filo d'un ragionamento intimo) Ma... sarei tornato. Oh non subito! (Titubante per quello che dovrà dire) Le sembrerò cattivo... Chissà! forse lo sono... I primi anni, qualche cosa d'invincibile... le dico: invincibile, perché mi sono sforzato di pensare a questa possi­bilità, d'abituarmi a quest'idea... qualche cosa d'invincibile m'allontanava da lui... Una sensazione tutta fisica... non so, non so... (Chiude gli occhi un attimo. Li riapre, dice) Dopo...] sarei tornato. In questi ultimi tempi, a volte, il desiderio d'esser qua, di vedere, di sapere, diventava spasimo,. Ma...

Anna                             - (intuendo, colpita) Io?!

Mario                            - La lontananza deforma la realtà.

Anna                             - Per me? per me? (Con dolore umile) Era così semplice e così dolorosa la realtà.

Mario                            - Quella che s'immagina ci sembra la più vera.

Anna                             - Nulla veniva profanato. Nulla poteva offendere. (Curva la testa sulle mani aperte).

Mario                            - (con grande tristezza) Non se nel dolga. Io, piuttosto, dovrei. (Quasi a se stesso)\ Al di sopra di tutte le nostre passioni, di tutti! i nostri tormenti, c'è una verità grande e ter­ribile: la morte. (Una pausa brevissima) Non si dovrebbe dimenticare. Quando si ricorda... è] troppo tardi. Ora... inseguo delle ombre.

Anna                             - (rialzando la testa, con voce lontana) E chi l'ha spinto a tornare?

Mario                            - (esita a rispondere come dovesse rivolgere a se stesso per la prima volta una do­manda simile) Chi m'ha spinto.. (Con lo sguardo assente) Un richiamo continuo, dispe­rato... a volte lontano... a volte così vicino da sembrare in me...

Anna                             - Come avrebbe potuto vivere laggiù, se qui l'aspettavano?

Mario                            - (volgendosi) M'aspettavano...

Anna                             - (lentamente s'alza, spegne la lampada. La stanza rimane immersa nell'oscurità. Soltan­to la parte sinistra di essa è appena rischiarata dalla luna. La figura di Anna appare nel chia­rore diffuso. Sommessamente) Stanotte, ri­manga a vegliare... (Con voce di mistero) Non sai'à solo. I suoi morti saranno con lei... (Dol­cissima) Dodici anni di lontananza! C'è tutto da ritrovare, tutto da riconoscere... Qui la mam­ma s'è fatta sposa, qui il babbo ha sognato la felicità... Quanta pace, quanto silenzio, ora!

Mario                            - (sommessamente, quasi a se stesso) Una tragedia passò nella casa...

Anna                             - Chi fu travolto è scomparso... (La voce si spegne in un singhiozzo trattenuto).

Mario                            - La mamma... il babbo...

Anna                             - (ora vicinissima alla porta di sinistra) Sopravvivono!

Mario                            - (con voce soffocata, trasfigurato da una espressione nuova) Guardi! guardi! Non le sembra che tutto frema e spasimi nell'oscurità? che non si sia più soli? che... (quasi rattenendo il respiro) l'invisibile... ci sfiori e ci ascolti?...

Anna                             - (piangendo in silenzio, come un la­mento) I nostri morti... i nostri morti che tornano... (Sparisce dietro la portiera).

Mario                            - (rimane solo nella stanza).

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 2 volte nell' arco di un'anno