Le rusticane

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                                                 LE  RUSTICANE

                                                Dramma in un Atto 

                                                               di

                                                  Antonio  Sapienza

                                                           

Turi Lifo, ottobre 2012.

atto unico ispirato dalla novella del Verga “Cavalleria rusticana”, anno 2012-

Rivisitazione della novella. Personaggi:  3 f.

Personaggi:

Santuzza;

Lola;

Za’ Nunzia

Sulla scena è stata abbozzata una scalinata. Le luci determineranno la scena che vi si svolgerà di volta in volta.

Al centro del palcoscenico, sullo sfondo, sarà inserito un telo leggero che permetterà di vedere in trasparenza, prima una facciata di chiesa, poi i due duellanti che agiranno dietro di esso.

I costumi saranno adeguati all’epoca alla quale si riferisce la vicenda, oppure neutri. 

All’apertura del sipario si udrà una musica campestre molto dolce che sfumando assumerà tratti drammatici.

Luce a sinistra.

Sulla scalinata vi è Santuzza, più sotto, al centro, c’è Nunzia.

Santuzza - La “malapasqua” a te!  (come se la gridasse a Turiddu, ormai fuori scena, portandosi al centro del palco).

Nunzia -  ( salendo di un gradino) Tu si’ pazza!-

Santuzza - Si sono pazza! za’ Nunzia. Sono stata una pazza quando permisi a vostro figlio d’entrare in casa mia; pazza! (accenna a indicare a sinistra l’ipotetico interlocutore) quando lo feci entrare nel mio letto, quando mi avvinghiai a lui - anima persa –  e mi abbandonai alla sua libidine dandogli l’anima e il corpo: questa fu la mia pazzia – la mia pazzia, (poi quasi a se stessa) la mia pazzia! (pausa)

Ma come poteva una povera femminella, senza madre e senza esperienza, non cadere vittima del suo fascino mascolino - che adornava con il suo portamento malandrino, con la nappa da bersagliere, rossa come il fuoco e come il sangue, che si agitava come una  cresta di gallo in amore sul suo viso abbronzato - facendo mescolare il sangue a tutte le  ragazza del paese, che gli ronzavano come le mosche attorno al miele?  (pausa, poi a Nunzia) No, non era questo, no, no - almeno non solo questo: era l’amore. Quell’amore viscerale che mi prese per lui  quando, fin da  ragazzina, andando a messa la domenica, lo vedevo  - baldo, beffardo o galante - davanti alla vostra  “putia”, a fare il gradasso con i suoi amici, parlando di donne, di caccia e di vino. Io lo vedevo bello come sant’Alfio, come san Michele, come un Dio. Ero innamorata della sua spocchia, del suo corpo e della sua anima.

E quando faceva le serenate a quella là, (indica sempre a sinistra) io, insonne, impallidivo d’insensata e puerile passione, come se quel canto appassionato, immaginavo, fosse per me…per me. Furono giorni e notti tremende, pieni di presunte follie d’amore e di fantasiose premature gelosie - perché quelle vere, ahimè, dovevo ancora amaramente assaporarle, purtroppo.(pausa lunga)

Finché non partì soldato e lei si sposò.(altra pausa)

Poi crebbi io e crebbe anche il mio amore.

E, quando tornò dal militare e si fece prendere da mio padre come vignaiolo, frequentando, così la mia casa - per starle ancora vicino, lo so, lo so, ora lo so - feci pensieri vaneggianti, folli, di matrimonio con quello - scellerato.

E ricordo quando mi parlò per la prima volta, degnandomi della sua falsa e interessata attenzione, e mi disse quelle parole dolci che sa dire solo lui, io gli risposi col cuore in gola. Gli dissi: Perché non le dite a Lola queste belle parole?-

Nunzia - E come poteva? (scendendo di un gradino) Quella è maritata, è una signorona, ha sposato un re di corona- ora .-

Santuzza – Ora? Ma andiamo za’Nunzia, questo non significa niente per loro due. Sono due animali in foia - due animali! -

Nunzia – Ma che dici…-

Santuzza -… Poi, certo, io non me li merito i re di corona…-

Nunzia - Tu ne vali cento di quelle Lole, e Turiddu non guarda Lola, né il suo santo, quando ci sei tu… che lei non è degna di portarti le scarpe, non è degna.   –

Santuzza:- Certo, lo dite voi- ora. Ma che ne sapete voi. Che ne sapete…quando le faceva le cantate sotto il suo balcone, prima di partire soldato, lei era una regina per lui, era la sua vita.-

Nunzia - Acqua passata, Santuzza,  smanie       di ragazzino. Ti dissi che non è degna, no?-

Santuzza – Acqua passata –dite voi? No, acqua di torrente dico io! Impetuosa come la loro passione –che non è finita! Non è finita za’ Nunzia – non è finita!-

Nunzia – E’ finita! Deve finire! Finirà! Lo so per certo!

Santuzza – Ma che sapete voi…La volpe quando non arrivava all’uva… una volta mi disse: come sei bella “racinedda” mia! cercando d’abbracciarmi. Ma io gli dissi: Ahò, giù quelle mani compare Turiddu!-

Nunzia- E che ti mangio?-

Santuzza:- Mangiarmi? Boccone difficile ero allora, za’ Nunzia .-

Nunzia – Certo, ti mangiava con gli occhi, questo l’ho visto io, con questi occhi.-

Santuzza – Padronissimo era. Quelli briciole non ne facevano...-

Nunzia - Se fosse stato ricco avrebbe cercata una come te.-

Santuzza:- Io non pretendevo certo un re di corona, ma la mia dote e la mia roba ce l’ho anch’io…me la fece mia madre, buonanima per quando - mi diceva - il Signore mi manderà qualcuno.-

Nunzia – Ed è lui, mio figlio Turiddu, il tuo Re di Corona. Ma ragiona, oggi non era qui per te? Sai, un giorno mi disse che per te impazziva e che perdeva il sonno e l’appetito. –

Santuzza - Chiacchiere.-

Nunzia - Voleva essere “nu Riuzzu”, per sposarti .-

Santuzza:- Chiacchiere .-

Nunzia – Se fossi stata pane ti avrebbe mangiato.-

Santuzza:- Chiacchiere erano. Ma… ma… poi un giorno … una sera…-

Nunzia- … un giorno? una sera? Che successe?-

Santuzza - ( incomincia il buio al centro, la scalinata  viene appena illuminata)…Una sera lo lasciai entrare a casa mia. ( incrocia le braccia attorno al busto, illanguidendosi, come se pensasse ai momenti trascorsi col suo amante, poi si fa dura)-

Nunzia – E mali facisti!-

Santuzza – L’ho confessato a Dio! (pausa) Poi lei, quella buttana, un giorno mentre lui stava per venire da me, si affacciò dalla sua porta, lo vide, gli venne incontro e gli disse …( luce su una parte della scalinata dove c’è Lola che scende le scale languidamente)

Lola:- Così, compare Turiddu, i vecchi amici non si salutano più?  Oh, perché forse per voi sono diventata superba? O perché sono forse quella che voi mi chiamate la moglie di un re di corona- ormai. (poi civettando) O è un modo di dire che sono maritata bene, con ori, gioielli, vestiti, insomma tutto.

Eh, caro compare non è sempre oro ciò che riluce. (pausa)

Certo, ottimo matrimonio, come dice la gente, per quel che può sembrare, ed è ciò che conta. Ottimo, certamente! (quasi tra sé) Ottimo matrimonio, si dice in questi casi: matrimonio ottimo è anche…è anche d’amore, (portando il capo e i capelli all’indietro) – e quello è già passato. (pausa) Già, peccato, però (perdendosi nei pensieri, poi riprendendosi, come se li riassaporasse) che  tempi, quando eravamo più giovani, com’erano belle quelle serenate che mi facevate sotto il balcone… (ove sia possibile, a discrezione della regia, si potrebbe inserire una dolce serenata, eseguita da una voce solista una chitarra e uno scacciapensieri; il gruppo dovrebbe essere intravisto al centro della scena, nel telo trasparente) e come vi arrabbiavate quando non mi affacciavo: ah, quante belle parole uscivano dalla vostra bocca. E quella dolce poesia che mi diceste una volta, quando, finalmente, mi affacciai per la prima volta al balcone? Era una bella composizione parlava della donna un tempo tanta amata.  Ricordo, ricordo, eccome! quella poesia era di un nostro compaesano che non conoscevo perché noi non eravamo ancora nati quando lui lasciò il paese. Si chiama don Peppino Macca, un vostro lontano parente che ora vive lontano – in America. E la adattaste un pochino pochino - per me… e il nome Lola lo metteste in mio onore . Ne fui felicissima - allora. Suvvia, ditela, no? Allora la dico io – se la ricordo - in fondo sono passati solamente tre anni… credo di saperla ancora: Dunque, se non sbaglio faceva così: Luluzza…no, non è così. (breve pausa) Ci sono. -

“Lola sciatuzzu, comu si’ bedda.

Cu ‘ssa facciuzza di mennula spicchiata,

cu ‘ssu nasiddu nicu, a patatedda,

cu’ ‘ssa vuccuzza  di sorba azzuccarata .

Cchiù scuru du lu scuru su’ i to’ capiddi,

e cu’ ss’occhi lattri, pronti a lampiari,

fann’alla notti perdiri li stiddi,

e la vampa di lu focu fann’appannari .

E ‘ssu pittuzzu di li me suspiri:

ah, meli di lu meli, famm’ambriacari…”  

Basta! Sono sposata! … Anch’io non ce la faccio più… a sentirvi spasimare come un gatto in amore. Basta, buona giornata, compare Turiddu. (scende, poi come se ci ripensasse)  ma facendo il soldato, forse dimenticaste che qui, in paese, si dice che i matrimoni e i vescovati dal cielo sono mandati? Oppure dai genitori…Dopotutto, voi vi consolaste subito con la mia vicina… e so per certo che la notte la andate a trovare. Menzogne? No!  Andatelo a dire ad altri – io ci abito quasi porta a porta; il mio balcone dà sul suo cortile, e senza volere… Ma andiamo, compare, lo negate? voi mi volete offendere? Restiamo amici. Salutiamo. (confidenziale) Poi, infine, il saluto non costa nulla… fra noi. (scendendo svelta ) E non fate quel muso… Sapete dove abito, in caso che, chissà, vogliate venire qualche volta a salutarmi…-

Buio esce Lola, la luce riprende al centro, nel portico, dove c’è Santuzza  che si martoria le mani .

Santuzza:- E lui andò presto a …salutarla, ed ella, la “buttana”, gli aprì la sua porta e le sue cosce! ( poi quasi con un sussurro) E adornò di corna la casa di compare Alfio. ( quasi con compassione) Ah, compare Alfio, compare Alfio…(Nunzia, con gli occhi bassi esce di scena, poi Santuzza parla come se Alfio fosse presente, ma in ombra, a destra)  povero compare Alfio…proprio a voi che siete il fiore dei galantuomini, una coppola storta, che con la sola vostra presenza mettete soggezione agli uomini…un uomo vero di sostanza… un uomo d’onore, con una sola parola… (finta esitazione) No, perché, si dice in giro… sembra che qualcuno…crede d’aver visto…quando voi siete fuori dal paese… (esitante torcendosi le mani) credono d’aver visto qualcuno che vi adorna la casa…( fa il gesto delle corna con la mano) Chi l’ha visto? Io l’ho visto, con questi occhi. Dite che se non ho visto bene, non mi lascerete gli occhi per piangere a me e al mio parentado? Ma che occhi e occhi! se io non ho più occhi neppure per piangere, né lacrime salate e amare, né lacrime di sangue da versare : i miei occhi sono ormai secchi come le stoppie dei campi… (voce dura) e non hanno pianto neppure quando hanno visto quel Giuda del mio promesso, quel Turiddu Macca traditore, entrare di notte a casa vostra…No compare nessun obbligo; dovere, solo dovere verso un galantuomo, compare. (con un sorriso amaro di trionfo sulle labbra) –

E, intanto, si avvia verso la scalinata col solito sistema delle luci, entra Lola.

Lola - Comare Santuzza, che? Non ci andate a messa il giorno di Pasqua?-

Santuzza - Sono in peccato mortale, io.-

Lola - Meglio! Potreste lavarvi la coscienza…-

Santuzza - Giusto! Io, almeno, quella ce l’ho... invece qualche altra persona…-

Lola -…già, qualche altra persona, che non è  “fimmina schietta”  e “prena” ( fortemente ironica, indicando la pancia e alludendo alla gravidanza di Santuzza).-

Santuzza - Certo, è vero com’è vero Dio. Ma mai come una donna maritata che adorna la casa del povero marito ( fa il gesto delle corna) e poi se ne va in chiesa a battersi il petto… per lavarsi la coscienza.-

Lola – C’è chi si batte il petto in chiesa e chi se lo batte per la “dannazione” della gelosia. Ma rassegnatevi, cummaredda bedda, il pane è per chi ha buoni denti.-

Santuzza – Per chi ha buoni denti c’è da rosicchiarsi “ l’ossa col sale”, perché solo quello vi resterà – ora!-

Lola - Vedremo chi se li mangerà queste ossa. Intanto suona la messa e io vado in chiesa. Vi salutai…comare (ironica, sfottente).

Entra Nunzia.

Nunzia- E tu non vai a messa?-

Santuzza - No, lo sapete, sono in peccato mortale .-

Nunzia – Lo so e non lo so. Tu vai lo stesso, non ti far vedere dalla gente.-

Santuzza - Ormai della gente non m’importa più nulla.-

Nunzia - Tu sei pazza, te l’ho già detto.-

Santuzza:- Pazza ci finirò veramente. Lo sapete che tra qualche mese si vedrà la pancia e mio padre mi ammazzerà con le sue mani?-

Nunzia - No, non lo farà.-

Santuzza - Si che lo farà, deve salvare il suo onore - deve.-

Nunzia - Lo salverà, lo salverà…-

Santuzza:- Voi sottovalutate mio padre. Quello m’ammazzerà, anzi ammazzerà me e vostro figlio, non appena saprà!-

Nunzia - Io non ho sottovaluto nulla. Quello non ucciderà nessuno, sta tranquilla: Ci parlerò io.-

Santuzza - (sorpresa) Voi?-

Nunzia - Io, sissignore!-

Santuzza - (sospettosa) Voi, in che senso?-

Nunzia - Nel senso giusto: gli dirò che Turiddu vuole riparare, punto e basta!-

Santuzza - Lui…lui…farebbe questo?-

Nunzia - Ce l’ha anche lui l’onore, che cosa credi? Lo fa per l’onore e …pure per te. Basta, però, che non gli stai sempre appresso, a spiarlo, a ingelosirti.-

Santuzza - (martoriandosi le mani) Ah, pure per me? Ma bravo. Mi sposerebbe, allora?-

Nunzia - E come la chiameresti tu la riparazione? Certo, ti sposerebbe.-

Santuzza –(quasi con gioia, poi rabbuiandosi) Mi sposerebbe avete detto?-

Nunzia – E che, sei sorda! Ti sposerà. Parola mia!-

Santuzza - Madonna dell’Aiuto, sono nelle tue mani!-

Nunzia – (burbera) E non scomodare la Madunnuzza .-

Santuzza - Zitta, state zitta, per carità, che solo lei ci può aiutare - ora.-

Nunzia - Ora?-

Santuzza - Già, ora. (le si avvicina) Za’ Nunzia, Turiddu, Turidduzzu mio, deve andarsene via dal paese, deve scappare, subito!-

Nunzia - E che? tuo padre lo vuole ammazzare così presto (scanzonata)-

Santuzza - Non è mio padre che lo cerca…è…è un’altra persona.-

Nunzia - E chi sarebbe questa persona, forse il diavolo sulla terra?-

Santuzza - Turiddu sa chi è! E anche voi.-

Nunzia - (pensierosa) Alfio u Licordisi?-

Santuzza annuisce.

Nunzia - E tu come lo sai?-

Santuzza- Come lo so? Lo so perché…perché…-

Nunzia – …Perché?-

Santuzza -  Perché, perché! Ve lo dirò dopo. Ora ditegli di scappare – subito! quello col coltello è mastro. Lo ucciderà! Fatelo fuggire! -

Nunzia - Turiddu fuggire? Ma quandomai! Poi anche lui sa usare l’arnese e qualche chiarimento l’ha avuto e con gente col pelo sulla pancia -  anche se lui non me lo ha mai detto… Ma la gente lo sa: Turiddu Macca che scappa di fronte a un licordisi, ma te lo immagini…Mastro lui… se quello è mastro vuol dire che mio figlio è mastro dei mastri.-

Santuzza – Ma che madre siete? Mettete l’onore al di sopra della vita di vostro figlio?-

Nunzia – Tu che ne sai di onore…-

Santuzza- Già, è vero, lo potete dire forte, questa pancia non vi smentirà. Ma…ma ora pensiamo a Turiddu. Va’ bene si è già battuto tante volte, ma questa volta sarà diverso: Alfio non è un avversario qualsiasi: egli vuole la vendetta, ha in odio vostro figlio, ed è feroce, è senza pietà, e lo ammazzerà solo per il piacere di farlo.

E cosa pensate, per caso, che dovrà battersi con un ragazzino o con un rammollito? No! Lui dovrà fare un duello contro l’odio - dovrà duellare con la morte, perché Alfio gli morderà l’orecchio!  Za’ Nunzia, per carità, andate nella vostra Cantina, cercatelo, ditegli di scappare prima che lo trovi compare Alfio, lo deve fare per questa sua creatura che mi sta nel ventre.-

Nunzia - Quella creatura vedrà in faccia suo padre, sta tranquilla. Onore o non onore, adesso lo cercherò. Ed ora va’. E se non vuoi proprio andare in chiesa, ritornatene a casa tua.-

Santuzza - ( dubbiosa) Ditemi, sinceramente, secondo voi, nel caso, ci andrà a battersi contro compare Alfio per… quella lì?

Nunzia – Ma quali! Quella le è servita solo per fare i suoi comodi di masculu. Senti Santuzza, io sono madre e per lui tremo più di te! Lo troverò e farò di tutto per convincerlo. Ma se Alfio lo cercherà pubblicamente, lui si farà trovare. E né io né te potremmo dissuaderlo. Il suo onore è sacro!-

Santuzza – Za’ Nunzia, per carità di Dio, allora correte, andate subito da Turiddu, fatevi ascoltare e ditegli che per il momento deve lasciare perdere l’onore… e ascolti anche il cuore: Suo figlio glielo impone!-

Nunzia – (sconsolata, sta per andare) Santuzza, tu non conosci Turiddu.-

Santuzza – Sentite, ditegli così a nome mio: se ti batterai per questa creatura che abbiamo generato, allora camperai; ma se - per l’anima santa di mia madre - se lo farai per…quella (accenna a sinistra, dove si suppone abiti Lola) per quella là, creperai come un cane! Avete capito bene, za Nunzia? Ditelo a Turiddu Macca!-

Nunzia - Ehi, ehi, ma chi credi di essere? Fai anche la “mavara”? uccellaccio del malaugurio! Vattene! ( si avvia verso destra)-

Santuzza - (pietosa) Anche voi mi scacciate? …Turiddu, Turidduzzu miu…-

Nunzia – Taci! Va’! ( gesto autoritario con la mano) -

Santuzza - ( allontanandosi un poco) Dio mio, perdonami, perdona i nostri peccati .-

Nunzia scende e va verso la scena a destra. Parlerà come se parlasse al figlio.

Nunzia – Turiddu, figghiu, sei qua? Cosa dici? Non vai a messa? Vai alla “cunzeria”? Oh capito, c’è stato compare Alfio… e tu vai…lo so. Vai, e prego Dio che non arrivi qualcuno che ci annunzierà…che ci dirà…(disperata) Oh signuruzzu miu…-

Fermo di scena tra le due donne. A discrezione della regia, dalla parte in trasparenza, al centro della scena, si vedranno Turiddu e Alfio che duellano coi coltelli. L‘azione, sottolineata da una musica adatta, sarà varia ma sempre sobria, quasi un elegante balletto, con colpi scambievoli (non più di cinque).Uno di questi colpi sarà mimato così: Alfio, farà come se fosse stato ferito all’inguine sinistro, per cui egli se lo toccherà, poi si piegherà sulla relativa gamba della presunta ferita, quindi, repentinamente, prenderà un pugno di terra e la getterà in faccia all’avversario, poi colpisce.

Fine della scena in trasparenza. Si ode un rintocco di campana. Fine del fermo di scena. Nunzia si porta al centro.

Si udrà un animalesco grido di donna.

Nunzia - Mio figlio è morto! (resta basita sempre al centro della scena) –

Santuzza - Ed io con lui. (quasi un sussurro)-

Santuzza, attonita, lentamente uscirà. Intanto si farà buio in scena, musica drammatica. Dopo pochi secondi si udrà un prolungato ululato, come di belva ferita, poi un singhiozzo.

Riprende debole luce sulla scalinata, sempre con Nunzia, al centro della scena: occhio di bue su di lei. Pochi secondi ed entrerà in scena Lola, di corsa, trafelata che, rallentando, farà un semigiro sulla scena e si fermerà quasi dietro Nunziala. Musica che cala.

Lola – S’è buttata! Santuzza s’è buttata nello sbalanco della Cunzeria! S’è sfracellata vicina a Turiddu!-

Nunzia -  (attonita, con lo sguardo assente, gradatamente si accascerà, raccogliendosi su sé stessa, annuendo col capo) S’è buttata… Ha voluto seguire con suo figlio, mio figlio - là nella Cunzeria.(pausa)  Ed ora basteranno le mie lacrime di vecchia per piangerli - tutti?-

Buio, musica finale.

                                                         

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