Le tre settimane di Luca La Costa

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LE TRE SETTIMANE DI LUCA LA COSTA

di Carlo Terron

Confessione sceneggiata

“La tua discendenza sarà come straniera” (Bibbia, profezia di Isacco)

ovvero: IL GUINZAGLIO CORTO Romanzo breve in forma di commedia lunga

Nel teatro la parola vive due glorie:

perché è scritta e perché è recitata.

(Pier Paolo Pasolini)

Personaggi:

Luca Vecchio

Luca Giovane

Sergio

Dolores

Luogo: la memoria di Luca Vecchio In genere i funerali non consolano, però, qualche volta, inorgogliscono la discendenza del defunto. Famigliari ed allievi, fu il caso di Luca La Costa, un Maestro, rapito a codesto povero pianeta ammobiliato, colla scorta dei debiti conforti di Santa Romana Chiesa, al primo affacciarsi di una serena e tiepida sera di maggio di alcuni anni fa, al termine di una vita onoranda e onorata, vissuta colla nobiltà e ripagata dalla deferenza dovuta a un basso da opera wagneriana, all’età non ancora cadente di anni sessantasei, mesi otto e giorni diciannove (a questo punto dovrebbe seguire l’elenco dei meriti accademici e dei titoli onorifici lungo essa accumulati. Se ne fa a meno non per altro che per esclusive ragioni di spazio. Così ad occhio, ci porterebbe via una quindicina di pagine a dir poco ed è tempo di austerità). Che uomo fosse stato o, quantomeno, fosse ritenuto, lo si potè vedere al momento di calarlo sottoterra. Ma, a voler essere precisi, più che la vista ne dette una congrua misura un altro dei cinque sensi, forse meno eletto certo non meno desto: l’odorato; tanto che l’arcivescovo, celebrante il rito, concorrendovi probabilmente anche un’incipiente arteriosclerosi cerebrale, si congedò dalla mesta cerimonia col mal di testa, facilmente vinto da una prudente compressa di aspirina. Valga solo un particolare: secondo un privato calcolo estemporaneo del professor Bigazzi-Glori, suo collega, scienza delle finanze, decano e preside dell’Università (teneva un cordone del carro funebre e fece la confidenza al vice­preside che lo seguiva subito didietro) al cambio del franco svizzero, quel giorno a 521, in corrispondente moneta nazionale le esequie si portarono via, di soli fiori, qualcosa come quarantadue milioni di lire a star bassi, distribuiti in ottantotto corone mortuarie, con prevalenza delle violette di Parma, umili ma non altrettanto economiche, però, in compenso, profumatissime, essendosi sparsa la voce che, per quel timido fiorellino, l’insigne defunto avesse avuto un debole, cosa che non mancò di sorprendere la vedova, risultandole che le predilezioni floreali del consorte erano sempre state rivolte verso l’esangue nontiscordardimé, a meno che non fosse stato un inveterato mentitore vita natural durante, cosa niente affatto improbabile, come si potrà constatare in seguito, venendo al serio, e non sarà poco, quando si dovrà dar conto della sua intorcigliata psicologia. Sempre a rigor di odorato, pignoleria vorrebbe che fosse fatto un passo indietro retrocedendo il numero delle corone da ottantotto a ottantasette, essendocene una che odore non ne effondeva per niente; e precisamente la più autorevole, quella, cioè, del Presidente della Repubblica, per inciso preceduto nell’avello di due anni coll’avanzo di una settimana, per via che si trattava dell’inevitabile quanto ufficiale serto di foglie di alloro tempestato di lucenti globuli dorati, notoriamente inerte nei riguardi della mucosa nasale, per altro solleticatissima dall’afror di sudore secreto dai due giganteschi corazzieri venuti da Roma a trasportarla. Basta là, e tanto sia sufficiente a fornire una gracile idea di che personalità si sia trattato. Ora dispone di quattro colonne di piombo sull’Enciclopedia britannica ed ha un busto in via di erezione al Pincio, benché chi ha avuto agio di vederlo trovi che non gli somigli affatto (dicasi, con tutto il rispetto per lo scultore, sarebbe scarso di naso), però così risulta più bello e, si sa, quel che vale è il pensiero. E poi, cosa conta un naso a paragone del tragico osso che dovrà sputare rievocando il suo passato? Eh già, perché non è sempre tutto oro quel che luce e non basta la pompa di un funerale di prima classe, che intralcia il traffico, a far fede di un’esistenza felice anche se è stata felice. 2 L’aveva oscuramente saputo fin dal principio nell’istinto, anche se aveva badato sempre a respingere un’approfondita indagine del come e del perché, preferendo vivere nel nebbioso malcontento di un invincibile malessere piuttosto che affrontare la luce bruciante di un’insostenibile verità, ulteriore conferma, seppur ce ne fosse bisogno, che nulla al mondo come l’umana viltà è altrettanto fecondo di fantasia depistatrice. La crisi che covava da tempo immemorabile nei recessi della coscienza, esplose, nemmeno a farlo apposta, la sera del giorno in cui venne avvertito di essere candidato al premio Nobel, che, poi, non gli toccò per un pelo. In uno stato semisognante, stranamente lucido e ferocemente spietato, travolto da un immoderato flusso di confessione, lasciando finalmente libero sfogo ad una allarmante visionarietà da nevrotico, vibrante su toni vagamente femminei, dove la sottile sensibilità psicologica, pungolata dal ricordo, non fu da meno né all’acuminata intelligenza, né all’esteso potere di analisi, né alla sicura intuizione coordinatrice; nella penombra della sua stanza da lavoro, ridondante di libri, seduto alla grande scrivania, sotto la lampada che aveva vegliato per tanti anni, il maturare dei frutti del suo superbo ingegno, rivenne a galla tutto. Le dighe erette contro la completa rivelazione crollarono all’urto della memoria e la conoscenza straripò come una fiumana in piena. Tanto che, solo alla fine, nel silenzio dell’alta notte, si rese conto di essersi distrutto parlandosi addosso per tre ore, da solo, senza accorgersene. Fu come se, sospinto dalla verità, il mondo si fosse trasferito in un altro posto, e “nessuno pianse più amaramente il suo futuro nulla”. Siamo a quella sera, a quelle ore. “L’uomo è un enigma; è necessario risolverlo.” (Dostoevskij)

Oggi verso sera.

LUCA VECCHIO  - Io sono un uomo che ha pietà di se stesso. Col disprezzo e la rabbia connessi alla pietà di se stessi, quando ci si è resi conto di essersela meritata, voluta, costruita e difesa. Sicuro, anche difesa, giorno dopo giorno; colle proprie mani, coi propri sentimenti, colle proprie azioni e colle proprie viltà; come un animale pusillanime si costruisce la propria tana: carcere e fortezza ad un tempo. Chiunque disponga di una bocca, solo per questo, dispone anche di un inconscio che parla confessandosi; non ci si scappa. E, stasera, almeno con me stesso, ho deciso di andare più in là che sia possibile, smettendola cogli autoinganni dell’antico gioco a rimpiattino dietro alle psicanaliserie di copertura, nelle quali son sempre stato tanto bravo, un vero virtuoso, quando si trattava di assolvere me stesso. No: scorticarsi a sangue, è il programma di stasera: il delirio dello psicodramma. Ho, qui accanto, uno di quei diabolici aggeggi denominati registratore. Ho accarezzato a lungo la tentazione di affidargli questo spietato discorso, a beneficio, domani, dei miei figli, a ciò conoscano chi fu veramente il loro padre. Poi, ho deciso di no. Questa confessione ha da nascere e da morire sulle mie labbra. Che ne so io dei miei figli per ritenerli degni di stupirli e di scandalizzarli a dovere? Perché correre il rischio di “turbare”, deludendoli, dei cretini ottimamente “integrati”, con delle invidiabili carriere spalancate davanti. E, poi ciò vale soprattutto per me -, guai, se, pur con le migliori intenzioni della terra, essa assumesse - e sarebbe inevitabile - il sia pur lontano sentore di espiazione esibizionistica: sarebbe l’ultima canagliata. Dunque: detto e cancellato. E proprio vero che spiegare equivale giustificare? No. Non è vero. Luogo comune! Semmai, qualche volta, è vero il contrario. Di codesta schifosa pietà, della quale, dentro, ho fatto una bandiera, mi compiaccio, me ne appago, mi ci crogiuolo: è stata, e persiste ad essere, il salvacondotto per la miserabilità della mia vita. Buonafede? Diciamo buonafede di una malafede: il sofisma, il rovescio, la schermatura del mio respinto quanto innato masochismo, del quale ho sempre avuto una perfetta consapevolezza. Anche di una prigione si può fare un rifugio, come di un arnese di tortura uno strumento di piacere. Il fatto di non confessare una realtà non significa non esserne inconsapevolmente consapevolissimi. Al contrario. Del resto, mi trovo in buona compagnia. Santi e pervertiti a legioni, dalla mia parte, tanto per essere in regola anche col Vangelo, che non guasta mai. Cilicio. Una parola. Dato per indiscusso. E può ben esserlo. Anzi, probabilmente, lo è: i punti nevralgici della propria sincerità possono celarsi nelle pieghe più insospettabili e segrete dell’animo. Ma se, posto sotto il microscopio, si rivelasse, invece, esso pure, artificioso: un falso cilicio? Eh sì, forse che, nei labirinti della psicologia, non si acquattano anche i falsi cilici? In realtà che ragioni ho io di concedermi il lusso assolutorio di una gratuita pietà di me stesso per codesta avvilente sete di tristezza e di furore? Da quali motivi mi viene il diritto di coltivare, nelle mie ambigue serre private, tanto rancore contro tutti, me, per primo, compreso, come altri coltivano orchidee? Nessuna che è nessuna. A qualsivoglia persona normale, di medio buonsenso, avessi l’ingenuità di confidarlo, bene che mi capitasse, sarei preso per matto e peggio. E non avrebbe torto. Io sono un abusivo, un ladro dell’autopietà. Problema: ci sono dei furti legitti­mi? Sì, ci sono. Questo vecchio trucco con me medesimo, questa tortuosa appropriazione indebita, devo ammetterlo a mio vantaggio, non sono ancora riuscito a spiegarmeli. Resto arciconvinto, almeno su questo punto non ho sospetti, io che son tutto un sospetto, di essere sincero... Sincero, sì: strana parola sulle mie labbra... E tuttavia, anche qui, ecco insinuarsi un disagio interno, una vaga sensazione inquietante, un oscuro presagio... il formicolio di un’irrisione... il rodere di un’incertezza: la sardonica negazione anche di un solo briciolo di carità, ecco, questo o quasi, perché provo un gusto matto ad essere severissimo con me stesso, sul piano del raziocinio, fino a sfiorare, a vellicarmi, è la parola, l’animo col dubbio, gratificante, di essere ingiusto; che si risolve, di conseguenza, in un ulteriore, intorcigliato pretesto per assolversi... Bravissimo... E allora?... Ma se rivolgo tanta libidine distruttiva anche contro l’ultimo pilastro che rimane al traballante edificio della mia personalità in demolizione - mi vien da sorridere attribuendomi una personalità: masochismo che riaffiora, sempre masochismo - cosa mi resta, dopo? Come faccio, ora, dopo essermela assaporata lungo tutta la vita, quasi fosse una droga, alle soglie della vecchiaia, a rinunciare all’inquietante vertigine - il mio irrinunciabile vizio segreto - di correre continuamente il rischio della nuda verità - quella da cui non si può tornare indietro - senza aver mai avuto l’ardimento estremo di affrontarla alla radice e regolarmi di conseguenza? E, dunque, tanto impossibile essere se stessi senza essere contro se stessi? Fosse mai vero che solo le ferite del rimorso non si rimarginano col tempo? Ma se queste ferite te le tieni aperte di proposito per garantirti un segreto piacere perverso? E rieccoci al punto di partenza. Attenzione: anche adesso che discorro coll’impegno spietato della maggior sincerità umanamente possibile, quantomeno con me: non credermi; o, se proprio si vuol correre il rischio: credermi con riserva, facciamo al cinquanta per cento. Forse, la mia sincerità sta nell’insincerità. Ma, anche in tal caso, non perdere di vista il forse. Non dimenticarlo mai: io sono tutto un forse: scivolo, sfuggo da tutte le fessure come acqua tra le dita. Basta là: pietà di me, e sia: l’ombelico di tutto. Ma quale pietà di me, Cristo! - vista sempre dalla parte dell’obbiettivo buonsenso, si capisce - se la mia esistenza non è stata che un successo dopo l’altro?! Infanzia, adolescenza, salute, famiglia, scuola, matrimonio, figli, professione, carriera universitaria, fama, riconoscimenti accademici, ufficiali e privati... Son, perfino, senatore, a vita per chiara fama!... Quando mai qualcosa non è andata, per il verso migliore, al raggiungimento dei risultati maggiori? Vergognosamente mai! E allora, poiché ciò è pur innegabile, a che, proprio stasera, tanta frenesia di autoprocessarsi allo scopo di autodistruggersi; la rabbia, la ribellione, la rivolta, contro una scontentezza, uno sfinimento dell’animo, un torpore mortale, dove, inavvertitamente ma implacabilmente, non ha fatto che arenarsi, finendo coll’affondare come in una sabbia mobile, la mia esistenza così disgustosamente tranquilla? Nuovo allarme. In guardia: ora, nelle mie parole si comincia ad annusare una certa ridondanza demagogica: eloquenza sospetta! Orecchie tese!... È paradossale. Tanta lascivia denigratoria per una ragione che, normalmente, dovrebbe produrre l’effetto contrario. Ma sì! Altro che vittimismo. In questo momento io dovrei essere qui con mia moglie, coi miei due figli, dei quali, naturalmente, non c’è uno che non mi ripeta che dovrei andare superbo - loro sani, loro belli, loro intelligenti, loro bravi, loro sportivi, loro perbene: tutto loro! -, coi miei colleghi e i miei collaboratori, coi miei amici, sicuro: perché, non cercandoli e non desiderandoli soprattutto non meritandoli, io ho pure degli amici. E tutta questa bella compagnia che crepa di invidia, qui riunita a far che? A brindare in mio onore, senza far conto che, fra i tanti miei difetti, sono anche astemio. Oh, mica una cosa da niente: nel pomeriggio sono stato ufficialmente informato di tenermi pronto, passaporto e frac, soprattutto sul frac hanno insistito. Li ho assicurati che non si preoccupino: noleggerò il migliore che si trovi. Hanno tirato un respiro di sollievo. Pronto a che? Distratto che sono! Pronto a ricevere il premio Nobel, al quale, pare che risulti in testa, fra i candidati, categoria scientifica, beninteso: archeologia, naturalmente; la meno viva e attuale delle discipline. Noi “del mestiere”, le scienze le chiamiamo discipline: lapsus perbenistico altamente rivelatore. E non è a dire che qualcun altro lo meriti più di me. No, no, in un certo senso, mi tocca, siamo giusti. E a chi altri dovrebbero darlo? Oh, una città di cinque millenni addietro, dissepolta dalle sabbie del deserto, un caldo atroce, porta, e a titolo più che legittimo, il mio nome! Sta là, lunga e larga, coi suoi sessanta gradi stabili all’ombra. Ho impiegato vent’anni a decifrare, resuscitando la fisionomia di una civiltà perduta, talmente perduta che qualcuno m’ha fatto l’onore di insinuare che me la sia addirittura inventata - come se ne fossi capace - ben 19.986 tavolette d’argilla, risorsa provvidenziale immancabile, come ognun sa, di qualsiasi archeologo che si rispetti, ricostruendo, alfabeto, grammatica, sintassi e vocabolario, una lingua della quale finora s’era ignorata persino l’esistenza.Tanto per non fare che un esempio, ma ne potrei citare a decine, si deve a me se, oggi, si conosce quanto si pagava un vitello da latte 2.847 anni avanti Cristo, in quelle lande assolate. Sono acquisizioni storiche che garantiscono l’immortalità di chi le ha scoperte, e ho poco da far dell’ironia. Unico rammarico: non essere riuscito a raggiungere la cifra tonda delle 20.000 tavolette decifrate, ma tutto non si può avere. Avrei potuto inventare le quattro mancanti, tanto già dicevano tutte, press’a poco, le stesse cose. Ma mi sarebbe occorso almeno un briciolo di canagliesca fantasia, e io non dispongo che di una montagna di onesta intelligenza: quella, per l’appunto, che mi sta servendo, adesso, per frugare tra i labirinti della mia sepolta psicologia. Sempre archeologia è: notare la coerenza d’una monotonia. Bé, da non crederci, la notizia del probabile Nobel in frac è stata l’ultimo colpo, la freccia del Parto, la suprema irrisione, la miccia che ha fatto saltare la polveriera: lux in tenebris come, conoscendo le sue predilezioni umanistiche, gli sarà certamente scappato di sputtanarsi a scrivere in qualche luogo, il mio collega che si beccherà il Nobel per la letteratura, se se lo beccherà, come cordialmente gli auguro, o non gli auguro, fa lo stesso, tanto quanto lui a me, immagino. Che buffonata, svicolare nel sarcasmo per nascondere la meschinità del compiacimento, perché, gratta gratta, con ogni probabilità, è di questo che si tratta. Metà falso e metà sincero, come sempre, è la mia sigla, il mio marchio di fabbrica. Deve pur esistere un errore, una viltà, una colpa all’origine per estrometterti a vivere perennemente in terza persona, a vederti e a giudicarti aldifuori di te, un estraneo che non riesci a stimare, al quale non sai voler bene; che, anzi, respingi, essendoti, addirittura, insopportabile! Non so cosa sia la vita di un mascalzone, non lo sono mai stato; ma quella di un galantuomo è abominevole. Io ne sono la prova vivente. Più ti avvicini e più ti allontani. E quando, finalmente, sei spinto a un palmo dalla verità, ecco qualcosa, sempre, che ti blocca, un muro indemolibile. Aldilà, c’è la spiegazione dell’enigma, il chiarimento di tutto... E tu non lo sai, tu non lo riesci, tu non lo “vuoi” decifrare... Ma che dico decifrare? Leggere... sillabare: lì, tanto difficile perché tanto facile. Potenza della pavidità umana, cristiani! Certi farmaci ti possono dar la vita, ma ti possono anche dar la morte. Questo è: la paura di quest’azzardo. Nient’altro. Stasera - oh, mi conosco! -, ora, in questo stesso momento che ho deciso di gettar la maschera, fragile riparo, ma d’acciaio, dietro al quale ho tirato avanti finora... riecco, vana ma, anche stavolta, ben presente, l’immancabile tentazione: rimandare ulteriormente, guadagnar tempo, anche poco, pochissimo, ritardare di un momento, di un attimo, di un respiro... Qualcosa che mi tira indietro… che mi ricatta, sicuro: ricatta, avvertendomi che proseguire il discorso sarebbe disastroso...; che mi lusinga di non parlare, di cucirmi la bocca, fin che sono ancora in tempo, perché, poi, non ci sarà più scampo alla ben nota ritirata. Detesto ed adoro la prudenza! Ma perché? Perché? Cosa ho da perdere? Cosa ho da guadagnare? Dio lo sa. Sarà pur vero, ma è altrettanto falso, che ci son realtà irreparabili che ci si dovrebbe portar nella tomba, sperando che Quello lassù, chi ci crede e se c’è, e, nel quale, un giorno, ho tanto creduto, non vorrà giudicarci da quelle soltanto; ma, piuttosto, da quelle di cui possiamo sempre parlare alla luce del sole. Ma che poter dire di liberatorio, alla luce del sole, quando arrivi alla conclusione che solo essendo differenti, incomunicabili, inconfessabili, si ha la possibilità di essere se stessi e vivere nella verità; che può essere, che è, diversa ed egualmente legittima, per ciascuno; e quando ti accomuna, se ti accomuna, ti accomuna con pochi? Regola generale alquanto ovvia: più si impara e più si pensa diversamente. Certe esperienze, però, non si ha il coraggio di farle nè “prima” nè “dopo”; si possono fare solo “mentre’. Ho imparato di più in tre settimane, da un malvivente, che in un’intera vita da migliaia di persone perbene. Dopo la elementare quanto folgorante scoperta che nell’eccezione, e non nella regola, stava la mia verità, una verità da eletto o da reietto non so, non importa guai appiccicare aggettivi alla verità! - sono precipitosamente rientrato nel gregge dal quale, per un breve momento, avevo osato uscire e sia pur costrettovi, sopprimendo, prudentemente, si capisce, il doppio inquietante e liberatore sepolto nel mio vero essere e lasciato affiorare per un solo momento. In quegli assurdi ventun giorni, angosciosi ed esaltanti, furono accordati il sordido col sublime. Avevo imparato, toccato, sperimentato la libertà e ho voluto dimenticarla. Risultato? Ho lavorato tutta una vita per costruire un fallimento! Da essa ho avuto tutto, tranne ciò che desideravo, che ho volontariamente respinto. Ahhh!... Eccola: questa, unicamente questa - ma sufficiente d’avanzo! - è la mia colpa imperdonabile, al principio della piaga interiore che mi divora. E che sollievo, finalmente, la sensazione disattanagliante, una volta almeno, di sentirmi illimitatamente sincero! Mi stringerei la mano. Non ne posso più di essere rispettabile, stimato, ammirato, invidiato, portato ad esempio, elencato nelle enciclopedie, “nobelistizzato”; di starmene affogato fra la bravagente, come in uno stagno melmoso, a filare un’immobile agonia, nella noia delle pavide cose consentite di ogni giorno; con l’unico piacere cerebralmente masturbatorio delle confidenze imbarazzate e delle trasgressioni inconfessate, nei colloqui complici delle mie segrete nevrosi personali. Sono un maestro nel parlare in silenzio. Non ho fatto che parlare, tutti i miei anni, tacendo: ipocritamente, come tutti i cerebrali catastrofici privi di fantasia; ho vissuto, dentro di me, senza parole, immani tragedie e drammi atroci, compensati da farse esilaranti: giochi, naturalmente, ma da scuoiarsi vivi. E senza risparmiare nulla e nessuno. Murato nel benessere, nel successo, nella felicità, ho vegetato e vegeto, da buonuomo, in un torpore moralmente sonnolento, quasiché la vita si fosse ritirata da tutti i miei istinti, da tutti i miei affetti, da tutti i miei pensieri, da tutte le mie ambizioni, seppur non s’è trattato di vanità che si davano arie da ambizioni: da tutte le mie cose, nella torpida “irrealtà” di un’esistenza squallidamente “normale”: mangiare senza fame, amare senza calore, accoppiarsi senza desiderio, peccare senza lussuria, pensare senza convinzione, sognare senza piacere o senza angoscia... colpe prive di rimorso... virtù prive di merito... Rancori lunghi, estenuati, senza vendetta... un esistere al diecipercento. Buon cattolico, in altre parole, e cittadino esemplare. Ed essere buon cattolico e cittadino esemplare non altro significa che il permesso di cedere alle tentazioni a prezzo di non provarci gusto. L’educazione cattolica è una vera fabbrica di rimpianti perché è stata una fabbrica di divieti. Grazie tante. Di questo passo, si rischia di entrare nei libri di lettura. Contemplo così i miei figli e non mi suscitano che disprezzo ed astio; contemplo così mia moglie e ne provo orrore e compassione. Quanto bene le avrei voluto se non fossi stato obbligato ad amarla!.... Perché, vivendolo, ogni sentimento, ogni pensiero, ogni legame, ogni slancio, ogni desiderio, ogni gioia... ogni dolore... ogni interesse... ogni sensazione, si deve consumare, affievolire, logorare, svitalizzare, appiattire, degradare, invilire?... Da una parte, la trionfante prepotenza della libertà della vita, dall’altra l’umiliante, prona, schiavitù del reale... e, quando accetti di sottometterti al giogo del reale, strangoli la vita, compiendo un omicidio della sola metà che conti di te. Perché si deve assassinare sempre la parte giusta e salvare quella sbagliata, respingere la parte amica e tenersi stretta quella nemica? Accorgersi di essere irresistibilmente attratti da tutto ciò che si riprova e rinunciarvi per banale perbenismo è lo stendardo della più mortificante mediocrità, il blasone della più conigliesca pavidità. Stare alle regole a cui si attengono tutti gli altri, appagandosi delle aride simmetrie della ragione, nel bene come nel male, mi ha sempre provocato un nauseante malessere. E, ciononostante, non ho fatto che questo, avversario della passione, cavaliere del compromesso, campione della mezza misura; illuso di riscattarmi persegnendo le estasi illusorie, disumane e spietate dell’intelligenza asettica e sterile: priapismo del pensiero puro eretto su un terreno algido. Non posso nemmeno odiarmi, da tanto che mi disprezzo. Mi son trovato sempre là dove i benpensanti mi avevano assegnato e i critici mi aspettavano, che è la strada più breve e più facile per arrivare al successo - in tutto - dei mediocri. Conosco le pallide felicità sedentarie del focolare, le gioie monotone della fedeltà, le soddisfazioni esibizionistiche della paternità, le false modestie del prestigio, le vomitose pompe del successo, la docile sottomissione del conformismo morale, l’acquiescenza dell’ossequiente stretta di mano, quando l’impulso sarebbe di schiaffeggiare. La mia è un’esistenza a basso voltaggio, anemici anche i miei esangui piaceri. Amo l’inverno quando la vita è quieta, sospesa, addormentata; quando, trafiggendo la nebbia, lo sguardo indugia sui rami spogli, tinti d’argento, e l’immaginazione si vanifica in lacerti sconnessi, incapaci di costituirsi in fantasia, ma ben sufficienti a martellarmi incessantemente nel cervello il risultato ossessivo di una desolante equazione: zero eguale zero. La mia anima è vuota come una chiesa in un paese di atei. Famiglia, fama, norma, normalità, quanto vi detesto: che siate, per sempre, maledette. Ma a che vale? Dovrei gridarlo, all’universo, dalle finestre e oso appena mormorarlo, a me stesso, fra i denti... Certi pensieri bisognerebbe poter evitare persino di pensarli, perché, anche non espressi, diventano subito di tutti, castrati, retorici, banali... Chissà da quanto, anche questi, corrono per il mondo proliferando mostruosamente, inconfessati, negli impe­netrabili recessi della povera umanità incatenata!... Ma chi osa manifestarli? Evidentemente, io sono più tipo da monologo che da conversazione. Non ho fatto che discorrermi addosso per tutto il tempo, riuscendo, come previsto, a forza di parole, una volta di più, per voler dir troppo, a non dir niente; ma non senza accorgermi però che, ormai, il momento di ridere è venuto a coincidere col momento di piangere. Per questo, stasera, l’osso va sputato fino in fondo e sia quel che sia: perché siamo solo ciò che ricordiamo. Chissà da quando ho capito senza voler capire?!... La verità sta in agguato per una vita, poi, all’improvviso, ti vibra una coltellata ed è la fine. Bene: l’ora di quell’ appuntamento è venuta. E per stanotte. Fine dei rimandi! E dopo? Dopo, basta, si tace. Per sempre. Era ora. Trovare, finalmente, il coraggio di chiudere con un atto di coraggio. Lo debbo fare, lo so, glielo devo. E me lo devo. L’ho sempre coraggiosamente saputo e sempre vigliaccamente rimandato. È un debito che dura da una vita: la promessa silenziosa fatta a due occhi velati dalla morte in un crepuscolo di fiamma, tanto tanto tempo fa da sembrar accaduto a un altr’uomo; e, stanotte, quel debito sarà saldato... Quanti anni di tenebre per tre settimane di luce; e che lunga vergogna per quel breve coraggio! C’è, a mezza costa, vegliato da due cipressi, in faccia alla corona dei monti del Trentino, un povero cimitero di guerra, stipato delle sue misere croci di legno, corrose dal tempo, e parecchie son senza nome. È il luogo più deserto, più quieto e più dolce della terra, meta malinconica di certi miei privati pellegrinaggi. Vi urla il silenzio. E là, ricatturata, col suicidio, la mia anelante giovinezza, così piena e così breve spalla a spalla con uno di quei giovani corpi di remoti sconosciuti, che vorrei che riposassero, domani, a cosa fatta, dopo tanto vile attendere, senza nome anch’esse, le mie vecchie ossa, una volta affrancate dall’angosciosa putredine dell’esistenza. Ma, anche codesto, non è che un sogno, malato di letteratura. Io son destinato a fragorosi funerali di Stato, con bandiere, discorsi, musiche e corone, e Dio non voglia, ma se ne dimenticherà, col Presidente della Repubblica ai cordoni. In seguito, provvederà, per fortuna, il tempo a cancellare, di me, ogni memoria. E sarà, finalmente, l’agognato oblio. 21 agosto, 1951 venerdì

LUCA VECCHIO  - Crepi l’avarizia. Un po’ di enfasi non ruba niente a nessuno. E una storia per ricostruire la quale occorrerebbe essere profondo come un oceano, limpido come un cristallo ed elementare come un sillabario. Ne ho un ricordo ancora rovente; è il caso di dire: sulla pelle. Ciò che non ha mai cessato di stupirmi fu la spontanea naturalezza della sua inquietante eccezionalità; come ciò che avverto tuttora, con la precisione indelebile di una sensazione incancellata, fu la calura torrida e ferma di quegli straordinari ventun giorni di agosto. Riandando alla ferocia di quel sole omicida, son persuaso che se, invece di una cronaca brutalmente reale, si fosse trattato di una vicenda artatamente inventata, cento contro uno che l’autore avrebbe trovato giovevole collocarla in Africa, scaricando la responsabilità di tutto su quello che i narratori cosmopoliti del tempo, nel loro parlare festivo, chiamavano, allora, le démon du midi. E può ben darsi che, per qualcosa, ci sia entrato anch’esso. Non c’è dubbio, però, che, a noi, sarebbe accaduto lo stesso anche tra i geli di gennaio. Fino a prova contraria, il destino non va soggetto alla temperatura. Avevo compiuto ventitrè anni quattro mesi prima, sono dell’Ariete; ed ero già fidanzato - bianco, bianchissimo, per carità - con la ragazza che, ai primi d’ottobre, feci, poi - tipica decisione di rigetto e di difesa - precipitosamente, mia moglie. Il giorno precedente, universitario precoce, esempio ai miei condiscepoli, m’ero laureato, manco a dirlo: trenta e lode, naturalmente facoltà di lettere e filosofia, tradizione di famiglia - mio padre era preside -, destinato a una brillante carriera accademica, specializzazione archeologia, come è notoriamente avvenuto, testimone all’unanimità la plurima bibliografia che mi riguarda. Quella mattina, mi trovavo in una banca a riscuotere l’assegno consegnatomi, solennemente, la sera precedente da mio padre. Mi sarebbe servito per l’acquisto della prima automobile. Già, venivo da una famiglia dove, ai figli che avessero superato felicemente lo scoglio della laurea, si usava regalare automobili; tanto per dare un’idea dell’anacronistico benessere e dell’ovvia convenzionalità del mondo dal quale sono uscito. Ero giovane, sano, timido ma non privo di una certa spocchia, giocavo a tennis, facevo il bagno tutti i giorni, vestivo con proprietà, portavo cravatte scure e possedevo anche uno smoking. Ah, non ero nemmeno brutto. Anzi, bando alla modestia: ero piuttosto attraente: un po’ “fighetta”, come ho sorpreso esprimersi il più giovane dei miei ragazzi, osservando una mia vecchia fotografia, ma, innegabilmente, bellino. Cancelliamo il diminutivo: quasi bello, via. Avevo appena messo in mano al cassiere l’assegno che mi rendeva tanto orgoglioso, quando, tono calmissimo, massima disinvoltura, forse eccessiva per non essere un po’ ostentata: “Che nessuno si muova: è una rapina.” Più o meno la mia età... no: più che meno, aitante, volto olivastro, denti abbacinanti, capelli ariosi, movimenti felini, una maglietta color sabbia, scarpe da ginnastica; senza cravatta, però, in compenso, con una scintillante rivoltella in pugno, era apparso colui che, con la fantasia che li distingue, per le successive tre settimane, i giornali, all’unanimità, avrebbero non altrimenti chiamato che “il rapinatore solitario”. La rapina fu siffatta che, in un’iradiddio di segnali d’allarme, sirene, auto della polizia, mezzo minuto dopo sembrava di essere in guerra. Nella banca, si sarà stati una ventina. Si tremava tutti e venti come una foglia sola. E chi non tremava di fuori, tremava di dentro. Non giurerei nemmeno che, qualcuno, non se la sia fatta addosso. Calmissimo, senza esitazione, rivoltella premuta contro la schiena lui sceglie me, come ostaggio per guardarsi la fuga. “Se lo volete morto, non avete da fare che un passo”, dice, senza alzare, tanto così, la voce. Sempre sotto tiro, mi fa salire su una macchina, e via a rotta di collo. Nessuno azzardò una mossa. Un’ora, un’ora e mezzo di corsa; non fui in grado di calcolare nemmeno approssimativamente, il tempo; e ancor meno, a causa del cappuccio che mi calcò in testa, di rendermi conto della direzione. E, poi, la paura. Quando la macchina si fermò e mi fece scendere eravamo tra i ruderi di un vecchio casolare diroccato, in una località deserta e silenziosa. Non una creatura vivente a vista d’occhio; non un suono a tiro d’orecchio: unicamente sassi, sole e il ronzio degli insetti, sotto un cielo lucidato dall’estate, calmo, d’una luminosità sfavillante, estenuata e torbida, quasi irreale, tanto la frusta della luce e il morso del calore aizzavano la libertà dei sensi, la sfibrante tumidità della carne. La sua prima domanda fu, nello stesso tempo, la più naturale e la più strana che ci si potesse aspettare da un tipo simile e in quella situazione: insultante e cordiale insieme.

SERGIO                  - Come ti chiami?

LUCA GIOVANE  - E tu?

LUCA VECCHIO  - Subito, altrettanto inaspettatamente, m’ero adeguato a un tono e a un sentimento.

SERGIO                  - Ti ho fatto una domanda e tu mi rispondi con un’ altra domanda.

LUCA GIOVANE  - Nemmeno tu hai risposto alla mia.

SERGIO                  - Hai deciso che si debba continuare con questa manfrina per un pezzo? Mi sa tanto che non ti sia ancora reso ben conto della situazione nella quale ti trovi incastrato.

LUCA GIOVANE  - Non troppo differente dalla tua, tutto considerato.

SERGIO                  - Pensi? E che io tenga in mano quest’arnese non ti dice niente?

LUCA GIOVANE  - Mi dice moltissimo.

SERGIO                  - Meno male. Si torna a ragionare. Per esempio, cosa ti dice?

LUCA GIOVANE  - Per esempio, che non hai ancora superato l’età in cui ci si entusiasma a giocare con le armi.

SERGIO                  - Forse non sai che è carica.

LUCA GIOVANE  - Ne sono arcisicuro.

SERGIO                  - Tra le altre sciocchezze, dovrebbe anche fornirti l’informazione che non ci starei a pensar su due volte ad usarla.

LUCA GIOVANE  - Guarda, guarda!...

SERGIO                  - Mah, pensa un po’. Fossi nei tuoi pantaloni, ne terrei conto.

LUCA GIOVANE  - Non credere che non lo faccia. Ne terrei conto anche se fossi in mutande.

SERGIO                  - Bravo. Sappiti, dunque, regolare.

LUCA GIOVANE  - Ti dico di più: quell’arma, nelle tue mani, mi informa anche di qualcosa di molto più preoccupante.

SERGIO                  - Ci contavo. Cioè?

LUCA GIOVANE  - Cioè, che ne hai, meglio ancora, ne avresti, attenzione al ne, una gran voglia...

SERGIO                  - Di usarla?

LUCA GIOVANE  - Si capisce: di usarla.

SERGIO                  - E non per il tiro al piccione. Era, appunto, quello che cercavo di farti entrare in testa. Non ne deduci che sarebbe salutare abbassare un po’ la cresta?

LUCA GIOVANE  - Direi proprio di no.

SERGIO                  - Ti disturba sentirti domandare perché?

LUCA GIOVANE  - Figurati. Anzi. Serve a mandar avanti la conversazione.

SERGIO                  - E allora, dai: perché?

LUCA GIOVANE  - Mi tira su. L’avresti detto?

SERGIO                  - Ascoltami bene, pivello. Ti dovresti, a quest’ora, esserti reso conto che la mia forza è quella di essere un uomo in rotta con tutto. In altre parole, Cristo ed io la pensiamo molto diversamente a proposito di offrire l’altra guancia. Personalmente, il rischio mi eccita da matti, se ancora non te ne sei accorto. Chiaro?

LUCA GIOVANE  - Mi sono accorto, soprattutto, che ti ripeti.

SERGIO                  - Ripetizione per ripetizione, nemmeno sfiorato dal sospetto che, perso per perso, io sia disposto a qualsiasi cosa?

LUCA GIOVANE  - Sfiorato da un sospetto anche maggiore: che si tratti della sola cosa che tu non possa permetterti.

SERGIO                  - Ah, così hai anche deciso che c’è qualcosa che io non posso permettermi? E chi andava a pensare?

LUCA GIOVANE  - Certo. Adesso come adesso, io resto la tua unica e ultima risorsa. E tu non lo ignori. Non è un vantaggio da buttar via, credi; parlo per me, s’intende. Qualcosa in contrario se cerco di approfittarne?

SERGIO                  - Mi accorgo che cominci a spiegarti. Io cercherò di fare altrettanto. Adesso come adesso, può darsi. Ma resti persuaso che mi farei scrupolo più che tanto a farti fuori tra quindici giorni, tra una settimana, domani, stanotte, tra un’ora? Metti che li davanti si presenti una mezza dozzina di coloro che ci stanno dando la caccia con tanto di parabellum dritti come cazzi dritti.

LUCA GIOVANE  - Che ti stanno dando la caccia, se vogliamo essere precisi.

SERGIO                  - Constato che, tra le non poche doti che ti rendono di una antipatia micidiale, possiedi anche quella della pignoleria.

LUCA GIOVANE  - Effettivamente, non mi manca. E una dote sottovalutata, posso garantirlo.

SERGIO                  - Tu devi appartenere a quei minchia detti comunemente i primi della classe.

LUCA VECCHIO  - Era la prima volta che sentivo pronunciare la parola minchia. Non mi sarebbe accaduto di frequente, dopo, per tutto il resto della mia carriera accademica. Giusto una volta da un allievo siciliano bocciato che sbagliò una risposta sulla Venere di Milo, attribuendola a Benvenuto Cellini.

SERGIO                  - Effettivamente, primo della classe lo sono stato molto frequentemente.

LUCA GIOVANE  - Non hai bisogno di giurarlo. Quando andavo a scuola io, quel poco che ci andai, vi chiamavamo indifferentemente anche culi di pietra.

LUCA VECCHIO  - Altra locuzione udita per la prima volta. Quel giovanotto era un vocabolario inedito.

LUCA GIOVANE  - ...Devi prendermi come sono. A meno che tu non sia convinto che un ostaggio si possa scegliere mettendo un annuncio economico sul giornale. Rimane, comunque, stabilito che, simpatico o antipatico, io ti servo vivo: merce di scambio, di ricatto o che so io; e che tu saprai meglio di me, penso, trattandosi di una tua personale specialità.

SERGIO                  - Modestamente.

LUCA GIOVANE  - Tra l’altro, mio padre, non per colpa sua, è un uomo assai ricco.

SERGIO                  - Come vedi, ho pescato bene.

LUCA GIOVANE  - E una modesta informazione, della quale puoi fare il conto che credi.

SERGIO                  - Non mancherò. Ma non mi conosci ancora abbastanza. Tu trascuri il piacere, ben maggiore, che può improvvisamente travolgere uno, tutto istinto come il sottoscritto, di schiacciare un pidocchio come te. Ti assicuro che non ha prezzo.

LUCA GIOVANE  - Sono impulsi di lusso, per correre i pericoli dei quali ti ritengo troppo furbo. Onore al merito.

SERGIO                  - Grazie. Ma io possiedo molta fantasia. Avrai modo di rendertene conto. L’unica cosa a cui non so resistere sono le tentazioni. Mi attirano come la calamita il ferro. Quando vengono, vengono, e bisogna arrendersi. Di qualsiasi genere esse siano.

LUCA GIOVANE  - ...E costi quello che costi, non lo aggiungi?

SERGIO                  - E costi quello che costi: è sottinteso. Non ho debiti in questo campo.

LUCA GIOVANE  - Potessi dire altrettanto io!

SERGIO                  - Nulla è impossibile con un po’ di buona volontà e una certa quantità di disinteresse.

LUCA GIOVANE  - Ho udito bene? Disinteresse?

SERGIO                  - Hai udito benissimo.

LUCA GIOVANE  - È una parola che dà da pensare sulla punta della tua lingua. Proprio da pensare.

SERGIO                  - Pensa, pensa pure con comodo. Non è la pazienza che mi manca.

LUCA GIOVANE  - Avrei giurato il contrario.

SERGIO                  - Che ci vuoi fare? Qualche volta, si sbaglia. Fà una cosa, se accetti un consiglio: quando si tratta di me, pensa sempre il contrario di ciò che ti viene di pensare. Forse mi indovini.

LUCA GIOVANE  - Sai che lo trovo un consiglio ottimo?

SERGIO                  - Sì, ma, ora, non sforzarti troppo che, poi, magari, ti ritrovi col mal di testa. Riposo, che mi fumo una sigaretta!

LUCA VECCHIO  - Si maneggiava reciprocamente l’ironia come un ferro rovente. Seguì un silenzio di pietra. Se gli sguardi d’odio, che armavano i nostri occhi, fossero stati mitragliatrici, ci si sarebbe stesi cadaveri. In realtà, baravamo tutt’e due, nell’esaltazione del pericoloso gioco di rilancio di un’aggressività che si sarebbe letteralmente potuta pesare sulla bilancia. “Lui” - mi sopraffà tuttora un tumulto di sentimenti contradditori pronunciando questa parola: “lui”, intendendo lui - con un vago sorriso sardonico, dimenticato sul giovane volto segnato, s’era aperto la camicia sul petto e, colle sue belle mani ladre, giocherellava con la catena della croce che portava al collo. Feci caso che, l’una e l’altra, forse eccessivamente massicce ed elaborate, facevano un certo contrasto con l’ostentata maschilità dell’aspetto e delle maniere così naturalmente manifestate fino allora. Il silenzio si prolungò ancora e mi parve interminabile. Terminato che ebbe di fumare e scagliata lontano, con uno scatto dell’indice contro il pollice, la cicca, di colpo, egli si scaricò... è la parola... in una risata disarmata e disarmante che mi sconcertò da tanto che mi parve... ma sì: innocente: la risata spavalda di un adolescente spensierato. Il delinquente, colui che, adesso, proseguiva il discorso, era davvero un’altra persona, oppure fingeva di esserlo, guidato dal quella dose di istrionismo che, col passare dei giorni, avrei scoperto essere una componente ineliminabile della sua natura?

SERGIO                  - Eppure, Cristo, non puoi non aver paura. Tanta!

LUCA GIOVANE  - Sarei un cretino se non l’avessi.

LUCA VECCHIO  - Le sorprese psicologiche non erano finite. Senza riflettere, gli avevo risposto col suo nuovo tono, tanto diverso dal precedente: fattosi, ora, privo di animosità, spontaneo, naturale, inatteso, confidenziale. Sicuro; confidenziale, accentuato dal persistere, ma in segno contrario, di quel subitaneo darsi del tu inizialmente adottato come sfida e provocazione. Era scattata, in entrambi, una sorta di inesplicabile reazione parallela, senza alcuna ragione al mondo, anzi, semmai, per ragioni contrarie, e non sarebbe stata la prima volta. Ricordo lucidamente di essermene reso conto nel momento stesso che accadeva... e questo spalancò un enorme punto interrogativo nella mia mente... Esattamente così: non si tratta di una suggestione letteraria sovrapposta alla ordinata ricostruzione che ne sto facendo adesso. Si tratta del recupero preciso di una fugace, ma intensissima, impressione di allora: tale e quale, e che rimase senza spiegazione, come lo rimane in questo momento... Sì, unicamente un’immagine, il lampo di un’immagine visiva: appunto un gigantesco punto di domanda... Ciò, lo risento come fosse adesso, ebbe per conseguenza di allentare notevolmente una tensione emozionale che minacciava di farsi esplosiva da un istante all’altro, trasformandola in una disciplinabile curiosità di cervello, mi vien quasi da dire gradevolmente distensiva: il mio consueto scaricare, insomma, ogni processo psichico sulla razionalità, con gratificazioni di compiacimento annesse e connesse. Ma ciò che è più strano, fu l’immediata, rasserenante consapevolezza che la franca confessione di aver paura e l’automatica diminuzione della medesima si fusero in un sentimento solo, accompagnato, secondo quanto accade sempre istintualmente ad ogni mio ragionamento, dal parallelo bilancio del vantaggio e dello svantaggio, non escluso l’amor proprio o, se si preferisce, la vanità, che me ne sarebbero potuti derivare. La rassicurante conclusione fu che non sarebbero stati indifferenti. E tutto in un attimo: il tempo che il sorriso protervo, sul bel volto sfacciato del mio carceriere, si ammorbidisse in un’espressione di perplessa riflessività, accompagnato dalla prima, vaga, intuizione, non meno consolante, da parte mia, di essere davanti ad un viso incapace di mentire per quanto menzognere potessero essere le parole; il che non faceva che moltiplicare il vantaggio, che, comprensibilmente, mi guardai bene dal lasciar trapelare.

SERGIO                  - E non trovi un po’ da fesso confessare d’aver paura?

LUCA GIOVANE  - Non ci ho pensato.

SERGIO                  - A me, sarebbe stato il primo pensiero a venirmi in mente.

LUCA GIOVANE  - Si capisce.

SERGIO                  - E da che si capisce?

LUCA GIOVANE  - Da due ragioni egualmente importanti.

SERGIO                  - Due, addirittura; e, per giunta, importanti! Vale a dire? Dài, che muoio dalla curiosità.

LUCA GIOVANE  - Prima: ci tieni da morire a non passare per vigliacco; seconda: ci tieni, altrettanto da morire, a passare per intelligente.

SERGIO                  - Diciamo: da vivere, porta meno iella. E tu, no? Limitatamente alla seconda, penso, perché, quanto alla prima, vigliacco hai già lealmente ammesso di esserlo in abbondanza. D’altra parte, te ne do atto: in qualche caso, per essere vigliacchi fino in fondo, ci vuole del coraggio. Ma alla seconda? Qui ti voglio.

LUCA GIOVANE  - Io no. Alla seconda non ci tengo per niente. Vigliacco, d’accordo. Vorrei vedere, nella mia situazione, chi si potrebbe permettere il lusso di non esserlo. Soltanto un incosciente. La viltà è umana. Ma di intelligenza, ahimè, chiedo scusa, ne ho d’avanzo. È il mio limite, il mio tormento, la mia condanna, la mia croce... e la porto come posso.

SERGIO                  - Congratulazioni per la modestia. Vogliamo dire che la croce della tua sterminata intelligenza la porti a spasso come uno stendardo in un giorno di vento?

LUCA GIOVANE  - Bontà tua... Desiderarne di più? Per carità. Caso mai, cederne.

SERGIO                  - A me, per esempio, se ti sembra che ne abbia bisogno.

LUCA GIOVANE  - Potendolo, perché no? Se non si regala ciò che ci cresce...!

SERGIO                  - E quella che avanza, poi, la si versa all’ammasso, vero? Poiché ne avanzerà di certo. Meglio, fa una cosa: dalla in beneficenza.

LUCA GIOVANE  - Tu credi di scherzare. Magari esistesse un ammasso dove poter scaricare l’intelligenza che disturba!

SERGIO                  - Senti, senti: l’intelligenza può anche disturbare? Devi essere stracco morto, coi vagoni che sei costretto a tirartene dietro.

LUCA GIOVANE  - Appunto. Troppa intelligenza sfianca...

SERGIO                  - E rende cretini.

LUCA GIOVANE  - Non dico che renda cretini, benché ci sarebbe da discuterne...

SERGIO                  - Eh già!...

LUCA GIOVANE  - Ma, certo, inibisce, quando non paralizza, impedendo di vivere liberamente. Almeno, così assicura chi se ne intende.

SERGIO                  - E questo - se non mi sbaglio - sarebbe il tuo caso?!

LUCA GIOVANE  - Temo proprio di sì.

SERGIO                  - Che vuoi farci? Cerca di tenerti su.

LUCA GIOVANE  - Hai un bel dire, ma è un fardello pesante.

SERGIO                  - Certo, certo, sempre in pericolo che ti venga la meningite. Non occorre che tu me lo giuri. Per quanto mi riguarda di persona; se le cose stanno in questo modo, posso, in coscienza, garantirti di non essere per nulla intelligente.

LUCA GIOVANE  - Puoi chiamarti fortunato. Il tuo, generalmente, è il prezzo che si paga all’anarchia.

SERGIO                  - Vuoi dire?

LUCA GIOVANE  - Senz’altro. Ti restituisco il tuo stesso consiglio rovesciato: sta’ attento anche tu a non esagerare. Tu corri dei pericoli non meno gravi.

SERGIO                  - Adesso deve anche saltar fuori uno a raccontarmi che l’intelligenza, come hai detto? inibisce e paralizza, impedendo di vivere liberamente! E allora ti rispondo che, in tal caso, i pensieri sono una cosa poco pulita. Io che sono ubriaco di vita...! Dio becco! Vorrei avere tanta vitalità quanto una vacca, guarda!

LUCA GIOVANE  - A quel che mi par di capire, tu saresti una specie di schiavo della libertà.

SERGIO                  - Fa’ conto una droga. Sarà la conseguenza di tanti anni di riformatorio. La libertà è bella come una donna bella, e arrapante come un peccato mortale quando la carne tira, non scordartelo mai, se ci tieni ad essere un vero uomo.

LUCA GIOVANE  - Ma quale libertà? Qui ti voglio. Tutte. Non fa distinzione. Esistono anche le libertà colpevoli, proibite...

SERGIO                  - Colpevoli? Proibite? Nessun desiderio è colpevole o proibito. La colpa sta solo nel respingerli. La prima regola per viver bene è dimenticare i dieci comandamenti, ammesso che siano dieci.

LUCA GIOVANE  - Che ti devo dire? Che ti invidio?

SERGIO                  - Io lo direi.

LUCA GIOVANE  - Ci penserò.

SERGIO                  - Sei fantastico! Mi piace discorrere con te. Mi diverte. E mi scarica. Hai della stoffa, tu.

LUCA VECCHIO  - Il suo tono originario di minaccioso sarcasmo aveva ormai virato verso una cordiale insolenza, priva di tensione e pervasa di una certa dimentica euforia. Ironizzando e scherzando, a punture di paradosso, ci si era affacciati sulla soglia delle confidenze. Senza che alcuno dei due se ne fosse reso consapevole e potesse mettersene in guardia, cominciava insidiosamente un gioco pericoloso. Io mi trattenni dall’insinuare l’unica osservazione che mi formicolava sulla punta della lingua e che avrebbe mandato in frantumi la sua sfacciata sicurezza divertita e pungente; e cioè che anche la sua era paura: una paura diversa, più complessa, meno consapevole ed esposta, ipercompensata da un’esibizione di sfrontatezza, ma pur sempre paura. Prudenza? Forse; ma, insieme, anche la consapevolezza di aver acquisito un insperato strumento di superiorità, utile, a tempo debito, e del quale ero tentato a cominciare a mettere alla prova l’efficacia.

LUCA GIOVANE  - Me no. Non mi diverte.

SERGIO                  - Ti capisco e ti compatisco. Fin qui ci arrivo. È il tumore dell’intelligenza, che ti sta trascinando nella tomba, a impedirtelo.

LUCA GIOVANE  - Fa’ attenzione, perché certe malattie sono contagiose. Si attaccano.

SERGIO                  - Ti sono riconoscente d’avermene messo in guardia. Farò tesoro del consiglio. Son contento; se non altro, si comincia ad andar d’accordo. Chi l’avrebbe previsto?

LUCA GIOVANE  - Trovi?

SERGIO                  - Sul principio io mi accontento di poco. Ad ogni motore bisogna lasciare il tempo necessario per il rodaggio.

LUCA GIOVANE  - E in seguito?

SERGIO                  - Quando si tratta di motori di marca, io guido sempre con un certo riguardo.

LUCA GIOVANE  - Si vede che m’ero sbagliato sul tuo conto. Giudicando da come siamo arrivati in questa petraia, avrei giurato d’aver a che fare con un pilota disastroso.

SERGIO                  - Mai fidarsi della prima impressione; t’ho avvisato.

LUCA VECCHIO  - Il piccolo calcolo stava, forse, cogliendo il bersaglio. La paura rende vili ma rende anche furbi. Ulteriore sorpresa ad effetto teatralmente studiato, ora. Evidentemente, il giovanotto ci teneva ad apparire imprevedibile: si alza, depone il revolver e mi tende la mano. Dovetti fare uno sforzo per nascondere lo stupore. Faceva sul serio? Giocava?

SERGIO                  - Il mio nome è Sergio.

LUCA VECCHIO  - Evitai, ostentamente, di ripagarlo confidandogli il mio; appena in tempo perché m’era già fiorito sulle labbra. Ricorsi alla solita risorsa dell’ironia, badando a farla notare sottolineandola.

LUCA GIOVANE  - Mi suona come un nome russo.

SERGIO                  - L’ho sentito dire. Sai, per i russi quella frana di mio padre stravedeva. Se avessi avuto un fratello, si sarebbe chiamato Ivan.

LUCA VECCHIO  - E sorrideva, sorrideva...

LUCA GIOVANE  - Salvo errore, deve averlo usato, più di una volta, Dostoevskij.

LUCA VECCHIO  - Non la smetteva di sorridere.

LUCA GIOVANE  - Hai sentito dire anche questo?

LUCA VECCHIO  - Sempre sorridendo e sempre in silenzio, rispose assentendo largamente col capo.

LUCA GIOVANE  - Constato che sei bene informato.

SERGIO                  - Tempo permettendo, coltivo l’hobby della lettura... Tieniti pure il tuo se, proprio, non vuoi rinunciare a questa rivincita. Quando avrai mutato parere, mi avviserai, e magari scopriremo che, il tuo nome l’ha già usato Gabriele D’Annunzio. Non sarà il tempo a mancarci.

LUCA VECCHIO  - Il nostro primo scontro si concluse così. Mezzo punto di vantaggio per me. Allora, almeno, mi parve. Egli aveva smesso ogni sogghigno malevolo: continuava a sorridere disteso. Ma le cose erano veramente tanto semplici come sembravano? Stava cadendo lui, o stavo cadendo io, in un tranello ancora inavvertito? Comunque, un fatto era certo: la rivoltella aveva cessato di far da terzo interlocutore muto quanto eloquente, tra uno, io, che viveva di idee, e un altro, lui, che viveva di sensazioni. E ciò prometteva ben altri scontri, con ben altre scoperte e ben altri rischi. Nemmeno sfiorato dal presagio che quel sorriso, quel sorriso enigmatico che non voleva spegnersi sulle sue labbra, potesse voler dire, per me, l’imminente scoccare del momento dell’uggia per l’ordine e del fascino per il caos. 26 agosto 1951, mercoledì

LUCA VECCHIO  - Passò qualche giorno e si fece viva la sua donna. Cioè - me ne sarei reso conto in seguito - colei che era stata la sua donna, e cercava, con disperata pertinacia, di continuare ad esserlo, aggrappata al ricordo di un morto vivere insieme, brutale e tenerissimo, ridottosi, ormai, a tirar avanti solo brutale; che le aveva impresso un marchio indelebile nella mente e nel sangue. Informata, non so come, attraverso sconosciute complicità, o guidata da intese precedenti, aveva recato notizie, giornali, provviste. Avevano fatto all’amore, con manifesta indifferenza, sotto i miei occhi curiosi e giudici. Sazio, dorso e piedi nudi, ora lui stava disteso a terra supino, le mani incrociate dietro alla nuca. Gli avari e scontrosi monosillabi, a cui, fin dall’apparire della compagna, aveva limitato le risposte, erano precipitati in uno spesso e cupo silenzio. Distesagli accanto col viso affondato in una delle sue ascelle madide e folte - il petto, viceversa, era assolutamente glabro - non azzardandosi di aspettare una carezza, per la quale avrebbe dato anni di vita, essa non disperava, almeno, in una parola cordiale. Che non venne. Finiva così ogni volta, ed era da tempo che finiva così, lo seppi dopo. Ma lui era capace di tacere anche ore, possedeva il silenzio delle cose: era la sua forza. Lei no, nemmeno minuti, veniva travolta dalla loquacità delle chiocce: era la sua debolezza. Io, per loro, dissolto, come non ci fossi, almeno così pareva. Vigile, però, e all’erta, me ne stavo rannicchiato in disparte. Con simulata impassibilità, lambito da un vago ed allarmato malessere, osservavo quella egoistica quanto innocente esibizione di naturalità animale, senza perdere una sfumatura dello svariar degli umori, che non fu tirchio di imprevisti. Ovviamente, toccò a lei spezzare il silenzio. E non avrebbe potuto farlo in maniera più critica ai fini del malumore e della malagrazia suscitati in lui, tanto insensibile al pudore, quanto suscettibilissimo al minimo sentore di oscenità; ma la diplomazia non era il suo forte, nè la cautela. Fu come gettare il classico sasso nel non men classico stagno, dai cerchi di reazione che produsse. Ah, lei si chiamava Dolores, figurarsi. Professione: ragazza di gamba allegra.

DOLORES              - Le tue ascelle sanno di buono.

SERGIO                  - Quella nuova. Quante volte non me l’hai detto?

DOLORES              - E non smetterò mai di ripetertelo.

SERGIO                  - M’ero dimenticato che l’odore di maschio è il tuo afrodisiaco.

DOLORES              - Il “tuo” odore. Hai un sudore meglio di un profumo.

SERGIO                  - Sai quanto potrei guadagnarci offrendone la formula a Chanel?

DOLORES              - T’ho pur confessato che il mio sogno sarebbe quello di essere un paio dei tuoi slip.

SERGIO                  - E quando sono dalla lavandaia? Faresti bene a cercar di sognartene anche un paio di ricambio.

LUCA VECCHIO  - Sono battute da poter trasferire su un palcoscenico, codeste? Eppure, mi risulta che hanno corso normale nel santuario delle più rispettabili famiglie che vanno a messa tutte le domeniche. Persino tra moglie e marito, in momenti di incauta euforia.

DOLORES              - M’hai dato un’idea.

SERGIO                  - Che gran vacca che sei!

DOLORES              - C’è stato un giorno che non potevi fare a meno di questa gran vacca.

SERGIO                  - Ma, poi, si cresce.

DOLORES              - Purtroppo.

SERGIO                  - Riesci a startene zitta? Per cinque minuti. Mi accontento di cinque minuti. Il tempo che mi si ammosci.

DOLORES              - Tento.

LUCA VECCHIO  - Chi si sarebbe atteso che si rivolgesse direttamente a me?

SERGIO                  - Tu, là, innominato stanco, cosa dici? Ce la farà a tener la bocca serrata per cinque minuti?

LUCA GIOVANE  - Penso di no.

LUCA VECCHIO  - E, difatti, non ce la fece. Arrivò, a malapena, a tre e la logorrea riprese, esasperando ulteriormente la stizza di lui, che non era soltanto stizza e non riuscivo a decifrare che cos’altro vi si sommasse. Non c’è una nuvola in cielo a pagarla oro. Sergio... Sergio, apri gli occhi: controlla.

SERGIO                  - Hai controllato tu: ti credo.

DOLORES              - Fai bene a tenerli chiusi. Questa belva di sole non se li merita. Avrei dovuto portarti un paio di occhiali scuri. Devo ricordarmene alla prossima visita.

SERGIO                  - Fatti un nodo alle mutande.

DOLORES              - Non ce n’è bisogno, me lo son già fatto al cuore.

SERGIO                  - Sacramento! Non parlare come i fumetti che leggi! Sai che mi rivolta lo stomaco. Se proprio non riesci a tener il becco inchiodato, cambia musica. Parla, magari, del tempo. Sarai più originale.

DOLORES              - Hai ragione. Ci sarebbe proprio bisogno di un temporale. Rinfrescherebbe un po’ l’aria e la notte potresti riposare. Non ho ricordi di un’estate così. E tu?

SERGIO                  - Non lo so!!

DOLORES              - Ci sono zanzare, qui?

SERGIO                  - Tante! La flotta aerea americana.

DOLORES              - Mah... Avresti proprio bisogno delle tue buone sette ore di sonno, come una volta.

LUCA VECCHIO  - Una parola, con una catena, caviglia a caviglia, per impedirmi di fuggire. Che, poi, era superflua. Mai mi ci sarei arrischiato con, vicino, uno che aveva, con le rivoltelle, maggior confidenza che coi fazzoletti da naso.

DOLORES              - Oggi hai potuto fare all’amore. Per te, è importante. Ti conosco. Tanta salute. Vedrai, ti ritroverai i nervi più distesi. Ti accade sempre così.

LUCA VECCHIO  - E nuovamente verso di me, onnipresente, benché ufficialmente ignorato.

SERGIO                  - Prendi nota, se mai ne avessi bisogno: possiede il segreto della chiavata narcotica. A proposito, tu pensi che dormirò?

LUCA GIOVANE  - Te lo auguro.

SERGIO                  - Perché, capisci, se non dormo io, perde il sonno anche lei. Capacissima.

LUCA GIOVANE  - Ti si sciupa.

SERGIO                  - Mi si sciupa. Sfotti, per caso?

LUCA GIOVANE  - Me ne guardo bene.

SERGIO                  - Non è mica proibito, sai.

LUCA GIOVANE  - Non ho voglia di approfittarne.

SERGIO                  - Sarà per un’altra volta.

LUCA GIOVANE  - Ti prendo in parola. Resto in credito.

DOLORES              - Quanto vorrei esserti vicina, come un tempo, per rimboccarti le coperte. Ti ricordi?

SERGIO                  - No.

DOLORES              - Ho sempre in mente, sai? Alla notte non fai che scaldare e scoprirti. Sei d’un osceno, qualche volta!... Da far tenerezza starti, sopra, a guardare. Si fa fatica a trattenere le mani.

SERGIO                  - Che ostia rimbocchi? Credi che mi riposi in un letto del Grand’Hotel? Testimonio tu, forzato, che, di notte, sei alla catena, con me, scalcio, fa tenerezza guardarmi? Devi trattenere le mani?

LUCA GIOVANE  - A me non da fastidio. Non farti riguardo. Scopriti pure.

SERGIO                  - Ma scalcio?

LUCA GIOVANE  - Ti arrabbi se ti rispondo di non averci fatto caso?

DOLORES              - Hai proprio i nervi tirati. Ma devi mantenerti tranquillo. Chi vuoi che venga a beccarti qui?

SERGIO                  - Lo sa Dio. Ma sta certa, prima o dopo, colla sua assistenza, qualcuno si fa vivo. E già predisposto nei suoi registri, considerata la simpatia che mi dimostra.

DOLORES              - Per piacere non toccarmi Dio. Sai che io ci credo. È quello al quale voglio bene quasi quanto te.

SERGIO                  - Ne parli come di uno di famiglia. La prima volta che hai occasione di incontrarlo, digli pure, a nome mio se credi, che non farebbe male a gettar giù qualche occhiata più spesso, dimenticando di tener tanto d’occhio qualcuno e facendo, invece, maggior attenzione a qualcun altro. Che viva e lasci vivere, insomma.

DOLORES              - Ti prego. Dio è vecchio, volete capirlo? Fa fin troppo per l’età che ha.

SERGIO                  - E si è anche ulteriormente deteriorato, negli ultimi tempi. È ora che domandi la pensione e si metta a riposo del tutto. Infila uno sproposito dopo l’altro.

DOLORES              - Non voglio più starti a sentire.

SERGIO                  - Magari.

DOLORES              - Finirai all’inferno, se continui così.

SERGIO                  - Ti dirò. Dopo tutto il freddo che ho patito da piccolo, quasi quasi la prospettiva non mi dispiacerebbe.

LUCA VECCHIO  - Era evidente che non resisteva al gusto della battuta e che si esibiva compiacendosene, nella persuasione di scandalizzare, tanto da debordare: svaccare, lui disse, una volta: “mi piace svaccare”; e, fatalmente, il suo bersaglio ero io.

SERGIO                  - Il tuo parere?

DOLORES              - Di che discorrevate? Non ci ho fatto caso. Ero distratto.

SERGIO                  - Di Dio, pensa un po’. Niente di meno. Dovrebbe essere argomento tuo.

LUCA GIOVANE  - È un personaggio che non mi interessa. Nemmeno come bersaglio di discutibili facezie... e banalità.

DOLORES              - Bravo. Piglia su!

LUCA VECCHIO  - Lui si morse le labbra e non aggiunse verbo. Ma si sentì pizzicato. Se la prese di nuovo con lei e il discorso si fece, se possibile, più banale e più volgare ancora.

SERGIO                  - Stacca di leccarmi le ascelle. C’è fischio che un pelo ti vada per traverso e crepi soffocata... Dai! Scostati che mi fai caldo, come non se ne patisse già abbastanza in questa fornace.

DOLORES              - Caro, ti faccio vento? Ho portato un ventaglio apposta.

SERGIO                  - Una cosa ti sei dimenticata.

DOLORES              - Cosa, amore?

SERGIO                  - Un biberon. Con te, non si fa in tempo a finire di sbattere la mignotta, che ci si trova, subito, tra le braccia una madre.

LUCA VECCHIO  - Grossolano, scurrile, fin che si vuole, però era stupefacente la naturalezza incisiva colla quale aveva concentrato in una frase, smascherandola, una verità proibita, sepolta sotto montagne di tabù millenari. Pareva che avesse la facoltà di intuire sempre tutto, fulmineamente, per sensazioni, attraverso la pelle, come certi tropismi animali. Io me ne stavo zitto, mimetizzato, ma, inesplicabilmente, dentro, mi andava lievitando l’oscura ansietà di una indefinibile, quanto incombente, minaccia. Percepivo, d’istinto, anch’io, nel suo pervicace escludermi, senza, però, cessare di tenermi a tiro di sguardi foschi e furtivi, balenanti di fulminei guizzi di crudeltà, qualcosa di risentito, di cattivo. Il suo oscuro versante d’ombra?... Non ebbi dubbi che, senza un preciso fine, una malsana determinazione di ferire stesse per erompere. E mi riassalì la paura; ossia, mi crebbe la paura che, invero, non mi aveva mai abbandonato e m’ero solo illuso di aver, in quei giorni, esorcizzata, ragionandomi addosso a tutto spiano. “Ho capito. Cerchi di rivoltarti ragionandomi contro.” - esattamente così: ragionandomi contro - aveva tagliato corto una conversazione, sghignazzando, la mattina di quello stesso giorno. Nulla di più complicato di un essere elementare. Tutto da riconsiderare. Chi era veramente quell’uomo dalla simpatia antipatica e dall’antipatia simpatica, groviglio inestricabile di istintività imprevista e astuzie sottili, apparentemente esaltato dalla incessante modulazione di un inesauribile gioco di cangianti perversità; ogni momento diverso come uno che muti continuamente d’abito, compiaciuto di disporre di un guardaroba inesauribile? Ciò che avvenne da quel momento in poi, sarebbe stato assurdo se non fosse stato vero. Fu, comunque, assolutamente irreale; lì per lì, frutto morboso di una fantasia contorta. E quanto più sconcertante riusciva, tanto più lui sembrava di andarne fiero. Il pallido trasalimento di una ragione, quasi di sicuro inconscia a lui stesso, si ebbe casomai sul finire. E, tuttavia, da quel giovane animale da preda, emanava il fascino di un’attrazione-repulsione, a cui non era facile sottrarsi, come certi magnifici gatti che fanno le fusa, chiedendo carezze, nel momento stesso che stanno per balzare con le unghie pronte a lacerarti. D’impeto, infatti, scattò in piedi, stupendo, nell’istrionica insolenza inscritta in un vago, ma inequivocabile, disegno di minaccia: celia beffarda in trasparenza a un comando perentorio. Un vero invito a nozze per psicologi in vena di esplorazioni singolari. Materiale, nella seguente mezzora, ce ne fu a carrettate. E più incoerente e sconclusionato, nello scandalo, tendeva ad apparire, più autentico e significante, una volta ipotizzatane la chiave. Ma come esserne sicuri?

SERGIO                  - Dài, perbenista, tocca a te, adesso. Via uno, sotto l’altro. Serviti. È tua.

LUCA VECCHIO  - Compresi subito, esattissimamente, ciò che intendeva. E non mi sfiorò, nemmeno per un attimo, l’idea che non parlasse sul serio e si potesse trattare di una delle sue “svaccate”. No. Mi resi conto che sarebbe andato fino in fondo. Lei, naturalmente, fu più tarda e tirò avanti per un bel po’, col su e giù dei “cosa dici? , vuoi scherzare? ma che ti salta in mente?, non farai sul serio?” e via, tutte le possibili variazioni del repertorio. Difatti, come cominciò a reagire?

DOLORES              - Sergio? Che ti piglia?

SERGIO                  - La senti? E poco convenzionale? E si tratta di un cibo del quale fa indigestione dalla mattina alla sera. Pensa tu se si trattasse di una donna onesta a digiuno!? Domattina saremmo ancora qui a rimandarci le palle del solito ping-pong. S’è messa in testa di far, prima, la scena, capisci? Avverto subito, se non la si può sopprimere, sarà una scena sgangherata.

LUCA VECCHIO  - Io bocca cucita e faccia di pietra.

SERGIO                  - Abbiamo ben compreso tutti. Da questo momento, si ripristina la morale del branco. Sveglia, tu. E tua, ripeto. Fa’ conto di essere me, in tutto e per tutto. Dacci dentro: sfogati, non si paga niente, offre la ditta.

DOLORES              - Non ti accorgi che è rimasto di merda, povero Cristo?

SERGIO                  - In tal caso, non trovo altro inconveniente che il cattivo odore, e lui è pulitissimo. Il suo maggior incomodo, qui, è di non potersi far la doccia due volte al giorno. Come, del resto, il mio, di farmela una.

DOLORES              - Altro che cattivo odore!... È talmente enorme!... Sfido che non parla!...

SERGIO                  - Vuoi dire?... E io che non c’ero andato su!... Ma no. Ha scelto pure lui la sua scena? Quella del silenzio. Il personaggio che subisce tacendo. Se gli deve costare, con quel che è abituato a discorrere!

DOLORES              - Io non so più come andar avanti; non riesco altro che a dire: “ma dico?”…

SERGIO                  - Guarda, non dir niente. Limitati a fare il tuo mestiere e sarai perfetta. E, attenzione a farlo bene, perché ti controllo.

DOLORES              - Cerchiamo di ragionare, da bravo.

SERGIO                  - Macché ragionare e ragionare... Sotto, piuttosto!

DOLORES              - E, magari, sotto i tuoi occhi?! Deve trattarsi di un colpo di sole.

SERGIO                  - Allora, non hai capito niente. A differenza di lui, che ha capito tutto. Non magari: senz’altro sotto i miei occhi. Il gusto è tutto lì. Qua la noia ci strangola. Occorre inventare una commediolina divertente, meglio se un po’ grassa, per aiutarci a passare il tempo. Voialtri ne siete gli interpreti. Volete rappresentarla senza pubblico? Sarebbe come masturbarsi chiusi nel gabinetto. Lo spettatore lo faccio io. Doppia parte: regista e spettatore. E se, al divertimento, si marita la buona azione, tanto di guadagnato.

DOLORES              - Quale buona azione, in nome di Dio?

SERGIO                  - Ma di levare una voglia al muto! Vedrai, sarà un capitaletto messo a frutto per il paradiso, tu che ci credi. In riformatorio, ci avevano abituati a chiamarli fioretti. Un fioretto oggi, un fioretto domani altrettanti gradini della scala per salire in cielo. Sopportare un mal di pancia, rinunciare a una mela a pranzo o tener le mani fuori dalle coperte di notte, pare che desse un piacere straordinario a Nostro Signore. Gusti suoi. Fioretti. Consideralo un fioretto e avrai fatto un affare.

DOLORES              - Ma mi consideri unicamente una macchina da...?

SERGIO                  - Precisamente! Né più e né meno, una macchina da. E che altro vorresti essere?... È il mondo alla rovescia. S’è perso ogni orgoglio della propria professione... dimmi, tu!... Adesso mi diventa ipersensibile. Ma cosa pensi? Nella vita, di star recitando la Traviata? L’angelo calpestato?

LUCA VECCHIO  - Io, sempre zitto: scena muta. Lei s’era messa a piangere. Io, sardonico, in attesa.

DOLORES              - Fino a questo punto non eri mai arrivato... Io mi ribello, ecco. Cosa credi, che non abbia anch’io la mia dignità, che non meriti un briciolo di rispetto?

SERGIO                  - Tu ti ribelli? Io trasecolo. Va bene trasecolo? Dico a te, pensatore, che conosci tutte le parole del dizionario e, al momento che ti servirebbero, dai forfait. Niente in contrario se trasecolo? Sono in regola? Sentimi tu, adesso. Se smetti il piagnisteo, facciamo un ragionamentino alla tua portata e, scommessa che ti convinci. Orecchie aperte: ti si intasa il rubinetto del lavandino. Cosa fai? A chi ricorri? Chi chiami?... Fa’ mente locale un momento... L’esperto, il competente, no?... E chi è il competente in rubinetti?

DOLORES              - Credi essere divertente con questo spirito da caserma?

LUCA VECCHIO  - Sa il cielo se, in quei momenti, avessi voglia di preoccuparmi di altri fuor di me stesso, ma tanta mancanza di carità, tanto accanimento contro un misero essere indifeso, avevano, francamente, qualcosa di abietto. Eppure, percepivo lucidissimamente che i colpi, che si abbattevano su quella disgraziata, erano diretti contro un altro bersaglio. E non era difficile indovinare che quel bersaglio ero io.

SERGIO                  - Ce la fai a rispondere spontaneamente, o è necessario aiutarti con un cazzotto?... L’esperto in rubinetti?

DOLORES              - Ma sì, l’idraulico, l’idraulico... sei odioso.

SERGIO                  - Brava: l’idraulico! E l’idraulico, si rifiuta, forse, di aggiustarti il rubinetto in nome della dignità, del rispetto, di coglionate così? Non si rifiuta, te lo garantisco. Si declasserebbe. L’idraulico è fiero del suo mestiere. Ora, sta attenta, perché viene il momento di adoperare il cervello, e la tua specialità risiede in un altro organo. Lui c’è già arrivato, guardalo là. E un gigante del cervello, e un nano della carne, lui - la povera carne schifosa e putrida -, mica una miserevole proletaria del materasso come te. Ti do una mano. Qui c’è bisogno di procedere al collaudo di un rubinetto d’altro tipo, più delicato di quello che butta acqua, del quale, vedi combinazione, questa volta l’operaio specializzato sei tu, ma sì... Sbircialo, sbircialo... Come mi regolo? A chi ricorro? Mando a chiamare l’idraulico, quando ho la puttana a portata di mano? Da che, allora, tutte ‘ste sorprese, ‘ste fotte, ‘sti no, ‘sti ma? Dico bene?

DOLORES              - E ciò che ne pensa lui, non conta? Ha perfin perso la voce.

SERGIO                  - Mi ringrazierà quando l’avrà recuperata. C’è tempo. Ho deciso io. Ha diritto, anche lui, alla sua razione di femmina e, volente o nolente, deve consumarla. Cos’è, più bello degli altri, lui?

DOLORES              - E, magari, non c’è mai stato con una donna.

SERGIO                  - Notare la finezza. Con lei, la femmina viene promossa subito donna. Se non c’è mai stato, meglio. Assisteremo a un battesimo. Io ho perduto la memoria di ciò che si prova la prima volta. Lo proverà lui, in vece mia, per procura. Tutto quel che ricordo è che fu in riva al Ticino, immersi in un nebbione da non vederci in faccia, con una stronzetta di tredici anni. Io ne avrò avuti quattordici. Era talmente emozionata da non saper più se doverlo prendere davanti o didietro e non faceva che invocare sua mamma e farsi segni di croce. Una confusione della Madonna.

DOLORES              - Lascia stare la Madonna. Vuoi farmi piangere di nuovo?

SERGIO                  - Finì che la buttai nel fiume. La stronzetta, non la Madonna. Figurati se la Madonna si sarebbe lasciata fare da uno come me. Ma era capace di nuotare. Credo che fosse l’unica cosa che sapesse fare. E adesso che mi si ripresenta l’occasione di rimediare, sia pure per interposta persona, alla dimenticanza, pretenderesti di farmici rinunciare? Me lo deve pure descrivere, me lo deve, ciò che si prova.

DOLORES              - Torna in te, piuttosto. Dà un’occhiata alla sua faccia. Cosa t’ha fatto?... E, poi, dimmi se, in queste condizioni... Non è bello quel che fai.

LUCA VECCHIO  - Certo che non era bello. Lo faceva apposta. E più spregevole e ripugnante, più ci si sarebbe accanito. Opporvisi non voleva dire che esasperare la situazione. S’era messa male. Assai peggio di quanto lei non credesse.

SERGIO                  - È facile far le cose facili. Mi sta antipatico, ecco tutto quel che m’ha fatto. Lui, tanto abile a discorrere, stiamo a vedere come se la cava quando deve agire: il campione!

DOLORES              - Nemmeno ti fosse venuto il capriccio di fargli passare un esame!

SERGIO                  - Complimenti. A lasciarti sola col tuo cervello, ti si sta sviluppando un comprendonio da non riuscir a tenerti dietro. Rallenta, figlia mia. Diversamente, vai a rischio di scaricare le pile... Vogliamo passare ai fatti?

DOLORES              - Me ne hai combinate tante, Sergio, ma mai una come questa.

SERGIO                  - E quelle che mi restano da combinarti!

DOLORES              - Ebbene, serietà per serietà. Ridotto così, mettiti in testa che, a comando, non c’è uomo al mondo che potrebbe farcela, se capisci ancora qualche cosa.

SERGIO                  - Ha parlato la laureata in scienza del cazzo. Eppure, c’è chi trova che la paura può rappresentare uno straordinario afrodisiaco. Vorrà dire che, annusando te, come tu annusi me, farà conto di annusare la cocaina. Sentirai che puledro da monta. La finirai di spasimare per me, una buona volta. È uno dei suoi slip che sognerai di essere, d’ora in avanti.

DOLORES              - In ogni caso, sei convinto che ce la farei io?

SERGIO                  - Ehi là, è disponibile la parola sconcertato? Mi serve quella, adesso. Tu!? Anche tu, ora? Che c’entri tu?... Ordinario lavoro di tutti i giorni. Ti distendi, allarghi le cosce, gli sgrani nell’orecchio le oscenità da caserma, come le qualificheresti, che snoccioli, da vent’anni, sempre le stesse, nelle orecchie del primo arrivato, e si infoia subito, come tutti. Perché solo lui dovrebbe fare eccezione? Ma ti devo, io, insegnare il mestiere? Non lo sai, forse, che fottere è quella lurida cosa che peggio si fa, meglio risulta? Ti sei dimenticata, per caso, che vivere vuoi dire diventare di ora in ora, sempre più marci? Siamo bestie così, bestie così, hai capito?! Si gira l’interruttore e si accende la luce. Automatico. Deve eccitarsi, se è un uomo.

DOLORES              - E se non si eccita?

SERGIO                  - È un finocchio.

DOLORES              - Tu non conosci i finocchi. Sono capaci di imprese strabilianti.

SERGIO                  - Ma non lui.

DOLORES              - E quando avrai creduto di averlo stabilito?

SERGIO                  - Mi sarò tolto una curiosità.

DOLORES              - E sarai contento.

SERGIO                  - E sarò contento. Si vive di curiosità. La curiosità è la benzina dell’intelligenza. Ho bisogno di carburante. Chiediglielo. Lui lo sa: fa indigestione di curiosità. E, poi, vomita intelligenza.

DOLORES              - E me? E lui? Vermi, entità trascurabili?

SERGIO                  - Niente. Non contate. Mi interessa solo conoscere se quello là è un uomo come tutti, oppure no. Cos’è, chi è, mi interessa!! Non ne posso più di saperlo!

DOLORES              - Un po’ troppo, ti interessa. Di più!

SERGIO                  - È un’ossessione.

DOLORES              - E un’ossessione!

LUCA VECCHIO  - Una rabbia lacerante. Non esisteva dunque nulla che quel forsennato stimasse degno di sottrarre alla devastazione del suo derisorio disprezzo, e del suo scherno furioso? Ormai, era preda di un incontrollabile parossismo nevrotico. Si sarebbero potuti scorgere i punti esclamativi che si accumulavano dopo ogni sua parola. Senza una ragione apparente, il vaudeville sfociava nel dramma. L’aggressività, sopita per pochi giorni, era riemersa con violenza inaspettata. Solo che i supplizi intenzionalmente rivolti contro gli altri, si andavano rivelando un’inconsapevole flagellazione di se stesso. Una scena rovesciatasi: inverosimile, stonata, grottesca. Me ne scopersi affascinato. S’era persino appannata la consapevolezza della mia voluta estraneità. Inavvertitamente, cominciavo ad immergermici dentro, partecipe fino al collo. Per quanto paradossale, coll’aumentare del sicuro pericolo, si insinuava, in me, qualcosa come una morbida e allettante lusinga. Tre semplici parole di lei, lo fecero deflagrare addirittura.

DOLORES              - Poni che si rifiuti.

SERGIO                  - Gli sparo nelle palle!

DOLORES              - Sergio!?...

SERGIO                  - Gli sparo nelle palle! Castrato!

DOLORES              - Fai spavento. Non ti ho mai visto così.

SERGIO                  - Tra qualche minuto non potrai più dirlo. Non finisco in galera per una rapina che non sono stato capace di condurre a termine. Finisco in galera per aver bruciato le palle a quello lì. E, stavolta, senza fallire il colpo. Continua a sorridere, sai, continua a sorridere tu!...

LUCA VECCHIO  - Istrionismo? Sincerità? Mi investì da epilettico, mi agguantò per le spalle e si mise a scrollarmi come uno straccio. Strano, ad onta del pericolo, mano a mano che la furia lo accecava, andavo recuperando una calma sovrana, Ora, il curioso cominciavo ad essere io.

SERGIO                  - ...Tu, tu! Non dici niente, tu, persuaso che basti! Sei una bestia pure tu, cosa credi? una bestia pure tu! Come me, come lei, come tutti. E dovrai darne la prova pubblicamente. Adesso. Qua. Bestia con tanto di testimonianze e di certificato. Ammettilo! Parla! Se non parli, ti lascio secco!!

LUCA GIOVANE  - Cosa vuoi che dica? Che posso dire? La mano che non si può mordere la si accarezza. Ci provo... senza garantire...

SERGIO                  - Mi vorresti morto, eh?!

LUCA GIOVANE  - Sì.

SERGIO                  - Ahhh!... Finalmente, me l’hai sputato in faccia!... A te, baldracca. Lo affido alle tue mani... che sanno tutto. E al resto. Lavoralo come si deve. Questo ti serva di dimostrazione che non è né un fesso né un vigliacco. È soltanto un dritto: ecco perché non ha più aperto bocca... Lui si illudeva che io non me ne fossi accorto. Ma io lo indovino fin sotto la pelle in tutto quello che sente e che pensa. Fin dal primo momento, lo indovino. Dall’odore del suo corpo, entro nell’odore del suo cervello. Fatti onore!

LUCA VECCHIO  - Non indovinava solo che io facevo altrettanto ed ero arrivato, forse, più in là. Per esempio, avrei messo una mano sul fuoco che non s’era accorto che m’ero accorto della malcelata sofferenza effusasegli sul volto a causa della deliberazione di apparire tanto brutalmente volgare. Per aprire la cassaforte dell’animo di un tipo simile non andavano bene le chiavi comuni, occorrevano dei grimaldelli speciali. Sono passati quarant’anni da quell’allucinante episodio e io sto qui, ancora stasera, a domandarmi se fosse conscio di ciò che gli stava accadendo. Forse sì e forse no, e, forse, entrambe le possibilità contemporaneamente, coll’esperienza carceraria che aveva maturato. Ma lasciamolo proseguire a sbranarsi sbranando, altrimenti, capace di sbandare ancora chissà quanto e chissà per dove, fertile di imprevisti com era, ciarlatano o no. Comunque, ciarlatano sempre meno.

SERGIO                  - Un fulmine. Ha inteso al volo, lui, già alle prime parole, che si trattava di una resa di conti da non potersene sfilare, mettendomi sotto colle discussioni, come nei giorni passati. E, visto che non gli restano altre vie di evadere, si lascia schiantare la spina dorsale della propria presunzione, accettando di essere mandato a puttane da me. Io qui, in trono, a controllare, e lui a pompare, sopra dite, a far l’esame. L’esame più difficile della sua vita. Quello che non si fa all’Università davanti ai professori. L’esame della bestia si fa davanti a me, il professore in materia sono solo io. I voti deve guadagnarseli da me che conosco tutto, e senza barare. E sarò severo, molto severo. Oh, mica un rifiuto della società, lui! Un uomo superiore: il Padreterno, cosa credi? Fuori le bandiere! Lui si scandalizzerebbe a dover ammettere che quel poco che aiuta ancora questa miserabile e disperata umanità a tirar avanti, in qualche modo, come può, gratta gratta, è, sempre, alla compassione del vecchio Satana e alle sue buone mele di contrabbando che lo dobbiamo, il resto son chiacchiere di lusso. E giudica, capisci? Non se ne fa accorgere, ma giudica anche in questo momento. Giudica sempre e non assolve mai. Come tutti loro. È formidabile. Produce giudizi come la Ford automobili, ha la catena di montaggio; giorno e notte, non fa che giudicare, senza mai staccare un momento tanti ne vomita fuori e tanti ne accumula dentro: ha le scorte. Mari e montagne di giudizi. Se li passano, se li imprestano, se li scambiano. Per tutti gli usi e di ogni prezzo, dal giudizio utilitario al giudizio di lusso, dal nuovo all’usato: Standa, Rinascente, Christian Dior, mercatino rionale!... Non smette mai, non è mai stracco. Sono gente di ferro... Giudica quando pensa, giudica quando scrive, giudica quando parla, giudica quando tace, giudica quando dorme, giudica quando è sveglio; a colazione, a pranzo, a cena; giudica quando cammina, giudica quando è fermo, giudica in piedi, giudica seduto: giudica quando giudica...

LUCA VECCHIO  - In effetti, sono le occasioni in cui, generalmente, giudico me stesso.

SERGIO                  - Ho idea che giudichi anche quando fa i suoi bisogni: quanta ne ha cagata! E, la maggior parte, li tiene tutti, gelosamente, segreti, dentro, in cassaforte, per serbarseli al momento buono. Non spende che la moneta, ma è la Banca d’Italia dei giudizi, e li fa fruttare fruttare... Hanno capitali sterminati... E, adesso, noi lo facciamo giudicare anche quando chiava. E io darò il voto. In ginocchio, cristiani: il Padreterno fotte!

DOLORES              - Vieni. Non vedi che delira? È pericoloso con quella rivoltella puntata.

LUCA VECCHIO  - Mi prese per mano, un contatto lieve, senza peso, protettiva, con una tristezza rassegnata; e mi guidò dietro alle macerie di un muro semicrollato; del quale, con un balzo, egli fu, immediatamente, a cavalcioni; e noi a tiro, peggio assai che della sua rivoltella, del pugnale dei suoi occhi incrudeliti e della sua bocca imbeffardita da un ghigno efferato. Di umiliazione si può anche perire.

SERGIO                  - Chi ha lo stomaco delicato, chiuda gli occhi e si tappi le orecchie: comincia la rappresentazione. Unica. Non ci saranno né repliche, né bis. Pardon, comincia l’esame... Giù i pantaloni... di più... hai diritto di far il tuo esame con comodità, quel che è giusto è giusto... Te, è sufficiente alzare la sottana... il resto può rimaner coperto, tanto non serve... Meno, meno... Come vedi è un esame facilitato, ridotto all’osso... Le parolette, le parolette nell’orecchio... Eh sennò...! E via quelle facce da moribondi all’ultimo stadio. Sorridere, rovesciare gli occhi, grugnire. Non siete al seguito di un funerale, state celebrando la goduria santificata, dalla quale siamo venuti fuori tutti, da Gesù Cristo a Jack lo Squartatore, e, modestamente, anche me. Tutti da quel buco li si deve passare, teniamocelo buono... Mi voglio rovinare. Ti agevolo la cerimonia con un sottofondo musicale. Sarai più a tuo agio... Sentiamo cosa passa il convento.

LUCA VECCHIO  - E accese la radiolina che gli aveva portato lei, incocciando nelle romantiche melodie del “Bel Danubio Blu”... O che si fosse trattato delle “Storielle del Bosco Viennese”. Curioso... ho negli occhi e nelle orecchie tutto, come avvenuto cinque minuti fa, e questo particolare no... Bé, ha poca importanza, sempre Strauss era. Di quello sono certo.

SERGIO                  - Quel che ci vuole. Puoi chiamarti fortunato. Se non serve a disinibirti questo, sei proprio andato. E, poi, lamentati!... Procura, possibilmente, di andare a tempo, ti dovrebbe aiutare... Il leone cavalca la pecora! Si fa per dire... A tempo, a tempo. Non avete proprio orecchio musicale... Ecco, così... bene, bene... Così... In tre quarti...

LUCA VECCHIO  - Era atroce

SERGIO                  - Bé?... Allora, si marcia?... Non mi far fare troppo brutta figura?

DOLORES              - Sta buono, che qualcosa promette...

SERGIO                  - Badiamo a non tirar le cose per le lunghe. Tutti gli sport hanno i loro tempi stabiliti... Li ha perfino la messa. Non deve far eccezione proprio questo.

DOLORES              - Sarà facile far le cose facili, come dici tu, però l’esperienza insegna anche che è difficile far le cose difficili. E, poi, ricordati: la messa non è uno sport.

LUCA VECCHIO  - Mancava solo sentirla dire “lasciami lavorare” e sarebbe stata la fine. Fu ciò che maggiormente temetti in quell’allucinante quarto d’ora. Quando interviene la professionista, diventa, pure, sentenziosa...

SERGIO                  - Ebbene, si intravede una speranza?... Mi rappresenta decentemente?

DOLORES              - Niente male, se ti preme saperlo. Ti stai costruendo la tua delusione, Sergio.

LUCA VECCHIO  - Possibile che, in quell’esecrabile miseria che lo coinvolgeva tanto trivialmente, non avvertisse che perfino lei, così rassegnata a un vecchio giogo degradante - e, in un certo senso, più sottilmente di lui - s’era fatta provocante, una provocazione che stava già per slittare ai confini del sarcasmo?

SERGIO                  - Intendi dire che partecipa? Incredibile. Non può essere vero.

DOLORES              - S’ingegna. Non sarà entusiasmante come esperienza, ma non è nemmeno disastroso come buona volontà. Ce la - anzi, ce lo - mette tutto... tutto.

SERGIO                  - Diligente, diciamo?...

DOLORES              - Qualche cosina di più.

SERGIO                  - Non sarà, per caso, che starai passando dalla parte dell’avversario?

DOLORES              - E non distrarlo!...

SERGIO                  - Attenzione a te: imparzialità. Nessun imbroglio, pena la squalifica. Rivendico il diritto alla più minuziosa verifica. Ricordalo.

DOLORES              - Beniniteso. Ti ci bagnerai le dita, va bene?

SERGIO                  - Accelerare, accelerare, non far flanella... Gli concedo ancora più un paio di minuti. Se, finito il valzer, non avrà tagilato il nastro d’arrivo, proclamo la sua bocciatura.

DOLORES              - Coraggio...

SERGIO                  - Cosa gli stai mormorando sottovoce?... Niente trucchi... Eh, no, mammina; io gli ho ceduto il mio posto, e va bene; ma tu non me lo devi considerare come il tuo bambino. Nessun trattamento preferenziale!

LUCA VECCHIO  - Ma era consapevole del significato di ciò che stava dicendo? Evidentemente, no.

DOLORES              - Stimo che non sia necessario. Ti sta fregando, Sergio. Se la pratica non mi tradisce, termina prima lui del valzer.

LUCA VECCHIO  - La si prenda come si vuole, qui accadde l’inverosimile.

SERGIO                  - Basta, basta!! Interrompere! Esame sospeso. Basta! Siete sordi?

LUCA VECCHIO  - Una belva inferocita. Non aveva perduto un attimo. Un salto e giù dal muro. M’aveva afferrato per la vita e m’aveva strappato da lei, con violenza gelosa, ho detto gelosa? Lapsus. Doveva essere detto: inaudita.

SERGIO                  - Riassettatevi. Hai ragione tu. Non era che un idiota scherzo da caserma. Vi domando scusa.

DOLORES              - Questa è nuova.

LUCA GIOVANE  - Peccato.

SERGIO                  - Perché peccato?

LUCA GIOVANE  - Peccato.

SERGIO                  - T’avevo preavvisato che, con quella lì di mezzo a pretendere un ruolo di protagonista, sarebbe venuta fuori una scena sgangherata. Ha voluto essere un personaggio, quando avrebbe dovuto accontentarsi di essere soltanto un buco.

LUCA VECCHIO  - Nella sua abituale dimensione sardonica, stavolta si muoveva imbarazzato, goffo, pesante. Cercava di giustificarsi. Avrebbe potuto, al limite, far compassione. Fu un pensiero che fuggevolmente mi sfiorò. E non fu sgradevole.

LUCA GIOVANE  - Forse non sarebbe stata sgangherata se la si fosse lasciata giungere alla sua naturale conclusione. Il valzer sta terminando solo adesso, e ogni gara ha il suo fascino, a patto che non si bari.

DOLORES              - E lui giocava lealmente. Parola.

SERGIO                  - Un bel gioco dura poco.

DOLORES              - D’accordo: questo era già durato abbastanza.

LUCA GIOVANE  - Era, davvero, un gioco?

SERGIO                  - Hai dei dubbi?

LUCA GIOVANE  - M’era parso... Mi sarò illuso.

SERGIO                  - Perché illuso?

LUCA GIOVANE  - Volevo dire sbagliato: mi sarò sbagliato... Proprio peccato...

DOLORES              - Non lamentarti. Poteva finire assai peggio.

LUCA GIOVANE  - Non lo so. M’è venuta una mia mezza idea...

DOLORES              - Lascia correre.

LUCA VECCHIO  - E tornò, furtivamente, a stringermi la mano. Ora, con molto più calore della prima volta. Avevo ritrovato la voce. E, con la voce, la mordacità, pungolato dalla soddisfazione di non essere uscito battuto, e da più di una ragione di sentirmi soddisfatto, addirittura euforico.

LUCA GIOVANE  - Mi dispiace che ti sei perso il meglio. Stava per accadere. Bastava ancora un minuto di pazienza. Te l’ha confermato una che se ne intende.

SERGIO                  - Sai, io diffido sempre di coloro che si danno delle arie da intenditori.

LUCA GIOVANE  - Non mi sarebbe dispiaciuto poterti regalare la soddisfazione di fartelo constatare materialmente. Dopotutto, stavo lì come tuo rappresentante. Ci avrei tenuto a farti far bella figura: o “farti toccar con mano”.

SERGIO                  - Non ne ho dubitato nemmeno un momento. Stop. Chiuso!

DOLORES              - Io vado. Mi rifarò viva a giorni. Ma non saresti più al sicuro varcando il confine secondo il vecchio piano? L’hai a un tiro di schioppo. Potresti circolare in lungo e in largo dove vorresti. Ripensaci, Sergio. Dà retta anche a me una volta. E pazzesco rimaner intanato qui.

SERGIO                  - Meno che meno che mai, ora. C’è sempre tempo. E poi son fatalista, lo sai. Va’. Ciao.

DOLORES              - Come vuoi tu. Niente da fare. Lo sapevo. Hai la testa fatta così... Ciao.

LUCA VECCHIO  - E andò. Ma si sarebbe rivista. Superare quel silenzio tra noi due, soli, ora, il più difficile di tutta la vicenda. Il ricordo lo può contrarre nel lampo di un secondo, ma la realtà lo appesantì nel turbamento di ore torride, scandite da concise ed allarmate frasi, sempre più faticate ed insidiose, cariche di oscuri sensi, né spontanei, né naturali.

SERGIO                  - Non hai discorso molto, oggi.

LUCA GIOVANE  - T’eri proposto di mettermi in ginocchio e t’ho accontentato. L’hai avuta vinta.

SERGIO                  - Pensi che, stanotte, si deciderà a piovere?

LUCA GIOVANE  - No.

SERGIO                  - E quest’arsura che non cede, e fa svaccare...

LUCA GIOVANE  - Per qualche verso, c’entrerà anche quella.

SERGIO                  - A cosa?

LUCA GIOVANE  - Dicevo così...

SERGIO                  - È stata una giornata emozionante... colma di imprevisti.

LUCA GIOVANE  - Era inevitabile, prima o dopo.

SERGIO                  - Lo penso anchio... I nervi, qualche volta, fanno scherzi strani.

LUCA GIOVANE  - Saresti un ottimo attore, soprattutto recitando le parti di chi recita.

SERGIO                  - E tu un pessimo giudice, soprattutto erigendoti a Pubblico Ministero contro la vita... Perché quel sorriso?

LUCA GIOVANE  - Non lo so... M’è rimasto addosso. Mi accade, qualche volta.

SERGIO                  - La vita è seminata di trabocchetti e ci vuoi niente a precipitarvi.

LUCA GIOVANE  - Occorre procedere con cautela e gli occhi bene aperti.

SERGIO                  - Non sempre è sufficiente. O se ne è capaci.

LUCA GIOVANE  - Già... Non sempre, o non se ne è capaci.

SERGIO                  - Hai avuto i pidocchi, tu, da bambino?

LUCA GIOVANE  - Io no.

SERGIO                  - Io sì... Vedi, tutta la differenza tra me e te, dipende da questo.

LUCA GIOVANE  - Questo che?

SERGIO                  - Dicevo così... 27 agosto 1951, giovedì

LUCA VECCHIO  - Ah, se tutte le nostre azioni fossero sempre mosse soltanto dai fini dai quali esse si ritengono mosse! In quanti labirinti eviteremmo di cacciarci! Alcuno ha mai sospettato, ad esempio, quale scaltra mezzana può essere, a nostra insaputa, la vendetta?

LUCA GIOVANE  - Mi son rimasti in testa i tuoi pidocchi.

SERGIO                  - Se i pidocchi non rimangono in testa dove dovrebbero rimanere?

LUCA GIOVANE  - Capaci di trivellarti il cranio e penetrarti nel cervello.

SERGIO                  - E lì, penso che diano più fastidio ancora.

LUCA GIOVANE  - Puoi ben dirlo. Decisamente, io sono uno al quale i pidocchi non si addicono.

SERGIO                  - È chiaro che non hai nessuna familiarità con loro. È una grossa lacuna. Dio non voglia che ti facciano anche schifo.

LUCA GIOVANE  - Bé, più o meno.

SERGIO                  - L’avrei giurato. A me, no. Io ho coabitato anni coi pidocchi. Eravamo amici per la pelle, è il caso di dirlo, io e loro. E sai perché?

LUCA GIOVANE  - Raccontamelo, visto che ci tieni.

SERGIO                  - Scommetto la pelle che non riusciresti mai a figurartelo. Dai due ai dieci anni, o giù di lì, per la mia famiglia, essi hanno rappresentato una piccola rendita, un aiuto per tirar avanti. Sai, eravamo molto poveri. Capita... Ci si arrabattava. La mia testa era stata adibita... Aspetta... Accidenti!... Che nome date voi, gente istruita?... In malora!... Ci sono: a terreno di cultura del pidocchio. Fa’ conto un vero e proprio allevamento, favorito dal fatto di avere una foresta di capelli. E ricci, che è una cuccagna per il pidocchio... Guai grattarmi. E peccato mortale schiacciarne qualcuno tra unghia e unghia dei pollici. Facevano quel piccolo scricchiolio: crac... Tu non puoi sapere... Mi sarebbe così piaciuto. Misericordia, erano sganassoni da sentirsi in giostra: danneggiamento dell’azienda... Li vendevamo... sì. Ossia, li vendeva quella troia di mia mamma, pora balorda, che aveva avuto l’idea; e quell’ubriacone di mio padre, ma lui si arrabbiava se non lo chiamavamo etilista. Faceva più fine, vuoi mettere? Lo scopo, per lui, più che altro, era per non farsi mancare il carburante. Già, trasformava i pidocchi in alcool, andava a grappa. Pensa tu lo spirito di iniziativa. Unico in tutta la Lombardia, ho idea. Quanto odio ho sprecato contro di lui. Gli sono cresciuto astemio contro. Bisogna uccidere i padri. Ogni predilezione andava a quello sfascio di mia madre... Tu mi domanderai che mercato può avere il pidocchio. Lo aveva. E, forse, lo ha tuttora, si sa mai... Niente di meno impossibile che, nell’inferno dove son cresciuto, l’azienda vivacchi ancora, sotto un’altra ditta. Senza pubblicità sui giornali, senza vetrine, senza scritte sulla porta.... e senza tasse. Venivano anche dalla parte opposta della città, cosa credi? Ma il nostro mercato più fiorente era la campagna. Mi ricordo di una famiglia che arrivò perfino da Mantova. M’è rimasto in mente perché fu la volta che mia madre si sentì in dovere di offrirle un caffè... Per forza, avevamo l’esclusiva... unici nel territorio, su noi dovevano cascare.

LUCA GIOVANE  - Ma cos’erano, collezionisti di pidocchi?

SERGIO                  - Un momento che ti spiego. Quando c’era un bambino che pisciava in letto, dormendo; oppure aveva i vermi. Hai presente?... Quei filettini bianchi impazziti, affacciati al buco del culo, che fanno un prurito della Madonna... Erano le due indicazioni per la cura del pidocchio... Pare che si trattasse di un rimedio dell’antica medicina cinese, di più non saprei dirti... Bé, in quei casi, prima o dopo, veniva il giorno che qualcuno consigliava: “Qui non vi resta che provare dal Sergio”, come dire: “perso per perso, ricoveratelo al Policlinico”... Venivano, entravano... trovarci era un problema, in quel labirinto di baracche... ma, quando c’è di mezzo la salute... insomma, ci trovavano. Mia madre, o mio padre, più spesso mio padre... lui, dalla mattina alla sera, salvo bere, non ha mai fatto niente in vita sua nell’attesa di crepare, pieno come una damigiana piena, in mezzo alla strada. Mia mamma, dopo le cinque, era raro che fosse a casa, se così vuoi chiamarla. Sole o neve, stava già a battere lungo la massicciata della ferrovia; ho ancora presente il posto perché, d’inverno, mica sempre, ma ogni tanto, mio padre mi mandava a portarle qualche vecchio copertone da darci fuoco per scaldarsi. Era l’unica collaborazione che prestava come capofamiglia... per il resto, tutto il ménage pesava sulle cosce di mia madre. Pora Crista, anche lei, eran più le notti che staccava tornando a mani vuote... Sformata, con quel pancione e quasi calva, la sua cuccagna era durata poco... ormai era una battona di serie ci, di, e, effe... stava precipitando in fondo all’alfabeto. Ora è immobile, sprofondata in un letto, alla Baggina, e dice di sentirsi una regina... Dov’ero rimasto?

LUCA GIOVANE  - Ai clienti che arrivavano per l’acquisto del pidocchio, pardon: della medicina.

SERGIO                  - Dunque, quello dei miei genitori presente, apriva un cassetto della credenza, prendeva su una cialda come se fosse un’ostia consacrata... Ce le facevamo prescrivere dalla mutua. Un enigma per il farmacista doveva essere cosa ne facessimo di tante cialde. Mi sa che sospettasse che le consumassimo come companatico... Bé, lui, o lei, bagnava la cialda in un bicchier d’acqua e se la stendeva sulla palma della mano sinistra... cosi, hai presente?... Poi dava una voce a me che stavo di fuori a giocare, o, più spesso, a far a botte.. Io mi precipitavo, abbassavo la testa e lui, col pollice e l’indice della mano libera, cercava il toccasana, frugandomi nei capelli... pizzicava un pidocchio... lo trovava subito, l’offerta superava sempre la domanda... lo collocava al centro della cialda... Vivo, vivo, sennò... Morto, avrebbe perso tutta l’efficacia... I margini della cialda venivano ripiegati, come si fa, e, ridotta una pallottolina molle e tremolante, accompagnata da un sorso d’acqua, veniva cacciata in bocca al moccioso... Pagavano e via, ringraziando... Non ho mai capito certi sguardi, mezzi di riconoscenza, mezzi di compassione, come uno che avesse ceduto un organo vitale per un trapianto, restando minorato fin che campa. Per me, era solo un pidocchio di meno. Il bello è che pare che la cura facesse effetto. Misteri farmaceutici. Conservavamo delle lettere, degli attestati, consultabili a richiesta: “Certifico che...” Credo che mia mamma li considerasse press’a poco degli ex-voto... Poi, la medicina prese altre strade... Intanto io crescevo, cominciavo ad essere un ometto... la rabbia che mi faceva ‘sta parola... e potei lavarmi la testa ogni tanto, pettinarmi tutte le mattine e non soltanto alla domenica, imparare ad infilare le mani sotto alle sottane delle figlie di Maria e iniziare la raccolta delle radio sfilate dalle auto in sosta. Ecco la storia dei pidocchi.

LUCA VECCHIO  - Facendo violenza al mio sentimento, ho ancora il rimorso di averla deliberatamente liquidata con una parola.

LUCA GIOVANE  - Divertente.

SERGIO                  - Già, divertente.

LUCA GIOVANE  - E dire che era una curiosità che m’ha molestato tutta la notte, dopo il tuo accenno di ieri.

SERGIO                  - Pensa un po’, quanto poco è sufficiente a turbare una coscienza intemerata.

LUCA GIOVANE  - Non è colpa mia se ho la coscienza pulita.

SERGIO                  - Mia, viceversa, se ce l’ho sporca. Io sono quello che ho voluto essere. Nè più, né meno, e fino in fondo. Ero pieno di voglie e di risentimenti. E son riuscito a cavarmi tutte le prime e a saldare quasi tutti i secondi.

LUCA GIOVANE  - Peccato quel quasi. Fortuna che ti restano ancora anni e anni per eliminarlo. Vedremo. Io vivo come se ogni giorno potesse essere indifferentemente l’ultimo o il primo della mia vita. Quanto alla coscienza sporca, sai, esistono vari modi di darsi delle arie. Quello di atteggiarsi a peggiori di ciò che si è, non è da meno di quello di atteggiarsi a migliori.

SERGIO                  - Comprendo. Tu vuoi dire mendicare le attenuanti della miseria, dell’ambiente, delle colpe della società, dell’infanzia infelice e sotto con la processione delle solite smerdate, indossando l’atteggiamento a rovescio della vanteria spavalda. Non mi conosci. Vittimismo, io, zero. Diversamente da te che ci sguazzi dentro. I miei pidocchi, io me li ricordo con nostalgia; più di quanto tu, immagino, non sia capace di ricordarti i tuoi cavalli a dondolo e i tuoi alberi di Natale. Spiacente per te, ma, una volta tanto, la tua ironia da piccolo serpente velenoso è innocua.

LUCA GIOVANE  - Mai sospettato che i serpenti possedessero dell’ironia.

SERGIO                  - Fa’ conto che la possiedano.

LUCA GIOVANE  - Che vuoi farci? L’ironia è il solo mezzo di difesa disponibile per i vigliacchi un po’ intelligenti.

SERGIO                  - Colto in contraddizione. Tu stai facendo lo stesso gioco del quale accusi me. Non disponendo di pidocchi da sfruttare, per darti delle arie abusi della vigliaccheria mettendola dappertutto, come il prezzemolo. Magari, poi, si viene a scoprire che hai la stoffa dell’eroe. Che figura ci fai?

LUCA GIOVANE  - Si vede che hai ragione tu. Qualcosa in comune, tra noi due, nonostante tutto, può darsi che, sepolto non si sa dove, esista. Ci si deve rassegnare. Io esalto la mia vigliaccheria tanto quanto tu gonfi la tua brutalità. Chissà mai, possono essere due modi eguali e contrari di difendersi. Qualcuno ha pur detto che il fine giustifica i mezzi. Tu vuoi essere sempre intelligente un dito sopra gli altri come l’olio. Lo so. È il mio difetto: il mio vizio. Ti persuade meglio?

SERGIO                  - Figurati. A me i vizi mi fanno simpatia. Mi spieghi, piuttosto, un mistero già un po’ meno comprensibile?

LUCA GIOVANE  - Per quel che ne posso essere in grado, a tua disposizione. Ma non aspettarti troppo. D’accordo con te, a coltivare una stima eccessiva della mia intelligenza, in fondo non sono che io.

SERGIO                  - Mi sapresti dire perché due che si odiano come noi due ci si odia...

LUCA GIOVANE  - Su questo, credo, non ci dovrebbero essere dubbi.

SERGIO                  - ...per quanto nulla trascurino, non riescono a farsi, veramente, del male?

LUCA GIOVANE  - Domanda molto acuta. E che, per giunta, contro ogni logica, in fondo si trovino bene insieme, non vogliamo avere il coraggio di aggiungercelo? Ma, poi, è proprio indiscutibile che intendano farsi del male?

SERGIO                  - Io te ne ho fatto.

LUCA GIOVANE  - Credi?

SERGIO                  - Scusa, mi pareva... Ma se, per te, due più due non fanno più quattro, affari tuoi. C’è anche chi va in estasi, assicurano, a farsi prendere a pedate in faccia.

LUCA GIOVANE  - Mah, ci sarebbe da discutere a lungo, e tu dici di detestare le discussioni... Tutto dipende dalle intenzioni colle, e per le quali, si crede o non si crede di far del male. O che ci sia fatto del male.

SERGIO                  - Piuttosto complicatino. E non disponiamo nemmeno di un cachet da dividere in due contro il dolor di testa. Perché, dopo discorsi del genere, se c’è una cosa garantita è il dolor di testa.

LUCA GIOVANE  - Non è impossibile. E una battuta che usi spesso. Purtroppo, te ne sei accorto, le complicazioni mi attirano come la calamita il ferro. O prendere o lasciare.

SERGIO                  - Pane al pane e merda alla merda: cosa dovrebbero farsi, due che si odiano.

LUCA GIOVANE  - E un interrogativo che s’è presentato anche a me. Ci riflettevo stanotte, osservandoti dormire, al chiaro di luna.

SERGIO                  - Vedi!?... Ero scoperto?

LUCA GIOVANE  - Eri scoperto...? Sai che non mi ricordo?

LUCA VECCHIO  - Lo era, e in tutta la superba prepotenza giovanile della sua turgida maschietà. Ma morire piuttosto che confessarglielo. Effettivamente - e prova ne era quell’assurda conversazione quasi come al caffè davanti a un aperitivo - si può dire fin dal secondo giorno, l’inquietante impressione, e lui stesso aveva dovuto oscuramente condividerla, era stata che, sotto la schermaglia del discorso esplicito che ci manteneva l’uno contro l’altro, corresse un altro discorso sotterraneo, ancora non decifrabile, intessuto di ambigue morbidità, che non ne teneva affatto conto, anche nei momenti di più esplicito rancore.

LUCA GIOVANE  - Odio l’hai chiamato. Andiamoci piano. Se uno prende alla lettera una parola, rimane impiccato a quella e buonanotte. Tanto vale chiudersi in carcere da sé, e poi buttar la chiave dalla finestra.

SERGIO                  - Per me, il bianco è bianco e il nero è nero.

LUCA GIOVANE  - Io non ne sarei tanto sicuro. Sai, le parole sono quello che sono. Astrazioni... Generalizzano... e, di conseguenza, astratte, approssimative. Estremizzano sempre... specie certune, esistenti in virtù del loro contrario...

SERGIO                  - Fammi capire.

LUCA GIOVANE  - Che so...? Il bianco non sarebbe più il bianco, senza l’esistenza del nero... e viceversa, s’intende. Mi spiego?

SERGIO                  - No.

LUCA VECCHIO  - Cauto, alla lontana fin che si vuole, stavo avviando un gioco estremamente insidioso.

SERGIO                  - ...E allora? Va’ avanti.

LUCA GIOVANE  - Allora... Occorre stare in guardia colle parole... Sfumare, sfumare... Per dirti: ipotesi: consentendo di sostituire al concetto puro di odio, quello già più cangiante di rancore... e, magari, stingendo ulteriormente, retrocedere fino a risentimento... forse, chissà, ammorbidito così, si attenua... si addolcisce un po’, avvicinandosi meglio alla realtà. Vedi tu... Odio! Obbliga al punto esclamativo, quando non ne chiama due. E il punto esclamativo è un po’ come un pugnale... Credi, è sempre saggio lasciare un po’ di spazio all’eventuale, al possibile... al probabile... slittare dei sentimenti... La scala dei sinonimi esiste pure per qualcosa...

LUCA VECCHIO  - Carogna sapevo di esserlo. Ma, solo ora, capisco che, l’albeggiare di un’ancora indistinta possibilità di vendetta, me ne esaltava le capacità fino al sublime.

LUCA GIOVANE  - ...Ma, poi, abbi pazienza, semmai, dovrei essere io a odiar te, non tu me. Almeno, la logica così prescriverebbe, dico male?

SERGIO                  - E invece?

LUCA GIOVANE  - Mah!... Non so risponderti che mah...

SERGIO                  - In altre parole, io sarei un abusivo dell’odio.

LUCA GIOVANE  - Eh... un pochino sì, temo che un pochino sì...

SERGIO                  - Tu possiedi la facoltà di far prudere le mani. Non te l’ha mai detto nessuno?

LUCA GIOVANE  - No, ma me ne rendo conto. D’altra parte, quando uno dispone di due belle mani come le tue, non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare a lasciarsele prudere.

SERGIO                  - Pure le belle mani hai notato. Con te bisogna far attenzione a come si piscia. Persiste il vizio del giudicare.

LUCA GIOVANE  - Del notare, esclusivamente del notare. Non hai la più lontana idea di quante cose abbia imparato a notare, durante questi pochi giorni. M’è venuta la libidine del notare. Sono il primo io a stupirmene.

SERGIO                  - Continua così e ti si apre la carriera di investigatore nei libri gialli.

LUCA GIOVANE  - Ho anche ripetutamente notato che te le contempli, compiaciuto, le tue mani. Hai, forse, il sospetto di non meritartele?

SERGIO                  - È vero, mi stanno simpatiche le mie mani. Esiste un articolo del codice che proibisce anche questo?

LUCA GIOVANE  - Per carità. Se non se lo meritano loro!... Valga il vero: io che, per le mani, ho un debole, te le invidio.

SERGIO                  - Mi lusinghi.

LUCA GIOVANE  - Pretendo troppo se chiedo, palma a palma, di lasciar giudicare il tatto se lo meritano?

SERGIO                  - Preferisci quella incontaminata, o fa lo stesso quella colla quale cominciai a consumare la mia innocenza d’adolescente?

LUCA GIOVANE  - Tocca sempre alla destra; ci si passa tutti.

SERGIO                  - Sono mancino.

LUCA GIOVANE  - Io no.

SERGIO                  - Figurarsi se, in qualche cosa, avresti infranto la normalità!... Destra o sinistra, dunque?

LUCA GIOVANE  - Sinistra.

SERGIO                  - Però!... A te.

LUCA GIOVANE  - Calda, asciutta, grande, viva. Un capolavoro. Cosa sa fare la Natura quando ci si mette d’impegno!

SERGIO                  - Oh, poco più che passabili... Sono mani brave, ecco tutto.

LUCA GIOVANE  - In senso di buone?

SERGIO                  - In senso di brave.

LUCA GIOVANE  - Sapranno far di tutto.

SERGIO                  - Modestamente. Lavoretti di alta specializzazione. Di ogni genere.

LUCA GIOVANE  - Mi figuro e fremo... Sapranno anche accarezzare, immagino.

SERGIO                  - Se è il caso.

LUCA GIOVANE  - Chi l’avrebbe pensato...!

LUCA VECCHIO  - Attenzione. Non mi stavo spingendo troppo oltre? Avvertivo, conoscendolo, che, da un momento all’altro, in uno dei suoi capovolgimenti d’umore, avrebbe potuto anche spararmi. Ma il rischio m’inebriava. Ero conscio di tenerlo sulla graticola. A quella costrizione di sottostare a una specie di finta corte, via via sempre più scoperta e irridente, palese calcolo di un’innocenza corrottissima intenzionalmente esibita, col suo orgoglio feroce, doveva sentirsi scorticare. Però, stranamente, non reggeva male il gioco. Qualcosa... qualcosa, lo allettava... Ah, se la trappola avesse funzionato!

SERGIO                  - Posso permettermi un’altra domanda?

LUCA GIOVANE  - Ma... non farti riguardo. Stavo rispondendo: ma con tutto il cuore figurati.

SERGIO                  - Sarebbe stato un po’ troppo, non ti pare?

LUCA GIOVANE  - Eggià, con l’idea che ti fai tu delle parole: bianco bianco e nero nero.

SERGIO                  - Niente, niente. Non farci caso. Piuttosto, di un po’: hai mai pensato alla fuga?

LUCA GIOVANE  - Ogni momento, dacché sono qui.

SERGIO                  - E perché non l’hai tentata?

LUCA GIOVANE  - Come faccio a rispondere? Dovrei chiamare in causa, una volta di più, la codardia, la paura... tutte quelle cose lì... e, secondo te, le ho già abbastanza sbandierate per confonderti le idee dandomi le arie del coniglio... Imbecille che sono. Non ho tenuto conto che si spara anche ai conigli.

SERGIO                  - Poveri innocenti.

LUCA GIOVANE  - E tu, a proposito? A quel che m’è parso di capire, qui non si è lontani dal confine. Perché non ti sei ancora deciso a varcarlo?

SERGIO                  - Potrei risponderti per ragioni contrarie alle tue. Non m’è mai piaciuto arrendermi.

LUCA GIOVANE  - Proprio per non doverti arrendere, direi, l’avresti dovuto varcare.

SERGIO                  - Non m’è mai piaciuto arrendermi, nemmeno alla cattiva sorte.

LUCA GIOVANE  - Va’ là che, quanto a complicazioni non è che scherzi nemmeno tu. Proprio?... Mai arreso?

SERGIO                  - Salvo quando non posso assolutamente farne a meno.

LUCA GIOVANE  - Strano, veramente strano. Risposta convincente solo fino a un certo punto.

SERGIO                  - Procura di non oltrepassarlo. Io fuggo soltanto in sogno, pensa un po’. E un sogno che mi ossessiona da non so quanti anni.

LUCA GIOVANE  - Senti, senti.

SERGIO                  - Un incubo più che un sogno. S’è ripresentato anche stanotte. Ed era da non so quanto che non tornava.

LUCA GIOVANE  - Sempre uguale, hai detto?

SERGIO                  - Qualche volta più, qualche volta meno confuso; fa’ conto un romanzo dai capitoli scompaginati; però, press’a poco, sempre uguale.

LUCA GIOVANE  - Ora mi spiego i tuoi gemiti di angoscia mentre dormivi: a fuggire ci si patisce.

SERGIO                  - Ho gridato mamma, per caso?

LUCA GIOVANE  - Gridato no, sussurrato. E stato quando ti stavo osservando.

SERGIO                  - O spiando?

LUCA GIOVANE  - Mezzo e mezzo.

LUCA VECCHIO  - Troncò lì il discorso di colpo, bloccato in lontananze impenetrabili. Addio, perso il contatto. Si sbottonò la camicia, abbattuto dalla canicola, seduto per terra, il dorso appoggiato al muro, collo sguardo aggrondato, nel corpo divenuto di piombo, un animale sfiancato da una corsa spossante. Qualcosa di pesantemente ottuso aveva escluso ogni altra espressione dal suo volto solitamente così mobile e imprevisto, spegnendo l’insolenza maliziosa e indiscreta, balenante nei suoi scuri occhi sfacciati. Il tempo s’era come dilatato, da tanto pesò quel silenzio carico di umori ambigui. Aveva, ancora una volta, svicolato, ritirando il piede dalla tagliola, seppur l’aveva avvertita. Una parola poterlo riagganciare.

LUCA GIOVANE  - Perché hai smesso di discorrere?

SERGIO                  - S’è già discorso abbastanza e questo caldo è snervante.

LUCA GIOVANE  - Hai mutato idea?

SERGIO                  - Quale?

LUCA GIOVANE  - Te ne sei già pentito?

SERGIO                  - È raro che mi penta di qualcosa. Pentito di che?

LUCA GIOVANE  - Di confessare il sogno che ti ossessiona.

SERGIO                  - E chi l’aveva ancora in mente?

LUCA GIOVANE  - Io.

SERGIO                  - Non mette conto. Un sacco di sciocchezze senza senso.

LUCA GIOVANE  - C’è chi giura che questi sacchi di sciocchezze non siano mai senza senso. Ci hanno, persino, scritto su dei libri.

SERGIO                  - L’ho sentito dire. I modi di buttar via il tempo sono tanti.

LUCA GIOVANE  - Non è che noi, qui, si abbia delle ragioni per risparmiarlo. Tanto vale...

SERGIO                  - Ma ci tieni proprio?

LUCA GIOVANE  - Ci tengo.

LUCA VECCHIO  - Si avviò con indifferente malavoglia, e, mano a mano che raccontava, cercando di conferire ordine logico a un irrazionale disordine, si andò caricando di inesplicabili emozioni, tradite dall’accelerazione drammatica di un discorrere convulso e sempre meno controllato.

SERGIO                  - Sto tra mare e cielo, dentro a una luce che ferisce gli occhi. Sopra di me, un azzurro cobalto, una seta tesa, percorso dalle continue scie biancastre, schizzate dal volo lento di tanti piccoli aeroplani da caccia; ma scopro subito che si tratta, viceversa, di uccelli giganteschi... Sotto, una sterminata distesa d’acqua tranquilla... e tiepida... Mi sorprende moltissimo, sempre dentro al sogno, si capisce, come possa fare, disponendo della sola vista, a conoscere che è tiepida... Dipenderà che sto sognando, penso nel sogno... E qui comincia un casino di visioni intorcigliate coi sentimenti e coi ragionamenti più strampalati; ma non distinti, uno via l’altro... Che ti devo dire? Fa’ conto una colla, una marmellata... Nel sogno, dò colpa di tutto al sogno, perché, sognando, ogni tanto, mi rendo conto di sognare, rendo l’idea?

LUCA GIOVANE  - Mi par di sì. Continua così, come viene, senza ragionarci su.

SERGIO                  - Aspetta, perché, ogni tanto, mi blocco, mi confondo... Ora, vorrei trovarmi... o essere?... o trasformarmi? Mah!... Immedesimarmi.. si dice così?... in uno di quei magnifici aeroplani e sparare, sparare giù, dove viene, a chi tocca tocca. Ma come è possibile, penso, sento, contemporaneamente, se sono uccelli? Nello stesso tempo, ho anche una gran voglia di fare un tuffo in quell’ acqua. Ma non è nemmeno una voglia; o, sì, è una voglia, un tirante, che si tramuta in un’immensa pace... una sicurezza, ecco... come se ci avessi nuotato già dentro, tanto tempo fa... Però, tutto indistinto, come in una nebbia... Ah, dimenticavo, io mi trovo completamente nudo, su una spiaggia con la sabbia che scotta, ma scotta, sotto i piedi, tanto da obbligarmi, continuamente, a saltare dall’uno all’altro... Di colpo, da dietro a una roccia... no, dal nulla.. però ci sono lingue di fuoco, appare un uomo gigantesco, brandendo un pugnale in proporzione... e mi sorride, e mi fa segno di avvicinarmi... ma io capisco... non capisco, so, so, senza possibilità di dubbio, che mi vuol assassinare, e proprio con quel pugnale che mi terrorizza, ma dal quale non so staccare la vista, gli occhi, non la vista... ma non è lo stesso?... Allora, mi metto a correre, a correre... sempre più a correre... alla disperata... Ho il cuore in gola, le tempie mi pulsano, mi gira la testa: una paura boia. Vorrei urlare, ma le parole non sono capaci di venir fuori, sai quell’angoscia che si prova, in sogno, quando ti sforzi di gridare e senti che hai la voce paralizzata. E, intanto, il pugnale, l’uomo col pugnale, dietro sempre più vicino... addosso... Percepisco il suo fiato bestiale già sul collo, sono tutto un sudore... e, mentre corro, prego il buon Dio... perché, in sogno, in Dio ci credo... è una realtà come mio padre, meglio, più di mio padre. Ci credo come ci credevo da bambino... Lo invoco, lo scongiuro, per carità, che mi faccia crescere le ali per potermi involare lassù come uno di quegli uccelli, ora non più confusi cogli aeroplani, e sfuggire, cosi, all’uomo dal pugnale... Poi, non so come, non so contro che, inciampo... È finita, penso... Invece, sto precipitando giù, in quell’acqua. Ma, lentamente, planando, come una piuma. Sono salvo... Altra domanda senza risposta: come mai, se il mio insegnitore non ce l’ha fatta a raggiungermi, e nemmeno a toccarmi col suo pugnale, ora il mio corpo è un colabrodo di ferite che buttano fiotti di sangue, arrossando l’acqua tutt’attorno?... Ma non ci dò importanza, non mi preoccupo per niente. Anzi, sono contento... Va bene così... Tanto, ho la certezza che, a guarire le mie ferite, ci penseranno le acque tiepide di quel mare, che magari è un lago... Il sogno si ferma lì. È il punto che mi sveglio.

LUCA GIOVANE  - Sorridendo, dopo aver mormorato “mamma”.

SERGIO                  - Come fai a saperlo?

LUCA GIOVANE  - Te l’ho detto, ci ho assistito stanotte. Senti un po’…

SERGIO                  - Ancora?!...

LUCA GIOVANE  - Anziché l’immersione nell’acqua, hai mai finito per salire in cielo e volare, esaudito dal Padreterno?

SERGIO                  - Mi pare, sì, ma raramente. In quei casi, però, manca il particolare delle ferite e del sangue... Curioso: un paio di volte, anche in questo caso, poi cadevo egualmente in acqua, e a precipizio, abbattuto da una fucilata. Un’angoscia terribile.

LUCA GIOVANE  - Perché non l’hai detto?

SERGIO                  - Non m’è venuto in mente... Tutto assurdo, no?

LUCA GIOVANE  - Non più assurdo che due come noi, nella nostra situazione, stiano qui a raccontarsi i loro sogni. Se ci rifletti, è inverosimile.

SERGIO                  - Hai voglia a trovare inverosimile la vita. Ti scodella sempre qualcosa di più inverosimile ancora. Per questo, è bella. A proposito, tu non ne hai sogni da raccontare?

LUCA GIOVANE  - La caratteristica dei miei sogni è di non farsi ricordare. Sono furbi. Sei, poi, certo di sognare? Da forsennato. Me ne avvertono il senso di colpa, o la compiacenza virtuosa, con cui apro gli occhi alla mattina. Deduco il genere di sogno sognato dall’umore col quale mi sveglio. Ma è l’unica traccia che lasciano. Sono i miei ladri di notte, che non si lasciano catturare.

SERGIO                  - Non c’è che dire, sono ladri abili.

LUCA GIOVANE  - Diciamo che conoscono il loro mestiere. Sempre latitanti... quindi, irraggiungibili... l’altro lato della luna: i sogni.

SERGIO                  - Ah, ma qui si soffoca. Peggio di prima, peggio di sempre...

LUCA GIOVANE  - Il cielo s’è caricato di grigio. Forse, prima di notte, porterà la pioggia…

SERGIO                  - Pare di essere rinchiusi in una caldaia vuota, e, tutt’attorno, il fuoco. L’inferno non deve essere molto diverso.

LUCA GIOVANE  - Hai appena detto di non credere in Dio altro che in sogno.

SERGIO                  - Ma al diavolo sì, anche da sveglio. Il diavolo è il mio grande amico.

LUCA VECCHIO  - E ci sorprendemmo a scambiarci una risata, subito repressa. Poi, fu nuovamente il silenzio. Minuti? Ore? Contò solo, e conta, il successivo scatto del puro impulso animale, generatosi nelle fonde e misteriose scaturigini dell’essere, emancipate dal pensiero, dove né penetra né agisce il ragionamento. Son parole sofisticate, me ne rendo conto, ma non saprei come diversamente esprimermi. Il ragionamento venne dopo. A vidimare la decisione dell’istinto, è naturale. Però, la ragione è solo la metà dell’uomo. A stabilire tutto, fu preceduta dall’altra metà. Parlare, aveva parlato l’istinto. “Una volta e mai più”, mi ripetevo, “una volta e mai più”. Sarebbe stata la mia rivalsa all’umiliazione che lui m’aveva inflitto. Dopo, rifiuto e silenzio: la pietra su un sepolcro. Per me, l’oblio del non avvenuto. Il ricordo, al più, avrebbe significato la riuscita di un’esperienza; a conferma di un’intuizione già colma fino alla certezza. Ma, per lui, colpito nel suo punto più vulnerabile, avrebbe voluto dire, tutta la vita, una piaga inguaribile: la sconfitta mortale della sua protervia di maschio, di cui era tanto sicuro e andava tanto altero. Ero come stordito. Quel pensiero, ma farei meglio a chiamarlo quel sentimento, quell’umore dilagandomi nella mente, mi ubriacava. L’aria s’era fatta ancor più cocente, l’afa più pesante, la luce più bassa. Avanzava la sera, avvolgendo tutto in un vapore fosco, sporco, violaceo. Un cielo buio, drammatico, da crocefissione. Un lampo: esplose il primo fulmine e, quasi contemporaneamente, fu un diluvio. Era il momento. Mi strappai letteralmente i vestiti di dosso e, nudo dalla testa ai piedi, come in questa rappresentazione, qui, ora, mi slanciai fuori all’aperto, offrendomi al furore degli scrosci. Quindi, senza vergogna, mi volsi verso di lui, fissandolo con uno sguardo tranquillo e fermo: più che un trepido invito, un suadente comando...

LUCA GIOVANE  - Vieni...

LUCA VECCHIO  - ...Ecco, così... Allora, accadde qualcosa che, adesso riassistendovi, rievoco come un dono insperabile, immeritato, miracoloso, e che - insensato! - in quel remoto momento, ritenni una legittima sottomissione dovutami. Quasi in istato medianico, si drizzò in piedi, sereno quanto io ero stato ansioso, lento quanto io ero stato precipitoso; si denudò anche lui e fece il primo passo verso di me...

LUCA GIOVANE  - Vieni...

LUCA VECCHIO  - Pallido come una lampada accesa in pieno giorno, avanzava silenzioso, sicuro, calmo, con indolenza superba, indossando la sua nudità come un abito da festa. Si sarebbe creduto che la superiorità gloriosa del suo fisico, così prestante, così indomito, così provocante, la sua grazia forte e tenera: in una parola, così bello nella propria arrogante maschilità, con tanta innocenza ostentata, fosse la traboccante compensazione di un dimesso senso di inferiorità morale. E allora, mi resi conto che essere nudi, nel fulgore della giovinezza, è un riscatto, un privilegio, un’aristocrazia, una santità, l’abbandono spontaneo: la resa al flusso della vita, l’accordo armonioso col respiro del mondo... Si avvicinava, si avvicinava... e mi andava invadendo la morbida sensazione di vago rimorso che precede un peccato ignoto non ancora consumato... Pareva che, nel mio petto, il cuore stesse per esplodere. Né il turbamento, cessò, raggiunto che mi ebbe... Quando si dice essere impastati di letteratura! Ho presente come fosse ora che, quale estremo soccorso, alfine di sottrarmi a un maleficio che, mio malgrado, stava per sopraffarmi, mentre, attorno, i lampi stridevano e schioccavano come frustate e l’acqua, scorrendo sui nostri corpi allacciati, diluiva L’acre odore del suo sudore, rispondendo al suo ardore, bocca contro bocca, sesso contro sesso, mi folgorò malignamente il cervello una frase... figurarsi! dei Promessi Sposi: “La sventurata rispose”! Ma, e non fu poco sgomento, senza ironia, senza sogghigno: estremamente seria. Avrei dovuto avvedermi che qualcosa di irreparabile mi stava per accadere. Dopotutto, serve anche il Manzoni, sapendolo interpretare. Quando, finalmente, riebbi libera la bocca, conscio del male che facevo e del pericolo che correvo, suasivo, carezzevole, gli sibilai nell’orecchio:

LUCA GIOVANE  - Ammetti, ora, che un uomo è anche una donna?

LUCA VECCHIO  - Nemmeno a quello schiaffo rispose. Piegò, solo, il capo, abbandonandolo sulla mia spalla. Se abbia pianto m’è rimasto un mistero. Ero persuaso di essermi vendicato: la mia rivalsa. -        5 - 30 agosto 1951, domenica

LUCA VECCHIO  - E venne presto il giorno, temuto ed agognato, che la menzogna si scontrò con la verità, la reticenza si rassegnò alla chiarezza, il sospetto si mutò in certezza e l’ipocrisia fu costretta ad arrendersi alla sincerità. E -        sarebbe comico se non fosse patetico -, ciò non avrebbe, forse, potuto accadere senza lo sfogo fluviale, insensato e dolente, di una povera mitomane, priva di pudori ma, in compenso, dotata di grottesche afflizioni non, per ciò, meno genuine. E tuttavia quante parole si sarebbero potute, e dovute, risparmiare se si fosse obbedito, puramente e semplicemente, alle prime avvisaglie della natura.

LUCA GIOVANE  - Ah, sei qui, tu.

DOLORES              - L’assistente sociale, appunto. O, se preferisci, la zoccola benefica. Lui dov’è?

LUCA GIOVANE  - Qua intorno. Oggi non ti aspettava.

DOLORES              - Son qua ben per questo. Rompo le uova nel paniere?

LUCA GIOVANE  - Se c’è un luogo senza, ormai, né uova né panieri da rompere, è proprio questo. Togliti la preoccupazione.

DOLORES              - Constato che non hai aspettato molto per rialzare la cresta, dopo essere stato obbligato ad abbassare qualcos’altro che ti dovrebbe premere di più alla tua età.

LUCA GIOVANE  - Fosse dipeso da me non avrei mai abbassato né l’una né l’altro.

DOLORES              - Appunto.

LUCA GIOVANE  - Appunto che?

DOLORES              - Alla prima occasione, avresti tentato di tornar a rialzarli. E giurerei che ci sei riuscito. Vecchia esperienza.

LUCA GIOVANE  - Sei ottimista.

DOLORES              - Come tutti i pessimisti quando si tratta degli altri. Occhi negli occhi: volontariamente o no, tu me lo stai portando via.

LUCA GIOVANE  - In che senso?

DOLORES              - In tutti i sensi, compresi i sensi. Non ho idea cosa gli stia succedendo, e sì lo conosco come le mie tasche. Ma si tratta di qualcosa che mi fa paura e non potrà che affrettarne la rovina, visto che quella di finir male pare la sua vocazione. Scavarsi la fossa colle proprie mani deve essere uno sport irresistibile a giudicare da quello che si vede nella vita. Voler male a se stessi, coll’aria di volersi bene, è molto più frequente di quanto si creda.

LUCA GIOVANE  - Te compresa?

DOLORES              - Me colla bandiera in testa. E nemmeno tu, mi sa, fai eccezione. Spiegami, per esempio, le ragioni per cui non hai approfittato della sua temporanea assenza per cercare di filartela.

LUCA GIOVANE  - Per mettermi al rischio di filarmela, dovrei, quantomeno, avere un’idea di dove mi trovo, per sapere dove dirigermi. E questa è la prima. Seconda: se ne è andato a spasso armato, non senza mancare di rendermi noto d’essere in grado di centrare una moneta gettata in aria, a cinquanta metri di distanza. Hai presente come si vede al cinematografo? Così.

DOLORES              - Non bisogna farci caso. Dipende da tutti i film di cow-boy che ha visto da piccolo. E il suo vecchio gioco preferito. Il suo lato ragazzo, in altre parole.

LUCA GIOVANE  - Grazie tante. Sai, la mia sagoma controluce non sarà, magari, quella di un gigante, ma rappresenta, pur sempre, un bersaglio un pochettino più esteso di una moneta da cento lire.

DOLORES              - Ma mica sempre fa centro. Qualche colpo lo sbaglia anche lui.

LUCA GIOVANE  - Notizia consolante. Aggiungici che, oggi, se possibile, è anche più nero degli altri giorni. Sembra un leone in gabbia.

DOLORES              - Sembra sempre un leone in gabbia, quando non sembra una tigre in libertà.

LUCA GIOVANE  - Tu lo conosci meglio di me.

DOLORES              - Ne sono sempre meno sicura.

LUCA GIOVANE  - Ti fermi ad aspettarlo?

DOLORES              - Dipende.

LUCA GIOVANE  - Da che?

DOLORES              - Da te.

LUCA GIOVANE  - Non farmi svenire confidandomi che ti sei avventurata in questo deserto di fuoco, a rischio di tirarti dietro mezza polizia, soltanto per la mia bella faccia.

DOLORES              - Sta di fatto che ho preso le mie precauzioni ed eccomi qua.

LUCA GIOVANE  - Come facevi a prevedere che non ci avresti incontrato il mastino di guardia? Sarò, forse, ingenuo, ma non idiota.

DOLORES              - Naso. Se andava, andava. E, sennò, si sarebbe trattato della solita visita colle solite provviste; e, se il sultano ne avesse avuto voglia e si fosse degnato, la solita chiavata a mezzo servizio.

LUCA GIOVANE  - Sultano. Niente male.

DOLORES              - Lì dentro, ci sono perfino delle nuove pile per la radio. E, poi, sottovaluta il mio zelo.

LUCA GIOVANE  - Pensi proprio a tutto... Stringendo al dunque: un colloquio, a sua insaputa, salvo errore. Chi si fida?

DOLORES              - Un colloquio?... Chiamiamolo pure colloquio, se vuoi. Con relativa proposta, suppongo.

LUCA GIOVANE  - Per niente. Supponi tutto sbagliato. E cos’altro mai, allora?

DOLORES              - Fa conto un regalo: una scopata... Te l’aspettavi? Offro quel che ho.

SERGIO                  - Hai detto?

DOLORES              - Far l’amore, fottere, chiavare, farmi sbattere. Ci arrivi da solo, o hai bisogno di un ricostituente?

LUCA GIOVANE  - Senti, senti. Con voialtri, non hai fatto in tempo a inghiottire una sorpresa che te ne servono subito, calda, un’altra. Bisogna star attenti alle indigestioni. Quel che non riesco a capacitarmi è che gusto vi procurino scherzi del genere. Divertono di più i fuochi d’artificio veri.

DOLORES              - Non sono mai stata tanto seria, caro te.

LUCA GIOVANE  - E ben questo il grave. Ormai, tutto è possibile. Confidami che sei una dama di San Vincenzo in incognito e non batto ciglio ad andarlo a testimoniare in tribunale, sotto giuramento. Parola!

DOLORES              - Oh, intendiamoci bene, a scanso di equivoci...

LUCA GIOVANE  - Intendiamoci pure. Per quello che mi costa...! Sentiamo.

DOLORES              - …Mica che, dopo il breve assaggio; tu mi sia entrato nel sangue, come si prescrive nei romanzi di Liala che, se non lo sai, sono la lettura preferita di noi ex-casinare.

LUCA VECCHIO  - Ecco un’altra parola da annotare, che veniva ad arricchire il mio patrimonio linguistico.

LUCA GIOVANE  - Dio me ne guardi, non presumo tanto: non sono né un aviatore, né un tenente di cavalleria, né un giovane dirigente della Fiat, per rimanere nella tipologia di rigore.

DOLORES              - Adesso non buttarti troppo giù. Benché ancora in rodaggio, sei un discreto manzo, con tutte le sue cose a posto, che, in momenti di magra, può persino far perdere la testa.

LUCA GIOVANE  - Mi fai diventar rosso.

DOLORES              - Sì, ma non è che la voglia di farmi montare da te, mi tolga propriamente il sonno, voglio dire.

LUCA GIOVANE  - Meno male. Non mi sarei mai perdonato l’indelicatezza di far patire d’insonnia un’alacre operaia del corpo a corpo, che ha diritto alle sue sacrosante ore di riposo, come ogni onesto proletario.

DOLORES              - Puoi ben dirlo. Ho fatto una tale strippata di maschi che, salvo uno, ormai mi provocano più nausea che desiderio.

LUCA GIOVANE  - Ti capisco. Ma, allora, a che rischiare il vomito, caricandotene un altro di più sullo stomaco.

DOLORES              - Un risarcimento. Dopo come fosti trattato, ritengo che ti sia dovuto. Coito interrotto, o qualcosa del genere, m’è stato spiegato, lo definite voialtri signori, ma lo dite in latino. Da noi: andare in bianco.

LUCA GIOVANE  - Conosco. E un’espressione postribolare che circola anche nell’ambiente studentesco.

LUCA VECCHIO  - Niente da fare. Il pedante, fin da allora in agguato, doveva, prima o dopo, inevitabilmente, metter fuori il capo. Non mi piaccio quel che ero allora, come non mi piaccio quel che sono adesso. Vivere senza riuscire a piacersi mai un momento, è pur un umiliante fastidio. Ma continuiamo, perché la nostra conversazione minaccia di andar per le lunghe.

DOLORES              - Lo so anch’io che gli studenti non lo ignorano. Gli studenti, figurati, dopo essere stati il mio debole, son diventati la mia beneficenza.

LUCA VECCHIO  - La componente materna frustrata della sua personalità non poteva, evidentemente, mancare.

DOLORES              - Ti basti che, a loro, pratico uno sconto sulla tariffa, come ai militari. Sempre quel benedetto buon cuore: nave scuola! C’è tanto da insegnare!... Per indirizzarli, e mantenerli, o “riportarli”, sulla strada giusta. Dovresti farci un pensierino anche tu.

LUCA GIOVANE  - E, a me, addirittura gratis, opino.

DOLORES              - Opina quel che vuoi. Alle strette: sbullonata del tutto non sono ancora, eccomi qua, disposta a farti condurre a termine ciò che hai dovuto interrompere. Le qualità non ti mancano. Merita aiutarti a capire cosa perderesti trascurandole per indirizzarle verso altre strade. Rendo l’idea?

LUCA GIOVANE  - Ma quando mai s’è vista tanta carità cristiana ed altrettanto senso di giustizia riparatrice, senza alcun secondo fine, beninteso!

DOLORES              - Il secondo fine, ammesso che ci sia, è affar mio. Ti garantisco, però, che non è, per niente, a tuo danno. Anzi!... Su. Mi dispiace che non ci si può azzardare di spogliarci. Ma, se facciamo presto e tu ingrani la quarta, riusciamo a farcela. Una volta assaggiato, di solito, poi il gusto dura, basta un po’ d’allenamento.

LUCA GIOVANE  - Cura d’urto per morbo sconosciuto, in altri termini.

DOLORES              - Hai la consolazione che sarà più comodo e senza l’acqua alla gola, la prossima occasione. Consideralo un collaudo.

LUCA GIOVANE  - Ah, perché ci dovrebbe anche essere una prossima occasione? Lezioni supplementari di perfezionamento. Lusinghiero.

DOLORES              - Se non ti sarò dispiaciuta, io, per me, dispostissima. Cosa vuoi che sia...

LUCA GIOVANE  - Ma sì, la beneficenza solleva lo spirito e assolve dai peccati. Quale miglior medicina?

DOLORES              - ...Dài. Vendicati... Dietro il solito muro, se, Dio non voglia, fosse di ritorno, potremo scorgerlo in tempo senza essere visti... Non pare che tu abbia fretta...

LUCA GIOVANE  - Sai, non è che io sia molto vendicativo, adesso che ci penso. Pare, sul momento, ma, poi, passa. Sì, è vero, la vendetta, in fondo, è una sottospecie della giustizia; ma è altrettanto vero che si tratta di un cibo che va assaporato freddo. Conservata in frigorifero ci guadagna. Come lo spumante.

LUCA VECCHIO  - Quanto mi sono antipatico in questo momento! Insolente e stupido.

DOLORES              - Niente?!... Dunque, rifiuti?

LUCA GIOVANE  - Rifiuto...? Declino. Vedi: ho idea che, così, sarebbe nauseante anche per un coniglio in fregola. E la cura potrebbe addirittura avere effetto contrario.

DOLORES              - Come non detto. Una pietra sopra. D’altronde, non è che non ci fossi preparata. In un certo senso, anche questo è un segno.

LUCA GIOVANE  - Non hai torto, un umile segno di decenza.

DOLORES              - È da quel dì che io ho dovuto eliminare la decenza dal mio guardaroba di dentro e di fuori! Sai, io vado giù spiccio. Deformazione professionale. Non farci caso. Questione liquidata.

LUCA GIOVANE  - Comunque, grazie del pensiero. Vuol dire che mi considero in credito. Non si sa mai.

DOLORES              - Sciocchezze. Non ci si pensa più e si cambia lunghezza d’onda, visto e considerato che la rogna morale impedisce alla tua pelle delicata di fidarsi anche di chi avrebbe potuto darti una mano a tirarti fuori da questa gabbia; sempre, beninteso, che tu non appartenga a quel genere di animali che, in gabbia, finiscono col trovarsi bene. Che ti devo dire? Stattene qui, buono, buono, ad aspettare che il domatore ritorni, se così preferisci.

LUCA GIOVANE  - E che altro potrei fare? Dimmi tu, che sei così piena di iniziative.

DOLORES              - Già, e che altro potresti fare, se non tenerti a disposizione del sultano?

LUCA VECCHIO  - Sta a vedere che, colle sue antenne di donna gelosa, lei era già in anticipo sulla via di una verità non ancora emersa.

LUCA GIOVANE  - Deve aver contato parecchio, per te, a quel che mi par di capire.

DOLORES              - Contato? Per cos’altro credi, che mi sia messa a far la vita, se non per lui? E, al tempo delle vacche grasse, tutto il mio orgoglio era di non fargli mancar niente. E non fargli mancar niente vuol dire farlo vivere da principe.

LUCA GIOVANE  - E lui ne approfittava?

DOLORES              - Oh bella, che domanda!? Devi essere caduto dalla luna, tu. Vedi, il suo temperamento tira, soprattutto, verso il grande, quando il grande significa il superfluo, che è la marca del vero signore. Ho qui, ficcato in mente, il giorno che fui in grado di regalargli la sua prima Porsche da corsa. Sì, caro mio, dalla Vespa alla Porsche: partenza ed arrivo, era il suo destino. Non ci dormiva la notte dalla voglia. Ma si sarebbe lasciato castrare prima di confessarlo, con quel che ci tiene al suo ostensorio. Perché, vedi, come tutti i veri signori, lui è uno che pretende solo ciò che gli si regala. Credi che mi abbia detto grazie?

LUCA GIOVANE  - No.

DOLORES              - Precisamente. Neanche crepa. Fierezza. Lui è fatto così. Dentro, ne sono sicura, era alle stelle, come un ragazzino alla sua prima bicicletta o un adolescente alla sua prima ragazza. Solo, non voleva manifestarlo. Prendila come una bestialità: sono arrivata ad essere perfin gelosa di quella macchina.

LUCA GIOVANE  - Pensi che, oggi, sia cambiato?

DOLORES              - E chi lo sa? Niente e moltissimo. Certo, almeno per me, non in meglio. Già lo capivo poco prima, oggi non lo capisco più del tutto. Quando me lo presi - stavo per dire me lo comperai - o lui si prese me, questo non si stabilirà mai, aveva poco più di vent’anni. Pensa tu lo splendore. Che, del resto, non era maggiore di quello di adesso; lui passa attraverso il tempo come l’oro attraverso il fuoco. Un angelo canaglia. E chi resiste a un angelo canaglia? Si rimaneva sul letto fin ventiquattr’ore filate a darci dentro in tutti i modi, non ne aveva mai abbastanza. Dovevo sempre essere io, con la morte nel cuore, a intimargli: Sergio, stop. Tira il freno e lasciami andar a lavorare, sennò, qui, non si mangia. Una volta su due, mi lasciava andare un ceffone. Era il prezzo per farlo decidere a infilarsi i pantaloni, se, prima, non esigeva un bis.

LUCA GIOVANE  - Anche a sberle, ti prendeva?

DOLORES              - Te l’ho detto, era un signore. Ma non facevano male. Erano, il più delle volte, sberle d’amore: i suoi cinque minuti di gelosia.

LUCA GIOVANE  - Scommetto che ne provi ancora la nostalgia.

DOLORES              - E non solo delle sberle. Dove ha toccato, ha lasciato il segno. Non ho ricordo, quando si teneva baracca insieme, che si stesse con qualcosa addosso. Per noi, i vestiti potevano anche non esistere. Per non perder tempo, diceva, serrando quei suoi denti da lupo, che morderebbero fin l’aria che respira. Ti lascio figurarti quel che veniva dopo. Da farmi male, dotato come l’ha dotato madre natura. Ma guai lasciarmi sfuggire un lamento. Era come offendere la provvidenza. Sì che le nostre bocche possono dire d’aver marciato sui nostri corpi centimetro per centimetro; e non ce n’era uno che è uno, o trascurato o proibito! Mai incontrato tanta mancanza di pudore senza riuscire a scandalizzare, anche se lo volesse, altro suo mistero. Non so, qualsiasi cosa faccia, è come condannato all’innocenza, talmente, in lui, diventa naturale. Riesco a spiegarmi?

LUCA VECCHIO  - Fu una osservazione illuminante, una sorta di chiave apritutto, che non m’avrebbe più abbandonato.

LUCA GIOVANE  - Abbastanza, mi pare... Anche quando è odioso...

DOLORES              - Tu ne sai qualcosa... Robe da matti... e, forse, proprio perché erano così: naturali fra due che riuscivano a mettere insieme, a malapena, una quarantina d’anni... Mah’... Era ieri e mi sembra un secolo... Se fossi capace di tenere in mano un lapis, potrei disegnarti tutta la sua pelle dalla pianta del piede alle pieghe dell’orecchio. Tanto per dirti, ha il più bel pollice del piede che io abbia mai visto.

LUCA GIOVANE  - Vogliamo chiamarlo alluce?

DOLORES              - Per me: alluce.

LUCA GIOVANE  - È più appropriato. Preferisco.

DOLORES              - Sì, sì, non discuto. Ti farà ridere, ma, dopo aver tanto ammirato e stretto fra le labbra il suo coso, lì, alluce, è il primo posto, di un uomo, dove mi corre l’occhio. Se sapessi le volte che mi verrebbe la tentazione di togliere scarpe e calze a qualcuno!... Sarò scema!?... Ho fatto anche ricerche... Al mare, per esempio. Non son che delusioni, neanche confronto, eccettuato, forse, qualche arabo di passaggio; ma anche loro rarissimi, mosche bianche.

LUCA GIOVANE  - Perché non provi a trasfeririti in Algeria?... Non dovete essere in molti a condividere un hobby del genere.

DOLORES              - Permettimi di avere i miei dubbi.

LUCA GIOVANE  - Vuoi dire?

DOLORES              - Penso di sì. A proposito, se ti càpita l’occasione, e non mancherà di capitarti, ha la mania di circolare scalzo, facci caso: muove le dita dei piedi come quelle delle mani. Un fenomeno. Le risate che ci abbiamo fatto su! Piedi eccitanti come i suoi: grandi, snelli, caldi, asciutti, coi tendini sottopelle come tante briglie tirate, non ho mai più avuto la grazia di incontrarne, e non so quanto avrei dato. Se chiudo gli occhi, li fotografo. Senti questa. Un giorno si va in gita a Firenze, colla macchina nuova; e mi conduce in piazza a vedere il Michelangelo...

LUCA GIOVANE  - Vorrai intendere il Davide di Michelangelo.

DOLORES              - Bé, fa lo stesso, no? Quel fusto da far venir le vertigini a trovarselo dritto davanti, hai in mente? Non aveva fatto che discorrere per tutto il viaggio. Devi sapere che, gli anni che passò in riformatorio, la sua fissa sarebbe stata di fare lo scultore. Lui patisce un mucchio di queste alzate d’ingegno, che vanno e vengono...

LUCA GIOVANE  - Prosegui.

DOLORES              - Restai a bocca aperta. Impressionante. Mani e piedi di quello sproposito: i suoi, sputati. Neanche che sua madre si fosse fatta ingravidare da quel marcantonio. Lui rimase a fissarlo a lungo, come fa quando tace, che non esiste più altro al mondo fuori di quel che lui s’è impossessato cogli occhi; alla fine, ebbe una sortita incomprensibile: “Stampatela bene in testa”, dice, “quella statua lì è una confessione”. Poi mormorò, ma, quello, tra sé: “Anche il Michelangelo...!” Non ci fu verso di fargli aggiungere una virgola. Nero e bocca cucita da Firenze a Milano, tutta una tirata, a rotta di collo. Mai che, in seguito, sia tornato sull’argomento. Però, l’unico quadro che tiene appeso in camera sua, è una riproduzione di quel colosso. Ci capisci qualcosa, tu?

LUCA GIOVANE  - Non è escluso.

DOLORES              - Cioè?

LUCA GIOVANE  - Lascia perdere. Fantasie. Non hai detto che ebbe la passione per la scultura?... Metti in conto a quella.

DOLORES              - Mah, si vede che si tratta di segreti tra uomini. Morirò senza saperne di più.

LUCA VECCHIO  - Perché mi attraeva tanto quell’ambiguo discorso? E perché, soprattutto, non mi sfiorò la mente di chiedermelo allora, io che ho la libidine di spaccare un capello in quattro sui perché dei miei perché?

DOLORES              - Fare la puttana per lui, aveva un senso e dava soddisfazione all’amor proprio. Non c’era collega che non me lo invidiasse. Ci crepavano. Avrebbero dato dieci anni di carriera come niente, pur di poterselo fare per una notte. Mi scongiuravano di “imprestarglielo” e offrivano soldi, una anche una pelliccia. Andava forte. Sì che, di corna, può vantarsi di avermela caricata ‘sta fronte! La mia rabbia era che ci facevano su le bave anche certe bacchettone perbene che avrebbero pisciato nell’acqua santa pur di potergli mettere addosso le loro manacce artritiche, e farsele mettere. Quello che sa mandare in estasi lui, con quelle sue mani delicate e violente, io sola lo conosco. Fammi spiegare con un’esagerazione: sai cos’è un elettroschock?

LUCA GIOVANE  - Press’a poco.

DOLORES              - Fa’ conto un elettroshock... di velluto. Fortunato chi non sviene. Riesci a realizzare?

LUCA GIOVANE  - Mi sforzo.

DOLORES              - Mica esagero. Io posso saperlo, perché m’hanno fatto provare anche quell’altro, brutto, elettroshock: la morte a nolo, come lo chiamo io.

LUCA GIOVANE  - Pure?

DOLORES              - Come no? Il manicomio è stato il mio recapito più di una volta, quando vado su di giri, e non è detto che sia finita.

LUCA GIOVANE  - E, in questo periodo, a giri come stiamo?

DOLORES              - Adesso, tiro, piuttosto, verso la curva bassa, con qualche vacanza verso quella alta. Sì, bello: maniaco-depressiva clinicamente schedata. Un po’ su, un po’ giù. E, qualche volta, su e giù, insieme, va a capire...

LUCA GIOVANE  - Questo spiega tante cose.

DOLORES              - Questo non spiega un cazzo.

LUCA GIOVANE  - Non mettiamoci a litigare su una parola... Poi, vi siete separati, a quanto mi par d’aver compreso. Ti piantò per un’altra?

DOLORES              - Avrei voluto conoscerla quella in grado di portarmelo via. Peggio. Ragioni ideali, scrupoli morali, so io?... Pensa un po’ tu!... Cosa fai contro uno scrupolo morale? A una donna puoi rompere il muso, ma, a uno scrupolo morale cosa gli rompi? Il culo?

LUCA GIOVANE  - Sarebbe un po’ difficoltoso... Guarda, guarda... Scrupoli morali lui?! È la prima che sento.

DOLORES              - Roba così, più o meno. Che vuoi che sappia io di certe cose, che è trasparente come l’aria e impenetrabile come una foresta vergine di notte?

LUCA VECCHIO  - Aveva detto: trasparente come l’aria e impenetrabile come una foresta vergine di notte. Questa frase strampalata mi si conficcò nel cervello come un chiodo e ci arrugginì dentro una vita.

LUCA GIOVANE  - Come avvenne?

DOLORES              - Niente. Un bel giorno, di punto in bianco, ebbe una crisi, un accesso; come accidenti si chiama? Un raptus, ecco, un raptus di amor proprio, che ne so? Trovò che non era dignitoso per un maschio, disse, farsi mantenere da una femmina, ti figuri? Avevamo cessato, di colpo, di essere un uomo e una donna. Eravamo diventati un maschio e una femmina. Come a significare, capisci, un uomo che si vende e una donna che paga la marchetta, almeno, io, cercai una spiegazione così.

LUCA GIOVANE  - E non era, forse così?

DOLORES              - Un uomo da marciapiede? Il Sergio? Ma dai i numeri? Era come un matrimonio, un po’ eccentrico, se vuoi, ma eravamo lì; soltanto, quella che lavorava era la moglie, ecco tutto. Del resto, che sia la moglie a lavorare, oggi, usa, no?

LUCA GIOVANE  - Vedo, vedo, non arrabbiarti per tanto poco.

DOLORES              - Non ci fu più verso di fargli accettare nemmeno un pacchetto di sigarette; che, oltretutto, a me non costavano una lira, perché me le regalavano, a mucchi, i finanzieri, quelle sequestrate al contrabbando, in cambio di qualche piccola goduria lampo, nei momenti liberi. Neanche coerente. Per non dirtene che una, poi stringo e prendo un Serenol, perché, quando comincio a parlare di lui, crollano le dighe... Dunque... Ah: giunse a stracciarmi, in tanti pezzetti, sotto il naso, una parure speciale di sette splendidi slip, uno per ogni giorno della settimana, di seta pura, trasparentissima, una tela di ragno; dico pura, mica nailon, o quella roba lì, vorrei ma non posso, da miserabili. Di colore, uno differente dall’altro. Perfino, uno, viola, e, quello, magari, non gli dà tutti i torti; poteva anche menar gramo: viola!... Però, non aveva mai dato segni di essere superstizioso. Ma l’ultimo della serie... quello segnato domenica: il più sgargiante, a fiori, d’un divertente!... con tanto di girasole grande così sul davanti... e una foglia di fico didietro... Glieli avevo fatti trovare sotto il guanciale per il suo compleanno. E lascio a te figurarti l’occhio della testa che li avevo dovuti pagare, a farli venire espressamente da Londra, modello esclusivo, firmato, brevettato e numerato: sei confezioni di sette capi ciascuna, non una di più, in tutto il mondo. Unica per l’Italia, la sua, la numero cinque! C’era di mezzo pure la responsabilità nazionale del mercato comune. Hai voglia! Niente. Il patriottismo non lo sente, ma non lo sente proprio, non è fatto per lui... io, che mi basta veder passare quattro bersaglieri di corsa e mi vengono subito le lagrime agli occhi...! Quando vanno di passo, invece, niente. Mah!...

LUCA GIOVANE  - E poi?

DOLORES              - E poi che?

LUCA GIOVANE  - La fine della storia.

DOLORES              - Ah. Un matto. Si mise ad urlare se lo credevo un frocio, da far sfilare in passerella alla Rinascente per la pubblicità degli slip inglesi fabbricati a Como, pensa tu. Come potevo sapere che gli slip inglesi li fabbricano a Como? Quella volta, giuro, ero convinta che mi strangolasse. Anche quell’antipatia per Como era nuova. Anzi, per i laghi aveva sempre mostrato dell’interesse... No, no: la fobia del magnaccia! Si chiama così. Me lo spiegò un cliente, sbilenco come una esse maiuscola, poveretto, dottore dei matti a Mombello, dove lo conobbi, durante uno dei miei ricoveri. Colle fobie, m’ha tolto ogni speranza, disse, non c’è niente da fare: allergie morali. Lui, il dottore, patisce, ma pensa tu, la fobia della siringa e un’iniezione che è un’iniezione non la può fare; un bel guaio per uno che, in compenso, me l’ha confessato, piangendo, lui, ha il feticismo delle natiche delle minorenni. Mah, scherzi della natura.

LUCA GIOVANE  - Ma pensa che casi!...

DOLORES              - La fobia del magnaccia! Proprio a me doveva capitare. Ha mandato tutto a puttane quella. Unico su questa terra. Come se, tra i magnaccia, non ci fossero fior di rispettabili figli di famiglia, perfino neolaureati, e anche più su, giovani padri esemplari, con mogli al corrente, che suonano il pianoforte e bambini bellissimi che vanno all’asilo dalle monache. Sì che ne conosco!... Sono tanti che potrebbero fondare un sindacato, è che non sono organizzati. In ciò, bisogna ammetterlo, lui è rimasto di un altro secolo... Ma neanche; è carattere... qualcosa che ha dentro e non si decide a venir fuori... È sempre stato eccessivo in tutto. Anche quando giocava al calcio... voleva far sempre il centr’attacco, mentre sarebbe stato un’ottima ala sinistra... o destra? Adesso, non mi ricordo: un’ala insomma, quello che conta è vincere, e, poi, dipende dal posto di chi guarda, no?... È un ragazzo senza compromessi, ecco, cos’è: un estremista. Tra il caldo e il freddo, detesta il tiepido.

LUCA GIOVANE  - “Il nero è nero e il bianco è bianco”.

DOLORES              - Fa conto. Grigio neanche sentirne parlare. E pensare che è una tinta che sta su tutto e tiene le macchie?

LUCA GIOVANE  - Se credi di tirare il fiato, possiamo far silenzio un po’. Vai avanti più tardi.

DOLORES              - Meglio no. Non mi si presenta tutti i giorni l’occasione di sfogarmi con qualcuno, disposto a darmi ascolto; e doverlo fare davanti allo specchio, parlando a quello schifo di me stessa, è d’un triste da buttarsi dalla finestra. Parlo parlo ma non creder mica sai, che non me ne sia venuta la tentazione più di una volta m’è venuta. La malattia, dicono. Macché la malattia! La vita!

LUCA VECCHIO  - In questi anni, ho pensato più di una volta se questa non sia stata la sua fine. Il non saper più niente di qualcuno col quale ti sei incontrato per un solo momento, ma determinante, della tua esistenza, a ben rifletterci, ha, in sé, qualcosa di sgomentante.

LUCA GIOVANE  - Dopo, vivere dopo che vi separaste, intendo, come si mise a vivere?

DOLORES              - Allo sbaraglio, senza più nessuna sicurezza: orfano. Come adesso, da indipendente. Un barbone di lusso. È la sua fissazione. Non lo vedi com’è tirato, sciupato?... Senza qualcuno che lo curi. Ed era un fiore, era. Adesso pare una bomba sempre sul punto di esplodere.

LUCA GIOVANE  - Vale a dire?

DOLORES              - Vale a dire che?

LUCA GIOVANE  - Cosa fa? Di che vive?

DOLORES              - Rapine, furti di grosse cilindrate, truffe in grande... Il suo mestiere lo conosce bene, intendiamoci... come pochi... Quel che gli eccita la fantasia. Se posso dire una cosa che pare incredibile: disinteressatamente. Non si può mai prevedere ciò che farà. Va a estri. Non pianifica... Ma tutto rabbiosamente... chi lo sa...? Tutto come “contro”. Contro che, poi? Una volta, non era così. Una volta, per lui, la vita era una continua gioia... adesso... gli sta stretta come un paio di scarpe più piccole del suo numero.

LUCA GIOVANE  - Droga?

DOLORES              - Droga quando proprio ha l’acqua alla gola. Partite anche piuttosto cospicue... Ma anche qui..: non conoscere, in ogni caso, chi ne farà uso. Guai! Non si transige. La comunità sì, non merita altro, ripete sempre; il singolo no, è una vittima, uno sfruttato. Come se la comunità non fosse una somma di singoli. Dimmi tu, se, questa, è una maniera di ragionare.

LUCA GIOVANE  - A suo modo, ha del metodo, come assicurava quel tale.

DOLORES              - Quel tale chi? Lo conosco?

LUCA GIOVANE  - Penso di no. Non andava a donne... E lui?

DOLORES              - Lui cosa? Altro se andava a donne! Io che ci stavo a fare? A grattarlo? Tu non ti ricordi dal naso alla bocca.

LUCA GIOVANE  - Lui, intendo, droga? Personalmente, droga?

DOLORES              - L’orrore! Non conosce cosa sia una bucatura, salvo la penicillina quando si prese la bronchite. Guarda, padronissimo di non credermi, dammi della matta, ma, sotto, sotto, sotto, cento chilometri sotto, in un mondo di marci, è sano da far spavento. Te lo assicura una che, in un certo senso, gli ha fatto pure da madre. È il mistero dei misteri.

LUCA GIOVANE  - Problemi di moralità trascendente, mi figuro. Tutto da indovinare.

DOLORES              - Peggio delle parole incrociate! E appunto ciò che cercavo di farti comprendere. Sì. Proprio. Problemi di moralità. Enormi, in certo qual modo. Ma fuori da ogni regola, né in un senso, né in un altro. Esclusivamente limitati a una sua propria moralità personale, che nessuno riuscirà mai a decifrare e lui meno degli altri. Ma c’è, e come! Ce la fai a concepire un fanatico di guardia a una cassaforte senza conoscere ciò che contiene? Quello è lui. Il giorno che si deciderà a scassinarla, forse, sapremo quel che c’era dentro. Ma è l’unica cassaforte che non è capace di scassinare.

LUCA GIOVANE  - Complici? Amici?

DOLORES              - Mai più. Nessuno. Mai avuti. Quasi una ripugnanza. Eroe solitario. Per superbia? Per timidezza?...

LUCA GIOVANE  - Timido lui?

DOLORES              - Tu non conosci la sfacciataggine dei timidi: è il loro salvagente... per egoismo? Per paura? Per indifferenza?... Non deve esserselo chiesto nemmeno lui. Più selvatico di un gatto selvatico. La bella belva, l’avevano soprannominato a San Vittore. Specie nella sezione femminile, faceva strage. Buono che, coi reparti separati, tutto rimaneva allo stato di voglia. Sennò, avrei dovuto noleggiare una gru per tenermi su le corna.

LUCA VECCHIO  - E riattaccò inevitabilmente, come ciascuno di noi, del resto, più o meno, a usar se stessa quale metro di paragone. Eppure, più si confessava lei, più mi si rivelava lui.

DOLORES              - …Anche con me, cosa credi, che non me ne accorga? È perché mando giù... Ci si è ridotti che, ormai, fa all’amore come per carità. O, peggio ancora, quando non ne può più, caldo di natura come si ritrova, rabbiosamente, per scaricare le batterie. Una spedita meccanica e via, già dimenticata. Non s’è fatto in tempo a cominciare che è finito. Si chiama far l’amore, questo, con come m’aveva abituata, che erano altrettanti interminabili bombardamenti a tappeto? E da non so quanto che non ho avuto più neanche la grazia di accontentar se non altro l’occhio, contemplandomelo nudo, che è sempre meglio di niente. Nemmeno il tempo di togliersi la roba di dosso perde. Giusto, giorni fa, eccezionalmente, la camicia, per la fortuna di quest’afa che paralizza il respiro. L’hai visto. Ma non tutti i mesi sono agosto. A chi riserva lo spettacolo della sua nudità, lo sa il cielo. Forse, alla luna, quando non lo vede nessuno, lunatico com’è.

LUCA GIOVANE  - Sei fanatizzata dal sesso. Non te ne rendi conto? Non vedi che quello.

DOLORES              - Dipenderà che vivo nel ramo. E, poi, che male c’è, trattandosi di lui? È proprio per il ricordo che ne conservo. I confronti sono bocconi amari.

LUCA GIOVANE  - E sì che, a quanto m’è stato dato di constatare personalmente, non direi che tu abbia da lamentarti.

DOLORES              - Sì, sì, lo sprint è rimasto quello che era, o quasi. Come consumatore di sesso ha pochi concorrenti, e non è che non ci tenga a dame spettacolo. Ma l’occhio non è tutto. Solo io, che lo adopero da tanti anni, sono in grado di giudicare. Lo sento distante, sempre più distante, come una stella, partita per la tangente, che si sta perdendo nel firmamento. Sembra che insegua, alla disperata, qualcosa che non trova e, forse, non troverà mai. Dico un’eresia: se, in quel momento, si mettesse a piangere, non me ne stupirei. La fanatizzazione, come la chiami tu, potrà accecarmi, ma, quando la mente mi torna indietro, è una malinconia da morire.

LUCA GIOVANE  - E tu piuttosto?... Dopo, tu?

DOLORES              - Io?... Ero nel giro e ci rimasi. Solo, con tutti gli ideali infranti. Tiro avanti, andando indietro. Fin che dura... Un dieci anni ancora, bene che vada, scalando le tariffe... fino a due caffelatte al giorno e un’indigestione di televisione alla sera: la fine di tutte noialtre. Ma, perso lui, fare la vita non ha più scopo. Farla per lui, era ben altra cosa... Io, per me, una vera vocazione, nics! L’arte per l’arte, come qualcuna, non so nemmeno cosa sia. Un lavoro come un altro. Meglio? Peggio? Lavoro. L’unico che so fare; e cerco di farlo meno male che posso. Ciò che avrei voluto, quello sì, furiosamente: che m’avesse scaricato nella pancia un figlio. Pensa, tu, che matta, una come me, un figlio!... L’unica volta che mi sono osata ad accennargliene, m’ha fatto fare le scale di corsa, con solo le mani per coprirmi le vergogne. “Come figlio di puttana basto io, al mondo” m’ha gridato dietro. Ma sarebbe stato suo, capisci?... Mica come la Fanny, pora ciccia, che non sa chi sia stato a depositargliela dentro. Meno male che, a due mesi, Dio l’ha chiamata a sé... Mah, è andata così e così sia.

LUCA GIOVANE  - Tanto gli rimani attaccata?

DOLORES              - La verità è che, forse, rimango attaccata ad un ricordo.

LUCA GIOVANE  - Sembra di sentir parlare una vedova.

DOLORES              - Eh, siamo lì. È come una vedova che mi sento. Vedova di marito vivente, che è il peggio caso.

LUCA GIOVANE  - Mette conto?

DOLORES              - Se mette conto? E che altro mi rimarrebbe? Ognuno di noi, caro mio, si sceglie la propria forca dove impiccarsi. Sentimi bene: qualsiasi torto mi potesse mai fare, qualsiasi accidente mi potesse accadere, il solo uomo della mia vita, così piena di uomini, resterà lui. Punto e basta. Amare è bisogno di dominare o di essere dominati, non ci si scappa; padroni o proprietà di un’altra persona. Per me, si vede che va bene il secondo caso, e quello ho scelto, una volta per tutte. Se mi ordinasse di gettarmi giù dal Duomo, non esiterei nemmeno un momento a perder tempo per farmi spiegare perché.

LUCA GIOVANE  - Tu hai giocato tutta la tua vita su una carta sola. Anormale, imprudente e pazienza; ma, prima ancora, è assurdo... Un’infatuazione così...!

DOLORES              - Di’ pure pazzesco. Però, era una gran carta. Te lo garantisco. Se non è stata l’asso vincente, avrebbe meritato di esserlo. E non parlo solo a letto. Infatuazione! Il Sergio infatuazione! Chiamalo, piuttosto, provvidenza. E il mio Dio.

LUCA GIOVANE  - Già, e un Dio ha diritto di essere egoista, prepotente, crudele, ingiusto.

DOLORES              - Ha diritto di essere tutto quel che vuole. Anche incomprensibile. Non per questo smette di essere un Dio. E, sennò, che Dio sarebbe?

LUCA GIOVANE  - Che ti devo dire?... Tutta questa esaltazione, scusami tanto, mi ha una vaga aria di delirio, di paranoia...

DOLORES              - In tal caso, benedetta sia quella roba lì.

LUCA GIOVANE  - Di essere un po’ tocca lo hai ammesso tu stessa, no?

DOLORES              - Se dipende da quello, mi auguro di non guarire mai. Le estasi che mi ha dato!... Fammi il piacere!... Mi fate l’effetto di poveri astemi a acqua quando potrebbero andare a champagne. Certe esperienze occorre averle vissute per giudicarle. Mah... sarà che io porto due cicatrici indelebili, nella mente e nella carne. Certi momenti gioriosi, spartiti insieme, sono tutto il capitale della mia vita balorda. Irripetibili ma anche incancellabili. Degno più di compassione che di invidia chi non li ha provati. Vuol dire non aver mai toccato il culmine della vita... Ma io sì, e quanto e come!... E stupefacente, guarda, il suo riuscir a scaraventare tutta l’anima nel sesso e tutto il sesso nell’anima. Quando ti entra nel corpo, sembra che voglia distruggere il mondo. Si confessa possedendoti. In quei momenti, sei nulla e tutto insieme. Esplodi. Posso dirlo?

LUCA GIOVANE  - Attenta a non far della letteratura. E nemmeno della migliore.

DOLORES              - Non sei altro che un bamba!... Io, per te, sarò una povera matta che fa della letteratura, ma tu, per me, sei un povero savio che fa pena. Te lo dico col cuore. Sai chi mi pari? Uno di quegli infelici, ciechi e sordi, che, passando davanti alla porta del paradiso, non ne varcano la soglia perché la prendono per l’entrata di una stalla.

LUCA GIOVANE  - Eros e malavita, un cocktail beatificante, a quanto pare.

LUCA VECCHIO  - È stato il mio momento più basso, più falso e più ignobile. Non ho altra giustificazione che quella di essermene accorto solo più tardi. Per quanti anni me ne sono vergognato! Eppure, avevo tutte le carte in mano per poter già tirare le somme per quanto mi riguardava personalmente.

DOLORES              - Puoi pure sorridere, e anche peggio, se così ti gira. Non me ne risento. Dal vostro punto di vista, quadra così. E, forse, non è nemmeno sbagliato: si è due mondi talmente diversi!

LUCA GIOVANE  - Non sorrido per niente. Imparo e rifletto. Non badare alle mie parole.

DOLORES              - Non ci sarebbe niente di strano a sorridere. Io non sono intelligente e sono anche un po’ mentecatta, non ne ho né colpa nè merito; ma cosa credi? Che non mi renda conto che, maritare l’anima col cazzo, può diventare un discorso grottesco? Non nel suo caso, ad ogni modo. E persino adesso, guarda, qualche volta, che pur è tanto mutato. Altro che letteratura! E, che ti so dire? Una sedia elettrica, hai presente?

LUCA GIOVANE  - Fortunatamente no. Non ancora, almeno.

DOLORES              - Intendo dire che ti assassina resuscitandoti.

LUCA GIOVANE  - La via più breve, tra due cuori, è il cazzo, ha detto il marchese De Sade.

DOLORES              - Io non so chi l’abbia detto. Ma chi l’ha detto, aveva capito tutto. Non occorre essere marchesi. E tu continua pure a sorriderci su. Sei più da compatire che da condannare.

LUCA VECCHIO  - La bocca della verità raccontava, raccontava, con incontinenza rivelatrice, senza pudore, a ruota libera, facendone un ritratto iperbolico, sgangherato, maniacale, ma parlante; impietoso e splendente. Mai canaglia fu altrettanto esaltata.

LUCA GIOVANE  - È insensata e ammirevole, nello stesso tempo, questa... come posso chiamarla?... Questa... mistica, questa cecità eroica. Non trovo altri termini.

DOLORES              - Se avessi passato metà della tua vita, come me, a rovistare tra la camicia e la pelle degli uomini, non lo troveresti più tanto strano. Perché, caro il mio moralista, la verità sta tutta, al caldo, là sotto. E la verità è che, se tu affondi le mani in quella gran fogna che voialtri chiamate coscienza, ancora ancora, guarda, ti dico: la cosa meno sporca che riesci a tirar fuori è il sesso. Quando funziona quello, e può funzionare in tanti modi, funziona tutto. Le eccezioni, che pur esistono, come no? son poche e non fanno regola. Per questo, tornando a dove siamo partiti, ti ripeto che gli sta succedendo qualcosa di grave, che non gli era mai successo prima. E non mi riferisco né a rapine, né alla caccia che gli stanno dando. Ci siamo intesi, o devo essere più chiara?... Non hai niente da aggiungere?

LUCA GIOVANE  - Per conto mio, niente di niente.

LUCA VECCHIO  - Giuda che ero! E sì che il diarroico discorrersi addosso di quella squilibrata, devastata da una lussuria andata a male, con la brutale elementarità delle sue sfrontate parole, stava accendendo una luce spietata nel buio dal quale non volevo uscire. Il peggio e il meglio di me stavano venendo a galla.

DOLORES              - Ma come gli è potuto accadere, mi domando, se, fin dal riformatorio, e, poi, in carcere, e sempre, s’era meritato una fama per aver rotto il muso a tutti coloro che avrebbero fatto carte false pur che si fosse lasciato sbarcare sull’altra sponda; dove - si ha un bel dire - non ce n’è uno che non avrebbe la tentazione di sbarcare, almeno una volta. Verità rovente. Ma sacrosanta... Dovevi arrivare tu. Doveva toccare a te... Ti adora!... Troppo odio, quel giorno, per non essere amore. Tu l’hai annusato mentre accadeva.

LUCA GIOVANE  - Trovi?

DOLORES              - Sì, trovo, trovo, trovo. Ma come hai fatto?

LUCA VECCHIO  - E finalmente, una mezza ammissione farisea.

LUCA GIOVANE  - Ti va bene la paura? Può quadrare, no?

LUCA VECCHIO  - Ipocrita! Mi sforzavo ancora di credere, e tentavo, meschinamente, senza crederci, di far credere, che il motore di tutto fosse stata la paura. Cialtrone vigliacco che non ero altro.

DOLORES              - ...Nemmeno l’osso al cane. Avesse, una volta sola, posato, su di me, l’ombra di uno di quegli sguardi che ti succhiano l’anima, quando non lo osservi...! Dovresti vederlo... Fa rabbia e pena insieme.

LUCA GIOVANE  - Vuoi dire?

DOLORES              - Voglio dire, sì, voglio dire. Una come me non si inganna. Lo stai distruggendo. Potresti giocartelo come vuoi.

LUCA GIOVANE  - Buono a conoscersi.

DOLORES              - Apri bene le orecchie, però. Bada: guai a te se gli fai del male. Avresti da vedertela con me. E io so essere anche molto cattiva, ma molto. Lui può essere quello che è, peggio ancora, ma leale è leale, su questo non ci piove. E altrettanto leali si deve essere con lui.

LUCA GIOVANE  - Cos’è, un invito a battermela lealmente? Comunque, d’accordo: parola d’ordine: lealtà. Ti torna?...

DOLORES              - Un consiglio. Se, poi, gli vuoi bene sul serio, tutto è possibile, continua a mescolare un po’ di crudeltà nel tuo amore. Altrimenti lo perdi, e magari; ma si perde, e questo non lo potrei sopportare. Lui è fatto così: occorre farlo soffrire. Io l’ho compreso troppo tardi. L’ho imparato da te. Quel giorno, tra voi, il vincitore fosti tu. Peggio per peggio, fin che potrà durare, tu sarai ancora il suo minor male. Per lui l’avvenire non esiste. È la sua forza e la sua debolezza. E, ho paura che sia anche il suo destino.

LUCA VECCHIO  - Tacitamente, da non poco tempo, egli aveva fatto ritorno, seppur, celato, non era sempre rimasto là. Discosto, teso, torvo, aveva ascolto, non visto. Fu soltanto a questo punto che, sferzante, privo del benché minimo imbarazzo, si intromise, con una calma e cupa e attiva durezza, che fece trasalire me e annichilì lei.

SERGIO                  - Altre cazzate in vista? Spicciarsi. Io ho meno pazienza di voialtri.

DOLORES              - Ascoltavi?

SERGIO                  - Mi son preso questa libertà, guarda un po’. Senza nemmeno arrossire. E così, io sono colui che ha l’anima nei coglioni?

DOLORES              - Che male c’è? In qualche luogo, va pur custodita. Per me, sta benissimo là. Non poteva scegliersi posto migliore.

SERGIO                  - Vattene.

DOLORES              - Non dirmi che ti sei offeso. Sarebbe il mondo alla rovescia.

SERGIO                  - Alza i tacchi, ho detto. E non farti viva mai più. Stronza.

DOLORES              - Non tirar troppo la corda, Sergio, non tirar troppo la corda, per carità!

SERGIO                  - T’ho detto d’andartene. È la terza volta.

DOLORES              - Non precipitarmi nella disperazione, te ne scongiuro. Non so quel che potrebbe accadere sentendomi trattare così.

SERGIO                  - Stronza! Va’ via. Scomparisci. E quattro. Alla quinta, uso le mani.

LUCA VECCHIO  - Una pena la rabbia frustrata, colla quale, allontanandosi adagio, la povera scervellata concluse:

DOLORES              - Come comandi, Sergio. Fai male a mortificarmi in questo modo. Vado, sì vado. Però, non credere di esserti liberato di me. Il mio destino è di restarti aggrappata come una piattola; e il tuo è di gratarti. Non c’è rimedio. Vuol dire che, se andrà male, andrà male per tutti e due. Non scordarti quel che ti dico. Da sempre, ci son preparata... E, quanto a te, moralista, ci siamo capiti.

LUCA VECCHIO  - Minacciava implorando. O fu viceversa? Da tanto egli era sicuro ella sua sottomissione, che non la degnò né di una parola per ribattere, né di un’occhiata per aver conferma che se ne andava... La malinconia di uscire dalla vita di chi si è amato, nell’indifferenza...! Dileguò, assaporando la sua ultima frustrazione, come una che versi pena su pena alla Cassa di Risparmio per poterne godere, un giorno, frutti, sotto forma di nostalgia. Mai, in tanti anni, saputone più nulla. Né se, quanto e come, ciò che seguì dipese da lei... A noi due, ora, amici nemici.

LUCA GIOVANE  - Perché la umili così?

SERGIO                  - Perché le balle mi girano per quel verso. Sai benissimo da quando si son messe a girarmi all’incontrario. E, a quel che mi risulta, avendone presa l’iniziativa, pare che tu lo trovassi naturale. Per uno come me, che detesta le mezze misure, è una ragione più che sufficiente: balle a sinistra! Non è affar tuo. Ossia, dovrebbe essere anche affar tuo. Ma tu sei tipo da preferire le ritirate assaporando i piaceri sospesi tra il sì e il no. Come ti esprimeresti, tu? Ambiguità dell’intellettuale? Vedi che è stato sufficiente strofinarsi pelle contro pelle, una sola volta, per ricordarsi quel che si è letto e andare sul difficile anch’io. Ti prometto che farò anche maggiori progressi, tanto non è che sia, poi, molto difficile. Soddisfatto?

LUCA GIOVANE  - Che c’entra con lei?

SERGIO                  - C’entra, c’entra. Oh, se c’entra!... Magari non c’entrasse!

LUCA GIOVANE  - A suo modo, aveva fatto un discorso lusinghiero, a tuo riguardo.

SERGIO                  - Si vede che l’anima nei coglioni fa tenerezza anche a te?

LUCA GIOVANE  - Perché no, dopotutto?

SERGIO                  - Sempre domande, mai una risposta. Assordarsi di parole per nascondercisi dietro e sfuggire alla realtà, come se, quale che sia, della realtà si dovesse aver paura.

LUCA GIOVANE  - O vergogna.

SERGIO                  - Peggio! Ma perché? Perché? Te lo dico io perché. Perché non la si smette mai di essere falsi con se stessi. E si dice no a se stessi. Vite intere. Il coraggio di essere liberi! Quello! Di alla gente di scalare una parete di sesto grado a piedi nudi, se ne è capace.

LUCA GIOVANE  - Basterebbe almeno il coraggio di tentarlo. Solo questo. Allora, forse, si cesserebbe di essere falsi, anche senza pretendere l’impossibile.

SERGIO                  - Bravo! E si ricomincia a discutere a colpi di sentenze, senza dir niente. Ma la finiranno mai gli uomini di discutere?

LUCA GIOVANE  - Penso di no: mai. È il loro onore e la loro miseria.

SERGIO                  - Di bene in meglio. Applausi. Questa, adesso, la facciamo stampare sulla carta dei cioccolatini. Te, ti esalta, non è vero?

LUCA GIOVANE  - Diciamo che non mi deprime.

SERGIO                  - A me, mi fa l’effetto di spararsi delle seghe nel cervello. Si è orgogliosi di costringersi a vivere con saggezza, quando si dovrebbe essere riconoscenti di poter vivere con follia; ci si aggrappa alla prudenza e si prende a pedate l’audacia; si sprecano i ragionamenti e si fa economia degli istinti. Morti viventi! Miserabili, si è tutti dei miserabili...! Perché la realtà, caro mio, è più caparbia delle parole...! Se tu potessi vederti in questo momento!... Hai l’aria spaventata del primo della classe invitato a compiere un delitto... Spogliarsi di fuori non è facile, però è ancora possibile. Basta un pugno di insultante sfacciataggine. E tu l’avesti. Ma spogliarsi di dentro, qui ti voglio! Non si bara, lì. Per spogliarsi di dentro, per essere onesti, fino in fondo, colla propria natura, per quello sì, occorrono dei coglioni grossi tanto!

LUCA VECCHIO  - E fece un gesto osceno spropositato. Era, in fondo, tale e quale ciò che, malamente, aveva cercato di esprimere la squinternata che lo aveva mandato in bestia.

LUCA GIOVANE  - E tu, li hai?

SERGIO                  - Li ho! Ma sono lussi sprecati. Con te, l’unica volta che ho fatto all’amore ho potuto pensare che stavo prendendomi la rivincita di annientare il mondo che odio e che rifiuto. M’ero preparato la trappola colle mie stesse mani, cadendo nella tua. Maledizione a me; perché, dopo, tutto mi si è cambiato.

LUCA VECCHIO  - E, una volta ancora, si rifugiò nel silenzio. Giorni avrebbero potuto passare prima che mi decidessi ad essere io ad interromperlo. Dacché m’ero reso conto che ciò lo esasperava, questa era diventata la mia tattica. Non dare niente, non ricevere niente... subire, semmai facendolo pesare. Stavo sperimentando la risorsa della crudeltà. Donde derivavano le intuizioni di quella povera insensata, che non una di esse veniva smentita? Ma il bacillo della parola stava infettando anche lui. La sofferenza fece il resto. E fu la prima volta, sicuramente, in vita sua, che, nella resa, conobbe l’umiltà. Era la mia vittoria o era la mia disfatta? Non mi posi la domanda. Avvertii solo che si trattava di qualcosa di inebriante... e mi sentii smarrito.

SERGIO                  - Scusami... Se tu sapessi quante cose sono mutate, e continuano a mutare, in queste giornate... da non riconoscere me stesso... Io non sono mai stato, non sono, né sarò mai uno che crede di risolvere tutto col piangersi addosso... Eppure... non so, non so... viene da lontano... qualcosa di sepolto nel fondo dell’infanzia. È come se, al termine della lunga attesa di un ignoto che covava da tempo immemorabile in me, fosse passato un ciclone, travolgendo ogni ostacolo. Non mi rendo ancora conto se sono morto oppure rinato... incerto tra la riconoscenza e il risentimento... Nella vita, son sempre stato un sasso che rotola e niente altro... Sono solo, son sempre stato solo, sono quel che sono perché sono solo... Un cane rabbioso che morde, per sfuggire ai calci... Mi son scelto la parte del duro per difesa. Ma è pesante. Tutto, da dentro di sé, non si può cavare. Mica sempre il più forte è il più forte. C’è bisogno, ogni tanto, di una sosta; non si può star continuamente sospesi sul precipizio della disperazione... Si trovano sempre cento motivi validi per odiare. E ti serve a vivere. Ne basta uno solo, per voler bene. Fa di inciampare in quello, e sei fregato... Nessuno mi è mai stato amico... e ho un bisogno schifoso che qualcuno mi voglia un po’ di bene vero... Come sono... senza giudicarmi... Debolezze ero convinto di non averne, orgoglioso di vivere nel presente e per il presente, senza un punto fermo: questo è stato l’errore. Ne avevo una, quella che m’era sempre parsa la debolezza maggiore: amare. Ma non ci si può amare tra eguali, occorrono distanze da colmare. E questo vuol dire soffrire. Nell’orgoglio, nel sentimento, nella carne. Prima di incontrare te, non avevo sofferto mai... Va bene: per questa sofferenza... grazie. È questo che volevi? Ti basta? E capiscimi se te lo dico col tono come se ti odiassi perché ti ho odiato subito, senza rendermi conto che era amore. Tu che potevi fuggire e non sei fuggito, e t’avevo lasciato solo apposta, aiutami... Fosti tu a farmi essere quello che non vuoi più che sia... che non avrei mai voluto essere, e che, ora, non posso e non voglio rinunciare ad essere... La vita non ce la fai a controllarla... Perché mi metti in croce?... Questa condanna, no...

LUCA GIOVANE  - E non t’è passato per la mente che, anche a qualcun altro, contro la sua paura, contro la sua volontà, contro la sua educazione, contro la sua doppiezza, possa star accadendo altrettanto?... In questo momento, anche il mio ignoto, quell’ignoto che, forse, è in tutti e non lo si vuole ammettere, assume un volto. Tu sei l’incarnazione vivente che non c’è amore di vivere senza disperazione di vivere. Finisco di imparare, da te, una semplice ma grande verità: la felicità è il maggior dovere morale dell’uomo e il prezzo è secondario. Essa non si parla, né si scrive, e, tanto meno, si discute. Anche quando esige il nutrimento della sofferenza, la felicità si vive, e basta, Sergio.

SERGIO                  - M’hai chiamato per nome...

LUCA GIOVANE  - Sì.

SERGIO                  - Grazie.

LUCA GIOVANE  - Taci.

LUCA VECCHIO  - Senza timori, senza calcoli, senza ritegni, senza ambiguità, senza pudori, in consapevole e completo abbandono, fui io, stavolta, ad offrirgli le mani. Egli le afferrò febbrilmente, e fu una stretta convulsa da farci male. Il delirio di possesso, che ci travolse dopo, cancellò quanto era accaduto prima, nel tremore e nell’angoscia. E il sereno trionfo dei sensi appagati, valse a sfamare un’insaziata ingordigia sentimentale. Fu come una consacrazione e una promessa. Un fiducioso appagamento m’invase ogni fibra, e lo spavento si mutò in beatitudine. Quella felicità da morirci dentro - allora fu il lampo di una vertigine, più tardi sarebbe stata la luce di un ragionamento compiva il prodigio di affrancare l’eros dalla pornografia, concedendo tutto al primo, redento dalla benedizione dell’amicizia; e tutto negando alla seconda, schiava della maledizione della solitudine. Era, finalmente, la pace, dopo la lunga guerra di una metà contro l’altra di noi stessi, combattuta senza saper di combatterla. 5 settembre 1951, sabato

SERGIO                  - Perché non mi guardi? Lo noto da ore. E dura da giorni.

LUCA GIOVANE  - Il mio perché è lo stesso del tuo. Lo conosciamo entrambi.

SERGIO                  - E non si vorrebbe, vero?

LUCA GIOVANE  - Conoscerlo?

SERGIO                  - No. Provarlo. Lo sai benissimo.

LUCA GIOVANE  - Appunto. Come te. La medesima rabbia.

SERGIO                  - Che non si darebbe per niente al mondo. Qui sta il trabocchetto.

LUCA GIOVANE  - Eguale per i silenzi, in cui tu sei maestro.

SERGIO                  - Già, eguale per i silenzi.

LUCA GIOVANE  - Certi sentimenti è più difficile accettarli che respingerli. E tanto più quanto più ti sovvertono l’esistenza rigenerandotela.

SERGIO                  - Ora che ci si potrebbe scaricare addosso carrettate di parole senza farsi male, si discorre a colpi di eco.

LUCA GIOVANE  - Qualche volta, non si ha nulla da dirsi perché si ha troppo da dirsi.

SERGIO                  - O perché ci si è già detto tutto in altro modo.

LUCA GIOVANE  - Evidentemente per rivelarsi a fondo, spesso il silenzio oltrepassa la parola.

SERGIO                  - Non sempre l’hai pensata così. Ci saresti andato a letto colle parole.

LUCA GIOVANE  - Sbagliavo. Lascia fare alla vita per predisporti gll appuntamenti meno previsti... Mi piace starti a guardare la notte mentre dormi e il mio cuore cerca di capirsi. Allora, cessa ogni diversità, ogni distanza. Nel silenzio che ci avvolge, tutto è nudo, vero, nostro. In pace.

SERGIO                  - Senza ieri, senza domani... e senza più nulla da dirsi...

LUCA GIOVANE  - È inesprimibile la metamorfosi che subisci nel sonno. Totalmente restituito alla natura. Solo gli animali, le piante, dormono, credo, con altrettanto abbandono. Meriterebbe che tu ti potessi vedere. Faresti la conoscenza del vero te stesso.

SERGIO                  - Invidio le tue insonnie. Potrei finire di decifrarti anch’io.

LUCA GIOVANE  - Il tormento insaziabile di scassinarsi dentro, anche tu, dunque.

SERGIO                  - Ecco un vizio in cui mi batterai sempre. Non altro che per questo, è accaduto ciò che è accaduto e siamo al punto in cui siamo.

LUCA VECCHIO  - Effettivamente era l’estremo residuo di superiorità rimastomi su di lui, seppur, giunti a questo punto, poteva ancora contar qualcosa. Da non credere come, dopo aver manifestato tanta aggressiva insolenza, tanta prepotente arroganza, o, anche, solo tanto ardire e, magari, tanta impudicizia nei sensi, la capacità, e ne avevo sofferto la prova, delle maggiori crudeltà e dei più vendicativi risentimenti quando nel suo sangue esplodeva la furia, egli potesse recuperare, nel sonno, tutta la trasparente innocenza, la vulnerabile purezza e la mite docilità dell’infanzia.

SERGIO                  - Perché non mi svegli?

LUCA GIOVANE  - Sei finalmente così sereno, in quei momenti, che sarebbe una cattiva azione.

SERGIO                  - Ah, fingi di ignorarne la ragione.

LUCA GIOVANE  - Non è che la ignori. Non mi tenta mai tanto come allora. Ma me la nego. A favore di un piacere più intimo e più sottile.

SERGIO                  - Dal quale mi escludi, quando dovresti insegnarlo anche a me.

LUCA GIOVANE  - Dammi pure dell’egoista.

SERGIO                  - Certo che te lo dò. Non sopporto di non spartire qualcosa con te. Un ladro derubato. Tu non sai l’umiliazione.

LUCA VECCHIO  - Discorsi così. Sospesi in dimensioni assurde. Come uno stretto apertosi, all’improvviso, tra due oceani incomunicabili, a rendere possibile il mescolarsi delle loro acque, facendone una sola... Stavo vivendo una totale identificazione con qualcuno che, fino a pochi giorni prima, m’era parso, era stato, in tutto e per tutto, il mio contrario, temuto, avversato, odiato. Ero travolto da un vero e proprio gemellaggio mostruoso. E anziché suscitare un conseguente, legittimo rigetto per aver subito un’insana frustrata sopraffazione, eccitava un lucido, riconoscente consenso per il privilegio di aver avuto in dono un arricchimento esaltante della mia più intima e segreta personalità. Non c’era più nulla che balenasse nella sua mente o che percorresse il suo corpo - idea o sensazione - fin dal trasalimento di un attimo, che mi rimanesse ignoto e non si replicasse, condiviso, da me. Accadeva altrettanto in lui? Quesito retorico. Le domande e le risposte dell’uno, erano le domande e le risposte dell’altro. Formularle esplicitamente era superfluo. Quanto io avevo dato a lui non era da meno di quanto lui aveva dato a me. Per eccesso di intesa, in quel processo di osmosi ci si avviava verso il silenzio. E tuttavia, implacabile, come un cancro che si nutre di se stesso, urlava, divorante, nella coscienza di entrambi, un interrogativo proibito ma onnipresente, invano respinto, del quale né si parlava, né si doveva parlar mai; ma al quale, ogni giorno, ogni ora, non si poteva evitare di avvicinarsi. Era il filtro inesorabile attraverso il quale era costretto a passare, uscendone avvelenato, ogni pensiero, ogni affetto, ogni umore, ogni atto, ogni gesto, ogni desiderio, ogni piacere, senza mai un istante di oblio: la taglia di sofferenza, il seme di morte imposto alla nostra vertiginosa felicità senza domani. Per poter investire l’argomento, quando, ben presto, divenne inevitabile, l’amore si trovò obbligato ad assumere quasi il vecchio tono dell’odio, quantomeno del risentimento.

SERGIO                  - Cosa stai pensando?

LUCA GIOVANE  - Lo stesso che stai pensando tu.

SERGIO                  - Che s’è cominciato a pensare fin dalla prima volta, che non s’è smesso e non si smette un momento di pensare...

LUCA GIOVANE  - ...e che si penserà fino all’ultimo, senza osare di affrontare il discorso.

SERGIO                  - La felicità può anche esigere il prezzo della sofferenza. In questo, s’era d’accordo. È il solo debito che non si può non pagare.

LUCA GIOVANE  - C’è prezzo e prezzo. E questo è alto.

SERGIO                  - Per certe esperienze il prezzo non è mai abbastanza alto.

LUCA GIOVANE  - E tu, sei disposto a pagarlo?

SERGIO                  - Purtroppo sì. Dei due, l’obbligo maggiore è mio.

LUCA GIOVANE  - Figurarsi se rinunciavi a questa supremazia.

SERGIO                  - Infatti... Ora sei libero. Lo sai che sei libero?

LUCA GIOVANE  - Lo so. E non hai idea quanto darei per non esserlo. È questo che volevi sentirti dire?

SERGIO                  - Il prigioniero adesso sono io. Una trappola infernale. Le parti si son rovesciate.

LUCA GIOVANE  - Non so chi, dei due, stia meglio.

SERGIO                  - Questione sulla quale non son disposto a discutere.

LUCA GIOVANE  - Comodo.

SERGIO                  - Mica tanto. Quello che va fatto e basta. A ciascuno il proprio sacrificio. Cerca di non rendere, il mio, più difficile di quanto già non sia... Ebbene, ora che sei libero, e sai di esserlo, quando te ne vai?... E perché non te ne vai?

LUCA GIOVANE  - Fai domande fingendo di non conoscerne già la risposta. Quando tu ti deciderai a varcare il confine, promessa: allora me ne andrò... Perché non ti decidi tu?

SERGIO                  - Non sono uso a scorticarmi colle mie stesse unghie. Non me lo si può chiedere.

LUCA GIOVANE  - E perché dovrei esserlo io? Mai concorso per medaglie al valore.

SERGIO                  - Stiamo qui, per caso, a misurare sui piatti della bilancia, i nostri reciproci sacrifici, ognuno colla nobile ambizione che il proprio debba essere il più generoso?

LUCA GIOVANE  - Il più duro semmai.

SERGIO                  - È ben quello che intendevo dire. I giorni del discutere sono finiti. Vogliamo inaugurare quelli della gara a chi fa più bella figura, adesso?

LUCA GIOVANE  - Pare. È a te che devi domandarlo.

SERGIO                  - Ti prego. È già abbastanza fare ciò che si deve fare. Puro e semplice. Prontissimo. Però, generoso o non generoso, ripeto: non mi muovo finché non sarai al sicuro. E, per me, la questione si chiude qui. Io non ho nulla da temere, e, meno che meno, da perdere. Tu hai tutto.

SERGIO                  - Lo so. Cosa credi, che non me ne renda conto? Che non me ne sia sempre reso conto? Confine o non confine, libertà o galera, sarei stato l’ultimo dei deficienti se mi fossi illuso che potessimo avere un futuro, come se io fossi un uomo che può avere un futuro!... Ma un conto è ragionare, un conto è trovarcisi dentro. Se c’è uno che dovrebbe saperlo, questo sei tu... Non è che l’imboscata, te t’abbia risparmiato.

LUCA GIOVANE  - Appunto perché lo so.

SERGIO                  - E allora, sulla graticola fino in fondo, costi quello che costi: coerenza per coerenza.

LUCA GIOVANE  - Cerco forse, di fare qualcos’altro di diverso? Sei tu, ho idea, a vacillare.

SERGIO                  - Sentimi bene: dura soltanto da quindici giorni, ma ci ho gettato dentro la vita, l’anima, se preferisci, visto che è un arnese che non ci si può togliere dai coglioni. Dovesse finire - e finirà! - tra un mese, tra una settimana, domani, l’ora prossima, non me ne pento. Figurati: deploro di non credere in Dio solo per non essergliene grato... Comunque finisca, e la fine sarò io a deciderla... comunque finisca, avrà meritato di essere vissuta e in credito rimarrò sempre io. Ho amato e amo la vita così ferocemente, così disperatamente che non me ne può venir che male. Lo so, l’ho sempre saputo e ci sono preparato. Ciononostante, anzi proprio per questo, i conti tornano, e tornano a mio favore. E nel tuo caso che i conti non tornano. Smamma al più presto e lasciami perdere. Un futuro tu lo hai!

LUCA GIOVANE  - Dovrei, dunque, essere io quello che si scortica colle sue stesse unghie? Grazie tante!

SERGIO                  - Per quanto dipende da me, non vedo altra via d’uscita. Salvo, eventualmente, quella di trovare la forza di cacciarti a calci. E, voglia il cielo che la trovi.

LUCA GIOVANE  - Potrebbe non bastare.

SERGIO                  - Ma ti rendi conto, sì o no, che, unicamente, in una reciproca disumanità esiste una possibilità di scampo?

LUCA GIOVANE  - No. M’hai insegnato tu il piacere del rischio di regolarsi ad estri. Posso sempre abbandonarmi al gusto di ricattarti. Non deve essere un gusto da poco.

SERGIO                  - Per esempio?

LUCA GIOVANE  - Per esempio, dichiarandomi tuo complice, o tuo favoreggiatore, o che so io. Sai, la tentazione di rapinare le banche può essere contagiosa per i giovanotti di buona famiglia. Fa’ che aprano gli occhi sulla noia alla quale sono destinati e diventa uno sport attraente. Io non mi fiderei troppo. Nulla di meno difficile dell’essere creduti quando ci si accusa di qualcosa. Difficile è, semmai, il contrario.

LUCA VECCHIO  - Due secche sberle, senza parole, furono la sua risposta. La mia calma stupì, per primo, me stesso.

LUCA GIOVANE  - Rischi il ridicolo. È venuto, anche per te, il momento in cui i vecchi sistemi non servono più: armi scariche, spuntate, fuori uso. Mi tengo questi due schiaffi, guarda, commosso per quello che essi veramente sono.

SERGIO                  - Vale a dire?

LUCA GIOVANE  - Chiedo scusa alla tua scontrosità e faccio credito alla tua intelligenza: sono due carezze camuffate nel loro contrario. O credi di potermi far credere che, tra noi, sia ancora possibile ingannarci? Toglitelo dalla testa. Del resto, sei tu il primo a saperlo. Al punto in cui siamo, tutto è diventato più difficile perché tutto è diventato più facile. Un maledetto imbroglio: l’hai detto. La vecchia musica è inutilizzabile. Anche, e soprattutto, come sottofondo di mascheramento alla sacrosanta gara dell’abnegazione che dici di voler respingere. Spogliarsi di dentro. Me l’hai insegnato tu, anche questo. In due parole: essere sinceri.

SERGIO                  - Debbo proprio io esortarti al buon senso? Non giudico la tua vita. Mi ha sempre fatto schifo. Non per altro ho scelto di essere quello che sono. Ma è nella tua vita che devi ritornare, dimenticandoti, cancellando la ubriacante pazzia di queste giornate. Perché laggiù, al tuo posto, potrai vivere solo strappandotele dalla memoria, dal cuore, dalla carne, sputando sulla libertà come si sputa sull’acqua putrida di una fogna. Droga proibita, per te. I più forti rimangono loro. Là ti aspetta la veneranda regola, l’onorata normalità del sentire, del ragionare, dell’agire, del parlare, per le quali fosti fabbricato, cresciuto, preparato; e in esse devi rientrare, accontentandoti delle innocue trasgressioni da loro stabilite, concesse e disciplinate a maggior gloria dell’ordine consolidato. Non hai scelta. Tu sei un uomo rispettabile e devi rassegnarti a far l’uomo rispettabile. Tornare al guinzaglio corto. Altro destino, per te, non esiste. Guai. La tua galera non sarà meno dura della mia, se la mia dovrà essere galera. E anche di ciò devo chiederti scusa come del maggior male che avessi potuto farti. Non si toglie di sotto il piatto pieno all’affamato, dopo averglielo appena fatto assaggiare.

LUCA GIOVANE  - E sia. Ci si intende già un po’ meglio. Ognuno paghi la sua parte, dicesti? Va bene. D’accordo. Non sarò io a tirarmi indietro. Resa a discrezione. Non esiste altra uscita. Contro l’inevitabile, niente da fare. E, in fondo, non è nemmeno ingiusto. Vedi che io vado anche più in là. Buonsenso! L’obbrobrioso buonsenso, marchio di garanzia dei borghesi negati alle ebbrezze dell’anarchia, privilegio dei fuorilegge d’elezione. Devo rientrare da dove sono uscito? Ci rientro. Non sarà un discorso lungo, stavolta: parola che, strettasi la mano, nel momento stesso che io scomparirò da quella parte, tu scomparirai dalla parte opposta e, fin che si viva, nessuno dei due saprà più niente dell’altro? Ti persuade, ti basta così? Parola?

SERGIO                  - Parola... Il debito è pesante, troppo pesante; ma lo fosse mille volte di più, va saldato. Non saresti, per me, quello che sei se non andasse saldato.

LUCA GIOVANE  - Non metterti tu a far discorsi, adesso. Le tirate da applauso sono state messe fuori uso, tra noi. Spalle al muro. S’è deciso così e così sia. Non c’è altro da aggiungere.

SERGIO                  - Ebbene sì... sì, come vuoi. Ancora una volta sarà la tua lucida crudeltà a regolare le cose...

LUCA GIOVANE  - In tal caso, non c’è più niente da dire.

SERGIO                  - ..Sì ... però ... però non subito... Concediamoci questa piccola viltà... l’ultima. Non subito.

LUCA GIOVANE  - Tu? Sei proprio tu a chiedere a me la grazia di essere vigliacchi?!

SERGIO                  - Ma cosa vuoi, arrostirmi vivo?... Tutti eroi da un momento all’altro?!

LUCA GIOVANE  - Non essere melodrammatico. Non stiamo recitando un’opera.

SERGIO                  - Qualche giorno ancora... Se ne ha pur diritto. Tu non lo vuoi meno di me. Non metterti a mentire tu, ora... Senza pensare... senza prevedere... senza decidere... senza discutere... senza riflettere.... senza permettere alla maledizione del cervello di funzionare... Come gli animali e come le piante... ecco, come hai detto tu. Vivere uno accanto all’altro così, per un po’ ancora... Senza stabilire né quanto nè quando... Vuoi?... Ti prego... qualche giorno ancora... ma non di colpo... Guarda, senza prepararci... E quando avverrà... giurami che avverrà all’improvviso... Senza un saluto... senza un bacio... Fallo fin che sarò in fondo al sonno. E appena aprirò gli occhi e non ti vedrò più accanto a me... te lo giuro, farò altrettanto io... quello che tu chiami mettermi in salvo!... Lo farò... Perché, per poterlo fare, ognuno, in quel momento, deve essere solo... di nuovo solo: abbandonato... Taci?

LUCA GIOVANE  - Hai detto tu, ciò che avrei voluto dire io da quel vigliacco che non avevo il coraggio di essere. 12 settembre 1951, sabato

LUCA VECCHIO  - È la tregua irrealizzabile fu, miracolosamente, realizzata, l’innaturale trovò la sua naturalezza. Ci sono meno modi di fare l’amore di quel che si dice, ma più di quel che si scrive. Immersi nell’ebbrietà di un’esperienza privilegiata, elargitaci a dimostrazione che non c’è nulla che il sesso non possa oltrepassare, senza, per questo, snobilitarsi, venendo meno al suo fine di supremo strumento di reciproca esplorazione conoscemmo la lussuria ineffabile di un tempo sospeso: ore come anni, attimi che si identificavano coll’eterno, immobili sotto la canicola implacabile, estenuati su quelle pietre, in silenzio, vestiti solo del nostro sudore, a stanarci l’anima, carezzandoci i corpi sazi, caldi di vita, con la fissità di sguardi febbrili. Potrà mai uscirmi dalla memoria la sfinita dolcezza dei momenti passati col capo appoggiato sul suo inguine tumido, morbido ed appagato, a volere l’impossibile e a perseguire il proibito, dopo aver ucciso il tempo!?... Pativa trepidi pudori, inattesamente dispersi da subitanee furie della carne, ripresi, dopo, con chiusure imbronciate e cupi malumori, rotti, talora, da qualche mite brandello di sorriso. Era, forse, gratitudine, vergogna d’aver vergogna, rivelata da infantili risacche di una lontana innocenza calpestata, struggente, presagio di un irrealizzabile e sempre più corto durare, consapevole angoscia di un prossimo finire, rassegnato congedo da uno stato di grazia fatalmente destinato a spegnersi appena balenato, consolante rifugio in malinconici vagheggiamenti di estinzione... La conclusione si consumò improvvisa, in pochi momenti, nel meriggio di una giornata in cui la ferocia dell’estate sembrava inclementirsi nei primi tepori dell’autunno. La notte prima aveva piovuto e c’eravamo amati.

SERGIO                  - Cosa te ne stai a scrutare laggiù, con tanta attenzione, staccato da tutto?... Non preoccuparti. Sembra, ma ci sei meno lontano di quel che pare... Ma sì, la libertà è in quella direzione... Un tre, quattro ore di marcia e sarai fuori dall’inferno, fra la tua gente e, poco a poco, tutto ti si impallidirà in un sogno: il tuo sogno.

LUCA GIOVANE  - Vieni un po’ qua a dare un’occhiata, piuttosto... Mi par di scorgere degli strani movimenti, là in fondo... Sulla destra, vedi?... Se la foschia si diradasse...

SERGIO                  - Dove?

LUCA GIOVANE  - Non è il terrapieno della ferrovia quel rilievo indistinto...

SERGIO                  - Là. Più presto che non credessi...!

LUCA GIOVANE  - Che?... Che significa?

SERGIO                  - Sono loro. Rastrellano la zona. È cominciata la battuta per stanare il cane rabbioso. Probabilmente, una soffiata.

LUCA GIOVANE  - E lo dici con questa calma?

SERGIO                  - Prima o dopo, sarebbe successo. Rischi del mestiere. Ma vattene, dunque! Fuggi. Presto.

LUCA GIOVANE  - Troppo tardi. Evidentemente, siamo circondati.

SERGIO                  - Almeno, tenta. Scappa. Che stai qui a discorrere?

LUCA GIOVANE  - Tempo perso. Il loro mestiere lo conoscono anche loro. Meritano di non intralciarglielo. Lei! È stata lei.

SERGIO                  - No. Escluso. A una sola condizione può essere stata lei: quella, subito dopo, di essersi tolta la vita.

LUCA GIOVANE  - Va’ via, va’ via, che aspetti ancora ad andar via?

SERGIO                  - Non tento nemmeno. Dovrei sparare, e non me la sento. E, poi, non servirebbe.

LUCA GIOVANE  - Hai deciso di lasciarti prendere?!... Ti rassegni così?

SERGIO                  - Li aspettavo. Speravo soltanto non così presto. Ma la speranza è sempre più corta del desiderio.

LUCA GIOVANE  - L’avevi previsto, dunque! Lo sapevi. Mi hai ingannato. Apposta, non volesti metterti in salvo, quando avresti ancora potuto. E anche colpa mia, il non averlo capito. Se me ne fossi andato allora, anche tu avresti trovato la forza di andartene. È sulla mia viltà che hai contato.

SERGIO                  - Lascia perdere. Non poteva finir altrimenti. Anche la viltà, qualche volta, può rendere un servizio.

LUCA GIOVANE  - Smettila di perder tempo. Nasconditi!

SERGIO                  - Dovrei aver le ali. Ma vivere non è sognare.

LUCA GIOVANE  - Almeno tenta. Fa’ qualcosa... Ora si distinguono anche meglio. Che aspetti?... Sergio!?!?

LUCA VECCHIO  - Quel grido fu la reazione ad un inopinato colpo di rivoltella che me lo fece stramazzare esanime alle spalle.

LUCA GIOVANE  - Pazzo, pazzo, Sergio, pazzo!... Che vuol dire? Che hai fatto?... Perché, perché?... Rispondi, parla...

SERGIO                  - Perché, senza di te, non avrei potuto vivere. E, con me, per te, sarebbe stata la rovina. Avrei fatto lo stesso anche se non m’avessero scoperto. Non c’era altra soluzione... Va bene così, credimi... Te ne renderai conto anche tu... per noi, non esisteva futuro. Almeno tu, ora, sei salvo... Forse...

LUCA GIOVANE  - Era per questo. E non l’ho capito. Non son riuscito a trasmetterti altro che la mia vigliaccheria!...

SERGIO                  - La tua mano... e guardami... Fammi portar via il tuo sguardo... Tre settimane, ma han contato più di una vita: la mia rinascita... in te... Non è, poi, tanto brutto andarsene così. Il destino, per me, prevedeva una fine peggiore... Non m’hanno avuto... e nemmeno la mia libertà hanno avuto... Tutto bene...

LUCA GIOVANE  - Dovevo essere dunque io a distruggerti…

SERGIO                  - No; a farmi morire libero.

LUCA GIOVANE  - Taci, taci...

SERGIO                  - Strano... non fa male, sai. Molto meno delle cinghiate di mio padre e delle bacchettate sulle dita, in riformatorio... È come star per addormentarsi...

LUCA GIOVANE  - Mi chiamo Luca.

SERGIO                  - Mi piace... grazie... E non dimenticarti di dimenticarmi... Ciao, Luca.

LUCA VECCHIO  - Fu la prima e unica volta che pronunciò il mio nome, e fu anche la sua ultima parola. Ma con che tenerezza tentò d’arruffarmi i capelli. Giacque, morto, ai miei piedi, come se facesse parte del mio stesso corpo. Estremo in tutto. Dal principio alla fine... Se stesso, pienamente, fino in fondo... Non solo a metà, come me... Era stato un bandito come avrebbe potuto essere un santo. Allora lo rivoltai, lo sdraiai sul dorso affinché il suo viso altero fosse volto verso il cielo, lasciandogli aperti, i begli occhi fervidi e desolati, tuttora vividi della loro saggezza selvaggia; gli incrociai, sul petto, le grandi mani predaci, dai lunghi pollici, serene e protese all’amore, tanto belle, ancora calde e già così pallide; lo baciai sulla bocca... e, subito, di fronte agli uomini della legge sopraggiunti, attoniti e risentiti nel sentirsi derubati della vagheggiata preda, cominciai a rinnegarlo. Da quel preciso momento la mia vita si svolse fuori di me, tutto ridivenne come si dice normale, cioè morto. E la regola fu la signora omicida incontrastata della mia esistenza. oggi, due ore dopo

LUCA VECCHIO  - Tutto come aveva previsto. Condannato a vita al guinzaglio corto. E adesso, vomitata la coscienza fino alla feccia, dopo quarant’anni, tocca a me e a questo revolver che, da altrettanti, aspetta, in fondo a un cassetto, di sparare il suo primo e ultimo colpo... Cuore o capo? Amletico dubbio. Sì, perché occorre anche andare incontro a chi, domani, dovrà convalidare la solita versione rattoppatutto del colpo partito accidentalmente, pulendo l’arma, sennò i solenni funerali religiosi te li saluto... Queste armi dispettose e indisciplinate, così spesso pulite nei momenti meno adatti!... Toh, non mancava che il telefono proprio ora!... Nemmeno si trattasse di una commedia!... Ma sì. Minuto più, minuto meno... Perché andarsene portandosi dietro la curiosità insoddisfatta dell’ultimo imbecille che ti chiama per l’ultima imbecillaggine?... “Ah, sei tu, Fabio?... Dimmi, dimmi pure... Non sai come fare?... Una cattiva notizia, allora. Bene. Se non altro, porterà un po’ di varietà nella noia in cui siamo impantanati... Non volevi che lo venissi a conoscere, di sorpresa, dalla radio? Dimmi, sento benissimo anche attraverso il citofono... Ah... Credo di capire. Il Nobel, eh... Non me lo danno... Bisognerà restituire il frac... Ma, forse, non è, poi, una cattiva notizia, sai... Per un solo voto. E stato un voto intelligente... Lascia perdere: intelligente. M’intendo io... Curiosità di conoscere il nome del fortunato? Nemmeno l’ombra... Assoluta indifferenza: parola... Ecco. Sarà per il prossimo anno. Magari alla memoria... Scherzo. Si dice così per dire: facezie, luoghi comuni... Sei esonerato dallo stupore: non provo alcun bisogno di essere consolato... Ecco, questo sì: fareste bene a cercar di conoscere un po’ meglio vostro padre... Va là, siamo, più o meno, tutti dei sepolcri imbiancati... Avrei piuttosto fretta, caro. Una vecchia faccenda, in sospeso, da sbrigare... Guarda combinazione, stasera, a cena, mancherò anch’io... Sempre quell’impegno... Sai, rimanda oggi, rimanda doma­ni, viene il giorno che non puoi più tirarti indietro. Ciao... Un’altra cattiva notizia? Ma tu sei il vaso di Pandora... Pandora, Pandora, quella mitologica iettatrice... Sì, sì, son sempre all’apparecchio. Parla pure, ti ascolto... Va bene. Ne prendo atto... Non sono sordo: hai spedito una lettera di dimissioni alla direzione della clinica. E con ciò?... Per niente. Caro, sei maggiorenne, vaccinato e incensurato; in ventisei anni, nessuno s’è mai accorto che tu abbia dato segni di particolare menomazione mentale, quindi... Ma era nel tuo pieno diritto... Spetta solo a te disporre del tuo avvenire... Un padre straordinario? Io? Non farmi ridere... Elementare buonsenso e sacrosanto rispetto dell’altrui indipendenza, tutto qui... Me ne son già reso conto: la prima conseguenza è la rottura del fidanzamento con la figlia del tuo primario... Pazienza. Può capitare. Ringrazia il cielo che non ti dovesse capitare troppo tardi... Bé? Si vede che ti sei accorto di non volerle bene abbastanza. Ci sono sbagli più gravi... Il carattere, l’aspetto, i sensi, tante cose, che ne so io?... Un odore, qualche volta... Sì, sì, me ne informi adesso: non t’ha mai fatto? come hai detto?... imbufalire? Non t’è mai piaciuta, per chiamarla all’antica, insomma... Ma, santa pazienza, come direbbe quella buona donna di tua madre. Che bisogno hai di giustificarti? Non cascherà il mondo... A ventisei anni, con tutta una vita davanti!... Sei spiacente per la carriera? Ma si può far carriera anche da liberi, sai, senza l’obbligo di diventare il tirapiedi di un tronfio barone della medicina, del quale l’arteriosclerosi sta facendo, a passi da gigante, un capolavoro di cesello?... Piedi di piombo, ragazzo per forza, generi di un padreterno dell’orecchio-naso-gola, per ereditare la clientela... Meno male!... La trovo un’ottima idea. Una bella vacanza scacciapensieri è quel che ci vuole... Ti si chiariranno le idee... Occorre domandarlo? Ma certo che puoi usare la barca. A chi servirebbe? Sta, da un anno, ferma, ad arrugginire in quella pozzanghera di lusso... Non capisco... Mettiti d’accordo con la mamma. E sempre stata lei ad occuparsi del personale e ci tiene... Ma, levami una curiosità: che ragione c’è di cercare un altro autista? Quello che abbiamo va benissimo... Che avevamo? S’è licenziato?... Partite insieme?... E che te ne fai di un autista su un panfilo?... Scusa, scusa, fammi capire... Sì, la linea è disturbata... Ti dispiace ripetere, per favore?... E non gridare così, non sono sordo... È un giovanotto eccezionale e un maschio infaticabile?... Infaticabile... Dici? Strano aggettivo... Oddio!... No, no, divertente... Hai capito!... Sai, lì per lì... Ma cosa vai a pensare? Partite insieme, punto e basta. Poi, ciò che fate è affar vostro... E chi ci bada? Mancherebbe altro... Ti senti un po’ imbarazzato perché è soltanto un autista?... Io leverei il soltanto... Pensa se fosse stato “soltanto” un malfattore, un rapinatore di banche, ad esempio... Mai giurare su niente. Può succedere di tutto, nella vita... Parole lapidarie: levaci gli slip e siamo tutti uguali, volevo dire siete... Sicuro, sicuro: fossili sopravvissuti di medioevi in cui ci si faceva ancora caso... Mah!... coll’acca, sì. Ti rispondo mah. Che vuoi che ti risponda. Scandalizzato?... Pensi che dovrei essere scandalizzato?... Che ti devo dire? Mi sforzo ma non mi viene... Sto scandalizzando te di non essere scandalizzato io?... Ma che bravo!... Si vede che sono un padre scarso di senso morale... Volage?... Sei incantato di scoprirti un padre volage... Spregiudicato, detto da giorno feriale... Va bene: se ti piace volage: volage. Non hai idea la soddisfazione che mio figlio mi trovi volage... Io lo trovo disgustosamente checca, ma non glielo dico... Niente, niente, era caduta, un momento, la linea... Ma, senza acca così, di punto in bianco: visti e presi?... Senza preavviso?... Vi siete intesi con un’occhiata... Il colpo di fulmine?... Non proprio di fulmine?... Va bene, va bene, non è necessario precisare di che. Facciamo il colpo di pelle... Sotto la doccia. Anche questa mania di lavarsi troppo ha i suoi inconvenienti... Scusa, scusa, volevo dire vantaggi... Non credere che non apprezzi la tua franchezza. Mi offenderesti... Anzi, se vuoi saperlo, ti ammiro... No, no, non è da tutti: al proprio padre, per telefono... lascia perdere... Eh già, in fondo, perché non avresti dovuto mettermene al corrente? Pudori da bigotti... E come, se mi si stanno chiarendo le idee!... Altro!... Hai ragione, hai ragione... Noo, ma no, nessuna pretesa di complicazioni, per carità: abbasso le complicazioni, non servono che a far soffrire: sopravvivenze antidiluviane. Mancherebbe altro!... Semplificare la vita: d’accordissimo... È la parola: scomplessarsi. Suona anche bene... Piuttosto, mica per niente, ma, sai, la mamma, forse, è preferibile, per il momento, che tu la tenga all’oscuro. Mettiti nei suoi panni. Lei non è ancora scomplessata. Quella benedetta donna è sempre in ritardo di trent’anni. Fin nel modo di vestirsi... Scaduti i nove mesi, sua madre deve essersi dimenticata di partorirla, e se l’è tenuta ancora nell’utero per un paio di generazioni. Tua nonna era la distrazione personificata... No, dici?... Se non ne vedi la ragione... Come credi... Lealtà? Sì, sì, ma anche la lealtà, sai, meglio non usarla come una bastonata in testa... Fa tu... Ma con un certo tatto, se ti riesce... A proposito, e tuo fratello. Ah, quello ne è al corrente da un pezzo... Anche lui, per caso?... No? Peccato... Però, scomplessato, è scomplessato?... Meno male. Mi stavo preoccupando. Mi rassicuri... Ironia? Ma nemmeno per sogno. Gli anni, solo gli anni... Eh, non basta capire. Se bastasse solo capire, potrei dirmi un leone... Devi aver pazienza. Io sono di un’altra generazione: quella degli imbecilli... E per certe realtà, legittime che siano, una generazione conta. Credi che ti siano passati sopra degli anni e scopri che ti son caduti addosso dei secoli... Eh già, non farne un dramma, tutto qui: tutto qui... Vangelo!... Un bel giorno, uno si accorge di essere fatto in una certa maniera, un diverso, come dite oggi, e si regola di conseguenza: normalissimo... Un neo... snobismo. Può persino far seduzione, un tocco di prestigio. Tutto dipende da come si porta... Ecco. Non mi veniva la parola: bisessuale... sinonimo: ambisesso. La scoperta dell’acqua calda: coerenza morale di una verità scientifica. Perfetto... Quando avevo la tua età, ci si azzardava appena a parlare, goliardicamente, di anfibi, figurati. E guai farsi udire dalla gente cosiddetta perbene. Una malizia sufficiente a far arrossire per una settimana… E ancora, ancora una volta, ne facevano legna da ardere per i roghi. Al contrario. Grazie di avermi aperto gli occhi... Parlo sinceramente. Non puoi, nemmeno lontanamente, aver un’idea quanto... Prosegui, prosegui pure. M’è passata la fretta... Ma sei inesauribile. Già mutato parere!?... Dopotutto, non hai torto a voler riflettere sulla rottura del fidanzamento, sai... Sei proprio un figliolo modello, soldi e carriera, nella vita, sono tutto. Perché buttarli dalla finestra solo per uno stupido scrupolo? Sì mio, mio. Fai bene a pensarci su due volte... Lo sa anche la ragazza e non ne fa un dramma? Anfibia anche lei?... Chi può glurarlo?... Tempo al tempo, non si sa mai... E allora?... Volevo ben dire... Ma si capisce. A che servirebbe disporre di un paio di gambe senza poter tenere i piedi in due staffe? Se non fosse normale, saremmo venuti al mondo con una gamba sola, ti pare?... E, poi, bordeggiare tra due sponde è lo sport dell’avvenire... Insomma, fa ciò che meglio ti piace senza rinunciare a niente: a niente! Ma sicuro: oggi si va a uomini e domani si va a donne, basta disporre di un letto... E l’igiene dove me la metti?... Naturalmente. Il pranzo esclude, forse, la cena? Vogliamo cominciare a praticare il digiuno?... Certo: i cibi proibiti con gli stomaci sani? Ma che scherziamo? Mangiare di tutto è tanta salute... Questo si chiama ragionare!... Partner? Portentoso! E ora di smetterla, una buona volta, con uomo o donna. Cosa sono queste distinzioni venerande? Partner: intercambiabile. Diventa subito un’altra cosa: più di oggi, più snob... più normale, che è ciò che conta. Potenza di una parola: un partner non esclude l’altro. Dico bene così?... Ciao. Ora devo proprio staccare. È stata una conversazione molto istruttiva, che neanche un corso universitario. Non credevo, parola: non credevo... No, no, solo un po’ di malessere; mi capita ogni tanto... l’età... però passa... Ma certo: si aprono gli occhi. Ci si vede e se ne parla con comodo... Adesso che s’è rotto il ghiaccio... Da commilitoni navigati in libera uscita?! Navigato io, poi...! Comunque, ci conto... Senti, senti. Confidenzioncelle scabrosette...? Pure?... Non vedo l’ora. Ci si divertirà da matti... Impegno preso... Ah, di, già che sei a casa. Ti dispiace avvisare tua madre che sarò puntuale a cena come tutte le sere?... Contrordine. Ho mutato parere. Ho deciso di rimandare il mio impegno. Credo, anzi, che non ne farò più nulia. Ormai, non avrebbe più senso... Divertitevi... Un mese passa presto? Tutto è relativo: tre settimane passerebbero anche più in fretta... Così, tanto per dire... Eh, va be’, ma gli autisti non sono pochi per il mondo!... Scusa: i partner... Già, e anche i marinai... Si fa più presto a elencare chi non ci sta che chi ci sta?... Dici?... Se, veramente, in circolazione, non ci sono che pantaloni i quali non domandano altro che di essere sbottonati da altri pantaloni, non hai da preoccuparti. Fortunatamente, non ti mancano le risorse per toglierti la curiosità di scoprire quel che contengono. Gioventù, salute, avvenenza, quattrini, disinvoltura: hai tutto dalla tua... E attenzione a non metterci mai nulla di più e di diverso. Ma, con te, è una raccomandazione superflua... Bravo... Malinconia? Trovi? Non farci caso. Pura comprensione e disinteressata solidarietà di un padre... “volage”... Non c’è di che... Te l’ho detto: quando si tratta semplicemente di capire, io ho la testa che è un orologio svizzero... Eh, l’arteriosclerosi avrà il suo bel da fare per averla vinta con me... Anzi, non sai con che impazienza l’aspetto! Sarà un riposo che non ha prezzo... Per carità! Sei completamente fuori strada... Provo perfino, pensa, una punta di invidia senile... Vorrei vedere che tu facessi diversamente!... Approfitta, a modo tuo, della giovinezza... Non un diritto: un dovere... Certo, ognuno come può e come sa... Eh, che vuoi farci? C’è sempre uno che, al banchetto della vita, arriva in ritardo, quando la tavola è già sparecchiata. Fortuna che io non ho più appetito... Proprio così: non sono in grado di conoscerle, certe cose. Non è colpa mia. Non sono stato scomplessato, io... Ai tempi miei “non usavano” certe cose: proibite. Vorrà dire che cercherò di sopperire con l’immaginazione... Come posso, s’intende. Alla mia maniera... M’ingegnerò. Mi inventerò una storia, che ne dici? Ma non mi aspetto un granché... Cosa ci si può aspettare da uno costretto, dal destino, ad accordare la vocazione del piromane colla cautela del pompiere?... Bravi, bravi. Auguri... anche ad Aurelio, a te e ad Aurelio. Come hai detto: mettere più vita nella vita? Certo. Ma, Cristo! c’è modo e modo... I pionieri! Bisessualità. Ogni generazione apre e chiude sempre gli stessi ombrelli. Solo, ha bisogno di ribattezzarli con nomi differenti... Che lezione, gente!... E così, due e due quattro, il cretino giulivo ha risolto la questione da par suo nella maniera più radicalmente elementare, sopprimendola volgarmente alla radice e degradandola nel più assurdo squallore... Il peccato è morto, trascinandosi il rimorso nella tomba, e una pietra sopra. Ecco uno che non insegue, di sicuro, l’assoluto, e non finirà col piangersi addosso, contemplando la miseria della propria esistenza tradita, ignaro del conforto segreto e tormentoso della verità folgorante che guida i predestinati attraverso Sodoma. Avesse mai ragione lui?... Non è impossibile, dopotutto... Tardi!... E pensare che, per qualcuno, ha voluto dire il problema di tutta la vita! Forse, la pietà di me stesso non è, poi, abusiva come può parere... Povero Sergio, adesso sei veramente morto. Io appartengo al partito del passato e non sono, ormai, che un fossile che cammina disilluso e stanco, col suo putrescente bubbone nel cuore; vampiro della solitudine, deciso, quel poco o quel molto che gli resta ancora da vivere a vivere di curiosità, col diritto e col dovere di non essere mai felice; nato, vegetato e morto spettatore, dopo essere stato, per tre settimane, protagonista. Giù il sipario! S’è chiacchierato abbastanza: è una commedia che non interessa più a nessuno, passò quel tempo, Enea!...

Fine

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