Lehman trilogy

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LEHMAN TRILOGY


di Stefano Massini

Regia di Luca Ronconi


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 2

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

PERSONAGGI


Henry Lehman

Mayer Lehman

Emanuel Lehman

Philip Lehman

Herbert Lehman

Robert Lehman


Massimo De Francovich

Massimo Popolizio

Fabrizio Gifuni

Paolo Pierobon

Roberto Zibetti

Fausto Cabra


Pauline Sondheim, Carrie Lauer,


Ruth Lamar, Lee Anz Lynn

Solomon Paprinskij

Pete Peterson (greco)

Lew Glucksman (ungherese)

Testatonda Deggoo


Francesca Ciocchetti

Fabrizio Falco

Raffaele Esposito

Denis Fasolo

Martin Ilunga Chishimba


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Prima parte

Tre fratelli


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Capitolo I

L’uomo del sogno / Il Sognatore (Luftmentsch)

Figlio di un mercante di bestiame, ebreo circonciso

con una sola valigia al fianco

fermo immobile

come un palo del telegrafo

sul molo number four del porto di New York.

Grazie a Dio per essere arrivato:

Baruch ha shem.

Grazie a Dio per essere partito:

Baruch ha shem.

Grazie a Dio per essere ora, finalmente, esserci, lì, in America:

Baruch ha shem! Baruch ha shem! Baruch ha shem!

Bambini che gridano, facchini sotto il peso dei bagagli, stridere di ferro e cigolio di carrucole, in mezzo a tutto

lui

fermo in piedi

appena sbarcato

con indosso il paio di scarpe migliori, quelle mai messe

tenute in serbo per il momento “in cui sarò in America”.

E infatti eccolo.

Il momento “in cui sarò in America”

èsegnato gigantesco da un orologio di ferro e ghisa lassù in alto

sulla torre del porto di New York: le ore 7 e 25 del mattino.

Otto chili in meno

nel mese e mezzo di traversata.

Una barba folta

più di quella del rabbino,

cresciuta mai tagliata

in 45 giorni di su e giù

fra branda cuccetta ponte, ponte cuccetta branda.

Partito astemio da Le Havre,


HENRY 1844


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sbarcato a New York esperto bevitore,                                                                              HENRY 1844

esperto a riconoscere al primo sorso

il brandy dal rhum, il gin dal cognac,

vino italiano e birra irlandese.

Partito da Le Havre ignaro di cosa fossero le carte, sbarcato a New York campione di scommesse e dadi. Partito timido, taciturno, assorto,

sbarcato convinto di conoscere il mondo: l’ironia dei francesi, la festa spagnola, l’orgoglio schizzato dei mozzi italiani. Partito con l’America fissa in testa, sbarcato adesso con l’America davanti, ma non più nei pensieri: negli occhi. Baruch ha shem.

Vista da vicino,

in questa mattina fredda di settembre,

per nulla imponente,

anzi, semmai, buffa.

Divertente.

Fu in quel momento

che qualcuno lo strattonò per un braccio.

Era un ufficiale del porto,

divisa scura,

baffi bianchi, gran cappello in testa.

Annotava su un registro

nomi e numeri degli sbarcati,

facendo domande semplici e con inglese elementare:

“Where do you come from?”

“Rimpar.”

“Rimpar? Where is Rimpar?”

“Bayern: Germany.”

“And your name?”


“Heyum Lehmann”


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“I don’t understand. Name?”                                                                                                             HENRY 1844

“Heyum…”

“What is Heyum?”

“My name is… Hey… Henry!”

“Henry, ok! And your surname?”

“Lehmann...”

“Lehman! Henry Lehman”

“Henry Lehman.”

“Ok Henry Lehman: welcome in America. And good luck.”

E mise il timbro:

11 settembre 1844.

Gli batté con la mano sulla spalla,

e se ne andò a fermare un altro.

Henry Lehman si guardò attorno:

Prese un bel respiro

afferrò la valigia,

e con passo spedito

-nonostante non sapesse ancora dove andare-

entrò

anche lui

dentro il carillon

chiamato America.


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Capitolo II

Chametz

HENRY

La stanza è piccola.

Il pavimento di legno.

Assi inchiodate, una accanto all’altra,

in tutto - le ha contate - 64,

e a camminarci sopra scricchiolano:

si sente che sotto è vuoto.

Una sola porta,

di vetro e legno,

con il mezuzah appeso al fianco come ordina lo Shemà.

Una sola porta,

affacciata - direttamente - sulla strada,

sul nitrito dei cavalli e sulla polvere delle carrozze, sul cigolare dei carri e la folla di città. La maniglia

di ottone rosso

gira male, a volte si inceppa

e allora va alzata, facendo forza, tirando:

a quel punto bene o male scatta.

Il negozio, sì, non c’è che dire, vabbene, è piccolo.

Uno sgabello per salire fino a metà parete.

Una scala a pioli per arrivare - se occorre - più in alto, dove stanno i berretti, i cappelli, i guanti,

i corsetti, grembiuli grembiulini e su in cima le cravatte.

Sulla destra in basso e dentro il bancone

stoffe arrotolate

stoffe grezze

stoffe avvolte

stoffe ripiegate

tessuti, panni, pezze

lana, juta, canapa,

cotone

cotone

soprattutto cotone

qui


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in questa strada di Montgomery Alabama,

dove tutto - si sa – sta in piedi, si regge, sul cotone.

Cotone

Cotone

di ogni genere e qualità:

il seersucker,

il chintz,

il tela bandiera,

il beaverteen,

il doeskin che assomiglia al daino

e per finire


HENRY


il cosiddetto denim,

quel fustagno robusto

stoffa da lavoro

-non si strappa-

che qui in America è arrivato dall’Italia,

-non si strappa-

Sulla sinistra della stanza

non più stoffe ma vestiario:

in ordine allineate sugli scaffali

giacche camicie sottane

pantaloni casacche

e un paio di cappotti.

Colori tutti uguali

grigio marrone e bianco

che tanto qui a Montgomery si serve solo gente povera:

nell’armadio, di vestiti buoni, uno, uno solo

per la funzione di domenica,

e i restanti giorni avanti tutta, testa bassa, senza guizzi

che in Alabama non si lavora per vivere

semmai si vive, questo sì, per lavorare.

E lo sa bene

Henry Lehman,

ventisei anni,

tedesco di Rimpar, Baviera,

figlio di un mercante di bestiame,

ebreo circonciso

che da tre anni si guadagna da vivere


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sgobbando come un asino


HENRY


dietro quel bancone.

Lavorare, lavorare, lavorare.

Chiudendo a mala pena per Shabat

ma tenendo aperto, eccome, la domenica mattina

quando i neri delle piantagioni per due ore vanno tutti alla funzione e riempiono le strade di Montgomery:

vecchie, bambini, e… donne

donne che - andando alla funzione - si ricordano della gonna rotta,

della tovaglia da cucire,

delle tende dei padroni da abbellire

e siccome domenica non è Shabàt:

prego, entrino, la domenica Lehman è aperto.

Lehman.

Sarà anche piccolo.

Ma il negozio però almeno è suo.

Piccolo, minimo, minuscolo, ma suo.

C’è scritto grande “H.LEHMAN” sul vetro della porta.

E un giorno ci sarà anche una bella insegna, sopra la porta, grande come tutta la facciata:

“Henry Lehman stoffe e abiti”

Baruch ha shem.

Aperto con ipoteche, garanzie, cambiali

e impegnando tutti quei pochi soldi che aveva: tutti.

Nemmeno mezzo cent d’avanzo. Tutto.

E ora, per chissà quanto: lavorare, lavorare, lavorare, che la gente compra la stoffa al metro lesinando perfino sui centimetri

e per fare cento dollari ci vogliono tre giorni.

Calcoli alla mano, che fa e rifà tutti i giorni Henry Lehman.

Calcoli alla mano:

almeno tre anni per riprendere le spese, pagare i debiti,

dare a chi deve avere.

Poi, una volta pagato tutto, allora sì che calcoli alla mano… ma qui Henry Lehman si ferma:


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Intanto lavorare,

come dice il Talmud: gettare chametz, il lievito, e dopo?

Dopo si vedrà.

gettare chametz, il lievito,

e dopo?

Dopo si vedrà.

gettare chametz, il lievito,

e dopo?

Dopo si vedrà.


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Capitolo III

Bulbe

Il secchio di vernice appoggiato per strada:

EMANUEL

Henry ha dato il compito a loro,

“per oggi pomeriggio finitemi l’insegna”.

HENRY

Sei metri per uno d’altezza.

Finire di dipingerla,

mentre Henry riceve il cotone,

e controlla la qualità,

la controlla lui, di persona, meglio di tutti,

la controlla montando sul carretto prima ancora di scaricare,

il cotone grezzo soprattutto,

che Henry lo compra

direttamente

dalle piantagioni:

ha un accordo con Testatonda Deggoo,

TESTATONDA

un negrone di due metri e passa

detto Testatonda perché in effetti ha un cranio perfettamente circolare,

sempre incastrato dentro un cappellaccio di paglia chiara.

Testatonda Deggoo fa da capo alla piantagione Smith & Gowcer:

i bianchi hanno capito che gli schiavi lavorano di più e meglio

se a comandarli c’è un nero come loro,

basta scegliere uno in gamba

e semmai pagarlo pure.

Testatonda Deggoo appunto è un mezzascala:

sta a metà fra gli schiavi e i bianchi

e il suo salario glielo pagano in cotone,

cotone grezzo, che lui poi rivende.

Ogni domenica, puntuale,

cantando il salmo,

col cappellaccio in testa di paglia chiara

e l’abito addosso della funzione, dove suona l’organo,

Testatonda Deggoo

attraversa tutto il viale di Montgomery

portando al negozio di Henry Lehman

un carretto di grezzo, matasse e rotoli:

Il secchio di vernice appoggiato per strada.                                                                                 MAYER

Per l’insegna nuova

hanno scelto il colore giallo.


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Riunione di famiglia in casa Lehman.

Tutti insieme, la sera prima.

Scritta gialla sullo sfondo nero.

Darà nell’occhio: porterà clienti, l’ha detto Henry.

I due

uno dopo l’altro

intingono il pennello

e sgocciolando

continuano il lavoro:

puntigliosi

attenti

stando dentro i bordi disegnati

-  quelli li ha tracciati Henry, a matita -

che le lettere sbafate non si possono vedere, ha detto Henry,

HENRY

e toglierebbero clienti, ha ragione.

MAYER

Ha ragione, Henry.

La “Elle” di Lehman sarà maiuscola.

EMANUEL

Dei due la dipinge Emanuel,

Emanuel Lehman,

cinque anni più giovane di Henry,

arrivato in America tre anni fa, più o meno,

quando l’orologio in ferro e ghisa del porto di New York

segnava mezzogiorno del 6 settembre 1847.

Emanuel, sì. O meglio: Mendel, che è il suo nome vero.

Ma qui in America, si sa, tutto cambia, perfino il nome.

un ragazzo cresciuto in fretta, Emanuel,

capelli scuri più della pece,

un paio di baffi da artigliere prussiano,

carattere incendiario,

uno che si infiamma, come dice Henry, ma se vieni in America devi starmi sotto

e infatti eccolo lì, ora, Emanuel,

chinato a terra,

in ginocchio,

armato di pennello,

un grembiule addosso per non sporcare l’abito, che nel frattempo il negozio è aperto e se qualcuno viene

un negoziante sporco di vernice non si può vedere:

toglierebbe clienti.


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L’ha detto Henry.

EMANUEL

E ha ragione.

Anche la “B” di Brothers sarà maiuscola,

maiuscola com’era fino ad ora quella “H” di Henry

che per sua decisione è stata tolta, via, basta:

da oggi non più Henry Lehman ma Lehman Brothers.

La “B” di Brothers la dipinge

MAYER

sudando

curvo ripiegato

col massimo impegno

il terzo e ultimo dei fratelli,

sbarcato come un pacco in America appena un mese fa,

terrorizzato dal viaggio, dall’oceano, dalle tempeste,

perfino dal vecchio rabbino a cui era affidato,

che lo portasse ai fratelli, laggiù, in Alabama,

perché in  Europa faceva strani discorsi da liberale,

lui, sì, che era un ragazzino.

Mayer Lehman

Vent’anni o giù di lì,

ritratto di sua madre,

con le gote sempre rosse

senza bere vino

e una pelle liscia

che ancora non gli spunta nemmeno la barba,

liscia liscia come una patata appena sbucciata

e suo fratello Emanuel

non perde occasione davanti a tutti

per chiamarlo in ebraico

fischiandogli come a un cane

“Mayer bulbe!”

“Mayer patata”

che poi Bulbe era il nome che aveva un cane,

là in Europa,

a casa loro, in Germania, Rimpar Baviera.

Tre ragazzi, i Lehman Brothers.

HENRY

Henry.

Emanuel.


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Mayer.

Dei tre, Henry è la testa – lo disse suo padre, là in Baviera –

Emanuel è il braccio.

E Mayer?

Mayer bulbe è quello che ci vuole fra la testa e il braccio,

perché il braccio non spacchi la testa

e la testa non umili il braccio.

L’hanno mandato qui in America anche per questo:

per dividere all’occorrenza gli altri due.

Una testa, una patata e un braccio:

ci saranno tutti e tre

sull’insegna nuova di legno pronta da appendere

grande bella grossa

a ricoprire tutta la facciata

“Stoffe e abiti Lehman Brothers”


EMANUEL MAYER HENRY


Ogni mattina


EMANUEL


come stamattina

i tre fratelli Lehman

si alzano alle cinque

che è ancora buio, vanno accese le lampade con l’olio di balena.

Nella casa di tre stanze

là in Court Square

per lavarsi c’è solo un secchio d’acqua.

“Era meglio in Germania” ha detto Emanuel

al suo terzo giorno d’America,

ma dopo lo schiaffo che gli dette Henry in pieno viso

non si è più provato a dirlo.


Un altro giorno.


HENRY


Un altro giorno.

Un altro giorno.

Lana, canapa,

e cotone, cotone, cotone: the King Cotton,

che da oggi Henry – la testa –

ha avuto l’idea:

i Lehman venderanno

d’ora in poi

non solo abiti e stoffe, no, abiti e stoffe non bastano più:


“venderemo anche tutto quello che ci vuole per coltivarlo, the King Cotton”.


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Emanuel – il braccio – ha alzato gli occhi e l’ha guardato male:

EMANUEL

“Sono venuto in America per fare il commerciante, non l’agricoltore.”

“E infatti noi questo facciamo: il commercio. Vendiamo e venderemo.”

HENRY

“Io non voglio vendere i secchi e le vanghe per gli schiavi.”

EMANUEL

“Tu sei qui per fare quello che voglio io: il negozio l’ho aperto io.”

HENRY

“E sull’insegna c’è scritto Lehman Brothers.”

EMANUEL

“Perché l’ho detto io e l’ho voluto io, ma il negozio resta mio.”

HENRY

“Non mi sporco con le piantagioni: voglio vendere tessuti.”

EMANUEL

HENRY

“Ho fatto i miei calcoli: i padroni delle piantagioni comprano semi, attrezzi,

carri.”

“I tuoi calcoli non sono i miei: io voglio la sicurezza.”

EMANUEL

“Tu sta’ zitto, sono io che…”

HENRY

E’ a questo punto che interviene Mayer Bulbe,

MAYER

liscio inodore come una patata:

“Ehilà, Testatonda Deggoo: se vendessimo semi e attrezzi voi ce li comprereste?”

“Semi e attrezzi mister Lehman? God bless you! Li comprerei subito: il più vicino che li vende sta oltre il Tennessee!”

Emanuel sputa a terra,

EMANUEL

si inchina e ricomincia a dipingere l’insegna,

nera e gialla che attira clienti

e per strada, l’ha detto Henry, si vedrà più di tutte:

“Lehman Brothers”

suona bene,

suona molto bene.

Anche questo l’ha detto Henry.

HENRY

E Baruch ha shem:

Henry Lehman ha sempre ragione.


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Capitolo IV

Chanukah (or what happened after the fire)

Baruch atah adonai

HENRY

eloheinu melech ha'olam

asher kid'shanu b'mitzvotav

v'tzivanu l'hadlik neir

shel Chanukah

E’ la sera di Chanukah,

proprio mentre Henry accende il settimo cero

in piedi dietro al tavolo

con Emanuel e Mayer

Baruch ha shem

E’ la sera di Chanukah

prima di aprire i regali

quando alla porta di casa Lehman

bussano forte, forte

che quasi viene giù tutto.

Testatonda Deggoo non si è mai visto così agitato,

senza il cappellaccio di paglia in testa,

trema, piange, grida:

“God bless you mister Lehman: il fuoco! Alle piantagioni: il fuoco!”

E infatti nel buio della notte

MAYER

nell’aria nel vento di questa serata strana

c’è perfino qui,

scendendo in strada, a Montgomery,

-Henry Emanuel e Mayer –

il fumo dappertutto

che brucia gli occhi

e carretti che corrono, all’impazzata,

lungo i viali, all’impazzata,

gente con secchi, uomini, ragazzi,

il fumo nell’aria

in gola nel naso

-Henry Emanuel e Mayer –

“Sta bruciando tutto, laggiù, ai campi!”

I dormitori degli schiavi,

i magazzini, le capanne

c’è tutta Montgomery per strada

c’è tutta Montgomery, correndo,


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-Henry Emanuel e Mayer –


MAYER


“Bruciano quattro cinque piantagioni! Alle fiamme!” Colonne di fumo alte quaranta metri come i campanili di laggiù in Baviera,

fumo denso pieno compatto

come quello delle navi dall’Europa a Baltimora che Mayer Bulbe sogna ancora la notte. Si è tinta di rosso perfino la notte,

verniciata come l’insegna

i muri delle case, la strada:

riflessi

bagliori

gli scoppi assordanti da laggiù in fondo, dove corrono ad aiutare e altri fuggono via

scappando

bambini in braccio

mezzi nudi

uomini e donne,

bianchi neri in fuga

crollando a terra

svenendo

non si respira

fumo in gola

nel naso

gli occhi

“Brucia tutto, tutto, il cotone è perso!”

I cavalli si impennano

dentro al fumo

carrozze rovesciate

carretti sbandati

ruote che saltano

“Correte al fiume! Ai canali: acqua!”

Il rumore tutto intorno

èun boato gigantesco riecheggia rimbomba fra le pareti fra i vetri

“Brucia tutto, tutto, il cotone è perso!”


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Polvere cenere

MAYER

come pioggia dall’alto

grigio rosso nero bianco

fiamme come lame in cielo

-Henry, Emanuel e Mayer –

Feriti portati a spalla

bende bagnate

gambe braccia teste bruciate

il calore nell’aria il caldo

“Si alza il vento: crescerà le fiamme!”

“Al fiume! Al fiume! Portate acqua!”

Testatonda Deggoo col suo carretto

la famiglia in salvo

“God bless you! Aiuto!”

chi bestemmia

chi prega

piena notte ma è giorno

Montgomery sveglia

Le piantagioni in fiamme

Non resterà più nulla.

Non resterà più nulla.

Non resterà più nulla.

Baruch atah adonai

HENRY

eloheinu melech ha'olam

asher kid'shanu b'mitzvotav

v'tzivanu l'hadlik neir

shel Chanukah

E’ la sera di Chanukah,

proprio mentre Henry accende il settimo cero in piedi dietro al tavolo con Emanuel e Mayer

Baruch ha shem

E’ la sera di Chanukah

quando arriva la notizia:

cotone in fiamme,

tutto perso.

Ma al tempo stesso

Baruch ha shem

tutto nuovo da ricomprare

semi attrezzi carri


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tutto da rifare,

per ricominciare

semi attrezzi carri

Prego signori: Lehman Brothers è aperto,

Lehman Brothers ha tutto quel che serve.

TESTATONDA

“Allora dimmi Testatonda Deggoo: da Smith & Gowcer che vi serve?”

“God bless you mister Lehman: tutto quanto, dall’inizio.”

“E se il fuoco vi ha rovinati, come pagherete?”

HENRY

“I padroni si impegnano, con un accordo scritto.”

TESTATONDA

Emanuel – il braccio – alza gli occhi e fissa Henry, malissimo.

EMANUEL

“Sono venuto in America per i soldi, non per i fogli scritti.”

“Se i soldi non ci sono come vuoi che paghino?”

HENRY

“Se i soldi non ci sono non gli vendiamo niente.”

EMANUEL

“Tu sei qui per fare quello che voglio io.”

HENRY

“Ma sull’insegna c’è scritto Lehman Brothers.”

EMANUEL

“Abbassa la voce e non mettermi le mani addosso.”

HENRY

“L’avevo detto che era meglio vendere tessuti.”

EMANUEL

“Noi vendiamo eccome, questi ci comprano tutto.”

HENRY

“Comprano ma non pagano!”

EMANUEL

“Tu sta’ zitto, sono io che…”

HENRY

E’ a questo punto che interviene Mayer Bulbe,

MAYER

infilandosi

liscio inodore come una patata:

“Sta’ a sentire, Testatonda Deggoo: se seminate ora quanto c’è al raccolto?”

TESTATONDA

“Una stagione mister Lehman, ma poi prima di vendere il grezzo...”


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MAYER

“E voi pagateci col cotone grezzo: un terzo del raccolto, fissato, da ora. Voi ce lo darete e noi lo rivendiamo.”

“God bless you, mister Lehman!”

TESTATONDA

E’ la sera di Chanukah,

EMANUEL

proprio mentre Henry accende il settimo cero

in piedi dietro al tavolo

con Emanuel e Mayer

Baruch ha shem

E’ la sera di Chanukah

quando qualcosa cambia la vita di tutti:

vendevano stoffe e abiti,

i Lehman Brothers.

Ma da adesso

il fuoco ha deciso:

compravendita di cotone grezzo.

L’oro dell’Alabama.

Prodigi di una patata.


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Capitolo V

Spronare il cavallo! /Shpan dem loshek!

Funziona così:

HENRY

i Lehman danno alle piantagioni semi attrezzi e tutto quel che serve,

le piantagioni danno ai Lehman cotone grezzo,

i Lehman si riempiono il magazzino di cotone

e a prezzo maggiorato

-  “un pò di più”, dice Henry, “il doppio” per Emanuel,

“un terzo: via di mezzo” per Mayer Bulbe –

lo rivendono alle industrie.

Tu mi dai il cotone, io lo rivendo.

Tu mi paghi oggi col cotone, io riscuoterò domani banconote.

Affari?

Affari.

“Another day, another dollar!”

La piccola stanza

MAYER

sul viale di Montgomery

con la porta che s’incastra la maniglia

e la grande scritta nera e gialla “Lehman Brothers”

è diventata un andirivieni di gente diversa.

Ora entrano i cappelli di paglia delle piantagioni,

ma anche i sigari accesi degli industriali;

gli stivali e le casacche delle piantagioni,

ma anche le ghette e i completi di lino degli industriali,

i neri come Testatonda Deggoo

e i bianchi commercianti nordisti

come Teddy Wilkinson,

una botte incravattata,

barba bionda, sempre sudato,

immediatamente ribattezzato da Mayer Bulbe “Maniperfette”

perché si vanta sempre

“ho le mani senza calli, perfette: mai toccata una vanga, conto solo i soldi.” Per qualcuno Lehman vende semi e attrezzi, per qualcun altro Lehman smercia il cotone.

Lo comprano a peso d’oro, il cotone.

Dalla costa dell’Est, dall’Europa, dagli altri stati del sud.


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Vengono in Alabama da oltre il Mississippi,

e dalle imprese nordiste, quelle che prendono materia prima dal sud

e ci tirano fuori, come dicono loro, “i prodotti”.

Così li chiama Teddy Wilkinson Maniperfette: “i prodotti”.

“Voi datemi otto carri di grezzo, ve li pago a tariffa piena,

poi ci penso io a guadagnare sui prodotti,

è affar mio, della mia industria.

Se vi va bene, firmiamo.”

E firmarono, i Lehman Brothers da una parte

e Maniperfette dall’altra.

Accordo fatto.

Baruch ha shem.

Fornitori di cotone grezzo dal Sud al Nord.


MAYER


Da allora

Teddy Wilkinson si vede spesso

ogni volta compra otto carri di grezzo.

“Ma se ne aveste di più, li prenderei!”

Lo dice ogni volta, buttando sul bancone

i suoi due pacchi di banconote.

Poi si asciuga il sudore, accende il sigaro:

“Uno di voi Lehman ci verrà una volta a vedere la mia industria.”


HENRY


Ed Emanuel Lehman una volta

accettò l’invito.

E’ una fabbrica immensa con l’insegna “Wilkinson Cotton”,

raccontò al ritorno,

piena di gente che lavora per Maniperfette,

gente pagata, salariati non schiavi,


EMANUEL


“la mia manodopera” la chiama lui. Un casermone di venti metri d’altezza, con un tubo gigantesco che esce dal tetto, fumante,

senza interruzione, notte e giorno,

come e più del sigaro di Maniperfette,

che gira per l’industria vestito di bianco, a controllare, in mezzo a un chiasso infernale per quelle decine di telai a vapore,

che con rastrelli meccanici lunghi 7 metri alti 4 pettinano e spolano il cotone, di continuo,


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avanti e indietro,

EMANUEL

pettinano e spolano

avanti e indietro

pettinano e spolano

avanti e indietro

pettinano e spolano

poi raccolgono e spingono su canali di ferro lunghissimi

pieni d’acqua

dove donne tutte in fila sedute ai bordi sfilano matasse che Maniperfette passando controlla mentre un argano smista

migliaia di scomparti di filame

dentro gli avvolgitori

e da lì agli intrecciatori in un’altra sala, e da lì a un’altra e un’altra ancora tirando fuori il tessuto

non si strappa

fatto

finito

non si strappa

nuovo di zecca

“ecco il prodotto” gli avrebbe detto Maniperfette, asciugandosi il sudore, che lì dentro

fra gli sbuffi del vapore

si suda il doppio.

“E più cotone grezzo mi trovate, meglio è: ve lo compro io, tutto, tutto.” A quel punto Emanuel – o almeno così racconta –

avrebbe girato lo sguardo sui macchinari a vapore, che inghiottivano cotone grezzo

- quegli otto carri portati dall’Alabama a tariffa piena - buttandolo giù, a carriole intere, voraci, ingorde,

ma così tanto che Emanuel Lehman, incantato,

non poté non pensare

che se di carriole

ne avessero avute altre cento, duecento, mille se le sarebbero ingoiate, tutte, senza sosta,

per la gioia di Maniperfette e della sua manodopera, che è gente pagata, salariati non schiavi.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 24

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Baruch ha shem.


Quando Emanuel finisce il racconto,


HENRY


Henry dietro il bancone fa finta di non capire.

Semplicemente perché lui è la testa e suo fratello il braccio:

non viceversa,

e nessun braccio suggerisce idee alla testa.


Mayer Bulbe, però - che era e resta una patata –


MAYER


può permettersi di fare uno più uno

con la chiarezza ingenua dei vegetali:

“Bene, d’accordo, se è come dici, troviamo più cotone.”

Nessuno dei restanti Lehman Brothers

emette alcun suono di risposta.

Semplicemente perché nessuna testa e nessun braccio

accettano consigli da un tubero qualunque.

Mayer Bulbe, però – proprio in quanto ché ortaggio –

può permettersi di fare due più due:

“E se non basta il grezzo che ci danno, compriamolo:

tanto poi lo rivendiamo a Maniperfette e il guadagno è garantito.”

Nessuno dei restanti Lehman Brothers

sembra aver sentito una parola.

Si fissano, questo sì,

uno dietro il bancone

l’altro appoggiato alla parete,

come una testa e un braccio che si studiano a vicenda

con l’intruso di una specie di patata,

per di più parlante:


“Vediamo: se la piantagione di Testatonda ci vendesse il cotone per 15 dollari a carretto, potremmo chiederne a Maniperfette 25.

E a noi ne resterebbero 10. Moltiplicato per 100 carri, fanno 1000 dollari.

Più del doppio di quanto guadagniamo fino ad ora.

Come diceva nostro padre? Spronare il cavallo.

E spronarlo fuori, via, lontano, fino a New Orleans!” Spronare il cavallo.

Shpan dem loshek.

Ed è con questa frase

che un’insignificante patata di ventuno anni

riesce nell’impresa di farsi rispondere da due esseri umani.

O meglio

per essere precisi

la testa ribatte in puro stile cerebrale:


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 25

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“Sull’insegna fuori non c’è scritto Compravendita”

e il braccio in puro stile manuale:

“Lo scrivo io domattina. Se vuoi.”

La conclusione “se vuoi” spiana

HENRY

decisamente

il dialogo

fra Henry Lehman ed Emanuel Lehman,

e la mattina dopo

MAYER

subito

-Shpan dem loshek!-

un secchio di vernice

fa di nuovo la sua comparsa per strada,

a terra, accanto all’insegna appena smontata: “Compravendita Cotone Lehman Brothers” con tutte le iniziali maiuscole, come hanno deciso

di comune accordo

la testa e il braccio.

A dipingere la scritta,

curvo a terra,

qualcuno giura però

di aver visto

non un braccio

ma

una patata.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 26

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Capitolo VI

Lutto / Shivà

Qui a New Orleans l’aria è secca.                                                                                                                 HENRY

Seduti su due piccoli panchetti di legno addossati alla parete, i due fratelli Lehman

aspettano

salutano

ringraziano

la porta si chiude

poi si riapre: un altro.

La barba lunga, tutti e due,

non più tagliata da quando è cominciato il lutto, da quando

qui a New Orleans

senza bussare

atradimento

la febbre gialla

si è presa uno di loro nell’arco di tre giorni.

“E’ la malattia delle Antille, se ho ragione.” Così ha detto il dottor Everson,

quello che cura il morbillo ai figli degli schiavi. L’ha detto scuotendo la testa, ieri l’altro, quando è entrato nella stanza

e alzando l’olio della lampada

l’ha guardato in faccia:

quel colorito,

più giallo del giallo dell’insegna Lehman Brothers.

“E’ la malattia delle Antille, se ho ragione.”

“E se Dio non voglia ho ragione…”

Non ha finito la frase,

ieri l’altro, il dottor Everson.

E’ rimasto in silenzio,

come ora i due fratelli


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 27

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

seduti su due piccoli panchetti di legno

addossati alla parete,                                                                                                                                                    HENRY

mentre la porta si chiude

poi si riapre

ed entra un altro.

Osservano tutte le regole, lo hanno deciso:

Shivà e sheloshim,

come facevano in Germania,

tutte le regole come fossimo a Rimpar, laggiù, in Baviera.

Non uscire per una settimana.

Non preparare cibo: chiederlo ai vicini, riceverlo e basta.

Hanno strappato un abito, come prescritto,

l’hanno fatto a pezzi appena rientrati

dopo la sepoltura

al vecchio cimitero,

stanchi assetati sudati

che qui a New Orleans l’aria è secca.

Anche il Qaddish l’hanno recitato,

tutti i giorni,

mattina e sera,

i due fratelli Lehman,

da quando è cominciato il lutto.

Il corpo l’hanno chiuso in una cassa di legno scuro, Testatonda Deggoo l’ha inchiodata,

ha voluto farlo lui,

venuto fino qua,

ma coi migliori chiodi

e col migliore legno, il migliore di tutti, il più costoso, comprato dai fratelli.

Il negozio con la maniglia che s’inceppa oggi resta chiuso.

Oggi come ieri e l’altro ieri.

Oggi e per una settimana ancora.

Sono dieci anni che esiste,

e in dieci anni non è mai rimasto chiuso per così tanto tempo, il negozio Lehman Brothers

sul viale di Montgomery Alabama.

Seduti su due piccoli panchetti di legno addossati alla parete,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 28

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

i due fratelli Lehman

ora                                                                                                                                                                                                            HENRY

aspettano

salutano

ringraziano

la porta si chiude

poi si riapre: un altro.

E’ il primo Lehman che muore qui in America.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 29

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Capitolo VII

Kish kish


Per andare bene ci vorrebbero almeno 20 dollari a carro.

Almeno.

E come minimo 400, 500 carri di cotone grezzo.

Come minimo.

Il che vuol dire il doppio delle piantagioni.

Il doppio.

Ecco: se tutte e dieci le più grandi piantagioni dell’Alabama

si convincessero a vendere cotone ai Lehman,

allora il commercio

allora sì

inizierebbe

eccome

a convenire.


EMANUEL


Dei due fratelli rimasti

Emanuel Lehman è il più convinto.

Vuole agire, Emanuel,

come ogni braccio che si rispetti,

i conti sulla carta non gli bastano, vuole passare ai fatti.

In fondo, ma sì, che ci vuole?

Basta presentarsi dai padroni del cotone

e spiegargli che il gioco merita anche a loro:

perché appena il raccolto è pronto,

non passa neanche un giorno che si fanno il loro incasso passando tutto il grezzo ai Lehman Brothers

che d’ora in poi stanno lì solo per loro

pronti subito a comprarglielo il cotone

e glielo pagano,

sissignori,

tutto,

-prezzo contenuto-

ma in contanti.

Tutto qui. Che ci vuole di più?

Vuole agire, Emanuel:

e infatti è lui che - con la barba ancora lunga per il lutto -

èandato a bussare alle porte di tutti i padroni, si è seduto sui loro divani in salotto,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 30

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

ha preso parte alle cene in veranda

ha ascoltato figlie di proprietari che suonano il piano,

EMANUEL

lui che non sopporta né la musica né il piano

“Bravissima milady! Vostra figlia è un prodigio, suonate ancora!”

Ma queste frasi

a denti stretti

con la faccia grigia

e le cascaggini durante i concertini

sono la massima diplomazia che gli riesce:

Emanuel Lehman non è un fine tessitore,

non è un politico

non è un sorridente

glielo diceva sempre suo padre là a Rimpar in Baviera:

“tu non sei un Kish KIsh”

che vuol dire “baci baci”.

L’ipotesi di mettere alla prova

MAYER

l’altro rimasto dei fratelli Lehman

non viene nemmeno presa in considerazione.

Un po’ perché nessuna patata si intende di diplomazia.

Un po’ perché Mayer Bulbe ha in testa ben altro

da qualche tempo

da quando alla festa di Purìm,

dietro il tavolo delle frittelle

ha dato un bacio in fronte a Barbara Newgass detta Babette,

mormorandole all’orecchio – si dice –

“Babette bella come la luna”.

che è un risultato non comune

per un ortaggio in vena di poesia.

Diciannove anni, Babette.

Una piccola voglia rossa sulla gota destra, Babette.

Occhi chiari, Babette.

Un fermacapelli di sughero a treccia, Babette.

Capelli più scuri che il legno del bancone, Babette,

il bancone dove Mayer

da qualche tempo

sbaglia perfino le addizioni e sottrazioni

-Babette-

e dimentica il magazzino aperto

-Babette-


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 31

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e – per distrazione non per altro –

interrompe il digiuno MAYER assaggiando la zuppa di Testatonda Deggoo. Appunto: Babette, sempre: Babette.

Chi siano i Lehman Brothers lo sanno bene, i genitori di Babette Newgass. E anche i suoi nove fratelli.

Passano anche loro, come tutti, ogni giorno,

sul viale di Montgomery davanti all’insegna nera e gialla sulla porta che s’inceppa la maniglia. Eppure è proprio da lì che parte

il padre di Babette,

seduto in poltrona,

circondato accerchiato alle spalle da tutti e otto i figli maschi -perché Babette è l’unica figlia femmina: mazel tov! –

come un plotone di esecuzione

schierato

davanti a Mayer Bulbe

con l’abito elegante già visto al funerale

ma i capelli pettinati,

un mazzolino di fiori, sudore freddo

e ahimè la barba ancora lunga per il lutto.

Suo fratello Emanuel tre passi indietro,

immobile, muto,

costretto con la forza:

rappresentanza di famiglia.

“Visto che vi presentate,

gradirei conoscere, ragazzo,

cosa fate esattamente in quel vostro negozio.”

“Un tempo ci vendevamo stoffe, signor Newgass, adesso non più.”

Babette e sua madre

nella stanza accanto con le serve di colore, sono appostate

con l’orecchio alla porta e l’occhio alla serratura.

“Se non vendete più, a che vi serve un negozio?”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 32

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Ma perché vendere vendiamo ancora, signor Newgass.”

“Vendete cosa?”                                                                                                                                                                      MAYER

“Vendiamo cotone, signor Newgass.”

“E il cotone non è stoffa?”

“Quando noi lo vendiamo… non lo è ancora, signor Newgass.”

“E se non è stoffa chi ve lo compra?”

“Chi lo farà diventare stoffa, signor Newgass. Noi stiamo nel mezzo, ecco. Stiamo proprio nel mezzo, signor Newgass.”

“Che razza di mestiere è stare nel mezzo?”

“Un mestiere che non esiste ancora, signor Newgass: lo cominciamo noi.”

“Baruch ha shem! Nessuno vive di un mestiere che non esiste!”

“Noi sì, Lehman Brothers. Il nostro mestiere è…

“Avanti: cos’è?”

“E’ una parola inventata: siamo… mediatori, ecco, sì.” “Ah! E perché dovrei dare mia figlia a un “mediatore”?”

“Perché guadagniamo, signor Newgass! Meglio: guadagneremo. Giuro: fidatevi di me.”

E su questo “fidatevi di me”

prodigiosamente

Mayer Bulbe sfodera un tale sorriso

così convinto,

così sicuro,

così credibile,

che il signor Newgass e i suoi otto figli

di fatto

si arrendono

anzi di più: si fidano


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 33

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

e fidandosi affidano

a una patata

l’unica figlia e l’unica sorella MAYER che irrompe festeggiando dalla porta.

Ma il più sorpreso del trionfo

èEmanuel Lehman. Fissa il fratello, con ammirazione,

lo guarda fare i complimenti alla signora, lo sente ridere, sciogliersi, scherzare

e perfino, cortesissimo,

baciare - Kish KIsh Kish KIsh…-

proprio come lui, da buon braccio, non c’è verso: non sa fare.

La mattina dopo

-   primo giorno di fidanzamento ufficiale -

-720 in meno al matrimonio – Mayer Lehman

-un tempo detto Bulbe, adesso Kish KIsh – viene formalmente arruolato:

a nome dei Lehman Brothers

starà a lui

tenere rapporti e relazioni,

bussare alle porte di tutti i padroni,

con l’abito elegante del funerale andare in tutte le piantagioni, sedersi sui divani in salotto,

prendere parte alle cene in veranda ascoltare bambine che suonano il piano…

e non gli costa perché anche Babette – la sua Babette – suona il piano

e insegna il piano

come nessun’altra.

Nel marzo 1857

-   94° giorno di fidanzamento -

-627 in meno al matrimonio – grazie a Mayer Kish KIsh

a Babette e a Chopin


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 34

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le piantagioni che vendono cotone a Lehman passano da cinque a sette.


Settembre 1857

-     274° giorno di fidanzamento ufficiale -

-   447 in meno al matrimonio –

grazie a Mayer Kish KIsh

a Babette e a Schubert

le piantagioni che vendono cotone a Lehman

passano da sette a dieci.


MAYER


Gennaio 1858

-     394° giorno di fidanzamento ufficiale -

-327 in meno al matrimonio – grazie a Mayer Kish KIsh

a Babette e a Beethoven

le piantagioni che vendono cotone a Lehman passano da dieci a quindici.

Giugno 1858

-     544° giorno di fidanzamento ufficiale -

-177 in meno al matrimonio – grazie a Mayer Kish KIsh

a Babette e a Mozart

le piantagioni che vendono cotone a Lehman passano da quindici a diciotto.

Dicembre 1858

-720° giorno di fidanzamento ufficiale -

-1 in meno al matrimonio –

grazie a Mayer Kish KIsh

a Babette e a Johann Sebastian Bach

le piantagioni che vendono cotone a Lehman passano da diciotto a ventiquattro.

Mazel tov!

Ventiquattro fornitori di cotone grezzo.

Dall’Alabama al confine con la Florida.

Dall’Alabama al South Carolina. Dall’Alabama a New Orleans. Piantagioni, piantagioni, piantagioni: distese di schiavi a lavorare notte e giorno


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 35

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il cui cotone grezzo

prima o poi

lo acquista Lehman Brothers.

2500 carri all’anno di cotone grezzo.

50.000 dollari di guadagno

che passano da una piccola stanza di Montgomery con la maniglia che s’inceppa ancora.

Comprare e rivendere.

Comprare e rivendere.

Comprare e rivendere.

Comprare e rivendere.

Fra le due cose

proprio nel mezzo

“mediatori”

stanno i Lehman Brothers.

“Oggi chiuso per nozze”

sta scritto sul cartello appeso alla porta.

Ed Emanuel Lehman                                                                                                                                            EMANUEL

come regalo di matrimonio

ha fatto arrivare

da New Orleans

un bellissimo

pianoforte a coda.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 36

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Capitolo VIII

Something about New York


Non c’era mai stato, Emanuel, a New York.

Un alveare, pensò dai finestrini della carrozza

mentre folle di ogni tipo

gli sfilavano intorno,

tutto e il contrario di tutto,


EMANUEL


contemporaneamente,

senza il minimo decoro: spudorato eppure grande,grandissimo, eccelso, New York

Baruch ha shem!

La Fiera del Cotone

occupava si può dire più o meno un quartiere.

Venditori e compratori

si affollavano da ogni parte:

tavoli di trattative, cartelli con le tariffe, rotoli di stoffe

e cotone grezzo, lavorato, lavorabile,

lavagne con tutti i prezzi, appena scritti e subito corretti,

zeri zeri zeri zeri

nuvole di gesso

accenti diversi,

di commercianti da ogni dove:

tube cilindri e sigari accesi

tintinnio di monete

pacchi di banconote

cento volte più che Teddy Wilkinson Maniperfette

tintinnio di monete

pacchi di banconote

fra le barbe degli ebrei Rotschild,

Sachs, Goldman:

e sullo sfondo, oltre la cupola di vetro e ferro, le navi del porto di Manhattan

che dall’America imbarcano il cotone

per il mondo.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 37

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Emanuel cammina fra la gente

con il mento alto,

spavaldo nonostante non sia nessuno EMANUEL perché sa

-sa benissimo-

che dietro il suo cognome

dietro Lehman Brothers

laggiù in Alabama

ormai aspettano

allineati in fila

2500 carri all’anno di cotone grezzo

“Cerco cotone, certo, ma la qualità che voglio viene solo dall’Alabama.”

Questa frase arriva

?

a Emanuel Lehman

da un tavolo a destra

dove una dozzina di incravattati trattano

avvolti nel fumo dei sigari

arriva chiarissima

al suo orecchio

nonostante la folla e il rumore assordante.

“Io se volete vendo il grezzo dell’Alabama.”

EMANUEL

Un distinto signore altissimo

con capelli bianco candidi

e una barba da rabbino lo squadra:

“Voi? Avete una piantagione? Voi?

“Non possiedo nessuna piantagione, ma vendo il cotone di 24 piantagioni.”

Gli altri vecchi ridono di gusto.

“Has! Signori! Che vuol dire? Ci prendete in giro?”

“Rivendo il cotone di 24 piantagioni: loro me lo vendono, io ve lo rivendo.”

Gli altri vecchi ridono di gusto.

“E che razza di mestiere è?”

“Lehman Brothers: mediatori.”

Gli altri vecchi ridono ancora più di gusto.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 38

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“A che prezzo?”

“Quello che conviene sia a voi che a me.”

Nessuno più ride.

“Bene ragazzo: incontriamoci.

HENRY

Avrete immagino un ufficio qui a New York.”

“Adesso no, signore. Ma dalla prossima settimana di certo.”

EMANUEL

“Allora cercate di Louis Sondheim, a Manhattan.”

HENRY

E detto questo,

riprendendo il suo bastone con pomello d’oro

il signore altissimo fa un cenno

a qualcuno fra la folla: è tardi, vuole andarsene.

Dalla folla viene fuori,

PAULINE

in abito bianco e cappello di paglia,

una ragazza esile come i rami di certi alberi appena piantati

laggiù in Germania, a Rimpar, in Baviera.

La ragazza guarda Emanuel, per una frazione di secondo,

infastidita

divertita

seccata

incuriosita

da quel ragazzo che la fissa.

“Questa è mia figlia Pauline.”

HENRY

Fa a tempo a dire il candido rabbino,

prima di prendere la figlia sotto braccio

e sparire, fra la gente.

A suo fratello Mayer

EMANUEL

tre giorni dopo

Emanuel

disse solo che in Liberty Street numero 119

c’era un fondo vuoto pronto a diventare ufficio.

“Perché è a New York, Mayer,

solo a New York,

che il cotone diventa banconote.”

Non gli disse niente

ovviamente


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 39

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

non poteva

non gli disse niente di Pauline Sondheim.

Del suo cappello di paglia.

Del suo abito bianco.

Non gli disse niente.

Se non che a New York doveva tornarci,

subito,

immediatamente,

con la massima fretta,

senza perdere tempo,

fare subito i bagagli,

anzi no

anzi sì

o meglio domattina.


E l’altro Lehman

non capì una parola.

O meglio

capì benissimo

che anche un braccio

qualche volta

può perdere la testa.


MAYER


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 40

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Capitolo IX

Matrimonio / Kiddushin

Matrimonio commerciale

EMANUEL

fra Montgomery e New York.

Mayer vive a Montgomery,

MAYER

dove il cotone ci sta di casa,

Emanuel sta a New York,

dove il cotone diventa banconota.

Mayer vive a Montgomery

fra le piantagioni del Sud.

Quando passa in carrozza per il viale principale,

i neri si tolgono il cappello per rispetto.

anche Testatonda Deggoo

che glielo dice sempre ai bambini di Mayer e Babette:

“voi siete i figli di mister Lehman Cotton”.

Emanuel vive a New York,

EMANUEL

e quando passa in carrozza per Manhattan,

non c’è nessuno che si tolga il cappello

perché come lui a New York ce ne sono centinaia.

Ciò non toglie che Emanuel si senta l’unico, il più grande.

E niente è più pericoloso di un braccio

che si sente grande

perché una testa nel peggiore dei casi “pensa in grande”

ma un braccio ahimè agisce.

Se ne è avuta una prova

quel giorno in cui Emanuel Lehman si presentò

ufficialmente

a Manhattan

con un mazzolino di fiori

lì, alla porta del palazzo di Louis Sondheim

cercando non del padre

ma di sua figlia Pauline:

“Buongiorno, signorina.

Voi non mi conoscete: mi chiamo Emanuel Lehman,

diventerò qualcuno e vi chiedo di sposarmi.”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 41

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

La ragazza

PAULINE

questa volta con abito azzurro

e senza cappello di paglia

lo guardò per molto più che un attimo

infastidita

divertita

seccata

incuriosita

prima di ridergli in faccia:

“Io sono già fidanzata!”

“Ah sì? Ma non con Emanuel Lehman.

EMANUEL

Chiunque sia non vi conviene. Non quanto me.”

“E questo chi lo dice?”

PAULINE

“Io stesso. Non potreste fare un matrimonio migliore,

EMANUEL

e al tempo stesso anche un affare: vendiamo il cotone di 24 piantagioni.”

“Complimenti ma io che c’entro?”

PAULINE

“C’entrate molto dal momento che ci sposeremo, io e voi.”

EMANUEL

“Io e voi?”

PAULINE

“Lascio a vostro padre decidere la data e la kethubàh.”

EMANUEL

“E a me cosa lasciate?”

PAULINE

“Perché? Volete qualcosa?”

EMANUEL

Quando la porta di casa Sondheim

si chiuse

violentemente

sulla sua faccia,

Emanuel Lehman non si perse d’animo:

dette a se stesso appuntamento

lì davanti

fra non più che una settimana


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 42

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

e mise il mazzolino di fiori dentro un vaso

per non doverlo ricomprare.

Nei sei giorni che seguirono

EMANUEL

incontrò i venditori e compratori di cotone

di tutta New York,

firmò contratti con affaristi di Wilmington, Nashville e Memphis,

piazzò cento tonnellate di cotone a Ovest

dove arrivava adesso la nuova ferrovia

e si risparmiava dunque

abbondantemente

sui carretti.

Nell’ufficio di Liberty Street 119

sotto l’insegna nera e gialla

“Lehman Brothers Cotton from Montgomery Alabama”

entrarono i Rotschild e i Sachs,

i Singer e i Blumenthal

perché un braccio

se è un buon braccio

sa agire

concretamente

eccome.

“Buongiorno, signorina.

Sono venuto sette giorni fa: mi chiamo Emanuel Lehman,

sono il principale fornitore di vostro padre e vi chiedo di sposarmi.”

Pauline Sondheim

questa volta con abito lillà

lo guardò per molto più che un attimo

infastidita

divertita

seccata

incuriosita

prima di ridergli nuovamente in faccia:

“Non vi avevo già risposto?”

PAULINE

“Sì ma non come volevo.”

EMANUEL

“Quindi?”

PAULINE

“Quindi lascio a vostro padre decidere la data e la kethubàh.”

EMANUEL


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 43

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Quando per la seconda volta

la porta di casa Sondheim                                                                                                                            EMANUEL

si chiuse

violentemente

sulla sua faccia,

Emanuel Lehman non si perse d’animo:

dette a se stesso appuntamento

lì davanti

puntualmente

fra non più che una settimana

e mise il mazzolino di fiori dentro un vaso per non doverlo ricomprare perché un braccio

se è un buon braccio

sa agire

concretamente

eccome.

“Buongiorno, signorina.

Sono venuto sette giorni fa e sette giorni prima: mi chiamo Emanuel Lehman, sono uno dei più ricchi ebrei di New York e vi chiedo di sposarmi.”

Pauline Sondheim

questa volta con abito turchese

lo guardò per molto più che un attimo

infastidita

divertita

seccata

incuriosita

e stava per ridergli nuovamente in faccia

quando lui

anticipò la mossa

e

concretamente

da buon braccio:

“Ho capito, signorina: ci vediamo fra sette giorni.”

E dopo sette giorni ritornò.

E dopo altri sette.

Dopo altri sette.

Dopo altri sette.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 44

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Al terzo mese,

ventiquattresimo ritorno,

Pauline Sondheim

questa volta con abito estivo

gli fece trovare la porta già aperta

e una cameriera lo aspettava all’ingresso.


EMANUEL


“La signorina Pauline Sondheim oggi non è in casa?”


“Vi aspetta in salotto, signor Lehman, con suo padre. Date a me il cappello.”

Il giorno delle nozze

vennero industriali da tutto il Nord

e i padroni di 24 piantagioni del Sud,

venne suo fratello Mayer con Babette Newgass e i loro primi figli, Testatonda Deggoo mandò un tacchino dall’Alabama.

Quella sera

Emanuel Lehman

disteso nel suo letto

guardando il soffitto

pensò che adesso in effetti le cose

gli stavano andando veramente bene.

Aveva una moglie.

Una sede a Montgomery.

Un ufficio a New York.

Pacchi di banconote in cassaforte.

Ventiquattro fornitori di cotone al Sud

e cinquantuno compratori al Nord.

E cullato da questi pensieri

stava per addormentarsi,

serenamente,

quando un vento gelido

per una frazione di secondo

gli carezzò un orecchio:

c’era solo una cosa al mondo che forse poteva distruggergli tutto

e cioè una guerra

fra il Nord e il Sud.

Ma era solo un brutto pensiero,

di quelli che carezzano un orecchio prima di dormire.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 45

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Lo chiuse in un cassetto

e

prese sonno

tranquillamente.


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Capitolo X

A little glass


La prima cannonata della Guerra di Secessione

sveglia Mayer Lehman

che non è ancora l’alba,

tre giorni dopo che Montgomery si è proclamata

capitale degli Stati del Sud.

“Il cotone saluta il Nord America!”

ha gridato ieri per strada

sventolando la nuova bandiera

perfino un uomo calmo

come il dottor Everson,

che fino a un anno fa a New Orleans

curava il morbillo ai figli degli schiavi.

Arruolati nell’esercito,

partenza per il fronte:

esente solo

chi può pagare 300 dollari,

fra cui i fratelli Lehman.


HENRY


La prima cannonata della Guerra di Secessione

sveglia Mayer Lehman a Montgomery

col pensiero fisso ai magazzini di cotone.

Spalanca le finestre:

Montgomery è impazzita,

stendardi e bandiere,

gente per strada festeggia la guerra,

manifesti dovunque con Jefferson Davis:

è scoppiata la rivolta,

gli Stati del Cotone se ne vanno dall’Unione,

gli Stati delle piantagioni,

degli schiavi,

dei mezzascala,

indipendenza!

“Il cotone saluta il Nord America!”

La prima cannonata della Guerra di Secessione

sveglia Emanuel Lehman a New York

col pensiero fisso ai compratori dell’azienda:


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 47

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

se Nord e Sud si staccano,

all’improvviso, HENRY come faranno i Lehman a stare nel mezzo? Se come niente fosse

si alza un muro

fra Testatonda Deggo

e Maniperfette,

come farà il cotone a diventare banconota?

Spalanca le finestre:

New York è impazzita,

un carillon stonato,

stendardi e bandiere,

gente per strada festeggia la guerra, manifesti dovunque con Abramo Lincoln: è scoccata la resa dei conti,

gli Stati dell’Industria vogliono giustizia, basta schiavi, basta privilegi, tutti uguali: Costituzione e Diritti!

Corsa all’esercito,

a Montgomery come a New York:

si arruolano ufficiali con le divise cucite dal sarto

e gente qualunque con le divise che passa il reggimento.

Berretti, baionette, fucili,

cannoni, artiglieria, moschetti,

Nord contro Sud

Sud contro Nord

marciare compatti

rispondere uniti

Abramo Lincoln per l’Unione

Jefferson Davis per la Confederazione

nel mezzo

fra i due

compressa

incastrata

come un bicchiere di vetro

una montagna

gigantesca

di cotone.

Il suocero di Emanuel Lehman EMANUEL a New York


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 48

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Louis Sondheim

altissimo candido barba da rabbino

si schiera convinto

con Abramo Lincoln:

“Se vince il Sud falliranno le industrie

e allora caro Emanuel

non venderete più una libbra di cotone!”.

Il suocero di Mayer Lehman

MAYER

a Montgomery

Isaac Newgass

sprofondato nella sua poltrona

circondato da nove figli:

“Se vince il Nord chiuderanno le piantagioni

e allora caro Mayer

non avrete più una libbra di cotone!”.

Nel mezzo

HENRY

fra i due

compressi

incastrati

come un bicchiere di vetro

i Lehman Brothers.

Di 24 piantagioni che gli vendono cotone

MAYER

otto sono bruciate

nove fallite

sette resistono, con i denti e col fucile.

Dei loro 51 compratori

EMANUEL

trenta hanno chiuso

dieci sono in guerra

undici resistono, con i denti e col fucile.

Il Sud non vende più cotone al Nord.

HENRY

Il Nord non compra più cotone al Sud.

La sede Lehman di Montgomery chiude i battenti:

tirate le tende, doppia mandata.

L’ufficio Lehman di Liberty Street 119

vetri rotti

insegna bruciata


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 49

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

durante la rivolta di New York

le barricate

contro la guerra

contro la crisi

contro il Nord, contro il Sud,

contro Unione e Confederazione.

contro chi non paga

contro chi non vende

nel mezzo

fra i due

compressi

incastrati

come un bicchiere di vetro

i Lehman Brothers.


Emanuel Lehman

a New York

lui che è un braccio

non si rassegna:

vuole agire.

Gli importa dei soldi

gli importa degli affari

solo il cotone

solo il cotone

salvare il salvabile:

fra le cannonate,

-mentre 120.000 muoiono a Chattanooga

disperatamente un Lehman

-mentre 70.000 muoiono ad Atlanta

imbarca

-mentre 40.000 muoiono a Savannah

settecento tonnellate di cotone

su un bastimento per l’Europa

dove non c’è guerra

dove non c’è Unione né Confederazione

né Nordisti né Sudisti

ma soprattutto

dove si vende

ancora cotone!


EMANUEL


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 50

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


Mayer Lehman

contemporaneamente

a Montgomery

lui che è Kish KIsh e bulbe

cioè una patata sentimentale

difende

a cuore aperto

l’Alabama dove vive,

non gli importa dei soldi

non gli importa degli affari

si dimentica il cotone

-che tanto è andato-

e fra le cannonate,

-mentre 50.000 muoiono in Georgia

eroicamente un Lehman

-mentre 70.000 muoiono a New Orleans

si proclama

-mentre 20.000 muoiono in Virginia

“Io, Mayer Lehman, difensore del Sud!”

e coi soldi della Lehman

riscatta prigionieri

coi soldi della Lehman

finanzia gli armamenti

coi soldi della Lehman

sostiene vedove, orfani, feriti

ma soprattutto

dice addio

per sempre

al cotone!


MAYER


Ed è qui che

senza saperlo

fra le cannonate

Lehman Brothers

riesce

miracolosamente

a restare in piedi

perché

mentre mezza America va in frantumi

in questa o in quella direzione


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 51

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

-Nord

-Sud

-Unione

-Confederazione

-Abramo Lincoln

-Jefferson Davis

i due fratelli                                                                                                                                                                                 HENRY

Emanuel e Mayer

fecero

l’uno il contrario dell’altro

e

a fine terremoto

in un mare di macerie

solo

un bicchiere di vetro

era rimasto in piedi.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 52

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Capitolo XI

Il Rabbino lingua / Reb Lashon


Da quando i nordisti hanno vinto la guerra,

Montgomery

non è più la stessa.

La sede Lehman Brothers con l’insegna nera e gialla

certo

sta sempre lì

con la maniglia che all’improvviso di nuovo s’inceppa.

Quella non è cambiata.

Né è cambiata la veranda di Mayer Lehman,

in quella casa grande lungo il viale di Montgomery,

dove Babette sua moglie

insegna il pianoforte ai suoi bambini:

Sigmund, Hattie, Settie, Benjamin …

“voi siete i figli di mister Lehman Cotton”

gli diceva un tempo Testatonda Deggoo

quando ancora andava in giro

col suo cappellaccio di paglia infilato in testa,

un tempo,

pochi anni fa eppure mille,

quando ancora in Alabama c’erano le piantagioni

ed esistevano gli schiavi.


MAYER


Mayer Lehman

nel frattempo

da mattina a sera

corre in lungo e in largo

per Montgomery

e di più: per l’Alabama intera,

e oltre oltre,

fino al Mississippi e Baton Rouge

cercando di convincere se stesso

che la guerra non si è persa

e che il Sud

-con il cotone e il resto-

in fondo in fondo

no

sta in piedi


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 53

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

non è ancora morto.


“Quanto cotone mi darete col prossimo raccolto, mister Tennyson? Firmiamo l’accordo, tutto come prima, come un tempo.”


MAYER


“Ma di che parlate, mister Lehman? Quale cotone? Quale raccolto?”

“Ve lo compro tutto, al solito prezzo.”

“C’è stata una guerra nel mezzo, non ve ne siete accorto?”


“Sì ma è andata, è finita: la vostra piantagione è rimasta in piedi, vi compro...”

“Aprite gli occhi, Lehman: guardatevi intorno.

Quello che non è distrutto è comunque distrutto.

Qui c’è da ricominciare da capo: ricominciare dal basso, ricostruire tutto.”

In carrozza,

tornando a Montgomery,

con il cavallo stanco,

Mayer Lehman stasera

per la prima volta

osserva il paesaggio:

piantagioni chiuse

con il cartello “In vendita”,

magazzini bruciati,

gli alloggi dove un tempo stavano gli schiavi: vuoti,

recinti spaccati,

terra rimossa,

carcasse di carretti

esoprattutto dappertutto silenzio

come un grande gigantesco cimitero steso come tutta l’Alabama

forse tutto il Sud sprofondato perso moribondo.

In carrozza,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 54

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

tornando a Montgomery,

con il cavallo stanco,                                                                                                                                                     MAYER

Mayer Lehman stasera

pensa

che forse

ècome quella volta quindici anni fa c’era ancora Henry

quando scoppiò l’incendio

e furono loro,

i Lehman Brothers,

a far rinascere Montgomery.

Il giorno dopo

in abito scuro

sotto due bandiere

Mayer Lehman

èin piedi sorridente

-sa farlo, lui, Kish KIsh – davanti al tavolo del Governatore

che occhiali sul naso di foggia francese lo guarda perplesso

come si guarda un pazzo:

“Riformulate l’offerta mister Lehman: credo di non aver capito.”

“Certo eccellenza. Ricostruiamo noi. Dall’inizio, da capo, tutto, come…”

“Pardon, calma. Ricostruite con i soldi dello Stato?”

“Sissignore: voi ci date i capitali. E Lehman Brothers rifà nuova l’Alabama, più…”

“Calma, fermo: a quanto ne so, Lehman Brothers vende cotone.”

“Siamo i primi nel commercio del grezzo, eccellenza, quindi spetta a noi…

“Non correte, vi prego: se parlate così veloce non vi seguo.

Io, Governatore dell’Alabama,

dovrei dare i capitali per ricostruire… a un’azienda di stoffe?”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 55

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Non siamo dei sarti, eccellenza: siamo uomini d’affari.”                                             MAYER

“Ma esperti di cotone.”

“Sissignore, d’accordo: siamo nati dal cotone. Come voi, d’altra parte:

non è vero che avevate una piantagione un tempo?

Se dal cotone viene fuori un Governatore,

dal cotone non può nascere una banca? Fidatevi di me.”

E su questo “fidatevi di me”

Prodigiosamente

Mayer Lehman sfodera un tale sorriso

così convinto,

così sicuro,

così credibile,

che il Governatore dell’Alabama

di fatto

si arrende

anzi di più: si fida

e fidandosi affida

a una ex-patata

milioni di dollari di capitale.

Unica condizione:

sopra quella porta

con la maniglia che s’inceppa

venga cambiata

di nuovo

l’insegna:

“Lehman Brothers”

e

nero su giallo

accanto

“Bank for Alabama”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 56

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo XII

Il burattinaio / Der boykhreder


Da quando i nordisti hanno vinto la guerra

New York

non è più la stessa:

un fuoco d’artificio dopo l’altro,

una sorpresa dopo l’altra,

sempre di più

sempre di più

sempre meglio

e lo sente,

lo avverte

nell’aria

Emanuel Lehman

mentre in carrozza

con sua moglie Pauline

portano alla scuola ebraica

Milton, Philip, Hariett ed Eveline.

Vestiti perfettamente,

pettinati, composti, educati,

staranno in classe con i figli dei Sachs, dei Singer,

dei Goldman, dei Blumenthal:

come loro faranno al Tempio la bar-mitzvah,

come loro impareranno equitazione,

come loro proveranno quel nuovo sport

portato a New York da miss Mary Outerbridge, chiamato tennis.

e come loro suonaranno, certamente, il violino.


EMANUEL


Philip Lehman non ha ancora sei anni

e già lo suona perfettamente.

E’ il migliore degli allievi,

il migliore alla scuola ebraica,

il migliore alle prove di coro,

sa già leggere e scrivere

in ebraico in tedesco e in inglese

sa contare fino a cento

in ebraico in tedesco e in inglese

alle feste per stupire tutti

sa indicare su un atlante


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 57

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

dov’è quel puntino chiamato Rimpar, Baviera.

“Piuttosto, Philip, fa’ sentire a tutti come sei bravo in geografia:

EMANUEL

con quali città commercia tuo padre?”

“Pittsburgh, St.Louis, Cincinnati,

PHILIP

Detroit, Millwaukee, Chicago…”

“Sei solo a metà, Philip: fa’ sentire ai signori le altre.”

EMANUEL

“Portland, Seattle, Bismarck,

PHILIP

Toronto, Saint Paul, Denver…”

“Non ti distrarre, Philip: ne mancano altre.”

EMANUEL

“Columbia, Halifax, Oakland!”

PHILIP

“Avete sentito che prodigio? E prima di andare a giocare, Philip:

EMANUEL

quale è il tesoro di tuo padre?”

“Il cotone!”

PHILIP

“Il cotone? Ma che dici, Philip? Non ti distrarre!

EMANUEL

Come dice sempre tuo padre?

Lehman Brothers si regge su un pilastro e questo è…”

“Il caffè!”

PHILIP

“Bravissimo Philip! Va’ pure a giocare.”

EMANUEL

Accanto alla Borsa del Cotone

hanno aperto la Borsa del Caffè.

Emanuel Lehman ne fa parte,

come i Goldman i Blumenthal,

i Sachs, i Singer:

Baruch ha shem per the King Coffee!

Sostituto prodigioso del cotone:

il caffè parte da New York

contrattato

firmato

pagato

imbarcato

salpa, via, per mezzo mondo.

Lo chiedono in Europa,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 58

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

in Canada, in tutto il mondo.

Lehman Brothers aveva 24 piantagioni di cotone,

EMANUEL

ora ha 27 fornitori di caffè.

Ma anche il caffè,

come dice Emanuel Lehman,

“fa guadagnare, certo, ma non fa arricchire”

“Stammi bene a sentire Mayer,

non sono venuto fino qui per salutarti.

Ho deciso una cosa, e ti riguarda:

non puoi più stare qui,

c’è bisogno di te a New York.”

“Io a New York?

MAYER

Eravamo d’accordo che sarei rimasto qui:

io a Montgomery, tu lassù in Liberty Street.”

“Diavolo! Che razza di patata sei?

EMANUEL

C’è stata la guerra, Mayer, è cambiato tutto:

il porco cotone è finito, ora c’è tutt’altro!

E poi ho deciso: vieni, mi servi e basta.”

“Sto ricostruendo l’Alabama, coi soldi dello Stato.”

MAYER

“E questo puoi farlo anche da New York!

EMANUEL

Anzi: lo farai meglio. Si muove tutto a New York ormai.

Insomma, sono tuo fratello maggiore, so cos’è giusto per te.”

Ed è in questo momento

che nel rettangolo della porta

compare il dottor Everson

che non cura più il morbillo ai figli degli schiavi.

Fissa Emanuel,

quel suo bel vestito,

stringe gli occhi fra le ciglia folte:

“Mio Dio siete voi signor Emanuel: non vi riconoscevo così cambiato.

State a New York, adesso, si vede dal vestito.

Vostro fratello Henry quando venne qui a Montgomery,

prima ancora di aprire il negozio, sapete,

diceva sempre che a New York lui voleva finire.

L’aveva promesso a vostro padre…”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 59

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Dice solo questo

EMANUEL

il dottor Everson,

come un burattino

nel rettangolo della porta,

mosso coi fili da chissà chi,

là, in alto,

come se queste parole

fossero necessarie alla storia

e una marionetta,

una qualunque,

dovesse saltar fuori

prima o dopo

a dirle.

Emanuel Lehman non guarda il fratello:

tiene fissi gli occhi

su quella marionetta,

come Mayer che non smette di fissarla.

Tutti e due,

HENRY

in quel preciso istante

sentono una brezza

carezzargli l’orecchio

ed è una brezza che profuma di mattina,

di un secchio di vernice,

di pennelli sgocciolanti,

di tre fratelli che sollevano un’insegna,

mille anni fa

insieme

come in questo momento

una testa

una patata

un braccio.

Rimasero in silenzio,

per chissà quanto,

pensando a New York

che aspettava entrambi

perché

“Henry ha ragione.”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 60

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

E non vi fu bisogno d’altro.

Capitolo II

Wall Street

L’equilibrista

SOLOMON

è poco più che un ragazzo.

Si chiama Solomon Paprinskij,

suo fratello è lo shammes del Tempio.

Solomon si ferma

in piedi

davanti al grande palazzo.

Sceglie due lampioni,

a distanza di cinquanta metri.

Ecco: questi due.

Proprio a un passo

dal portone d’ingresso.

Solomon apre una valigia,

tira fuori il suo filo d’acciaio,

lo stende

dritto

teso

arrampicandosi

su per i lampioni.

La strada è pronta:

il filo è a posto.

Cosa manca?

Il coraggio.

Solomon Paprinskij se lo dà:

tira fuori una bottiglia,

butta giù un bel sorso di cognac

poi

sale su,

va in posizione,

Solomon Paprinskij,

e inizia a camminare.

Perfetto.

Aereo.

Leggerissimo.

Non sbaglia un passo,

Solomon Paprinskij:

è il migliore equilibrista


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 61

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

che New York conosca.

E da oggi

SOLOMON

ha deciso:

starà qui

tutti i giorni

mattina e sera

a fare il suo esercizio.

Filo teso

dritto fra i lampioni

a un passo

dal nuovissimo portone

della Borsa di Wall Street.

Perché

EMANUEL

ora

in questa città condannata a parlare

hanno perfino aperto

un posto tutto nuovo

gigantesco

sta in Wall Street,

e si chiama Borsa,

Borsa degli Scambi.

“Idea geniale” ha detto Emanuel.

“Idea newyorkese” ha pensato Mayer.

MAYER

Invece di contrattare

EMANUEL

il ferro alla Borsa del Ferro,

la stoffa alla Borsa delle Stoffe

il carbone alla Borsa del Carbone

hanno fatto una Borsa unica,

immensa,

grandissima,

newyorkese,

una sinagoga

con soffitti alti più che una sinagoga,

dove in centinaia, folle, eserciti,

da mattina a sera

ininterrottamente


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 62

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

parlano

dicono

EMANUEL

trattano

gridano

da mattina a sera

ininterrottamente

parlano

dicono

trattano

gridano

da mattina a sera

ininterrottamente

parlano

dicono

trattano

gridano

da mattina a sera

ininterrottamente

perché la cosa eccezionale

MAYER

-almeno così è sembrata a Mayer –

èche là dentro in Wall Street da mattina a sera ininterrottamente vendono ogni cosa:

ferro, stoffe, olio, carbone,

e ogni razza di cosa che tu possa immaginare lì è in vendita

sul banco esposta

anche se in realtà a dire il vero non ce n’è traccia: non c’è il ferro non c’è la stoffa non c’è l’olio non c’è il carbone

non c’è niente a Wall Street eppure

c’è tutto a Wall Street

non c’è il ferro ma c’è la parola “ferro” non c’è la stoffa ma c’è la parola “stoffa”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 63

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

non c’è il carbone ma c’è la parola “carbone”

e

là fuori

SOLOMON

davanti a questo tempio di parole

Solomon Paprinskij

da oggi

tutti i giorni

farà il suo esercizio

in piedi sul filo.

Chissà se l’aria

MAYER

buttata fuori da tutte quelle bocche

finirà mai per fare una tormenta

che lo scaraventi

giù di sotto.

E’ l’unico pensiero

che Mayer Bulbe

riesce a formulare,

mentre cammina

con le ghette a strisce

sul marciapiede di Wall Street

verso il portone,

il portone d’ingresso.

Anzi:

non è vero che questo è l’unico pensiero.

L’altro pensiero

è che di certo

a Philip

suo nipote

piacerà Wall Street, eccome: a lui sì.

E Mayer ha ragione.

EMANUEL

Perché Philip,

figlio di Emanuel

-  nato a New York:

nel suo sangue

nemmeno una goccia

né di Germania

né di Alabama.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 64

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è una macchina parlante. Portentosa.


Philip agli occhi di suo zio è un altro mistero.


MAYER


E’ nato da un braccio

ma non muove un dito:


la sua prodezza è tutta labbra.


PHILIP


Governa le parole, Philip,

a vent’anni

sfodera i discorsi come nessuno fa,

snocciola domande e si dà – lui stesso – le risposte,

sarà che gioca a tennis – da sempre –

e a tennis la pallina deve sempre stare in gioco,

non deve mai finire fuori campo,

sempre su, Philip

sempre in alto, Philip

sempre in aria, Philip

e lui così fa, bravissimo:

gioca a tennis con i discorsi, con le parole,

senza far cadere mai la palla.

Così parla di economia, Philip

parla di politica, Philip

parla di finanza, Philip

e di ebraismo

e di cultura

e di musica

e di moda

e di cavalli

e di pittori

e di cucina

e di paesaggi

e di ragazze

e di valori

e di amicizie

e di New York, soprattutto: Philip ci è nato.

“Non credo esista città migliore al mondo, egregio signor zio:

New York offre ai miei occhi il meglio dell’America e l’eco dell’Europa,

non so come voi la pensiate

ma se mi interpellaste al proposito

vi direi che essa sta al pianeta terra

come l’Olimpo alla Grecia Antica:

luogo divino e al tempo stesso umano, egregio signor zio, o se preferite che io vi parli nel solco dell’ebraismo,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 65

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

vi dirò che essa è come il Ner Tamid che arde senza l’olio sacro:

creazione dell’uomo e nel contempo miracolo; PHILIP per cui a chi non ama questa città si può solo dire

che è come negare la luce del sole, egregio signor zio, e se voi siete di questi vi imploro di non dirmelo: perdereste molto della stima che vi devo,

per cui pur nella curiosità del chiedervelo preferisco in fondo non saperlo

e a voi risparmio l’imbarazzo del dirmelo,

con la qual cosa

con permesso

essendo atteso

viriverisco egregio signor zio e mi congedo.”

Strabiliante.                                                                                                                                                                            HENRY

Nuovo, Philip.

Nuovissimo, Philip.

Figlio di New York, Philip.

Sì, MAYER non c’è alcun dubbio:

gli piacerà Wall Street.


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Capitolo III

Shavuoth (festa ebraica)


Yehudà Ben Temà

scrive

nelle Massime dei Padri:

avrai cinquant’anni per farti saggio,

ne avrai sessanta per farti sapiente.


EMANUEL


Emanuel Lehman

che di anni ne ha sessanta

non sa se la sapienza abbia a che fare con i sogni,

ma sta di fatto

che la notte sogna.

E sogna sempre la stessa cosa.

Inizia come un gioco.

C’è una stalla, col bestiame.

Perché siamo di certo in Germania

-Rimpar, laggiù, in Baviera-

Due bambini, lui e Mayer.

Fanno il loro gioco preferito:

l’appoggia-moneta.

Semplicissimo.

Basta mettere una moneta a terra.

E poi se ne appoggia sopra un’altra

poi un’altra – tocca a Emanuel -

poi un’altra – tocca a Mayer –

poi un’altra – tocca a Emanuel -

poi un’altra – tocca a Mayer –

poi un’altra – tocca a Emanuel -

poi un’altra – tocca a Mayer –

poi un’altra – tocca a Emanuel -

poi un’altra – tocca a Mayer –

e la colonna delle monete

in equilibrio

cresce

cresce

cresce

cresce


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 67

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

cresce

cresce                                                                                                                                                                                           EMANUEL

nel sogno la colonna è alta altissima

talmente alta

che Emanuel inizia a salirci sopra,

a scalarla

si arrampica

su

su

su

più in alto

Emanuel

ancora

su

su

su

più in alto

Emanuel

ancora

finché

lassù in cima

quasi a toccare il vento

il cielo si apre

all’improvviso

si spalanca

come a Shavuoth

e con un rombo

un frastuono

assordante

esce fuori

correndo

all’impazzata

una locomotiva

fischiando

dritta velocissima contro Emanuel

-il treno! -

contro Emanuel

-il treno! -

contro Emanuel

-il treno! -

contro Emanuel


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 68

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

-il treno! -

Da quando sua moglie Pauline

EMANUEL

riposa sotto un blocco di marmo,

non c’è più nessuno

che gli tenga la mano

mentre Emanuel cade

precipita

giù

dalla colonna

travolto

fatto a pezzi

dal treno.

Il sogno torna ogni notte.

Ed Emanuel lo aspetta

ma in poltrona:

dorme lì, seduto.

Perché sdraiato a letto

si sentiva soffocare

dal fumo dei binari.

Ma questo è un segreto.

Perché da quando sua moglie Pauline

riposa sotto un blocco di marmo,

non c’è nessuno al mondo

che sappia di quel treno,

puntualissimo,

orario notturno.

C’è da capirlo:

come potrebbe un braccio

dire in giro a Wall Street

che possiede una banca

ma non investe in ferrovie

perché ogni notte

ha il terrore del treno?

Non può dirlo, Emanuel.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 69

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Non può dire

che per la prima volta                                                                                                                                          EMANUEL

ebbene sì

ha paura.

Ed è un bel problema.

Perché di ferrovia

parlano tutti, a New York

e soprattutto

ne parlano a Wall Street,

là dentro

oltre quel portone scuro

dove Solomon Paprinskij

tutte le mattine

stende il filo

dà il suo sorso di cognac

e fa l’equilibrista.

“Sarete di certo entrati nel mercato delle ferrovie, mister Lehman. In quale esattamente avete investito? La Pacific Railways?

O la Chicago United?

La Trans-Atlantic?

Noi abbiamo puntato sulla North-Western.

Posso consigliarvi la Middle-Southern?”

L’unica consolazione

-la via d’uscita-

per Emanuel

sta nell’età.

Perché ormai ha capito

-l’ha dovuto capire, Emanuel, per forza-

che un braccio

quando invecchia

resta pur sempre braccio

ma il gomito vince sul polso

e la mano – quella che agisce –

si fa sempre più lontana…

Quindi

è possibile


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 70

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

-eccome-

che a un braccio anziano

EMANUEL

si chieda non più di fare:

ma di far fare.

Ottimo.

Non più agire,

ma spronare gli altri.

Quella smania che per tutta la vita

gli ha detto di smuovere, fare, tentare,

ora può essere “smuovete, fate, tentate”.

Freme, Emanuel.

Non sta nella pelle.

Più che sempre?

Più che sempre.

Gli sembra che all’improvviso

tutto il mondo si sia contratto

in un bottone

e che New York sia l’asola:

basta un piccolo minimo gesto

e avremo il mondo in palmo di mano.

Fare, quindi.

Esserci, quindi.

Osare. Osare. Osare.

Ma siccome un gomito può meno di un polso,

Emanuel non guida di persona la carrozza:

dà le dritte al nuovo cocchiere,

che per lui esegue:

“Come mi avevate chiesto, egregio signor padre,

PHILIP

ho portato Lehman Brothers

ancora più nel cuore del mercato del carbone;

ne consegue che abbiamo da oggi il controllo

delle entrate di qui ad un anno

di tutto il mercato del combustibile

calcolato sulle tariffe di Wall Street.

Tengo tuttavia a informarvi, egregio signor padre,

che ho condotto in porto la trattativa

solo e solamente

perché voi l’avete chiesto,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 71

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

essendo io del tutto convinto

(e non essendo peraltro il solo)

che un nostro investimento

nel mercato del carbone

sia del tutto privo di senso

essendo esso destinato a essere

in capo a pochi anni

azzerato, egregio signor padre,

dall’imporsi del business ferroviario

dei cui pregi potrei darvi elenco,

sempre che vogliate davvero guardare ai capitali.”

“Perché anche tu con questa fissazione ferroviaria, Philip?

EMANUEL

Noi li abbiamo già i capitali, figlio mio:

abbiamo il controllo di ferro, stoffe, carbone e caffè di tutta New York.”

“Potrei definirli - se mi permettete -

PHILIP

il mercato degli zero virgola più zero virgola più zero virgola.”

“Che però alla fine ci dà milioni.”

EMANUEL

“Dopo trenta pagine di somme.”

PHILIP

“Se tu avessi la mia esperienza, Philip…”

EMANUEL

“Non ho i capelli bianchi, egregio signor padre,

PHILIP

ma proprio perché li ho neri

vi dirò che se devo impiegare la vita che ho davanti, vorrei farlo con una sfilza di numeri davanti alle virgole, non dietro.

Se concordate con me,

molleremo presto questo brodo di caffè per la ferrovia. Se invece preferite contare i chicchi anziché i milioni vi risparmio l’imbarazzo del dirmelo,

con la qual cosa

con permesso

essendo atteso

vi riverisco

egregio signor padre

e mi congedo.”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 72

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

E se il giovane cocchiere

EMANUEL

sfidasse lui la locomotiva di Shavuoth?

Forse Emanuel

potrebbe tornare a dormire tranquillo.

Basterebbe

che Emanuel e Mayer

si affidassero al cocchiere,

alla sua formidabile bravura in fatto di parole.

Basterebbe.

MAYER

Basterebbe.

Peccato solo che Mayer

più che invecchia

e più non scorda di essere un ortaggio.

Piantato a terra:

cresciuto fra le zolle, col sole, con l’acqua.

Ed è per questo

che lui si occupa del caffè.

Solo di quello.

Marrone scuro, il caffè:

come la terra dove nasce la patata.

E poi il caffè si pesa, sta nei sacchi:

come quel cotone di una volta,

“Ti sei rovinato gli occhi, fratello mio,

EMANUEL

ed è colpa del tuo stramaledetto caffè.”

“Cosa c’entra il caffè con gli occhi?”

MAYER

“Zero virgola più zero virgola più zero virgola.”

EMANUEL

“Come parli?”

MAYER

EMANUEL


“Le cifre del caffè sono piccole, Mayer, e stanno tutte dietro la virgola. Vuoi contare i chicchi anziché i milioni?

Io non mi accontento di sommare gli zero virgola: voglio i capitali.”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 73

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Noi li abbiamo già i capitali, Emanuel:

MAYER

abbiamo il controllo del mercato del ferro, del carbone, del caffè, di…”

“Zero virgola più zero virgola più zero virgola.”

EMANUEL

“Che dà un milione.”

MAYER

“Dopo trenta pagine, certo, e con due occhi in meno.”

EMANUEL

“Ognuno ha i danni del suo mestiere.”

MAYER

“Ma come ragioni, Mayer?”

EMANUEL

“Come un Lehman: nostro padre prese il morbo dal bestiame,

MAYER

Henry la febbre gialla dalle piantagioni,

io posso perdere la vista col caffè.”

“Stammi a sentire: ho i capelli bianchi, Mayer,

EMANUEL

e se mi devo dannare l’ultimo straccio di vita,

voglio farlo con una sfilza di numeri davanti alle virgole, non dietro.

Ed è per questo che molleremo il tuo caffè per la ferrovia.”

“La ferrovia è parole.”

MAYER

“Non ho fondato una banca per gli zero virgola.”

EMANUEL

“E io non ho fondato una banca per le parole.”

MAYER

Fu in quel momento

EMANUEL

che d’improvviso Emanuel capì.

Come faceva Mayer a credere nella ferrovia, se Emanuel non gliela mostrava, in costruzione,

meravigliosa, sorprendente,

ma soprattutto meccanica,

reale, realissima,

concreta, concretissima,

tutta fatta di ferro e acciaio,

fuoco, bronzo,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 74

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

fulmini, morse e frese?


Decise.

Doveva agire.


EMANUEL


Doveva illuminare la mente vegetale del fratello così come la visita a Teddy Wilkinson trent’anni fa illuminò la sua.

Fu fissato un incontro

per la fine di novembre.

Ferrovia di Baltimora.

In costruzione.

L’entusiasmo di Emanuel? Incontenibile.

Per tutto il viaggio

non smise

un solo momento

di decantare a Mayer

quello che li aspettava: operai al lavoro, cento volte

mille volte più che nelle piantagioni,

a perdita d’occhio

colate di ferro fuso

e poi stridere di acciaio

e poi chiasso infernale

e poi

e poi

e poi


E poi quando arrivarono

li sorprese

il silenzio.

Totale.

Perfetto.


MAYER


Una valle.

Un fiume.

Cespugli.

Mosche.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 75

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“La ferrovia correrà là in mezzo, il tracciato è già nero su bianco.

EMANUEL

Ecco: su questo foglio potete vederlo disegnato.”

“E il cantiere? Quando aprirà?”

MAYER

“Quando voi ci darete i fondi.”

DAVIDSON

“Sulla carta?”

MAYER

“Sulla carta, mister Lehman.”

DAVIDSON

“E quando sarà pronta la ferrovia?”

MAYER

“Nei termini previsti dall’accordo, anche se per voi ai fini dell’affare è

ininfluente.”

DAVIDSON

“Dieci anni?”

MAYER

“Oppure venti, trenta, quaranta: è ininfluente.”

DAVIDSON

“Allora cos’è influente?”

MAYER

“Che voi diciate una parola.”

DAVIDSON

“Che parola?”

MAYER

“La parola sì.”

DAVIDSON

Quel sorriso enorme

EMANUEL

chiamato Archibald Davidson

aggiunse molto altro

ed aprì almeno sei o sette fogli

grandi come lenzuoli

dove la ferrovia era perfettamente tracciata.

Nero su bianco.

I Lehman annuirono, certo.

Mentre annuivano

MAYER

Mayer pensò che l’inchiostro


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 76

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


aveva lo stesso colore scuro del caffè,

e che su quei fogli ne scorreva talmente tanto

che forse

-     altro che treni –

-     era giusto interessarsi

semmai

al mercato dell’inchiostro.


MAYER


Emanuel Lehman,

invece

muto, immobile, senza parole,

non perse un attimo di vista

gli abiti di sartoria

di quelli dell’United Railways:

erano abiti di prima classe,

di una stoffa raffinata,

pregiatissima,

cotone

uno splendido

costosissimo

cotone.


EMANUEL


E mentre

si chiedeva che cotone fosse,

una voce alle sue spalle

si fece sentire

forte

chiara

come quella dei cocchieri

che richiamano un cavallo:

“Egregio mister Archibald Davidson,

i vostri fogli pieni di disegni

incanterebbero un bambino,

ma noi non siamo venuti da New York

per guardare dei disegni e dirvi bravo:

alla scuola ebraica i ragazzini

hanno un gran talento coi pastelli,

disegnano case e ponti

eppure nessuno li finanzia come costruttori.

Mio padre e mio zio, egregio mister Davidson,

si aspettano da voi ben altro:


PHILIP


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 77

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


cifre, numeri, sostanza.

Quanto vi occorre dalla nostra banca?

Quanto siete disposti a pagare in interessi?

E con che tempi di rientro del nostro capitale?

Avete davanti i fratelli Lehman, se non ve ne siete accorto:

mio padre e mio zio – parlo a nome loro –

accetteranno di investire in ferrovie

solo e solamente

se i guadagni per la Banca avranno sette zeri.

Milioni, egregio mister Davidson, avete compreso bene.

Se l’unità di misura anche per voi è questa,

la ferrovia può portare il nome Lehman,

e vi diciamo “costruitela”.

Se invece preferite disegnarla

vi risparmiamo l’imbarazzo del dircelo,

con la qual cosa

con permesso

essendo attesi per altri investimenti

vi riveriamo

egregio mister Davidson

e ci congediamo.”


PHILIP


“Un momento, prego.

Parlate di finanziare le ferrovie:

intendete obbligazioni

da voi emesse per darci capitale?”


DAVIDSON


“Egregio mister Davidson,


PHILIP


ci avete scambiati per caso

per una ditta di stoffe?

Mio padre e mio zio qui presenti

intendono certo obbligazioni

che noi riscuoteremo:

chi sottoscrive ci dà i soldi,

noi glieli renderemo con un piccolo interesse.

Nel frattempo voi avete i capitali

che ci renderete con un notevole interesse.

In questa differenza sta il guadagno.

Per noi, certo. Ma per voi anche.”


“La proposta della United Railways è cinque milioni di rientro.”


DAVIDSON


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 78

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Egregio mister Davidson,

PHILIP

né mio padre né mio zio qui presenti

sono commercianti di caffè,

la nostra insegna dice “banca”,

le banche ragionano vi ho detto a sette zeri.

Tradotto significa dieci milioni: il doppio.”

“Mi permetto di offrirne sette.”

DAVIDSON

“Mio padre e mio zio qui presenti

PHILIP

non scenderanno sotto i nove.”

“United Railways non può superare gli otto.”

DAVIDSON

“Lehman Brothers non va sotto i nove.”

PHILIP

“Otto e mezzo è un giusto compromesso.”

DAVIDSON

“Per mio padre e mio zio qui presenti

PHILIP

è una perdita, spiacente.”

“Dunque non accettate niente se non nove?”

DAVIDSON

“Né mio padre né mio zio qui presenti

PHILIP

intendono svenarsi.”

“E sia: nove milioni.”

DAVIDSON

“Mio padre e mio zio qui presenti

PHILIP

saranno lieti di siglare l’accordo,

egregio mister Davidson.”

E il padre e lo zio lì presenti

EMANUEL

strinsero la mano.

Ipnotizzati.

Galleggiando dentro un mare di parole.

MAYER

Strinsero la mano.

Mayer Lehman ed Emanuel Lehman


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 79

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

da una parte,

Archibald Davidson delle United Railways EMANUEL dall’altra parte.

Strinsero la mano.

Una stretta

che valeva nove milioni.

Da quella notte

Emanuel Lehman

non dormì più in poltrona

ma sdraiato nel suo letto.

Non temeva nessun treno.

Perché il suo cocchiere

era diventato

improvvisamente

un capostazione.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 80

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo IV

Bar-mitzvah

Yehudà Ben Temà

HENRY

scrive

nelle Massime dei Padri:

cinque anni è giusta età per studiare le Scritture,

dieci anni per studiare la Mishnà,

a tredici anni inizi a rispettare le mitzwoth,

quindici anni e studierai la Ghemarà.

Ebbene,

EMANUEL

ora che il secolo sta quasi per finire

la famiglia Lehman di New York

offre un bel campionario

di età assortite.

Perché i figli non mancano:

MAYER

undici in tutto,

quattro di Emanuel,

sette di Mayer,

e quanto alle età

c’è l’imbarazzo della scelta.

Herbert Lehman

HERBERT

è il più piccolo dei figli di Mayer:

ha smesso di tirare la barba

seduto sulle ginocchia di suo padre.

Ora ha nove anni

e va alla scuola ebraica.

Presto

come i suoi fratelli

dovrà raccontare

l’ascesa di Davide,

come andò la storia dei Maccabei,

per filo e per segno la vita di Giuseppe,

Esaù col piatto di lenticchie,

Caino che uccise il fratello,

Jonah nel ventre del pescecane.

Herbert tutte queste cose

dovrà saperle.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 81

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Certo.

Per adesso                                                                                                                                                                                      HENRY

sta  seduto in fondo all’aula

sempre un po’ distratto,

dimentica perfino di alzarsi in piedi

quando il rabbino Lewinsohn

-che ha più denti in bocca che capelli in testa – una volta al mese scende in classe e interroga i bambini:

“Adesso quando vi chiamo, mi direte

in perfetto ordine

tutte le piaghe d’Egitto:

a partire da lei, signorino Rotschild.”

“Hashem trasformò il fiume Nilo in sangue, Rab Lewinsohn.”

“Bene Rotschild. La seconda piaga, Wolf.”

“Hashem invase l’Egitto di rane, Rab Lewinsohn.”

“Bene Wolf. Terza e la quarta piaga, Libermann.”

“Hashem mandò le zanzare, Rab Lewinsohn, e poi i tafani.”

“La quinta piaga è sua, signorino Strauss.”

“Hashem fece morire il bestiame d’Egitto.”

“Ottimo, Strauss. Ed ora suo fratello mi dirà la sesta.” “Ulcere su uomini e animali, Rab Lewinsohn.”

“Bravi entrambi. La settima, signorino Altschul?”

“Cadde la grandine.”

“Ne cadde moltissima, Altschul. L’ottava piaga, Borowitz?”

“Invasione di locuste.”

“Locuste, sissignore. La penultima piaga, Cohen?”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 82

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Scesero le tenebre, Rabbino.”

“E l’ultima piaga la voglio da lei, Herbert Lehman.”

“Hashem fece morire i bambini d’Egitto.”

HERBERT

“E’ sbagliato, Lehman: Hashem non fece per niente questo.”

HENRY

“Ma io non sono d’accordo.”

HERBERT

“Come sempre: lei vuole interpretare,

HENRY

invece che imparare. Dice la Scrittura:

“A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d'Egitto.”

“Non sono d’accordo, Rab Lewinsohn.”

HERBERT

“Dire “primogeniti” non è dire “bambini”, Lehman!”

HENRY

“Ma io non sono d’accordo con la decisione di Hashem, rabbino.”

HERBERT

“Lehman!

HENRY

“Non sono d’accordo con nessuna delle piaghe, ecco.”

HERBERT

“Cosa devo sentire!”

HENRY

“Non sono d’accordo con la strategia delHashem:

HERBERT

perché massacrare il popolo d’Egitto, che non aveva colpa?”

“Questo è intollerabile!”

HENRY

“A mio parere Hashem - invece che perdere tempo in piaghe –

HERBERT

doveva direttamente uccidere il signor faraone,

e così gli Israeliti sarebbero stati subito liberi, e…”

“Hashem non prende consigli da Herbert Lehman!”

HENRY

“Ma Herbert Lehman fa parte del popolo eletto.”

HERBERT

“Lei deve tacere, ragazzino! Immediatamente!”

HENRY

“Se volete io starò zitto, Rabbino,

HERBERT


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 83

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

ma si sappia che non sono d’accordo.”

Nonostante abbia nove anni,

HERBERT

sono poche le cose

su cui Herbert Lehman

è “d’accordo”.

Non è d’accordo

per esempio

su tutto questo gran parlare

che si fa in famiglia

del petrolio.

Il petrolio.

EMANUEL

Liquido come il caffè,

MAYER

nero come il caffè.

E puzzolente,

HERBERT

sì:

HENRY

come la ferrovia.

HERBERT

Sarà per questo che

EMANUEL

l’idea è piaciuta subito,

sia a Mayer che a Emanuel,

quando Philip li ha portati laggiù,

in Oklahoma,

e poi in Ontario

a vedere i pozzi in azione:

trivelle agitatissime

PHILIP

rumore da non dire

schizzi neri fino al cielo,

rubinetti da giganti

e ferro

e tubi

e condutture.

Insomma, il petrolio c’è: si vede.

Non è come quelle “obbligazioni ferroviarie”

MAYER

che Philip ama tanto,

foglietti pericolosi

con sopra tanti numeri,

foglietti che i cassieri della Lehman

danno via in gran quantità

per “finanziare i treni di domani”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 84

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

come dicono i manifesti

che Philip ha fatto stampare

e attaccare sui muri

a New York e oltre.

Di soldi, certo, ne entrano in banca.

Philip sostiene che ne entrino a valanga.

Più che con quelle tre vecchie “CO”:

COtton-COffee-COke

Cotone-Caffè-Carbone.

Mayer sorride. Annuisce.

Emanuel fa lo stesso.

Ma di fatto

EMANUEL

nessuno dei due

sa cosa si muova

esattamente

dentro quella stanza

che un tempo era di Mayer,

MAYER

ora sulla porta c’è la targhetta “Philip Lehman”

PHILIP

mentre i due vecchi hanno due tavoli

EMANUEL

nello stesso ufficio.

Una sola cosa

HENRY

è stata chiara a tutti e due,

quando nella sede di Liberty Street 119

è venuto

Charles Dow

il giovane giornalista

che ha dato a Wall Street

perfino un giornale.

Charles Dow

si è presentato

per fare un’intervista

ai due vecchi fratelli.

Philip si è seduto

in fondo alla stanza

ed ha ascoltato senza battere ciglio.

Ma quando la domanda è stata:

“Se la banca fosse un forno, quale sarebbe la farina?”

Emanuel ha detto “I treni!”

Mayer “Il caffè!”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 85

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Poi Emanuel ancora “Il carbone!”

E Mayer “Un tempo il cotone!”

HENRY

Philip

allora

ha alzato la voce

e ha commentato la Scrittura

come un ragazzino alla Bar-Mitzvah

per essere accolto fra i grandi:

“Egregio signor Dow,

PHILIP

la farina che lei chiede

non sarebbe

né il caffè

né il carbone

né il ferro dei binari:

né mio padre né mio zio qui presenti

hanno timore a dirle che siamo commercianti di denaro.

La gente normale, vede,

usa i soldi solo per comprare.

Ma chi come noi ha una banca

usa i soldi

per comprare soldi

per vendere soldi

per prestare soldi

per scambiare soldi

ed è con tutto questo

che noi

mi creda

mandiamo avanti il forno.”

Mayer sorride.

MAYER

Emanuel fa lo stesso.

EMANUEL

Come due fornai

HENRY

che a un tratto

non sanno

cos’è il pane.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 86

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo V

Il giocatore di carte / Der kartyozhnik

Yehudà Ben Temà

PHILIP

scrive

nelle Massime dei Padri:

a diciotto anni penserai a sposarti,

venti anni li hai per correre,

trenta per farti forte,

quaranta per farti furbo.

Philip Lehman

EMANUEL

ha riempito tutte le caselle,

non ne ha lasciata vuota neanche una.

Perché Philip Lehman

non lascia che niente gli sfugga.

Dall’età di sedici anni

tiene un’agenda

sempre aperta sulla scrivania,

dove segna in stampatello

tutti i suoi problemi,

e giorno per giorno

deve scrivere in stampatello

anche la soluzione.

LA SOLUZIONE E’ GIA’ PRONTA, BASTA CHIAMARLA.

PHILIP

è questa la frase

che Philip Lehman ha scritto

in stampatello

sulla prima pagina

di ogni agenda.

Gli venne in mente di scriverla

quel giorno in cui

in Liberty Street

comparve all’angolo della strada

un nano col cilindro

vestito tutto di giallo,

che sopra una cassetta della frutta

faceva il gioco delle tre carte.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 87

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Philip rimase fermo per ore,

lì                                                                                                                                                                                                                      PHILIP

immobile

a fissarlo:

quasi nessuno riusciva a vincere,

la carta vincente si nascondeva sempre.

Eppure c’era:

fra le tre,

era lì,

coperta, ma c’era.

A portata di mano.

Semplicissimo.

Basta girare la carta giusta.

Semplicissimo.

Che ci vuole?

Per girare la carta giusta

basta non distrarsi.

Philip si sforzò, quel giorno:

incollò lo sguardo sulle dita veloci del nano, fissò su quelle mani i suoi occhi

“La carta vincente è questa.”

E vinse.

Non fu fortuna, lo sapeva.

Fu tecnica.

Philip non provò a vincere:

lui decise di vincere.

Da allora

da quel giorno

Philip Lehman non si distrae.

Si sforza, è spietato,

non ammette deroghe:

sa che se terrà il controllo

non gli sfuggirà la carta vincente.

Seguire il movimento.

Fissare le dita del nano,

non perdere il tragitto delle carte,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 88

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

tenere il controllo

tenere il controllo                                                                                                                                                                  PHILIP

controllo

controllo

controllo

come giocando a tennis

si controlla la pallina

che stia sempre fra le righe del campo

contenuta

riquadrata

controllata.

E il controllo Philip Lehman ce l’ha.

Oh se ce l’ha.

Sempre.

Perché la sua vita

non è mai in corsivo:

è tutta scritta in stampatello.

A vent’anni

-che per Yehudà Ben Temà è l’età della corsa – Philip Lehman

Ha scritto sull’agenda

in stampatello

“FERROVIA UGUALE CAPITALI, CAPITALI UGUALE LEHMAN”

e -senza perdere di vista le dita del nano - fra tutte le ferrovie

ha scelto quelle che da Est vanno ad Ovest, non quelle che da Nord vanno a Sud, perché

-senza perdere di vista le dita del nano - Philip Lehman ha capito

che la nuova frontiera è l’asse Est-Ovest: il Sud ormai a che serve? Dopo la guerra? Il Sud è un ricordo, nulla di più. E poi ci sono migliaia di pazzi

che ora vanno verso Ovest

tutti a cercare l’oro,

quindi cosa meglio che dargli un treno?

Ragionamento fila.

Soluzione a portata di mano.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 89

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“La carta vincente è questa.”

E ha di nuovo vinto.                                                                                                                                                         PHILIP

Fortuna?

No.

Una tecnica.

Atrent’anni

-che per Yahuda Ben Temà è l’età della forza – Philip Lehman si è rafforzato - eccome se l’ha fatto-

con i pozzi di petrolio.

Ha scritto sull’agenda

in stampatello

“INDUSTRIA UGUALE ENERGIA, ENERGIA UGUALE PETROLIO”

“La carta vincente è questa.”

E ha di nuovo vinto.

Fortuna?

No.

Una tecnica.

Aquarant’anni poi

-che per Yahuda Ben Temà è l’età della furbizia –

Philip Lehman si è fatto furbo - ed è il suo capolavoro - scrivendo

sull’agenda in stampatello

“NOVECENTO UGUALE NEVROSI, NEVROSI UGUALE SVAGO”

e fra tutti gli svaghi da finanziare

ha puntato sul tabacco.

O meglio: sulla National Cigarettes

che è sissignore una scommessa

perché le sigarette sono piccole, sono per tutti, diventeranno come il pane e se vuoi far soldi

devi arrivare alle cose semplici

prima che diventino semplici:

“La carta vincente è questa.”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 90

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

E ha di nuovo vinto.


“Non è fortuna, tesoro mio:

è solo tecnica, sai? Solo tecnica!”


PHILIP


Così dice Philip,

a sua moglie,

ogni volta.


Sono sposati da anni.

Perché compiuti i diciotto,

la mattina dopo il compleanno,

Philip Lehman

ha scritto sulla sua agenda

“RISOLVERE PROBLEMA MATRIMONIO.”

e da lì una freccia a

“SCEGLIERE BUONA MOGLIE”,

dove poi ha sostituito “BUONA” con “GIUSTA”.

Dopo attenta riflessione

Philip Lehman

-senza perdere di vista le dita del nano –

ha concluso che i requisiti essenziali erano questi:

1)che sia una ragazza mite

2)che sia di famiglia pari grado

3)che non abbia propensione a spendere

4)che non sia una suffragetta

5)che anteponga il tè al caffè

6)che apprezzi l’arte

e via dicendo

un elenco ragionato

di circa 40 voci

-fra lo spirituale e il domestico-

tutte scritte in stampatello

munite ognuna di punteggio da uno a cinque

per un totale ipotetico

di 200 punti

definibile “moglie perfetta”.

Controllo.

Controllo.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 91

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Controllo.


Non contento.


PHILIP


Philip Lehman pianificò

una tattica scientifica

per investigare

una rosa ristretta di dodici candidate

che egli stesso aveva scelto

depennando i nomi

dalla lista dei benefattori del Tempio.

Il numero di dodici

non era casuale,

pattuendo Philip con se stesso

di dedicare il tempo di un mese

all’attento studio di ognuna di esse:

in capo a 12 mesi

quindi un anno

-senza perdere di vista le dita del nano – egli avrebbe potuto considerare risolto il punto MATRIMONIO

e

passare

dunque

più proficuamente

ad altro.

Iniziò così

l’anno matrimoniale

le cui operazioni

furono annotate

scrupolosamente

secondo schema fisso

in stampatello

sull’agenda:

MESE: SHEVÀT.

CANDIDATA: ADELE BLUMENTHAL

PORTAMENTO: DIMESSO

SPIRITO: TEDIOSA

CULTURA: SCOLASTICA

SINTESI: GIOVANE NONNA

PUNTEGGIO: 60 SU 200.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 92

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


MESE: ADÀR

CANDIDATA: REBECCA GINZBERG

PORTAMENTO: BATTAGLIERO

SPIRITO: PUNGENTE

CULTURA: FRECCIATE

SINTESI: GRANDE FATICA

PUNTEGGIO:101 SU 200.


PHILIP


MESE: NISSÀN

CANDIDATA: ADA LUTMAN-DISRAELI

PORTAMENTO: AUSTERO

SPIRITO: ACCIGLIATO

CULTURA: MASSIMA

SINTESI: UN RABBINO

PUNTEGGIO: SU 120 SU 200.

MESE: IJÀR

CANDIDATA: SARAH NACHMAN

PORTAMENTO: FANCIULLA

SPIRITO: PRIMAVERILE

CULTURA: PRESSAPPOCO

SINTESI: IMPREPARATA

PUNTEGGIO: 50 SU 200.

MESE: SIVÀN

CANDIDATA: PAULETTE WEISZMANN

PORTAMENTO: OMBROSO

SPIRITO: LUNATICO

CULTURA: INSONDABILE

SINTESI: UN RISCHIO

PUNTEGGIO: 30 SU 200.

MESE: TAMMÙZ

CANDIDATA: ELGA ROSENBERG

PORTAMENTO: DECORATO

SPIRITO: INGESSATO

CULTURA: ELEMENTARE

SINTESI: CERAMICA DIPINTA

PUNTEGGIO: 71 SU 200.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 93

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


MESE: AV

CANDIDATA: DEBORA SINGER

PORTAMENTO: TUTTA OCCHIALI

SPIRITO: INTELLETTUALE

CULTURA: SUPERIORE

SINTESI: ACCADEMICA

PUNTEGGIO: 132 SU 200.


PHILIP


MESE: ELÙL

CANDIDATA: CARRIE LAUER

PORTAMENTO: SOBRIO

SPIRITO: TIEPIDO

CULTURA: MEDIA

SINTESI: BUONA MINESTRA

PUNTEGGIO: 160 SU 200.

MESE: TISHRÌ

CANDIDATA: LEA HELLER HERZL

PORTAMENTO: SCIATTO

SPIRITO: MELANCONICO

CULTURA: SULLO SFONDO

SINTESI: LACRIMA FACILE

PUNTEGGIO: 70 SU 200.

MESE: CHESHVÀN

CANDIDATA: MIRA HOLBERG

PORTAMENTO: LANGUIDO

SPIRITO: AFFETTUOSA

CULTURA: MODESTA

SINTESI: MOLTE SMORFIE

PUNTEGGIO: 140 SU 200.

MESE: KISLÈV

CANDIDATA: LAURA ROTH

PORTAMENTO: COLORATO

SPIRITO: GIOCOSO

CULTURA: QUA E LÀ

SINTESI: RIDE TROPPO

PUNTEGGIO: 130 SU 200.

MESE: TEVÈTH


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 94

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

CANDIDATA: TESSA GUTZBERG

PORTAMENTO: FEMMINILE                                                                                                                                                PHILIP

SPIRITO: PIACEVOLE

CULTURA: PIÙ CHE BUONA

SINTESI: PERFETTA

NOTA: NON PUÒ AVERE FIGLI

PUNTEGGIO: INUTILE

RIEPILOGO: 160 SU 200, CARRIE LAUER.

“CHIEDERE APPUNTAMENTO DOMATTINA

SIGNOR BERNARD LAUER”

Il matrimonio

ebbe luogo

-dopo idoneo fidanzamento-

nei tempi e nei modi

stabiliti in stampatello

sull’agenda di Philip Lehman.

Egli scrisse tutto quanto,

non perse il controllo di niente,

dal colore della kuppah

al numero di stoviglie del ricevimento

compresi i nomi dei camerieri.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 95

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo VI

Un tsvantsinger

Yehudà Ben Temà

EMANUEL o MAYER

scrive

nelle Massime dei Padri:

settant’anni per fare un sunto,

ottanta per godere il paesaggio.

Mayer Lehman e suo fratello

vanno per i settanta

ma questo sunto

ancora non l’hanno fatto.

Sarà che tutto avrebbero pensato,

fuorché di ritrovarsi

coi capelli bianchi

a maneggiare dei foglietti

dove tutto è un calcolo.

Funziona così,

EMANUEL

ora più o meno l’hanno capito:

la Lehman sceglie su cosa investire,

ma invece che metterci soldi

li fa mettere alla gente

sotto forma di prestito:

tu mi affitti i tuoi soldi,

io te li renderò fra un tempo “x” con l’interesse.

Nel frattempo però io li uso:

faccio credito

e ci guadagno sugli interessi.

Credito agli industriali,

credito ai costruttori,

credito a chiunque produca

credito a chiunque porti

prima o dopo

capitali.

Sarà.

MAYER

Ma qui sembra tutto diverso.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 96

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Perché

-anche se non lo dicono-

né Emanuel né Mayer

hanno scordato

quella moneta da venti

che mille anni fa

laggiù in Germania, Rimpar, Baviera

stava incorniciata

dentro un quadretto

appeso al muro:

la prima tsvantsinger

guadagnata

da Lehman padre

col bestiame.

E accanto al quadretto

ce n’era un altro

con la centesima tsvantsinger

e un altro

con la millesima

e poi

poi basta

che “mille tsvantsinger

sono una fortuna, figli miei,

e Baruch ha shem se un giorno anche voi le metterete insieme.”


Anche se non lo dicono

nè Emanuel né Mayer

possono evitare di pensare

che alla Lehman Brothers

di tsvantsinger

ne entrano diecimila al giorno

e di quadretti

ce ne vorrebbero

un’infinità,

che mettendo tutte in fila

le tsvantsinger

si farebbe un ponte

da New York

alla Baviera.


EMANUEL


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 97

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Soldi come fiumi.

E di più. E di più.

Perché i Lehman ce l’hanno nel sangue

di lavorare a testa bassa

senza sconti

senza pause

senza soste

“Egregio signor padre,

PHILIP

non c’è ragione che voi vi stanchiate così tanto:

lasciamo ai dipendenti la fatica vera,

voi qui sedete più in alto:

non scordate che siete un proprietario,

a voi spetta solo coordinare,

muovere i pezzi sulla scacchiera.”

E infatti Emanuel coordina:

EMANUEL

sposta persone come pedine,

non si sposta più dal suo ufficio,

delega gli altri,

controlla il lavoro

e il lavoro va a gonfie vele

se non c’è giorno

che rispetto al giorno prima

non abbia il segno +,

su quei registri

dove ormai Mayer ha smesso di annotare

MAYER

non perché si sia finito gli occhi,

ma perché da solo era impossibile far tutto,

e ora a segnare i numeri

c’è un ufficio

con sei persone

che Philip paga

dieci ore al giorno

per fare solo quello.

“Egregio signor zio,

PHILIP

non c’è ragione che voi facciate un lavoro da impiegato:

lasciamo ai dipendenti la contabilità,

voi qui sedete più in alto:

non scordate che siete un proprietario,

a voi spetta solo la firma.”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 98

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

E Mayer firma,

MAYER - EMANUEL

ogni giorno,

col fratello,

a fine serata,

il bilancio col segno +.

Segno +: firmano Mayer Emanuel Lehman.

Segno +: firmano Mayer Emanuel Lehman.

Segno +: firmano Mayer Emanuel Lehman.

“Egregio signor zio, egregio signor padre,

PHILIP

non c’è ragione che voi facciate i revisori:

lasciamo ai dirigenti la firma del bilancio,

voi qui sedete più in alto:

non scordate che siete i proprietari,

a voi spetta scegliere

su chi e cosa investire.

Naturalmente non da soli:

c’è un Consiglio d’Amministrazione,

da adesso.”

Consiglio di Amministrazione.

HENRY

Saggia decisione

per non fare passi falsi,

per non perdere la rotta,

per volare basso.

Emanuel e Mayer

se ne sono accorti

all’improvviso

quando ormai era tardi

e ormai puoi solo rassegnarti.

Eliah Baumann: costruttore edile.

MAYER - EMANUEL

I due fratelli Lehman l’hanno incontrato

perchè l’investimento potrebbe convenire.

Ci ha pensato a lungo, Mayer.

E ci ha pensato Emanuel.

Stesso pensiero, stessa intuizione:

l’industria America sta crescendo,

quindi aumentano le fabbriche,

quindi aumentano gli operai,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 99

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


quindi aumentano gli immigrati quindi… dove andranno ad abitare? C’è da raddoppiare il numero di case. Costruire a più non posso. Tirar su periferie intere.

Investimento sicuro: mattoni, calce.

Rendimento certo, a scadenza breve termine.

Ragionamento cristallino:

potrebbe averlo fatto Philip.

Investire in case per gli operai.

Perfetto.

Puntare su Eliah Baumann: costruttore edile.

Quando Emanuel e Mayer

finiscono di parlare

c’è un lungo silenzio.

Qualcuno tossisce.

Nessuno parla.

Uno sorride.

“Egregio signor padre,

egregio signor zio,

da parte nostra c’è la massima considerazione per questa vostra prospettiva. Resta il fatto che al momento

un nostro impegno nel ramo edile sarebbe del tutto nuovo, inatteso, e prima di investire

in casette per gli ispanici dovremmo chiederci come fare

ad aiutare – questo sì – la rete dei trasporti.

Perché si dà il caso, egregi signori,

che noi abbiamo dato a questo paese le ferrovie, ed è stata una rivoluzione

che però già adesso ahimè non basta:

dopo aver unito le due coste degli Stati Uniti, puntiamo adesso a unire i continenti. E occorreranno, vi anticipo, degli anni.


MAYER - EMANUEL

HENRY

PHILIP


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 100

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Ma l’idea in sintesi è questa:

faremo una cordata di finanziatori:

venti, trenta, cinquanta banche

e insieme allo Stato

chiederemo in affitto per un secolo

allo Stato di Panama

una fascia di 99 km

fra il Pacifico e il Golfo dei Caraibi.

A quel punto taglieremo a metà il continente,

da parte a parte,

da oceano a oceano,

faremo un canale che ora non c’è

e tutti i bastimenti

-l’intero commercio mondiale-

dovrà scegliere se pagarci il passaggio

o navigare giorni e giorni

intorno a Capo Horn.

Mettiamo ai voti le proposte?

O forse non occorre?”


Emanuel sorride:

per lui non occorre.

è pur sempre suo figlio

quello che parla.


EMANUEL


Anche Mayer sorride:

nemmeno per lui occorre,

sono pur sempre i suoi figli

quelli che stanno applaudendo.


MAYER


Ma in quella sala

tutta vetri e specchi

al secondo piano di Liberty Street

i due vecchi

da quel giorno

si videro sempre meno.

Anche Philip sorride

Anche suo figlio un giorno

Siederà nel consiglio d’amministrazione

Per ora piace solo disegnare a Robert.


HENRY


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 101

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo VIII

Lutto / Shivà

Seduto su una sedia di velluto blu

MAYER

addossata alla parete,

l’ultimo vecchio dei fratelli Lehman

aspetta

saluta

ringrazia

la porta si chiude

poi si riapre: un altro.

Perché la famiglia Lehman

osserva tutte le regole, lo ha deciso:

Shivà e sheloshim,

come facevano in Germania,

tutte le regole come fossimo a Rimpar, laggiù, in Baviera.

Non uscire per una settimana.

Non preparare cibo: chiederlo ai vicini, riceverlo e basta.

Hanno strappato un abito, come prescritto,

l’hanno fatto a pezzi appena rientrati

dopo la sepoltura

al vecchio cimitero.

E anche il Qaddish l’hanno recitato,

tutti i giorni,

mattina e sera,

tutta la famiglia,

i ragazzi in prima fila,

da quando è cominciato il lutto.

Ora,

EMANUEL

con un filo di voce

gli occhi stanchi

seduto su una sedia di velluto blu

addossata alla parete,

l’ultimo vecchio dei Lehman

aspetta

saluta

ringrazia

la porta si chiude

poi si riapre: un altro.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 102

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Il corpo l’hanno chiuso in una cassa scura,

senza manici

EMANUEL

senza decorazioni

senza niente

come fu quella di Henry,

mezzo secolo fa.

La sede di Liberty Street 119

con le sue vetrate alte fino ai lampadari

oggi resta chiusa.

Oggi come ieri e l’altro ieri.

Sono quasi cinquant’anni che esiste,

MAYER

e non è mai rimasta chiuso per così tanto tempo,

la sede Lehman Brothers

di Liberty Street 119.

Ed anche in Wall Street

alla Borsa dei Cambi

le bandiere sono tutte giù, a mezz’asta.

Buffo – pensa il vecchio Lehman –

dal momento che

né lui né suo fratello

ci mettevano più piede da un bel pezzo,

ora che lì si parla solo

di azioni e di titoli e di Borsa.

Seduto su una sedia di velluto blu

addossata alla parete,

l’ultimo vecchio dei Lehman

ora

aspetta

saluta

ringrazia

la porta si chiude

poi si riapre: un altro.

La folla – tutti gli ebrei di Manhattan –

fa la coda ormai da ore

davanti alla porta di casa:

sanno la notizia dal New York Times,

che gli ha dedicato la prima pagina.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 103

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Buffo – pensa il vecchio Lehman –

EMANUEL

dal momento che

né lui né suo fratello

leggevano più una sola pagina del giornale,

ora che si scrive solo

di azioni e di titoli e di Borsa.

Folla silenziosa.

Entrano due alla volta,

nella grande casa sulla 547th Street

dove oggi le tende sono tenute basse:

non fanno splendere

fino per strada

la luce dei lampadari enormi

che – vanto di Carrie Lehman –

non vanno a gas ma a luce elettrica.

Folla silenziosa.

SOLOMON

Entrano due alla volta,

c’è anche Solomon Paprinskij

l’equilibrista di Wall Street

che in vent’anni

dal sul filo

non è mai caduto.

Tutto come Legge prescrive,

HENRY

tutto come a Rimpar, laggiù, in Baviera,

anche se adesso

solo uno

l’unico rimasto

EMANUEL

ricorda la Germania.

E se la porta in spalla,

MAYER

dentro il nuovo secolo,

nel Novecento.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 104

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Seconda parte Padri e figli


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 105

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo IX

Horses

Ormai per Shabbath

SOLOMON

New York si ferma.

Chiusi i negozi,

vuoti gli uffici.

Le contrattazioni a Wall Street

si chiudono il venerdì sera

ed è bene che sia così

perché il sabato

sarebbe deserto.

Anche Solomon Paprinskij

l’equilibrista

di Wall Street

non si vede per Shabbath.

Non arriva

come ogni mattina

a stendere il suo filo

fra i lampioni

e non beve

il suo sorso di cognac

a un passo dal portone scuro.

Da quando i bastimenti

HENRY

scaricano

ogni giorno

sui moli americani

centinaia di immigrati,

a New York

un cittadino su quattro

ha cognome ebreo.

Sarà che questi ebrei

EMANUEL

non sono come quelli di una volta.

Nossignore.

Come noi ma diversi.

Carrie Lehman tiene a precisarlo,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 106

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

è un punto fisso,

il discorso preferito,

tutti i pomeriggi

in cui

nella gran casa sulla 54th Street

si trattiene

con la moglie

di Henry Goldman.

E’ un rito, ormai.

Uguale identico a quello dei mariti,

Lehman e Goldman,

che tutti i giorni

vanno a pranzo

al Ristorante Delmonico’s.

Le mogli no.

Niente pranzo.

Loro solo tè.

“Mi si dice che i macellai kosher hanno una fila di venti metri.

CARRIE

Un altro po’ di tè, signora Goldman?

Philip me l’ha portato direttamente dall’Inghilterra.”

“Finirà che con tutti questi ebrei,

GOLDMAN

pur di vendere ci daranno la carne guasta.”

“Ho fatto dire ai garzoni che li pagheremo di più, per non avere storie. CARRIE Un sorso di latte nel suo tè?”

“Un dadino di zucchero, grazie.

GOLDMAN

Ma non si affidi alla servitù, signora Lehman: la nostra cuoca ci derubava.

Ho aspettato che Henry tornasse da Panama, e l’ho fatta cacciare.”

“La nostra cuoca sta a servizio da sei anni, non mi preoccupo.”

CARRIE

“Vuole dirlo a me? Era ben di più. E come ci ha trattati.

GOLDMAN

Tremo all’idea di doverne assumere una di colore.”

“Ah no! La servitù che gira in casa non può essere nera.”

CARRIE

“Ho sparso la voce al Tempio ma non mi illudo.”

GOLDMAN


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 107

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Il fatto è che questi ebrei degli ultimi dieci anni

CARRIE

sono tutti russi o giù di lì.

Non si capisce nemmeno cosa dicono.

E sono poveri, con addosso degli stracci!

Ne ho visti certi sotto la neve senza cappotto.

Un’altra tazza, cara Goldman?”

“Con piacere, cara Lehman.

GOLDMAN

Mio marito sostiene che non dovrebbero farne più entrare.”

“Anche Philip ne è convinto.

CARRIE

Non si lamentino poi se un ebreo su tre fa il criminale.”

“Quando leggo la cronaca sul Times, confesso che ho paura.

GOLDMAN

Soprattutto se mio marito è in Canada.”

“Anche Philip è a New York sempre di meno,

CARRIE

ma in queste zone le bande dei giudei non salgono.

Si sparano laggiù, ai quartieri bassi.

Un pasticcino?”

“Squisito come sempre.”

GOLDMAN

“Troppo buona.”

CARRIE

“Domani però verrà lei da me.”

GOLDMAN

“Spiacente cara, non posso:

CARRIE

domani mattina

nostro figlio Robert

avrà il suo primo cavallo.”

Cavalli.

ROBERT

Robert Lehman ha dieci anni

ma ne va già pazzo.

Il bambino conosce le razze,

distingue un berbero da uno scozzese,

un arabo da un purosangue,

sa quanto vale uno

e quanto vale un altro.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 108

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


Perché ormai

qui a New York

dacché è scoccato il secolo nuovo

la parola d’ordine è valore.

Ogni cosa

ha un prezzo,

ogni cosa ha una quotazione.

Tutto a New York

porta un’etichetta,

come le scarpe nelle vetrine,

come la frutta sopra i banchi,

ma il brivido

il vero brivido

sta nel fatto che

quel prezzo

può

deve

sempre

trasformarsi

cambiare

cambiare

cambiare.

Ecco:

così come Robert Lehman ama i cavalli che corrono,

così suo padre Philip ama i prezzi che cambiano:


PHILIP


“Egregi signori del Consiglio,

il concetto di Borsa Valori è presto detto:

un ombrello costa 3 dollari.

Ma se il New York Times annunciasse

all’improvviso

tempesta per due mesi,

allora gli ombrelli andrebbero a ruba

e il loro prezzo aumenterebbe.

Ma se girasse voce che gli ombrelli

attirano i fulmini,

allora ecco che il loro prezzo scenderebbe un po’.

Bene, egregi consiglieri:

io vi dico che sta tutto qui.

Le aziende si quotano in Borsa,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 109

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

cioè vendono il loro nome:

chi crede in loro ne acquista le azioni,

PHILIP

che poi può tenere o vendere.

Se un’azienda è sana, se è forte,

le sue azioni saranno preziose

e nessuno le venderà.

Ma se l’azienda scivolerà

-per i più strani motivi-

allora chi ne ha le azioni le venderà

per riavere i suoi soldi

e questa sfiducia significa crollo.

Come un cavallo

che se non vince più, perde valore,

ma se trionfa, costa una fortuna:

io vorrei che Lehman Brothers

diventasse appunto

in questo senso

una scuderia.”

Sì.

MAYER

Perché ormai

saranno dieci anni

più o meno

-da quando li lasciò zio Mayer-

che quell’insegna con su scritto “Bank”

va stretta a Philip

come un cravattino al collo.

E poco serve

che ora l’insegna non sia più di legno

ma tutta di vetro e di ferro battuto,

disegnata in stile liberty

da un architetto di fiducia:

per la Lehman Brothers quotata in Borsa,

che emette titoli e smista azioni

offrendo consulenze

e manovrando mercati

quelle quattro lettere B-A-N-K

sono quasi un’offesa.

Vorrebbe cambiarle nome, Philip,

PHILIP

e ha perfino portato la proposta

al Consiglio d’Ammnistrazione,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 110

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

in quella sala tutta vetri e specchi

al secondo piano di Liberty Street.

“Non sono d’accordo:

HERBERT

per niente al mondo non sono

né sarò mai d’accordo.”

E’ la reazione di suo cugino Herbert,

entrato in Consiglio da pochi anni,

a cui questa moda della Borsa

proprio non torna:

“Perché dovremmo chiuderci

dietro la porta di Wall Street?

Il mondo sta fuori dalla Borsa,

non su quelle lavagne, Philip!”

“Il mondo è il mercato,

PHILIP

egregio cugino Herbert:

chi vende, chi compra…”

“Non sono d’accordo:

HERBERT

tuo padre e il mio

hanno fondato una banca,

tu vuoi farne un circolo di finanzieri.”

“Io e te parliamo della stessa cosa,

PHILIP

solo che per me il denaro è piccolo,

mentre le azioni sono capitali.”

“Non sono d’accordo:

HERBERT

le azioni sono un traffico di pochi

mentre una banca è aperta per tutti:

presta soldi, fa credito, tiene risparmi.

Spiegami perché mai

dovremmo trasformarla in un club!”

“La verità è che tu ti ostini

PHILIP

a voler contare gli zero virgola,

mentre io ho già i capelli bianchi, Herbert,

e se mi devo dannare la vita,

voglio farlo con una sfilza di numeri


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 111

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

davanti alle virgole, non dietro.”

“Non sono d’accordo:

HERBERT

per niente al mondo non sono

né sarò mai d’accordo.”

“Giungiamo allora

PHILIP

a un compromesso,

egregio cugino Herbert?”

“Nessun compromesso.”

HERBERT

“Dimmi se ti piace:

PHILIP

Lehman Brothers è come una persona.”

“Appunto: tu vuoi farne una macchina.”

HERBERT

“Al contrario:

PHILIP

se Lehman Brothers è una persona,

vuol dire che avrà due gambe e due braccia. Sbaglio?”

“Va’ avanti.”

HERBERT

“Le gambe saranno la banca.

PHILIP

Le braccia saranno la Borsa.”

“Non sono d’accordo, ma…”

HERBERT

“Ma?”

PHILIP

“Proverai a convincermi

HERBERT

mentre beviamo un whisky.”

E così andò

HENRY

più e più volte

fra Philip Lehman figlio di Emanuel

ed Herbert Lehman figlio di Mayer,

lotta senza pari

fra un Lehman sempre in stampatello

e un Lehman sempre a scalciare, come un cavallo

duello di spade


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 112

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

fra l’erede di un braccio

e quello di un ortaggio

inconciliabili

ma

puntualmente

riconciliati

da un whisky puro malto.

Finché

la legge Volstead

nel 1920

mise fuori legge

l’alcol.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 113

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo X

Nisht trinken bronfn!

Solomon Paprinskij

SOLOMON

stamattina

ha steso il suo filo

da lampione a lampione,

dritto

teso

poi è salito su

e quando ha iniziato a camminare

per poco non ha perso l’equilibrio,

ha barcollato,

fermo in aria,

poi si è ripreso.

Suo figlio Mordechai

è un ragazzo con gli occhi verdi,

futuro equilibrista,

sta sempre lì a guardare il padre

da sotto il filo.

Stamattina

quando Solomon per poco non cadeva

suo figlio si è fatto avanti

come per salvarlo

ma Solomon da lassù

l’ha bruciato con lo sguardo:

un equilibrista

che non cade da trent’anni

non ha bisogno

nossignore

né di ragazzi

né di sorsi di cognac.

Meno male

MAYER

perchè

da quando l’alcol

è fuorilegge


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 114

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

una bottiglietta costa il triplo:

il contrabbando degli alcolici,

dice il Wall Street Journal,

sta dividendo la malavita.

L’America ormai

è un campo di battaglia,

fatto a pezzi

in lungo e in largo

da sirene dei pompieri

e carcasse in fiamme di vetture.

Vetture, appunto.

Chissà cosa avrebbe pensato

il vecchio Emanuel

se invice che andarsene

lassù

fra i Patriarchi

avesse visto gli Stati Uniti

appena ricoperti di binari

e già impazziti

non per i treni

ma per queste macchine a motore

tutte fumo e chiasso

con fanali come occhi

e piene zeppe di benzina,

per cui il petrolio è andato alle stelle…


Con questo piano

di riempire l’America

di autisti,

chauffeur,

benzinai,

meccanici

e carrozzieri

neri di fumo

ma puri d’alcol

Herbert Lehman

non è d’accordo.


HERBERT


“Egregio cugino Herbert,

per quanto tu sia contrario,

mi preme dirti – e dire a questo Consiglio –


PHILIP


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 115

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

che l’attività di Borsa di Lehman Brothers ha fruttato solo nell’ultimo anno

un attivo triplicato:

abbiamo portato sul mercato

il fior fiore dell’industria automobilistica, ognuno vuole compare titoli, anche i piccoli risparmiatori…”

“Non sono d’accordo:

HERBERT

chi ci può dire che i tuoi titoli

non saranno rivenduti?

Chi ci può dire che il gioco non si guasta,

e che gli americani

non vorranno indietro i soldi?”

“Gli americani non hanno interesse a farlo,

PHILIP

per la semplice ragione

che grazie ai titoli le fabbriche li assumono,

esportano i prodotti

e danno benessere allo Stato.”

“Non sono d’accordo…”

HERBERT

“Mi sorprenderebbe il contrario,

PHILIP

egregio cugino Herbert,

ma se giungessimo

a un compromesso?”

“Nessun compromesso.”

HERBERT

“Lehman Brothers è un fiume,

PHILIP

che porta acqua al mare.

Il mare è l’economia degli Stati Uniti.

Se tu, egregio cugino,

non vuoi navigare il fiume,

perché non porti la tua barca in mare?”

“Mi stai dando ordini?”

HERBERT

“Al contrario:

PHILIP

ti suggerisco di salire più in alto,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 116

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

per darne tu a me.”

Ecco.

Chissà cosa avrebbe detto MAYER suo padre Mayer

se invece di andarsene

lassù

fra i Patriarchi

l’avesse visto, il suo Herbert,

lasciare il posto alla banca di famiglia

per andare a far politica,

sissignore,

dire “non sono d’accordo”

non più al secondo piano di Liberty Street

ma

addirittura

niente meno

come Governatore di New York.

EMANUEL

Certo, poi,

per un posto che si libera

ce n’è uno che si riempie.

E per quel posto

Philip era strasicuro

di aver scelto molto bene.

“Egregio figlio mio,

fra i tanti modi

in cui potrei iniziarti questo discorso,                                                                                                         PHILIP

ti dirò che ho scelto la tua passione:

lo sport del polo.

Ad ogni ripresa del gioco

voi cambiate cavallo.

E’ la regola più importante, se non sbaglio, ed è questo che ne fa uno sport per pochi, perché chi gioca deve avere cinque, sei cavalli. Lehman Brothers,

che da tuo nonno è passata a me,

è come il gioco del polo:

vuole che siano pronti a entrare in campo


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 117

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

non uno ma più cavalli.

Ed è per questo che valuto sia giusto

farti entrare, egregio figlio,

nel Consiglio della banca.”

“Non sono d’accordo.

ROBERT

A Yale ci insegnano

che niente è più vecchio

-superato, intendo, se non peggio-

che il principio di una banca di famiglia,

dove basta portare un cognome

per star seduto nel Consiglio.”

“La banca porta il nostro nome,

PHILIP

solo noi sappiamo cosa rappresenta.”

“Non sono d’accordo:

ROBERT

a Yale ci insegnano che il mercato

è fatto di tutti i suoi azionisti,

non solo di chi ha una sigla.

Così una banca dovrebbe aprirsi,

non chiudersi: chiamare dentro altri.”

“Gli altri non sanno cosa ho fatto

PHILIP

e perché l’ho fatto,

gli altri non sanno i piani che ho

sulle industrie, sul petrolio, su…”

“Non sono d’accordo:

ROBERT

a Yale ci insegnano

-e io sono d’accordo-

che niente è più vecchio

del puntare solo sull’industria.

I nostri tempi sono a una svolta:

il nuovo secolo spazza via tutto,

c’è da puntare sui consumi,

radio, cinema, teatri,

l’intrattenimento.”

“Non ho diretto trent’anni una banca

PHILIP

per dare i soldi alle ballerine!”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 118

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Neanche su questo sono d’accordo.

ROBERT

E poi nessun cavallo vince una gara

solo correndo: il fantino deve stupire gli altri,

coglierli di sorpresa, inventare.

Sta lì la differenza, signor padre,

fra un purosangue

e un ronzino da carrozza.

Se vi fidate di me,

potrò darvi le mie idee per cambiare tutto.

Se invece preferite continuare l’Ottocento

vi risparmio l’imbarazzo del dirmelo,

con la qual cosa

con permesso

essendo atteso

vi riverisco e mi congedo.”

Fu lì, in quel momento,

HENRY

che Philip capì

all’improvviso

che fra suo figlio Robert

e suo padre Emanuel

era vicino

più al secondo.

Che fosse già un uomo vecchio?

PHILIP

Non volle nemmeno pensarci.

Giocò a tennis un pomeriggio intero.

Ma sapeva benissimo

che non gli sarebbe bastato

il tennis.

Per dirsi di star bene

doveva

semplicemente

alzare

il prima possibile

una carta vincente.

E così fu.

EMANUEL

Perché

quando

di lì a poco

il Wall Street Journal


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 119

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

titolò a piena pagina:

“l’America entra in guerra”

Philip Lehman

sapeva che anche lui

era lì in trincea.


Lehman c’è.

Schierata.

In prima fila.

Pronta a marciare.

Sissignore.

Lehman contro i vecchi imperi

ormai ridotti a pezzi:

Lehman in guerra contro i vecchi,

contro gli Asburgo

Lehman in guerra contro i vecchi,

contro i Turchi

e

ebbene sì

Lehman in guerra contro i vecchi

contro la Germania.


PHILIP


Chissà se con i nostri soldi

hanno distrutto Rimpar.


HENRY


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 120

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo XI

Model-T

Yehudà Ben Temà

PHILIP

scrive

nelle Massime dei Padri:

avrai cinquant’anni per farti saggio,

ne avrai sessanta per farti sapiente.

Philip Lehman

HENRY

che di anni ne ha sessanta

non sa se la sapienza abbia a che fare con i sogni,

ma sta di fatto

che la notte sogna.

E sogna sempre la stessa cosa.

Inizia come un gioco.

PHILIP

Nel giardino di una vecchia casa

c’è Philip con suo padre Emanuel.

Il sole è abbagliante.

EMANUEL

E’ la festa di Sukkoth:

per stasera dovrà esser pronta

la capanna

con il tetto pieno di fronde

e foglie di salice e festoni.

Così facevano ogni volta

HENRY

un tempo

come usava là a Rimpar, Baviera.

Il sole è abbagliante.

EMANUEL

Emanuel ha già costruito

tutta la capanna:

ora va decorato il tetto.

HENRY

“Questo tocca a te, figlio mio:

EMANUEL

fa’ di questa sukkà

la sukkà più bella che puoi,

io ti guardo.”

Philip si fa avanti.

PHILIP

Il sole è abbagliante.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 121

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Sale su una scala:

mette sul tetto

tralci d’edera

-Bravo Philip!

e foglie di palma

-Bravo Philip!

e rami

-Bravo Philip!

e frutta

-Bravo Philip!

e ghirlande

-Bravo Philip!

ma poi nel giardino entrano

tutti i suoi fratelli, le sue sorelle

“Facciamo il tetto ancora più bello, Philip!”

e gli portano

altri tralci

-Ancora di più, Philip!

altre foglie

-Ancora di più, Philip!

altri rami

-Ancora di più, Philip!

altre ghirlande

-Ancora di più, Philip!

ma poi nel giardino entrano

tutti gli ebrei del quartiere, una folla,

e anche loro hanno foglie

hanno rami

hanno alberi interi

e il tetto della sukkà diventa enorme

diventa gigantesco

-Sta per crollare tutto, Philip!

ma poi nel giardino entra

tutta l’America, bianche, neri, italiani

e portano pietre, stecchi, tronchi

-Sta per crollare tutto, Philip!

-Sta per crollare tutto, Philip!

-Sta per crollare tutto, Philip!

-Sta per crollare tutto, Philip!

Segreto.                                                                                                                                                                                     EMANUEL


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 122

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Da non dire a nessuno.

Da non scrivere neppure sull’agenda

perché lo stampatello

con i sogni non funziona

e le dita del nano hanno trenta dita.

E poi come si fa?

Come si può dire in giro

che il capo della Lehman Brothers

si sveglia terrorizzato

invece che dormire sonni sereni

ora che tutti

proprio tutti

negli Stati Uniti

si sono fatti prendere

dalla moda della Borsa

perché da quando la guerra

-la guerra contro i vecchi, là in Europa-da quando la guerra

èstata vinta

èo non è l’America a guidare il mondo?


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 123

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo XII

Der akrobatik

Solomon Paprinskij

SOLOMON

ha settant’anni suonati.

Eppure

da cinquant’anni che cammina sul filo

davanti a Wall Street

non è mai caduto.

Philip Lehman

PHILIP

va anche lui per i settanta.

Eppure

da cinquant’anni che guida la Lehman

dentro Wall Street

non è mai caduto.

Solomon Paprinskij

SOLOMON

non ha bisogno

di suo figlio equilibrista,

così come

ha fatto a meno del cognac.

Philip Lehman

PHILIP

non ha bisogno

di suo figlio economista,

così come

ha fatto a meno di dormire.

Fra

EMANUEL

Solomon Paprinskij

e

Philip Lehman

tuttavia

c’è

una piccola

banale

differenza

ed è un’agenda


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 124

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

su cui scrivere in stampatello.

“Bobbie è una risorsa”

ha scritto Philip Lehman.

Poi però ha aggiunto

“Per il futuro.”

Bobbie Lehman

fino a allora

non è che un ufficio

non ce l’abbia.

Sta al primo piano di One William Street,

la nuova sede.

Bobbie sta lì.

Aspetta.

Pronto.

Non è il suo turno.

ROBERT

Non è scattato.

Non scatta neanche quando

PHILIP

Philip Lehman

formalmente

va in pensione

ma con il patto

che tutto ancora

tutto

senza eccezioni

tutto resti sul suo tavolo.

Niente è cambiato

da quando quel ragazzo

andava in giro per l’Europa

a comprar quadri, tele, ritratti

e scriveva a casa

“Invia denaro, Dad.”

La differenza è che ora

-questo sì – Bobbie Lehman ha una scrivania.

Può interessarsi di affari, certo. Può farlo.

Coi suoi amici. Quelli di Yale.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 125

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Cose da ragazzi.

ROBERT

E le cose da adulti, allora?

Quali sono?

Lehman Corporation.

HENRY

Creatura di Philip Lehman.

Finanza pura.

Lehman Corporation.

Che vuol dire “Fondi Comuni di Investimento”.

Investire soldi solo per fare soldi.

Nessuna sigla da finanziare,

nessuna industria da lanciare,

nessun mercato da esplorare:

soldi per soldi.

Adrenalina pura.

Perché c’è il brivido, continuo.

Il brivido del rischio.

Quello che non fa dormir la notte,

perché Philip Lehman

orma non chiude occhio

da quando

EMANUEL

nel suo incubo

la capanna di Sukkoth

porta davanti un’insegna gigantesca

con su scritto HOLDING.

“So che non vi interessa,

ma il mio consiglio, se vi va una volta di sentirlo,

ROBERT

è finirla, signor padre: tutto qui.

Finirla con la corsa all’impazzata,

con i prestiti a chiunque

finirla con i titoli a valanga

finirla con la Lehman Corporation

O volete far finta di non accorgervi?”

“Non è il tuo turno, Robert.”

PHILIP

“D’accordo: voi diversamente da me,

ROBERT

me lo dite sempre,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 126

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

avete conosciuto l’America da piccola.

Avete visto mio nonno

sommare gli zero virgola,

e mio zio contare chicchi di caffè.

Ma questo che vuol dire?

Questo che c’entra?”

“Non è il tuo turno, Robert.”

PHILIP

“Solo perché l’America è stata povera,

ROBERT

dobbiamo ingozzarci ora senza sosta?

Noi siamo come un’automobile

che però non ha i freni

-e voi lo sapete-

ma pur sapendolo, signor padre,

la fate facendo salire su su su

in cima a una montagna

solo perché il motore è forte

solo perché il motore è un bolide

e resiste –eccome!-

resiste benissimo allo sforzo…

Ma io vi chiedo:

arrivato lassù in cima

come farete a scendere senza freni?”

“Non è il tuo turno, Robert.”

PHILIP

“Eppure dovreste saperlo

ROBERT

che nessuna salita dura in eterno:

c’è sempre la discesa, dopo.”

“Non è il tuo turno, Robert.”

PHILIP

“Davvero:

ROBERT

non so come fate a dormire sereno.”

La mattina presto

HENRY

ogni giorno

come stamattina

Philip Lehman

per cavalcare l’onda


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 127

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

arriva in Wall Street

col sorriso in faccia.

Compra un giornale

EMANUEL

ogni mattina

dal ragazzo italiano

che strilla all’incrocio.

Col sorriso in faccia.

Beve un caffè

MAYER

servito al banco

sfogliando il giornale

leggendo le cifre

del mercato azionario.

Col sorriso in faccia.

Solomon Paprinskij

SOLOMON

a quell’ora è già pronto,

tutte le mattine

come stamattina

in piedi sul filo

teso

dritto

“Salve signor Paprinskij!”

“Salve mister Leh….”

E’ come se il tempo

si fosse bloccato.

In quel momento.

Stop.

Alt.

Fermo.

Solomon Paprinskij

per la prima volta

ècaduto giù

ècaduto a terra.

La caviglia storta,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 128

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

si è rotta

slegata

per sempre

ma suo figlio Mordechai

con gli occhi verdi

è già sul filo

è saltato

cammina

in equilibrio

leggero

aereo

perfetto

come se Solomon

non fosse caduto

come se Solomon

non fosse crollato


E’ giovedì 24 ottobre.

Dell’anno 1929.


PHILIP

ROBERT


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 129

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo I

Ruth

Teddy                                                                                                                                                                                                    HENRY

èil primo agente di borsa a farsi fuori.

Si spara in bocca alle 9:17 del mattino nei bagni di Wall Street.

E’ fuggito, Teddy. Se l’è data a gambe appena ha capito

che di là in sala contrattazioni all’improvviso

tutti vendono vendono vendono

- ma che diavolo succede oggi? vendono

vendono

- che c’è oggi nell’aria?

Da anni, ormai: aumentare valore, crescere il prezzo,

questo gli hanno insegnato, più costa più è forte,

più costa più è grande, più costa più è festa, sì va bene, d’accordo,

ma se poi all’improvviso qualcuno vende? Teddy è fuggito.

Si è chiuso in bagno. Proiettile.

Grilletto.

Fuoco.

Sparo.

Sparo!                                                                                                                                                                                              ROBERT


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 130

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

E partono veloci i cavalli in corsa!

Tutti schierati, allineati,

nessuno per ora stacca,

col numero uno Nelson, secondo Davis, terzo Sanchez, quarto Tapioca, quinto Vancouver, sesto…

il cavallo di Bobbie Lehman è il numero 6, il purosangue, Wilson, dodici trofei,

dodici gare,

dodici podi,

dodici volte Bobbie Lehman seduto sugli spalti, abito bianco cravatta bianca, candido

col cannocchiale,

senza agitarsi, compassato

neanche quando Wilson col numero 6 stacca,

come suo solito,

e inarrestabile

inarrestabile

inarrestabile

taglia il traguardo,

Wilson vince

Wilson vince

Wilson vince

Bobbie sorride.

Nient’altro. Sorride.

“Sa che le scende un po’ di sangue dal labbro?”

RUTH

“Prego, signorina?”

ROBERT

“Ho detto che ha una goccia di sangue, qui, sul lato della bocca.”

RUTH

“Io? Sì?”

ROBERT

“Lei, certo. Come si fosse morso le labbra.”

RUTH

“Io non mi mordo le labbra.”

ROBERT

“Mi permette di toglierla?”

RUTH

“Toglierla?”

ROBERT

“Col mio fazzoletto: se le scende, macchierà il vestito… Posso?”

RUTH

“Se è necessario.”

ROBERT

“Urgente.”

RUTH

“Prego.”

ROBERT

“Ecco fatto.”

RUTH


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 131

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Lei è cortese, signorina: le sono debitore.”

ROBERT

“Sarò anche cortese ma non signorina.”

RUTH

“E’ sposata? Conosco suo marito?”

ROBERT

“Jack Rumsey, ex-marito.”

RUTH

“Mi dispiace.”

ROBERT

“Non dispiace a me. Viva il divorzio. Festeggio ancora.”

RUTH

“Esplicita.”

ROBERT

“Realismo, puro realismo. Anzi, mi offra da bere.”

RUTH

“Sono atteso alla premiazione.”

ROBERT

“E’ il suo cavallo che ha vinto?”

RUTH

“Così pare.”

ROBERT

“Accidenti, lei è Robert Lehman?”

RUTH

“Fino a prova contraria.”

ROBERT

“Lo credo bene che si morde la labbra.”

RUTH

“Non mi mordo affatto le labbra.”

ROBERT

“Oh se lo fa, lo fa tantissimo.”

RUTH

“Si sbaglia.”

ROBERT

“E il sangue sul labbro?”

RUTH

“Un caso.”

ROBERT

“Scommettiamo?”

RUTH

“Non scommetto mai.”

ROBERT

“Mi fa ridere! Vengo con lei alla premiazione?”

RUTH

“Non è permesso.”

ROBERT

“Scherza? A voi Lehman è permesso tutto, da mordersi le labbra in giù.”RUTH

“Le ho già detto che…”

ROBERT

“Non si ripeta: è noioso. Andiamo alla premiazione.”

RUTH

“Ma se mi chiedono…”

ROBERT

“Se le chiedono chi sono dica Ruth Lamar.”

RUTH

“Ruth Lamar.”

ROBERT

“Ecco, fermo: lo vede che si morde le labbra? Ho vinto io.”

RUTH

Vernon

EMANUEL

è il secondo agente di borsa

a farsi fuori.

Si spara nel cervello alle 10:32 del mattino

alla sua scrivania

secondo piano di Wall Street.

Da quando è cominciato

questo giovedì d’inferno

che tutti vendono all’impazzata,

Vernon non si è fermato un attimo,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 132

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

non si è perso d’animo:

i suoi titoli per ora ancora reggono,

c’è un crollo, sì, ma è del 3%,

per resistere basta rassicurare

dire che se tutti gli altri cadono,

si possono fare un attimo dopo grandi affari, basta rassicurare, sì, rassicurare, accendi un’altra sigaretta, Vernon,

il crollo adesso è del 5%,

non è una grande perdita il 5%,

accendi un’altra sigaretta, Vernon,

legge i numeri sul tabellone:

Goldman Sachs è in perdita di 30 milioni, accendi un’altra sigaretta, Vernon,

controlla le sue azioni: meno 15% in neanche mezz’ora,

rialza gli occhi al tabellone,

Goldman Sachs perde 40 milioni,

accendi un’altra sigaretta, Vernon,

controlla le sue azioni: meno 25%,

così non mi rialzo,

così non mi rialzo,

Goldman Sachs perde 50 milioni,

accendi un’altra sigaretta, Vernon,

meno 27%

meno 30%

meno 34%

così non mi rialzo,

così non mi rialzo,

accendi un’altra sigaretta, Vernon,

apre il cassetto,

meno 37

proiettile,

meno 38

così non mi rialzo

meno 40

grilletto

meno 44

fuoco

meno 47

Meno 4, meno 3, meno 2, meno 1…                                                                                                            RUTH


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 133

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Taglio del nastro: Evviva!

Applausi di tutta la sala.

Mostra di Pittura Collezione Lehman.

Bobbie Lehman è a suo agio,

Bobbie l’intenditore

Bobbie l’esperto

abito bianco cravatta bianca,

ha appena elogiato i poteri del chiaroscuro, Applausi di tutta la sala. E a fine conferenza

fila di complimenti al signor Lehman,

che stringe le mani, saluta, alle signore fa il baciamano.

Ruth Lamar è alle sue spalle,

fuma la sua Philip Morris:

anche quelle le finanzia Lehman Brothers.

“Sai che quando parli in pubblico ti tremano le dita?”

“Lasciami salutare le persone: buonasera signora Thornby.”

ROBERT

“Eppure è così: ti tremano le dita, ti ho osservato, lo faccio ogni volta.”

RUTH

“Mi dà fastidio che gli altri ti vedano guardarmi.”

ROBERT

“Come se non lo sapessero.”

RUTH

“Abbassa la voce. Per molti sei ancora una donna sposata.”

ROBERT

“Divorziata.”

RUTH

“Non lo sanno. Buonasera signor Guitty.”

ROBERT

“Ecco: vedi che ti trema la mano?”

RUTH

“Perché non sono tranquillo, tutto qui. Ho 37 anni, non voglio pensino che faccio

il ragazzino con…”

ROBERT

“Con la signora Rumsey.”

RUTH

“Abbassa la voce. Buonasera signora Downs.”

ROBERT

“Allora sposami.”

RUTH

“Prego?”

ROBERT

“Sposiamoci, accidenti. L’ho fatto già una volta, so che non si muore.Tanto è

solo uno scambio d’anelli, né più né meno. Però, ti avverto, pretendo come

minimo un viaggio in Europa.”

RUTH

“Sei una donna po’ esigente, non ti pare?”

ROBERT

“Sono una donna pratica, bello mio. Quindi avanti: sì o no?”

RUTH

La mattina del giovedì nero

MAYER

Gregory è il terzo agente di borsa a farsi fuori

con un colpo di pistola.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 134

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Peter è il quarto.

Jimmy è il quinto.

Dave è il sesto.

Fred è il settimo.

Mitch l’ottavo.

Sono scesi dal tram,

come tutti i giorni,

sono entrati alla Borsa,

come tutti i giorni,

hanno aperto i listini,

come tutti i giorni

e lì il disastro,

come se sul tram

-quello che prendono ogni mattina il capolinea non fosse a fine corsa ma saltasse fuori

così d’un tratto

“tutti fuori: scendere, capolinea” Capolinea?

Capolinea.

Wall Street è piena di folla, e ne arrivano altri, laggiù,

-capolinea -

e altri e altri e altri ancora

questi vogliono i loro soldi

- capolinea -

e altri e altri e altri ancora

questi vogliono i loro soldi

fuggono

Gregory, Peter, Jimmy, Dave, Fred, Mitch fuggono

questi vogliono i loro soldi

proiettile

grilletto

sparo


Che bei botti fanno

questi petardi e fuochi artificiali

scoppiati qui per strada

per festeggiare gli sposi!

Bobbie Lehman e Ruth


RUTH


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 135

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

in automobile

fotografi e curiosi

al 7 west 54°Street

dai finestrini della Studebaker

salutano con la mano.

“Questa gente ha tempo da buttare.”

“Sono i dipendenti della banca, Ruth.”

ROBERT

“Ancora peggio: ti odiano e vengono a salutarti.”

RUTH

“Non credo di essere odiato.”

ROBERT

“Nessuno schiavo ama il negriero.”

RUTH

“E non credo di essere un negriero.”

ROBERT

“Tu sei il vice del negriero.”

RUTH

“E il negriero sarebbe mio padre.”

ROBERT

“Non posso dirlo?”

RUTH

“Ormai l’hai detto.”

ROBERT

“Il mio è realismo, Bobbie, sano realismo.”

RUTH

“Il mondo non è sempre orrendo come sembra a te.”

ROBERT

“Infatti è molto peggio.”

RUTH

ROBERT

“Guarda quel bambino col cartello: c’è scritto GRAZIE MISTER LEHMAN.”

“Non è per te, Bobbie: è di certo per tuo padre.”

RUTH

“Prego?”

ROBERT

“Ogni volta che si cita tuo padre, batti il ciglio.Vorrà pur dire qualcosa.”    RUTH

“Che c’entra ora mio padre?”                                          ROBERTRUTH

“L’immortale Philip. Quando dicono GRAZIE MISTER LEHMAN è solo per lui.”

“Sei una donna terribile.”

ROBERT

“Sono dell’Illinois.”

RUTH

Hubert è il nono agente di Borsa

HERBERT

a farsi fuori a Wall Street

il giovedì nero.

Bill è il decimo.

Peter l’undicesimo.

Si buttano di sotto

dai piani alti del palazzo.

Si buttano di sotto

a fine giornata

quando è chiaro che niente è come prima.

Hubert sale di corsa le scale fino all’ultimo piano.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 136

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Bill arriva al quarto.

Peter spalanca una finestra.

Hubert sul cornicione.

Bill sul parapetto.

Peter sul davanzale.

E giù.

E giù.

E giù.

“Giù di quanto, Bobbie?”

RUTH

“Ti ho detto di non chiedermelo.”

ROBERT

“Non ho diritto di sapere?”

RUTH

“La banca non è cosa tua, Ruth.”

ROBERT

“Certo: tenetevela stretta.”

RUTH

“Ti prego di non intrometterti.”

ROBERT

“Perché invece che una donna non hai sposato la banca?”

RUTH

“Sta crollando tutto, ti chiedo di capire.”

ROBERT

“Sta crollando tutto e io devo star zitta e buona? Qui dentro valgo meno che un

soprammobile.”

RUTH

“Non l’ho mai detto.”

ROBERT

“Ma l’ho capito adesso. Quanto avete perso?”

RUTH

“Tanto.”

ROBERT

“Quanto?”

RUTH

“Milioni.”

ROBERT

“Lo voglio sapere.”

RUTH

“Non sono autorizzato.”

ROBERT

“Ho o non ho il cognome Lehman?”

RUTH

“Ma tu non sei una Lehman!”

ROBERT

“D’accordo, Bobbie, tutto chiaro: noi due divorzieremo presto.”

RUTH


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 137

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo II

Rainbow

All'appuntamento

PHILIP

-all'ora stabilita -

mancano tre minuti.

Philip Lehman si pettina le tempie,

dietro le sue spalle

appesa al muro

la targa con su scritto

GRAZIE MISTER LEHMAN.

Bussano alla porta.

Ci siamo.

“Avanti.”

Bobbie entra, chiude la porta,

si siede.

“Ti ascolto, Robert.”

“Prego?”

ROBERT

“Dimmi tu. E non risparmiarmi niente.”

PHILIP

L'orologio sulla parete: assordante.

Bobbie prende un bel respiro.

Philip intreccia le dita.

“La situazione è questa, signor padre:

ROBERT

delle nostre consociate, dodici hanno dichiarato fallimento.

I fondi di investimento sono azzerati.

Abbiamo perso otto volte quello che era previsto.

Il mercato dei titoli è bloccato,

J.J.Riordan si è sparato ieri notte

e la United States Bank annuncia bancarotta.”

“Ti ascolto, Robert: la tua previsione.”

PHILIP

“La mia previsione, signor padre?”

ROBERT

“La tua previsione.”

PHILIP


PHILIP

ROBERT

PHILIP

ROBERT

ROBERT

Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 138Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Lo Stato darà la colpa della crisi alle banche. Molte falliranno, non reggeranno al colpo,

anche perchè le industrie iniziano già a chiudere,

se le industrie chiudono non daranno indietro i prestiti, senza i soldi dei prestiti, le banche salteranno.”

“E' possibile che Lehman Brothers fallisca?”

“Non lo posso escludere.”

“Va' avanti.”

“Le prime banche che andranno in crisi le lasceranno crollare a picco, senza muovere un dito:

lo Stato ha bisogno di far vedere che non ci aiuta.

Dirò di più, se posso permettermi, penso che sia nostro interesse che alcune banche chiudano:

daranno la sensazione che il caos è al culmine, ma da domani sembrerà un ricordo.

Ecco perchè sconsiglio di aiutare banche in crisi:

se chiederanno prestiti a Lehman Brothers, neghiamoli.

Lo Stato farà lo stesso, vedrete: e dirà che erano mele marce.

Dopo questo primo momento, però, io credo,

lo Stato avrà bisogno di banche forti, che stiano in piedi, perchè senza banche non c'è ripresa.

Quindi sono convinto che se Lehman Brothers sopravvive al primo mese, non ci faranno fallire, e ne usciremo più forti.”

“E quale sarà il prezzo?”

PHILIP

“Le banche non saranno più libere:

ROBERT

lo Stato ci vorrà controllare,

metteranno regole, norme, limiti.

Da oggi a pochi mesi l'economia si fermerà,

i disoccupati cresceranno,

il sistema adesso va incontro alla paralisi.”

“Per quanto tempo?”

PHILIP

“Tre, quattro, forse cinque anni.”

ROBERT


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 139

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“E cosa intendi fare per salvarci?”

PHILIP

“Io?”

ROBERT

“Tu, Bobbie.”

PHILIP

L'orologio sulla parete: assordante.

ROBERT

Philip guarda fuori dalla finestra.

Ed è in questo momento

che inizia a piovere.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 140

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo III

Noach

Piove a dirotto

GLUCKSMAN

sull’insegna

“Glucksman Marble Lamps”

appesa

sulla facciata di mattoni grezzi

in questo angolo ungherese

di Manhattan

dove un ragazzino di sei anni

con le gote come due meloni

prova a vendere ai passanti

gli scarti della fabbrica.

Lampade artigianali.

Il moccioso ci sa fare, certo.

Prende di nascosto

tutto quello che suo padre butta.

Poi ci scrive sopra un prezzo

e lo rivende come fosse nuovo

di nascosto:

eccolo, sul marciapiede.

Oggi sta lì da ore

col suo ombrello,

ma nessuno si è fermato.

Nessuno ha voglia di comprare,

quando piove a dirotto.

Piove a dirotto anche

PETERSON

sull’insegna di ferro

“24 Hour Diner”

in questo angolo

un po’ greco

di Nebraska

dove l’unica attrazione

è una tavola calda

aperta 24 ore al giorno,

tavola calda greca


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 141

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

gestita da immigrati,

aperta una decina di anni fa

dal signor Petropoulos…

pardon: Peterson (cambiar nome è meglio).

Suo figlio Pete

seduto al banco del ristorante

fa i compiti di scuola:

i quaderni puzzano un po’ d’olio,

ma chi se ne importa

perché suo padre

ha deciso di fargli imparare la matematica facendo i conti della cucina. Quanto spendo.

Quanto guadagno.

Materia prima.

Olio olive pane spezie.

Incassi.

Mattina sera pranzo cena.

“Ieri abbiamo guadagnato 40 dollari,

35 se contiamo la corrente elettrica.

Problema: quandto guadagneremo di meno, oggi, visto che ci sono meno clienti tutte le volte che piove a dirotto?”

Appunto, piove a dirotto.

HENRY

Anche fuori dalla finestra di Bobbie Lehman

che in testa ormai

ha solo una maledetta Arca.

Si fa presto a dire “un’Arca”.

ROBERT

Perché mai Noach deve costruire un’Arca?

Va bene salvare l’umanità,

va bene sopravvivere al diluvio,

ma perché mai proprio su una nave?

Bobbie Lehman le odia le barche.

EMANUEL

Preferisce di gran lunga gli aerei.

Li adora.

Perché l’aereo si stacca da terra,

l’aereo si allontana,

l’aereo si lascia tutto alle spalle,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 142

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

se ne va, lassù,

dimentica tutto,

è milla miglia sopra i campi di battaglia…

Perché Noach il patriarca doveva salvare gli uomini

ROBERT

-e già non è cosa da poco-

ma almeno aveva una famiglia.

Bobbie nossignore.

Bobbie a casa ha un campo di battaglia.

Ruth non ci sta a fare la moglie del patriarca.

Ruth vuole essere lei, il patriarca.

Non le va a genio che Bobbie salvi il mondo,

e torni la sera dicendo “l’Arca procede”.

“Procede, certo, e io sto qui a fare la statua.”

RUTH

“Saprai tutto, a suo tempo.”

ROBERT

“Quando?”

RUTH

“Quando lo sapranno tutti.”

ROBERT

“Ma per chi mi hai preso?”

RUTH

“Calmati.”

ROBERT

“Qui dentro valgo meno che un soprammobile.”

RUTH

“Non l’ho mai detto.”

ROBERT

“Ma l’ho capito adesso.”

RUTH

“Ruth…”

ROBERT

“Sta’ attento, Bobbie, sta’ molto attento: penso al divorzio.”

RUTH

Dura vita quella del patriarca.

ROBERT

Bobbie ci prova, certo.

Ma non è un caso che da qualche mese

le dita delle mani

gli tremano di continuo

“Ci hai fatto caso, Bobbie?”

RUTH

si morde le labbra di continuo

ROBERT

“Lo fai ancora, Bobbie?”

RUTH

gli suda la fronte di continuo

ROBERT

“Asciugati la fronte, Bobbie.”

RUTH

la lingua gli si attacca sul palato di continuo

ROBERT

“Non ti senti bene, Bobbie?”

RUTH

e dal palato non si stacca

ROBERT

non si stacca


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 143

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

non si stacca

non si stacca

Tant’è.

PHILIP

Tocca a te, caro Bobbie.

A te e a nessun altro, Bobbie.

Quindi avanti, Bobbie.

Con impegno, Bobbie.

Un giorno le acque scenderanno, Bobbie.

E allora, vedrai Bobbie, l’umanità dirà “Grazie, mister Lehman!”

Ecco.

ROBERT

Appunto.

C’è anche questo.

L’umanità dirà “Grazie, mister Lehman!”

Ma quale mister Lehman?

Perché Noach il patriarca doveva salvare gli uomini

-e già non è cosa da poco-

ma almeno non aveva concorrenza.

Noach non aveva un cugino Governatore.

HERBERT

E l’America tutta

ROBERT

già da ora

in coro

“Grazie, mister Lehman!”

“Grazie, mister Lehman!”

“Grazie, mister Lehman!”

HENRY, MAYER, EMANUEL

No, Bobbie, non sei tu.

Non dicono a te.

Torna a inchiodare l’Arca.

E non distrarti, Bobbie

perché ormai sul pianeta terra

piove piove piove

diluvia

ininterrottamente.

Sono fallite trentasei banche, o non lo sai?

Vuoi essere tu la trentasettesima?

Goldman Sachs ha perso 120 milioni di dollari.

Un americano su cinque è licenziato.

Quest’Arca, Bobbie, dov’è?


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 144

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Finalmente sei tornato a casa, Bobbie.”

RUTH

“Ruth, non sono stato a divertirmi.”

ROBERT

“Cosa vorresti dire, scusa? Che io ho giocato tutto il giorno?”

RUTH

“Non ho detto questo.”

ROBERT

“Ti si legge in viso.”

RUTH

“Oggi ho fatto un accordo con la Schenley Distillers.”

ROBERT

“Sarebbe?”

RUTH

“Distillerie. Ora che bere è tornato legale…”

ROBERT

“Vuoi salvare l’America facendola sbronzare?”

RUTH

“Ruth…”

ROBERT

“Ho sentito alla radio un discorso di tuo cugino.”

RUTH

“Ah sì?”

ROBERT

“Idee chiare, parole giuste, concetti forti.”

RUTH

“Io vado a letto.”

ROBERT

“Di già?”

RUTH

“Buonanotte.”

ROBERT

“Mi sento una donna sola, Bobbie.”

RUTH

“Accendi la radio e ascolta mio cugino.”

ROBERT

“Anche tuo padre ha detto che è bravo.”

RUTH

Già.

ROBERT

Altro problema.

Occorre dire che Noach il patriarca non aveva padri?

Bobbie invece sì.

“Figlio mio, non vorrai davvero spendere i soldi della banca

PHILIP

per finanziare televisori?”

“Ognuno ne vorrà uno in salotto.”

ROBERT

“Ne sei sicuro, Bobbie? Vuoi salvare l’America coi televisori?

Devi stare attento a non fare passi falsi.”

PHILIP

“Un televisore in ogni casa: io e Ruth ne abbiamo già uno.”

ROBERT

“Hai visto, Bobbie? Guarda: tuo cugino Herbert è in Germania.”

RUTH

“Io al suo posto non sarei andato.”

ROBERT

“Ma cosa diavolo dici?”

RUTH

“Adolf Hitler non mi piace.”

ROBERT

“Lui non è in Germania per Hitler.”

RUTH

“Ah no?”

ROBERT

“Herbert porta il saluto dell'America all'Europa democratica.”

RUTH

ROBERT


“Non gli basta dirigere New York? Vuol fare il Governatore di Berlino?”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 145

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Tu lo invidi, credo.”

RUTH

“Io vado a letto.”

ROBERT

“Di già?”

RUTH

“Buonanotte.”

ROBERT

“Mi sento una vedova, Bobbie.”

RUTH

“Guarda mio cugino in televisione.”

ROBERT

“Domani chiederò il divorzio.”

RUTH

“SEPARAZIONE D’ORO, FRA RUTH LAMAR E IL CUGINO DEL

HERBERT

GOVERNATORE LEHMAN”.

Già, il Governatore.

Non divorzia lui.

perché Herbert Lehman è felicemente sposato.

Da anni e anni e anni.

Lui e sua moglie Edith, in coppia, fanno da esempio all’America.

“Grazie mister Lehman.”

No, Bobbie, non dicono a te.

ROBERT


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 146

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo IV

Golyat

Quando una vasca da bagno è piena,

HENRY

apri lo scarico

e in un attimo si svuota.

Così andò con il diluvio universale:

a un certo punto Hashem aprì lo scarico

e l’acqua se ne andò.

Bobbie il patriarca

gli va dato atto

ce l’ha fatta.

Non avrà costruito un’Arca,

ma la sua barca a remi è stata a galla.

Poi l’acqua ha preso a scendere

Ed eccoci ancora coi piedi per terra.

Strana cosa calpestare il suolo

ROBERT

dopo che quasi quasi te l’eri scordato.

Sarà per questo che Bobbie non dorme?

O meglio, dorme e si sveglia, di soprassalto.

Nel suo sogno sempre uguale

HENRY, EMANUEL, MAYER

c’è un gorilla gigantesco

appeso sulla cima

di One William Street,

proprio lassù

sopra l’insegna Lehman Brothers.

Passano gli aerei,

i preferiti di Bobbie,

e il mostro li afferra come moscerini,

li stritola e li scaraventa a terra,

poi si batte il petto

assordante

e sta per distruggere ogni cosa

-la banca di famiglia!-

quando una fanciulla


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 147

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

bionda

esce da una finestra                                                                                      HENRY, EMANUEL, MAYER

ed è talmente bella

talmente donna

che il gorilla

ipnotizzato

si arresta

la guarda

la prende in palmo di mano

la carezza

Ecco, è a questo punto

che di solito Bobbie compare,

giù per strada,

svolta l’angolo di un isolato,

èarmato di una fionda e cinque pietre lisce

mira dal basso contro il mostro, sa che lui può, può, può ucciderlo, con tutta la forza che ha

tende la fionda e lancia

ma la pietra cade lì a nemmeno un passo allora ricarica la fionda

mira dal basso

sa che lui può, può, può ucciderlo, tende la fionda

e lancia

ma la pietra si frantuma in pezzi e di nuovo

di nuovo ancora


Bobbie trema

tutto sudato

la lingua incollata al palato

grida, grida, terrorizzato,

grida alla ragazza che salti giù,

lui la salverà,

subito, ora, salti giù

perchè il mostro è pazzo

e la farà a pezzi come i suoi aeroplani,

grida Bobbie, grida,


ROBERT


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 148

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

sempre più forte,

“Salta giù, Ruth! Salta giù, Ruth!”

Ruth.

RUTH

Seconda moglie.

Stesso nome.

Sposata dopo un mese dal divorzio.

HENRY, EMANUEL, MAYER

Perché Hashem vide che Adamo voleva una compagna, la creò dalla sua costola

e disse che era cosa buona.

Ruth Owen.

RUTH

Già sposata, Ruth.

Con tre figlie, Ruth.

Ottima famiglia, Ruth.

Sua madre ambasciatrice.

Suo padre uomo di partito.

“In famiglia siamo tutti democratici, Bobbie caro, sai?”

“Davvero Ruth cara?”

ROBERT

“Democratici fino all’osso, Bobbie caro.”

RUTH

“Fino all’osso, cara Ruth?”

ROBERT

“Democratici come tuo cugino Herbert!”

RUTH

Bobbie sorride.

ROBERT

Non può dire cosa pensa.

“Evviva mio cugino Herbert.”

“Evviva il New Deal!”

Non è male avere appoggi in politica,

HERBERT

ora che la vasca è senza acqua

e di nuovo si calpesta il suolo.

Perché senza politica,

Bobbie l’ha capito,

non c’è banca.

Senza politica non c’è industria,

senza politica non c’è economia.

Che puoi farci, Bobbie?

Prendine atto, è così.

Che colpa hai tu

se tuo cugino Herbert e il suo amico Roosvelt


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 149

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


hanno messo regole dovunque?

Non si può licenziare.

Non si può sfruttare.

Non si può sottopagare.

Bel capolavoro: così che cavolo di fine fa l’industria?

“In famiglia siamo tutti democratici, Bobbie caro, sai?”


ROBERT

RUTH


Fine del lavoro nero.


HERBERT


Fine manodopera d’assalto.

Garanzie garanzie per tutti.


“Democratici fino all’osso!”

Niente più libertà, tutto controllato.


RUTH

HERBERT


Diritti, diritti,

contratti, contratti,

assicurazione, vecchiaia, malattia,


“Grazie mister Lehman!”

Grazie di cosa?


RUTH

ROBERT


Così non c’è più impresa.

Se non c’è impresa non c’è banca.

Se non c’è banca non c’è Lehman.

Sarebbe questo il New Deal?

Era meglio il vecchio: costava meno.


“Democratici come tuo cugino Herbert!” Bobbie sorride.


RUTH

ROBERT


Non può dire cosa pensa.

“Evviva mio cugino Herbert.”


“Sbaglio o a volte ti tremano le labbra, Bobbie?”


RUTH


La verità

è che appena Hashem ha svuotato la vasca

là sotto non c’era più il pianeta terra.

C’era un altro mondo.

Irriconoscibile.

C’erano cuochi greci

e artigiani ungheresi

che mandano i figli a studiare economia.

Nelle Università.


GLUCKMAN, PETERSON


Appena Hashem ha svuotato la vasca

là sotto è venuta fuori una specie di foresta


HENRY, EMANUEL, MAYER


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 150

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

piena di mostri e di gorilla.

Uno di questi, gigantesco,

-tutto fatto di contratti, malattia, vecchiaia e di diritti-sta attaccato alla facciata della banca -la banca di famiglia!-

e sta per buttar giù tutto.

Quindi Bobbie

MAYER

demolita la scialuppa

si è messo la corazza di David

e in mano la sua fionda.

Imparare a uccidere, questo ci vuole.

Altro che Arca.

HENRY, EMANUEL, MAYER

Soprattutto ora,

soprattutto adesso,

che finalmente ha smesso di piovere

ma ha iniziato a grandinare.

C’è una bella differenza

EMANUEL

fra pioggia e grandine,

perché la pioggia bagna

ma la grandine colpisce, ferisce, ammazza,

viene giù dal cielo come pietre

e in un battibaleno

ha distrutto Pearl-Harbor.

L’ha detto il notiziario radio.

GLUCKMAN, PETERSON

L’hanno sentito in un ristorante greco

e in una fabbrica ungherese.

Per cui Lehman Brothers investirà, sissignore, in guerra.

Tanto per cominciare gli aerei.

ROBERT

Gli aerei, certo, quelli del sogno,

quelli che il mostro accartoccia con un dito.

Vogliamo o non vogliamo battere Golyat?

HENRY, EMANUEL, MAYER

E sia: milioni.

Aviazione ultramoderna?

ROBERT

E sia: milioni.

HENRY, EMANUEL, MAYER

Caccia bombardieri?

ROBERT

E sia: milioni.

HENRY, EMANUEL, MAYER


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 151

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Missili ad alta tecnologia?

ROBERT

E sia: milioni.

HENRY, EMANUEL, MAYER

D’ora in poi David avrà un aiuto dal cielo.

E poi? Poi contro un mostro non si può sparare sassi.

Qui ci vogliono armi, truppe, carri armati,

da spedire laggiù lontano

in Europa in Normandia,

contro i tedeschi

perché da un po’ di mesi

il gorilla del sogno

ROBERT

ha sopra la bocca un paio di baffetti.

HENRY, EMANUEL, MAYER

E siccome la strada dall’America a Berlino non è poca,

Lehman Brothers fornisce carburante.

Petrolio a fiumi.

Halliburton.

Petrolio a fiumi.

Kerr McGee

Petrolio a fiumi.

Ecco, ora è tutto pronto.

ROBERT

Bobbie ha la sua fionda armata.

Sta volta vincerà il suo sogno.

Corre verso il mostro,

HERBERT

svolta l’angolo dell’isolato,

si ferma davanti al palazzo

e…

Ma che significa questo?

C’è un altro David

HERBERT

al posto suo,

già in posizione,

tende la sua fionda,

e non fa a tempo neanche a mirare

che una folla di gente

scende per strada

e lo porta in trionfo:

“Grazie mister Lehman!”

“Grazie mister Lehman!”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 152

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


No, Bobbie, non dicono a te.

Mentre lui lo portano in trionfo

tocca a te uccidere il bestione.


RUTH


Nella Torah tutto è più semplice.


HERBERT


David non aveva un cugino democratico che sta sui giornali con Winston Churchill.


David non aveva una moglie democratica


RUTH


che guarda Herbert in televisione

“Tuo cugino Herbert, me lo sento, lo faranno senatore.”


“E perché non Presidente?”

“Potrebbe.”

“Tranquillamente.”

“Tu non trovi, Bobbie?”

“Io vado a letto, Ruth.”

“Sei invidioso di tuo cugino?”

“Affatto.”

“Non condividi la sua battaglia?”

“Del tutto.”

“Noi siamo sempre stati democratici, fino all’osso.”

“Non ne dubito.”

“Se si candidasse al Senato non lo voteresti?”

“Buonanotte.”

“Non potrei mai avere un marito di colore opposto.”

“Prego?”

“Divorzierei, senza rimpianti.”


ROBERT

RUTH

ROBERT

RUTH

ROBERT

RUTH

ROBERT

RUTH

ROBERT

RUTH

ROBERT

RUTH

ROBERT

RUTH

ROBERT

RUTH


Ma quel che è peggio

è che nei Testi Sacri

David

riesce a uccidere Golyat,

una buona volta

lo vide cadere, giù stecchito: eccome.


HENRY, EMANUEL, MAYER


Mentre il mostro appeso là in alto

nossignore

di morire non ne vuol sapere.

Prova, Bobbie.

Prova, ancora.

Riprova Bobbie.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 153

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Con più forza, ancora.

Prova, Bobbie.

Prova, ancora.

Riprova Bobbie.

Con più forza,

con più forza,

con più forza,

con più forza!

Niente da fare.

E se invece che una fionda

ROBERT

provassimo una bomba atomica?

Finanziare la fionda con la F maiuscola.

PHILIP

Idea niente male, Bobbie.

Questa volta GRAZIE MISTER LEHMAN

potrebbero dirlo a te.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 154

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo V

Shivà

Oggi -ειρηνικά!- si festeggia.

GLUCKMAN,  PETERSON

Non è un passo da nulla:

dal contare le olive e i capperi

a laurarsi con pieni voti.

Questo passo Pete Peterson l’ha fatto.

Laurea alla Northwestern University, Illinois.

Anche la famiglia Glucksman festeggia

perché loro figlio Lew

a forza di corsi serali

si è preso anche lui il suo foglio di carta,

ebbene sì, ce l’ha fatta.

Non si può non festeggiare.

La famiglia Lehman

EMANUEL

invece non festeggia:

è in lutto.

Familiari.

Solo loro.

Nessun altro è ammesso.

Sono venuti da tutta l’America

Perché in tutta l’America ormai

i Lehman sono sparsi.

I parenti stretti dovrebbero star seduti

su sedie addossate alle pareti

dovrebbero aspettare

salutare

ringraziare

e star lì tutto il giorno.

In realtà non lo faranno.

Così vorrebbe il rito antico,

quello che ormai è superato.

Neanche la barba

si sono lasciati crescere,

la barba del lutto,

di Shivà e sheloshim,

la barba incolta come usava là in Germania, un secolo fa,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 155

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

prima che partissero quei tre fratelli

che ora stanno dentro una cornice,

e poi chissà se Rimpar

dopo la fine di Hitler

sta ancora in piedi

o l'hanno rasa al suolo.

Direbbe il rito di non uscire per una settimana.

MAYER

Figurarsi! Come se l'economia si fermasse ad aspettare.

C'è mezzo mondo da rimetter in piedi, e pensa a tutto l'America.

Lehman Brothers ormai firma contratti su tutta la terra,

perchè la guerra è stata un business

ma ancor di più lo sarà ricostruire.

Direbbe il rito di non preparare cibo:

EMANUEL

chiederlo ai vicini, riceverlo e basta.

Figurarsi! Come se la servitù fosse in vacanza.

Direbbe il rito di strappare un abito,

MAYER

farlo a pezzi appena rientrati

dopo la sepoltura

al vecchio cimitero.

Figurarsi! Sono cose di folklore,

o al meglio cose da rabbini,

cose che fanno quegli ebrei

venuti in America da poco,

quelli scappati dall'Europa

dove a essere ebreo ti uccidevano nei campi.

Li vedi subito, li riconosci, quegli ebrei,

perfino da come stanno seduti al Tempio.

Perchè se sei americano, hai l'America dentro,

e se sei europeo ti si legge in faccia.

Gli ungheresi, per esempio.

Gente un po’ con la campagna dentro, ecco,

gente che usa l’ascia

e non mangia: sbafa,

infatti ha grandi pance

e gote come due meloni,

poi si rizza in piedi

e fa quei riti strani da ebrei d’Europa.

Gli ungheresi!


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 156

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Ora che sono sangue americano, i Lehman,

EMANUEL

chi se li ricorda i riti dell'Europa?

Ebrei riformati, ci tengono a dirlo.

Che è come dire “Facciamo a modo nostro”.

E nel modo nostro non si strappano i vestiti.

Il Qaddish però sì.

Quello l’hanno recitato,

mattina e sera,

tutta la famiglia,

da quando è cominciato il lutto.

La sede della banca in One William Street

PHILIP

oggi nonostante tutto resta aperta.

Sì, perché si dà il caso

che ormai alla Lehman Brothers

si decida tutto nel lunch del lunedì,

cioè un bel pranzo

di tutti i partners.

MAYER

E i partners hanno deciso

a maggioranza: 3 minuti di silenzio, per tutto il personale.

Niente di più niente di meno:

c'è il mondo intero che ci sta a guardare,

l'America è una grande azienda

e Wall Street non può dormire

perchè la terra gira intorno al sole

e sui mercati non fa mai buio.

Lo sanno bene, i partners.

Loro che in aereo si fanno su e giù il pianeta,

EMANUEL

rappresentando se stessi e Lehman Brothers,

perché i partners sono quelli

semplicemente

che nella banca

ci hanno messo i soldi,

talmente tanti

che un pezzo di fatto è loro.

Percentuale.

Frazione della torta.

Paul Mazur, Jhon Hertz, Monroe Gutman

e una decina d’altri

niente sangue Lehman


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 157

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

azionisti

uomini d’affari

niente sangue Lehman

chiamati dentro

invitati dentro

perché una banca è una banca

e vuole i capitali.

Giusto: i capitali.

Oggi alla Borsa

le bandiere staranno a mezz'asta.

Chissà se qualcuno ci farà caso.

Per chi non lo sapesse, PHILIP Philip Lehman è morto.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 158

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Capitolo VII

Migdal Bavel


Lee Anz Lynn è la nuova moglie di Bobbie.

La precedente ha divorziato un anno fa.

Il Fortune scrisse

“Divorzio a sei cifre per il cugino del Senatore Lehman.”

Ma stavolta Bobbie ci fece una risata

perché adesso a Bobbie interessa altro.

Giusto ieri, ieri sera,

Bobbie era in Arabia.

45 milioni di dollari solo l’anno scorso

per il petrolio degli sceicchi.

Con loro Bobbie si guarda negli occhi,

parla di arte e di cavalli arabi,

invita i principi

sul suo cabinato di 144 piedi

ormeggiato nella baia di Long Island.

Dopodomani

Bobbie sarà in Perù,

dove si scavano altri pozzi

e dopo il Perù a Sumatra.

Sul suo Boeing 707

rimbalza Bobbie

come una biglia

da una parte all’altra

che il mondo è piccolo

come un tavolo da biliardo,

e se oggi gioca a golf con Eisenhower

domani avrà il suo cocktail,

sì, a Singapore.

E oggi?

Inaugurazione!

Sede nuova di Parigi.

Guy de Rotschild in prima fila.

Francesi,

tedeschi,

olandesi,

ungheresi.

Ungheresi?


LEE ANZ


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 159

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


Visti qui, così, eleganti,

sotto questi lampadari

gli ungheresi non sembrano gente di campagna gente con l’ascia e le grandi pance.

Ma si sa: Parigi dà nuova luce a tutto.

Respirare, a pieni polmoni. Sugli affari Lehman Brothers non tramonta mai il sole. L’economia è spostarsi, solo questo, l’economia è aeroporti, alberghi, hotel,

eaerei

aerei aerei aerei

Noi siamo Lehman Brothers a Tokyo siamo Lehman Brothers a Londra siamo Lehman Brothers in Australia siamo Lehman Brothers perfino a Cuba ebbene sì

fra i comunisti

perché chi è che traffica in banane e insieme alle banane

manda armi e munizioni?

Bobbie Lehman

ha tutto il mondo

dentro il palmo della mano.

Sarà per questo che la mano trema?

O non è forse per il sogno che Bobbie fa ogni notte?

C’è One William Street,

il palazzo dove un tempo

stava appeso quel gorilla.

Ma di mostri non c’è traccia.

Anzi.

Una folla di affaristi, finanzieri, tutti incravattati e con valigia fa la fila per entrare. Arabi, francesi, giapponesi,

brasiliani e peruviani


EMANUEL, MAYER

PHILIP

LEE ANZ


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 160

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

tutti hanno appeso al collo

un gran cartello

con su scritto

“Grazie mister Lehman”


e stavolta Bobbie è tutto per te,


HERBERT


solo per te,

che da quando tuo cugino si è ritirato

non c’è altro Lehman sulla piazza.

Bobbie infatti sorride,

ROBERT

sorride e respira, a pieni polmoni,

perché lui sta lassù,

nell’attico,

all’ultimo piano,

dove si tocca il cielo,

e da lassù chiama tutti a salire.

Quando arrivano là in cima,

EMANUEL, HENRY, MAYER

tutti incravattati e con valigia

Bobbie alza un dito

e mostra a tutti il cielo:

se metteranno una sull’altra le valigie

-quelle valigie piene di titoli e contratti-

sono talmente tanti

che di valigie faranno una scala

una torre

sopra One William Street

una torre altissima immensa

e da lassù, da lassù in cima,

Lehman Brothers

dominerà la terra.

Ecco, è allora

che quell’esercito

tutti quanti

incravattati e con valigia

annuisce soddisfatto,

si inginocchiano

uno dopo l’altro

e mettono giù la loro valigia,

fanno il basamento

poi sopra

poi sopra

perfettamente


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 161

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

ma quando si arriva della torre al terzo piano…

…qualcosa più non torna

ROBERT

e “metti la valigia qui!”

"¿Aquí dónde?"

VOCI REGISTRATE

“Im Laufe meiner! S’il vous plait.”

"عض  يت ب ي ق ح ان ه!"

"ان ه ؟ن يأ"

"ىل ع ىدم يدل  ب!"

"Pon la maleta aquí!"

"Por encima de mi!"

"ここに私のスーツケースを入れて"

"ここどこ"

"私のオーバー"

"Путь мой чемодан здесь!"

"Вот где?"

"Только через мой!"

“把我的手提箱在这里”

“在这里呢”

“在我的”

E ogni notte

LEE HANZ

quando la torre di valigie crolla

Bobbie si sveglia terrorizzato.

E non si riaddormenta.

Il primo tentativo

EMANUEL, MAYER?

l’ha fatto coi telefoni.

Investimento di milioni:

International Telephone & Telegraph Corporation.

Milioni di miglia di cavi telefonici

stesi come fiumi sul pianeta terra:

dopo aver riempito il mondo di televisori,

ora riempiamolo ancora di più di telefoni.

Comunicare, people.

ROBERT

Comunicare.

E vuoi vedere che a forza di telefonate

EMANUEL, MAYER?

troviamo il modo di parlare una lingua sola?

ROBERT


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 162

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Niente da fare.

HENRY

Nel sogno di Bobbie

semplicemente

la torre non è più fatta di valigie

ma di telefoni che squillano, squillano,

in continuazione

e siccome nessuno

sa come si dice “fateli smettere!”

i telefoni squillano

squillano

VOCI REGISTRATE

"اهل ع ج ف قو ت!"

"بجأ ىل ع ف تاه لا!"

«Répondre au téléphone!"

"Сделать их остановить!"

"Ответ на телефон!"

"Odbierz telefon!"

"彼らが停止してください"

"電話に出なさい"

"Sagutin ang telepono!"

“让他们停下来”

“接电话”

E la torre finisce per crollare, sempre.

ROBERT

Fu così che nacque

PHILIP

coi soldi Lehman Brothers

la Digital Equipment.

Non perché Bobbie Lehman

volesse seminare computer in America

come aveva fatto coi televisori.

No, niente del genere.

Anche se questo disse ai partner

nel lunch del lunedì

dentro il ristorante francese

all’ottavo piano di One William Street:

Noi punteremo sui computer, signori.

ROBERT

Ma non i computer che si fanno adesso,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 163

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

quelli che di spazio riempiono una stanza

e non funzionano se non c’è l’aria fredda come in frigo per cui chi ci lavora si ammala trenta volte l’anno.

Noi creeremo computer per tutti.

E con i computer creeremo un linguaggio per tutti, la lingua dei computer, sistemi operativi, moduli di calcolo per tutto il pianeta terra. Perché se tutto il mondo userà i computer,

tutti parleranno la lingua dei computer.”


L’era dei computer

fu aperta

da Lehman Brothers

per non far crollare la Torre di Babele.


HENRY


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 164

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Capitolo VIII

I have a dream


Intorno al tavolo,

tavolo di cristallo

cristallo lungo quanto tutta la stanza

sulle poltrone nere

sono seduti

tutti quanti

uno accanto all’altro

penna in mano

fogli per appunti

occhiali da vista

portacenere

sigarette sigari

bicchieri di liquore

Bobbie capotavola

gran completo

lunch del lunedì

ottavo piano One William Street

tutti seduti

abito scuro

i partner Lehman Brothers

non perdono parola

quando parla il Direttore Marketing.


ROBERT


“Io rifletto oggi qui con voi sul verbo comprare.

Comprare che vuol dire?

Vuol dire dare soldi in cambio di qualcosa.

Questo qualcosa ha un valore, il valore è un prezzo.

Il prezzo sono i soldi che mi dai.

Né più né meno.

Perfetto.

Se vuoi che la gente compri

devi dirle tutto il contrario.

Devi dirle che non sta comprando.

Devi dirle “io e te non facciamo uno scambio,

perché sei tu che stai vincendo,

io accetto questo prezzo a malincuore


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 165

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

ma tuttavia ebbene sì lo accetto

anche se – si sappia – ci rimetto.”

ROBERT

Questa è la novità, signori.

Questa è la linea del marketing.

Dire a tutti che chi compra ci guadagna

e chi vende sta perdendo.

Marketing è

dire a tutti che vinci se compri,

se compri trionfi

se compri mi batti

se compri sei il primo.

Marketing, signori,

è far passare il concetto

che solo chi compra vince la guerra,

e siccome siamo tutti in guerra

chi compra sopravvive.”

Tutti seduti

MAYER

abito scuro

i partner Lehman Brothers

non perdono parola

scrivono

annuiscono

sorridono

ai partner Lehman Brothers

intorno al tavolo cristallo

questo discorso piace.

“Se noi faremo entrare in testa

al mondo intero

che comprare è vincere,

allora comprare vorrà dire vivere.

Perché l’essere umano, signori miei, non vive per perdere.

Vincere è il suo istinto.

Vincere è esistere.

Se faremo entrare in testa

al mondo intero

che comprare è esistere,

noi romperemo, signori miei,

quell’ultima vecchia barriera che si chiama “bisogno”.

Il nostro obiettivo


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 166

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

è un pianeta terra

in cui non si compri più nulla per bisogno ma si compri per istinto.

O se volete, concludendo, per identità.

Solo allora le banche, signori,

diventeranno immortali.”

Straordinario.

ROBERT

Bobbie a capotavola sorride.

E quando Bobbie sorride è un caso.

Sorride Bobbie

perché quando suo nonno Emanuel e i suoi fratelli

fondarono la banca

sognavano un impero di cotone e di caffè,

e quando suo padre Philip

la lanciò in Borsa

sognava di treni e cherosene

ma adesso

adesso il piano è tutto un altro…

qui si parla di vita eterna, gente,

di dare un senso al mondo,

non so se mi spiego

I have a dream, yes

I have a dream

e il sogno

è

nientemeno

che l’immortalità.

Mentre tutto il mondo

PARTNER o EMANUEL, MAYER?

in questi anni ’60

ha il terrore di scoppiare

all’improvviso

per qualche nuova bomba nucleare

noi prendiamo la rincorsa

saltiamo il fosso

e voilà

non solo siamo dappertutto

ma ci saremo

d’ora in poi

in eterno.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 167

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15


Lehman Brothers ci scommette.

“Voto a favore”

All’unanimità.

E avanti allora con il nuovo marketing:

l’importante è vendere,

l’importante è che le casse si riempiano,

l’importante è che la gente compri,

e se “Standard & Poor’s”

ci tiene il termometro fisso sotto il braccio

anche noi ce l’abbiamo un termometro

eccome

e sono i supermercati.

Super store.

Mega store.

Manifesti pubblicitari grandi come case.

E un fiume di soldi che scorre tutti i giorni

come un mare

un oceano

gigantesco

sterminato

di bandiere Coca-Cola

rosse

rosse

rosse come quelle della Russia

rosse come quelle della China

rosse come l’invidia

di tutta quella parte di pianeta

che sotto la falce

e sotto il martello

si rode

eccome

di non poter comprare

but I have a dream, yes

I have a dream

ed è di vendere prima o poi anche a voi,

vendere

vendere

vendere

a tutti quanti

carrelli pieni


ROBERT


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 168

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

consegna a domicilio

senza preferenze                                                                                                                                                               ROBERT

senza distinzioni

bianchi e neri

non deve più far differenza:

siamo tutti uguali

perché tutti abbiamo il portafogli

vendere

vendere

vendere

senza primi e senza ultimi

senza posizioni

uomini e donne

non deve più far differenza:

siamo tutti uguali

perché…

….perché tutti abbiamo un conto in banca I have a dream, yes

I have a dream

ed è che tutti i soldi d’ora innanzi siano uguali

sotto il sole e

non solo sotto il sole,

perché la NASA ci ha chiesto soldi per mandare un uomo sulla Luna: I have a dream, yes,

I have a dream

ed è far soldi anche lassù. Bobbie sorride.

Lehman Brothers in eterno. Poi si morde il labbro. Lehman Brothers in eterno. Bobbie hai capelli bianchi. Lehman Brothers in eterno. Ma dopo di me

con chi?


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 169

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Capitolo IX

Egel haZahav

Va bene

HERBERT

che i nostri militari

non c’è giorno

che non muoiano in Vietnam

e tutti i giorni

in televisione

riprendono le bare.

Va bene che John Fitzgerald Kennedy

laggiù a Dallas

è morto

così davanti a tutti

all’improvviso

davanti agli occhi del mondo

davanti agli occhi dell’America.

E va bene che due settimane dopo

Herbert Lehman

pure lui

è morto

all’improvviso

fatto sta

che tutta questa morte nei dintorni

ROBERT

a Bobbie Lehman non fa più nessun effetto.

Anzi: sorride.

Sempre più spesso.

Perché Bobbie alla fine si è convinto:

lui non può morire,

non lo riguarda,

perché Hashem non può far morire

chi guida un popolo eletto.

A 74

sei giovanissimo, Bobbie Lehman.

“Il cognome sì, lo so, è ungherese.

GLUCKSMAN

Non siamo vigliacchi come quelli che lo cambiano.

E poi voi Lehman eravate ebrei tedeschi, lo so.

Se voi eravate tedeschi, potrò essere io ungherese.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 170

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

O gli ungheresi non le vanno a genio?

Se non le vanno a genio me lo dica e me ne vado, che qui in banca avrete pure una valanga di soldi ma io ho una valanga di idee,

e non le porto dove non mi piace.”

“Lei non fa sconti, mister Glucksman.”

ROBERT

“Si dice in giro che lei s’intende di cavalli;

GLUCKSMAN

bene, allora lo sa meglio di me

che i cavalli forti sono quelli che scalciano.”

“E questo cavallo che ho davanti

ROBERT

è in cerca di una scuderia?”

“Una scuderia può darsi. Una gabbia no grazie.”

GLUCKSMAN

“L’ho cercata io, mister Glucksman,

ROBERT

perché la sua fama la precede:

lei sembra il migliore trader

che ci sia in America.”

“Voi qui avete una divisione Trading?”

GLUCKSMAN

“Non ancora.

ROBERT

Ma vorrei aprirne appunto una,

e forse vorrei che lei la dirigesse.”

“Lei mi sembra che non sappia di cosa parla.

GLUCKSMAN

Guardi che quelli come me

non fanno un mestiere da penna stilografica,

non fanno cene di gala

e non portano i polsini.”

“Allora mi spieghi esattamente, per capire:

ROBERT

cosa fate voi traders.”

“Stiamo davanti ai computer, mister Lehman,

GLUCKSMAN

con un telefono a quest’orecchio

e un altro telefono sull’altro.

Noi compriamo e vendiamo azioni


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 171

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

contemporaneamente

in dieci Borse in tutto il mondo

non solo a Wall Street,

noi compriamo dove conviene

e rivendiamo dove si guadagna,

spostiamo titoli e valori,

qualche centinaio al giorno,

anzi spesso

più che volentieri

noi facciamo in modo

che un titolo di merda,

uno scarto,

sembri un titolo potente

e quando vale il doppio

lo rifiliamo a chi ci casca.

Lei dirige una signora banca,

qui tutto brilla,

ci sono un pacco di soldi e tanta bella eleganza, noi invece facciamo il lavoro quello sporco dove contano solo i soldi e la furbizia. Una Divisione Trading

può farle fare milioni al giorno,

ma si tolga dalla testa di metterci in salotto:

noi siamo gente da sala attrezzi

e le buone maniere non sono roba nostra.”

“Mi ha convinto, mister Glucksman:

ROBERT

quando crede che potremmo cominciare?”

“Per tirarle su una Divisione dal nulla

GLUCKSMAN

mi ci vogliono un paio di mesi.

I traders li scelgo io, tutta gente sveglia.

E poi le ripeto:

non possiamo stare qui fra i suoi velluti.

Ci dia un’altra sede e quella sarà casa nostra.”

“E’ già pronta, se vuole,

ROBERT

a cinque minuti da qui, in Water Street.

Vuole subito vederla?”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 172

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Bravo Bobbie.

PHILIP

Morgan Stanley è una banca di vegliardi.

Goldman Sachs è un ospizio a cielo aperto.

Lehman Brothers no.

Lehman Brothers avrà una Divisione Trading,

sede distaccata in Water Street,

impero d’Ungheria,

lontano dai velluti,

lontano dai polsini,

qui tira un’altra aria

che quando Paul Mazur

EMANUEL

partner anziano

insieme a Bobbie

ci ha messe piede

per poco il vecchio Paul non sveniva per terra….

Ma Bobbie non risponde, no:

ROBERT

Bobbie sorride.

Prende sotto braccio il vecchio,

se lo trascina dietro

nella divisione Trading…

…stanzoni grandi come hangar

EMANUEL

tavoli di legno e plastica

lunghi come banchi di droghiere

e lampade lampadine

schermi di computer

uno accanto all’altro

separati solo da pacchi di ciambelle

quel che resta di take-away cinesi,

lavagne elettroniche impazzite

mazze da baseball

guantoni da boxe

ragazzi da ogni parte,

in maniche di camicia,

ridendo, correndo,

urlando come pazzi

con le gole e con le dita

“Tokyo 654328 prendi 7”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 173

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“76579 colloca!”

“98754890 Saigon 14 lascia!”

“Francoforte 12668964 rilancia!”

“Sospendi 65479!”

“Colloca e raddoppia!”

…sul pavimento

manciate di foglietti

accartocciati come foglie

lattine di Coca Cola

portacenere fumanti di sigarette

e lassù

un uomo con le gote come due meloni,

che dirige l’orchestra dell’inferno intero

ma senza bacchetta,

piuttosto con un’ascia.

Dietro di lui

GLUCKSMAN

sulla parete

la foto immensa

di una negra nuda

spalmata d’oro

con su scritto

“La Dea della Borsa.”

Paul Mazur

EMANUEL

partner storico

ha giurato che

non metterà più piede

a Water Street

impero d’Ungheria

e nel lunch del lunedì

porterà ai colleghi

tutto il suo disdegno.

Ma la Divisione Trading

PHILIP

già dopo un mese

ha già triplicato gli utili.

Triplicare gli utili

ai partners Lehman piace.

Anche se là dentro

in Ungheria


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 174

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

si adora un’altra dea.

Paul Mazur

EMANUEL

76 anni

muore poco tempo dopo.

Bobbie sorride:

non è un suo problema.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 175

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Capitolo X

Twist

Bobbie Lehman ha 78 anni.

ROBERT

E balla il twist.

Ha passato la vita a tremare,

che c’è di male

se ora

il patriarca

ha una santa voglia

voglia di ballare?

Tutto il mondo balla il twist.

Ballano i russi di Breznev

e ballano i cinesi mentre giocano a ping pong,

ballano gli arabi che ci vendono petrolio

e ballano in Europa tenendosi per mano.

Ballano in Giappone, senza soste, a ciclo continuo,

ballano in America

dove se non balli

sei fuori dal giro.

Ballano automobili, camion, motociclette,

che se non hai le ruote ai piedi

come fai a ballare?

Ballano case, cottage, terratetti, villette,

che ognuno deve avere un tetto

per poter ballare!

Ballano frigoriferi, frullatori, lavatrici,

che la corrente elettrica

dà la forza per ballare!

Ballano cinema, televisori, antenne,

che nessuno balla

senza farsi guardare!

Balla Lew Glucksman,

GLUCKSMAN

balla con un’ascia in mano,

e va detto: eccome se sa ballare.

Balla con tutta la Divisione Trading,

infilata là dentro Water Street

impero d’Ungheria,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 176

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

dove quelli di One William Street

non mettono mai piede

anzi se possono

cambiano anche strada

perché quella roba

nossignore

quella bolgia

non è Lehman Brothers.

Peccato che però Lehman Brothers

balli il twist

saltellando sugli zeri

che l’Ungheria moltiplica a valanga.

Quindi balla Lew Glucksman,

balla il twist e la ciarda,

con le gote rosse come due meloni,

balla con i suoi computer

sempre accesi mattina e sera

fissi a elaborare

a buttar fuori zeri zeri zeri

che poi con gli zeri

ci pensiamo noi a ballare.

Bobbie Lehman ha 80 anni.

ROBERT

E balla il twist.

ballano le tastiere dei computer

ballano i calcolatori

ballano le stampanti

ballano quei nuovi assunti

ragazzi sorprendenti

che non ballano con uomini né donne

ma coi numeri

l’ultimo entrato in corsa

balla Dick Fuld

ALLIEVO?

trent’anni e non li dimostra

balla Dick Fuld

ballerino provetto

balla Dick Fuld

che a ballare coi numeri è un maestro

balla Dick Fuld

attaccato al suo computer

balla Dick Fuld


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 177

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

che balla coi milioni

balla Dick Fuld

fa piroette in borsa

balla Dick Fuld

ma solo in Water Street

balla Dick Fuld

e balla con Lew Glucksman

solo con lui

perché Dick odia le banche

e chiunque ne fa parte.


Bobbie Lehman ha 85 anni.

E ballando riesce a far ballare

anche chi non ne ha più voglia,

come i vecchi partners

di One William Street,

quelli che hanno scelto

di ballare un po’ il sirtaki

sopra il tavolo cristallo

e per farselo insegnare

hanno chiamato

Pete Petropulos

(pardon: Peterson)

greco

pardon: americano

Balla Pete Peterson

banchiere puro

balla con sua moglie Sally

balla con uno stipendio di 300,000 $


PETERSON


balla con la banca Lehman Brothers

che per lui è One William Street

e quella soltanto

lui non balla né con gli ungheresi

né con i loro pazzi

non balla con Lew Glucksman,

perché gli fa paura l’ascia,

non balla con Dick Fuld

che nel sirtaki

sembrerebbe un orso.

Peterson odia Glucksman,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 178

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Glucksman odia Peterson,

la Banca odia la Borsa,

la Borsa odia la Banca,

ma ballano comunque

odiandosi

che l’importante è non fermarsi.

Bobbie Lehman ha 90 anni

PHILIP

e balla il twist.

Lui lo sa che fermarsi

ormai è vietato,

che quando balli

devi ballare

finchè tu regge il fiato

senza sosta

senza respiro

sempre più forte.

Bobbie Lehman ha 93 anni

ROBERT

e balla il twist

ne ha 100, anzi.

Forse 140.

Balla il twist, Bobbie,

balla forsennatamente,

forse non se n’è accorto

che ballando il twist

l’ultimo dei Lehman

è morto.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 179

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Capitolo XI

Squash


La targa sulla porta dell’ufficio

dice “Presidente”.

Stava un tempo

Sulla porta di Bobbie Lehman.

Ora indica un altro,

da dieci anni almeno.

Ora tutto appartiene

a lui,

al nuovo capo Lehman Brothers.

Eppure nell’aria

non c’è proprio niente di greco.

Il presidente Pete Peterson

siede al suo posto.

I giornali del mattino.

L’ordine degli incontri

previsti per il giorno.

Il più importante

però

è il primo.

Quando bussano alla porta,

Peterson si alza,

si ricompone la cravatta…

ed ecco il  greco e l'ungherese:

uno davanti all'altro.

Uno alle sue spalle ha olive e capperi.

L'altro ha le lampade di marmo.

Uno è un banchiere perfetto.

L'altro è un trader d'assalto.

Uno è il Presidente Lehman Brothers.

L'altro manda avanti la miniera d'oro.


PETERSON


Il greco e l'ungherese:

uno davanti all'altro.

Silenzio lungo un secolo.

Peterson sorride.

Quand'era al Governo con Richard Nixon


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 180

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ha imparato a sorridere anche ai nemici,

ha un dono perfetto,

un sorriso a comando.

Glucksman no, lui no.

GLUCKSMAN

Lui il sorriso non lo comanda affatto,

e infatti sta lì, seduto,

come un rinoceronte

che punta col corno,

e fa versi strani col naso

perché come dice il suo pupillo Dick Fuld

“L'economia si divide in cravatte e bestie,

e siccome le cravatte non respirano

è decisamente meglio essere bestie.”

Peterson si ricorda bene

PETERSON

-stava al Governo con Nixon-

si ricorda bene

di quando gli Stati Uniti

spalancarono i mercati cinesi

mandando a Pechino

una squadra di ping pong.

Ora qui vuole fare lo stesso.

O non è un'idea?

Ping pong

PHILIP

greco ungherese.

E sia.

Pallina in campo.

“Caro Glucksman, di cosa vuoi parlare?”

PETERSON

“Io? Di niente.”

GLUCKSMAN

“Eppure sei qui.”

PETERSON

“Sai perchè.”

GLUCKSMAN

“Lo intuisco.”

PETERSON

“Niente nascondino.”

GLUCKSMAN

“Come vuoi.”

PETERSON

“Parla chiaro.”

GLUCKSMAN

“Parla tu.”

PETERSON

“Sei il Presidente.”

GLUCKSMAN

“Lo sono.”

PETERSON


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 181

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

“Appunto.”

GLUCKSMAN

“Va' avanti.”

PETERSON

“Sei il capo ma non dovresti esserlo.”

GLUCKSMAN

Pallina fuori campo.

PHILIP

L'Ungheria ha risposto troppo forte.

Peterson sorride.

E' bravissimo a farlo.

Uno a zero per la Grecia.

Rimette la pallina in campo.

“Caro Glucksman, che intendi dire?”

PETERSON

“Che ora basta.”

GLUCKSMAN

“Basta cosa?”

PETERSON

“Con i re di un tempo.”

GLUCKSMAN

“Io sarei re?”

PETERSON

“Sei Presidente.”

GLUCKSMAN

“Vuoi per caso...”

PETERSON

“Voglio la banca.”

GLUCKSMAN

Pallina fuori campo.

PHILIP

L'Ungheria è nervosa.

Peterson sorride.

E' bravissimo a farlo.

Due a zero per la Grecia.

Rimette la pallina in campo.

“Caro Glucksman, non stai esagerando?”

PETERSON

“Nientaffatto.”

GLUCKSMAN

“Una banca è una banca.”

PETERSON

“Siamo noi che la mandiamo avanti.”

GLUCKSMAN

“Tu credi?”

PETERSON

“Ho i dati.”

GLUCKSMAN

“Io ritengo...”

PETERSON

“Ora basta.”

GLUCKSMAN

L'Ungheria butta via la racchetta.

PHILIP

Prende la palla, la schiaccia col tacco.

Partita conclusa

che il ping pong è un balletto

e come direbbe il giovane Dick Fuld


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 182

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“Lo squash, lui sì, che è uno sport da maschio.” Perfetto.

Ora il gioco lo comanda Glucksman.

E sarà squash, all'ultimo colpo,

dove vince chi schiaccia più duro..

“Quindi, Peterson, mi merito la banca.”

“La banca intera in mano alla tua truppa.”

PETERSON

“Sempre meglio della vostra muffa.”

GLUCKSMAN

“Non è meglio dividerci i ruoli?”

PETERSON

“Non mi basta la metà del piatto.”

GLUCKSMAN

“Vuoi sbafare la ciotola intera.”

PETERSON

“Pur di levarla ai topi banchieri.”

GLUCKSMAN

“E se la ciotola non fosse d'accordo?”

PETERSON

Palla persa dall'Ungheria.

PHILIP

Vantaggio per la Grecia.

Peterson sorride.

E' bravissimo a farlo.

La palla è di nuovo in campo.

“Dicevo, Glucksman, che non sei amato.”

PETERSON

“Vuoi dire dai partners? Me ne sbatto: vecchi.”

GLUCKSMAN

“E se quei vecchi ritirano la quota?”

PETERSON

“Non lo faranno, e se lo fanno pago.”

GLUCKSMAN

“Se ti lasciano in dieci, sarà un capitale.”

PETERSON

“Il capitale è in cassa, non sarà un danno.”

GLUCKSMAN

“Ma così ti troverai in ribasso.”

PETERSON

“Voglio la banca, voglio la tua poltrona.”

GLUCKSMAN

“Farmi da parte ti costerà milioni.”

PETERSON

“Dimmi quant'è, avrai domani i soldi.”

GLUCKSMAN

Punto a favore dell'Ungheria.

PHILIP

Ma ecco la Grecia

PETERSON

interrompe il gioco

si prende la palla.

“Voglio una fila di zeri

e una percentuale sul tuo fallimento.”

“Sarebbe? Meno discorsi.”

GLUCKSMAN

“Se dovrai vendere le quote Lehman Brothers,

PETERSON

se dovrai cederle pur di fare cassa,


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 183

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io avrò di ogni vendita una percentuale.”

“Che patto imbecille.”

GLUCKSMAN

“Affare fatto?”

PETERSON

“Fatto.”

GLUCKSMAN

“Lewis Glucksman, sei il nuovo presidente.”

PETERSON

Neppure un anno

HENRY

dopo quell'incontro

Lehman Brothers

l'immortale marchio

era sul banco

al migliore offerente.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 184

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Epilogo

Monday Lunch

Intorno al tavolo,

HERBERT

tavolo di cristallo

cristallo lungo quanto tutta la stanza

sulle poltrone nere

sembra il lunch del lunedì

anche se è notte

anzi

fra poco l’alba.

Dentro la stanza il silenzio regna.

Sei uomini anziani.

Aspettano la notizia.

Henry è a capotavola.

Spetta a lui, da sempre.

Mayer Bulbe

HENRY

gli sta seduto accanto.

Emanuel è un braccio,

vuole agire,

in giornate come queste

di star seduto non se ne parla.

Suo figlio Philip

tiene un’agenda

davanti agli occhi,

la penna in mano,

scrive frasi in stampatello.

Bobbie Lehman

seduto davanti a suo padre,

gli trema di nuovo la mano,

e si rimorde il labbro.

Herbert il senatore

rimette l’ora

sull’orologio a pendola

ma tanto qui il tempo

è uno strano concetto.

Henry ripiega in tasca il fazzoletto di cotone,

poi guarda i fratelli:

“E come si chiama? Scordo sempre il nome.”


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 185

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Nessuno risponde.

“Dico: chi è stato alla fine l’ultimo presidente?”

Philip sfoglia la sua agenda:

ROBERT

“Dick Fuld.”

Mayer Bulbe fa una smorfia,

MAYER

stringe le spalle,

è una patata lessa.

Emanuel

EMANUEL

che era e rimane un braccio

tira un calcio a una sedia

e la getta nel mezzo.

Bobbie sospira.

ROBERT

Herbert Lehman

HERBERT

si gratta la testa

“Spero ancora che vorranno salvarla.”

“Non vedo speranza.”

PHILIP

“Nel ’29 noi non salvammo nessuna banca.”

ROBERT

E di nuovo nella stanza il silenzio regna.

HERBERT

Sei uomini anziani

aspettano la notizia.

Squilla il telefono.

Henry risponde.

Fissa gli altri.

Riattacca.

“Un minuto fa, mi dicono, è morta.”

HENRY

Si alzano in piedi.

Intorno al tavolo.

Tutti.


Di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi – “Lehman Trilogy” - 186

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 2014/15

Faranno crescere la barba

nei prossimi giorni,

come dice il rito

Shivà e sheloshim,

rispetteranno la legge

com’è prescritto

in ogni precetto.

E mattina e sera

reciteranno il Qaddish

come usava a Rimpar,

laggiù, in Baviera.

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