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LEI

di

Giuseppe Manfridi

PERSONAGGI:

Un uomo anziano che viene chiamato Fabio

Un uomo più giovane che viene chiamato Roberto

Una donna anziana che Fabio chiama ‘Ninni’

SCENA:

Un salottino. Ambiente denso di cose. Libri, carte, foto incornciciate, piccola argenteria e tele squillanti alle pareti. Senza eccessi di cattivo gusto.

A sinistra una porta che introduce nei locali di servizio, a destra una porta che introduce in una camera da letto.

PRIMA SCENA

(Sera tarda. La scena è al buio. Rumore, non forte, di pioggia. Un'ombra ciabatta per la stanza spingendosi verso la porta di destra, dalla quale giunge un singultare affannoso.)

VOCE DI FABIO: (la cui sagoma, appena distinguibile, scompare nella presunta camera da letto) Tornerà... ti dico che tornerà. - Stai calma, per l'amor di Dio. E' questione di un attimo. - Ma cosa vuoi che sia? Il temporale sarà stato. Sù, perché devi fare così? Non l'hai mai fatto.

(Colpi nel buio. Oggetti che cadono. Gemiti di donna; quasi degli spasmi dolenti. Luce.)

VOCE DI FABIO: Oh!... Visto? - T'avevo detto che tornava!... Allora? Ti senti un po' meno agitata adesso?... (Sospiri meno convulsi e ritmati; la donna sta evidentemente tornando alla calma) E quel poveraccio che sarà pure rimasto chiuso là dentro... - M'aspetti un minutino solo?... Uno solo?...

VOCE DELLA DONNA - Sta' qua! - Non te ne andare! Non te ne andare!

VOCE DI FABIO: Ma ti chiedo un attimo!

VOCE DELLA DONNA - Giura che no! Giura che no!

VOCE DI FABIO: Dio mio, ma che storie sono?... - Andiamo, non mi fare arrabbiare. E' tornata la luce - calmati.

(Una pausa. Respiri della donna. Da oltre la porta opposta, lo scroscio di uno sciacquone. Passi di Fabio che si avvicina alla soglia. Di nuovo buio.)

VOCE DI FABIO: Oh, diavolo!

(La donna urla. Fabio dà la sensazione di voler tornare indietro ma picchia contro un mobile.)

VOCE DI FABIO: Per carità, amore - tranquilla!... Cerca di stare tranquilla. E non smaniare - caschi. Sta' ferma, mi raccomando.

VOCE DELLA DONNA - Non ci sei! Vedi che non ci sei! Vieni! Vieni! Aiuto! Aiuto, Fabio, aiuto!

VOCE DI FABIO: Sono qui - arrivo, arrivo... (Picchia di nuovo) - Ah!

VOCE DELLA DONNA - Vieni! Perché non vieni? Perché non vieni?...

(Nell'oscurità si intuisce la figura dell'uomo chinato sulle ginocchia e che si tiene allo stipite. Gemiti sottili, come di chi si morda le labbra per tacitare il dolore. Lei lo chiama ancora: "Fabio! Fabio!". La sagoma dell'uomo arrancante scompare. Dalla sinistra, rumori di una porta che si schiude. Qualcuno, a tentoni si introduce nella stanza e si ferma sulla soglia opposta.)

ROBERTO: Professore!... Professore! - Bisogno di aiuto?... (Nessuna risposta)

VOCE DELLA DONNA - Fabio, chi è? Chi è?

FABIO: Nessuno, amore mio - nessuno.

VOCE DELLA DONNA - Ma l'ho sentito! - C'è un ladro! C'è un ladro!

VOCE DI FABIO: Te lo sogni, ti dico di no. E' il signore di prima che stava in bagno.

(Luce. Nella stanza, in un angolo dove si era rifugiato disorientato dal buio, sta il giovane. Non si muove, non fiata.)

VOCE DI FABIO: (più calmo) Tutto passato. - Allora... hai visto o no che è tornata questa benedetta luce?... - Ma no che non se ne va di nuovo. - Tutto passato. Tutto passato.

(Un silenzio.)

ROBERTO: (azzardando, ma con imbarazzo) Professore... bisogno di aiuto?

FABIO: (comparendo col viso oltre la cornice della porta: a zittirlo, con voce soffocata) Non chiami!... Non chiami!

FABIO: Mi scusi... - Volevo solo dire che se ha bisogno di me disponga pure. Sentivo che...

ROBERTO: (ancora per farlo stare zitto) Le ho chiesto: per cortesia!

(Una breve stasi. Fabio fissa l'altro ma con l'orecchio teso a cogliere eventuali richiami dalla stanza.)

FABIO: Torni pure a sedere. Si metta comodo.

(E scompare nuovamente nella camera da letto. Il giovane va a una sedia presso un tavolo colmo di fogli. Si siede. Recupera dal tavolo una cartella. Ne tira fuori delle schede tabulate. Dei moduli. Controlla. Non capisce cosa sia accaduto. Da sotto proviene il tam-tam sordo di una musica rock che si era interrotto solo nei momenti di buio. Si ode la voce della donna.)

VOCE DELLA DONNA - Gliel'hai detto che non ce lo vogliamo a lui qui? Gliel'hai detto?

VOCE DI FABIO: Sì, amore. Gliel'ho detto. Ma adesso mettiti calda. Guarda che ti sei scoperta tutta. Da brava, riposati un po'.

VOCE DELLA DONNA - E lui? Lui che ha detto? - Come al solito? Eh?... Gli parli gli parli, e ti ascolta senza dire niente - vero che fa così?

VOCE DI FABIO: Ma no. Sta' giù.

VOCE DELLA DONNA - Se ne va?

VOCE DI FABIO: Se ne va, se ne va.

VOCE DELLA DONNA - Non era un ladro, no?...

VOCE DI FABIO: Ma no.

VOCE DELLA DONNA - Tutto ci hanno preso, che vogliono prenderci ancora?...

VOCE DI FABIO: Ragiona: starei qui se fosse stato un ladro?

VOCE DELLA DONNA - Mandalo via.

VOCE DI FABIO: Dormi.

VOCE DELLA DONNA - C'è il rumore.

VOCE DI FABIO: E tu dormi che non lo senti.

(Il giovane, nel frattempo, si è distratto dalle sue carte. Ascolta. Non può fare altrimenti. E' più forte di lui. Come quando ci si trova incapaci di non ascoltare una telefonata intercettata casualmente. Ma adesso sono solo bisbigli. Infine, Fabio ricompare sulla soglia. Accosta, cauto, la porta. Va alla sedia libera vicino al tavolo e si siede. Una pausa.)

FABIO: (accennando al pavimento) Ma li sente?...

ROBERTO: Prego?

FABIO: Qui sotto. Li sente?

ROBERTO: Eh, li sento sì.

FABIO: Cialtroni.

ROBERTO: Cos'è?... Una festa?

FABIO: Sì, altro che festa! - La discoteca: giù. Entrando non l'ha vista? - Tutta una parata di luminarie... possibile che non l'abbia vista?

ROBERTO: Ma una discoteca dove? Qui all'interno del palazzo?

FABIO: Da prendere il fucile e stenderli tutti! Loro e quelli che hanno dato i permessi. Cialtroni! - Attaccano alle sette del pomeriggio e smettono alle tre del mattino. Ogni giorno che Dio manda in terra. E non c'è niente da fare. Tutte le abbiamo provate - tutte. Hanno ragione loro, capito?...

ROBERTO: A sentirla così, magari, non è che - a me perlomeno - dia troppo fastidio.

FABIO: Ah, no?...

ROBERTO: Certo, ad avercela sempre sotto casa è un'altra storia. (Conciliante) D'altronde, oramai, si vive talmente immersi nel caos...

FABIO: Poi non dico tanto per me. Ma per mia moglie. Lei sente tutto quello che non deve sentire. Sorda - sorda come una pietra, ma per tutto quello che non deve sentire ci sente meglio di lei, guardi, che è ancora giovane e certo non ha di questi problemi. - Mah...

(Si preme le mani sul volto come a scacciarne via pensieri e preoccupazioni. Fa per alzarsi. Un dolore gli impone di bloccarsi. Si massaggia una caviglia. Senz'altro quella che, nell'oscurità, ha picchiato contro qualche spigolo. Finalmente si alza. Va a prendere una radio. L'accende e la sintonizza su un canale che trasmette musica classica. Con la radio accesa va nella camera da letto. Ancora bisbigli. Dopo pochi istanti torna fuori senza più la radio. Riaccosta la porta. Torna a sedere.)

FABIO: Dicevamo?

ROBERTO: Mi spiace per prima. Quando l'ho chiamata. - Volevo solo dire che se mai potevo essere utile...

FABIO: Lasci andare.

ROBERTO: Non mi ero reso conto che la signora... (E tace)

FABIO: Sì?... Continui.

ROBERTO: Niente, che la signora... - Oh, insomma... che potesse darle fastidio sapermi di qua.

FABIO: E' completamente fuori strada. (Con altro tono, a distrarsi) - Ma prosegua. Mi stava spiegando prima che andasse via la luce?...

ROBERTO: Sì. - Dell'aliquota d'interesse annuo...

FABIO: (interrompendolo) Oh! Mi raccomando: cerchi d'essere chiaro. Io credo nelle parole dette bene. - Avanti, l'ascolto.

ROBERTO: Beh, dovrei usare più cifre che parole. Comunque... senza che stiamo a metterci adesso a fare conti su conti... - (Mostrando un foglio) Qui, ecco, ha una tabella con quelli che all'incirca sarebbero - un po' azzardati, è ovvio - gli aggiornamenti semestre per semestre. Questo, come le dicevo, pensando a rinnovare la polizza per cinque anni. E qui, sempre più o meno, il capitale assicurato iniziale e la liquidazione finale. (Sguardo interrogativo dell'altro) Oh, non si dia pensiero: in tutta sincerità posso dirle che si tratta di proiezioni assai affidabili. - Se invece ha intenzione di riscuotere subito il capitale maturato sino ad oggi...

(Fabio lo ferma con un gesto perentorio della mano. Roberto non fiata oltre. Una pausa. Silenzio assoluto. Fabio si rialza. Va alla porta. La schiude di un palmo; non di più.)

FABIO: (Dalla soglia, senza entrare) Che c’è ancora? Cosa vuoi... Per

piacere, ho da fare... - Dimmi quello che ti serve. Vuoi qualcosa?... Stai bene?... - Dieci minuti, Ninni. Ma neanche: cinque, cinque minuti e ho finito. - La radio preferisci che te la lascio o te la porto via?.. . - Stai ben calda? - Troppo sù?

(Una pausa. Non si può dire se l'uomo stia aspettando risposte che non arrivano o se stia in ascolto di una voce inudibile da altri.)

FABIO: Lo facciamo dopo il giro. Dopo. E' ancora presto. Nemmeno è ora di cena. E non agitarti troppo. Tienti al centro del letto. Non venire sul bordo, mi caschi giù.

(Rimane ancora qualche istante con lo sguardo rivolto all'interno della camera da letto, poi torna al suo posto. Induce con un'occhiata l'interlocutore a riprendere il suo discorso.)

ROBERTO: Posso?... (Giunge un assenso) Dunque... beh, nulla... - Sì, il capitale, ecco, che ha maturato in... - quanti sono?...

FABIO: Trent'anni.

ROBERTO: Appunto, trenta... da trent'anni a oggi... cioè, per meglio dire, come penso lei già sappia, le possibilità sono due: o ritirare tutta insieme la liquidazione e investirla come meglio crede... - No, anzi, le possibilità sono tre: o questa prima... (Abbassando il tono della voce) o questa, o ritirarla parzialmente, e, il restante, capitalizzarlo in una nuova polizza - oppure, terza ipotesi...

FABIO: Non si dia pensiero. Parli normale.

ROBERTO: Come, scusi?

FABIO: Non badi a parlar piano. Basta che usi un tono normale.

ROBERTO: No, che pensavo per la signora di là...

FABIO: Se parla normale non c'è nessun problema.

ROBERTO: Ah, ho capito. - Beh, allora, insomma... Dio, ho perso il filo.

FABIO: Mi stava dicendo di una terza possibilità.

ROBERTO: Già. - Sì, appunto - che può, senza ritirare l'intera cifra maturata, convertire il premio in una rendita mensile. Quella, per intenderci, che sarebbe una pensione. (Mostrando) Ecco... qui nella tabella trova un po' tutte le cifre. Se vuole controllare per avere un'idea di quanto le verrebbe... -

FABIO: Un attimo, mi faccia capire bene. - Mettiamo che io adesso... - Domando per capire... -

ROBERTO: Si figuri. Sono qui per questo.

FABIO: Se io dovessi optare per la rendita e supponiamo di qui a... facendo gli scongiuri, di qui a un mese dovesse capitarmi qualcosa...

ROBERTO: Mio Dio! Speriamo di no.

FABIO: Tutto può essere. Poi che succederebbe? Vale a dire: della pensione potrebbe continuare a beneficiare mia moglie o no?

ROBERTO: E no. La reversibilità andava decisa al momento della stipula. Nel suo caso la rendita risulterebbe a vita ma nominale.

FABIO: Beh, ma che sciocchezza sarebbe, non capisco?! - Io, così, avrei pagato per trent'anni col rischio che poi in un mese... per non dire una settimana - puff... mi scompare tutto tra le mani!...

ROBERTO: In questo caso sì. Gliel'ho detto, andava specificato a suo tempo. - Non so, veda lei.

FABIO: Come 'veda lei'? E' qui per consigliarmi, benedetto figliolo. Non può dirmi: 'Veda lei'.

ROBERTO: Io ho il dovere di rispettare qualsiasi suo tipo di scelta. Il mio primo compito è di informarla e di sgombrare il campo dal più piccolo dubbio. Se poi è lei che, espressamente, viene a chiedere un mio parere... beh, questo è un altro paio di maniche.

FABIO: E glielo chiedo sì.

ROBERTO: Ha un buon amministratore?

FABIO: Non ho amministratori.

ROBERTO: Che so, un commercialista di fiducia?

FABIO: Ce l'ho, ma non di fiducia.

ROBERTO: Allora, guardi, se davvero vuole un consiglio sincero e, le garantisco, non dettato da interesse ma solo da una certa competenza in materia, si decida per la seconda strada - ovvero: incassi una parte del premio e riaccenda un'altra polizza rinnovabile anno per anno. O per più tempo, se preferisce, comunque non impegnativa. Il che significherebbe l'accumulo di una seconda liquidazione ereditabile da chi meglio crede.

FABIO: Da mia moglie, naturalmente.

ROBERTO: Da chi meglio crede.

VOCE DELLA DONNA - Fabio! Fabio!

FABIO: (impassibile al richiamo) Dovrei pensarci. Ho le idee un po' confuse.

ROBERTO: Mi pare che la stiano chiamando.

FABIO: Grida il mio nome, non mi sta chiamando. Me ne accorgo quando mi chiama. - Me ne accorgo prima che lo faccia, ci crede? - Una vita insieme, sa.

(La musica è stata spenta. Si odono, adesso, le formule rituali di una Santa Messa.)

FABIO: O musica, o Messe. Questa è la casa dei mille suoni strani.

ROBERTO: Ma perche? C'è messa oggi? Mica è festa.

FABIO: (Mostrando la custodia di una cassetta registrata) Le vendono già incise. - Dà fastidio?

ROBERTO: (a minimizzare) Oh, insomma...

FABIO: Dica la verità. - Un po' dà fastidio.

ROBERTO: Che non ci vado molto in chiesa, io.

FABIO: No, no. Non mi riferivo a questo. - Di là: mia moglie... - Un po' fastidiosa, eh?... (L'altro sorride imbarazzato) Me ne rendo conto, sa. E' umano.

ROBERTO: (a disagio) Beh, un pochino. Ma pochissimo. - No, insomma... che... distrae.

FABIO: (accennando alle schede tabulate) Queste me le lascia?

ROBERTO: Diamine, gliele ho portate apposta.

FABIO: (d'improvviso) Ecco, ora sì che mi sta chiamando.

(Si alza e va nell'altra stanza. Non appena Fabio si è allontanato, Roberto apre le braccia come in una muta e spettacolare imprecazione. Si alza anche lui. E' spazientito. Si aggira per il salotto. Va alla biblioteca sul fondo. Passa in rassegna i dossi di alcuni libri. Osserva delle foto. Una in particolare attira la sua attenzione. Per quel che si può capire, è una foto di gruppo. Una classe di bambini. Si ode, più sensibile, il tam-tam della discoteca. Dalla stanza laterale giunge il ritmo serrato di un dialogo soffocato ma acceso. Le formule della Messa si sovrappongono a rendere del tutto indistinguibili le parole. Infine, qualcosa che va in frantumi. Lamenti. Ancora alcuni secondi e Fabio esce con una paletta per la spazzatura piena di cocci.)

FABIO: Mi perdoni ancora.

(Attraversa svelto la scena. Scompare per pochi secondi nei locali di servizio. Rientra con un bicchiere e un piattino. Li va a portare nella camera da letto. Tutto molto di fretta. Rientra di nuovo. Accosta la porta.)

FABIO: Abbia pazienza.

ROBERTO: Ma ci mancherebbe altro! - Anch'io, non creda, ho fatto di quelle esperienze con mia nonna!...

(Una pausa. Fabio lo fissa con durezza.)

FABIO: Vedrà quando non si tratterà di una nonna, ma di una moglie. Vedrà.

(Ancora rumori di vetri in frantumi. Tale e quale alla prima volta.)

FABIO: Non c'è niente da fare. Avverte la sua presenza. - Sia cortese... potremmo metterci d'accordo per un altro incontro? - Le garantisco: non è così tutti i giorni.

ROBERTO: Se preferisce.

FABIO: Meglio per me, meglio per lei.

ROBERTO: Mi dica quando.

FABIO: Qualsiasi giorno mi va bene. Magari più sul presto. - Nel primo pomeriggio mia moglie, in genere... (Una breve pausa) - Insomma, a quell'ora converrebbe. Per stare un po' più tranquilli.

ROBERTO: Giovedì sta bene?

FABIO: Benissimo.

ROBERTO: (aprendosi in un sorriso quanto mai sincero) Fra l'altro debbo dirle una cosa che forse non si ricorda più. E che la sorprenderà.

FABIO: A me?

ROBERTO: A lei. Proprio.

FABIO: (Alla donna, oltre la porta) Sì, amore, adesso arrivo. (A Roberto) Ci vuole pazienza. - Ma l'ho interrotta. Cos'è che?...

ROBERTO: Giovedì, giovedì.

(Buio.)

SECONDA SCENA

(Luce esterna, pomeridiana, rinforzata da alcune fonti di luce domestica. Fabio entra portando un vassoio con sù una tazzina di caffè e un bicchiere colmo a metà di whisky. Il giovane maneggia, presso un tavolo, alcuni fascicoli estratti dalla sua cartella.)

FABIO: (poggiando il vassoio, di buonumore) Di giorno, con la luce del sole, mi sembra che tutto vada meglio. Sono un fanatico del sole, io. Se si può dire così. E oggi ha visto che bella giornata, eh!...

ROBERTO: (minimamente partecipe, intento a scrivere) Già, pare.

FABIO: Bah... Io mi comporto come se fossimo qui per fare baldoria e lei, poverino... quasi non ci penso che per lei è lavoro. Mi perdoni, sa, ma niente:... quando mi prende l'allegria non mi riesce proprio di trattenerla. Sarà grave? Chi lo sa!

ROBERTO: (sollevando lo sguardo dai fogli e mettendo via la penna) Piacerebbe a me di avere un carattere espansivo come il suo.

FABIO: No, no: sbaglia. Il carattere non c'entra. E' una cosa che viene con certe giornate. E in certe ore precise di quelle poche giornate. Per me, da un po' di tempo è questa l'ora migliore. - Prenda il suo caffè.

(Alzando il bicchiere) Prosit. (Beve) E sa perché quest'ora?

ROBERTO: No, perché?

FABIO: Perché mia moglie esce. (A chiarire meglio) Sì, a quest'ora... esce.

ROBERTO: Ah!

FABIO: E quando esce... io sono felice. Felice per lei - tutto qui. Basta questo.

ROBERTO: Ma uscita come? Da sola? (Fabio annuisce con un sorriso da bambino) Beh, meno male. - No, cioè... ecco, mi sembrava che la signora non stesse molto bene l'altro giorno. - Nel senso, mi capisce... oh, insomma! Meglio così. Evidentemente mi ero fatto un'idea un po' più drammatica di quello che è. Meno male. - E dove se ne va? Dove se ne va di bello? Ha qualche occupazione? Delle amicizie?

FABIO: Così. Amicizie non più molte, ormai. Gente che vede. Gira. Ama passeggiare. Dice che... "Mi ritempra!", dice. "Tu stattene pure a casa a fare il pigrone. Io esco." - E via! Chi la ferma? - Ogni tanto, sì, deve passare qualche oretta riguardata a letto. Le ossa. Scricchiano. Brutta malattia. Non me ne faccia parlare. (Beve) - Oh, non si creda che sia tanto un'abitudine per me (il bere). Lo era. Un pochetto, mica tanto. Ma adesso... da quel dì che si è cambiato registro. E chi è stato a rimettermi in riga? La signora e padrona. - Oh, ma anche prima... giusto in compagnia, nei momenti allegri. Questo è il trucco. Farlo solo per gusto, non per bisogno. Mai per bisogno, e quando si è già allegri. (Beve un sorso, poggia il bicchiere sul tavolo)

ROBERTO: Ha dato un'occhiatina alle carte che le ho lasciato? E' riuscito a orientarsi un minimo?

FABIO: Ma siamo d'accordo, siamo d'accordo.

ROBERTO: Capisco che, a un primo impatto, possa sembrare arabo - ma non è complicato, mi creda. Dispiacerebbe più a me che a lei se dovessi lasciarla insoddisfatta - o, tanto peggio, con qualche perplessità. (Una breve pausa) Noi ci rendiamo perfettamente conto... la nostra compagnia intendo, comprende benissimo e rispetta le esigenze - e lo spirito, direi, con il quale i nostri clienti si affidano a noi... Voi clienti. Lei, ad esempio. I vostri risparmi, dovete capire, non è che siano il nostro guadagno ma il nostro comune, reciproco: nostro e vostro, interesse. - Si fidi. Se ha ancora dei dubbi non si faccia problemi, me li esponga pure.

FABIO: Mi fido, mi fido. - Ho passato la seconda metà della mia vita a fidarmi, sa. E non per scelta ma per obbligo. - Più passa il tempo e più debbo fidarmi degli altri. A tutti i costi. E non solo per me, ma anche per mia moglie. Che si fida di me. Ciecamente. - Bella responsabilità. - E ora... c'è questa cosa che se la mangia da dentro. Domineddio, come ci ha concepiti male la natura! - Ma no, no... quando sono davvero sincero con me stesso dico che non c'entra, che nemmeno è questo. - Mi scusi, forse lei ha fretta...

ROBERTO: Non particolarmente.

FABIO: Prima i nervi, poi le ossa. Adesso è questo, ieri quello - e domani che altro? Cosa? - Tanto lo so: quello che tocca a lei, tocca a me. Dico giusto o sbagliato? - ma perlomeno reagisce. Eccome! - Ah, questo è il mio più grande orgoglio. La vedesse, per strada, che passo svelto, sicuro!... Quasi più oggi di allora. Incredibile, no? (Una pausa. L'altro annuisce con paziente sopportazione) Poi con una giornata così bella perché dovrei impedirglielo? Sarebbe una cattiveria e basta, non trova?

ROBERTO: A occhio e croce direi di sì.

FABIO: (prende i fogli, li controlla) Bon... facciamo annuale allora. Se davvero me lo consiglia.

ROBERTO: Francamente mi sembra la cosa più sensata. Parte della liquidazione le verrà versata immediatamente e il resto lo converte in un fondo a rendere, per di più detraibile dalle tasse.

FABIO: (distraendosi) A proposito... doveva dirmi qualcosa l'altro giorno o sbaglio?

ROBERTO: Già... è che non vorrei farlo prima d'aver definito i nostri affarucci. Trovo odioso fare la parte di quello che mette avanti situazioni personali. Premure esagerate, sono d'accordo, ma ognuno è fatto a suo modo.

FABIO: Personali in che senso?

FABIO: Ma sì, poi le dico.

FABIO: (scostandosi, un po' scherzoso) Ah, no! Mi prenda per un ricattatore, non me ne importa nulla; voglio sapere. Se dice 'personali' mi incuriosisce troppo.

ROBERTO: Personal-professionali, via!... Beh, ecco... Noi ci siamo già conosciuti. Ho fatto i conti e le parlo della bellezza di ventinove anni fa. Facevo la seconda media. A Firenze. Non che io sia di Firenze ma ci stava mio padre per lavoro. Insomma: la mia famiglia, e allora mi hanno iscritto lì.

FABIO: Iscritto dove?

ROBERTO: A scuola.

FABIO: Firenze?... Ho insegnato più di quindicianni io a Firenze. Più di quindici.

ROBERTO: Appunto. Al Voltaire, può essere?

FABIO: Che Voltaire! Al Volta, casomai.

ROBERTO: No, non era Volta - mi aiuti.

FABIO: Che so... Il Gonzaga, il San Filippo Neri...

ROBERTO: No, no - era più tipo Voltaire...

FABIO: Forse era il Berchet...

ROBERTO: Berchet, perfetto! Istituto Berchet. (Indicando un angolo della biblioteca) Quello della foto. - Beh... chiedere che si ricordi di me è forse esagerato, ma io di lei sì che mi ricordo, Professore. - All'inizio, quando sono venuto qua, così e così - ero ancora incerto - ma adesso benissimo.

FABIO: Spero non me ne voglia, ma io davvero...

ROBERTO: No, lasci stare. E' più che logico. Neppure ho terminato l'anno. Come potrebbe mai ricordarsi? Chissà quanti ne avrà avuti, di allievi, in tutta la sua vita.

FABIO: Ventinove anni fa. Si rende conto? Un anno prima di fare questa polizza. Mi dicevano: lei è un pioniere. A Firenze. Trent'anni fa.

ROBERTO: Guardi, posso sbagliarmi di un anno al massimo. Io ne avevo undici. Ero in fasce, praticamente.

ROBERTO: E, mi dica... ero soddisfatto di lei?

ROBERTO: Non brillavo troppo nelle sue materie, confesso. (Andando alla biblioteca) Ecco! Non vorrei dire una sciocchezza, ma questa foto dovrebbe essere proprio della classe dove stavo anch'io. Il cortile lo riconosco perfettamente.

(Fabio va alla scansia. Controlla la foto. Una breve pausa.)

FABIO: E lei qui in mezzo chi sarebbe?

ROBERTO: No, lì non ci sono. Che questa l'avete fatta alla fine dell'anno. Quando già me n'ero andato.

FABIO: (senza staccare lo sguardo dalla foto) Anni d'oro! (Una pausa, poi ripete quasi eccitato) Anni d'oro! - E io credo... di ricordarmi di lei, sa... Mi ripeta il suo nome...

ROBERTO: Roberto Lori.

FABIO: Lori... certo... come no. - E lei era... per caso era più biondo di adesso, è vero? Un po' più biondo...

ROBERTO: Ero biondo, sì.

FABIO: Con i capelli come? Corti corti, o sbaglio?

ROBERTO: Oddio, queste cose sarebbe meglio se le chiedesse a mia madre.

FABIO: Faccia uno sforzo.

ROBERTO: Beh, un pochino, forse...

(Fabio gli si avvicina. Lo carezza sul capo. Con la punta delle dita, leggerissimamente, gli sfiora le guance. Poi si scosta e va a sedere su una poltrona in un angolo.)

FABIO: Certo, forse sì. - Perché dice che non posso ricordarmi? - Altroché, mi ricordo benissimo, invece. - E di voi... di loro (quelli della foto)... tantissimo.

ROBERTO: Beh, questo è molto bello. Non per nulla le eravamo tutti molto affezionati. - Poi, sapesse, mi sono capitati certi insegnanti che non le dico! Da scappare a gambe levate. A volte penso che se fossi rimasto nella sua classe, chissà... forse m'avrebbe fatto amare un po' di più lo studio. (Tornando alle carte) Comunque, se vogliamo...

FABIO: Sa perché sta lì quella foto? Sa perché è l'unica che teniamo fuori?... Perché non sono stato io a metterla, ma lei. Mia moglie. - Anni d'oro! Anni d'oro! - Dio, la gioia che mi sta dando... perché mi dice una cosa... mi dice una cosa... - Ah, sì! L'ha conosciuta, insomma! Ha conosciuto la mia Ninni. - Certo... non che fossimo più dei giovincelli nemmeno allora, ma l'ha conosciuta! Se la ricorda com'era! (Il giovane a disagio, stenta a orientarsi tra i ricordi. Fabio lo stringe dappresso come in attesa di una risposta) Sù, mi dica qualcosa. Ho ragione o no? - Certo che sì! Certo che sì!

ROBERTO: Scusi, ma adesso... è che adesso ho un attimo di confusione... Conosciuta quando?

FABIO: Ma lì, per la miseria! perché le starei dicendo, allora, che questa fotografia è stata lei che ha voluto metterla? (Mostrando) Ma guardi... va bene, ora non consideri che qui insieme ai ragazzi ci sono io - ma... ma... Dio, insomma, le debbo proprio ricordare tutto?...

(Una pausa. Il giovane appare sempre più frastornato) - Mia moglie è insegnante. Come me. Era. Poi ha smesso. - Diciamo, presto. Quasi subito - ma era insegnante. - Allora? Si ricorda o no?... - Ma sì che l'ha conosciuta. Ci pensi!

ROBERTO: Io? Ne è sicuro?

FABIO: Sì. Per forza! Se gli anni sono quelli... - Aspetti, aspetti... ora le faccio tornare tutto in mente per benino. - O Gesù mio, ma tu guarda che cosa pazzesca! Chi l'avrebbe mai detto!... - E si sieda. Per piacere, si rimetta seduto.

(Roberto, stordito da tanta irruenza, non può far altro che tornare a sedere. Fabio, invece, resta in piedi. Si muove di continuo, incapace di rimanere fermo.)

FABIO: Io le dicevo... (Specificando) a mia moglie - Anche troppo glielo dicevo: di continuo, stavo sempre a ripeterlo... - le dicevo... perché era molto delicata, capiscce?... - A vederla così uno non è che l'avrebbe detto, e così... così... beh, il fatto è che la bellezza, insomma, dà sempre un'idea di salute. Perché fa invidia. Come la salute. E lei... ah, se avesse avuto tanta salute quanta bellezza!... Oh, non che fosse malata, no! Solo delicata. Allora le dicevo: inutile che ti stanchi fuori. Finché basta il mio... - Giusto o no? - Ma non per tenerla a casa, sia chiaro. Non mi faccia così meschino. Anzi, uscire era bello. E si usciva. Conosce: ... 'Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale...'? - Ecco: la nostra storia. - E facevano tanto d'occhi a vederci, mi creda! Tanto d'occhi. - Eravamo come mischiati. In tutto e per tutto. Mischiati. - Oh, non storca il naso! Impossibile trovare un'altra maniera per dirlo. E' l'esperienza che mi impone e che mi dà il diritto di usare questa parola. - Io non vedo cos'altro, nell'universo mondo, possa dirsi tanto mischiato quanto lo siamo stati e quanto lo siamo mia moglie e io. E la gente, tutti, ci voleva così: insieme. Solo insieme. Guai a incontrarci separati. Mica esagero. - Ma perché vederla faticare? Stancarsi... - Sciuparsi... - Fosse stata poi, per lei, un'esigenza di quelle a cui proprio non si può rinunciare, avrei potuto capirlo. "Certo, diceva, buttare via una laurea in questo modo mi sembra uno spreco." - "Ma che c'entra buttare una laurea!, dicevo io, - Se tu non avessi fatto l'Università non ci saremmo mai conosciuti." (Ride) E così, zac!, le davo scacco matto... anche se non era vero che ci eravamo conosciuti all'Università, ma lei non se lo ricordava, allora faceva 'sì' e non fiatava più. - Però un po' la voglia, dentro, un po' me ne accorgevo che ce l'aveva di provarci. Non tanto, ma una volta almeno. Poi anche, magari, per come vedeva me tutto entusiasta com'ero della scuola, dei ragazzi...

(Giunge, da sotto, il tam-tam della discoteca. Più attutito rispetto alla scena precedente.)

FABIO: O santo cielo, è già ora?... Li sente che cominciano?...

ROBERTO: (controllando l'ora) In effetti, sono un po' in anticipo. Ma così presto chi ci va?

FABIO: Cialtroni!

ROBERTO: Però non mi sembra un gran baccano. Meno peggio dell'altro giorno.

FABIO: Un istante e finisco. - (Riprendendo veloce) Non sto ora a dirle il come e il perché, fatto sta che... diciamo, insomma, i primi acciacchi, via!, e debbo starmene, tra ospedale e casa, a letto per un paio di mesi - allora m'è venuto naturale di proporle: "Parlo col preside. - Vacci tu al mio posto!" - E così è andata lei per quell'anno, e poi anche un periodo l'anno dopo e quello dopo ancora. E proprio in quella classe: nella sua. Se la ricorda adesso? - Eh? Se la ricorda?...

(Una pausa.)

ROBERTO: (sforzandosi) Guardi... in certo qual modo, se faccio mente locale...

FABIO: E avanti! Se la ricorda? - Ma si sbrighi!

ROBERTO: Per un periodo, sì, c'è stata una supplenza.

FABIO: Vede!

ROBERTO: Mi pare, sì... una supplente che venne al posto suo.

FABIO: Era lei! Era lei! (Il tam-tam si fa più forte) Oh, no!...

ROBERTO: Vagamente, ma ricordo.

FABIO: Forse è meglio che vada.

ROBERTO: Se me la descrive forse mi è più facile metterla a fuoco.

FABIO: Io... noi... - Sto abusando della sua cortesia. Sicuramente... sicuramente mi ha consigliato nel modo migliore. Ci penserò.

ROBERTO: No, dico sul serio. Sa, per me sono barlumi. Ero un bambino...

FABIO: (sulle spine) Vada, la prego. Non mi sento molto bene.

ROBERTO: Perché la coincidenza certo che, accidenti... quando uno dice: i casi della vita!...

FABIO: (tappandosi le orecchie) Io una bomba gli ci vado a mettere là sotto! Una bomba!

ROBERTO: Ma sì, come no... una signora giovane, bella...

(Dall'altra stanza si ode, d'improvviso, il nastro inciso coi riti della Santa Messa. Una pausa di forte imbarazzo.)

FABIO: (come sconfitto, pieno di vergogna) Che delusione, vero?... Un maestro bugiardo. (Accende la radio già sintonizzata su un canale che trasmette musica classica) Forse un po' di musica buona è più gradevole. Mi scusi. (Porta la radio nella stanza da letto. Rientra. Accosta la porta. Ancora una breve pausa) Non volevo prenderla in giro con quella storia della passeggiata, era... era solo che...

ROBERTO: (deciso) La prego!... Sennò, guardi, va a finire che sul serio mi mette in imbarazzo.

FABIO: Certo, penserà: chi ne dice piccole, di bugie, può dirne anche di grandi.

ROBERTO: Per carità, ora è lei che vuole darle importanza a tutti i costi.

FABIO: Ne ha, invece! Eccome se ne ha. - Ma ero davvero... quando lei è venuto... ero davvero felice come sembravo. Perché questa casa, gliel'ho detto, vi sono ore del giorno in cui torna normale. Una casa serena. Dove si può parlare normalmente. - Beh, abbiamo parlato normalmente, no?... E si può ricevere. Oh, nulla di che... ma un amico... - Me ne vuole se la considero un amico? - D'altronde... un vecchio allievo. - (Va a versarsi da bere) Offrire un caffè... bere un goccetto... - Sono lampi. Ma che sollievo! io, in genere, me li vivo da solo. - E sa quando? Quando mia moglie riposa. - Quando riposa è tranquilla. Davvero una signora della sua età. Senza un anno di più. - Come me. Che sono più giovane di lei, sa... - Di poco, ma più giovane. Quando stiamo a parlare, però, le dico che sono io il più vecchio. Più grande, dico. E lei, che non si ricorda bene, è contenta.

Ah, i nervi! - Brutte bestie. - Quando dorme, invece... clic - come se si spegnesse tutto.

ROBERTO: Mia nonna uguale, la stessa cosa. Ci fa impazzire tutti a casa. Cioè, mia madre e mia sorella che ancora ci vivono insieme.

FABIO: (con forza) E la pianti con sua nonna! Io le parlo di una moglie, non di una nonna! - (Si agita. Vorrebbe dire. Tace e riprende) Io... dico me sottoscritto - io ci sono... stato - capisce che vuol dire?... Ci sono stato in quel corpo. Le mie carni - queste carni! - hanno vissuto e vivono in nome di quelle - e ora sa che le dico? Che le riconoscono ancora. Non è sciocco né indecente, mi creda: le vogliono ancora. Ma proprio quelle di adesso, che nessun altro ormai più si azzarderebbe dico solo a pensarlo - quando invece prima... oh, prima! Erano il sogno di tutti talmente era bella. Mi ripetevo: anche chi non la conosce la desidera. Perché chiunque sogna di averla una donna così. Bella! E ci tremavo per questo. Le prendevo il viso tra le mani e la imploravo: "Non guardarmi con quegli occhi che giurano. Domani amerai chi non hai mai amato." - Ma bella tanto che anch'io riuscivo quasi ad esserlo insieme a lei. - E, solo a vederla, tutti giù... inchinati sino a terra. Rispettavano me perché ammiravano lei. - Ma poi l'ha visto, no! - dice che se la ricorda. Se la ricorda, no?...

ROBERTO: (mentendo) Senta, non vorrei confondere una cosa per un'altra...

FABIO: Diceva di sì.

ROBERTO: (c.s.) Beh, se tanto bella come dice... forse sì.

FABIO: Se solo fosse stato un po' più grandicello se la sarebbe ricordata, eccome!

ROBERTO: (dopo aver alzato lo sguardo a un ritratto sul muro, azzardando) Bionda...

FABIO: Bionda, sì bionda! - Vede. Vede! Non era possibile che non se la ricordasse!

ROBERTO: Di più, però, non mi chieda.

FABIO: Rispettata. Ammirata. Si usavano per lei delle cortesie che io non ho mai visto per nessuno. Le giuro: per nessuno - e oggi è curioso... è come se le cose si fossero un po' invertite. Sa in che senso?... Nel senso che quando, non so... dire un amico forse è un po' troppo, ma qualche giovane - per me, voi, siete tutti giovani - qualche conoscente ci viene a trovare - Beh, io lo so che viene a trovare me. Me. E che mi viene a trovare... nonostante lei. E verrebbero anche volentieri ma intanto vengono sempre di meno. poi chi viene dice: "Come stai?", e subito s'accorge che avrebbe dovuto dire: "Come state?' - Perché a me dispiace. Perché a me importa più di lei che di me. Allora aggiunge: "E Ninni?" - perché sanno che questo è quello che serve per farmi parlare. Però mi arrabbio, e a maggior ragione gliela impongo. Sa cosa faccio? La faccio venire di qua... Sì, proprio. La porto di qua. Lì, in poltrona. Sul trono. - E chiedo mille cortesie - con lo sguardo chiedo mille cortesie a chi è venuto a trovarmi: 'Ti scongiuro, falle sentire che esiste.' - E così sono carini con lei. Lo fanno per me. Chi mi vuole bene lo fa per me. Ma io lo so che... se mi giro o m'allontano... irrita, capisce? - E non c'è colpa, no. Anche chi prova fastidio... io sono sicuro che è il primo a dispiacersi per questo, ma non può farne a meno - è più forte di lui. Me ne rendo conto. Irrita. (Una pausa) Già. Proprio quello che penso debba accadere anche a lei, caro Roberto, con sua nonna. - Sbaglio?

(Una pausa. Roberto è sconcertato. Si alza. Vorrebbe andarsene; addirittura fuggire via, ma sente l'obbligo di fermarsi ancora. Poi ha la sua pratica da chiudere.)

ROBERTO: Professore... non me ne voglia se dapprincipio, preso un po' alla sprovvista, ho stentato a ricollegare. A questo punto, certo... tutto quello che potrei dirle sembrerebbe voluto. Ecco, tipo le carinerie a cui si riferiva adesso. Ma, mi creda, non è così. - E' difficile, davvero, passare con la memoria attraverso tante di quelle età!... Io, poi, ho vissuto un'infanzia talmente a destra e a sinistra. Sempre a cambiare, di qui e di lì. - Per lei, naturalmente, è diverso. Ma i trent'anni che sono passati, se non di più, sono due mondi così lontani. Cioè, intendo: i miei trent'anni e i suoi. Non me ne faccia una colpa.

FABIO: Gliene ho fatto una colpa? Non mi sembra.

ROBERTO: (prendendo confidenza con le sue invenzioni mano mano che dà loro corpo) No, ma mi sento a disagio. Soprattutto perché è vero - è vero che adesso mi ricordo benissimo. Ma ha ragione anche in questo: fossimo stati... o fossi stato io un po' più nell'età del desiderio... (Andando alla foto per indicare qualcuno) Dica, lui se lo ricorda? Era il più grande della classe. Insomma, ne aveva l'aria. Di me, sicuro. - Io stavo in banco con lui. - Beh, era il più innamorato di tutti noi. - Sì, della sua signora. Lo erano tutti chi più chi meno. Ah, ma lui aveva proprio perso la testa... - Non me l'invento, giuro. Diceva di sognarla tutte le notti - ma tutte tutte. Lo so perché me lo raccontava. Sì. La prima cosa che faceva ogni mattina - e la prima che io mi aspettavo ogni mattina: di sentirmi raccontare il sogno che aveva fatto. - Dio, com'era possibile che me lo fossi dimenticato! - Me la consente una piccola confidenza? - In questo modo finii quasi con l'innamorarmi anch'io. Davvero! - Mi ero talmente appassionato ai racconti di quel suo amore - e di quei sogni!... E come me tanti altri. Ma gliel'ho detto: tutta la classe. (Una pausa) Ha fatto bene a insistere. Mi ha risvegliato un ricordo dolcissimo. - In tutta sincerità debbo ammetterlo - e quasi che me ne accorgo adesso: la prima volta che l'amore ha cominciato a riguardarmi, sembra incredibile, ma si lega proprio all'immagine di sua moglie. - Oh, non se ne avrà a male spero. Dio mio... eravamo bambini talmente sciocchi; e tanto poco svegli. Io, poi, soprattutto. - E' curioso, no, come spesso ci teniamo da soli delle cose segrete a noi stessi. Come io questa. (Una pausa) Beh, mi dispiace, oggi, di saperla così nelle condizioni in cui mi racconta.

(Un silenzio.)

FABIO: Perché dovrei avermela a male? Gliel'ho spiegato: sarei stato geloso di lei, amico mio, anche se non l'avesse mai conosciuta. - Ora vado di là. La guardo. Punto per punto. - Per distinguerla - e mi dico: sarò così vecchio anch'io? (Una breve pausa, poi quasi con un sorriso) Ogni tanto mi concedo di questi egoismi.

(Impugna una penna, torna alla polizza)

Dov'è che debbo?...

ROBERTO: (animandosi) Lì in fondo, tutti e quattro i fogli. (Mentre Fabio firma) Poi passerò io o un altro mio collega a lasciarle la cedola per lo sgravio fiscale.

FABIO: (una pausa. Fabio fissa l'altro intensamente, quasi commosso) Sincerità: ... ha imparato qualcosa da me? - Qualcosa che le è rimasto?

ROBERTO: E c'è bisogno di domandarlo? - Pensavo di averglielo fatto capire.

(Un silenzio.)

FABIO: Caro Lori... - C'è nel mondo una religione, non alta, mortale come ogni essere umano. Che non sovrasta ma che accompagna. Che non subordina gli uomini a Dio. Dura, incisa nelle carni. Che incatena ciascuno al proprio destino. - E' la mia. (Una pausa) Non posso averle insegnato molto più di questo.

(Un silenzio.)

FABIO: E bravo Lori! Ha fatto la sua strada. Sono contento. - (Distraendosi) Quali sono le carte che debbo tenere io?

ROBERTO: Gliele ho lasciate lì, sul tavolo. Non le perda. Sarebbe un pasticcio per i duplicati.

FABIO: Oh, in questa casa le carte sono al sicuro. Qui non ne produciamo ma sappiamo conservarle. Un giorno se torna a trovarmi voglio farle un regalo. Le dico cosa se però prima mi promette di tornare.

ROBERTO: Certo che torno.

FABIO: Teniamo ancora da parte tutti i temi che vi ha fatto fare lei... tutti. Mi è costato una piccola scorrettezza ma veniale, le pare?... La divertirebbe rivedere i suoi?

ROBERTO: Per carità, ci sarebbe solo da vergognarsi!

FABIO: Ma no, perché?... Vedrà, sarà una lieta sorpresa. Sapeva inventarsi di quei titoli!... Ancora oggi a buttarci l'occhio sbalordisco... - Cosa non era capace di tirar fuori da certi capoccioni che non le dico! Con me una frana, con lei degli scrittori. Ma se li ricorda quant'erano belli i temi che vi dava...

ROBERTO: Oh, sì sì, bellissimi... e in ogni modo, guardi, insisto che non è il caso di fidarsi di me. Tornare torno ma, la prego, niente temi.

VOCE DELLA DONNA - Fabio! Fabio!

(Un breve silenzio.)

FABIO: No, non mi sta chiamando. - Sa mia moglie cosa crede di fare quando grida così? - Ora la faccio ridere. Pensa di cantare.

(Una breve pausa, poi Fabio si picchietta la tempia con l'indice destro come per indurre, cinicamente, l'altro a sorridere di questa stramberia della donna. Dopo un'esitazione Roberto replica il gesto del vecchio. I due si guardano ben dritti negli occhi e quasi ridono. Buio.)

TERZA SCENA

(Luce diurna, ma non accesa. Fabio è seduto in poltrona. Solo. Ha tra le mani un mazzo di fogli protocollo piegati per lungo: temi corretti. Impugna una matita. Si tiene sulle ginocchia molte carte. Fotografie, lettere, quaderni. Tutte cose recuperate da scatole di cartone tenute vicino, in terra e sul grembo, e contraddistinte da grosse date segnate a pennarello. Ancora si possono scorgere dei cassetti aperti in giro per la stanza. La porta della camera da letto è totalmente spalancata. Ne proviene della musica. Diversa da quella ascoltata nella scena precedente. L'uomo parla indirizzando la voce in quella direzione.)

FABIO: (biascica leggendo da un tema con il ritmo di un metronomo, quasi in apnea)

'... Poiché le città sono un covo di tutte quelle cose che io per me magari viverci se ci debbo vivere ci vivo ma non ci vorrei mai morire in mezzo io no...' (Volta il foglio, legge il nome) Giussani. - Punteggiatura, Giussani, punteggiatura... (Correggendo con la matita) Le città sono un covo di tutte quelle cose che io, virgola... (scrive) a viverci immerso, virgola,... senza il 'magari'... posso anche riuscirci ma... ecc.ecc. - (Passa ad altri temi, li sfoglia)

Malerba... Guidi... Marinelli... Eppure l'anno è questo, possibile che non ci sia niente?... Borla... e chi è 'sto Borla?... (Legge) '... Perché quando mi è morta la mamma non ci avevamo ancora smesso di pensare a quando era morto il papà...' (Correggendo) Senza il 'ci'... Non avevamo ancora smesso... (a lei) Questo mica glielo avevi corretto...

VOCE DELLA DONNA - (forte, stonata) Gagni... Gagni...

FABIO: Buona, tesorino, sta' buona... (Riprende a sfogliare i temi) E basta... poi qui sono finiti... Borla... Rovelli... Gennari... - Finiti. (Va a rovistare nella scatola nella quale, evidentemente, stavano i compiti. Tira fuori alcune lettere e altra corrispondenza. Passa tutto in rassegna. D'un tratto si blocca su di una cartolina. Lo sguardo gli si illumina. Si alza in piedi. Muove alcuni passi. Se la rigira tra le mani. Poi la sua espressione cambia. Aguzza lo sguardo; osserva meglio. Quasi stordito e cupo si lascia nuovamente cadere sulla poltrona senza curarsi di ciancicare lettere, temi e carte varie che ci stanno sopra. Una pausa. Infine...) Mai t'ha conosciuta, mai! - Sai che vuol dire mai?... Mai. - Oh, sì che ci stava in quella classe, come no... col piccolo particolare che c'è stato l'anno prima, mica il tuo. Hai voglia a cercare!... E ci faceva pure le finte: (facendogli il verso) Professore mi creda, eravamo tutti innamorati eravamo... - Razza di bugiardo! (Brandendo la cartolina) Eccola qui una cartolina del signorino arrivata due mesi prima che cominciassi tu. Sua. Firmata. Coi saluti a me, al caro signor Preside e a tutta la combriccola... dice pure che ci rimpiange... e che - che... (Legge) i nuovi professori lo hanno trovato mooolto idoneo... Con tre "o" ...mooolto idoneo... - Merito mio, dice! - Serpe ipocrita! Mica me l'invento. Sta qua. Carta canta. E come insisteva! E come ci si divertiva a godersi l'effetto che mi facevano tutte le fregnacce che si inventava... Cialtrone! Ah, però questa me la paga... (Andando a recuperare da terra fogli e fotografie) Ma la faccia... la voglio ritrovare io quella faccia lì... perché l'ho capito chi è... ah, se l'ho capito! Già individuato... farabuttello da due soldi! (Annaspando trova una grande foto di classe, la serra tra le mani e la scruta ben fissa. Poi impugna la matita e scorre, come fosse una pagina scritta, la superficie della foto) Andiamo Lori... vieni fuori! (Controllando sul retro) Di che anno è? Sì, giusta... - me lo ricordo, sai, com'è che ti chiamavo: 'Lori vieni fuori', ché stavi sempre a nasconderti dietro le spalle dei compagni. (Facendo delle croci con la matita) Questo no... questo no... questo è Marinelli, via! (Croce) ...Costieri, Filipponi - via! (Croce. Poi una pausa. Scosta la matita, osserva e, con altro tono; più mesto...) Oh gesù, ma vedi chi c'è... Santandrea, poveraccio... e già che questo era il triennio suo... (Forte) Amore... te lo ricordi Santandrea quello della moto, che ce l'hai avuto anche tu prima della disgrazia?... L'ho ritrovato nella fotografia dell'anno avanti, poveretto...

VOCE DELLA DONNA - Gagni. E' Gagni!

FABIO: Che c'entra Gagni? Sto dicendo Santandrea, il corridore... Bah... (Fa una croce) Via! (Si sofferma di nuovo, si domanda se mai abbia trovato quello che cerca) E questo qui?... (Si massaggia una spalla) Ahia, il braccio... No no, questo è... Oh accidenti! - Come faceva quello che rovesciava le parole, che era la tua passione?... Tipo Gesuampaolo... Giustampaolo...

VOCE DELLA DONNA - Gagni... Gagni...

FABIO: E ci rifai! Ti dico quello che parlava al contrario, quello per cui stravedevi tanto... Vabbè non ci pensare, dopo cerco in mezzo ai compiti e te lo ritrovo come si chiama... (Fa una croce) Via! - In faccia lo voglio vedere, dritto negli occhi!... - Ha voluto prenderci in giro, ecco la verità. Che tutti si sentono in diritto di venire a prenderci in giro. I padroni del mondo, hai capito?... E sai che bell'impresa! Complimenti!

VOCE DELLA DONNA - E' Gagni!

FABIO: Ma vuoi piantarla con questo Gagni!...

Lori si chiama: Lori. - Dio, ma perché continua a venirmi in mente la faccia di-di... di uno biondino, coi riccetti a cavatappi?... Ce l'ho proprio stampata, guarda, stampata... - Ma sì: quello che aveva il padre di carriera nell'esercito e che diceva che dovevano spostarsi di continuo da una caserma all'altra... (Forte) Ninni, te lo ricordi quello che ci mandava sempre la colomba pasquale delle Forze Armate?... Oh! Hai capito chi dico? Il papà l'hai conosciuto anche tu: che ci ha invitato con tutta la classe a vedere l'esercitazione delle Frecce Tricolore e ci siamo andati insieme... - Non ti ricordi se si chiamava Lori?... - che avevi l'abito chiaro, quello largo sotto. Preso a Roma il giorno prima di trasferirci. Coi fiori blù...

VOCE DELLA DONNA - Gagni.

FABIO: E insisti! Ninni, per cortesia, non mi fare inquietare. - (Ripensandoci) Ma poi no, che fesserie sto dicendo? Se il campo dove ci hanno portato, diavolo, mica era a Firenze - quello è stato quando eravamo giù nelle Marche. Figurarsi: il calciatore ha fatto. Sì, erano due: tutti e due calciatori: uno biondino e l'altro grassoccio pel di carota che poi, crescendo, dovresti vederlo: un chiodo è diventato. Un chiodo. Io l'ho rivisto qualche anno fa. Non mi ricordo se di persona o in televisione. Un chiodo. Sono rimasto come uno scemo a bocca aperta. - Anche di quello... dovessi ridirti il nome... (Una pausa) Ah, ma lo pizzico! Vedrai tu se non ci riesco! (Una pausa, poi secco) Toselli era quello delle Forze Armate: Toselli! - (Correggendo) Goselli - Gosetti - (Una pausa) O Valli?... - No, non Valli: Valle. Anzi, tutti e due ce li ho avuti: Valli e Valle. Il primo, capirai... che era ancora agli inizi. Con Adami, Guanti, Mecozzi... i fratelli Calmuto - in galera: prima l'uno, poi l'altro. - E coso, lì... il meticcio... Rayad... Mayad - con l'amichetto suo - Gaggi. (Più direttamente alla donna) Gaggi si chiamava quello che dici tu. Non Gagni. Giù nella Sila. - E dove li metti, poi, quelli tutti in rima?... Uh! L'anno delle rime... - Mori, Fiori, Ristori, Pastori, Lori... - Ma no no! Che diavolo c'entra Lori? Qua è roba di almeno dieci anni prima!...

VOCE DELLA DONNA - Gagni! Gagni!

FABIO: E va bene, era Gagni! Contenta? (Con un gesto di furia mandando all'aria scatole e fogli) Mosche! Mosche! Ecco cosa sono. All'inferno! Non sarete mai parole. Nomi! Nomi senza faccia e facce senza nome! S’arruffano più che i capelli in testa. Ma che s’impicchi! Maledetto lui e quando ci è venuto in casa! A prenderci in giro, ecco perché: solo per questo. Ma chi l’aveva pregato di raccontarmi quel mucchio di balle? Chi? E magari - magari si sarà anche sentito un santo a dispensarci le sue pietose bugie... ma neanche: proprio villania! Villania! - Mi diceva: mai conosciuta, e chiuso. No! Doveva trovarci il suo spasso, lui! anzi, meglio! te lo dico io perché: per fare i suoi sporchi affari. Capirai, avrà pensato: ora lo faccio contento e quello mi firma! (Applaudendo rabbiosamente) Congratulazioni, Lori, congratulazioni!... L’azienda è orgogliosa di lei, continui così!... (Inferocito va ad aprire un cassetto, ne tira fuori una cartellina e, dalla cartellina, i documenti dell’assicurazione) Volpi! Questo diventano: volpi con zanne di lupo!... (Facendo in mille pezzi le carte) Ma io non ci sto a fare i vostri comodi! Io non ci sto a lastricarvi la strada con il nostro sangue... No no e no! Qui si vive ancora una vita vera, che voi non conoscerete mai... mai la conoscerete, mai!... (Respira con affanno, è esausto) Eccoli i nostri giovani: tanto di cappello! Le nuove leve... arrivano lì che sono tutto futuro, tutto futuro - e che sarà mai il futuro? Vita che passa è il futuro. E che passa male. - Basta che offendono... Non chiedono di meglio e non la smetterebbero mai. La sola gioia della vita: offendere. Siano maledetti! - Ah, ma le scontano. Queste sì sono le colpe che uno poi deve scontare. Ti vengono dentro - tutti carini - e ti chiedono pure ‘permesso’, ti chiedono - e tu li fai entrare. - E li lasci lì, che ti si mettono accucciati nel cuore. Per un minuto, pensi, che potrà mai essere? Invece anche quel minuto gli basta. Ti tirano fuori quello che hai di più segreto. Di più tuo - e ci sputano sopra. Per ridere lo fanno, che ti credi? Per ridere. E’ perché debbono arrivare, loro! Perché debbono arrivare, e allora giù cadaveri a tutto spiano! Perché, hai capito... sono giovani e cosa gli costa di sputarci sulla vita: sulla loro e su quella degli altri? Niente gli costa. - Giù una bella risata e chi s’è visto s’è visto!

(La musica viene spenta. Fabio va presso la soglia della stanza.)

FABIO: Cos’è, amore? - Vuoi che ti porti via la radio? (Un silenzio) Vuoi il tuo nastrino?

VOCE DELLA DONNA - (improvvisa, quasi gridando) Era Gagni! Era Gagni! Era Gagni! Era Gagni! Era Gagni! Era Gagni!

(E mentre lei insiste, petulante, a invocare quel nome, lui crolla a sedere, affranto, tra le sue carte. Buio.)

QUARTA SCENA

(La donna è in scena. Seduta in poltrona. Di tre quarti, e presso la soglia della camera da letto. Anche il tavolo è stato spostato in quella direzione. Appare malvestita. Non perché abbia indumenti di poco conto, piuttosto perché li indossa senza grazia. Presso di lei sta il giovane che le porge alcune carte. A tratti l’uomo darà la sensazione di essere infastidito da qualche cattivo odore. Luce artificiale, non diurna.)

ROBERTO: Se per cortesia mi firma anche qui. (Lei lo fissa con uno sguardo apatico) Signora, stia tranquilla - già gliel’ho detto. Si fidi. Non è una cosa per cui c’è da aver paura. Anzi: è una cosa buona. Nella disgrazia è una cosa buona. Così, almeno, i soldi che suo marito aveva fatto fruttare adesso potrà averli lei. (Una pausa, poi per essere più chiaro) Fruttare nel senso di messo via. (Silenzio) Ma mi ha capito o no? E’ la terza volta che glielo spiego, fosse la prima. Sù, firmi, per piacere. E’ l’ultima firmetta che le chiedo, poi guardi... le giuro che non la disturbo più.

(La donna lo fissa ancora, quasi implorante. Lui le offre una penna. Quasi a imporgliela.)

ROBERTO: Ma cosa direbbe, eh?... Cosa direbbe il Professore se la vedesse comportarsi così - Lo sa che questi soldi li stava tenendo da parte per lei? - E come ci teneva! Sempre a domandare: ma poi è sicuro che a fare così e così non ci sono problemi per mia moglie se mi succede qualcosa? E hai voglia a consigliarlo per convincerlo. L’unico pensiero che aveva era di saperla tranquilla. L’unico. E dunque?

DONNA: Era buono buonissimo.

ROBERTO: E certo che era buono, poveraccio. E appunto perché era buono non vuole che ora, se potesse vederla, sia contento di lei? Ci rifletta. - Lo sa che, invece, a mostrarsi tanto ostinata gli darebbe solo un dispiacere? Un grande dispiacere. - Andiamo, signora, sia gentile... Non mi faccia passare tutto il pomeriggio a pregarla.

DONNA: E se lo faccio? - Cosa succede se lo faccio?

ROBERTO: Se lo fa, contenti tutti. Noi qui, e suo marito lassù da dove la sta guardando.

DONNA: C’è pericolo. No, c’è pericolo.

ROBERTO: Ma gliel’ho letto quello che c’è scritto!... Perché non mi vuole credere?

DONNA: E io non l’ho capito. Non l’ho capito.

ROBERTO: Perciò gliel’ho spiegato. E mica una volta: tre. (Poi, raccogliendo tutta la sua pazienza e quasi sillabando) Sono soldi. Quattrini. Soldi. Soldi per lei. Quelli che stava mettendo da parte il Professore quand’era vivo e che adesso l’assicurazione deve pagare a lei. (Un silenzio. Lui guarda l’ora, poi quasi tra sé, allontanandosi infastidito) Ma tu guarda se tutte a me devono capitare! Più dura di un mulo!

(Ha imprecato in modo sordo e subito si dispiace per quello che ha detto, anche se è sicuro che l’altra non l’abbia sentito.)

ROBERTO: Ma prima, allora, perché l’ha fatto? - Si era convinta. Le altre carte me le ha firmate - e ora questi capricci!... (Una pausa, poi la donna solleva la mano a ricevere la penna) Oh, Deo gratias! Ci siamo decisi finalmente! (Le dà da scrivere) Qui: sopra la lineetta.

DONNA: (tracciando, lentissimamente, la sua firma) Fabio!... Fabio!...

ROBERTO: Ecco, facciamoci una bella cantatina e siamo a posto.

(Lei ha firmato. Lo guarda con occhi sbarrati, pieni di domande. Lui ne è turbato. Si scosta. Poi si riavvicina. La scruta. Allunga una mano a carezzarle, lievemente, i capelli.)

ROBERTO: Ma può muoversi? (La donna tace) Come ha fatto a mettersi seduta su questa poltrona?

DONNA: Da me.

ROBERTO: E per mangiare?

DONNA: Da me.

ROBERTO: (riprendendo il foglio firmato) Non le faccio più paura, vero?

DONNA: A me basta... che una cosa fa rumore.(Una pausa) I nervi. Dicono. (Una pausa. Poi, mostrando le dita) E i denari?

ROBERTO: Non si preoccupi, è tutto a posto. Ci penseremo noi a farle un accredito sul numero che abbiamo del suo conto corrente. (Per spiegarsi meglio) In banca.

DONNA: (in un soffio) Gagni.

ROBERTO: Come ha detto, scusi?

DONNA: E’ Gagni, lei. Vero che è Gagni?

DONNA: Signora, temo si stia confondendo. Qualsiasi cosa le occorresse, comunque...

DONNA: Gagni.

ROBERTO: (a tagliar corto) Sì, Gagni. - Le lascio un mio biglietto. Non lo perda. E disponga pure di me. Nel caso poi riuscisse a recuperare una copia della polizza mi farebbe una cortesia. (Una pausa. Poi, scostandosi) Prima di andare vorrei ripeterle quanto mi abbia addolorato quello che è successo. Spero non suoni banale. E’ una fortuna, sa, conoscere persone tanto amate quanto lo è stata lei. - Cose che insegnano. (Un silenzio) Le chiavi che mi ha dato la portiera per entrare... che faccio? Le riporto giù?

DONNA: Brutto odore.

ROBERTO: Un po’ di chiuso, forse.

DONNA: Apro?

ROBERTO: Per carità, stia. - A queste, allora, ci penso io.

DONNA: (secca) Arrivederci. (E guarda dinnanzi a sé. L’uomo non si muove d’un passo. Dopo una breve pausa, lei riprende a parlare come se fosse rimasta sola) Ecco. Se n’è andato. - Io lo so che ci stanno cose che fanno brutti odori. Lo so benissimo. Ma qui no. Se n’è andato. - Gagni. - Mi farò da mangiare. E me lo porterò qui. (Tace. Non muta direzione allo sguardo) Ecco, lo sto facendo.

(L’uomo, ascoltandola, ha terminato di sistemare le sue carte. Ora è alle sue spalle e sta, cartella sotto il braccio, fermo a guardarla. Infine)

ROBERTO: Sù, coraggio - un piccolo sforzo: resista.

(Tace. Lei allunga il braccio sul tavolo. I suoi occhi non seguono il gesto della mano che raggiunge un bicchiere, lo aggancia con le dita inerti e lo fa cadere in terra. Roberto lo prende come un segnale. Si avvia verso l’uscita. Si ferma sulla soglia. Ancora una sguardo alla donna. Poi va. Una pausa.)

DONNA: (d’improvviso) Fabio!... Fabio!... Fabio!...

(Tace. Fredda. Da sotto, appena percepibile, si ode il tam-tam della discoteca. Lei recupera dal tavolo il mangianastri, se lo sistema sul grembo. Lo accende. Si sentono le formule della Santa Messa, presto coperte del ritmo frenetico che viene da oltre il pavimento.

Alcuni secondi così, poi buio.)

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