L’esame

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L’ESAME

Un atto

Di ANTONIO CONTI

PERSONAGGI

LORENZO AURENZI

PROF. DE LISI

ADA CERVI

VIORDI

LUISA

UN BIDELLO

Commedia formattata da

Ambiente di passaggio, più che lavoro, fra gli uffici di segreteria in una Università. Pochi mobili, fra cui una. piccola scrivania. Un uscio in fondo, uno a destra, e un altro a sinistra. Quello di fondo immette su un corridoio; quello a destra (dello spettatore) negli uffici di segreteria; quello a si­nistra in un'aula.

 Lorenzo Aurenzi            - (dimostra poco più di sessanta anni, è un po' curvo, ha la barba e i capelli qua­si del tutto bianchi; indossa un abito logoro e stinto, ma decente. Entra da destra e, prima di chiu­dere l'uscio, si rivolge a salutare ancora) Di nuovo, signor se­gretario... La riverisco... I miei ossequi, signorina... (S'inchina, chiude. Va alla scrivania, sulla quale sono alcuni libri, dispense, quaderni, il cappello e il basto­ne: prende tutto e si avvia verso il fondo. Ma, sul punto di aprire, una voluminosa dispensa gli sfug­ge da sotto il braccio e invano egli cerca di riafferrarla: che, anzi, il moto brusco gli fa perder la stretta delle altre cose, e i libri, le dispense, i quaderni, alla rinfusa, si sparpagliano per terra. Nella confusione gli cadono anche gli occhiali frantuman­dosi sul pavimento. Ha un gesto disperato, con le mani nei capelli) Oh, povero me, povero me . (Si accinge, curvo, a raccogliere le cose sparse).

Luisa                                - (impiegata di segreteria, entra da destra) Che diavolo le è successo, maestro ?

Aurenzi                            - Ah, è lei signorina?... Non vede che guazzabuglio mi è capitato?.'... E' un guaio, guardi: tutti i fogli buttati un po' qua un po' là, proprio adesso che dovevo ripassare le dispense...

Luisa                                - (lo aiuta a raccogliere) Oh, ma vedrà che in un momento rimettiamo tutto a posto...

Aurenzi                            - Grazie, signorina, ma non si incomodi tanto. Il signor segretario potrebbe in­quietarsi...

Luisa                                - Cosa vuole, per due minuti...

Aurenzi                            - Lo vede, eh? signorina, che cosa capita quando si torna studente a sessant'anni.

Luisa                                - (guardando i numeri delle pagine) Ven­titre... non trovo il ventiquattro...

Aurenzi                            - Mah!... Io non mi ci raccapezzo. Anche gli occhiali si son rotti. E adesso come faccio?. Come faccio a rileggere qualche co­sa... almeno i sunti...

Luisa                                - Non si impressioni. Vedremo di rime­diare.

Aurenzi                            - C'è poco da rimediare: da un mo­mento all'altro arrivano i professori, comincia­no gli esami e io, che contavo di ripassare, in questa mezz'ora, tutte le date, per ricordarmele meglio... Capirà, ho così poca memoria, ormai... Ecco il ventiquattro...

Luisa                                - Benissimo. Vede come facciamo pre­sto?

Aurenzi                            - Lei non può capire, signorina, che ossessione ho io delle date. Le confondo con una facilità che mi sgomenta.

Una voce d'uomo            - (da destra) Signorina!

Luisa                                - Eccomi, cavaliere.

Aurenzi                            - Vada, vada, non lo faccia inquietare per me...

Luisa                                - Ma no, non abbia timore per questo. E poi, a momenti abbiamo finito...

Aurenzi                            - Lei è troppo buona, signorina.

Luisa                                - Oh, per così poco... Novanta... no­vantuno...

Aurenzi                            - Pensi quanto ci avrei badato io, senza occhiali, a mettere a posto le pagine. Ma doveva capitarmi proprio questo pastic­cio. Alle volte l'ultima mezz'ora vuol dire tutto, per un esame. Si riportano in memoria tante cose, che poi possono essere decisive. Facessi almeno in tempo a correr fuori per ricomprar gli occhiali... Che ne dice?

Luisa                                - Mah, non so... Lei dovrebbe essere il primo, in ordine alfabetico. E il professor De Lisi è già in biblioteca, a protestare per il ri­tardo degli altri... perché, dice, ha degli im­pegni fuori, e vorrebbe far presto.

La voce d'uomo               - Ma, signorina...

Luisa                                - Subito, cavaliere. (Ad Aurenzi) Ecco fatto.

Aurenzi                            - E adesso, come devo ringraziarla?

Luisa                                - Ma si figuri!... (Prende in fretta delle carte sulla scrivania).

Aurenzi                            - Vedrà, se l'esame mi va bene...

Luisa                                - Ma diamine, andrà benissimo. Arrivederla...

Aurenzi                            - La riverisco, signorina.

Luisa                                - ... e in bocca al lupo. (Esce a destra)

Aurenzi                            - (rimasto solo, prova a leggere qualche cosa, tenendo lontano i fogli, come fanno i presbiti, ma ci riesce a stento) Macché! Così mi ci vuole un'ora ogni pagina... (Sull'uscio di fondo compaiono Ada Cervi e Viordi).

Ada                                 - (ventitreenne, tipo di maestrina di villag­gio, indicando Aurenzi, a Viordi) Dev'es­sere un professore.

Viordi                              - Proviamo a domandare a lui. (Parla con accento napoletano).

Ada                                 - (ad Aurenzi) Scusi, signor professore...

Aurenzi                            - (volgendosi) Prego, io non sono un professore...

Viordi                              - (che si era levato il cappello, se lo ri­mette).

Ada                                 - Ah, no?! Perdoni, sa, ci era sembrato...

Viordi                              - Già, siccome ci hanno detto che il si­gnor Rettore ha una barba così...

Aurenzi                            - No, no, io sono, malgrado le appa­renze, uno dei candidati agli esami di sta­mane.

Ada                                 - Allora è un maestro anche lei...

Aurenzi                            - Precisamente. Forse la signorina...

Ada                                 - Già, anch'io devo dare l'esame.

Viordi                              - E io pure.

Aurenzi                            - Benissimo. Immagino che loro sa­ranno preparati, avran studiato molto...

Ada                                 - Io... così, così...

Viordi                              - (ad Aurenzi) Non le dia retta. Sa tutto come il paternoster...

Ada                                 - Stia zitto, per carità, che adesso mi sem­bra di non ricordare più niente.

Viordi                              - Io, piuttosto, poco ne sapevo e meno ne ricordo. (A Ada) Lei almeno ha tutte le date, tutto lo stato civile dei pedagogisti e dei filosofi qui, sulla punta delle dita. Io, invece, sarei capace di sbagliare persino i secoli.

Aurenzi                            - Però si potrebbero ripassare un po­chino insieme... perché anch'io, dico la verità, mi sento un po' imbarazzato.

Ada                                 - (ad Aurenzi) Ma vuole che boccino lei, scusi!?...

Aurenzi                            - Come no?! Se non ci azzecco...

Viordi                              - (a Ada) Lei ha avuto la fortuna di sa­pere a tempo che il prof. Pardi domanda di preferenza le date, ama io no. E stamane mi son trovato nell'impiccio...

Aurenzi                            - Ah, dunque è proprio vero che il professore domanda...

Ada                                 - Oh, è un pedante, sa...

Aurenzi                            - Allora sto proprio fresco, io...

Viordi                              - (ad Aurenzi) Perché: anche lei...

Aurenzi                            - Sicuro, mi trovo nell'impiccio come lei. Anche una signorina della segreteria mi ha avvertito, poco fa, delle preferenze del prof. Pardi... (A Ada). Adesso lei mi confer­ma e mi precisa...

Ada                                 - Io l'ho saputo dalla mia direttrice, che è venuta qui a dar gli esami due anni fa...

Aurenzi                            - E infatti le dispense sono così piene di numeri...

Viordi                              - Tutte le opere degli autori in ordine cronologico. A che cosa servirà, poi... Per fare il direttore didattico no, certo...

Aurenzi                            - (a Ada) Signorina, mi aiuti un po' lei... Ripassiamo insieme qualche cosa.

Ada                                 - Volentieri, maestro. Ma adesso, vede, cercavo del prof. De Lisi... Ho da consegnar­gli un biglietto...

Aurenzi                            - Il prof. De Lisi è in biblioteca. Lo diceva poco fa quell'impiegata. Vada, signo­rina, così mi dà una spinta... Sono così fra­stornato... E per giunta proprio adesso mi si son rotti gli occhiali... Sicché dovrei durare una gran fatica per leggere. Mi fa questa carità, vero?

Ada                                 - Sì, sì, diamine. Vado e torno.

Aurenzi                            - Grazie.

Ada                                 - Intanto, se vuol guardarlo, ecco qui mi prospetto cronologico, un sunto che ho pre­parato io. (Gli porge un foglio).

Aurenzi                            - Sì, sì, brava. Grazie.

Ada                                 - Compermesso. (Esce in fondo). Viordi (che nel frattempo si era appartato, ri­passando a memoria qualche cosa) Mi ven­dicherò proibendo a tutti i miei scolari di imparare le date.

I Aurenzi                         - (guardando il prospetto) Oh, biso­gnerebbe farlo davvero. Guardi un po': come si fa a ricordare tutta questa tiritera...

Viordi                              - Come si fa? Ecco qui: in parte io ho rimediato, stamattina, come fanno gli scola­retti del ginnasio: ho riempito, guardi, di nu­meri e di iniziali le palme delle mani. (Par­lando si è tolto i guanti e mostra le mani pie­ne di segni).

Aurenzi                            - (sorridendo amaro) Come è vero che per dar gli esami bisogna tornar ragazzi!

Viordi                              - Quando diedi il passaggio dalla pri­ma alla seconda normale, avevo condensato la storia sui polsini inamidati. Peccato che adesso non siano più di moda...

Aurenzi                            - (guarda i suoi polsi inamidati) Per me, veramente, sono ancora dell'ultima moda...

Viordi                              - Ebbene, vede, i polsi di quel sistema lì, staccati dalla camicia, offrono il grande vantaggio di poter andare bellamente giù e su, fuori e dentro la manica della giacca. Con un impercettibile movimento: tac, si fanno cascar giù. Altra piccola mossa e su, dentro, dove nessuno vede. Se li avessi io, ne approfitterei. Ma in me, lei capisce, quella vecchia moda, che non disdice alle persone d'età desterebbe un po' di sospetto.

Aurenzi                            - (ha ascoltato guardando un po' Viordi,  un po' i polsi, mandando questi or su or giù,  a seconda del discorso di Viordi) Però, alla mia età, fare una cosa simile...

Fiordi                               - Che cosa c'entra l'età. L'esame è l'esame, cioè il giuoco di chi è il più furbo, il che equivale a dire più intelligente. Uno che sa essere svelto all'esame è segno che lo sarà an­che nella vita, e farà della strada.

Aurenzi                            - (mezzo convinto, ma ancora trattenuto dagli scrupoli) Vorrei vedere, se lei, che è maestro, scoprisse un suo scolaro...

Viordi                              - Prima di tutto se uno scolaro si fa scoprire, è segno che vuol fare quello che non sa fare, e solo per questo meriterebbe una bocciatura. In secondo luogo c'è modo e modo di punire. Io, per esempio, punirei in ma­niera da fare intendere che non tanto mi di­spiace il sotterfugio, quanto l'averlo scoperto.

Aurenzi                            - Se questo si chiama ragionare...

Viordi                              - Come si chiama si chiama. Certo, cose di tal genere non si possono scrivere in un trattato di pedagogia.

Aurenzi                            - (impaziente) Ma questa signorina che non torna...

Viordi                              - Chi sa quante cose ha da dire al pro­fessore. Ha sentito ? (Canzonatorio, rifacendo Ada) Doveva dargli un biglietto. Naturalmen­te una raccomandazione.

Aurenzi                            - Sì, ma intanto io, qui, perdo tempo. Vediamo un po'. (Cerca di leggere il pro­spetto che Ada gli ha dato, ma subito scuote il capo) E' una filza impressionante.

Viordi                              - Ma chi sa quante ce ne ha messe di più, quella lì, per far bella figura. Se lei la sente: dice quella lista come un pappagallo.

Aurenzi                            - E io, invece... ho una confusione nella testa! E per di più sono stanco, perché ho viaggiato tutta la notte.

Viordi                              - Ah, sì?! E di dove viene, scusi?

Aurenzi                            - Da un paesino del Montefeltro. Pri­ma la corriera a cavalli, poi due ore ad aspet­tare il treno... E lei? Risiede lontano?

Viordi                              - Sono di S. Maria Capua Vetere. Mio padre è direttore didattico, e aspetta ch'io dia questi esami, per andare in pensione, con la speranza di farmi ottenere il suo posto.

Aurenzi                            - Capisco, capisco. (Amaro) Io, in­vece, a questa età... (Per un momento ha dimenticato la sua preoccupazione, ma d'im­provviso ne è ripreso). Ma lasciamo andare... Vede: sarebbe meglio che ci mettessimo noi due a rileggere qualche cosa, visto che La si­gnorina non ritorna...

Viordi                              - Ah, be', se vuole... (Fa l'atto dì leg­gere sulla palma di una mano). Ecco qua... Prendiamo a caso. Pestalozzi, Rosmini, Kant, Rousseau. Per esempio: « L'Emilio » di Rousseau. L'ha letto, lei?

Aurenzi                            - Ai miei tempi, si. Ma mi dica in che anno fu scritto...

VlORDi                           - (interrompe Aurenzi) Anzi, aspetti un momento. Il prof. Pardi domanda quasi a tutti il significato etimologico della parola « pedagogia ». Lo sa lei?

Aurenzi                            - Ma... non mi ricordo...

Viordi                              - (guarda la mano) La parola pedagogia deriva da pais, radicale paid, che vuol dire fanciullo, e da ago, che vuol dire conduco, perché il pedagogo, paid-agogos, in Grecia era colui che con duceva i fanciulli a scuola...

Aurenzi                            - E va bene. « Paid-agogos ».

Viordi                              - Sicuro. Perché , vede, in Grecia, ai tempi di...

Aurenzi                            - (con le mani nei capelli) Ma per ca­rità, non perdiamoci nei particolari, in que­sto momento. Si parlava di Rousseau.

Viordi                              - Benissimo. Sa come Rousseau definiva l'educazione?

Aurenzi                            - Si. «L'arte di educare i fanciulli e di formare gli uomini ».

Viordi                              - Precisamente. E' facile che il profes­sore gliela domandi questa definizione. Ci tie­ne. E se non gliela domanda, lei faccia così: cerchi di tirare in ballo Rousseau; vedrà che le riesce di ficcarci in mezzo la definizione.

Aurenzi                            - Eh, ma ci vuole una disinvoltura... proprio da studente... (Guarda il prospetto). Vediamo l'anno in l’Emilio... Oh, povero me: in questo prospetto ci sono persino le date di nascita e di morte dei grandi scolastici. Pos­sibile che il professore lo pretenda?

Viordi                              - Lui sostiene, lo avrà visto nelle di­spense, che gli scolastici hanno grande impor­tanza nella storia dell'educazione.

Aurenzi                            - Già, lo sostiene lui. Ma io non cre­devo che fosse prescritto tutto questo scaden­zario. Li ha segnati anche lei?

Viordi                              - Sicuro. (Legge in una mano). Ecco qua. Bonaventura, il doctor seraphicus, nato nel 1221, morto nel 1274. Vede, qui i nati e qui, nella sinistra, i morti...

Aurenzi                            - (ripete, cercando di fissare nella me­moria) Aspetti: 1221, un secolo prima del­la morte di Dante, 1274...

Viordi                              - (c. s.) Tommaso d'Aquino, il mag­giore, doctor angelicus, nato nel 1225, morto, anche lui, nel 1274. Giovanni Duns Scoto...

Aurenzi                            - (con la testa fra le mani) Abbia pa­zienza. Non posso starle dietro in questo modo...

Viordi                              - Gliel'ho detto: dove la memoria non arriva... (Da destra entra Luisa).

Luisa                                - (interrompe Viordi) Scusino, il signor segretario ha ordine dal signor Rettore di non permettere che gli studenti stiano qui... (Viordi nasconde le mani e s'inchina).

Viordi                              - Ah, be', scusi. Io non lo sapevo. Andremo nel corridoio.

Aurenzi                            - Però nel corridoio c'è poca luce, per me...

Luisa                                - Se lei vuol rimanere, dirò io al signor segretario la ragione.

Aurenzi                            - Grazie, signorina.

Viordi                              - C'è molto ancora per cominciare gli esami?

Luisa                                - Non saprei. Si aspetta solo il profes­sor Pardi. E' strano che tardi tanto. (Esce).

Viordi                              - C'è da augurarsi che sia indisposto.

Aurenzi                            - (a Viordi) Senta, io la ringrazio. Ma capisco che, ormai, in due, facciamo con­fusione.

Viordi                              - Forse... Ma dia retta a me. Ho visto che lei è presbite: può leggere bene a distan­za. Approfitti, una volta tanto, anche di que­sto incomodo. E se mi vuole io sono nel cor­ridoio. Auguri, maestro...

Aurenzi                            - Grazie e altrettanto a lei.

Viordi                              - (avviandosi) Dopo tutto non si fa male a nessuno. Chi sa quante ottime lauree sono frutto di gherminelle!... (Esce in fondo).

Aurenzi                            - (rimasto solo, riflette un poco) Gherminelle, gherminelle... Non ha mica tutti i torti. E poi, tanto... (Siede alla scrivania e, tenendo davanti il prospetto che gli ha lascia­to Ada, si mette a copiare, con la mano che gli trema, qualche cifra sui polsi inamidati). Ecco. Così. (Prova a leggere). Benissimo: 1274. (Continua a scrivere con la penna che stride). Se non altro mi resterà in mente qual­che cosa di tutto questo... (Pausa. Dal fondo entra, poco dopo, il pro­fessor De Lisi, seguito da Ada. Aurenzi non se ne accorge).

De Lisi                             - (rimane sorpreso, e ha uno scatto mal contenuto) Scusi, che cosa sta facendo, lei?!

Aurenzi                            - (ha un sussulto violento, e quasi non riesce ad alzarsi in piedi, balbettando) Ah! Ma... perdoni... ripassavo... (A questo punto rientra anche Luisa che as­siste, accorata, al colloquio fra De Lisi e Au­renzi).

De Lisi                             - E' un candidato agli esami, lei?

Aurenzi                            - Sì... signor professore...

De Lisi                             - Ah, bene bene. Mi compiaccio della bella cosa che ho visto. Per un uomo come lei non è lusinghiero...

Aurenzi                            - (smarrito) Però... vede... senza malizia... Oh, non... voglio scusarmi, con questo...

De Lisi                             - Naturalmente. Se domani lei sor­prenderà un suo scolaro...

Aurenzi                            - Verissimo...

De Lisi                             - ... Avrà il dovere di punire.

Aurenzi                            - (fra sé) Lo dicevo anch'io. I De Lisi      - Solo pensando ,a questa eventualità, I ella doveva astenersi dal tentativo di sorpren­dere la buona fede dei suoi esaminatori.

Aurenzi                            - (con un nodo nella gola) Giustissi­mo. Ma... se lei... ha la bontà di credere... che la mia improvvisa debolezza... sì, voglio dire... prima di prendere un provvedimento t a mio carico...

De Lisi                             - (meno aspro) Oh, per me, non devo prendere provvedimenti. Il mio dovere è solo di rendere avvertito il presidente della com­missione esaminatrice.

Aurenzi                            - Ebbene, se potessi parlare col signor presidente, prima dell'esame...

De Lisi                             - (quasi impietosito) Glielo dirò io. Lei capisce che non posso tacergli questo increscioso episodio. Tuttavia, se lei crede di avere motivi che possano, se non giustificarla, almeno scusarla, per conto mio non darò grande importanza alla cosa. Sappia, anzi, che lei mi ha procurato un piccolo dolore, e che avrei preferito, almeno, la possibilità di tacere. (Accenna alla presenza di Luisa e di Ada, che sono rimaste, discrete, in disparte, come per rispettare col silenzio la confusione di Aurenzi).

I Aurenzi                         - (commosso, con le lacrime in gola) Grazie, professore... Capisco che debbo ispi­rarle più compassione che risentimento...

De Lisi                             - (come se, toccato dal tono umile di Au­renzi, voglia troncare il discorso) Be', be' non... D'altra parte io spero che lei dimo­strerà, all'esame, che non aveva bisogno di ricorrere a un vecchio sotterfugio.

IAurenzi                          - Magari lo potessi... Vede (indicando Luisa) la signorina può confermarlo... Po­co fa mi è accaduto un piccolo guaio, mi si son rotti gli occhiali...

Luisa                                - (lieta di poter intervenire a favore di Aurenzi)  Sì, sì, è verissimo...

Aurenzi                            - Sicché non potevo più leggere, se non a fatica; non potevo, cioè, ripassare i miei sunti...

De Lisi                             - Va bene, va bene. Quand'è così...

IAurenzi                          - ('in atto di congedarsi) Se permette, vado di là... C'è un collega che mi aspetta, per rivedere insieme qualche cosa...

De Lisi                             - S'accomodi.

Aurenzi                            - Però le rinnovo la preghiera di po­ter parlare col signor preside...

De Lisi                             - Va bene. Glielo dirò.

Aurenzi                            - Grazie. Riverisco. (Esce in fondo).

Ada                                 - Povero vecchio! Se si potesse passar sopra...

De Lisi                             - Eh, sì! Ma come si fa?! Se io taccio, e poi il Rettore o Pardi vengono a sapere la cosa... me ne farebbero un appunto. (A Luisa) Lei, signorina, cercava di me?

 Luisa                               - (porgendo delle carte) Sì, ci son da fir­mare i verbali di ieri...

De Lisi                             - Ah, benissimo. (Firma).

 Luisa                               - (riprende le carte ed esce).

Ada                                 - (a De Lisi) Per me, sa, faccia conto che io non abbia visto né sentito nulla.

De Lisi                             - Sia pure, ma per combinazione si è trovata presente quella impiegata e lei ca­pisce che... non posso dirle che finga di non essersi accorta. Tanto più che c'è un prece­dente dello stesso genere, che mi procurò grattacapi. Ma in ogni modo vedrà che i col­leghi della commissione daranno all'episodio una importanza molto relativa. E io farò del mio meglio in questo senso. (Con altro tono). Dunque la Faurelli sta bene. Ho piacere; e ho gradito proprio molto il suo ricordo. Se davvero, come mi scrive, lei è la sua degna allieva, faremo un bellissimo esame. L'impor­tante è non impressionarsi. Lei sia pur franca. Cerchi di non confondersi, di pensare bene  prima di rispondere e, quanto al resto, vedrà che noi non saremo dei cerberi. (Dal fondo entra il prof. Pardi: tipo energico, che parla a scatti, deciso).

Pardi                                - Buon dì.

De Lisi                             - Oh, caro Pardi. Ti sei fatto aspettare.

Pardi                                - Sono venuto all'Università col Rettore, che mi ha condotto nel suo ufficio, per un ar­gomento che gl'interessava...

De Lisi                             - Ti presento la signorina Ada Cervi, di Ancona, E' venuta a dar gli esami.

Pardi                                - (porge la mano) Piacere.

Ada                                 - Fortunatissima.

Pardi                                - Dunque, possiamo cominciar subito.

De Lisi                             - Sì. Ti devo dire una piccola cosa. (A Ada) Lei, signorina, può accomodarsi di là. Poi sarà chiamata.

Ada                                 - Grazie. Compermesso. (Esce).

Pardi                                - Riverisco (A De Lisi). Dunque? Hai da dirmi?

De Lisi                             - Ecco... Te lo dico così, sai, tanto perché è mio dovere, dopo quel famoso in­cidente... Ma credo che la cosa non abbia poi molta importanza. Si tratta, sempre secondo me, di un piccolo episodio. Poco fa, entrando qui, ho sorpreso uno dei candidati all'esame, un povero vecchio maestro, sai... che stava scrivendo sui polsi qualche cosa, evidente­mente con la intenzione di avere sott'occhio quello che non ricordava...

Pardi                                - (reciso) Non è una piccola cosa.

De Lisi                             - Però, vedi, si tratta di un individuo di età ragguardevole...

Pardi                                - Peggio (calcando) peggio... (Sempre più marcato) Vedi, io posso perdonare tutto quello che si vuole, ma queste piccole truffe scolastiche, questo farla in barba a noi, che alla fine diamo un voto secondo la nostra co­scienza, no, non posso scusarlo.

De Lisi                             - Chi sa che, all'esame, costui non di­mostri di saper rispondere, anche senza ri­correre ad appunti nascosti.

Pardi                                - Oh, adesso non dico mica che si debba fare un verbale dell'accaduto, ed escludere quel tizio dall'esame... Ma costringerlo a tor­nare un'altra volta, a meno che, malgrado tutto, non sia proprio molto preparato, mi sembra sia una lezione meritata.

De Lisi                             - Vedi un po' se è possibile chiarire... Quel poveraccio ha desiderio di parlare con te.

Pardi                                - Capisco, tirerà fuori delle scuse... In ogni modo è bene che io lo veda, e mi faccia ben sentire.

 De Lisi                            - Allora te lo chiamo.

Pardi                                - Dov'è?

De Lisi                             - Dev'essere nel corridoio, fra lutti gli altri. Io ti aspetto di là, nell'aula, dove c'è già il prof. Riguzzi.

Pardi                                - Va bene. Verrò fra cinque minuti.

De Lisi                             - Mi raccomando... Tu sei sempre ri­gido, e fai bene. Ma questa volta vedi di tran. sigere...

Pardi                                - Vedremo... Son cose che indispetti­scono.

De Lisi                             - Intanto a Riguzzi non dirò niente. (Esce).

Pardi                                - (rimasto solo, passeggia un po' irritato e impaziente, torcendosi i piccoli baffi) Bah!

Aurenzi                            - (si presenta sull'uscio di fondo, timi­damente) E' permesso?

Pardi                                - (secco, senza volgersi) Avanti.

Aurenzi                            - (avanza lentamente, confuso) Il pro­fessor De Lisi l'ha informata...

Pardi                                - (aspro, volgendosi) Sì. E mi secca che... (D'improvviso s'arresta, in un gesto di vivissima, profonda sorpresa, senza più asprezza, con meraviglia quasi lieta) Come! Ma lei è il maestro Aurenzi?

Aurenzi                            - (colpito dalla domanda e dal tono) Sì...

Pardi                                - E non mi riconosce? Sono Tito Pardi, suo scolaro...

Aurenzi                            - (ha un sussulto violento, e quasi non sa articolar parole, per la emozione che lo scuote) Lei... Il figlio del... ricevitore del registro...

Pardi                                - (affettuosamente sollecito) Ma sicuro...

Aurenzi                            - Sì, sì... adesso la ravviso... Lei era nel secondo banco, a destra...

Pardi                                - (l'abbraccia) Come va, come va, mae­stro?! (Lo bacia) Mi dia un bacio...

Aurenzi                            - Oh, sì... (eseguisce) Lo vede, eh? d casi della vita...

Pardi                                - Ma lei si mantiene bene, quasi come allora...

Aurenzi                            - No, non dica... E' passato tanto tempo...

Pardi                                - Venticinque anni, se non erro. Si sie­da, maestro.

Aurenzi                            - Grazie. E adesso, vede, la mia gioia di rivederla, è mortificata...

Pardi                                - Ma no, ma no, lasci stare... Mi dica qualche cosa di lei, del paese...

Aurenzi                            - Capirà, gli anni accumulano gioie e pene... E suo padre, cosa fa?

Pardi                                - Sta bene. E' in pensione, vive con me. Oggi lei verrà a colazione in casa mia, e vedrà la gioia del babbo...

Aurenzi                            - Grazie. Una visita, certo, gliela farò...

Pardi                                - No, no. Lei starà con noi almeno un paio di giorni. Ssss, basta: Non voglio sentir ragioni. È, mi dica (con accento festoso, co­me se il ricordo lo facesse sorridere) mi dica, suo figlio, Albertino, il mio compagno di bricconate, cosa fa di bello?

Aurenzi                            - (s'è rabbuiato d'un tratto, socchiuden­do gli occhi come per dominare lo spasimo del ricordo) E' morto.

Pardi                                - (con viva pena) Davvero? Oh, per­doni...

Aurenzi                            - E' morto in guerra. (Pausa) Ap­punto per questo io sono qui, con tutti i miei anni, e i miei acciacchi, a dar gli esami...

Pardi                                - (è commosso) Oh, cosa mi dice! Aveva

                                        - sposato?

Aurenzi                            - Sì. E mi ha lasciato quattro belle creature, quattro bambini; il primo ha ormai nove anni. La loro mamma, cioè la mia nuo­ra, non so se la ricorda: è Dorina, la figlia del farmacista.

Pardi                                - Ah, sì sì, me la ricordo: la rivedo pic­cola così, sulle ginocchia del babbo, davanti alla farmacia, bionda bionda...

Aurenzi                            - (rassegnato) Ebbene, capirà, con la pensione di guerra si vivrebbe appena appe­na... E ormai, invece, il maggiore dei miei nipoti, dovrebbe andar fuori agli studi. Posso fargli imparare un mestiere? No. Così per gli altri. E allora ho ricominciato un po' la mia vita. Mi son rimesso a studiare, per guada­gnar di più, anche perché al mio paese è va­cante il posto di direttore e io, come il più anziano, sono già incaricato della supplenza. Mi ci vuole il titolo, però, per essere nomi­nato. (Parlando, ha tirato fuori il portafogli, da cui estrae delle fotografie). Guardi che bei figliuoli... Quattro maschietti. Se vedesse co­me mi saltano sulle ginocchia, sulle spalle, a gara... E nonno di qua, e nonno di là... E' il finimondo... E quando vengono tutti nel mio letto a far la rivoluzione... Guardi il se­condo, Ginetto, come assomiglia al povero Albertino...

Pardi                                - (ha ascoltato commovendosi e guardando le fotografie) Sì, sì, preciso... Mi sembra di riveder lui, com'era allora...

Aurenzi                            - Capirà, tutto quello che faccio è per loro, perché io, ormai, mangio con una no­ce... Io sono, si può dire, loro padre due volte. E ho una gran paura di non fare in tempo a metterli sulla strada... perché la vita mi pesa, dico la verità... (Tornando alle fotogra­fie) Questo è il più grande: si chiama Lo­renzo, come me. Mi assomiglia, vero?

Pardi                                - Sì. Soprattutto qui, nel taglio degli occhi...

Aurenzi                            - E questa è Dorina: tanto buona, povera figliuola. Veda, ha sul petto la meda­glia d'argento al valore del povero Albertino. (Ha detto le ultime parole con le lacrime in gola).

Pardi                                - Mah! Capisco che lei deve aver sof­ferto, maestro... Ma sapesse quanta bellezza, quanta vita, c'è anche in questo suo dolore...

Aurenzi                            - No, non...

Pardi                                - Eh, sì! Quanta vita!

Aurenzi                            - Faccio quello che posso.

Pardi                                - Adesso, vede, la mente mi si affolla di ricordi... Mi rivedo nella sua scuola... fra tutti gli altri... Non li ho perduti dalla mente, perché ancora, a casa, ho quella fotografia che facemmo, lei e tutta la scolaresca, sulla balza del Poggio. E, guardi... (Estrae di tasca un piccolo orologio). Porto ancora con me l'oro­logio che ini regalò il babbo, allora, quando fui promosso, preparato da lei come priva­tista, all'esame di prima ginnasiale.

Aurenzi                            - Già, già, mi ricordo. Eh! Vede co­me va il mondo! Che combinazioni stranissi­me, si danno. Chi l'avrebbe detto, allora, che un giorno avrei ritrovato il mio scolaro, il professore di Università, in queste circostanze... Adesso, vede, mi sento più mortificato ancora, di esserle riapparso sotto un'impressione che non può rimanere simpatica...

Pardi                                - Ma no, ma no, lasci stare... Avevo di lei un così vivo ricordo, che ora lo sento qua­si filiale...

Aurenzi                            - (con la testa china) Cosa vuole: è stato un momento di...

Pardi                                - La prego, non ne parli più...

Aurenzi                            - Era tanto l'orgasmo per questo esa­me... Capirà, a casa tutti trepidano... quei cani innocenti pregano... Mi sembrava di non ricordare...

Pardi                                - Per carità, maestro... Non aggiunga nemmeno una parola. Gliene ho fatte tante, io ,e lei era sempre più buono. Oh, non per questo... Ma lasciamo andare... (Un bidello si presenta in fondo).

Il Bidello                         - Il prof. De Lisi e il prof. Riguzzi, ani hanno mandato a chiedere se si può co­minciare.

 Pardi                               - Sì, sì, comincino pure l'appello. Ven­go subito. (Bidello via).

Aurenzi                            - (intanto ha visto i polsi inamidati, coi segni d'inchiostro, e li ha nascosti. Una cre­scente trepidazione lo agita) Senta: se è possibile, io desidererei presentarmi all'esa­me nel pomeriggio...

Pardi                                - Ma no, non occorre...

Una voce                         - (nel corridoio, chiama all'appello) Lorenzo Aurenzi!

Aurenzi                            - Dio mio! Chiamano me! (Un tre­mito vivo lo scuote sempre più). Sono così smarrito... così smarrito...

Pardi                                - (affettuoso, lo aiuta ad alzarsi, lo sorreg­ge) No, no, non si impressioni...

Aurenzi                            - La prego... In questo stato... non mi sento la forza...

Pardi                                - Venga con me. Si rinfrancherà subito. Vede... non vorrei aver l'aria, in questo momento, di elargirle... che so... una riconoscen­za poco riverente...

Aurenzi                            - Oh, no, non per questo... Sono io che devo rispettare la sua delicatezza... Mi lasci qui... Non vorrei farle fare una cattiva figura, ecco...

Pardi                                - Maestro, lei ha già dato, nella vita, il più grande, il più nobile esame: quello del raro esempio. (Aurenzi modestamente accen­na di no). E ancora una volta lei mi insegna che il resto conta poco.

Aurenzi                            - (commosso) Grazie. Ma non vorrei apparire in questo stato...

Una VOCE                     - (torna a chiamare) Aurenzi!

Pardi                                - (forte) Presente! - (Indicando a sini­stra) Possiamo passare anche di qui. Dia ascol­to: si rassereni.

Aurenzi                            - (sempre più agitato) Ho la memo­ria così confusa...

Pardi                                - Non abbia timore. Se le dico di non preoccuparsi è segno che... (Cedendo il passo) Passi, maestro.

Aurenzi                            - (vorrebbe ritirarsi, e ancora non rie­sce a dominare lo smarrimento) No, no... passi lei... professore...

Pardi                                - La prego... Vedrà che facciamo in un minuto... Così, tanto per... come dire? per una formalità... Perché è ancora lei che può dar l'esame a noi.

Aurenzi                            - (mentre Pardi s’inchina e gli cede il passo, esce lentamente).

 FINE

 

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