L’età delle attrici

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L’ETA’ DELLE ATTRICI

Commedia in un atto

di BARRIE

PERSONAGGI

SIGNORA PAGE (Rosalinda)

CARLO

SIGNORA PREST

Commedia formattata da

La scena rappresenta il salotto di una pensio­ne in un luogo di villeggiatura non lontano da Londra. La signora Prest è la padrona e Rosalinda è la sua pensionante. La stanza è arredata con gusto un po' provinciale ma è spaziosa e ha un'ampia finestra con alcova. Sul fondo destro due o tre scalini di legno conducono a una ca­mera da letto, quella di Rosalinda, mentre sul lato sinistro si apre un'altra porta che comunica col resto dell'appartamento.

All'alzarsi del sipario le due donne sono se­dute accanto alla tavola centrale e finiscono di prendere il tè. Rosalinda dimostra una quaran­tina d'anni o poco più e ha una lieve tendenza alla pinguedine. Indossa una vestaglia da came­ra molto ampia e discinta. La sua toeletta indi­ca chiaramente ch'essa non si cura d'altro che di stare bene, senza preoccuparsi dell'effetto esteriore del suo vestiario. Di fatti i suoi capelli sono acconciati alla meglio con una pettinatura all'antica e trascurata. Indossa delle grandi pan­tofole senza tacchi e tutto il suo modo di fare indica una certa trascuratezza casalinga. La signora Prest ha quasi la stessa età ma è di con­dizione sociale evidentemente inferiore. Sebbene le due donne parlino con grande cordialità vi è nell'espressione della signora Prest una spic­cata deferenza verso la sua inquilina.

Quando si alza il sipario Rosalinda sorride, si alza, trascina il suo seggiolone fin presso al fuo­co, vi si sprofonda il più possibile ma non le sembra ancora abbastanza comodo. Allora al­lunga un piede verso una sedia della tavola, la trascina fino a portata di mano, la colloca dinanzi a se e vi appoggia sopra i piedi sprofon­dandosi di nuovo nella poltrona mentre la si­gnora Prest comincia a sparecchiare la tavola.

Signora Prest                 - Oh! così va bene, signora Pace Conforto!

Rosalinda                      - (sorridendo) Proprio così, signora Pace Conforto! Ecco un nome che mi si adat­ta, a meno che non preferiate chiamarmi si­gnora Felicità Inzuccherata. Ma comunque sia, vi piaccio, non è vero? E mi volete bene. Ora ditemi dunque, perché vi piaccio?

Signora Prest                 - Perché mi piacete, signora Page? Ecco, proprio così su due piedi non saprei dirvelo; mi piacete per tante cose. Per cominciare mi piacete perché mi permettete di venire qui a prendere il tè nella vostra stan­za, a chiacchierare come se fossi una signora come voi... E poi anche perché mi pagate il giorno stesso in cui vi porto il conto e questo per una poveretta come me, che affitta camere per vivere, capirete, basta già a fare innamo­rare di un'inquilina...

Rosalinda                      - Oh! come inquilina lo so, ma non è questo che volevo chiedervi. Cambierò la do­manda così: Se mi dite quello che più invi­diate in me, vi dirò quello che più invidio in voi; dunque?

Signora Prest                 - Ebbene, prima di tutto, signo­ra mia, quello che mi piace in voi è il buon umore con cui sopportate la vostra età...

Rosalinda                      - La mia età? Ma se ho già finito la gioventù e sono entrata, come dicono gli uomini che sanno tutto, nell'età matura, perché dovrei prendermela?

Signora Prest                 - Oh! dite bene voi... E par quasi che ci pigliate gusto a dire che non siete più giovane.

Rosalinda                      - E perché no?

Signora Prest                 - Perché? Perché se ci foste dentro come ci sono io, in questa vostra « età matura », fino ai ginocchi, ve n'accorgereste.

Rosalinda                      - Ah! davvero? Ebbene, a me, ve­dete, non importa nulla, anzi mi diverto. E' così bello, così comodo, così pacifico questa specie di mondo in ciabatte (mostra le pan­tofole) e in seggiolone. Alla mattina, vedete, quando mi sveglio e starei per saltare fuori dal letto con un salto solo, come quand'ero bam­bina, mi ricordo improvvisamente che quel tempo è passato e grido a me stessa: Hurrah! Ho quarant’anni! e più!

Signora Prest                 - Quarant'anni e più? Se li aveste non vi sentireste più la forza di saltare dal letto come una bambina.

Rosalinda                      - No, Virginia, proprio cosi: quarant'anni sonati, molto ben sonati.

Signora Prest                 - E non vi dispiace?

Rosalinda                      - Dispiacermi? e perché? Dopo tutto posso bene chiamarmi una 40-45, come un'automobile qualunque, non è vero? E ora, Virginia, volete sapere che cosa invidio di più in voi? H piacere di essere nonna.

Signora Prest                 - E' un onore che costa poco e ci scommetto che l'avrete presto anche voi.

Rosalinda                      - Mi piacerebbe di essere nonna e di avere un bamboccio da sballottare... così...

Signora Prest                 - E quanti anni ha vostra figlia, adesso? (prende una fotografia che è sul ca­mino) Come è carina! Che bella ragazza!

Rosalinda                      - Virginia, sentite, io m'intendo poco di teatro e di palcoscenico, ma so che non bisogna mai chiedere l'età di un'attrice.

Signora Prest                 - Specialmente quando l'attrice è giovane e già così famosa come questa...

Rosalinda                      - Non c'è male, fa progressi, sa­pete, e in fondo non ha che ventitre anni 9U per giù...

Signora Prest                 - Dunque vedete che potreste essere nonna. E dove è adesso, vostra figlia?

Rosalinda                      - A Montecarlo, dicono i giornali, un luogo dove si giuoca alla roulette...

Signora Prest                 - Oh, se fossi in voi andrei a passare un mese vicino a vostra figlia; dopo­tutto...

Rosalinda                      - No, Virginia, ricordatevi ch'io so­no la signora Pace Conforto, a Montecarlo sarei un pesce fuori d'acqua come lo sarebbe la mia Beatrice se dovesse venir qui a passare un mese con noi.

Signora Prest                 - Può essere, ma quanto paghe­rei a vederla... (si ode un colpo alla porta. Sottovoce) Chi può essere? Qualche visita?

Rosalinda                      - Forse è la moglie del dottore; vuole che l'aiuti a preparare gl'inviti per la riunione delle Madri di Famiglia!

Signora Prest                 - Oh! sempre il Club delle Ma­dri di Famiglia!

Rosalinda                      - Eppure le ho promesso... Sentite, ditele che sto riposando., che abbia pazienza; andrò io da lei. (un altro colpo alla porta).

Signora Prest                 - Va bene, lo dirò.

Rosalinda                      - Sì, ma prima, aspettate che mi corichi, così non direte bugie. (Rosalinda si allunga sopra un sofà a Ulto, ha signora Prest va alla porta e ne entra un giovanotto in abito da turista),

Carlo                             - Perdoni, ma ho picchiato tre volte...

Signora Prest                 - Ebbene, che cosa vuole?

Carlo                             - Vede, sono tutto bagnato. Sto facendo un viaggio a piedi, ma la pioggia mi ha sor­preso e mi son fermato qui, alla prima casa che ho trovato, pensando che qualcuno mi avrebbe permesso di riposarmi e asciugarmi che spiova e possa prendere il treno per Londra.

(Rosalinda si solleva sul 'sofà guardandolo senza che egli se ne accorga).

Signora Prest                 - Mi dispiace, signore, ma il fuoco della cucina è spento.

Carlo                             - (additando il caminetto) E quel fuoco?

Signora Prest                 - Quella stanza è affittata.

Carlo                             - Peccato! Eppure se il suo inquilino sapesse... (vede Rosalinda sul sofà) Oh! scusi, non sapevo che qui ci fosse una signora...

Signora Prest                 - Di qui alla stazione ci sono cento metri e là troverete una sala d'aspetto.

Carlo                             - La sala d'aspetto delle stazioni? Oh! le conosco! Dorme la signora?

Signora Prest                 - Sì.

Carlo                             - Dunque non posso fermarmi?

Signora Prest                 - Mi dispiace, ma è impossibile

Carlo                             - Pazienza! Andrò alla sala d'aspetto della stazione (fa per uscire). (Rosalinda fa cenno alla signora Prest di trat­tenerlo).

Signora Prest                 - Aspetti; senta, se vuol sedersi accanto al fuoco, senza far rumore, e leggere un libro...

Carlo •                           - Oh certo! qualunque libro. Grazie. Posso togliermi la giacca? (si toglie la giacca, la stende vicino al fuoco. Vede una fotografia e la prende in mano) Oh! Beatrice!

Signora Prest                 - Aveva promesso di star zitto...

Carlo                             - Sì, ma quella fotografia? Come mai?

Signora Prest                 - Come mai? Non è mica mia.

Carlo                             - (additando Rosalinda) Sua?

Signora Prest                 - Sì, stia zitto!

Carlo                             - E' impossibile, (sottovoce) Sa chi è? Io la conosco, è Beatrice Page.

Signora Prest                 - L'ha vista in teatro?

Carlo                             - Vista? oh! la conosco bene, benissimo, sono stato due volte a cena con lei. Adesso è a Montecarlo e l'ho accompagnata io stesso alla stazione quando è partita.

Signora Prest                 - Sì, proprio a Montecarlo. E anche lei (indicando Rosalinda) La conosce bene. Legga un po' quel che c'è scritto sopra.

Carlo                             - « Alla mia cara mammina, con un mucchio di baci »... Come?... sarebbe dun­que... quella signora sarebbe...

 

Signora Prest                 - Sì, quella è la mamma, è la signora Page, Non èi direbbe, vero?...

Carlo                             - E pensare che non mi ha mai detto di avere una mamma...

Signora Prest                 - Vergogna!

Carlo                             - Anzi... tutti dicevano ch'era l'unica attrice di spirito che non avesse la madre...

Signora Prest                 - Un'attrice senza madre?...

Carlo                             - Ma lasciatemela vedere.

Signora Prest                 - No, no, state fermo.

Carlo                             - Ma vi assicuro che sarà uno sguardo più che rispettoso.

Signora Prest                 - Ma no.

(Rosalinda fa un cenno di permettergli di avvicinarsi).

Signora Prest                 - Del resto, se promette di non svegliarla...

Carlo                             - (si avvicina a Rosalinda che finge di dormire. Osservandola) Sì... sì... sì...

Signora Prest                 - Somiglia alla figliuola?

Carlo                             - Le somiglia molto, in un certo modo. I capelli però non sono belli come i suoi e nemmeno la tinta del viso è così delicata. E’ un po' più grassa di lei. Ecco: è come la fi­glia, ma non ha la stessa distinzione.

Signora Prest                 - Sfido io, questa comincia a invecchiare: ha quarant'anni suonati.

Carlo                             - Ma vi è qualcosa di attraente anche in lei, a ogni modo, e avrei giurato anche sen­za saperlo che doveva essere la mamma di Beatrice Page, (ritorna presso il fuoco).

Signora Prest                 - Non ho mai visto la figlia, ma se è come... (Rosalinda fa segno di andar via).

Signora Prest                 - Ma basta, devo andarmene e lei rimanga pure qui, ma... attento a non di­sturbarla, ha capito? (esce, portando con se il vassoio su cui ha riunito le tazze del tè, Carlo aspetta che la signora Prest sia uscita e poi toglie dal camino la fotografia ricoprendola dì baci mentre Rosalinda lo guarda senza es­ser veduta. Poi si avvicina a Rosalinda).

Carlo                             - Mammina... (quasi canticchiando) Oh! tu, felice mammina...

Rosalinda                      - (come se parlasse nel sonno) Sei tu, Beatrice?

Carlo                             - (sorpreso, si allontana in punta di piedi, ma poi ritorna e ritrovandola nuovamente ad­dormentata fa un gesto d'impazienza. Con tono sommesso e quasi tragico) Donna, al­zati e parlami di tua figlia! (Rosalinda non si muove e Carlo toglie un cuscino su cui essa riposa. Rosalinda si sveglia).

Rosalinda                      - Oh! Dio! chi è? Chi siete?

Carlo                             - Scusate se v'ho disturbata.

Rosalinda                      - Ma io non vi conosco, non è vero?

Carlo                             - No, signora, non mi conoscete, ma vor­rei che mi conosceste.

Rosalinda                      - Chi siete e che state facendo qui?

Carlo                             - Mi chiamo Roche. Non ho nulla di speciale. Scuola, collegio, università: ho fat­to anch'io come han fatto tutti. Mi trovavo qui di passaggio e mi ha colto la pioggia: ho chiesto ricovero in questa casa fino all'ora del­la partenza del primo treno e la vostra padro­na mi ha permesso di rimaner qui.

Rosalinda                      - Ho capito, (si siede sul sofà). Ma nella mia stanza...

Carlo                             - Il fuoco della cucina era spento e io ho promesso che non vi avrei disturbato.

Rosalinda                      - Avete promesso ma non mi avete lasciata tranquilla.

Carlo                             - Vi chiedo scusa.

Rosalinda                      - Veramente non è stata colpa vo­stra. E' stato il cuscino che, scivolando, mi ha fatto svegliare.

Carlo                             - Per dir là verità sono stato io a ti­rarlo.

Rosalinda                      - Voi? (si alza) Perché?

Carlo                             - Mi pareva impossibile di poter lascia­re questa casa senza avervi svegliata per dirvi qual sentimento di rispetto nutra per voi.

Rosalinda                      - Dayvero?

Carlo                             - Proprio; e aggiungo che vi considero la donna più intelligente del mondo...

Rosalinda                      - Ma se non mi conoscete...

Carlo                             - E' vero, ma siete la più intelligente perché avete creato quel capolavoro...

Rosalinda                      - Chi? mia figlia?

Carlo                             - Sì, proprio lei, proprio vostra figlia ch'io conosco da molto tempo.

Rosalinda                      - Come, conoscete Beatrice?

Carlo                             - Sul mio onore, è la donna più bella e più intelligente che io abbia mai conosciuta.

Rosalinda                      - Credevo d'essere io la donna più intelligente del mondo.

Carlo                             - E lo siete, perché l'avete creata voi...

Rosalinda                      - Oh! povera me! Lasciate che mi sieda(si sprofonda sul seggiolone accanto al fuoco) Potete avere questa metà    (gli offre la metà della sedia sulla quale appoggia i piedi) Signor Roche, siete così adulatore che vi si direbbe un attore anche voi.

Carlo                             - No, non sono nulla. Mia madre dice che sono uno sfaccendato, ma quando ho visto qui la fotografia di Beatrice, con quella de­dica a traverso...

Rosalinda                      - Quella stupida dedica...

 Carlo                            - Stupida? Perché?

Rosalinda                      - Perché ha sciupato tutta la foto­grafia scrivendo attraverso il petto; guardate come ha rovinato quel bell'abito di velluto.

Carlo                             - Ma lo fanno tutti, ci scrivono perfino attraverso i calzoni, parlo degli uomini: è originale, capite?

Rosalinda                      - Sarà... io me ne intendo poco di gente di teatro, ma mi paiono molto curiosi...

Carlo                             - Curiosi sì, ma attraenti, almeno per quanto riguarda le donne.

Rosalinda                      - Non so, ci vivo così poco insieme. Lo credereste che non ho mai visto recitare Beatrice?

Carlo                             - Davvero? E non l'avete veduta nem­meno in « Rosalinda »?

Rosalinda                      - No, nemmeno in « Rosalinda ».

Carlo                             - Io posseggo un suo ritratto, vestita da Rosalinda; non è una cartolina, proprio un ritratto con la sua dedica.

Rosalinda                      - Attraverso il petto, non è vero?

Carlo                             - E credete che mi piaccia meno?

Rosalinda                      - Al contrario, vi piacerà di più. Lo avete fatto mettere in una bella cornice di argento, nel vostro studio, così quando gli al­tri bei giovanotti sfaccendati come voi vi ver­ranno a far visita potranno leggere le dolci parole e congratularsi con voi: « Bravo, Ro­che, tu sì che hai fortuna con le donne! »,

Carlo                             - Come? Voi credete proprio ch'io sia...

Rosalinda                      - Non so quello che voi siate, ma so che così la pensava Beatrice quando vi die­de il suo ritratto.

Carlo                             - (risoluto) Tacete! (alzandosi) Perdo­nate! dimenticavo che parlo con sua madre.

Rosalinda                      - (un po' conturbata dalla sincerità di Carlo) Non ho nulla da perdonare, ma vorrei sapere, signor Roche, dove avete quella fotografia.

Carlo                             - Dove? Diamine, qui con me (apre il portafoglio) Volete vederla?

Rosalinda                      - (guarda) Sì, è proprio quella che mi piace.

Carlo                             - Ed è proprio quella che le somiglia di più.

Rosalinda                      - Perché mette in evidenza il suo naso birichino?

Carlo                             - Anche per questo, ma soprattutto perché vi si legge tutta la sua ingenuità.

Rosalinda                      - Ingenuità? Ah! sì... l'ho vista mentre si esercitava davanti allo specchio a fare l'ingenua!

Carlo                             - Non è possibile, non è vero!

Rosalinda                      - Non è vero? Ebbene, ammettiamo pure che sia un'artista meravigliosa, perfetta, se volete; ma quello che attira il pubblico e giustifica il suo onorario è il suo naso biri­chino. Posso vedere che cosa c'è scritto di die­tro? (estrae dal portafoglio la fotografia per esaminarla) Caspita!... E questa signorina dall'altra parte chi è? (Guarda la fotografia che è dall'altra parte del portafoglio senza resti' mire quella di Beatrice).

Carlo                             - E' mia sorella. Morì tre anni fa e ci volevamo tanto bene! Poco prima di morire volle darmi la sua fotografia e si fece promet­tere che l'avrei tenuta sempre con me, nel mio portafoglio.

Rosalinda                      - Che bravo fratello! E che grazio­sa fanciulla! Ma non avreste dovuto mettere Beatrice proprio a faccia a faccia con lei, si­gnor Roche; a vostra sorella non sarebbe an­data a genio la vicinanza.

Carlo                             - Al contrario, mia sorella sarebbe stata contentissima. Quando mi regalò il portafoglio mi disse: Carlo, quando diventerai un uomo e ti innamorerai di una donna, metti il suo ritratto di fronte al mio, così quando chiude­rai il portafoglio io la bacerò.

Rosalinda                      - (si alza mentre Carlo parla. E' covi' mossa. Cercando di cambiare discorso) Si­gnor Roche, non mi sarei mai sognata...

Carlo                             - Ed ecco perché tengo il ritratto di vo­stra figlia vicino a quello di mia sorella.

Rosalinda                      - (con serietà e tristezza) Non do­vete farlo.

Carlo                             - Perché non lo dovrei? Non oserete mica parlar male della mia Beatrice?

Rosalinda                      - (con tristezza) La « vostra » Bea­trice? Povero ragazzo!

Carlo                             - Già, so bene di non aver diritto a par­lare così. Non le ho parlato che poche volte, dopo tutto... (s'interrompe a un tratto veden­do che Rosalinda strappa lentamente, ma con grande fermezza, la fotografia di Beatrice) Si­gnora Page!

Rosalinda                      - (seria) Sentite, signor Roche, fate il matto e scherzate con Beatrice finché volete, ma per carità non la prendete sul serio, avete capito? (pausa) Dicevate di voler prendere un treno, non è vero?

Carlo                             - E' presto. Voglio ancora parlarvi di lei.

Rosalinda                      - Ve lo proibisco.

Carlo                             - Ma ne ho il diritto. Non c'è un uomo sulla terrà che non abbia il diritto di dire a una donna che è innamorato di sua figlia!

Rosalinda                      - Ma il guaio è che essa non vi ama,

Carlo                             - Non mi ama? E come fate a saperlo? Se avete detto poco fa che...

Rosalinda                      - (impacciata) Oh! come avrete fatto meglio a non venir qui!

Carlo                             - Ma dunque perché siete tanto contro di me? Che cosa vi ho fatto? Voi potreste an­che rispondermi con un « no », se volete, ma non potrete negare che quando Beatrice era bambina avrete pensato a colui che sarebbe venuto un giorno a portarvela via, non è vero? Ora io non so se sarò proprio il predestinato, ma pure le voglio bene come se lo fossi... avete capito, adesso?

Rosalinda                      - Carlo, non mi torturate!

Carlo                             - Il mio nome? Sapete il mio nome? Chi ve lo ha detto? Beatrice vi ha dunque parlato di me? Che cosa vi ha detto?

Rosalinda                      - Fanciullo... fanciullo... Non par­late più, andatevene, adesso.

Carlo                             - Non capisco.

Rosalinda                      - Non avrei mai supposto un amore di questo genere. Credevo soltanto che noi fossimo dei buoni amici...

Carlo                             - Noi?

Rosalinda                      - Carlo, via, poiché siete così cu­rioso non potreste aiutarmi un pochino anche voi? Non capite ancora?

Carlo                             - Io?... io?...

Rosalinda                      - Ebbene, allora sentite. Mi dispia­ce, mi dispiace molto di dover spezzare il vostro grazioso giocattolo, ma Beatrice, si­gnor Roche, non ha avuto madre... almeno da molti anni. Mi capite adesso?

Carlo                             - No.

Rosalinda                      - Ebbene, signor Roche, Beatrice, Beatrice ha quarant'anni... suonati... (con un po' d'ironia).

Carlo                             - Io... voi... ma...

Rosalinda                      - Sì, io sono Beatrice.

Carlo                             - Ma... (guarda tu fotografia).

Rosalinda                      - Sì... la fotografia... una posa, Io capisco.

Carlo                             - Ma pure non l'ho vista soltanto sulla scena, l'ho vista anche fuori del teatro.

Rosalinda                      - Per poco tempo: capisco anche questo...

Carlo                             - Ma nemmeno adesso... (si lascia ca­dere accasciato sopra una sedia).

Rosalinda                      - Mi dispiace, Carlo, mi dispiace assai.

Carlo                             - Non mi par possibile.

Rosalinda                      - Ricordate quell'incidente della forbice nello scorso giugno, mentre eravamo in barca sul Tamigi?

Carlo                             - Quando Beatrice... quando voi... quando lei insomma si ferì al polso?

Rosalinda                      - ... e voi baciaste la ferita per far­la rimarginare? E' rimasto il segno.

Carlo                             - Lo so. Ho riveduto la cicatrice.

Rosalinda                      - E potete rivederla anche adesso. (mostra il polso) Ecco. Sono dunque tanto diversa dalla donna di allora?

Carlo                             - No, le somigliate moltissimo, ma... sì, adesso vedo proprio che dovete esser voi.

Rosalinda                      - Con la differenza che oggi dimo­stro la mia età! (interrogandolo) Perché non ridete, Carlo? Vedete, rido anch'io! (Carlo continua a tenere gli occhi abbassati) Non svelerete mica il mio segreto, non è vero? Questo era l'unico mio timore quando siete entrato. E ora, Carlo, vi devo spiegare...

Carlo                             - Non c'è nulla da spiegare.

Rosalinda                      - Oh, sì, vi devo dire qualcosa che farà di voi un uomo più saggio e forse un po' più triste. Ricordatevi, Carlo, che non torneranno mai più i vostri ventitre anni (con un po’ d'ironia).

Carlo                             - Lo so, lo so che non torneranno più.

Rosalinda                      - (sorridendo) Ah! non la pren­dete così tragicamente: dopo tutto siete sol­tanto a ventiquattro. Dovete averne sentito delle belle storie sulla età delle attrici, voi che frequentate tanto il palcoscenico.

Carlo                             - L'età delle attrici? Me ne sono occu­pato così poco!

Rosalinda                      - Eppure, non avete mai notato che sulla 6cena non vi sono mai delle parti per le donne di mezza età?

Carlo                             - (pensa un poco) Davvero? Non ci ave­vo fatto caso.

Rosalinda                      - No, non ce ne sono, almeno per le « stelle », per le prime attrici. Non vi è parte per una donna fra i ventinove e i sessant’anni. Qualche volta, molto raramente, un autore drammatico con poca esperienza ne scrive una, ma con un po' di furberia si riesce sempre a fargli dire che la parte può benissimo essere sostenuta da una donna di 25 anni. Così, mio caro Carlo, siamo riuscite finora a tener lontana dalla scena la donna di mezza età. Persino Padre Tempo è più cle­mente con noi. Ci aspetta dietro la scena con un mantello nero come ci aspettano le came­riere per riporre le nostre vesti più costose. Ma noi sappiamo fare in modo che persino il Tempo non ha il coraggio di buttarci addos­so il suo mantello. Forse è l'occhiata civet­tuola e supplichevole che gli lanciamo quando ci minaccia, forse è perché per tanto vecchio e con la barba bianca anche lui non può resistere al belletto e alla cipria delle nostre guance... Insomma aneli'egli si commuove e sembra dire: «Che visetto birichino... Dia­mogli ancora un anno di vita ». Così, quando voi, Carlo, scriverete il mio epitaffio, po­trete mettervi queste poche parole: « Rimase per molto tempo a ventinove anni ».

Carlo                             - Ma anche fuori della scena? Io vi ho veduta fuori del teatro e vi ho accompa­gnata persino alla stazione, quando partivate per Montecarlo, ricordate?

Rosalinda                      - E invece di scendere a Montecarlo scesi alla prima stazione...

Carlo                             - E siete venuta qui?

Rosalinda                      - Già, son corsa qui di nascosto.

Carlo                             - Eppure non arrivo a persuadermene... Siete così seria e così composta, voi ch'erava­te tanto giovane e piena di brio...

Rosalinda                      - Ero una ragazza di ventinove an­ni. No, non vi adirate. Non soltanto sul pal­coscenico esistono queste perpetue ventinovenni. No, è piena anche la platea. Vi ricor­date che una sera dovetti aggiungere della cipria sul mento? E quella notte in cui vi costrinsi a ballare, a ballare e ballare?

Carlo                             - Sono passate soltanto poche settimane.

Rosalinda                      - Sicuro! E lo facevo per scacciare via il Padre Tempo che mi voleva ghermire e che già si era affacciato sullo specchio... Ma se ne è andato, sapete, se n'è andato pei fatti suoi.

Carlo                             - Ma il vostro modo di fare così giova­nile, così infantile in confronto di...

Rosalinda                      - In confronto di questo? Ebbene. ora vi parlerò anche di questo. Vedete, non avendo avuto mai più di ventinove anni. nemmeno nel sonno, giacche dobbiamo ser­barci giovani anche quando dormiamo, co­minciai a domandarmi che cosa dovesse es­sere questa mezza età e sentii il bisogno di provarne la sensazione. Una curiosità fem­minile, Carlo...

Carlo                             - Eppure non potevate mica...

Rosalinda                      - Non lo potevo? Sentite. Due esta­ti or sono invece di andare a Biarritz e ve­dere le mie fotografie in tutti i giornali illu­strati in atto di salire in automobile o di intraprendere una passeggiata in campagna o di vedermi in mezzo a tutte le altre attrici della compagnia con la solita e immancabile dicitura: « I nomi si leggono da destra a si­nistra »; insomma, invece di fare ciò che fanno tutti, finsi di andare all'estero, ma in real­tà venni qui con l'idea ben decisa di essere per un mese intero una signora di mezza età. Dovetti comprarmi degli abiti adatti, degli abiti meno attillati e più 'scuri quali si con­vengono per una donna non più giovane e dovetti quindi inventare una madre per la quale fingevo di fare tutti questi acquisti di­cendo ch'essa era alta come me e della stes­sa corporatura, ma un po' più grossa, come essa di fatti è, lo vedete?

Carlo                             - Mi pare incredibile.

Rosalinda                      - Lo so, voi siete troppo buono, troppo ingenuo per poterlo credere. Voi non capite quale diversità può produrre in una donna una pettinatura più elegante e più ri­cercata, un poco di merletto in mostra e qualche altro piccolo nonnulla che viceversa non è affatto un nonnulla; voi non potete capirlo, ma dal momento che volevo dare all'interno del mio essere una nuova forma di riposo mi parve giusto darla anche all'esterno. E così, tutta a mio agio di dentro e di fuori, Carlo, affittai qualche stanza nel punto più isolato della terra sperando di ritrovare la donna che ricercavo...

Carlo                             - Chi dunque?

Rosalinda                      - Me stessa. Fino a due anni or sono questa donna e io non ci eravamo mai incontrate.

Carlo                             - E vi è piaciuta, ora che la conoscete?

Rosalinda                      - Mi è piaciuta assai più di quello che non piace a voi, Carlo. E' proprio una donna simpatica. Non già che potrei farmela con lei per tutto l'anno, ma per un mese o poco più trovo che la compagnia è sem­plicemente deliziosa. Carlo, ricordate le mie scarpine con quei tacchi alti, alti? Guardate (mostra i piedi calzati nelle pantofole senza tacchi). Ai balli che di quando in quando si tengono in paese siedo per lunghe ore a far tappezzeria. Potete immaginarmi a restar se­duta tutta la notte, ferma come una pianta rampicante? Eppure è così; conosco tutte le autorità del villaggio e giuoco a carte; le si­gnorine fidanzate mi fanno le loro confidenze come si fanno alle vecchie nonne e mai - almeno quasi mai - mi viene in mente che se volessi mi sentirei ancora di rubar tutti i loro fidanzati.

Carlo                             - Possibile! Voi che se aveste voluto sa­reste riuscita a...

Rosalinda                      - Sì, proprio io, e voi lo sapete, Carlo, se avessi visto….

 Carlo                            - Lo so' purtroppo, e lo ricordo bene il vostro brio...

Rosalinda                      - La mia diavoleria, dite pure cosi.

Carlo                             - Non so; certo che il vostro buon umo­re avrebbe potuto tenere allegro più d'uno... tranne quei certi momenti di malinconia che facevano di voi la donna più triste della terra.

Rosalinda                      - Ma non sono mai stata triste vi­cino a voi, Carlo.

Carlo                             - (con un po' di gelosia) Volete dire vicino a tutti noi, Beatrice, non è vero?

Rosalinda                      - No, no, solo vicino a voi. Ah l'allegria della sua allegria quando è allegra E la tristezza della sua tristezza quando è triste! Ma l'allegria della sua allegria E la tristezza della sua tristezza Non sono nulla, o Carlo, In confronto della cattiveria della sua cattiveria quando è cattiva».

Carlo                             - Ben detto, Beatrice, ora vi riconosco perfettamente, tornate ad esser voi.

Rosalinda                      - Ma no, recito una parte, come al solito.

Carlo                             - No, no... vi conosco troppo bene or­mai perché possiate più nascondermi i vostri sentimenti.

Rosalinda                      - Ah! ah! i miei sentimenti! Ma non sapete che ne ho uno stock, un armadio pieno? Che posso sempre cambiarne come cambio d'abiti, ad ogni atto? (Con tenerez­za) Carlo, sentite, non fatemene una colpa ma incolpate il pubblico di cui anche voi fate parte. E' il pubblico, il pubblico senza pietà, quel che ha fatto di me quel che sono. Io non son altro che la sua schiava, il suo giocattolo ch'egli ricompensa con qualche applauso se riesco a divertirlo. Anch'io avrei potuto essere una mogliettina buona e pre­ziosa, Carlo, non vi pare, ma il pubblico non ha voluto. Sapete invece che cosa sono? Un fascio di emozioni, ecco tutto. Ho due facce diverse per ogni giorno della settimana. La casa, la vita di famiglia, la vita calma della moglie buona e affezionata non è divenuta per me altro che una nuova parte di comme­dia. Oh! Carlo, se avessi potuto rimanere una donna « qualunque », camminare lungo la spiaggia del mare stringendo attorno a me una mezza dozzina di bimbi veramente miei, attaccati alla sottana, che mi chiamassero mamma e mi chiedessero di giuocare con lo­ro... Ma il pubblico non l'ha voluto.

Carlo                             - Beatrice!

Rosalinda                      - Sì, Carlo; e invece eccomi qui. divenuta quasi una trottola, una farfalla sen­za meta e senza speranza, qualche volta tri­ste, qualche volta pazza, anche troppo paz­za... Carlo. Ci sono stati dei momenti in cui avrei fatto qualunque cosa pur di non rinun­ciare alla recita della sera. Di tutto il resto non m'importava; ho dato un calcio alle con­venienze, alla parentela, alle amicizie... Ho rinunciato a tutto. (Commossa) A tutto!

Carlo                             - No, Beatrice, via, non commuovetevi. Signora Page... io...

Rosalinda                      - Ah! E’ la signora Page adesso!

Carlo                             - Che tragedia la vostra vita, chi l'a­vrebbe detto!

Rosalinda                      - Non ve ne preoccupate tanto, Carlo: piango, è vero, ma mentre piango vi continuo a guardare con la coda dell'occhio per vedere se recito bene la mia parte.

Carlo                             - (un po' brusco) Come... anche adesso?

Rosalinda                      - Tranquillizzatevi, Carlo, presto riderò. Quando avrò finito di piangere verrà il momento di ridere.

Carlo                             - Oh! Beatrice, non scherzate così!

Rosalinda                      - (accostandosi a lui, con tono di mal­to affetto) No, avete ragione, Carlo, poiché in fondo voi mi avete così nobilmente pro­posto di togliermi da questa vita d'inferno, di lasciare che riprenda vita la vera « me stessa »... (Carlo si mostra un po' turbato) Carlo, mio buon Carlo, la vostra offerta è no­bile e generosa... e io l'accetto. (Carlo è an-cora più turbato. Rosalinda scoppia in una risata che ha una punta d'amarezza). Ah! ah! vedete, il tempo di ridere è già venuto! Ah! ah! credevate davvero ch'io vi volessi, ragaz­zo orgoglioso? (Ride e assumendo un'aria di grande importanza) Io che ho vissuto fra i grandi pensatori, che ho scritto pagine d'ar­te incancellabili, io che ho giocato a mosca cieca con Shakespeare e con Victor Hugo, io non sono carne per i vostri denti, non sono adatta per un essere della vostra specie...

Carlo                             - Non ridete di me, Beatrice, compren­dete la mia posizione.

Rosalinda                      - Sì, la comprendo... ma volevo scherzare; tutta la vita è uno scherzo (Si pic­chia alla porta). Avanti!

Signora Prest                 - Un telegramma, signora. II ragazzo aspetta. (Rosalinda lo apre, si mette gli occhiali, e lo legge con gran calma) C'è risposta?

Rosalinda                      - Nessuna risposta, grazie, può an­dare. (La signora Prest esce).

Carlo                             - Non sarà una cattiva notizia, spero.

Rosalinda                      - (gli dà il telegramma) E’ del mio impresario.

Carlo                             - Ma è un telegramma convenzionale.

Rosalinda                      - Sì, esso significa che la nuova commedia non piace e che voglion rimettere in scena il « Trionfo d'amore ». Mi pregano di essere domattina alle undici alla prova. (Chiamando) Signora Prest!

Carlo                             - Ma non possono neppure lasciarvi go­dere in pace qualche settimana?

Rosalinda                      - (con calma) Pare di no... E' un peccato, ma mi avevano detto che forse mi avrebbero telegrafato.

Carlo                             - Eppure... se... (Entra la signora Prest).

Rosalinda                      - Oh! signora, devo partire subito per Londra, purtroppo. Per quest'anno la mia villeggiatura sembra finita.

Signora Prest                 - Dio mio! Dunque partite? E' vostra figlia che vi chiama? E' forse tornata da Montecarlo e vuole vedervi?

Rosalinda                      - Sì, presso a poco è così. Bisogna che vada, non posso farne a meno. Farò a tempo a prendere il diretto?

Carlo                             - Passa alle sette.

Rosalinda                      - Oh allora c'è tempo. E' quello il vostro treno?

Carlo                             - Sì, ma io scendo alla prima stazione.

Rosalinda                      - Anche per poco tempo vi sarò grata della vostra compagnia. Sapete, signo­ra Prest, che questo giovanotto è un amico di... di Beatrice?

Signora Prest                 - Me l'aveva detto, ma non ci credevo.

Rosalinda                      - Eppure è così. Signor Roche, que­sta è la mia buona padrona. Ora vado a fare il bagaglio; non ci vorrà molto... ho poche cose.

Signora Prest                 - Posso aiutarvi?

Rosalinda                      - Per ora non occorre; mi spedi­rete domani il mio baule, o piuttosto fatemi un favore, adesso. Correte al vicariato e dite alla signora Brigida che non posso esser pre­sente stasera alla riunione del Comitato del­le Madri di Famiglia; ditele che mi dispiace tanto, ma che ho dovuto ritornare a Londra di premura... improvvisamente...

Signora Prest                 - Lo farò subito.

Rosalinda                      - Grazie. E ora non ho che pochi minuti; vi dico addio perché sarò partita pri­ma che ritorniate. Vi scriverò da Londra e aggiusterò tutto. (Guardando attorno la stan­za). Bella stanzetta!... E come ci sono stata bene! Arrivederci!

 l'età' delle attrici

                                      - (Sale i due scalini del fondo ed entra nella camera da letto).

Signora Prest                 - Arrivederci! arrivederci! che peccato!

Carlo                             - E' un vero peccato!

Signora Prest                 - (con un tono di confidenza) Credete a me, questo è qualche pasticcio del­la figlia, con licenza parlando...

Carlo                             - Probabilmente!

Signora Prest                 - E pensare che una signora a modo come questa deve avere una figliola che per vivere balla in palcoscenico.

Rosalinda                      - (apre la porta pian piano. Senza far­si vedere) Siete andata, signora?

Signora Prest                 - Vado subito, vado subito.

Rosalinda                      - Grazie. (Chiude la porta).

Signora Prest                 - Quello che mi domando qual­che volta è se la figlia si prenda cura di lei come dovrebbe. Le vuol bene, certamente, ma mi pare che non le usi nessuno di quei ri­guardi che si dovrebbero usare verso una per­sona dell'età della signora Page.

Carlo                             - Non è poi tanto vecchia!

Signora Prest                 - No, alla nostra età si ha bi­sogno di tranquillità... E mi pare che la si­gnora Page ne abbia poca di tranquillità..'.

Carlo                             - Oh! certo... pochissima...

Signora Prest                 - Quando è venuta qui, mi disse che sentiva il bisogno di appartarsi dal frastuono della vita e di riposarsi in quello che chiamava « il delizioso tramonto della mezza età ». Talvolta si direbbe che nella sua vita le sia mancato finora qualcosa e che sia venuta a ricercarlo qui.

Carlo                             - Ma se le piace tanto, perché ci ri­nuncia?

Signora Prest                 - A vivere qui?

Carlo                             - No, alla mezza età.

Signora Prest                 - Rinunziare alla mezza età? E come potrebbe farlo?

Carlo                             - ... volevo dire... ma non importa.

Signora Prest                 - Il male è che deve ritornare a quella Londra che detesta.

Carlo                             - Sì, purtroppo.

Signora Prest                 - E voi non potreste impedire che parta?

Carlo                             - Io?

Signora Prest                 - Sì, voi; mi sembrate tanto d'accordo con la figlia che potreste fare un po' qualcosa anche per la madre.

Carlo                             - Aiutarla? Se lo potessi!

Rosalinda                      - (aprendo pian piano la porta senza farsi vedere) Signora Prest, vi sento ancora parlare; non mi avete detto che sareste andata subito?

Signora Prest                 - Sì, sì, scusate; vado subito: sentirete subito chiudere la porta. Buon viaggio.

(La signora Prest si mette addosso uno scialle ed esce dubito sbattendo la porta).

Carlo                             - (cammina su e giù per la scena, si avvi­cina fino alla porta della camera da letto come se volesse entrarvi, poi esita, ritorna sui suoi passi, si riavvicina di nuovo alla por­ta, quindi va al caminetto, esamina di nuovo la fotografia come se volesse fare mentalmen­te un confronto. Rosalinda ha lasciato la por­ta della camera socchiusa. Infine con tono de­ciso e dopo essersi preparato dinanzi ad uno specchio come per recitare una parte) Bea­trice, ho qualcosa da dirvi subito.

Rosalinda                      - (dall'interno) Appena avrò finito di fare le valigie.

Carlo                             - Non fatele.

Rosalinda                      - E' impossibile, devo farle.

Carlo                             - Ma ho qualche cosa da dirvi.

Rosalinda                      - Vi sento anche da qui.

Carlo                             - Beatrice, fino a questo momento non vi avevo conosciuta. La ragazza che cono­scevo e di cui ero innamorato non è mai esi­stita...

Rosalinda                      - Oh, sì che esisteva, invece.

Carlo                             - (accalorandosi sempre più) No, c'era la piccola Rosalinda, ma Rosalinda è finita ormai; la sua parte l'ha stancata. Rosalinda è divenuta vecchia e ha abbandonato la «Fo­resta delle Ardenne ». Ma vi è un uomo che non l'ha ancora dimenticata, che non la di­menticherà mai, che vorrebbe essere e conti­nuare a essere per tutta la vita il suo Orlan­do... (Pausa). Mi sentite, Beatrice?

Rosalinda                      - (con indifferenza) Sì.

Carlo                             - (ricominciando con tono patetico) Vi porterò lontano dal vortice dove vivete, vivrò con voi nel tramonto delizioso della mezza età, farò grigi i miei capelli per non sembrar troppo giovane e sarò il vostro sostegno. (Una pausa. Poi Carlo si stizzisce che Rosalinda non gli risponda almeno con una pa­rola di ringraziamento e d'incoraggiamento) Beatrice, uscite, uscite, in nome di Dio!

Rosalinda                      - Eccomi! vengo! (Appare, sulla soglia tutta pronta per nuove conquiste. E' interamente mutata. E' giovane, allegra, ele­gante, piena di vita e di brio, indossa un ele­gante cappellino, reca in mano una borsetta di pelle, mostra dei gioielli elegantissimi e appare insomma completamente diversa per abito e per temperamento da quella di prima. Parlando mentre entra) Ah! cattivacelo! Ti ho sentito, sai, quando facevi la corte a mamma. (Carlo resta attonito a guardarla senza proferir parola). Ti faccio dunque tan­ta meraviglia, Carlo?

Carlo                             - (semitragico) Gran Dio! Non vi è dunque nulla di vero nella vita?

Rosalinda                      - Molte cose. Rosalinda è vera e io sono Rosalinda, e la « Foresta delle Ardenne » è vera e io ritorno alla « Foresta delle Ardenne », e i pasticcini e la birra son veri e io ritorno a mangiar pasticcini e a bere bic­chieri di birra. Tutto è vero... tranne la mez­za età.

Carlo                             - Ma se dicevate... se dicevi...

Rosalinda                      - Che importa quel che dicevo? Sono Rosalinda e ritorno indietro, ritorno in­dietro! Oh! Carlo! come sono felice!

Carlo                             - Mi pare quasi che in quella camera (indicando la camera da letto) sia rimasta la donna che vi è entrata cinque minuti fa.

Rosalinda                      - Per l'appunto, Carlo, quella don­na l'ho lasciata di là. Ho riposto la vecchia brontolona in un baule perché la trasportino in qualche deposito di mobili usati e se aves­si avuto un marito e dei bambini li avrei in­cassati anche loro e li avrei spediti sopra un carro perché io, io devo ritornare alle « Ar­denne ».

Carlo                             - Beatrice!

Rosalinda                      - La scena aspetta. Il pubblico mi chiama e il sipario sta per alzarsi di nuovo. Oh! il mio pubblico, i miei cari, i miei vec­chi buoni amici! Venite di nuovo con me nel­la « Foresta delle Ardenne » e nascondete di nuovo le rughe degli occhi e il gozzo abbon­dante.

Carlo                             - Ma se dicevi di odiare il pubblico.

Rosalinda                      - Era mamma che lo diceva! Il pubblico è il mio unico amore, la mia unica passione! Il pubblico è il mio schiavo, il mio giocattolo che mi diverte e mi applaude. Tut­ti applaudono Rosalinda, Carlo, tutti la perdonano, fuori che te.

Carlo                             - (entusiasmato) Oh! Beatrice, divina creatura!

Rosalinda                      - Ma tu non puoi perdonarmi. Non importa! Un sospiro a chi mi ama, un sorriso a chi mi odia.

Carlo                             - Oh! Beatrice, nessuno sa farsi amare come te... Sii mia, sii mia per tutta la vita.

Rosalinda                      - Vorresti ancora essere il sostegno della mia vecchiaia?

Carlo                             - Dimentica quello che è stato, Beatri­ce... sii mia, sii mia!

Rosalinda                      - Ne parleremo in treno.

Carlo                             - (guardando l'orologio) E' l'ora.

Rosalinda                      - E mi lascerai ancora alla prima stazione?

Carlo                             - Ti par possibile?

Rosalinda                      - (correndo fanciullescamente sulla scena per sfuggire a Carlo che vorrebbe darle un bacio) No, no, no, chi mi vuole deve guadagnarmi! E ci fermeremo a tutti i pali telegrafici prima di arrivare alla stazione, non è vero, Carlo? per scrivere sopra ciascu­no qualche verso di amore.

Carlo -

Rosalinda                      - Dall'Oriente all'Occi­dente - Nessun gioiello è più splendente.

Rosalinda                      - Mezza età ti dico addio

Carlo                             - Rosalinda è tutta brio. (Anche Carlo è diventato allegro).

Rosalinda                      - (con civetteria) E in viaggio, Car­lo, potrai farmi la corte, se vorrai, ma nulla più. Ricordati che hai appena ventitre anni e che io ne ho molti di più!

Carlo                             - Ti vincerò, ti vincerò!

Rosalinda                      - E un giorno o l'altro sposerai la figlia paffutella di qualche mercante.

Carlo                             - Mai, te io giuro.

Rosalinda                      - E porterai i tuoi bambini a ve­dermi quando recito nell'Amleto. (Carlo l'afferra rapidamente e la bacia con tutto l'ardore dei suoi ventitre anni. Ella gli sfugge ridendo, si ode un fischio di locomo­tiva).

Carlo                             - Il treno.

Rosalinda                      - Andiamo, andiamo! La gloria ci chiama (si avvia, poi si arresta all'improv­viso) Oh! dimenticavo! (Avvicinandosi alla porta della camera da letto) Addio, mamma! (Si allontanane. Sipario).

FINE

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