L’hurluberlu

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L’HURLUBERLU

ovvero Il Reazionario innamorato

Commedia in quattro atti

di JEAN ANOUILH

Traduzione di Luigi Squarzina

PERSONAGGI

IL GENERALE

IL BARONE BELAZOR

LEBELLUC

IL DOTTORE

LEDADU

IL CURATO

DAVID

EDWARD MENDIGALÈS

TOTO'

Il figlio del lattaio

Il lattaio

AGLAE

MARIA CRISTINA

SOFIA

LA ZIA BISE

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Lo studio del generale. Armi, ricordi coloniali al muro, la carta di Francia con bandierine. Paesaggio tipico della provincia francese. Da una finestra un campanile che domina la cittadina. Due porte fine­stre danno su un giardino. In scena il generale e il dottore. Il generale è in vestaglia e il dottore lo au­sculta.

Generale                        - ...nominato generale di brigata con de­creto del 1° febbraio. Generale a quarant'anni! Era simpatico, dovete convenirne. Finalmente mi tolgo i filetti, mi cucio la mia brava stella sulla manica e mi dico: "È fatta!". Con un po' di fortuna l'Europa esplode, una bella campagna, e io salpo. Il 27 dello stesso mese, 180 giorni di arresti in fortezza per ave­re cospirato contro il regime repubblicano. Mi sbat­tono a Pontségur nei Pirenei; una costruzione del 14° secolo, notevolmente migliorata dal Vauban dal punto di vista militare ma non dal punto di vista dei conforts. Un freddo, amico mio! Da crepare! E le due coperte regolamentari. Ah, vi giuro che me lo applicavano, il regolamento! La Repubblica è una buona figliuola, ateniese, come si suol dire: tutta sculettamenti, sorrisi, concessioni di tabaccherie alle amiche e favori agli amici; ma quando le capita fra le mani uno dei suoi nemici, altroché, se diventa spartana! Non importa. Ginnastica quotidiana, doccia gelata; loro non se lo aspettavano, ma io resisto. 14 luglio: amnistia. Per solennizzare la presa della Basti­glia, ci pensate? Fare questo a me! Li vedo, a berci so­pra, quei massoni del ministero! 13 giorni di condono per darsi l'aria di essere generosi, uno scappellotto e via. Sia pure. Ingoio l'affronto ed esco lo stesso. Che volevate che facessi? Mica potevo restarci con la for­za, nella loro gattabuia. In quel genere di posti è dif­ficile entrare quanto uscire. Eccomi per le strade, fra l'odore di frittura e di vino rosso, in mezzo all'allegria popolare, colla valigia in mano. Mi tappo il naso e le orecchie, scanso due o tre fanfare e imbuco la via della stazione; sette chilometri in pieno sole. Nean­che parlarne, di trovare un'automobile. L'unico che le affittava, in paese, era il vice-sindaco socialista; mi avrebbe detto di no, e anch'io a lui. Faceva un caldo quel giorno!... Per spirito di contraddizione, io, che avevo resistito sei mesi nella loro cantina, mi becco un fior di raffreddore - forse perché risentivo del col­po del 14 luglio: capacità difensiva ridotta. Quattro mesi di convalescenza, nel corso dei quali apprendoche mi hanno messo in congedo. II più giovane gene­rale di Francia e il più giovane silurato: era completa, avevo tutti i titoli... Mi ritiro qua in campagna, mi sposo, mi occupo seriamente di agricoltura, faccio dei figli, ma è un'attività transitoria: a poco a poco l'ina­zione mi pesa. Penso a scrivere le mie memorie, come tutti i generali: scrivo il titolo in cima alla pagina, ca­pitolo primo... Poso la penna un attimo per riflettere - imprudenza che i generali d'abitudine non commet­tono mai - e mi accorgo di non avere niente da dire... A questo punto, amico mio, vi confesso che ho avuto un momento di debolezza. Ah si! Il primo - e l'ultimo, d'altronde. Il buco nero della disperazione, e io davanti, dritto, come un grosso imbecille... Que­sta era dunque la vita?

Dottore                         - Adesso vi misuro la pressione.

Generale                        - All'improvviso, un bel mattino, e per puro caso - vi dirò poi come - scopro l'esistenza dei vermi. Ero salvo.

Dottore                         - (che ha preso l'apparecchio per misurare la pressione) Dei vermi?

Generale                        - Si. I vermi, quelle bestioline formico­lanti. Mi sono accorto che se in Francia le cose non andavano più per il loro verso, da un pezzo, è per­ché c'erano i vermi nel frutto. Tutto era chiaro, fi­nalmente: la Francia aveva i vermi!

Dottore                         - (distratto, prendendogli la pressione) Ah, ah.

Generale                        - Il mondo intero, del resto. Ma me ne fotto, io, del mondo! Sono francese, e per prima co­sa devo occuparmi della Francia.

Dottore                         - (che ha applicato la gomma all'apparec­chio) Sentite, generale, forse la Francia ha i ver­mi, ma neanche voi state troppo per la quale. Sapete che avete 220?

Generale                        - Di minima?

Dottore                         - Di massima. Può bastare. Non mi pia­ce punto. Il mio predecessore non s'è mai preoccu­pato di questa cifra?

Generale                        - (che si riveste) Vi dirò: lui aveva 250. Mi diceva: "Maiale! chiudendo la sua borsa - avete soltanto 220! Siete un giovanotto!". Mi offri­va uno dei suoi sigari, io andavo a prendere una bot­tiglia di porto e le davamo fondo in santa pace par­lando dell'apertura della caccia. (È andato a pren­dere la bottiglia sul mobile, verso destra)

Dottore                         - Poco - pochissimo: anch'io ho 220.

Generale                        - (rapito) Davvero? Mi fa piacere. Mi siete sempre più simpatico, dottore. Sento che diver­remo amici. Alla vostra salute!

Dottore                         - Alla vostra! Ma pensiamoci, bisogna che vi curiate.

Generale                        - Certo, bisogna sempre fare quello che bisogna. Prenderò tutte le vostre pillole, ma sapete com'è, quando uno ha passato la vita a farsi sparare addosso, si prospetta la faccenda più tranquillamen­te di un borghese. Anche l'altro mondo è un mondo, dopo tutto, e c'è almeno una probabilità su due che sia migliore di questo. (Si avvicina) Vi dirò la verità, dottore, adesso che avete riposto gli strumenti. Se vi ho chiesto di visitarmi, è solo perché volevo fare conoscenza un po' meglio. Lo so da parecchio, di ave­re 220... Per prima cosa c'è da guarire la Francia dai vermi. Dopo ci misureremo la pressione. Voi siete nuovo del paese, ma so che all'ingrosso la pensate come me. Io cospiro. Volete essere dei nostri?

Dottore                         - (con un gesto spaventato) Beh, con tutte le visite che ho da fare, alzarmi alle 7, coricarmi a mezzanotte, non mi resta molto tempo per cospirare. Un parto o due per soprammercato, come oggi, e...

Generale                        - È la Francia che bisogna far partorire, dottore. Le vostre comari possono aspettare.

Dottore                         - Se sapeste però quando viene il momen­to, le mie comari, come le chiamate voi...

Generale                        - Che se li spingano fuori da sole, i loro marmocchi! La contadina è solida in questo cantone. La Francia è una grande bestia di razza ferita che non può partorire da sola, e tutti noi la guardiamo morire come dei bastardi. Siamo figli suoi, abbiamo lasciato che i vermi se ne impadronissero, ed eccoci qui, al suo letto di morte, a domandarci se è il caso di cambiare la nostra automobile o se anche quest'anno riusciremo a frodare il fisco...

Dottore                         - (in confidenza) Io ho fatto un forfait con l'ufficio delle tasse...

Generale                        - (anche lui in confidenza) A me lo trat­tengono sulla paga... Non importa. Tutti pensiamo a questo, o a qualcosa di equivalente. Pensiamo tutti a procurarci qualcosa che possa renderci più piace­vole e più facile la vita, la nostra piccola vita. "An­cora un po' più di conforts!" È il nostro grido di guerra... Ha rimpiazzato "Montjaie Saint-Denis." La ingegnosità degli uomini, per lungo tempo rivolta al­la grandezza e alla bellezza, adesso tende solo a pro­curare loro qualcosa di più morbido sotto le chiappe quando si siedono. L'ultimo aggeggio che risparmi lo­ro la fatica di macinare il caffè, di lucidarsi le scar­pe; che permetta di bere l'acqua ancora un po' più ghiacciata l'estate e di avere ancora un po' più di caldo l'inverno, senza bisogno di tirare il secchio dal pozzo o di spaccare la legna; di farsi la barba senza bisogno di radersi...

Dottore                         - ...È una cosa molto gradevole...

Generale                        - (esplode) Me ne fotto, io, se è grade­vole o disgustoso! Guardate dove ci ha condotti tutto questo: alla musica senza fare la fatica di suonare; allo sport che si guarda, ai libri che non si fa nean­che più lo sforzo dì leggere - li riassumono per voi, è talmente più comodo e più rapido - alle idee sen­za pensarci, al denaro senza sudarlo, al buon gusto senza averne - ci sono delle riviste specializzate che se ne incaricano. Fare finta: ecco l'ideale! Ve lo dico io, dottore, è una morale da vermi! E sono loro che me lo hanno insegnato, a poco a poco.

Dottore                         - Ma via!

Generale                        - Si, dottore. Il verme ha quasi lo stesso colore della polpa. Grazie a un curioso fenomeno di mimetismo arriva a rassomigliarle. Uno lo mastica, qualche volta, senza accorgersene, ma non è il frut­to. Se ne frega, lui, del frutto! Ha i suoi diritti im-prescrittibili di verme, per i quali si è sempre pronti a mobilitare la coscienza universale, ma doveri non ne ha. Ecco la sua forza. (Si alza e declama) "Fran­cia, madre delle arti, delle armi e delle leggi..." Ave­te voglia di cantargliela, questa canzone! È cinese per lui. Trovarsi in una mela sana o in una pera sfat­ta, per luì è lo stesso, purché ci sia da rodere. La so­la cosa che gli importa è di farsi il suo buco.

Dottore                         - (ridacchia) Ma voi mi scodellate del Corneille: "Agli uomini bennati, come la patria è ca­ra!..."

Generale                        - Si. È un verso che a quindici anni mi faceva ridere, come tutti. Adesso che invecchio, mi fa pensare.

Dottore                         - La stimate proprio tanto, la gente bennata? Prima di venirmi a seppellire qui avevo una clientela molto borghese, a Mont Lucon, e posso dirvi...

Generale                        - (tagliando corto) Non fatemi dire quel­lo che non voglio dire, dottore; in Francia vi sono milioni di contadini e di operai bennati. Ce n'è ancora di più che fra i borghesi, a conti fatti. Forse ba­sterebbe insegnare loro di nuovo che cos'è il rigore. In altri tempi lo sapevano. (Bussano. Il generale gru­gnisce) Chi è?

Voce acuta                    - Papà...

Generale                        - (grida) Ho detto di non scocciarmi; sono col dottore che mi sta visitando.

Voce                             - Avete finito da un pezzo. Vi sto guardando dal buco della serratura. State chiacchierando! Pa­pà, devo assolutamente parlarti. (Entra Maria Cri­stina)

M. Cristina                    - Papà! il figlio del lattaio mi ha piz­zicato il sedere.

Generale                        - Dagli un ceffone.

M. Cristina                    - Me l'ha reso.

Generale                        - Digli che io gli tirerò le orecchie.

M. Cristina                    - Ha detto che sei uno sporco fasci­sta e che se ci provi lo va a dire a suo padre che ti verrà a chiedere spiegazioni.

Generale                        - Digli che lo mandi, questo padre! Ce n'ho, di spiegazioni da appioppargli!

M. Cristina                    - Ha detto che suo padre è più forte di te.

Generale                        - Questo è esatto. Sta bene. Vattene. Ci rifletterò. (Esce M. Cristina) Ecco a che punto sia­mo, dottore!

Dottore                         - Attento al lattaio, generale. Può tutto in Municipio. Avrete dei guai con l'immondezza, non vi vuoteranno più la pattumiera. Scopriranno che il vostro letamaio non è in regola, che il vostro orto in­vade il terreno comunale, e che so io. Non la finirete più.

Generale                        - Ai soprusi ci ho fatto il callo in pri­gione.

Dottore                         - E poi, è un bruto.

Generale                        - Anch'io.

Dottore                         - Si; ma voi siete un bruto magro, e lui pesa 120 chili!

Generale                        - E cosa può farmi? Mettermi a terra dodici volte? dodici volte mi rialzerò e dodici volte lo prenderò a schiaffi. Perché c'è una cosa che io so e che lui non sa: ed è che non si può nulla contro un vero uomo. Io ho inghiottito del mininistafià.

Dottore                         - Mininistafià?

Generale                        - Si. Era un rotolo di carta argentata rossa che avevo trovato nel solaio, coi miei cuginetti, quando avevo dodici anni. Ogni volta che c'era in vista qualcosa di un po' rischioso, una sortita a sas­sate contro i monelli del villaggio vicino, per esem­pio, ne mangiavamo un pezzetto e non avevamo più paura di niente. Quando mi hanno messo in congedo ho inghiottito del mininistafià e non ho mollato un pollice di terreno.

Dottore                         - Volete insegnare loro anche l'onore?

Generale                        - Ai migliori. Agli altri vorrei restituirne la nostalgia vaga e lo sbalordimento. È dimostran­dosi capace di morire per una cosa incomprensibile alla maggioranza, che una piccola razza scelta di uomini è riuscita nei secoli a farsi rispettare dal greg­ge. Non per altro, checché ne dica il maestro vostro amico.

Dottore                         - Mah, è un brav'uomo.

Generale                        - Lo so che è un brav'uomo, ma allora riconosca che lo sono anch'io! Io non lo chiamo "vi­pera lubrica"! Dico soltanto che è una testa di ca­volo.

Dottore                         - (scosso) Generale!...

Generale                        - "Generale" che! Siete tanto bene edu­cato, voi? Diciamo cafone, se preferite, ha lo stesso numero di sillabe. E non parliamone più.

Dottore                         - (prende il cappello per andarsene) Deci­samente, generale, io non sono dei vostri... Se voleste impadronirvi della caserma dei pompieri o del Mu­nicipio, potrei anche seguirvi, per vedere come va a finire... ma ho l'impressione che voi vogliate cospi­rare contro ciò che adesso chiamano il corso dellastoria. E vi avverto che è una cosa senza speranza. Abituatevi all'idea.

Generale                        - Mi fate ridere. In tutte le epoche, ci sono state delle frasi fatte che mettevano paura. Per una metà dei vostri filistei il corso della storia ser­ve soltanto per andarci a passeggio la domenica. E per l'altra metà è greco. Ma non voglio trattenervi, dottore. Immagino che ci saranno ad aspettarvi do­dici casi di meteorismo e flatulenza rimborsati dalla Cassa Malattie. Anche in questo consiste il progresso, dottore: nella elevazione delle classi povere al me­teorismo. In altri tempi, era riservato a qualche vec­chia zitella che non aveva niente da fare. È vero che la medicina ci guadagna...

Dottore                         - (con improvvisa preoccupazione) Mica tanto. Si parla di imporci un tariffario.

Generale                        - (godendosela) E chi è stato a volere che tutto il mondo fosse malato?... Ne avete scritti di articoli sui giornali per metterci paura! Adesso rassegnatevi a che il malato valga di meno. C'è superproduzione. Vi rifarete sul numero dei clisteri.

Dottore                         - Si, ma è screditante...

Generale                        - (gli mette la mano sulla spalla) Tanto meglio, forse cosi imparerete il vostro mestiere. So­no cinquemila anni che non lo sapete. Andiamo, vi accompagno fino alla macchina. Avete intenzione di cambiarla, quest'anno? Adesso non sembrano più delle saponette: si direbbero invece delle supposte. Ma i cuscini sono sempre più morbidi. Niente ferme­rà la marcia del progresso.

Dottore                         - Che uomo! Meravigliatevi poi della pres­sione!... (Sono usciti da una delle porte finestre che danno in giardino. Entra Maria Cristina)

M. Cristina                    - Papà! Il figlio del lattaio ha detto che difenderà fino in fondo i sacri diritti della classe operaia e che se tu ti provi a sgridarlo, ti mostrerà il... (Si accorge che non c'è più il generale) Ho bella, non c'è più! (Grida verso la porta) Vieni avanti, se osi! (Entra il figlio del lattaio seguito da Totò)

Figlio del lattaio            - Te l'ho detto che tuo padre non mi fa paura! (Si ferma) È questo il suo studio?

M. Cristina                    - Si.

Figlio del lattaio            - E tutte queste sciabole sono sue?

M. Cristina                    - Si.

Figlio del lattaio            - Ed è con queste che uccideva gli arabi?

M. Cristina                    - Si.

Figlio del lattaio            - A cavallo?

M. Cristina                    - Si.

Figlio del lattaio            - (dopo una pausa) Tutti i po­poli sono fratelli, però, comunque, doveva essere emo­zionante... Posso staccarne una?

M. Cristina                    - (prende una sciabola dalla panoplia) Se vuoi... Toh!

Figlio del lattaio            - E lui che dirà?

M. Cristina                    - Lo sentirai.

Figlio del lattaio            - (meravigliato, con la sciabola in mano) Ma ti dico io!... Come Buffalo Bill... (Cara­colla colpendo a destra e a sinistra) Contro gli arabi, è una vergogna, sono dei francesi come gli altri, ma contro gli indiani, quante gliene avrei fatte passare! (Individua Totò) Danne un'altra a tuo fratello. Farà lui l'indiano. Ti hanno rapita, capisci, quei vigliacchi, e io vengo a liberarti... Dai, forza, difenditi! Buffalo Bill arriva all'attacco!... Ti insegnerò io a rubare le donne dei bianchi! Sporco razzista!... (Emette un grido di guerra modulato e galoppa verso Totò atter­rito; il suo rodeo lo porta faccia a faccia con il generale che rientra. Il bambino si arresta di scatto)

Generale                        - Riposo!

Figlio del lattaio            - (pietosamente, abbassando la sciabola) Sissignore!

Generale                        - (esaminandolo) Chi è lo spazzino che ti ha insegnato a tenere in mano una sciabola?

Figlio del lattaio            - Nessuno, signore.

Generale                        - Bella educazione! Che ti insegna il maestro a scuola? L'aritmetica? Si sanno sempre fa­re i conti, fin troppo, ma non sempre ci si sa batte­re. Diglielo da parte mia. Cosi, piedi piatti di una recluta. (Prende un'altra sciabola) In guardia! Più in alto. Io attacco: tu pari. Tu attacchi: io paro. Fen­dente! Non c'è male. (Sulla soglia è apparso il lattaio, imponente nella sua blusa grigia come la statua del commendatore. Colpo d'occhio. Prende per mano suo figlio e lo trascina via, sibilando al generale)

Lattaio                          - Bella roba! Assassino di un fascista! Be­vitore di sangue! Aspetta ancora un po'! I nodi vengono al pettine... (È uscito trascinando suo figlio)

Generale                        - (si gira verso Maria Cristina) È quello sgorbio li che ti pizzica il sedere?

M. Cristina                    - Si, papà.

Generale                        - Non posso farti le mie congratulazio­ni. La prossima volta, scegline uno più ben fatto. (Esce Maria Cristina, abbattuta come una donna. Il generale si avvicina a Totò che ha sempre la sciabo­la in mano) Neanche tu, pappetta molla, te la sai ca­vare con la sciabola in mano, a quel che vedo. Che t'ha insegnato tuo padre? Cosi. Ho capito, te ne com­prerò una più leggera. (Rimette la sciabola nella pa­noplia e chiede) Ti fa paura il figlio del lattaio?

Totò                              - Si.

Generale                        - E tu che fai, quando hai paura?

Toto                              - Scappo.

Generale                        - In che direzione?

Totò                              - All'indietro.

Generale                        - Sta bene a sentire e vedrai che non è difficile. La prossima volta che hai paura, invece di scappare all'indietro, scappa in avanti. Avanti o in­dietro che t'importa, purché tu corra?... Però cosi sarà lui ad avere paura. È l'unico segreto. In batta­glia tutti hanno paura. La sola differenza sta nella di­rezione che si sceglie per correre.

Totò                              - E se lui non ha paura?

Generale                        - Se corri forte, avrà sicuramente pau­ra. Sai cos'è il mininistafià?

Totò                              - No.

Generale                        - Te ne voglio dare un pezzetto. (Fruga nel cassetto della sua scrivania e finisce per trovare un pezzetto di stagnola colorata) Ecco qua. Può an­dare. Non è più la qualità di prima della guerra, ma funziona lo stesso. Toh! Non te ne do un gran bocco­ne, il mininistafià si va facendo prezioso, ai nostri giorni, bisogna economizzarlo. Quando senti che stai per avere paura, morsicane un pezzettino.

Totò                              - E devo inghiottirlo?

Generale                        - Si.

Totò                              - La mamma dirà che è porcheria.

Generale                        - Le donne non capiscono gran che in fatto di mininistafià. Sarà meglio che tu non gliene parli.

Totò                              - E se lei mi dice: "Cos'hai li in bocca?"

Generale                        - Tu lo mandi giù e poi le rispondi: "Niente**!

Totò                              - Sarebbe una bugia. L'ultima volta che mi hai spiegato l'onore, mi hai detto che l'onore impo­neva di non mentire.

Generale                        - Si. Ma se si tratta di una questione di onore, appunto, ci si assume la responsabilità e si mente lo stesso. Buon Dio, quant'è difficile tutto! Sbri­gati a diventare grande. Ti spiegherò. Ma d'ora in poi, visto che grazie al mininistafià non hai più nien­te da temere, scappa in avanti! (Entra il curato) Buongiorno, signor curato.

Curato                           - Signor generale, sono le cinque!

Generale                        - (a Totò) Lasciaci, recluta. Il signor curato e io dobbiamo parlare di gravi questioni par­rocchiali.

Curato                           - (a Totò) Ti aspetto stasera con la tua le­zione di catechismo: studiata, questa volta. E se ti imbrogli ancora, attento al sederino.

(Totò, calmo, lo guarda in faccia, mangia un pez­zetto di mininistafià ed esce dignitosamente).

Curato                           - Che ha quel bambino? Mangia della car­ta rossa?

Generale                        - (ipocrita) Non so. (Chiude a chiave) Sono vostro, signor curato. Ma non ho studiato mol­to da lunedì. Sono nelle peste col compito.

Curato                           - Vedremo, vedremo. (Si installano, il ge­nerale davanti al curato come uno scolaretto) Dovete applicarvi seriamente, generale, altrimenti vi picchio sulle dita. Siete grande, che diavolo!... Un po' di me­moria...

Generale                        - Appunto. Ne ho viste troppe. La mia memoria è ingombra.

Curato                           - Se per rompere il ghiaccio ripassassimole care, piccole declinazioni? (Il generale si mette a recitare le declinazioni, sbagliandosi spesso; ogni vol­ta che sbaglia, il curato gli dà un colpetto sulle dita con la riga)

Generale                        - (dopo un po') Vi diverte, vedermi fare Pierino?

Curato                           - No. Lo trovo commovente.

Generale                        - Voi che avreste fatto, al posto mio? Crapone com'ero, svogliato e anche un po' piombo, non ho mai digerito il latino. Mi hanno passato alle tecniche, e in qualche modo sono arrivato al diploma. Da grande mi sono limitato ad assumere l'aria sognante e divertita del vero latinista quando gli al­tri facevano delle citazioni, portando col tempo il mio numero a una tale perfezione che ero io che met­tevo i complessi agli altri. Il mio silenzio era pesante di cultura. Cosi del resto ho potuto scoprire che quel­li che hanno fatto gli studi classici non sanno il lati­no meglio di me. Finché ho avuto figlie femmine, tut­to bene. Ma ecco che mia moglie mi scodella un ma­schietto, quando meno me l'aspettavo. Posso forse in­fliggergli un padre incapace di aiutarlo nei compiti? Ho deciso di prendere un po' di vantaggio sulla mia recluta, e mi sono buttato.

Curato                           - Padre ammirevole! A volte rimpiango che mi abbiate chiesto il segreto. Vorrei citare come esempio questa mirabile decisione.

Generale                        - Ci manca solo questo, per dare al pae­se un motivo di più di ridermi dietro. Non esistono padri ammirevoli, signor curato. Il pellicano che met­te le sue trippe sul menu di mezzogiorno non fa che il suo stretto dovere. Iddio mi ha messo a capo dei miei figli come a capo di un piccolo regno. Questo mi dà il diritto di sculacciarli ogni tanto, ma per contropartita mi impone l'obbligo di far credere lo­ro che ho meritato la mia autorità con dei talenti ec­cezionali. Mio figlio mi crede un eroe. È persuaso che salto dieci metri a piedi giunti, che nuoto come un pesce, che sono capace di mettere al tappeto il lattaio con una schicchera. Per lui le mie virtù fan­no parte dell'equilibrio universale. Spero di riuscire a mantenere la posizione finché avrà dodici anni all'incirca. Poi, Dio mio, bisognerà che si faccia una giusta idea delle cose, come tutti quanti, e che con­cluda che in fondo suo padre è un vecchio scimunito.

Curato                           - (colpito) Generale!...

Generale                        - "Generale" che? Per diventare uomo a sua volta, quel sentimento gli sarà altrettanto neces­sario quanto il rispetto che cerco di inculcargli prov­visoriamente. Ma noi stiamo marinando la lezione, mio figlio cresce a vista d'occhio, e io non saprò mai il latino prima di lui. Dove eravamo?

Curato                           - Eravamo alla correzione dei compiti, al­la nostra versioncina. (Cita) "Induit Caesar vestem reversusque ad urbem". Sapete come avete tradotto voi? "Entrato in città, Cesare si fece rivoltare il ve­stito" .

Generale                        - Non è giusto? Mi pareva ingegnoso.

Curato                           - Era ingegnoso ma non è giusto. "Induit Caesar vestem reversusque ad urbem" si traduce: "Cesare indossò la toga e ritornò in città".

Generale                        - (deluso) Mi piace meno.

Curato                           - Vi piacerà meno ma è la traduzione e-satta.

Generale                        - (ha preso un sigaro: sognatore) Ah, si­gnor curato... mi permettete di fumare in classe? ... a volte mi domando se non è uno sbaglio ostinarsi a voler tradurre esattamente le cose!

Curato                           - Se si vuole imparare il latino, è indi­spensabile.

Generale                        - (inseguendo la sua idea nel fumo del si­garo) Intanto non ci si riesce mai; e poi questa grande fissazione scientifica minaccia di mascherare i nove decimi della verità, che è intraducibile... e voi ne sapete qualcosa, è il vostro mestiere. Si, a volte mi domando se, tutto sommato, non abbiamo fatto fa­re un enorme passo indietro alla conoscenza, rinunciando alla immaginazione e alla poesia come mezzi di investigazione scientifica... Se Newton si fosse pre­so tranquillamente sul naso la sua brava pera, son­necchiando sotto il suo bravo pero, e non avesse cer­cato più in là di cosi, non sono tanto sicuro che per noi sarebbe andata peggio...

 Curato                          - È possibile.

Generale                        - Ci diamo un sacco di arie quando pi- I giamo quei nostri piccoli bottoni, ma chissà se con la nostra civiltà razionalista non sono trecento anni che noi siamo bellamente e semplicemente coglio­nati?

Curato                           - (scosso) Non è una parola latina.

Generale                        - (imperturbabile nel fumo del suo sigaro) No, signor curato; è una parola francese! (Entra bruscamente Sofia)

Sofia                             - Papà! Oh, scusate, signor curato. Credevo che papà fosse solo.

Generale                        - (tuona, superbo) Non è una ragione per entrare qui come in un mulino! Potevo stare scri­vendo le mie memorie!

Sofia                             - (calma) Sai benissimo, papà, che non sei mai andato al di là del titolo. E del resto, ho guar­dato dal buco della serratura, e non eri seduto alla scrivania.

Curato                           - (sorridendo) Vedo che i buchi della ser­ratura servono molto in questa casa.

Generale                        - (risentito) Moltissimo. E hanno perso le chiavi una volta per tutte, per farla ancora più co­moda. Cosa volevi?

Sofia                             - (solenne) Papà, David-Edward Mendiga-lès è di là.

Generale                        - E chi sarebbe David-Edward Mendi-galès?

Sofia                             - Il mio fidanzato.

Curato                           - (si gira verso il generale) Non sapevo la bella notizia! La signorina Sofia è fidanzata?

Generale                        - (con un gesto) Lo scopro adesso, si­gnor curato.

Curato                           - (confuso) Oh, scusate!

Generale                        - Non chiedete scusa. È una novità che apprendo ogni tre mesi, senza stupirmi molto.

Sofia                             - (ferita) È troppo facile scherzare, L'estate scorsa, ad Arcachon, mi sarò potuta sbaglia­re con Urbano Gravelotte, e anche l'inverno scorso, con Giovanni Francesco Maria Piedelèvre. Ero anco­ra molto giovane e tutto sommato avevo ballato con lui solo tre volte. Ma David-Edward Mendigalès è ^ l'uomo della mia vita.

Generale                        - (con gesto rassegnato) Allora, vallo a chiamare. (Esce Sofia. Il generale si rivolge al cu­rato) Lo conoscete, voi del paese, questo David Edward Mendigalès? Non è un nome bretone.

Curato                           - Mendigalès? Il suono mi ricorda qualco­sa. Il direttore di quella nuova fabbrica di oggetti in plastica, non è un certo Melchiorre Mendigalès?

Generale                        - (cupo) La plastica. Ci mancava solo questa.

Curato                           - (con una piccola esitazione) Generale, non temete che una impetuosità di giovanetta - simpaticissima d'altronde - possa trascinare la si­gnorina Sofia...

Generale                        - (preoccupato) Eh si, temo, signor cu­rato. Passo il tempo a temere.

Curato                           - Ci vuole fermezza, signor generale. Sofia è una bambina che voi avete viziato...

Generale                        - Sono dispostissimo a dichiararmi col­pevole per semplificare il dibattito, ma ci credete, voi, al potere dell'educazione sul carattere? Sofia è il ri­tratto sputato di sua madre. E quando la conobbi, per una fuggevole relazione, durante la tournée uffi­ciale del Teatro Nazionale dell'Opéra-Comique a Ca­sablanca dove io comandavo il Quarto Spahis, sua madre confessava ventotto anni, ma ne aveva tren­tadue. A quell'età non si può proprio dire che fossi stato io a viziarla!... D'altronde non ne avrei avuto il tempo: sei settimane di passione, condite da ten­tativi di suicidio, tutti mancati, e da unghiate in fac­cia, e poi è venuta ad annunziarmi - in lacrime, devo dirlo a suo discarico - di avere preso una cot­ta per il basso. Una specie di imperatore romano con una testa da parrucchiere. Ho sofferto come un ca­ne, ho anche passato una notte intera a oliare la mia pistola d'ordinanza, come un ragazzo, poi la tournée ha ripreso il suo periplo portandoseli via, lei e il basso, e lasciando me nel mio angolo buio, col mio nero dolore - come dice non so chi - e con i più svariati conti dei fornitori. Il battello aveva appena lasciato la rada quando un'anima buona mi comunicòinoltre che durante quelle sei settimane in cui avevo creduto di cantare la Lakmé con lei, lei non aveva smesso di tradirmi col lift del Grand-Hotel. Presi l'a­scensore un'ultima volta, per guardare il ragazzo - cosa che io, confesso, non avevo pensato di fare - ebbene, sembrava un angelo, quello là... ciò che d'al­tronde non mi ha consolato.

Curato                           - (gentilmente) Povero amico mio!

Generale                        - (con un gesto) Un anno più tardi

Yasmina                        - Giulia era il suo vero nome - veniva a portarmi la bambina, sostenendo che avrebbe com­promesso la sua carriera, nel corso di un'altra tour­née ufficiale del Teatro Nazionale dell'Opéra-Comi-que, in Egitto stavolta, dove ero stato nominato Ad­detto Militare, e io affidai il frutto dei nostri amori colpevoli - dite cosi voi nel vostro gergo? alle brave suore della Missione Francese di Alessandria... Grandi educatrici, non è vero? Celebri in tutto il Me­dio Oriente. Beh, vedete il risultato? Sofia è Sofia. Che altro poteva essere?

Curato                           - (dopo un silenzio prudente) Notate che se vi presenta il giovanotto, vuol dire che il male è soltanto a metà...

Generale                        - Oppure che è pienamente consumato, e che i due si trovano di fronte alle conseguenze. Lo sapremo fra un istante.

Curato                           - (riprende i suoi libri ed il suo berretto) Forse è meglio che mi ritiri...

Generale                        - (preso dal panico) No. No. La Chiesa e l'Esercito che si spalleggiano a vicenda sono appe­na sufficienti per sostenere il colpo. Voi non conosce­te le ragazze d'oggi, signor curato! (Entra Sofia con un giovanotto)

Sofia                             - Papà, ti presento David-Edward Mendi-galès.

Generale                        - Signore...

David-Edward Mendigalès - Signor generale, sono fiero di esservi presentato.

Generale                        - (grugnisce) Non c'è di che.

Sofia                             - Papà! Non cominciare ad essere sgrade­vole con David-Edward.

Generale                        - (con patente cattiva fede) Non sono sgradevole. Lui mi dice che è fiero di essermi presen­tato, e io gli rispondo: non c'è di che, riferendomi tanto a me che a lui. Una piccola pausa e la conver­sazione ricomincia. Sono i convenevoli mondani. So­no nato prima di te, bambina mia. Preferisci che ra­gioniamo? E sia: ragioniamo. Detesto ragionare, ma sono imbattibile. Perché siete fiero di essermi presentato, giovanotto?

David                            - Perché voi siete un grande eroe dell'Ar­mata Francese di Liberazione, signor generale.

Generale                        - (grugnisce) Questi sono affari miei.

David                            - Scusatemi, ma sono affari di tutti. Sap­piamo tutti cosa vi dobbiamo!

Generale                        - Allora ne sapete più di me. Ho fatto quello che mi sembrava il mio dovere, e basta. Ho dei compagni di Accademia Militare che hanno cre­duto di vedere altrove il loro dovere con la stessa buona fede, e sono stati disonorati. Ecco perché ho fatto il gran rifiuto nel 1944. Non ammettevo che la fortuna delle armi, anche se voltasi a mio favore, po­tesse decidere del mio onore.

David                            - Il vostro onore è indiscutibile, signor ge­nerale.

Generale                        - (non senza dolcezza) L'onore è sempre fragile, giovanotto. Non mi sarei sentito a mio agio, facendo la figura di quello che ha puntato sul cavallo vincente. Mi ero arruolato, metà per pura rabbia se devo essere sincero, fra i combattenti di una causa disperata. Quella causa ha trionfato. Tanto meglio. Io sono tornato sotto la mia tenda. Niente mance.

David                            - La parola è dura, signor generale.

Generale                        - Anche la cosa, giovanotto. (Considera David-Edward Mendigalès sempre sorridente e sicu­ro di sé) Ma voi, ragazzo mio, di quali titoli dispone­te, a parte quello abbastanza comune di essere in­namorato di mia figlia, per venirmi sotto il naso con delle domande cosi personali?

David                            - Anche papà era nella Resistenza: fabbri­cava, a rischio della vita, del falso cemento armato per i tedeschi. Si deve in parte a lui se il Vallo Atlan­tico non ha resistito.

 

Generale                        - Ah si? Fategli i miei complimenti. Mi era sembrato di notare, sbarcando, che c'erano delle ridotte in cui si entrava come nel burro. Avrebbe do­vuto appuntarci il suo biglietto da visita.

David                            - (continuando, senza accusare l'ironia del ge­nerale) Quanto a me, ahimé!, ero troppo giovane: avevo solo dodici anni. Ma ascoltavo Radio Londra tutte le sere con un piccolo apparecchio a galena che mi ero fabbricato da solo, clandestinamente, ben in­teso. Anche le sere in cui papà, obbligato dal suo dop­pio giuoco, invitava a cena dei generali tedeschi, stringendo i pugni per l'odio. Quelle sere era piutto­sto pericoloso, non posso negarlo.

Generale                        - (in tono ammirativo, ironico) Ah! Ma senti. E non vi hanno dato nessuna medaglia!

David                            - (al colmo dell'incoscienza) Oh, erano im­prese modeste...

Generale                        - (alza un dito, sentenzioso) In fatto di Resistenza, con l'aria che tira, niente è troppo mo­desto, giovanotto.

Curato                           - (sentendo che le cose si guastano) Via, generale! Mi pare che la conversazione si incroci male.

Generale                        - (si allontana grugnendo) Rompiamo! Rompiamo! Incrociare. Rompere. È tutto il segreto della scherma.

Sofia                             - (scoppia) Sei odioso, papà! Un giorno fug­girò da questa casa... Vieni, David-Edward! (Lo tra­scina)

David                            - (uscendo con dignità dopo aver tentato una posizione di attenti) Signor generale...

Generale                        - (dopo che è uscito) Bel tipo, quel gio­vanotto! Non ha le idee troppo chiare, ma le sostiene.

Curato                           - (con rimprovero e con un accenno di tono professionale) Figlio mio... permettetemi di chia­marvi figlio mio...

Generale                        - Fate, fate, mi ringiovanisce: ne ho bi­sogno.

Curato                           - Perché questo gusto continuo dello scan­dalo? Perché questo bisogno di provocare, di sporca­re, di smuovere sempre il fango di cui tutti sappia­mo che è fatta purtroppo la povera carne umana? Non c'è forse anche lo spirito?

Generale                        - Non va meglio. (Grugnendo)

Curato                           - (continuando con più semplicità) Dio vi ha colmato dei suoi doni. Forza, intelligenza, corag­gio - checché ne diciate - vita agiata, famiglia fe­lice - anche se non senza i piccoli disordini che so­no il segreto di ogni famiglia - ed eccovi qua, a spu­tare disprezzo, a schiumare il male, abusando del pericoloso talento che Egli vi ha dato in soprappiù, di saperlo fare, ahimè, con spirito. Meravigliatevi, poi, voi che in segreto sognate soltanto di essere amato, io lo so, voi che siete pieno di tenerezza, meravigliatevi del fatto che non vi si ama... meravigliatevi che i vo­stri censori, anche i meglio disposti finora verso di voi, finiscano per gridarvi: "Basta! Basta! non vo­gliamo più ascoltarvi, anche se a volte siete spiritoso! Lasciateci il mondo come a noi piace far finta di cre­dere che sia; lasciateci un po' tranquilli!..." Gli uo­mini hanno diritto alla tranquillità, anche se menzo­gnera. Figlio mio! Vi chiamo ancora mio figlio, mal­grado i vostri sarcasmi, e tanto peggio se vi burlate di me, perché tanto odio?

Generale                        - (con un tono solo, un po' depresso im­provvisamente) Non è odio, padre mio. È pena. È mezzo secolo ormai che sento pena. Comincia a essere lunga! Da ragazzo mi ero fatto tutt'un'altra idea. Non me ne sono più riavuto.

Curato                           - (dopo una piccola pausa, sommessamente anche lui) Certo, tutto quaggiù è diverso dall'idea che ce n'eravamo fatta. Ognuno di noi ha dovuto constatarlo. Bisogna armarsi di pazienza e di coraggio.

Generale                        - Di pazienza non ne ho mai avuta. Non posso cambiarmi. Quanto al coraggio, ci provo. (Pren­de un pezzo di stagnola rossa che era sul bureau è lo mastica tendendone un altro pezzetto al curato) Un pezzetto?

Curato                           - (meravigliato) Un pezzetto di che? È ro­ba che si mangia?

Generale                        - (scoppiando a ridere nel vedere il curato che considera con diffidenza la stagnola) Si, signorcurato, ma è come per l'Altro: bisogna crederci! (Con­fuso) Questa è di cattivo gusto, ma i sentimenti re­stano gli stessi, via! (Lo abbraccia d'improvviso. Bruscamente entra la zia Bise, e si arresta sulla porta gridando)

Zia Bise                         - Lodovico!

Generale                        - (che non ha potuto fare a meno di sus­sultare) "Lodovico" che? È il signor curato!... (Al curato) Vi spiego: l'ultima volta mia sorella entrò mentre stavo abbracciando la serva. (Si riprende) "Honny soit qui mal y pense!..." altrimenti non ve lo direi, signor curato... La ragazza mi aveva appena detto che aspettava un bambino. (Rettificando anco­ra) Un bambino del fattore, s'intende. Del resto la prova è fatta, grazie a Dio: ha già il naso rosso. Lo avete battezzato il mese scorso.

Curato                           - (che riprende i suoi quaderni) Il piccolo Stanislao-Saverio Pincefroid?

Generale                        - Si. Io sono il padrino. Avevo proposto Giovanni, Francesco o Pietro, come tutti: niente! Hanno voluto Stanislao-Saverio, con la lineetta. Il gusto dei nomi nobiliari sopravvive soltanto fra la piccola gente, e in particolare, guardate un po', fra i mezzadri e i coltivatori diretti. Che sia l'assidua pratica del calendario fra i lavoratori dei campi? Vi accompagno alla vostra bicicletta. Gira sempre?

Curato                           - (saluta zia Bise mentre esce) I miei sa­luti, signorina Bise. Scricchiola ma gira.

Generale                        - Tanto meglio! In un secolo in cui gli oggetti da cui uno meno se l'aspetterebbe si piccano di essere aerodinamici, almeno la bicicletta ha con­servato forma umana, grazie a Dio... se posso osare di dirlo! Penso seriamente a comprarne una. Però la vorrei già scricchiolante: non mi piacciono le co­se nuove. (Sono usciti. Zia Bise è rimasta sola, e ci accorgiamo che è in lacrime, col fazzoletto bagnato stretto a palla fra le mani. Cammina nervosamente per la stanza tormentandosi le mani e finalmente crolla gemendo)

Zia Bise                         - Mai! Non oserò mai confessarlo, alla mia età! (Si inabissa in una poltrona. Il generale ri­torna e la trova in questo stato)

Generale                        - Oh diavolo! Che altro c'è, ancora?!

Zia Bise                         - (si raddrizza) Lodovico! Non ho che te a cui potermi confidare!

Generale                        - (bofonchia) Temo proprio che sia vero. Che c'è? Che succede?

Zia Bise                         - Lodovico! Credo di essere amata!

Generale                        - Se ne vedono di tutti i colori!

Zia Bise                         - (anelando) Da un uomo...

Generale                        - È normale.

Zia Bise                         - Un uomo indegno...

Generale                        - Anche questo è normale. Non sarà sol­tanto un incosciente?

Zia Bise                         - (scuote la testa) No! Sono irrimedia­bilmente compromessa.

Generale                        - Non esageriamo. Non si è mai irrime­diabilmente compromessi, in Francia. Conosco indi­vidui che con due bancarotte fraudolente e una guer­ra perduta sul groppone fanno ancora la figura dei galantuomini. Vuoi dei nomi?

Zia Bise                         - Non si tratta della Francia, Lodovico! La reputazione di una donna è infinitamente più fra­gile di quella di un uomo politico, renditene conto!

Generale                        - Tu hai del credito, comunque, che dia­volo! Sono quarant’anni e rotti che la tua reputazio­ne è inattaccabile. E’ inattaccata.

Zia Bise                         - Quel tempo verginale è ormai passato...

Generale                        - Cribbio! Che storia mi racconti?

Zia Bise                         - (in un soffio) Ho ceduto. (// generale re­sta senza fiato, poi scoppia in una risata)

Generale                        - Beh, ma questa mi pare invece una buona notizia! (Aggiunge, pensieroso) Ma chi ha po­tuto...?!

Zia Bise                         - Lo vedi, Lodovico: tu stesso lo chiedi con indignazione: chi ha potuto?

Generale                        - Ma no, no, non con indignazione, ti as­sicuro: semplicemente con curiosità.

Zia Bise                         - (cupa) È un tuo amico, Lodovico! Tu sei il mio fratello maggiore, il mio solo usbergo. In­tendo che tu convochi quell'uomo e che tu gli in­giunga di riparare; il tuo onore è in gioco!

Generale                        - Il mio onore, il mio onore... Si fa presto a dirlo! Riconosci che lo collochi in posti un po' curiosi, il mio onore!

Zia Bise                         - (alzandosi come una furia) Lodovico, personaggio volgare che non sei altro! Cosa hai osa­to credere?

Generale                        - (imbarazzato) Ah, non lo so... fai a pez­zi il tuo fazzoletto, singhiozzi, dici che ti hanno com­promessa, che hai ceduto... Se sono metafore, mettici un asterisco e fammi la traduzione in francese!

Zia Bise                         - Cristiano Lebelluc, quell'essere sedu­cente e indegno, ha abusato di me! Ecco: è francese questo?

Generale                        - (sulle prime rimane interdetto, poi il suo occhio si accende, malizioso) Lebelluc? No!

Zia Bise                         - Il tuo amico!

Generale                        - Anche in questo, non esageriamo. È una buona forchetta, e io ceno con lui una volta la settimana. Ma si può essere una buona forchetta, e non per questo... Ma cosa intendi esattamente per "abusare"?

Zia Bise                         - (ferita) Risparmiami le precisazioni, Lodovico!

Generale                        - Sarebbe troppo facile. Non penserai che io mi cacci in una storia impossibile senza preci­sazioni! Che cosa intendi nel tuo magro cervello per "abusare" ?

Zia Bise                         - Mi hai chiesto di parlarti in francese: abusare è una parola francese, mi sembra. (Dignito­sa, sempre sconvolta) E sia! Sei tu che l'hai voluto. (Comincia) Cristiano Lebelluc mi guardava da anni...

Generale                        - Quando ti incontrava, come tutti.

Zia Bise                         - Non come tutti! C'era qualcosa nel suo occhio!

Generale                        - Hai sognato. Un po' di luce, un rifles­so. I pittori e i fotografi te lo possono dire: gli stati d'animo, è tutta questione di illuminazione. È cosi che si fa il cinema. Prendi un fesso che non pensa a niente, gli cacci un proiettore nell'occhio, in pri­missimo piano, e viene fuori Pascal in meditazione.

Zia Bise                         - (scuote la testa) Lodovico, non c'è proiettore che faccia nascere il riflesso della concu­piscenza...

Generale                        - Ma smettila! La concupiscenza è mol­to più rara di quanto immaginino le vecchie zitelle.

Zia Bise                         - Del resto, finché non si è trattato che di un riflesso nel suo sguardo, del quale forse egli stesso non era padrone, io non ho detto nulla. Qual­che giorno fa è passato ai gesti: improvvisamente, una sera, davanti a una porta, col pretesto troppo specioso di cedermi il passaggio, mi ha sfiorato la vita.

Generale                        - (con un gesto impaziente) Andiamo avanti!

Zia Bise                         - Sono andata avanti. Ma un istante più tardi, in salotto, mentre gli tendevo una tazza di tè, ho visto il suo sguardo brillare di desiderio.

Generale                        - Adora il tè. Avrà avuto sete.

Zia Bise                         - No. Non l'ha neanche bevuto.

Generale                        - E allora detesta il tè! Avrebbe prefe­rito del whisky!

Zia Bise                         - (scuote la testa con un sorriso amaro sul­le labbra) No, Lodovico, un simile sguardo non può ingannare una donna. È di me che aveva sete.

Generale                        - Mi sembra inverosimile, ma ammettia­molo pure. (Domanda) E tu, gli hai dato da bere? (La zia resta un attimo tremante di una indignazio­ne in cui pesa un dolore oltraggiato, poi esclama)

Zia Bise                         - Mi ucciderò, Lodovico! (Ed esce di corsa)

Generale                        - (le corre dietro fino alla porta gridandole) Non ucciderti senza precisare! Gli hai dato da be­re? (La zia non risponde, correndo senza dubbio co­me una pazza in giardino. Il generale la guarda cor­rere un attimo, poi ritorna al centro e grugnisce con malizia)

Generale                        - Che razza di pozione! Povero Lebelluc, è conciato per le feste! (Aglae è entrata. È una gio­vane donna, molto più giovane del generale, bella, dolce, segreta, con qualcosa, forse, di duro sotto la sua dolcezza. Reca una bracciata di fiori dai colori vivaci, che disporrà in un vaso mentre parla)

Aglae                            - (piano) Vi cercavo... (Alla sua vista il ge­nerale si trasforma. Quanto c'era di un po' ridicoloin lui, quel suo sentore di caserma, si dilegua; d'un subito è più giovane, più attento, parla con più dol­cezza. Va a baciarle gentilmente la mano)

Generale                        - Ero qui, uccellino mio. Che bei fiori avete trovato. Non più tardi di stamattina ho fatto il giro del giardino e non facevo che dire: "Ma qui non cresce niente!..."

Aglae                            - (dolcemente, preparando il mazzo) Non sapete vedere...

Generale                        - (si è seduto, come affascinato dalla sua presenza. Ha acceso un sigaro e lo fuma placidamen­te, felice) No, è vero. Passo sempre di corsa, mu­gugnando fra me e me, e non so vedere, proprio... Né i fiori né le altre cose buone... Avevate promesso che mi avreste guarito da questo difetto, Aglae.

Aglae                            - (sempre dolcemente) Si può forse guarire dai propri difetti?

Generale                        - Per amore, qualche volta... almeno, co­si è detto nei libri... Dovreste saperne qualcosa, voi che ne avete sempre uno fra le mani.

Aglae                            - Sono stanca di leggere la vita sui libri.

Generale                        - Eppure li è migliore che altrove.

Aglae                            - (sempre con lo stesso tono e sempre aggiu­stando i fiori) Quando mi avete sposata eravate tanto preoccupato per la nostra differenza di età. Vi ricordate come ne ridevo?

Generale                        - Quattro note chiare, che facevano scom­parire per incanto i miei peli bianchi, liberandomi come nelle favole dalla maledizione della vecchia fa­ta... Sempre me ne ricorderò.

Aglae                            - Eravamo tornati dal giardino di mio pa­dre, dove mi avevate appena dichiarato il vostro amo­re... e io stavo disponendo un mazzo di fiori nel sa­lotto buio, come oggi. Il vostro timore era cosi scioc­co e cosi poco fondato, che sono scoppiata a ridere e vi ho detto che anch'io vi amavo... Da allora non ho cessato di amarvi, Lodovico, e di trovarvi giovane...

Generale                        - Anche quando i peli bianchi sono tor­nati all'assalto?

Aglae                            - Il vostro viso aveva qualcosa di un po' troppo rude. Questi ciuffetti bianchi lo hanno ingen­tilito. Scartiamo dunque senza perdere tempo una spiegazione che sarebbe falsa. Non è perché ho un marito un po' più anziano di me che mi annoio...

Generale                        - (alza la testa) Vi annoiate?

Aglae                            - (dolcemente) Si... (e aggiunge, leggera, pa­ragonando il rosso di due fiori e scegliendo infine il più rosso) ...da morire!

Generale                        - (si è alzato e balbetta come un adolescen­te) Ma... io vi amo!

Aglae                            - Senza dubbio. E anch'io. Non credo di avere cessato di amarvi, ve l'ho detto... E se mi sono decisa a parlarvi è precisamente perché vi amo an­cora, e perché il giorno in cui sono diventata vostra moglie ho giurato di essere sempre per voi come un piccolo frammento di cristallo... (Prosegue con la sua immutabile dolcezza) Gli uomini mi hanno guardata spesso...

Generale                        - (sussulta) Come?

Aglae                            - (con un sorriso impercettibile) Sono gra­ziosa. Gli uomini guardano sempre le donne; non ci sono che i mariti a non accorgersene. Si immagi­nano di stare parlando di politica o di caccia con i loro migliori amici: e quel certo piccolo, improvviso luccichio nell'occhio dell'interlocutore, sono sempre cosi soddisfatti di sé, poverini, che credono di essere stati loro ad accenderlo con un argomento brillante o un motto salace. Ma il migliore amico prestava ascolto al padrone di casa con un orecchio solo, e guardava, all'altro capo del salotto, la padrona di casa che dava le tazzine...

Generale                        - E non mi avete detto niente? (Grida, ridicolo) I nomi! I nomi, subito!...

Aglae                            - (sorride ancora) Non volevo disturbarvi per cosi poco... Fa parte del nostro minuto mestiere di donne, risparmiare ai mariti queste sciocchezze... Ma l'altra sera, in giardino, mentre raccontavate per l'ennesima volta la vostra campagna del '40 - e siete cosi bravo a farci quasi una figura ridicola, per ma­scherare appena un po' le grandi prove di coraggio che ci avete dato - io mi sentivo... non so perché... mi sentivo sola, e come se fossi intrisa di pioggia... Ho avuto un brivido. C'era qualcuno, vicino a me- è buono e sensibile, lo so - e deve avermi in­tuita. Ha posato dolcemente la sua mano sulla mia... (Sorride con qualche segreta malinconia) Ve l'ho, detto, sono cose che succedono, ed è escluso che vi avrei riferito un episodio cosi poco importante, se quella sera, per la prima volta, non avessi preso coscienza del fatto che in me c'è spesso un bisogno di essere calmata... e come riscaldata... (Segue un silen­zio. Il generale non dice nulla, come pietrificato. Aglae aggiunge, con la stessa vocina inesorabile e dolce) Ecco. È tutto qui. E sarà tutto qui. Potete crederlo. Non andrò in cerca di qualcuno che non siate voi per avere della comprensione. Sono una donna fedele. Vi ho rimesso in mano il vostro piccolo frammento di cristallo, perché possiate guardarvi attraverso. Il cristallo è tutto limpido... (Mentre parlava l'ombra è scesa a poco a poco nel grande severo studio del ge­nerale. Aglae continua a disporre i fiori nel vaso con gesti graziosi e misurati, una macchia di luce sul suo vestito bianco).

Generale                        - (mormora) Ma taglia...

Aglae                            - (si volta, limpida) Non e preferibile una piccola ferita dichiarata, anziché una piaga che si tiene nascosta e si lascia invelenire? Non siete stato voi a insegnarmi che l'onore impone di dire sempre la verità?

Generale                        - (improvvisamente confuso) Teorica­mente si, amore mio. (// sipario è calato senza che essi abbiano fatto un movimento).

ATTO SECONDO

La stessa scena. Cristiano Lebelluc è sprofondato in una poltrona; alle sue spalle cammina a gran passi il generale.

Lebelluc                        - Generale, vi ripeto che mi sono sempre comportato bene con vostra sorella, tranne che per un attimo, e per errore.

Generale                        - Non frasi, ma fatti! Per cominciare, il luccichio. Si è lamentata di un luccichio nel vostro sguardo.

Lebelluc                        - Un luccichio... un luccichio! Non è col­pa mia se lei vede i fuochi fatui! (// generale lo guar­da imperturbabile. Lebelluc finisce col confessare) È stato il giorno in cui tutti facemmo le frittelle, qui in casa vostra...

Generale                        - Le frittelle non sono una scusa.

Lebelluc                        - Vostra moglie ci aveva condotti in guar­daroba per darci dei grembiuli. Io tornai in cucina per primo. Avevamo tutti bevuto un po' troppo... Si man­gia sempre troppo bene, da voi.

Generale                        - Niente adulazioni!

Lebelluc                        - (continua) Mi sentivo allegro... Vedo un deretano davanti al fornello... Lo agguanto per le an­che...

Generale                        - È cosi che vi comportate in casa mia? In casa d'altri, passi, non sono un puritano, ma da me...

Lebelluc                        - (lamentoso) Mi avete chiesto voi di es­sere sincero, generale, io dico tutto. Credevo che fosse quello della cuoca. Si volta - catastrofe! era quel­lo di vostra sorella! La cuffia e il grembiule mi aveva­no ingannato. Li per li indietreggio - ne avevo dop­piamente motivo, dovete ammetterlo! Lei mi cade fra le braccia gemendo: "Cristiano!"... Cosa avreste fatto al posto mio?

Generale                        - È mia sorella. Probabilmente l'avrei presa a schiaffi.

Lebelluc                        - Voi siete un duro, ma io sono un tenero. Uno non può cambiare la propria natura... L'ho ba­ciata.

Generale                        - (scoppia a ridere) Che imbecille! Ma è proprio quello che non bisognava fare a nessun co­sto! (Lebelluc comincia a ridere anche lui, ma il ge­nerale si rifà severo e gli grida) Non mi fate ridere, Lebelluc, altrimenti vi schiaffeggio e cosi dovremo batterci a duello!

Lebelluc                        - È stata un'idiozia, lo so, ma è più forte di me. Sono un debole. O forse manco di equilibrio.Una donna che mi cade fra le braccia mi fa cadere a mia volta...

Generale                        - Niente psicologia nelle questioni d'ono­re! Confonde sempre il giudizio quando non taglia le gambe. E dopo?

Lebelluc                        - Come sarebbe, "dopo"?

Generale                        - Confessate di averle stretto la vita. Va bene. Dopo?

Lebelluc                        - (cadendo dalle nuvole) Ma è tutto. Non c'è nessun "dopo". Vedete che non vale davvero la pena di staccare le vostre sciabole dalle panoplie...

Generale                        - La vostra parola d'onore.

Lebelluc                        - La mia parola.

Generale                        - (diffidente) Ma ce l'avete, voi, una pa­rola d'onore?

Lebelluc                        - Sono un vigliacco, ma ce l'ho. La pa­rola d'onore di un vigliacco anzi è qualcosa di abba­stanza raro.

Generale                        - Va bene. Voglio credervi. Faccio sem­pre credito alla natura umana, fino a prova contra­ria. Devo dire che questo metodo mi riserba molte delusioni... (Ride ancora) Benedetta Bise!... Mi pa­reva impossibile... Che razza di scema! Ma povero amico mio, come avete potuto decidervi a un cosi mal passo, da ragazzino inesperto?

Lebelluc                        - (in ripresa) Sapete, ho un certo potere sulle donne... Si, c'è qualcosa in me che le attira e le calma allo stesso tempo... (A queste parole il generale lo guarda sospettosamente)

Generale                        - (pensieroso, mormora fra sé) ...che le calma?

Lebelluc                        - (continua) È una debolezza, lo ricono­sco, ma se voi aveste questo potere, fareste come me. Non resistereste al piacere di esercitarla... Quando vado al cinema, per esempio, a Parigi, se la mia vi­cina e carina - e ben inteso se è sola, io non amo i fastidi, lo sapete - metto sempre la mia mano sulla sua, a caso, nel buio...

Generale                        - (si riavvicina, toccandosi i baffi) Ah, davvero?

Lebelluc                        - (non rendendosi conto del pericolo) In­tanto questo aiuta a sopportare il film, che di rado è passabile. Avete notato come è sceso il cinema? Guardate il teatro, invece.

Generale                        - (taglia corto con impazienza) Niente digressioni sul piano artistico! Parlatemi delle don­ne, piuttosto. In effetti comincio a dubitare di non capirne niente. E lei non ritira la mano?

Lebelluc                        - Chi?

Generale                        - La vostra vicina, al cinema.

Lebelluc                        - Raramente, debbo dirlo. È come se il contatto della mia mano, nell'ombra propizia, le pro­curasse una sensazione di rilascio. Le donne hanno spesso bisogno di essere placate. Sono cosi nervose.

Generale                        - (che da un momento lo considera, consta­tando) E si che siete proprio brutto, Lebelluc.

Lebelluc                        - (sgradevolmente colpito) Secondo loro, no! Ho ciò che si chiama una testa di carattere. Non bisogna credere che siano i cherubini a mietere tutto il raccolto! Voi siete uomo, e naturalmente, non po­tete essere sensibile a quel piccolo non so che di cui vi parlavo a proposito di vostra sorella...

Generale                        - (si siede vicino a lui, ipocrita) Lasciamo stare mia sorella... È. una faccenda chiusa... Ho perso tempo dietro a delle stupidaggini, come al solito. La vita di famiglia è fatta cosi. Vorrei piuttosto chie­dervi una cosa da amico, Lebelluc... Vi ricordate della mia campagna del '40?

Lebelluc                        - Che idea! Certo. Ve l'ho sentita rac­contare parecchie volte. Ma non vedo il rapporto...

Generale                        - L'ultima volta che ho avuto la debo­lezza di raccontarla, quella campagna, qualche tem­po fa, una sera, in giardino, voi eravate dei nostri, Lebelluc?

Lebelluc                        - Esattamente.

Generale                        - (sempre più. ipocrita) Il mio racconto non vi è parso troppo lungo? È un servigio da amico che vi prego di rendermi.

Lebelluc                        - (al colmo dell'imprudenza) No. La sera era tiepida, il whisky di marca, le donne incante­voli, la poltrona molleggiata...

Generale                        - (con un gesto) Sorvoliamo sulla pol­trona.. Le donne incantevoli, avete detto... Dove eravate seduto, quella sera? È per sapere che effetto fa il mio racconto, capite? Quando si ha il vizio dì ripetere sempre le stesse storie, o le stesse barzel­lette, bisogna almeno saper dosare gli effetti. Era­vate lontano, rispetto a me? Forse vicino alla sedia a sdraio di mia moglie?

Lebelluc                        - No, no, mio caro. Ero al vostro fianco. A un certo momento mi avete anche dato da tenere il vostro bicchiere, per mimare liberamente la fuga dello Stato Maggiore.

Generale                        - (rasserenato) Bene. Benissimo. Per que­sta volta diamo un colpo di spugna: tutto sistemato. L'avete scampata bella, Lebelluc. È una gran cosa avere buona memoria. (Entra allegramente David-Edward Mendigalès con un grembiule dì cucina in­torno alla vita)

David                            - Signor generale, vostra moglie ha avuto un'idea deliziosa. Ci mettiamo tutti a fare le frittelle. Siete dei nostri?

Generale                        - (arrogante) Grazie, mi limiterò a man­giarle.

David                            - E il signor Lebelluc? Pare che le frittelle siano la sua specialità...

Generale                        - Si, sono la sua specialità, ma da qual­che tempo ha perso la mano. Anche lui si accon­tenterà di mangiarle.

David                            - Che peccato. Ci divertiamo da matti. Aglae non fa che ridere. Non l'ho mai vista divertirsi tanto. (È uscito)

Lebelluc                        - (con una certa amarezza) Intrapren­dente, il ragazzo.

Generale                        - Si.

Lebelluc                        - E la signora generalessa, la chiama Aglae?

Generale                        - Si. Ha, come si dice, infilato il piede nella scarpa. Sofia me l'ha presentato non prima di ieri sera e già nessuno può più fare a meno di lui, in questa casa. Ma cambierà tutto, ve lo metto per iscritto. Lo Stato Maggiore si è arreso; ma io attacco, da solo se è il caso, come nel '40... (Appare improv­visamente Ledadu. Ha un basco, una cannetta e una fisionomia prodigiosamente limitata. Suona la carica su una tromba immaginaria)

Ledadu                         - Ta-rata-tatata-tatà - tarata-ta-ta-ta-tatatata! Ci sono i vermi nella frutta! Si parte un'altra volta! Ledadu, presente!

Generale                        - (un po' seccato) Buongiorno, Ledadu!

Ledadu                         - Da quando mi avete fatto l'onore di par­larmene, non penso più ad altro, signor generale! Ho già fatto una lista valida per tutto il comune.

Generale                        - Una lista nera dì che?

Ledadu                         - Di vermi. (Brandisce la sua canna) E non mi sposto più senza il mio vermifugo. È il man­ganello che avevo al tempo della Action Francaise. C'è da menare di nuovo le mani. Ledadu, presente!

Generale                        - (sempre più seccato) Va bene. Riposo. Non bisogna prendere tutto alla lettera, Ledadu. Niente trasporti eccessivi. Prima c'è da mettere a punto un piano di insieme.

Ledadu                         - Per la strategia mi rimetto a voi, signor generale. E acqua in bocca, aspettando l'ora "H". Capito. Mai dare l'allarme prima dell'attacco. È l'A B C. Ero un sergentino in erba, a Douaumont, ma fino all'ultimo momento tenevo allegri i miei ragazzi nella trincea. E all'ora "H", non un secondo prima non un secondo dopo, Ledadu sarà il primo a saltare il parapetto. (A Lebelluc) Mi piace quando fa caldo. A voi no?

Lebelluc                        - (tiepido) Si, si...

Ledadu                         - Quanti siamo a questa prima riunione? Se un semplice aiutante della riserva può permettersi di porre una domanda, signor generale.

Generale                        - (modesto) Oh, non è ancora un movi­mento di massa... D'altronde io non credo nei movi­menti di massa. L'avvenire appartiene alle minoran­ze attive. Evidentemente bisognerà un po' rimpolpare la nostra. Aspetto il barone Bélazor, forse Frìselaine. Il dottore non mi è sembrato proprio sicuro...

Ledadu                         - Lui tiene per i vermi? Devo dire, signor generale, che ha curato malissimo mia sorella quando aveva le coliche.

Generale                        - Non vedo la relazione. No, non è che sia contro, ma dice che in questo periodo ha moltiparti. Credo però che riuscirò a convincerlo ugual­mente. Mi sarebbe piaciuto che il signor curato ci spalleggiasse, spiritualmente almeno...

Ledadu                         - (perplesso) Spalleggiasse?

Generale                        - (risoluto) Spalleggiasse.

Ledadu                         - (preferendo non insistere) Se lo dite voi, signor generale... D'altronde in un movimento nazio­nalista ci vuole sempre un cappellano e una ban­diera. Mia figlia, che sa tenere il pennello in mano, potrebbe disegnarci uno stemma...

Generale                        - (visibilmente a disagio per la cretineria di Ledadu) Penseremo più tardi alla bandiera... Siamo ancora alle conversazioni preliminari...

Ledadu                         - (assorto) Preliminari...

Generale                        - (continua) Ci vuole prudenza. Se atti­riamo prematuramente l'attenzione su di noi, siamo fritti.

Ledadu                         - (si illumina) Siamo fritti! Ho capito!... Niente bandiere e acqua in bocca. Beninteso, non per questo io smetto di pensarci, ma quando penso io nessuno se ne accorge. Mordo il freno, col sorriso del commerciante. Vendo i miei macinini, le mie cas­seruole nella mia bottega, facendo finta di niente, prendo l'aperitivo con chiunque capita, evitando gli argomenti spinosi di discussione. Ma quando il mio capo mi dice: "È l'ora!", io mi sveglio. Ledadu, presente!

Generale                        - (sempre più seccato) Riposo. Riposo, vi dico. Altrimenti il giorno "H" sarete già stanco!

Ledadu                         - (rettificando la posizione) Riposo. Ancora una domanda signor generale. Non c'è pericolo che la signora generalessa trovi incongruo - io sono per l'ordine e per la gerarchia - che un semplice botte­gaio, uno dei suoi fornitori, sia ricevuto qui, su un piano di uguaglianza, in un certo senso, coi notabili del paese?

Generale                        - (triste) In questo momento la genera­lessa ha altre cose per la testa, amico mio. Le ho detto che ogni tanto mi accompagnate a pescare le trote. La spiegazione le basterà. Del resto, da qual­che parte dovevamo pure riunirci. Non potevamo in­contrarci al Caffè delle Tre Pipe, per dare l'allarme; e neppure nei boschi. Queste riunioni sembreranno naturalissime, in casa mia.

Ledadu                         - Sono molto onorato, signor generale, di confondermi coi vostri ospiti. Nell'interesse superiore, s'intende. Dopo la vittoria del movimento potete con­tare su di me per rientrare. nei ranghi. Ledadu non impone mai la sua presenza. Disgraziatamente non sono un grande conversatore. Amo la Francia, ma sono un po' fesso. (Chiede scusa sull'attenti) Fra militari, signor generale!

Generale                        - (seccato) Va bene, va bene. Riposo, ve l'ho già detto.

Ledadu                         - (rettificando docilmente la posizione) Ri­poso.

Generale                        - (per cambiare argomento) Ma che fa Bélazor? Dovrebbe essere già qui.

Bélazor                          - (sorgendo dal giardino) Eccolo. Quando si parla del lupo, se ne vede la coda... figuratamente parlando. Buongiorno, Lebelluc.

Lebelluc                        - Buongiorno, Bélazor.

Generale                        - (presentando Ledadu) Il signor Ledadu, il chincagliere della piazza del mercato, che è dei nostri. Il barone Bélazor.

Bélazor                          - Signor Ledadu, mia moglie non è af­fatto contenta delle sue casseruole. I manici ballano di già, e ricevendo il catalogo si è accorta che il Ba­zar dell'Hotel de la Ville di Parigi le vende a 500 franchi di meno.

Ledadu                         - (ridiventato chincagliere) Ah, ma bisogna vedere la qualità dell'articolo, signor barone.

Generale                        - Vecchio mio, non siamo qui per par­lare di queste cose...

Bélazor                          - Scusami tanto, Lodovico! Del resto io me ne infischio sia delle sue casseruole che della baronessa. Anche il suo manico gira, da un po'. Tu mi dirai che è un angelo. Ma gli angeli invecchiano male, è un fatto. Mi domando poi chi è che invec­chia bene. È una espressione priva di senso. Sai che mi sono fatto fare un trattamento di bellezza? Il ri­sultato è stupefacente. Guarda le mie rughe. (77 ge­nerale lo guarda in silenzio. Bélazor riprende, a disagio) E va beh. Tu sei orbo come una talpa. Mi domando come hanno fatto a prenderti a Samt-Cyr! In ogni caso la ragazza che mi fa il trattamento è stupefacente. Una bionda, caro mio... che ti acca­rezza il viso 20 minuti per 1.200 franchi. Meravigliati poi se uno esce ringiovanito. Come va la deliziosa pic­cola Aglae? Che buon gusto, hai avuto, gioia mia, a sposarti sul tardi, e a condurci in paese una adorabile donnina tutta nuova! Ne mancavamo! Fra le signore della società, voglio dire, perché di belle ragazze ce n'è sempre: ma uno è costretto a corteggiarle di na­scosto. Sta bene?

Generale                        - (grugnisce) Sta bene. Sta benissimo. È molto allegra, in questo momento.

Bélazor                          - Ah, che piacere mi fa sentirvelo dire! Io le voglio un gran bene, gioia mia. Da qualche tempo la trovavo nervosa. Ti parlo da amico. È un bocconcino di figlia d'Eva che ha bisogno di essere placata, Lodovico. A volte basta un niente, un'atten­zione, un gesto...

Generale                        - (riflettendo) Un gesto... Senti una cosa, Bélazor... (Lo prende da parte) Dato che ti ho qui, e prima di affrontare l'avvenire della Francia - non ridere se la mia domanda ti sembra assurda, poi ti spiegherò - ti ricordi la mia campagna di Auxerre?

Bélazor                          - Lo credo bene!

Generale                        - (diffidente) Perché dici "lo credo bene"?

Bélazor                          - Perché vuoi che non dica "lo credo bene"?

Generale                        - Non fare il sofistico. Non si tratta di sapere perché tu avresti potuto non dire "lo credo bene"; si tratta di sapere perché hai detto "lo credo bene".

Bélazor                          - È un'espressione che non ti va a genio?

Generale                        - Mettiamo che sia il tono che mi indi­spone. Trovi anche tu che la racconto un po' troppo spesso? Forse te l'ha detto mia moglie?

Bélazor                          - Ma cosa vai cercando, gioia mia! Fra amici si passa sopra a queste piccole debolezze... Io per esempio sono fissato con la storia della mia prima notte Chez Maxim's, chiuso nei gabinetti, o con quella del cervo che mi si era seduto alle spalle nella mac­chia dove gli stavo facendo la posta; che tu potresti benissimo raccontare al posto mio, tante volte le hai sentite. In ogni caso io non mi sono mai annoiato ascoltandoti. Toh, l'ultima volta è stata l'altra sera, in giardino...

Generale                        - Precisamente, l'altra sera, in giardino... (Si gira verso gli altri) Vogliate scusarci, signori, una questioncella da regolare fra noi. (Al barone) Sono stato un po' prolisso, riconoscilo.

Bélazor                          - Niente affatto. Era estremamente diver­tente...

Generale                        - (machiavellico) Mi stupisci. Non facevi che dimenarti sulla sedia... (Domanda, ipocrita) For­se eri seduto male?

Bélazor                          - Perché seduto male?

Generale                        - Non lo so, una semplice domanda. Cre­do di avere qualche poltrona rotta. La tua poltrona era rotta?

Bélazor                          - No.

Generale                        - Era una poltrona o una sedia? Cerca di essere preciso.

Bélazor                          - (sconcertato) Ma perché me lo domandi? Non me ne ricordo più, credo che fosse una poltro­na... (Aggiunge) O una sedia...

Generale                        - Bisognerebbe specificare.

Bélazor                          - È importante?

Generale                        - (di ghiaccio) Forse. (Entra il dottore)

Dottore                         - Chiedo scusa, signori, sono in ritardo. Vengo dalla mezzadra della Croce Alta: è un maschio!

Ledadu                         - (sull'attenti) Viva la Francia! Un solda­tino di più!

Generale                        - (seccato) Riposo, Ledadu! Riprendere­mo più tardi la conversazione, Bélazor. Visto che sia­mo al completo, signori, passeremo in giardino e cer­cheremo di raggiungere un accordo sulla linea di con­dotta iniziale. Se i bambini ci corrono in mezzo alle gambe, è superfluo che vi raccomandi la prudenza. Cambieremo immediatamente argomento. Una parola all'orecchio di Maria Cristina equivarrebbe all'invio di una partecipazione. (Cominciano a uscire; Bélazor,Lebelluc, Ledadu escono per primi, mentre il genera­le trattiene un momento il dottore)

Generale                        - Sentite, dottore, volevo porvi una do­manda. La settimana scorsa siete venuto a prendere il caffè da noi, qui in giardino?

Dottore                         - Ma si, generale. Un eccellente caffè, reso ancora più saporito da un appassionante racconto di guerra.

Generale                        - Siete troppo gentile. Che stupido: è sta­to un lapsus... Mi stavo chiedendo se eravate dei no­stri, quella sera, e non riuscivo a situarvi esattamen­te. Dove eravate seduto.

Dottore                         - Vicino a vostra moglie, generale...

Generale                        - (lo guarda) Ah, ah! (Sono usciti. Entra­no in scena, con urla da indiani. Maria Cristina, Totò e il figlio del lattaio. È evidente che li spiavano)

M. Cristina                    - Seguiamoli! Stanno complottando qualcosa. Hanno detto che nessuno deve ascoltare... Hanno infilato il viale dei rododendri... Se passiamo da dietro il canneto potremo sentire tutto.

Figlio del lattaio            - Loro saranno lo Stato Maggio­re tedesco e noi saremo gli agenti segreti della Resi­stenza. Ci avranno paracadutati nel parco del castello dove sarà il loro Quartier Generale. Capisci?

M. Cristina                    - (batte le mani) Oh, si! Io sarò una donna, sarò bellissima, e voi potrete contare su di me per andare a letto col generale tedesco e scoprire tutti i loro segreti.

Totò                              - Io non voglio!

Figlio del lattaio            - Cosa? Che cos'è che non vuoi, ancora, tu?

Totò                              - Che mia sorella vada a letto col generale tedesco.

M. Cristina                    - Scemo! Visto che sarà per la Fran­cia! E dopo, se proprio ci tieni, mi ucciderò per il disgusto.

Figlio del lattaio            - Io sarò il capo dell'organiz­zazione. Sarò io il tuo amore. Mi chiameranno il Ca­pitano Giulio, ma nessuno saprà esattamente chi sarò. E questo vi terrà tutti in sospeso, capisci?

M. Cristina                    - Ma chi sarai?

Figlio del lattaio            - Non ti ho detto che non lo sa­prà nessuno? Tu mi amerai senza sapere.

Totò                              - E io?

Figlio del lattaio            - Tu, tu sarai un agente tradi­tore. Tenterai di parlare, ma io avrò dei sospetti, ti smaschererò e ti farò fuori con una pallottola nella nuca adoperando la mia pistola col silenziatore.

Totò                              - Ecco! Non ci sto più! Sempre io il tradi­tore!

Figlio del lattaio            - (conciliante) Non sarai un ve­ro traditore; Sarà stato un grande sbaglio, e dopo sarai riabilitato. Si scoprirà che facevi il doppio gioco. Soltanto, non c'eri che tu che lo sapevi; capisci?

Totò                              - Allora voi come farete a saperlo, se non c'ero che io che lo sapevo?

Figlio del lattaio            - Perché sul tuo cadavere si troveranno i tuoi doppi documenti, quello della Ge-stapo e quello dell'Intelligence Service. Non mi dire che è complicato! (Sono usciti. Entrano David-Ed­ward Mendigalès, Sofia, Aglae, continuando un'anima­ta conversazione)

David                            - È stata una scena impagabile! Il lampada­rio è caduto nella piscina, la contessa ha trovato del caviale nel portacipria; il padrone del locale ha chia­mato il carrozzone della polizia e abbiamo finito la notte al commissariato, in abito da sera, fra le pro­stitute e i vagabondi... E cosi, signore mie, che ne dite di Parigi?

Aglae                            - Ci si deve divertire molto. Ma com'è che a voi succedono tante cose singolari? Io sono stata spesso a Parigi, ma non mi sono mai divertita cosi.

David                            - Se mi dite che scendete al Lutétia e che passate la serata all'Opéra-Comique, non dovete stu­pirvi se Parigi vi è sembrata un po' provinciale. Al vostro prossimo viaggio fatemi un segno, salterò sul treno con voi. Siamo un gruppo di amici allegri che sappiamo vivere... Vi farò conoscere la gente per bene di Parigi: Des Eninglettes, la mia ombra, il Ca­store di cui io sono il Polluce; Mimi de Retz, che porta uno dei più bei nomi di Francia, e fa il portie­re in un locale notturno di St. Germain des Prés; Bebé de Mabillon...

 Sofia                            - (folgorata) La duchessa?

David                            - Si. Ho l'abitudine di passare un'ora da lei tutte le sere. Vi si incontra quanto c'è di meglio a Parigi: pittori astratti, pederasti, comunisti, balleri­ni, un poeta-farmacista di fama mondiale, un dome­nicano straordinario che fuma l'oppio, Paul-Lévy Du-bois, l'uomo che paga più tasse di tutta la Francia (vi rivelo una cosa che lui non vuol far sapere), due o tre altezze reali, un corridore ciclista che è l'amico di un grande sarto, Maria Luisa Pépin che fa la pu­blic relations e che ha presentato mezza Parigi all'altra metà... Il tutto, s'intende, molto progressivo, molto evoluto, molto cripto... Si discute appassionatamente sul mondo futuro fino a un'ora avanzata del­la notte. Vi ci divertirete follemente!... Bisogna vi­vere, signore mie, bisogna vivere!... È un mestiere come un altro, si impara!

Sofia                             - (appesa al suo braccio) Ci insegnerete, David-Edward?

David                            - Adesso capisco che il destino mi ha atti­rato in questo buco soltanto per questo. La decen­tralizzazione, il boom dell'industria francese della plastica: aria! vento! Ragioni buone per papà! Io non sono venuto qui che per essere il vostro salva­tore, signore! Rivolteremo sotto sopra il paese.

Aglae                            - Credo che farete molta fatica.

David                            - Conoscete Pinsac? è vostro vicino. E Achille de Lépaud?

Aglae                            - Mio marito non vede Pinsac per ragioni politiche e dice che Achille de Lépaud è un piccolo sporco debosciato.

David                            - Lo credo bene! È per questo che è spasso­so! Non vi aspetterete mica di potervi divertire con i bambini del coro! Credete che sia impossibile far­lo ricevere qui?

Aglae                            - Mi sembra difficile. Mio marito vede qual­che volta suo padre, il senatore...

David                            - Grazie tante! Questa casa formicola già di vegliardi! Ci vorrebbe un pretesto. Non andiamo in cerca di finezze perché non abbiamo tempo: la classica trappola! Ci sarà una festa locale di benefi­cenza, tutti gli anni?

Aglae                            - Il due agosto, il giorno di Sant'Alfonso, che è il patrono del paese.

David                            - Perfetto! Decideremo a grande maggio­ranza di organizzare una recita per quella sera. Met­teremo in scena un lavoro moderno. Qualcosa che faccia chiasso... C'è un locale possibile?

Aglae                            - La nonna di mio marito adorava la com­media. Devono esserci ancora i resti di un teatro di verde, in fondo al parco, ma nessuno se ne serve mai...

David                            - Meraviglioso! Dunque la festa avrà luogo qui, il che sistemerà molte cose. E una volta fatta accettare l'idea, le esigenze della distribuzione ci permetteranno di fare quello che vorremo.

Sofia                             - David-Edward, se riuscite a convincere pa­pà a lasciarci fare il teatro, siete veramente grande!

David                            - E la festa di S. Alfonso? E la beneficen­za? In nome dell'arte della carità, signore, la virtù è pronta a ballare il can-can! Affidatemi il gene­rale e penso io a manovrarlo. La strategia la cono­sco anch'io! (Le ha prese sotto il braccio tutte e due e le trascina) Venite. Andiamo, lontano dalle orec­chie indiscrete, a mettere a punto in giardino i det­tagli della nostra piccola cospirazione.

Aglae                            - Ma la vostra fabbrica? Dove troverete il tempo di organizzare tutto e di fare le prove? Mi avete detto che il vostro signor padre esige che voi controlliate settore per settore...

David                            - (uscendo con loro) Che simpatica la no­stra generalessa bambina! Capirete che un ragazzo della mia età ha studiato l'arte di addomesticare i padri. Sono un po' i nostri mariti vecchi!

Sofia                             - (ridendo mentre esce) David-Edward! Da­vid-Edward! Vi renderete malvisto in questa casa! Aglae adora mio padre.

David                            - (uscendo per ultimo) Ma anch'io adoro il mio. I sentimenti non impediscono nulla. (Escono da una porta e il generale e i congiurati entrano dall'altra)

Generale                        - Torniamo nel mio studio. Con quei marmocchi fra le gambe è impossibile cospirare se­riamente. Dunque, su questo siamo d'accordo, signori, rispondendo al patetico appello delle giovani ge­nerazioni, bisogna per prima cosa restituire alla Francia il gusto del rigore, dell'austerità e del lavoro!

Dottore                         - Generale, siamo tutti d'accordo: ma come?

Generale                        - Come? Procediamo per ordine. Accor­diamoci sui principi, e sarà un bel fatto. In una del­le prossime riunioni preciseremo i nostri mezzi di azione.

Bélazor                          - Gioia mia, il fatto è che tutti hanno dei principi. E per un fenomeno rimasto finora inspie­gato, sono più o meno gli stessi. Tutti vogliamo l'or­dine e la felicità universale, eppure tutti si picchiano. Vacci a capire qualcosa!

Generale                        - (tuonando) Non bisogna più cercar di capire, Bélazor! Da troppo tempo c'è gente che cer­ca di capire: è per questo che non funziona più nien­te. Il mondo, se deve essere salvato, sarà salvato da degli imbecilli!

Ledadu                         - (illuminandosi) Presente, signor gene­rale!

Generale                        - (seccato) Riposo, Ledadu. Faremo ri­corso a voi quando passeremo all'azione. Per il mo­mento ci scambiamo le idee generali.

Ledadu                         - Capito, signor generale. La bocca è cu­cita. Ledadu aspetta senza capire, le armi al piede. Ledadu fa credito al suo capo. Quando gli si dice: "Va!", lui va, senza sapere dove. Basta indicarmi il mio uomo, ed io carico! E con me, la propaganda avversaria: zero! Io non capisco niente.

Generale                        - Apprezziamo le vostre qualità, e le uti­lizzeremo quando sarà il momento.

Ledadu                         - (con una certa nostalgia) Eppure, i ver­mi, era semplice, avevo capito, una volta tanto. Avrei quasi potuto discuterne. Con un contraddittore di forza media, s'intende. Non ci crederete, signor generale, ma anche nei casalinghi ci sono i vermi. In altri tempi i casalinghi erano sinceri, puliti, Una casseruola era una casseruola. Ci si sono mes­si i vermi. Hanno inventato di sedurre la donna per vendere di più. E il colore, e i fronzoli, e la lucen­tezza, e la plastica... Al giorno d'oggi la donna si sce­glie il suo completo da cucina come se scegliesse un cappello. E il "cuoce-da-solo-mentre-la-signora-ascol-ta-la-radio", e il supersonico, e l'arazza-minchioni! Io faccio il chincagliere, non dovrei dirlo, ma sono sin­cero: il segreto delle salse, chi non lo sa, da che mondo è mondo, è un cucchiaio di legno. E allora? Cose da matti! Ve lo dice Ledadu. Senza contare il pregiudizio morale. La donna si fa sempre più civet­ta. Ai miei tempi, nell'insieme, la razza marciava. Oggi una buona massaia è diventata più rara che un primo premio di arpa in altri tempi. E se tutti que­sti begli apparecchi che basta guardarli perché la­vorino al posto vostro si guastano in capo a un paio d'anni, tanto meglio! Ciò consente una seconda ven­dita, unico obiettivo del verme. Ledadu dovrebbe essere contento, mi direte voi, è un commerciante. Storie! Ledadu non è contento. Il volume degli affa­ri non è tutto. C'è l'onore! I casalinghi sono i casa­linghi. Non sono profumi per signora. Una casseruo­la è una casseruola. È sacra. Ecco. Ho detto tutto quello che avevo capito. Adesso, mosca. Aspetto l'o­ra "H".

Generale                        - Se ho lasciato parlare cosi a lungo Le­dadu, signori, è perché egli a modo suo ci faceva sentire la voce della vera Francia, quella che ci aiu­terà a salvare la barca... La sua preoccupazione arti­gianale della qualità...

Dottore                         - Superata! Qualunque economista serio vi può dire...

Generale                        - Di ramazza gli economisti! Li chia­meremo quando ci sarà da tenere la contabilità, non quando si parlerà dell'uomo. Che aspettino in cucina con gli altri!

Dottore                         - Anche se il punto di vista puramente mercantile della grande industria moderna, contrap­posto al punto di vista già arcaico del signor Leda­du sulla qualità, vi urta, signor generale, non ci avre­te riuniti per partire in crociata contro i fabbrican­ti di patacche?

Generale                        - Contro le patacche e contro le cose troppo facili: è la stessa cosa. Voglio restituire allagente il gusto delle cose ben fatte, solide, care. E per cominciare dal più semplice, voglio insegnare loro di bel nuovo le regole del loro mestiere.

Dottore                         - Le corporazioni, addirittura? 200 anni a ritroso?

Generale                        - Perché no, se sono 200 anni che andia­mo fuori strada? Anche la natura torna pure indie­tro, nella sua evoluzione! Mette in prova una coda o un occhio, e se vede che non serve a niente, ci ri­nunzia. Io voglio avvitare l'uomo nel suo mestiere e nella sua famiglia. È stato un errore gigantesco far­lo uscire fuori.

Dottore                         - Posizione insostenibile dopo la presa di coscienza del mondo moderno! E il libero amore, e l'emancipazione della donna, e il terzo sesso? che cosa ve ne fate?

Generale                        - Un bel niente! Avevamo già abbastan­za grattacapi con i due che c'erano!

Bélazor                          - Ma insomma, dico io, non vorrai mica obbligarci per decreto legge ad andare a letto solo con la baronessa?

Generale                        - Può anche essere!

Bélazor                          - Cocco mio, ho l'impressione che siamo fuori strada.

Generale                        - (esplode furente) Cominciamo col di­re che io non sono il tuo cocco! Ce la siamo fatta ad­dosso insieme quando avevamo quattro anni, d'ac­cordo, ma non è una ragione perché io sia il tuo cocco!

Bélazor                          - Eccolo partito! Va bene, è deciso, lo scriveremo nel nostro programma insieme alle cas­seruole di Ledadu: tu non sei il mio cocco. D'ora in poi, se ci tieni, ti chiamerò col tuo grado.

Generale                        - Perfettamente! È tutto troppo como­do, a un certo punto! Il mondo sta tirando le cuoia a furia di stare troppo comodo e di volere ancora più comodità, ancora più spreco, ancora più gratis, a furia di chiamarsi cocco mio! Io voglio che tutto ritorni a essere difficile; che tutto si paghi, se stessi, l'amore e la libertà, e che costi caro; che non basti iscriversi una volta tanto come alle Assicurazioni So­ciali! E voglio che si ricominci a chiamarsi "signore".

Dottore                         - Generale, non siamo seri!

Generale                        - Non vi sembro serio, forse?

Dottore                         - Vi interrompo. Potete negare che l'idea della felicità su questa terra per il più gran numero possibile sia diventato uno dei nostri imperativi?

Generale                        - Non ho bisogno di negarlo. Io non so che cosa sia il più gran numero possibile. E mi do­mando perché si aspettano di intenerirmi con que­sta formula. Io conosco gli uomini, uno per uno. È, tutto. Ce ne sono di buoni e di mediocri. È in funzio­ne di questo che mi interesso a loro. Per voi un im­becille è sacro?

Dottore                         - No. Perché?

Generale                        - Due imbecilli, sono un imbecille più un altro imbecille, e continuano a non essere sacri. E mille imbecilli sono 999 imbecilli più un altro im­becille. Non vedo in nome di quale legge numerica questa collezione di imbecilli dovrebbe assumere un carattere sempre più sacro, man mano che si accre­sce!

Dottore                         - Amico mio, vedo che vi diverte giocare ai paradossi...

Generale                        - Per nulla! Ma ho fatto un po' di ma­tematica per entrare a Saint-Cyr. "N + un fattore di N". Mi limito a questo. Ma voi dovete specificarmi il numero di giunti al quale basta sommare un'inco­gnita alla funzione per rendere miracolosamente sa­cro il risultato. È questo che vorrei sapere!

Dottore                         - Ma voi bestemmiate! Le masse!...

Generale                        - Non le conosco.

Dottore                         - (interdetto) Come sarebbe, non le cono­scete?!...

Generale                        - No. E voi? Ve le hanno già presen­tate? Dove?

Dottore                         - Una barzelletta non è una risposta!

Lebelluc                        - Generale, ho l'impressione che non vi seguiamo più. Chiarite la vostra idea.

Bélazor                          - Ecco, si, chiarisci la tua idea, cocco mio, senza bisogno di arrabbiarti.

Generale                        - Il vostro "cocco", signore, si arrabbie-rà quanto gli pare e piace. Ma visto che ci tenete,sia. Ragioniamo. Mi state guardando tutti con una certa indignazione perché non dimostro di aver fede nel carattere sacro del maggior numero possibile. In fondo, forse, sono io che non capisco bene. Perciò eccomi a chiedervi di spiegarmi un mito che, lo con­fesso, è più grande di me. Facciamo un esempio con­creto. Un muratore casca dal tetto e si rompe la co­lonna vertebrale, oppure una brava massaia che sta­va facendo la spesa va sotto un camion. Un morto fi­nisce in ottava pagina, coi cani idrofobi e gli scippi; noi non sapremmo neanche citare il fatto di crona­ca, non lo abbiamo letto. Un battello naufraga al lar­go della costa brettone: 12 morti. Oh bella, oh bella. Si comincia a dire: "Che cosa triste". Non è proprio che la gente ci venga intorno dicendo: "Avete letto il giornale stamattina?" ma già ci si pensa un po'. Il tempo di finire il caffè. Un treno deraglia: 120 morti. A questo punto si assume la cera di circostan­za: l'occhio lontano, la bocca cascante: "Come va?" "Va. E a te, come va?" "Va. Ma di' un po', hai letto il giornale, stamattina?" "È terribile...". Oh bella! Perché prendiamo quest'aria triste? Perché è diven­tato "terribile"?

Lebelluc                        - Ma perché ci sono 120 morti!

Generale                        - Credete? e per voi, Lebelluc, 120 morti sono una cosa che vi rende triste?

Lebelluc                        - Perbacco!

Generale                        - Molto più triste di 12 morti? Dopo la storia del battello non mi siete sembrato tanto triste.

Lebelluc                        - Per forza.

Generale                        - Come, per forza? Perché, per forza? Avete una bilancia interiore per pesare i morti, Le­belluc? Sensibilissima? Una pesa per il bestiame o un bilancino da gioielliere che registra il minimo scarto di peso? Un morto: niente; due morti: anco­ra niente. 10 morti: oscilla. 100 morti: ci siamo! Sie­te triste. Ma allora, 80 morti, per esempio, sono una cosa già un po' meno triste, se la vostra bilancia funziona bene?

Dottore                         - Generale, non è più un ragionamento, è un sofisma!

Generale                        - Spiegatevi.

Dottore                         - È vero: a un morto sconosciuto noi non diamo troppa importanza, ma 100 morti ci sconvol­gono, perché è in gioco il nostro senso dell'umano; 100 morti sono già gli uomini, i nostri fratelli...

Generale                        - E il povero morto tutto solo che era caduto tutto solo giù dal suo tetto, non era vostro fratello? Se si fosse tirato dietro 99 compagni giù dall'impalcatura, avrebbe avuto diritto alla vostra fratellanza? Che razza di morale è questa?

Bélazor                          - Ma cocco mio, tu ciurli nel manico! Dimentichi che 100 morti non sono soltanto una ci­fra, sono 100 famiglie. Non so quanti orfani, quante vedove in lacrime...

Generale                        - Perché a te molte lacrime ti commuo­vono più di poche lacrime. A cominciare da quanti litri di lacrime ti intenerisci?

Bélazor                          - Sei noioso, con le tue lacrime! È, idiota. Io ti parlo del dolore degli orfani e delle vedove, cocco mio.

Generale                        - Sta bene, signore. Il vostro cocco vi aspettava proprio alle vedove. Dunque, secondo te, Bélazor, uomo sensibile, due vedove sono una cosa più triste di una vedova?

Bélazor                          - Un po' più triste, si.

Generale                        - Perché?

Bélazor                          - Ma... perché sono due.

Generale                        - Allora quattro vedove sono due volte più tristi che due vedove, se ti seguo bene?

Bélazor                          - (già meno sicuro) Si...

Generale                        - E se ti chiedo perché, mi rispondi: "perché sono quattro".

Bélazor                          - Si, no. Forse. Che ne so, io!

Generale                        - Spingiamoci alle grandi cifre, per ve­dere come reagisce la tua sensibilità. 6392 vedove, per esempio, che potrebbero costituire un qualunque fatterello di cronaca dell'ultima guerra, ti sembrano una cosa decisamente meno triste, se ti seguo bene, di 6867 vedove. E tu emetti un sospiro di sollievo se vieni a sapere che lo Stato Maggiore si era sbagliato nel suo primo computo. 425 vedove di meno, è già qualcosa, anche in tempo di guerra.

 Bélazor                         - (inquieto) Non lo so. Si. Senza dubbio. (Esplode) In malora! Dove vuoi arrivare con le tue vedove? A dimostrarmi che sono un imbecille?

Generale                        - (più serenamente) No, Bélazor, mio vecchio amico: un uomo. Un uomo che non ha in cuore una macchina per calcolare il numero delle vedove. Un vero uomo per il quale il numero non è niente. Perché, difatti, il numero non è niente! ma nessuno ha il coraggio di dirlo... (Da un vo' Ledadu ha tentato di parlare alzando il dito come a scuola per attirare l'attenzione del generale, finalmente il generale lo vede, gli grida) Riposo, Ledadu! Vedete che ci stiamo scambiando delle idee generali. Cosa avete da alzare continuamente il dito? Volete fare pipi?

Ledadu                         - Vi dirò, signor generale; per la faccenda delle vedove mi ero permesso di avere un'idea.

Generale                        - (alza le spalle, vinto) E va bene, dite­la! Al punto in cui siamo!...

Ledadu                         - Volevo dire che secondo me c'è qualcosa di ancora più triste di 120 vedove: un vedovo. Le donne se la possono sempre sbrogliare nella vita, mentre un uomo solo, non fosse che per fare da cu­cina... (Tutti gli altri scoppiano a ridere a questo in­tervento. Fa irruzione il curato, eccitatissimo, segui­to da David-Edward Mendigalès, con Sofìa ed Aglae)

Generale                        - (un po' contrariato) Basta cosi, signo­ri. L'ultimo intervento non era sufficientemente pre­parato. Ne rimettiamo la discussione al nostro pros­simo incontro. Qual buon vento vi porta, signor cu­rato? Sembrate eccitatissimo.

Curato                           - Signor generale, vengo a farmi interpre­te presso di voi di una piccola cospirazione. (A que­ste parole tutti si alzano. C'è un silenzio di vago so­spetto)

Generale                        - (né carne né pesce) Come sarebbe? Anche voi avete delle idee sull'avvenire della Fran­cia?

Curato                           - No. Più modestamente, signor generale, sull'avvenire della cassa parrocchiale e della festa di S. Alfonso. Questo giovane ha avuto un'ottima idea. È proprio vero che ci stiamo arrugginendo! Quello che ci manca in paese è un animatore un po' dina­mico.

Generale                        - Ma senti senti... Cinque minuti col si­gnor Mendigalès e il signor curato è già conquistato alla causa del dinamismo! Tutti i corpi costituiti si arrendono uno dopo l'altro. Grazie a Dio, l'esercito resiste ancora! E cos'è che chiamate essere dinami­co, signor curato?

Curato                           - Fare finalmente qualcosa di diverso! No­vità! Novità! Modernità! (Li prende tutti a testimo­ni) Cosa offriamo noi al pubblico tutti gli anni per la festa di S. Alfonso? Sfilate di bambini vestiti di un bianco sempre più dubbioso, fiori e tappeti alle finestre, premi di virtù, corse nei sacchi? Bisogna camminare con il proprio tempo. I premi di virtù so­no superati, superatissimi! E ho notato che, da quan­do è venuto di moda il giro di Francia, le corse nei sacchi non appassionano più le nuove generazioni. Il signor Mendigalès ha avuto l'idea di organizzare una recita per la festa di S. Alfonso. Una commedia in cui le parti saranno recitate dai principali nota­bili del paese. C'è di che stuzzicare la curiosità nel raggio di 50 chilometri, e di che farci sperare in un forte incasso... Io con i miei due scarponi da curato piantati sulla terra, non guardo più lontano di cosi!...

Generale                        - Tutti gli stessi! Non pensate che al de­naro!

Curato                           - Certo! Come tutti quelli che non ne hanno.

Generale                        - E chi la reciterà, la vostra commedia?

Curato                           - Tutti gli uomini validi.

Generale                        - E dove la reciteranno?

Aglae                            - Ho detto al signor Mendigalès che forse potremmo rimettere a posto il teatro di verde in fon­do al parco...

Generale                        - (sussulta) Volete fare la festa di San­t'Alfonso in casa mia?

Aglae                            - Si. Mi farebbe tanto piacere.

Sofia                             - (batte le mani) Oh si, papà! Grazie, papà!

Generale                        - (grugnisce, a disagio) Si, papà, grazie papà... Calma! Non c'è niente di deciso.

Curato                           - Il buon Dio vi ha dato la più bella casa del paese, generale, Rifiuterete di prestargliela?

Generale                        - Siete sicuro che il buon Dio ami il tea­tro? Siete sicuro che non si tormenti la barba con inquietudine nel vedere delle anime, che lui ha fatto, mimare con impudenza passioni che non sono lo­ro proprie? 200 anni fa, questo lo mandava su tutte le furie, e scomunicava gli incauti...

Curato                           - (con un gesto) Ci ha fatto il callo. Ci ha fatto il callo, come tutti... Non tirate fuori dei vecchi pregiudizi per silurare il nostro progetto. Del resto il signor Mendigalès mi ha assicurato che convince­rà anche voi a recitare!

Generale                        - Io?

Sofia                             - Ma certo, papà! Non ti credi più abbastan­za giovane per farlo?

Generale                        - Io, col muso infarinato?

Curato                           - Per S. Alfonso!

David                            - Voi per primo, signor generale! Mi picco di avere una certa esperienza, e posso garantirvi che siete attore nato. Il mio istinto non mi inganna. E bisognerà che anche questi signori recitino. Tutto l'interesse della rappresentazione dipenderà dalla no­torietà dei nostri attori. È una legge a cui non si sfug­ge. Il dottore nella parte del Dottore, il generale in quella di Almaviva... Faremo un esaurito!

Generale                        - Volete mettere in scena un Beaumar-chais?

David                            - No. No. Niente classici soprattutto. I clas­sici sono fuori. Chi ne sente più parlare? Novità, no­vità! Bisogna fare bum! Bisogna stupire, scandaliz­zare, all'occorrenza. Ci vuole un lavoro modernis­simo.

Curato                           - (esclama) Ne ho uno io! Non è più mo­dernissimo, è vero, ma lo è stato. Lo feci rappresen­tare all'Oratorio quando avevo 20 anni. È un lavoro che esalta i migliori sentimenti, ed è anche in versi, il che non guasta. Si chiama Gli orfani di Ploubala. Comincia in una landa deserta. Arriva una vecchia piegata dagli anni, che raccoglie legna secca col suo nipotino... (Comincia a recitare):"O nonna, tu che sai la brettone leggenda, che conosci i segreti del mar che si avvicenda e i grandi slanci neri dei corvi nei paesaggi della landa ove il vento agita gli alti faggi, di al piccolo Luigi perché l'uomo che passa lungo il rotto sentiero, chino sulla sua mazza, presso il Calvario, dove Gesù si è immolato, con le due dita come si dee non si è segnato.La Nonna:Figliolo mio, se incontri quel vile sugli scogli volgi altrove lo sizuardo, e attento..."... e attento... (Si ferma confuso) Mi manca una rima. (Tutti aspettano educatamente. Riprende): "Figliolo mio, se incontri quel vile sugli scogli volgi altrove lo sguardo, e attento..." (Si ferma di nuovo. Il generale esasperato finisce per gridargli)

Generale                        - "Al portafogli!" Può essere?

Curato                           - (serio) No. Era una parola molto più poetica... Oh, è stupido, per una parola... (Ricomin­cia):"Volgi altrove lo sguardo, e attento..."

Generale                        - Non cercate ulteriormente, signor cu­rato. Una rima perduta, dieci trovate, in certi versi. I vostri Orfani di Ploubala sembrano un po' vecchio stile anche a me, che mi vanto di essere un codino. Faremmo dormire gli spettatori, temo.

Curato                           - (confuso) Eppure ai miei tempi piange­vano molto.

Generale                        - (per tagliar corto) In seguito si sono trovate altre ragioni per piangere.

David                            - (gentilissimo) Terremo presenti tutte le proposte, signor curato. Ma in attesa che voi ritro­viate il manoscritto originale per confrontare quella rima, vi propongo a mia volta una commedia di cui per un caso fortunato avevo il copione in valigia. Volete che la esaminiamo subito? Ricordatevi: S. Alfonso cade il 2 agosto, e se vogliamo essere pron­ti in tempo non dobbiamo dormirci sopra.

Aglae                            - (che ha preso sottobraccio il generale) Il signor Mendigalès ha ragione, amico mio. Pare an­che a me che dovremmo decidere subito.

 

Sofia                             - (installandosi per ascoltare) Ah! sarà emo­zionante! Finalmente Parigi, Parigi, Parigi!

Generale                        - (preso in trappola, dà un'occhiata ad Aglae) Ebbene, signori, poiché la generalessa sem­bra tenerci tanto, penso che potremmo fare circolo e ascoltare il nostro giovane amico. Non mi dispiace di vedere un po' com'è questo teatro moderno. Io non ci vado mai.

Aglae                            - Non c'è da vantarsene, amico mio!

David                            - Signor generale, sono anch'io del parere della signora generalessa. La vostra è un indifferen­za colpevole. Il teatro moderno ha fatto un gran pas­so in avanti. Il gioco fine a se stesso, il divertimen­to, sono finiti.

Generale                        - (sedendosi, bonario) Oh bella, e per­ché? Non ci si deve più divertire?

David                            - Abitanti provvisori di questo pianeta mi­nacciato dalla distruzione atomica, non ne abbiamo più il tempo. Si tratta ormai di lavorare alla presa di coscienza dell'uomo, sull'uomo, per l'uomo - e nell'uomo. Il che non esclude affatto, come vedrete, l'an­goscia metafisica e una specie di umorismo dispe­rato.

Generale                        - Ci promettete una serata amena. Pe­rò, sapete com'è, distruzione atomica o no, siamo sempre stati degli abitanti provvisori di questo pia­neta. Il che non ci impediva di ridere di tanto in tanto.

Aglae                            - Quanto a me, sono curiosissima di senti­re la commedia. Spero non vorrete guastarmene il piacere.

Generale                        - (conciliante, perché Aglae si è seduta su un bracciolo della poltrona e gli tiene la mano) Per niente al mondo, amore mio. Vi ascoltiamo, si­gnore... Bisogna sempre istruirsi imparzialmente. Io sono in buona fede, mi arrabbio solamente dopo.

David                            - (che ha cavato di tasca un libretto) Il la­voro si chiama "Zim-Bum"!

Sofia                             - (eccitata) Oh! "Zim-Bum"!

Generale                        - "Zim-Bum"! Mi piace. È allegro.

David                            - Ovvero "Giuliano l'Apostata".

Generale                        - È un po' meno allegro.

David                            - Lo scoglio era il problema dello stile. La strada giroduviana o clodelliana era sbarrata. Né il teatro moderno poteva pensare di rifarsi alla volga­rità congenita del neo-boulevard. Il nuovo teatro cer­ca il suo stile nel realismo più trito, più quotidiano, ma per trascenderlo...

Generale                        - Staremo a vedere, signore.

David                            - "Zim-Bum! ovvero Giuliano l'Apostata. Antidramma".

Generale                        - Perché "antidramma"?

David                            - Vi sarà subito chiaro, generale. Il lavoro è di Popopief, uno dei migliori giovani autori fran­cesi.

Generale                        - Popopief...

Sofia                             - (godendo) Popopief! Ah! Come fa Parigi!

David                            - (ricomincia) "Zim-Bum! ovvero Giuliano l'Apostata. Antidramma".

Generale                        - Antidramma. (Occhiata di Aglae, occhiata di David-Edward Mendigalès)

David                            - Antidramma. "La scena non rappresenta nulla".

Generale                        - Cosi si risparmia. (Aglae gli dà una piccola botta sulla mano) Cos'ho detto di male? Pen­so alle spese generali.

David                            - (continua, un po' piccato) "A destra, una porta murata. In fondo una finestra, troppo alta per­ché si veda alcunché. Al centro della scena: un bi­det" .

Curato                           - (che non è sicuro di avere sentito bene) Prego?

David                            - (deciso) Un bidet. Ho bisogno di tutta la vostra pazienza, signor curato. Vedrete che tale uten­sile, la cui presenza duo a tutta prima sorprendervi, ha un significato profondamente metafisico.

Curato                           - (un po' confuso) In questo caso non in­sisto.

David                            - (legge) "In scena Giuliano e Apofàsia. Sono seduti per terra, accovacciati l'uno accanto all'altra. Non si muovono. Il loro silenzio deve prolun­garsi fino al limite di resistenza degli spettatori". (Spiegando) Ho visto il lavoro a Parigi; è un momento di una teatralità straordinaria, e di un'audacia sconvolgente. È la prima volta nella storia del tea­tro che si alza il sipario e, alzato il sipario, non suc­cede nulla. C'è qualcosa che vi prende alla gola; è il nulla dell'uomo, repentinamente la sua inutilità, il suo vuoto. Cose di una profondità vertiginosa... (riprende a leggere) "Dopo alquanto tempo, quando l'angoscia è diventata insostenibile, finalmente Giu­liano si muove e si gratta". (Spiegando) Questo poi è di una cattiveria formidabile! Abbiamo visto l'uo­mo: il suo nulla, la sua vacuità. E quando finalmente fa un gesto, il primo, è per grattarsi... Sentite?

Generale                        - Non ancora. Andate avanti.

Apofasia                       - (con voce bianca e dizione mo­notona): Una pulce?

Giuliano                        - No. (Pausa) Neanche. (Altra pausa)

Apofasia                       - Credevo che fosse una pulce.

Giuliano                        - Sarebbe troppo bello. (Pausa)

Apofasia                       - (con un barlume di speranza): Viene?

Giuliano                        - Che cosa?

Apofasia                       - La cosa.

Giuliano                        - (cupo): Viene e va.

Apofasia                       - Se almeno si potesse essere si­curi che c'è una cosa!

Giuliano                        - (con un urlo improvviso): Put­tana! ".

Curato                           - (con un gesto di disapprovazione) Ssst. sst! sst! sst!

David                            - (conciliante) Potremmo cambiare con "prostituta", se la parola vi urta. Ma è importantis­simo. È il dramma della coppia che si innesca.

Curato                           - (ingenuo) Forse si può dire "P" e ba­sta. Una volta, a Parigi, ho visto un manifesto, nel metrò, e mi hanno spiegato che...

David                            - (taglia corto) Vedremo durante le prove, signor curato. (Legge)"Giuliano: Prostituta! Tutte uguali! Spe­gni la lampada. Apofasia: Quale lampada? Giuliano: La lampada! Apofasia: Non c'è mai stata nessuna lam­pada.

Giuliano                        - Allora non spegnerla. (Un si­lenzio tragico) Nulla. Non c'è nulla. Non c'è mai stato nulla. Non è mai successo nulla in nessun luogo e non succederà mai nulla. Al­lora, perché continuare?". (Il generale che stava dando segni di impazienza si alza ed esplode)

Generale                        - Al diavolo; è anche il mio parere! Fer­miamoci qui, giovanotto! Voglio sperare che vi sta­te burlando di noi: è l'ipotesi meno penosa. E potete pensare seriamente che io mi infarinerei il muso per blaterare delle simili bestialità? Ma questa è trippa di gatto!

David                            - (s'è alzato anche lui, irritato ma dignitoso) Signor generale, è il teatro di domani.

Generale                        - (secco) Allora, tornerò domani! (Se ne va, fuori di sé, sbattendo la porta. Tutti rimango­no a disagio. David-Edward Mendigalès arrotola il libretto con fare sostenuto. Sofia è desolata, ma Aglae ha un sorriso e dice semplicemente)

Aglae                            - Lasciate fare a me. Lo convincerò io.

ATTO TERZO

Il parco. Il teatro di verde che si sta allestendo sot­to gli alberi del fondo. È un piccolo palco con un boccascena vecchiotto; un pezzo di velluto rosso pen­de, lasciato li dal tappezziere. Poltrone e chaises-longues di vimini intorno a una statua sull'erba. Un grammofono portatile, appoggiato su una sedia, suo­na un valzer interpretato a Jazz. Sola in scena, Aglae balla il valzer a occhi chiusi, nel costume bianco che_ dovrà indossare nella commedia - una spagnola di Goya. Entra Totò che la guarda silenzioso, poi chie­de:

Totò                              - Mamma...

Aglae                            - (senza smettere di ballare, a occhi chiusi) Si?

Totò                              - Venivo a chiederti per il mio golfino gial­lo. Lo metto?

Aglae                            - Si, tesoro.

Totò                              - Non farei meglio a mettere quello bianco, se viene gente?

Aglae                            - (che continuerà a ballare a occhi chiusi, per tutta la scena) Si, tesoro.

Totò                              - Soltanto, quello bianco ha un buco...

Aglae                            - Si, tesoro...

Totò                              - Devo chiedere a Giulia di accomodarlo?

Aglae                            - Si, tesoro. (Balla sempre. Totò esita, poi chiede)

Totò                              - Mamma...

Aglae                            - Tesoro?

Totò                              - La signorina Tromph arriverà a momenti, e ha detto che devo sapere tutti i multipli di sette.

Aglae                            - (sempre nel valzer) Si, tesoro, bisogna saperla bene, la tavola pitagorica. Senza la tavola pi­tagorica con tutti i multipli non si può fare niente, nella vita. Se ne cola via tra le dita. (Balla)

Totò                              - (un po' smontato, chiede) Posso recitarteli?

Aglae                            - Che cosa, tesoro?

Totò                              - I multipli di sette.

Aglae                            - Ma certo, tesoro.

Totò                              - (comincia) Sette per uno sette, Sette per due, quattordici. Sette per tre... (Si ferma)

Aglae                            - (ballando) ...ventuno.

Totò                              - Sette per quattro, ventotto. Sette per cin­que, trentaquattro.

Aglae                            - (correggendolo) Sette per cinque, trenta­cinque.

Totò                              - Sette per cinque, trentacinque. Sette per sei, trentasei. Sette per sette, trentasette. Sette per otto, trentotto. Sette per nove, trentanove. Sette per dieci, quaranta. (Chiede) Va bene, mamma?

Aglae                            - Va benissimo, tesoro. (7/ generale è entra­to da un attimo, anche lui in costume, vagamente grottesco. Ha ascoltato stupito quella curiosa lezione di aritmetica. Totò, senza vederlo, se ne va)

Totò                              - Ci vediamo, mamma. Io vado a giocare.

Aglae                            - Gioca da bravo, tesoro. (Esce Totò)

Aglae                            - (sta sempre ballando. Il disco finisce. Aglae fa qualche giro con gli occhi chiusi e si ferma. Apre gli occhi. Si trova davanti al generale) Oh, mi ave­te fatto paura!

Generale                        - Stavate ballando?

Aglae                            - Facevo ripassare al bambino la tavola pi­tagorica.

Generale                        - Ballando?

Aglae                            - Ballando, si. Adoro questo valzer... Il si­gnor Mendigalès ha delle trovate straordinarie. Sem­bra che questo disco stia facendo furore a Parigi.

Generale                        - Parigi è in ritardo. È un valzer dei miei tempi. È con quella musica che io ho imparato a ballare a Saumur, insieme a un aiutante maggio­re. Non hanno fatto altro che infilarci una tromba. Mi domando perché!

Aglae                            - (sorride) Ma siete incorreggibile! Se il fa­scino sta tutto li!

Generale                        - Vi sembra?

Aglae                            - Ma certo! Per voi, amico mio, la tromba è sanscrito.

Generale                        - Disingannatevi. Il suono della tromba mi è familiare. Ma ai miei tempi ci se ne serviva per altri scopi. Per svegliarsi la mattina presto, per muovere all'assalto, per spegnere i fuochi la sera e andare a dormire.

Aglae                            - (che ha rimesso il disco e ha ricominciato a ballare da sola) Credete che la nostra recita avrà successo?

Generale                        - Al punto in cui siamo non ci resta al­tro da sperare, se non vogliamo naufragare tutti quan­ti nel ridicolo.

Aglae                            - (ballando) Sapete, amico mio, non biso­gna poi credere che io non la pensi come voi, qual­che volta. Sono molto contenta che abbiamo cambia­to commedia. Quella di prima, non osavo dirlo per paura di passare da provinciale, ma non piaceva neanche a me... Questa di adesso è cento volte più poetica. Gli amori di donna Ardelia e di Rosario...che bel titolo, vero? Il signor Mendigalès mi ha detto che è stata adattata dall'antico repertorio andaluso da un giovane spagnolo, figlio di un esiliato, che non ha ancora vent'anni e che si guadagna da vivere a-prendo le portiere delle automobili.

Generale                        - Questo particolare è molto toccante, ma non aggiunge niente alla commedia... che del re­sto non è male. Un po' in cimbali, magari, nei mo­menti lirici... Ma mi ci abituo.

Aglae                            - Parigi è impazzita per l'autore dopo una prima trionfale, a cui d'altronde hanno fatto segui­to solo quattro repliche. Ma Bébé de Mabillon lo ha adottato e pare che fra due anni sarà ricchissimo e celeberrimo.

Generale                        - Allora non avrà più da aprire la sua portiera. È salvo. (Dice piano, repentinamente) Aglae! Smettete di ballare! (Va al fonografo e arresta il disco. Aglae si ferma e apre gli occhi)

Aglae                            - Perché?

Generale                        - Non mi piace che balliate sola e con gli occhi chiusi. Mi domando con chi siete.

Aglae                            - (sorridendo) Preferireste che ballassi a occhi aperti fra le braccia di un giovanotto?

Generale                        - (grida) Si! (Si controlla) No!... Non lo so...

Aglae                            - (sempre sorridendo) È un piacere che mi è vietato, lo sapete bene.

Generale                        - Non da me, in ogni caso. Ormai che abbiamo cominciato, non c'è ragione di fermarsi: darò un ballo in autunno, per San... Beh, un qualche Santo del diavolo lo troveremo!

Aglae                            - (scoppiando in una piccola, strana risata) Che grande notizia! Ci saranno Lebelluc, Friselaine, il dottore? (Si riprende, più seria) ...Non da voi, lo so, non da voi... Siete un marito molto intelligente e molto generoso... ma da me stessa.

Generale                        - Perché?

Aglae                            - Perché sono vostra moglie, e intendo ri­manervi fedele nei gesti più segreti, come ho giura­to. (Va fra le sue braccia) Ma voi? Perché non bal­late mai con me? Rimettete la musica e balliamo.

Generale                        - Fra le braccia dell'aiutante maggiore che mi istruiva, a vent'anni, avevo una certa grazia. Oggi, fra le vostre, avrei l'aria di un orso.

Aglae                            - Proviamo! Rimettiamo la musica. (Ese­gue. Lo prende fra le braccia. Il generale comincia a ballare con lei un valzer maldestro, finché si ferma)

Generale                        - No, Aglae! Devo parlarvi!

Aglae                            - (impercettibilmente annoiata) Di che? Ho l'impressione che vogliamo riprendere la nostra con­versazione dell'altro ieri. Era terminata, e vi assicu­ro che non avrà alcun seguito.

Generale                        - Non riparleremo di quello che mi ave­te detto l'altro giorno.

Aglae                            - (sorridendo, saggia) Vi ascolto, allora. Ve­dete? Mi siedo come una scolaretta pronta a impa­rare la lezione.

Generale                        - Cercate di non mettermi in imbarazzo. Quello che ho da dirvi non è facile.

Aglae                            - In imbarazzo, voi? Una minuscola formi­ca come sono io? So che conoscete la vita e gli uo­mini meglio di me, e che la sapete più lunga di me su tutto.

Generale                        - (piano) Non ne sono più tanto sicuro.

Aglae                            - (con ironia scevra di cattiveria) Va bene. A rapporto, signor generale! Vi ascolto. Soltanto, di­spensatemi dallo stare sull'attenti: sono un po' stanca.

Generale                        - Non fate dello spirito. Dare ordini è facile, in un sistema che sta in piedi. I manuali di istruzione militare sono in regola, e da molto tempo... Sono i manuali di istruzione civile che mi hanno l'a­ria di essere infinitamente meno in regola. E per niente al mondo io vorrei perdere questa guerra. La mia ultima, Aglae.

Aglae                            - Una guerra?

Generale                        - La nostra, Aglae.

Aglae                            - (sinceramente sorpresa) Ma come vi è venuto in mente che noi siamo in guerra?

Generale                        - Un uomo e una donna che hanno ten­tato di vivere insieme e di amarsi - due cose spesso contraddittorie - sono quasi sempre in guerra, Aglae, nel loro segreto.

 Aglae                           - (dopo una pausa e con altro tono) Noi due non siamo un uomo e una donna, come dite voi. Trovate delle espressioni assurde. Voi siete mio ma­rito. Vi ho scelto. Vi ho giurato di essere una buona moglie. E lo sarò, sempre, ecco tutto! Non c'è nes­suna guerra e nessun problema... C'è la pace, la bella pace delle epoche senza storia, coi bambini che crescono e i raccolti che promettono bene...

Generale                        - ...e le scolarette sagge sui loro ban­chi, coi loro sguardi che si fanno sempre più as­senti... Non bisogna farmi più bestia di quello che sono, Aglae!

Aglae                            - Ho avuto torto di dire che mi annoiavo, l'altra sera. È stata la mia unica debolezza. Me ne fate pentire.

Generale                        - So che c'è in me qualcosa di un po' grottesco. I miei furori e i miei assolutismi vi met­tono a disagio, lo so. Non vi rendono la vita sem­pre cosi facile, cosi seducente come potreste augu­rarvi. Il mio rigore è una virtù ma ho la tendenza a farlo scontare agli altri. Sono lucido, vedete. Un orso ferito. Uno non si può rifare. Perché sorri­dete?

Aglae                            - Mi vengono in mente due versi che da ragazza mi piacevano tanto: "Non torneranno più, i nostri amici orsi - a scagliare le pietre contro le damigelle...". Mi piacciono le vostre indignazioni e le vostre collere, Lodovico, anche quando non le condivido del tutto. Sapete che uomo fatuo, stor­dito era mio padre. È stato anche un po' per il vo­stro accigliato rigore che vi ho amato, per reazio­ne. A dodici anni, all'ora di francese, ero innamo­rata di Alcesti.

Generale                        - Tutte le ragazze si innamorano di Alcesti, al principio. Dicono: "Finalmente uno che non è come gli altri"... E finiscono regolarmente per tradirlo con uno che è come gli altri. È una legge.

Aglae                            - È di cattivo gusto quello che dite, amico mio. Io non vi tradirò mai.

Generale                        - Perché mi amate troppo per farlo, Aglae, o perché amate troppo la verità? Ci sono fedeltà che sono solo verso se stessi. (Una breve pausa. Poi Aglae risponde piano, chiusa)

Aglae                            - Amo la verità. (Pausa)

Generale                        - (rauco) Perché non siete più la stessa, Aglae?

Aglae                            - (esce in una risatina leggera e misteriosa) Che domanda! Non lo so. Perché i fiori nasco­no esattamente col numero di petali, esattamente con il colore che era previsto nel misterioso libro dei conti? Perché un bel giorno il vento soffia via il loro polline? Perché? Perché? Perché? I bambini fanno di queste domande. Perché tutto cresce, tut­to cambia, tutto muore? Ai bambini si risponde perché perché ...

Generale                        - (grida d'improvviso, _ quasi ridicolo) Io voglio che niente cambi, mai! (Aglae ha un ri­solino fresco, senza cattiveria)

Aglae                            - Che buffo. Ci siete proprio tutto voi, in questa uscita. Avete deciso da sempre come do­vevano essere le cose, e non io soltanto, ma la Francia, la natura umana, tutto. Belle, pure, dure, eterne, come nei vostri racconti di ragazzino. E se qualcosa si corrompe o si sfregia, se qualcosa si muove e vive, se nella vostra bella costruzione si dà il minimo disordine, eccovi sulle furie. Le furie di un ragazzino deluso. E correte a rifugiarvi fra le braccia della mamma. Sennonché, anche la mamma è cambiata. Come tutto quello che vive sulla terra-Amico mio, dovete tornare sulla terra, dovete farvi una ragione. Cospirerete di meno, nessuno vorrà più mettervi in prigione, sarete più amabile, e meno infelice, finalmente.

Generale                        - (grida ancora) Non voglio essere ama­bile!

Aglae                            - Lo so. Eppure volete essere amato. Ve­dete come siete incoerente.

,

Generale                        - Non voglio essere amato! (Nel riso­lino di Aglae c'è stavolta qualcosa di duro)

Aglae                            - Allora, di che vi lamentate?

Generale                        - (rauco) Mi lamento del fatto che voi non mi amate più.

Aglae                            - Credevo che non voleste più essere amato.;

Generale                        - (sordamente) Dagli altri. Ma da voi, si.

Aglae                            - Intanto, non è esatto. Vi ho detto che vi amavo ancora.

Generale                        - Male.

Aglae                            - (sorridente) Meglio che posso. Mi dite che sono cambiata. È possibile. Mi avete presa fan­ciulla, mi avete fatta donna. È un piccolo feno­meno a cui gli uomini non si abitueranno mai. E voi state sempre cospirando contro l'inevitabile, combattendo contro i mulini a vento. I mulini gi­rano. La Francia e io cambiamo.

Generale                        - (umile) Ditemi la verità, Aglae.

Aglae                            - Eppure sapete quanto è pericoloso chie­dermela. Alle altre donne si può, loro la truccano. A me, è terribilmente imprudente, io la dico.

Generale                        - Se un giorno vi sentiste attratta da un altro uomo, mi tradireste?

Aglae                            - No. (Nettamente)

Generale                        - Perché?

Aglae                            - Perché l'ho giurato.

Generale                        - (esplodendo) Siete una piccola pulce impudente, ecco quello che siete! Ma perdiana, vi farò vedere chi sono io! Credete che sia disposto a vivere come se niente fosse e a mandare giù la vostra pillola?

Aglae                            - Che pillola? Non vi ho detto che non vi tradirò mai?

Generale                        - Perché l'avete giurato? Tuoni e ful­mini! Per chi mi prendete? Secondo voi un uomo degno di questo nome se ne andrebbe sotto l'ac­quazzone riparandosi con un ombrello simile? Un giuramento! Me ne fotto, io, dei giuramenti! Crib­bio! Voglio che non mi inganniate mai perché mi amate, punto e basta! E se uno sbarbatello da spiaggia vi interessa, dirò di più: desidero che mi mettiate le corna!

Aglae                            - Non ci contate!

Generale                        - La vedremo, mascherina! Me ne oc­cuperò io stesso, se occorre. Voi non mi conoscete!

Aglae                            - (alza le spalle) Siete uno stravagante. Non sapete quello che dite.

Generale                        - (fuori di sé) So perfettamente quello che dico. Da quanto tempo credete di essere nata? È un argomento di cui non mi piace servirmi, pu­pattola, ma voi vagivate ancora nella culla quando già altre donne giuocavano con me a busso e stri­scio... Lo so, come devo considerarvi, tutte quante! Ah, dico!

Aglae                            - Amico mio, se ci mettiamo tutti e due a farci forti della nostra età, passeremo il limite della peggiore volgarità.

Generale                        - E io sarò volgare, se mi va! Le cor­na, sissignora, se mi va! È roba per un parroco farsi proteggere da un giuramento. E se la sera in giardino vi prendono la mano...

Aglae                            - (dolce ma risoluta) Amico mio!

Generale                        - Non vi domando chi è stato, lo saprò da me! Se un galletto vi manda in fregola - o vi calma, come dite voi nel vostro gergo - esigo che arriviate fino in fondo e che mi mettiate le corna. Il romanzo- troppo comodo! Letteratura da biblioteca circolante, col suo bell'onore intat­to! Traditemi, perdio, coraggiosamente. Sarà me­no umiliante. E sta a me difendermi. Sta a me in­segnarvi, a tutti e due, che non c'è da fidarsi dei ragazzini nella seconda infanzia. Per cominciare, non recito più nella commedia.

Aglae                            - (s'è allontanata dignitosamente ed è andata a rimettere un disco) Voi vi trafiggete da solo.

Generale                        - (seduto in un angolo, immusonito) Fino all'elsa, e che il sangue sprizzi! È il mio stile.

Aglae                            - (che si è rimessa a ballare) Volete che vi disarmi con una parola?

Generale                        - (sogghigna) Con una parola, sarebbe bella! C'è sempre voluto più di una parola per di­sarmarmi. Prendete informazioni da quella mezza dozzina di bei cuoricini che ho lasciato sul terreno nel corso della mia infanzia prolungata...

Aglae                            - (che sta sempre ballando) Non vi tra­dirò mai perché l'ho giurato. Avrei orrore che voi foste ingannato. (Si ferma un attimo. È dietro dilui, e dice d'improvviso, chiara) Ma se un giorno amo un altro uomo, ve lo dirò prima che lui mi tocchi, e l'indomani partirò con lui. Ecco. Questo non l'ho giurato, ma ne sono sicura.

Generale                        - (impietrito) Aglae! Uccellino mio!

Aglae                            - (piano, dopo una pausa) Ve l'ho detto che non bisognava a nessun costo chiedermi la verità. Fate in modo che io non mi innamori mai di un altro, ecco tutto. (Ricomincia a ballare, as-sente)

Generale                        - (si è alzato) Sarò divertente, sarò spi­ritoso. Darò delle feste. Imparerò di nuovo a bal­lare. Reciterò la commedia e all'ultimo atto mi metterò a quattro zampe per prendere le bastona­te, come vuole la regia del signor Mendigalès. (Ha accennato una specie di ballo grottesco ed ha fi­nito per cadere in ginocchio davanti a lei che si è fermata. Aglae lo guarda divertita, poi dice, posa­tamente).

Aglae                            - Ricomponetevi. Non mi piace che mi co­stringiate a essere una donna. I nostri rapporti sono sempre stati su un altro piano. Lasciatemi il piacere di rispettarvi. (Cambia tono) Fra mezz'ora c'è la prova. Mi avete fatto uscire di me. Non sarò più nella parte. E bisogna che almeno quest'altra commedia sia recitata bene. Torno subito. (È uscita rapidamente. Il generale resta solo in scena, scon­volto. Entra Lebelluc)

Lebelluc                        - Buongiorno, generale. Sono in anti­cipo. Sto in pensiero per la mia parte. Non mi sento tranquillo. Ho l'impressione di non rendere bene il personaggio.

Generale                        - (repentinamente) Lebelluc! Avete co­nosciuto molte donne?

Lebelluc                        - (guardingo) Si e no. Che altro volete inventare? Mi preoccupate, dall'altra sera.

Generale                        - (umile) Ho cosi poca esperienza... Quando si sente per la prima volta qualcosa che cambia, un niente, un tono di voce, uno sguardo...

Lebelluc                        - Mio caro, voi fumate il sigaro? Alla prima boccata amara bisogna buttarlo. A ostinarsi, per avarizia o per cocciutaggine, non c'è che da guastarsi lo stomaco. Ce ne sono sempre degli al­tri nella scatola per darvi un piacere nuovo. Lo stesso con le donne.

Generale                        - (scoraggiato) Si. Già. Non parliamo esattamente della stessa cosa, Lebelluc. (Entra Bélazor)

Bélazor                          - Cocco mio, credo di aver trovato la chiave della mia scena a due col capitano. È mera­viglioso recitare. Si è tanto più naturali che nella vita. Forse perché c'è meno bisogno di mentire. Oh, Lebelluc, ci siete già? Ripassiamocela un po' camminando. Io ho bisogno di fare i gesti. (Co­mincia) "Allora, signore"? (Anche Lebelluc comincia)

Lebelluc                        - "Allora, signore?"

Bélazor                          - "Eh no, signore."

Lebelluc                        - "Eh si, signore! Sapete che potrei tirarvi le orecchie e mozzarvele col mio sciabolone, signore?"

Bélazor                          - "Sapete, signore, che io pure potrei mozzare le vostre?"

Lebelluc                        - "Allora, piuttosto, ragioniamo, si­gnore."

Bélazor                          - "Si, signore."

Lebelluc                        - "No, signore!"

Bélazor                          - "Si, signore!" (Sono usciti gestico­lando. Il generale è rimasto solo)

Generale                        - Si, signore! No, signore! Si, signore! Ve le taglierò io le orecchie, e anche qualche altra cosa, per farmici i bottoni dei polsini! Ah! è trop­po, è troppo. E basterebbe sapere un nome! È semplice, tuoni e fulmini. Chi c'era da me quella sera? (Va alle poltrone, riflettendo) La Bise. Bene. (Si siede e si alza via via) Il dottore... Lebelluc... Quel cretino di Bélazor, che mi ha confessato di essersi messo da una parte con Friselaine per rac­contargli delle porcherie... Là, ecco! Era ubriaco, l'animale. Mi sembra di vederlo, appoggiato allo zoccolo, sornione, coll'aria di ascoltarmi. Si era chinato un po'... (Fa il gesto) Ma a quel posto là chi c'era, perbacco?!... Che scemo. C'ero io. Cattiva pista. Ricominciamo. (Ricomincia. Entra il curatoche lo osserva mentre prova le poltrone, una dopo l'altra, bofonchiando)

Curato                           - Che state facendo, generale? Mi sem­brate agitato. È un piano di battaglia?

Generale                        - Signor curato, cerco chi era seduto su questa poltrona, mercoledì sera dopo cena.

Curato                           - (tranquillo) Non cercate oltre, amico mio. C'ero io. (Il generale interdetto guarda in si­lenzio il curato che sorride)

Generale                        - (soffocato) Va bene che è la giornata delle rivelazioni, però... però... Non mi verrete a dire che siete voi che avete preso la mano di mia moglie nell'oscurità?

Curato                           - Si, mio buon amico. Ma come avete fatto a saperlo? Avevo badato bene di non esser visto.

Generale                        - Me l'ha detto lei. Senza dirmi chi.

Curato                           - Amico mio, dovete perdonarmi, ma quella sera vostra moglie mi ha fatto pena. Ascol­tava fin dall'inizio della serata, ascoltava da don­nina saggia. Aveva adempiuto a puntino ai suoi piccoli doveri di padrona di casa; aveva dato a ognuno la tazzina di caffè e chiesto quanto zuc­chero, e poi si era seduta al suo posto, piccola prigioniera in mezzo a noi. Voi stavate parlando, e da lontano, nell'oscurità, venivano le folate di musica e gli scoppi di risa della signorina Sofia e dei suoi giovani amici che ballavano sul prato. A un certo momento lei ha rabbrividito, impercet­tibilmente, e senza ragione, perché la sera era tie­pida, e io ho capito che era laggiù, fra le risate pazze e le sorprese della giovinezza, che lei, anche lei, avrebbe dovuto trovarsi in quel momento - non con noi. Allora ho posato la mia mano sulla sua perché sentisse che qualcuno l'aveva indovi­nata. Ecco. (Un silenzio, poi il generale, fattosi rauco, chiede)

Generale                        - Credete che non sia felice?

Curato                           - Io credo che abbia tutto per essere fe­lice, come si suol dire. Ma credo anche che questo, specie nel caso delle donne, non sempre basti per essere felice.

Generale                        - (chiede con umiltà) Credete che do­vrei farla divertire di più?

Curato                           - Forse. Le donne hanno bisogno soprat­tutto di essere divertite. Le si accusa, spesso, di portare alla perdizione gli uomini - che si per­derebbero altrettanto bene senza di loro: basta ve­dere nelle guerre, per esempio, quando sono soli, gli sprechi e le frivolezze che accumulano. In fon­do, con l'aria di chiedere tutto, esse domandano ben poco. Un po' di chiasso intorno a loro, e di calore; un po' di piacere.

Generale                        - Il signor David-Edward Mendigalès e le sue piacevolezze da snob! Le sue commedie da manicomio, le sue danze da negri e le loro risate per niente. I piccoli sentimenti incompiuti che non arrivano mai in fondo. Il muschio della vita. Le donne vivono di muschio. (Confessa un po' con­trovoglia) Mi disturbano. Non posso dire che le detesto. Ma mi disturbano.

Curato                           - E fosse tutto qui! (Sorride) Avete fatto il ritratto delle donne oneste e delle fanciulle. Ma ci sono le altre, credete a me, che vedono più lontano e più profondo. Che tramano gli avvele­namenti, le rovine e le lunghe umiliazioni. C'è la nostra antica madre temibile, alleata del serpente.

Generale                        - (con un grido) Ma io l'amo! Son pronto ad aprirmi il ventre come il pellicano e a darle le mie viscere!

Curato                           - Esse non amano soltanto la trippa. Amano anche i pasticcini.

Generale                        - (dopo una pausa) Come si deve fare? Lo sapete, voi? Io mi convinco di non averlo mai saputo.

Curato                           - Come quegli esploratori che hanno por­tato dai paesi caldi un'adorabile piccola pantera. Giocare con lei come con un gattino, portarle i bocconcini di carne cruda e le tavolette di zuc­chero tutti i giorni, a volte tenerla al laccio e a volte lasciarla sgranchirsi le gambe, ricevere i col­petti della sua lingua rasposa e grattarle il dorso. Ma non dimenticare mai che un bel mattino, senzacessare di adorarvi, può sentire l'odore del sangue, svegliarsi pantera e stendervi morto con una zam­pata. (Si riprende, un po' confuso) Non sto facendo, s'intende, il ritratto teorico della sposa cristiana. (Voci sul viale. Il generale si aggrappa a lui)

Generale                        - Eccoli che tornano per la prova. Non le dico niente?

Curato                           - No. Prima recitate questa commedia, e che la festa sia un successo. A volte è capitale essere frivoli. Siate allegro, siate superficiale, siate meno difficile. Lasciate da parte per un po' l'avve­nire della Francia e tutti i grandi problemi che altri dopo di noi si accaniranno eternamente a ri­solvere. In una parola, meno trippa, amico mio, e più dessert.

Generale                        - Detesto i desserts.

Curato                           - (energicamente) Comportatevi come se li adoraste, o ben presto sarete voi a morire di fame. Su, generale, un po' di coraggio! Masticate un pezzettino di carta rossa, e avanti! Sapete una cosa? Siete comicissimo, nella recita.

Generale                        - (mettendogli una mano sulla spalla) Signor curato... E dire che quel vecchio ganimede di Lebelluc non mi ha saputo parlare che di sigari! Come mai solo voi conoscete cosi bene le donne?

Curato                           - (modesto e imbarazzato) Tutta teoria, amico mio... (Entrano gli altri)

Dottore                         - Allora si prova? Si prova? Io non pen­so più che alla commedia. Affretto i parti, e se non si sbrigano faccio dei gran tagli cesarei. Ma state tranquilli, ormai non sono più pericolosi. Non aspettiamo che voi, signor generale.

Generale                        - Allora, forza, ragazzi! (Al curato, passandogli vicino) Sono abbastanza allegro?

Aglae                            - E il signor Mendigalès? Come mai non c'è ancora? Non concluderemo niente di buono sen­za il nostro regista. (Aggiunge) E non c'è neppure il signor Achille de Lépaud, devono venire insieme.

Generale                        - Ragazzi, abituiamoci ad essere pun­tuali, altrimenti non ne verremo mai a capo. (Ag­giunge) È una osservazione che # vi faccio allegra­mente. (Lebelluc e Bélazor cominciano, agitandosi come degli idioti)

Bélazor                          - "Allora, signore?"

Lebelluc                        - "Si, signore."

Bélazor                          - "No, signore!"

Lebelluc                        - "Si, signore!"

Generale                        - Silenzio, voi due! Cominciamo dal principio, almeno. (Ad Aglae) La pantomima.

Aglae                            - Che posso fare, senza il signor Achille de Lépaud?

Generale                        - È giusto. Allora a voi, Ledadu. Fate più che altro una prova di memoria, mentre si aspetta il signor Mendigalès. (Ledadu e la zia Bise, i soli in costume, salgono sul palco e cominciano)

Ledadu                         - (alla zia Bise) "Comare Carlotta, amore mio, perché mi guardi sempre dall'alto in basso, come se non mi amassi? Hai dunque dimenticato le nostre notti e tutte le piccole cose dolci che ti facevano scompisciare in mezzo al fieno?"

Zia Bise                         - "Lucador, voi non mi trattate come una signora!"

Ledadu                         - "L'altra sera, non pensavi tanto a fare la signora! "

Zia Bise                         - "Il giorno è il giorno e la notte è la notte, per noi donne oneste, e quando mi incon­trerai di giorno devi parlarmi educatamente e ba­ciarmi con rispetto la mano." (Gliela tende)

Ledadu                         - (eseguendo con mala grazia) "Non mi piace baciare la mano alle signore, sanno sempre un po' di cipolla."

Dottore                         - (sale sul palco) "Olà, svergognati, vi ho sorpreso! Reato di libertinaggio in casa del ve­nerabile don Peppino? (Si rivolge ad Aglae, salita anche lei) Donna Ardelia, arrivate in buon punto. Credo ci sia del disordine in casa vostra. Perdo­natemi se vi parlo francamente, ma sono l'Alcade di questo paese e la moralità fa parte in qualche maniera delle mie competenze municipali."

Aglae                            - "Queste son cose che non si dicono im­punemente a una onesta padrona di casa. Esigo spiegazioni."

Dottore                         - "Non mancherò di darvele, e in presenza del venerabile don Peppino, che vedo spun­tare proprio a proposito!" (Tutti si voltano verso il generale che sale sulla scena a sua volta)

Generale                        - "Signora... belle cose vengo a sapere! di cotte e di crude!" (Entra Sofia sconvolta bran­dendo un giornale e interrompe tutti)

Sofia                             - (grida) Papà! Devo assolutamente par­larti! È mostruoso quello che scrive il Figaro.

Generale                        - (grugnisce) Un'altra brutta notizia? A me danno solo quelle.

Curato                           - (ingenuo) Sul Figaro? Mi stupirebbe.

Sofia                             - (è crollata su una poltrona singhiozzando, spiegazzando il suo Figaro) Papà... papà caro! Presto!

Generale                        - Papà caro? Dev'essere grave! Amici miei, posso chiedervi di lasciarmi un istante con mia figlia? Continuate a ripassare il testo nel viale, aspettando il signor Mendigalès. Senza qualcuno alla ribalta a dirigere non viene fuori niente di buono. Si esagera, ci si trova bravissimi gli uni con gli altri e poi visto da giù è un vomito. Io ho bisogno di essere imbrigliato.

Bélazor                          - Dopo averci riempito di insulti, cocco mio, sei diventato ancora più gigione di noi. E non è dir poco!... (Ripete, uscendo) "Allora, signore?"

Lebelluc                        - "Si, signore!"

Bélazor                          - "No, signore!"

Lebelluc                        - "Si, signore! Sapete che potrei ti­rarvi le orecchie e mozzarvele col mio spadone, signore?"

Bélazor                          - "Olà, svergognati! Reato di libertinag­gio in casa del venerabile don Peppino?" (Sono usciti tutti, tranne Aglae e Sofia, sempre in sin­ghiozzi sulla sua sedia a sdraio)

Generale                        - Insomma, che c'è? Santa pazienza! Voi ne sapete qualcosa? (Si è rivolto ad Aglae che prende il giornale dalla mano inerte di Sofia e legge)

Aglae                            - E’annunciato il fidanzamento del signor David-Edward Mendigalès, figlio del noto industria­le, con la signorina Ghislaine-Maria-Vittoria-Francia-Chantal-Lévy-Dubois, figlia del signor Paolo Lévy-Dubois, della banca Lévy-Dubois, e della signora Ortensia Lévy-Dubois, nata de La Rochefoutras".

Generale                        - Evviva!

Sofia                             - (drizzandosi come una furia) Papà, sei odioso!

Generale                        - (fermo) Sei infelice, era l'uomo della tua vita, ma era già il terzo. Hai vent'anni, e ce ne saranno senza dubbio degli altri. E siccome que­sto qui era un imbecille, io grido: "evviva"!

Sofia                             - (fuori di sé) Ti proibisco di insultarlo, papà!

Generale                        - (stropicciandosi le mani) Ho il col­tello dalla parte del manico, adesso. Mi voglio le­vare il gusto!

Aglae                            - (dolcemente) David-Edward Mendigalès non è un imbecille, amico mio. Proprio ieri il si­gnor Achille de Lépaud mi diceva di lui...

Generale                        - (l'interrompe brandendo il Figaro) Peggio ancora: è un furbo!

Aglae                            - Si tratta senza dubbio di un malinteso che lui stesso ci chiarirà tra poco.

Generale                        - Sul Figaro? È impossibile. Non ci sono mai malintesi sul Figaro! E se ci si legge che il signor David-Edward Mendigalès è fidanzato con la signorina de La Rochefoutras, nata Lévy-Dubois o il contrario, è perché è vero. Quando un giornale tira seicentomila copie vuol dire che tutto quello che c'è dentro è vero.

Sofia                             - (comica nella sua disperazione) Lo ama­vo, papà! Lui lo amavo, ne sono sicura! Non aveva niente a che fare con Urbano Gravelotte né con Gianfrancesco Piedelièvre!

Generale                        - Più che non immagini, figliola mia. Aspetta il quarto per giudicare.

Sofia                             - (in fiamme) Tu non sai niente dell'amo­re, papà!

Generale                        - (balbetta) No. Si, invece. Un po'. Come tutti.

Sofia                             - Hai avuto una storia penosa con la mamma, che non ti amava!

 

Generale                        - E tu che ne sai? Dopotutto, non c'eri!

Sofia                             - (aspra) Qualche amante qua e là, nelle guarnigioni, e poi hai incontrato Aglae, che era stata educata in provincia, che è un angelo di pa­zienza e di rassegnazione, che dice sempre di si a tutto. Come puoi capire qualcosa della sofferenza di una donna?

Generale                        - (interdetto) La sofferenza di una don­na. La sofferenza di una donna! (Esplode) Ma porco diavolo, sei mia figlia, e sei una piccola smorfiosa da quattro soldi! Te lo insegnerò io cos'è la soffe­renza di una donna, con un paio di ceffoni!

Sofia                             - (al colmo del disprezzo) Lo vedi? Ecco l'unico argomento che sei capace di trovare: pren­dermi a schiaffi come quando avevo dieci anni! Ah, povera Aglae! Sono infelice da morire, ma in que­sto momento siete voi che compiango.

Generale                        - È lei che compiangi? È lei che com­piangi? Ma è roba da pazzi! E perché la compian­gi, si può sapere?

Sofia                             - Perché non capisci mai niente di niente e lei è tua moglie! Oh, è troppo brutto il mondo, nessuno conosce nessuno... È meglio morire subito... Non esistiamo che per fallire in tutto, tutti, sem­pre... Mi farò suora di carità, andrò a curare i leb­brosi col dottor Schweitzer come Florence Deter-ling (dei Deterling del petrolio), farò il teatro...

Generale                        - L'ultima soluzione mi pare la più indicata.

Sofia                             - E l'ironia, per giunta, la tua famosa iro­nia; Aglae, ma diteglielo anche voi una buona vol­ta che soffrite, che crepiamo tutte per il loro egoi­smo! Ditegli che cos'è un uomo, e che anche voi ne avete abbastanza!

Generale                        - (grida anche lui) Sacramento, ma sono io che ne ho abbastanza, alla fin fine, di es­sere accusato di tutto, per niente! Sono io che ho fatto scrivere sul Figaro che annunciavo il mio fi­danzamento con la signorina Lévy-Dubois de la Ro­chefoutras? (Si rivolge ad Aglae) Ma dite qualcosa! Non dite niente, e non si sente che voi!

Sofia                             - (è ricaduta in singhiozzi) Oh! Come so­no infelice! Sono troppo infelice! Lo amavo! Lo amavo come una donna.

Aglae                            - (facendosi avanti) Sofia, siete ancora una ragazzina. Vostro papà ha ragione. Credo che lo dimenticherete come gli altri due.

Sofia                             - Gli altri due non significavano niente per me, sul piano fisico, ormai posso ammetterlo. Erano stati due fiaschi. Ma con lui, oh, con lui, io ero la sua donna...

Generale                        - (interdetto, esitando a capire) Gli altri due non significavano niente per te, sul pia­no fisico...

Sofia                             - (ansando) No. Proprio niente.

Generale                        - E con lui, con lui, tu...

Sofia                             - (alza le spalle in singhiozzi) Ma certo, papà, credi che viviamo ancora come ai tuoi tem­pi? Non siamo più nel 1900!

Generale                        - Per tutti i diavoli! (Suo malgrado rettifica) Del resto nel 1900 io non ero ancora nato. (Sforzandosi alla calma si rivolge ad Aglae) Ho capito bene, o sono definitivamente un imbecille?

Aglae                            - (con un piccolo sorriso) Credo che ab­biate capito bene.

Generale                        - (urla) Le orecchie a tutti e tre! E all'ultimo anche il resto! Vado a cercare le mie sciabole. (Esce correndo come un pazzo. Aglae si accosta a Sofia)

Aglae                            - Sofia, piccola cara, siete stata molto im­prudente e molto sciocca. E molto indiscreta. Nien­te vi autorizzava a parlare cosi di me. Non vi ho mai fatto nessuna confidenza.

Sofia                             - E credete che non vi veda, attaccata alla vostra virtù come a una ciambella di salvataggio? Ah, io pago, io sono infelice, ma non rimpiango niente. David-Edward Mendigalès è un piccolo ar­rivista e un fasullo, ma almeno io con lui mi sono divertita!

Aglae                            - Io amo vostro padre, Sofia, e dieci an­ni fa, quando l'ho sposato...

Sofia                             - (cattiva, all'improvviso, non è più una ragazzina, è una donna) Amavate già la pentola sul fuoco, lo so. Ma anche cosi... come si può ama­re, papà? (È uscita alzando le spalle. Aglae rima­ne immobile e impenetrabile. Il generale torna veloce come era uscito. Resta un attimo inter­detto. Aglae sorride)

Aglae                            - Ebbene, le vostre sciabole? (Il generale alza le spalle e si mette a sedere)

Generale                        - Era certo ridicolo, come il resto. (Dopo una pausa, sordamente) Però è sempre la mia bambina... Voi non potete capire, forse... Non mi so adattare all'idea che... (S'interrompe e mor­mora) Il mondo non gira più in tondo.

Aglae                            - Gira in tondo, si, ma gira, ecco tutto. Voi lo state a guardare senza realmente capirci nulla, in realtà, affacciato chissà dove. Dovete de­cidervi a scendere quaggiù fra noi, amico mio. Un po' di coraggio, e saltate, ufficiale paracadutista. In basso tutto vi sembrerà più semplice. Vedrete.

Generale                        - (sempre sordamente) Per la prima volta ho paura di farmi male.

Aglae                            - (animandosi, improvvisamente) Mi sem­bra di sentire la macchina del signor Achille de Lépaud. La riconoscerei fra mille! (Per la prima volta all'udire questo nome che Aglae pronunzia spesso, il generale ha alzato la testa. Aglae se n'è accorta e rettifica con sicurezza, sorridendo) Le macchine da corsa di quei giovani non sono molto discrete... Certamente con lui c'è il signor Mendi­galès... Finalmente si prova. (Gli dice d'improvviso, netta e quasi dura) Sia chiaro che comunque la recita deve riuscire bene. Ormai non possiamo ti­rarci indietro. Niente stravaganze. Riporto qui tutti entro cinque minuti, e si prova. (Esce. Il generale le grida)

Generale                        - Speditemi qui quel giovanotto! (En­tra in tromba Maria Cristina)

M. Cristina                    - Papà! Il figlio del lattaio mi ha pizzicato il sedere un'altra volta!

Generale                        - (la guarda e chiede) Ti ha fatto pia­cere?

M. Cristina                    - (indignata) Ma no, papà!

Generale                        - E credi che la gente pizzichi cosi spesso il sedere delle ragazze alla quali questo non fa piacere?

M. Cristina                    - (indignata come una dama) Sta bene. L'avrai voluto tu. (È uscita. Il generale fa qualche passo dietro di lei e grida)

Generale                        - Cosa avrò voluto? Cos'è che avrò voluto, maledizione? Qui si scoppia, adesso! Non ne posso più! Mi aggrappo a piene mani alle co­lonne e sbatto giù la baracca! (La zia Bise entra ane­lante come dopo una corsa)

Zia Bise                         - Lodovico!

Generale                        - (abbaia) Che c'è?

Zia Bise                         - Ho saputo l'orribile notizia! La di­sperazione di quella povera bambina! La rottura del fidanzamento!

Generale                        - Si. E con ciò?

Zia Bise                         - Mi sento colpevole Lodovico!

Generale                        - Di che, ancora? Se sapessi quanto tempo ho di occuparmi dei tuoi stati d'animo, in questo momento!

Zia Bise                         - Durante le prove ho avuto occasione di parlare spesso da sola col signor David-Edward Mendigalès. Gli ho rivelato molte cose sull'amore delle donne mature, sulla loro mistura di sensi­bilità e di tenerezze in contrasto ^ con la versatilità colpevole dei piccoli frutti acerbi come Sofia. Ho paura di aver turbato quel giovane!

Generale                        - (va verso di lei a denti stretti) Le­vati dai piedi!

Zia Bise                         - (geme) Sono una donna fatale, Lo­dovico!

Generale                        - (urla) Rassicurati, Bise. Solamente per me! (L'ha spinta fuori con violenza. Si rivolta verso David-Edward Mendigalès che è entrato, maldisinvolto. Lo interpella) Signore!

David                            - Volevate chiedermi qualcosa, signor ge-rale?

Generale                        - Si. Va da sé che voi non avete nes­suna nozione dell'onore?

David                            - (che sembra non capire) Sono ancoramolto giovane. Ma in compenso papà ha la Le­gion d'Onore. È anche qualcosa in quell'Ordine, co­me in tutto.

Generale                        - (grugnisce) Questo non c'entra. Va da sé che non avete mai impugnato la minima spa­da, il minimo fioretto?

David                            - No. Non ho mai fatto scherma. Però in collegio ero campione di cricket.

Generale                        - Vedo. Siccome io non ho mai fatto del cricket, un incontro fra noi, nell'un caso come nell'altro, sarebbe un assassinio.

David                            - Un incontro? Desiderate incontrarmi al­trove?

Generale                        - No, signore. Vedo che perfino la ter­minologia di questa sorta di cose vi è estranea. Il mondo gira. Dunque, per quel che ci resta a fare, il luogo in cui siamo basterà. Qui ci si può benis­simo scambiare dei cazzottoni. È un linguaggio uni­versale.

David                            - Non vi capisco.

Generale                        - Mi capirete. Leggete il Figaro?

David                            - (si siede, disinvolto) Raramente. Leggo L'Espresso.

Generale                        - Molto bene. Ciononostante, le vostre idee progressiste non dovrebbero impedirvi di dare una rapida occhiata alla cronaca mondana del Fi­garo di stamane. (Gli allunga il giornale. David-Edward Mendigalès vi getta una rapida occhiata)

David                            - Oh! Papà è incorreggibile! Gli avevo detto di non annunziarlo... Lo ha letto Sofia?

Generale                        - Si.

David                            - (sinceramente disturbato) Povera picco­la Sofia! Mi ripugna farla soffrire. Voi non la co­noscete, generale; è un piccolo essere pieno di gra­zia, di sensibilità.

Generale                        - (un po' interdetto) È vero che la co­nosco male, ma un po' la conosco. La sensibilità non le manca davvero!

David                            - Che sciocchezza! Una sciocchezza im­perdonabile! Non bisognava mai dare questo an­nunzio.

Generale                        - La notizia è falsa?

David                            - (disinvolto) No. La notizia è esatta, ma non c'era nessun bisogno di darla cosi presto. Quel bambinone di papà non vede l'ora di sbalordire i suoi amici, di pavoneggiarsi al Club con questa nuova distinzione. E cosi, il Figaro, subito, come un giovanottino... Non ci sono più genitori. Sono desolato per Sofia, generale.

Generale                        - Giovanotto... All'atto di insignire vo­stro padre della Legion d'onore, poiché mi dite che ne è insignito, non gli hanno fornito un manualetto per spiegargliene i rudimenti?

David                            - I rudimenti di che?

Generale                        - Dell'onore.

David                            - (divertito) Forse. Ma papà non legge mai la reclame. È troppo occupato. L'avrà infila­to in tasca e se ne sarà dimenticato.

Generale                        - Proprio quanto temevo. E la mate­ria non era in programma neppure nel vostro ele­gante collegio?

David                            - Facevamo soprattutto molto sci. Era un collegio svizzero.

Generale                        - Ebbene, non è mai troppo tardi per imparare. Avete cinque minuti, no? Vi darò la pri­ma lezione.

David                            - Di che?

Generale                        - Di onore.

David                            - (si irrigidisce un po') Generale, non ho bisogno di ricevere lezioni di onore da nessuno.

Generale                        - Siamo fieri! Bene, è già una piccola base. Vedremo cosa si può costruirci sopra. Testé voi vi siete intenerito su Sofia. Dunque immagina­vate il suo dolore? Non siete del tutto incosciente?

David                            - Ma quello che è assurdo è che Sofia abbia letto il comunicato! Non avrebbe mai do­vuto leggerlo. Tutta colpa della vanità infantile di papà! È prematuro, molto prematuro. Bastava an­nunziarlo fra due o tre mesi... Io papà non lo ca­pisco! È un poppante!

Generale                        - E fra due o tre mesi?

David                            - La mia quarantena qui in fabbrica sarebbe finita e la mia piccola avventura con Sofia sarebbe stata vissuta, per entrambi. Lei mi avrebbe mandato due paroline scherzose di con­gratulazioni - come avrei fatto anch'io nel caso contrario - e amen! Sofia è una ragazza che sa stare al gioco. Ma oggi, ah, oggi è presto, sono il primo io a convenirne. È troppo presto. Credetemi, generale, sono desolato.

Generale                        - (gli si accosta, sforzandosi umilmente di capire) Insomma, ammetto che ci sia un fos­sato fra ogni generazione; ammetto che il mondo progredisca di continuo, come assicura l'Espresso. Ma noi siamo due uomini, con due braccia, due gambe, una pancia, un cuore e un cervello. Né la razza dei lupi né quella dei conigli sembra si evol­vano con tanta rapidità. La razza degli uomini con­serverà pure qualche punto in comune, no?

David                            - (estremamente disinvolto, si accomoda me­glio nella poltrona) Vedete, generale, col rinno­varsi fulmineo della tecnologia, con la marcia irre­sistibile delle idee, è fatale che l'uomo riconsideri di dieci in dieci anni tutti i suoi problemi. Mi permettete di fumare durante la nostra discussio­ne, generale?

Generale                        - No.

David                            - (mettendo via il suo pacchetto di sigaret­te) Scusate.

Generale                        - (con uno sforzo commovente di logica un po' comica) Sia che voi calchiate un botto­ne, sia che battiate sull'acciarino per accendere la vostra candela, non mi direte che questo può cam­biare qualcosa di quello che avete nel cuore? Co­minciano a scocciarmi col loro progresso indefini­to, tutti questi saccentoni! È assurdo pretendere che il primo filosofo da cabaret che spunta fuori abbia una testa migliore e solo perché campa nel­la nostra epoca, di quella di Pascal o di Platone, e la sappia più lunga di loro sull'uomo! La materia è rimasta la stessa, e lo strumento anche, a quan­to mi risulta. L'uomo non è mai cambiato, giova­notto, e non cambierà mai   - checché ne dicano i settimanali benpensanti. Potrà far saltare in aria il pianeta o organizzarlo come vorrà, ma i veri pro­blemi resteranno quelli che sono sempre stati. O si è brutti, o si è belli. O si è intelligenti, o si è stupidi. O se ne ha, o non se ne ha.

David                            - Di che, generale?

Generale                        - (sornione) Diciamo di onore, per il momento. (Si drappeggia nella sua dignità) Signo­re, voi avete abusato di mia figlia!

David                            - Generale, voi usate delle espressioni esagerate.

Generale                        - È si o no la vostra amante?

David                            - Ve lo dicevo che non parliamo lo stesso linguaggio. Avete gettato là una parola che vi sem­bra un peggiorativo, e che per noi non ha più il minimo senso. Sofia e io siamo dei buoni amici. Lei ne ha avuti altri prima di me, coi quali ha cercato una reciprocità nel piacere, e verosimilmen­te ne avrà degli altri. E poi, un giorno attaccherà il cappello a un chiodo, come tutti noi. Perfino io mi sposo fra qualche mese. Questione di circostan­ze, qualche volta di pelle, spesso di stanchezza, di professione, o di soldi. Perché i soldi continua­no a essere terribilmente importanti. In questo con­cordo con voi. È una nozione che si è ben poco evoluta, nonostante il progresso.

Generale                        - Perché voi vi accingete a fare un matrimonio di soldi?

David                            - D'interesse, si. In una certa misura La piccola Lévy-Duboìs è deliziosa, d'altronde. Anche lei è stata una mia buona amica, due o tre anni fa. Poi ci siamo lasciati, non ricordo più perché, e adesso ci riprendiamo e ci sposiamo. È un'altra co­sa. Il vantaggio è che non avremo nessuna sorpre­sa sul piano fisico. Sappiamo che può funzionare.

Generale                        - (non può impedirsi di gridare) Ma l'amore? Sofia vi ama! Piangeva a dirotto, poco fa.

David                            - Sofia subiva il contraccolpo di una rive­lazione brutale, che non perdonerò mai a papà di averle inflitto con la sua leggerezza. Ma è una ra­gazza evoluta, intelligente. Domani capirà benissimo. Si direbbe che vi facciamo indignare, generale; cercate di capirci. L'amore, a parte tutto, è fuori.

 

Generale                        - Fuori?

David                            - Ma si, fuori. Siete voialtri che ce Io ave­te insegnato, con le vostre lacrimevoli storie. Che scelta avevate, voi? o l'egoismo innaffiato di pianto e di rivendicazioni inacidite delle vostre eterne re­lazioni, o il cosiddetto matrimonio d'amore. Una tenera fanciulla che uno sposa perché odora di va­niglia, e che due anni dopo si trasforma strana­mente nella madre di se stessa... Un nido costrui­to sull'impressione di un chiaro di luna, o al tatto della pelle tiepida di una coscia sotto una veste leggera, per cercare in seguito di viverci una vita reale, alla meno peggio, mentre non era stato co­struito per questo. Nell'un caso come nell'altro, an­davate dritti allo scacco. Quello stesso scacco noi lo scontiamo sportivamente, evitando che abbia conseguenze troppo gravi. Lo minimizziamo col ren­derlo frequente. Capite?

Generale                        - Ma l'amore esiste, cribbio! Se non esistesse saremmo tutti morti da un bel pezzo.

David                            - Esiste, ma è molto raro. Noialtri non ci organizziamo affatto per aspettarlo, ecco tutto. Se lo incontriamo, faremo come voi, beninteso; bele­remo come capretti finché durerà. Non abbiamo principi. Dovreste proprio permettermi di fumare, generale. Non so discutere senza fumare. È un ri­flesso condizionato.

Generale                        - (to guarda, sbigottito dalla sua disinvol­tura. Mormora). Condizionato?

David                            - (accendendo una sigaretta) Sapete la sto­ria del cane di Pavlov? È appassionante. È sovie­tico.

Generale                        - (mormora) È sovietico...

David                            - (ancora più a suo agio, se possibile, ora che fuma finalmente) C'è un'arte molto delicata, generale, paragonabile un po' all'arte della strate­gia, e di cui voi sembrate rimasto ai rudimenti. Dovreste cercare di aggiornarvi anche in quella; è l'arte di vivere. Voi, per esempio, siete il prototipo dell'uomo che non sa vivere.

Generale                        - (mormora, come affascinato da David-Edward Mendigatès e dalla sua logica) Io sono il prototipo dell'uomo che non sa vivere?

David                            - Sicuro! Non voglio nemmeno parlare dei vostri rapporti con Aglae, che sono terribilmente sommari e che uno di questi giorni potrebbero gio­carvi un brutto tiro. Ma i vostri rapporti con i vo­stri figli...

Generale                        - Non educo bene i miei figli?

David                            - Non avete saputo essere il loro camera­ta. Sofia non ha nessuna fiducia in voi. Come la maggioranza dei padri, siete riuscito a far si che tema scatti e che si burli di voi. Bel risultato. E non parliamo di Maria Cristina. Quanto a Totò...

Generale                        - Non toccate Totò!

David                            - (continua) Credete che Totò sia la vo­stra cosa ben riuscita? Gli avete già infarcito la te­sta con le questioni d'onore. Gioca per giornate in­tere a liberare delle principesse prigioniere, che non gli capiterà mai di incontrare, con delle spade di legno, invece di divertirsi con dei modellini di automobili in scala, come sarebbe sano alla sua età. È un ragazzino imbottito di complessi e affat­to inadattato. (Si è alzato, cordiale) Date retta a me, al piccolo non occorrono lezioni di rigore, ma piuttosto lezioni di disinvoltura e di efficienza. Che avvenire lo aspetta, se si irrigidisce contro tutto? Via, generale... Io sono molto giovane è vero, ma anche cosi ne so parecchio più di voi, scusate se ve lo dico, sugli uomini e sulla vita. (Ha gettato la cicca, ha preso il pacchetto) Dovreste prender­ne una.

Generale                        - No.

David                            - (che si è installato su un'altra poltrona, sempre più padrone della situazione) Disinvol­tura, disinvoltura ci vuole... La vita è bella ed è estremamente facile; contrariamente a quanto cre­dete voi. E come per la vostra congiura, che è già la favola del paese. Detto fra noi, generale, ma vi pare serio?

Generale                        - (sussulta) La mia congiura? Quale congiura? Non vi seguo.

David                            - (sorridente) Credete anche che sia unsegreto, magari? È troppo divertente. L'altra sera papà ne parlava col prefetto che era a cena da noi. La faccenda è tenuta d'occhio in alto loco, ma ne sorridono e basta. Tranquillizzatevi, non vi mette­ranno nemmeno più in prigione. Quando ben bene avrete riunito dodici galantuomini decisi a prote­stare a suon di pugni sul tavolo perché la faccia del mondo è cambiata... credete che questo modifi­cherà in qualcosa le grandi realtà economiche e democratiche da cui dipende l'assetto del mondo di domani? Perfino alle elezioni comunali di questo buco, voi sareste incapace di modificare lo scruti­nio... E allora, generale? Allora? E pensare che tut­to potrebbe essere tanto più semplice! (Gli si acco­sta, leggero) Il popolo vi delude? Ma delude anche noi! Voi pretendete troppo da lui perché lo amate di un amore infelice. Vi assicuro che mio padre se ne sbatte completamente dei suoi operai, molto più che non voi del vostro giardiniere, del quale mi hanno detto che curate personalmente le ulcere va­ricose due volte la settimana. Risultato: il vostro giardinere vi detesta. Papà, ve lo assicuro, non spal­ma unguenti sulle varici dei suoi operai, ma li tie­ne allegri con un po' di mozioni adottate a mag­gioranza, e vota a sinistra quanto loro. Ecco il gran segreto!... Le piramidi sono state costruite a colpi di bastone, ora si costruiscono a colpi di conven­zioni sindacali e di slogan; ma nessuno ci casca. A parte alcuni originali come voi che non hanno ancora capito niente di niente. L'essenziale è far sudare lo schiavo, in un modo o nell'altro, perché il mondo, da sempre, si regge sul suo lavoro, e sem­pre su quello si reggerà, per il fatto stesso che lo schiavo è il numero. Cosi, bisogna sempre recitare la commedia... Le parole cambiano, ma il canovac­cio rimane lo stesso. Sentite me. È l'inazione che vi pesa. Se voi mi autorizzate, potrei parlarne con papà: un generale, anche incompetente, fa sempre figura in un consiglio d'amministrazione... (// gene­rale si è raddrizzato. Dice all'improvviso)

Generale                        - Piccolo sporcaccione! (E lo schiaf­feggia due volte, andata e ritorno, David-Edward Mendigalès butta via la sigaretta e appioppa al ge­nerale un tremendo uppercut al mento. Il generale crolla in mezzo alle sue poltrone)

David                            - (pallido) Chiedo scusa, generale, ma nel mio elegante collegio, come dite voi, ci insegnava­no anche la boxe inglese. (Aggiunge freddamente, dopo una breve pausa) Sono desolato, generale. Ma voi capirete certamente che non potevo lasciarmi schiaffeggiare... (Il generale si è alzato a metà, a fa­tica. E seduto per terra pietosamente, tenendosi il mento, fra le sue poltrone rovesciate) Mi permet­tete di aiutarvi a rialzarvi, generale?

Generale                        - Grazie. Levatevi dai piedi. Io resto per terra. Devo riflettere. (David Edward Mendiga­lès si inchina, un po' sorpreso, ed esce. Il generale, rimasto per terra, riflette)

ATTO QUARTO

L'allestimento del teatrino di verde è portato a termine. C'è il sipario; in scena, in basso, il dotto­re, Lebelluc, Ledadu, Bélazor, tutti in costume con dei cappelli ridicoli. Sul teatrino si affaccia il ge­nerale.

Generale                        - Signori, continueremo a provare sen­za il signor Mendigalès, richiamato improvvisamen­te a Parigi. Le poche prove che ci restano sono co­munque provvidenziali perché ci permetteranno di riunirci varie altre volte fino al due di agosto sen­za dare nell'occhio. In seguito stabiliremo le mo­dalità del nostro ingresso nella clandestinità. Sa­remo certamente sorvegliatissimi, poiché siamo sta­ti venduti, ve l'ho già detto. Da chi? È ciò che chia­riremo più tardi, decidendo se del caso il castigo del traditore.

Ledadu                         - (con un gesto) Rrrran!

 Bélazor                         - (alza le spalle) Perché vuoi per forza che ci sia un traditore, cocco mio? Maria Cristina ha sentito tutto, l'altro giorno. Non c'è bisogno di cercare oltre. Cosi, Ledadu, niente "rrrran"! (Fa il gesto di sculacciare) Tutt'al più pan-pan!

Dottore                         - (un po' imbarazzato, dopo una occhiata furtiva agli altri) Generale... volevo dirvi una cosa... Per la commedia sono dei vostri: avete fatto di me un neofita forsennato. Conto senz'altro di non fermarmi qui e di organizzare una compagnia stabile di dilettanti nella zona. Per quanto riguarda la cospirazione... (Si ferma guardando anche gli altri)

Generale                        - Per quanto riguarda la cospirazione...?

Dottore                         - Ci ho pensato su. E credo di sapere che i signori qui presenti sono un po' del mio avvi­so. In primo luogo siamo venduti, siete voi che ce lo avete detto... In secondo luogo, temo proprio che siamo impotenti, il che tutto sommato è ancora più grave che essere traditi. Inoltre...

Generale                        - Inoltre...?

Dottore                         - Lo stato attuale della Francia ci preoc­cupa tutti, è verissimo, ma non siamo neanche be­ne d'accordo sul modo di porvi rimedio... la nostra ultima riunione ce lo ha dimostrato.

Generale                        - (dopo una pausa) Sta bene. Non con­to più su di voi, dottore; del resto non ci ho mai contato molto. Avete contratto lo spirito del seco­lo: una delle rare malattie su cui non agiscono gli antibiotici. So che siete un uomo d'onore, e non ho bisogno di raccomandarvi la discrezione. (Il dotto­re accenna un gesto e si tira un po' in disparte. Lo sguardo del generale incontra quello di Lebelluc, che balbetta)

Lebelluc                        - Quanto a me, generale, capite anche voi che... (Si interrompe)

Generale                        - (spietato) Non ancora, Lebelluc... Con­tinuate.

Lebelluc                        - Le idee, le trovo interessanti, ma non vi nascondo che l'insieme mi pare un pochino pe­ricoloso. Francamente, non c'è che da rimediarci delle botte!... Supponete che durante una delle nostre riunioni spuntino fuori dei contraddittori, qualche Marc'Antonio di quelli col pugno facile... abbonda­no, dall'altra parte della barricata... Allora, beh...

Generale                        - Allora...?

Lebelluc                        - A me non piacciono le botte. Né dar­ne, notate bene, né riceverne. Credo che la nostra faccenda dovrebbe orientarsi verso forme più democratiche... con libere discussioni alla luce del giorno... Suggerisco ad esempio un pubblico dibat­tito bene organizzato, ove tutti potrebbero dire quello che pensano, educatamente con tanto di pre­sidente e di campanello. Intanto, si può sempre spe­rare di convincere gli avversari...

Generale                        - (ridacchia) È raro!

Lebelluc                        - E poi, uno non è obbligato a parlare. Questo punto ha la sua importanza. Uno può benis­simo trovarsi li in mezzo da semplice spettatore: non so se mi capite bene.

Generale                        - Vi capisco benissimo, Lebelluc. (Sì rivolge a Bélazor che non ha detto niente e che è in disparte. Imbarazzato) E tu? Sento che anche tu hai qualcosa da dirmi.

Bélazor                          - (comincia con imbarazzo) Il mio caso, veramente... è un po' diverso, cocco mio...

Generale                        - (freddo) Risparmiati il cocco.

Bélazor                          - Quanto alle idee, sai che sono le mie, al 100% come dice il signor Ledadu a proposito delle sue casseruole. E anche se non sono un colosso, l'idea di fare a pugni non mi mette paura. Tu lo sai. Ma... (Si ferma)

Generale                        - Ma...? (Ha pietà di lui) Hai bisogno della vaselina? Vuoi che questi signori ci lascino un momento?... Signori vi vedo già in costume, ma credo che la scena non sia ancora a posto. Vo­lete avere la bontà di trasformarvi in macchinisti, come le altre sere, per sistemare il teatrino? Cosi potremo provare non appena arriveranno le signo­re e il signor Achille de Lépaud.

Dottore                         - Volentieri, generale. Ma non dimenti­cate che le persone per bene sono persone per bene. Anche se sono divise da qualche piccola sfumatura.

Generale                        - Lo so, dottore, ma le sfumature che dividono le persone per bene in tempo di crisi a volte sono spesse come mura di prigione.

Dottore                         - (scomparendo dietro il sipario) Non esageriamo... non esageriamo...

Lebelluc                        - (accanto al sipario) Proprio cosi, si­gnor generale, è anche il mio sentimento: non esa­geriamo!

Generale                        - Avete ragione, Lebelluc. Non esage­riamo. Se ne incaricheranno certamente gli altri. (Li aveva accompagnati sul palco. Di lassù chiede a Bélazor) Allora, vuota il sacco!

Bélazor                          - (pietosamente) Scendi di li, mi fai im­pressione! Sono 50 anni che mi fai paura. Preferi­sco vuotare il sacco insieme a te qui in basso... Sa­rà una cosa più intima...

Generale                        - Sia. (Scende) Ti ascolto.

Bélazor                          - Adesso ti dico. Mi prenderai certa­mente per un lavativo... ma capirai, che non potevo spifferare tutto davanti agli altri... Quanto alle idee, mi concederai che non ho bisogno di prendere le­zioni da te... Fui io a farti iscrivere alla Action Frangaise nel 1922. Te ne ricordi?

Generale                        - Si.

Bélazor                          - Però non ci sono soltanto le idee. C'è la vita, e bisogna pure viverla. C'è tutta un'arte di vivere...

Generale                        - (rauco) Lo so. Me lo hanno già detto.

Bélazor                          - Io, lo sai, ho preferito dedicarmi al genere leggero. Mi sono specializzato nel boulevard e nell'operetta. Ho anch'io del rigore, ma non lo adopero tutti i giorni.

Generale                        - (sornione) Hai paura di consumarlo.

Bélazor                          - (deliziato) Oh! Mi sento meglio quando scherzi!...

Generale                        - (sinistro) Non sto scherzando!

Bélazor                          - Ebbene si. Non lo adopero tutti i gior­ni per non consumarlo. Precisamente! Il rigore è prezioso - tu lo sai - bisogna tenerlo da parte per le grandi occasioni. Nel '18 l'ho tirato fuori, il mio rigore, concedimi anche questo. Non avevo an­cora l'età, e non ero grosso come ora: mi ci voleva poco per avere una licenza di convalescenza o addi­rittura l'esonero. Ho fatto il diavolo a quattro per farmi bucare la pelle come gli altri... E ci sono riu­scito a farmela bucare...

Generale                        - (spazientito) Anch'io. Ma ci hanno ricuciti. Passiamo ad altro.

Bélazar                          - Nel '40...

Generale                        - (interropendolo) Lascia stare le guer­re... Sono io il militarista. Ce ne vogliono, di bat­taglie, per poterla raccontare! Vieni alla pace.

Bélazor                          - Appunto. Ci vengo. È, proprio in pace che sopravvengono le difficoltà, non ho bisogno d'in­segnarlo a te. La guerra è una cosa semplice...

Generale                        - Ma dura poco. Vieni al sodo.

Bélazor                          - (pausa) Mi darai della puttana...

Generale                        - Forse. Continua lo stesso.

Bélazor                          - Sai che i miei antenati hanno costrui­to su un cocuzzolo in un deserto... Nel XV secolo, dal punto di vista difensivo, era una posizione as­solutamente eccezionale...

Generale                        - Non vedo il rapporto.

Bélazor                          - Ci arrivo. La posizione del castello è rimasta eccezionale, ma poiché non è più dagli stessi pericoli di allora che dobbiamo difenderci, al giorno d'oggi, si è rivelata a poco a poco una fregatura. Sai che non c'è neppure la luce elettrica?

Generale                        - Tu menti!

Bélazor                          - Si. Ho sei stanze illuminate da 40 watts. Papà aveva ottenuto di farsi attaccare alla rete comunale con un fil di ferro di fortuna, verso il 1910. Io sono rimasto a quel punto.

Generale                        - Beh, se ci tieni tanto al progresso, che aspetti? Falla mettere!

Bélazor                          - Non ho neanche l'acqua, vecchio mio! (Geme) La baronessa fa il bagno come sua nonna, facendo scaldare l'acqua nelle casseruole di Ledadu... Passo l'estate senz'acqua: il pozzo resta a secco perché non ho la pompa... Io non mi lavo più: mi raschio! E ci sono 20 stanze, da me, dove si circola solo a lume di candela... A farla breve, ci vor­rebbe la corrente, un trasformatore, ecc. ecc. (Ge­me ancora penosamente, tuttavia imbarazzato) Set­te milioni per arrivare fino al mio cocuzzolo! Que­sto supera qualunque bilancio privato: specialmen­te il mio...

Generale                        - (di marmo) Rivolgiti al comune.

Bélazor                          - Sono 20 anni che mi mandano a farmi friggere... e li capisco! Ti ci vedi, tu, a pagare una sopratassa addizionale perché la baronessa possa farsi il bagno?

Generale                       - Io farei uno sforzo, se necessario. Anch'io voglio molto bene a tua moglie.

Bélazor                          - Grazie. Ma saresti il solo, e non hai voce in capitolo.

Generale                        - Sei un monumento nazionale: rivol­giti allo Stato!

Bélazor                          - (piano) È quello che ho fatto. L'ho invitato a cena.

Generale                        - Chi?

Bélazor                          - Lo Stato. Michepain. Il deputato.

Generale                        - (sussulta) Quel venduto? Quel falso ros­so che traffica sugli uffici postali, le scuole e i di­spensari, in certi villaggi dove arriva una cartolina all'anno e dove non si ammala mai nessuno? Quell'ex-portinaio che si arricchisce tenebrosamente in nome del popolo facendo aggiudicare gli appalti ai suoi soci per costruire dei locali, sempre troppo vasti, che poi deve popolare reclutando plotoni di mezze maniche, sempre fra i suoi? Quella corrente d'aria fetida?...

Bélazor                          - (lacrimevole) Si: proprio lui... La baro­nessa gli ha preparato una cena da re: candelabri sulla tavola - era già un'allusione discreta! Mano da baciare... aveva tirato fuori i suoi gioielli merovingi; io in smoking, e il vecchio Giulio anche lui nella sua livrea un po' lisa... La classica pol­vere negli occhi. Ma ha reso. Al dessert, dopo es­sersi scolato le mie ultime vecchie bottiglie, quel porco si inteneriva sulla Francia dell'ancien regi­me... Discuteva sulla mia genealogia... si faceva spiegare i capitelli rinascimento del salone... mi ve­deva già "suoni e luci" con una forte sovvenzione. E io, puttana, vecchio mio, ma puttana... come non ce n'è più che al cinema. A parlargli sempre di pro­blemi sociali per mantenere l'equilibrio   - (perché lui mi stava diventando un po' troppo conservatore: co­minciava a trovare deliziosi i miei candelabri e questo mi preoccupava) con delle professioni di fe­de da vecchio socialista rammollito... mano sul cuo­re... Mi ci vedi, a piangere come un vitello sulla miseria del mondo versandogli il mio ultimo "Magnum" fascia rossa?... Insomma, una notte da 4 agosto che puzzava di mezzo litro e di pastetta, il tutto tradotto nelle parolone del giorno, e noi due che ce ne fregavamo, in fondo, tutti e due... Igno­bile! Sono stato ignobile. Mi vergogno di me stesso quando ci ripenso. E tu sai che mi ce ne vuole.

Generale                        - (sempre più gelido) Continuo a non vedere il rapporto.

Bélazar                          - (geme) Tu non mi aiuti... non mi aiu­ti per niente... Va bene che sei un militare, ma insomma... Io al posto tuo avrei capito da un pez­zo!... (Una pausa, poi vuota il sacco) Ho ricevuto la cartolina d'avviso ieri sera.. Avrò la corrente, il trasformatore, tutto; e i sette milioni li pagheremo noi.

Generale                        - Chi, noi?

Bélazor                          - (modesto) La Francia. Si è quotata per me. Soltanto capisci... dopo quella seduta biso­gna che io finga di essere dei loro. Altrimenti mi tagliano la corrente. (Pausa. Il generale non dice niente. Bélazor improvvisamente si vergogna. So­spira e dice soltanto) È andata cosi, cocco mio... (Un'altra pausa imbarazzata fra i due)

Generale                        - (sordamente) Sloggia. Non ti cono­sco più.

Bélazor                          - (si è alzato) Cocco mio!

Generale                        - Sei già truccato? Va a recitare la commedia insieme agli altri! Io vi raggiungo. Dopo il 2 agosto, appena il curato avrà fatto il suo in­casso, si passa la spugna su tutto. Su te per pri­mo... Scordati la strada di questa casa. Io non sopiù dove è il tuo nido d'aquila troppo bene illumi­nato. Via dai piedi, svelto! Va a fare il bagno! In effetti sei proprio sporco. Si vede che da un pezzo non ti lavavi più.

Bélazor                          - (dopo una pausa, desolato) Lodovico... ci siamo conosciuti da piccoli piccoli... Non ci so­no che io che ti voglio bene. Se cacci via anche me, resterai solo del tutto... Sei troppo cocciuto, insomma!

Generale                        - (urla) Spero proprio di essere troppo cocciuto, mondo cane! Spero proprio di restare so­lo del tutto! Va a truccarti! Tra dieci minuti si prova la commedia... (Bélazor vorrebbe dire qual­cosa. Con un gesto desolato sale sul palco e spa­risce anche lui nel teatro di verde. Al posto suo, nell'apertura del sipario, appare Ledadu. Fortemen­te truccato, clownesco. Guarda il generale che è ri­masto immobile giù in basso, con uno sguardo di cane fedele)

Ledadu                         - (timidamente) Signor generale...

Generale                        - Si...

Ledadu                         - Vi resto io... Ledadu: presente! Noi due continueremo il movimento...

Generale                        - Grazie, Ledadu...

Ledadu                         - Non è il numero che conta, vero, si­gnor generale?

Generale                        - No!

Ledadu                         - È la qualità...

Generale                        - Si...

Ledadu                         - So che sono un po' stupido... (Accen­na a una posizione di attenti) Fra militari, signor generale...

Generale                        - Si...

Ledadu                         - ...ma amo la Francia, signor generale!

Generale                        - (improvvisamente stanco) Lo so. Ri­poso, Ledadu.

Ledadu                         - E l'amore può supplire all'intelligenza.

Generale                        - (quasi con un po' di speranza, guardan­dolo) Credete, Ledadu?

Ledadu                         - (modesto) L'ho letto in un libro. Non so più se era di Lamartine o di Courteline. Il no­me finiva cosi, comunque...

Generale                        - (piano, scoraggiato) Riposo. Riposo, Ledadu. Ogni tanto bisogna riposarsi dal troppo pensare, se no la testa scoppia... Vi convocherò per la nostra prossima riunione. Adesso pensiamo solo a recitare questa commedia... È l'obiettivo numero uno... inutile cercar di vedere più lontano di cosi. È tutto pronto?

Ledadu                         - Tutto pronto, signor generale. Si aspet­ta soltanto la signora generalessa e voi.

Generale                        - Ecco che arriva. Dite agli altri che vi raggiungiamo. (È entrata Aglae, completamente in costume anche lei. Ledadu sparisce dietro il si­pario)

Aglae                            - Per fortuna aveva una parte molto pic­cola: ci toccherà sostituire Sofia sui due piedi. Ha fatto la valigia ed è partita con la corriera delle quattro.

Generale                        - Partita? Partita per dove?

Aglae                            - Aveva telegrafato a sua madre, che le ha risposto telegraficamente che l'aspettava a Bru­xelles dove si trova in tournée. Sofia spera in lei per fare del teatro. Mi ha incaricato di abbracciar­vi e di dirvi che le sarebbe stato troppo doloroso parlarvi; che preferiva partire subito.

Generale                        - Sta bene. (Pausa. Poi chiede preoccu­pato) A chi presenterà il suo nuovo fidanzato, adesso?

Aglae                            - (alza le spalle) A sua madre, certamente.

Generale                        - (sordamente) Si. Povera piccola Sofia.

Aglae                            - (con l'ombra di un sorriso, dolcemente) Non poi cosi piccola. Quegli affarucci di cuore che vi facevano sorridere, sono la sua vita che comincia; e tocca a lei viverla. Tutti crescono, ami­co mio.

Generale                        - Crescono male.

 Aglae                           - Ma non dovete temere per lei: fra quindici giorni avrà litigato con sua madre e tornerà da voi. Quanto alla parte, ho pensato che potrem­mo chiedere alla più giovane delle figlie di padron Galuchat. Le ho sentito recitare una favola all'ul­tima premiazione: dice senza errori. L'ho convocataper le sei. Sta già studiando la parte.

Generale                        - (sorride, ammirato) Vedo che il tea­tro vi ha fatto diventare una donna energica!

Aglae                            - Dopo la vostra ridicola scenata con Da­vid-Edward Mendigalés, bisognava pure che qual­cuno prendesse in mano le redini. (È salita sul pal­co per raggiungere gli altri. Si arresta e dice pia­no di lassù) Del resto c'è il signor Achille de Lé­paud che mi aiuta molto. Mi domando perché ci avete privato cosi a lungo della compagnia di quel giovane, mentre ci infliggevate suo padre, che non è affatto divertente.

Generale                        - (grugnisce) È un giovane ubriacone che sa soltanto correre dietro alle donne...

Aglae                            - Dovendo scegliere, preferisco gli ubria­coni giovani: hanno meno cattivo odore di certi vecchi alcoolizzati amici vostri. E la loro conver­sazione è più divertente. Se il signor de Lépaud sa soltanto correre dietro alle donne, questo almeno gli ha insegnato a comprenderle e a distrarle. Tro­vo che è un compagno molto piacevole, e una volta data la commedia spero proprio che lo frequente­remo. (// generale grugnisce ancora)

Generale                        - (sempre fra i denti) Per adesso dia­mo la commedia, giacché siamo in ballo. Dopo ve­dremo il da farsi.

Aglae                            - (amara) Questa grande fiammata di di­vertimenti finirà qui, non è vero? Sarà stato il vo­stro debutto e insieme il vostro canto del cigno? Sentite già la mancanza delle vostre pantofole?

Generale                        - (grave) Aglae, vorrei che pensassimo di più ai bambini. Trovo che da quando vi occu­pate soltanto di questa rappresentazione e della vostra parte sono un po' lasciati a se stessi. Totò mi è parso sviato.

Aglae                            - (alza le spalle) Totò si lamenta sempre, vi somiglia di già! Povero voi se gli date retta! I miei bambini sono molto felici. E poi avrò tutto il tempo di recitare la parte della governante, o della buona madre, se preferite, quando ci saremo ridotti alla compagnia di Lebelluc, del dottore e del vostro caro Bélazor.

Generale                        - Ho rotto definitivamente con il dot­tore.

Aglae                            - È imprudente, in un paesino come que­sto. Non ce n'è altri.

Generale                        - Se mi ammalo, gli presenterò il se­dere non più la faccia! Lebelluc è un vile e io ho orrore dei vili. Quanto al mio caro Bélazor, è ra­diato.

Aglae                            - (dolcemente) Ci resterà il curato, per confessargli dei peccati che non commetteremo mai.

Generale                        - Ci resteranno i bambini e noi stessi. È il mondo.

Aglae                            - (con un sorriso quasi cattivo) Si sente dire che il mondo è piccolo. È proprio vero.

Generale                        - Il mondo è grande, in due. Come credete che si faccia a scoprirlo? Percorrendolo?

Aglae                            - Non sono molto sensibile agli argomenti filosofici. È una mia pecca.

Generale                        - (sordamente) Possiamo essere tutto, certo, è una tentazione. Ma è il miglior modo di non essere nulla, Aglae. I Don Giovanni muoiono senza una donna, gli eterni viaggiatori senza letto, gli eclettici senza talento, e le ragazzine che vole­vano vivere tutto, come Sofia, avvilite, confuse, a mani vuote...

Aglae                            - (con quella sua vocina senza tono) Forse. Ma non si deve esagerare nell'ipotecare il futuro. Non è neanche giusto organizzare la propria vita per sapere sin d'ora cosa se ne penserà in punto di morte. (Totò è apparso davanti al sipario e li guarda)

Totò                              - Papà...

Generale                        - (si volta) Cosa vuoi, Totò?

Totò                              - Il signor Achille de Lépaud dice di do­mandare a mamma se può venire ad aiutarlo. Non sa come fare a mettere la pettorina di merletto. E poi c'è il lattaio al cancello che vuole assoluta­mente parlarti. (Aglae si anima, tornata improvvi­samente viva)

Aglae                            - Ci vado subito, amico mio. Achille deLépaud è l'uomo più follemente distratto della ter­ra. Sono tre giorni che gli spiego qual è il davanti e qual è il didietro della sua pettorina e non è riu­scito neanche una volta a mettersela da solo. (È saltata sul teatro ed è scomparsa, leggera, dietro il sipario; subito si sente la sua voce chiara escla­mare) Ma no! Ma no! Non cosi! Che arruffone, questo ragazzo. Su, lasciate fare a me, e senza muo­vervi, signore, senza muovervi! (La si sente scop­piare in una risata argentina che si prolunga. Totò non si è mosso. Rispondendo al suo sguardo il ge­nerale gli dice piano)

Generale                        - Non è niente, è la mamma che ride.

Totò                              - Che gli dico, al lattaio? Sembra furioso... (Entra il lattaio, cupo come il commendatore. In­crocia le braccia e chiede)

Lattaio                          - Dov'è?

Generale                        - Dov'è chi?

Lattaio                          - Mio figlio.

Generale                        - Non lo so, non sono la sua gover­nante!

Lattaio                          - Sporco profittatore! (Fuori di sé) Sap­piate che non ha la governante, e che non ha nean­che i mezzi per andare a divertirsi il giovedì! È un piccolo proletario, e il giovedì deve lavorare come gli altri! Deve lavare la mia camionetta!

Generale                        - E che la lavi! Cosa volete che me ne freghi, a me?

Lattaio                          - Dovete ficcarvi in testa una volta per tutte che mio figlio non sta al mondo per diver­tire i figli dei ricchi! Li conosciamo, i vostri me­todi! Una tartina con la marmellata, e poi gli date le scarpe da lustrare! Il mio ragazzo non è una pezza da piedi! E poi, i figli di porci sono figli di porci. Non ci tengo che continui a imparare quello che sta imparando qui!... (Strepita) Guar­dateli! E proprio qui vicino! sotto i vostri occhi, povero mammalucco!... (Si infila in un cespuglio e ne tira fuori suo figlio e Maria Cristina, tutta rossa; si mette a picchiare abominevolmente suo fi­glio, a pugni e a calci) Piccolo maiale! piccola merda! piccolo vizioso! Quando lei ti avrà scodel­lato un figlio, glieli passerai tu la balia e gli ali­menti? (Maria Cristina è scappata, atterrita, con le mani sulle orecchie)

Totò                              - (grida all'improvviso) Papà!

Generale                        - (piano) Si, piccolo mio. (Va addosso al lattaio stupefatto. Gli strappa dal­le mani il figlio e lo schiaffeggia due volte. Il lattaio emette un ruggito e gli salta addosso. Breve lotta, in cui il generale ha visibilmente la peggio. Final­mente il lattaio lo stende lungo a terra con una testata nello stomaco, in mezzo alle poltrone, allo stesso posto dove lo aveva buttato David-Edward Mendigalès)

Lattaio                          - Sei tu che l'hai voluto, assassino di un fascista! (Se ne va a grandi passi trascinando suo figlio, il generale riprende i sensi)

Totò                              - (che si è precipitato) Papà!

Generale                        - (in mezzo alle sue poltrone) Non è niente. Sono caduto bene. Conoscevo già il terreno.

Totò                              - Ti ha fatto male?

Generale                        - (con qualche smorfia) Totò, i colpi non fanno male. È l'idea che uno se ne fa.

Totò                              - (grida) Io non andrò mai alla guerra, papà!

Generale                        - (rialzandosi a fatica) Lo spero, pic­colo mio. Ma non bisogna dirlo. Non si può mai sapere se un giorno o l'altro non si andrà in guerra.

Totò                              - Ho paura di sentire male.

Generale                        - Ci si abitua benissimo. E ci sono cose più importanti, che stare a sentire il male che si ha, Totò. Hai ancora un po' di mininistafià?

Totò                              - Si. Lo economizzo.

Generale                        - Non bisogna neppure economizzarlo troppo. Forse è per questo che hai paura. Pren­diamone un pezzettino tutti e due... (Totò gli dà un pezzettino di mininistafià; lo masticano tutti e due, in silenzio, gravi, seri, uno davanti all'altro)

Generale                        - (quando ha inghiottito) Ecco. Stase­ra andrò a scovare il lattaio e questa volta sarà lui che cadrà in mezzo ai suoi bidoni di latte. Tunon ne dubiti, spero, Totò? Nota d'altronde che se fosse stato un gentleman avrebbe dovuto aspettare che io mi rialzassi per vedere cosa avevo deciso. Non importa. Lo saprà stasera. Adesso dobbiamo provare la commedia.

Totò                              - (grida ancora) Non voglio che ci vai! È più forte di te!

Generale                        - Non ha molta importanza, Totò. Mal­grado quello che hai visto adesso. In combattimen­to, finché non si è morti, può sempre capitare una sorpresa. (Chiede) La sai la storia di Giovanna d'Ar­co e degli inglesi?

Totò                              - Si.

Generale                        - Anche lei era la più forte.

Totò                              - Si, ma tu mica sei Giovanna d'Arco.

Generale                        - (colpito) È giusto. (Ma aggiunge) Tu dimentichi, Totò, che anche lei al principio non era Giovanna d'Arco.

Totò                              - Chi era, allora?

Generale                        - Una pastorella che non poteva nien­te del tutto, credimi, tenuto conto delle circostanze. E hai visto cosa ne è venuto fuori?

Totò                              - (logico) Si, ma c'era il buon Dio.

Generale                        - (piano, dopo una pausa) Ma bisogna sperare che ci sia sempre, il buon Dio, Totò. Si può sapere cosa ti insegna il curato? Non ti parla del buon Dio?

Totò                              - No. Mi fa studiare il catechismo.

Generale                        - (sorride) Ah, com'è tutto complicato, sempre! Ti spiegherò tutto. In blocco. Quando sa­rai grande. (Lo guarda e gli dice sommessamente, con un sospiro) Spicciati! Ti aspetto con impazien­za, Totò... Non la finisci più di essere piccolo.

Totò                              - (con un po' di nostalgia) Si. Ma quando io sarò grande, tu, tu sarai vecchio.

Generale                        - (battendogli sulle spalle) Cercheremo lo stesso di incontrarci sul campo, signore. (Dalla apertura del sipario compare Ledadu)

Ledadu                         - Signor generale, non si aspetta che voi.

Generale                        - (Ledadu scompare) Adesso, Totò, fa­remo qualcosa che è pure molto importante, tutto sommato: reciteremo la commedia. Nella vita bi­sogna avere coraggio, una piccola provvista di mi­ninistafià, e bisogna recitare allegramente la com­media. L'uomo è un animale inconsolabile e alle­gro. Ti spiegherò anche questo, un giorno. L'essen­ziale è potersi guardare in faccia la mattina quan­do ci si fa la barba. Dammene ancora un pezzo.

Totò                              - (frugandosi nelle tasche dei calzoni) Fa­rai indigestione! Cosi lo sprechiamo!

Generale                        - Oggi è una giornata eccezionale. (Mangia ancora un pezzettino di mininistafià, poi installa Totò sulla sedia, spalle al pubblico in mezzo alla scena) Cosi. Tu starai qui seduto da solo. Sa­rai il nostro spettatore.

Totò                              - Sarà da ridere?

Generale                        - Sarà da ridere. E se ci sarà un mo­mento in cui lo sarà di meno, non avere paura. È per finta.

Totò                              - Ah, lo so. Sono già stato a vedere i bu­rattini.

Generale                        - (salendo sul palco) Ebbene, Totò, cre­scendo ti accorgerai che nella vita, anche quando sembra una cosa seria, è sempre una farsa di bu­rattini. E si recita sempre la stessa commedia!

Totò                              - Allora non si deve più ridere?

Generale                        - (prima di scomparire nell'apertura del sipario) Si. l'uomo ha questo di affascinante, Totò: ride lo stesso.

 (È scomparso. Lo si sente gridare: "Tutti pronti? Via con i segnali, Ledadu!". Una breve pausa, poi battono tre colpi, alcuni accordi di chitarra e il si­pario si apre su una scena sommaria. Su una piaz­za di stile spagnolo Aglae è tra le braccia di un giovane mascherato che la bacia. Ai lati della sce­na due figure grottesche, magari Lebelluc e Ledadu, si alzano, li osservano, si voltano strizzando l'oc­chio al pubblico. La musica ha accompagnato tuttala pantomima. Tutto questo è quasi furtivo, rapi­do; in realtà il vero sipario si chiude quasi mentre si apre il siparietto del teatrino)

FINE

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