L’idiota

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L’IDIOTA

Titolo originale “L’idiote”

Commedia in tre atti

di MARCEL ACHARD

Traduzione di Silvana D’Arborio

                                   

PERSONAGGI

(secondo l'ordine di entrata in scena)

Camillo Sévigné (Giudice istruttore);

Giuliano Morestan (Cancelliere);

Antonietta Sévigné;

Edoardo Lablache (Sostituto);

Josefa Lanthenay;

Un agente;

Maria Domenica Beaurevers;

Benia­mino Beaurevers;

L'agente del terzo atto, sosia di Beniamino Beaurevers.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

L'ufficio del Giudice istruttore, a Parigi, piut­tosto pittoresco che sudicio. La porta di fondo dà sul corridoio nel quale si scorge il banco sul quale aspettano indiziati e testi. Due tavole, abbastanza grandi, sovraccariche di pratiche, sono una di fronte air altra; a sinistra quella del Giudice, a destra quella del cancelliere. La luce entrando da una finestra situata dietro la scrivania del cancelliere, illumina la tavola del Giudice e la sedia sulla quale siede l’impu­tato. Su un tavolo, alle spalle del Giudice, una enorme pendola impero che rappresenta la Giustizia, ma a cui mancano le sfere. Qua e là scaffali e cartelliere strapieni di pratiche. Alle pareti manifesti di agenzie di viaggi, uno dei quali rappresenta la Settimana Santa con i penitenti indossanti cappe nere e rosse. Pome­riggio del mese di dicembre 1958, assolato e freddo. Le tre pomeridiane. Il Giudice istruttore Sévigné ha 34 anni, ma forse non li dimostra, tanto la sua apparenza è giovanile, piena di forza e vitalità. TI suo sorriso è caldo, gaio e piuttosto ironico. È un arrivista gioviale, che tuttavia prende sul serio la sua funzione. TI cancelliere Morestan ha la stessa età, ma è un funzionario che ha perduto l’entusiasmo e l'impazienza che rendono così simpatico Sévigné.

Il Giudice e il cancelliere sono ai loro tavoli, piuttosto distanti uno dall'altro, il che li co­stringe ad alzare il tono, dando così alla loro conversazione il sapore di un dialogo fra sordi.

Sévigné                         - Tuttavia, dopo l'interrogatorio...

Morestan                       - (reciso) Era sua sorella...

Sévigné                         - Ma via!...

Morestan                       - Notate poi che il cognato nega.

Sévigné                         - Però il bambino...

Morestan                       - Evidentemente il bambino...

Sévigné                         - (trionfante) E allora?

Morestan                       - Allora no.

Sévigné                         - Come, no?

Morestan                       - Era il 14 luglio.

Sévigné                         - Beh?

Morestan                       - Il 14 luglio il ragazzo prese a schiaffi sua nonna.

Sévigné                         - Questo non prova nulla.

Morestan                       - La prese a schiaffi a Chàtillon-sous-Bagneux!

Sévigné                         - Sì, va bene...

Morestan                       - Se non fosse che questo...

Sévigné                         - C'è dell'altro?

Morestan                       - Sarebbe troppo semplice...

Sévigné                         - Non mi pare.

Morestan                       - Signor Giudice, avete pensato al calzolaio?

Sévigné                         - Di tanto in tanto.

Morestan                       - Eppure è il nocciolo della que­stione.

Sévigné                         - Come lo avete saputo?

Morestan                       - Ha telefonato l'Ispettore Colas.

Sévigné                         - (subito) A Lieberkrantz?

Morestan                       - No.

Sévigné                         - A Hochtetter?

Morestan                       - Nemmeno.

Sévigné                         - A Vignette?

Morestan                       - Niente affatto.

Sévigné                         - A Brémontier?

Morestan                       - Neppure per sogno. Perché non mi domandate semplicemente se ha visto Broqueteaux?

Sévigné                         - (con molto interesse) Come? Ha visto Broqueteaux?

Morestan                       - Dopo avergli telefonato, ha visto Auberpin che ha visto Broqueteaux.

Sévigné                         - E allora?

Morestan                       - Nega.

Sévigné                         - Anche lui?

Morestan                       - Negano tutti, meno Charignon.

Sévigné                         - Bravo Charignon!

Morestan                       - Solo che non bisogna credegli.

Sévigné                         - Giusto. Uno che confessa senza che nessuno gli chieda nulla!

Morestan                       - (ironico) È talmente naturale, eh? (Pausa).

Sévigné                         - Ma mi sembra un affare piuttosto difficile...

Morestan                       - Tutti gli affari sono difficili, signor Giudice. Chi può saperlo meglio di voi? Anche una robetta da nulla come questa.

Sévigné                         - Se almeno fosse becco, si spie­gherebbero molte cose.

Morestan                       - (entusiasta) Lo è! Ah, per questo, lo è!

Sévigné                         - E che cosa si dice, che lui lo sappia?

Morestan                       - Cioè...

Sévigné                         - Lo sa o non lo sa?

Morestan                       - Non lo sa di sicuro!

Sévigné                         - E il bambino? Si dice che sia suo?

Morestan                       - Lo dicono da quando ha preso a schiaffi la nonna. (Breve pausa)

Sévigné                         - Ho l'impressione che noi due lavo­reremo bene, insieme.

Morestan                       - (molto simpatico) L'ho pensato subito.

Sévigné                         - Quindi, se mi vedete che m'im­barco per...

Morestan                       - State tranquillo, signor Giudice. Sono qui per questo. In due si corre meno rischio di sbagliare.

Sévigné                         - Per fortuna non tutte le faccende sono come quella di Charignon. Quella di via della Faisanderie, per esempio, è limpida!

Morestan                       - Limpida! (La porta si apre e entra Antonietta, la moglie di Sévigné. È gio­vane molto graziosa, allegra, con le braccia piene di fiori).

Antonietta                     - Buongiorno!

Sévigné                         - Buongiorno, cara. Conosci già Morestan, il mio cancelliere.

Antonietta                     - (con garbo squisito) Vi ho intra­visto ieri sera.

Morestan                       - Buongiorno, signora.

Sévigné                         - Bisogna che tu perda l'abitudine di entrare qui come se entrassi in casa tua. Quello che accade qui è importante, soprat­tutto serio.

Antonietta                     - Va bene, va bene.

Sévigné                         - Che speri di fare, con quei fiori?

Antonietta                     - Metterli in un vaso. Lo trovo lugubre, questo tuo ufficio.

Sévigné                         - L'ufficio di un giudice istruttore non è una sala da ballo. Mi farai il piacere di portarti via quella roba.

Antonietta                     - (indicando un ritratto sulla scri­vania di Sévigné) Allora il mio ritratto rimarrà senza un fiore?

Sévigné                         - Scusa, cara.

Antonietta                     - (tirandosi su il collo del cappotto) Ma si muore di freddo qui.

Sévigné                         - A chi lo dici!

Morestan                       - Ho consigliato al signor Giu­dice di camminare un po' su e giù, per riscal­darsi. È un ottimo rimedio, che a volte impressiona anche i colpevoli.

Antonietta                     - (glaciale) Ah! (Breve pausa di imbarazzo).

Morestan                       - Credo che farei bene a cercar di là la pratica Charignon. Che ne dite?

Sévigné                         - Ho l'impressione che lavoreremo bene, insieme, noi due. (Morestan esce).

Antonietta                     - (osserva la scrivania con aria sprezzante) Credi di poter far carriera, in un ufficio simile?

Sévigné                         - Non faccio assegnamento sull'uf­ficio... ma devo ammettere che non ha pro­prio nulla di confortevole.

Antonietta                     - Meno male... E non esistono altri ascensori?

Sévigné                         - (con un gesto di impotenza) No.

Antonietta                     - Che allegria! Eravamo in di­ciassette ad aspettarlo, giù. Sono venuta su con l'assassino della via di Bourgogne.

Sévigné                         - Impossibile! Gli accusati hanno un altro ascensore.

Antonietta                     - Comunque ne aveva tutta l'aria. Un mostro. Qualcosa tra Quasimodo e Frankestein. Sentivo battere i denti alle persone che gli erano vicino.

Sévigné                         - (divertito) Povera piccola Anto­nietta!

Antonietta                     - Mi ha chiesto se questi fiori erano per lui.

Sévigné                         - Ti ripeto che i fiori, qui, sono una vera stonatura.

Antonietta                     - Andrò a portarli a tua madre.

Sévigné                         - Crederà di star male!

Antonietta                     - Le dirò che me li hanno rega­lati ieri l'altro e che cominciavano ad appas­sire.

Sévigné                         - (sarcastico) Le vuoi proprio bene, eh?

Antonietta                     - (guardandosi intorno) Se penso al tuo piccolo ufficio di Versailles, così civettuolo!

Sévigné                         - Ma siamo a Parigi, capisci? A Parigi! Ed ho soltanto 34 anni!

Antonietta                     - Farai carriera, vero, tesoro?

Sévigné                         - Lo spero.

Antonietta                     - Non dimenticare che, alla tua età, l'avvenire è molto vicino!

Sévigné                         - Lo so bene!

Antonietta                     - Pensa a tua madre che conta solo su te.

Sévigné                         - Ci penso.

Antonietta                     - Pensa anche ai miei vecchi genitori, assai più stanchi di tua madre.

Sévigné                         - Non penso ad altro.

Antonietta                     - In che rapporti sei col Procu­ratore?

Sévigné                         - Ottimi.

Antonietta                     - Parlo del Procuratore gene­rale.

Sévigné                         - Anch'io.

Antonietta                     - Sii gentile con lui!

Sévigné                         - (che si diverte) Certamente.

Antonietta                     - E non lo contrariare. Fa tutto quel che ti dirà.

Sévigné                         - Te lo prometto.

Antonietta                     - Del resto non potrà chiederti che cose giuste.

Sévigné                         - E quando la giustizia comanda libertà, significa obbedienza.

Antonietta                     - Non far l'idiota.

Sévigné                         - (offeso) Sono serissimo. (La sua battuta è interrotta dalla soneria del telefono. Risponde con tono staccato) Pronto. Qui Sévigné. (Di colpo cortesissimo) Oh, signor Procuratore!

Antonietta                     - Fammi il favore di essere cortese!

Sévigné                         - (ancora più cortese) Certamente, signor Procuratore!

Antonietta                     - Così va bene.

Sévigné                         - D'accordo, signor Procuratore.

Antonietta                     - Meno male! Continua...

Sévigné                         - Ne sarò felicissimo, signor Pro­curatore, e molto lusingato. (Riattacca).

Antonietta                     - Era il Procuratore, lo so. Cosa ti ha detto?

Sévigné                         - Ci ha invitati a pranzo per sabato sera.

Antonietta                     - (ai sette cieli) Il Procuratore generale ci invita a pranzo?

Sévigné                         - No. È il Procuratore della Repub­blica.

Antonietta                     - A che ora credi di poter finire il lavoro stasera?

Sévigné                         - Non ne so nulla, tesoro. Spero verso le otto... Spero.

Antonietta                     - (con sincera tenerezza) Come sarà lungo! Forse ancora più lungo di quanto non pensi!

Sévigné                         - (commosso) Mogliettina cara!... (La stringe fra le braccia) Prima di incon­trarti non sapevo che cosa fosse l'amore.

Antonietta                     - Io pure. (Gaia) Ma è press'a poco come lo immaginavo!

Sévigné                         - Amore!

Antonietta                     - Baciami!

Sévigné                         - Dietro la porta, allora. Così, se qualcuno entra non potrà vederci.

Antonietta                     - (mentre lui la bacia) Farai car­riera? Diventerai un gran giudice? Cambierai piano?

Sévigné                         - (quasi con rabbia) Credi forse che non sia stufo anch'io della nostra medio­crità, del nostro quarto piano senza ascen­sore, della nostra macchina che sembra una caffettiera, della tua pelliccetta di coniglio?

Antonietta                     - Non te la prendere! Non è poi tanto grave!

Sévigné                         - Se penso che quell'imbecille di Paroday è Procuratore generale!

Antonietta                     - Già... Ma ha fatto tanti di quegli inchini, a destra e a sinistra!

Sévigné                         - Per gli inchini, non mi batte nes­suno. E per lisciare i superiori, vedrai sabato sera!

Antonietta                     - Che strano sguardo hai!

Sévigné                         - Farei qualunque cosa, capisci? Qualunque cosa pur di uscire da questa spelonca.

Antonietta                     - Anche qualcosa di male?

Sévigné                         - (senza rispondere) Lasciami in pace. Non si tratta di questo, adesso! (Sì baciano a lungo. Bussano alla porta: si sepa­rano subito) Avanti!

Morestan                       - (entra) Non c'è stato modo di trovare quell'incartamento. Dobbiamo averlo lasciato qui.

Sévigné                         - (con dignità schiacciante) Che vuol dire codesto modo di fare, Morestan? Bus­sate prima di entrare, adesso?

Morestan                       - Ma, signor Giudice...

Sévigné                         - È anche il vostro ufficio, questo. Sappiate che non ho nulla da nascondere.

Morestan                       - (malizioso, indicando le labbra di Sévigné sporche di rossetto) Oh! Vi siete ferito?

Antonietta                     - (ridendo) È buffo, sai? (Sévigné si pulisce le labbra col fazzoletto del taschino).

Sévigné                         - (ad Antonietta) Le quattro meno venti. Cercherò di non essere in ritardo!

Antonietta                     - (sincera e carina) Per quanto mi riguarda tu sei sempre in ritardo, amor mio. (Gli manda un bacio ed esce).

Morestan                       - Avete una moglie adorabile!

Sévigné                         - Grazie. (Accende una sigaretta).

Morestan                       - Spero che verrà a farci una visitina, di tanto in tanto.

Sévigné                         - Le dirò che ci tenete. (Ridono. Si bussa) Avanti!

Lablache                       - (entra. È sostituto Procuratore della Repubblica. TI suo grado non è superiore a quello di Sévigné, ma questi ha deciso di essere in buoni rapporti con tutti e di conseguenza, si mostra molto premuroso anche con Lablache. Lablache è ancora giovane, ben portante e molto elegante. È più scaltro che penetrante, con un certo che di autoritario poco piacevole; stende la mano a Sévigné) Mi presento: Lablache.

Morestan                       - (si alza premurosamente) Buon giorno, signor Sostituto.

Sévigné                         - (alzandosi anche luì) Lietissimo... Una sigaretta?

Lablache                       - (freddo) Grazie, no.

Sévigné                         - Perché? Non stiamo procedendo ad un interrogatorio!

Lablache                       - (con falsa bonomia) Infatti non credo che steste interrogando quella deli­ziosa personcina che ho visto uscire di qui con le braccia cariche di fiori.

Sévigné                         - (con finta indifferenza, ma orgoglioso) Mia moglie.

Lablache                       - Ah! ah! Congratulazioni!

Sévigné                         - Era venuta per dare un'occhiata al mio nuovo ufficio.

Lablache                       - Spero di esserle presentato gar­bato. Pranzo anch'io dal Procuratore.

Sévigné                         - Sarà un vero piacere. (Gli indica una sedia).

Lablache                       - (sedendosi) Ma non sono qui solo per darvi il benvenuto.

Sévigné                         - (subito molto attento) No?

Lablache                       - State per cominciare gli inter­rogatori a proposito del delitto di via della Faisanderie?

Sévigné                         - Ho convocato i primi testi per le quattro.

Lablache                       - (netto e tagliente) Una piccola cosa senza il minimo interesse.

Sévigné                         - Ma è il mio esordio.

Lablache                       - (sorride senza gaiezza) È roba dozzinale, se mi è lecito il paragone.

Sévigné                         - (ride di cuore) Non posso ancora aspirare ad articoli di lusso.

Lablache                       - Una ragazza trovata nuda, sve­nuta accanto al corpo dell'amante... Mi sembra molto chiaro.

Sévigné                         - Tanto più che stringeva ancora in mano la rivoltella che aveva ucciso l'uomo.

Lablache                       - (come una scusa) È vero che era svenuta...

Sévigné                         - (sarcastico) Uccide l'amante ed è lei che casca a terra.

Lablache                       - Ha raccontato una storiella senza capo né coda. Quell'assassino non è nemmeno sicura che si tratti di un uomo quell'ombra misteriosa che apre la porta, spara e fugge senza lasciare la minima traccia...

Sévigné                         - (con lo stesso tono sarcastico) Vero­simile, eh?

Lablache                       - Mi domando perché non l'hanno arrestata subito.

Sévigné                         - Per qualche piccolo dettaglio che non concorda... Ma la interrogherò subito e fra un'ora sarà sotto chiave.

Lablache                       - Un delitto passionale senza storia...

Sévigné                         - Senza storia...

Lablache                       - E meno male che i giornali se la sono cavata con tre righe. Siamo stati fortunati. Non la metteremo su un piede­stallo...

Sévigné                         - (senza convinzione) Sarebbe troppo sciocco.

Lablache                       - Una sgualdrinella qualunque che si è promossa cameriera.

Sévigné                         - Era davvero cameriera.

Lablache                       - E lui, un domestico autista, lucidatore di pavimenti... (calcando la dose) neanche francese...

Sévigné                         - Neanche!

Lablache                       - Condannato a morte in Ispagna, ferito durante la liberazione da una palla sperduta, ricoverato in ospedale dopo un duello a coltello con un compatriota... un individuo niente affatto interessante.

Sévigné                         - Vi trovo un po' esigente!

Lablache                       - Intendo dire: doveva finire a quel modo.

Sévigné                         - Il suo solo avvenire, insomma, era l'autopsia. (Morestan ride. Lablache lo guarda. Morestan smette di ridere).

Lablache                       - (a Sévigné) Ve la sbrigherete in fretta.

Sévigné                         - Certamente.

Lablache                       - Lei è colpevole.

Sévigné                         - Credo di sì.

Lablache                       - (con maggior forza) È certamente colpevole.

Sévigné                         - Ne ho l'impressione.

Lablache                       - Non può non essere colpevole.

Sévigné                         - Ho capito.

Lablache                       - Il Procuratore ci tiene molto che ve la sbrighiate il più presto possibile. La giustizia costa cara. Non dobbiamo spre­care il denaro dei contribuenti. (Si alza).

Sévigné                         - Già già...

Lablache                       - Del resto c'è un altro motivo urgente per liquidarla subito.

Sévigné                         - Ah?

Lablache                       - Erano, lui e lei, a servizio dai Beaurevers.

Sévigné                         - (con un gesto vago) Non vedo...

Lablache                       - Non conoscete i Beaurevers di via della Faisanderie?

Sévigné                         - Chiedo scusa... sono appena arri­vato.

Lablache                       - La Banca Beaurevers! Milionari in dollari! Gente di primissimo piano.

Morestan                       - (con ammirazione) Lei è una Saint-Maur de Pignerollès!

Sévigné                         - Caspita!

Lablache                       - La tragedia è accaduta nel loro palazzo, al piano riservato ai domestici. Non è un genere di pubblicità che possa far piacere. Essi sperano molto che il loro nome non sia gettato alla pubblica malignità.

Sévigné                         - Già, già...

Lablache                       - Neanche il Procuratore lo desi­dera...

Sévigné                         - Va bene, va bene...

Lablache                       - E parecchi personaggi impor­tanti sono della stessa opinione.

Sévigné                         - Da quanto ho potuto rendermi conto, leggendo la pratica, non dovrebbe esser difficile accontentarli.

Lablache                       - Tanto meglio!

Sévigné                         - (comicamente) Mi metto al posto dei Beaurevers: ho una domestica anch'io!

Lablache                       - Pare che lei neghi. Negano tutti.

Sévigné                         - Tranne Charignon!

Lablache                       - (non ha sentito perché è in procinto di andarsene) Cercate di ottenere una con­fessione. Pare che sia una specie di idiota... non dovrebbe essere difficile...

Sévigné                         - Forse no.

Lablache                       - (sulla soglia) Un colpevole di tanta evidenza, come quella lì, è facile per la polizia. È comodo per la giustizia.

Sévigné                         - Comodissimo.

Lablache                       - (con un risolino senza gaiezza) Non mi pare che se ne possa fare un caso di coscienza!

Sévigné                         - La cosa è talmente limpida...

Lablache                       - (stringendogli la mano) Mi pia­cete molto, Sévigné. Freddo, con una certa immaginazione... Riuscirete.

Sévigné                         - Lo spero ardentemente. A sabato.

Lablache                       - A sabato!

Morestan                       - Arrivederci, signor Sostituto. (Ma Lablache lo ignora ed esce).

Sévigné                         - Molto elegante... Ma anch'io lo trovo freddo.

Morestan                       - (evitando di rispondere) Quasi le quattro! (Garbatamente) Non siete troppo impressionato, signor Giudice?

Sévigné                         - Ne ho viste ben altre... Del resto, la superiorità del Giudice è nella calma.

Morestan                       - Si dice!

Sévigné                         - Penso, per la prima volta, a quella ragazza... mentre lei non pensa che a me, da tre giorni almeno!

Morestan                       - (scherzoso) Uomo fortunato! (Un'occhiataccia di Sévigné) Chiedo scusa.

Sévigné                         - Non scherzo... Ce la vedremo arri­vare nervosa, preoccupata, in condizione di debole resistenza, con risposte belle e pronte a domande che non le rivolgerò.

Morestan                       - Tanto meglio!

Sévigné                         - Ma badate! L'importante è di spaventarla, allora la terremo un bel po' in sospeso. Fingeremo di lavorare, come se ci fossimo dimenticati di lei. In principio la lascerò parlare, sarò bonario, la interro­gherò come un amico, anzi da papà... E bru­scamente, quando meno se lo aspetta, la farò cadere in trappola.

Morestan                       - (sopra pensiero, sincero) È il mo­mento più bello, quando si rendono conto di non potersi più divincolare!

Sévigné                         - Non vi stupite del mio metodo: mi lavoro i contorni, prima di attaccare il punto principale.

Morestan                       - Ah, sì?

Sévigné                         - Prima dei fatti vi sono le per­sone.

Morestan                       - Tuttavia, i fatti...

Sévigné                         - I fatti non sono che sacchi: vuoti, non si reggono ritti. Bisogna prima farvi entrare i motivi ed i sentimenti che li hanno provocati.

Morestan                       - (scettico) E allora si reggono ritti?

Sévigné                         - Chi è quella ragazza? quali erano i suoi scopi? i suoi sentimenti? Innanzi tutto faremo conoscenza con essi...

Morestan                       - Il vostro predecessore...

Sévigné                         - (tagliente) Il mio predecessore aveva una sua tecnica, certamente, come io ho la mia. Fra un'ora avrò saputo l'essen­ziale.

Morestan                       - Ma...

Sévigné                         - Fatela entrare. (Siede al proprio scrittoio e finge di scrivere. Morestan apre la porta. Si scorge sul banco Josefa sorvegliata da un gendarme. Ad un segno di Morestan, Josefa entra. È una ragazza graziosissima e fine, no­nostante le sue origini. Ha una voce grave, come una popolana, ma mai volgare. Non ha spirito, ma una terribile franchezza ed un vero buon senso più sconcertanti dello spirito. Infi­nitamente desiderabile sebbene si sforzi pochis­simo di apparirlo. Però ha un abito molto corto. Sévigné non alza gli occhi) Sedetevi. (In­dica la sedia che è al centro. Josefa siede. Un lungo silenzio. Morestan che ha ripreso il suo posto getta verso di lei, di tanto in tanto, uno sguardo furbesco. Sévigné è veramente assorto nello studio dell’incartamento. Josefa guarda dritto innanzi a sé senza nessuna espressione).

Josefa                            - (visibilmente poco impressionata) Si può fumare?

Morestan                       - (secco) No. (Un altro silenzio che minaccia di diventare intollerabile).

Josefa                            - (che non resiste più) Quando vi deci­derete sarà sempre tardi. (/ due uomini la ignorano. Altro silenzio) Conoscete la storiella dell'erba e dell'ombrello? (Questa volta ottiene dai due uomini uno sguardo irato) Ah! capisco... Si aspetta il Giudice.

Sévigné                         - Il Giudice sono io.

Josefa                            - (delusa) Non lo avrei creduto.

Sévigné                         - (aspro) Perché?

Josefa                            - (prudentemente) Non lo so. (Sévigné alza le spalle. La calma colla quale credeva di schiacciare Josefa lo ha abbandonato. È lui che comincia ad innervosirsi. Stacca il ricevitore e compone un numero) Vi dirò che durante questi tre giorni non ho mai avuto il tempo di pensare a voi. (Uno sguardo verso Sévigné, che a sua volta guarda Morestan: Jose fa smen­tisce le sue previsioni).

Sévigné                         - (al telefono) Pronto, Lesparre? Niente nella stampa, vero? Ah no! Nemmeno sull'affare di via della Paisanderie? (Furioso) Come sarebbe a dire « perdo tempo »? Ser­bate per voi le vostre spiritosaggini! Non mi divertono. (Riattacca).

Josefa                            - Non avete l'aria di un uomo acco­modante.

Sévigné                         - Non sta a voi giudicarmi!

Josefa                            - (ridendo) Al contrario!

Sévigné                         - (severo) Come vi chiamate?

Josefa                            - Josefa Lanthenay.

Sévigné                         - Nata?

Josefa                            - Sì.

Sévigné                         - Non vi fate più stupida di quanto siete. Nata dove?

Josefa                            - A Espolette - Dróme.

Sévigné                         - Età?

Josefa                            - Ventiquattro anni. Ma, in gene­rale, non li dimostro. Tranne qui, forse.

Sévigné                         - Professione?

Josefa                            - Cameriera. Tra parentesi, quanta polvere qui.

Sévigné                         - (sardonico) Davvero?

Josefa                            - Avreste bisogno che venissi io a passarvi un pomeriggio.

Sévigné                         - (continua a consultare l’incartamento e lo farà fino alla fine dell'atto, quando lo ritiene necessario per l’interrogatorio) I vostri padroni dicono che siete una gran lavoratrice.

Josefa                            - La pigrizia è per i ricchi. Oppure per i molto poveri.

Sévigné                         - Perdinci! Che cervello avete!

Josefa                            - Mi stupirebbe! Adoro l'ordine, cu­cinare... ma credetemi se vi pare, non mi piace affatto cucire.

Sévigné                         - Molto interessante!

Josefa                            - È fastidioso, come si dice volgar­mente. E poi, perché cucire quando esistono gli spilli da balia, eh?

Sévigné                         - Siete sempre stata cameriera?

Josefa                            - No. Mio padre era coltivatore, aveva delle vigne a Espolette. Io lavoravo con lui nei campi e nei vigneti. A due chilo­metri dal castello dei signori Beaurevers.

Sévigné                         - Credevo che il loro castello fosse in Turenna.

Josefa                            - Anche. Ma è in quello di Hauterive che li ho conosciuti e che hanno avuto l'idea di prendermi a servizio, diciotto mesi fa.

Sévigné                         - Li servivate anche laggiù?

Josefa                            - Sì, per due estati di seguito. Da principio avevo una gran paura, per via dei fantasmi.

Sévigné                         - Fantasmi?

Josefa                            - C'erano e come! Ma siccome ora nessuno ci crede, non si disturbano più.

Sévigné                         - Ed è là che avete conosciuto la vittima?

Josefa                            - Miguel era il loro domestico-autista, quindi l'ho dovuto conoscere per forza.

Sévigné                         - (subito per cambiare argomento) Avete ancora i genitori?

Josefa                            - Non ho mai avuto madre. Può sembrar strano, eh? Abitualmente è il padre che non si ha.

Sévigné                         - Spiegatevi.

Josefa                            - Se ne andò via con un tizio delle ferrovie, appena non fu più gravida di me.

Sévigné                         - Si dice incinta.

Josefa                            - (docilmente) Appena non fu più incinta di me.

Sévigné                         - E vostro padre?

Josefa                            - Gli voglio molto bene. Non vuol più vedermi, ma gli voglio molto bene. Ci rassomigliamo come due gocce d'acqua.

Sévigné                         - Ah sì?

Josefa                            - Vi piacerebbe. Sapeste com'è orgo­glioso di sua figlia! Al caffè parlava sempre bene di me ai camerieri.

Sévigné                         - Non divaghiamo.

Josefa                            - Però quando gli hanno riferito che tra Miguel e me c'era qualche cosa, lui mi ha telegrafato: « Non tornare più. E tutto sarà perdonato». (Morestan e Sévigné si sfor­zano per non ridere).

Sévigné                         - Ah ah!

Josefa                            - È buffo, mio padre, sapete. Ma quando ho capito che aveva telegrafato: telegrafato! mio padre! ho capito che la cosa non si sarebbe mai più accomodata.

Sévigné                         - Avreste potuto fargli parlare da qualche amico...

Josefa                            - Non ho amici, al paese. Non ho mai potuto imparare a parlare il dialetto: è troppo difficile.

Sévigné                         - (con bonomia) E c'era davvero qualche cosa, fra Miguel e voi?

Josefa                            - Che domanda stupida!

Sévigné                         - Rispondete!

Josefa                            - Mi hanno trovata nuda accanto a lui!... È rarissimo esser nude nello stesso letto con un signore che ci è antipatico.

Sévigné                         - Infatti.

Josefa                            - Anche per una sgualdrinella o una donnina allegra come me.

Sévigné                         - Perché dite così?

Josefa                            - Perché con questi nomi mi hanno gratificata i vostri poliziotti.

Sévigné                         - Hanno avuto torto!

Josefa                            - (sogghigna) Donnina allegra! (Pen­sierosa) Donna e allegria... e con questo hanno fatto « donnina allegra »... Porci!

Sévigné                         - Moderate le vostre espressioni!

Josefa                            - Se fossi una sgualdrina lo direi. Nel paese di Miguel hanno un proverbio che dice: « Giovane puttana, vecchia santa ».

Sévigné                         - Continuiamo a divagare!

Josefa                            - Credono che tutto sia permesso, perché ho un passato.

Sévigné                         - Se parlassimo un po' di quel pas­sato? (Consulta Vincartamento) Secondo le notizie qui raccolte, Miguel Ostos vi avrebbe violentata.

Josefa                            - Macché!

Sévigné                         - Alcuni testimoni, a Hauterive, vi hanno sentita dire, parlando di lui, « quello sporcaccione mi ha violentata ».

Josefa                            - Era tanto per dire.

Sévigné                         - (irritato) Vi ha violentata, sì o no?

Josefa                            - Violentata... si fa presto a dire...

Sévigné                         - Sì o no?

Josefa                            - Può anche darsi...

Sévigné                         - Insomma, prima eravate vergine?

Josefa                            - Come si è vergini in campagna.

Sévigné                         - Siate più chiara.

Josefa                            - Eravamo in pieno luglio ed una voglia di spogliarsi, specialmente io.

Sévigné                         - Perché voi specialmente?

Josefa                            - Faceva tale un caldo; ma gli uomini lo sentono meno. Infatti, mi corre­vano dietro tutti. Devo dirvi che, a quanto pare, io ho un certo non so che...

Sévigné                         - Non v'interrompete ogni mo­mento.

Josefa                            - (romantica) Era suonato l'Angelus della sera. Dopo aver messo dentro le bestie, Miguel ed io cominciammo a camminare lungo il fiume...

Sévigné                         - (impaziente) Continuate! Conti­nuate!

Josefa                            - Inciampai in una radice... Devo dirvi che non porto mai mutandine.

Sévigné                         - (suo malgrado) Nemmeno adesso?

Josefa                            - Ma no! Che idea!

Sévigné                         - (a Morestan) Inutile annotare la mia ultima domanda.

Morestan                       - (con ingenuità) Quale domanda?

Sévigné                         - « Nemmeno adesso »... Inutile prenderne nota. Non ha rapporti diretti con l'interrogatorio.

Morestan                       - È ovvio, signor Giudice. Sicché inciampaste, farvi un disegno,

Sévigné                         - (a Josefa) Siete caduta?

Josefa                            - Non occorre direi...

Sévigné                         - (freddo) No. Ma non gli avete resi­stito?

Josefa                            - Sono fatta così. Tutto immedia­tamente, e niente prima.

Sévigné                         - Ah! Ah!

Josefa                            - È una cosa che piace o non piace.

Sévigné                         - E quella sera, l'occasione, l'erba fresca...

Josefa                            - (rettifica) Era paglia!

Sévigné                         - (che si diverte) Oh, scusate!

Josefa                            - Senza rimpianti e senza rimorsi, intendiamoci bene. Certe volte non sono contenta di quel che faccio; ma mai quando lo faccio, altrimenti non lo farei.

Sévigné                         - Prendo nota.

Josefa                            - Specialmente perché, dopo, mi disse una cosa carina. Mi disse: «Viva la mamma che ti ha fatta! ». Mi ha colpito... Pensate un po': una madre che non ho mai conosciuta!

Sévigné                         - Vi rendete conto che vi siete pri­vata di una circostanza attenuante?

Josefa                            - Ho fatto questo?

Sévigné                         - Ammettendo che non vi ha vio­lentata perdete una circostanza attenuante.

Josefa                            - Preferireste...

Sévigné                         - (interrompendola) Non preferisco. Vi spiego.

Josefa                            - Non voglio circostanze attenuanti. Non voglio passare per un'idiota che non sa nemmeno con chi vuole andare a letto.

Sévigné                         - Come vi fa piacere.

Josefa                            - E poi, circostanze per attenuare che? La giustizia esiste, no?

Sévigné                         - (alzando gli occhi dall’incartamento) Sì.

Josefa                            - La giustizia è partita vostra, non mia. E allora, fatela!

Sévigné                         - (consultando la pratica) Sì è forse suicidato?

Josefa                            - Macché!

Sévigné                         - Sarebbe poco verosimile, eviden­temente. Avevate voi la rivoltella in mano.

Josefa                            - E che significa? Prima di tutto il suicidio porta sfortuna. E poi, lui, uno spa­gnolo! Che si faceva la croce prima di fare l'amore!

Sévigné                         - Strano personaggio!

Josefa                            - Però era contentissimo che fosse un peccato!

Sévigné                         - Non divaghiamo.

Josefa                            - Quell'uomo lì non si sarebbe mai distrutto, nemmeno se fosse vissuto cento anni.

Sévigné                         - Sicché, non credete al suicidio?

Josefa                            - Sarebbe troppo semplice.

Sévigné                         - Tuttavia i testimoni...

Josefa                            - I testimoni raccontano ciò che vogliono.

Sévigné                         - Aveva detto alla cuoca: « La morte è una liberazione ».

Josefa                            - Ragionamento di spagnolo!

Sévigné                         - E al garagista di via Pergolese: « Se fossi io la macchina mi scaraventerei contro un albero ».

Josefa                            - Quando si vuole fare veramente, non se ne parla. Doveva essere di cattivo umore.

Sévigné                         - E al suo camerata Carlos Ibarritz... tutte le mattine per un mese di se­guito, (guarda la pratica) leggo e mi scuso: « Sacramento! Non sono ancora morto ».

Josefa                            - Vi ho detto di no. Non insistete.

Sévigné                         - (scambia uno sguardo con Morestan) Non insisto. (Occhiata all’incartamento) Vi picchiava?

Josefa                            - Per amore!

Sévigné                         - Per amore, ma vi picchiava!

Josefa                            - Gli è accaduto...

Sévigné                         - Spesso?...

Josefa                            - Abbastanza spesso. Gli spagnoli lo hanno nel sangue. Battono pure il loro somaro, eppure i somari sono tutt'altro che le donne!

Sévigné                         - V'è molto da imparare, da voi...

Josefa                            - (all'improvviso) Potreste dire al vostro segretario di non guardare sotto le mie gonne? (Morestan, infatti, si è chinato).

Morestan                       - (soffocato dall'indignazione) Ooooh! mi era caduta la penna.

Josefa                            - (sogghignando) Già, la penna! Vo­leva verificare.

Morestan                       - Farò maggior attenzione, si­gnor Giudice. (Seccato) Però, che sfaccia­taggine!

Sévigné                         - (riprende l’interrogatorio) Nello scorso settembre, un teste vi ha visto con le braccia e il viso pieni di lividi.

Josefa                            - Ve lo ha detto la commessa della tabaccheria?

Sévigné                         - Infatti. È stata la signorina Robillard.

Josefa                            - Di che si immischia!

Sévigné                         - Ha parlato nel nostro interesse.

Josefa                            - Quando le è nato un figlio a tre mesi e mezzo, l'ho trovata una cosa naturale, io! Non sono andata a far chiacchiere.

Sévigné                         - Il certo è che Ostos e voi, l'estate scorsa, litigavate spesso.

Josefa                            - Spesso!

Sévigné                         - E così violentemente che i vostri vicini non potevano dormire.

Josefa                            - (sogghigna) Oh! Oh!

Sévigné                         - Perché sogghignate?

Josefa                            - Perché se ne infischiavano e come! delle nostre litigate! Quello che impediva loro di dormire erano le nostre riconcilia­zioni!

Sévigné                         - (con finta ammirazione) Davvero?

Josefa                            - Voialtri parigini dite più di quel che fate, è risaputo! Lui, faceva più di quanto diceva!

Sévigné                         - Caspita!

Josefa                            - Però era un taciturno, come diceva la padrona. Io gli raccontavo tutto, anche il peggio; lui mi nascondeva tutto, anche il meglio. In amore ognuno ha i propri trucchi.

Sévigné                         - Se lo dite voi...

Josefa                            - A Parigi se ne stava delle intere mezze giornate a guardare dalla finestra, senza aprir bocca. Anche la notte. E poi, ogni tanto, mi si buttava addosso.

Sévigné                         - Quando si annoiava troppo, forse...

Josefa                            - (insensibile all'ironia) Non si par­lava di corride; non ne aveva visto che due o tre in Francia. Ma conosceva tutti i toreri. E me li descriveva. La scuola di Ronda, quella di Siviglia e quella di Cordova. Manolete e Belmonte. Ricordo, non più di quindici giorni fa, mi leggeva una corrida di Miguel Luis Dominguin al Messico. (Come se parlasse ad un conoscitore) È stato costretto a com­battere contro un toro manzo. Una faccenda straordinaria. Luis Miguel ha piantato lui stesso le banderillas. E ha fatto tutti i passi di « muleta » davanti alla « barrerà ».

Sévigné                         - (è una specie di suo intercalare) Caspita!

Josefa                            - Ha avuto diritto alle due orecchie, alla coda, e a una zampa. Una cosa rarissima, persino al Messico. (Poi dice con una vocetta straziante) Ole Dominguin! (Singhiozza. Mo­restan non comprende).

Sévigné                         - (a parte a Morestan) Che ne dite?

Morestan                       - È tutta una commedia! (Josefa piange piano ma tira su con il naso rumoro­samente).

Sévigné                         - (brusco ma un po' commosso) Sof­fiatevi il naso!

Josefa                            - Non ho fazzoletto.

Morestan                       - (tra i denti) Risparmia la bian­cheria!

Sévigné                         - Come?

 Morestan                      - (subito) Niente, niente, signor Giudice. (Sévigné va ad offrire a Josef a il suo fazzoletto da taschino ma poi si ferma. Pudore o sentimento? Si ricorda di aver asciugato il bacio della moglie. Cerca nella tasca laterale un altro fazzoletto che porge a Josef a).

Josefa                            - Grazie. (Si soffia rumorosamente) Non mi piace piangere. È una porcheria.

Sévigné                         - Vi sentite meglio, adesso?

Josefa                            - Sì, scusatemi. Non ricomincerò più. Potete prendervi il fazzoletto.

Sévigné                         - Tenetelo. Non si sa mai. (Brusca­mente) Sapevate che stava per sposarsi?

Josefa                            - Sì.

Sévigné                         - Chi ve lo ha detto?

Josefa                            - Lui stesso, due giorni prima.

Sévigné                         - Prima della morte?

Josefa                            - (rettificando) Prima del delitto. Lo hanno assassinato.

Sévigné                         - Voi lo avete assassinato.

Josefa                            - Non dite stupidaggini.

Sévigné                         - Vi siete resa conto che vi sfug­giva...

Josefa                            - (interrompendo) Mi sfuggiva nel mio letto.

Sévigné                         - E siccome vi sfuggiva...

Josefa                            - (interrompe di nuovo) Avrei potuto riafferrarlo, « per quel mio certo non so che »... ma non ho voluto.

Sévigné                         - (altro tono) Forse avevate dei mo­tivi vostri? (Si sente che annette molta impor­tanza a questa domanda).

Josefa                            - Non ho voluto nel suo interesse.

Sévigné                         - (ironico) Siete una donna di buon cuore.

Josefa                            - Sono piena di cuore. E semplice come il buongiorno. Ho un cervello di gal­lina ma sono piena di cuore!

Morestan                       - (fra i denti) Lo sappiamo, lo sappiamo!

Josefa                            - Passavo il tempo a ripetergli: « Hai una fidanzata... ricca, bella...». (Commenta) Lo dicevo per fargli piacere: non è poi pro­prio bella!

Sévigné                         - (accusatore) Ma lo odiavate perché vi aveva ingannata.

Josefa                            - (amara) Ingannata con chi? col danaro? (Si dondola sulla sedia) I suoi genitori hanno una drogheria nella stessa strada. Non so se vi rendete conto...

Sévigné                         - Smettetela di dondolarvi! Le nostre sedie non sono molto solide. E dopo quanto ci avete confidato...

Josefa                            - (smette di dondolarsi) Oh, scusate. (Mette la gonna sotto le ginocchia per coprirsi meglio).

Sévigné                         - Non l'amava, naturalmente?

Josefa                            - Chi?

Sévigné                         - La sua fidanzata.

Josefa                            - Non ne so niente. Tutto quel che so è che noi due non ci amavamo più.

Sévigné                         - Però quella notte è venuto in camera vostra.

Josefa                            - Era inteso che sarebbe stata l'ul­tima volta.

Sévigné                         - (sferzante) E lo è stata, disgrazia­tamente per voi.

Josefa                            - Veniva dirmi addio!

Sévigné                         - E voi non avete potuto soppor­tarlo.

Josefa                            - Ho potuto. Ne ho sopportate ben altre! Non sono mai stata felice, non so perché.

Sévigné                         - Torniamo alla famosa notte.

Josefa                            - Oh, famosa...

Sévigné                         - Vi ascolto.

Josefa                            - Dapprima ha pianto un bel po'. Poi ha cominciato a togliersi i vestiti.

Sévigné                         - Si capisce.

Josefa                            - Li gettava qua e là. Ero furibonda. Ero furibonda: non posso soffrire che si rovini la roba.

Sévigné                         - Davvero?

Josefa                            - Anche perché, poi, avevamo tutto il tempo...

Sévigné                         - Attenetevi ai fatti...

Josefa                            - Sì. (Rimane pensierosa).

Sévigné                         - A che pensate?

Josefa                            - (indignata) Io penso?

Sévigné                         - Non vi arrabbiate non volevo insultarvi!

Josefa                            - Povero caro Miguel!

Sévigné                         - (molto garbato) Strano. Poco fa non c'era verso di farvi tacere, e adesso non si riesce più a cavarvi di bocca una parola.

Josefa                            - (pensierosa) Perché mi rendo conto...

Sévigné                         - Di che?

Josefa                            - Del torto che ho avuto.

Sévigné                         - Ah, ah!

Josefa                            - Ho confessato a Miguel che avevo commesso una sciocchezza...

Sévigné                         - Ah!

Josefa                            - Quando ho visto che se la pren­deva tanto, ho detto che si trattava di una sciocchezza piccola piccola.

Sévigné                         - E lui non vi ha creduto?

Josefa                            - Per un momento, sì. Avevo giu­rato sulla testa di mio padre! Povero papà!

Sévigné                         - E con chi avete commesso quella sciocchezza?

Josefa                            - Sono affari che non vi riguardano!

Morestan                       - (indignato) Oh, signor Giudice!

Sévigné                         - L'insolenza non è una risposta.

Josefa                            - La sciocchezza che ho fatto non ha nulla a che vedere con la giustizia.

Sévigné                         - Ce ne assicureremo.

Josefa                            - Allora uno non può commettere una sciocchezza tranquillamente?

Sévigné                         - Nel vostro caso, no.

Josefa                            - (molto preoccupata) Darete qualche seccatura a quell'uomo?

Sévigné                         - (severo) Meno che a voi.

Josefa                            - Non so perché mi saltò in testa di raccontarlo a Miguel! Forse perché non mi rimpiangesse troppo.

Sévigné                         - Lo sappiamo: siete piena di cuore.

Josefa                            - C'è poco da ridere! Evidentemente sono cattiva quanto la peggiore; ma grazie a Dio, buona quanto la migliore!

Sévigné                         - Ammettiamolo!

Josefa                            - C'è poco da ridere, vi dico. Perché ho cercato di essere carina, lui è morto infelice.

Sévigné                         - Era infelice?

Josefa                            - Pazzo, sì! Mi ha sputato in faccia! mi ha trattato come l'ultima delle ultime! Si è rimesso la giacca dicendo: « Lo vado ad ammazzare! ».

Sévigné                         - Quell'uomo che non vi amava più ha detto una cosa simile?

Josefa                            - Sì. Inutile cercare di capire. Mi ha fissata a lungo senza parlare, poi è andato a prendere il soprabito in fondo alla camera. La porta si è aperta. Qualcuno ha sparato. Sono svenuta e questo è tutto.

Sévigné                         - Vi ringrazio.

Josefa                            - Di che?

Sévigné                         - Vi ringrazio per averci fornito un movente...

Josefa                            - Io ho fatto questo?

Sévigné                         - Sapevo che avevate ucciso Ostos, ma non sapevamo perché. Grazie per aver­celo detto.

Josefa                            - Ma io non ho detto niente!

Sévigné                         - (muta completamente tono e diventa duro e tagliente con Josefa. È evidente che è convinto di averla intrappolata) Tacete adesso! Parlerete quando vi interrogherò. Riassumo quanto avete detto. Prendete nota, Morestan!

Morestan                       - Prendo nota, signor Giudice!

Sévigné                         - (a Josefa) Basterà che rispondiate sì o no.

Josefa                            - Come volete.

Sévigné                         - E chiamatemi « signor Giudice ».

Josefa                            - Come volete, signor Giudice!

Sévigné                         - Josefa Lanthenay, vi accuso di aver ucciso Miguel Ostos.

Josefa                            - (non ancora preoccupata) Io? Ma non è possibile, signor Giudice! Ragionate un po'.

Sévigné                         - Disgraziatamente per voi, ra­giono. Vi piace scherzare, eh?

Josefa                            - È uno scherzo. Ci sono cascata di nuovo! Vi piace scherzare, eh!

Sévigné                         - (severo) Non vi burlate della giu­stizia!

Josefa                            - Non mi burlo della giustizia! Anzi, non conto che su di essa!

Sévigné                         - Siete mai stata condannata? Ri­spondete sì o no.

Josefa                            - No.

Morestan                       - Neanche per oltraggio al pu­dore?

Sévigné                         - (con rimprovero) Morestan!

Josefa                            - (in tono di sfida a Morestan) Neanche!

Sévigné                         - Quando diceste ai vostri amici di Hauterive: « Quello sporcaccione mi ha vio­lentata » non era vero?

Josefa                            - (quasi ridendo) No.

Sévigné                         - Dunque, inutile pretendere dopo di averlo ucciso per vendicarvi.

Josefa                            - Vendicarmi di che? Era stato straordinario!

Sévigné                         - Rispondete sì o no.

Josefa                            - No.

Sévigné                         - Non tornerete più sulla possibi­lità di un suicidio?

Josefa                            - Non c'è da tornarci.

Sévigné                         - Siete persuasa anche voi che è stato assassinato?

Josefa                            - Persuasissima!

Sévigné                         - Avete proprio detto che vi pic­chiava?

Josefa                            - Sì.

Sévigné                         - Ma che voi lo trovavate normale?

Josefa                            - Spiacevole, ma normale.

Sévigné                         - Avete detto ugualmente che era in procinto di lasciarvi per sposarsi.

Josefa                            - Sì.

Sévigné                         - Riflettete bene. Non vi sbagliate?

Josefa                            - Non mi sbaglio.

Sévigné                         - Voleva lasciarvi per sposarsi?

Josefa                            - (con minor sicurezza) Sì.

Sévigné                         - Con una grande drogheria...

Josefa                            - Informatevi!

Sévigné                         - Lo abbiamo già fatto.

Josefa                            - Forse vi siete sbagliati di dro­gheria.

Sévigné                         - Non v'illudete. I tre Duval: geni­tori e figlia, hanno dichiarato concordemente che non si è mai parlato di matri­monio.

Josefa                            - Temono di far brutta figura con la clientela.

Sévigné                         - Credete?

Josefa                            - E poi, quella cretina di Solange si vergognerebbe d'essere stata la fidanzata di una vittima!

Sévigné                         - (categorico) Miguel Ostos non è uscito che una sola volta con la signorina Solange Duval.

Josefa                            - Che bugiarda!

Sévigné                         - La condusse al cinema. E durante tutta la proiezione non parlò d'altro che di voi.

Josefa                            - Ah! Ah!

Sévigné                         - - Di voi e della sua gelosia.

Josefa                            - Che bugiarda! Gli fece tanti di quei complimenti che Miguel mi disse: « Non voglio vederla più! ».

Sévigné                         - (subito) Sicché ammettete che sono usciti insieme una volta sola?

Josefa                            - (molto imbarazzata) Cioè...

Sévigné                         - (violento) Arrossite!

Josefa                            - (sullo stesso tono) Che direste se fossi impallidita!

Morestan                       - Signor Giudice... E la cuoca?

Sévigné                         - Ci arrivo! Grazie, Morestan. La cuoca dei Beaurevers, signora Marta Her­beaux...

Josefa                            - Non mi ha mai potuta soffrire!

Sévigné                         - (secco) Vi prego di non interrom­permi. Leggo la sua deposizione. (Legge) « Miguel era assolutamente pazzo di gelosia. Sapeva che Josefa lo ingannava, ma non sapeva con chi ».

Josefa                            - Ma sentitela!

Sévigné                         - Ad una domanda dell'ispettore Colas, la signora Herbeaux ha creduto bene di precisare: « Josefa non è proprio quel che si dice una sgualdrina. È piuttosto una ingorda... Vuole assaggiare tutto e tutti...».

Josefa                            - (con profondo sentimento) Se non volessi tanto bene alla gente, come la dete­sterei. (Sévigné la guarda sorpreso. Pausa).

Sévigné                         - (riprendendo l’incartamento) La signora Herbeaux ha detto ancora: « Miguel se ne infischiava superlativamente di So­lange Duval. Non l'avrebbe voluta nemmeno come serva ».

Josefa                            - Proprio una frase da cuoca!

Sévigné                         - Continuo... Permettete? (Leggen­do) « Gridava: non esiste che Josefa, capisci, Marta? Se un giorno riesco a sapere con chi va, non la faccio tanto lunga. Pan! Pan! ».

Josefa                            - La sistemo io quella lì...

 

Sévigné                         - Ci vorrà parecchio tempo prima che possiate farlo! Perché certamente sta­sera tornerete in prigione e probabilmente per un periodo abbastanza lungo.

Josefa                            - (si rende conto per la prima volta della propria situazione) In prigione! Andrò in prigione?

Sévigné                         - Avete tentato di fuorviare la giustizia inventando quella frottola del ma­trimonio.

Josefa                            - (che diventa nervosa) Nemmeno per sogno!

Sévigné                         - Avete pensato: se posso dare ad intendere che stava per sposarsi, certamente penseranno: « Non poteva essere talmente geloso, specialmente di una scappatella senza importanza ».

Josefa                            - Non sono così complicata.

Sévigné                         - Non vi è mai venuta l'idea che la giustizia avrebbe verificato le vostre dichiarazioni?

Josefa                            - Se preferite credere ai Duval!

Sévigné                         - (con una sicurezza impressionante) Avete ucciso Ostos.

Josefa                            - Ma no! Ma no!

Sévigné                         - Per salvare l'altro uomo che amate pazzamente!

Josefa                            - (con minor convinzione) Ah? Lo amo pazzamente?

Sévigné                         - (persuasivo) Per voi non si tratta di un'avventura banale, come avete tentato di far credere a Ostos e a noi, ma di una passione sfrenata.

Josefa                            - (con un lieve sorriso) Sfrenata? (Con sfida) È vero! Lo amo!

Sévigné                         - Grazie.

Josefa                            - E cosa ve ne importa?

Sévigné                         - (con sicurezza) Tutto è chiaris­simo: poiché lo amate e la sua vita è in pericolo uccidete Ostos.

Josefa                            - (smarrita) No. No.

Sévigné                         - Confessate dunque. Un dramma passionale. I giurati sono molto indulgenti per cose del genere.

Josefa                            - No, no, credetemi.

Sévigné                         - (con molta durezza) Non posso più credervi. Poco fa avete mentito.

Josefa                            - Appena, appena...

Sévigné                         - Credete forse che i giurati siano degli imbecilli. Un uomo misterioso che passa per il corridoio, spara tranquillamente e se ne va!

Josefa                            - (violenta) Ma è vero!

Sévigné                         - Siate ragionevole!

Josefa                            - Giuro che è vero!

Sévigné                         - (ironico) Sulla testa di vostro padre? Povero papà!

Josefa                            - (ferita) Oh!

Sévigné                         - Avete riconosciuto quell'uomo?

Josefa                            - Quello che ha sparato? No. Era un'ombra vaga...

Sévigné                         - (ironico) Naturale!

Josefa                            - Io sono svenuta subito.

Sévigné                         - Forse un avversario politico di Ostos?

Josefa                            - Ma andiamo!

Sévigné                         - O forse colui con il quale aveva fatto a coltellate?

Josefa                            - Papà? Macché! Erano diventati buoni amici!

Sévigné                         - (cambia tattica) Chi aveva la chiave della vostra camera?

Josefa                            - Nessuno. Nemmeno Miguel.

Sévigné                         - (insidioso) Neanche il vostro nuovo amante?

Josefa                            - (selvaggiamente) Non sono una donna virtuosa, me lo avete detto abba­stanza! Ma vorrei proprio sapere chi entra in camera mia!

Sévigné                         - Allora come ha fatto quell'uomo ad aprire la vostra porta?

Josefa                            - Non lo so.

Sévigné                         - (sardonico) Aveva un grimaldello, forse!

Josefa                            - Non lo so.

Sévigné                         - E naturalmente non avete sentito nulla?

Josefa                            - Nulla.

Sévigné                         - (fingendo di andare in collera) È tutto quello che avete saputo architettare? Un bambino di dieci anni avrebbe trovato di meglio. Non andate mai al cinema?

Josefa                            - Raramente.

Sévigné                         - Non avete ricevuto altre visite, quella sera?

Josefa                            - (si china per allacciarsi una scarpa) Come avete detto? Non ho sentito bene.

Sévigné                         - (sillabando) Avete ricevuto altre visite quella sera?

Josefa                            - Che giorno era?

Sévigné                         - Mercoledì.

Josefa                            - Non mi pare.

Sévigné                         - Mercoledì 4 dicembre.

Josefa                            - Non ricordo. Non so cosa dirvi.

Sévigné                         - La verità, semplicemente.

Josefa                            - (con rabbia) La verità! Che cos'è la verità? Dico quello che so! Quello che sono certa di sapere. Non so se è la verità!

Sévigné                         - (solenne) La verità, Josefa Lanthenay, è che siete colpevole!

Josefa                            - (con gli occhi al cielo) Mio povero Miguel! Se vedessi come mi tormentano per causa tua!

Sévigné                         - Dite una sola parola e vi lascio tranquilla.

Josefa                            - (smarrita) Parlate troppo, voi. Fate troppe domande, non so più a che punto sono...

Sévigné                         - (trionfalmente) Ah! Ah!

Josefa                            - Ma voi nemmeno! Più parlate e meno lo sapete!

Sévigné                         - Può darsi, ma imparo molte cose, quando voi rispondete.

Josefa                            - Non credo. Parliamo con gli occhi, noi.

Sévigné                         - Voi, cioè le donne?

Josefa                            - No, noi, gli innocenti.

Sévigné                         - Brava! Certo che avete ucciso Ostos!

Josefa                            - (lamentevole) Ricominciate?

Sévigné                         - Forse è stato senza volere!

Josefa                            - Né così, né altrimenti. Qualcuno ha aperto la porta..

Morestan                       - Molto verosimile!

Sévigné                         - (insinuando) Non credete piuttosto di aver tentato di paralizzare Ostos?

Josefa                            - (stupita) Come?

Sévigné                         - Lui aveva tirato fuori la rivol­tella. Allora vi siete gettata addosso a lui e mentre lottavate insieme la pallottola è partita da sola.

Josefa                            - Soltanto voi potevate pensare a una cosa simile... (I due sono stupiti. Breve silenzio).

Sévigné                         - Come?

Josefa                            - Perché Miguel avrebbe dovuto cavar fuori la rivoltella in camera?

Sévigné                         - Avrebbe potuto prenderla da un cassetto.

Josefa                            - Ma sentitelo! Non abbiamo rivol­telle, né lui né io. Miguel parlava di ucci­dere il mio amante col suo coltello.

Sévigné                         - Esistono pochi coltelli che fanno « pan pan »!

Josefa                            - (molto sorpresa) Perché dite così?

Sévigné                         - Mi riferisco alla deposizione della cuoca.

Josefa                            - Quella maledetta!

Sévigné                         - Prendo nota. Dunque non l'avete ucciso per disgrazia?

Josefa                            - Nooo!

Sévigné                         - Fate bene a non adottare questo sistema di difesa.

Josefa                            - (botta e risposta) Non l'ho pensato io!

Sévigné                         - La pallottola non è stata sparata a bruciapelo come durante una lotta... ma... da almeno tre metri!

Josefa                            - Dalla porta, ve lo sto dicendo!

Sévigné                         - Da almeno tre metri e da voi!

Josefa                            - È un'idea fissa!

Sévigné                         - Ammetto che siete svenuta.

Josefa                            - Perché ammettete questo più del resto?

Sévigné                         - Perché la vostra sincope è durata almeno un quarto d'ora. Così hanno testi­moniato il signor e la signora Beaurevers.

Josefa                            - Grazie a Dio!

Sévigné                         - (spiega) Avete avuto il coraggio di sparare, ma l'orrore di quanto avevate fatto vi ha scosso talmente che avete perduto cono­scenza.

Josefa                            - (sarcastica) Il rimorso?

Sévigné                         - Probabilmente i giurati ne saranno commossi.

Josefa                            - E avranno torto, perché avevo battuto contro la spalliera del letto. Avevo un bozzo enorme: questo era il mio rimorso!

Sévigné                         - Lo fate apposta.

Josefa                            - (sincera) Apposta che?

Sévigné                         - Non è una cosa normale. Non potete essere stupida a tal punto!

Josefa                            - Lo dite per canzonarmi?

Sévigné                         - Insomma, sono fatti vostri. Ma vi consiglio di prendere un avvocato.

Josefa                            - Sono innocente; non ho bisogno di avvocati.

Sévigné                         - (insistente) Vi dico di prendere un avvocato.

Josefa                            - Non lo voglio!

Sévigné                         - (ancora più insistente) « Dovete »... Capitemi bene, « dovete » prendere un av­vocato.

Josefa                            - Vi ripeto che sono innocente.

Sévigné                         - Ragione di più! Per i colpevoli bastano i giudici.

Josefa                            - Mi hanno sempre detto il con­trario.

Sévigné                         - Il vostro è un caso grave. Assai più grave di quanto non crediate.

Josefa                            - Macché

Sévigné                         - Non parlo soltanto delle vostre contraddizioni e delle vostre menzogne, grandi o piccole. Esiste una testimonianza terribile, contro di voi: quella di Miguel Ostos. Ha parlato.

Josefa                            - Non è morto subito?

Sévigné                         - No, disgraziatamente per voi. (Un silenzio).

Josefa                            - (un grido del cuore) Allora, pove­retto, si è reso conto di morire!

Sévigné                         - Ha avuto il tempo di dire in pre­senza di qualche testimone: «Josefa perché hai fatto questo? ».

Josefa                            - (disperata) Lo ha creduto! Ha cre­duto che fossi stata io! Povero Miguel. Non è lui che bisogna compiangere! (Si gira su se stessa al colmo della disperazione) Oh, poveretto! Ha creduto che fossi stata io! Poveretto! poveretto.

Sévigné                         - Non è il solo che lo ha creduto.

Josefa                            - Ma degli altri me ne infischio! Mio povero Miguel! Povero Miguel!

Sévigné                         - Non cercate neanche di negare?

Josefa                            - (assorta nel suo dolore) Ma adesso, Miguel dovunque tu sia, lo sai che non sono stata io, vero?

Sévigné                         - Vi rifiutate sempre di prendere un avvocato?

Josefa                            - Mi rifiuto. Sì.

Sévigné                         - Ne incaricherò uno d'ufficio.

Josefa                            - Se può farvi piacere!

Sévigné                         - Volete leggere la vostra depo­sizione?

Josefa                            - A che serve, la giustizia esiste, almeno lo spero. Dove bisogna firmare?

Morestan                       - (onestamente) È preferibile che la leggiate. Avrei potuto commettere qual­che errore.

Josefa                            - L'errore è stato di arrestarmi. Dove bisogna firmare?

Morestan                       - Qui, sotto le parole « persiste e firma ».

Josefa                            - Persisto e firmo. (Il Giudice e il cancelliere firmano la deposizione).

Morestan                       - Grazie.

Josefa                            - Non mi ringraziate. Fate una bestialità ed io ve la lascio fare. Perché non ho ucciso Miguel. (Per la prima volta grida, anzi urla) Non l'ho ucciso!

Sévigné                         - Vedremo. (Fa un cenno a Morestan che si avvia verso la porta ed esce).

Josefa                            - (più calma) Amo molto... (Il nome sta per sfuggirle. Un gesto istintivo di Sévigné, che si fa più attento, le permette di riprendersi) Amo molto l'altro... abbastanza per morire, forse, ma non abbastanza per uccidere.

Sévigné                         - Può darsi.

Josefa                            - Potete riprendervi il vostro faz­zoletto. È di un uomo senza cuore. Mi ver­gognerei di asciugarmi le lacrime. (Morestan rientra seguito da un agente).

Sévigné                         - (all'agente) Portatela via. Eccovi il mandato...

Josefa                            - (all'agente che vuol trascinarla via) Non mi toccate! Altrimenti vi prendo a calci!

L’Agente                      - (con voce lamentosa) Signor Giu­dice...

Sévigné                         - (irritato va a sedere al proprio tavolo) Oh, sbrigatevela voi.

Josefa                            - (a Sévigné) Vi odio! Vi odio! (Esce. Breve silenzio).

Sévigné                         - (si alza furibondo) Accidenti d'un accidente, che accidenti!

Morestan                       - (stupito) Cosa c'è?

Sévigné                         - Si potrebbe essere più sfortunati? Proprio a me doveva capitare!

Morestan                       - Ma che cosa c'è, signor Giudice, cosa c'è?

Sévigné                         - C'è... c'è... che quell'idiota è innocente.

Morestan                       - Ho forse sentito male?

Sévigné                         - Innocente! Innocente, vi dico!

Morestan                       - Allora perché arrestarla?

Sévigné                         - Perché abbia un avvocato, qual­cuno che la consigli, che possa conoscere gli incartamenti, che le impedisca di dire tante stupidaggini!

Morestan                       - (incredulo) È innocente?

Sévigné                         - Salta agli occhi!

Morestan                       - Ai miei, no!

Sévigné                         - E allora mi si prepara una serie di tremende rotture di scatole! (Siede di nuovo).

Morestan                       - Temo anch'io.

Sévigné                         - Specialmente se il colpevole è colui che credo! (Si stringe la testa fra le mani).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

(La stessa scena. Tre giorni dopo alle tre pomeri­diane. Un bel sole invernale. Quando il sipario si alza la scena è vuota. Un breve silenzio, poi entrano Sévigné e Antonietta, molto allegri).

Antonietta                     - Sicché, povero tesoro, io ti faccio un regalo e tu non sei nemmeno capace di servirtene.

Sévigné                         - Che vuoi che ti dica? Il tuo sche­dario è un tale modello di perfezione, che prima di servirsene, bisognerebbe consultare la tavola dei logaritmi.

Antonietta                     - (va ad aprire la cartelliera) Credi? Guarda! È facilissimo!

Sévigné                         - Non devo fare altro che chiamarti ogni volta che vorrò servirmene.

Antonietta                     - Basta premere qui. È la cosa più semplice del mondo!

Sévigné                         - (a mani giunte, estatico) Ma come sei abile!

Antonietta                     - Per forza! Quando si ha a che fare con un buono a nulla! (Lo bacia).

Sévigné                         - E come sei franca, anche! (La bacia).

Antonietta                     - Mi conosci, no? Dritta come una spada! (Lo bacia).

Sévigné                         - O come un cavatappi! (La bacia).

Antonietta                     - Ah, come sai parlare delle donne, tu! (Mentre lo bacia gli tira un calcio nella gamba).

Sévigné                         - Ahi! E tu, come somigli a tua madre! (Stropicciandosi la tibia) Una somi­glianza che colpisce... (Zoppicando va al suo tavolo e bacia il ritratto di Antonietta).

Antonietta                     - (indignata) Sono qui!

Sévigné                         - Lo so.

Antonietta                     - Vieni subito a fare la pace!

Sévigné                         - (fingendo di soffrire atrocemente) Non posso camminare per colpa della mia povera tibia!

Antonietta                     - (va da lui ridendo) Animale! (Lo bacia).

Sévigné                         - Vipera! (La bacia).

Antonietta                     - Baci male.

Sévigné                         - (logico) Dal momento che stiamo litigando!

Antonietta                     - Baci malissimo!

Sévigné                         - Che orrore! Cominci a mentire, adesso?

Antonietta                     - Baci male da ieri sera!

Sévigné                         - Ingrata! Ingrata! e bugiarda! Cavatappi!

Antonietta                     - Da quando hai interrogato quella donnetta, non pensi più a quel che fai.

Sévigné                         - Vuoi che ti ripeta ciò che mi hai detto stanotte alle undici e tre?

Antonietta                     - (urtata) Guardavi l'ora?

Sévigné                         - Era « dopo ».

Antonietta                     - Ah... Ma è lo stesso. Da quando hai interrogato quella lì, non sei più tu neanche quando scherzi. (Sévigné canticchia).

Sévigné                         - (fingendosi preoccupato) Non sono più lo stesso quando scherzo... (Un grido di angoscia) Ma è spaventoso!

Antonietta                     - Ti piace o che altro c'è?

Sévigné                         - (fingendo di assumere un tono gelido) Chiedimi perdono immediatamente.

Antonietta                     - (indignata) Io?!

Sévigné                         - Prima di tutto per la mia tibia. E poi per la tua domanda stupida.

Antonietta                     - Mai e poi mai.

Sévigné                         - Se ti rifiuti, ti avverto che sta­notte non avrai nulla da dirmi alle undici e tre!

Antonietta                     - (con esagerata umiltà) Perdono!

Sévigné                         - E adesso chiedi perdono per non avermi chiesto perdono immediatamente.

Antonietta                     - Accidenti a quella lì. Ti chiedo perdono. (Lo bacia).

Sévigné                         - Così va bene. (Torna al suo tavolo e forma un numero al telefono) Pronto? Sei tu, Ardouin? Alla centrale mi hanno detto che la macchina l'avevi tu. Potresti prestarmela almeno dalle quattro alle sei? Mi faresti un vero favore. La mia è dal meccanico; non va il carburatore. (Ribellandosi) Il tuo de­litto. Il tuo delitto! Ma non è più urgente del mio! (Molto cortese) Grazie, caro! A buon rendere! (Riattacca).

Antonietta                     - Avrai finito per le sei?

Sévigné                         - Dopo ripasserò di qui per regola­rizzare i processi verbali.

Antonietta                     - Se ben capisco non sarai libero prima delle nove, nove mezzo.

Sévigné                         - (seduttore) Sì. E questa volta sono io a chiederti perdono.

Antonietta                     - In principio bisogna essere zelanti. Capisco! Non sono un'idiota!

Sévigné                         - (cantando) Non è idiota! Che felicità!

Antonietta                     - Inutile cantare! Mi rendo conto che non ne hai la minima voglia!

Sévigné                         - (garbato ma sincero) Mi stai sec­cando!

Antonietta                     - Il colpevole è un pezzo grosso, vero? Molto grosso! (Entra Morestan).

Morestan                       - (inchinandosi) Signora... Signor Giudice... (Sospende con cura cappello e so­prabito).

Antonietta                     - Buon giorno, signor Morestan.

Sévigné                         - Siete in anticipo.

Morestan                       - (prende a testimonio il proprio orologio) Le quattordici precise! Noi can­cellieri restiamo spesso in ufficio dopo l'ora di uscita, ma non ci veniamo mai prima.

Antonietta                     - (al marito) Avrai un sacco di rotture di scatole, per il fatto che quella lì non è colpevole?

Morestan                       - Certamente.

Sévigné                         - Chi ha chiesto la vostra opinione?

Morestan                       - Ed è tanto più seccante in quan­to che essa « è » colpevole!

Antonietta                     - Come, come? È colpevole?

Sévigné                         - (con tono che non ammette repliche) Morestan!

Morestan                       - Scusatemi, signor Giudice! Mi avete tanto raccomandato di non lasciarvi andare su una falsa pista!

Antonietta                     - (esplode) Ma allora avevo ra­gione io! Ti piace quella donnetta!

Sévigné                         - Ricominciamo?

Antonietta                     - E lei lo ha capito benissimo! Perché ti ha raccontato che non portava mutandine!

Sévigné                         - È innocente. Punto e basta.

Antonietta                     - Non sei incaricato di scovare gli innocenti, tu!

Sévigné                         - A stasera, cara.

Antonietta                     - Allora avresti dovuto fare l'avvocato.

Sévigné                         - (secco) A stasera!

Antonietta                     - (a Morestan) Lo sapete chi è il colpevole, secondo lui?

Morestan                       - (sincero) No! E confesso che non ne ho la minima idea.

Sévigné                         - Signor Morestan, mi avete espres­so il vostro parere. Vi ringrazio. (Breve pausa).

Antonietta                     - (pentita) Ti chiedo scusa di essermi immischiata nei tuoi affari.

Sévigné                         - Non ti scusare, Antonietta! I miei affari sono anche i tuoi, disgraziatamente per te!

Antonietta                     - Disgraziatamente?

Sévigné                         - A stasera, alle nove, tesoro!

Antonietta                     - (con molta tenerezza) Saremmo forse più felici, se io ti amassi un po' meno... È evidente. (Gli manda un bacio ed esce).

Morestan                       - (scoraggiato) Avete detto proprio « alle nove »?

Sévigné                         - Nove, nove mezzo... Perché dopo la perquisizione dobbiamo ancora lavorare qui.

Morestan                       - Devo segnalarvi una cosa piut­tosto irritante.

Sévigné                         - Un'altra?

Morestan                       - « L'Aurora » si occupa di noi, stamattina. E pubblica anche un bel ritratto dell’ « innocente ». (Mostra il giornale).

Sévigné                         - In prima pagina?

Morestan                       - No, in tredicesima, per fortuna. Ma ormai è venuto fuori un « caso Ostos ».

Sévigné                         - (dà un'occhiata all'articolo e poi ri­piega il giornale) Tanto peggio! (Altro tono) A proposito, Morestan: fra poco quando vi dirò di introdurre un teste, non abbiate nes­suna fretta...

Morestan                       - (stupito) Non devo aver fretta?

Sévigné                         - Mettete un po' d'ordine sul vostro tavolo... Cercate qualcosa, insomma non c'è premura... (Si bussa) Avanti! (Elia Cardinal mette dentro la testa ed entra. È l'avvocato nominato d'ufficio. Porta la toga. È giovane, pieno di buona volontà, sincero e simpatico).

Cardinal                        - (le battute seguenti saranno dette in fretta) Buon giorno, signor cancelliere.

Morestan                       - Signor avvocato...

Cardinal                        - (si presenta a Sévigné) Elia Car­dinal...

Sévigné                         - Caro avvocato, mi fa piacere veder voi prima della vostra cliente. Siete stato al carcere?

Cardinal                        - Sì, ieri. E proprio ora l'ho incon­trata nel corridoio.

Sévigné                         - E allora?

Cardinal                        - Ieri mi ha ricevuto malissimo. Non voleva assolutamente avvocati. Ho avuto l'impressione che volesse prendermi a calci.

Sévigné                         - Nelle tibie. Pare sia un'abitudine femminile... (Incontrando lo sguardo stupito di Morestan) Non preoccupatevi... Non potete capire!

Cardinal                        - Devo riconoscere che quella pove­retta è in condizioni pietose... Le terribili promiscuità del carcere... La lugubre cella... la doccia comune... le buone monache gentili ma spietate... da tre notti non chiude occhio.

Sévigné                         - Io nemmeno!

Cardinal                        - E la capisco!

Sévigné                         - Che pensate di Josefa Lanthenay, avvocato?

Cardinal                        - Avevo dato una rapida occhiata alla pratica e pensavo: « Si trova in cattive acque »... Ma appena le ho parlato mi sono convinto della sua innocenza.

Sévigné                         - È la mia teoria: prima dei fatti vi sono le persone.

Cardinal                        - Giustissimo!

Morestan                       - (sarcastico, fra i denti) I fatti sono fatti...

Sévigné                         - Per stabilire una colpevolezza, noi non abbiamo che la confessione, le testimo­nianze o le perizie. Io sostengo che bisogna diffidare di tutte e tre queste cose.

Cardinal                        - Notate che, per me, non è molto piacevole che essa sia innocente!

Sévigné                         - Lo so. Oh, scusatemi... Dove avevo la testa... Sedete, prego. Mi siete molto sim­patico.

Cardinal                        - E non è piacevole neanche per voi. Non sono io il solo responsabile. Se voi la mandate in Corte di Assise e io la lascio condannare, che figura ci facciamo?

Sévigné                         - Oh oh! Parlate per voi!

Cardinal                        - Quel che più mi appassiona è il dover dimostrare che è innocente, mentre tutto lì dentro (indica l’incartamento) l'ac­cusa.

Sévigné                         - È possibile, comunque.

Cardinal                        - Possibile, ma difficilissimo.

Sévigné                         - Troppe contraddizioni, eh?

Cardinal                        - (sincero) Confesso che sono un po' preoccupato.

Sévigné                         - Via, via...

Cardinal                        - Sono troppo giovane. Non ho abbastanza esperienza. Non so se potrò es­serle veramente utile.

Sévigné                         - Avete commosso me, commuo­verete gli altri!

Cardinal                        - Ci sa fare così poco, poveretta! Avrebbe bisogno di un principe del Foro!

Sévigné                         - A quanto pare non avete eccessiva fiducia nella giustizia.

Cardinal                        - (senza convinzione) Oh sì...

Sévigné                         - Dovreste dirlo con più convin­zione.

Cardinal                        - Vorrei tanto credervi... Ma qual­che collega mi ha assicurato che per voi, la causa era già decisa.

Sévigné                         - Non lo è affatto. (Breve silenzio).

Cardinal                        - (con calore) Oh, ma allora, scu­sate, la cosa cambia completamente. Voglio far vedere loro cos'è un avvocato d'ufficio!

Sévigné                         - Non cominciate ad esagerare.

Cardinal                        - Conosco a memoria il trattato di Garraud.

Sévigné                         - (sorridendo) Anch'io!

Cardinal                        - E Garraud è esplicito: « Quello che il giudice istruttore vuole, Dio lo vuole! ».

Sévigné                         - Non sempre!

Cardinal                        - So ciò che so!

Sévigné                         - Siete sconcertante, caro avvocato! Due minuti fa eravate scoraggiato... Ora quasi cantate vittoria! un po' di misura!

Cardinal                        - Peuh! La misura...

Sévigné                         - Non dovete fraintendermi. Non ho detto che Josefa Lanthenay è inno­cente, ma che non sono sicuro che sia col­pevole.

Cardinal                        - Ed io so che voi ne siete ancor più sicuro di me! (Scuote la testa) E se penso che quell'idiota vi detesta!

Sévigné                         - (reagisce) Morestan, fatela entrare. (L'agente fa entrare Josefa e poi va a prendere posto dietro di lei. Josefa appare assai mutata dopo i tre giorni trascorsi nel carcere. È livida ed i suoi occhi sembrano ancora più grandi. Le labbra sono pallide, e non solo perché le detenute non possono usare né il rossetto né la cipria. È anche spettinata, ma tuttavia ancora più seducente del primo atto. All'agente) Lia, vostra presenza non è indispensabile. Potete aspettare nel corridoio. (L’agente  salu­ta ed esce).

Josefa                            - (a Sévigné, angosciata) Lo so benis­simo che mi odiate. Ma fatemi uscire di là, fatemi uscire da quell'inferno. Dirò tutto quello che so. Ma sono innocente! Non voglio rimanere in prigione!

Sévigné                         - Sedetevi!

Josefa                            - (con rabbia) Si può anche crepare! nessuno si interessa di voi.

Sévigné                         - Su, su, siate calma... (Garbato) Sedete, signorina!

Josefa                            - (sconvolta) Signorina?! È la prima volta che mi sento chiamare così! (Sévigné e Cardinal si guardano commossi).

 Sévigné                        - (scettico) Non è possibile!

Josefa                            - In paese ero Josefa e mi davano del tu... al castello mi dicevano « voi » oppure « ragazza mia ». Mai « signorina ». Grazie, signor Giudice!

Sévigné                         - Sedetevi!

Josefa                            - (siede docilmente, pensierosa) Signo­rina! Com'è bello! Specialmente per una car­cerata.

Sévigné                         - Non divaghiamo!

Josefa                            - (seguendo la propria idea) Nell'« Au­rora » sono la ragazza Lanthenay. Meno male che finora non mi hanno chiamata «mondana».

Sévigné                         - Come? Avete letto l'« Aurora »?

Josefa                            - L'ho qui. (Cava dal seno la pagina 13 del giornale) Date un'occhiata a questo ri­tratto: è una vera vergogna!

Sévigné                         - Come vi siete procurato quel gior­nale?

Josefa                            - (malinconica) Se lui mi ha vista così... In tredicesima pagina. Somiglio a mamma Ragougne, che ha ottant'anni!

Sévigné                         - (paziente ma ostinato) Come vi siete procurato quel giornale?

Josefa                            - Il primo giorno, alla Roquette, ci procurano tutto quello che vogliamo.

Sévigné                         - (sorpreso) L'amministrazione?

Josefa                            - Le altre carcerate... ma ho l'im­pressione che stasera o domani... presto in­somma, in un modo o nell'altro bisognerà pagare... (Rabbrividisce dal disgusto).

Sévigné                         - È molto difficile interrogarvi.

Josefa                            - Oggi no. Oggi sarò brava. (Con profondo scoraggiamento) Non voglio rima­nere in prigione.

Sévigné                         - Oh, meno male! (Con molto garbo) Prima domanda...

Josefa                            - (lo interrompe) L'altro giorno si crepava di freddo qui. Oggi si soffoca! (Si toglie la giacca che poggia con molta cura sulla spalliera della seggiola).

Morestan                       - Devo forse aprire la finestra, signor Giudice?

Sévigné                         - (acconsente) Se non vi dispiace. (A Josefa) Ripeto: Prima domanda... È la sola veramente importante: il nome del vostro amante.

Josefa                            - Miguel Ostos.

Sévigné                         - (irritato) Non recitate la parte dell'idiota! È questa che definite la vostra sin­cerità? Vi chiedo il nome dell'altro. (Josefa tace) Non volete rispondere? (Silenzio).

Cardinal                        - Rispondete, figliuola mia. (Si­lenzio) Vi ho già detto...

Sévigné                         - (secco) Vi prego, avvocato. Devo ricordarvi che durante l'istruttoria, non avete il diritto di sostituirvi alla vostra cliente.

Cardinal                        - Ma...

Sévigné                         - Né di darle consigli. (Un gesto di Cardinal) Nemmeno per aiutarmi.

Cardinal                        - (sorridendo) Lo so, lo so. Se avessi avuto un segretario ve lo avrei man­dato... (La porta si apre bruscamente e compa­re Antonietta).

Antonietta                     - Disturbo?

Sévigné                         - (con rabbia) Sì... molto. (Anto­nietta che è tornata solo per farsi un'idea di Josefa, non smette di fissarla mentre parla col marito. Josefa appare imbarazzata e si stringe la gonna sulle gambe, unico gesto di pudore che sembra conoscere).

Antonietta                     - (continuando a valutare Josefa) Mi basta un minuto. Se invitassimo a pranzo il Procuratore potresti spiegargli...

Sévigné                         - (tagliente) Vuoi andartene, per favore?

Antonietta                     - (guardando Josefa) Comincio a capire molte cose.

Sévigné                         - (a denti stretti) Ti prego di andar­tene subito!

Antonietta                     - (uscendo) Ne riparleremo sta­sera, caro Camillo! (Sbatte violentemente la porta).

Josefa                            - È vostra moglie?

Sévigné                         - Non mi avete risposto.

Josefa                            - (botta e risposta) Voi nemmeno.

Sévigné                         - Aspetto il nome del vostro amante.

Josefa                            - È certamente vostra moglie. Del resto voialtri giudici non avete che mogli.

Sévigné                         - Come si chiama il vostro amante?

Josefa                            - (torcendosi dal ridere) Camillo...

Morestan                       - (indignato) Signor Giudice!

Sévigné                         - (che non si diverte più) Vi garan­tisco che lo saprò prima di cinque minuti.

Josefa                            - Mi stupirebbe. (Silenzio).

Sévigné                         - (guarda l’incartamento) Che ne pen­sate dei vostri padroni?

Josefa                            - Dei signori Beaurevers?

Sévigné                         - Appunto, non ne avete altri, mi pare.

Josefa                            - Sono molto buoni. La signora spe­cialmente.

Sévigné                         - La signora, specialmente?

Josefa                            - Eppure è bella, elegante, distinta... Ciò nonostante non alza mai la voce!

Sévigné                         - È molto bella?

Josefa                            - E come!

Sévigné                         - Però avete dichiarato all'ispettore Colas: « Non c'è male per chi ama quel tipo...».

Josefa                            - Sì, ma a me piace. A Espolette diciamo: è fresca come una pittura».

Sévigné                         - Volete dire: « molto truccata »?

Josefa                            - Voglio dire: « molto fresca ». Con certi ocelli... Che occhi! Mio padre dice che sono tanto ardenti che vi si potrebbe accen­dere la pipa!

Sévigné                         - Esagerazione!

Josefa                            - Anche Miguel sapeva un proverbio sugli occhi... Com'era? « Le palpebre delle donne sono dei ventagli o dei sipari ».

Sévigné                         - Caspita!

Josefa                            - Non è certo la prima venuta, la signora! Perfino quel demonio della cuoca la trovava super... Sicché!

Sévigné                         - E il signore?

Josefa                            - Il signore?

Sévigné                         - Il signore, sì. Non comprendete la mia domanda?

Josefa                            - Anche il signore è straordinario. Per forza! Prendete nota, Morestan.

                                      - Sì, signor Giudice. Prendo nota

Sévigné                         - Anche lui un super?

Josefa                            - Certo! (Rettifica) Forse un po' pedante.

Sévigné                         - Morestan di tutto.

Josefa                            - Ma mai un rimprovero. Tanto che un giorno gli ho detto: « Non è possibile che siate tanto contento di me »!

Sévigné                         - E lui, cosa ha risposto?

Josefa                            - (che se ne ricorda benissimo) Non mi ricordo più... Una delle solite frasi dei padroni. (Breve silenzio).

Sévigné                         - (dopo aver consultato l’incartamento) Non avevate lo stesso giorno di uscita, Ostos e voi?

Josefa                            - No: io avevo il mercoledì e lui il lunedì, a causa del servizio.

Sévigné                         - Nei primi tempi della vostra rela­zione con lui, e per più di un anno siete uscita tutti i mercoledì, per andare al ballo o al cinema.

Josefa                            - Oh, tutti i mercoledì, poi...

Sévigné                         - Tutti i mercoledì; con un'amica o sola. Ma tutti i mercoledì.

Josefa                            - (aggressiva) Perché! Non ne avevo il diritto?

Sévigné                         - In settembre, nei suoi giorni di permesso, Miguel Ostos se ne andò al suo paese, mentre voi siete rimasta a Hauterive.

Josefa                            - Proprio così.

Sévigné                         - In ottobre tutti rientrarono a Parigi. E da quel momento avete passato tutti i mercoledì nella vostra stanza.

Josefa                            - Tutti i mercoledì, poi...

Sévigné                         - Tutti i mercoledì! tanto che Ostos, sebbene fosse geloso... cito la depo­sizione della cuoca...

Josefa                            - (automaticamente) Quel demonio!

Sévigné                         - (leggendo) « Ostos diceva a Josefa: " Finirai per intristirti, cara! "».

Josefa                            - (sogghigna) «Intristire»... è una invenzione della cuoca; questa parola Miguel non la conosceva nemmeno. (Un silenzio pro­lungato. Sévigné la guarda).

Sévigné                         - (bruscamente a Morestan) Introdu­cete il teste Beaurevers,

Josefa                            - (agitata) Come? Verrà il signore? (Secondo le istruzioni ricevute, Morestan mette a posto delle pratiche, riordina il proprio ta­volo, ecc. Insomma, non si dà premura).

Sévigné                         - (con finta indifferenza) Vi metterò a confronto. (Rimane assorbito nella lettura dell’incartamento).

Josefa                            - (sempre più angosciata) Ma lui non c'entra niente in questa faccenda.

Sévigné                         - Cosa aspettate, Morestan?

Morestan                       - (senza affrettarsi) Subito, signor Giudice!

Josefa                            - (involontariamente va a specchiarsi nei vetri della finestra. Febbrilmente) So­no un orrore. Ho il naso lucido e gli occhi che arrivano fin qui... (Tocca la guancia al centro) La sorvegliante ci ha tolto la cipria, il rossetto, tutto... (Si ripettina alla meglio) Non mi hanno nemmeno lasciata quella sciarpetta rosa che mi stava tanto bene. Per paura che mi impiccassi... Imbecilli! (Si volta e vede che i tre uomini la stanno osservando. Capisce) Ah! (Morestan esce).

Sévigné                         - Vi avevo avvertita che avrei sco­perto il vostro segreto prima di cinque minuti!

Josefa                            - Mi rimetterò la giacca così sem­brerò meno serva. (Cardinal la aiuta ad indos­sarla) Grazie. (A Sévigné) Vi disprezzo, signor Giudice, vi disprezzo con tutto il cuore. Non ho mai detto a nessuno una cosa simile! (Maria Domenica Beaurevers si precipita nella stanza nonostante l’opposizione di Morestan. È una bella signora, distinta: Josefa non ha esagerato parlando di lei).

Maria Domenica           - (briosa) Eccoci, signor Giudice!

Morestan                       - (tentando di interporsi) Vi ripeto signora, che il signor Giudice vi ascolterà dopo.

Maria Domenica           - Avete capito male!

Morestan                       - Vi prego, signora! (Approfit­tando della confusione, Cardinal parla alla sua cliente).

Cardinal                        - (a mezza voce) Il Giudice fa di tutto per salvarvi e voi lo insultate.

Josefa                            - (sorpresa) Credete?

Cardinal                        - Ve lo giuro! Me lo ha quasi affermato, poco fa! (Ad uno sguardo di Sévigné) Burnì Entra Beaurevers. È come sua moglie, supremamente elegante, si esprime con grande ricercatezza. Ma tale affettazione è così antica, che è quasi divenuta in lui una cosa naturale. È un uomo di grande linea, flemmatico, anno­iato di tutto).

Maria Domenica           - Non credo vogliate in­terrogare mio marito senza che io sia presente; non è vero, signor Giudice?

Sévigné                         - È proprio ciò che desidero fare, signora.

Maria Domenica           - Cosa potete dirgli che io non possa sentire?

Sévigné                         - (freddo) Qui dentro le domande le faccio io, signora. Vi prego di ritirarvi, scusandomi.

Maria Domenica           - (al marito) Avete sentito, signor Beniamino?

Beaurevers                    - Ho sentito, cara amica.

Maria Domenica           - È questa la vostra unica reazione?

Beaurevers                    - Evidentemente il signor Giu­dice potrebbe essere più affabile. Ma forse non ne ha il tempo.

Josefa                            - (a Sévigné che tratta, da ora in poi, come un amico) Straordinario vero? Non si capisce la metà di quel che dice!

Sévigné                         - State tranquilla, signora. Fra poco interrogherò anche voi.

Maria Domenica           - (con alterigia) Mi interro­gherete?

Sévigné                         - E posso quasi promettervi che vostro marito non assisterà al nostro collo­quio.

Maria Domenica           - Quanti misteri per una cosa così semplice!

Sévigné                         - Non tanto semplice come vi piace di credere, signora.

Maria Domenica           - (irritata) È a voi che dob­biamo queste noie, Josefa.

Josefa                            - (fredda) Pare. Mi dispiace molto per la signora.

Maria Domenica           - (con amaro rimprovero) E dire che avevo tanta fiducia in voi, Josefa!

Josefa                            - Non ho fatto nulla per essere ac­cusata.

Sévigné                         - (impaziente) Riaccompagnate la signora, Morestan.

Maria Domenica           - Quanto tempo contate di farmi aspettare?

Sévigné                         - Non so esattamente, signora. Fate conto di aver perduto il vostro turno dal parrucchiere.

Maria Domenica           - (con rabbia) La giustizia! Che parola vana! (Esce).

Beaurevers                    - Posso sedere? Sono spossato.

Sévigné                         - Prego... (A Josefa) Sedete anche voi. (A Beaurevers) Scusate... Si tratta di una semplice formalità. Nome, cognome, professione.

Beaurevers                    - Beniamino Beaurevers, ban­chiere, via della Faisanderie, 112.

Josefa                            - (senza preoccuparsi degli altri, con pas­sione a Beauveres) Il signore è dimagrito! Siete dimagrito! (Durante tutto Tatto lo chia­merà signore come se dicesse « amor mio »).

Beaurevers                    - Nemmeno voi avete una bella cera, povera Josefa.

Josefa                            - È perché in carcere ci tolgono la cipria e il rossetto.

Beaurevers                    - E a me hanno tolto il whisky! Ecco perché...

Josefa                            - Il signore sarà desolato! Al signore piace tanto il whisky!

Beaurevers                    - Ne sono abbastanza infasti­dito, lo ammetto.

Sévigné                         - (che li ha osservati intensamente) Permettetemi di ricordarvi che siete in pre­senza del Giudice istruttore.

Beaurevers                    - Lo sapevo.

Josefa                            - (fa un grazioso gesto verso Sévigné) Vedrete com'è carino! (A Beaurevers, indi­cando Sévigné).

Sévigné                         - (cerca il modo di formulare la domanda) Dunque, signor Beaurevers... potete dirmi ...sì, insomma, spiegarmi...

Beaurevers                    - (protettore) Non vi turbate. Sono un brav'uomo, io.

Sévigné                         - (furioso) Ne sono certo. Siete ammogliato da molto tempo?

Beaurevers                    - (in tono vago) Sì... mi pare.

Josefa                            - (precisando) Ventisei mesi.

Beaurevers                    - (sorpreso) Soltanto?

Sévigné                         - (sardonico) Il tempo vi è sembrato lungo?

Beaurevers                    - Maria Domenica era un'amica d'infanzia. Ho la sensazione di averla sposata quando facevo la quinta.

Sévigné                         - Non bisogna sperare troppo su queste unioni di adolescenti.

Beaurevers                    - (ermetico) Spera chi può.

Sévigné                         - (bruscamente) Sapete perché Josefa Lanthenay non è più uscita dalla sua camera, il mercoledì, dopo il ritorno a Parigi, in ot­tobre? (Josefa e Beaurevers scambiano uno sguardo che non sfugge a nessuno).

Josefa                            - (strizzando l’occhio verso Sévigné) Potete dire quel che vi pare e piace. Il signor Giudice capisce tutto.

Beaurevers                    - (dopo un'occhiata gelida a Josefa) Noi lasciamo al nostro personale libertà assoluta di usufruire a loro piacimento dei giorni dei loro permessi ebdomadari.

Sévigné                         - Non potreste parlare più sempli­cemente?

Beaurevers                    - Mi piacerebbe. Ma non so. (Prende una pasticca da una scatoletta d'oro).

Josefa                            - (entusiasta) Doveva sempre ripe­tere gli ordini due o tre volte prima che li capissimo!

Sévigné                         - Nel vostro appartamento di via della Faisanderie c'erano altri uomini, oltre la vittima e voi?

Beaurevers                    - No. (Ironico) Abbastanza sem­plice la mia risposta?

Sévigné                         - Eppure siamo convinti che Josefa Lanthenay aveva un altro amante!

Beaurevers                    - (con finto rimprovero) Oh, Josefa! (Josefa si nasconde il volto fra le mani per non far vedere che ride).

Sévigné                         - E che quell'amante non potevate essere che voi! (Silenzio).

Beaurevers                    - Cosa debbo rispondere?

Sévigné                         - La verità.

Beaurevers                    - Sarei costernato se mia moglie lo sapesse.

Sévigné                         - Spero che non dovremo farglielo sapere.

Beaurevers                    - (decidendosi) E va bene! Allora si.

Josefa                            - (felice a Cardinal) Lo ha detto! lo ha detto! Grazie, signore!

Sévigné                         - Prendete nota, Morestan.

Morestan                       - L'ho anche sottolineato, signor Giudice!

Sévigné                         - E da quando?

Beaurevers                    - (ormai rassegnato) Da settem­bre, a Hauterive.

Sévigné                         - Molto interessante.

Josefa                            - (allegramente) Grazie, signor Giu­dice.

Beaurevers                    - Non esageriamo. Settembre è un mese austero a Hauterive. Maria Dome­nica - mia moglie - è una specie di amaz­zone, sempre in giro, a cavallo, per monti e per valli, con un mio amico, il signor D'Azergues.

Sévigné                         - (senza dar peso) E chi è questo signor D'Azergues?

Beaurevers                    - Un povero diavolo, un po' zoppo, come tutti i diavoli, ma ottimo cavaliere, però, che io ospitavo - diciamo pure - quasi per carità.

Sévigné                         - Capisco.

Beaurevers                    - Allora capirete pure che avendo sempre accanto in tutte le ore del giorno, questa deliziosa gattina.

Josefa                            - (a Sévigné) Sapete cos'è l'intuito femminile?

Sévigné                         - Sì.

Josefa                            - È una cosa che ho. Ho sentito j subito che gli piacevo.

Beaurevers                    - Come vi è noto, signori, l'uo­mo corre dietro alla donna finché lei lo afferra. Che altro debbo aggiungere? Occa­sione, l'erba fresca.

Josefa                            - (rettifica) Fu nella biblioteca.

Beaurevers                    - La fortuna o la disgrazia -come preferite - volle che essa avesse luci­dato, proprio quel giorno, il pavimento della biblioteca: 18 metri per 16. Troppo ben lucidato. Josefa scivolò...

Morestan                       - (fra i denti) Naturalmente.

Beaurevers                    - Per la verità devo dire che essa non porta mai sottabiti...

Josefa                            - Lo sanno!

Beaurevers                    - (molto stupito) Ah? (A Sévigné sardonico) Approfondite molto le vostre inchieste.

Sévigné                         - E voi non siete poi tanto riser­vato come proclamava la vostra amante!

Beaurevers                    - (sincero) Quale amante?

Josefa                            - (graziosamente) Io, signore!

Beaurevers                    - Già, è vero! Sei la mia amante!

Josefa                            - (subito) Soltanto per la giustizia!

Beaurevers                    - È ridicolo, ma è così!

Sévigné                         - È così!

Beaurevers                    - Per me, era il mio fiorellino dei campi!

Josefa                            - Oh no, scusate. I fiori dei campi non hanno odore e appassiscono subito!

Sévigné                         - Avete scritto mai a Josefa Lan­thenay?

Beaurevers                    - (ilare) Io? mai!

Josefa                            - (ferita) Oh!

Sévigné                         - L'ispettore Colas ha trovato nella sua camera una vostra lettera.

Beaurevers                    - Impossibile!

Sévigné                         - (la cava fuori dal fascicolo col gesto del prestigiatore) Eccola!

Josefa                            - (familiarmente) Me la restituirete, eh?

Sévigné                         - Le scrivevate: (legge) « Mia pic­cola Josefa, tornerò sabato. Siate pronta. Beaurevers ».

Beaurevers                    - Non è compromettente.

Josefa                            - (sospira) No.

Beaurevers                    - (beffardo) Sebbene quel « siate pronta » autorizza diverse interpretazioni.

Josefa                            - (a Sévigné) Era a Parigi per due settimane. E mi scriveva. Scriveva a me.

Sévigné                         - Non vi agitate.

Josefa                            - (a Beaurevers) Ero così felice! così felice! Per due giorni ho creduto di essere innamorata del portalettere.

Sévigné                         - Avvocato, non vi proibisco di consigliare alla vostra cliente un po' di discrezione.

Cardinal                        - (a Josefa) Ve ne prego. Nel nostro interesse.

Josefa                            - (a messa voce ma sperando che Sévigné senta) Sto zitta. Però è simpatico il nostro Giudice, non trovate?

Morestan                       - (borbotta) Avremo anche diritto al sex-appeal, ora.

Sévigné                         - (a Beaurevers che sgranocchia un'altra pasticca) E siete rientrato il sabato?

Beaurevers                    - Sono rientrato.

Sévigné                         - Naturalmente la sera stessa...

Josefa                            - (con un sorriso squisito) Ero pronta.

Beaurevers                    - Maria Domenica non aveva voluto lasciare Parigi.

Josefa                            - (a Beaurevers) Non dimenticherò mai quei quattro giorni che mi avete dato.

Beaurevers                    - (estenuato dalla passione di Josefa) Ma sì! Ma sì!

Josefa                            - Mai! Dio sa se ho provato.

Sévigné                         - (la guarda. Silenzio) Da allora vi siete rivisti spesso?

Beaurevers                    - (indifferente) Quella ragazza è più allettante di quanto si potrebbe credere.

Josefa                            - (a Sévigné briosa) Non sono poi sempre una rompiscatole! 04 Beaurevers) Scusate.

Beaurevers                    - No. È gelosa come tutte le ragazze senza educazione, ma probabilmente è perché mi ama molto.

Josefa                            - (a Sévigné) Appena aveva qualche seccatura il signore veniva su...

Sévigné                         - Ci andavate spesso?

Josefa                            - Tutti i giorni!

Sévigné                         - (tenta di far parlare Beaurevers) Ma Ostos?

Beaurevers                    - Ostos? perché?

Sévigné                         - Non vi dava impiccio, Ostos?

Beaurevers                    - Lo mandavo al punto opposto di Parigi per ritirare, fermo posta, qualche letterina profumata che io stesso mi ero indirizzata.

Josefa                            - (a Sévigné) Lo ha fatto andare parecchie volte in provincia.

Beaurevers                    - Mi compativa molto, suppo­nendo che fossi innamorato e annettessi tanta importanza a quelle lettere. Era un'i­diota.

Sévigné                         - (di colpo) Non gli volevate molto bene, eh?

Beaurevers                    - Lo esecravo.

Sévigné                         - Ah! ah! Prima o dopo?

Beaurevers                    - (che non comprende davvero) Come?

Josefa                            - Il signor Giudice domanda se pri­ma o dopo di me.

Beaurevers                    - Oh, prima, prima!

Josefa                            - Era quello che temevo.

Beaurevers                    - Innanzi tutto mi superava di tutta la testa... una bella testa di bruto. Puzzava d'uomo. E poi era taciturno e quasi muto, di una insolenza imbarazzante. Solo alle donne, si rivelava. Avevo già pensato di liberarmene.

Sévigné                         - (ripete intenzionalmente) Di libe­rarvene?

Beaurevers                    - Dandogli gli otto giorni, beninteso. Ma vi ho rinunziato pensando che avrebbe portato via Josefa.

Josefa                            - (a Cardinal) Mi ama assai più di quanto non creda.

Cardinal                        - Silenzio.

Sévigné                         - (attacca) Siete arrivato per primo sul luogo del delitto?

Beaurevers                    - (sorpreso) Credo... sì... può darsi.

Sévigné                         - Credete? non ne siete dunque certo?

Beaurevers                    - (si è già ripreso) Ne sono certo. Mia moglie, invece, è arrivata dopo.

Sévigné                         - E che cosa avete visto?

Beaurevers                    - Ho visto Josefa svenuta ai piedi del letto e... debbo dirlo? completa­mente nuda.

Josefa                            - Mi sento molto imbarazzata.

Beaurevers                    - (imparziale) Bellissima, del resto.

Josefa                            - Signore, è troppo buono.

Beaurevers                    - Per prima cosa mi sono occu­pato di lei.

Sévigné                         - Beninteso...

Beaurevers                    - Ma mi sono subito tranquil­lizzato. Il suo petto si sollevava rego­larmente.

Josefa                            - La cosa migliore che ho.

Beaurevers                    - Allora mi sono avvicinato a Ostos.

Sévigné                         - Che stava?...

Beaurevers                    - Verso il fondo della camera, col viso contro il pavimento.

Sévigné                         - E parlava?

Beaurevers                    - Sì.

Sévigné                         - Avete compreso chiaramente ciò che diceva?

Beaurevers                    - Non posso affermarlo.

Sévigné                         - (con marcata impertinenza) E fin dove giungerete?

Beaurevers                    - (fingendo di ignorare l’imperti­nenza) Ha pronunziato una sola frase, ma l'ha ripetuta varie volte. Perciò l'ho capita.

Sévigné                         - Vorreste ripe cerei quella frase, per favore?

Beaurevers                    - (reciso) No.

Sévigné                         - Perché?

Josefa                            - Davanti a me? ma per chi lo prendete?

Beaurevers                    - (a Josefa) Mi conoscete bene, voi. Grazie.

Josefa                            - (aggressiva a Sévigné) Si può andare a letto con la cameriera e avere buon cuore.

Sévigné                         - (imperioso) Signor Beaurevers, vi prego di ripeterci quella frase.

Josefa                            - La dirò io! Miguel continuava a ripetere: « Josefa, perché mi hai fatto que­sto? ». Era convinto che lo avessi ucciso per salvare il signore. Oh, ne sarei stata capace?

Cardinal                        - Volete tacere? (Verso Sévigné) Chiedo scusa, signor Giudice.

Sévigné                         - (senza dare importanza all'incidente) Josefa Lanthenay, avete sentito pronun­ziare quella frase dalla vittima?

Josefa                            - No. Ripeto quel che mi avete detto voi.

Sévigné                         - Ed io ripetevo quello che aveva detto il signor Beaurevers.

Josefa                            - Ah!

Sévigné                         - (a Beaurevers) Giacché, in fin dei conti, siete stato il solo ad aver sentito quell'accusa!

Beaurevers                    - (per guadagnar tempo) Come?

Sévigné                         - Vostra moglie era già arrivata quando Miguel la pronunciò?

Beaurevers                    - Non so... non credo.

Sévigné                         - Dicevo, dunque, che siete stato il solo a sentirla.

Beaurevers                    - Probabilmente.

Sévigné                         - Avreste quindi potuto fare a meno di parlarne? (Breve silenzio).

Beaurevers                    - Infatti.

Josefa                            - (viene in suo aiuto) Ma ora la verità! Ha detto tutta la verità!

Sévigné                         - Non capisco bene il vostro atteg­giamento: siete il solo a sentire una frase che può rovinare la vostra amante...

Josefa                            - Nulla può rovinarmi. Sono inno­cente.

Sévigné                         - E vi affrettate a riferirlo all'ispet­tore Colas.

Beaurevers                    - Non mi sono « affrettato ».

Sévigné                         - Sì. L'ispettore Colas, non appena conosciuti i vostri rapporti intimi con l'ac­cusata, se ne è mostrato sorpreso.

Beaurevers                    - Mi rimproverate di aver illu­minata la giustizia?

Sévigné                         - Mi stupisco di sentirvi accusare una ragazza che vi ama...

Josefa                            - Il signore ha fatto bene. Sa che non ho nulla da temere.

Sévigné                         - ... accusandola deliberatamente con le incontrollabili parole di un morto.

Beaurevers                    - La definizione « incontrolla­bile » non mi piace molto.

Sévigné                         - Ne sono desolato. Ma non conosco un altro termine per definire una frase che non si può controllare.

Beaurevers                    - Dite senz'altro che l'ho inven­tata.

Sévigné                         - Non giungerò a tal punto.

Beaurevers                    - (imitando Sévigné) E fin dove giungerete?

Sévigné                         - Fino a dire « avreste potuto » inventarla.

Josefa                            - Ma sentitelo!

Beaurevers                    - (minaccioso) Sapete con chi parlate?

Sévigné                         - Fino a sospettare che lo sveni­mento dell'accusata e l'assenza di vostra moglie vi hanno permesso di attribuire a Ostos alcune parole che ritenevate utili.

Beaurevers                    - (tagliente) Utili? Avevo biso­gno di attribuire alcune parole che ritenevo utili?

Josefa                            - (a Sévigné) Sapete che siete un bel tipo?

Sévigné                         - Utilissime. Perché parecchi' giorni prima del delitto, Ostos aveva sospet­tato di voi.

Beaurevers                    - No!

Josefa                            - Sì! Ma il signore non lo sapeva!

Beaurevers                    - Non lo sapevo!

Sévigné                         - Mi stupite. Ho qui la deposizione di Marta Herbeaux. (La cava fuori dal fasci­colo col suo solito gesto di prestigiatore).

Josefa                            - Quella brava Marta.

Sévigné                         - Qualche giorno prima del delitto, dunque, essa vi aveva consigliato di rom­pere i rapporti con Josefa Lanthenay.

Josefa                            - Che carogna!

Sévigné                         - E voi le rispondeste con una espressione, che in linea di massima non corrisponde troppo al vostro carattere. (Leggendo) «Cosa volete che vi dica, mia buona Marta? L'ho nella pelle! ».

Josefa                            - (a Beaurevers) Perché non lo avete mai detto a me?

Beaurevers                    - (alzando le spalle) Quale mo­tivo avrei avuto per fare una simile confi­denza alla cuoca?

Sévigné                         - Vi aveva sorpresi insieme...

Josefa                            - Vacca!

Sévigné                         - ... e voi le pagavate il suo silenzio cinquantamila franchi il mese.

Josefa                            - Le facevo guadagnare cinquanta­mila franchi al mese, io? Sento che sto per svenire!

Sévigné                         - Del resto lei si sforzava di guada­gnarli, poiché si è limitata a consigliarvi di rompere. Ha giustificato il suo consiglio aggiungendo: (Legge) «Il signore dovrebbe diffidare di Miguel ».

Beaurevers                    - (impassibile) Non lo ricordo.

Sévigné                         - Non lo ricordate?

Josefa                            - (volubilmente) La memoria fa certi scherzi! Anch'io, a volte avevo come dei vuoti... Per fortuna, da qualche tempo, sto meglio. Adesso ricordo quando ho dimenti­cato qualche cosa... però se potessi ricordare quel che ho dimenticato! (Appare scon­certata dallo sguardo dei tre uomini).

Sévigné                         - (a Beaurevers dopo un breve silenzio) Vi piace il modo di difendervi dell'accu­sata?

Beaurevers                    - (con forza) Sì. Essa difende me che l'accuso. Lo trovo molto nobile. Vi rin­grazio, Josefa.

Josefa                            - Non c'è di che, signore.

Sévigné                         - Sicché non ricordate di essere stato messo in guardia da Marta Herbeaux?

Beaurevers                    - Assolutamente no.

Sévigné                         - In conseguenza non potete nem­meno ricordare di averle risposto. (Legge la deposizione) « Non si tratta di colpire forte, ma di colpire per primo ».

Beaurevers                    - Di conseguenza, no.

Sévigné                         - Né di aver aggiunto: « Il coltello è un'arma meno sicura della rivoltella ».

Beaurevers                    - È ridicolo!

Josefa                            - (si capisce che comincia ad essere preoc­cupata) Sapete che il fuoco finisce col dare alla testa alle cuoche, è risaputo. Sicché Marta può benissimo avere inventato quelle frasi. Non c'erano nemmeno testimoni.

Sévigné                         - (brusco a Josefa) Se dite ancora una parola vi faccio uscire!

Beaurevers                    - Non v'erano nemmeno testi­moni!

Sévigné                         - Non sempre siete stato fortunato. La vostra conversazione col signor Guil­laume ha avuto vari testimoni.

Beaurevers                    - Mascalzone!

Sévigné                         - Meno male! Ricominciate a par­lare come gli altri.

Beaurevers                    - Avete interrogato Ancenis?

Sévigné                         - È venuto a testimoniare sponta­neamente. (Cava fuori un foglio dal fascicolo).

Josefa                            - Ancenis è quello che ha le mani sempre fredde?

Sévigné                         - Prima della vostra litigata, una notte al circolo Volney, gli avete confidato che adoravate una certa Jojò.

Josefa                            - Oh Jojò...

Sévigné                         - Ma non avete creduto necessario, però, informarlo che Jojò era la vostra came­riera. Avete assicurato però che per tener-vela... (Legge) « Sareste stato capace di tutto, anche di una follia. Anche di un divorzio. Anche di un delitto ».

Josefa                            - (pazza dalla gioia) Signor Giudice, permettetemi di dargli un bacio.

Sévigné                         - (chino su Beaurevers mentre respinge Josefa) Avevate tanto alzato la voce, che il barman ed il signor Thurner, convocati da Ancenis, hanno confermata la sua deposi­zione. (Con il suo grazioso gesto di giocoliere cava fuori due fogli dal fascicolo. Silenzio) Forse la vostra memoria vi tradisce ancora una volta?

Beaurevers                    - No... no... mi ricordo, infatti.

Sévigné                         - E adesso sapete perché vi tro­vaste per primo sul posto del delitto?

Beaurevers                    - Veramente no.

Sévigné                         - Perché avevate fatto il neces­sario; perché seguendo una tattica che pre­ferivate, avevate mandato Marta Herbeaux all'altro punto di Parigi.

Beaurevers                    - Era il suo giorno di uscita.

Sévigné                         - Ne avevate fatto voi il suo giorno di uscita. L'avevate pagata affinché uscisse quel giorno.

Josefa                            - (nauseata) La pagavano per farla uscire!

Sévigné                         - Pagata perché dormisse in casa della sua vecchia amica di Asnières. Pagata affinché non rientrasse prima delle nove della mattina seguente. Pagata per trovarvi per primo sul posto del delitto.

Beaurevers                    - Marta non può aver insinuato tutto questo!

Sévigné                         - E anche varie altre cose, che voi, naturalmente, negherete. Come questa, per esempio, che risale alla vigilia del de­litto... (Solito gesto per cavar fuori il foglio) «Il signore mi ha ancora detto con strana voce, che non poteva più sopportare il pen­siero che Miguel e lei... ».

Beaurevers                    - Ma è falso! falso!

Josefa                            - Il signore lo sopportava benis­simo.

Beaurevers                    - Perché quella miserabile alla quale versavo una rendita si accanisce contro di me?

Josefa                            - (è una delle poche volte che gli da del tu) Qualcun altro l'ha pagata. Più di te. (Sévigné la guarda).

Sévigné                         - (volgendosi all’improvviso verso di lei) Josefa Lanthenay; voi avete risposto a molte domande. Soprattutto a quelle che non vi sono state rivolte.

Josefa                            - Oh, non crediate che ci tenga! Vorrei non aver niente da dire, perché, « niente » è la sola cosa della quale possiamo essere veramente certi.

Sévigné                         - Ma v'è una domanda che avete lasciato senza risposta.

Josefa                            - Davvero?

Sévigné                         - Vi siete perfino chinata per impe­dirmi di vedere l'espressione del vostro viso.

Josefa                            - Come come?

Sévigné                         - Ora vi ripeto quella domanda: « Avete ricevuto altre visite oltre quella di Ostos, la sera del delitto? ».

Josefa                            - (veramente stanca) Non capisco nulla. Ho il cervello troppo piccolo per tutto quello che volete cavarne.

Sévigné                         - Ripeto: qualcun altro, oltre Mi­guel Ostos, è venuto da voi quella sera?

Josefa                            - (si alza) Riportatemi in carcere.

Beaurevers                    - Rispondete, Josefa.

Josefa                            - (istintivamente) Signore, è pazzo? (Scusandosi) Oh, scusatemi.

Beaurevers                    - Sono rimasto io con Josefa dalle otto alle dieci.

Josefa                            - (onestamente) È stato meraviglioso!

Beaurevers                    - (a Sévigné) Siete soddisfatto?

Sévigné                         - (rettifica con indifferenza) Inte­ressato.

Beaurevers                    - E vi darò ancora un aggra­vante contro di me.

Sévigné                         - (con squisita cortesia) Prego!

Beaurevers                    - Josefa ed io avevamo appun­tamento per le undici.

Sévigné                         - ... Ora in cui è stato ucciso Ostos.

Beaurevers                    - Sì.

Sévigné                         - Ahah!

Morestan                       - (a cui nessuno bada più) Non temete, signor Giudice... prendo nota.

Beaurevers                    - Ma siccome mia moglie tele­fonò verso le otto che sarebbe rimasta a pranzo di amici, ci dicemmo: « Perché aspettare stupidamente fino alle undici? ».

Josefa                            - Mettetevi nei nostri panni!

Beaurevers                    - Tanto più che Josefa quella sera era particolarmente desiderabile.

Josefa                            - (immersa nei ricordi) Fu meraviglioso! (Siede).

Sévigné                         - Lasciamo andare. (A Beaurevers leggermente incredulo) Siete ridisceso nel vostro appartamento alle dieci?

Beaurevers                    - Indovino il vostro pensiero, Nessuno può provare che Josefa non fosse nuda per me né che Ostos ci abbia sorpresi.

Sévigné                         - Nessuno. Avevate incaricato Ostos di qualche commissione?

Beaurevers                    - Appunto. Lo avevo mandato a Lione per riaccompagnare mia sorella.

Sévigné                         - (solito gesto) L'ispettore Colas lo conferma. (Rimette il foglio nell’incartamento).

Beaurevers                    - Secondo i miei calcoli anche un ottimo autista non avrebbe potuto essere di ritorno prima di mezzanotte.

Sévigné                         - Sicché Ostos è tornato a più di I cento all'ora per farsi uccidere.

Beaurevers                    - (sardonico) Immagino benissimo la versione che mi proporrete: Josefa ed io prolunghiamo i nostri giochetti... Ostos ci sorprende e decide di sopprimermi. Io sparo. Legittima difesa.

Sévigné                         - Non vi propongo un bel nulla. Vi ascolto. Parlate molto bene.

Beaurevers                    - (violento) Invece non ci ha sorpresi! E io non l'ho ucciso.

Sévigné                         - (tiepido) Non vi accuso.

Beaurevers                    - (con esaltazione) È vero. Questa ragazza l'ho nella pelle. L'ho confidato a uni vecchio amico... e forse anche alla mia cuoca...

Morestan                       - (ripete scrivendo) ... e forse anche...

Beaurevers                    - (vicinissimo a Josefa) L'ho voluta pazzamente, l'ho avuta e la voglio ancora!

Josefa                            - (stupita) Oh, qui?!

Beaurevers                    - (sempre più esaltato) È il bruto che parla in me. Josefa ha un corpo divino... (Orgoglioso) Non potete nemmeno immagi­narlo.

Sévigné                         - Ma sì! Ma sì!

Beaurevers                    - (secco) No. Mi rincresce, no.

Sévigné                         - Perbacco!

Beaurevers                    - Ed ha un tale potere... Non sapete cosa significa tremare dal desiderio.

Josefa                            - (graziosamente) Porse sì.

Beaurevers                    - E non poter più respirare... essere in balia di uno sguardo o di un sorriso. Non conoscete quel dolore fastidioso qui alla base del cranio... Prima di lei non lo sapevo nemmeno io!

Josefa                            - (umile) Mi dispiace...

Beaurevers                    - Ma da questo a uccidere per lei! Andiamo! Io! Perché non l'amo, capito? Non sento nulla per lei, altro che bisogno di averla!

Josefa                            - (livida, conferma) Il signore non mi ama affatto!

Beaurevers                    - E non avrei neppure divor­ziato, checché ne pensi Guglielmo Ancenis. E non per i milioni di mia moglie... Ma vivere con Josefa tra il suo silenzio impac­ciato e le sue scene di gelosia!...

Josefa                            - Il signore ha ragione. Era Miguel che mi amava.

Beaurevers                    - Se avessi voluto uccidere qualcuno avrei ucciso lei! Per sbarazzarmene. Per ridiventare l'uomo che ero prima!

Josefa                            - (all'improvviso con grande dolore a Beaurevers) Ti mancherò. Tu non lo sai ancora, ma ti mancherò! (La porta si apre. Entra Lablache).

Lablache                       - Non vi disturbate. Mi sbrigo in un attimo. (A Sévigné) Dove posso dirvi due parole?

Morestan                       - (premuroso) Basta chiudere la porta, signor Sostituto. (Apre la porta).

Lablache                       - Infatti... staremo benissimo per chiacchierare, qui. (Entra Sévigné, lo segue. Lablache richiude la porta con cura).

Sévigné                         - (libera una sedia sopraccarica di incar­tamenti) Sedete, prego.

Lablache                       - (siede) Ecco di che si tratta... Qualche voce giuntaci dalla polizia, ci fa temere che vogliate incolpare qualcun altro per il delitto di Ostos... (Sévigné esita a ri­spondere. Lablache lo osserva. Nella stanza del Giudice il silenzio terribilmente imbarazzato seguito all'uscita di Lablache è interrotto da Josefa).

Josefa                            - Qualcuno ha un cachet di aspirina?

Cardinal                        - Io. (Glielo offre. Morestan premu­roso le porge il bicchiere e la caraffa che erano sul tavolino alle sue spalle) Vi compatisco. È una prova spaventosa!

Josefa                            - Certi giorni la vita ci volta pro­prio le spalle... (Fissa Beaurevers che rimane piegato sul tavolo di Sévigné non osando guar­dare nessuno. Col bicchiere di acqua in mano) Ho una di quelle emicranie!... (Si burla di se stessa) In fondo, poi, quando ci spezzano il cuore, è la testa che comincia a dolere. (Beve lentamente guardata con simpatia da Cardinal e da Morestan. Beaurevers non si è mosso).

Lablache                       - (nello sgabuzzino, con calore) Non voglio prendere il vostro silenzio per una risposta. Voglio credere che siano voci senza alcun fondamento. Ma voi conoscete i gior­nalisti: sempre a caccia di scandali... se non stiamo attenti, domani ci ammanniranno un delitto Ostos su cinque colonne. E invece vi ripeto che si tratta di piccola cosa banale senza la minima importanza.

Sévigné                         - Vorrei esserne certo come voi.

Lablache                       - (bonario) E poi abbiamo una col­pevole eccellente...

Sévigné                         - È innocente.

Lablache                       - Cosa ve lo fa credere?

Sévigné                         - G]i innocenti sono allegri. Osano tutto. Non esitano prima di rispondere.

Lablache                       - Mi sembra che si difenda molto male.

Sévigné                         - Perché è innocente.

Lablache                       - Ma è una mania, la vostra.

Sévigné                         - Se foste convinto come me...

Lablache                       - (interrompendo) Vi piace, o che?

Sévigné                         - Parlate come mia moglie.

Lablache                       - (altro tono) Avete chiesto la mac­china per le quattro a Ardouin?

Sévigné                         - Infatti.

Lablache                       - Per la perquisizione che vi pro­ponete di fare?

Sévigné                         - Forse.

Lablache                       - (alzandosi) Che diavolo... (Va su e giù. Stavolta è Sévigné che lo scruta. Nella stanza del Giudice, Josefa, ingoiato il cachet con piccoli sorsi d'acqua senza distogliere lo sguardo da Beaurevers, posa tranquillamente il bicchiere sul tavolo e si china sul suo amante che non si è mosso).

Josefa                            - (a bassa voce) La paura è brutta... E che paura avete avuto! (Alza la voce inav­vertitamente) Vi sentivo tremare. Avete ra­gione: tra noi due si tratta solo di una attra­zione fisica. Ed è fisicamente che vi sentivo tremare... niente desiderio!

Cardinal                        - Attenzione a quello che dite!

Josefa                            - E non vi vergognate di me, non è vero. (Con rabbia) Avevate paura, paura, paura... vi faceva male di sputarmi addosso, ma era necessario.

Beaurevers                    - (senza alzare la testa) Sì, mi faceva male.

Josefa                            - (imitandolo) « fron l'amo! È lei che avrei uccisa per sbarazzarmene! » (Sarcastica) Ma non parlavate così, in settembre a Hauterive! (È ripresa dalla rabbia) Bugiardo! (Con grande pietà per se stessa) E dire che quando mi parlavate del vostro grande amore, vi trovavo perfino un po' stupido!

Cardinal                        - Siate ragionevole!

Josefa                            - L'idiota ero io! Io che credevo ai vostri baci forsennati!

Cardinal                        - Vi fate male inutilmente.

Josefa                            - M'offrivate un fiammifero per la sigaretta ed io speravo in un incendio. (Fu­riosa) Come quel dolore alla base del cranio! Io vi facevo venire i dolori alla base del cranio? io? È proprio il colmo!

Cardinal                        - (a Beaurevers) Potete rimanere così insensibile? (Beaurevers resta immobile).

Josefa                            - E allora vi domando perdono, per i dolori e per il resto. Perdonatemi i miei difetti. E anche le mie qualità. (Gridando) E specialmente di esservi piaciuta tanto! (Nello sgabuzzino Lablache, urtato dalle grida di Josefa apre la porta con rabbia).

Lablache                       - Meno chiasso, per favore! (Jo­sefa torna a sedere in silenzio. Lablache richiude la porta. A Sévigné) Farete una perquisizione in casa Beaurevers?

Sévigné                         - Quasi certamente.

Lablache                       - Sapete chi accusate? Sapete chi sono i Beaurevers?

Sévigné                         - Non si può essere giusti se si ha paura.

Lablache                       - Lo so, lo so. « Scuola di Sant'A­gostino. Sia fatta giustizia, anche se dovesse perire il mondo ». (Stacca il ricevitore) Pronto! Signor Procuratore. Parla Lablache. Sono qui con Sévigné... È proprio come temevamo. Ve lo passo. (Porge il telefono a Sévigné).

Sévigné                         - (al telefono) Ai vostri ordini, signor Procuratore. Sì, signor Procuratore... tuttavia... mi sembra che... Va bene, signor Procuratore! (Riattacca).

Lablache                       - Avete capito? (Sévigné torna nella sua stanza senza rispondere. Lablache lo segue).

Josefa                            - (al suo passaggio si alza) Vi ripeto, signor Giudice, che il colpevole non può essere il signore.

Lablache                       - (uscendo) Date retta a quella ragazza, Sévigné. Nessuno meglio di lei può saperlo. (Via chiudendo la porta).

Josefa                            - Dovete credermi!

Sévigné                         - Non chiedo di meglio.

Josefa                            - Quando ha detto al signor Gu­glielmo che avrebbe commesso anche un delitto pur di tenermi, doveva aver bevuto almeno sei whisky.

Sévigné                         - In vino veritas.

Josefa                            - Può darsi. Perché non mi ama, non mi ha mai amata.

Sévigné                         - Se lo dite voi...

Josefa                            - (magnanima) Lo giuro! Sulla pena che dovrò scontare.

Sévigné                         - A me fa molto comodo credervi.

Josefa                            - Noi due eravamo come quei cavalli che vanno d'accordo soltanto nella scuderia, come si dice a Espolette.

Beaurevers                    - (urtato) Che paragone!

Josefa                            - (con forza) Non amava che la mo­glie, lui.

Sévigné                         - (incredulo) Questa mi giunge nuova!

Beaurevers                    - (con alterigia) Adoro mia moglie.

Josefa                            - Per un bel po' mi ha fatto credere che vivevano come fratello e sorella. La signora e lui. Bugia, come tutto il resto.

Beaurevers                    - Cosa dite?

Josefa                            - Ho fatto di tutto per credervi, ma era un fratello come Miguel lo era per me...

Beaurevers                    - Come?

Josefa                            - Il giorno prima del delitto, per esempio, stavo alla finestra, verso le due del mattino. Il signore e la signora sono scesi dal taxi... e proprio lì, sul marciapiede, prima di entrare in casa si sono baciati in un modo quasi scandaloso! Marito e moglie!

Beaurevers                    - Martedì.

Josefa                            - Martedì, sissignore!

Beaurevers                    - Ma non ero io! (Stupore gene­rale).

Josefa                            - Vi ho riconosciuto benissimo. La signora aveva il suo mantello da sera, di seta grigia.

Beaurevers                    - E l'uomo è entrato in casa?

Josefa                            - Quale uomo?

Beaurevers                    - Io. Cioè colui che credete fossi io, che avete preso per me, insomma.

Josefa                            - Non lo so. Ero rimasta così disgu­stata di quei baci che ho richiusa la finestra.

Beaurevers                    - Martedì? Il giorno prima del delitto? Siete proprio sicura?

Josefa                            - Sicurissima. Tanto che l'indo­mani... ne ho sofferto tanto! Non si riusciva a svegliarvi per quanto eravate stanco.

Beaurevers                    - Avevo giocato tutta la notte a poker.

Josefa                            - Ma allora?

Beaurevers                    - Maria Domenica? Non è pos­sibile!

Josefa                            - (con più forza di Beaurevers) Non è possibile!

Beaurevers                    - Eppure mi tornano in mente molte cose... Ah, sgualdrina!... Beh, allora dirò tutto...

Sévigné                         - Non avevate detto tutto?

Beaurevers                  - Vi prevengo che avrete qual­che sorpresa.

Sévigné                         - (sorpreso) Prendete nota, More­stan?

Morestan                       - Scusate, signor Giudice... ma è talmente interessante! (Scrive febbrilmente).

Josefa                            - (sinceramente indignata) Hanno tra­dito quest'uomo! Hanno potuto tradire quest'uomo! Hanno osato tradire quest'uomo!... Oh! (Cerca di frenarsi ma poi scoppia in una sonora risata.

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Lo stesso pomeriggio, fra le cinque e le sei, Sévigné e Lablache vanno e vengono, seggono, si alzano di nuovo. Solo Morestan rimane fermo, seduto al proprio tavolo.

Lablache                       - (beffardo) Sicché, a quanto pare, abbiamo di nuovo cambiato colpevole?

Sévigné                         - (glaciale) Non vedo cosa c'è da divertirsi.

Lablache                       - Due colpevoli il giorno! Impos­sibile seguirvi, mio caro. È sulla signora Beaurevers che avete fatto cadere la vostra scelta?

Sévigné                         - Infatti.

Lablache                       - Ma andiamo!

Sévigné                         - Non è molto piacevole...

Lablache                       - Altro che! Quando vi ho la­sciato, tre ore fa, eravate persuaso della colpevolezza del marito.

Sévigné                         - C'è un fatto nuovo.

Lablache                       - (sarcastico) Siete uno specialista in « fatti nuovi », voi, a quanto pare.

Sévigné                         - Beaurevers ha saputo che la mo­glie lo tradiva.

Lablache                       - Nulla di tanto nuovo... (Ride).

Sévigné                         - Sì. Perché non lo sapeva ed è stato preso da una rabbia folle. Ha iniziato una serie di rivelazioni...

Lablache                       - (senza dar peso) I mariti ingan­nati sono vendicativi!

Sévigné                         - Leggete, Morestan.

Morestan                       - (legge con voce impersonale) « Ah, sgualdrina! ». (A Lablache) Chiedo scusa sto leggendo.

Lablache                       - (sorpreso) Ha detto: Ah, sgual­drina?

Morestan                       - (riprende la lettura come sopra) Lo ha detto. E ha continuato: « Beh, allora dirò tutto ». Domanda: « Non avete detto tutto? ». Risposta: « Vi prevengo che avrete qualche sorpresa ».

Lablache                       - Se giungessimo direttamente alla sorpresa?

Sévigné                         - Cominciamo subito, non temete; continuate, Morestan. (Gli fa cenno di con­tinuare).

Morestan                       - (come sopra) « Non sono stato io a giungere per primo sul posto del delitto, ma è stata mia moglie ».

Lablache                       - Come, come?

Sévigné                         - (sarcastico a sua volta) Eh? Per una sorpresa, è una sorpresa, no?

Morestan                       - (leggendo) « Indossava, come sa­pete, il suo vestito da sera rosso. Ma richiamo la vostra attenzione su un fatto importante: non si era tolti i guanti ».

Lablache                       - Ah! ah!

Sévigné                         - Precauzione elementare!

Morestan                       - (leggendo) Domanda: « Non avete mai parlato dei guanti durante il vostro primo interrogatorio? ». Risposta: « Non ero ancora becco ». Domanda: « Cosa faceva vostra moglie quando siete entrato voi? ». Risposta: « Era china su Josefa. Da principio ho creduto a ciò che diceva e cioè che Josefa aveva ucciso il proprio amante. Ma ora la mia impressione è che essa le aveva messo la rivoltella nella mano. Quella rivoltella sulla quale, grazie ai guanti, mia moglie non aveva lasciato impronte ».

Sévigné                         - Si può dire davvero che è vendi­cativo! (Fa cenno a Morestan di continuare).

Morestan                       - (leggendo) Domanda: « Accusate vostra moglie di avere ucciso Ostos? ». Risposta: « Formalmente ».

Lablache                       - Ma è idiota!

Morestan                       - (continua a leggere senza dar retta a Lablache) Domanda: «Quali motivi avrebbe avuto vostra moglie per uccidere Ostos? ». Risposta: « Nessuno ».

Lablache                       - Vedete? Nessuno!

Sévigné                         - (con sicurezza) Morestan! (Cenno di continuare).

Morestan                       - (legge) « Nessuno. Non voleva uccidere Ostos; voleva uccidere me!»

Sévigné                         - Brava gente i vostri Beaurevers!

Lablache                       - (subito) Non sono affatto i « miei » Beaurevers!

Morestan                       - (riprende la lettura) « Nel pome­riggio avevo dato appuntamento a Josefa per la sera, alle undici. Credevo che mia moglie fosse al primo piano, nel suo salottino, non avevo il minimo sospetto, tanto più che scese un quarto d'ora dopo e molto di buon umore. Beh, avrei dovuto diffidare... Aveva sentito! giuro che aveva sentito! ».

Lablache                       - (seccatissimo) In quale vespaio ci siamo andati a cacciare!

Sévigné                         - Vero, eh?

Morestan                       - « Mia moglie ha ucciso Ostos perché lo ha preso per me. Ecco ». Domanda: « Però avete affermato che Ostos era di tutta la testa più alto di voi. Come avrebbe potuto sbagliarsi, vostra moglie? ».

Lablache                       - (a Sévigné) Domanda eccellente.

Sévigné                         - Grazie.

Morestan                       - Risposta: « Il pudore dello spa­gnolo gli è stato fatale. La camera era nella più completa oscurità. Maria Domenica ha sparato su un'ombra vaga che si muoveva verso il fondo. Se avesse usato la mia tec­nica, Ostos vivrebbe ancora. Perché io, in casi del genere, accendo tutto. Mi piace sapere quel che faccio ». (Scusandosi) Mi scu­serete, vero? Non faccio che leggere.

Lablache                       - (preoccupato) Continuate, vi prego.

Morestan                       - (continua) « Ha sparato per ri­maner vedova! Per esser libera di sposare il suo amante! Solo che ha sbagliato bersaglio! Chi sa come sarà rimasta, riconoscendo Ostos!». (Breve silenzio).

Lablache                       - (riflette) C'è qualche cosa, in questo racconto, che non mi soddisfa. Anzi, mi stupisce. Perché, nella precedente depo­sizione ha detto di essere giunto per primo nella stanza?

Sévigné                         - Un po' di pazienza! (Fa cenno a Morestan).

Morestan                       - (legge) Domanda: « Perché pre­cedentemente avete dichiarato di essere giunto per primo nella stanza?». Risposta: « Avevo perduto la testa. Lei assicurava che non c'era altro da fare. Continuava a ripe­tere: Deciditi! Josefa può tornare in sé da un momento all'altro. Io avevo in mia mo­glie una fiducia assoluta. Non sapevo ancora di essere becco ». (Breve silenzio).

Sévigné                         - Potete immaginare quale diabo­lico consiglio di guerra... in presenza della vittima e della ragazza svenuta.

Lablache                       - E lei l'avete interrogata, dopo?

Sévigné                         - Naturalmente. È una temibile avversaria. Cento volte più temibile di lui.

Lablache                       - È bellissima, tanto per comin­ciare...

Sévigné                         - E lo sa. Si è truccata a lungo, durante l'interrogatorio, dicendo: « Scusa­temi, ma io mi truccherei anche se l'uomo fosse cieco ».

Lablache                       - Carina!

Sévigné                         - È stata affascinante, piena di spirito e di garbo, finché non le ho posta una certa domanda.

Morestan                       - (leggendo) Domanda: «Porta­vate i guanti, quella sera? ».

Sévigné                         - C'è stato un silenzio terribile.

Morestan                       - Ho notato: « silenzio ». Rispo­sta: «Perché me lo chiedete?». Domanda: « Avevate ancora i guanti quando siete en­trata nella stanza? ». Risposta: « Non lo so; può darsi. Rientravo da una serata passata in casa di amici quando ho sentito lo sparo. È possibile che non abbia avuto il tempo di toglierli ».

Lablache                       - Eccellente risposta.

Sévigné                         - Tanto più che ha aggiunto: « Ma sì, li avevo, ora me ne ricordo... Ne ho anche parlato all'ispettore Colas nella mia prima deposizione».

Lablache                       - Vedete?

Sévigné                         - Ma da quel momento in poi non è stata più la stessa. Tutto il suo brio, scom­parso di colpo, ha spento il suo fascino. Aveva capito che il marito aveva parlato.

Lablache                       - (dubbioso) Ma!...

Sévigné                         - (sorridendo) Del resto ho fatto di tutto per ribadire la sua idea. Non sono stato furbo affatto. Dicevo troppo o troppo poco, senza mai terminare le frasi. Le ho fatto perdere la testa.

Morestan                       - Il signor Giudice è stato abilis­simo.

Lablache                       - Ammettiamolo. Come si è tra­dita?

Sévigné                         - Su una domanda apparentemente insignificante. Le ho chiesto perché aveva tanto protestato quando volevo interrogare il marito non in presenza sua. Temeva forse che lui ripetesse male la lezione?

Lablache                       - Una trappola infantile.

Sévigné                         - ...nella quale, però, è caduta. (Cenno a Morestan).

Morestan                       - (legge) Risposta: « Ve lo ha detto lui che avevo tenuto i guanti e che gli avevo suggerito la lezione, ne sono certa ».

Sévigné                         - Ha confessato, a stento, che avevo colto nel segno. E le ho letto la deposizione di Beaurevers.

Lablache                       - Ah, già...

Sévigné                         - Allora abbiamo avuto diritto alle lacrime.

Morestan                       - Deve piangere vetriolo, quella donna!

Sévigné                         - E con voce spezzata dai singhiozzi si è rassegnata ad accusarlo. Lui. (Sarcastico) Oh, molto di malavoglia, povera piccina! Leg­gete quel brano, Morestan. Edificante!

Morestan                       - (legge) Risposta: « Quando sono entrata nella camera mio marito era chino su Josefa. Per un attimo ho temuto che avesse ucciso anche lei. Barcollava come un ubriaco. Mi ha fatto pietà... mi sono ricordata di averlo amato... ed allora condannatemi, se credete; signori, sono diventata la sua complice. La complice di un uomo che mi accusa. Coi guanti di cui vi ha parlato, di cui ha osato parlarvi, ho asciugato il calcio della rivoltella e ho messo l'arma nella ma­no di Josefa... quell'arma della quale mi sarei servita; secondo la sua accusa ».

Lablache                       - (a Morestan) Dio, come leggete male!

Morestan                       - (offeso) Leggo come un cancel­liere. Altrimenti farei il divo del cinema, naturalmente.

Lablache                       - (secco) Allora leggeteci il seguito, anche male.

Morestan                       - « Mi aveva avvertita », è la si­gnora Beaurevers che parla. « Mi aveva detto: " Se mi scoprono ti accuserò ". Si vendica del mio denaro, della sua vita mancata. Si vendica di non esistere che in grazia mia ».

Lablache                       - Mi piace più la sua versione che quella del marito.

Sévigné                         - Ah sì?

Lablache                       - Li avete messi a confronto, im­magino!

Sévigné                         - Immediatamente! È stato orribile! Ho voluto far annotare con precisione le loro parole. (Cenno a Morestan).

Morestan                       - (legge) Lui: « Siete una auten­tica spazzatura. E voi un... un... ». (Interrom­pendosi) Scusate, non posso rileggervi: par­lavano molto in fretta e quasi contempo­raneamente. So che è una volgarità.

Lablache                       - Saltiamo le volgarità!

Morestan                       - (leggendo) Lui: «Dunque, si voleva sopprimere il maritino? ». Lei: « Dun­que si voleva rifilare il proprio delitto alla mogliettina? »

Lablache                       - È spaventoso!

Sévigné                         - (seduto tranquillamente) Pare an­che a me.

Morestan                       - (leggendo) Lui: « E questa di­sgraziata era la mia amica d'infanzia!». Lei: « E io ho passato la mia vita accanto a que­sto... questo seduttore di serve... ».

Lablache                       - Leggete troppo male. Datemi quei fogli. Mi renderò conto meglio... (Mo­restan ubbidisce. Lablache legge, e a poco a poco si arrende all'evidenza. Siede. Leggendo) Oh! È appena credibile! (A Morestan) Che parola è questa?

Morestan                       - (leggendo al di sopra della sua spalla) Paradiso! (Spiegando) «Non te lo porterai in paradiso! ».

Lablache                       - (legge) E lo hanno firmato! Morestan, volete andare a chiedere al giu­dice Ardouin a che punto è l'affare Mortimer?

Morestan                       - (capisce) Con piacere, signor Sostituto! (Via).

Sévigné                         - Ne contiene, eh? di odio quel processo verbale?

Lablache                       - (che continua a leggere) Sì.

Sévigné                         - (concentrato in domande e risposte) Odio in conserva. È quasi bello.

Lablache                       - (restituisce i fogli) Ma non con­cludente.

Sévigné                         - (quasi gioviale) Oh, sì! O lui è arri­vato per primo e allora l'assassino è lui e lei la complice; oppure è arrivata per prima lei e non c'è che uno scambio di parità.

Lablache                       - Cosa farete?

Sévigné                         - Prima di tutto, farò rilasciare Josefa Lanthenay.

Lablache                       - Evidentemente è la prima cosa da fare.

Sévigné                         - Grazie.

Lablache                       - (in tono strano) 0, senza essere così formali, il primo impulso di un magi­strato ligio al proprio dovere.

Sévigné                         - Se ben comprendo, il primo im­pulso non sempre è il migliore.

Lablache                       - Mi comprendete benissimo.

Sévigné                         - Il primo impulso non è, per forza, la prima cosa da fare.

Lablache                       - Non lo è, per forza.

Sévigné                         - Voi, al mio posto, non la fareste rilasciare subito?

Lablache                       - Mi comprendete molto, molto bene.

Sévigné                         - Senti, senti...

Lablache                       - È stato un errore arrestarla, d'accordo.

Sévigné                         - L'ho commesso volontariamente.

Lablache                       - (continua la sua dimostrazione) Ma un errore utile. Riparandovi lo sottoli­neate. E fate scoppiare lo scandalo.

Sévigné                         - Tanto peggio.

Lablache                       - Aspettate un po' Uno scandalo è sempre fango! Dategli il tempo di seccare... diventerà polvere.

Sévigné                         - Ci tenete molto a proteggere i Beaurevers?

Lablache                       - (untuoso) Mi pare che se si lasciassero le cose come sono... (subito) nell'interesse stesso dell'accusata. La sua inno­cenza sarebbe stabilita con maggiore cortesia.

Sévigné                         - (interrompendolo) Soltanto rimar­rebbe in prigione!

Lablache                       - (vago) Qualche giorno... qualche settimana...

Sévigné                         - (indignato) Qualche settimana?

Lablache                       - Non di più... Se il delitto Ostos rimane un fatto fra un autista e una came­riera, fra due mesi non interesserà più nes­suno.

Sévigné                         - Meno la cameriera.

Lablache                       - Sentite, Sévigné...

Sévigné                         - So che cosa volete dire: avrei fatto meglio a scegliere la letteratura.

Lablache                       - Avete avuto la nomina a Parigi ancora giovanissimo. Potete sperare in rapidi avanzamenti...

Sévigné                         - Lo spero. Ma ritengo che bisogna andare più in alto dello scopo da raggiungere.

Lablache                       - Questo non significa mirare più in alto, ma tirare in aria.

Sévigné                         - Se ben capisco si può sperare in una promozione a giudice soltanto perdendo il diritto di giudicare.

Lablache                       - Vi credevo ambizioso.

Sévigné                         - Ma non a quel prezzo. Bisogna pie­garsi troppo per trovare gli scalini.

Lablache                       - (con ironica ammirazione) Bravo!

Sévigné                         - Del resto, ogni delitto impunito toglie a noi tutti un po' di sicurezza.

Lablache                       - Parlate con più semplicità.

Sévigné                         - In questo momento non posso. Ho bisogno di montarmi la testa. Non sono migliore di un altro e non mi diverte affatto pensare che forse mando a farsi benedire la mia carriera.

Lablache                       - Forse.

Sévigné                         - (che non credeva di aver colpito giusto) Ah! Credete?

Lablache                       - (senza rispondere) E poi c'è vostra moglie... la signora Sévigné non sarà soddi­sfatta...

Sévigné                         - (ripete con maggior forza) La signora Sévigné non sarà soddisfatta!

Lablache                       - Sicché?

Sévigné                         - Comprendetemi, Lablache. Quella ragazza non deve pagare per i Beaurevers.

Lablache                       - Un po' di prigione...

Sévigné                         - Nemmeno un giorno! Nemmeno un'ora!

Lablache                       - Vi chiedo...

Sévigné                         - (interrompendo) Non è a me che lo chiedete!

Lablache                       - Come preferite! Buona fortuna, allora! (Esce. Sévigné preoccupato va al suo scrittoio, guarda il ritratto della moglie e poi forma un numero al telefono) Antonietta? No, ho, tutto bene; volevo solo sentire la tua voce... sai, mi fa bene sentirti di tanto in tanto... Non mi basta, ma mi fa bene... Dim­mi, Antonietta; sei felice? seriamente, dim­melo seriamente... grazie, amor mio... non volevo sapere altro. (Riattacca. Morestan entra. Mentre studia di nuovo il fascicolo) Avete: visto Ardouin?

Morestan                       - Sì! che uomo fortunato! Un assassino fatto su misura, come non se ne incontrano due nella vita. Confessa tutto,; quel Mortimer! Fornisce le prove... I testi­moni... Quando sono entrato stava dettando gli indirizzi dei suoi ricettatori. Quello sì che è un lavoro! Mentre noi... con due assassini...

Sévigné                         - (calmo) Evidentemente sono troppi, Sono davvero troppi! (Alza lo sguardo dal fa­scicolo) Josef a Lanthenay aspetta nel corri­doio?

Morestan                       - Sì.

Sévigné                         - Sarà furibonda, immagino?

Morestan                       - Non credo. Sta dormendo.

Sévigné                         - Fatela entrare. (Batte sull'incartamento) Ho una piccola idea...

Morestan                       - (battagliero) Non contro di lei?

Sévigné                         - Fatela entrare. (Morestan esce e ì torna subito con Josefa seguita dal suo avvocato e da un agente che somiglia terribilmente a Beaurevers. Le sole differenze sono che l’agente sembra più alto e porta i baffi all’ameri­cana. La sua uniforme è sciupata ma il kepi è nuovo. L'agente somiglia talmente a Beaurevers che la parte dovrebbe essere recitata dallo stesso attore. La somiglianza colpisce anche Josefa).

Josefa                            - (airagente) È strano... Mi ricordate qualcuno...

L’Agente                      - (accento corso) Un assassino probabilmente!

Josefa                            - (molto seria) Non scherzo, prima non lo avevo notato... Forse perché dormicchiavo, ero assonnata; ma mi ricordate proprio qualcuno... È buffo.

L’Agente                      - (freddo) Buffissimo.

Sévigné                         - Riprenderete questo discorso fra poco.

Josefa                            - Sì, perché è proprio buffo rassomigliare a qualcuno fino a tal punto. Siete della Provenza?

L’Agente                      - No. (A Sévigné) Chiedo, scusa signor Giudice, ma mi interroga.

Sévigné                         - (all'agente) Sedete. Anche voi avvocato. Mi sbrigo in pochi minuti. Vorrei g avere una precisazione dalla signorina. Una precisazione che ha la sua importanza. Il signor Beaurevers...

Josefa                            - (interrompendo) È inutile. Confesso.

Sévigné                         - Come?

Cardinal e Morestan     - (insieme) Che dia­volo dite? Siete pazza?

Josefa                            - Confesso. Non è stato lui ad ucci­dere Miguel. Sono stata io. (L'agente si allon­tana da Josefa scostando la sedia).

Morestan                       - (a Sévigné) Così ne abbiamo tre, adesso.

Sévigné                         - Ma avete sempre negato, finora.

Josefa                            - Appunto per questo. Non ne posso più. Sono stanca di mentire. Non voglio lasciar punire un altro al posto mio.

Sévigné                         - Tuttavia...

Josefa                            - L'ho ucciso, insomma! L'ho ucciso! Tutti i vostri ragionamenti non potranno cambiare nulla.

Cardinal                        - Mentite! Signor Giudice, questa ragazza mente.

Josefa                            - Evidentemente non mi sarei mai creduta capace di una cosa simile. Ma sia­mo sempre peggiori di quanto crediamo.

Sévigné                         - Guardatemi. Avete ucciso Miguel Ostos? Voi?

Josefa                            - (fissandolo) Vi guardo e vi ripeto: ho ucciso Miguel Ostos.

Sévigné                         - Avete abbassato gli occhi!

Josefa                            - Per pudore. Eravate così vicino... Ho creduto che voleste baciarmi. (Morestan e l’agente ridono. Sévigné li fulmina con lo sguardo).

Cardinal                        - Recita la parte della cinica. Vuol coprire qualcuno.

Josefa                            - (in tono strano) Oh no! C'è un pro­verbio spagnolo: Chi ti copre ti scopre.

Sévigné                         - Ottimo proverbio!

Josefa                            - Miguel me ne aveva insegnati un mucchio! Povero Miguel. Mi amava lui. Mi amava molto! Così è la vita: si uccide colui che ci ama per proteggere chi si infischia di noi.

Sévigné                         - Ed è lui che tentate ancora di proteggere?

Josefa                            - Ah no! Questo poi no! Non ne vale la pena! Però non posso lasciarlo andare in galera per me!

Sévigné                         - Avete ucciso Ostos e poco fa, nel corridoio, dormivate. Come potevate dor­mire?!

Josefa                            - Avevo deciso di confessare tutto. Ero calmissima. (Indicando L’agente  e Cardi­nal) E poi, quei due, non sanno chiacchierare.

Sévigné                         - È strano! Voi che, ordinariamente, siete così schietta, così naturale, sembrate ora un essere bizzarro.

Josefa                            - (con un gesto che spiega) La prigione!

Sévigné                         - Persistete ad accusarvi per quel delitto?

Josefa                            - Ragioniamo un po'. Chi era che aveva la rivoltella?

Sévigné                         - D'accordo. La rivoltella l'avevate voi, ma...

Josefa                            - (interrompendolo) Insomma, se non fosse vero, non lo direi. Non c'è proprio di che vantarsi!

Sévigné                         - (fingendo di arrendersi) In fondo, poi, è possibile.

Josefa                            - (trionfante) Alla buon'ora. È terri­bilmente difficile essere colpevole, qui!

Cardinal                        - Non le date ascolto, signor Giu­dice! È ridicolo!

Sévigné                         - Sono desolato, avvocato, ma dopo una simile confessione...

Josefa                            - Direi...

Sévigné                         - (astutamente) E adesso racconta­temi il vostro delitto. Vi ascolto.

Josefa                            - Come? Cosa dovrei raccontarvi?

Sévigné                         - Dirci tutti i particolari. Avanti. Miguel Ostos vi disse: vado a uccidere Beaurevers. E si avviò verso il fondo della stanza. Va bene. E voi cosa faceste?

Josefa                            - (in tono abbastanza falso) Sparai e lo uccisi.

Sévigné                         - (canzonatore) Lo uccideste. Da dove?

Josefa                            - Che significa da dove.

Sévigné                         - Da che posto?

Josefa                            - Da quello in cui ero.

Sévigné                         - Eravate sul letto!

Josefa                            - E allora dal letto.

Sévigné                         - (reciso) È impossibile.

Josefa                            - Vorrei proprio sapere perché.

Sévigné                         - Perché fra il letto e lui v'era l'armadio.

Josefa                            - Non discutete su queste piccolezze. Dai piedi del letto.

Sévigné                         - (deciso) Impossibile.

Josefa                            - (irritata) Perché?

Sévigné                         - I periti dicono un'altra cosa.

Josefa                            - Forse ho fatto un passo o due avanti.

Sévigné                         - (sempre più reciso) È impossibile.

Josefa                            - Lo fate apposta. Perché?

Sévigné                         - Per il posto nel quale siete stata trovata.

Josefa                            - Sarebbe a dire?

Sévigné                         - Se aveste fatto qualche passo avanti per sparare, avreste dovuto farne qualche altro indietro per cadere in quel posto.

Josefa                            - Li avrò fatti macchinalmente.

Sévigné                         - Tenterò di ammetterlo per un momento.

Josefa                            - Dovete ammetterlo: è indispen­sabile.

Sévigné                         - Se è per farvi piacere... Dunque, sparaste dal letto, o dai piedi del letto, o da qualche passo dal letto. Con che?

Josefa                            - Che domanda, mio Dio; ma chi teneva in mano la rivoltella, eh?

Sévigné                         - Quale rivoltella?

Josefa                            - Cosa vuol dire « quale rivoltel­la? ». È un bel tipo, lei.

Sévigné                         - Da dove era venuta fuori questa rivoltella?

Josefa                            - (visibilmente perplessa) Da dove era venuta fuori?

Sévigné                         - È stato accertato che la rivoltella era quella che Ostos serbava abitualmente nella scatola da guanti della Cadillac. L'ave­vate presa nel garage?

Josefa                            - È probabile.

Sévigné                         - Ostos, quel giorno, era andato ad accompagnare la sorella del padrone a Lione. Dunque dovevate averla presa prima.

Josefa                            - Per forza!

Sévigné                         - State attenta!

Josefa                            - (con infinita stanchezza) A che? Al punto in cui sono?

Sévigné                         - Se avete rubata la rivoltella la vigilia del delitto potrò accusarvi di preme­ditazione.

Josefa                            - Accusatemi di tutto quello che vi pare! Cosa volete che mi faccia!

Cardinal                        - Siete pazza?

Sévigné                         - (richiamandolo all’ordine) Avvo­cato!

Cardinal                        - Scusatemi, signor Giudice, ma deve essere del tutto pazza!

Sévigné                         - Continuo. Avevate preso la rivol­tella la sera prima. Dove l'avevate riposta?

Josefa                            - (alza le spalle compassionevole) Non l'avevo riposta.

Sévigné                         - (ironico) L'avevate lasciata sul tavolo, bene in vista per Miguel?

Josefa                            - No, si capisce. L'avevo nascosta.

Sévigné                         - Dove? Nella tasca della vestaglia? Eravate nuda. Sotto il guanciale, forse?

Josefa                            - Eh... no, perché facendo all'amore avrebbe potuto ferirsi.

Sévigné                         - Avevate pensato pure a questo? Molto carino da parte vostra.

Josefa                            - Vero, eh? Ma io lo amavo molto Miguel!

Sévigné                         - (la guarda) Dove, allora?

Josefa                            - (senza espressione) Dove?

Sévigné                         - Non ne avete la minima idea, naturalmente.

Josefa                            - Ma naturalmente, sì! Nel cassetto!

Sévigné                         - Quale cassetto?

Josefa                            - (rifacendogli il verso) « Quale cas­setto? ». Quello del comò.

Sévigné                         - (sarcastico) Fate cose terribilmente difficili!

Josefa                            - Non è molto difficile prendere una rivoltella da un cassetto.

Sévigné                         - Altro che. Quando si è coricata e bisogna correre al lato opposto della stanza, tornare a qualche passo dal letto e far marcia indietro senza che la vittima designata si accorga di nulla...

Josefa                            - Che cattiva volontà ci mettete!

Sévigné                         - (secco) E voi ci fate perder tempo. Vi ho già detto che la giustizia costa cara.

Josefa                            - Perciò se ne fa economia!

Sévigné                         - Josefa Lanthenay, per l'ultima volta: siete stata voi ad uccidere Miguel Ostos?

Josefa                            - Il primo giorno non facevate tante storie.

Sévigné                         - Non si tratta di questo.

Josefa                            - Non mi credete né quando mento né quando dico la verità.

Sévigné                         - Sappiate che vi trovo molto carina; molto commovente...

Josefa                            - (ironica) Perché ho ucciso Miguel?

Sévigné                         - No, perché lo dite, perché vi ostinate a dirlo, sebbene io faccia di tutto per impedirvelo.

Josefa                            - Allora non mi credete?

Sévigné                         - No!

Josefa                            - Che curiosa ostinazione!

Sévigné                         - Non ci posso far nulla.

Josefa                            - Anch'io sono come voi: non credo a ciò che dico.

Cardinal                        - Per essere sincero, nemmeno io vi credo.

Morestan                       - Io nemmeno.

Josefa                            - (all'agente) E voi?

L’Agente                      - Nemmeno.

Josefa                            - (cambiando idea) È straordinario, come somiglia! Ma con chi, mio Dio, con chi?

Sévigné                         - Dovete far vene una ragione: nes­suno vi crede.

Josefa                            - Siete proprio buffi! Che interesse avrei a farmi schiaffare per due anni almeno in prigione?

Sévigné                         - L'interesse del signor Beaurevers!

Josefa                            - E non lo avete sentito, oggi? Mi credete capace di sacrificarmi dopo quanto ha detto oggi?

Sévigné                         - Le donne sono capaci di tutto.

Josefa                            - (con profondo sentimento) Grazie.

Sévigné                         - (sincero) Non c'è di che.

Josefa                            - Non volete credermi? Peggio per voi! Ma a Miguel dovete credere per forza!

Sévigné                         - In linea di massima, sì. In linea di massima, crediamo alla vittima.

Josefa                            - Allora, quando ha detto: « Josefa, perché lo hai fatto », gli credete?

Sévigné                         - Già... ma è che non lo ha mai detto.

Josefa                            - Ma il signor Beaurevers lo ha sen­tito.

Sévigné                         - Già... ma è che non lo ha mai sentito!

Josefa                            - Perché lo avrebbe affermato, allora?

Sévigné                         - Perché sua moglie gli ha detto di averlo sentito lei.

Josefa                            - (con immensa attenzione) Sua mo­glie?

Sévigné                         - (spiegando) Ricordate quando il signor Beaurevers ha saputo del suo infor­tunio coniugale?...

Josefa                            - (ridendo) Oh sì, sono stata vendi­cata!

Sévigné                         - (continua) Io vi ho fatta andar fuori...

Josefa                            - Avete fatto male; mi sarei diver­tita.

Sévigné                         - Beh, in quel momento il vostro padrone ci ha fatto sapere che sua moglie era entrata in camera vostra prima di lui.

Josefa                            - (col tono di prima) Sua moglie?!

Sévigné                         - Appunto.

Josefa                            - Oooh! Allora cambia tutto. Perché nessuno ci obbliga a credere alla signora.

Sévigné                         - È anche la mia opinione.

Josefa                            - E vi dirò anche un'altra cosa. In generale non credo affatto alle sue parole. È bugiarda come un parrucchiere.

Sévigné                         - Condivido la vostra impressione.

Josefa                            - Ma dite un po'... dal momento che non sono stata io e non è stato lui...

Sévigné                         - Infatti...

Josefa                            - (con comica indignazione) Siete pro­prio un bel tipo! Non potevate dirlo? E io che sputavo l'anima per mentire... Se cre­dete che mi divertissi a raccontare di aver ucciso Miguel! Lo facevo per salvare quel­l'altro imbecille. Se avessi saputo... Ma che idea! Bisogna avvertire, quando si cambia colpevole! Bisogna avvertire.

Sévigné                         - Chiedo scusa...

Josefa                            - Ritiro tutto, eh? Fate conto che non abbia detto nulla.

Sévigné                         - Ve lo prometto.

Josefa                            - E bisogna punire lei! Che crepi! (Ripensandoci) No, sarebbe troppo semplice. La Roquette! Rinchiudetela nel carcere della Roquette. Con Giulia la castagna e Mimi la sfregiata, le mie due compagne di pensione.

Sévigné                         - Vedremo... (Breve silenzio durante il quale Josefa sogna. Ad un tratto sorride con tenerezza).

Josefa                            - Ma allora quel diavolo di Miguel andava a letto con lei?

Sévigné                         - Non ci siete.

Josefa                            - Ah! Non è stato perché era gelosa di me?

Sévigné                         - No.

Josefa                            - Lo fate apposta! Perché, allora?

Sévigné                         - Ha creduto di sparare contro il marito

Josefa                            - (colpita) Ci sono! Aveva sentito che mi aveva dato appuntamento per le undici, appunto.

Sévigné                         - Ecco.

Josefa                            - (imparziale) Ha ragione Beniamino. È una sgualdrina.

Sévigné                         - La parola è un po' vivace, ma corrisponde positivamente ai fatti.

Josefa                            - (un grido di gioia lacerante) Ma allora Miguel non ha creduto che ero stata io. (Alza gli occhi al cielo) Grazie, a voi di lassù. (A Sévigné) Sono talmente contenta. Sicché non ha mai detto: Josefa perché hai fatto questo?!

Sévigné                         - Probabilmente no.

Josefa                            - (con forza) Se è lei che lo ha sentito, significa che non lo ha detto.

Sévigné                         - Che curioso ragionamento.

Josefa                            - E se non lo ha detto, significa che lo ha inventato lei.

Sévigné                         - Questo sì.

Josefa                            - (lentamente) Sapeva di darmi un dolore...

Sévigné                         - ...e di procurarvi molte seccature.

Josefa                            - ...Beh, per le seccature... (con forza commovente) il dispiacere terribile che non avrei avuto... ed ha inventato una cosa simile.

Sévigné                         - Difatti è abbastanza odioso.

Josefa                            - Odioso?! Mi sembrate piuttosto fiacco! Perché Miguel era tutta la mia vita.

Sévigné                         - Non lo avrei creduto.

Josefa                            - Lo tradivo, ma era tutta la mia vita.

Sévigné                         - Strane creature le donne.

Josefa                            - (tentando di spiegarsi) Fisicamente non ci intendevamo. Non ho mai capito il perché dato che Miguel era piuttosto straor­dinario. Disgraziatamente il mio corpo fa sempre di testa sua. (l’agente ride, Josefa, severamente) Non c'è niente da ridere!

L’Agente                      - Scusate!

Josefa                            - (che tiene a giustificarsi, a Sévigné, con calore) Sempre il grande amore, mai una cosetta divertente. Mi voleva troppo bene, quel ragazzo! Questo era il mio guaio! E perciò mi rispettava. E siccome mi rispet­tava, io, nei momenti culminanti, non osavo abbandonarmi. Per far bene all'amore, il rispetto disturba. Non è vero?

Sévigné                         - (imbarazzato) Scusatemi, non sono competente!

Josefa                            - Ipocrita! (l’agente ride. Sévigné lo fulmina con lo sguardo).

Sévigné                         - (all'agente) Non si sente che voi!

L’Agente                      - Chiedo scusa.

Josefa                            - Oh, ma adesso la pagherà! Interro­gatemi. Sono certa di conoscere la cosa.

Sévigné                         - Quale cosa?

Josefa                            - Quella che vi occorre. Non mi viene in mente, in questo momento. Si capi­sce. Non mi sono mai occupata veramente della signora. Ma noialtre donne vediamo tutto senza nemmeno saperlo. Interrogatemi.

Sévigné                         - La rivoltella, dunque...

Josefa                            - No su questo! Sui trucchi femmi­nili...

Sévigné                         - Trucchi femminili?

Josefa                            - (indicando l’agente) Ditegli di cam­biare posto. Mi impedisce di riflettere. (All'agente) Mi impedite di riflettere.

L'Agente                       - (senza muoversi) È lusinghiero.

Sévigné                         - (all'agente) Per favore... (l’agente cambia posto).

Josefa                            - (con la testa fra le mani) Ci sono. Cominciate.

Sévigné                         - Ve una piccola contraddizione a proposito del suo vestito.

Josefa                            - (con calore) Un trucco di donna. Sento che ci avviciniamo.

Sévigné                         - La sera del delitto, per uscire, vi aveva chiesto, da prima il suo completo grigio.

Josefa                            - Appunto. Quello del giorno prima, quello del bacio. Avanti, avanti! Qui sotto certamente c'è qualcosa...

Sévigné                         - Tuttavia il marito e gli ispettori l'hanno trovata vestita di rosso. (Breve silenzio).

Josefa                            - (delusa) E che significa? Avrà cambiato idea.

Sévigné                         - Perché?

Josefa                            - Per niente: non si deve cercare di capire con le donne.

Sévigné                         - Lasciamo andare.

Josefa                            - (colpita da un'idea) Aspettate! (Lentamente) Sono un'idiota. Bisogna sapere cercare di capire, anzi... (un grido di trionfo) la. tengo! (Rettifica cortesemente) La teniamo!

Sévigné                         - Come, la teniamo?

Josefa                            - Presa. Vi dico, presa! E il più curioso è che col vestito si arriva ugualmente alla rivoltella.

Sévigné                         - In qual modo?

Josefa                            - Fatela entrare. Lasciatemi in un angolo. Datele il tempo di strabiliare la platea, lanciate qualche banderillas. (A una persona invisibile) E allora arrivo io, Miguel, per la stoccata.

Cardinal                        - (a Sévigné) È straordinaria.

Josefa                            - (ridendo) Fatela entrare, vi dico!

Sévigné                         - (senza irritarsi) Date gli ordini voi, adesso?

Josefa                            - Faccio il vostro lavoro perché sono una brava ragazza. Non sono io che ho interesse a provare che la signora è colpevole.

Sévigné                         - (gli sfugge) Nemmeno io, certamente.

Josefa                            - Come?

Sévigné                         - Sarebbe troppo lungo da spiegare.

Josefa                            - La verità vi fa paura?

Sévigné                         - Non ho paura della mia ombra.

Cardinal                        - (da conoscitore) Ben detto!

Sévigné                         - Morestan, fate entrare la signora Beaurevers.

Cardinal                        - Quale lezione mi avete data signor Giudice! Eppure conosco bene la pratica. E non avevo visto niente di tutto questo.

Sévigné                         - (modesto) L'abitudine.

Cardinal                        - Eppure vi compatisco. Dopo un successo simile vi scaricheranno addosso tutti gli affari più complicati.

Sévigné                         - Ne dubito... (Morestan esce. Josefa si trae da parte. La signora Beaurevers entra seguita da Morestan. Si scorge per un attimo seduto sul banco l’agente del primo atto, e si vedono anche le gambe ripiegate di un uomo che dorme sul banco accanto a lui, e che deve essere, a giudicare dal vestito, Beaurevers. Utilizzare una controfigura della quale non si vedrà che l’abito).

Maria Domenica           - (insolente) Non vi ho fatto perdere troppo tempo?

Sévigné                         - (immerso nella lettura di un fascicolo) Vogliate sedervi, signora.

Maria Domenica           - (senza sedersi) Sarebbe bene dire ai vostri agenti di far mettere meno aglio nel loro cibo.

Sévigné                         - (fingendo di non sentire) Vogliate sedervi, signora.

Maria Domenica           - Eppoi ho avuto un terri­bile morso da una pulce il che non è sorpren­dente, considerando i frequentatori del vo­stro unici o.

Sévigné                         - (ironico) Sono imperdonabile! Non vi ho ancora pregata di sedere.

Maria Domenica           - E non è tutto. Ho dovuto sopportare anche il russare di mio marito.

Sévigné                         - Si dice che sia un indice di co­scienza tranquilla.

Maria Domenica           - (sogghignando) Tranquil­la? ah ah! (Scorgendo Josefa) Oh guarda! Josefa!

Josefa                            - (con tono strano) Buongiorno, si­gnora.

Maria Domenica           - La mia cameriera deve assistere al mio interrogatorio?

Sévigné                         - Veramente...

Maria Domenica           - Non siate troppo severo con lei: è una ragazza leggera, ma è una brava ragazza.

Josefa                            - (con un largo sorriso) Grazie, signora.

Sévigné                         - Non si tratta di un interrogatorio, ma di un confronto.

Maria Domenica           - Ah! Insomma, adesso, vi bastiamo mio marito ed io?

Sévigné                         - Insomma, sì.

Maria Domenica           - (indicando Josefa) Il fatto che si sia trovata la rivoltella nelle sue mani, e che Ostos abbia detto: « Josefa perché lo hai fatto? » non vi interessa.

Josefa                            - No.

Sévigné                         - Non mi interessa più. Non posso basare la mia accusa sulle incontrollabili parole di un morto.

Maria Domenica           - Perché non dite che l'ha inventata lui quella frase?

Sévigné                         - Dico che uno di voi due ha potuto benissimo inventarla.

Maria Domenica           - Perché? sono in causa io, forse?

Sévigné                         - Vi siete messi reciprocamente in causa.

Maria Domenica           - Gli uomini sono di una vanità illimitata. Si è creduto ingannato e si è vendicato come ha potuto.

Sévigné                         - Aveva torto di credersi ingannato?

Maria Domenica           - In qualunque altro posto, la vostra domanda...

Sévigné                         - (interrompendola) Ma qui, cosa rispondete?

Maria Domenica           - Che aveva proprio torto marcio.

Sévigné                         - Eppure il bacio sorpreso dalla signorina...

Maria Domenica           - La signorina avrà visto male.

Josefa                            - (piano) Avevate il completo grigio da sera e baciavate quell'uomo fino a per­derne il respiro.

Maria Domenica           - Chi è il Giudice istruttore, lei o voi?

Sévigné                         - Scusate, cara signora, ma in questo momento procedo ad un confronto. La signorina dice quello che sa o che crede di sapere.

Josefa                            - E ne so io! Molto più di quanto credessi.

Maria Domenica           - Davvero?

Josefa                            - Non me ne rendevo conto... ma so tutto.

Maria Domenica           - (ironica) Sa tutto, lei.

Josefa                            - Fatemi qualche domanda, signor Giudice. Per esempio, quali motivi aveva per voler uccidere il marito?

Maria Domenica           - Me lo domando anch'io.

Josefa                            - Aveva l'uomo dei baci.

Sévigné                         - (piano) Il signor D'Azergues. (Ma­ria Domenica trasalisce).

Josefa                            - Ma è naturale! che idiota! il signor Enrico D'Azergues. Non ci avevo pensato! Eppure avrei dovuto pensarci!

Maria Domenica           - È una stupida accusa.

Josefa                            - (a Sévigné) Come vi è venuta que­sta idea?

Sévigné                         - (cavando fuori un foglio) Il signor Sturmer. Mi ha parlato della grande pas­sione di D'Azergues per la signora e della signora per D'Azergues.

Maria Domenica           - E se anche fosse? Non è un motivo sufficiente. Non sempre si uccide il marito perché si ha un amante.

Sévigné                         - (conciliante) No.

Josefa                            - C'è un motivo. Il signor D'Azergues è un pezzente, ed ha molto bisogno del denaro della signora.

Maria Domenica           - Questa poi è nuova.

Josefa                            - (a Sévigné) Sapete giocare a poker?

Sévigné                         - Appena appena...

Maria Domenica           - Non vedo quale rapporto...

Josefa                            - (a Sévigné) Abbastanza per sapere - spero - che quattro re valgono più di tre assi?

L'Agente                       - Quattro re! Sfido! (Tutti lo fis­sano con riprovazione).

Josefa                            - Beh, l'altro giorno, a casa... in­somma in via della Faisanderie, si giocava a poker. C'era un piatto di centomila fran­chi. Il signor D'Azergues annuncia tre assi. La signora dice « tanto peggio », e getta le proprie carte. Aveva quattro re... un modo come un altro per fargli guadagnare la vita.

Sévigné                         - Come lo sapete?

Josefa                            - Ero alle sue spalle mentre servivo.

Maria Domenica           - È una sciocca e puerile invenzione.

Josefa                            - Come quella delle parole di Miguel, no? « Josefa perché hai fatto questo? ». Io ho un testimone, il signor Sturmer. Anche lui aveva visto il colpo ed è andato a par­larne col signor Beaurevers. Gli ha detto: « Tua moglie non sa giocare a poker. Perderà un patrimonio, con un simile sistema».

Maria Domenica           - Debbo riconoscere che al gioco sono sfortunata.

Josefa                            - Specialmente contro il signor D'Azergues. Sicché capirete bene che se il signor Beaurevers muore, il signor D'Azer­gues può sposare il denaro della signora.

Maria Domenica           - Mi giudicate incapace di piacere?

Josefa                            - Non ho detto questo, ho detto che i milioni aiutano. Aiutano il signor D'Azer­gues!

Sévigné                         - Poiché siete così sicura dei rap­porti della signora con D'Azergues? Come avete potuto credere che fosse il marito che lei baciava con tanta passione, la sera prima del delitto?

Maria Domenica           - Ottima domanda. Grazie, signor Giudice!

Josefa                            - La gelosia è cieca. E poi il signor D'Azergues zoppica un po'.

Maria Domenica           - (con involontario orgoglio) A seguito di una discesa in paracadute.

Josefa                            - Beh, quella sera lì non zoppicava. È difficile che si zoppichi per baciare una donna! Ecco perché l'ho preso per il signor Beaurevers.

Sévigné                         - Negate quei baci, naturalmente?

Maria Domenica           - Naturalmente.

Josefa                            - (nauseata) Lo baciava da perderne il respiro, vi dico!

Maria Domenica           - La mia parola contro la sua.

Sévigné                         - (fingendo di crederle) La signora nega. Potete dire qualche altra cosa?

Josefa                            - Non ho che l'imbarazzo della scelta. Domandatele perché mise il vestito rosso, la sera del delitto.

Maria Domenica           - Perché mi sta bene.

Josefa                            - Allora domandatelo a me.

Maria Domenica           - Domandateglielo, visto che è lei che conduce l'inchiesta.

Josefa                            - Perché aveva mandato in tintoria il completo grigio che si era sporcato di! grasso.

Sévigné                         - (colpito) Che grasso?

Josefa                            - Mi è venuto in mente poco fa, quando avete parlato di quella rivoltella che chiunque avrebbe potuto prendere in garage.

Maria Domenica           - È una supposizione infame!

Josefa                            - Miguel me lo aveva detto. Il carbu­ratore della Cadillac perdeva. Mentre lei prendeva la rivoltella, l'orlo del vestito si macchiava di unto. Ecco perché l'indomani si fece dare il vestito rosso...

Maria Domenica           - Bisognerebbe ucciderla...

Josefa                            - (arrogante) Uccidere anche me?

Sévigné                         - Potete rispondere alla sua accusa, signora?

Josefa                            - Potrebbero rispondere quelli della tintoria e dire se era grasso o no.

Sévigné                         - (irritato) Lasciate parlare la signora.

Maria Domenica           - (con la massima naturalezza) Infatti, era grasso di macchina. Ero andata in garage, quella sera.

Josefa                            - (entusiasta) Finalmente.

Maria Domenica           - Frugai anche nella scatola da guanti della macchina, ma non ho preso la rivoltella. Ho ritrovato un paio di guanti dimenticati. Per me, una scatola di guanti, serve soprattutto per mettervi dei guanti.

Josefa                            - Quali guanti?

Maria Domenica           - (ironica) Un paio di guanti nuovi, signor Giudice, comperati proprio quel giorno in faubourg Saint Honoré.

Josefa                            - (recisa) No.

Maria Domenica           - Come no? (A Sévigné) Mandate un ispettore; li troverà nell'armadio.

Josefa                            - Pensate molto voi. Avete il cer­vello fertile. Disgraziatamente per voi, an­che il mio... lo è, ora: quei guanti li avete comperati il giorno del delitto.

Maria Domenica           - (con lo stesso tono di difesa)

                                      - No.

Josefa                            - Il mercoledì. Ve li ho visti mettere a posto il mercoledì.

Maria Domenica           - Il mercoledì li avevo cam­biati di posto.

Josefa                            - E dov'erano prima?

Maria Domenica           - Nell'ingresso.

Josefa                            - Nell'ingresso? E spolverando io non li avrei visti? Ah! Ah!

Sévigné                         - Una cosa è certa, signora. Voi siete andata nel garage il martedì sera. E avete preso dei guanti.

Josefa                            - Lo dice lei.

Sévigné                         - Avreste dunque potuto prendere anche la rivoltella!

Maria Domenica           - Sì. Se vi fosse stata.

Sévigné                         - (senza espressione) Non c'era più?

Maria Domenica           - Scomparsa. Per merito di mio marito o di questa ragazza.

Sévigné                         - E voi non lo avete fatto notare a vostro marito, che l'arma era scomparsa?

Maria Domenica           - Ma no...

Sévigné                         - Strano, e perché?

Maria Domenica           - Ah... non lo so. (Silenzio).

Sévigné                         - C'è una cosa che non mi piace, per voi, signora. Nella vostra prima deposi­zione all'ispettore Colas parlaste appunto di quei guanti...

Maria Domenica           - Ebbene?

Sévigné                         - Ebbene, pronunziaste, in propo­sito, una frase che sembra dar ragione alla signorina.

Maria Domenica           - (altera) Quale frase?

Sévigné                         - Avete detto: Morestan, il testo esatto.

Morestan                       - (legge) Signora B.: « Avevo i guanti pieni di sangue, dei guanti nuovis­simi, comprati nel pomeriggio ». (Silenzio e stupore).

Josefa                            - Noi donne parliamo sempre troppo.

Sévigné                         - Dovete riconoscere che vi avevo messa in guardia, signora. Un eccesso di det­tagli... ci si perde sempre per un eccesso di dettagli.

Maria Domenica           - Mi sono perduta, io?

Sévigné                         - Siete andata nel garage, e non avete preso né i guanti né la rivoltella. Cosa vi siete andata a fare allora?

Maria Domenica           - Non vi è venuta l'idea che forse non parliamo degli altri guanti.

Josefa                            - (con sincera ammirazione) Che cer­vello! E come funziona! (Si tocca la fronte).

Maria Domenica           - Ho potuto comprarmene un paio il martedì e un paio il mercoledì, no?

Sévigné                         - Avreste potuto farlo, fino a due minuti fa. Adesso è troppo tardi.

Maria Domenica           - Vorrei proprio sapere il perché.

Josefa                            - (involontariamente) Anch'io.

Sévigné                         - Perché due minuti fa avete fornito una spiegazione del tutto diversa. Quando la signorina vi ha accusata di averli messi a posto il mercoledì, avete risposto: « Li cam­biavo di posto ». Invece avreste dovuto dire: « Non erano gli stessi guanti ». (Silenzio) È un buon punto... non conquistato facilmente, ma lo considero un buon punto...

Maria Domenica           - Come volete.

Sévigné                         - (improvvisamente attacca) Avevate le chiavi di tutte le camere dell'apparta­mento, naturalmente.

Maria Domenica           - Nemmeno per sogno!

Sévigné                         - (sorpreso) Non avevate la chiave della camera della signorina? (Indica Josefa).

Maria Domenica           - (molto calma) Mio marito, probabilmente. Ma io no.

Josefa                            - (con un grido) Aspettate un po'!

Maria Domenica           - Aspettiamo.

Josefa                            - Circa quindici giorni fa. Marta Herbeaux (a Sévigné  ) la cuoca, aveva dimen­ticata la chiave nella sua camera. Voleva chiamare un fabbro. Ma la signora ha detto che non valeva la pena ed ha aperto con un passe-partout.

Sévigné                         - Col quale poteva aprire egual­mente la vostra porta? (Rivolgendosi a Josefa).

Maria Domenica           - Non lo so. Non ho avuto occasione di servirmene.

Josefa                            - Solo la sera del delitto.

Sévigné                         - (a Josefa) Tacete! (A Maria Dome­nica) Sarà facile verificare.

Maria Domenica           - No, perché l'ho perduto.

Sévigné                         - Ah?

Maria Domenica           - Da una settimana o press'a poco.

Josefa                            - Ci avrei scommesso.

Sévigné                         - Molto spiacevole.

Maria Domenica           - Molto spiacevole, infatti. Ma mio marito, sì, lui aveva la chiave.

Josefa                            - (a Sévigné   con forza) Vi ho giurato di no! Ve l'ho giurato il primo giorno, quando la cosa non aveva nessuna importanza.

Sévigné                         - (soave a Maria Domenica) La vostra parola contro la sua, una volta ancora.

Maria Domenica           - Ma è a lei che credete!

Sévigné                         - Non si tratta di questo.

Maria Domenica           - Di che mi accusate, pre­cisamente?

Sévigné                         - Di nulla, per il momento. Con­stato che siete entrata nel garage, ma non per cercarvi i guanti, che non avete parlato a vostro marito della sparizione della rivol­tella, e infine che avevate modo di aprire la porta della stanza del delitto. Il che potrebbe farmi credere che vi siate entrata prima del signor Beaurevers, quella sera.

Maria Domenica           - Mi parlate come ad una colpevole. Non devo rispondere che la verità.

Sévigné                         - (riprende la propria frase) Disgra­ziatamente una « serie di coincidenze » ve lo ha impedito, finora. Sicché vi raccomando la franchezza. Prendete nota, Morestan.

Morestan                       - Ho preso nota di tutto, signor Giudice.

Sévigné                         - Siete entrata nella stanza dopo di vostro marito?

Maria Domenica           - (molto attenta) Sì.

Sévigné                         - Cosa avete visto? (Maria Dome­nica fa per parlare) Coi maggiori dettagli; per favore.

Maria Domenica           - Ho visto il corpo di Ostos in fondo alla stanza e mio marito con la rivoltella in mano, curvo su Josef a, comple­tamente nuda. (L’agente  alza il capo) Tremava come un animale inseguito. Era livido, con gli occhi fuori delle orbite, smarrito. Di tanto in tanto si passava la mano tremante sulla fronte madida di sudore. Mi ha fatto pietà e...

Sévigné                         - Benissimo. Il vostro racconto con­corda perfettamente con quello fatto prima...

Maria Domenica           - (sollevata e trionfante) Dico la verità. Quindi non posso sbagliarmi.

Sévigné                         - (senza dar peso) Avete trovata la chiave nella serratura?

Maria Domenica           - Sì.

Sévigné                         - E la luce accesa?

Maria Domenica           - (meno recisa) Sì.

Sévigné                         - Per constatare che vostro marito era livido, che il sudore gli colava dalla fronte, e che tremava come un animale inse­guito, la luce doveva essere accesa.

Maria Domenica           - Lo era.

Sévigné                         - Come mai, allora non abbiamo trovato le impronte del signor Beaurevers sull'interruttore?

Maria Domenica           - (sconcertata) Non lo so.

Sévigné                         - Potevate darmi una risposta che vi avrebbe messa fuori causa. Avreste dovuto dirmi: « L'ho cancellate coi miei guanti per salvare mio marito, così come, dopo, le ho cancellate dalla rivoltella ». Se aveste vera­mente cancellato le sue impronte, non lo avreste dimenticato. Solo che non lo avete fatto e perciò rispondete non lo so.

Josefa                            - (a Cardinal) È straordinario!

Sévigné                         - Mi rincresce infinitamente, cre­detemi.

Josefa                            - (con una specie di grandezza ancillare) La signora è servita!

Sévigné                         - Ritengo superfluo raccontarvi il vostro delitto, signora. Avevate il passe­partout e la rivoltella. E siete entrata per prima nella stanza.

Maria Domenica           - (selvaggiamente) Lei c'era già! E Ostos l'ha accusata! È lei che lo ha ucciso.

Sévigné                         - Infatti me lo ha detto.

Maria Domenica           - (stupefatta) Ve lo ha detto?

Sévigné                         - Quando credeva colpevole vostro marito. Ma mi è stato facile dimostrarle che non avrebbe potuto anche se avesse avuto la rivoltella.

Josefa                            - (onestamente) Me lo ha provato: non avrei potuto.

Maria Domenica           - (frenetica) Ma il movente? Non ho nessun movente. Avrei potuto divor­ziare.

Sévigné                         - C'è l'odio. L'odio del quale ci avete dato infinite prove. Non sempre è suf­ficiente divorziare. Odiate talmente vostro marito - anche il Sostituto ne è rimasto colpito -che volete vederlo scomparire.

Maria Domenica           - Queste non sono prove.

Sévigné                         - Le abbiamo, le prove. Lo dico riferendomi alle confidenze che avete fatto a Marta Herbeaux. (Cava fuori un foglio del fascicolo) « Si prende il mio denaro e mi rende ridicola con la cameriera, qui in casa mia. Lo odio! Oh come lo odio! Credo che sarei capace di ucciderlo! ».

Maria Domenica           - Si dice così...

Sévigné                         - Lo so. Tuttavia vi consiglio di confessare.

Maria Domenica           - Mai! Questo mai!

Sévigné                         - La giuria troverebbe qualche scusa per un dramma passionale. Anche se vi è un errore di persona. Ma non ne trove­rebbe nessuna per una donna che uccide il proprio autista. Riflettete. Un delitto pas­sionale significa l'assoluzione quasi certa. Specialmente con tante circostanze atte­nuanti... ma l'assassinio...

Maria Domenica           - (interrompendo) Mi arre­stereste?

Sévigné                         - Sarà presa una decisione sul vostro caso. Ma vi consiglio di confessare. (Senza rispondere Maria Domenica si avvia verso la porta del fondo. Sévigné la precede e fa cenno all'agente del primo atto) Agente! Entrate con la signora lì dentro. (Indica lo sgabuzzino) E non fatela uscire con alcun pretesto.

L’Agente                      - Va bene, signor Giudice.

Maria Domenica           - (in tono di sfida) Ci starò benissimo per riflettere. (Esce seguita dall'agente).

Cardinal                        - Spero che ci rimetterete subito in libertà?

Sévigné                         - Personalmente sì. Ecco l'ordine di scarcerazione.

Josefa                            - (con un grido) Sono libera?

Sévigné                         - Quasi. Morestan porterà questo foglio al Procuratore. Credo che non si opporrà alla mia decisione. Sarete riaccompa­gnata alla prigione e lì si procederà a can­cellare il vostro nome dal registro.

Morestan                       - Ho una vaga idea che il Pub­blico Ministero farà qualche difficoltà.

Cardinal                        - (battagliero) Vorrei vedere anche questa! (A Morestan) Vengo con voi. E vi prego di credere che non mi lascerò pestare i piedi! (Esce con Morestan).

Josefa                            - (a Sévigné) Non per farvi un com­plimento, ma ci sapete fare con la giustizia, voi.

Sévigné                         - Grazie.

Josefa                            - La signora è furba, ma ha trovato pane per i suoi denti. Però... ero capitata bene, per un primo servizio!

Sévigné                         - (sorride) Sì.

Josefa                            - (accorgendosi che Morestan non ha preso l’ordine di scarcerazione) Oh! Ha dimenticato l'essenziale! (All'agente) Correte dietro a quei due signori e consegnate loro questo. Ufficio 12.

L’Agente                      - Va bene, signor Giudice.

Sévigné                         - E tornate subito. (L'agente esce).

Josefa                            - Avete paura di rimanere solo con me?

Sévigné                         - (sincero) No! Perché?

Josefa                            - Non so...

Sévigné                         - (garbatamente) Che farete, adesso che siete libera?

Josefa                            - Non saprei... Da una parte sono vedova; dall'altra abbandonata.

Sévigné                         - È evidente.

Josefa                            - Non abbandonata, mollata! Mol­lata schifosamente! (Pensierosa) Strano... circa due mesi fa, mentre dormivamo in­sieme, Miguel ed io, abbiamo fatto lo stesso sogno.

Sévigné                         - (sempre garbato) Ah?

Josefa                            - Lui sognava che un tizio stava per uccidermi con un colpo di rivoltella. Io sognavo che un tizio stava per avvelenarlo. Ognuno di noi ha gridato nello stesso mo­mento per avvertire l'altro. E ci siamo svegliati.

Sévigné                         - (interessato) Lo stesso grido? Nello stesso momento?

Josefa                            - Solo che il sogno si è sbagliato. La rivoltella era per Miguel e il veleno per me.

Sévigné                         - Già... Beaurevers è un veleno.

Josefa                            - (in tono profondo) Se penso alla mia vita da diciotto mesi!... tutte gioie per­dute...

Sévigné                         - (allegramente per darle animo) Cer­cherete un altro posto?

Josefa                            - (con un grido) Grazie tante! Per la riuscita che ho fatto! No, credo che mi darò allo spogliarello.

Sévigné                         - Come?!

Josefa                            - Allo strip-tease! Le mie com­pagne di carcere mi hanno trovato un non so che anche loro!

Sévigné                         - Non è un motivo sufficiente!

Josefa                            - Altro che! Ventimila franchi alla settimana! e bisogna svestirsi solo sei volte al giorno!

Sévigné                         - (sincero) Peccato! Mi sembra che potreste valere di più!

Josefa                            - Mio padre diceva: «Il prezzo di una cosa non sempre corrisponde al suo valore ». Aveva ragione a quanto pare.

Sévigné                         - A quanto pare! (Breve silenzio).

Josefa                            - Signor Giudice!

Sévigné                         - Sì.

Josefa                            - Non vi piacerebbe... con me?

Sévigné                         - (allibito) Come?!

Josefa                            - So benissimo, che senza di voi, non me la sarei mai cavata. Sicché è il meno che io possa fare.

Sévigné                         - (allibito ma sorridente) Voi ed io?

Josefa                            - Lo faccio volentieri.

Sévigné                         - Siete molto carina, ma no.

Josefa                            - Non ho nulla di straordinario, ma non è una elemosina che vi faccio: non ho altro.

Sévigné                         - Sono molto commosso, molto, vi assicuro. Ma no, senza complimenti. Grazie.

Josefa                            - Peccato!

Sévigné                         - Due anni fa... prima del mio matrimonio... rinunciando a qualche scioc­chezza con voi... l'avrei certo rimpianto.

Josefa                            - (commossa) Sapete parlare alle donne, voi!

Sévigné                         - Dio mio, siete proprio deliziosa.

Josefa                            - Credo che avrei potuto esserlo, ma è andata diversamente. (In fretta) Ma per quella « cosa » capisco benissimo; dovete avere tante di quelle occasioni con tutte le donne che salvate!

Sévigné                         - (commosso) Josefa Lanthenay, non date ascolto a quelle donne della prigione. Non siete come loro, voi.

Josefa                            - Mi credete onesta?

Sévigné                         - Sì.

Josefa                            - Voi, un Giudice?

Sévigné                         - (sorride amabilmente) Io, un Giu­dice.

Josefa                            - Dopo tutto quello che avete sen­tito?

Sévigné                         - Sì.

Josefa                            - (febbrile) Vorrei darvi qualcosa, un ricordo. (Fruga febbrilmente nella propria bor­setta) Non ho nulla. Mio padre mi aveva rega­lato un soldo bucato di Napoleone III; ma me lo hanno tolto quando sono entrata in prigione. Non ho che il mio fazzoletto.

Sévigné                         - Ma no...

Josefa                            - È pulito. Non so cosa mi è successo, ma non piango più.

Sévigné                         - (commosso) Se proprio ci tenete...

Josefa                            - È uno straccetto, ma è divertente: c'è sopra un toro. Miguel me lo aveva por­tato da Bayonne.

Sévigné                         - (ammirando il fazzoletto) È gra­zioso. Vi ringrazio molto. (Antonietta entra).

Antonietta                     - Ti dà il suo fazzoletto, adesso!

Sévigné                         - Ti prego, Antonietta!

Antonietta                     - Mi telefoni per chiedermi se sono felice... naturalmente mi preoccupo. E arrivo in tempo per vedere che ti dà il suo fazzoletto!

Josefa                            - Ma è normalissimo, signora.

Antonietta                     - Diventate ingombrante, signo­rina.

Josefa                            - Perché?

Antonietta                     - Perché? Da quando vi conosce, per essere contento, mio marito deve tre­mare di desiderio e avvertire un dolore alla base del cranio.

Sévigné                         - Dicevo per ridere!

Antonietta                     - E ora dovrei forse regalargli anche dei fazzoletti!

Josefa                            - (a Sévigné) Com'è bella. Vi capisco! (.A Antonietta) Era per ringraziarlo di avermi salvato.

Antonietta                     - (al marito) Conservalo prezio­samente, forse ti costerà caro.

Sévigné                         - (a Josefa) Lo serberò preziosa­mente...

Antonietta                     - (desolata) Perché ti costerà caro?

Sévigné                         - Temo di sì.

Antonietta                     - (terrificata) È stato Beaurevers?

Sévigné                         - La moglie.

Antonietta                     - (tenera consolatrice) Povero amore mio!

Sévigné                         - (acconsente) Sì... e adesso rientre­rai buona buona. Cercherò di sbrigarmi il più presto possibile. Frattanto cerca di abi­tuarti al nostro quarto piano, alla nostra vecchia macchina ed alla tua pelliccia imi­tazione, perché non credo che potremo cam­biare tanto presto.

Antonietta                     - Non è giusto!

Sévigné                         - In municipio mi dicesti: « Se tu fossi un mancato, povero e infelice, ti amerei ancora di più ». È il momento di mantenere la parola.

Antonietta                     - (seria) Non dubitare. (Ridendo) Però ne riparleremo alle undici e tre, vero? (Esce).

Josefa                            - (dopo un breve silenzio) Cosa pos­sono farvi?

Sévigné                         - Non ne parliamo.

Josefa                            - Posso ancora dire che sono stati io se per voi è più comodo?

Sévigné                         - (secco) Non è più comodo!

Josefa                            - Non posso essere utile in nessun modo? Peccato! (Passa davanti alla finestra, e guarda il vuoto) Non è abbastanza alto!

Sévigné                         - (si precipita) Ma no! Ma no!

Josefa                            - Mi butto giù, va bene. E poi?

Sévigné                         - Appunto: e poi?

Josefa                            - Sarò infelice lo stesso e disgra­ziata oltre tutto.

Sévigné                         - Oltre tutto. (Chiude la finestra) Cer­cate di far felice un bravo giovane; piuttosto

Josefa                            - Oh, i bravi giovani! Porto disgrazia ai bravi giovani, io! Vedete Miguel! Pare che io sia fatta per gli scioperati, i buoni a nulla.

L’Agente                      - (entra) Ecco il foglio.

Sévigné                         - Riaccompagnerete la signorina dal suo avvocato. Che sia condotta subito al car­cere della Roquette.

L’Agente                      - Benissimo, signor Giudice.

Sévigné                         - (a Josefa) Vado a sentire la con­fessione della signora Beaurevers.

Josefa                            - Credete?

Sévigné                         - Ne sono certo. È una donna molto intelligente. Ha capito.

Josefa                            - Buona fortuna!

Sévigné                         - Non farete sciocchezze?

Josefa                            - Lo giuro.

Sévigné                         - Su che?

Josefa                            - (seria) Sul nostro fazzoletto...

Sévigné                         - (all’agente) Comunque non perde­tela di vista.

L’Agente                      - Va bene, signor Giudice.

Josefa                            - (con brio) Buona fortuna.

Sévigné                         - Grazie. Non rimpiango nulla. Era un caso interessante. (Avviandosi) Buona fortuna anche a voi! (Entra nello sgabuzzino).

Josefa                            - Si va?

L’Agente                      - Sciocchezze? quali sciocchezze? Non si fanno sciocchezze quando si è rimessi in libertà.

Josefa                            - La vita non consiste soltanto nella libertà.

L’Agente                      - Per me, sì. In linea di massi ma, non vivo che la domenica.

Josefa                            - (ripete) Si va?

L’Agente                      - Allora tornerete a casa vostra?

Josefa                            - A parte il fatto che non ho casa. Andrò in albergo.

L’Agente                      - (subito) Ne conosco uno io.

Josefa                            - Anch'io. Il padrone è un vecchio delle mie parti...

L’Agente                      - Bisogna stare attenti con i vec­chi. Non hanno rispetto per niente.

Josefa                            - Non esageriamo. Ha 78 anni. An­che se lo supplicassi...

L’Agente                      - Ho sentito dire che eravate ca­meriera.

Josefa                            - Lo ero.

L’Agente                      - Ma sapete cucinare?

Josefa                            - Adoro cucinare, pulire... però, credetemi se volete, non mi piace cucire.

L’Agente                      - (con finta arroganza) Sicché io vi impedisco di riflettere?

Josefa                            - Come?

L’Agente                      - (mellifluo) Poco fa, qui, avete detto che vi impedivo di riflettere.

Josefa                            - (si ricorda) Ah, sì.

L'Agente                       - Beh, è lusinghiero, non c'è che dire.

Josefa                            - Non tanto lusinghiero... È perché mi ricordate qualcuno.

L’Agente                      - Simpatico, spero!

Josefa                            - Non lo so.

L’Agente                      - Il vostro caro torero, forse.

Josefa                            - No, anzi. Si va? (l’agente non sì muove) Cosa avete da guardarmi?

L’Agente                      - Sicché il vostro corpo fa sem­pre di testa sua?

Josefa                            - (sprezzante, ma senza asprezza) Cre­dete che vi sia tutto permesso?

L’Agente                      - (si lancia) No, ma io sono proprio il tipo che fa per voi. Non vi amerò troppo. Non sono il grande amore, io. Sarei piut­tosto la cosetta divertente. Se vi dicessi quello che penso chiamereste la polizia.

Josefa                            - (ridendo, già vinta) Che scemo!

L’Agente                      - Mi chiamo Mario. Sapete? Do­vremo uscire insieme una di queste dome­niche... (Si scansa per lasciarla passare).

Josefa                            - (s'incammina, improvvisamente si ferma, batte la fronte con la mano) Ci sono, diavolo! Beniamino, il signore! Era destino! (En­trambi escono in fretta).

FINE

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