L’imperatrice si diverte

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L’IMPERATRICE SI DIVERTE

Commedia in quattro atti

di ALBERTO CASELLA e TATIANA PAVLOVA

PERSONAGGI

MARTA SKAVRONSHYI

ALESSANDRO MENCHIKOF

CHEREMETIEFF - GLUCK

IVAN KOROUSKJI

VLADIMIRO ARSENIEFF

GABIELE GOLOFKIN - RAGIUNISKJ

PRIMO UFFICIALE DI CAVALLERIA

SECONDO UFFICIALE DI CAVALLERIA

TERZO UFFICIALE DI CAVALLERIA

GENERALI

UFFICIALI DI STATO MAGGIORE E DELLE TRUPPE

SOLDATI

UN CAPO-PEZZO BOMBARDIERI

DONNE-VECCHI-BAMBINI

CATERINA TOURGHEN

PRIMO BOIARDO

SECONDO BOIARDO - NATASCIA

SCIAFFIROF - PIETRO

ARCHIMANDRITA – ACOSTA - FEDIA - MARIA

WILLIAM MONS - FELTON

APRAXIN - GUILBERT

CAMPRENDON - BLUMENTROST

LAZARITI – ELISABETTA - TOLSTOI - ROPNINE

GALATZIN – SAPIEHA - TEKO - OSTERMANN

JAKOPO – PAULO DIVIER - BRUCE

KIKIN - DOLGOROUKY

DUCA DI HOL - POPE

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

In Livonia, durante l'assedio posto dai Russi di Pietro il grande alla fortezza di Marienbourg, tenuta dagli Svedesi di Carlo XII (anno 1702.

Pietro il grande sta ultimando la sua flotta su Arcangelo. L'esercito russo di assedio è comandato dal generale Cheremetieff, ai cui ordini è il luogo-tenente Alessandro Menchikof.

La tenda di Menchikof. Lontano, ogni tanto, il cannone. Il ru­more caratteristico di un attendamen­to militare.

Menchikof                     - (se­duto al tavolo, os­serva una carta rozzamente trac­ciata e fa colazio­ne. Due bei soldati del reggimento Preobrajenskji lo servono: sono stracciati, sporchi, ma decorati. Portano lunghe barbe incolte) Tu, veterano, porta via questa porcheria d'idromele... (// se­condo soldato corre via). E mandami qui Vladimiro Arsenieff, se non è fradicio!

(Il primo soldato stura una bottiglia di vino del Reno e mesce).

Primo soldato                - Alla salute di Vostra Ec­cellenza.

Menchikof                     - Chiama il tenente Ivan Ko-rouskji.

Primo soldato                - (corre fuori).

Menchikof                     - Al diavolo chi ha fatto que­sto sgorbio! (Gira la carta in tutti i sensi) Dove siamo, noi? (Grida) Capo-pezzo Preobrajenskji!

Capo-pezzo                   - (entra: un colosso, decorato e gallonato. Si inchina fino a terra).

Menchikof                     - Manda subito a cercare di Arsenieff... Novità?

Capo-pezzo                   - Eccellenza, sì! Il drappello della quarta compagnia... quei sedici che erano scappati ieri notte...

Menchikof                     - Rientrati?

Capo-pezzo                   - Eccellenza, sì. Chiedono misericordia...

Ten. Korouskji              - (entra, semiaddormentato e piuttosto ubriaco) Agli ordini.

Menchikof                    - (lo squadra) Tenente Korou­skji, sapevi che quei vigliacchi della quarta eran rientrati?

Ten. Korouskji              - (tranquillo) Mai saputo, Eccellenza.

Menchikof                    - (al Capo-pezzo) Va'. (Il Ca­po-pezzo esce). Tenente Korouskji: sei ubriaco.

Ten. Korouskji              - Per forza. Non bevevo un sorso da ieri! Ma è vino di classe. Non fa male.

Menchikof                    - Ah, sì? Che vino è?

Ten. Korouskji              - (spaventato) Vino...

Menchikof                    - Hai rubato! Ti sei tenuto una cassa! Andrai sotto processo per furto al tuo comandante... appropriazione di bottino di guerra... (Lo scuote) Mandami qui la cassa in­tera, intatta, o ti faccio saltare quella testa sen­za cervello!

Ten. Koruskji                - Va bene... Ma, intendia­moci, ne ho bevuto...

Menchikof                    - Quante?... Quante?

Ten. Korouskji              - Cinque... sei...

Menchikof                    - Ladro! Mi derubi! Manda qui la cassa e avrai tante frustate quante bottiglie ci mancano! (Lo insegue; quando il tenente è slitta soglia, lo ferma) Alt. Sono rientrati i se­dici disertori della quarta. Li farai mettere in fila sul terrapieno, legati in un mucchio, e fu­cilare da un plotone del Reggimento Semie-nowskji. Fila! (Il tenente saluta e scompare. Rientra il secondo soldato, seguito da Vladimi­ro Arsenieff, in caftano, un rotolo di carta in mano. È un ometto dal viso di volpe). Vieni avanti, Arsenieff.

Arsenieff                       - (viene al tavolo, ma resta in piedi) Mio caro Alessandro...

Menchikof .................. - Questa specie di carta è un pasticcio. Guarda qua. Come capisco dove sono le nostre linee, in questo imbroglio? Mi occorre una cosa semplice e chiara, dove si veda chia­ramente il terreno fra i miei reggimenti e il decimo bastione Marienbourg... Capisci?...

Arsenieff                       - Te lo faccio io, il disegno. Do­v'è Barbara?

Menchikof                    - Tua sorella è un impiastro. Ho litigato e l'ho mandata al diavolo.

Arsenieff                       - Oh, diamine! E non hai dor­mito con lei?

Menchikof                    - No. Non voglio più donne. Ne ho abbastanza. Te le regalo tutte e due le tue care sorelle, Daria e Barbara. Gelose l'una dell'altra, invidiose... Non ne voglio più sa­pere!

Arsenieff                       - Non ti arrabbiare, Alexacha. Sei il più bell'ufficiale dell'armata e le donne, si sa... E poi, così sbarbato, alla francese... (Ride). A proposito, ti ho trovato un parruc­chiere francese...

Menchikof                    - (felice) No!... Dici sul se­rio?...

Arsenieff                       - In parola. L'ho nascosto nella mia tenda, perché Cheremetieff non lo requisi­sca. Cheremetieff è brutto ma vanitoso. Pare che questo parrucchiere, che è riuscito a scap­pare da Marienbourg, abbia pettinato il Duca d'Orléans, a Parigi...

Menchikof                    - Dio ti benedica, Vladimiro! (Rientra il primo soldato, con due casse di bot­tiglie e ne distribuisce sul tavolo). Bevi. E, mi raccomando, non far saper nulla del parrucchie­re a Cheremetieff!

Arsenieff                       - Non c'è pericolo. Sai che gli piace mia sorella Daria?

Menchikof                    - Se la prenda. Io ne hp abba­stanza. Di lei e di Barbara.

Arsenieff                       - Hai ragione, cuor mio. Ora mettiti al lavoro. (Si sente una scarica di fuci­late vicinissime). Che succede?

Menchikof                    - Nulla. Bruciano la pelle a se­dici disertori della quarta. Una porcheria di meno da sfamare. Addio, Vladimiro. Serbami il parrucchiere per dopo l'assalto.

Ten. Korouskji              - (entra, con circospezione) Fatto, signor luogotenente.

(Arsenieff esce, inchinandosi).

Menchikof                    - Bene. E la cassa?

Ten. Korouskji              - È lì. Fuori.

Menchikof                    - (ai soldati) Portatela dentro.

(/ soldati eseguiscono).

Ten. Korouskji              - Sua Eccellenza il Feld­maresciallo mi ha fatto avvertire che verrà su­bito da Vostra Eccellenza per conferire di cose urgenti...

Menchikof                    - Il Comandante? Fa' schierare la guardia del Preobrajenskji... Monta a ca­vallo, avverti i comandanti di reggimento e di batteria, di' che mettano in ordine i ranghi e che le reclute facciano istruzione. Fila! (// Te­nente esce. Dopo poco, si udrà un certo fer­mento, attorno, rumore di zoccoli, di armi, di ruote. Ogni tanto, il cannone. Qua e là, un rullo di tamburo). Cheremetieff vorrà accordarsi per l'assalto. Poi, dirà che il piano era suo, come fece a Erestfer. Per lo meno, è un brav'uomo, Cheremetieff. Chi mi fa la guerra, è quell'invi­dioso di Golovin... E Anna Mons ne approfitta. Ma li concio io tutti quanti, parola di Alessan­dro Menchikof.

(Un rullo di tamburo, prolungato e vicinis­simo; il comando secco che fa presentare le armi al Feldmaresciallo. Entrano Cheremetieff, in una uniforme verde-oro assai logora e spor­ca, Gabriele Golofkin, inviato dello Czar, e due aiutanti di campo. Cheremetieff porta la barba, incolta; così pure i due aiutanti. Golofkin è ra­sato, ma non di fresco; tutto coperto di fango, lacero, ma saldo, ad onta delle centinaia di chi­lometri percorsi a cavallo; giovane; appartiene alla « nuova generazione »).

Cheremetieff                 - Novità, Alessandro Danilo­vich?

Menchikof                    - Siedi, Maresciallo. «Vodka»? (Fa cenno ai soldati di mescere).

Cheremetieff                 - Alla tua salute e alla tua gloria. Manda via quegli uomini.

Menchikof                    - (con un cenno fa uscire i soldati e versa egli stesso nelle tazze).

Cheremetieff                 - (siede, offre un bicchiere a Golofkin) Bevi, Golofkin. Sarai stanco. (A Menchikof) Gabriele Golofkin, figlio del Gene­rale. Viene a tappe forzate da Arcangelo, con un messaggio di Pietro.

Menchikof                    - Bene arrivato, amico. Ero con tuo padre all'assedio di Azof. Che dice Sua Maestà?

 Golofkin                      - Ho l'incarico di abbracciami personalmente, nel suo augusto nome, signor Luogotenente... (Lo abbraccia). Sua Maes vuole che voi crediate al suo affetto grandis mo di amico e di fratello.

Menchikof                    - Agli ordini dello Czar, sempre. Ebbene, Cheremetieff?

Cheremetieff                 - Il messaggio che mi riguar­da è sbrigativo. Io devo, senza perdere un'ora, buttarmi su Volmar, battere gli Svedesi e, t marce forzate, raggiungere Apraxin, fra Ingria e Finlandia. Poi, coi due eserciti riuniti, accer­chiare Carlo XII, che tu avrai sconfitto a Marienbourg e inseguito, e tutti insieme, batterlo1 definitivamente... se quell'anguilla si lascerà] prendere...

Menchikof                    - Accidenti! E quanti uomini ti porti?

Cheremetieff                 - Ti lascio il comando inca­po, i tuoi veterani del Preobrajenskji e Semìe-nowskji, tutte le artiglierie e bombarde, e quattro reggimenti di reclute.

Menchikof                    - Benone! E io le piglierò come un salame!

Cheremetieff                 - Tu non le piglierai, Ales­sandro Danilovich. Hai del genio e lo Czar Pietro lo sa. Può darsi che le pigli io, a Volmar. (Alza il bicchiere) Alla nostra prossima onorificenza, Menchikof! (Tutti toccano). La bella Croce di Sant'Andrea!

Menchikof                    - Così voglia il Signore Iddio che protegge la Russia!

Cheremetieff                 - Addio. Non c'è un minuto da perdere. Ah, ti fa nulla che tua sorella Maria venga con me?

Menchikof                    - Mi fa piacere, anzi. E ti regalo Barbara e Daria Arsenieff. Non voglio più donne, al campo.

Cheremetieff                 - Farete pace a Mosca. Il mio palazzo?

Menchikof                    - Vien bene, pare.

Cheremetieff                 - Le forniture ti rifornisco­no, eh?

Menchikof                    - (impassibile) Si fa quel che si può.

Cheremetieff                 - Con l'aiuto di Dio, Menchi­kof! (Per andare) Ah, c'è un gruppo di lerci I prigionieri e di fuggiaschi, scappati da Marienbourg durante la sortita notturna. Fanne tu quello che credi. Addio. (Lo abbraccia).

Menchikof                    - (affettuoso) Tu conosci la mia devozione, Cheremetieff. Viva lo Czar!

Cheremetieff                 - Viva lo Czar! (Tocca la spalla di Golofkin, che lo saluta militarmente).

(Menchikof lo accompagna alla soglia della tenda. Rullo di tamburi, rumor di fucili, di ca­valli che scalpitano e si allontanano. Più oltre, un canto di soldati che si preparano a uscire dal campo. Il canto continuerà alquanto, fino a svanire in lontananza. Menchikof rientra subito, seguito dal Tenente Korouskji, ora assai più sveglio, e da Vladimiro Arsenieff).

Menchikof                    - Tu, Arsenieff, scrivi. Tenente Korouskji, fammi condurre subito qui i fuggiaschi di Marienbourg. (Korouskji esce). Gabrie­le Golofkin, ti ringrazio. Va' a riposarti. Quan­do devi tornare da Sua Maestà?

Golofkin                       - Al più presto, per imbarcarmi con lui.

Menchikof                    - (a un soldato) Accompagnalo da mio padre, che gli dia ristoro. Metterà a sua disposizione dieci cavalli freschi e il mio Perliano. (A Golofkin) Portalo allo Czar, con due casse di « Volka » inglese, che mi permetto di offrirgli. E digli che il luogotenente generale Menchikof, suo servitore, non rivedrà mai più Mosca se fra tre giorni non avrà preso Marien­bourg. Addio, Gabriele Golofkin. (Saluti. Lo accompagna, torna al tavolo, beve). Scrivi, Arsenieff: « Assumo il comando generale dell'assedio alla fortezza di Marienbourg. Regalo tre botti di acquavite alla truppa. Chiunque ab­bia il viso rivolto altrove che verso il nemico, sarà fucilato ».

Ten. Korouskji              - (sulla soglia) I prigionie­ri civili.

Menchikof                    - Avanti. (Ad Arsenieff) Fatto?

Arsenieff                       - Fatto. Vuoi metter la croce?

Menchikof                    - Bestia! La mia firma so farla!

Arsenieff                       - Scusa. Non lo sapevo. (Gli of­fre il foglio. Faticosamente, Menchikof sgorbia la sua firma). Bravo! (Entrano frattanto nella tenda tre donne, due vecchi, il pastore Gluck, sua moglie, due figli. Un mucchio di stracci. Appena Menchikof si volge verso di loro, tutti sì curvano profondamente e restano viso a ter­ra, biascicando implorazioni. Sono entrati an­che due ufficiali di cavalleria e due cosacchi di scorta).

Menchikof                    - (ad Arsenieff) Va', Arsenieff. Fa' leggere a tutti i Comandi il mio ordine. Più tardi, terrò consiglio dei Comandanti. (Arse­nieff esce. Menchikof osserva il gruppo, in si­lenzio). Tutto qui?

Ten. Korouskji              - Nove militari disertori, affidati al sergente Gluzof, e dieci fuggiaschi civili.

Menchikof                    - (dopo aver contato) Nove.

Primo ufficiale              - Generale, manca una donna.

Menchikof                    - Dov'è?

Primo ufficiale              - Nella tenda del Feldma­resciallo, credo. Il signor Comandante si è te­nuta la ragazza per sé, ieri... È una razione coi fiocchi...

Menchikof                    - Corri dal Comandante, prima che parta, e digli che ho bisogno della ragazza per l'interrogatorio...

Secondo ufficiale          - (facendosi avanti) Ge­nerale, mi ero interessato della faccenda, appena Korouskji mi recò il suo ordine. Ma la ragazza non era più col Feldmaresciallo.

Menchikof                    - (violento) Benone! E dov'è?

Secondo ufficiale          - Il Feldmaresciallo l'ha ceduta alla mensa degli ufficiali di cavalleria... perché scalcia, morde e graffia...

Menchikof                    - (ormai irritato per tante chiac­chiere e puntiglioso) Andate a cercarla. Su­bito. Vi farò frustare se tornerete senza di lei. (I due ufficiali fuggono). In piedi, cialtroni! (I civili si alzano faticosamente). Chi di voi ha qualcosa da dirmi? (Silenzio. I civili non osano aprir bocca). Vecchi, donne, ragazzi... Non ab­biamo viveri sufficienti per sfamare bocche inu­tili. Chi ha organizzato questa fuga?

Gluck                            - (si fa avanti, si inchina) Io, signor Generale.

Menchikof                    - Come ti chiami?

Gluck                            - Giovanni Gluck.

Menchikof                    - Mestiere?

Gluck                            - Pastore d'anime.

Menchikof                    - Religione?

Gluck                            - Luterano.

Menchikof                    - Cosa facevi a Marienbourg?

Gluck                            - Sua Maestà il Re di Svezia inten­deva ch'io scrivessi il Diario storico delle ope­razioni.

Menchikof                    - Sei suddito di Carlo XII?

Gluck                            - No, Eccellenza. Lituano e, doven­do scegliere, umilissimo servitore del grande Czar di Russia.

Menchikof                    - Fuggito, perché?

Gluck                            - La città è agli estremi. La vigilan­za, dal lato Sud, ridotta. Ho pensato di scam­pare, prima della fine. Ho preso con me la mo­glie, i figli, la serva... Tutti ci mettiamo sotto l'alta protezione dell'Eccellenza vostra.

Menchikof                    - Non posso accodarmi bocche inutili.

Gluck                            - Posso essere utile... Conosco più lingue... Il grande Czar cerca uomini di cul­tura... Io insegno, traduco, scrivo...

Menchikof                    - Sì. Puoi servire. Quella è tua moglie ?

Gluck                            - Eccellenza, sì. E i miei figliuoli.

Menchikof                    - E la serva?

Gluck                            - È appunto la ragazza che manca...

Menchikof                    - Ah!...

Gluck                            - Veramente, non è serva. La tenni a servizio... Poi, essendo svelta di cervello, l'a­dottai... Brava figliola. Soltanto, un carattere... Per tenerla a freno le feci sposare un trombet­tiere svedese...

Menchikof                    - (di buon umore) E l'ha fre­nata, il trombettiere?

Gluck                            - Eccellenza, no, ahimè! Dio mi per­doni l'errore commesso. Il trombettiere, la sera delle nozze, era fradicio. E la ragazza lo pestò e se ne tornò da me...

Menchikof                    - (ride, col suo riso di fanciullone. Poi) Pastore Gluck, ti farò andare a Mosca, dove insegnerai. Lo Czar ha bisogno di scien­ziati. Tua moglie e i figliuoli ti seguiranno. (Li tocca col frustino). Ne faremo due militari... (Tornando serio) Gli altri, bocche inutili... (Al secondo ufficiale) Per ora, legarli a un carro. Poi, vedremo...

(In questo momento si odono voci altercanti, dietro la tenda; quindi piomba nell' interno Marta Skavronskyi, inseguita da un ufficiale di cavalleria che barcolla e sghignazza, ubriaco. Marta, discinta e stracciata, il petto quasi nudo, i bei capelli biondi e inanellati sciolti, una gam­ba scoperta e graffiata, corre per la tenda, come una pecora spaurita; poi vede Menchikof, si ferma, lo fissa come incantata. Sul viso pienotto spunta un sorriso).

L'ufficiale di cavalleria - (senza curarsi di nessuno, la prende per un braccio) M'hai fatto correre, eh?... Verginella!

Marta                            - (gli dà una ceffata sonora, esclaman­do) Va' via, brutto animale!

L'ufficiale di cavalleria - (ride e cerca di trascinarla).

Menchikof                    - (con un balzo corre sull'ufficiale, la agguanta al collo, lo sbatacchia lontano) Portatelo via. Sia legato e frustato.

(// Ten. Korouskji e l'altro ufficiale afferrano l'ubriaco, che continua a ridere, voglioso, e lo trascinano fuori della tenda. Menchikof fa un segno ai suoi soldati e ai cosacchi, e questi fanno uscire i vecchi, le donne e la famiglia Gluck).

Gluck                            - Allora, Eccellenza...

Menchikof                    - Reverendo Gluck, siamo d'ac­cordo. Restate nei pressi. Avrò bisogno di voi. (Gluck esce, con un sorriso a Marta. Menchikof si rivolge alla ragazza, che non si è mossa. Si guardano: negli occhi di Marta passa una luce birichina, di bestiola furba: contadina astuta, donna che sa farsi valere). Come ti chiami?

Marta                            - Marta. (Sfacciata) E tu?

Menchikof                    - (ride) Veramente, il diritto d'interrogare, è soltanto mio... (Fa scorrere una panca, vi siede a cavalcioni, frustino in mano, espressione gaia, leggermente cupida. Guarda il petto nudo di Marta; carne fresca, bianca, ancora ansimante). Per tua regola, io mi chiamo, intanto, il padrone assoluto, qui, di tutto e di tutti...

Marta                            - Solite storie! Me ne ha già riem­pita la testa quell'altro...

Menchikof                    - (ride) Chi?

Marta                            - L'altro gallonato... (Imitandolo, con scherno) « Padrone assoluto di tutto e di tutti»...

Menchikof                    - Ah, ah, ah... Cheremetieff? Quel bravo Cheremetieff!... Hai dormito con lui, stanotte ?

Marta                            - O con lui o con dieci come lui, che t'importa?

 Menchikof                   - (ride) Sei divertente. Hai un tono da principessa selvatica... Rustica e fiera. Il reverendo Gluck mi ha fatto un accenno al tuo carattere... Ma forse, qui, vuoi darti delle arie... Col tuo trombettiere eri diversa...

Marta                            - Te lo regalo, il trombettiere.

Menchikof                    - (ride) Straordinaria!... (Avvicina la panca senza alzarsi). Non sei più innamorata del trombettiere svedese?

Marta                            - Mai stata. Ho schifo, ecco!

Menchikof                    - Oh! Oh! Sei schifiltosa... Vuoi bere?

Marta                            - (lo guarda: poi accenna di sì).

Menchikof                    - Meno male! Tazza che bevi, sapore che acquisti! (Versa da bere, si alza, le sì avvicina, le porta il bicchiere alla bocca Marta beve, lasciando un sorso. Menchikoj guarda, poi guarda il bicchiere, come esitane deciso, beve il sorso rimasto. Di nuovo, si guardano. Lentamente, Menchikof stende la iman a Marta, dicendole) Sei simpatica. Camerati?

Marta                            - (alza la mano. Nell'atto di darglieli, se la guarda, e la porta rapidamente contro la veste, sfregandola per pulirla. Poi, la dà a Menchikof)

Menchikof                    - (siede e la fa sedere) Raccon-ta. Dunque, ti chiami Marta...

Marta                            - Sei il Comandante, tu?

Menchikof                    - Sì.

Marta                            - Chi comanda di più: tu o quell'altro?

Menchikof %                 - Ho capito. Vuoi dare la preferenza al più alto in grado?

Marta                            - La volpe troppo furba casca in trappola.

Menchikof                    - (ride) Deliziosa! Mi piaci!.,, Bene. L'altro... Cheremetieff, è partito. Qui, ora, comando solo io. Perché Cheremetieff non ti ha tenuta con sé stanotte?

Marta                            - (più mansueta) Voleva. Ma si è ubriacato. C erano ufficiali e altre donne,., Quando è venuto a stendersi vicino a me, mi sono alzata.... e gli ho buttato accanto una di quelle donne...

Menchikof                    - (entusiasta) Ah, bellissima! Hai truffato il Maresciallo! (Beve e la fa bere nello stesso bicchiere).

Marta                            - (beve, si asciuga le labbra con il dor­so della mano, e poi sbatte la mano sulla co­scia ignuda) Io son passata adagio adagio sotto la tenda e son scappata.

Menchikof                    - Brava, per Iddio! (Ride, ec­citato; istintivamente ha posato la mano libera sulla coscia nuda di Marta). E poi?

Marta                            - Poi, nulla. Ho dormito coi cavalli. Meglio coi cavalli che con un sudicio ubriaco­ne... No?

Menchikof                    - (ride) Non esageriamo! Ca­pita, talvolta, di amarsi e di bere... Un bicchiere dietro l'altro, non è un pugno dietro l'altro!...

Marta                            - Quando si ama, tutto è bello.

Menchikof                    - Questo!... Per Iddio, tu hai detto la cosa più grande del mondo! (Si alza, sceglie fra le bottiglie quella di acquavite, tor­na a sedersi, mesce) Acquavite inglese, Aquila nera. Vuoi una tazza?

Marta                            - (con semplicità) Non abbiamo già bevuto nella stessa tazza?

Menchikof                    - (incantato e un po' torbido) Creatura!... (Sorride, la guarda) È strano... In questa vita di guerra, tu mi sembri una cosa di pace... Hai fame?

Marta                            - Ho mangiato.

Menchikof                    - Dove?

Marta                            - Dove mangiano gli ufficiali...

Menchikof                    - A proposito, come sei passata con loro?

Marta                            - Quel bel tipo di Chere... Chere...

Menchikof                    - ... Cheremetieff...

Marta                            - Chere...me..., lui, insomma, mi ha regalala alla cavalleria... stamattina, dopo la sbornia... (Ride). Credeva di aver fatto l'a­more con me... «Che femmina! diceva. Che tipo!... Ve la regalo a patto che prendiate la fortezza... come prenderete questo boccon­cino!». (Ride, un po' ebbra; senza accorgersi, è tutta scoperta e appoggiata a Menchikof). Oh, non se lo immagina nemmeno, che bocconcino sarei io, se volessi!...

Menchikof                    - «Se volessi! ». Perché se non vuoi, tu...?

Marta                            - Nessuno mi bacia, me, se non voglio!

Menchikof                    - Allora con gli ufficiali di ca­valleria?

Marta                            - Morsi, schiaffi, calci e graffi!

Menchikof                    - Per Dio, sei forte! E il trom­bettiere?

Marta                            - (sdraiandosi un po', sul mucchio di pelli e coperte, languida e stanca) Nulla.

Menchikof                    - Nemmeno lui?

Marta                            - Io posso essere una bestia, se vo­glio. Non sono una bestia, se vogliono gli altri. E poi, era un'idea del reverendo. Non gli vo­levo mica bene, io! Mi si è buttato addosso, la sera delle nozze, ubriaco... Una bestia. Io mi son messa a strillare. E lui, a ridere. A chia­mare i compagni. E io, graffi. E lui, mi pic­chia. E io lo mordo. E, dai e mena, sono scap­pata.

Menchikof                    - Di' un po'... Ma, allora, tu rischi di essere... vergine? Oh, questa! Nessu­no, ancora, ti ha toccata?

Marta                            - Lo saprà chi proverà.

Menchikof                    - Ben detto, per tutti i Santi Pa­troni! (Siede vicinissimo a lei). E chi proverà?

Marta                            - (grassoccia) Chi potrà, chi saprà, chi la strada troverà! (Ride e ripete le stesse parole su un vecchio motivo di canzone paesa­na. Menchikof si intona a lei e ambedue can­tano. Il motivo è popolarmente malinconico. Menchikof ha passato un braccio dietro la schie­na di Marta; con l'altra mano le tiene una mano. I volti sono accostati, un po' accesi).

Menchikof                    - Hai un seno magnifico... Una vera tentazione...

Marta                            - (scanzonata) Bontà vostra, signor Maresciallo.

Menchikof                    - Non sono Maresciallo ancora... (Esaltandosi) Ma per una donnina come te, giu­ro che lo diventerei, prima di sera, facendo qualcosa di grande, pur d'averti... Dividerai la mia tenda... E se qualcuno vorrà toccarti, per tutti i diavoli, l'avrà da fare con me... (L'af­ferra; Marta gli dà un colpo sulla mano, con le dita).

Marta                            - Le mani a posto, signor Eccel­lenza!... (Un silenzio. Si ode il cannone, lon­tano, e, vicina, la nenia dei soldati che can­tano una canzone nostalgica).

Menchikof                    - (si passa la mano sulla fronte su­data; poi, bruscamente, esclama) Beh... cosa vuoi?

Marta                            - (sorpresa) Io? Nulla.

Menchikof                    - Hai qualcosa da chiedermi?... La libertà?

Marta                            - (lentamente) Certe volte, una tenda può essere più larga del mondo intero...

Menchikof                    - (la fissa) Vuoi restare?

Marta                            - (lo guarda).

Menchikof                    - Dio mi fulmini, se ti capisco! Ambigua e scaltra come una gatta... E mi piaci maledettamente. Come un cavallo non doma­to... Di'... (Si avvicina) Cosa ti piacerebbe?

Marta                            - Non lo so. Sono una contadina li­tuana, io... Qualche volta, mi giran delle idee, qui dentro... Viaggiare... Correre il mondo... (Altro tono) La tua tenda, mi piace.

Menchikof                    - Restaci. Te l'ho detto.

Marta                            - Quante contadine lituane mi da­ranno il cambio, poi?

Menchikof                    - (ride) Ah, ah, abbiamo anche delle ambizioni, eh?... E perché no?... In fon­do, io vengo dal popolo. (Beve). Non dirlo a nessuno, mia piccola Marta... Mio padre era palafreniere a Preobrajewskji, e io vendevo ca­ramelle, per la strada, prima di diventare potechni di Pietro... «Fanciullo del cuor suo», come si degna chiamarmi, e Luogotenente ge­nerale qual sono... (Beve e ride, mentre Marta lo ascolta attentissima). Ah, ah!... Domani, se Dio mi assiste, sarò Maresciallo di Campo e Principe di... non so ancora di che cosa... E l'uomo più ricco di Russia!... Ho cinque indu­strie avviatissime... Il più bel palazzo di Mosca è mio... Vedrai, piccina mia, vedrai!... Per Sant'Andrea, devi saper baciare, tu, se vuoi... (Si avvicina).

Marta                            - (sulle difese, pronta e scaltra) Se voglio.

Menchikof                    - (arrestandosi bruscamente) Na­turalmente. (La guarda). Di' un po'... Tutto sommato... Non sono il tuo tipo, io? Non ti piaccio?

Marta                            - (per la prima volta, china la testa) Mi piaci. (Alza la testa e il tono) Sono entrata, e ve ne siete accorto, signor Maresciallo... E io ho creduto, in quel momento, di avervi già vi­sto... Non so... Forse in sogno... Tutto è un sogno... No?

Menchikof                    - (si slancia verso di lei, la prende fra le braccia; già ha la bocca sulla bocca di Marta, ma essa mette la mano fra le loro labbra).

Marta                            - No. (Si stacca; ride) Non mi fido.

Menchikof                    - Non ti fidi di me?

Marta                            - Ho già conosciuto un Maresciallo di Campo, che mi ha regalata ai suoi ufficiali ubriachi... Grazie.

Menchikof                    - (ride) Furbona!... Hai del sale, tu, in bocca!

Marta                            - Sì, come le pecore. (Gli fa uno sberleffo).

Menchikof                    - (ormai completamente preso di lei) Per tutti i diavoli, potrei frustarti a san­gue, prenderti su quelle selle, buttarti ai cani del campo... e... (Cade a sedere sulla panca, vicino al tavolo) E... Auf! (Lentamente) E mi pare che tu sia dentro a questo Evangelario... Una cosa da pregare e da avere per gioia, per amore... da portar via, in groppa, al galoppo, verso le fortezze da conquistare...

Marta                            - (si è alzata; si è avvicinata al tavolo, appoggiandovisi tutta; le belle braccia bianche distese, sotto gli occhi cupidi di Menchikof. Ripete, come assetata) Le fortezze da con­quistare...

Menchikof                    - (beve e brinda) ...Verso i gua­di, verso le steppe, verso il pericolo e verso la gloria...

Marta                            - (gli occhi fissi nella visione da lui creata) Verso il pericolo e verso la gloria, sì... (Bocca a bocca, mormora) Ma tu andrai a combattere e i tuoi ufficiali verranno nella tenda... Che sonò io? Una cosa di tutti...

Menchikof                    - (senza lasciarla, prende sul ta­volo un foglio di salvacondotto, intestato con l'Aquila nera) Per l'anima mia! Sai leggere?

Marta                            - Io no. E tu?

Menchikof                    - Io imparo. (Ride). Non im­porta. Qui c'è scritto, sull'onor mio, quanto ba­sta perché tu sia libera e padrona nel campo. Manca soltanto la mia firma.

Marta                            - (pronta) Allora, firma! Menchikof  - (ride) « Epatant, tout ce qu'il y à de plus epatant! », come dicono i Francesi. Facciamo un patto.

Marta                            - (sgambettando, le braccia intorno al collo di Menchikof) Fuori!

Menchikof                    - Firmiamo insieme. Tu, sulla mia bocca, io sulla carta. Va?

Marta                            - (ride a piena gola) Va!... Forza! (Menchikof intinge la penna e la porta sulla carta. Marta prende un lembo del foglio nella sua mano, pronta a impadronirsene, e avvicina la bocca a quella di Menchikof. Questi firma; lei trae il foglio, lo nasconde dietro la schiena, poi bacia Menchikof sulla bocca).

Menchikof                    - (mormora) Sai baciare... (Im­provvisamente, dal fondo, entra nella tenda il Ten. Korouskji: vede il gruppo, si arresta, sbatte i tacchi). Cosa c'è?

Ten. Korouskji              - (precipitoso) Urgentissi­mo, Eccellenza! Gli Svedesi tentano una sor­tita dalla fortezza.

Menchikof                    - Perdio! Una sortita?

Ten. Korouskji              - Abbiamo arrestata una] pattuglia... I signori Comandanti sono fuori, in attesa di ordini.

Menchikof                    - Bene. Dio è con me. In cam­po aperto! Decisamente, qualcosa di straordina­rio è scritto, da oggi, nel mio destino.,. (Si segna. Guarda Marta) Sei tu che mi porti for­tuna, bella mia!... Tenente Korouskji, questa donna mi appartiene, come compagna e signo­ra. I miei onori, sono i suoi.

Ten. Korouskji              - Sì, signor Maresciallo.

Menchikof                    - Fra cinque minuti fate entra­re i Comandanti... (Korouskji saluta ed esce). Cuor mio, hai baciato bene... Ah, che bella notte d'amore, con te, dopo la battaglia!... Hai paura ?

Marta                            - Credo di no. Menchikof     - Un momento... Lasciami pen­sare. Un piano! Un piano di battaglia, subito, sicuro, che mi dia la vittoria! Voglio oscurare i signori Apraxin, Golovin, Cheremetieff e com­pagni! E quella corda da forca di Anna Mons, che ce l'ha con me e crede di togliermi il fa­vore di Pietro...

Marta                            - Chi è Pietro?

Menchikof                    - Pietro? L'amatissimo nostro Czar, bambina mia!

Marta                            - (già fissa al domani) E chi è An­na Mons?

Menchikof                    - La sua ganza... Un'intrigante, Ma durerà poco...

Marta                            - Non ha moglie, il tuo Czar?

Menchikof                    - Moglie? Certamente. In con­vento, ripudiata, ma ce l'ha... Dunque un piano, geniale... (Va a studiare la carta).

Arsenieff                       - (entra in furia, con una grande carta disegnata) Ecco la tua bella carta, Alessandro!

Menchikof                    - (gli si volge, con ansia; Marta è rimasta immobile, attenta, curiosa) Ah! arrivi in tempo, Arsenieff!

Arsenieff                       - Guarda! (Stende la carta sul tavolo). Ho le notizie precise: la sortita avverrà dal bastione Sud-Ovest, qui…. Guarda…. Qui sei tu…. Vedi?

Menchikof                    - Vedo, sì. Aspetta! Se io fron­teggio coi veterani del Preobrajenskji e del Sevskji, posso, sì, battere il fianco degli Svedesi con le bombarde... a sinistra... Ma do­vrò fare l'attacco decisivo con due reggimenti di reclute... e tenerne due per la mia riserva... Ora, in capisci, Arsenieff... al primo assalto degli Svedesi, fanteria scelta, le mie pecore di reclute se la battono... E la battaglia è perduta.

Ten. Korouskji              - (dal fondo) I signori Co­mandanti.

Menchikof                    - Un momento!

(Korouskji esce. Qualche rullo di tamburo clic chiama a raccolta le truppe. Qualche ru­more di zoccoli e di fruste).

Marta                            - (si è avvicinata al tavolo, accostandosi lentamente a Menchikof, che siede davanti alla carta).

Menchikof                    - Inoltre gli Svedesi son diavoli! Si accorgeranno subito, dalle uniformi nuove, che i reggimenti d'assalto son formati di re­dine... e punteranno decisamente lì... col risultato di sconfiggermi in pieno!

Marta                            - (senza aver l'aria di suggerire) Al mio paese, quando si gioca al lupo e le pecore...

Menchikof                    - (sorridendo) Ebbene?

Marta                            - Si traveste il lupo da pecora...

Menchikof                    - Brava!... Epatant! Aspetta!... Ma sì! Io metto le uniformi nuove ai miei ve­terani... È chiaro! Esatto! Arsenieff, di' ai Co­mandanti di entrare... (Arsenieff corre fuori Mia tenda. A Marta) Tu... Tu! Tu, sarai la mia buona fortuna, tu! Ti voglio con me, come ti ho adesso, legata al mio destino... Non sei più di nessuno, non hai più nome, ne casa, ne terra... Non ti chiami più Marta... Come ti chia­merò? Oggi è Santa Caterina!... Caterina! (Improvvisamente soldato) Signori Comandanti!... (Entrano, dal fondo, alcuni alti ufficiali e si schierano). Qui, presto, al mio tavolo. Ecco la tarla. Il mio piano è questo. Appena iniziata la sortita del nemico, fronteggiare con due reggimenti l'avanzata. Questi due reggimenti do­vranno avere del fegato. Fingere di esser bat­tuti ma resistendo, sicché il nemico li insegua, tentando di sfondare... Allora, con quattro reg­gimenti contrattaccheremo sul fianco destro del nemico, appoggiati dall'artiglieria... Chiaro? Avete osservazioni da fare?

Un Generale                  - Una.

Menchikof                    - Parla, Ragiuniskj.

Ragiuniskj                     - Quali reggimenti frontegge­ranno gli Svedesi?

Menchikof                    - (giocando sull'effetto finale) Il Preobrajenskji e il Semienowskji, amico mio.

Ragiuniskj                     - E allora, temo che gli Sve­desi non seguiranno il tuo piano, Menchikof. Si butteranno subito contro le reclute e sarà uno sfacelo.

Menchikof                    - (sorridendo) Tutto calcolato, Ragiuniskj. (Attenzione del gruppo). Perché i nostri veterani saranno travestiti da reclute. E il nemico abboccherà. (Mormorio di stupore. Ai Comandanti dei due reggimenti) Voi vi la­scerete inseguire, urlando di terrore, e scappe­rete come conigli. Appena io farò attaccare sul fianco, dietro-front, come leoni. Io sarò con voi.

Ragiuniskj                     - Geniale! Urrà per il Mare­sciallo Menchikof!

Tutti                              - Urrà!

Caterina                        - (sull'attenti) Chiedo al Mare­sciallo Menchikof di arruolarmi nei suoi reggi­menti!

Menchikof                    - Davvero, tu vuoi?... Ma, sai montare a cavallo?

Caterina                        - (circondata, ora, da tutti gli uffi­ciali, in centro) A cavallo? Non so... È dif­ficile? (Tutti ridono). Devo aver già marciato, a cavallo, in testa alle truppe... al fianco di un valoroso Generale... In sogno, forse...

Menchikof                    - (estasiato) E sapresti ricono­scerlo, questo Generale?

Caterina                        - (lo guarda) Se guardo voi, sì... lo riconosco.

Tutti                              - (battono le sciabole sul pavimento con un crepitio di acciaio, poi le snudano e le al­zano, in segno di omaggio) Urrà!...

Menchikof.                   - (esultante, ai suoi soldati) Il mio miglior cavallo, presto! (Agli ufficiali) Si­gnori Comandanti, ai vostri posti! Viva la Russia!...

Caterina                        - Come si fa a salire a cavallo?

Menchikof                    - (la guarda, estasiato) Si fa così, mio sorriso!... (Di colpo la solleva sulle braccia e la porta, come un trofeo, in alto, verso l'uscita, mentre la tenda si apre, lasciando scorgere un movimento di armati, di cavalli, di bombarde, e in primo piano un gran cavallo nero, sbuffante, sellato, verso il quale si dirige Menchikof, col ce suo sorriso», alzato in trionfo. Rullano i tamburi, che preparan l'assalto).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Un salone alla francese, nel palazzo Menchi­kof, a Mosca, In fondo, il superbo scalone di marmo che discende nella sala retrostante.

(Menchikof, in abito da casa, alla francese, sta dipingendo su cartoni, davanti a un tavolo, le uniformi dei suoi valletti. Un domestico gli porge pennelli e ingredienti).

Menchikof                    - Vedi, Arsenieff? Blu e oro... Sul bavero, le cifre della mia casa.

Caterina                        - Ti sto facendo il dolce prefe­rito, Alexacha.

Menchikof                    - Benone! Hai tre cuochi e un mucchio di sguatteri...

Caterina                        - Che non sanno fare i dolci co­me me! (Gli fa assaggiare sulla punta del cuc­chiaio la miscela).

Menchikof                    - (asciugandosi la bocca con la ve­staglia di Caterina) Ma no! Occupati piut­tosto di queste benedette livree... Io le vorrei così. Ti piacciono?

Caterina                        - Una bellissima mascherata. (Ride).

Menchikof                    - (seccato) Ouf! Non si potrà mai parlare sul serio, con te!

Caterina                        - Sei di cattivo umore, Alexacha?

Menchikof                    - Per forza! (Cercando uno sfo­go) Arsenieff! La sala da pranzo è indietro! Questo salone, momentaneamente, può andare. Ma voglio che tutto sia a posto nel più breve termine. (Passeggia). La guerra continua, bisognerà ripartire...

Arsenieff                       - Cuor mio, ho già fatto mira­coli... Questo palazzo potrebbe stare a Parigi, e non a Mosca!

Menchikof                    - (irritato) Gran cosa! Ma io rappresento la Grande Russia di domani, mio piccolo Polacco! Pietro, che Dio lo illumini sempre, ha furia, furia, furia! Bisogna squar­ciare questa gran catapecchia russa e costruirla tutta da capo! (Cambia tono; a Caterina) Ti sei lavata ?

Caterina                        - (semplice) No. Non sono mica sporca.

Menchikof                    - (alza le spalle. A Ivan) Ivan! Stasera, a pranzo, comincerai a mettere in uso il bacile d'argento per lavarsi le mani! E chi vuol protestare, protesti! (Ivan si inchina ed esce).

Arsenieff                       - Giusto! Soltanto così si fa la nuova Russia! (Saluta ed esce).

Caterina                        - (dolcissima) Non inquietarti, Alexacha! Tu non sei arrabbiato per queste piccolezze... Io ti leggo dietro la fronte... Pensieracci, come corvi. Bambino bello! Cosa c'è? Seccature?

Menchikof                    - Lasciami stare!

Caterina                        - (lo trascina verso un divano) -Venga, signor Maresciallo. Sieda con me. (Lo bacia). E ora, parli! Che c'è?

Menchikof                    - (siede per terra, sul tappeto) Cosa ti raccontava, ieri, Sciaffirof?

Caterina                        - Sciaffirof?... (Vaga) Ah! Tutta una storia del suo giornale... Della Cancelle­ria. ..

Menchikof                    - È un lestofante. Maldicente e pettegolo. Ridevate molto, insieme!

Caterina                        - Si è messo a descrivermi la fac­cia dello Czar, quando ha scoperto che la sua amante... Anna Mons...

Menchikof                    - Lo sapevo! Ero certo che ti I avrebbe parlato di quella corda da forca... Se lo Czar incarica me del processo, la concio io! Pietro non perde nulla, a perdere Anna Mons... Si leva un serpente, lui che diffida di tutti.

Caterina                        - È vero che gli hai mandato tutte le tue amiche... e anche le tue sorelle... per distrarlo?

Menchikof                    - Lo Czar è padrone della mia casa... dei miei beni... di me... delle mie donne.

Caterina                        - (improvvisamente, levandosi, con una voce nuova) Anche di me?

Menchikof                    - (tace; cava di tasca un orologio, rarità assoluta, lo guarda, lo ascolta attenta­mente).

Caterina                        - (mutando) Anch'io voglio un... un affare così... Me lo regali?

Menchikof                    - Questo è il primo oriolo che entra in Russia... e non si chiama affare, si chiama...

Caterina                        - Beh, non me ne importa niente! (Si alza, grida) M'importa di sapere se anch'io sono cosa dello Czar, o no!

Menchikof                    - (la guarda) Oh! Sotto alle tue parole ce n'è delle altre che tu non dici, volpicina!

Caterina                        - Sei diffidente coinè il tuo amico Pietro. (Un silenzio). Rispondi. (Silenzio). Ri­spondi. (Silenzio. Caterina lo guarda: fuori di sé, piglia il vassoio su cui son due bicchieri d'argento e lo lancia furiosamente contro la parete. Poi grida) Rispondi, bocca morta!

Menchikof                    - (sì alza, tremando di rabbia) Sciaffirof ti ha parlato! Lo so! Lo sento! E tu, femmina di quattro eopeki, sai tacere e aspet­tare in silenzio! Io posso stroncarti, guarda!, come una cosa da rompere!... (È furioso, con quella forma di convulso che egli ha un po' acquisita in compagnia di Pietro. Gli tremano le mani).

Caterina                        - (con voce mutata, dolce e nostal­gica, dice) Una cosa di pace, nella tua guer­ra, Alexacha, no?

Menchikof                    - (punto dal ricordo delle parole pronunciate sotto la tenda di Marienhourg, si alma, i lineamenti gli si distendono; siede) Amile tu, Katenka, se lo Czar ti volesse... (Un «Inizio). È vero o non è vero che Sciaffirof ti ha parlato?

Caterina                        - (con gli occhi fissi) Mi ha par­lato.

Menchikof                    - Beh... Fuori!

Caterina                        - (giuocando con la collana che porta d collo) Sciocchezze. Che io piaccio molto allo Czar. Che lo Czar si è informato... ha vo­luto sapere...

Menchikof                    - Sapere... (Va a raccogliere i bicchieri e si versa del vino).

Caterina                        - Tante cose... Perché tu mi ami... cosa c'è in me di speciale... (Rìde). Il tuo si-por Czar, con tutto il rispetto, dev'essere un tipo... Sciaffirof insiste che lo Czar, da quella volta in cui si pranzò insieme, sai?, in casa di Zotof... quando tu hai litigato con Apraxin... Bene, che lo Czar sente il mio profumo, dap­pertutto... Mi sente. Sciaffirof dice che è molto serio, questo.

Menchikof                    - Io lo frusterò a sangue, il tuo Sciaffirof, per intanto! Pezzo di mezzano intri­gante!

Caterina                        - Che t'importa delle sue chiac­chiere?

Menchikof                    - M'importa che tu le ascolti, e ti ci crogioli, nelle sue sporche chiacchiere! Sciaffirof ha uno scopo, il volpone! E, se vuoi saperlo, lo Czar mi ha chiesto delle amiche, sperando che io, suo fedelissimo servo, gli man­dassi te, proprio te, e non Daria e Barbara Ar­semeli', come ho fatto! Ora sei servita. E, se ni, sii lusingata! (Un silenzio).

Caterina                        - (senza parlare, si avvicina a Menchikoj, gli scivola accanto, mette la testa sulle sue «inocchia; parla guardando davanti a se) Sei cattivo. E ingiusto. Se tu avessi, dentro di te, la sicurezza di te stesso, anche contro la volontà dello Czar, non te la prenderesti con me... Cosa sono io, dopo tutto? Un sasso, sulla strada. Se la luna ci batte, si illumina. Altri­menti, resta un'ombra nell'ombra. Io sono un niente, che voi ingrandite coi vostri desideri... (Si rialza). Oppure, chi sa? Sono molto di più. E non me ne accorgo e nessuno se ne accorge... Oggi, siccome lo Czar mi ha guardata, tu vedi in me una ricchezza che qualcuno ti vuol to­gliere.

Menchikof                    - Ti dimentichi che ti ho rac­colta nella mia tenda, e quello che eri...

Caterina                        - (improvvisamente fiera) Ero una libertà, che ti è piaciuto di legare al tuo ca­vallo! Nessuno di noi è qualcosa, finché non lo diventa!

Menchikof                    - Qui, sei la padrona, no?

Caterina                        - Sono Caterina. Ti piaccio ancora. Fino a quando? Non lo so. Se ti tengo nelle mie braccia, ho un nome: la tua amante. Se insegno di là a stirare, a lavare, a cucinare, ho un impiego. Ma, all'infuori di questo, nella tua vita, io rimango «Caterina».

Menchikof                    - Sei la compagna del generale Menchikof...

Caterina                        - Ma sì... come Barbara Arsemeli, come Daria Arsenieff... Come dieci altre, con cui vi ubriacate... Poi, un bel giorno...

Menchikof                    - Se io fossi stanco di te, non sarei di pessimo umore...

Caterina                        - Ti secca. Ti secca che lo Czar si porti via una cosa tua, alla quale dai valore ap­punto perché cercano di prenderla...

Menchikof                    - E se fosse così?

Caterina                        - Bello sforzo! Vorrei vedere, cosa saresti capace di fare, pur di non darmi allo Czar...

Menchikof                    - Lo Czar non ti avrà.

Caterina                        - Bum!

Menchikof                    - Vedremo!

Caterina                        - Mio caro Alexacha, non fare lo spaccone! Sai benissimo che lo Czar non fa complimenti. Oggi, Maresciallo, domani sulla forca. Lo Czar beve con te e il suo ultimo bic­chiere può essere il tuo ultimo respiro... Lo Czar è tutto.

Menchikof                    - Ma, si direbbe che ti sei già preparata a diventare la sua amante, in parola d'onore! E dimmi che ti sorride, l'idea! (La minaccia col pugno) Ah, per Cristo, l'ambizio­ne ci sarebbe, nella piccola contadina lituana! Ma non t'illudere, gattina bella! Lo Czar è mu­tevole. Anna Mons andrà a finire sul patibolo, la Czarina è in convento da un pezzo, suo fra­tello Ivan è morto, sua sorella in esilio... Ti sei montata la testa, eh? E io ti smonto, guarda!

Caterina                        - Sei pazzo. Chi più ambizioso di te?

Menchikof                    - La mia ambizione non mi degrada.

Caterina                        - Ma ti fa vile ed egoista. Ah, vorrei che fosse amore, passione, gelosia quel che ti fa gridare, ora, contro di me! Mi sentirei di lottare contro chiunque! Con te, accanto a te! La Siberia, la fuga, tornare in Lituania, raspare la terra... Ma no. È rabbia e paura, la tua!

Menchikof                    - Paura! Ecco una cosa che Menchikof non conosce...

Caterina                        - Sui campì di battaglia. Quando, dietro alla vittoria e al pericolo, c'è un bel grado da guadagnare, una decorazione di più e le taglie da riscuotere! Ma provati a dire: Que­sta donna è mia, l'ho messa accanto a me e ce, la tengo! (Pausa). D'altronde, hai un mezzo.

Menchikof                    - Che mezzo?

Caterina                        - Si chiede l'amante, a un amico: non la moglie.

Menchikof .................. - La moglie? Tu, mia moglie?

Caterina                        - Cos'è? Ti sembra inverosimile?

Menchikof                    - (smarrito) No. Non ci avevo pensato.

Caterina                        - Bugiardo.

Menchikof                    - Sul mio onore! Prima di tutto non c'è niente di positivo! E non credo che lo Czar... Pietro è un impetuoso, istintivo... Gli sarai piaciuta, quella sera... ne avrà par­lato... con Sciaffirof...

Caterina                        - (ironica) Non mi ha chiesta an­che a te?

Menchikof                    - Apertamente, no. Dunque...

Caterina                        - Allora, non credi al pericolo?

Menchikof                    - Meno di quello che tu ci pensi.

Caterina                        - Non sono del tuo parere.

Menchikof                    - Che vuoi dire?

Caterina                        - Un uomo ha un modo di guar­dare una donna, che brucia e lo brucia.

Menchikof                    - E una donna, quando è come te, se ne intende, no?

Caterina                        - (ironica, sillabando) Una donna, quando è come me, se ne intende.

Menchikof                    - Allora, secondo te, è cosa fatta?

Caterina                        - No. È una cosa da pensarci.

Menchikof                    - Pensaci tu. Una donna sa di­fendersi.

Caterina                        - Un uomo deve difenderla.

Menchikof                    - Hai convenuto tu stessa che lo Czar, se rifiuto, può mandarmi sulla forca. Ti perderei egualmente, e perderei...

Caterina                        - Vigliacco! (Gli butta contro due noci). E perderesti tutto quello che ti aspetti, vero? La bella croce di Sant'Andrea, che lo Czar deve ancora darti... La nomina a Princi­pe, dopo quella di Conte, che lo Czar ti ha promessa e non ti ha ancora data... Ah, ah, ah... Ebbene, sia! Ma ti sbagli, se credi che io pas­serò dal letto dello Czar come una femminuc­cia... per il capriccio di una notte!... C'è qual­cosa in me, che nemmeno tu conosci! Una forza fatta di niente, capace di tutto!... Tu eri un venditore ambulante di caramelle, e sei già Maresciallo. Io ero uno straccio di paese, e posso diventare...

Menchikof                    - (con una risataccia sguaiata) Czarina ?

Caterina                        - (s'immobilizza, guarda avanti a sé, con quell'aspetto sonnambulo che pare la proiet­ti nel sonno e nel sogno; poi, lentamente) Chi sa!... (Un silenzio. Menchikof la guarda, quasi impaurito. Improvvisamente, Caterina perde la sua forza, e un pianto silenzioso e con­vulso la scuote. Piange di dentro, prima che di fuori). Alexacha, cuor mio! Io ti amo! Io ti amo tanto... ti amavo già tanto, e mi sembra di amarti mille volte di più, ora...

Menchikof                    - Ora che temi di allontanarti da me, eh?

Caterina                        - Ora che un'ombra minaccia la nostra vita... Ma non essere così freddo, di ghiaccio... Scaldami, scaldati!... Se l'amore è in te come in me, fallo gridare, alzati, mettiti sulla porta grande, urla a tutta la tua Russia che io sono la tua donna e tu mio, che nessuna forza può dividerci... (Menchikof si volta S là; Caterina, delusa, lo lascia). Nessuna forza, purché si abbia la forza dentro di noi. E tu sei come morto, guardati! Va bene. Io non vo­glio più mendicare il tuo amore... Sarà quel che sarà.

Menchikof                    - (come ferito, si volge) Anch'io ti amo, lo sai. I tuoi baci non si scordano, Ma ' amo ancora di più qualcosa che è in te, come l'acqua nella neve... Come la luce nella sera, Sei un destino, tu. Una stella chiara nel cielo della mia vita. (La stringe, la chiude tra le braccia. È calata la sera, rapida. Il riflesso della neve è runica luce). Ti amo, mia donna, mia carriera, mia ambizione, mia ricchezza. (Con voce quasi misteriosa) Qualunque cosa avvenga, io non troverò più un bacio che mi piaccia, se non sulla tua bocca. Questo silenzio mi dà pace, Come se fossimo fuggiti, lontani da tutto...

(Improvvisamente, un lungo suono di corno si alza nella sera, aumenta, si avvicina; si ode un rumor di sonagli, di zoccoli, di fruste: i due amanti, senza staccarsi, ascoltano. Un riverbero di fiaccole accende l'oscurità esterna. Si odono voci confuse. Un servo di casa passa dietro la vetrata, correndo. Poi, lontano, si ode una pa­rola, « Czar », pronunciata da uno, poi, due, poi tanti. Passano due servi, gridando: «Lo Czar». In senso contrario, passa Ivan, affanna­to, gridando: «Lo Czar». Poi, due donne, che si segnano, mormorando: «Lo Czar». Final­mente, irrompe nella sala Arsenieff).

Arsenieff                       - Alessandro! Alessandro!

Menchikof                    - Ma, insomma, che c'è?

Arsenieff                       - Lo Czar!

Menchikof                    - Qui?

Arsenieff                       - No... Arriva... fra poco... Vie­ne a pranzo da te, Alexacha. E tiene adunanza, Ci sono generali... diplomatici... Boiardi...

Menchikof                    - (china gli occhi, poi) Ah! Bene. Da' gli ordini, Vladimiro. L'Amatissimo Padre della Russia ci onora. Sia fatto l'impos­sibile per accogliere a dovere. Vengo subito. (Arsenieff corre via).

Caterina                        - Non voglio vederlo.

Menchikof                    - Impossibile. Questa sorpresa è chiara. Viene per te.

Caterina                        - Mi nasconderò.

Menchikof                    - A che serve?

Caterina                        - Dirai che io sono partita...

Menchikof                    - Bambina! Ascolta, Caterina, Io farò del mio meglio. Ma, come in guerra bisogna saper morire, qui occorre prepararsi a tutto. E, se mai, giurami, come io ti giuro, che fra noi resterà qualcosa di talmente nostro…..

Caterina                        - (nelle sue braccia) Tua, tua, tua, tua, per sempre...

Menchikof                    - (in fretta) Baciami, presto! (Si baciano con passione disperata. Si staccano). A vestirti, subito! Corri! (Caterina fugge a de­stra. Sulla soglia si ferma, si volge, guarda Men­chikof, si segna. Scompare). Ivan! Ivan!

Ivan                               - (accorre) Eccellenza!

Menchikof                    - (ripigliando il tono delle grandi battaglie) L'ufficiale di bocca, presto! Man­dami degli uomini. Le livree di lusso. Fiac­cole, luce!

Arsemeff                       - (entra di corsa) Alexacha! Lo Czar ti ha mandato un mucchio di ospiti!

Menchikof                    - Falli aspettare! Appena, qui, sarà acceso, che entrino! Vado a cambiarmi. (Entrano Tifone Zadowskj, l'ufficiale di bocca, Ivan con parecchi uomini di casa che in fretta accendono il lampadario. Più tardi, si accen­derà anche la sala dietro alla vetriata e si ve­dranno, sullo scalone, le fiaccole. All'Ufficiale di bocca) Fatevi onore. Quel che di meglio si può improvvisare! Roba eccitante, secca, dro­gata e gelata! Quanto ai vini: RenoTokai, acquavite inglese... Le tavole, di là, dopo che lo Czar sarà entrato. Via! (L'Ufficiale di bocca esce. Menchikof scappa a destra. Entrano, dal fondo, timidamente, due Boiardi, in caftano dl'antica, grandi barbe e capelli. Si mettono in un angolo, guardano paurosamente l'ambiente moderno, si segnano a più riprese, toccando le immagini di Santi appese alla cintura. Altri due Boiardi, simili ai primi, appaiono nella seconda stanza, che man mano si popola di personaggi).

Primo Boiardo              - Qui comincia il regno di Satana, come dice l'Archimandrita...

Secondo Boiardo          - Povera Russia nostra! Ecco Artamonio Golovin, Ministro della guerra.

Primo Boiardo              - Jaguginskj... l'ultimo favo­rito dello Czar... Una canaglia... Sciaffirof, del­la Cancelleria...

Sciaffirof                      - (entra dal fondo, a braccetto con Jagugmskj) Amico mio, il giornale va a ruba. Voglio fondarne tre. Il prossimo, nascerà con la nuova città che Pietro...

(Si allontanano. Sono entrati, dal fondo, l'ar­chimandrita Fedoska Danousoff, al quale i cin­que Boiardi di prima, ufficiali minori, servi, donne, baciano la mano, in ginocchio. Poi, Crluck, in una redingote assai comica, sperso e spaurito in quell'ambiente).

Golofkin                       - (dalla soglia) Oh, professor Gluck, che diamine porti con te?

Gluck                            - La traduzione dell'Epistola ai Ro­mani, Eccellenza.

(Frattanto Ivan e due servi, di furia, han messo in ordine la sala. La poltrona dello Czar, la più alta, è disposta a parte. Entra in furia Korouskji, salito di grado).

Korouskji                      - Dov'è sua eccellenza il Mare­sciallo?

Ivan                               - Nel suo appartamento. Di là.

Korouskji                      - Ci vado. (Scompare a destra. Gluck lo guarda stupito. In fondo, movimento. È entrato l'ammiraglio Apraxin. Tutti lo cir­condano festeggiandolo. Si sente ripetere il suo nome. Menchikof entra da destra, in grande uniforme, con decorazioni, pallido e bello, se­guito da Korouskji: dà un'occhiata alla sala, saluta con un cenno i Boiardi, fa omaggio al­l'Archimandrita, va in fondo, dove, secondo le varie posizioni sociali, è abbracciato, ossequia­to, salutato militarmente. Poi, viene avanti con Gabriele Golofkin).

Golofkin                       - Mio caro, lo Czar è di pessimo umore.

Menchikof                    - Ma, e questa riunione?

Golofkin                       - All'improvviso. Ognuno ha rice­vuto separatamente l'ordine di venire a cena da te. Vedo cori stupore l'Archimandrita, i Boiar­di... Gente che non beve. Oggi, lo Czar ha avuto un accesso di epilessia, pare, terribile. Ha fru­stato tutti, in palazzo. Poi, è andato al piccolo cantiere a lavorare...

(Segni di attenzione, nella sala in fondo; si ode il rumore di una cavalcata irrompente, la luce rossa delle fiaccole invade la corte, quindi sonagli di slitte. Nuovamente, la parola « Czar » corre come un fremito. Tutti si muovono. Men­chikof si slancia nella seconda seda e fa disporre gli ospiti in due ali che si appuntano verso lo scalone centrale, illuminato con fiaccole, tenute dai servi. Poi, scompare, di fianco. Un enorme silenzio. Quindi si vedono apparire, sui bianchi gradini superiori, gli stivaloni di Pietro 1 di Russia, poi tutta la sua grande figura. Altissi­mo, veste un costume da carpentiere olandese: camiciotto rosso, pantaloni azzurri, stivali, un berrettaccio di feltro in testa. In mano, una piccola scure da carpentiere. A tracolla, una borsa di cuoio. Non ha barba. Capelli in disor­dine. Sporco. Un viso terribile, che a volte di­venta fanciullesco. Camminando, sposta nervo­samente la gamba destra all'indietro, e, contem­poraneamente, china la testa sulla spalla destra, alzando l'omero. Questo «tic» spesso diventa pauroso, quando la collera lo accelera; allora, anche il passo si allunga. Giunto in fondo alla scala, si ferma. Menchikof è rientrato lateral­mente. Saluta e rimane rigido, staccato dagli altri).

Pietro                            - (dà un'occhiata in giro, non saluta nessuno, viene decisamente avanti, nella prima sala. Tutti, che si erano profondamente inchi­nati, lo seguono, facendo largo cerchio. Pietro si guarda attorno: qualche mossa brusca, poi parla) Bene, Menchikof. Tu sei l'unico, in Russia, che mi capisca mettendoti a livello della civiltà occidentale. Ho voluto questa riunione, perché si sappia da tutti... (violento) da tutti, che bisogna dimenticare la vecchia Russia... (Con uno scatto di belva va incontro al più vec­chio Boiardo, gli si pianta davanti) ...per crea­re la nuova... la mia... (Convulso, smette di parlare, cercando di dominare il fremito che lo scuote. Poi, apre la borsa, ne trae una forbice, prende la barba del Boiardo, la taglia di netto. Il Boiardo è paralizzato). Io do l'esempio. A tutti. Io sono il primo, in tutto. Io lavoro d'a­scia, di martello, d'incudine... Bisogna darsi d'attorno! Cambiar faccia... guardarsi in giro... Modernizzarsi! Facciamo ridere l'Europa, con la nostra mania di retrogradi! Golofkin, pre­parerai un editto: è mio desiderio che nessun suddito russo porti la barba! Chi ritenga di non poterne fare a meno, sarà obbligato a por­tare un cartello su cui sia scritto, visibilmente: « La barba è un ornamento ridicolo »! In se­guito, vedremo! Siano accorciati mantelli e caftani, le maniche e le vesti. Prenderò le donne che introdurranno le mode europee. (Guarda il taccuino). Tagliarsi le unghie. Lavarsi spesso. Le case sono sporche, piene di insetti... Io non entrerò più nelle vostre case, se ci troverò(con un brivido) uno scarafaggio. Menchikof, ci sono ragni, qui?

Menchikof                    - No, Maestà. Nessun insetto.

Pietro                            - (ha visto Gluck) Vieni qua. La mia nuova capitale, sulla Neva, si chiamerà col nome di Pietro e di Paolo. Suggeriscimi un modo poetico per definirla...

Gluck                            - (spaurito) Ma... per esempio... Pa­radiso della Neva, Maestà!

Pietro                            - Eh?... Benissimo. Paradiso della Neva. Sia fatto noto al paese. Tu, Gluck, me­riti il mio favore, perché sei il protetto del carissimo amico del mio cuore Alessandro Men­chikof e perché, in certo modo, si deve a te l'acquisto alla Russia di una perla... (Si arre­sta. Fissa Menchikof) Mio caro ospite, dov'è Caterina ?

Menchikof                    - (lo guarda, esita; una lotta si combatte nel suo animo) Questo è un Con­siglio di Stato, Maestà.

Pietro                            - (trema. Poi, ride. Prende Menchikof per un orecchio, lo costringe a piegarsi al suolo, violento e crudele, pur con l'aria di giocare) Volpone! Non mi sono io invitato a pranzo da te? Non ti ho fatto conoscere il mio desiderio di sedermi a tavola, accanto a questa donna che mi piace più delle mie terre e di quelle degli altri, e quasi quanto la mia flotta? Eh?

Menchikof                    - (eludendo) Il tuo desiderio ci onora, Maestà ..

Pietro                            - Lascia stare i titoli e le moine! Intendo che tu mi tratti da amico, fratello mio caro, Alexacha del mio cuore! E ora, basta di ' cose serie. Allegria. Bere e lavorare. Io do l'e­sempio. (Improvvisamente punta lo sguardo sul viso gonfio di un terzo Boiardo) Cos'hai, in faccia?

Boiardo                         - (avanzandosi e inginocchiandosi) Un dente guasto, Maestà!

Pietro                            - E ti duole?

Boiardo                         - Mi scoppia la testa, Maestà.

Pietro                            - E te lo tieni in bocca, bestia? Ve­dete? Siamo indietro, indietro! (Apre la borsa, ne trae un astuccio da dentista) Apri la bocca! (E frattanto, rapidissimo, ha impugnato una pinza luccicante).

Boiardo                         - (terrorizzato) No, Maestà. Vi sup­plico! Meglio morire!

Pietro                            - (ride) Che coniglio! Con gente simile, non saremo mai grandi! Io sono patentato, oh! Ho il diploma tedesco, pezzo di cretino! Apri la bocca! (Sotto la minaccia paurosa del pugno di Pietro, il Boiardo apre la bocca, mu­golando. Pietro, con un colpo secco, gli estrae il dente, lo alza trionfante, lo mostra). Golovin, mettilo nel museo! Segnare la data: anno, gior­no, ora dell'operazione. (Golovin prende il dente. Pietro ripone la pinza dopo averla pu­lita sulla manica. Scoppia un grande applauso, Sciaffìrof grida: «Viva lo Czar di tutte le Russie!». Tutti fanno eco. Golovin grida: «Viva Pietro imperatore! ». Tutti ripetono. Menchi­kof si avanza e grida: « Viva Pietro il Gran­de!». Tutti ripetono, alzando le braccia. Pietro riprende:) Propongo che Menchikof ci dia da bere qualcosa di formidabile, tale da essere ubriachi al più presto! (Applausi, salvo i Boiar­di, l'Archimandrita, ecc.). Lascio in libertà le barbe lunghe e i parrucconi. (All'Archimandri­ta, con un tono di sarcasmo) Vecchio, senti be­ne: Chi è il tuo Dio?

Archimandrita               - (severo) Il Signore dei Cieli, Maestà, vostro e mio.

Pietro                            - (canzonatorio) E in terra?

Archimandrita               - Gesù Cristo, martire e Dio.

Pietro                            - Ebbene, e io, Fedoska Danousoff?

Archimandrita               - (lo fissa. Poi, ieratico) Tu... Tu sei l'Anticristo, Maestà.

(Un silenzio profondo. Pietro lo guarda, stra­volto. Poi, in un accesso di collera feroce, lo afferra, lo fa stramazzare, lo percuote, gli chiu­de la gola. Un rantolo, sotto le mani d'acciaio. Nessuno osa muoversi. Ma da destra è entrata Caterina, vestita sontuosamente. Ella vede la scena tragica, corre vicina al gruppo, mette una mano sulla spalla di Pietro).

Caterina                        - Non dovete agitarvi così, Pietro Alexevich! Vi fa male!

Pietro                            - (volge il viso, guarda Caterina: le sue mani si allentano. Cerca di sollevarsi. Ha la bava sulla bocca. Ricade sui ginocchi, le mani tremanti tese in aria, la testa indietro, le pupille sbarrate, convulse, tentando di vincere l'accesso. Maternamente, Caterina gli prende il collo fra le mani e lo appoggia al seno. Il re­spiro di Pietro è ansante. Faticosamente, mu­gola) Mamma... mamma... Mamma mia... (Appoggia la gran testa sul petto di Caterina, vi si rannicchia, come un bimbo, come faceva da piccolo, con sua madre. Lentamente si cal­ma). Tu sei buona, Caterina... Tu sai come io aia solo... fra un branco di cani... Soltanto mia madre aveva la tua voce... la tua carezza... Sei dolce. Sei come il caldo, quando si ha freddo... (Si rialza, si scrolla, domato. A Menchikof) Alexacha. Fa' spazzar via quella lordura!

Menchikof                    - (fa un cenno. Ivan e quattro servi portano via l’Archimandrita).

Pietro                            - (« Caterina) Decidi tu la sorte di quel ribelle.

Caterina                        - Lo farai meditare in un convento lontano...

Pietro                            - (la guarda, stupito. Annuisce) Così sia. Golovin!...

(Golovin saluta ed esce).

Menchikof                    - (pallido, ma sforzandosi all'alle­gria) Arsenieff, le tavole... Tifone Zadowskj! (L'ufficiale di bocca accorre). Vodka pepata in­glese, subito!

(Movimento. Tifone, Arsenieff dàiwo ordini. I Boiardi sono scomparsi. Nella seconda sala sì apparecchiano rapidamente tavole portatili. Conversazioni festose tra i rimasti. Una strap­pata di chitarre e comincia la musica, a volte forte, a volte in sordina).

Caterina                        - Maestà, volete prender posto?... (Gli indica la grande poltrona).

Pietro                            - Su quel trono, io? (Siede su quella di Caterina) Meglio qui. Qui c'è il tuo profu­mo, Caterina... (Aspira) Ah, come ti sento! (Le prende le mani) Ti hanno detto che ti voglio?

Caterina                        - (eludendolo) Io ho fame. E voi? (Corre a prendere, su un vassoio, una manciata di noci, torna da Pietro, ne rompe una con i denti).

Pietro                            - A me! (Prende le noci, le fran­tuma nel pugno). Non sia mai che i dentini del­la più bella donna di Russia si sciupino! Voglio servirti io, bella Caterina...

(Scoppia un applauso, si grida; due servi co­lossali sono entrati, recando vassoi d'argento con tazze d'oro e la terribile Vodka pepata. Al­tri servi portano altri vassoi, carichi di salati, dolciumi, frutta secca e fresca).

Menchikof                    - (mentre tutti si affrettano a ser­virsi dì tazze piene) Giuro sul mio onore che nessuno resisterà in piedi, dopo tre tazze di questo pepper and brandy. Bevo alla salute di Pietro il...

Pietro                            - (a cui Caterina ha offerto una tazza) No. (Si alza, tuonando) Alla salute della più bella donna di Russia, che stasera voglio far mia per la gioia della mia vita, e, quindi, per la maggior gloria del mio impero. Voglio che alziate il calice con me all'amica dello Czar! (Tutti si alzano e bevono, meno Menchikof e Caterina). Alessandro, non bevi? E voi, madama?

Caterina                        - (sgomenta)  Bevo, Maestà... (Tracanna la tazza).

Menchikof                    - È uno scherzo... un bellissimo scherzo... Vostra Maestà...

Pietro                            - Macché Maestà! Io sono il tuo amico e tu il mio miglior amico, Alexacha!... (Lo abbraccia). Fanciullo del mio cuore! Non sai che io ti amo? Potrei io chiederti la tua donna, se non come amico intimissimo, e non come Czar? (Beve). È forte, la tua droga! Ac­cende, non spegne!

Caterina                        - (per sottrarsi va verso gli ospiti, che la accolgono con alte manifestazioni galanti e cerimoniose).

Menchikof                    - Il tuo affetto, mi onora e mi è caro, Pietro... La mia casa è tua. La mia vita è tua...

Pietro                            - Che vuol dire? Mi negheresti Ca­terina ?

Menchikof                    - Dio me ne guardi... Soltanto... ne io posso regalartela ne tu puoi prendertela, credo, senza che la sua volontà...

Pietro                            - Troppo giusto! Ma tu avrai par­lato con lei... le avrai detto che io l'amo... che ho già troppo aspettato... che il mio sangue in­furia... (Beve). La notte, io non dormo, Alexa­cha... Mi sogno di lei... Vedo tarantole, ragni e scorpioni... e lei che mi chiama, per salvar­mi... Ho bisogno, capisci?, bisogno di lei...

Menchikof                    - Ma anch'io ne ho bisogno! È la mia fortuna, Caterina...

Pietro                            - La tua fortuna? E non vuoi, che sia la mia? Tu, il mio fratello d'anima, il più caro dei miei favoriti, non vuoi che io abbia con me la donna che sogno, che mi piace, che mi sia compagna nelle mie notti allucinate?...

Menchikof                    - Compagna? Tu vorresti far di Caterina...? Caterina è una contadina lituana...

Pietro                            - E tu, tu, chi sei? Eh? Chi eri? Chi sono io stesso? Chi siamo noi tutti, se non il giuoco del nostro destino? (Stritola la tazza d'oro e la getta per terra). Ecco, chi siamo!... (Mentre tutti, in fondo, si abbandonano al vino, alla danza, allo schiamazzo, egli schiuma di rab­bia. Caterina si avvicina. Pietro le prende una mano) Posso io sperare che voi mi amerete, Caterina?

Caterina                        - Maestà, voi siete così in alto...

Pietro                            - (ride) Ma se io m'inginocchio, tu sei più alta di me, Caterina. (S'inginocchia, le circonda le gambe con le braccia).

Caterina                        - Si fa così presto a rialzarsi, Mae­stà... Allora, io resterò piccola e voi sarete di nuovo grande... e cercherete altre Caterine da­vanti a cui inginocchiarvi... Vero, Menchikof?

Pietro                            - (siede per terra) Ti sbagli. Guar­dami. Sono ai tuoi piedi.

Caterina                        - (ride) Io mi sento veramente troppo poca cosa, per interessarvi a lungo... E un capriccio di Vostra Maestà mi toglierebbe anche quei poco che sono... Vero, Menchikof? La modesta amica di un coraggioso soldato... Cresciuto di grado, ma, infine... un bravo sol­dato... e nient'altro...

Pietro                            - (si alza) Per San Nicola, sei una furbona... Mi piaci, mi piaci nell'anima e nel corpo... Golofkin!...

Golofkin                       - (meno ebro) Comandami.

Pietro                            - (con voce tonante) Prendi nota. (Si fa silenzio). Tu mi avevi proposto al Viceré per un'altra onorificenza, come premio alla mia condotta in guerra, non è vero?

Golofkin                       - Infatti. Riceverai stasera la Cro­ce di Cavaliere di Sant'Andrea. L'ho qui, con me, insieme al brevetto.

Pietro                            - Ti ringrazio. E nomino al mio po­sto, primo in tutta la Russia, Gran Croce di Sant'Andrea, il mio braccio destro, Alessandro Menchikof (applausi), investendolo altresì del titolo di Conte del Santo Impero e Primo Aiu­tante dello Czar...

Menchikof                    - Maestà...

Pietro                            - Voglio firmare all'istante. (Arse­nieff si precipita, prende una penna, mentre Sciaffirof trae dalla sua cartella un foglio tim­brato e recante i sigilli. Pietro si appogsia sul dorso di Arsenieff e, con fatica, traccia la sua firma. Caterina e Menchikof si guardano. Pie­tro, appena firmato, dà il foglio a Menchikof. Poi chiede a Golofkin) La croce!... (Golofkin gliela consegna. Pietro l'appunta sul petto di Menchikof).

Caterina                        - (fissa Menchikof; poi comincia a ridere; la risata si fa convulsa, dolorosa. Emma appoggia le mani sul petto di Menchikof e M percuote leggermente) Te l'avevo detta Alexacha... che ti avrei portato fortuna... Beviamo alla tua carriera, no? Vero, signori? Beviamo alla carriera, alla gloria, alla fortuna di... (Il riso, a poco a poco, si muta in pianto, un gran pianto dirotto, che ella soffoca sul petto di Menchikof. Gli astanti alzano le coppe, escla­mando evviva al decorato. Pietro si fa dare una tazza e la offre a Caterina).

Pietro                            - A voi, bella dama!

Caterina                        - (prende la tazza, guarda Pietro. Trangugia le lagrime, si sforza di sorridere).

Pietro                            - Volete, dunque, cominciare questa nuova vita piangendo?

Caterina                        - (con abile dissimulazione, mentre il dolore le fa groppo alla gola, alza il bicchiere e dice) Si piange anche... di gioia... Maestà! (Beve e passa il bicchiere a Pietro, estasiato), E... che sarà di Caterina?

Pietro                            - Quello che Caterina vorrà. Signori, il primo suddito della mia donna son io... (Dà l'esempio, chinando un ginocchio davanti a Ca­terina. Tutti, più o meno faticosamente, lo imi­tano, prosternandosi. Caterina ha un lampo di sovrumana ambiziosa felicità. Posa la mano sul capo di Pietro, gira lo sguardo attorno, ergen­dosi sulla persona, si volge verso Menchikof che è ancora in piedi, gli porge l'altra mano).

Caterina                        - Ebbene, e voi, conte?

Menchikof                    - (si scuote, cade in ginocchio e dice lentamente) Sua Maestà Pietro I, Czar e Imperatore di tutte le Russie, conosce la mia fedeltà. A lui e a tutto ciò che gli appartiene.

Pietro                            - (si alza. Durante la scena, ventiquat­tro valletti, in divisa, sono entrati, schierandosi in fila, di fronte, davanti alla vetriata. Dietro a loro, sono imbandite le tavole. Tutti si rialzano, dopo Pietro. Sul viso di Menchikof è sceso l'ombra).

Caterina                        - (sentendo che tocca a lei rompere il silenzio) Maestà... credo che la tavola sia apparecchiata...

Pietro                            - La « nostra », non ancora, Katenka. Ma ci faremo precedere da un buon cavallo. Addio, cari amici. Serbateci il posto vuoto, alla vostra mensa. Vi aspettiamo domani sera, da «noi», tutti... vero Katenka?

Caterina                        - (guardando Menchikof, trasognata) Domani sera, da noi, tutti... sì... (Cerca un consenso negli occhi di Menchikof. Questi, sen­za rispondere, si inchina. Frattanto, è entrata, da destra, Natascia, recando a Caterina la sua grande pelliccia di ermellino. Pietro la aiuta a indossarla sfiorandole con le mani tremanti di desiderio la gola).

Pietro                            - Hai una gola calda, Katenka... Ma la notte è rigida! Una sciarpa!

Menchikof                    - (con un improvviso pensiero) Se tu permetti, Pietro Alexevich... (Si dirige verso uno stipo, ne to­glie un cofanetto, torna avanti, lo apre). Dicono che i diamanti tengano caldo... Penso che que­sta collana... (E toglie dal cofanetto una fanta­stica collana di diamanti. Mormorio di ammira­zione).

Pietro                            - Diavolo! Sei più ricco di me, Menchikof!

Menchikof                    - (malinco­nicamente, con un'oc­chiata a Caterina) No, Maestà! Lo ero.

Caterina                        - (tende le braccia a Menchikof, ap­passionatamente) Alexacha!

Menchikof                    - (le pone al collo la collana, s'inchi­na. Poi, con voce secca, tagliente) Le slitte dell'Imperatore!

(Movimento in fondo. Il gruppo degli ospiti si apre, fa ala, ossequioso. Resta immobile la lunga fila dei valletti. Pietro circonda col braccio la vita di Caterina, alza la mano sinistra e si avvia. Appena la coppia è giun­ta alla loro altezza, i ven­tiquattro valletti, con un sincronismo perfetto, a-prono un varco al centro, la lascian passare, ricom­pongono la fila e fanno un brusco dietro-front, mostrando l'aquila nera che adorna la mantellina della livrea. Pietro e Ca­terina salgono lo scalone, fra due file di cosacchi che tengon le fiaccole. La musica intona l'inno rus­so. Tutti son rivolti verso il fondo. Solo Menchikof, immobile, rigido, senza guardarli, piange).

                                                            

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

 

Appartamento centrale, di famiglia, nel pa­lazzo dello Czar. La prima sala, secondo i gusti di Pietro il Grande, serve ad ogni uso. A sini­stra, laboratorio d'intaglio, incisione, pittura; scrivania e biblioteca. Verso destra, salotto, fu­moir, con poltrone, divani, tappeti, orologi, specchi. Questa parte della sala è in aperta co­municazione, mediante grandi porte vetrate scorrevoli, poste di sbieco(pan-coupé) con un'altra grande sala, molto più sontuosa e lus­suosa, la sala degli specchi, dal pavimento lu­cidissimo, bei candelabri, specchi magnifici. A sinistra, porta che dà negli appartamenti di Pietro il Grande. In fondo, verso sinistra, por­ta di comunicazione con le sale di udienza. A destra, in primo piano, porta di comunicazione con l'appartamento di Caterina. Un mappa­mondo.

 (Pietro il Grande è seduto al tavolo-labora­torio. Senza parrucca, berretta in testa, vesta­glia azzurra sporca, sdruscita, con tasche rotte e cadenti; bottoni di diamanti; pantaloni corti; calze lunghe, rotte; ciabatte vecchie. Fuma la pipa. Osserva un candelabro in legno scolpito da lui; e qua e là lo rifinisce coi ferri da inta­glio. Contrazioni della gamba destra, della spal­la destra, smorfie del viso e soprassalti del capo, all'indietro, sono più frequenti e vivaci. Ha poco più di cinquant’anni, ma sembra più vec­chio. Gluck, miserello, patito, sborniato, giallo, stanco, le tasche piene di carte, scrive, passeg­giando. Conserva la sua barbetta antica da ca­pra. In fondo, il gigantesco servo di Pietro, Fedia, in costume tartaro, immobile, l'occhio fisso su Pietro, pronto a ogni cenno).

Pietro                            - (tossisce) Eh, che il Signore ci pro­tegga! Questa tosse non vuol passare!

Gluck                            - Piccolo Padre, vuoi ammazzarti, tu, con tante imprudenze!... Dovresti tornare alle acqua, come consiglia Blumentrost...

Pietro                            - Troppo da fare, pastore Gluck! Con l'aiuto di Dio, devo condurre a termine la mia missione. Ho preso la Russia come una bambina e l'ho portata su, su... Ma non basta mai. (Si alza, lascia il candeliere). Fedia, dam­mi un ago e filo.

Gluck                            - Vuoi dettarmi il lavoro per oggi, Piccolo Padre?

Pietro                            - (siede e si toglie una calza. Esamina i buchi, mentre Fedia gli dà ago e filo. Mentre parla, Pietro cucirà accuratamente) Sono quarant'anni che rompo le calze sempre negli stessi punti. Devono essere gli stivali. Dammi! il taccuino, Fedia. (Interrompe di cucire ieri gettare occhiate sul taccuino che Fedia gli tiene aperto davanti). Prima di tutto, un editto: «il rigorosamente vietato recarsi a Corte con calza­ture chiodate». Capisci, Gluck? Rovinano i pavimenti. Ho speso quindici rubli, questo mese (Dettando) Due: Nuove norme al regolamento per le « assemblées di famiglia». Tre: Incremento dei teatri. Fedia, portami il mio corriere. (Fedia porge a Pietro gli occhiali, unni lettera bianca, una lettera azzurra, sigillate).

Gluck                            - Nel sesto capitolo, devo spiegate esattamente le ragioni per cui si addivenne da parte dello Czar a sposare, e poi a incoronare la graziosa Imperatrice Caterina?...

Pietro                            - (infilandosi la ciabatta) Ah, sì, I Bravo. Dovrai essere molto persuasivo. Ricor­dare gli episodi più nobili della vita di Cate­rina. Menchikof potrà aiutarti. Dovrai valerti dell'archivio, consultando l'Editto del 1722, e quello del 1724, che legittimava l'incoronazione di Caterina, proclamandone « la strenua e inde­fessa devozione alla causa della Patria»... (A Fedia) È venuto il principe Menchikof?

Fedia                             - Sì, Piccolo Padre.

Pietro                            - Chiamalo. Mandami Natascia. (Fedia esce. Pietro si alza, va alla lavagna, cerca di decifrare con gli occhiali cosa c'è scritto) Non ci vedo più bene. Ah! «Scuo-le... Ac-ca-de-mie...». Fa' preparare un editto, Gluck. L'i­struzione è obbligatoria. Entro sei mesi, tutti devono saper leggere e scrivere... (Gluck scri­ve). Cinquanta bastonate...

(È entrato Acosta, da destra, tenendo per muno Natascia, riccamente vestita. Alla parola «bastonate », il buffone pazzo dà un grido).

Acosta                           - No, Petrucka, se vuoi, fa' basto­nare William Mons, il bel ciambellano di Katerinoucka tua... (Canta) « Quando il nonno prese la nonna»...

Pietro                            - (furioso) Pappagallo portoghese, va' fuori dei Diedi! (Lo insegue. Quello scap­pa; Pietro gli tira dietro una ciabatta. Poi esa­mina la due lettere. Depone il pacco di giornali e soppesa le lettere. Entra il principe Menerà-kof). Ti saluto, Alexacha! Parlavo di Caterina.,,    - (A Gluck) ...compagna nei buoni e nei cattivi momenti, madre affettuosa, sposa fedele, fede­lissima... Questo deve risultare, capisci? Non è vero, Menchikof?

Menchikof                    - Vangelo. (A Gluck) E salva­trice della Patria, nella guerra coi Turchi...

Pietro                            - Ah, in nome di Dio! Se non c'era Caterina, addio Russia! Tutto ha sacrificato, per me e per la Patria! Se io sono il Padre della Patria, Caterina ne è la degna Madre... (Agita il braccio con le lettere in mano. Men­chikof le osserva attentamente). Peccato che il Signore ci abbia tolto il nostro piccolo Pietro... Chichetchka adorato! (Piange una lagrima). A proposito, Menchikof, questa faccenda dell'e­rede... Che dice il Senato?

Menchikof                    - Il Senato fa voti che Sua Mae­stà l'imperatrice possa ancora felicemente dar vita a un erede...

Pietro                            - Io faccio tutto il possibile! Resterai a cena con noi, Alexacha. Stasera, faremo quat­tro salti... (A Natascia) Dirai a Mons di occu­parsene. Il minuetto non lo sa ancora bene nes­suno! Dov'è Mons? (Gli cadono di mano le due lettere; non se ne accorge. Menchikof, rapido, corre a raccoglierle, le esamina. È entrata, in­tanto, dal fondo, Maria Cantemir, bellissima, alta, viso pallido, freddo, statuario, bocca per­fida, sottile, tagliente. Ha visto la scena).

Maria Cantemir             - L'ho veduto, poco fa, en­trare nelle stanze dell'Imperatrice, Maestà.

Menchikof                    - (la guarda, indagatore. Maria Cantemir viene avanti e fa un profondo inchino a Pietro).

Pietro                            - Ah, sei qua, Maria Cantemir?... Che dice Blumentrost, della gravidanza?

Maria Cantemik            - Che procede molto bene, con l'aiuto di Dio, Maestà.

Pietro                            - (burbero) Ricordati: se è un ma­schio, lo riconosco e Io tengo... E ti tengo... Se nasce una femmina, torni da quel brav'uomo di tuo padre, Uspodaro di Moldavia, e te la tieni laggiù!

Maria Cantemik            - (lo guarda con disprezzo. S'inchina) Sì, Maestà.

Pietro                            - Io non capisco! Su mille figlioli che ho tabbricato, quasi tutte femmine! (Cerca at­torno). Avevo aue iettere, in mano... (Un si­lenzio. Menchikof è sulle spine. Sa di giocare la testa, ma vuol salvare Caterina, tener fronte a Maria Cantemir. Le lettere, nelle sue mani, si agitano nervosamente).

Maria Cantemik            - Non avete raccolto voi delle lettere, Principe?

Menchikof                    - (s'inchina) Infatti, Principes­sa. Aspettavo che fosse terminato il vostro col­loquio per restituirle all'imperatore. (A Pietro)' Vi sono cadute poc'anzi, Maestà. Se Vostra Mae­stà vuole ascoltarmi, devo riferire d'urgenza su questioni di Stato...

Pietro                            - (a Maria Cantemir) Lasciami con Menchikof. Dio ti stia vicino. (Le dà un pizzi­cotto. Maria Cantemir si inchina). No, no, meno cerimoniale... In casa mia voglio roba semplice.

Caterina                        - (entra da destra, tutta sorrisi. Ve­stita da casa. Capelli neri, lisci, raccolti in una graziosa acconciatura. Al collo i diamanti di Menchikof. La seguono a distanza Natascia e William Mons, bellissimo giovane, estremamen­te occidentale e parigino, molto elegante, effe­minato) Petia!... Petinka! Cuor mio del mio cuore!

Pietro                            - (subito allegro, sorridente) Ecco, come Katenka... Imperatrice e lavandaia. Czarina e soldataccio, se occorre! (Le va incontro, a braccia tese) Tu sei sempre la mia gran pas­sione, Katerinouchka d'oro! (Uabbraccia. Frat­tanto Menchikof, sempre tenendo d'occhio Ma­ria Cantemir, mostra a Caterina le due lettere. Pietro si volge a Menchikof) Questo trattato di alleanza?

Menchikof                    - Volevo appunto parlarne... (Dà un'occhiata a Maria Cantemir).

Pietro                            - (si volge a Maria) Dunque, siamo d'accordo. O maschio, o niente. (Occhiata fra Caterina e Menchikof). Va' con Dio, Maria Cantemir!

Maria Cantemir             - Aspettavo che Sua Maestà l'Imperatrice si degnasse...

Caterina                        - Troppo amabile. Grazie. Addio, addio! (Saluto ironico. Maria Cantemir esce dalla sala degli specchi).

Pietro                            - Bella donna. Ma noiosa. Piglia tut­to sul serio.

Caterina                        - Magra, poi!... Non capisco come ti piaccia, Petrouchka!

Pietro                            - Ah, certo, non ha le tue forme!... Ora, se permetti, voglio parlare con Menchikof. Dammi quelle lettere, Aiexacha. (A Fedia) Fedia, gli occhiali.

Caterina                        - Vuoi che legga io, Petia? (Pren­de le lettere che Menchikof ha in mano). Hai gli occhi molto stanchi, sai?

Pietro                            - No, no, le mie lettere me le leggo io! (Ride). Non si sa mai! Un sovrano deve leg­gere tutto. Altrimenti, perché avrei imparato a leggere? (Ride. Ma agguanta le lettere. Dietro alle vetrate illuminate si vede un'ombra: è Ma­ria Cantemir). Vieni, Menchikof. Voglio par­lare subito con l'ambasciatore Campredon. La mia piccola Elisabetta diventerà regina di Fran­cia, se io stringo il patto di alleanza. Bisogna concludere. Evitare nuove guerre e rinsaldare le amicizie.

Menchikof                    - Campredon non aspetta che di esser chiamato, per la firma.

Pietro                            - Gluck, sei in libertà, puoi tornare per la cena; manda un ufficiale all'Ambasciata francese. (Gluck si inchina ed esce). Voglio an­che stabilire le nozze di Annouchka col Duca di Holstein... (A Caterina che, frattanto, si era messa a parlare con William Mons) Katenka, fissiamo queste nozze per novembre?

Caterina                        - Per novembre, bene.

Pietro                            - William Mons!

Mons                             - (accorre, si inchina) Maestà!

Pietro                            - (lo guarda) Sei veramente un bel ragazzo, degno fratello della mia ingrata ami­ca... Tutti mi dicono male di te, figliolo! Don­naiolo... Beh, questo sarebbe il meno. Ma, bi­sogna far qualcosa, eh? (Lo piglia sotto brac­cio, passeggia. Ne approfitta Menchikof per av­vicinarsi a Caterina e parlarle). Tu balli con molta grazia, sei istruito, conosci le lingue... Fai una piacevole compagnia all' Imperatrice, ma non basta. Bisognerà entrare in diploma­zia... Capisci?... (Verso il fondo, sempre par­lando animatamente).

Menchikof                    - (a Caterina) Una di quelle due lettere, quella azzurra, contiene particolari esatti dei vostri incontri con Mons, nei giardi­ni, alla grotta... le date, i testimoni... un muc­chio di accuse schiaccianti...

Caterina                        - (padroneggiando l’inquietudine) Chi ha tradito? Chi ha scritto?

Menchikof                    - Lo saprò tra un momento.

Pietro                            - (in fondo, ad alta voce) Poi, un buon matrimonio. Ti sceglierò io una moglie adatta...

Menchikof                    - Se Pietro legge la lettera, sie­te perduti.

Caterina                        - Negherò. Ha fiducia.

Menchikof                    - Da un anno, si cerca di levar­gliela. C'è qualcosa, in quella lettera, che vi perde. Fate il possibile per sottrarla.

Caterina                        - Ditegli di cambiarsi, per rice­vere l'ambasciatore.

Menchikof                    - (a Pietro, che ha lasciato Mons per tornare in primo piano, sempre tenendo le lettere) Dovresti indossare l'uniforme, prima di pranzo. Compredon sarà qui a momenti.

Pietro                            - Vado.

Caterina                        - (che ha cominciato a cucire un paio di calze di Pietro) Petia, do un punto alle tue calze e vado anch'io a vestirmi.

Pietro                            - Eh, gattina mia, se non pensi tu alle mie robe! Ho messo tanto ordine in Rus­sia, e il disordine mi perseguita in casa mia! (Prende una parrucca). Metterò la parrucca fatta coi tuoi capelli, Katenka. Tu, Alexacha, occupati del Consiglio e di Campredon. Mons, disponi per la cena nella sala degli specchi, orchestra e danze. (Esce, a sinistra, preceduto da Fedia che gli fa luce. La porta si chiude).

Menchikof                    - Presto, Mons! L'ufficiale di servizio!

Caterina                        - (con un balzo e un grido soffocato) No! No! William! Devi fuggire! Fuggire! (A Alexacha) Fallo fuggire! Salvalo! È il mio amore! La mia vita! Salvalo, fallo fuggire, man­dalo all'Ambasciata tedesca, o dal Duca Holstein...

Menchikof                    - (fermissimo) Io sono qui per la vita dell'Imperatrice, non per quella degli altri. (A Mons) Giovanotto! Eseguite i miei or­dini. Ho cento uomini armati intorno al pa­lazzo, pronti a fermarvi, se occorresse. Vi siete presa una posizione di prim'ordine, e, diami­ne!, bisogna far fronte, ora!

Mons                             - Principe, io non scappo, mi pare!

Caterina                        - (abbracciandolo) William! Devi fuggire! Te lo ordino! (A Menchikof) E lo ordino a voi, anche! È l'Imperatrice che vi ordina di salvare quest'uomo!

Menchikof                    - (brutale) Siete pazza. Pensate alla lettera. Andate, cercate di prenderla... (Vicinissimo, intimo) Pensate alle vostre figliole. Non ti salvi. Non salvi nessuno. Io giuoco la mia vita in questo momento. (A Mons) Corri tu! Fammi chiamare il cancelliere Ostermann, Dolgorouky, Galitzin, Apraxin... Tutti. Sono a Consiglio all'Ammiragliato. D'ordine mio. Pre­sto! E torna qui. (Mons corre al fondo).

Caterina                        - (a Menchikof) Alexacha! Tu puoi salvarlo e non vuoi!

Menchikof                    - Che m'importa di lui! M'im­porta di te. Lui ha goduto. Pagherà!

Caterina                        - Hai l'odio negli occhi!

Menchikof                    - Sei pazza. Io giuoco la mia testa, per te. Se questo può salvarlo, tanto me­glio. La sua fuga, sarebbe la tua rovina. E an­che la mia.

Caterina                        - Ma io lo amo! Salvalo, Alexa­cha! Io farò qualunque cosa per te... Tu mediti il trono di Russia, lo so...

Menchikof                    - Pazza! Possono ascoltare!

Caterina                        - Sarai tu il successore... Potremo tutto, noi due! Ma salva quel fanciullo! Vuoi?

Menchikof                    - (la scuote) Ma ti ha resa paz­za, l'amore? Bisogna lottare, lottare! Forse è j già troppo tardi... Ricordati: non devi tradirti nemmeno un momento. Sorridere. Fingere. Se ti manca il cuore, sei perduta, siete perduti... siamo perduti. Vado da Campredon. Bisogna firmare immediatamente il trattato. Sarà l'u­nica arma. Manda a chiamare Tolstoi. E ora, se vuoi le nostre teste, sei padrona! (Rapida­mente si slaccia da lei, che cade singhiozzando perdutamente, e fugge dal fondo).

Caterina                        - Ah, mio Dio! Signore Iddio, tie­ni conto, in quest'ora, del bene che ho fatto, nella mia vita! Contro il mio male, il bene che mi è riuscito di fare!... Ho vissuto in un branco di lupi, Signore! Ho sempre cercato di farli meno feroci! (Si strappa la collana di diaman­ti). Maledette gemme! Tutto è bagnato di san­gue, qui! (Si butta col capo in terra, le mani nei capelli). Le mie figliole, Signore!... Il mio amore!... Ho salvato migliaia di vite! Ho difeso Carlotta... Ho tentato con ogni mezzo di pro­teggere Alessio, contro suo padre!... Ho ferma­to la mano di Pietro, sul corpo straziato del suo figliolo!... Le mie mani son pure di sangue, fra tanto sangue, Signore! Abbi misericordia di me! (Stremata, si accascia al suolo. Poi, im­provvisamente, si rialza. Da sinistra entra Pie­tro. Veste l'uniforme. Ha in mano la «idubina», d'oro, pesante mazza dal pomo tempestato di diamanti. Il suo volto è duro, chiuso. Fedia lo segue).

Pietro                            - (si lascia cadere in una poltrona. È affranto, l'occhio spento, la testa barcollante, con frequenti moti convulsi verso la spalla) Fedia, versami da bere...

Caterina                        - No, Petia, non bere, ora, vuoi? Devi trovarti con Campredon...

Pietro                            - (mette la testa sul petto di Caterina, con un abbandono infantile) Lasciami bere, Katoucka... C'è qualcosa di confuso, nel cer­vello... (Beve). Voglio andare sulle mie navi, a prender aria... Qui, si soffoca. Voglio che re­sti a cena... William Mons... William Mons... (Caterina lo scruta, indagando, ma calma).

Menchikof                    - (entra rapido, dal fondo) Sei pronto, Pietro? Benissimo. Campredon è di là. C'è del nuovo. Messaggi dalla Francia recano che Luigi, Duca di Chartres, essendo morto il reggente Duca d'Orléans, è salito al trono di Francia... Occorre firmare il trattato, con la clausola del fidanzamento. Stasera, subito, deve partire il corriere per Parigi.

Pietro                            - (depresso) Ah.. Così presto, Menchikof?

Menchikof                    - (scambiando un'occhiata con Ca­terina) Il ritardo di un'ora può significare k guerra con cinque Stati, senza avere a fianco la Francia.

Pietro                            - Hai ragione. (Cupo, torbido) II mio paese, anzitutto. (Guarda Caterina) E il Duca di Holstein?

Menchikof                    - È in attesa, per concludere a sua volta l'impegno nuziale con la Principessa Anna. In un colpo solo, tu, Padre della Patria, centuplichi la potenza della Russia, Pietro Alexievich! (Un silenzio).

Pietro                            - Andiamo. (A Caterina) Disponi per il pranzo e per il ballo, Katenka. Non vedo Mons...

Menchikof                    - (pronto) Sta organizzando ap­punto il minuetto.

Pietro                            - Bene. Voglio divertirmi. Andiamo, Alexacha. Fatti bella, Katerinouchka... (Esce, dal fondo, seguito da Menchikof: il quale, sulla soglia, si volge e fa un cenno di raccomanda­zione a Caterina).

Caterina                        - Natascia!

Natascia                        - (da sinistra) Eccomi.

Caterina                        - Presto... corri in camera di Pie­tro... fruga nelle tasche della sua veste... se c'è una lettera, portala qui... Va'... (La spinge nervosamente a sinistra, e si pone di guardia alla porta da cui è uscito Pietro. Nella sala de­gli specchi, verso il fondo, alcuni servi comin­ciano a disporre una tavola da pranzo, appa­recchiandola rapidamente).

Natascia                        - (da sinistra) Eccola! (E dà a Caterina la busta azzurra).

Caterina                        - (con un grido di gioia) C'è!... (Prende la busta, ma constata che è vuota). È vuota... (Ha un sorriso disperato). È vuota, Na­tascia... Tutto è perduto, dunque... (A piccoli passi si dirige verso le sue stanze, come una sonnambula. Un riso convulso la scuote). Vieni, Natascia... Fammi bella... (Un motivo popolare le viene alle labbra) « Nessuno farà ombra al tuo cuore se tu preghi e lavori... ». (Esce da destra, seguita da Natascia).

(Nella sala degli specchi, William Mons ha fatto entrare i suonatori di una piccola orche­stra, disporre la sala in modo che dalla tavola, situata in fondo, si goda lo spettacolo del ballo. Sotto la direzione dell'ufficiale di bocca, due servi hanno aperto le porte vetrate, sicché la sala diventa ben visibile. Accordi di orchestra. Dalla porta in fondo, entra Menchikof, palli­dissimo, seguito dal Principe Galitzin, dal Prin­cipe Dolgorouky, dall'Ammiraglio Kikin, dal Generalissimo Bruge, dal Grande Ammiraglio Apraxin, dal Generalissimo Golofkin. Saluti di tutti col Conte Tolstoi).

Menchikof                    - (attorniato dagli altri) Signo­ri! Siete tutti invitati dall'Imperatore per so­lennizzare l'avvenimento di questo trattato, fe­steggiando Pietro il Grande. Dev'essere una sorpresa per l'Imperatore. Qualunque cosa avvenga, in palazzo, bisogna separare nettamente la sacra persona dell'Imperatrice, per la quale            - (marcando) ciascuno di noi è pronto a giurare, da ogni intrigo di Corte. In questo momento, la salvezza della Russia coincide con l'integrità morale dell'Augusta Imperatrice, la cui figlia Elisabetta deve ritenersi già fidanzata col Re di Francia, mentre la Principessa Anna va sposa al Duca di Holstein. Siete avvertiti. Pietro ha firmato. Subito dopo, una terribile crisi lo ha colto. I medici lo curano. Ho disposto per av­vertire le vostre signore, affinché intervengano alla festa. Parola d'ordine: Divertirsi!

(Entra Pietro dal fondo, reggendosi sulla du­bina. Lo segue il Cancelliere Ostermann. Il Prin­cipe Galitzin alza il grido: «Dio salvi Pietro il Grande! ». Tutti alzano le braccia, plau­dendo).

Apraxin                         - In nome del Collegio di Guerra e del Senato, io ti rinnovo l'attestato di Padre della Patria, Pietro Alexievich!

(Tutti ripetono l'appellativo. Sulla porta del­la sala degli specchi è apparsa Caterina, vestita in grande toeletta da ballo, alla francese. La accompagnano alcune Damigelle di Corte, Natascia e il Ciambellano Mons. Altre Dame sono entrate dall'interno e inchinano l'Imperatrice. L'orchestra intona un'aria di ballo).

Pietro                            - (ha ascoltato assorto. Poi, guarda nel­la sala degli specchi. Un fremito lo scuote. Bat­te furiosamente la dubina sul pavimento. Grida) Qualcuno, qui, è Giuda! Qualcuno, qui, tra­disce! Tradisce me! Lo Czar! (Un silenzio di tomba. L'orchestra ha interrotto. Nella sala de­gli specchi tutti si sono immobilizzati. Cateri­na, calmissima, si è volta in direzione di Pietro, che è isolato nel cerchio dei dignitari. Poi, len­tamente, viene avanti. Pietro la guarda con oc­chi terribili. Caterina avanza ancora. Sono di fronte).

Caterina                        - Chi ti. tradisce, Petia?

Pietro                            - (chiama) Ostermann! (Dandogli la lettera azzurra che ha tratto di tasca) Questo documento costituisce una fondata accusa con­tro l'Imperatrice, colpevole nei confronti con l'Imperatore. Intendo che si segua lo stesso procedimento d'inchiesta tenuto a suo tempo contro mio figlio.

Caterina                        - (con voce dolce) Io credo che tu abbia il delirio, Petia.

Pietro                            - (turbato da quella voce e da quel tono, senza guardarla e con più calma, quasi timido) L'Alta Corte giudicherà.

Caterina                        - Signor Cancelliere Ostermann, siete a conoscenza dell'accusa?

Ostermann                    - Graziosa Imperatrice, no. Ma una cosa è certa: che né io, né alcuno, credo, degli Alti Gradi qui presenti, riuscirà mai a pensare colpevole di alcun reato verso l'Impe­ratore la Vostra Graziosa Persona.

Pietro                            - Signor Cancelliere, eseguite i miei ordini! Quanto a te, e al tuo complice, io vi spezzerò... vi spezzerò così... (In un impeto d'ira afferra un grande specchio di Murano ap­peso alla parete e lo scaraventa in terra. Ha la bava alla bocca).

Caterina                        - (impassibile, col sorriso sulle lab­bra) Ebbene, Petia? Cosa credi di aver fat­to? Hai sciupato un bell'ornamento della tua casa, senza alcun profitto. Così sciuperai un pregio della Russia: me. (Inchinandosi, con una deliziosa mossa di minuetto) Signori, vo­lete onorare la nostra tavola?

(Un silenzio pauroso. Pietro stringe i pugni. Ma è domato dalla calma di Caterina).

Pietro                            - Sei ammirevole, Katenka. Mi au­guro che tu mantenga questa calma davanti all'Alta Corte. Nessun sospetto deve sfiorare la moglie di Cesare.

Menchikof                    - (con tono secco, dietro al grup­po) In tal caso, chiedo all'Imperatore di voler disporre affinché sia raggiunta e fermata la nave francese che sta salpando l'ancora per Le Havre.

Pietro                            - Che vuoi dire, Menchikof?

Menchikof                    - (fermissimo, col tono di chi giuoca il tutto per tutto) È meglio che Pietro il Grande ritiri la sua firma su un trattato di alleanza già concluso, piuttosto che vedersi poi rifiutata sua figlia, dal Re di Francia. Luigi XV non vorrà sposare certamente la figlia di un'Im­peratrice di Russia processata dall'Alta Corte per ordine dell'Imperatore. (Un silenzio).

Ostermann                    - (facendosi forza) E nemmeno il Duca dell'Holstein, Maestà.

 Pietro                           - (incrocia le braccia, colpito. La ra­gion, di Stato prevale. Dopo un silenzio pesan­te, esclama) Ebbene, avrò servito il mio paese fino all'ultimo. Signori, seguite pure l'Imperatrice.

Caterina                        - (lo guarda sorridendo, impassibile) A chi spetta il mio braccio?

Apraxin                         - All'Ammiraglio, Maestà. (Offre il braccio a Caterina e si avvia verso la sala, Tutti li seguono, meno Ostermann e Menchikof).

Menchikof                    - D'altronde, credi, Pietro Alexievich, sei in errore.

Pietro                            - Io mi vendicherò egualmente, Alexacha! Tu credi che Caterina non sia colpevole?

Menchikof                    - Una donna, se non trema per sé, trema per il suo amante, se lo ha. E - come vedi - Caterina non trema affatto. Ha una gran voglia di divertirsi. E, credo, una gran voglia di ridere. Guarda!

(L'orchestrina ha attaccato un'aria di mi­nuetto).

Caterina                        - (in sala, ad alta voce) Il mi­nuetto, prima, maestro! Maestro!

Guilbert                         - (in frac) Graziosa Maestà, a vo­stro servizio!

Caterina                        - (mentre si dispongono le coppie per il minuetto) «Champagne! Il faut bien vider una coupé à l'alliance! ». (Applausi, gri­da. Tappi di champagne che saltano).

Campredon                   - (ad alta voce) «A la Grande Russie, à Pierre le Grand, à l'Impératrice!...)). (Brinda con Caterina che grida: « A la France!...»).

Pietro                            - (in primo piano) Finge, finge, la volpona! (Con uno scatto di belva) Voglio met­terla alla prova, quella volpona lituana! (A Fe­dia) Fedia, l'Ufficiale di servizio! (Fedia apre la porta in fondo, fa un cenno. Entra subito un Ufficiale). Entra in sala e chiama, forte, il Ciambellano William Mons. (L'Ufficiale corre in sala). Perdio, voglio ridere! (A Fedia) Fe­dia, i tuoi uomini! (Fedia fa ancora un segnale dietro la porta).

Ufficiale                        - (nella sala, ad alta voce) Ciam­bellano William Mons, Sua Maestà l'Impera­tore ti aspetta. (Si vedrà Mons aprirsi un pas­saggio fra le coppie, venire avanti. Lo Czar, con un ghigno feroce, guarda l'effetto nella sala. Il minuetto continua. Menchikof si è portato a destra, in modo da poter fissare Caterina che balla il minuetto proprio di fronte. I domestici distribuiscono coppe. I Dignitari fanno il possi­bile perché la festa si svolga animatissima. En­trano Mons e l'Ufficiale di servizio).

Pietro                            - William Mons, confessa le tue col­pevoli relazioni con l'Imperatrice, e io ti faccio grazia, come la feci ad Anna Mons, tua degna sorella... (Con un urlo bestiale) Confessa!

(Menchikof si sposta ancora indietro, in modo da poter fissare, a volta a volta, Caterina, nella sala, e Mons, in piedi davanti allo Czar. Cate­rina, danzando, lancia ogni tanto occhiate per­dute verso la stanza. Il chiasso cresce).

Mons                             - Non ho nulla da confessare, Maestà.

Pietro                            - (con un viso di belva) Fedia! Di là... sul tavolo... stroncategli tutte le ossa! (Fedia e i suoi compagni tartari si buttano su Mons, lo trascinano brutalmente al fondo e poi nella sala, la cui porta resta aperta. Pietro fa per lanciarsi dietro a loro, onde osservare il supplizio, ma, a metà stanza, un male atroce lo prende, lo inchioda, lo torce. Porta le mani alla schiena, sui reni, gorgogliando di dolore. Vacilla. Menchikof e Ostermann lo sorreggono, lo accompagnano a una poltrona, a sinistra, da­vanti al tavolo di ebanisteria. Pietro appoggia la testa, all'indietro, sul bordo del tavolo. Ora, mette le mani sui visceri, comprimendo l'acu­tissimo dolore della vescica). Ho male... ho male...

Menchikof                    - (all'Ufficiale) Chiama Blumentrost... Paulson...

(Si stacca da Pietro, per andare verso la ve­trata: di lì, battendo le mani, fa segno di ani­mare la festa. L'Ufficiale è corso via, da sini­stra. Dalla sala, in fondo, un urlo atroce si alza, un urlo di morte. È Mons, a cui i Tartari stroncano braccia e gambe. Pietro, udendo l'ur­lo, dà in un'esclamazione di gioia feroce, cerca di alzarsi, non può; mormora: «Maledizione! ». Entrano i medici Blumentrost e Paulson; cor­rono allo Czar).

Pietro                            - Menchikof! Che fa Caterina? Ah, non posso vedere! Asini! Voglio alzarmi! Che fa, Caterina, Menchikof?

Menchikof                    - L'Imperatrice si diverte, Maestà!

Pietro                            - Fedia! Fedia!... (Fedia entra dal jondo, corre). Fedia... È morto? È già morto?

Fedia                             - No.

Pietro                            - Tagliagli la testa, Fedia! E mettila su un gran piatto d'oro... e portala di là, in sala... Che ballino, davanti alla sua testa!

(Fedia corre via. Si vede Caterina, in sala, vacillare, un attimo, fra le braccia del Principe Galitzin. Ma, Menchikof, rigido, non la abban­dona con gli occhi. Pietro, fra gli spasimi del male, ride convulso; l'attacco epilettico si va formando).

Blumentrost                  - L'accesso... Bisogna portar­lo sul letto. (Lo alza in piedi, tenendolo tutto appoggiato sulla sua spalla. La musica cresce).

Pietro                            - Voglio vederla... voglio veder Ca­terina... Che fa, Menchikof?

Menchikof                    - L'Imperatrice si diverte, Maestà!

Pietro                            - Voglio vederla... qui...

Menchikof                    - (fa segno a Caterina e a Galitzin di venire a ballare nella stanza. La musica, ora, ha un tempo più serrato. Caterina, con un viso di morta, entra, ballando con Galitzin. Altre coppie la seguono).

Caterina                        - (mentre passa accanto a Pietro, con una forza sovrumana riesce a dirgli) Non ti stancare più, Petia... Vuoi?

Pietro                            - (non ride più. La guarda. La sua for­za terribile cade. Si affloscia nelle braccia dei medici. Menchikof e Ostermann accorrono, lo sorreggono, lo trasportano pesantemente verso sinistra. Pietro si lascia portare, senza abbando­nare con lo sguardo Caterina. Il gruppo esce).

Caterina                        - (appena Pietro è scomparso, cade a terra, di colpo, stremata, bocconi, in avanti. Resta così, appoggiata sulle palme, gli occhi terribilmente fissi in una visione paurosa. Le coppie si arrestano, nella stanza, ma, di là, l'allegria continua. Con voce roca, ella mor­mora) Chiudete... Chiudete tutte le porte...

(Qualcuno chiude la porta di fondo, altri le porte vetrate. Il rumore diminuisce. Poi, si­lenzio).

Fine del terzo atto

ATTO QUARTO

Il grandioso Salone delle Adunanze, nel Pa­lazzo d'Inverno, a forma circolare. Nel fondo, partendo da circa metà delle pareti laterali, dieci o dodici porte, molto vicine fra loro, tali, cioè, che, aperte, si vede largamente il retro. Queste porte, inizialmente, sono chiuse e vigi­late da due Bombardieri ciascuna. Essi restano immobili per tutta l'azione. Sono armati, con baionetta in canna.

In primo piano, a sinistra, una porta, diver-sa dalle altre, che dà nell'appartamento dove agonizza Pietro il Grande. A destra, porta eguale a quella di sinistra, che dà nelle sale di anticamera e all'appartamento di Caterina.

La massa dei personaggi in azione tende a raccogliersi quanto possibile verso destra, cioè lontano dall' appartamento di sinistra. Tutto il meccanismo inerente all'andirivieni fra la ca­mera dello Czar e la destra, si svolge in primis­simo piano, come in un corridoio lasciato li­bero dai partigiani dei due gruppi elettivi, Ca-teriniani e Pietristi. I Cateriniani, con a capo Tolstoi, Menchikof, Sapieha, Apraxin, Rèpni-ne, il Duca di Holstein e la Duchessa Anna, Bruge, Kikin, Ostermann, Divier, Loewenwol-de e Korouskji, e i loro partigiani minori, si terranno preferibilmente tra la sinistra e il fondo della sala. Il gruppo dei fautori del pic­colo Pietro Alexievich, con a capo i quattro rappresentanti del Clero e del Sinodo e tutti i Principi Galitzin e i Principi Dolgorouky, si mantiene invece verso destra.

Ogni volta che c'è movimento fra le sale di sinistra e quelle di destra, con notizie del moribondo, le discussioni si placano.

Tardo pomeriggio. Sono accese lucerne a olio poste alle pareti, fra le porte. Unico mobile della sala, verso destra, una grandissima tavo­la, coperta da un ricchissimo tappeto, e circon­data di sedie imbottite. Sulla tavola, un leggio, con Vangelo aperto, in ricchissima edizione ri­legata, e una grande lucerna. Alle porte vigi­lano, statuari, i Bombardieri: essi hanno, sulla divisa, ben visibile, la « M » iniziale di Menchi­kof. Nel silenzio si odono, in sale adiacenti, voci confuse, a tratti più elevate: sono i primi conversari dei gruppi elettivi. Un canto litur­gico farà da sfondo a tutta la prima parte del quadro. Il canto viene da lontano, è vasto, pos­sente e melodioso. È la Russia che prega.

Menchikof                    - (solo, nel grande salone, seduto al tavolo, consulta elenchi di persone fedeli od ostili, e prende appunti).

Caterina                        - (entra da sinistra. Sempre bella, sebbene sciupata. Ha 43 anni. Gli occhi stranamente lucidi, effetto del bere, e le tremano le mani) Alexacha!....

Menchikof                    - (si alza, le stringe le mani) Katerinouchka... Ha chiesto di me?

Caterina                        - No. Il tuo nome gli viene spesso alle labbra... Ma non parla... Soffre molta          - È tutto gonfio... nero... Ha molta paura e si raccomanda ai medici, al Pope...

Menchikof                    - Ha chiesto di scrivere?

Caterina                        - Sì. Ma non è riuscito. (Siede) Notizie ?

Menchikof                    - Il popolo è apatico. La situa­zione dei partiti, chiarissima. Abbiamo dalla nostra i Capi militari e politici.

Caterina                        - Tolstoi?

Menchikof                    - Naturalmente, con tutto il Corpo diplomatico. Ostermann, con la Cancel­leria, Repnine, Apraxin, Kikin, Bruce, cioè gli Alti Comandi.

Caterina                        - E gli altri?

Menchikof                    - Son forti. Tutto il clero è contrario. Bianco e nero. I monaci, più del clero. Il Santissimo Sinodo. Tutti i Principi Ga­litzin, i Dolgorouky, e il loro seguito, sono peli il piccolo Pietro Alexievich. Se Pietro non scri­ve il tuo nome, prima di spirare, ci sarà del caldo. E allora...

Caterina                        - Allora?

Menchikof                    - Allora, occorrerà, da parte tua, col mio appoggio, un intervento di forza,.,

Caterina                        - Non ne ho voglia, Alexacha,

Menchikof                    - Bel modo di rispondere! Ma ne ho voglia io!

Caterina                        - Non sei grande abbastanza?

Menchikof                    - Non si è mai abbastanza gran­di, prima di tutto. E comunque si fa presto a diventar piccoli... I Dolgorouky, domani, mi manderebbero volentieri in Siberia... D'al­tronde, che novità?

Caterina                        - (china il capo nelle mani, sulla ta­vola) Con Pietro, avevo una missione, Ale­xacha. Senza di lui, che farò? La mia vita, ac­canto a questo grande tiranno, aveva il colore dell'ombra. Mi mancherà il sole, e non avrò più né colore ne calore...

Menchikof                    - (ironico) In fede mia, si di­rebbe che gli sei attaccata...

Caterina                        - E tu?

Menchikof .................. - Io, è diverso. Io ho avuto un impegno sacro da mantenere, verso il Padre della Patria. La fedeltà. E sa il Cielo se gli son stato fedele. Mi ha bastonato, mi ha per­ cosso coi pugni e coi calci, mi ha fatto rotolare fuor della stanza come un barile, davanti alla servitù... ma si è ubriacato mille volte con me, abbiam dormito insieme sotto la tenda, si è combattuto insieme, si è goduto, sofferto, ama­to, odiato insieme,.. Fedele! Come un buon cane e un buon cavallo. E gli sarò fedele, anche dopo morto. Noi abbiamo un dovere, tu ed io, di mantenere aperta la strada che questo despota ha tracciato a colpi di scure... Perciò, tu devi essere Imperatrice regnante e io il tuo braccio destro... Comprendi, Katenka?

Caterina                        - (alza la testa) È difficile regnare, dopo Pietro.

Menchikof                    - Meno per noi che per gli al­tri. D'altronde, io voglio così. (Dolce) Io sono invecchiato e tu non sei più la mia Caterina di Marienbourg...

Caterina                        - (con malinconia, approvando) No.

Menchikof                    - Ma fra noi è rimasto qualcosa che vai più dell'amore e dei suoi trasporti... Tu hai bisogno di un sole, per esserne l'ombra fedele e devota... Io ho bisogno di dare il resto della mia vita a qualcosa di alto e di eroico, per cui sia bello spendere bene il tramonto... Ho bisogno di te. Bisogno di aiutarti e proteg­gerti, di servirti e difenderti... Li senti? Di­scutono e gridano. Ricordati di Sofia Alexeievna, di Natalia, di Eudossia... Un convento, nel­la migliore delle ipotesi. Ora, torna di là... Non lasciar avvicinare nessuno. Del resto, tutto il personale è mio. Man mano, tienmi informato e obbedisci ai miei messaggi. E non bere. Da qualche tempo, tu bevi...

Caterina                        - Sai? Mi guarda sempre...

Menchikof                    - Chi? Pietro?

Caterina                        - (sorride alla visione di Mons) No. William Mons.

Menchikof                    - Ah!...

Caterina                        - Lo vedo continuamente. Vedo anche Alessio, quando mi guarda, e Pietro lo frusta... Strano, come i morti sanno guardare...

Menchikof                    - Va', Katenka... Va' da lui...

Caterina                        - (con uno scatto) No. Ho paura... Ha le mani rosse. Hai visto?

Menchikof                    - Idee! Devi esser tranquilla. Mandami i medici. Dov'è Elisabetta?

Caterina                        - È lì. Ha le mani rosse, sai? Fin qui..,

Menchikof                    - Taci. I soldati guardano. Va', Katerinouchka. Ecco gente. (Hanno bussato al­la porta di destra). Presto! (L'accompagna ver­so sinistra. Caterina cammina come una son­nambula, guardando gli occhi di William Mons. Esce a sinistra). Avanti!

Korouskji                      - (entra da destra) Ci sono tutti. Vogliono notizie e parlarti.

Menchikof                    - Falli entrare. I due reggi­menti?

Korouskji                      - In armi. L'ordine è: Fingere di partire, per domare la rivolta dei raskolniki ad Arcangelo.

Menchikof                    - Chi è di guardia ai sotter­ranei ?

Korouskji                      - Mio figlio.

Menchikof                    - Bene. Fa' entrare. (Korouskji esce da destra. Entrano, da sinistra, Blumentrost, Paulson, Lazuriti, in gran diverbio).

Blumentrost                  - Per forza! Il trattamento è stato troppo radicale... Io mi ero opposto...

Lazariti                          - (italiano; scienziato vero; parla male il russo) Appunto. Se non vi foste op­posti alla mia cura, quando fui interpellato, in Italia...

Paulson                         - Cura troppo violenta, illustre col­lega! (Approvazioni di Blumentrost).

Lazariti                          - Ma, signori miei, bisognava vuo­targli la vescica subito, s'intende! Non aspet­tare all'ultimo momento! E il collega Honi, perfettamente del mio parere, ha fatto benissi­mo a operare... Soltanto...

Menchikof                    - (mentre, da destra, entrano: Tolstoi, Apraxin, Ostermann e Kikin) Ebbene, signor Lazariti?

Lazariti                          - Sono dolente... L'Imperatore è in agonia. Se ci sono disposizioni da prendere... non so... da un minuto all'altro... (Costernazio­ne dei presenti. Entra da sinistra la Principessa Elisabetta).

Elisabetta                      - (piangendo) Il carillon... vuol sentire il suo carillon...

Ostermann                    - Subito... (A Korouskji) Ordi­ne al carillon di San Pietro e Paolo di suonare a festa. (Via Korouskji).

 (Entrano da destra, in gruppo, Teofrasio Teko, del SS. Sinodo, e Nikola, archiman­drita; il Principe Galitzin, con tre fratelli; il Principe Dolgorouky, con altri della sua ca­sata).

Dolgorouky                   - Ebbene, Principe Menchi­kof?...

Menchikof                    - Sua Maestà non ha parlato... né ha chiesto di scrivere... Trattiene al suo capezzale la Czarina, e non vuole che si al­lontani.;.

(Sono entrati frattanto Gluck, Repnine, il Principe polacco Sapieha, Bruce, gli archiman­driti Paulo e Jacopo, Divier, Piccolo Israelita, Segugio, e, man mano, altri Dignitari e Uffi­ciali. Subito, i due gruppi si formano).

Dolgorouky                   - Nessuno è ammesso nella camera ?

Menchikof                    - Nessuno, fin che non sia chia­mato.

Dolgorouky                   - E chi ci « chiamerebbe », in caso qualcuno di noi fosse desiderato dall'Im­peratore?

Menchikof                    - Sua Maestà l'Imperatrice, la Principessa Elisabetta, i medici, i confessori, quaranta domestici, son lì per questo, Principe Dolgorouky.

Dolgorouky ................. - Noi, dunque, siamo tutti d'ac­ cordo. Nel caso che il nostro caro Padre Pietro il Grande (tutti s'irrigidiscono) mancasse, senza avere designato la successione al trono dell'Im­pero, il Senato, il Santissimo Sinodo, e présente il Procuratore Generale Teofrasio Teko, il Cle­ro intendono che sia eletto Czar di tutte le Russie Pietro Alexievich, nipote in linea di­retta di Piero il Grande. (Consensi, opposi­zioni).

Tolstoi                           - Adagio. Vedo accanto a me molti Senatori e altissimi Dignitari che non pensano affatto come voi, Dolgorouky carissimo. (Con­sensi del gruppo Cateriniano). Che ne pensa, per esempio, il Feldmaresciallo Repnine?

Repnine                         - La corona va all' Imperatrice. (Consensi, opposizioni).

Galitzin                         - Basta! Non vogliamo più donne, sul trono!

Sapieha                         - Principe Galitzin, la lingua a posto!

(Tumulto. Improvvisamente, lo scampanio del carillon di S. Pietro e Paolo, empie l'aria. Il canto liturgico cresce).

Menchikof                    - Signori! Il Padre della Patria non è ancor morto, e i suoi fedeli ne fanno a pezzi l'idea? (Silenzio).

Teko                              - Il Principe dell'Impero ha ragione. Discutiamo con calma. Ritengo che l'idea del nostro amato Sovrano sarà ben continuata ap­punto dal figlio del suo compianto figliuolo, il piccolo Pietro Alexievich...

Ostermann                    - Farebbe comodo al clero, quel bimbo, per distruggere la Russia di Pietro il Grande! (Acclamazioni, ripulse. I medici sono rientrati a sinistra).

Jakopo                           - Eresia!

Paulo                             - Per il ritorno in terra di Cristo, contro l'Anticristo, se mai!

Divier                            - Ti proibisco questa nefanda parola, mentre il creatore della grande Russia sta ago­nizzando sul suo letto, colmo di gloria! (Vio­lente acclamazioni, primi movimenti d'ira nei gruppi).

Bruce                            - Chi osa ripetere quella bestem­mia ?

Apraxin                         - Menchikof, tocca a te provvedere contro i nemici della Patria!

Kikin                             - Traditori! (Alte grida, minacce del gruppo Cateriniano. Menchikof assiste, isolato, impassibile),

Dolgorouky                   - Parli pure, il favorito Men­chikof! Perché non parla?

Galitzin                         - Il trono a chi ha sangue russo, non lituano! (Grida, acclamazioni, contrasti. È entrato il Duca di Holstein. Gli si fa largo).

Bruce                            - Principe Galitzin, quel sangue li­tuano ha salvato la Russia in un'ora terribile...

Kikin                             - E tu russavi, figliolo mio, mentre noi ti si preparava la pappa, combattendo su cinque frontiere...

Apraxin                         - E la Lituana combatteva accanto a noi, i Generali della prima ora, quando era trentamila contro l'Europa!

Repnine                         - Del resto, il primo riconoscimento lo ha dato Pietro il Grande... La legge parli chiaro. Ci si riferisca alla legge.

Tolstoi                           - E ai depositari del pensiero dello! Czar.

Dolgorouky                   - Chi sono?

Tolstoi                           - Io, per esempio, che gli vivo accanto da molti anni. Menchikof, il suo occhio destro. (Voci: «Si capisce! Per forza!»). Io desidero che Alessandro Menchikof esprima qui il suo pensiero e ci dica qua! sia la volontà della Czarina, in proposito... (Commenti).

Menchikof                    - Se io avessi voluto parlare, Wassili Galitzin, l'avrei fatto, imponendo il mio grado, superiore a voi tutti, e la mia continuità di rapporti col nostro Grande Padre, in­viato da Dio a far libera e potente la Russia. Ma non parlerò. Mi sembra bestemmia, discu­tere. Quanto alla nostra Imperatrice... (Do si­nistra è apparsa Caterina, pallidissima, soste­nuta da Natascia. Menchikof l'ha vista. Si interrompe. Un silenzio. Tutti lo guardano. Pan che gli sia mancata la parola. Ma riprende, con altra voce) ... L'Imperatrice piange, signo­ri! (E si mette in posizione di saluto. Tutti sì volgono verso Caterina, che si è fermata, ìi viso chiuso nelle mani, e si irrigidiscono. Ca­terina, lentamente, si inginocchia e fa il segno della croce. Anche Natascia si inginocchia. Co­sternazione. Tutti si inginocchiano. I vecchi piangono. Il carillon tace. Ma ecco le grandi campane della Cattedrale che riempiono Varia, di voci bronzee. Il Duca di Holstein si avvicina a Caterina. Intanto è apparso un Pope, a sinistra. Caterina, da sola, si rialza, e con passo d'automa attraversa la sala ed esce a destra. La segue a distanza Natascia. Appena è uscita Menchikof, rivolgendosi al Pope) Servo di Dio, che hai da dirci? (Tutti accerchiano il Pope).

Pope                              - Nel nome di Dio, Padre Nostro, le ultime parole di Pietro cristiano furon queste: Rendere tutto...

Voci                              - A chi? Rendere, cosa? E poi? A chi?

Pope                              - Più nulla. (Mormorio). Dio solo sa cosa volesse dire alla sua figliola Anna... Le teneva per mano ambedue... Ora, tace. (Si vol­ge, rientra a sinistra. Commenti).

Menchikof                    - (a parte, a Korouskji) Porta questo foglio a Caterina. Legga, obbedisca. Ap­pena pronta, fammi segno, con questo anello.

(Korouskji esce a destra, mentre ferve la discussione).

Dolgorouky                   - Pietro il Grande è morto. Urrà, per Pietro secondo! (Applausi, contrasti).

Paulo                             - I « vecchi credenti » han finito di patire! Dio tornerà con la vecchia Russia!

Bruce                            - I « vecchi credenti » troveranno i Generali di Pietro il Grande davanti alle truppe!

Galitzin                         - I miei reggimenti, non saranno con te, però!

Apraxin                         - Il popolo piangerà in eterno il Padre della Patria!

Nikola                           - Eresia! Il popolo vuole Cristo! Non l'Anticristo!

Paulo                             - (con altri seguaci) Anticristo! Anti­cristo! Eretici!

Divier                            - La continuità dell'Impero è Cate­rina...

Jakopo                           - Negatori di Cristo! Il popolo vuo­le i Patriarchi!

Ostermann                    - La flotta, l'esercito...

Jakopo                           - Anticristo!

Loewenwolde               - Mummia del passato!

Teko                              - Al Senato e al Santissimo Sinodo! (Tutti gli anticateriniani ripetono. Movimento).

Galitzin                         - Silenzio! L'opera di Pietro il Grande appartiene ai Romanof... Sia Czar, Pie­tro Alexievich... (Voci: «Sì!»; «No!»).

Dolgorouky                   - Il popolo è con noi! Parlia­mo al popolo! (Voci: «Sì, sì! Dal balcone! Aprite le finestre! Al popolo! No, al Senato! »).

Galitzin                         - Divier! Facci passare... (Si slan­cia verso il fondo, ma i due soldati di guardia alla porta centrale puntano le armi su lui). Co­s'è? Non si passa?

Divier                            - Non si passa, Principe Galitzin, senza ordine...

Galitzin                         - Senza ordine di chi?

Divier                            - Ti dimentichi di essere nel palazzo dell'Imperatrice, Galitzin!

Galitzin                         - Abbiamo vista or ora l'Impera­trice... Essa, com'è giusto, si ritira nelle sue stanze a piangere l'Imperatore...

Tolstoi                           - Ma non ha parlato, l'Imperatrice.

Dolgorouky                   - Il suo silenzio è la più bella parola... Riconosciamo all'Imperatrice la devo­zione alla Patria... e non dubitiamo che la sua devozione si manifesti, appunto, lasciando pie­na libertà di elezione ai poteri costituiti da Pie­tro il Grande... Senato e Santissimo Sinodo!

Galitzin                         - C'è forse un testamento segreto? Menchikof ne sa qualcosa?

Menchikof                    - (impassibile, guarda e tace).

Dolgorouky                   - Parli, il Principe dell'Impe­ro! (Da lontano, all'esterno, sullo sfondo delle campane, viene il grido della folla, adunata nella piazza).

Paulo                             - Ecco il popolo! Il popolo!

Galitzin                         - Presentiamo Pietro Alexievich al popolo! (Movimento. Voci: «Sì!»; «No!»).

Menchikof                    - (imponendosi) In verità, si­gnori, io piango, nell'anima, pensando che Pie­tro il Grande è sul suo letto di morte, in silen­zio, e voi sprecate tante parole per fare a pezzi il suo Impero!... Chi osa, qui, chi osa alzar la sua voce al cospetto di Colei che impersona prima e al disopra di tutti la sacra volontà di Pietro il Grande? Tu, Galitzin, che tremavi da­vanti a lui? Tu, Teofrasio Teko, che l'Impera­tore fece Procuratore Generale del Santissimo Sinodo?... (È entrato da destra Korouskji e, tranquillo, viene a porsi in vista di Menchikof, infilandosi al dito il grosso brillante). Vorreste che gli sciacalli divorassero l'opera del più grande riformatore del secolo, di Colui che ha posto la Patria al disopra di se stesso e anche del suo sangue, allorché lo ha ritenuto necessa­rio, per la certezza dell'avvenire? (Altissime grida del popolo). Io non mi occupo di quello che il popolo gridi...

Paulo                             - Grida «Anticristo», il popolo!

Apraxin                         - Mentitore! (Si slancia su Paulo. Movimento).

Menchikof                    - E se anche gridasse «Anti­cristo », come tu dici, io nego al popolo il giu­dizio su Pietro e sull'opera sua! Noi abbiamo combattuto cento battaglie, con lui... Dillo tu, Apraxin, e tu, Repnine, e voi, Bruce e Kikin e Cheremetieff... Parlino, dalla tomba, i Ma­rescialli della piccola e oscura Moscovia, ai Ma­rescialli della grande Russia imperiale! (Da fuori, una voce altissima grida: «Pietro è il tuo Dio, o Russia! Pietro era il tuo Dio, o Rus­sia!». Acclamazioni, urli. Si sente gridare: «Anticristo!». Approvazioni, urli. Ora, i due gridi si combattono, come due correnti di fiu­me). Ecco il popolo! Dategli un grido, e il popolo lo ripete. Ebbene, fin ch'io abbia una goccia di sangue, e con me i Generali che Pie­tro elevò sui campi di battaglia, io credo in Pietro il Grande, e nella sua idea, vivissima anche lui morto... e giuro che se l'Imperatrice non nega di portare il peso e la gloria di que­sta corona, Imperatrice del popolo russo sarà Caterina! (Scoppia un formidabile applauso dei Cateriniani. Fuori, il nome di Pietro è come un rombo di campana).

Galitzin                         - Ebbene, Menchikof, strappala tu alle sue lacrime di vedova e regala al popolo russo un'Imperatrice contadina lituana! (Risa­te, approvazioni degli anticateriniani).

Dolgorouky                   - (mettendo mano alla spada) Ai reggimenti! Ài reggimenti!

Menchikof                    - (affrontando Galitzin e Dolgo­rouky) Alto là! Eccoli, i reggimenti, Prin­cipe Galitzin! E, se Dio vuole, anche l'Impera­trice! (Snuda la spada, e, alzandola, fa segno ai soldati di guardia. Con un colpo secco, essi spalancano, dietro di se, le porte del fondo. Appaiono, nell' immenso salone sfarzosamente illuminato, i veterani del Preobrajenskji e del Semienowskji rigidi, le armi al piede. Davanti alla prima fila, avendo ai fianchi, un po' in­dietro, i due Comandanti, sta, sull'attenti, Ca­terina, in uniforme di Feldmaresciallo. Pallidissima, bella. Un pauroso silenzio. Caterina avanza adagio; entra nella sala).

Menchikof                    - Urrah, per Caterina di Tutte le Russie! (Il grido è ripetuto da quasi tutti gli astanti e, altissimo, dai due reggimenti).

Caterina                        - (viene avanti, al centro, guardando bene in faccia ciascuno dei due partiti. Men­chikof prende l'evangelario, sul tavolo, e lo depone davanti a Caterina. Ella piega un gi­nocchio, giunge le mani) Nel nome del Pa­dre, del Figlio, dello Spirito Santo... (Tutti si inginocchiano). Dio dei Cieli, Dio degli Eser­citi, Tu ci guardi dall'alto. Dio dei popoli, Dio dei grandi e dei piccoli, Tu ci guardi dall'alto. Prendi Tu l'anima di Pietro, Padre della Pa­tria, nel cielo del Tuo perdono. Lascia a noi lo spirito di Pietro, Padre della Patria, nel voto della nostra speranza. (Alza le braccia al cielo). Noi crediamo, o Signore, nella sua estre­ma volontà per l'avvenire, secondo la Tua vo­lontà. Raccogliamo, o Signore, in umiltà, l'alto carico che da Lui ci viene, secondo la Tua volontà. (Si china la fronte a terra). E che i nostri peccati ricadano su noi, o Signore! Col­pisci soltanto noi, o Signore, e risparmia la Russia! (Si segna). E così sia! (Tutti si segnano. Caterina si rialza. Dai due reggimenti parte un grido: «Katerinouchka! », e si alzan le brac­cia in alto).

Menchikof                    - (mentre tutti tornano in piedi) Al popolo! Al popolo!

Caterina                        - Volete toccar la mia spada, ami­ci miei? (Sorride, Stende il braccio armato di spada. Tutti sguainano le spade; come una rag­gerà, toccano con le punte la spada di Caterina. Fuori, la folla grida, applaude, canta; le cam­pane suonano a gloria. Mentre cala il sipario si ode serrato, pressante, simbolico, il passo ca­denzato dei reggimenti che marciano, cadenza guerriera all'opera di Pietro il Grande).

FINE


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