L’inavertito

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L’inavertito

L'inavertito

Di Nicolò Barbieri

PERSONAGGI

PANTALONE

FULVIO,

suo figliuolo

SCAPPINO,

loro servitore

BELTRAME

LAVINIA,

sua figliuola

MEZZETTINO,

mercante da schiavi

CELIA,

sua schiava

CINZIO,

scolare

SPACCA,

amico di Scappino

CAPITANO BELLOROFONTE MARTELLIONE,

forestiero

LAUDOMIA,

schiava, sorella di Celia

CAPORALE

de' Birri, e seguaci

BIRRO

de' sequestri

La scena si finge in Napoli

                                                                  

 [Dedica]

Alla serenissima MADAMA CRISTIANA DI FRANCIA, principessa di Piemonte

Tra quei pochi suggetti di Comedie, che sono usciti dal mio debol ingegno, Madama Serenissima, l'Inavertito è quello che ha portato il vanto d'esser più gradito de gl'altri; quindi è che tutte le Compagnie de' Comici ne hanno voluto copia, e tutte lo rappresentano. Ben è vero che, nella diversità de gl'umori, c'è chi, per adornarlo, ha tirato a forma tale, ch'io che gli sono padre quasi non lo conosceva per mio.

Ingelosito perciò del mio frutto, per mostrarlo al Mondo quale lo generai, ho preso questa fatica di spiegarlo. E lo avrei fatto prima d'ora, se la felice memoria del Serenissimo Ferdinando Gonzaga, duca di Mantoa, non mi avesse dato intenzione di spiegarlo a suo gusto; ma poi che le sue noiose cure, e corso finale, non m'hanno lasciato conseguire tant'onore, io ho interpreso la fatica, e ho cercato d'imitare tutti quei valent'uomini, che mi hanno accreditato il suggetto. E per essere gl'interlocutori, e l'autore, onorati del titolo de' Comici di Vostra Altezza Serenissima, mi è parso bene mandarlo alla stampa sotto il glorioso vostro nome. E stimo che non sarà senza proposito il porre fra le tante tragedie, che la fama imprime per il gran re vostro fratello e per i vostri sempre invitti suocero, marito, e cognato, in caratteri eterni nei fogli de i secoli, una faceta comedia, che serva per intermedio alle tante eroiche azioni di questi eccelsi copioni, e tanto più all'attese allegrezze del primo frutto del vostro regio ventre. E se lo stile mio non muta la fortuna al suggetto, io non avrò titolo mai tropp'ardito per appogiar un'opera mia alla protezione della maggior principessa del cristianesimo, né Vostra Altezza avrà occasione di sdegnare il mio riverent'e devot'affetto, poiché non le dedico cosa di riuscita incerta, ma comedia di già approbata dal gusto delle gran maestà della Francia, dal Vostro stesso, da i Vostri eccelsi di Savoia, e da quasi tutti i Serenissimi d'Italia; questo adunque, e la benignità di Vostra Altezza, che d'ogni possibile s'appaga, mi hanno affidato. Pertanto la supplico di rimaner servita, che gli sii in grado il mio devot'affetto, qual'è tant'in colmo, che può supplire per valore all'eccellenza di Plauto e Terenzio. Il Signore la feliciti e la fecondi di regia prole. Il dì 6 di Luglio 1629.

Di Vostra Altezza Serenissima umilissimo e devotissimo servo de' suoi servitori, Nicolò Barbieri detto Beltrame.

BELTRAME FA IL PROLOGO

Se gl'ingegni umani non fossero dissimili nel grado della cognizione, le persone non avrebbero gusto nel udire tante diversità di pareri intorno alle cose difficili. Ma la disomiglianza de gl'intelletti fa tenere diverse opinioni, e questa varietà mantiene ogn'ora famelico il gusto, ché lo fanno perpetuo nella brama delle novità. E questa diversità nel cimentare le cose, pur verrebbe ad esser consumata dalla forza del sapere de' più elevati ingegni e ridotta alla pura verità, ma l'interesse e l'opinione gli somministrano tanti aiuti, che fanno rimaner le cose indiffinite, ove non si discerne la verità; anzi che sono tanto potenti, che tal'ora usurpano il luogo della stessa verità, e danno materia, a' seguaci dell'una e altra parte, di far sette de' pareri contradicenti l'uno e l'altro, ove le cose rimangono sempre indecise. A questo segno si trovano anche le comedie moderne, ancorché oneste, che vengano lodate da chi ha gusto di tal virtuosa azione e biasimate da chi non ha genio a tal sollazzo. Però mi pare che la comedia abbia un gran vantaggio sopra i suoi nemici, poiché viene lodata da chi l'ode e vede, e biasimata da chi né la vede, né ascolta. Quello che lauda ciò che ha veduto ed udito, se non falla o per poca cognizione o per passione, parla con verità, ma biasmare quello che non si vede è opinione fondata sopra interessata relazione; poiché l'uso del riferire è sempre accompagnato dalla passione. E chi, per freddezza d'età, o austerità di condizione, o genio contrario, non ama quest'onorato tratenimento, deve pensare che non tutti hanno una stessa opinione e che non è giusto ch'un appassionato faccia legge del suo gusto; poiché gl'interessati non s'ammettono a diffinir le cose, e chi trascura questi limiti fonda i suoi pensieri ne gl'errori e fa capitale de' biasmi.

L'interesse offusca gl'intelletti, in maniera che fa veder una stessa cosa con più sembianti; come, per esempio, uno sparerà un'archibugiata ad un suo nemico, ed in quel tempo il nemico si muove e l'archibugiata non colpisce, l'offensore dice il demonio l'ha fatto muovere in quel punto, e colui, che non è stato offeso, dice Iddio mi ha fatto muovere a tempo: tal che un istess'atto l'interesse lo fa essere e di Dio e del Demonio. Il simile avviene della comedia, quello che noi chiamiamo documento, altri dicono mal esempio, e fanno più schiamazzo d'un amor finto di comedia, che di cento, veraci, concepiti nelle conversazioni e nelle visite, ove con parollette o sguardi si ruba l'arbitrio all'incaute, quando manco se lo pensano. Ma di questo non se ne tratta, perché tal volta i censori delle comedie si trovan anch'essi a tali colloquii, se ben che possi essere per altro fine; ma il pericolo è per tutti.

Io dico ch'il legno genera il tarlo, e il tarlo, poi, rode il legno. L'amore è effetto, o diffetto, di natura e non deriva dalle comedie, e i Comici non sono quelli ch'insegnano a far l'amore, ma sì bene a fuggire questi lacci, mostrando sovente quanto sono dannevoli. E poi, volesse il Cielo che le persone imparassero a far l'amore dalle comedie, ché pur sarebbe fatto con un poco di termine, e con molta onestà, e non vi sarebbeno tante concubine al mondo, poiché le comedie non insegnan a far che le fanciulle diventano meretrici, anzi, per lo contrario, se v'interviene una meretrice nella favola (ancor che di rado, perché si recita sovente al cospetto di principesse) si conclude l'amicizia in matrimonio, tal che la comedia insegna dal male cavar il bene e non dal bene il male. Nella comedia ogni vizio vien detestato, i furti ne i servitori puniti, i lenocinii castigati, l'avarizie, i sciocchi amori ne i vecchi, e mali governi di casa, derisi; ed ogni cosa si tira a buon fine. Ma perché i documenti sono portati da' Comici, questi, dalle sentenze miniate d'oro e conteste di credito, non gl'accettano: disgrazia della parte debole, il mondo va così, e l'auttorità cuopre i diffetti, o che gli muta il nome. Se un gentiluomo dice alcune cose ridiculose, si dice ch'egli è un faceto; ma ad un pover'uomo senz'altro è un buffone. S'un signore dice un motto satirico, vien tenuto per arguto, ma il poverello estimato mala lingua. S'un nobile dà noia ad un povero compagno, è riputato un bell'umore, ma se egli è di bassa liga è tenuto per insolente. S'un uomo d'eminenza va a magnare sovente a casa di quest'e di quello, vien detto ch'egli è affabile, ma s'è un meschino è un scrocco. S'un uomo di qualità si piglia qualche licenza ad una mensa tra convitati, passa per uomo senza cirimonie, ma un poveretto per scrianzato.

In somma, i brilli in mano a cavaglieri sono stimati diamanti, e i diamanti in mano a povere persone sono tenuti brilli. Io, per me, tengo che le comedie moderne siano degne di lode, e necessarie per divertire molti mali, e dico che sono onestissime; e che ciò sia vero, eccone una per mostra. Quest'è lo stile usato da' Comici moderni, degnatevi per cortesia di vederla con attenzione, acciò che ne potiate poi far retto giudizio.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

cinzio, e fulvio

cinzio.

V'intendo, signor Fulvio, voi m'andate motteggiando per solleticarmi il silenzio, acciò che nello scomporsi vi dia materia di ridere con suoi spropositi. Ma non potrebbono forse esser tanto sproporzionati, che avessi materia di sodisfare al vostro gusto, o all'assetata vostra curiosità; poiché ad esausto palato poco liquore non rimedia, e la poc'acqua del fabro non spegne, ma raviva la fiamma. Voi stimate forse violenza, quello ch'io prendo per elezione. Altr'oggetto non mi muove di casa per tempo, che il desìo di conservarmi la sanità, e avantaggiarmi nello studio, poiché l'aurora è delle Muse amica.

fulvio.

Signor Cinzio, né per violentare con l'amicizia il vostro silenzio, né per spegnere alcuna sete di curiosità ch'io abbia de' vostri affari, io ho detto felice quel oggetto, che fa così vigilante il signor Cinzio, ma è stato un scherzo,qual è sdrucciolato per la via dell'amicizia fino al ritegno della confidenza, mosso da un presupposto: che l'amore della signora Lavinia sia quello, che v'invita a passeggiar per tempo queste contrade. Però, quando questo presupposto non abbia angolo di verità che lo ritenga, lasciatelo cader nell'elemento della nostr'amicizia, ché non sarà molesto, essendo in sua propria sfera.

cinzio.

Nel crogiuolo della fede, l'oro della nostra amicizia a fiamme d'amore è stato molte volte copellato, e i sofistici moltiplicamenti di sdegni, o disgusti, si consumeranno mai sempre a sì pure fiamme. Ma perché in così affinat'oro d'amicizia non si deve legare mentita gioia, ma candida margarita di verità, io v'assicuro che non è la bellezza di Lavinia il primo mobile, che conduca la sfera de' miei pensieri a mover i passi per questi contorni. E se ben amore semina nel mio core abbondantissime granella de' suoi meriti, e che i raggi de' suoi begl'occhi, quasi vivi soli, faccino il loro officio di generare, non avend'io già mai con l'acqua del mio consenso inaffiato questo cuore, il seme non ha potuto concepire vegitativo germoglio. E quando anche la natura facesse sforzo, almeno in superficie, sapend'ora che la signora Lavinia deve esser vostra consorte, non inafiarei di speranza i verdeggianti prati, ma l'innonderei d'acqua letale per disperder tutto quello che potesse contaminare l'amicizia nostra.

fulvio.

Per esser le grazie, ch'io li devo render di tanta cortesia, senza fine, io non gli do principio, e per non diminuire con parole il debito riserbato a gl'effetti taccio. Ma ben gli dico che la signora Lavinia non sarà mia moglie, ancor che mio padre tratti questo parentado, atteso ch'io ho collocato i miei pensieri in altr'oggetto.

cinzio.

A benché i frutti primitivi non siano di sostanza per essere intempestivi, tuttavia, il gusto della novità gli fa bramare. Io, veramente, dovrei aspettare il maturo tempo di sapere chi è la dama da vostra signoria amata, ma la curiosità delle cose nove me ne fa voglioso. Però, sia sempre anteposto il suo al mio gusto.

fulvio.

Il non compartire i gusti co' suoi amici è un portar ricchissime gioie per pompa e tenerle coperte, che ponno pericolare e non far onore. L'allegrezza non compartita è un gusto di sogno, un schermir con molta leggiadrìa al buio, un umore melanconico; e il gusto compartito all'amico è doppio contento. Per raddoppiare, adunque, il mio contento con farne parte all'amico, gli dico com'io amo una giovane nomata Celia, schiava di Mezzettino, quest'è la signora de' miei pensieri. E però mio padre non potrà violentar il mio arbitrio, ove gli converrà condescender alle mie giuste pretensioni.

cinzio.

Siamo due falconi ad una starna. Manco male, ch'io sono venuto in chiarezza del dubbio, ch'io teneva.

fulvio.

Par che vostra signorìa facci molta riflessione sopra questo mio amore. Non vi par forse giovane meritevole quella?

cinzio.

Per certo sì, ma faceva riflesso non sapend'il fine di quest'amore.

fulvio.

Il fine è di prenderla per consorte.

cinzio.

Per consorte?

fulvio.

Signorsì, e così vostra signorìa potrà prender la signora Lavinia, ché non solo non me ne farà dispiacere, ma mi darà gusto; sì perché tanta bellezza restarà ben collocata, quanto che mi sarà levata la molestia, che, per tal cagione, mi potrebbe dar mio padre.

cinzio.

Come, signore, sposare una schiava? E chi sapete voi ch'ella si sia? Il Cielo sa chi è costei, potrebbe esser anche di così vil lignaggio, che ve ne avesti a pentire col tempo. Io non nego ch'ella non abbia un non so che di nobile nell'aspetto, e che non sia vestita in modo da potersi argomentare ch'ella sia di mediocre fortuna; ma non tutti i bei fiori hanno gentil odore, e di non molta virtù. E poi molte volte i mercanti stessi addobbano le loro schiave, e insegnano loro il susiego per tenerle in prezzo. Vedete quello che fate, ché non ve ne abbiate a pentire, quando poi il pentire nulla giova.

fulvio.

Io vi ringrazio dell'avviso, ma sappiate che la schiava è figliuola d'un buon cittadino, chiamato il signor Gusberto Quercimoro Palermitano, qual fu da' Turchi, con questa e un'altra sua figliuola e altri amici, che insieme barcheggiavano, fatti schiavi. I loro parenti hanno riscattato il padre e trattano di riscuoter le figliuole, e fin ad ora hanno notizia di questa; ove non può passar molto tempo a giungere il suo riscatto. Io so questo caso da un mio fidato amico. Ma il mio dubbio è che l'avarizia di Mezzettino, suo padrone, non la facci vendere prima che il padre la possi liberare, e che non vada lontana da Napoli, e ch'io ne rimanga privo. Io volentieri la riscuoterei, ma non ho comodità, e non oso di chieder danari a mio padre, e massime per tal compra. Vero e ch'io ho per aiuto il mio fidatissimo Scappino, qual tenta ogni strada per aver soldi da consolarmi; ma la mia frettolosa passione mi ha fatto molte volte inavertito, onde ho sconciato scioccamente l'orditure, ch'egli avea fatte, ma da qui avanti l'interesse mio, mi farà esser più accurato. Vostra signorìa séguiti pur dunque la sua impresa, e procuri d'aver la signora Lavinia, ch'io gli la rinunzio in tutto e per tutto.

cinzio.

Io seguiterò dunque l'impresa incominciata, e s'io vi leverò la pretesa moglie, di grazia non vi dolete poi di me, ma doletevi di voi, ché sarete stato artefice del vostro disgusto.

fulvio.

Anzi, ch'io ne averò gusto, e vorrei che vostra signorìa sollecitasse il parentado.

cinzio.

Lo solleciterò. E se mi vengono oggi i denari, ch'io aspetto per lo mio dottorato, cercherò d'aver, con il mezzo di quelli, prima la moglie che la toga.

fulvio.

Vostra signorìa farà bene. E s'io potrò aver denari riscuoterò anch'io la mia.

cinzio.

Basta, chi prima avrà denari di noi sarà il primo ad esser felice.

fulvio.

E forse tutti dua ad un tempo.

cinzio.

O questo non può essere.

fulvio.

E perché?

cinzio.

Non dice vostra signorìa ch'io sollecita le nozze?

fulvio.

Signorsì.

cinzio.

E io dico che le solleciterò, ma che vostra signorìa non si lamenta poi di me.

fulvio.

Ma io non v'intendo.

cinzio.

Mi avrebbe ben inteso Scappino. Ma signore io mi sono dichiarato quasi troppo. Basta, io servirò vostra signorìa nel sollecitare il matrimonio, che sarà appunto un accelerare le mie contentezze. Servitore, signor Fulvio.

fulvio.

Bacio la mano.

SCENA SECONDA

fulvio solo

fulvio.

Il parlare di costui mi ha posto in confusione. Io non so s'egli, metaforicamente, parla di mio padre, che s'opporrà a' miei gusti, o s'egli, cronicamente, mi accarezza per qualche suo interesse, o che mi voglia, per spasso, amareggiar anche i dubbiosi contenti. Ma quel dire d'essersi dichiarato troppo mi travaglia molto, e più, mi confonde l'aver detto che Scappino l'avrebbe inteso; adunque io non l'ho inteso. Mi dà anche da pensare quel dire che vorrà prima la moglie che la toga. Io non vorrei già cader in sospetto che costui amasse anch'egli questa schiava; tuttavia, s'io raduno insieme i suoi interrotti detti, mi figuro qualche rovina intorno. In somma, ad interpretare l'enigma di quest'Edipo non vi vuol altre che la sfinge di Scappino! Ed eccolo appunto.

SCENA TERZA

fulvio, e scappino

fulvio.

O benvenuto tramontana, che mi ha da condurre la travagliata navicella de' molesti pensieri nel porto della felicità.

scappino.

O ben trovato scirocco, che mi fa andare sempre alla orza, e che ben spesso mi vien per prua, mettendomi in necessità di calar le vele del mio buon animo di servire, con pericolo anche di farmi urtar nel scoglio della disgrazia di Pantalone.

fulvio.

Tu hai il torto a rimproverarmi per mancamento quel buon affetto, ch'io ho sempre di sott'entrare alle tue fatiche per agevolarti la strada del mio servigio. E se la forma non ha secondato i miei destri, non resta, però, che l'animo non sia stato bono verso di te.

scappino.

È vero, ma chi non ha sorte, non vadi a pescare! Io vorrei più tosto, a' miei mali, un medico ignorante e fortunato, che un sapiente sventurato. I vostri aiuti, perdonatemi, sono come le carezze che fanno gl'asini ai loro padroni, che sono sempre di nocumento. Ogn'uno ha la sua fortuna, la vostra è nelle scienze, e la mia nelle furbarie. Per cortesia, se volete ch'io vi mandi a fine questo negozio, lasciate la cura tutta a me, e non ve ne impicciate.

fulvio.

Così farò.

scappino.

Che fate voi qua ora? Avete parlato alla vostra innamorata?

fulvio.

Non io, ma se tu vuoi fare il solito cenno le parlarei volentieri, e con tal occasione mi leverò forse un dubbio, che m'ha posto in capo il signor Cinzio, favellando meco.

scappino.

E che dubbio?

fulvio.

Dubito ch'egli non mi sia rivale, e che prima di me non riscuota questa giovine, perché m'ha detto ch'egli aspetta dugento ducati da suo padre, e che in cambio d'addottorarsi si vuol maritare; dunque egli vuol il matrimonio senza saputa del padre. E poi io l'ho veduto molte volte passeggiare per questi contorni, e potrebbe esser per Celia, e non per Lavinia come io credeva.

scappino.

Non è il vostro dubbio senza fondamento. La giovane è bella, e, s'egli avrà i denari pronti, le mie astuzie serviranno per steccadenti dopo pasto! O qui bisogna pensar bene, star avertito, e non perder tempo.

fulvio.

Guarda pur tu quello, che debbo fare per aiutarti, e non dubitar, ch'io porrò ogni mio ingegno in opera.

scappino.

Se voi ponete il vostro ingegno in opera la schiava è perduta.

fulvio.

Oh, che dici?

scappino.

Dico, che il bisogno, ch'io ho di voi, è che facciate nulla, e se manco di nulla si può fare, che lo facciate, ché sarete più presto servito, e sarà bene per voi, e non rovinarete me.

fulvio.

O poter dal Cielo, è possibile ch'io sia tale, che le disaventure mie levino la fortuna a gl'altri?

scappino.

Signore, non è tempo di ragionar di fortune, né far prova se l'una mitiga il vigor dell'altra. So ben che fin ad ora la vostra ha distrutto le mie astuzie, però scommodatevi un poco in far nulla, ed esercitatevi un poco in tacere, ch'io m'accingerò a servirvi, se bene che il mercantare senza soldi, e senza credito, è un comprar sogno; tuttavia l'astuzie ponno assai, aiutatemi ancor voi col star lontano e tacere.

fulvio.

Io sequestro le mie invenzioni nella mia mente, e sigillo col silenzio le mie parole, e lascio l'opera tutta sopra le tue spalle. Ma dimmi, non vuoi ch'io saluti Celia?

scappino.

Questo non è se non bene per rallegrarla un poco, e per intendere, con tal occasione, se ci fosse novità alcuna, da che non li parlasti. L'intenderete, e vi chiarirete del signor Cinzio, e consolarete voi. Ecco, io faccio il cenno e mi ritiro a far la guardia.

SCENA QUARTA

fulvio, celia alla finestra, e scappino in disparte

fulvio.

Servitor, signora Celia, cielo, ove le mie speranze s'inviano; primo mobile, ove le mie voglie si reggono; e sfera, ove i miei pensieri soggiornano. Eccomi con il solito tributo de i saluti, co i dovuti ossequii di riverenza, e con l'augurio dell'usato buon giorno.

celia.

Signor Fulvio, io godo d'esser cielo, primo mobile e sfera delle vostre speranze e vostri contenti, e benedico amore, cagione efficiente di tanti miei contenti, i quali sono inenarrabili, sì come sono infinite quelle grazie, ch'io li rendo per tal cagione. O mio Fulvio, per vostra benignità, donatemi il credito di quei tant'oblighi ch'io vi devo, ch'io vi giuro, per quell'amore ch'io vi porto, ch'io non so come satisfarvi. O qual ventura sarebbe mai di colui, che solcando tal or il mare, quando più è procelloso, e che in vece d'esser dall'onde trovasse benigna deità, che non solo lo liberasse, ma l'arricchisse di preziosissima gemma. Ben potrebbe dir colui: o avventurata disaventura. E che cosa debbo dir io, caduta nel mare de i travagli per la mia captività, e quando penso d'aver perduta la libertà ritrovo voi, mio terreno nume, che non solo cercate di liberarmi, ma mi donate anche l'amor vostro? Ohimè che felice disaventura, o che disgrazia avventurata! Io per me mi struggierei di gioia, se il dubbio che non mi fugga il tempo a proseguir tanto bene non mi rallentasse il contento.

fulvio.

O mia signora, voi non solo m'avete levato l'arbitrio con le vostre bellezze, imprigionato il cuore con la vostra grazia, ché anche m'annodate la lingua con l'amorose vostre ragioni: io per me mi rendo vinto alla vostra facondia.

celia.

Le mie bellezze e grazie v'hanno imprigionato? O signore, o voi scherzate meco, o che v'infingete le cause, che mi vi fanno parer bella! Vostra signorìa scorge e vede in me quello, che a me nasconde lo specchio. Ad ogni modo sia come si sia, io la ringrazio, e godo che, lodando me, ella faccia pompa della sua facondia. Le sue lodi servono, appunto, come l'opere de gl'eccelsi pittori, che, nel servire altri, illustrano sé stessi. Queste lodi che mi date non sono generate dal mio merito, ma dalla vostra gentilezza, la quale, facendomi molte volte arrossire, nel udir a lodarmi, contra ogni mio merito, quel rossore partorisse poi quelle grazie, che a voi tanto piacciano. Ma vedete, signore, la generazione è fatta da voi, onde, ogni cosa che scorgete bella in me, è vostra figliuola, e non è meraviglia, perciò, se tanto l'amate.

fulvio.

Il rossore suole anche apparire nelle guancie de gl'umili, per esser lodati di verità; dunque la verità fa così bella generazione, e se vostra signorìa mi chiama padre di tali figliole sono, dunque, padre putativo, e però ringrazio la mia verità, che genera nella vostr'umiltà, e che mi fa padre di sì leggiadra prole.

celia.

Il rossore suol anche venire tal ora nelle guancie per dubbio di qualche mancamento. Voglia il Cielo, ch'il mio rossore sia come vostra signorìa interpreta, e che non nasca dal mancamento di quei meriti, che vostra signorìa dice di scorger in me.

SCENA QUINTA

mezzettino, celia, scappino

mezzettino.

Schiavetta, o schiavetta.

celia.

Signore.

scappino.

Retiratevi, e lasciate parlar a me.

fulvio.

Mi ritiro.

mezzettino.

Dove sète? Ah, alla fenestra! Vi sentiva e non vi vedeva.

celia.

Era qua.

mezzettino.

Ah, ho inteso, adesso è arrivato qua il procaccio, col dispaccio dell'onore. Che fate qua galant'uomo, che faccende avete voi con la mia schiava?

scappino.

Io era venuto un poco a domandargli se nella sua schiaveria avrebbe mai conosciuto un mio fratello, quale fu fatto schiavo, andando all'isole Filippine già molti giorni sono.

mezzettino.

E voi, madonna schiava, ch'andavate filippinando con questo segretario de i piaceri di Venere? E che avete da far de' suoi fratelli?

celia.

Egli mi ha veduto qui a caso alla fenestra, e mi ha dimandato di questo caro suo fratellino, e io, per carità compassionando lo stato suo, diceva di non averlo mai veduto, e l'andava confortando con le mie miserie.

mezzettino.

Oh voi sète troppo caritatevole de' fratellini! Ho caro che non l'abbiate veduto, perché non potevate veder cosa buona. E per levar l'occasione a costui, che non torni più qua con tal scusa, retiratevi.

celia.

Volentieri, amico, se mi sovverrà di questo vostro fratello ve ne darò nuova.

scappino.

Io vi dirò le sue fattezze, e certe sue imperfezioni, per le quali lo potreste conoscere.

mezzettino.

Non mi state a dipingere, né a descrivere i fratelli alle mie schiave, m'avete inteso? E voi, sfacciatella, volete ritirarvi, o volete ch'io venghi a privarvi anche del comodo della finestra?

celia.

Signorsì, signorsì.

SCENA SESTA

mezzettino, scappino, e fulvio lontano e quasi dentro, che alcuna volta pone fuori il capo per vedere l'esito

mezzettino.

Messer Scappino, parlate con me di questo vostro fratello, ché per tutto marzo io ho da tornar in Algieri, per comprar schiavi. Che persona è, che offizio era il suo, perché i virtuosi non si pongano al remo.

scappino.

Mio fratello è di statura mediocre.

mezzettino.

Deve somigliare a voi senz'altro. Che professione?

scappino.

Era tiratore.

mezzettino.

Da che, d'archibugio o da borse?

scappino.

No, tirava l'artegliaria.

mezzettino.

Bombardiere, volete dire.

scappino.

No, tirava l'artegliaria con le corde, dove non potevano andar bovi o cavalli.

mezzettino.

Era guastatore, adunque.

scappino.

Sì sì.

mezzettino.

Anch'io son guastatore, e credo d'aver guastato adesso il ragionamento, che voi facevate con la mia schiava, e questo era qualche raccomandazione del vostro padrone. Orsù, voglio consolarvi, sentite all'orecchio: vogliono esser dugento ducati e non chiacchiere, però starò avvertito per qualche stratagemma.

scappino.

Avete torto, messer Mezzettino. Né io, né il mio padrone, abbiamo pensiero della vostra schiava. Il signor Fulvio è maritato, e io voleva intender del fratello, e non altro; ma poiché vedo che voi v'insospettite, men'andarò, a Dio.

mezzettino.

A rivedersi senza il fratello, se volete ch'io vi creda.

scappino.

Saprò dunque senza di voi trovarne il conto, poiché siete tale, che vi pigliate ombra d'ogni cosa.

SCENA SETTIMA

fulvio, e mezzettino

mezzettino.

O il gran mariuolo, ch'è costui.

fulvio.

O Scappino! È partito disgustato, costui non ha voluto fargli servizio. Vedete, messer Mezzettino, voi la venderete poi a qualche persona, che non vi farà mai un servizio al mondo, e io vi posso apportare qualche piacere, e se non abbiamo danari ora, sapete bene di chi son figliuolo, e se posso da un'ora all'altra far soldi; ma indugio per non disgustar mio padre. Almeno non la vendete ad altri, ve ne prego, per otto giorni, ch'io vi pagherò la spesa del suo vitto.

mezzettino.

Signor, ho inteso il tuono della canzone, ma la musica non fa melodia rispetto a voi, che sète fuori di concerto. Dovevate prima prender la voce dal vostro servitore, che ha intonato in un altro modo. Ma spero che la sua musica comincerà con la chiave della giustizia, seguiterà con alti sospiri e darà fine con molte battute un giorno di mercato. Signor, vi vuol concerto, o che bisogna esser solo a far star le persone, che non sono merlote. Io credo che voi siate quello dal fratello tiratore e guastatore, poiché avete guastato forse l'orditura di Scappino. All'erta, Mezzettino.

fulvio.

O misero me, che cosa ho fatt'io.

SCENA OTTAVA

scappino, e fulvio

scappino.

E dove sarà andato costui?

fulvio.

Ho parlato con Mezzettino, e l'ho pregato a darti la schiava in credenza, ch'io gli sarei stato sicurtà. O che almeno non la venda ad altrui, per otto giorni avvenire, ché noi gli sborsaremo il riscatto, e egli si burla di me. Non è stato tale il tuo ragionamento?

scappino.

Giusto appunto, o meschino me, costui m'ha rovinato a fatto. O poveretto voi, e che cosa avete detto! Io, per non dargli sospetto, ho mostrato d'aver un fratello schiavo, e di cercarne indizio dalla sua schiava, e l'ho cercato d'assicurare; e voi, per far al solito vostro, siete andato al mercato senza soldi e l'avete posto in sospetto, acciò ch'io non possa pratticare a casa sua. E voi sète poi quello, che vuol esser servito? Son ben io pazzo a pigliarmi una briga, che puzza di galera, o per lo meno un esilio dalla casa di Pantalone per sempre, e per chi, poi? Per uno che mi ha da far perder o il cervello o il credito.

fulvio.

Piano, fratello, piano, ch'io non ho pensato di far male! Si dice che chi dice la verità non falla, io non credeva di fallare dicendo la verità. Tu m'hai detto di voler levar questa schiava, o con danari o con qualche stratagemma; tu non m'hai detto con bugìe, ma ora ch'io intendo che bisogna dir delle bugìe, lascia pur far a me, ché non m'uscirà più verità di bocca.

scappino.

O bello! E per cominciare dite che voi sète un giovane trincato e accorto, e che sopra il tutto sapete tacere ove bisogna. Ditemi, di grazia, come sono i nostri patti.

fulvio.

Che s'io voglio aver la schiava, ch'io non m'intrighi più in cosa alcuna, e che lassi tutto il carico a te, non è così?

scappino.

E perché ve ne intrigate?

fulvio.

Fratello, questo è stato un accidente per aver trovato Mezzettino in strada, ché del rimanente io non avrei parlato già mai; e da qua avanti, o a Mezzettino o a chi si sia, non parlerò senz'ordine tuo, e che ciò sia vero ecco ch'io taccio, e parto.

SCENA NONA

scappino solo

scappino.

Questo povero giovine non ha mai pratticato il mondo, ed è stato sempre sotto i precetti del padre e la cura de' maestri, onde non ha potuto imparare per esperienza, o per necessità, l'astuzie del mondo, però io lo compatisco, e lo voglio aiutare ad ogni modo, s'io potrò. Questo Cinzio, col suo danaro pronto, me la potrebbe far della mano, ma s'io farò a tempo, vorrò ch'il mio ingegno furbesco avanzi la sua commodità. Questa notte ho pensato un modo d'aver danari, che mi par riuscibile. Messer Beltrame mi ha credito, e se bene li faccio una truffa, come ho tempo vorrò anche aver ragione. O di casa!

SCENA DECIMA

beltrame, e scappino

beltrame.

Chi è là?

scappino.

Amici.

beltrame.

O se' tu, Scappino.

scappino.

Signorsì.

beltrame.

Che chiedi?

scappino.

Son venuto a darvi il bon giorno.

beltrame.

Bon giorno e bon anno, ti ringrazio, a Dio.

scappino.

O che uomo di poche cerimonie! Messer Beltrame!

beltrame.

Chi è là

scappino.

Son io.

beltrame.

Che vòi?

scappino.

Son venuto a salutarvi da parte del padrone ancora.

beltrame.

Sii ben venuto, ti ringrazio, raccomandami a lui.

scappino.

Fermatevi, di grazia, ch'io non ho finito il ragionamento. Il mio padrone vorrebbe un servizio da voi.

beltrame.

Egli vuol un servizio da me?

scappino.

Signorsì.

beltrame.

Orsù, come verrà, lo servirò volentieri.

scappino.

Fermatevi, in bon'ora, se volete intender il rimanente.

beltrame.

Fratello, fa' presto, ch'io non ho tempo da perdere.

scappino.

Farò presto. Come sta vostra figliuola?

beltrame.

O quest'è un'altra, a Dio.

scappino.

Fermatevi, se non, vi straccierò il ferraiuolo.

beltrame.

E che hai da far tu di mia figliuola?

scappino.

Non è ella moglie del figliuolo del mio padrone?

beltrame.

Ha da essere.

scappino.

O bene, io l'ho da salutare da parte del signor Fulvio, e poi ho da parlar con vostra signorìa.

beltrame.

È ben tempo che lui manda un saluto! Io non ho mai veduto matrimonio più freddo di questo. Lavinia.

SCENA UNDICESIMA

lavinia, beltrame, e scappino

lavinia.

Signor padre, che volete?

beltrame.

Eccoti qua il magnifico messer Scappino, che t'ha da parlare.

lavinia.

A me?

beltrame.

A te, sì.

scappino.

Il signor Fulvio, mio padrone, manda mille saluti a vostra signorìa e vi priega a tenerlo nella vostra buona grazia, e manda me a far scusa, con vostra signorìa, per non aver mandato prima d'ora a salutarla, poiché egli non sapeva che fusse costume di mandar saluti alle spose avanti lo sposalizio; però chiede perdono dell'inavertito mancamento, e le fa intendere per me che non commetterà più tal errore.

lavinia.

O come il signor Fulvio dice così! Può ben pensare il signor Fulvio ch'io penso quello che si può pensare intorno a questo, e, in risposta, so che direi cose che non si potrebbono esprimere sapendole, ma a tutti non è dato d'andar a Corinto. Ma dirò tra me appunto come disse quel savio, ch'intendeva il parlare de gl'uccelli, che forse fu simile al signor Fulvio, poiché egli ha sempre professato belle lettere, e in vero ch'egli merita, a mio parere, ma che parere? che voglio giudicar'io, inesperta e ignorante? Io son appunto come quello, che tal or o sa o non sa, poiché tutti non hanno uno stesso ingegno. Pur si prende la rosa, e si lascia la spina, ché far d'ogni erba fascio non è da una giovane che vive con l'obedienza paterna, e poi so ch'il signor Fulvio non avrebbe caro ch'io facessi come dice colui, ma il dovere è dire se non quello, che s'ha nel cuore. So che son benissimo intesa, e tanto più dal mio signor padre.

beltrame.

A fé, che t'inganni, più tosto avrei inteso il parlar arabico o caldeo che il tuo! Io non credo che t'intendesse, parlando così, manco il primo interprete della torre di Babele. Queste tue non son massime sciolte, né parlar conciso, ma più tosto mi paiano lettere sciolte, ché tra tante si potrebbe far un anagramma, che dicesse qualche cosa, ma così, s'io intendo nulla, non dicono nulla.

lavinia.

Che vostra signorìa non m'intende, adunque?

beltrame.

Madonna no, ch'io non t'intendo, né credo che niun altro t'intendesse, se non t'intendesse a caso messer Scappino, che è prattico fino del parlar in zifera.

scappino.

Io capisco molte zifere, intendo gli oltramontani per prattica, i muti per cenni, e gl'animali irrazionali per discrezione; ma il linguaggio vostro, di senso incognito, io non lo so interpretare così all'improviso. O mutate modo, o scoprite il senso, o datemi il vostro Calepino, se non, l'oratore non saprà riportar la risposta al suo padrone.

lavinia.

Mi dispiace d'esser tanto ignorante, ch'io parli in modo che niuno m'intenda, vedrò di farmi intendere.

scappino.

Questo modo è buono, e s'intende benissimo, seguitate questa frase che saremo d'accordo.

lavinia.

Dite al signor Fulvio che gl'ardenti miei sospiri, ancorché indistinti tra l'aria e 'l fuoco, che vanno alla determinata loro sfera, e che gl'occhi miei, bramosi di contemplar l'oggetto della loro felicità, che sono quasi snervati, usciti dal lor concavo, e che quasi dinotano un'oblivione di spiriti visivi. E che non tanta ambrosia, e nettare consumano gli dèi alle loro mense, quanto sono le dolcezze, che in amando si provano, e che se 'l cuore è centro d'un amoroso petto, che l'amore è centro d'ogni cuore amante, e che sì come è impossibile ch'il sole si parta dall'ecclitica, così è impossibile di far retrogrado d'un ben radicato amore nel cielo dell'altrui voglie. Però egli, che spira tutta grazia e gentilezza, che può co' suoi vaghi portamenti bear un mondo intero, e che a sua signorìa sta il dar salute a chi tanto la brama.

scappino.

O se vostra signorìa m'avesse parlato così alla prima forse l'avrei intesa manco di quello che ho fatto adesso. Però io ho parlato con voi come ho saputo, vostra signorìa meco come ha voluto, il signor Beltrame ha inteso come il Cielo ha conceduto, e io referirò come mal instrutto.

beltrame.

Va' in casa.

lavinia.

E perché?

beltrame.

Va' via, ti dico.

lavinia.

Servitrice di vostra signorìa.

SCENA DODICESIMA

beltrame, scappino, lavinia sta ritirata mettendo fuori il capo alcuna volta dalla porta per udire

beltrame.

Che ne dici, Scappino?

scappino.

Di che?

beltrame.

Del ragionamento di mia figliuola.

scappino.

Dico che se vostra figliuola studierà niente niente più in complimenti, che riuscirà la più pazza dottoressa ch'abbia il donnesco stuolo.

beltrame.

Io ho inteso il concetto.

scappino.

O voi sareste da più della Sfinge.

beltrame.

Il concetto è questo: sdegno e timore. Queste cagioni l'hanno fatta parlare con quel sì imbrogliato stile, il timore della presenza mia, e lo sdegno, che le ha cagionato il signor Fulvio. Come domine, che in tanto tempo, che Pantalone ha dato parola, mai suo figliuolo si sia degnato farsi vedere dalla sposa? E gli paiono, a loro, cose queste da captar benevolenza? Ove sono i fiori e le galanterie, che si sogliono donar alle spose, quando sono promesse? In somma, ha ragione d'aver parlato in modo di non perdere il rispetto a me, e di non si gettar dietro a chi forse poco la cura.

scappino.

Signor Beltrame, voi dite troppo la verità, e il signor Pantalone ne ha una mortificazione grandissima, e appunto io sono venuto da parte sua, a far la scusa, e a pregarvi d'un aiuto appartenente a questo negozio. Il signor Fulvio si trova inamorato d'una schiava di messer Mezzettino, e per questo ritarda il parentado. Però il signor Pantalone ha trovato, per espediente, che vostra signorìa compri questa schiava e che la ponga in luogo nascosto, e che faccia che Mezzettino dica d'averla venduta ad un forastiero, che non sa chi si sia; ché in tanto farà che suo figliuolo sposi la signora Lavinia vostra figlia. E poi esso ripiglierà la schiava e sborserà il costo e pagherà la spesa del vitto a vostra signorìa ed egli, poi, ne farà escito subito, ma non in questa città, per levar l'occasione a suo figliuolo di rivederla.

beltrame.

E perché non far far questo servizio da un altro, non far palesar i defetti di suo figliuolo a me, nell'ora del parentado?

scappino.

Perché ogni altro che la comprasse potrìa, per farsi ben volere dal signor Fulvio, palesare il negozio; ma vostra signorìa non lo scoprirà, per essere interessato. E perché le cose non possono star sempre celate, vi fa saper di bon'ora come passa il negozio, quale non trascende lo stile della giovanezza e vostra signorìa ben lo sa.

beltrame.

Ha pensato bene e concluso meglio. Io andrò or ora da Mezzettino, qual appunto mi deve aspettare in casa, poiché io gl'ho promesso di riveder certe sue scritture, e fargli certi conti. Mi sbrigherò di questo, di poi gli trattarò della schiava, e me la farò condur da lui fino a casa mia, e poi la nasconderò per quattro, o sei giorni; ma con patto però che, subito fatto il parentado, il tuo padrone mi rimborsi il mio danaro, e poi che faccia esito della schiava, perché non sia cagione di far aver mala vita a mia figliuola.

scappino.

Vostra signorìa non si dubiti, ch'il mio padrone non promette se non attende.

beltrame.

La casa è aperta, e io vo a far il servizio.

scappino.

Andate.

SCENA TREDICESIMA

lavinia, e scappino

lavinia.

Messer signor Scappino, a questo modo, eh? Queste sono le promesse, che mi faceste a giorni adietro, quando vi palesai l'amore ch'io porto al signor Cinzio, con tanti giuramenti, e sopra l'onor vostro, e sopra la grazia de gl'amati cibi vostri, ch'avreste sturbato il trattato di mio padre, e agevolato il matrimonio del signor Cinzio? E ora concertar con mio padre il modo di farmi rimaner di Fulvio? Ma non vi verrà effettuato il vostro concerto, e voi avete da far meco, che vuol dire con una sdegnata, e tanto basta.

scappino.

Piano, piano, e non con tanta collera! Cape, so che vi fuma io! È vero ch'io v'ho promesso di aiutarvi in farvi avere il signor Cinzio, e ch'io avrei disturbato il trattato del signor Fulvio, e lo giurai sopra l'onor mio, giuramento in vero interdetto al mio parentado. Però io sono qua per osservar quanto io v'ho promesso, e quello, che vostra signorìa da me ha udito, quando ho parlato con il signor Beltrame, è il principio.

lavinia.

Se dal bel mattino si può argomentar buon giorno, poco posso sperar dal vostro principio.

scappino.

Signora, voi non sète ancora capace delle cose del mondo per più strade si va a Roma. Anche il gettar via il grano per i campi pare che sia pazzia e pur è 'l principio d'aver del grano. Lo uccider i vitelli, e i capponi, pare crudeltà, e pure s'ammazzano per pietà, perché la lor morte è nutrimento a tanti galant'uomini. Vostra signorìa non sa per che verso io mi navighi per far ch'il batello del signor Cinzio entri nel porto de' vostri gusti, quando egli ha il timone rivolto altrove. Io non ho danari, questa è cosa che ha del credibile. Il signor Fulvio passa sotto l'istesso influsso, e non è solo sotto a tale influenza, e per aver questa schiava ci vogliono dugento ducati. Ora io ho pensato di servirmi di quelli di vostro padre, e l'ho mandato, con quella invenzione che avete udita e intesa, a comprarla, acciocché Mezzettino non la venda al signor Cinzio. E ch'il signor Fulvio sia poi contento a far a modo del padre, faremo porre la schiava in casa vostra, e poi faremo che Fulvio venghi a visitare vostra signorìa come sposa, e voi gli darete commodità che s'abbocchi seco, e che la conduca dove gli sarà commodo, e così, privandone Cinzio, egli poi si risolverà di far quello che non può far adesso per occasione di questa schiava.

lavinia.

Io ho inteso, ma quel dar commodità ad un giovine che meni via una sua morosa, che ufficio si chiama?

scappino.

Ad un par mio si direbbe di ruffiano, ma se ciò facesse un gentil'uomo si direbbe un servizio, e ad una par vostra si dice aiuto. Il ruffianesimo è come il furto: in un grande è aggrandimento di stato, ad un mercante è ingegno, e in un disgraziato è latrocinio.

lavinia.

Che dirà poi mio padre, come si accorga della fuga della schiava? Darà la colpa a me della mala custodia.

scappino.

E voi vi dorrete di lui, che abbia posto donna tale in vostra compagnia, da dar cattivo esempio. E vi dorrete dell'affronto fattovi dal signor Fulvio per colpa sua, e così il povero vecchio avrà il male e le beffe.

lavinia.

Messer Scappino, voi sète un gran mariuolo.

scappino.

Signora, sono ancora novizio, ma spero col tempo di perfezionarmi.

lavinia.

Se più vi perfezionate, potrete por scola d'insegnare quello, che non sa il demonio.

scappino.

O signora, m'onorate troppo.

lavinia.

Non dico fuor de i vostri meriti. Orsù, aspetterò il vostro aiuto, attenderò i vostri avisi, e starò lesta a' vostri cenni.

scappino.

O così va bene: aiutarsi l'uno con l'altro, perché il negozio butti meglio.

lavinia.

Io sarò sempre pronta.

scappino.

Ed io vedrò di ritrovarmi lesto.

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

beltrame, mezzettino, e celia

beltrame.

O via, cessino ormai i pianti e i lamenti, e venitevene meco a contar i vostri soldi, ora che abbiamo revisto le scritture.

mezzettino.

Signore, non posso far di meno di non gettar quattro lagrimuccie, se si perde solo un cagnolino, che pure è una bestia, come vostra signorìa sa meglio di me.

beltrame.

Che asinaccio!

mezzettino.

Pur dà dolore. O vedete che farà il perdere una giovane bella come è questa! Io sono una persona, che mi affeziono tanto alle creature, che io non me gli vorrei mai levar d'attorno. E se io fossi ricco non la vorrei mai vendere, ma tenerla per farmi far delle sberettate dalla gioventù, per far frequentar queste strade della brigata, e per farmi dar del molto magnifico da gl'amanti. Questa mi servirebbe per compagnia in casa, per conversazione alla tavola, e per materia a' miei sogni, che mi farebbono star allegro.

beltrame.

Veramente la giovane è bella ed è meritevole d'esser accarezzata; ma non è cosa da voi! Voi, a tenerla in casa, portate pericolo d'esser tenuto in mal concetto, ed ella in poca riputazione. E poi non mi negarete che non viviate sempre con qualche sospetto, o che vi sia menata via di furto, o che non s'inferma e defrauda il riscatto, o che non mora, e che perdiate il vostro capitale. Consolatevi, dunque, e venite a prender i danari.

mezzettino.

Il vero, e più per questo la vendo, che per il guadagno. La sua spesa non mi dà fastidio, perché ella è di buona bocca, ella s'accomoda a quello che gli vien posto avanti, e non rifiuta mai cosa alcuna. Questa non è come certe svogliate, che se il cibo non è conforme alle loro voglie, torceno il muso fiutando sopra ad ogni cosa, del poco si sdegnano, e 'l molto lo strapazzano, questa no. Ella è di bona natura, digerisce tutto, e sempre si conserva un poco d'appetito per quello che gli pò occorrere.

beltrame.

O così vogliono essere le donne a mantenersi sane! Orsù, andiamo.

mezzettino.

Andiamo.

celia.

O signor padrone, e pur mi volete mandar via da casa vostra! Pazienza, al meno m'aveste tenuta tanto, che n'aveste trovat'un'altra; ma rimaner voi solo soletto, e come farete? e chi vi farà da mangiare? e chi saperà fare quelle torte tanto a vostro gusto come sapevo far io?

mezzettino.

O misero me, è vero! Ohimè, se la torta non mi fa mancar di parola, niuna cosa mi fa mancare. Signor Beltrame, per grazia, lasciatemela ancor un poco, due o tre giorni, sin tanto che io ne compri un'altra, e che questa gli dia la dose di quella buona torta, e l'intavolatura di certi macaroni, che mi rimettono il fiato in corpo, quando sono svogliato.

beltrame.

Mi meraviglio di voi. E vi lasciate dunque prender per la gola da un piatto di macaroni o da una torta? O sarebbe bella, che stando voi soletto in casa, che questa schiava vi avvelenasse la torta, o i macaroni, e vi facesse morire per aver libertà! Fareste meglio a non mangiar nulla delle loro mani.

mezzettino.

Voi dite il vero, ancorché la mia morte potrebbe esser peggiore, poiché sono stato pronosticato ch'io ho da morire per giustizia, ove che sarebbe pur meglio morire con la bocca unta di buona torta, che con la gola stretta da tristo laccio.

beltrame.

Non vi fate questo augurio in vano, di grazia.

SCENA SECONDA

fulvio, mezzettino, e celia [beltrame]

fulvio.

Non oso di passare per questa strada, per non disturbare le invenzioni di Scappino. Ma che veggìo, messer Beltrame e la mia Celia?

mezzettino.

Io spero che l'astrologia sia fallace, e poi mi sarebbe più caro morire di qua cent'anni impiccato, che morir dimani annegato nel mèle, morte la più dolce che si possa fare.

beltrame.

Mi piace il vostro umore! Orsù, andiamo pure.

mezzettino.

Andiamo. Ma, caro signore, fatemi grazia di darmi moneta buona, perché la voglio rimetter in un'altra schiava o in un paio, se saranno a buon mercato; io sono principiante in quest'arte e non ho altro che trecento scudi da trafficare, co' quali io vado campando la vita.

fulvio.

Ohimè, mi trema il cuore, che cosa è questa?

beltrame.

Non dubitate, che avrete sodisfazione da me. E voi, bella giovane, non v'attristate per lasciar la casa di messer Mezzettino, ché andarete in luogo dove non sarete manco ben veduta ch'in casa sua. E che mirate? Statemi allegra, per cortesia.

fulvio.

Ohimè, che odo? Beltrame la compra. Questo è qualche inganno, che hanno ordito i vecchi contra di me, ma non verrà lor fatta. Servitor, signor Beltrame.

beltrame.

Ben venuto, signor genero.

fulvio.

Non mi chiamate genero per genero, in cortesia, fin tanto che non siano effettuate le nozze. Ma che mercanzia è questa, che vostra signorìa fa con messer Mezzettino?

beltrame.

Ho comprato questa schiava.

fulvio.

Per voi?

beltrame.

Signornò, per un mio amico.

fulvio.

Questo è rispondente del padre di Cinzio, è certo ch'egli la compra per lui. Ohimè son rovinato! Caro signor Beltrame, vostra signorìa mi faccia grazia per ritrattar questo mercato, ch'io lo riceverò per un favor segnalatissimo.

beltrame.

E perché, signore?

fulvio.

Perché sono stato pregato da un mio amico a far uffizio che Mezzettino tenga ancor un poco questa giovane, tanto ch'i suoi parenti la riscuotano. E presto gli sarà sborzato il riscatto e la povera giovane andrà in poter de' suoi, senza andare or in mano di questo, or di quel altro.

beltrame.

Vostra signorìa mi mostri, o mi faccia mostrar lettere de' suoi parenti, che volentieri vi compiacerò.

fulvio.

Le lettere sono nelle mani di questo amico mio.

beltrame.

Orsù, porrò la schiava in casa mia, e poi verrò con esso voi a veder le lettere. Ma chi è questo vostro amico?

fulvio.

Vostra signorìa non lo conosce?

beltrame.

Forse che sì.

fulvio.

E chi è egli?

beltrame.

Orsù, basta. Questo è mio amico, ancora tanto quanto mi siete voi, e per suo bene io l'ho comprata.

fulvio.

Signor, non mi avete ad impacciar se quello che la vuole fa bene, o male.

beltrame.

Non vi avete voi ad impacciar nelle mie mercanzìe.

fulvio.

Io v'ho più interesse che voi.

beltrame.

Ed io ho più possesso di voi, e la voglio.

fulvio.

Ed io non voglio che l'abbiate.

beltrame.

Che?

mezzettino.

O là, signore, non mi rovinate i miei mercati! Io l'ho venduta, la schiava. È mia e ben venduta.

fulvio.

Ve ne pentirete ambidue.

beltrame.

O là, che parlar è il vostro? che arroganza è questa?

SCENA TERZA

pantalone, beltrame, fulvio, e mezzettino

pantalone.

O là, o là, che strepito è questo? Signor Beltrame, con chi l'avete? con mio figliuolo forse? che fai tu qua? Tu non parli. Che cosa è questa, signor Beltrame? che cosa v'ha fatto questo forfante?

beltrame.

E son pazzo io a voler le brighe de gl'altri! Pigliate, signor Pantalone, ecco, ve la do in mano, e bella e finita.

pantalone.

Che cosa è questa?

beltrame.

Il negozio.

pantalone.

Qual negozio?

beltrame.

Il negozio vostro.

pantalone.

V'ingannate, ch'io non negozio più tale mercanzia, ma solo attendo a' cambi.

beltrame.

Ma è ben cosa di vostro ordine, e per vostro conto; anzi, cosa che m'ha fatto perder il rispetto, che mi si deve per l'età, da vostro figliuolo.

pantalone.

Mio figliuolo ha avuto così poco rispetto a voi, sì poco timore di me, e così poco giudizio di dir parole in disgusto vostro?

beltrame.

Ha detto tanto, che se non fosse stato per amor vostro io mi sarei risentito con parole, se io non avessi potuto far de' fatti.

pantalone.

Ah manigoldo, tu me la pagherai!

fulvio.

Signore.

pantalone.

Taci, furfante, sai bene ch'io ti conosco. E che cosa volete ch'io faccia di questa schiava?

beltrame.

Quello che a voi piace.

pantalone.

Io non ho che far altro, che tornarla a voi.

beltrame.

A me? Io non voglio più questa briga, trovate pur un'altra invenzione, e accommodatevi.

pantalone.

Mi posso accomodar come voglio, ch'io non farò nulla, non sapendo a che fine mi ponete in questo imbroglio. Di grazia, parlatemi chiaro.

beltrame.

E volete ch'io parli, se ci è vostro figliuolo?

pantalone.

E che ho che far io di mio figliuolo?

fulvio.

Non mi son io apposto che questo è qualch'inganno, ordito contro di me.

beltrame.

Ma poi che così volete la dirò chiara io.

pantalone.

Ditela, in buon'ora.

beltrame.

Scappino è venuto da parte vostra, e mi ha detto ch'il parentado nostro non si conclude, rispetto che vostro figliuolo è inamorato di questa schiava. Però che io la comperassi, e ponessi in luogo segreto, fin tanto ch'il matrimonio sia effettuato, che poi vostra signorìa mi rimborserà il mio danaro, e che doppo manderà la schiava tanto lontano, che il signor Fulvio non saprà dov'ella sia, per torgli l'occasione del disgustar me, e la sposa, e così ho fatto.

pantalone.

Vi ringrazio. Scappino è un menzognero, e io non gl'ho dato questo ordine. E quando lo mando per danari, o per altro, sapete bene ch'io scrivo sempre una poliza di mia mano, però io non voglio i suoi imbrogli. Di chi è questa schiava?

mezzettino.

Mia, signore.

pantalone.

Toglietela, e custoditela bene, perché se mio figliuolo la comprerà ve la farò tornar in dietro. E vi protesto che non mi farete piacere a vendergliela, mi avete inteso.

mezzettino.

Io vi ho inteso, e io vi protesto che se vostro figliuolo, o il vostro servitore, manderanno sotto mano a comprarla, ch'io non voglio che sia ben venduta a loro, e se mi averanno dato caparra, vorrò che sia perduta, e meterò la schiava per uso ordinario di casa.

pantalone.

Per me mi contento, e mi farete piacere.

mezzettino.

Signor Beltrame, io piglio questa chiaritura per amor vostro.

beltrame.

Fratello, io non la compravo per me, avete inteso come è passato il negozio. Abbiate pazienza ancor voi, scuserà che vi dia l'intavolatura de i macaroni e la dose delle buone torte.

mezzettino.

Avete ragione, appunto questa sera io la voglio adoprare un tantino per mio conto, e voglio ch'ella meni un poco più del solito le mani per amor mio, e che mi faccia qualche cosetta di gustoso, poi ch'ella è in transito di perder casa mia. Orsù, vien qua figliuola, andiamo, ché sei stata cavalla di ritorno.

SCENA QUARTA

pantalone, fulvio, e beltrame

fulvio.

O Scappino traditore! s'io ti posso trovare!

pantalone.

E tu sai quello che ti voglio dire: trovati questa sera di bon'ora a casa, ché voglio che si tocca la mano alla sposa. E non far ch'io abbia da dare ne i rotti, ché sarà male per te.

fulvio.

O signore.

pantalone.

Che signore, citto.

fulvio.

Almeno, datemi un poco più tempo.

pantalone.

Non vi è altro tempo, m'hai tu inteso. Andiamo, signor Beltrame, alla volta di piazza, ché trattaremo del vestir la sposa.

beltrame.

Andiamo.

fulvio.

Non la voglio, signor Beltrame, m'intendete.

beltrame.

Ed io non ve la darò, ché non la meritate, m'intendete ancor voi.

pantalone.

Che borbottate? che cosa dice colui?

beltrame.

Niente niente.

pantalone.

Non guardate, signore, al suo poco ingegno.

beltrame.

Anzi, vi devo ben guardare.

pantalone.

Per amor mio, supite le sue leggierezze.

beltrame.

Io ho bello supito.

fulvio.

Non sapete, no.

beltrame.

No no, in lettere maiuscole.

SCENA QUINTA

fulvio, e scappino

fulvio.

Ah Scappino, a me, ch'io lo sopporterò? Ah, non sia vero!

scappino.

E dove troverò io costui ora? O eccolo!

fulvio.

Ah, traditore!

scappino.

Ohimè, son morto! O, signor Fulvio, con la spada ignuda contro di me, a un vostro fidato servitore?

fulvio.

Contra ad un nemico.

scappino.

Ohimè, che dite? Frenate l'ira, per grazia, e ditemi in che v'ho offeso.

fulvio.

O assassino, domanda alla tua coscienza!

scappino.

E dove volete ch'io trovi la mia coscienza ora? Il Cielo sa dove si ritrova! Eh, ditemelo voi, per grazia.

fulvio.

Ah, cane, ancora tu ti burli di me?

scappino.

Ah signore, ah signore, giustizia per voi, compassione per me! Ohimè, è possibile ch'io non vi possa far sospendere quest'ira?

fulvio.

A questo modo assassinarmi? in questa maniera? Tu non la scaperai certo!

scappino.

Ohimè, ditemi per grazia in che vi ho offeso, e poi fate di me non quello, che l'intelletto vostro vi somministrarà, ma quello, che la giustizia comporta.

fulvio.

In che m'hai offeso? e ancor t'infingi? Far comprar la schiava da Beltrame, e ordinargli che la nasconda, acciò che perduta la speranza d'aver Celia, io sia necessitato a prender Lavinia, e ti par nulla questo? per sodisfar al vecchio, assassinarmi in questo modo? O traditore!

scappino.

Adagio, adagio! E per questo siete adirato contro di me? O respiro! Rimettete pur la collera, e lasciatemi dir la mia ragione senza farmi paura.

fulvio.

Che ragione? Di' pur che vòi scusarti del mancamento, e che mi vòi far vedere d'aver fatto bene con la tua logica salavatica. Ma non mi ci farai star questa volta a fé! Di' pur quello che sai.

scappino.

È vero.

fulvio.

Ed ecco.

scappino.

Piano, è vero parte di quello, che avete detto, ma non tutto.

fulvio.

È vero tutto, e io ho udita tutta la trama, non vi occorrono scuse.

scappino.

Ho caro che avete udito. E bene, come sta il negozio? Ditelo, per cortesia.

fulvio.

Io mi son trovato presente, quando che Beltrame voleva menar via la schiava, e mi son adirato seco, e in questo è sopra gionto mio padre, e Beltrame gl'ha detto d'ordine tuo; ove mio padre ha fatto che Mezzettino pigli la sua schiava, e che non contratti più né meco, né teco. E così sono levate le mie speranze. Che dici, ora, non è così?

scappino.

È vero, ma chi vi ha fatto parlare con Beltrame?

fulvio.

La mia buona fortuna, acciò che Celia non parta da Napoli, e ch'io conosca chi mi tradisce.

scappino.

La vostra disgrazia, acciò che perdiate, quanto prima, voi la schiava e io il cervello. Avete denari voi?

fulvio.

Che dimande sono queste?

scappino.

Dimande giuste, acciò che da voi vi accorgiate del vostro bell'ingegno.

fulvio.

Tu vai provocando l'ira mia, e poco starà a precipitare.

scappino.

E voi m'andate assofocando la pazienza per ridurmi alla disperazione. Udite, di grazia, il mio fallo e 'l vostro antivedere. Io ho fatto comprar la schiava con astuzia dal signor Beltrame, e gl'ho ordinato che la tenga nascosta, e poi ho passato, d'accordo con la signora Lavinia, che per dar colore alla cosa, che voi andarete a visitare come sposa, e ch'ella poi vi dia commodità di condur via la schiava. Beltrame l'ha comprata e mentre la conducevamo via, è sopra gionto il vostro bell'ingegno e ha rovinato tutto il trattato, e ha posto me in contumacia di Pantalone, in poco credito a Beltrame, e in conto di furbo con Mezzettino, dove non potrò mai più far colpo che vaglia. Questo è l'assassinamento, ch'io vho fatto. Castigatemi, ch'io lo merito.

fulvio.

O Scappino mio.

scappino.

No no, castigatemi dico, ch'io lo merito, non perché io abbia fatto errore a far comprar la schiava; ma perché voglio servire uno che mi rovina l'invenzioni, ch'io con tanto pericolo vado ritrovando per servirlo. No no, merito ogni male, fate quello che volete.

fulvio.

Io merito castigo, fratello, e non tu. Scappino, confesso l'error mio, io ho fatto male, ma da qua avanti...

scappino.

Farete poi male, e peggio. Orsù, operarete un poco voi, per l'avvenire, e farete conto ch'io non sia in questo mondo per voi.

fulvio.

O come, tu non sei in questo mondo per me? Bisogna ch'io esca dal mondo per te, perché senza il tuo aiuto io son morto.

scappino.

Ed avete ancor animo di dire ch'io v'aiuti, e ora mi volevate uccidere?

fulvio.

Perdonami, Scappino, la diffidenza; sol è stato un errore. Ma del resto io non ho errato. O fratello, io vedevo condur via la donna, e vuoi ch'io pensi bene? Ah, Scappino, trasformati in me, ti priego!

scappino.

Per far gilè de' merlotti, non è vero? Signor Fulvio, io non vorrei tener in mal concetto niuno, ma se vostro padre fosse stato al mio paese, come mio padre è stato al vostro, io dubitarei di mia madre. Stante il gran bene, ch'io vi voglio, andate, ché vi perdono, e vedrò quello, ch'io potrò fare, ma avvertite.

fulvio.

Io t'ho inteso, aprirò ben gl'occhi.

scappino.

Sì, per vedere più presto dove mi potrete guastare.

fulvio.

No, da qua avanti ha d'andar in altro modo. A rivederci.

scappino.

Sarebbe meglio e' non si rivedere fino che il negozio non fosse finito.

SCENA SESTA

cinzio, e scappino [in disparte]

cinzio.

Io non vorrei, ch'in tanto che s'affortiscono le lettere, e che se ne fa la lista, ch'il signor Fulvio trattasse di quanto gli ha detto al suo servitore, perché senz'altro s'accorgierebbe de' miei andamenti, e potrebbe imparare la schiava avanti di me. Io l'ho quasi posto in sospetto, e quello Scappino è tanto trincato, che mi fa dubitare. O s'io avessi un servitore, come è quello! Beato me, le mie cose andarebbero assai meglio. Però faccia quello che vuole Scappino, e Fulvio. Io la procurarò col danaro, ch'io aspetto, e prima del denaro con un poco di caparra.

SCENA SETTIMA

mezzettino, cinzio, e scappino in disparte

mezzettino.

Chi è là.

cinzio.

Amici.

mezzettino.

O servitore, padron mio.

cinzio.

Ben trovato, messer Mezzettino. Ditemi, per grazia, non avete voi una schiava da vendere?

mezzettino.

Signore sì.

cinzio.

La volete vendere a me?

mezzettino.

La venderò ad ogn'uno, fuori ch'al signor Fulvio, e a quel mariolo di Scappino suo servitore.

scappino.

O bella cosa esser in credito, come son io.

cinzio.

Ho caro che la vendiate a me, e non a quelli, che cercercano d'ingannarvi. Quanto volete?

mezzettino.

Io la comprai così vestita, e così vestita ve la venderò, e per non far longhe parole, mi darete quello, che mi dava il signor Beltrame, se il signor Pantalone non guastava il mercato.

scappino.

Mercè del bell'ingegno del signor Fulvio.

cinzio.

Beltrame accomprava la schiava? Che domine ne volev'egli fare? Manco male, ch'io sono a tempo.

Quanto vi dava il signor Beltrame?

mezzettino.

Dugento ducati.

cinzio.

E dugento ducati vi darò io.

scappino.

Fulvio, buon pro vi faccia, è fatto il becco all'oca.

cinzio.

Io aspetto oggi dugento ducati.

scappino.

Ed io è un pezzo, che gl'aspetto, se ben non vengano.

cinzio.

In tanto, eccovi dieci ducati di caparra, oggi vi darò il resto, e poi mi darete la schiava.

mezzettino.

Son contento.

cinzio.

Ma avvertite, non la date ad alcuno se non vedete la mia persona, o vero quest'anello.

mezzettino.

Lasciatemelo veder bene, che cosa è questa?

cinzio.

È il mio sigillo legato in oro, vedete la mia arma.

scappino.

Qui non v'è più rimedio.

mezzettino.

Io la terrò a memoria bene.

cinzio.

Mi raccomando, messer Mezzettino.

mezzettino.

A rivederci.

SCENA OTTAVA

scappino, e mezzettino

scappino.

Quel sigillo m'ha sigillato tutte le mie invenzioni, or sì ch'io son finito.

mezzettino.

A Dio, messer Scappino, che fate così pensoso? Pensate forse ancora a quel vostro fratello tiratore?

scappino.

Messer no, io penso ora ad una sorella, che sta in transito di perdersi.

mezzettino.

Ché ha forse da venir nelle vostre mani?

scappino.

Se venisse nelle mie mani non sarebbe perduta.

mezzettino.

Almanco sarìa in transito dell'onore.

scappino.

Non siamo tutt'uno voi ed io, e perciò nelle mie mani sarebbe sicura. O là, guardate come parlate con gl'uomini onorati.

mezzettino.

Chi è onorato?

scappino.

Io, al dispetto di chi non lo crede!

mezzettino.

Io credo che siate onoratissimo, anzi un uomo carico d'onore, ma non è patrimonio, né lecito acquisto: è tutto furto.

scappino.

È vero, e m'incresce che voi non abbiate mai avuto capitale di questo, perché mi sarei insegnato di far qualche avanzo ancora sopra vostro, ma zero via zero fan nulla.

mezzettino.

Io ne ho a bastanza.

scappino.

Però non si vede.

mezzettino.

Il cieco non giudica de' colori.

scappino.

Né il fallito può far sicurtà.

mezzettino.

È che voi non conoscete il mio onore.

scappino.

Deve dunque esser forestiero.

mezzettino.

L'onor mio è paesano.

scappino.

Ma bandito, ché non si vede.

mezzettino.

Voi volete la burla.

scappino.

Sì per certo adesso, ma non burlerò sempre, s'io potrò.

mezzettino.

Ingegnatevi se potete.

scappino.

S'io vedrò il tempo, e voi vedrete l'ingegno, se non, pazienza.

mezzettino.

Orsù, adunque, io goderò il tempo e voi, col vostro ingegno, e' goderete la pazienza.

scappino.

Io godrò la mia per fin a tanto, ch'io vi faccia rinegar la vostra.

mezzettino.

Voi parlate in modo, ch'io non v'intendo.

scappino.

Ho caro, e così possino esser l'operazioni mie.

mezzettino.

Orsù voi siete pazzo.

scappino.

Un pazzo mi fa dir pazzo da un pazzo.

mezzettino.

Mi fate ridere voi.

scappino.

Farò al contrario un'altra volta. A rivederci.

mezzettino.

Ma con più cervello.

scappino.

Con più sorte sarà meglio.

SCENA NONA

beltrame leggendo lettere, e scappino alla lontana

beltrame.

«Fategli rendere le sue scritture, e fatelo tornar in possesso, ch'io son sodisfatto da lui. Vi ringrazio del favore, e aspetterò d'esser commandato da vostra signorìa per aver sicurtà di domandargli altre volte de' favori. Gli bacio le mani. Di Nochiera il dì...».

scappino.

Questa non fa per me.

beltrame.

Questa è quella ch'io aspettavo: «Molto magnifico signor mio osservandissimo, piacerà a vostra signorìa di sborzare dugento ducati a mio figliuolo, quali hanno da servire per vestirsi, e per addottorarsi, e mettetegli alla mia partita...».

scappino.

Sin adesso mi par d'aver un candelino da un tornese alumato, comincio a vedere un poco.

beltrame.

«Priego vostra signorìa ad esser assistente, quando si addottorerà. Io ho caro che si faccia onore col solito limito de' galant'uomini; ma che non faccia da cavalierazzo per non dar danno alla sua modestia, e alla mia borza. Intesi poi, dal signor Domizio, come vostra signorìa trattava di maritar sua figliuola: se fosse maritata averei caro del suo contento, ma se non fosse il trattato concluso, e che vostra signorìa credesse che mio figliuolo fosse meritevole di questo parentado, io per me non vorrei cercar miglior partito di questo. Scrivo anche a mio figliuolo, in conformità di questa, e priego il Cielo che s'è per lo meglio d'una parte e l'altra, che le cose abbiano esito secondo il mio buon pensiero, e averei gusto ch'all'arrivo di mio figliuolo, io lo vedessi addottorato e maritato. Aspetto subito risposta e gli bacio la mano. Di Benevento... », eccetera. O questo sarebbe a mio gusto!

scappino.

Ed a mio proposito.

beltrame.

Mia figliuola vede volentieri questo giovine, e io averei caro di compiacerla. Averci gusto di non la dare a quel puzza zibetto del signor Fulvio, che pare che mia figliuola sia così mostruosa, che sia d'esser aborrita e non amata. Io non posso digerire ch'uno mi dica in faccia non la voglio. Questo è troppo poco conto ch'egli fa della casata Ben Forniti, ma s'io potrò egli non l'averà.

scappino.

Quest'è un principio di mar placato, che m'invita a far il mio viaggio.

beltrame.

Io non voglio dir nulla a mia figliuola, ma lasciarò la lettera sopra la tavola. So che la sua curiosità glie la farà leggere e forse il negozio si disponerà senza mio fastidio.

scappino.

Sarò anch'io buon sollecitatore.

beltrame.

Voglio andar in casa e mostrar d'esser turbato, per darle occasione ch'ella, per saperne la cagione, legga la lettera subito.

scappino.

Andate in buon'ora. Il sentir i fatti de gl'altri alle volte è un grand'avantaggio. Se bene delle volte si sente quello, che non si avrebbe voluto sentire. Ma questa volta a me mi è un lume, che mi mostra una strada molto agevole.

SCENA DECIMA

cinzio, e scappino in disparte

cinzio.

In somma, la felicità di questo mondo è sempre accompagnata con qualche disgusto. Ora dimmi, fortuna, come vuoi tu ch'io faccia a levar questi dugento scudi da Beltrame, se sopra la stessa lettera mio padre scrive ch'io procuri d'aver la signora Lavinia per consorte? E quello ch'è peggio, mi dice d'aver scritto ancora al signor Beltrame di questo negozio. Onde, s'egli avrà caro il mio parentado, come credo, non avendo gusto, per quello ch'intendo, che le nozze di Fulvio seguino, mi sarà alla vita in modo, che non avrò tempo di scusarmi. E il dir di no non è conveniente, per rispetto dell'amicizia nostra e per il merito della giovane, oltra l'esservi il comandamento del padre. E il dir di sì è contro ogni mio gusto, a tale che io son confuso, e non so a che risolvermi. O misero me.

scappino.

O fortuna, scrolla il capo, ti priego, ché s'io non m'attacco a' primi capelli, che io vedo sciolti, voltame le spalle per sempre, ch'io ti perdono.

cinzio.

S'io avessi un amico fidato, io vorrei mandar la lettera di cambio, e far riscuoter i danari per terza persona, mostrando necessità de' soldi, e un impedimento grande in quest'ora; e per dargli speranza del matrimonio fargli dire ch'io ho bisogno di parlargli di cosa che molto importa, ma in tempo commodo a tutti due. Ma chi mi potrà far questo servizio fedelmente?

scappino.

Ora mi par tempo di far frutto. O meschino me, pazienza, scrivete quest'azione nel libro de li vostri fatti eroici.

Servitore, signor Cinzio.

cinzio.

A Dio, Scappino, dove vai così turbato?

scappino.

Fuggendo disgrazie, e cercando ventura.

cinzio.

Che disgrazie? che cosa vi è di nuovo? e dove è il signor Fulvio?

scappino.

Il signor Fulvio sta troppo bene, e meglio starà da qua avanti, ché non avrà più Scappino che s'opponga a' suoi gusti.

cinzio.

Oh oh, sdegno e martello?

scappino.

Io non so di martello né di tenaglie, per me so ben ch'io non lo servirò mai più, se bene credessi di morire di fame.

cinzio.

O, la cosa è rotta fuor di modo, mi dispiace, perch'egli ti voleva bene, e tu lo servivi con grand'affetto. Qualche grand' accidente è stato questo, che ha rotto quest'amicizia.

scappino.

Eh, le straccie vanno all'aria, come dice Lombardo. Pazienza.

cinzio.

Si potrebbe sapere la cagione di questa separazione?

scappino.

Signorsì, questa aviene dall'aver due padroni contrarii di pareri, che l'uno dica: va' là se non che io ti spezzo le braccie; e l'altro che dice: sta' qua se non ch'io ti rompo il capo.

cinzio.

O questa è una mala cosa.

scappino.

Il signor Pantalone ha inteso come suo figliuolo non vuol pigliar per moglie la figliuola del signor Beltrame, perché è inamorato d'una schiava, e ha imposto a me ch'io trovi remedio a questo negozio. Io per sodisfar al vecchio, e a quello che mi è parso giusto, aveva preso per ispediente di far comprar quella schiava dal signor Beltrame, e farla allontanare fin tanto ch'il signor Fulvio si trovasse privo di speranza di quella, e prendesse la signora Lavinia. In questo è arrivato il signor Fulvio ed ha sconcertato il tutto, e ha posto mano alla spada contro di me, e mi ha seguitato per tutta rua Catalana.

cinzio.

Non t'ha già arrivato.

scappino.

Signornò lui, ma la spada m'ha giunto qualche volta di piatto. Che dite, signore, vi pare ch'io abbi ragione?

cinzio.

Per certo sì, ma il signor Pantalone non consentirà che tu parta dalla sua servitù, e vi troverà rimedio.

scappino.

Il rimedio è unguento d'allabastro, o biacca, per ungermi le ammaccature.

cinzio.

È, dico, rimedio [che il] figliuolo stia ne' suoi termini.

scappino.

Stiassi pur come vuole, io non ho possessioni confinante alla sua, e però non voglio manco i suoi termini.

cinzio.

O tu muterai pensiero, come t'è passata la collera.

scappino.

O s'io mi muto, che possa io perder gl'occhi che vedo!

cinzio.

O tolga il Cielo, la cosa è fondata sopra la verità, di già so ch'il signor Beltrame voleva comprar questa schiava, tal che io mi potrei quasi servire di costui nel mio negozio. Dimmi un poco, Scappino, faresti volentieri una burla al signor Fulvio?

scappino.

Ohimè, signore, dir ad un goloso se gli piace la vitella a rosto, chi non lo sa? Dire ad un offeso a torto, se farebbe volentieri vendetta, questo è un invitarlo a nozze!

cinzio.

Ti si presenta un'occasione di disgustar Fulvio, e di far servizio a Pantalone.

scappino.

Ohimè, o che non sarà vero, o che mi sogno.

cinzio.

È vero e non è sogno, or a punto la fortuna ti fa cader la palla in mano, se la saprai giuocare.

scappino.

S'io non la saprò giuocare, che la fortuna mi facci restar senza palle, acciò che io non giuochi più, ch'io gli perdono. In che posso servir vostra signorìa e consolar me?

cinzio.

To' questa lettera, e va' dal signor Beltrame, e fatti dare dugento scudi da parte mia, e digli che stai meco, e perché ti possa credere, to', mostragli questo anello, qual'è il mio sigillo, benissimo da lui conosciuto, e digli ch'io non son andato in persona rispetto al grande affare ch'io ho perché mi sono stati dati or or i punti.

scappino.

I punti? e dove? alle calzette o alle scarpe?

cinzio.

Eh balordo! I punti che danno gl'elettori dello studio per addottorar le persone.

scappino.

Io non sapeva che vi bisognassero punti. Che domine devono esser, ciabattini o rappezzini da scienze, questi officiali?

cinzio.

Messer sì, cucitori da lettere. E digli che domani, o l'altro, ho poi da trovarmi seco per cosa che molto importa a tutti due, e che sua signorìa deputi l'ora, e dove abbiamo a trovarsi insieme.

scappino.

Tanto farò. Ma dove è questa vendetta ch'io ho da fare contro il signor Fulvio?

cinzio.

Io voglio poi che con questi dugento ducati vadi da Mezzettino, e che tu riscuoti la sua schiava, e che tu la conduca a casa mia, che ne dici? Non è questo un trafiger il cuore al signor Fulvio? e un contento che darai a Pantalone?

scappino.

Ohimè, ohimè, ch'io temo ch'il tempo non mi fuga, e che Mezzettino non faccia esito mentre ch'io riscuoterò i danari! Oh signore, ohimè, mi manca il fiato dall'allegrezza, io voglio star con vostra signorìa e vi voglio servir tre anni senza salario, per questa grazia che mi fate!

cinzio.

Starai meco per modo di provisione, e per l'avvenire parlaremo poi. Ma in tanto fa' questo servigio come si deve.

scappino.

Io non so mai come rendervi di questo beneficio le dovute grazie, però accettate il buon animo. O questo sì che è uno stratagemma da far dar del capo nelle mura a chi non se lo pensa. Signore, vostra signorìa restarà maravigliato di me, che non passarà troppo. Questo servizio è più mio che di vostra signorìa. Di grazia, lasciate tutta la cura a me, e poi chi si lamenta suo danno.

cinzio.

Va' pure, riscuoti i danari, e poi ci parlaremo.

scappino.

Vado subito. Mi è nata l'invenzione: costui non vuol esser veduto da Beltrame, né vuol parlar con Lavinia. Buono, mi farò dare campo franco da negoziare.

cinzio.

Veramente un animo sdegnato fa gran cose, e le battiture dispiacciono in sino a' cani! Ma il signor Fulvio è quasi stato autore de' suoi proprii disgusti, e non s'averà da dolersi né di Scapino né di me, quando si vedrà privo di quella schiava.

SCENA UNDECIMA

lavinia, e cinzio

lavinia.

Scappino m'ha detto, in isfugendo sotto voce, che Cinzio è in strada. Oh eccolo. Servitrice, signor Cinzio.

cinzio.

Ohimè m'ha veduto. Servitore, signora Lavinia.

lavinia.

Ho veduto vostra signorìa dalla finestra, e perché l'affezione, ch'io li porto, trapassa il decoro di giovane da marito, mi sono lasciata spingere dall'affetto fino a gl'estremi confini della modestia, e sono venuta qua alla porta per fargli riverenza. La priego, adunque, a prender in grado questo mio ardente affetto, e non me lo ascrivere a sfacciatagine.

cinzio.

O questo è troppo a' miei meriti, signora.

lavinia.

Forse troppo al vostro gusto, e pazienza. Se vostra signorìa vol venire in casa, mio padre ne avrà consolazione, e credo che egli abbia da ragionare con vostra signorìa per certe lettere, venute ora dal vostro signor padre.

cinzio.

Io lo so, ma ora non ho tempo di trattenermi molto, e perciò ho mandato Scappino per un mio bisogno dal signor Beltrame, perché la penuria del tempo non mi facesse commetter qualche mala creanza di lasciar il negozio, ch'io ho da trattar seco, imperfetto. E poi è cosa da non trattarsi così in isfugendo.

lavinia.

E forse non avete voluto venir in casa nostra, perché non vi è soggetto riguardevole, ma se fosse in altro luogo forse tutti gl'affari si diferirebbono. Pazienza! Ma sentite signore, tal ora si suol mirare anche ne gl'oggetti di poca stima, per conoscer da i contrarii i più meritevoli. Mirate dunque me, brutta e sgraziata, ch'io servirò per discerner meglio la bellezza e la grazia della vostra inamorata.

cinzio.

Ringrazio vostra signorìa dell'onesto modo che ella tiene in darmi del balordo. O che io ho conoscenza del bello, o no; s'io conosco il bello, conoscerò anche vostra signorìa per bellissima, e s'io non lo conosco, non occorre ch'io faci parallelo di bellezza. Vostra signorìa mi dipinge amante, e io non so d'esser tale, né oserei di presumer tanto. Io, povero scolare, privo di quei talenti che si ricercano per captar benevolenza dalle fanciulle, chi volete che sia quella che ponga cura a me? Io vado per le strade come vanno certi cagnacci che non sono da caccia, che corrono per li prati, e, per le campagne, in cambio di far preda, spaventano gl'uccelli e le salvaticine; tale a punto son io. S'io vado per le strade, in cambio di farmi amante, faccio fugir le fanciulle dalle porte e dalle finestre, e se vostra signorìa non si parte ora da me, n'è cagione l'amicizia de' nostri genitori, del resto passerei seco la medesima sorte.

lavinia.

Signore, il mio modo non è di far parer vostra signorìa di poco ingegno, ch'io non ho arte tale da sostentar il falso per vero; ma le maniere di vostra signorìa son bene per farmi parer pazza, poiché tanto stimo meritevole vostra signorìa. O forse è un modo, il vostro, di star su le difese, per levar l'occasione di corrispondere a chi v'adora e ama! Eh, signore, non bisogna dar nome di brilli ai diamanti ove sono gioiellieri, perché si offendono troppo. Io, per aver letto molto, so per scienza che cosa sono proporzioni di membri, uniti con vaghezza de' colori, e che cosa siano nobili portamenti intrecciati con le grazie. Ma sì come voi non mi conoscete atta alla distinzione del bello al brutto, così mi dovete conoscere immeritevole dell'amor vostro, e così si fa a chiarire le pazze, che troppo presumono, come son io. Anche quelli, che non vogliono prestar danari, dicono di non ne avere, o d'aver fatto un sborzo poco fa, però pazienza.

cinzio.

Vostra signorìa vuole ch'io commetta mancamento in ogni modo, o vuol ch'io tenghi lei per adulatrice, o ch'io mi confessi superbo di quelle perfezioni, ch'ella dice che sono in me, o vuol ch'io confermi d'esser ignorante a non le conoscere, o pur avaro in nasconderle, e non parteciparne a chi le merita. Signora mia, mi ponete in confusione con i vostri concetti.

SCENA DODICESIMA

fulvio, lavinia, cinzio, e scappino dietro

fulvio.

Non mi par esser vivo, lontano da Scappino. Ma ecco il signor Cinzio con la signora Lavinia. Servitore, signor Cinzio, bon pro vi faccia.

lavinia.

O sia maledetto chi ha mandato costui qua.

cinzio.

Signor Fulvio, vostra signorìa non mi tenghi né per isfacciato, né per mal creato, s'io parlo qua con la signora Lavinia, perché ho negozio col suo signor padre, e ho commissione dal mio genitore di salutarla a suo nome, ed ora cominciava a far il debito mio. Ben è vero che se vostra signorìa non sopragiongeva così presto, ch'io mi voleva rallegrar seco del matrimonio, che si tratta tra vostra signorìa e lei.

fulvio.

Bene, bene, non parliamo di matrimonio, che sono cose che maneggiano i nostri padri, e 'l Ciel sa quello che sarà, e forse la signora Lavinia gradirebbe più vostra signorìa che la mia persona.

lavinia.

Signore, perdonatemi, io avrò caro quello che 'l Cielo mi destinerà, e che concluderà il mio signor padre. Vostra signorìa mi farà grazia, signor Cinzio, di ringraziare il suo signor padre com'io ringrazio lei dello scommodo, che per me s'ha tolto.

scappino.

La fortuna ha mandato qui costui per far che quest'altro non parta mai ed io non potrò fare il fatto mio. Hem, hem.

cinzio.

L'obligo mio è di servirla, e rescrivendo farò quant'ella mi commanda.

fulvio.

Scappino mi fa cenno e credo che dica ch'io rompa con quest'occasione il parentado.

Che dite, signor Cinzio, delle cortese maniere di questa giovane, non farebbono inamorar un insensato marmo?

cinzio.

Per certo si.

scappino.

Hem.

fulvio.

E pur m'acenna.

Signore, s'io vi do noia io men'anderò.

cinzio.

I pari di vostra signorìa non aportano mai noia.

fulvio.

Par che dica ch'io dii delle ferite a costui.

Se non a vostra signorìa, forse alla signora Lavinia.

lavinia.

Il decoro mio non mi concede di trattenermi più su la porta, servitrice signori.

scappino.

Hem.

fulvio.

No no, partirò io, ch'è di dovere.

Scappino mi pone in confusione.

Vostra signorìa resti pure.

scappino.

O vengh'il càncaro alla bestia!

cinzio.

Signora, il signor Fulvio parte e io non gli voglio dar gelosia. Vostra signorìa ha veduto come era confuso, che pareva fuori di sé. Servitore.

lavinia.

Il Ciel perdoni a chi l'ha mandato qua, non poteva venir a peggior punto per me.

SCENA TREDICESIMA

scappino, e lavinia

scappino.

E ben, non vi ho dato io campo da parlare? Io ho fatto contar tre volte i soldi a vostro padre, per trattenerlo.

lavinia.

Io vi ringrazio Scappino, ma ho goduto poco il mio bel sole, perché è sopragiunta quella nuvolaccia del signor Fulvio, che m'ha privata di consolazione, onde posso dire: a pena vidi il sol, che ne fui priva.

scappino.

Chi non può quel che vuol, quel che può voglia.

lavinia.

Come sarebbe a dire?

scappino.

Che Roma non si fabricò tutta in un giorno, e, chi non vuol aver pazienza, ha poi spesse volte disgusto. Lasciatemi levar la causa, ch'io levarò poi l'effetto. Io non vi prometto nulla fin tanto ch'io non ho riscosso questa schiava. Andate in casa, e trattenete un poco vostro padre per mezz'ora che non esca di casa, acciò che non vi dia impaccio, ch'io vedrò di servirvi in piedi in piedi.

lavinia.

Volentieri. Mi raccomando, Scappino, e mi pongo nelle vostre braccia.

scappino.

E le mie braccia vi serviranno a tutto suo potere, e così ogn'altra mia cosa che vi possa dar gusto. Orsù, non vi è tempo da perdere.

SCENA QUATTORDICESIMA

scappino, e mezzettino

scappino.

O là.

mezzettino.

Chi è là? O, siete qua, sollecitatore della concupiscienza!

scappino.

Messer Mezzettino son ben disgraziato con esso voi. Che cosa v'ho mai fatto che mi fa tener da voi in così mal concetto?

mezzettino.

Non m'avete fatto nulla, perché non v'è venuto taglio, ma se la sentinella dormiva il posto era preso.

scappino.

Qual posto?

mezzettino.

E ch'innocentino! Qual posto? La schiava. Quella, ch'il vostro padrone fa seco l'amore, e che voi voresti comprar senza soldi.

scappino.

Avete torto. Il signor Fulvio l'averebbe tolta a credenza e io gli sarei stato sicurtà. Ma non senza soldi.

mezzettino.

O bella sicurtà! Voi l'averesti assicurato sopra i vostri feudi?

scappino.

Piano, ch'al mio paese ho de' beni stabili, e anche qua. Quelli del paese sono sassi tanto grossi, che non si possono movere, e i stabili di qua sono ch'io ho stabilito di far una burla ad uno, e son risoluto di fargliela, e gli la farò, se non cade il Cielo.

mezzettino.

A me non la farete certo, e stabilite quanto volete. Ma io non ho voglia di burlare, che volete da me?

scappino.

La schiava.

mezzettino.

O bello, voi siete venuto qua per farmi ridere, ma guadagnerete poco col fatto mio, ch'io non sono prencipe da donare abiti. Eh messer Scappino vogliono esser soldi! E poi non basta, perché non la voglio dar al vostro padrone.

scappino.

E perché, non ne avete ricevuto la caparra?

mezzettino.

Orsù, vaneggiate? La caparra io l'ho avuta dal signor Cinzio, e non dal vostro padrone.

scappino.

O vedete s'io vaneggio, o s'io parlo a proposito! Io sto con il signor Cinzio ed egli è che mi manda da voi a sborzarvi i soldi e a prender la schiava. Il signor Fulvio m'ha strapazzato, e io ho mutato padrone, e che sì che direte ch'anche questa è una furberia?

mezzettino.

E se, non è, non sarebbe manco giudizio temerario a dubitarne, che quando un medico va ogni giorno a casa, s'una persona stimasse che colà vi fossero infermi, non farebbe grand'errore, perché farebbe presupposto commune. Voi siete tant'uso a questi negozii aromatici, che si può dubitar, o del vostro abito, o della vostra natura.

scappino.

Veramente l'abito mio non è molto buono, e val pochi soldi, la natura poi m'inclina, come fa ad ogn'uno. Ma che dite, mi volete dar la schiava?

mezzettino.

Dove sono i soldi?

scappino.

Eccovi qua cento novanta ducati, diece n'avete di caparra, che fanno dugento, e questo è l'anello col sigillo del mio padrone. Che dite ora? che son io?

mezzettino.

O sarebbe da rider, che voi foste uomo da bene!

scappino.

Sono, e sarò sempre, e voi m'offendete a torto, ma l'esperienza vi chiarirà.

mezzettino.

Fratello, perdonatemi, faceva errore.

scappino.

Sì come fate adesso, dovevate far prima, chiarirvi, e poi dir la verità, e non parlar con presupposto di bugiarda fama.

mezzettino.

Paesano mio, ogni uomo è atto a fallare; ma da qua avanti vi terrò in buon concetto.

scappino.

Farete anch'errore del sicuro, se non lo fate.

SCENA QUINDICESIMA

scappino, mezzettino, e celia

mezzettino.

Celia?

celia.

Signore.

mezzettino.

Figliuola, dopo il tuono spesso viene la pioggia. Tuono di venderti fu quello con il signor Beltrame; ma venne la tramontana del signor Pantalone, e discacciò e la fe' sparirire; ora non vi e più scampo, ecco il vento di Levante di messer Scappino, che vi ha comprata e vi vuol menar via, lasciando me nella pioggia delle lagrime per la vostra partenza.

scappino.

Mi piace che parlate con concetti marinareschi.

mezzettino.

Eh, prattico spesso il mare, e non n'è meraviglia, ch'io m'intenda di qualche vento.

celia.

Messer padrone, ben era presaga di questa vendita, ché sono due giorni, ch'io non ho il cuore contento. Orsù pazienza, quest'è cosa, che ha da succedere, o una volta, o un'altra: voi avete bisogno di trafficare i vostri soldi, e avete ragione. Messer Mezzettino, a Dio.

mezzettino.

Ohidè, ohidè, hù hù hù.

scappino.

Orsù basta, andiamo.

mezzettino.

A Dio, cara figliuola, hù hù hù.

celia.

Messer Mezzettino, s'io v'ho dato fastidio, perdonatemi.

SCENA SEDICESIMA

birro, mezzettino, celia, e scappino

birro.

O là, alto alla Corte! Chi è messer Mezzettino di voi?

mezzettino.

Io, perché?

birro.

Togliete questa carta, io vi sequestro in mano tutto quello, che avete del signor Cinzio: danari, gioie, anelli, e in particolare una schiava nomata Celia, sotto pena di cinque cento ducati.

scappino.

Questo non è tuono, né pioggia, è tempesta, che coglie sopra la mia possessione avanti che si suonano le campane.

mezzettino.

O poveretto me.

birro.

Qual è la schiava? questa?

mezzettino.

Birrissimo messer sì.

birro.

Mandatela in casa or ora.

mezzettino.

Va' in casa figliuola disgraziata, e obedisci la signora giustizia.

scappino.

Disgraziato son io, o ch'io partecipo della disgrazia di Fulvio.

birro.

Andatevi ancor voi a farle compagnia per buon rispetto.

mezzettino.

Volentieri, o meschino io vado, a Dio Scappino.

scappino.

Adagio, e i miei soldi?

mezzettino.

Ma credo ch'i denari siano sequestrati con la schiava e con la mia persona. Non è così, messer giustiziatore?

birro.

Così è, e avertite bene al fatto vostro.

mezzettino.

No, non m'usciranno di mano al certo! Cappe, ho troppo paura della giustizia.

scappino.

Ma a che proposito la giustizia vuol sequestrare il mio, s'io non ho a far seco, né i danari sono di messer Mezzettino?

birro.

Io non so tante cose per me, ho fatto l'ordine, che mi è stato imposto. Se voi vi pretendete offeso ricorrete alla giustizia, e voi avvertite bene, se non la giustizia procederà contro di voi.

mezzettino.

No, no, che la giustizia proceda pure con pari suoi, e non mi dii fastidio a me, se bene che senza fastidio non si tratta con la giustizia, Scappino mi raccommando, manco male, che voi non perdete altro ch'i denari, ma io, meschino, che perdo la libertà, e forse anche la vita? Hù hù hù.

birro.

Ed io perdo tempo, e non vado a far la relazione.

scappino.

Ed io perdo il denaro, il credito e il cervello! O meschino, se qualche amico non mi consola, quest'è la volta ch'io fo qualche pazzia!

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

scappino

scappino.

Io non oso d'andare alla Vicarìa per intendere chi ha fatto far quel sequestro, per aver la coscienza maculata. Io sono mentito servitore del signor Cinzio, e poco reale del signor Pantalone, e non vorrei esser trovato colà, né dall'uno, né dall'altro, per non aver da inventar menzogne, e per non potergli dire la verità. Se il signor Cinzio intende il successo, vorrà rimediarvi, e non può rimediare al sequestro se non mi leva la schiava, ed eccomi più imbrogliato che mai! O, povero Fulvio, io per me credo che questo giovane sii figliuolo bastardo di Pantalone, e figliuolo legitimo della disgrazia! Quest'è stato troppo il grand'accidente! Aver la schiava pagata, esser di già fuori di casa di Mezzettino, averla io nelle mani, e perderla, quest'è cosa da far impazzare ogni galant'uomo! Il Cielo sa dove si trova adesso Fulvio. Eccolo a punto tutto allegro. O meschino, la sua letizia procede dalla fede, ch'egli ha delle mie operazioni, ma non so che far io, la mia fortuna è troppo picciola da contrastare con la sua gran disgrazia.

SCENA SECONDA

scappino, e fulvio

scappino.

Signor Fulvio, e dove andate così allegro?

fulvio.

Non in altro luogo che cercando il mio caro Scappino, per fargli parte di quell'allegrezza, che quasi mi trabocca del cuore.

scappino.

E ch'allegrezza è questa, avete forse trovato il lapis philosophorum?

fulvio.

Che lapis? Tu vai dietro alle burle! Odimi, e poi stupisci, io ho fatto quello che mai ti sapresti immaginare.

scappino.

Bisogna che abbiate fatto qualche cosa che stia bene.

fulvio.

Lo credo, ma dimmi tu prima, che facevi in casa del signor Beltrame dietro a quella giovane, quando m'accennavi?

scappino.

Un servizio per vostro conto, e perché questo?

fulvio.

Per bene, perché da quei cenni m'è sovvenuto l'invenzione d'aver il gusto, ch'io ti vo' poi narrare. Ma che dici tu, non t'intesi alla prima, quando mi facevi cenno?

scappino.

A me par di no, tuttavia ditemi, che intendeste voi?

fulvio.

O tu m'accennavi ch'io facessi questione col signor Cinzio.

scappino.

Ohimè meschino, e che avete forse fatto questione con quel giovine?

fulvio.

Non ancora, ma l'avrò posto in obligo di farla. Ma non mi facevate cenno ch'io menassi le mani con la spada?

scappino.

Non, in tanta buona ora! Accennava che dicessi ch'io non dimorava vosco più, e che m'avevate mandato via a furia di piattonate.

fulvio.

Ed io intendeva che volessi ch'io facessi rumore, e poi ch'io me ne andassi.

scappino.

Signor no, che lo faceste patir lui, per poter far il fatto mio. Ma ditemi, per grazia, che cosa avete fatto voi, ch'io moro di voglia saperlo?

fulvio.

Bene, bene.

scappino.

E meraviglia.

fulvio.

Non ti dubitare, ch'io t'avrò aiutato, se bene non t'intesi.

scappino.

Non mi potevate aiutar in altro se non col tacere e far il fatto vostro.

fulvio.

Orsù, si dà l'offizio, ma non la discrezione.

scappino.

Io non ho mai avuto intenzione di darvi altro che l'offizio, per non seminare nell'arena.

fulvio.

Dove non v'è tempo di consiglio, ogni aiuto è bono. Io ho trovato la più bell'invenzione, che si possa trovare, acciò che Cinzio non abbia la schiava.

scappino.

E che bella cosa avete voi inventato, dite caro padrone?

fulvio.

Io mi trovava creditore di quindeci ducati guadagnati sopra il giuoco a questo giovane.

scappino.

Avevate un capitale di soldi, ch'io non lo sapeva.

fulvio.

Ma è ben vero, ch'io ne restava poi da dar dieceotto al signor Domizio della Fravola.

scappino.

Mi meravigliava, che vi fusse avanzo.

fulvio.

E il signor Domizio doveva dare alquanti carlini al signor Cinzio, e aveva detto: io menerò buon i vostri a lui e faremo poi conto; e così restò il conto senza aggiustamento. Ora che pensi tu che cosa abbia fatto?

scappino.

Una delle vostre.

fulvio.

Certo, ch'io l'ho fatta, ma bella.

scappino.

Ohimè, me la fate digerire con la volontà, avanti ch'io l'abbia gustata! Ditela presto, in cortesia.

fulvio.

Io aveva inteso ch'il signor Cinzio aveva dato caparra a Mezzettino per la schiava, ma, dich'io, qua non v'è tempo da perdere! E subito sono andato alla giustizia, e in virtù di quei soldi, io ho fatto sequestrar la schiava e i denari in mano a Mezzettino, e così, tanto che si litigherà, avaremo tempo d'aver denari, e la schiava sarà mia.

scappino.

Che, siete voi, che avete mandato quel sequestro?

fulvio.

Messer sì, che dici ora? chi son io?

scappino.

Chi siete? Or ora lo direte voi, udite. Io aveva trovato invenzione col signor Cinzio d'esser partito da voi con delle busse, sono stato a riscuoter per lui dugento ducati, e aveva i denari e segnale del suo sigillo; sono stato a riscuoter la schiava, e mentre ch'io l'aveva fuori di casa per condurla nel fondico per voi, è arrivato il sequestro, e io ho perduto la schiava, i denari, il credito, e quasi il cervello. Che dite ora chi siete? Voi non favelate, ditelo, ditelo!

fulvio.

Ohimè, una bestia.

scappino.

E così restate, a rivederci.

fulvio.

E che, tu te ne vuoi andare?

scappino.

E che volete dal fatto mio? Voi sapete trovar dell'invenzioni da voi, e non avete più bisogno di me.

fulvio.

Scappino, non mi schernire per grazia, ché pur troppo mi procuro il male e le beffe da me.

scappino.

Ma caro padrone, io non so più quello che vogliate dal fatto mio! Per amor vostro, io vado invitando la berlina, lusingando la frusta, e trescando con la galera, e non vi basta, e che volete ch'io faccia salto maggiore? O certo no per adesso, son pover uomo, e se non mi volete in casa vostra non mi mancheranno padroni, io non voglio saper più di schiave, né di schiavine.

fulvio.

E ti soffrirà il cuore d'abbandonarmi nel maggior bisogno? Ho fatto errore, è vero; ma non sono entrato nella tua invenzione, è stato uno spirito, che mi è nato, di far una cosa bella da me, per aver qualche lode dal fatto tuo; ma non è riuscita, pazienza.

scappino.

Non solo non v'è riuscita, ma la vostra invenzione incerta, ha rovinato la mia certa.

fulvio.

È vero, però il danno è più mio, che tuo; poiché tu operi per mio servizio.

scappino.

È vero, ch'io opero per voi, ma il rischio è mio, e scoprendosi, come so che succederà, non potendo star celato il mal fare longo tempo, la pena tutta caderà sopra di me.

fulvio.

Orsù, qua non v'è tanto gran male, il caso non è ancora disperato, e adesso è 'l tempo d'aiutarmi. Fratello, ora si vedrà chi ha ingegno e si conoscerà chi è Scappino!

scappino.

E non ho bisogno di questi ingrandimenti io! Lasciatemi star, per cortesia.

fulvio.

Ohimè, vòi tu condannarmi a morte per così lieve errore?

scappino.

E chi vi vuol condannar a morte?

fulvio.

Se tu desisti dall'impresa io morirò, o di dolore o di disperazione. Si perdonano gl'errori di malizia a chi si pente, o vedi tu se deono perdonarsi quelli dell'inavertenza! Eh, Scappino, mi son pentito, orsù vedo che tu mi perdoni, io ti ringrazio.

scappino.

Voi ve la fate, e voi ve la dite! O siete il gran lusinghiero, andate a far il fatto vostro, di grazia, e non v'intrigate più.

fulvio.

Io vado, Scappino mio, hà hà hà!

scappino.

Voi ridete e che, mi burlate?

fulvio.

No, fratello, io rido di quella bell'invenzione, che tu hai di già trovata per consolarmi.

scappino.

Qual invenzione?

fulvio.

Quella c'hai nel pensiero.

scappino.

E ch'invenzione è questa, che voi sapete avanti di me?

fulvio.

Non la so; ma stimo così tra me, che deve esser bellissima, perché conosco il tuo bell'ingegno.

scappino.

O che vi vegna... che quasi l'ho detto! Voi v'allegrate del figliuolo maschio inanzi che sia generato. Di grazia, partitevi, se non, mi farete scordar quello che ho da fare. Gran cosa è voler bene! Io non gli so dir di no senza rossore di viso, anzi, quello che la bocca niega, il cuor promette. Di già ho pensato il modo d'aiutarlo.

SCENA TERZA

scappino, beltrame e lavinia

scappino.

O di casa!

beltrame.

Lavinia, guarda un poco, questa mi pare voce di Scappino.

lavinia.

Io vado. O Scappino! E bene, siete tornato con qualche buona risposta, o pure con qualche invenzione, per trattenermi nella solita speranza?

scappino.

Non vi dubitate, signora, ch'io non prometto se non quello che voglio fare; ma alle volte il volere è oppresso del non potere.

lavinia.

Il mio amore è una pianta, quale non è abbarbicata nel terreno della certezza, ma si mantiene, perché voi l'inaffiate di promesse, e non può dimorar gran tempo in tale stato; si consumerà anche quel poco verde della speranza e perirà, se non fate presto. Deh, per grazia, non mi fate tanto languire.

scappino.

Signora, non tutte le fortezze si prendono con assalto, alcune se ne prendono con inganni, altre con assedio e altre per danari. Io sono qua per far uno stratagemma con il vostro aiuto e ridurre le promesse in effetti. Quel poco ingegno ch'io ho lo porrò tutto in opera, ponete ancor voi il vostro aiuto, e così il negozio anderà avanti, e tra tutti due faremo qualche frutto.

lavinia.

Vedete dove vi posso aiutare.

scappino.

Il signor Cinzio è in procinto di comprar, con quei denari ch'io ho riscosso, la schiava di Mezzettino, e la potrebbe prender per consorte, io vorrei che vostro padre facesse levar un tal sequestro che ha.

beltrame.

Che cosa v'è di nuovo, messer Scappino?

scappino.

A punto ragionava con vostra figliuola di quel signor Cinzio, che fece riscuotere i denari, i quali intendo che gli vuol sprecare in una schiava, che ha Mezzettino in mano. E di già l'averebbe riscossa, se non fosse che gl'è stata sequestrata la schiava e i soldi in mano a Mezzettino, il quale, pover'uomo, è disperato per il timor grande che egli ha della giustizia, e chiede, per pietà, d'esser liberato.

lavinia.

Eh, questo giovine ha poca voglia di far bene! Ché comprar schiave? E che ne vuol egli fare? Farebbe meglio a studiare e addottorarsi, e dar gusto a suo padre. Eh, giovine senza ingegno, comprar schiave? È forse egli qualche principe? Eh mio padre farà bene che Mezzettino non contratterà con questo povero pollastraccio, che non sa che cosa sia il vivere del mondo! Vedete questa compra è una vanità, o ch'egli la compra per far boria, o per qualche inonesto amore, in qual si voglia modo è mal fatto, e mio padre non lo comporterà.

beltrame.

Ah, madonna figliuola, e che menar la lingua è questo? e che pensi ch'io non sappia parlare, ch'abbi tu da rispondere a me? che creanza è questa?

lavinia.

Signore, perdonatemi, l'onor vostro mi fa parlare. Vostra signorìa è suo tutore, è raccomandato a voi, e se il giovine commette qualche mancamento, suo padre lo attribuirà tutto alla poca custodia vostra e al poco amore che gli portate, e dirà che non averebbe fatto egli così con voi.

beltrame.

O mi pare che tu te la pigli molto calda!

lavinia.

Io? Perdonatemi, parlo per l'obligo che vostra signorìa tiene in virtù dell'amicizia con suo padre, ché del resto a me non importa nulla.

beltrame.

Non t'importa niente, eh?

lavinia.

Niente, ma la riputazione vostra vuole che non gli lasciate comprar quella schiava.

beltrame.

Questo è il punto.

scappino.

Eh, ella dice quello che la natura gli porge, e poi chi vol pensar ad altro vi pensi.

lavinia.

A punto, so che vostra signorìa ha giudizio, e che non comporterà che si effettui questa compra.

scappino.

Qui cantò Meliseo.

beltrame.

Mi sapresti tu dire da che procede che mia figliuola s'ingerisca tanto in questo negozio, parlandone con tanto affettato affetto?

scappino.

Io no. Il mio talento naturale non arriva sino dove gli rode, né dove forse gli coce questo negozio.

beltrame.

Io lo so.

scappino.

E da che viene?

beltrame.

Dall'esser lei inamorata di questo signor Cinzio.

scappino.

O mi diresti ben di novo.

beltrame.

È così al sicuro. E che ciò sia vero, sta' ad udire, ch'io la voglio far uscir fuori da sua posta.

scappino.

Starò ad udire.

beltrame.

Veramente tu dici bene, figliuola, se questo giovine facesse qualche sproposito, suo padre potrebbe dar la colpa alla mia mala custodia.

lavinia.

E del certo.

beltrame.

Ma è ch'io temo di peggio, con questo giovine. Mi vien detto che ogni notte egli va vagabondo, ove potrebbe, una volta o un'altra, tornar a casa non molto sano, poiché l'andar di notte in comitiva fa che l'uno facci insolente l'altro; ma voglio rimediarvi.

lavinia.

Farete molto bene.

beltrame.

Io non voglio che egli stia più in quell'alloggiamento con quegl'altri scolari, perché vedo che porta pericolo, e com'uno è buono vien burlato da gl'altri; e, tal volta, si fa quello di che non s'ha voglia, per aderire a gl'altri. Però io lo voglio tirar in casa nostra ad alloggiare.

lavinia.

O questo sì, che sarebbe bene.

beltrame.

Hà hà, che dici.

scappino.

Io dico che sarà anche bene, perché vostra figliuola saprà poi quando sarà dentro, e quando sarà fuori di casa, se qualche persona ne addimanda.

beltrame.

Ma che camera gli daremo noi? quella che è vicina alla tua sarebbe commoda?

lavinia.

Commodissima.

scappino.

Al manco questa non è noce da far cadere con le pertiche, ché se ne viene da sua posta.

beltrame.

E non, ché v'è quel pergolato, che lieva il lume. E poi è tanto vicino alla tua, che ti darebbe fastidio il sentirlo studiare, perché gli scolari si levano a buon'ora.

scappino.

Io credo che non gli darebbe fastidio manco se si levasse a mezza notte, non è vero?

lavinia.

A me no, ch'io ho il sonno tanto profondo, che non mi destarebbe manco il tuono. Mi copro, e poi, buona notte pagliariccio!

scappino.

Quest'è il bello: star coperta e lasciar fare a chi ha da fare.

beltrame.

Sarebbe più commoda la tua; ma mettere due letti in quella camera l'ingombrarebbe troppo, che dici?

lavinia.

O gli rinunziarò la mia camera, che s'accomoda.

beltrame.

Io non ti voglio levar dal tuo luogo.

lavinia.

In camera meco, signor padre.

beltrame.

Eh, perché è tanto modesto.

lavinia.

Per certo sì, ma non è già nostro parente da tirarlo nella propria camera. Se bene che vostra signorìa l'ama da figliuolo, io non credo, però, che fusse lecito; ma tuttavia fate voi.

scappino.

Eh, presupporre che vi sia fratello, e accettarlo per quel fratello, caro e amato.

beltrame.

Che dici?

lavinia.

Io non porrei mai la lingua in tal negozio.

scappino.

Ned'io tan poco.

beltrame.

Hà, sfacciata senza ingegno, e dove ti lasci tu portar dal senso?

lavinia.

E perché mi sgridate?

beltrame.

Ti pare bella cosa acconsentire ch'un giovine forestiero venga in casa d'una giovane da marito? e che vorresti tu che dicesse il vicinato, di'?

lavinia.

Ma vostra signorìa me lo proponeva, e io mi fidava del giudizio vostro, e condiscendeva, perché sono obediente.

beltrame.

Diceva così per provarti.

scappino.

O questo, è provare un gatto affamato, se sa far la guardia al lardo.

lavinia.

Ma, e perché provarmi? Ben può, vostra signorìa, anche farmelo condurre nella camera, ché a voi sta il fare che sia lecito. So che vostra signorìa m'intende.

scappino.

O notta dotto.

beltrame.

Va' in casa.

lavinia.

Anderò, signore, ma...

beltrame.

Zitto, abbassa quegl'occhi, e va' in casa. Che ne dici Scappino?

scappino.

Dico, che mi par ch'ella porta affezione a quel giovine, e che non è gran cosa che abbia condesceso a tirarlo in casa, poiché nelle città come è questa, vi sono delle case, che vi stanno due e tre famiglie, ove spesso vi sono gioveni e giovinette. Ella è sdrucciolata un poco nella camera vicina, ma se l'ha passata bene, con dire potete far che sia lecito, volendo dire: fate che mi sia marito. Orsù, signore, fate di lei quello che vi par meglio. Ma in tanto vostra signorìa vada un poco a far levar quello sequestro. Servitore di vostra signorìa.

beltrame.

Così farò.

SCENA QUARTA

beltrame e mezzettino

beltrame.

O di casa!

mezzettino.

Chi è là?

beltrame.

Amici.

mezzettino.

Che amici?

beltrame.

Sono Beltram, o là, che voce languida è questa? Messer Mezzettino, una parola.

mezzettino.

Perdonatemi, messer Beltrame, non posso uscire.

beltrame.

E che, avete le mani in pasta?

mezzettino.

Sto in modo che non mi posso muovere.

beltrame.

E che cosa avete?

mezzettino.

Cosa tale, che non posso venire.

beltrame.

E che, siete storpiato?

mezzettino.

Peggio, signore.

beltrame.

Ma in buon'ora, fate ch'io sappia, almeno, quello ch'avete.

mezzettino.

Sono sequestrato.

beltrame.

Come sequestrato? Siete sequestrato in casa?

mezzettino.

Non so. So bene ch'io son sequestrato tutto.

beltrame.

Aprite la porta e non uscite voi, se siete sequestrato in casa.

mezzettino.

Ma credo che sia sequestrato anche la porta.

beltrame.

O mi fate ridere, voi siete ben balordo, e come si sequestrano le porte?

mezzettino.

Eccomi. Ma avertite, che s'io cado in pena alcuna, che ne siete cagione voi.

beltrame.

Ove è il sequestro?

mezzettino.

È qui, in scarzella.

beltrame.

Mostratemelo un poco.

mezzettino.

Come mostrarlo, s'egli è sequestrato?

beltrame.

O questa sì che è da scemo: il sequestro è sequestrato anch'egli. Siete così ignorante, o pur fate il balordo per qualche vostro interesse?

mezzettino.

Io non sono mai stato in questo intrico, mio padre morì disgraziatamente per giustizia, e io con l'esempio suo mi sono avilito in modo che, vedendo i Birri, mi pare esser legato.

beltrame.

E come morì vostro padre?

mezzettino.

Lo strozzorono per aver fatto la sentinella.

beltrame.

Doveva aver fatto qualche segnale al nemico, o passato qualche accordo seco.

mezzettino.

Anzi, ché fu impiccato per esser troppo fedele.

beltrame.

Io ciò non intendo, se non parlate più chiaro.

mezzettino.

Faceva la sentinella mentre che certi suoi compagni rompevano una bottega, accioché la Corte non sopragiongesse. E uno, invidioso del ben altrui, gli diede la querela; e per far servizio al suo prossimo, fu col prossimo mandato in Picardia.

beltrame.

Veramente queste sono certe carità, che non chiedono altra ricompensa. E voi, che cosa avete fatto?

mezzettino.

Niente di male, ch'io sappia, e per niente son ridotto a questo passo. Hù hù hù.

beltrame.

Non piangete, siete voi così pusilanimo! È vergogna, un uomo come voi siete, pratico del mondo, dare in queste bassezze!

mezzettino.

Do nelle bassezze per tema di dare nell'altezze e rimaner in aria. È una mala cosa l'esser stato pronosticato a far il fine del padre e cominciare la giustizia a venirmi in casa. Il mal comincia spesso dal poco, e quel poco s'avanza tanto, che tira le persone alla morte. La giustizia ha cominciato, non so dir altro.

beltrame.

Mostratemi, di grazia, questo sequestro.

mezzettino.

Toglietelo voi fuori di scarzella, ché io non voglio preterire l'ordine della signora giustizia. Ma avertite a quello che voi fate.

beltrame.

Lasciate la cura a me. «De mandato Magnae Curiae Vicariae» ...

mezzettino.

Chi ha mandato alcuna vigliacaria?

beltrame.

A proposito! Non dice vigliacheria, dice: d'ordine della gran Corte della Vicarìa. Non sapete che cosa è Vicarìa, in Napoli?

mezzettino.

Signor sì, dove sono gl'incarcerati. Ed ecco che questo è un principio di disgrazia, o Cielo, aiutatemi!

beltrame.

Fermatevi. «Ad instantiam domini Fulvi de Bisognosis»...

mezzettino.

Signor no, signor no, io non ho fatto instanza al signor Fulvio, è lui, che voleva la mia schiava. Il signor Pantalone ha torto a mandarmi la giustizia a casa.

beltrame.

Piano, piano, ch'il signor Pantalone non vi fa torto, né dice che abbiate fatto instanza al signor Fulvio. «Sequestretur omne per illud, quod reperitur penes domino Mezzettino»...

mezzettino.

Io non ho raparito, né rapito, né penne né pennacchi a nissuno; la giustizia è mal informata.

beltrame.

Tacete, in buon'ora, ché non parla né di rapire, né di rubbare! «Uti bona pertinenza al dominum Cinthium Fidentium»...

mezzettino.

Non è vero, io non ho fatte impertinenze al signor Cinzio, io gl'ho parlato sempre con ogni riverenza.

beltrame.

Se voi non avete pazienza, non la finiremo mai! Non intendete e però tacete! «Scolarem Beneventanum videlicet aurum, et argentum»...

mezzettino.

Sono dugento ducati d'oro, e io non ho argento suo. E non l'ho rubati, ché sono per il ricatto della schiava.

beltrame.

In buon'ora! «Et in specie»...

mezzettino.

Io non ho spezie.

beltrame.

Non parla di vostre spezie. Achetatevi, dico! «Mancipiam unam captivam»...

mezzettino.

Io non ho manco sepie cattive, né pesce buono.

beltrame.

O siete impaziente! «Cum declaratione, quod ipse non possit amplius eam retinere, neque possidere»...

mezzettino.

Ch'io non possa più sedere? Ohimè son rovinato, o meschino, è impossibile ch'io possi star sempre in piedi!

beltrame.

O pazzo, non dice che non possiate sedere, dice che non possi possedere, «neque in pedibus»...

mezzettino.

Né anco in piedi? O povereto me, son morto!

beltrame.

Voi mi volete far perdere la pazienza! Fermatevi, in buon'ora, ché starete sentato, in piedi, come vorrete voi. «Ut dicitur alienum constituere, et quod fieret in contrarium fiat frustra».

mezzettino.

O questa sì, ch'io l'ho intesa, e non me la imbrogliarete. Contrarium frustra vuol dire che mi frusteranno per le contrade.

beltrame.

Voi mi volete far morir di ridere! O che voi dubitate de' vostri meriti, o ch'interpretate a forza di paura.

mezzettino.

E signore, voi non volete esser quello che mi dia la cattiva nova! Ma io intendo per discrezione.

beltrame.

O se v'intendeste tanto di mangiare, non occorrebbono maestre da torte, o musiche da macaroni! Datevi pace, e abbiate pazienza ch'io legga il tutto. «Et haec sub pena ontiarium auri centum»...

mezzettino.

Che mi vogliono ongere in cento?

beltrame.

A proposito, le onze d'oro sono un valor di moneta, e credo che sia cinque ducati d'oro un'onzia. «Regio Fisco applicandarum»...

mezzettino.

Che mi vogliono appiccare al fresco? O poveretto me! O mia madre, che trista novella intenderete dell'unico vostro figliuolo! Almanco si potesse saper perché.

beltrame.

Eh quietatevi, che non vuol dir così, no?

mezzettino.

Eh, apicandarmi, ho inteso benissimo.

beltrame.

Applicandarum, dice, e non apicandarum: da applicarsi al fisco, da dare alla Corte, intendete? «Registrum per publicum Notariorum Mosettinus Calera».

mezzettino.

O questa non si può già dir più chiara: Mezzettino in galera.

beltrame.

Maidesì, voi diventarete pazzo tra la vostra interpretazione e la vostra paura. Mozzettinus vuol dir Moisè in diminutive, come Battista Battestino, Carlo Carlino, e Calera è una casata spagnuola.

mezzettino.

Io non voglio mai andar in Spagna, per l'augurio di tal casata! Ma in che linguaggio è scritta quella carta?

beltrame.

In latino.

mezzettino.

Deve dunque venir questo sequestro dal paese de' Latini, e io non so dove sia.

beltrame.

Il paese de' Latini è l'Italia e il sequestro è fatto qua, nella Vicarìa di Napoli.

mezzettino.

Ma a che proposito colui va scrivere in latino, se gli è italiano e lo manda ad un italiano? Questo è uno sproposito o un inganno.

beltrame.

E no, fratello, è un costume così fatto, per rispetto de gl'altri paesi.

mezzettino.

Orsù, non so come si sia, basta. Ma ditemi, se vi piace, che contiene questo sequestro?

beltrame.

Che voi non diate né denari, né robba, né schiava, al signor Cinzio, fino che egli non abbi sodisfatto il signor Fulvio d'un non so che danari che deve avere.

mezzettino.

E non altro? E non v'è pericolo né di frusta né di galera?

beltrame.

No poveretto.

mezzettino.

Or sia lodato il Cielo, mi sento ora così leggiero, che mi pare di caminar per l'aria; io voglio far un salto d'allegrezza!

beltrame.

Venite meco, ché io voglio far levar il sequestro.

mezzettino.

Che siate voi benedetto! Ma non v'è già pericolo ch'io già contrafacci a gl'ordini della signora giustizia, no?

beltrame.

No fratello, venite alla Vicarìa, ch'io vi voglio anche far fare un precetto in faccia.

mezzettino.

A che proposito mi volete far guastare la faccia? Io non vo' nulla in faccia, voglio il mio viso intato, o bello o brutto che sia.

beltrame.

Io non vi voglio guastare la faccia. Voglio farvi far un commandamento, che non debbiate contrattare più col signor Cinzio, e che ogni contratto resta invalido. E dico in faccia, cioè senza mandar scritture a casa.

mezzettino.

A mano a mano non potrò trattar con niuno! Il signor Pantalone non vuole ch'io contratti con suo figliuolo né con Scappino, vostra signorìa con il signor Cinzio; che sì che mi converrà presto presto partir da Napoli.

beltrame.

Il contrattar con figliuoli di famiglia è pericoloso ed incerto. Venite meco, andiamo.

mezzettino.

Vengo, ma andate adaggio, ché m'è rimaso un poco di reliquia di sequestro in questa gamba, che mi tiene l'andar veloce. Orsù, passa, passa.

SCENA QUINTA

fulvio, cinzio, spacca, pantalone, e scappino facendo questione

spacca.

Fermatevi, fermatevi.

cinzio.

A me quest'affronto?

pantalone.

Fermatevi, signor Cinzio.

scappino.

Fermatevi, signor Fulvio.

pantalone.

Fermatevi, dico, abbassate l'armi e ditemi la cagione della vostra rissa.

cinzio.

Io mi fermo, ma vostro figliuolo s'è portato male con me.

pantalone.

Che cosa v'ha egli fatto?

cinzio.

Io aveva sborsato dugento ducati per comprare una schiava ed egli me gli ha fatti sequestrare per quindeci ducati, ch'egli pretende da me, ma non è vero.

pantalone.

Che danari hai tu d'avere da questo gentil uomo?

fulvio.

Quindeci ducati, ch'io gli vinsi al gioco l'altro giorno, e non me gli vuol dare.

cinzio.

Il signor Domizio ve gl'ha fatti buoni sopra dieci otto, che voi gli dovete dare a lui.

fulvio.

Io son uomo da pagar i miei debiti, senza che niuno li paghi per me.

cinzio.

Pagateli, dunque, e levatemi di parola col signor Domizio, ch'io pagherò poi voi.

pantalone.

Fermatevi, caro signore, per grazia! E tu vai al giuoco? e ti ha dato l'animo di giocare quindeci ducati? O forfante! E poi vai a far fare un sequestro ad un tuo amico, che non ti deve dar nulla? e di più, por man all'armi contro di lui? O scelerato!

fulvio.

Signore, io l'ho fatto per ben suo. Ho fatto far quel sequestro non tanto per il danaro, quanto perch'egli non getti i soldi del suo dottorato in una schiava, e acciò ch'egli non dii disgusto a suo padre con queste sue leggierezze.

pantalone.

O che possi tu crepare, tu vòi regolare le case altrui? Tu vòi dar precetti di economica? Vati regola tu, bestia senza ingegno, che non sai dove abbi il capo. O guarda chi compassiona il disgusto del padre de gl'altri! Uno che continuamente trasgredisce gl'ordini paterni! Signore, io vedo, per il mio conoscere, che ella è più prudente assai, che l'età non ricerca, e perciò oserò di pregarla di condonnare il mancamento, fatto da mio figliuolo, alla passione che forsi egli ha di quella schiava.

cinzio.

Io sono qua per registrare il mio potere al libro del vostro volere, io gli rimetto ogni offesa come non ricevuta, e iscuso nel signor Fulvio quello che averei caro che fusse iscusato in me.

pantalone.

Vostra signorìa mi favorisca di dargli la mano in segno di pace, e poi si compiaccia di venir meco alla Vicarìa, ch'io gli farò levar il sequestro.

cinzio.

Signor Fulvio, io non vorrei che l'amor di quella schiava vi facesse dimenticare l'amicizia nostra.

fulvio.

O questo no mai! Ma il presupposto, ch'io ho fatto del vostro utile, m'ha fatto transcorrere tanto oltre. Però vostra signorìa mi iscusi.

cinzio.

Signore, vi sono servidore, e so che quello ch'avete fatto lo conoscete, e ciò mi basta.

scappino.

Signore, avete inteso come è stato il negozio; se non era il signor Fulvio io menava la schiava a casa.

cinzio.

A casa di chi? del signor Fulvio?

scappino.

Di vostra signorìa.

cinzio.

Orsù, torna pure col tuo padrone, ch'io t'ho posto in opera a bastanza.

scappino.

Come commanda vostra signorìa.

pantalone.

Che cosa vi dice colui sotto voce? Vostra signorìa non se ne fidi molto, poiché egl'è il turcimano di mio figliuolo.

cinzio.

Me ne vado assicurando.

SCENA SESTA

spacca, scappino, cinzio, celia, alla finestra, e beltrame [pantalone]

pantalone.

Amico, vi ringrazio del cortese officio che avete fatto, col porvi di mezo a questi giovani.

spacca.

Vi sono servidore, patron mio.

pantalone.

E tu, va' a ritrovar or ora un fabro, e fa' porre una toppa o serratura a questa porta davanti il fondaco, ch'io non voglio che tu dorma più in quelle camere per guardia di quelle robbe vecchie, ch'io voglio levar la commodità di far contrabandi la notte a mio figliuolo.

scappino.

O vostra signorìa mi comincia a circoncidere il credito.

pantalone.

No no fratello, il fidarsi è da galant'uomo, e il non fidarsi è da uomo prudente. Tu hai troppa simpatia con mio figliuolo, e non vorrei che si facesse lecito, con la scusa della gioventù o dell'amore, qualche cosa che urtasse nel supposito e che ne cagionasse poi un maggiore in me. Fa' far quello ch'io ho detto quanto prima.

scappino.

Or vado.

pantalone.

E tu vien meco a far levar il sequestro. Signor Cinzio, vi piace di venir ancor voi.

cinzio.

Io vado a dir una parola ad un mio amico, e poi mi troverò anch'io verso la Vicarìa, servidore. Mi è parso di vedere la schiava alla finestra, io voglio star in agguato per questi contorni, e vedere s'io potessi scoprire qualche adito a' miei contenti.

celia.

O galant'uomo! Qua, qua, guardate ad alto.

spacca.

Questa non parla meco, e se parla meco non mi conosce.

celia.

Messere, qui, qui.

spacca.

Ah signora, che mi commandate?

celia.

Conoscete messer Scappino, servitore del signor Fulvio Bisognosi?

spacca.

Signora sì.

celia.

Fatemi un piacere, per grazia, ditegli che quando egli avrà trovato un magnano, che venga qua d'intorno, perch'io voglio che mi faccia aprire questa camera, accioché io possa andare seco dove egli sa; ma che stii alerta che Mezzettino non sia in casa, intendete?

spacca.

Io vi servirò volentieri.

celia.

Non farete piacere ad un'ingrata; mi raccomando.

spacca.

O quest'è un altro imbroglio, costei vol fugirsene con Scappino. O se la giustizia se n'avvede, overo che Mezetino ne dia querela, eccoti Scappino in transito di galera.

cinzio.

Io leverò il pericolo a Scappino, io sono innamorato di questa giovane e io mi travestirò da fabro e la levarò di quella casa, poiché la giustizia non potrà procedere contro di me, come farebbe

FINE

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