L’inferno

 


Un atto

di Tullio PINELLI

da IL DRAMMA n. 266

del 1 Giugno 1954

LE PERSONE

UN SIGNORE

QUATTRO INSERVIENTI, che parlano

ALTRI INSERVIENTI

DUE SIGNORI, che sembrano parlare

GLI ALTRI MORTI

I DANNATI

* Copyright by Tullio Pinelli.


(La scena occupata quasi per intero da una vasta stanza grigia, assai simile, ma non uguale, a un ristorante di terza classe in una stazione di provincia. Ci sono molti tavolini apparecchiati; ma non ci sono i consueti mobili di servizio; n le alzate della frutta; n i cibi in mostra. Si entra per una porta che sembra a vetri, ma non sono trasparenti, posta in fondo, nell'angolo di sinistra. A destra, avanti, nello spazio di scena che non occupato dalla sala, vi un ascensore. La cabina aperta; ferma. immersa nel buio, e la si vedr solo quando verr illuminata. Nella sala ristorante, luce grigiastra, opaca, quieta. La stanza deserta. Si sente una specie di lamentoso fischio ovattato, che ricorda il fischio di un treno. Poi la porta del fondo si apre, ed entra senza far rumore una folla di uomini e donne. Non sono vestiti tutti nello stesso modo, ma son tutti in abiti grigi, di diversi toni. Li precede di qualche passo, pure essendo uguale agli altri, un uomo sui cinquant'anni, vestito trascuratamente in grigio, come gli altri, con la barba mal rasata e l'andatura sciatta. Si ferma e si volge a guardare coloro che lo seguono. Nessuno gli fa attenzione. Tutti si disperdono nella vasta sala; si sente appena il loro scalpiccio come se avessero scarpe di lana. Prendono posto in silenzio, compostamente, ai tavolini. Quando tutti sono seduti, il Signore, un po' smarrito, si dirige all'unico posto rimasto vuoto, ad uno dei tavolini in primo piano, e vi si siede. Profondo silenzio, nell'immobilit generale. Soltanto il Signore non cessa di guardarsi intorno, se pure con molta cautela. Una voce che viene da qualche cosa come un altoparlante invisibile, ma ovattata e lenta, prende a dire, ad un tratto).

Voce Quelli cui saranno serviti gli spinaci, vanno all'inferno. (Una pausa) Quelli cui saranno serviti gli spinaci, vanno all'inferno. (Pausa) Quelli cui saranno serviti gli spinaci, vanno all'inferno.

(Di nuovo silenzio. Per ora non succede niente. Il Signore ha ascoltato attentamente; poi ha cercato le reazioni dell'annuncio sui volti dei suoi tre commensali. Nessuno dice niente; tutti restano con gli occhi fissi nel vuoto o chini sui piatti vuoti. Il Signore si fa coraggio. Si rivolge al sito vicino e chiede a mezza voce, un po' inquieto e insieme con una curiosit quasi infantile).

Il Signore E a noi, cosa ci daranno?

(Si vede che l'interpellato risponde qualcosa, ma non muove le labbra, e non se ne sente la voce. Il Signore tace qualche istante, poi riprende, sempre a mezza voce, e rivolto genericamente ai suoi commensali).

Il Signore(con un leggero ammiccamento) Dico la verit, mi seccherebbe che ci dessero male da mangiare.

(Gli altri restano muti e impassibili. Il Signore li guarda tutti e tre, a turno. Finisce per rivolgersi d nuovo al primo, chiedendo a mezza voce sempre con un misto di inquietudine e di petulanza)

Il Signore Lei lo immaginava cos, il purgatorio?

(Di nuovo l'interpellato risponde qualcosa che non si sente)

A me sembra che ci sar qualcos'altro.

(Torna a guardarsi intorno, con un'inquietudine un po' pi marcata)

Non si vede nessuno.

(Segue un silenzio. Nessuno si muove, nessuno parla. Il Signore sembra improvvisamente rendersi conto di qualcosa che lo impressiona. Si rivolge al solito commensale, e a voce pi bassa)

Ha sentito? C' qualcuno che deve andare all'inferno.

(Si guarda attorno con nuova curiosit, allungando il collo, come per scoprire tra la folla grigia e muta, i dannati. Non vede niente di particolare. Si rivolge al primo commensale scuotendo il capo e stringendosi nelle spalle).

Il Signore Dalle facce, non...

(Si interrompe, per un pensiero improvviso; guarda in silenzio attentamente, le tre facce che ha davanti, con palese inquieto sospetto. Le tre facce restano impassibili. Egli si riprende, termina a mezza voce, con malcelato disagio)

Dalle facce, non si capisce.

(Pausa. Un disagio sempre pi profondo sta guadagnando ili Sonore. Sogguarda ancora gli altri tre; si getta una cauta e sospettosa occhiata alle spalle; poi prende a dire, come parlando a se stesso).

Il Signore Questo per dev'essere un sogno.

(Si passa una mano sulla fronte. Breve silenzio)

Prima di tutto, l'inferno non esiste; e poi io non mi ricordo di essere morto. (Breve silenzio) Adesso provo a toccarmi. Se non mi sento, vuol dire che sto sognando. (Ci ripensa; mormora, con una certa angoscia) Ma anche se fossi morto, non mi sentirei... (Profondamente disgustato) Non si dovrebbe mai sognare. A che serve? La vita vera un'altra cosa.

(Improvvisamente sentenzioso, quasi a voce alta)

La vita assolutamente concreta. (Ripete, soddisfatto di s) Assolutamente concreta.

( rinfrancato, ma non completamente. Si guarda attorno con maggiore sicurezza)

Potrei anche andarmene. Cosa sto a farci, qui, io? Con tutto il lavoro che ho!...

(Come ricordando improvvisamente qualcosa)

Aspetta!... Devo avere gi sognato qualcosa di questo genere. Qualcosa che non finiva mai... Cos'era? Il mare? No. Che volavo? No. Cos'era? (Concreto, convinto) Del resto, perfettamente logico, chi riceve gli spinaci va all'inferno; ma l'inferno non c', quindi posso andare via. (Questo ragionamento lo rassicura completamente) Tanto qui non succede niente.

(In fondo, a destra, alle sue spalle, una parte della parete si apre silenziosamente come una porta scorrevole. Dall'apertura, donde viene una luce grigia, entrano nella sala senza far rumore diversi uomini in tuta grigia. Recano dei vassoi e si disperdono fra i tavolini facendo l'atto di servire coloro che stanno seduti. Il Signore non si volta, e non li vede. Continua, in tono di autocompiacimento)

Io riesco sempre a farla franca; me la son sempre cavata. Alla peggio, se qualcuno vuole fermarmi, mi metto a volare. La gente non sa che basta fare un salto e non lasciarsi ricadere.

(Si rivolge ai suoi tre commensali, i quali, come tutti gli altri intorno, stanno compiendo, da qualche istante, gli atti di chi mangia, nel pi profondo silenzio).

Il Signore(a mezza voce, in tono di intesa) Io adesso me ne vado. (Ammicca furbescamente) Se qualcuno mi cerca...

(Muove rapidamente le dita davanti alla bocca, stringendosi nelle spalle)

Capito?

(Accenna un saluto. Nello stesso istante un inserviente depone davanti a lui, sul tavolo, un piatto di spinaci; e si allontana. Il Signore si immobilizza. Guarda a lungo gli spinaci in silenzio. Rialza lo sguardo, lo volge attorno; un po' sconcertato, ma anche pi irritato. Fa un cenno d richiamo ad uno degli inservienti, che subito si accosta. Il Signore gli indica il piatto che ha davanti).

Il Signore Cosa sono?

L'Inserviente(con voce atona, grigia) Spinaci.

(L'inserviente si allontana. Il Signore torna a guardare gli spinaci. Poi fa un cenno di richiamo, pi vivace, ad un altro inserviente. Anche questo si accosta e si ferma, come il primo).

Il Signore(gli indica il piatto, e dice, in tono di stupore risentito, incredulo) Spinaci?

(L'inserviente fa un cenno di assenso)

Senta, c' un errore. Io mi chiamo Enrico Dematteis. Faccia il favore di controllare.

(L'inserviente fa un cenno di assenso, avviandosi)

Pu portarli via subito. uno sbaglio.

L'Inserviente(con la stessa voce atona del primo) Dopo.

(L'inserviente si allontana. Il Signore resta a guardare il piatto di spinaci. Guarda nei piatti dei suoi commensali; poi gira attorno lo sguardo, sugli altri tavoli, per vedere se qualcun altro abbia gli spinaci. Si alza a mezza sedia, allunga il collo. Non vede altri spinaci. un po' smarrito. Finalmente, quasi alle sue spalle, scopre un altro signore, che ha davanti a s gli spinaci. Questo gli d un senso di sollievo. Fissa quell'altro con insistenza; gli sorride, evidentemente cerca di solidarizzare. Infine, gli fa un cenno con la mano, indicando il piatto che quello ha davanti, e poi il proprio).

Il Signore(con un tono di sgomento malcelato e di ostentata sicurezza scherzosa) Spinaci?

(L'altro risponde qualche cosa che non si sente)

Anch'io. Ma uno sbaglio, adesso me li cambiano.

(Breve silenzio. Il Signore osserva con molta curiosit, non esente da una certa inquietudine, quell'altro che sta mangiando in silenzio, a occhi bassi)

E lei li mangia?

(L'altro fa un lieve cenno e seguita a mangiare)

Non glieli cambiano, a lei?

(L'altro sospende per qualche istante di mangiare, e dice qualcosa. Il volto del Signore esprime un improvviso turbamento ancora incredulo. Tace qualche istante poi)

Lei? All'inferno?

(Lunga pausa; il Signore, che stava tutto girato all'indietro, torna a volgersi adagio, turbatissimo verso il suo piatto di spinaci. Lo guarda in silenzio. Poi, con voce un po' stonata, chiede a quell'altro volgendosi a mezzo).

Il Signore Che gusto hanno? Qualche gusto speciale?

(Breve risposta muta di quell'Atro. Il Signore tace qualche istante; si passa il fazzoletto sul volto; dice, con un senso di irritazione e di angoscia a se stesso) Maperch mi spavento? Queste cose non mi riguardano, sono tutte frottole.

(Si volge di nuovo, quasi di scatto, a quell'altro)

Come, all'inferno? L'inferno... inferno... Quello che non finisce mai? (Molto turbato) Lei ci crede?

(Con un nuovo scatto di ribellione e di fastidio angosciato, a se stesso)

Io sto sognando. L'inferno non esiste. Non esiste. Non esiste. (All'altro) Senta, io non li mangio soltanto per principio, perch non mi toccano. Anzi, mi piacciono, con olio e limone. Altrimenti li mangerei. Io non mi sono mai occupato di queste cose, ho altro da fare, ma all'inferno non ci ho mai creduto, neppure da bambino. Non ci crede pi nessuno, assurdo. Io non sto nemmeno a chiederle che cosa ha fatto, lei. Qualunque cosa abbia fatto, non colpa sua. sempre colpa di qualcosa o di qualcuno, lo sanno tutti. Mangi tranquillo, e non ci pensi. Glielo garantisco io.

(Si mette una mano sul petto e ripete a voce alta, rivolto alla sala)

Lo garantisco io!

(Un inserviente si ferma accanto al Signore).

L'Inserviente(sempre con voce atona) Ho chiesto. (Indica il piatto) Dice che va bene cos.

(Breve silenzio).

Il Signore Va bene cos?

(L'inserviente fa cenno di assenso e si allontana. Pausa. Un disagio angosciato sta guadagnando il Signore. Mormora tra s)

Devono avermi impressionato quando ero bambino. Un complesso. Non dovrebbero insegnare certe cose ai bambini. Per quanto, a me non ha mai fatto paura, non ci ho mai creduto.

(Fa un cenno di richiamo all'inserviente, che gli si accosta).

Il Signore(con tono di ostentata sicurezza) Senta. Io mi chiamo Enrico Dematteis. C' sicuramente un errore. Non possibile. Telefoni, chieda meglio.

(L'inserviente fa un cenno di assenso, il Signore lo trattiene, con malcelato affanno, insistendo)

Senta... (Suadente, propiziatorio) Guardi, che l'inferno non c'. A me non importa, perch tanto so benissimo che tutto questo non vero, ma lei che una persona intelligente dovrebbe capirlo.

(Cerca di fargli prendere il piatto degli spinaci)

Li prenda, senta, li porti via. Non mi toccano.

(L'inserviente ascolta immobile e impassibile; il Signore, con ansia crescente, ma sempre nel tono fintamente dimesso di chi vuoi convincere un superiore, continua)

Non le pare? Una cosa cos importante, dovrei saperla soltanto adesso? Se la gente non ci crede, una ragione c'. Tra uomini ci si intende sempre, tutto si aggiusta...

(Lo prende, con ostentata confidenza, per un bottone della tuta)

Lei deve assolutamente darmi ragione.

(Accentuando i toni dimessi e umili) Io ammetto, guardi, un castigo, anche lungo. (Ammicca, con un servile tentativo di complicit) Per me, io le mie, modestamente, le ho fatte. Ma l'inferno!... Nemmeno pi i preti hanno il coraggio di dirlo.

(Pateticamente, giocando sulla commozione, ma con un'angoscia autentica, che lo porta ad autocommuoversi puerilmente)

Che cosa pu aver fatto, un povero disgraziato, per meritarsi una cosa simile? Uno vive cinquantacinque anni e poi soffre per sempre! Con tutti gli affanni, con tutta la fatica che bisogna fare per tirare avanti!...

(Quasi piangendo) Non umano! (Ripete, fortissimo, rivolto alla sala) Non umano!

(E continua, in tono oratorio, a voce alta, dimenticando l'inserviente)

L'uomo non ne ha colpa! In tutti c' qualcosa di buono! La colpa della societ!

(La voce di nuovo gli trema per la commozione sgangherata, bench seguiti ad arringare la sala silenziosa)

La colpa della societ!... La colpa dei genitori!... La colpa degli istinti!... Non umano, l'inferno!... Non umano!...

(Da qualche istante tutti quelli che stavano seduti ai tavolini si sono alzati silenziosamente, avviandosi verso il fondo. Sembra che nessuno senta ci che il Signore dice. Il Signore rimane isolato. Si guarda attorno. Guarda gli altri che se ne vanno. Un gelo di terrore lo sta guadagnando).

Il Signore(tra s) Io non voglio aver avuto gli spinaci. Tanto un sogno, dipende solo da me, posso fare come se non li avessi avuti.

(Il Signore si alza e si accoda agli altri, che incominciano a uscire per la grande porta donde sono entrati i camerieri. Il Signore li segue. Un inserviente lo ferma).

L'Inserviente Scusi. Lei ha avuto gli spinaci.

(Il Signore, ha un attimo di smarrimento. Si riprende subito. Ammicca all'inserviente, gli indirizza dei cenni d'intesa, traendo di tasca del denaro e cercando di farglielo scivolare in mano. L'inserviente impassibile, ripete)

Ma lei ha avuto gli spinaci.

(Il Signore non risponde subito. L'angoscia lo strozza. Rimette in tasca, meccanicamente il denaro).

Il Signore(con voce alterata) S, ma si tratta di uno sbaglio. Tant' vero che non li ho mangiati. Io mi chiamo Enrico Dematteis.

L'Inserviente Adesso vediamo.

(Tutti ormai sono spariti. Sta per uscire anche l'inserviente. Il Signore si guarda attorno con angoscia).

Il Signore E quell'altro? Dove andato?

L'Inserviente gi sceso.

(L'inserviente sparisce oltre la porta, che torna a chiudersi silenziosamente. Anche la porta da cui tutti erano entrati sparita. Il Signore ora completamente solo nella sala deserta, fra i tavolini vuoti. Lunghissima pausa. Il Signore si asciuga il sudore gelido della fronte; ansima un po'. Si guarda attorno con un senso sempre maggiore di oppressione e di paura).

Il Signore(voce roca) Vorrei svegliarmi. (Pausa) Ma forse anche quando si morti, si vorrebbe svegliarsi, e non si pu. (Pausa) Forse sono proprio morto, perch non mi fanno pi male i piedi. (Lunga pausa) chiaro. Qui non importa che una cosa non sia umana. Anzi.

(Lentamente e silenziosamente s'apre la porta dell'ascensore, che nello stesso tempo si illumina. Sulla porta dell'ascensore fermo uno dei soliti inservienti. Il Signore non dimostra sorpresa, seguita a dire, rivolto all'inserviente)

Il fatto che si muore come si nasce. Non possibile che ci sia l'inferno. Non mica colpa nostra, siamo fatti cos. Si ricomincia sempre da capo, si ritorna sempre al punto di partenza: una cosa buona, una cattiva, una buona, una cattiva. un circolo. inutile darsi da fare, la natura.

L'Inserviente(indicando l'ascensore) S'accomodi.

Il Signore(con improvviso terrore) Dove andiamo?

L'Inserviente All'inferno.

(Il Signore sembra vinto. China il capo, fa qualche passo. Poi, proprio sulla soglia dell'ascensore, si irrigidisce).

Il Signore Eppure, no. impossibile. assolutamente impossibile.

(Con l'angoscia di chi vuol guadagnare tempo, e non darsi per vinto)

Io mi chiamo Enrico Dematteis. Mi faccia telefonare. Ci sar pure qualcosa da fare, parlare a qualcuno... avere un rinvio...

(Breve silenzio. L'inserviente fa silenziosamente cenno di entrare nell'ascensore. Il Signore, un po' rigido, entra. La porta si chiude. La sala scompare nel buio; resta illuminata solo la cabina dell'ascensore che sembra si metta in moto all'ingi. Il Signore e l'inserviente tacciono).

Il Signore(con infinito struggimento, la voce roca) Io voglio andare in Paradiso, con gli altri. (Breve silenzio) Non subito. Dopo il Purgatorio. Con tutti gli altri.

(L'ascensore si ferma. Lo spazio che era occupato dalla sala torna ad illuminarsi; ora appare una specie di andito su cui si aprono due porte donde viene una luce grigia. Con moto continuo, escono dalla prima porta ed entrano nella seconda, inservienti che a due a due portano barelle su cui giacciono uomini seminudi, con le braccia e le gambe penzoloni. Dalle porte giungono tonfi sordi e lunghe grida soffocate. La porta dell'ascensore si apre lentamente. Il Signore si affaccia; e subito si ritrae, atterrito).

Il Signore Ma che , questo posto?

L'Inserviente L'inferno.

Il Signore Dove li portano?

L'Inserviente Da una porta all'altra.

Il Signore E quante porte sono?

L'Inserviente Un miliardo.

Il Signore(con disperata speranza) Allora, dopo un miliardo di porte, finita. Non dura sempre!...

L'Inserviente Sono in circolo: si torna sempre al punto di partenza.

(Con moto brusco e improvvisa brutalit l'inserviente spinge fuori dell'ascensore il Signore, che si trova fra altri due inservienti, in attesa presso una barella. I due inservienti cominciano a spogliarlo).

Il Signore(grida verso l'inserviente che sta sparendo dietro la porta dell'ascensore) Eppure no!... Assolutamente no!... impossibile! Vada su, dica che mi chiamo Enrico Dematteis!... C' stato un errore!... Che mi mandino a prendere!...

(La porta dell'ascensore si chiusa; la luce dell'ascensore si spegne. I due inservienti caricano sulla barella il Signore che continua a gridare)

impossibile!... assolutamente impossibile!... Mi chiamo Enrico Dematteis!...

(Il buio copre tutta la scena, accompagnato da un fragore sordo. Poi il rumore cessa, e la luce di una lampadina elettrica accesa bruscamente illumina la scena. La barella diventata un letto, e l'andito una stanza normale. Il Signore, ansante e con gli occhi sbarrati, sta seduto sul letto. Si guarda attorno come per raccapezzarsi. Lentamente si calma. Si passa la mano sul volto. Fruga nella tasca della giacca, che pende a capo del letto, ne trae una sigaretta e dei fiammiferi, mette la sigaretta in bocca, ma non l'accende. Le mani gli tremano ancora un poco. Rimane fermo qualche istante, a pensare. Poi, quasi con collera, butta la sigaretta parlando a se stesso).

Il Signore Non ti vergogni? L'inferno non esiste. (Ci ripensa, un attimo) Per...

(Si riscuote, si corica, arrotolandosi nelle coperte e borbottando)

Non mangio mai pi spinaci, per tutta la vita.

(Spegne la luce. Tutto torna nel buio).

F I N E