L’inquilino

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L’inquilino
(2a riflessione)

viaggio accidentato tra venti scene di un atto unico di

Enrico Antognelli



A mio figlio


La scena 
Riquadro teatrale di neri; telo nero anche sul pavimento.
La scena è realizzata in plexiglas incolore (fot. 1)
L’astrazione e l’universalità della vicenda sono così “indicate” dalle mancate identificazioni di luogo e di tempo.


Gli oggetti:
vecchio apparecchio radio (mobile basso); occorrente per il trucco (mobile-scrivania); diario in pel-le, una cravatta (cassetto del mobile-scrivania); modello snodabile in legno (base dello specchio); cofanetto (ultimo gradino della scala); piato, forchetta, parrucca e candela (in quinta); abito (attac-capanni); 5 pile di libri (2 vicine al mobile basso, 2 vicine alla poltrona, 1 alla sedia); libri (sul pavi-mento, sparsi per tutta la scena) 

I personaggi:

Il Signor E
40-50 anni, magro, media statura, non ha mai la piena coscienza delle sue azioni. Ogni ricordo lo sorprende come se non avesse già vissuto l’azione corrispondente, come se, nel giusto tempo, lui fosse stato “assente”. Occupa i giorni spostando oggetti e idee per ritrovare, infine, tutto com’era e com’è sempre stato. E’ più ostinatamente attento ad avere ragione piuttosto che a capire le “ragioni” dei suoi ricordi.

Il Sassofonista
25-30 anni, sax tenore, è una presenza “non coerente” e non conseguente, pur se generata dalla stes-sa scena culturale. Appare d’improvviso o d’incanto; è (tenta di essere?) stimolo, confronto, contatto. E’ ogni “linguaggio altro” che E (tutti gli E del mondo) ha sicuramente incontrato.

L’Inquilino (voce fuori scena)
Piana, senza inutili ritmi, fredda e puntuale, è la voce di E; è l’eco di tutte le sue “sicurezze”, delle sue convinzioni mai davvero discusse e, soprattutto, delle sue abitudini.
E’ la morte.



SCENA I
Sassofonista, Voce 
Buio in sala, sipario e luce bassa (20%) sulla scrivania. E è seduto davanti allo specchio. Improvvisa apparizione del sassofonista, a sinistra, in proscenio, in un cono di luce.

SAX Intro + “To Exit” (1’45”)
(alla fine del pezzo musicale, si spegne il cono di luce, voce -registrata- di E che legge una lettera di E indirizzata a E.)
VOCE (con ritmo proprio della scrittura)
Carissimo,
quella di E è una delle poche e rare voci che mi scuotono dal torpore della vita. Di E apprezzo l’egoismo, il grande rispetto che non ha delle istituzioni, la somma considerazione che ha di sé.
(si spegne la luce sullo specchio; E esce di scena; la voce assume il ritmo del racconto.
E è l’amico che non ti presta i soldi, che non cede la donna, che non ti porta in macchina. E parla, si sbraccia, alza anche le mani se necessario; vende idee prima di tutto. Non molla e non cede; non l’ho mai visto stringere le spalle né prendere un tramezzino dalle mani di un barista. Quando si guarda intorno non sembra interessato a nulla, quando si concentra sta pensando a tutt’altra cosa, quando ti risponde confonde colori e persone. La sua è una distrazione legata agli intensi studi: il peso della cultura gli ha forato la memoria.
E chiama i taxi come se fossero belle donne; si abbandona su quei sedili quasi fossero un’alcova, parla con l’autista pensandolo un eunuco testimone della scena. Non ha sentimenti, solo passioni.
E’ implacabile con i forti e disponibile con i deboli, ma qualche volta gli piace cambiare.
Dice che l’uomo ha due sole cose che deve bene amministrare: il cervello e il pisello. E ragiona con entrambi. A volte fa un pò di confusione e li usa in momenti sbagliati, ma è sincero.
Ama il denaro senza averne e non disdegna grattarsi le palle quando qualcuno gli parla della sua vi-ta futura. E della sua vita ricorda soprattutto che è un genio compreso da sé stesso e da un manipolo di discepoli. Non promette miracolo alcuno. 
E ama una donna e lei, ogni tanto, gli chiede il perché. Non hanno mai trovato una risposta: sono sempre finiti a letto molto prima.

Con affetto, tuo
E

In un cono di luce, appare il sax, in fondo, a destra.



SCENA II
E
Alla fine del pezzo musicale, buio in scena; dopo 10”, si sente un rumore e una sommessa impreca-zione; ancora 5” di silenzio.

E M’ha lasciato anche al buio, m’ha lasciato.
Sto stronzo...al buio...
(E accende una candela e guarda la scena per controllare, più per abitudine che per reale necessi-tà, se le sue “cose” sono ancora al posto giusto; le parole e le azioni di E non sono mai coinciden-ti)
Non gli basta d’avermi preso tutto lo spazio... Adesso mi toglie pure la luce, pure...
(va verso la poltrona)
Ma gliela faccio vedere io, gliela faccio...
...pure la luce, pure...
(si ferma, stupito) 
Oh, bella! Ripeto anche le parole, adesso?
Come fa lui?
(pensoso, torna verso il tavolo)
Gliela faccio vedere io, gliela faccio...
(posa la candela)
Eh, eh...chissà da quanto tempo lo...faccio...
Il fatto resta, però...le ripeto...
(va al lato sinistro del tavolo e sposta gli oggetti, quasi a cercare un nuovo ordine; le parole di E hanno sempre il tono della sorpresa)
E Com’è che dico? 
Gliela faccio vedere io, gliela faccio...
Ecco, mi viene naturale, non c’è niente da fare...
(con convinzione)
Gliela faccio vedere io, gliela faccio...Ci mancava anche questa....Gliela faccio vedere io, gliela fac-cio...
(con forza, guardando verso la quinta di destra) Gliela faccio vedere io e basta, chiaro?
(va verso la quinta alzando il braccio destro, a indicare)
Ma chi si crede di essere, chissi...?
(resta con il braccio teso per due secondi poi, come se si svegliasse, lo guarda sorpreso)



SCENA III
E, Voce
E si siede davanti allo specchio e, lentamente, comincia a truccarsi.

E Uhm...guarda che faccia...
Qualche ruga...magari precoce...
Le occhiaie, quelle sempre...saranno le incazzature.
Ci manca che divento calvo e poi ho chiuso davvero!
(mette il bianco sui capelli, poi osserva la propria immagine; di scatto, prende l’asciugamano e toglie il bianco)
Eh, no! E’ ancora presto! Per questo c’è ancora tempo.
(fissa lo sguardo nello specchio e si tocca i capelli; lentamente, poggia le mani sul tavolo e si gira verso la quinta di destra)
Ma chi si crede di essere, chissi? Ahah, ancora?
Quanti anni sono che ripeto le parole?
(stupito)
E’ pazzesco, non me ne sono mai accorto.
(con rabbia, guardando in quinta)
Ma chi ti credi di essere, chitti?
(va verso la quinta)
Io ripeto quello che mi pare e quando mi piace, chiaro? Perché così mi va, capito?
VOCE Per favore...
E Sssst...Sente tutto, sente...
Voce Sto lavorando, sto...
E ( fa il verso alla voce)
Sto lavorando, stooo...
(guarda i libri che sono a destra del mobile, il mucchio n° 5, e si avvia per raccoglierli)

E inizia qui un “trasporto” di volumi che sarà ripetuto più volte; alla fine, i libri devono ritrovarsi nelle stesse posizioni di partenza)

E (prendendo il mucchio n° 5)
E poi dice che uno s’incazza!
(va verso la poltrona)
Non posso fare il più piccolo rumore, non faccio in tempo a finire che lui già parte...
(lascia il n° 5 e prende il n° 2; si dirige verso la sedia)
“Per favore, sto dormendo, sto”...
”Non adesso, è tardi, è...”
(posa il pacco a fianco della sedia)
Come se per me fosse presto.
(in quinta di destra, forte)
Io lavor...
(piano)
Lavoro, io...lavoro...
(torna verso la scrivania e si siede sullo sgabello; lunga pausa, poi si guarda attorno)
Cioè...lavorare proprio...non direi...ormai sono in pensione...
(apre il cassetto)
Qualcosina però la faccio ancora...
(prende il suo diario e lo osserva attentamente)
Eccome se la faccio, se la...
(si alza per sedersi sulla sedia)
Per esempio, scrivo...Non è mica poca cosa...
(apre il diario, prende la matita e si prepara a scrivere)
Scrivo sempre, tutti i giorni...
(si ferma, dubbioso)
O meglio, tutte le sere...
( riprova ancora, ma si ferma di nuovo)
Insomma, scrivo quando ho tempo...
(idem)
...quando ho voglia...e adesso ce l’ho!
(comincia a scrivere)
Roma lì...
(pausa)
Chissà perché si scrive lì? Non era meglio scrivere...il? Roma virgola...il, eccetera , eccetera...Mi sembra più giusto, più normale...
(nervosamente)
E invece no! Bisogna scrivere lì...Qualcuno ha deciso per tutti che si deve scrivere lì...come a di-re...sul posto, da nessun’altra parte, insomma. Lì, proprio lì, e non c’è niente da fare!
(pausa; tempera la punta della matita e poi si ferma a fissarla)
Che strane fissazioni ha la gente. Comunque...
E (scrive)
Roma, lì diciotto luglio...
Che giorno è oggi, diciotto o diciannove?
Dunque, ieri era...uhm...
(si gira, a chiedere, verso la quinta di destra)
Che giorno è oggi?...Diciotto o diciannove?
(non ricevendo alcuna risposta, torna a scrivere)
Ma chi se ne frega! Giorno più giorno meno...io ci metto il diciannove, va; se poi è il diciotto tanto meglio, vuol dire che ho scritto nel futuro...
( con il ritmo proprio della scrittura)
...tanto...è...sempre...tutto...uguale...
( si ferma, meravigliato) 


SCENA IV 
E, Sassofonista
E si alza e va verso la poltrona; appare il sassofonista, in fondo, a destra, che suona per tutto il tem-po del primo momento d’introspezione.
Il sax non ha la funzione di colonna sonora, ma è un secondo e ben specificato personaggio che in-treccia, o tenta di intrecciare, il proprio “linguaggio” con quello di E.

E (sorpreso, andando verso la poltrona)
E’ sempre tutto uguale!...Tutto uguale...
(si siede e si toglie gli occhiali; luci sulla poltrona e sul sax)
SAX “Meltemi” (tema blues,45”)
Sulle abitudini
( come se fosse un’altra persona; con tono di leggero sarcasmo, poi con rabbia)
E Eppure, è così facile credere che sia bello e 
nuovo ordinare un caffè, al bar, la mattina presto, in un giorno che si annuncia fin troppo caldo e chiaro...
SAX Assolo su struttura di “Meltemi”(piano)
E Leggere, pensando di essere ancora lì, pron
pronti a imparare qualcosa che serva. Illudersi che incontrare un amico non compreso tra quelli già andati, sia una variazione dell’orrenda immobilità del tempo che pure continua, impassibile e fero-ce, a passarmi addosso. Ore sempre di sessanta minuti, strade con le stesse buche...e gli altri, poi...gli altri.
Afflitti dalle medesime espressioni, scelte con cura meticolosa per i giorni lavorativi e per quelli di festa, per le ricorrenze e per gli incontri...
SAX Nota lunga
E Cristo!
SAX “Meltemi” (5”, poi finge di suonare)
E E’ sempre tutto così uguale!
SAX Meltemi”(riprende piano)
E Così maledettamente uguale!
E io...noi! Abbiamo la presunzione di trascinare questi nostri corpi sempre più simili a carcasse, piagati dalla noia e dagli affanni, ancora gonfi d’insani desideri e pur privati della fantasia e del vi-gore per esaudirli.
Noi...io! Sollevo queste mie stanche membra, questo ricordo consumato di uomo, fidando proprio nei ricordi solo perché resi accettabili dal bisogno di ricordare...Io, io, io...io!
SAX “Meltemi”(in crescendo)

E ritorna quello di sempre; il sassofonista scompare; luci come nella scena precedente

E (ridendo)
Io...che cazzo dico, io?
Cosa vado farneticando?



SCENA V 
E, Sassofonista, Voce
E va verso la scrivania; di spalle al proscenio, mette in ordine gli oggetti.

E (continuando a ridere)
Roba da matti...Cosa mi faccio dire da me stesso, cosa? Devo essermi fatto prendere la mano. E’ l’unica spiegazione.
(lunga pausa; poi, lentamente, si gira verso la quinta di destra)
Oppure...mi sono fatto influenzare da...da quello...
(pausa; si siede sulla sedia; è stupito)
Quel becchino...
(alla poltrona, come se vi fosse qualcuno)
Deve pure portare iella...
(di nuovo a sé stesso)
...tutto vestito di nero, sempre...secco come una scopa...con la faccia color limone...noioso...
(in crescendo: si abbandona alla propria rabbia elencando i difetti dell’inquilino)
...scassapalle...lugubre...fanatico...borioso...sentenzioso, onnipresente, indiscreto, impiccione...
(avanza verso la quinta)
...saccente, vanitoso, venale, vanesio e...
VAFFANCULO!
(fermo, con il braccio teso verso la quinta)
Ma chi si crede di essere, quello lì, quello...?
(un attimo d’immobilità, quasi un fotogramma, poi va a sedersi sullo sgabello, davanti allo spec-chio, e, lentamente, si tinge i capelli di bianco; sulla sinistra, in fondo, appare il sassofonista; cono di luce sul sax)
SAX “To Exit”

Mentre il sassofonista suona cercando di richiamarne l’attenzione, E, truccandosi, vede dallo spec-chio un libro a terra; si gira sorpreso, l’osserva per un attimo e poi si alza per spostarlo solo di alcu-ni millimetri

E (seduto, fissando il libro)
Eppure non è sempre stato così...
(si gira verso il centro del palco)
Venticin...no; trenta ann...(sorride)...no, no...
Allora, vediamo...quarant’anni fa...
(si ferma di colpo, bocca e occhi spalancati)
Cazzo! Cinquant’anni fa! Sono passati cinquant’anni
Cinquant’anni in questa casa con quel...
(si alza di scatto; rivolto al sassofonista)
E io?
SAX (smette di suonare)
E Dov’ero, io?
(brevissima pausa; verso il centro del palco)
Qui, ecco dov’ero! Qui! Qui, a subire, ad accontentarlo, a invecchiare per lui, a causa delle sue an-gherie.
Ecco, dov’ero, cazzo!
VOCE Per favore! Certe parole...
Lo sai che non amo il turpiloquio, non amo...
E (fa il verso alla voce)
Per favore...Certe parole...
(guarda, incuriosito, verso la scala)
Oh, non gli sfugge niente, non gli sfugge...
(parla pensando a ciò che ha visto sulla scala; va a prendere il cofanetto dal gradino più alto e tor-na sui suoi passi)
Sempre con le orecchie dritte a sentire cos’ho da dire...a guardare quello che ho da fare...Mi spia, il secco della malora. Mi spia...Anche quando sembra che non ci sia... che sia uscito...
(meravigliato)
Già. ora che ci penso...non esce mai quello...
Davvero, non esce mai...
(vede un libro a terra, vicino alla poltrona; abbandona il cofanetto sulla sedia e si avvia)
Mah, ci penserò un’altra volta...



SCENA VI
E, Sassofonista
E non ha mai la piena consapevolezza delle parole che dice; è più preoccupato di avere ragione che di scoprire le proprie “ragioni”

E (raccoglie il libro)
Novelle per un anno di Luigi Pirandell...
(lo getta a terra)
Balle!
(guarda la radio che è sul mobile basso; va all’apparecchio e lo sposta solo di alcuni millimetri; appare il sassofonista, ancora in fondo, a sinistra)
SAX “N.P.C.”
E Comunque, una volta non era così...
Cinquant’anni fa...(sorride)...ho detto giusto...
Cinquant’anni fa...(con ironia)...come passa il tempo...Cinquant’anni fa, quando mi sono accorto che in casa c’era anche lui, beh, io...
(guarda di sottecchi il sassofonista)
Che avrà da suonare, quello lì? Suona lui!
(con convinzione, rivolto alla poltrona)
Quando mi sono accorto che c’era anche lui, beh, io...io...
( si ferma e sorride)
Io ero proprio bello! Molto più bello di adesso.
(si accorge di essere di fronte allo specchio)
Eh, sì! Avevo più capelli; tutto tirato, asciutto, forte. E chi mi reggeva, allora?
(vede e prende la cravatta che pende dal cassetto della scrivania; lentamente, la indossa)
Chi mi reggeva, dico io? Sapevo tutto, sapevo. Capirai, laureato e pure attore...
(al sax, forte)
Chi mi reggevaaaa!
(il sassofonista smette di suonare e si allontana quasi scusandosi; pausa; ora, E è serio)
SAX (esce)
E Non avevo mai pensato di abitare con qual-
cun altro. Stavo benissimo da solo ed ero convinto che avrei passato così la maggior parte della mia vita...
(si accorge del mucchio di libri vicino alla poltrona)
...da solo e per scelta, naturalmente...
(si dirige alla poltrona e, raccolto il pacco n° 1, va verso il mobile basso)
Un giorno, mentre stavo mangiando, sento un rumore lieve, appena percettibile ma costante...
Non mi sono preoccupato più di tanto. “Passerà” ho pensato...
(lascia il n° 1 e prende il pacco n° 4)
Qualche tempo dopo però, proprio mentre lasciavo una splendida fanciulla...
(si ferma e sorride al pensiero; è al centro)
...con la quale fino a poco tempo prima avevo... ...uhm...diciamo...spezzato il mio volontario esilio? Ma sì, diciamolo!
(posa a terra i libri e vi si siede sopra)
Dopo una memorabile trombata che ci aveva lasciati entrambi senza fiato, io esausto e lei stupefat-ta, fatta e rifatta...ah. ah, ah...buona questa, a triplo senso...ah, ah...uhm...mentre, dicevo, lasciavo andar via questa superba donna...
(l’ultima parola cattura la sua attenzione; pensoso)
Donna superba...superba...
(con convinzione)
superba come tutte le donne, d’altronde...superbe, ostinate, ossessive, voraci...


SCENA VII 
E, Sassofonista
Torna improvvisamente la luce. E si alza e va e spegnere la candela 

E Oh, fiat lux!
Finalmente! Bontà sua, mio signore, e...crepi l’avarizia.
( si accorge dei libri che sono presso la poltrona, pacco n° 5; li raccoglie e li porta verso la sedia)
Ogni giorno la stessa storia. Lui dice che è un guasto, ma io mica sono scemo...
(lascia il pacco n° 5, prende il n° 2 e, passando dietro alla scrivania, va verso il mobile basso)
Eh, mica sono scemo, io! Che non l’ho capito che vuole risparmiare, il taccagno? 
Ogni giorno un guasto...sehehe! E dove siamo, nel Burundi?
(si ferma pensoso; ha ancora il pacco tra le mani)
Burundi...Burundi...
Non mi giunge nuovo...Burundi...
( si china per lasciare i libri a terra)
Chissà dov’è?
(si gira, ancora chinato, verso la quinta di destra)
Ma un giorno lo frego io, lo frego.
(va al centro del palco)
Mi faccio un impianto che...Gli attacco due fili sotto il contatore e poi accendo tutto, accendo...Sai che bolletta che gli arriva. Scavo una traccia che dall’altro ingresso mi porta...mi porta a...a...
(sorride divertito)
E Ma dove vuoi che mi poti?
Non ci ho mai capito niente di cose pratiche, io. 
Se ne accorgerebbe subito, figuriamoci...
(seduto davanti allo specchio, si rivolge, allegro, alla sua immagine)
E poi, non riesco nemmeno a mentire, io...
(appare il sassofonista; cono di luce)
SAX Improvvisazione + “Labirinto”(1’)

E si trucca; il sassofonista tenta di “parlargli” attraverso la musica. Al termine del tema, il sax scompare ed E si rivolge ancora alla sua immagine

E Beh, non è proprio così. A raccontare balle 
sono sempre stato bravissimo, invece.
(si gira verso il centro del palco)
Eh, sì. Quando decido d’imbastire un bel casino sono capace d’inventarmi un’opera d’arte: costrui-sco castelli così ben impiantati, con botole, segrete e tutto il resto, che ancora adesso, quando le rac-conto, finisco per crederci anch’io.
(pausa)
Solo che...solo che...non mi divertono più, non mi divertono...Eh già; inventare per un’invenzione è come ripetere sempre la stessa cosa: prima o poi stanca...
(si alza; è stupito e sorpreso)
E allora, il divertimento, il gusto, quello vero, sta...sta nel mandare messaggi in codice...
(si sposta sul lato sinistro del tavolo)
Ma sì, quei segnali piccoli piccoli, quegli atteggiamenti...
Qualche parola lasciata andar via così, come se fosse per caso, che...che...avvisa gli altri dello svo-lazzare di una balla...
(ritorna al centro)
Questo sì che è irresistibile...irresistibile...
...soprattutto con le donne. Sì, con le donne, con la mia don...na...
(le ultime parole pronunciate portano la mente di E in tutt’altra direzione; è sempre stupito)
Sempre pronta a cogliermi in fallo...piena di speranze, insomma.
Sospettosa, vorace...
Questo mi pare di averlo già detto. Uhm, sì, l’ho già detto...
(si avvicina alla poltrona e si siede)
Vorace...vorace...vorace...


SCENA VIII 
E, Sassofonista
Appare il sax; è di spalle, infondo, a sinistra

SAX “Entropia” (20”)
Sull’amore
(come se fosse un altro personaggio, E ha toni da innamorato nella prima parte e toni d’odio nella seconda)

E “Cols’egli il tempo e, dal suo seggio sorto, 
veloce sì la seguitò che parve non arcier ma saetta, e per quel bosco, lagrimando a cald’occhi, ivale dietro...”
SAX “Entropia” (piano)
E Dafne, mia amata ninfa, corona d’alloro alle
mie delusioni, se oggi le mie tormentate notti avessero voce, urlerebbero il tuo nome. Se questi oc-chi potessero scegliere i colori del mondo, tutto dell’azzurro cangiante dei tuoi lo coprirebbero; e se le mie labbra ancora bramassero il sapore vitale, sul tuo fiore nascosto, appena sbocciato in rorido petalo, si poserebbero...
SAX frase A di Entropia (forte e veloce per 5”)
E Com’è facile parlare d’amore!
Parlare, parlare, e dare alle parole quel peso che manca alle azioni...
SAX frase B di Entropia ( forte e veloce per 5”)
E “Due guerrieri si sono corsi addosso.
Le loro armi hanno macchiato l’aria di bagliori e di sangue...”
SAX “Entropia” (piano)
E E l’uomo, seme trascinato dal vento, nuvola 
di fumo, bambino presuntuoso, si consuma tra le cosce aperte della terra divenuta donna, perenne-mente madre, umido solco, abisso spalancato in attesa di un diverso sussulto che subito soffoca ser-randosi...

Urla la propria disperazione e, lentamente, si china fino a portare i gomiti sulle ginocchia; il sasso-fonista suona più forte e si gira verso il proscenio. Il pianto di E si trasforma in risata; il sassofonista suona sempre più piano e sparisce insieme al cono di luce. E torna quello di sempre.

E Ah, ah, ah, ah,...Ma dove cavolo le prendo 
certe parole? Ah, ah, ah...seme trascinato dal vento...ah, ah, ah...
(prende, al centro, il pacco n° 4 e lo porta alla sedia)
...terra fatta donna...ah, ah...umido solco...ah, ah...
(si siede)
E’ proprio vero, sono come tutti gli altri: un po..eta e un pò stronzo...Non si scappa.
(pausa)
Eppure...




SCENA IX
Sassofonista, E, Voce
Il sassofonista, a destra, sul fondo, sorride e inizia a suonare; E si gira verso lo specchio, come se sentisse la voce del sax provenire da un’altra direzione; vede sulla cornice il modellino di legno; lo prende e lo muove

SAX “N.P.C.”
E (rimette a posto il modellino; guarda il sax che 
smette di suonare)
Eppure...
(la voce di è “invecchiata”)
SAX “N.P.C.”
E (allarga le braccia in segno di resa)
Eppure, non sono sempre stato così...
(apre il cofanetto e allinea vecchi e piccoli oggetti)
Fin da giovane, fin da quando quello, infilandosi qui nella stanzetta, e non so nemmeno io come, af-fascinato dal mio modo di vivere, mi ha chiesto l’uso di cucina.
E io, anche stavolta, ho acconsentito, non ho saputo dire di no.
(rimette, frettolosamente, gli oggetti nel cofanetto)
Già! Gli piaceva la casa, diceva. Ben arredata, spaziosa, comoda, di forte struttura, gradevole d’aspettp e di colore, fresca...
(forte, verso il sassofonista)
Frescaaaaa!
SAX (smette di suonare e scompare)
E (sempre meravigliato)
Dalla cameretta del primo giorno all’uso di cucina e al salotto è stato un attimo; ho fatto appena in tempo a girarmi un paio di volte che già s’era piazzato, l’amico, s’era...Ogni giorno meglio...sempre meglio...
Ma gliela faccio vedere io, gliela faccio (di seguito) Ma porca puttana, perché cazzo ripeto le paro-le, dico io? Avessi l’eco incorporata...
(pausa; dubbioso)
O...il bisogno di risentirmi...?
VOCE E’ semplice, mio caro: lo faccio io, lo fac-
cio.
E (con rabbia)
E tu chi sei? Chi ti credi di essere, chitti?
Se mi girano le mongolfiere di qua, vengo di là e...Sono uno che lascia il segno, io...
VOCE Anch’io, sta tranquillo.
Anch’io lascio il segno.
E (fa il verso alla voce)
Anch’io lascio il segno...anch’io...
Perché non lasci casa mia, allora? Visto che sei così bravo a lasciare segni, fanne uno dove ti pare e poi vattene, no?
(a sé stesso)
Invece di strisciare lungo le pareti come una serpe, come...
(raccoglie, vicino alla sedia, il pacco n° 5 e lo porta al mobile)
Che pare sempre che non ci sia...che sia uscito...
(si trova, ora, tra la scrivania e il mobile)
Giàaaa...ora che ci penso...non si sente mai quello 
...non lo sento quasi mai....
(si accorge, con stupore, di un altro libro che è a terra, davanti ai suoi piedi; si china per racco-glierlo)
Mah, ci penserò un’altra volta...
(legge il titolo)
Ghibran...no, Gibran...”Gli dei della terra”
(lo getta via)
‘Fanculo!
(riprende il discorso; imita un serpente)
Shshshshsh! Striscia, lo schifoso, striscia...shshshs, e te lo ritrovi alle spalle che ti osser-va...shshshsh...
(attraversa il palco andando verso la poltrona)
...ed eccolo là, sulla porta che ti scruta come se aspettasse qualcosa. Non ho mai capito che, però...
Shshshshsh, e...
(va a finire, a capo chino, con il naso sul vestito appeso all’attaccapanni)



SCENA X 
E, Sassofonista

E Che bel vestito...Chissà com’è finito qui...
(lo tocca)
Bello. però. Un pò vecchio ma bello...
(si rivolge alla poltrona)
Che sia uno scherzo dello schifoso?
(a sé stesso)
Eh no, non può essere, è mio...
(si infila la giacca e rimane con il braccio destro teso)
Quanto tempo...Una volta io...
(a sinistra, nella quinta di centro, appare il sax; E si gira di scatto, ma quello scompare)
Una volta, io ero...
(stessa scena)
Una volta, io ero...
(finge di girarsi dalla parte opposta, poi, di scatto, cerca di sorprendere il sax)
...bellissimo!
(il sax è scomparso di nuovo; E si avvicina alla quinta cercandolo, ma si accorge di essere di fron-te allo specchio)
Bellissimo...tutto acchitato. Sembravo...
(si guarda)
...ero un figurino. Senza una piega fuori posto, lisciato a secco, inamidato...
(sorride)
L’abito non fa il monaco? Seheheee! Lo fa, lo fa. Altroché se lo fa...
E (si porta al centro ed esegue due imitazioni)
“Onorevoli colleghi, oggi in questo Parlamento...”
e parla infilato in un tutù viola e calzamaglia bianco latte...Ah, ah, ah...Oppure: “Professoressa di matematica, vestita da zingarella, fa l’appello leggendo i tarocchi. Trovati gli allievi accasciati sui banchi in preda a una irrefrenabile crisi di riso...” Ah, ah, ah...
(torna verso il lato sinistro del tavolo)
L’abito non fa il monaco...ridicolo, roba da matti, da matti...
(di nuovo sorpreso)
...una...una mattata, insomma...una mattata...
Uhm, chissà perché si dice così? Matto!
Allora, la vita che è una fabbrica di squilibrati, come si dovrebbe chiamare? Matteria, forse? 
O...o mattoneria...?
(si accorge solo ora dei calzoni ancora appesi; va verso l’attaccapanni; sorride, sorpreso)
Mattoneria...Eh, eh,...Così, quello che fa un povero pazzo diventa una...mattonata. Sai che bello, una mattonata...ah, ah, ah...
(si infila i calzoni)
Una...(inciampa)...porc...una mattonata...
...una. mattonat...
(si blocca; ancora con stupore)
Ma la mattonata l’ho presa io, l’ho presa...
(indica la fronte)
Qui...quando mi sono lasciato convincere a non firmare quel contratto...

SCENA UNDICESIMA
E, Sassofonista, Voce

E torna allo specchio; di profilo, rivolto verso la quinta centrale di sinistra.


Eh, sì...io ...ero perfetto!
(improvvisamente, appare il sax che lancia un suono breve e forte; E urla portando le braccia tese all’indietro e piegandosi in avanti)
SAX/E 
Nota lunga / Ahahahaha!
(il sax scompare, E si gira, verso lo specchio)

Ero...lucido, sicuro, e soprattutto ero prepa
rato.
(si gira verso la poltrona)
Niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Autore! Stavo per diventare un vero autore; un dramma-turgo, insomma...
(appare il sax: quinta centrale di destra; sorride)
E mentre ero lì, davanti al committente, che, euhm, diciamo, ero sul punto di abbandonarmi al mio primo compromesso?
Ma sì, diciamolo!
(il suono del sax e la voce di E si sovrappongono)
SAX 
“Tempo”
E (con forza)
Mentre stavo per vendere le mie preziose chiappe 
al miglior offerente...
SAX ( un tono più alto)
E ...pronto a sbavare sulla sua scrivania pur di 
vedere il mio nome in locandina...
SAX (un tono più alto)
E ...disposto a cacare in testa al primo collega
che avesse provato a passarmi davanti...
(si gira verso il sassofonista; entrambi restano in silenzio; breve pausa)
Ma tu, chi cazzo sei? Che vuoi? Chette suoni, chette?
SAX (scompare sorridendo)
E (va alla scrivania, lato destro)
Io, poi, non l’ho mai capita la musica!
(mette a posto gli oggetti; farfugliando)
Ehm...scrivania...a sbavare...cacare in testa...sì, avanti: e mentre ero lì, dicevo...ho chiesto il suo pa-rere! Eh sì...il suo, proprio il suo: il parere dell’inquilino! Lo so che è ridicolo, ch’è da matti, ma gliel’ho chiesto...
VOCE o l’ha fatto per il tuo bene. Non ti meritava-
vano; e poi, dovevi ancora prepararti, dovevi...
Essere pronto a superare i tuoi maestri: Proust, Pirandello, Mallarmé, Mariv...
E Ma rivà a morì ammazzato, tu e tutti i tuoi 
maestri! Sono ancora qui che mi preparo, io! Leggo, tengo contatti, incontro gente, rileggo...E c’ho l’ansia, lo stomaco aggrovigliato, un herpes alle palle, cinque carie e l’eiaculazione precoce.
Cazzo, se mi preparo! 
Sono il più grande scrittore non scrivente, io, e campione mondiale di somatizzazione libera...
Altroché se mi preparo: mi alleno, addirittura...
(gira su sé stesso guardando in alto)
Tutti i giorni mi alleno...tutti i giorni...come una volta...come...una volta...
SCENA XII 
E
Cambia ancora atteggiamento: è di nuovo sorpreso

E (al centro, di spalle al proscenio) 
Già, come una volta...
(verso il proscenio)
Eh, sì, una volta...
(si gira per vedere se appare il sax)
Una volta...mi allenavo davvero...
(si gira ancora tentando di sorprendere il sax)
ero un atleta...fino a quasi...
(si gira di scatto)
...quarant’anni!
(non vedendo il sax, alza le spalle e indietreggia)
Andavo in palestra e curavo il mio corpo come se fosse un tempio...Facevo i piegamenti...
(esegue alcuni piegamenti)
...la corsetta...
(corre faticosamente intorno alla scrivania)
...le giuste flessioni...
(esegue)
...tutto per benino, insomma.
E poi...Ahi!
(si fa male a una spalla; rimane a terra)
E poi, qualcuno mi ha convinto a smettere...
(si mette seduto)
“Riposati che è meglio”...” E’ fatica sprecata, è...”
“Ci vai domani in palestra, ci vai...”
E mentre io curavo la mia accidia, lui...
(sorride sorpreso)
E Accidia!..Bella questa parola...mi piace...
accidia...suona bene...scivola via come niente...
accidia...sembra il nome di una verdura.
Chissà da dove viene? Accidia...accidia...accid...
(di nuovo, serio)
Accidenti a lui, che mentre passavo le mie giornate sdraiato sul divano, acquistava sempre più colo-rito...
(ancora sorpreso)
Cioè,...diventa sempre più giallo e secco; sempre più grifagno...
(si alza; i movimenti sono più “faticosi”)
...ma, allo stesso tempo, era...è...come se fosse più marcato, ecco...più evidente, più presente...
(si avvicina alla poltrona)
Come se la mia crescente debolezza fosse la sua forza, la sua linfa vitale...
Quasi...quasi una mostruosa, antichissima, divinità ( si siede)


SCENA XIII 
E, Sassofonista
Terzo momento d’introspezione; E si comporta come se fosse un altro personaggio; cono di luce sulla poltrona.

E (è seduto aulla poltrona)
“Dei, creature maligne, che costringete l’uomo in una fitta rete di vene e quando tenta di liberarsi voi, follia inutile ed eterna, lo uccidete legando il suo spirito al flebile battito del suo sangue. Dei, dei, dei! Malati immortali, costretti dalla solitudine a inventare l’uomo, vostro unico svago...Perché questa beffa? Perché avete posto l’infinito in uno scrigno di vetro infranto a caso dal caso...
Dio! Tu hai bisogno di me!
Io sono il tuo senso!
(buio improvviso)
Oh cazzo! Sta a vedere che esiste davvero.
E’ meglio che sto zitto o qui ci scappa il biblico fulmine...
(15” di assoluto silenzio)
Però...si sta bene al buio...
C’è pace, tranquillità, riposo...
Puoi pensare quello che ti pare, tanto non vedi nessuno e nessuno ti vede...
Si potrebbe perfino toccare un bel culo se passasse...
(torna la luce; E è colto nell’atto di “toccare”)
Ah! Lo sapevo! E’ ancora il secco, di là, che si diverte. Ma gliela faccio vedere io!
(si accorge del mucchio di libri vicino al mobile e si avvia a prenderlo: n°1)
E Chi si crede di essere?
Io, gliela faccio vedere...
(verso il centro del palco)
Non sto mica ai suoi comodi...
(si ferma perplesso; si volta, guarda il percorso fatto, poi torna indietro e ripete movimento e paro-le)
Non sto mica ai suoi comodi...
(sorride contento)
Chi si crede di essere!
Uaoo!
(poggia a terra i libri e si rivolge alla poltrona)
Non ripeto più le parole! Non le ripeto più...
( cambia intonazioni, divertito)
Ma chi ti credi di essere?
Ma chi ti credi di essere!
Ma chi ti credi di essere ?!?!
Ah, ah...Sto diventando finalmente essenziale...
( si sposta verso la sedia; è felice)
Sì, è così...sì...
(si accorge di un libro lasciato, come gli altri, a terra)


SCENA XIV
E

E (raccoglie il libro e legge il titolo mantenendo il
tono delle battute precedenti)
“La Gerusalemme Liberata” L’avevano occupata?
E quando?
(getta il libro ai piedi dello sgabello)
Ma chi se ne frega!
(si siede e si rivolge allo specchio)
Non ripeto più le parole. Eh, di che mi preoccupo? Non le ripeto più...
(si trucca, poi si gira e guarda il libro)
La Gerusalemme Liberata...seh ...
(ancora allo specchio e poi ancora verso il libro)
Da chi?
(stessi movimenti)
E perché, poi?
(idem, poi raccoglie il libro e lo sfoglia)
Torquato Tasso...Torquato, eh?...Devo aver letto qualcosa di questo Tasso...O era la mia scuola?
La differenza sarebbe sostanziale...
(sfoglia a caso e legge)
“ L’arti sue non seconda ed al disegno par che per nulla via fortuna arrida...”
Aho! Sembro io...
(sfoglia ancora)
“ Così il vigor del core e de la mano, quasi debito a noi, da noi si chiede: e saria la matura tarditate, che in altri è providenza, in noi viltate...”
(guarda la copertina)
E Torquato, Torquato...allora, cerchi la lite? Che fai sfrucugli?
(legge ancora)
“ Così l’iniquo fra suo cor ragiona, pur non segue pensier sì mal concetto. Ma se a quegli innocenti egli perdona, è di viltà, non di pietade effetto...”
(butta il libro sul tavolo)
Ahahaha...che palle!
(si alza)
Sempre uguali ‘sti intellettuali di sinistra, oh! C’hanno da ridire su tutto
(verso il libro)
Ma chi sarai mai?
(lo prende e lo sfoglia velocemente)
Guarda qua: duemila pagine per non farsi i cazzi suo...
(trova una foto)
E questo chi è?
(gira la foto)
“Agosto ‘26”. A mia madre, con affetto...E (stupito)
Sono io! Eh, sì, sono proprio io...
(sorride)
Quanti anni sono passati...
(si siede)
...com’ero carino...
(guarda la foto che ha appoggiato allo specchio)
I calzoni corti corti e la testa piena di sogni...
Avevo la salute, nessun pensiero e avevo i capelli che...
(fissa la sua immagine nello specchio; pausa)
Ma non diciamo stronzate!
E Avevo i capelli! Una volta!
E allora, che centro io con questa specie di topo, qui? Che non me la vedo la faccia, eh? Non sono nemmeno sicuro che sia mio il libro, figuriamoci...
(pausa)
Alla mia cara mamma, seh!..Mia madre aveva ben altro da fare che ricevere mie fotografie...e io di far dediche...
Ma chi sei? Chi ti conosce? Di quale affetto vai cianciando?
(prende la foto)
E’ quel maledetto che ti ha messo qui, lo so! E’ lui che insiste a rompere; e magari sei anche un suo ricordo, vero? E allora, beccati questo...
(strappa la foto)
Tiè, a te e a tutti i tuoi stupidi sogni. Tiè, tiè e tiè!
(lancia in alto i pezzi della foto)
Così impari...
(segue la caduta)
...e siamo pure pari...Ah, ah...
T’ho fatto la rima e non ho ripetuto nessuna parola...ah, ah...Come dicevo, sto diventando essenzia-le...Sì, essenziale...eh, eh...
E per festeggiare questa mia novella essenzialità, io ceno...
(si alza)
Ebbene, sì! mangio!
(si avvia verso la quinta di destra, ma si accorge di avere in mano lo sgabello; torna su i suoi passi, lo rimette a posto ed esce)


SCENA XV 
Sassofonista, E, Voce
Si abbassano le luci, è sera. Entra il sassofonista che, suonando, attraversa il palco e si siede sullo sgabello; suona seduto di fronte allo specchio; alla fine del tema, prima di uscire, si guarda attorno e sorride)

SAX “Messaggeri” (4’ )
E ( quasi completamente calvo - ha i capelli,
bianchi, solo sulla nuca - si trascina stancamente; ha in mano un piatto e una forchetta)
Ecco qua, io, il signor E, ceno...
(si siede sulla sedia al lato della scrivania; alza la forchetta per mangiare, poi si ferma)
Beh, ceno...spizzico qualcosina...
(guarda nel piatto)
...formaggio...un pò d’insalata...
(fa per mangiare, ma si ferma ancora)
Eh, non sono più una buona forchetta...
(ripete lo stesso movimento, poi si ferma e sorride; rivolto alla poltrona, sempre sorpreso)
Eppure...eppure una volta non era così...
(a sé, quasi con orgoglio)
Una volta, io mangiavo come uno sfondato.
Ingurgitavo tanta di quella roba che poi stavo male per almeno un paio di giorni...
(sorride)
Pasta, carne, pesce, contorni vari, frutta, dolci...
Quanti dolci che mi spalettavo!
E le coliche, poi? Da sballo, anche quelle da record...
(serio, come colto da un improvviso pensiero, indica con la forchetta la quinta di sinistra)
E lui, lì! Fermo e sorridente che mi guardava senza dire una parola...sorrideva e basta...(pausa)
Già, ora che ci penso, non mangia mai quello...
(un pacco di libri a fianco della sedia, il n° 4, attira la sua attenzione)
...non mangia mai...
(si alza, lo raccoglie e poi si avvia verso il mobile)
Mi ha convinto a cucinare per lui, è vero...
(posa il pacco n° 4)
...ma non l’ha mai visto mangiare...
VOCE Sei gentile a preparare, ma a me basta guar-
guardarti, assisterti...
E Seheee, assistermi...
(prende il pacco n° 2)
Come quella volta che mi sono ammalato...
(va verso la poltrona)
...a cinquantanove anni...
VOCE Prima, mio caro, molto prima.
E Nooo! Me lo ricordo bene, io: a cinquanta
nove anni esatti. (lascia il pacco n°2)
Sì, era...era quando ho incontrato cosa lì...come si chiamava?...la ventenne, insomma...
(è fermo al centro del palco)
Quella che, chissà perché, diceva di essere innamorata...Quella che...euhm...diciamo, aveva fatto vibrare il mio stanco cuore?
Ma sì, diciamolo pure!


SCENA XVI
E

E (eccitato dal ricordo)
Quella che m’attizzava come un cavallo, che ci aveva due cosce e una scomparsa pubica da erezio-ne mitica, due tette da turgore michelangiolesco al...al...
(guarda e indica l’addome)
Di marmo! Giuro, di marmo!
(pausa; mentre parla, vede il pacco di libri, il n° 1, al centro del palco; lo prende e lo porta vicino alla poltrona)
Quella che mi avrebbe permesso di intrecciare ancora una volta il tempo...
(lascia il pacco n° 1 e va a sedersi sulla sedia)
...e che invece, grazie ai suoi suggerimenti:
(guarda il cibo, poi riprende la forchetta)
“Che fai, scombini tutto, scombini?”...”E se poi le emozioni sopite ti travolgono?”
(sta per mangiare ma si ferma)
“Fida nella convenienza, amico mio. Nella consuetudine”
(come prima)
E grazie alle mi...alle sue paure, io l’ho rispettosamente allontanata, evitata...
(guarda la forchetta, scuote la testa e la poggia sul tavolo)
Avevo cinquantanove anni, me lo ricordo bene.
SAX ( in fondo, a destra; suona pianissimo)
“Entropia” (breve)
E (orgoglioso di avere ragione)
E’ allora che mi sono ammalato davvero, per la prima volta. Il povero cuore stanco, diceva lui...ihii!..E intanto, mi ha sbattuto nella stanzetta del corridoio...di un metro per due...
Per assistermi, naturalmente. Per curarmi meglio, per avere tutto a portata di mano, per far prima, per...per fottermi ancora, dico io.
Per fottermi!
(pausa)
Sei mesi m’ha tenuto segregato in quel buco. 
Sei mesi! E quando sono uscito...
(si alza: zoppica vistosamente)
...a parte ‘sta gamba che non funzionava più, non ho trovato più niente.
(è davanti al sassofonista che continua a suonare; lo fissa per un attimo)
Merda!
SAX (il sax smette di suonare e scompare)
E Tutto l’arredamento cambiato!
(si guarda attorno)
Niente più come allora, quando...


SCENA XVII 
E, Sassofonista
Vede il cofanetto che è rimasto sul tavolo; mentre parla, lo prende e prova a rimetterlo sul gradino più alto della scala

E (stupito)
Beh, non è proprio così.
Cambiato è cambiato tutto, ma, a dire la verità, tutto somiglia ancora alle mie cose...
(non riesce a mettere il cofanetto sul gradino più alto; sbuffa e s’accontenta di quello più basso e vicino)
Eh, sì. Non proprio uguale, ma simile...Solo...
(si guarda attorno, attentamente)
...solo un pò più vecchio, ecco. Stantio, sfumato, come se ora avesse dei contorni non ben definiti
(tocca il bordo della scrivania)
Come un doloroso ricordo...
(appare il sassofonista, in fondo, a destra)
SAX ( guarda E e sorride)
E ...sì,...un doloroso...
SAX (saluta E che ricambia)
Frase n° 3

Inizia qui, un “dialogo” tra i personaggi; ognuno dei due tenta di convincere l’altro della superiorità del proprio specifico linguaggio; l’incomprensione è totale

E Un ...doloroso
SAX “Barriti”
E (scuotendo il capo, suggerisce il tono)
Do...lo...ro...so...
SAX (scuote la testa e suggerisce il “suo” tono)
Frase n° 3
E (fa cenno al sax di seguirlo; tenta di suonare con
le parole)
E poi, subdolamente, piano piano...
SAX (fa cenno a E si seguirlo: tenta di parlare con
il suono)
Frase n°4
E ...come un sicario prezzolato...
SAX Frase n° 6
E ...viscido e bastardo...
SAX Frase n°7
E (forte e concitato)
...schifoso, fetido, carogna...
SAX (forte e concitato)
Frase n°7 (più alta)
E ...m’ha dato l’ultima pugnalata...
SAX Frase n°8 (più lunga)
E (il sax non lo capisce; E dunque, si allontana per
continuare da solo e poi, in crescendo, cerca di sopraffare il suono)
M’ha convinto che c’era bisogno di uno sgabuzzino.
SAX (E non lo capisce; il sax dunque, in crescendo
,continua da solo)
Frase n° 9
E ...che non se ne poteva fare a meno...
SAX Frase n° 10 (breve)
E ...che era meglio così...
SAX Frase n° 10
E ...che in fondo era giusto...
SAX Frase n° 10
E ...che era indispensabile...
SAX Frase n° 10
E ...che...
SAX Frase n° 10 (forte e brevissima)
E ...che...
SAX Frase n° 10 (aperto e fortissima)
E E che cazzo!
SAX Tema dell’Inquilino (brevissimo, di fronte)
E Non gli bastava lo spazio che s’era preso.
SAX Tema dell’Inquilino (brevissimo, verso la 
quinta)
E No!
SAX “To Exit” (brevissimo, di spalle)
E Non gli bastava no, al verme...
(lancia una ciabatta verso il sassofonista che scompare; lunga pausa)
E ora, eccomi qua, ad abitare un ingresso...quello di servizio, per giunta...


SCENA XVIII 
E, Sassofonista, Voce
Si abbandona sulla sedia, esausto; guarda il piede scalzo e poi cerca intorno la ciabatta; allunga una mano per prenderla, borbotta qualcosa e, piano piano, s’addormenta.

E (parla nel sonno)
Sono...anni...che...uhm...anni...
SAX (entra dal fondo. a destra e, in punta di piedi, 
si avvicina a E; prende il pacco che è vicino alla sedia e lo porta al centro; esce sorridendo)
E Eh?..Chi?..
(guarda la ciabatta e il piede)
Sono...anni ormai che non mi viene a trovare nessuno.
Ah, ma questa me la paga! Oh, se me la paga...
Rivoglio indietro tutte le mie cose, rivoglio...
Tutte!
Non può mica averle fatte sparire, mica...erano un 
cumulo...non possono sparire come se non le avessi mai avute...o...o fatte!
Ecché, vuol far sparire anche me?
(pausa; si alza lentamente e va a prendere la ciabatta)
Tutto. Rivoglio tutto, ecco.
(va verso la poltrona)
La mia libertà...il mio spazio...il mio tempo...
(si stupisce ancora)
Il mio tempo...il mio...tempo...
(si siede; ultimo momento d’introspezione: E esce dal ruolo; luce a cono sulla poltrona)
Sul Tempo 
“Il mio tempo...che affonda i piedi nelle mie orme, che segue come un fantasma i miei desideri e vede solo attraverso i miei occhi.
Il mio tempo...che si ciba del colore della mia carne, consumandolo lentamente, con sadico piacere.
Soffio inarrestabile...che spinge verso l’abisso più profondo, ride dei miei sforzi per levare la testa aldilà della notte.
E io, uomo incantato da Prometeo l’idiota, mi sono fatto re e in questo regno non trovo né gloria né onore.
Il mio tempo passato mi ha ucciso mille volte per generare mille figli allattati dalla morte.
Il mio tempo...
VOCE E’ finito!
E (cambio luci; E è tornato quello di sempre)
‘azzo dici?
VOCE La pugnalata, quella di cui cantavi prima, 
non era l’ultima.
E (vede il pacco di libri al centro del palco, lo rac-
coglie e, stringendolo tra le braccia, quasi a nasconderlo, lo riporta vicino alla sedia)
Come sarebbe a dire?
VOCE Mio caro, sono veramente addolorato: è ar-
rivata l’ingiunzione di sfratto.
E Beh, fatti dare una proroga, no?
VOCE (con freddezza)
Non è possibile. E’ uno sfratto esecutivo, definitivo, capisci? Mi dispiace...
E Come esecutivo?
Questa è casa mia ...ci sono nato...mi ci sono abituato, ormai...
Non posso mica andarmene così, senza...senza avvisare, ecco...
...senza prima averci fatto l’idea, almeno...
...senza essermi preparato, che cavolo!
(pausa)
Dai, fammi restare qualche altro giorno.
Solo un paio, magari...
VOCE Non posso. Aspetto un altro ospite.
E E io?
VOCE Devi andartene! E’ ora.
E (lunga pausa)
Un altro, eh? Viene un altro...
(cambiando tono)
...un altro?


SCENA XIX 
E, Voce
E intuisce solo ora la propria fine; ha la voce sottile, quasi piagnucolosa.

E Non vedrò più le mie cose, allora?
Mai più?
(vede un libro e, senza pensare, con lo steso tono di voce, ne legge il titolo)
“I Sepolcri” di U puntato Foscolo?
Mai più?
(indietreggia fino al lato sinistro della scrivania; il libro gli scivola dalle mani)
Nemmeno queste poche cose qui?...
...quelle del corridoio di servizio?
(si guarda attorno; spera di sentire la voce)
Dai, mi accontento...
(silenzio)
Non ti darò nessun fastidio...
(silenzio)
Starò zitto...e buono...
(silenzio)
Non mi sentirai nemmeno respirare, lo giuro...
(capisce che non c’è più niente da fare)
Tutto...devo lasciare tutto...la poltrona...il tappeto...l’attaccapanni...il tavolo, lo specchio, la mia penna, il mio diario...
(si blocca, sorpreso)
...il mio diario?
(lo prende)
...il mio diario...
(ride; pensa di aver trovato il modo di sconfiggere l’inquilino; libro alzato sopra la testa, gira su sé stesso)
E Ah, ah, ah...T’ho fregato, t’ho fregato!
Ah, ah, ah,...Io, E, ho fregato l’inquilino...ah, ah, ah...l’ospite...ah, ah, ah...
Lo vedi questo, eh? lo vedi?
Questo diario, questo che io ho scritto, sarà la tua rovina, mio caro...
Oh sì, lo lascerò...certo che lo lascerò...ah, ah...
(batte con forza il diario sul tavolo)
Te lo lascerò! Insieme a tutto il resto...ah, ah...tienilo pure...ah., ah...
Quell’altro, quello che verrà dopo, al posto mio, lo troverà...lo troverà di sicuro...ah, ah, ah...
E lo leggerà, carissimo coinquilino. Altroché se lo leggerà. Scorrerà pagina dopo pagina, lentamen-te, con cura, con curiosità, con attenzione.
E la rabbia, come la pietà per la mia vita, gli si gonfierà in petto, così, fino a scoppiare!
E finalmente, qualcuno ti capirà e ti combatterà, non ti darà più ascolto e ti scaccerà...
Ah, ah, ah...Un diario...il mio diario...
( è sfinito; si lascia cadere sulla poltrona)
Sarà la tua fine...
(in un solo urlo, con le ultime energie)
Chi ti credi di essere...Chitti! 
VOCE Un diario, dici?’
Tutti scrivono un diario pensando che sia unico e che serva a qualcosa...ah, ah, ah...

SCENA XX 
E, Voce del macchinista, Sassofonista
Sulla risata della Voce, si abbassano le luci e si sente, in lontananza, il suono del sax

SAX “To Exit”
(quando il palco è quasi al buio, si sente bussare e si riaccendono tute le luci; il sax smette di suo-nare)
MACC. (fuori scena)
Chi è di scena, signori. Chi è di scena.
Signor (nome dell’attore), chi è di scena.
E (con aria seccata)
Arrivo...arrivo...
( va verso lo specchio togliendosi la parrucca)
Tutti i giorni la stessa storia...la stessa parte...
Centosessantaquattresima replica!
Che lavoro del cazzo!
MACC. Signor (nome dell’attore), tocca a lei
E - Ecco...vengo, vengo....
(sta per uscire ma si accorge di un oggetto fuori posto; torna indietro e lo sposta solo di alcuni mil-limetri; spegne la luce ed esce; cono di luce sul proscenio; a sinistra, appare il sassofonista che, di spalle, guarda la stanza; si sentono, lontane, le prime battute, poi un applauso)
E (fuori scena)
M’ha lasciato anche al buio, m’ha lasciato...
...’sto stronzo...al buio...
SAX Tema iniziale.
Sipario



Nota
Il testo è stato scritto in tre diverse versioni dette riflessioni
1a riflessione: prova d’attore; monologo senza il 2° personaggio
2a riflessione: spettacolo teatrale a tre voci (Edizioni SEAM)
3a riflessione:spettacolo di strada; il signor E è un mendicante.

N.B.
I versi della prima e della seconda parte del 2° momento d’introspezione sono rispettivamente di G.B. Marino e C. Bau-delaire.
Il 4° momento d’introspezione è ricavato da K. Gibran

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