L’ipnotizzatore

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Monologo

di Lucio De Felici

da COSA DITE?

Editrice Tusculum Frascati

PERSONAGGI:

L’ipnotizzatore

L’IPNOTIZZATORE

Sul proscenio si presenta un signore in smoking, guanti bianchi, occhiali scuri, fiore bianco all'occhiello. Prima di parlare, si rischiara la voce.

A guardarmi bene in faccia non si direbbe che io sia un ipnotizzatore. I tratti somatici, ma soprattutto l'occhio, rivelano alcunché di imbecillesco; si può quasi affermare che io sia un incrocio tra un ornitorinco maschio con un camaleonte femmina. Il mio medico afferma, con una certa continuità di vedute, che il mio cretinismo sia un fatto originario, una tara ereditaria. A dimostrazione di ciò, in­fatti, il mio medico ha compiuto uno studio sui miei bi­savoli e trisavoli  discendenza diretta e laterale  tro­vando che, su trecento individui, duecentoventi sono finiti al manicomio, venticinque in case di cura per schizofrenia, altri tredici in carcere suicidi, il resto di morte violenta.

Ho una statistica sul genere di morte che potrà capi­tarmi in funzione dell'età. Uno studio profondissimo del mio medico curante: mi è talmente amico che non serve che io lo ripaghi di queste cortesie. Anzi, adesso che ci penso, non l'ho mai pagato. Ma lui è così gentile e disinteressato che continua a compiere studi sulla mia mortalità. Dunque, eccovi la statistica... (Apre un foglio di pergamena) Se crepassi tra i trenta e i trentacinque anni, non potrei mo­rire che di cretinismo mongolico, dai trentacinque ai trentasette potrei aspettarmi solo il suicidio o la pa­ranoia... La mia tabella di morte arriva fino all'età di ottant'anni a cui si lega l'imbecillità prodotta dall'alcolismo.

Adesso ho esattamente trentatre anni e naturalmente, secondo la statistica del mio medico di famiglia, non posso essere che un cretino. L'occhio opaco, senza vita, continua­mente fisso sullo stesso punto (il punto mi sta sempre di­nanzi al naso) rivela qualche verità in proposito e forse dimostra che lo studio del mio dottore di fiducia non sia del tutto privo di un certo fondamento.

A parte queste considerazioni di carattere intimo, la mia professione di ipnotizzatore non impedisce al mio prossimo di guardarmi di sottocchi, quasi con rammarico verso le mie diaboliche qualità.

Ieri ho ipnotizzato in pieno giorno, esattamente alle dodici e venti, il cassiere della Banca Federale. Dodici mi­lioni in contanti.

Io ho scoperto il segreto di incassare assegni a vuoto. È semplicissimo: basta un rettangolino di carta igienica, guardo fissamente l'impiegato -tac- quel pezzo di carta diventa quel che mi pare... carta moneta... milioni... Spesso in queste visite ricreative vado in compagnia di qual­cuno.  Lo lascio  di fuori...

Non nego però che questa professione non abbia delle difficoltà spesso eccessive. Il mercato, soprattutto in que­sti tempi, offre una vasta concorrenza. Pensate, tutti i ne­gozi della mia zona sono in stato fallimentare. Dieci hanno già chiuso baracca. Un gioielliere, di fronte a casa mia, è rimasto senza gioie e senza oro: vende solo penne a sfera e orologi in duralluminio. Il cinema, in fondo alla strada, è chiuso per restauro dall'estate scorsa. Prevedo che dopo il restauro crollerà.

I tempi si fanno sempre più difficili, la clientela scar­seggia, il gusto si trasforma, e noi poveri ipnotizzatori sia­mo costretti ad emigrare in altri paesi. Da poco ho messo le tende in questa cittadina, mi dicono che troverò abba­stanza lavoro. Abito a via... numero venti, dove intendo aprire uno studio a rete nazionale. Ricevo tutti i giorni, di mattina, la sera lavoro. Divido al cinquanta per cento.

(Si guarda attorno con circospezione) Credo di essere sorvegliato. Questa storia dura da un pezzo e davvero mi rimane fastidiosa. Un professionista come me dovrebbe essere lasciato in pace... Niente. L'altro ieri, due robusti signori mi hanno fermato piuttosto bruscamente: « Ci se­gua in questura, non faccia tante storie ». Avevano una faccia patibolare, evidentemente si trattava di un atto banditesco: mi avrebbero condotto in un posto appartato per poi rapinarmi... Li ho seguiti per un po'; dopo un cen­tinaio di metri, li ho fatti proseguire da soli con il flus­so ipnotico dei miei occhi.

Non consiglierei al più caro amico della terra di ab­bracciare la mia professione. Le disillusioni, le amarezze anche in mezzo ai successi, lasciano sempre la bocca amara. Ve lo debbo dire con sincerità: non vedo l'ora di finirla! Se mi capiterà una buona occasione, in questa città, non vi nego il desiderio di dedicarmi al mio orticello o ad un altro mestiere. Un mio amico, per esempio, ha costi­tuito una Associazione Nazionale per Schizofrenici. Con duecentoventi raccoglitori di fondi sparsi in tutta Italia, raccoglie al mese oltre i dieci milioni. Gli schizofrenici non sanno nulla. Del resto, anche se lo sapessero, che ne fareb­bero di quei dieci milioni? Mentre, con questo, il mio amico ha risolto il problema dell'esistenza.

Sto meditando anch'io una istituzione del genere. Rac­colta fondi per imbecilli. L'imbecillità fa sempre un certo effetto al pubblico. E comunque una cosa è certa: che men­tre gli schizofrenici sono in numero limitato, di imbecilli ne abbiamo piene le tasche. Anche il mio medico si esprime in questo senso.

Come vi dicevo, esistono è vero delle difficoltà, ma ci sono anche delle soddisfazioni che nessun lavoro potrà mai dare. In tutta confidenza, debbo dirvi che io ho avuto la grande gioia, l'incommensurabile e l'impareggiabile gioia di  aver  ipnotizzato,  con  questi  miei  occhi,  mia  suocera.

Signori, credetemi, è la più grande soddisfazione della mia vita.

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