L’ispezione

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Un atto di Orio VERGANI

da IL DRAMMA n. speciale 231 - dicembre 1955

LE PERSONE

IL DIRETTORE

L'ISPETTORE

IL GUARDIANO

IL SERVO

Rappresentato dalla Compagnia delle 15 novità, diretta da  Maner Lualdi, al Teatro Olimpia di Milano,

il 25 ottobre 1955, interpreti Carlo Ninchi, Cesare Bettarini, Marcello Nencioni, Gino Maringola


La scena è al buio. All'aprirsi del sipario si illumineranno tenuamente in resistenza, a sinistra e adestra, due fiancate grigie di muraglie, sulle quali appariranno due bussole di legno, della forma di quelle che coprono le finestre delle celle carcerarie. In primo piano sui fianchi, a destra e a sinistra, indipendenti e con valore puramente simbolico, due grosse inferriate che, toccate con un grosso mazzo di chiavi, manderanno un suono metallico. Si illumi­nerà lentamente il centro della scena. Vedremo così, in ribalta, la ringhiera di una balconata che si al­larga al centro per una piccola terrazza. Questa è la terrazza del domicilio privato del Direttore del Penitenziario. Fra due paletti che vengono su dalla ringhiera è tesa una corda con biancheria da asciu­gare. Dietro ad essa, una porta aperta che conduce verso l'appartamento del direttore, visìbile attraverso gli elementi di un'arcata. Da questa arcata, avanzan­do, si entra nella terrazza, verso il pubblico. Sulla terrazza, sotto ad una lampada, un tavolo con due sedie. Siamo nel Penitenziario di Santa Maria in Monti, uno stabilimento penale di non grande im­portanza, in uno sperduto paese dell'Italia Meri­dionale. È notte. Al tavolo sono seduti l'Ispettore e il Direttore. Un vecchio detenuto, vestito con un modesto abito borghese fa da domestico. Si ode un lontano suono di chitarra.

L'Ispettore — Dove suonano questa chitarra?

Il Direttore — Oh! Non qui, naturalmente... Un ragazzo, in un podere che confina con lo stabili­mento...

L'Ispettore — Sembra che venga da uno dei cortili...

Il Direttore — In questo paese, alla notte, se abbaia un cane lo si sente tre miglia lontano... E il torrente? Lo avrà visto, arrivando oggi con la corriera... Mai un filo d'acqua! Ma, appena piove, sembra un treno... (Alza la caffettiera) Ancora un caffè?

L'Ispettore — No, grazie...

Il Direttore — Un liquore? Un piccolo dige­stivo? (L'Ispettore non dice né di sì né di no. Il Direttore fa cenno al servo) Con due bicchierini... (Il servo esce verso l'appartamento del Direttore).

L'Ispettore (accendendo la sigaretta) — Lei fuma?

Il Direttore — Grazie, no.

L'Ispettore — Perché non è in divisa, il suo... il suo uomo?

Il Direttore — Gli ho dato un mio vestito vec­chio; per quando è qui...

L'Ispettore — Il regolamento non lo consente.

Il Direttore — Lo so; ma avevo pensato... Mi serve da tanti anni... È quasi una persona di famiglia. Anzi, se dovessi dire... ormai è la sola per­sona di famiglia...

L'Ispettore — La divisa è obbligatoria. Il recluso deve ricordare sempre che sta scontando una pena... Non tanto per rendere difficile una fuga...

Il Direttore — Fuggire, lui? Cosa andrebbe a fare, per il mondo?

(Il servo rientra con una bottiglia senza etichetta e con due bicchierini. Il Diret­tore stura la bottiglia)

Sentirà, signor Ispettore... Degno di una gran marca! (Versa).

L'Ispettore — Basta, basta... metà!...

Il Direttore  (guardando la bottiglia) — Senza etichetta. Del resto... sarebbe una etichetta poco al­lettante... «Doppio cedro del Penitenziario di Santa Maria in Monti». (Ride. Poi all'Ispettore) Buono?

L'Ispettore — Ottimo... Lei non beve?

Il Direttore — Abitualmente... no... Riserva per gli  ospiti...   (Il servo comincia  a sparecchiare  in fondo)  Sono le ultime bottiglie... Quello che le preparava ha finito la sua pena... Cedri del vecchio giardino dei frati, quando qui c'era il convento... L'idea è venuta al Cappellano. I detenuti devono lavorare nelle loro specialità... Abbiamo fatto anche del cognac, da rivaleggiare con i migliori francesi. È   finito  subito.   Quando  venne   il   Prefetto   per inaugurare la scuola nuova, il  Sindaco mi portò via le ultime bottiglie.

L'Ispettore — Non poteva comprarle?

Il Direttore — Il paese è povero...

L'Ispettore — E al Sindaco piace l'ammazzacaffè...

Il Direttore — E il Prefetto? L'avesse visto. (Ride).

(Il servo ha finito di sparecchiare. Ha posato sulla credenza che è in fondo il vassoio della frutta. Si avvicina per portar via la bottiglia)

No, lascia! Il signor Ispettore berrà forse un altro bicchierino... Puoi andare.

Il Servo — Buona notte. (Fa per uscire).

L'Ispettore (al servo) — Senti tu!

Il Servo    (si avvicina sull'attenti) — Comandi.

L'Ispettore — Domani  mattina,  quando  parto, non voglio vederti con quel vestito addosso. Devi essere in divisa... E restituirai il vestito al Direttore.

Il Servo — Signorsì!

Il Direttore — Se permette, signor Ispettore. È un regalo. (Al servo) Puoi versarlo al magazzino perché lo tengano con le altre tue cose... Verrà il tuo turno per andartene di qui...

Il Servo    (inchinandosi) — Fra sette anni... (Sa­luta. Esce).

L'Ispettore — Lei perdonerà se ho dato io un ordine che avrebbe dovuto essere dato da lei...

Il Direttore — Lei è padrone... L'ha mandato il Ministero... Tutti gli ordini che vuole...

L'Ispettore — L'ho fatto per il suo bene. Lei è troppo buono, signor Direttore... L'unico appunto che, per il momento, dovrei fare, è questo... come dire? È la familiarità con la quale in questo peni­tenziario sono trattati i detenuti... Lei non si rende conto delle distanze... Se mi hanno mandato qui è per questo...

Il Direttore — L'ho compreso subito.

L'Ispettore — Lei ha delle idee tutte sue parti­colari sul regime carcerario... Si direbbe che, in lei, agisca qualcosa dello spirito di queste mura con­ventuali...

Il Direttore — Il più antico convento francesca­no di tutta la regione.

L'Ispettore — Ma lei è un direttore di peniten­ziario...   Non   è  un   padre  guardiano!...  Vede,   le parlo in tutta lealtà, come lei merita. Lei è un per­fetto galantuomo. Se non ne fossi convinto...

Il Direttore — Grazie...

L'Ispettore — Se non  ne fossi  convinto avrei svolto la mia ispezione in tutt'altro modo.

Il Direttore — Tutta la mia vita è stata dedi­cata a...

L'Ispettore — Lo so... Non è una professione al­legra... Chi accetta questa carriera accetta una vita di  sacrificio.

Il Direttore — Non mi sono mai lamentato. Del resto credo che le mie note informative...

L'Ispettore — Ottime. Sono state ottime.

Il Direttore — Sempre.

L'Ispettore — Le conosco.

Il Direttore — Ho sempre accettato le residenze più disagiate... Non ho mai brigato per far car­riera... per ottenere un trasferimento in una sede principale... Ce ne sono tante, anche nell'Italia del Nord... vicino alle grandi città... Vicino a Milano, a Torino... Io ho preso la laurea a Pavia, tanti anni fa... Lassù, in Alta Italia, avrei, se non altro, ritrovato qualche vecchio amico... Lei vede, invece... che trafila! Appena in carriera sei anni in Sardegna... Poi Sicilia e Puglia... Adesso qui, in questa valle sperduta della Basilicata. Certo, se avessi avuto la residenza vicino ad una grande città, la mia vita sarebbe stata diversa... Ma è la prima volta che lo dico... Lei ha trovato qualcosa di irregolare? Ha trovato qualcosa che meritasse rapporti, de­nunce...

L'Ispettore — Non si tratta di denunce...

Il Direttore — Delazioni... Lettere anonime...

L'Ispettore — Non ci sono né denunce né let­tere anonime... Un complesso di piccole cose...

Il Direttore — Denunciate, ne sono sicuro, con lettere anonime.

L'Ispettore — Le ripeto...

Il Direttore — Lealtà per lealtà, le devo dire che mi permetto di non crederle... So come vanno queste cose... Sono stato anch'io due anni al mi­nistero... Anonime! Pacchi! L'invidia... Sì... L'invi­dia anche per il direttore di un penitenziario che, per dodici ore al giorno, per sedici ore al giorno, non vede altri occhi se non di assassini, di rapi­natori, stupratori... Solo occhi da pugnale e da rivoltella... E anche qui, ecco, c'è qualcuno nell'ombra che dice... Levati di lì!... La cosa non mi meraviglia... Avranno detto, i bottegai del paese, che la mensa dei funzionari, e anche la mia, è arricchita... diciamo proprio così, arricchita dai pro­dotti dell'orto coltivato da due ergastolani. Insalata, cavoli, carciofi, a seconda della stagione. È per­messo dal regolamento. L'eccedenza del prodotto viene inviata al mercato e il ricavato — lei lo ha visto — regolarmente registrato.

L'Ispettore — Non c'è il minimo dubbio ammi­nistrativo...

Il Direttore — E allora? L'igiene? La manutenzio­ne dei locali? Questo vecchio convento è una specie di melanconica topaia... Sono state rifiutate tutte le migliorie. L'inverno è la Siberia. L'estate è il Sahara.

L'Ispettore — La Basilicata non l'ha fatta il Mi­nistero...

Il Direttore — Se l'avesse fatta, l'avrebbe fatta peggio!... Mi perdoni... L'infermeria fa pietà...  Il medico ha caricato il Ministero di rapporti...

L'Ispettore — Li ho visti.

Il Direttore — I casi di tubercolosi sono in au­mento... Ho provveduto agli isolamenti...

L'Ispettore — Ho visto.

Il Direttore — E allora? La disciplina? I guar­diani le avranno ricordato che nell'unico caso di ammutinamento, tre anni fa, non ho esitato a en­trare io, per il primo, nelle camerate dei rivoltosi. Ho dimostrato di saper essere un uomo duro. Sono rimasto ferito. Non me ne sono vantato. Noi, qui, dobbiamo essere sempre disposti a giocare la vita.

L'Ispettore — So che lei sarebbe pronto a farlo.

Il Direttore — Per quel che vale... Quando al­l'improvviso, ci viene messo davanti un bicchiere di fiele e ci dicono: «Bevete... bevete a piccoli sorsi...» .

L'Ispettore — Non sono io...

Il Direttore — Non lo penso nemmeno... È il suo dovere... E io sono qui, davanti a lei, nudo. E se lei vuole le dico: Mi guardi, mi guardi den­tro... Anche i miei pensieri...  (Resta immobile e silenzioso. Dopo un momento) È per mia moglie? (L'Ispettore  tace)  È per mia moglie?  (Silenzio).

Certo... Non è più tornata... Anche allora fu una lettera anonima... Ma non al Ministero! A me... A me... Una finta calligrafia infantile, una calli­grafia innocente per una simile infamia! Lo capii subito dalla busta... Le dirò... che addirittura lo prevedevo... Avrei dovuto fare a meno di leggerla... Naturalmente, l'ho letta. L'ho sempre con me; qui, nel portafoglio... Vuol vederla?                                 

L'Ispettore — Non è necessario.

Il Direttore — Lo so... so che tutti sanno.

L'Ispettore — Lo sanno anche i detenuti...

Il Direttore — L'hanno vista qui per sei anni... Le scale sono separate... I reparti di custodia non hanno nessuna comunicazione con gli uffici... Ma qualche incontro, si sa, è inevitabile... Io non avrei mai voluto portarla qui... Ma dobbiamo vivere qui dentro. Mi pareva che la guardassero, che la spias­sero attraverso le mura... Una galera... Tutti i de­sideri dei maschi chiusi in una galera, anche i più vecchi e i più sudici... Mi pareva di sentire il fremito e l'odore... Tutta questa giostra di desideri invisibili, questo fiato di desideri invisibili che ve­niva su dal cortile, dalle finestre. E lo sento ancora, sa... perché essi non l'hanno dimenticata... Non è più tornata. Ma lei è ancora qui, nell'aria, in que­ste notti d'estate... e non solo per me, ma anche per chi non l'ha vista mai... (Dopo una pausa) Le dirò... Non la vedeva nessuno... Ma lei era di tutti... Mi capisce?

L'Ispettore — Queste sue considerazioni non hanno a che fare con i limiti della mia ispezione.

Il Direttore (con uno scatto) — I limiti! I li­miti! Ma lo sappiamo noi quali possono essere i limiti, quando in mano non abbiamo un corpo di reato ma uno di quei sentimenti misteriosi che formano la vita? Il cuore, ecco cosa c'è nella nostra mano! I limiti? Lasciamo questi termini alla bu­rocrazia...

L'Ispettore — Anche lei ce l'ha con la burocra­zia? Io sono qui per svolgere un mandato ispettivo e non per fare della polemica. Lei non se ne rende conto.

Il Direttore — Burocrazia, signor ispettore... Lo ripeto! Perché qui, lei comprende, si tratta di mi­surarsi con qualcosa di inafferrabile... come una fantasia. Una misteriosa immagine di donna, che per me è ancora carne e vergogna e per gli altri, anche se non l'hanno mai vista, desiderio e sudore di lussuria... Un'ombra che ciascuno di notte, tra­scina con sé nelle celle, come io l'ho qui, su questi tetti nella mia insonnia. Il ricordo e la fantasia sono cattivi compagni, quando diventano incubo.

L'Ispettore — D'accordo... Ma nel mio rapporto non posso scrivere che lei mi parla per massime  e per aforismi... Bisogna stare ai fatti... Lei salta su, mi scusi, quando parlo di limiti. Si calmi. Stia­mo ai fatti.

Il Direttore — I fatti?... Fu la mia pazzia. Una donna più giovane di vent'anni... Era fatale che accadesse quello che è accaduto... Le dico (leva il portafogli e trae una busta) era inutile che io aprissi questa busta... La mia storia porta la data di questo timbro postale... tre... sette... cinquanta... Un terno, un bellissimo terno! Crotone... Una piccola spiag­gia... un viale di oleandri... la pensione Miramare... Tre mesi la tenevo là; per levarla dall'odore di queste notti d'estate. E anche per il bambino, che aveva bisogno di iodio... Il bambino... Potrei te-nerlo con me adesso... Ha abbandonato anche lui... Ma se lo immagina lei, un bambino qui, solo, su questa terrazza che ha come tutto panorama sola­mente i cortili dell'ergastolo? Ho provato... Si ac­contentava di giocare qui, solo, buono buono, con una piccola tartaruga, e di batter su queste sbarre, con un legnetto, come uno xilofono... E ogni tanto andava nell'orto... Con chi doveva giocare, povero piccolo? Con quei due ergastolani che coltivavano l'insalata? E così l'ho mandato da mia sorella... Vengono ogni tanto a trovarmi... Lo guardi! (Leva dal portafoglio una fotografia) Questa è di quando aveva sei anni, al mare, proprio negli stessi giorni in cui sua madre... Adesso ha dieci anni... Lui non sa dove è andata sua madre... Non sa la mia vergogna... Quella che invece sanno tutti, tutti, qui sotto... Le ho detto... Gente da pugnale e da ri­voltella... Gente che avrebbe ucciso... Magari per poi uccidersi, come ha tentato di fare quello che sta qui sotto, che me lo hanno portato qui quasi muto, con la lingua e il palato sfracellati da un colpo di rivoltella, inebetito nel ricordare la sua donna anche se l'ha uccisa...

L'Ispettore  (dopo una pausa) — Lei,  quando, quando le è accaduta quella disgrazia avrebbe do­vuto chiedere il trasferimento.

Il Direttore — Il trasferimento? (Ride) Sì... Ma vorrei una sede che non dipenda dalla volontà di un Ministero... Dalla vita, il trasferimento!...

L'Ispettore —  In  un  altro  stabilimento penale lei avrebbe potuto portare con sé il suo ragazzo... Sua sorella poteva venire a vivere con lei... Nes­suno avrebbe saputo...

Il Direttore — Nessuno? Le mura degli ergastoli parlano. Dovunque fossi andato all'indomani si sarebbe saputo tutto... Qui almeno ho potuto illudermi di trovare un po' di silenziosa pietà.

L'Ispettore — I suoi dolorosi casi privati non sono stati, le garantisco, il motivo dell'ispezione.

Il Direttore — Ma il Ministero sapeva?

L'Ispettore —Il Ministero, o prima opoi, viene a sapere tutto. E si è parlato di qualche sua debolezza...

Il Direttore — Quale?

L'Ispettore — Non è il punto centrale. Un'inezia.

Il Direttore — Mi dica, che debolezza?

L'Ispettore — Una... mancanza di reazione a certe ironie, a certi ritornelli allusivi e... ingiuriosi.

Il Direttore — Lo dica... anche a un certo so­prannome hanno accennato? (L'Ispettore tace) Spaccasoffitti... (Fa un gesto sulla fronte, come per in­dicare grandi corna).

L'Ispettore — Sembra che lei non abbia reagito... che non abbia punito...

Il Direttore (come pensando ad altro) — Spacca-soffitti!... (Si versa un bicchierino. Poi all'Ispettore) Lei pensa certamente che come soprannome è ben trovato...

L'Ispettore — Non penso nulla.

Il Direttore — Come è divertente, spaccasoffitti!

L'Ispettore — Io penso solamente che sarebbe stato suo dovere...

Il Direttore — Punire... Prolungare le segrega­zioni... Privare della mezz'ora di aria aperta...

L'Ispettore — Mi dispiace di doverle dire che non si può non trovare che lei è... come dire?... un po' incerto nella tutela del rispetto del suo grado... Non è a me che, in definitiva, lei dovrà rispon­dere... Le spiegazioni le darà... le darà a Roma... Come vede, io mi considero un suo amico... Sono umano e comprensivo. La metto in guardia e, men­tre non dovrei farlo, le dò tutto il tempo di pre­parare le sue future risposte...

Il Direttore — Lei è buono.

L'Ispettore — Cerco di immedesimarmi nel suo caso... Le accuse, se vogliamo così chiamarle, sono così singolari...

Il Direttore — C'è dell'altro?

L'Ispettore — Da collega a collega, in tutta lealtà... mi dica qualcosa della faccenda dell'uva...

Il Direttore — La faccenda dell'uva?

L'Ispettore — Sì... L'uva! Come devo chiamarla? L'uva!

Il Direttore — Non capisco di che uva vuol parlare...

L'Ispettore — Lei mi risponde come i suoi di­pendenti, che, non dubito, sono sinceri... Anche loro, a chiedere qualcosa dell'uva, cascano dalle nuvole. Ma le informazioni sono arrivate al Mi­nistero da troppe parti, e concordano tutte. Non posso dire, tornando a Roma, che qui a Santa Maria in Monti ci sia la congiura del silenzio. Sa­rebbe ridicolo, per così piccola cosa, parlare di omertà. Ma, da parte mia, non posso nemmeno tornare a Roma senza poter dire al Ministero, che è anche il suo Ministero, una parola chiarificatrice sull'ar­gomento...

Il Direttore — Sull'argomento dell'uva?

L'Ispettore — Uva e ciliegie, signor Direttore... Anche ciliegie. Cerchi di ricordare. Si tratta di un piccolissimo appunto, di un errore forse perdo­nabile, certamente perdonabile, ma sta di fatto che la cosa è assolutamente contraria alla disciplina carceraria... Il governo, lei me lo insegna, non co­struisce dei penitenziari e vi rinchiude dentro gli individui pericolosi per la società perché, nella sta­gione della frutta, una mano furtiva dia loro delle ottime marasche e saporiti grappoli d'uva!

Il Direttore — Nessuno dei miei dipendenti...

L'Ispettore — Lo so. Sono lieto di vedere che lei non riversa su altri certe responsabilità; in ogni casa di pena ci sono guardiani che forniscono ai detenuti sigarette, giornali e lasciano passare let­tere clandestine. Il Ministero, quando lo sa, prov­vede... Ma qui si tratta di una irregolarità com­messa dalla persona che dovrebbe, fra tutti, essere assolutamente insospettabile. E cioè da lei. E con quali scopi?

Il Direttore (con uno scatto) — Signor Ispet­tore!...

L'Ispettore — Non mi fraintenda. Lo so... Nes­suno scopo di lucro! Ma con quale scopo, si chiede il Ministero, e le domanderà a Roma il Capo di­visione del Personale, e forse addirittura il Ministro, con quale scopo il direttore del Penitenziario di Santa Maria in Monti, nelle notti d'estate, cala, con un filo, grossi grappoli d'uva dalla terrazza del suo appartamento fin dentro alle celle di segrega­zione, dove sono rinchiusi i condannati per i delitti più gravi? (Pausa) Vedo che lei non mi risponde...

Il Direttore — Ho ben poco da rispondere...

L'Ispettore (trae di tasca un libretto) — Ci sono, qui, alcuni nomi dei suoi - come chiamarli? - beneficati... L'ergastolano Geremia Catanzaro, con­dannato a tre anni di segregazione, Benedetto Bi­scioni, strangolatore della cognata, Calogero Batti­ferro, Carmine Paluzzo, Serafino Galli detto Nini. Lei mi deve dare delle spiegazioni... Per il suo bene. Lei non è un bambino. Un bambino non può fare il direttore di uno stabilimento penale... Mi spieghi perché lo ha fatto...

Il Direttore — Lei sa che l'ho fatto. Non può chiedermi di dirle perché l'ho fatto.

L'Ispettore — E perché non  posso domandar-glielo?

Il Direttore — Perché non saprei risponderle...

L'Ispettore — Lei non nega il fatto?

Il Direttore — Non lo nego.

L'Ispettore — Da quanti anni si effettuano que­ste elargizioni?

Il Direttore — Dovrei fare dei calcoli...

L'Ispettore — Mi risponda con attenzione... Non vorrei  credere che lei  avesse i  suoi...  beneficati prediletti...

Il Direttore — No. Una sera all'uno, una sera all'altro... Certe sere a più d'uno... Lei ha visto questa mia casa, qui, al centro dei vari reparti? Le finestre di là sono sei.

L'Ispettore — Sì, l'ho visto dalla mia stanza. E di sotto corrispondono al pianterreno altrettante celle.

Il Direttore — Poi le ultime due celle, sono otto in tutto...

L'Ispettore — Lo so... Per le ultime due, lei, se così posso dire... lavorava da questa terrazza...

Il Direttore — Vedo che chi mi ha spiato, ha spiato bene...

L'Ispettore — Cosa dicevano i condannati?

Il Direttore — Non dicevano niente. Non fia­tavano.  Staccavano il grappolo dal filo passando la mano nell'inferriata.

L'Ispettore — Le risulta che i detenuti si siano resi conto da parte di chi veniva questo dono not­turno?

Il Direttore — Non mi risulta.

L'Ispettore — Non avranno creduto, penso, che si trattasse di una fata, di un angelo?

Il Direttore — Può anche essere...

L'Ispettore — E lei non ha da dire nulla a sua... mi scusi... a sua discolpa? Perdoni la parola che ha un  tono di processo.  Lei, capisce, potrebbe attri­buire questi episodi ad un particolare stato nervo­so... Un uomo ha il diritto di ammalarsi. Il Mini­stero  deve  conoscere  le  condizioni  di  salute  dei suoi funzionali. La sua è una missione dura, logo­rante... I suoi nervi...

Il Direttore — I miei nervi sono saldissimi. Ri­sulta dalle mie note informative.

L'Ispettore — Ma io non posso far scrivere nelle note informative che lei spinge la sua attenzione per i suoi... ospiti sino a fornirli di ottima uva da tavola...

Il Direttore — Ma io intendevo...

L'Ispettore (con durezza) — Ciascuno ha il di­ritto di intendere la giustizia come vuole, ma non quando lo Stato lo delega a controllare l'esecuzione di una determinata forma di pena... (Poi dopo un silenzio quasi bonario) Lei vuol proprio rovinarsi con le sue stesse mani? Vuol perdersi da solo, per una cosa che direi persino ridicola?...

Il Direttore — Ormai non ho più nulla da per­dere...

L'Ispettore — Non dica così. Tutti i fatti hanno una loro ragione, una loro logica, una loro scusan­te... Come fu la prima volta?

Il Direttore — La prima volta? Vede... Di là dove abbiamo pranzato, c'è un cestello di frutta... Permetta che glielo mostri.

L'Ispettore — Non è necessario...

Il Direttore — Mi consenta almeno questo.

(Va verso la credenza e torna con il cestello della frutta, mostra un grappolo d'uva)

Vede? Ecco il corpo del reato. La chiamano, mi pare, uva santa, perché viene dalla vigna dei frati... Viti di cento anni fa... La coltivano, adesso, gli ergastolani più vecchi, quelli resi addirittura innocui dagli anni. Come lei ha letto nei registri il raccolto è di quasi dieci quintali all'anno. Una parte si vende, una parte si distri­buisce al personale... È dorata, è bella, è innocente. Era una sera d'agosto... Ero già... ero già separato da mia moglie. Il mio bambino era al mare con la zia. Sarebbe venuto a trovarmi in settembre, e poi ancora verso Natale. Gli avevo scritto che avrebbe trovato l'uva appesa al soffitto, per con­servarla fino all'inverno, come si usa in campagna... Era stata un'estate dura... Un ammutinamento... Un suicidio... Carmine Ventura si era impiccato in cella.

L'Ispettore — Ricordo. Con una striscia di stoffa della casacca...

Il Direttore — Appunto... (Ha avuto un attimo quasi di smarrimento) Cosa dicevo? Agosto... Poi era venuta una grande quiete. Lei non può imma­ginare cosa sia la strana opprimente quiete di questo posto: galera e convento; condanna e speranza... Lei mi immagini solo in queste stanze, solo su questa terrazza. Le mie insonnie sono certe volte terribili... fino all'alba. Solo sui tetti sotto i quali cinquecento anime in pena sono costrette ad un silenzio mortale... Lei mi segue?

L'Ispettore — Sì.

Il Direttore — Mi ricordo, all'improvviso, della promessa fatta al mio bambino. Dentro alla stanza si soffoca... Io prendo il cestello dell'uva e, per av­volgere ogni grappolo in una camiciola di carta, porto qui fuori carta, filo, forbici... Non mi resta che scegliere i grappoli, liberarli dagli acini guasti, preparare i piccoli lacci di filo. Sono qui, dove siamo adesso. Attorno alla lampada mi fanno com­pagnia le farfalle notturne... Ho appena legato il primo grappolo, e ho le forbici in mano per ta­gliare il filo quando, dal cortile, sento salire un canto bassissimo,  di  uno  della  segregazione.  Mi affaccio a questa ringhiera, con l'intenzione di av­vertire un guardiano. E qui, sul cortile, mi accorgo all'improvviso, c'era una luna straordinaria. Mi af­faccio, cerco di indovinare da quale cella salga quella cantilena. So il mio dovere: in un carcere non sono permessi nemmeno i canti a bocca chiu­sa. Ma quello, lì sotto, forse canta per non im­pazzire... E io, in qualche momento, ho saputo cosa significa questo. Nessuno al mondo... Lui e io... Come è stato? E chi può dirmelo, adesso, a chi ho obbedito? Lo racconti, lo racconti al Mini­stero... Guardi come ho fatto...

L'Ispettore — Non vorrà, così, sotto ai miei occhi...

Il Direttore — No... È per spiegarle... Venga alla ringhiera...

(Adesso la parola sarà accompagnata dalla mimica, senza che l'attore disponga di un vero filo e di un vero grappolo d'uva).

Vede? Ecco il grappolo... ed ecco il filo... Lo calo piano piano... Qui sotto c'è la sporgenza di un vecchio cornicione di pietra... Faccio ondulare il filo, come un pendolo, per superare l'ostacolo. Loro...

L'Ispettore — I galeotti...

Il Direttore — Loro stanno sotto e aspettano. Occorre stare attenti... Una volta il grappolo si staccò, e cadde in cortile... Una sola volta... Il filo scende, scende, scende... Si affaccia alla bussola di legno... Il grappolo batte un piccolo colpo sulla tavola... Ecco... Una mano lo ha preso, con delica­tezza... Il filo si stende, come quando si pesca... È lui... È lui, che ha preso il grappolo e, al buio, scioglie il nodo

L'Ispettore (dopo una pausa, grave) — Lui chi? (Un momento di silenzio. L'Ispettore insistendo) Lui chi? Questo, signor Direttore, è il punto più delicato di tutta la faccenda. Le ho chiesto, prima, se lei aveva delle preferenze, fra i suoi beneficati...

Il Direttore — No.

L'Ispettore — Invece, pare di sì. Almeno così risulta al Ministero... Lei stesso mi ha detto che, in segregazione, c'è un condannato che le è stato portato qui, reso quasi muto per aver tentato di uccidersi.

Il Direttore — Sì.

L'Ispettore — Lei sa che quest'uomo aveva ucciso, in un modo efferato, sua moglie.

Il Direttore — Lo so.

L'Ispettore (con molta semplicità e senza severità) — I rapporti parlano chiaro... La giustizia ha con­dannato, e lei... lei ha perdonato... Lei si è elevato a giudice, o si è abbassato a complice... I reclusi hanno saputo, o intuito una preferenza... Come lei lega il grappolo al filo, i reclusi, nel loro elemen­tare ragionamento, legano i due casi: quello dell'uxoricida, signor direttore, e il suo... Mi perdoni se le faccio osservare che si tratta quasi di una manifestazione di  delittuosa solidarietà.  Lui,  qui sotto, che ha ucciso; lei, qua sopra, che non ha ucciso. Uno strano accordo, una strana intesa, un singolare rimpianto e per i suoi ospiti un ben singolare esempio... Mi dispiace... Come non ci ha pensato, lei, alla sua età? Il Direttore (dopo un silenzio) — Le dico... (Con cupa, crescente, quasi folle fermezza, a bassa voce) Ci ho proprio pensato... Ci ho pensato! Ci ho pensato!

L'Ispettore (quasi con pietà) — Questa è una cosa che lei non dovrebbe dire...

Il Direttore — Ci ho pensato! Spaccasoffitti ci ha pen­sato...

L'Ispettore — Lei ha tutto il tempo per riflettere. Ha tutta una notte davanti a sé. Le ho detto: mi consideri un amico... Ma anche lei deve aiutarmi. Io ho un dovere da compiere un rapporto da stendere...

Il Direttore (come stremato) — Ci ho pensato...

L'Ispettore — Io partirò domani con la corriera di mez­zodì. Adesso lascerò che lei vada a dormire, ed anch'io andrò nella mia stanza. E pensi con calma a quello che potrà dirmi domattina... Le ripeto. Mi aiuti a non tener calcolo di quanto mi ha detto stasera. Il mio cappello? Ah! Di là...

(Va nell'appartamento. Lontano riprende come in principio il suono di chitarra che ogni tanto scompare e poi riprende sino alla fine. L'Ispettore rientrando)

La chi­tarra... Il suono va e viene col vento. (Silenzio) Vada a ripo­sare anche lei... Domattina riparleremo... Buona notte, si­gnor Direttore...

(Accompagnato dal Direttore va verso il fondo, una uscita di sinistra. Stringe la mano al Direttore. Dopo una sosta rapida esce).

Il Direttore (torna alla terrazza. È come cupamente smar­rito. Ogni tanto ripete) — Ci ho pensato!... Ci ho pensato... (Si ferma al tavolino, sembra che legga sulla bottiglia)

«Doppio cedro del Penitenziario di Santa Maria in Monti!».

(Ride amaramente. Poi ammutolisce e viene alla ringhiera. Mormora)

Ci ho pensato. Ci ho pensato...

(Leva gli occhi verso l'alto, e vede tesa fra i due sostegni, la corda della biancheria. Dopo un momento, la strappa dai sostegni. La guarda. Fa un nodo. Si china sulla ringhiera come se, in un grido soffocato, parlasse al vuoto del tetro cortile)

Ci ho pensato!

(Il suono della chitarra torna con il vento. Il Diret­tore esce dal fondo, trascinandosi dietro la corda. La scena resta vuota. Silenzio. Chitarra).

Il Guardiano (entra tranquillo da sinistra con la sua lam­pada cieca. Batte con le chiavi sull'inferriata per control­larne il suono. Arrivato al terrazzino dice verso l'interno del­l'appartamento del Direttore) — Tutto calmo, signor Diret­tore... Tutto in ordine...

(Attraversa la scena verso destra. Tocca con le chiavi la inferriata di destra. Esce. Si ode an­cora, sulla scena vuota, il lontano suono della chitarra).

F I N E

* Copyright by Orio Vergani.

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