Lo scaccèri

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LO

SCACCÈRI

Biografia teatrale in due atti

Scritta da

GIORGIO CASINI

GANDULFO degli SCACCÈRI e MINGARDA dei BUZZACCHERINI – i genitori

CIAMPOLINO il saltimbanco – il marinaio BALDUCCIO BOTTACCI

il mercante UBALDO TORNACONTI - il precettore ARRIGO

ONORINO donzello della Repubblica

i servitori in casa Scaccèri – LAPO – LISA – MANOLA

RANIERI

LO SCACCERI

BERTA l’amica

gli amici

GUCCIO – ROGERIO – PIETRUCCIO – FIAMMETTA – CELESTE – MATILDE

l’infermeria – ALBERTO – ALBINO – GIADA

gli ecclesiastici

il Canonico EUGENIO – i chierici GOFFREDO – LOMARIO

AURELIO – i cronisti – FRANCA

Popolani – saltimbanchi – valletti del Comune

PRIMO ATTO

QUADRO 1

Piazza e Loggia dei Mercanti, una porta nel loggiato immette alla sede della corporazione. Davanti, una carta geografica della Palestina, montata su cavalletto.

SCENA 1 - CIAMPOLINO, JACOPO, MARCONDIO, DONNA FORZUTA, POPOLANI

Colpi di grancassa accompagnano l'aprirsi del sipario. Sulla piazza, spettacolo di saltimbanchi. I popolani fanno cerchio applaudendo un numero appena terminato.

CIAMPOLINO- Grazie! Grazie, valorosi messeri e graziose dame! Avete appena ammirato alcuni esercizi che pochi artisti sulla Terra sanno eseguire: lo sputafuoco, la camminata sulla corda, il salto mortale e l’uomo che sostiene da solo sulle sue spalle medesime, il peso di ben cinque esseri umani tra cui due uomini, due donne ed un bambino con il suo cane in braccio! Ed ora, io, Ciampolino da Ripafratta, sempre pronto a farvi stupire e divertire, passerò a mostrarvi l’ultima delle nostre straordinarie esibizioni: la Donna Forzuta che ripeterà per questa nobile assemblea, ciò che fu capace di fare davanti al gran sultano delle terre barbare. Mentre gli artisti preparano questa grandiosa rievocazione, passeremo fra voi a raccogliere le offerte, che saranno generose, affinché possiamo tornare domani a darvi nuove emozioni con un nuovo, grandioso spettacolo! Grazie! Siate generosi! Date qualche fiorino! La Donna Forzuta è pronta. Chiamo Jacopo e Marcondio, perché la preparino.

Un ragazzino, con una ciotola, passa a raccogliere le offerte. La Donna Forzuta è, palesemente un robusto uomo vestito da donna, con petto esagerato e parrucca bionda. Il pubblico segue con espressioni di stupore e ammirazione.

Dovete sapere che il mio continuo girovagare mi portò qualche tempo fa, su di una spiaggia deserta. Dal mare vidi avvicinarsi una piccola barca con una graziosa fanciulla che remava con gran vigoria. Giunta a riva, la poveretta scese e ormai allo stremo delle sue forze, cadde lunga e distesa sulla sabbia; io la raccolsi, le feci bere un sorso di vino da una fiasca che porto sempre con me e la distesi sul mio carro, dove la poverina mi raccontò la sua lacrimevole storia. Celestina, così si chiama, (cenno alla Donna Forzuta che fa un giro, salutando) figlia di una cospicua famiglia della nobiltà napoletana, viaggiava sopra un legno nel mare vicino Capua, quando la nave venne assaltata dai pirati saraceni che ammazzarono l’equipaggio e catturarono lei, portandola alla corte del Gran Visir! Fu adornata di veli e cinta con una robusta catena che le stringeva le braccia e il petto. (Jacopo e Marcondio mostrano la catena con la quale la legheranno).

Il barbaro saraceno fu incantato dalla sua bellezza, ordinò che fosse trasferita nel suo harem e proclamata favorita fra tutte le sue concubine, che pare fossero più di cento! La poveretta alzò gli occhi al cielo, chiese aiuto al Signore dei cristiani e, con sforzo sovrumano, riuscì a rompere quelle robuste catene! Nello stupore che seguì, la nostra bella Celestina (Donna Forzuta s’inchina goffamente) riuscì a scappare scivolando fra due enormi giannizzeri armati di scimitarra e, correndo come il vento arrivò al porto, saltò sopra una barca e a forza di remi, dopo un viaggio durato sette giorni e sette notti, arrivò alla spiaggia dove io la rinvenni! Ora, Celestina romperà le catene che i nostri bravi artisti Jacopo e Marcondiole hanno legate strettamente attorno al petto. (Rivolto ai due). Più stretto ragazzi, più stretto! Non deve nemmeno respirare! Così! Attenti: ora Celestina alza gli occhi al Cielo (Donna Forzuta esegue) chiede l’intervento divino… uno sforzo sovrumano, la catena sta per cadere… lo sforzo altera le squisite fattezze del suo bel viso. Ecco! Fatto! La catena è rotta! Si è ripetuto il miracolo! Così una vergine fu salvata dalle brame lussuriose del sultano delle terre barbare!

Jacopo e Marcondio mostrano la catena spezzata, i popolani applaudono ammirati.

Lo spettacolo finisce qui. Domani ci saranno nuove avventure, addirittura vi porteremo un trovatore che vi farà ascoltare le canzoni che lui medesimo cantò, accompagnandosi con il suo liuto, alle corti dei più grandi castelli di Francia. Parola di Ciampolino da Ripafratta! Tornate e se ancora non lo avete fatto, deponete la vostra piccola offerta nella ciotola che è lì. Siate generosi e tornate, tornate!

I popolani si allontanano, gli artisti prendono le loro cose ed escono. Ciampolino mette i soldi in una borsa che porta legata in vita. Gandulfo e Ubaldo, usciti dalla porta, hanno assistito all’ultima parte dello spettacolo.

SCENA 2 – GANDULFO, UBALDO, CIAMPOLINO

GANDULFO- Il nostro Ciampolino ne ha sempre una nuova! E riesce ogni volta, a catturare l’attenzione della gente.

UBALDO- Qualche giorno qui, qualche giorno più in là, un po’ nella città un po’ nelle campagne, riesce a tirare avanti… e a mangiare tutti i giorni, lui e la sua famiglia.

GANDULFO- In fondo, deve essere una vita piuttosto piacevole: non ha padroni, non ha obblighi verso chicchessia, gira il mondo, può dare libero sfogo alla fantasia e riesce sempre a racimolare quei pochi fiorini che gli permettono di campare.

CIAMPOLINO- (Si è avvicinato). Messeri... Messer Gandulfo, messer Ubaldo… la buona sera a voi.

GANDULFO- Anche a te, Ciampolino. Buona serata.

CIAMPOLINO- Avete visto lo spettacolo?

UBALDO- Solo l’ultima parte. Mi è sembrato piuttosto emozionante. Bravo Ciampolino, bravo.

GANDULFO- Ogni giorno devi avere una nuova idea, il pubblico vuole sempre qualcosa di diverso.

CIAMPOLINO- A ciascuno il suo mestiere! Voi vendete stoffe, spezie, ornamenti; io vendo emozioni. Ogni giorno voi dovete esporre merci diverse sui vostri banchi, io devo raccontare nuove avventure, nuove storie… almeno finché resto sulla stessa piazza. Poi mi sposto in un altro posto e ricomincio da capo. Il pubblico cambia, il repertorio no!

UBALDO- Sei fortunato: puoi cambiare gli acquirenti. Io invece, nel mio fondaco ho sempre gli stessi clienti, devo cambiare la merce: nuove stoffe, colori, nuovi ori, nuovi profumi.

CIAMPOLINO- Nessuna donna pisana porta lo stesso vestito, per più di una stagione… e non deve somigliare a quello indossato da una qualsiasi altra madonna.

GANDULFO- Eh, sì! Abbiamo lo stesso problema: rinnovarsi! Esporre nuove mercanzie sul banco: idee o cose. Hai ragione: siamo tutti mercanti… ma tu sei anche un po’ filosofo.

CIAMPOLINO- Tutti gli artisti lo sono. L’arte di procurarsi un pezzo di pane è l’arte suprema: è filosofia… quasi una scienza.

UBALDO- Vuoi dire che lo spettatore che assiste ai tuoi esercizi ed ai tuoi lazzi, è come lo scolaro che allo Studio, ascolta la lezione dei dottori?

CIAMPOLINO- Non pretendo tanto. Sono solo un povero saltimbanco che cerca di campare un giorno dopo l’altro… sperando nella generosità del prossimo…

GANDULFO- Hai guadagnato abbastanza, per oggi.

CIAMPOLINO- Tutto merito della Donna Forzuta e della catena che riesce a spezzare… Ditemi, voi che siete mercanti tra i maggiori della città… fate parte della Corporazione, del Consiglio degli Anziani. Volevo chiedervi: ci sarà una nuova spedizione contro i Mori? Cosa si dice nel palazzo del Comune... e in Arcivescovado?

GANDULFO- Al momento non c’è niente di definito. Il senato della Repubblica non si è ancora pronunciato. Una Crociata è cosa grossa, non s’improvvisa dall’oggi al domani.

UBALDO- Perché t’interessa? Temi forse di dover andare anche tu, a combattere? Sei ormai vecchio, per certe cose!

CIAMPOLINO- No, messer Ubaldo, non mi tormenta il pensiero di andare in battaglia. Anzi, potrebbe essere argomento per una nuova ballata o un nuovo esercizio.

GANDULFO- Allora, cosa ti preoccupa? Il pensiero di tanti giovani che potrebbero morire?

CIAMPOLINO- (Si fa il segno di Croce). Pace alle anime loro! La mia paura sta nel pensare che, in caso di guerra, gli uomini partiranno e, ai miei spettacoli verranno solo donne.

GANDULFO- Dovresti essere contento!

CIAMPOLINO- Lo sono… in un certo senso. Considerate, signorie illustrissime, che le spose, con il marito in guerra, non devono partecipare a divertimenti… e le donne, è risaputo, non hanno molti fiorini da spendere… Eh, mi si prospettano tempi duri.

GANDULFO- (Ironico). Povero Ciampolino! Che disgrazia!

UBALDO- (Ironico). Una vera tempesta, ti si abbatterà sul capo!

CIAMPOLINO- Non mi resta che sperare nella generosità dei miei protettori.

GANDULFO- Hai dei protettori? Chi sono?

CIAMPOLINO- Persone che hanno a cuore le sorti del teatro, degli artisti. Persone eccelse, importanti, mercanti… come voi, messeri… la vostra generosità è pari solo alla vostra bontà!

GANDULFO- Caro Ubaldo, siamo stati eletti protettori. Generosi protettori… del teatro e degli artisti! Tutto questo mi costerà… (estrae dalla borsa alcune monete) vediamo… Ecco, prendi.

UBALDO- Prendi anche questo, Ciampolino. (Gli dà del denaro). E va col tuo dio!

CIAMPOLINO- Grazie messeri! Il dio degli artisti vi compenserà! Buona serata. Addio. (Esce).

UBALDO-Ha proprio ragione, il nostro Ciampolino: procurarsi il pane, è un’arte. L’arte suprema!

GANDULFO- In fondo, anche noi mercanti siamo un po’ artisti: riusciamo a far passare qualche fiorino dalla borsa dei nostri acquirenti alla cassetta del nostro banco.

UBALDO- Quindi nei forzieri di casa Scaccèri.

GANDULFO- O in quelli di messer Ubaldo Tornaconti. Vero?

UBALDO- Ci siamo scelti questo genere di attività. Rischiamo molto: le merci che ci arrivano o che spediamo, diventano spesso il bottino di pirati o di predoni.

GANDULFO- Purtroppo è il prezzo da pagare, finché non riusciremo a sottomettere i mussulmani e trattare con le città vicine per garantire il sicuro transito delle nostre merci.

UBALDO- Obiettivi difficili da raggiungere, ma ci riusciremo. Con la persuasione o con la forza!

SCENA 3 – ONORINO, BALDUCCIO, GANDULFO, UBALDO

GANDULFO- (Vede entrare Onorino e Balduccio). Messeri, la buona serata a voi.

ONORINO- Altrettanto a voi. L’aria è fresca e la notte si annuncia serena e riposante.

BALDUCCIO- Non per me. Auguro a voi un buon sonno. Io dovrò starmene sveglio, per governare la mia nave. Per fortuna c’è calma ma, in mezzo al mare c’è sempre qualcosa da temere.

GANDULFO- Ho mandato le mie casse fin da stamani. Dovrebbero essere già caricate, i vostri uomini le riconoscono, portano impresso a fuoco lo stemma degli Scaccèri.

BALDUCCIO- Il mio nostromo sa come trattare la vostra merce, ho completa fiducia in lui. Vado immediatamente al porto per un ultimo controllo, prima di salpare. Anche voi, messer Ubaldo, avete merce da spedire?

UBALDO- L’ho già inviata al porto, con tutti i documenti consueti. Contate di salpare presto?

BALDUCCIO- Appena possibile: ci sarà luna piena e il mare sarà buono.

ONORINO- Pensate di fare un viaggio tranquillo?

BALDUCCIO- Chi può dirlo? C’è sempre pericolo con quei musi neri continuamente in agguato.

ONORINO- Il viaggio fino a Joppe, in Palestina è lungo ma la rotta sicura, ormai la conoscete.

BALDUCCIO- Fino alle coste della Sicilia, si possono trovare parecchie protezioni naturali ma, in mare aperto non è tanto facile nascondersi.

ONORINO- I nostri informatori, fanno sapere che questo è un periodo di grandi feste religiose per i mussulmani. Pure gli equipaggi delle navi pirate saranno a terra per partecipare ai riti.

BALDUCCIO- Infatti, voglio approfittare di questa circostanza.

GANDULFO- Voi, Onorino, che siete donzello della Repubblica, certamente conoscete la situazione meglio di noi. Ci saranno presto, operazioni per tentare di ripulire i nostri mari da questi pericoli? Naturalmente senza violare i segreti del vostro ufficio.

ONORINO- Non c’è segreto; tutti vogliono tentare qualche nuova impresa. Bisognerà mettere insieme le varie proposte e conciliare i vari interessi.

GANDULFO- Intanto bisogna affidarsi alla sorte… e all’esperienza del nostro capitano Balduccio.

BALDUCCIO- Grazie, messer Gandulfo. Il mio legno passerà con l’aiuto di Dio… e dei miei marinai. Una scorta, però non ci starebbe male, il carico è piuttosto importante

GANDULFO- Io, da parte mia, vi ho consegnato cinquanta casse.

BALDUCCIO- Cinquanta casse! Più quelle di messer Ubaldo e degli altri mercanti pisani!

ONORINO- Non soltanto di quelli pisani: il nostro porto è divenuto il centro di raccolta, il crocevia obbligato per i commerci con l'Oriente.

GANDULFO- Da Firenze, da Siena, da tutte le parti convengono qui le spedizioni e gli arrivi di mercanzie. È l'unico porto della zona e anche il più sicuro: le galee della Repubblica garantiscono la sicurezza dei commerci, che poi sono la vita per Pisa e le città vicine.

UBALDO- La sicurezza dei mari è condizione indispensabile per lo sviluppo dei nostri commerci, e non solo dei nostri, purtroppo…

ONORINO- Permettetemi di osservare, messer Ubaldo, che quel "purtroppo" che voi pronunciate con un certo rammarico a sottolineare la concorrenza delle città vicine, io lo trovo un pochino fuori luogo. Sapete che ogni carico straniero paga un discreto dazio all'erario comunale; con questo denaro, Pisa potrà armare le sue galee e voi potrete espandere i vostri banchi e le vostre imprese commerciando con quei popoli.

BALDUCCIO- La maggior parte dei banchi in Terrasanta, sono d’imprese pisane. Certo, se fosse possibile pacificare quelle popolazioni o meglio, sottometterle, si potrebbero organizzare carovane per esplorare l'interno del Paese. Ci sono grandi deserti dove vivono tribù nomadi, centinaia di persone che si spostano sui loro cavalli e su certi strani animali: hanno quattro zampe e una strana gobba che serve a trasportare le tende e tutto quel che occorre per vivere.

GANDULFO- Fortunato voi, caro Balduccio, che viaggiate il mondo. Ne avrete viste, di cose strane.

BALDUCCIO- Anche atroci. Ho visto tagliare la mano destra ad un ragazzo che aveva rubato una focaccia dal banco di un oste, perché aveva fame.

ONORINO- La giustizia è molto approssimativa da quelle parti. Ciascun emiro impone una legge e guai a chi non la rispetta! Nei paesi civili, invece, ci sono dei codici pensati e scritti da notabili, rappresentanti del popolo, che al popolo devono renderne conto. Voi, messer Gandulfo, che faceste parte della magistratura pisana, dovreste saperlo.

GANDULFO- Sì, qualche anno fa il Senato della Repubblica volle affidarmi incarichi governativi che ritengo di avere assolto onestamente. È vero: la giustizia deve essere severa, ma non ricorrere a pene corporali. Non è con una mano mozzata, o con venti nerbate sulla schiena che si convince un uomo a mutare opinione sull'onestà e la rettitudine.

UBALDO- L'impiccagione per i traditori, è pur sempre una legge da garantire.

BALDUCCIO- Laggiù in Oriente, sono molto brutali, a volte quasi selvaggi, ma sono anche ospitali verso chi porta ricchezza. Ho visto donne appese per i capelli, denudate e lapidate, ho visto teste mozzate, gente impalata e bruciata viva. Ma ho visto anche una piccola chiesa cristiana, costruita nel punto preciso dove dicono sia morto Gesù. Quei monaci sono rispettati e in un certo senso amati, specialmente quando distribuiscono una ciotola di minestra o quando medicano qualche piaga incancrenita, con pomate di loro invenzione.

GANDULFO- E quei poveri mussulmani, guariscono?

BALDUCCIO- Molto raramente ma, quasi sempre, quei buoni monaci riescono ad impartire a quei poveri maomettani l'assoluzione in articulo mortis, o come si dice. Insomma, perlomeno le anime sono strappate al demonio.

ONORINO- Questo è segno di giustizia! Nel nome dell'Islam, loro ci catturano ricchezze, rendono schiavi i nostri uomini, rapiscono le nostre vergini fanciulle per farne trastullo negli harem dei sultani e noi, per merito di qualche umile fraticello, rubiamo le loro anime al grande Allah… o come si chiama, e le offriamo al nostro Dio! Questa è giustizia!

GANDULFO- Gli facciamo un favore: ripaghiamo le ruberie e le violenze spalancandogli le porte del Paradiso. La beatitudine eterna in cambio di qualche stupro o saccheggio!

UBALDO- Bella giustizia! Io, per quanto mi riguarda, ve lo dico chiaro e lampante: quando verrà la mia ora - il più tardi possibile - se, arrivato nell'aldilà, mi troverò accanto ad uno di quei musi neri… mi faccio maomettano! (Tutti ridono)

ONORINO- Beh, forse bisognerebbe dire a quei frati di essere un po' più parsimoniosi con l'olio santo. Ma quei piccoli conventi - perché non ce n'è uno solo - sono utili alle vostre imprese. La Repubblica di Pisa spende parecchi fiorini per mantenerli. Rappresentano l'unico contatto con il mondo dell'Islam; consideriamoli come un'ambasceria che può trattare e organizzare la nostra presenza in quei luoghi. Soprattutto la vostra presenza!

GANDULFO- Capitano, raccontateci un po' più diffusamente di quelle tribù nomadi. Come possono vivere in un deserto? Cosa mangiano? Come vestono, come si riparano dal sole?

BALDUCCIO- Lungo la riva del mare c'è una striscia che si addentra per diverse miglia, dove nascono in maniera quasi spontanea piante dai frutti gustosi e, qui da noi, sconosciuti. Ma voi li avete assaggiati: ne porto spesso, almeno quelli che hanno la maturazione più lunga.

UBALDO- Io li avevo già visti nella terra di Sicilia. Quando andammo a liberare Palermo assaggiai per la prima volta un arancio.

GANDULFO- Non portammo soltanto frutti da Palermo. Oro, tanto oro! E gioielli!

ONORINO- Un vero tesoro! Un tesoro immenso, che ci ha permesso di iniziare la costruzione della cattedrale, che già possiamo ammirare in tutta la sua bellezza, anche se non è del tutto terminata. Bisogna convenire che Pisa ha saputo compiere delle imprese memorabili: non possiamo dimenticare la conquista delle isole Baleari, divenute la roccaforte dei pirati saraceni. Come si potrebbe dimenticarla? Ci costò ben trentamila morti; ci sono ancora delle vedove che piangono i loro uomini. Senza contare le difficoltà superate per portare una guerra vittoriosa a centinaia e centinaia di miglia dalla nostra costa.

GANDULFO- La presa di Civitavecchia, poi ridata al papa… La grandezza di Pisa: galee costruite in modo perfetto, buoni marinai, combattenti coraggiosi e oro, tanto oro per pagare tutto.

ONORINO- E pare che non sia finita qui: da Roma arrivano notizie di nuove imprese… e il giorno dopo qualche messaggero dice che non è vero niente, il papa ha cambiato idea… o gliela hanno fatta cambiare…

GANDULFO- Vi dico che sarà difficile riunire eserciti di diverse città e farli combattere, alleati per una causa comune, sotto un'unica bandiera!

ONORINO- Se la bandiera, sarà quella della Fede, potrà essere possibile. La croce di Cristo sarà il simbolo che tutti accetteranno. In passato, il gonfalone con le chiavi di Pietro è servito proprio a questo.

UBALDO- Si può chiedere ai soldati di combattere e di morire per la prosperità della patria, ma l'impegno e l'eroismo sarà tanto di più, se si domanda il sacrificio, per la Croce.

ONORINO- A Roma, si sa tutto questo. Ed anche a Pisa! Pare che debba tenersi, quanto prima, un concilio straordinario dei Cardinali della Santa Chiesa, per decidere l'intervento che dovrà liberare definitivamente i luoghi santi. Pare addirittura che gli eccellentissimi prelati si riuniranno proprio qui, in Pisa! La cosa è data per certa, ed è pure ormai quasi sicuro che il papa offrirà il suo stendardo proprio alla Repubblica di Pisa!

UBALDO- Mi sembra doveroso, da parte di Sua Santità. Pisa sopporta i danni maggiori di queste incursioni barbaresche, avrà il peso maggiore nella Crociata: è giusto che abbia anche il maggior beneficio. Con il vessillo papale, si potranno civilizzare nuovi popoli.

ONORINO- Due croci, ci saranno: quella sul gonfalone del papa e quella della bandiera pisana, bianca con i tre lobi in campo rosso.

GANDULFO- E quando il simbolo della fede, esaurito il suo compito tornerà a Roma, resterà la croce pisana… a difendere i nostri insediamenti ed i nostri inviati.

UBALDO- (Consulta la carta geografica). Abbiamo già diverse imprese sulla costa: Sidone, Tiro, Aleppo… fino a Gerusalemme. Sarebbe buona cosa espandersi al nord…

ONORINO- Costantinopoli! Non sarà facile. L'ambasceria mandata al Gran Muftì è stata accolta in maniera piuttosto fredda ed è tornata, praticamente a mani vuote, salvo una sella da cavallo, lavorata molto bene che il Visir ha voluto inviare al "grande capo della nazione pisana" come lo ha definito, bontà sua.

GANDULFO- Forse i tempi non sono ancora maturi. Potremmo estenderci verso sud, addirittura in Africa dove, si dice esistano popoli selvaggi, addirittura cannibali.

BALDUCCIO- Territori poveri, dove l'uso del denaro è pressoché sconosciuto, la gente usa barattare beni in concreto: un casco di banane per una gonnellina di foglie di bambù, che è l'unico indumento per le donne di quei posti, giovani o vecchie che siano.

GANDULFO- Quindi, l'unica via possibile rimane l'esplorazione dell'interno. Avete detto, capitano, che c'è un gran deserto e poi montagne. Non ci sono città?

BALDUCCIO- Ce ne sono di bellissime. Sono distanti centinaia di miglia dalla costa, ci si arriva organizzando carovane capaci di attraversare il deserto, al caldo opprimente, con la speranza di trovare un'oasi: un pozzo con acqua fresca, qualche palma che dà ombra e la possibilità di pernottare dentro una tenda. Proprio come le tribù nomadi, che sanno scovare l'acqua anche dove non c'è, per abbeverare qualche capra rinsecchita che dà loro un poco di latte, qualche agnello da arrostire, e pelli da decorare. Durante queste peregrinazioni trovano anche il modo di fabbricare certi monili, collane, bracciali di squisita fattura che possono essere acquistate a bassissimo prezzo.

GANDULFO- Sono imprese da tentare! Abbiamo abbastanza uomini e denaro per organizzare spedizioni del genere!

UBALDO- Bisogna estendere la nostra zona di influenza: traversare il deserto, trovare un nuovo mare e poi altre terre, immense, sterminate, con popoli sconosciuti, che non hanno mai visto un uomo bianco. Portare fino laggiù la nostra civiltà, la nostra religione…

GANDULFO- Le nostre mercanzie! Ci arriveremo. Non so quando, ma presto, forse prima di quanto si possa immaginare, se vanno in porto certe alleanze con l'imperatore. Certo che per noi sarà difficile, siamo ormai vecchi, e certe fatiche sono pesanti da sopportare.

ONORINO- Ci sono i giovani! A Pisa sta crescendo una bella gioventù, che non è da meno di quella che conquistò le isole Baleari: una gioventù sana, forte, intelligente… e d'aspetto gradevole, il che non guasta. Un viso che ispira simpatia ha buone probabilità di poter trattare vantaggiosamente con le nuove popolazioni, a quanto si dice, quasi selvagge.

BALDUCCIO- L'orientale è, per natura, diffidente ma se si riesce a conquistare la sua fiducia, l'affare può dirsi concluso; e molto vantaggiosamente.

ONORINO- Di giovani volenterosi e capaci, ce ne sono parecchi. Ogni casata, di nobiltà agricola o mercantile che sia, ha tra i suoi rampolli, individui capaci di assumere posizioni elevate. Per esempio, vostro figlio messer Gandulfo; vostro figlio Ranieri, Ranieri degli Scaccèri.

UBALDO- Ha l'età giusta per essere avviato alla mercatura e, perché no, alla vita pubblica. Il senato potrebbe nominarlo capo delle milizie pisane per le prossime operazioni contro i Mori.

GANDULFO- Vedremo. Sì, l'età ci sarebbe… anche una certa prestanza fisica, un certo ingegno (modesto) non sta a me dirlo… una certa propensione ai rapporti con il prossimo…

BALDUCCIO- Specialmente se questo prossimo è composto di belle donne! (Tutti ridono).

UBALDO- Sono giovani, è il loro tempo. Chi non ha una scappatella di gioventù da confessare.

ONORINO- Qualsiasi prete, anche il più severo, non potrebbe che sorridere su certi peccati e assolvere in tutta tranquillità. Sono cose che fanno parte della vita di ogni uomo.

GANDULFO- Purché non si ecceda! Mio figlio Ranieri, purtroppo presta una considerevole attenzione ai divertimenti: la musica, i cavalli, le donne, certe amicizie… e trascura invece la sua educazione: quella teologica - non va in chiesa - e quella civile, non ama le lettere, non si preoccupa d’apprendere le minime nozioni del diritto, non s’interessa dell'andamento degli affari che pure, gli procurano di che vivere… e che un giorno dovrà tirare avanti.

BALDUCCIO- Gioventù. È solo gioventù, con qualche fiorino di troppo nella borsa. Appena dovrà prendere decisioni, diventerà uomo. Mi è venuta un'idea: mandatelo con me, sulla mia galea; qualche settimana in mare, con i marinai che faticano per governare il legno e poi una vacanza in Palestina, magari con una visita ai vostri banchi, potrebbero mostrargli l'altra faccia della vita, quella operosa e generosa… chi sa, potrebbe essere un toccasana.

GANDULFO- Dite bene, capitan Balduccio, lo terrò presente. Per ora, ho intenzione di presentargli un teologo che cerchi di insegnargli il mondo delle lettere e della filosofia. Se il tentativo non avrà successo, penserò alla vostra proposta.

ONORINO- Non correrebbe pericoli, sarebbe ben protetto da messer Balduccio, dai vostri agenti e corrispondenti e da qualche inviato che la Repubblica, molto discretamente tiene in quei posti a protezione degli interessi pisani.

La luce è andata calando, si è fatta sera. Un uomo accende un fanale.

GANDULFO- Grazie, messeri, grazie a tutti. Vedrò ciò che sarà meglio. Si è fatto tardi, torniamo alle nostre case. Le spose avranno preparato chissà quali delizie per la cena…

UBALDO- Un piatto preparato con amore, accompagnato da una buona tazza di vino è quello che serve per finire una giornata che, nell’insieme, è stata abbastanza proficua.

BALDUCCIO- Per me, la giornata non è ancora finita: devo andare al porto per caricare le vostre casse. Vorrei partire il più presto possibile, navigheremo in vista della costa fino alla Sicilia e lì, appena usciti dallo stretto di Scilla e Cariddi, in mare aperto con Dio e con le nostre vele, fino a Jaffa.

GANDULFO- Vi auguro buon viaggio, capitano. Buona traversata.

BALDUCCIO- Messeri, a voi la buona notte sopra un soffice materasso imbottito di foglie di granoturco, a me, la luce delle stelle e il tepore del vento. (S'inchina ed esce. Gandulfo, Onorino e Ubaldo escono insieme).

QUADRO 2

Sala - biblioteca in casa Scaccèri. Tendaggi, sulla destra, danno accesso alle altre stanze. Una bifora sul fondo, oltre la quale si scorge un giardino. Mobile con libri e pergamene, a sinistra. Tavolo sul proscenio, ingombro di carte, calamai, una lampada a olio. Sedie, solide e severe, dove previste dall'azione.

SCENA 1 - LAPO, LISA, MANOLA poi MINGARDA, BERTA

LAPO- (Entra seguito dalle due donne, ciascuna con una cassa di libri). Svelte, svelte bambine! Muovetevi! Cotesti libri dovranno essere sistemati dentro l'ora di notte!

LISA- Dove li dobbiamo posare?

MANOLA- Sono pesanti. Io non ce la faccio più.

LAPO- Suvvia, siete giovani, robuste… come farete ad abbracciare i vostri innamorati se non potete reggere nemmeno una piccola cassa di libri!

LISA- Anche tu, Lapo, hai le braccia belle robuste, perché non li tieni tu?

MANOLA- Hai delle mani che ci puoi schiacciare le noci, perché li fai portare a noi?

LAPO- Perché a me, le mani servono per altre cose, cara Manola! (Le dà uno sculaccione).

MANOLA- Mascalzone! Fammi posare questa cassa, che voglio darti uno schiaffo!

LISA- Hai capito, il signorino! Fa lavorare noi, povere fanciulle, per non stancarsi e per avere le mani libere… per fare quelle cose!

LAPO- Hai ragione, Lisa, scusami. Sei gelosa. (Ironico). Ma non dovete preoccuparvi, madonna ce n'è anche per voi. Voglio farvi un trattamento di favore. (Tenta d’abbracciarla, lei si divincola). Che c'è, madonna? Non gradite le attenzioni di un prode cavaliere?

LISA- Prode cavaliere un corno! Lapo, smettila! Non ne posso più! (Si china a posare la cassa in terra. Lapo n'approfitta per darle uno sculaccione, Lisa si rialza e gli dà uno schiaffo). Certe confidenze prendile con le donne del tuo ambiente!

LAPO- Ha parlato la principessa di Babilonia! Chi credete di essere, siete delle serve!

MANOLA- Anche tu sei un servo, quindi lavora anche tu! (Depone la cassa). Per il futuro, ricorda che certe confidenze noi le concediamo solo a personaggi di più alto rango!

LAPO- Ha parlato l'imperatrice del Katai! Personaggi di più alto rango. Dove credete di trovarli? Povere illuse!

LISA- Questi sono affari nostri! Intanto, messer Lapo, datti da fare: sistema queste pergamene, tu sai dove vanno messe.

LAPO- (Sospira. Alza gli occhi al cielo. Ironico). Se lassù c'è scritto che dovrò nascere ancora una volta, ti prego, Tu che puoi tutto: fammi nascere… cane, bove… uno di quegli strani cavalli con la gobba che usano in Oriente… magari fammi nascere asino! Ma non farmi nascere uomo… per dover sopportare le femmine che Tu, nella tua infinita saggezza, mandi sulla Terra per tormentare noi, poveri esseri umani.

LISA- Amen!

MANOLA- Che la tua preghiera possa giungere lassù… dove tutto è possibile.

LISA- Brava Manola! Mi associo alla tua supplica, e se un giorno ci sarà dato d'incontrare un povero asinello che, ragliando ci seguirà, noi lo accarezzeremo sul capo e gli diremo: "Povero Lapo... però; non sei mica cambiato di tanto!"

MANOLA- Anzi, ora è più bello! (Ride con Lisa).

LAPO- Femmine chiacchierone! Tutte le donne dovrebbero nascere mute! Oppure, bruciargli la lingua con un ferro rovente appena nate, per non farle parlare! Mai!

MANOLA- Agli uomini, invece, dovrebbero essere tagliate la mani! Appena nati!

LAPO- Manola! La bella spagnola!

MANOLA- Non sono spagnola. Son nata a Pisa. Mio padre era un calafato: costruiva le navi della Repubblica.

LAPO- Doveva costruirne una, tutta per te! Che ti trasportasse di là dal mare, al confine della Terra, dove la gente ha la pelle di un colore giallastro e gli occhi allungati, come se avessero sempre sonno… come dicono quelli che ci sono stati.

MANOLA- Una barca tutta mia me l'avrebbe fatta sicuramente; era tanto buono, così dice mia madre. Io non l'ho mai conosciuto: partì per liberare le isole Baleari, subito dopo avermi generata. Morì di un male che usa da quelle parti e, quando nacqui, mia madre volle chiamarmi con un nome che ricordasse quell'impresa. Certi soldati dissero che Manola è un nome abbastanza comune laggiù e così, venne al mondo Manola.

LISA- (Le si avvicina e l'abbraccia). Potevi vivere una vita più bella, se tuo padre fosse tornato; un calafato guadagna bene.

MANOLA- La mamma dovette andare a servire: fu presa in casa degli Scaccèri - messer Gandulfo conosceva mio padre - dove fu sempre tenuta in grande considerazione. Quando morì, presero me al posto suo.

LAPO- (Dopo una breve pausa). Beh, ragazze, naturalmente scherzavo quando ho detto che si dovrebbe tagliare la lingua alle femmine.

LISA- E noi, non pensiamo che tu saresti più bello, tramutato in asino.

LAPO- Riprendiamo il lavoro, si fa tardi, queste casse vanno sistemate. Ci sono le pergamene con i rendiconto dei banchi che gli Scaccèri hanno in Oriente, dei libri che parlano di filosofia e di diritto: tutta roba che messer Ranieri dovrà sorbirsi ben bene, se vorrà essere un bravo figliolo e onorare messer Gandulfo e madonna Mingarda, i suoi genitori.

LISA- Il giovane messer Ranieri, dovrà leggere tutta questa roba?

MANOLA- Povero signorino, non è possibile.

LAPO- Perché lo compatite? Dovrà farsi una cultura e conoscere le leggi della mercatura, se vorrà essere uno Scaccèri degno di tale nome.

LISA- È così giovane, così allegro.

MANOLA- Spensierato… e così bello…

LISA- Quando galoppa quel suo cavallo bianco, solleva una nuvola di polvere… e quando arriva al portone, tutti si affacciano alle finestre per vederlo.

LISA- Le più coraggiose, gli si fanno incontro sulla porta…

LAPO- Ohé, bambine! Siete qui per lavorare, mica per sognare! (Va per disporre le casse).

LISA- Lascia stare, Lapo: ci pensiamo noi.

MANOLA- Certo, Lapo. Queste casse sono leggerissime. Quanti libri!

LISA- Dobbiamo metterli dentro quest’armadio? (Si inginocchiano a guardare i libri).

LAPO- Per ora, mettetele qui dietro; penserà lui a sistemarle. (Le donne eseguono. Si alzano). Però, quanta voglia di lavorare… che entusiasmo!

MANOLA- Se ci avevi detto subito che era roba del signorino…

LAPO- Scommetto che se il giovane Ranieri allungasse le mani… (mimica imbarazzata ma consenziente delle due donne). Invece, con me…

LISA- (Lo deride). Lapo, non ti sei mai guardato in uno specchio?

MANOLA- Non guardarti, Lapo, potresti morire dallo spavento.

LAPO- (Guarda in alto). Ehi, lassù! Quello che ho detto prima, è ancora valido! (Mima il taglio della lingua).

Entra Mingarda con Berta.

MINGARDA- Quei libri, Lapo, sono stati messi al loro posto?

LAPO- Li ho fatti mettere qui, dietro questo armadio, madonna Mingarda, secondo il desiderio di vostro figlio, messer Ranieri.

MINGARDA- Ti ha detto lui, di deporli proprio lì, sul pavimento?

LAPO- Certo, signora. Sapete benissimo che noi eseguiamo sempre alla lettera, quanto ci viene ordinato. (Alle donne, come a chiedere il loro aiuto). Vero?

LISA- Vero, madonna. (Si inchina).

MANOLA- Sarebbe stato un piacere per noi, ordinare quelle pergamene sui ripiani dell'armadio…

MINGARDA- (La interrompe). Capisco! Va bene, andate. Avrete altre faccende da sbrigare. (Con un cenno della mano le licenzia. I tre si inchinano ed escono).

SCENA 2 - MINGARDA, BERTA

MINGARDA- Si può vedere! Casse di libri buttate là, come fossero spazzatura. I rendiconto delle nostre attività in Oriente, che pure rappresentano una delle entrate maggiori per gli Scaccèri! Si può vedere!…

BERTA- Quel vostro Lapo, è sempre stato un servitore onesto e assennato. Frequento questa casa fino da quando ero una bambinetta e posso dire di conoscere ogni particolare, anche se la mia natura e la mia educazione m’inducono ad una certa riservatezza.

MINGARDA- Mia cara Berta, ti ho sempre considerata come una figlia. I nostri palazzi sono confinanti, tu hai la stessa età di Ranieri… avete passato la vostra fanciullezza giocando assieme; in certi periodi avete avuto addirittura la stessa nutrice. Conosco bene quel tuo carattere fiero e riservato, ma anche disponibile all'affetto ed alla solidarietà. Accetto da te qualche osservazione; una dama, aimè già vecchia, non dovrebbe permetterlo, ma conosco l'acutezza e la sincerità del tuo pensiero… e poi, te l'ho detto: mi considero una tua seconda madre.

BERTA- Siete troppo buona. Anch'io ho sempre avuto per voi, l'affetto di una figlia…

MINGARDA- Ti ringrazio, Berta… Però, chiudiamola qui: non vorrei che ci mettessimo a piangere tutte e due. Dunque: mi dicevi di Lapo…

BERTA- Dicevo: ha sempre svolto le sue mansioni con impegno e diligenza. Forse, la vicinanza di quelle due contadine può essergli nociva.

MINGARDA- Non sono proprio contadine, sono due serve. Hai ragione: Lapo è giovane e, come si dice, mettere la paglia intorno al fuoco, o prima o poi, qualcosa brucerà.

BERTA- Quando non c'è l'educazione ad annacquare, l'incendio divamperà e distruggerà. La servitù non ha capacità e volontà per impedirlo

MINGARDA- Non occorre la saggezza dei sette savi, per capire certe cose; ma per i libri buttati per terra, Lapo non ne ha colpa: l'ordine gli è venuto sicuramente da Ranieri.

BERTA- Com’è possibile? Ranieri è un giovane abbastanza ordinato, forse piuttosto incline ai divertimenti, alle allegre brigate ma, in fondo è buono ed ha cura delle sue cose.

MINGARDA- Appunto: le sue cose! Quali sono queste cose? Un liuto, un cappello con le piume, un mantello ricamato da chissà quale femmina, quel cavallo bianco… in quanto a letteratura, le sue simpatie vanno a qualche sirventese inventato da trovatori girovaghi

BERTA- Sono parole amare le vostre, ma hanno un fondo di verità. Io lo conosco, ci incontriamo spesso, parliamo, lui è aperto, sincero con me: mi considera una sorella. Quando cerco di capire i suoi progetti futuri, si confida e… viviamo momenti bellissimi: un bambino che sogna, un bambino ancora ingenuo che vede la vita come un gioco… un gioco che non finirà mai. In questo gioco mette tutto il suo entusiasmo; perché Ranieri è un giovane appassionato, pieno di calore umano… che riesce a trasmettere a chi gli sta vicino

MINGARDA- Povero figlio mio, dovrà cambiare. La gioventù non è eterna.

BERTA- Questo figlio vostro è nato così, il suo entusiasmo non lo abbandonerà mai e lo porterà a primeggiare, qualunque cosa deciderà di fare.

Rumore di galoppo e vociare di dentro.

MINGARDA- Eccolo che torna. (Si affaccia alla finestra). Il cavallo sarà sfinito, come al solito; ed anche lui. Non può, in queste condizioni, mettere attenzione ai libri ed ai rendiconto.

BERTA- Certo che la cura d’interessi commerciali, sia pure in paesi esotici, non è un companatico molto stimolante per la vitalità, la sincerità, l'individualismo di Ranieri.

MINGARDA- Incontrasse una donna; una donna saggia, di nobile famiglia, che avesse il potere di mettere ordine nella sua vita…

BERTA- Povero Ranieri! Non si merita una condanna simile. Gli ci vorrebbe una donna con i suoi stessi sentimenti: voglia di divertirsi, anche nella costruzione del futuro. La famiglia può essere messa su con entusiasmo, con calore, affetto. A Ranieri occorre una donna come lui: giovane! Sarebbe una donna felice… ed anche lui, lo sarebbe.

MINGARDA- Ti piacerebbe essere quella donna?

BERTA- (Breve pausa). In fondo io, ho già Ranieri, ne conosco i più nascosti pensieri, i suoi desideri li avverto addirittura in anticipo: è un fratello… ma la felicità completa non si può chiuderla dentro l'amicizia (altra pausa). Sì, mi piacerebbe essere quella donna.

MINGARDA- (L’abbraccia). E a me piacerebbe che tu lo fossi. Vado a cercarlo, te lo mando qui. Cerca di interessarlo a quei libri, faglieli mettere sul tavolo. Ho fiducia in te. (Esce).

SCENA 3 - BERTA, RANIERI

Rimasta sola, Berta posa alcuni libri sul tavolo, quasi carezzando le pagine.

RANIERI- (Entra). Ah, sei tu, Berta? Sei tu che vuoi vedermi? (Cenno di assenso di Berta). Mia madre, con fare misterioso mi ha pregato… ma la sua preghiera era quasi un ordine, mi ha detto di venire in questa stanza dove avrei trovato delle cose importanti. Sempre misteriosamente, ha accennato pure ad una donna…

BERTA- Quindi, ti sei precipitato fiutando una nuova avventura!

RANIERI- In un certo senso, se devo essere sincero… Ma che assurdità! Mia madre che mi procura delle femmine! (Si siede sulla poltrona: è stanco).

BERTA- Povero Ranieri, sei rimasto deluso quando hai visto me.

RANIERI- No, cosa dici! Sai che mi fa sempre piacere incontrarti. Non potrei stare un giorno senza vederti… ma, il tono di mia madre, misterioso, quasi di complicità: "C'è una donna che ti aspetta…"

BERTA- Io sono una donna.

RANIERI- (Ride). Certo che sei una donna. Una bellissima donna! Forse la più bella in tutta la città… e anche nella campagna. Sicuro!

BERTA- (Siede sopra un cuscino, accanto alla poltrona. Ogni tanto Ranieri le carezza i capelli, con molto rispetto). Grazie, Ranieri. Grazie per un giudizio così lusinghiero, che venendo da un esperto simile, non può che riempirmi d'orgoglio.

RANIERI- Esperto… diciamo che ho gli occhi per vedere, cervello per giudicare… e sentimenti per cancellare il lavoro del cervello…

BERTA- … e sensi per cancellare i sentimenti e godere soltanto il piacere della carne!

RANIERI- Come al solito, hai ragione tu. Dovresti fare il filosofo… il medico, il cerusico.

BERTA- Un medico donna! Come sarebbe possibile?

RANIERI- Eppure ne ho conosciute, donne capaci di dare sollievo al corpo di un uomo… magari un corpo sano! (Ride).

BERTA- Io non m'intendo di corpi umani, né sani né malati ma ritengo che il benessere delle persone è un tutto unico: materia e spirito, il piacere della carne può derivare solo dall'esistenza di un sentimento. L'amore riunisce questi due elementi: non c'è il piacere senza l'anima e, forse, non ci può essere l'anima senza il piacere.

RANIERI- Bravissima! I dottori dello Studio non sarebbero capaci di esprimere dei concetti così profondi. Dove li hai imparati?

BERTA- Basta guardarsi intorno, osservare le persone, vedere chi è felice e chi non lo è; ascoltare il proprio cuore, i desideri. Non è difficile, basta avere la volontà di provare.

RANIERI- (Divertito). Cos'è, un gioco nuovo? Non sarà così divertente come un torneo di lancia e spada, e nemmeno come inventare una ballata sotto il verone di una bella dama… ma tenterò. Dunque: cosa devo fare? Ah, sì, interrogare il cuore... i desideri. Cosa mi risponde il cuore? (Sta in ascolto). Non riesco a capire, mi dice tante cose confuse, mi sembra di essere in un bosco pieno di rami, di cespugli… ma non riesco a districarmi… Se invece, chiedo ai miei desideri le risposte sono più chiare.

BERTA- Non è difficile immaginarle, queste risposte: un cavallo veloce, un liuto, amici burloni e gaudenti, un boccale di buon vino e… una bella donna che ti sorride invitante.

RANIERI- Sì, più o meno hai indovinato. Ma in questo momento il mio desiderio maggiore è un giaciglio su cui sdraiarmi a riposare. Quel cavallo è un diavolo: lo chiamo Morino perché è bianco immacolato, va come un fulmine divora miglia e miglia senza stancarsi e al ritorno, sono stanco io. (Si stira). Una bella dormita per ritemprare le forze…

BERTA- (Si alza). Nessuna dormita, pigrone! (Lo prende per mano e lo conduce al tavolo). Invece di un duro giaciglio, una comoda sedia e qualche libro per studiarti l'andamento degli affari della tua famiglia, quindi anche tuoi. Devi cominciare a interessartene, tuo padre sta invecchiando e non può farcela da solo, sono cose che dovrebbero piacerti.

RANIERI- (Sfoglia un libro). Ci sono numeri… numeri e ancora numeri. Dici che è divertente? Io non ci capisco nulla, mia cara Berta.

BERTA- Questi numeri sono soldi, Ranieri: fiorini, ducati, piastre, oro. Oro che ti permette di correre con quel tuo cavallo, Moretto, o come si chiama.

RANIERI- Morino… Ora capisco l'insistenza di mia madre: vi siete messe d'accordo. Mi sembrava strano: "Vai di là, c'è una donna…". Una donna con i libri.

BERTA- Scusami, non volevo tenderti un tranello, voglio metterti davanti le tue responsabilità.

RANIERI- Non ce l'ho con te; so che mi vuoi bene. (Indica i libri) Sono tutti pieni di numeri? Che allegria!

BERTA- Ce ne sono di più facile lettura: questo per esempio, parla del diritto commerciale, ti spiega cosa non devi fare per non danneggiare gli altri e cosa fare per difendere i tuoi diritti. Il commercio è un'arte ma anche una scienza con regole ben precise.

RANIERI- (Sfogliando). Tutta roba allegra! Li studierò con i miei amici: sai le risate che ci faremo!

BERTA- Non scherzare, Ranieri. È la tua vita futura che è in gioco. La mercatura, come viene chiamata, non è solo un'attività seria, chiusa, con gli orizzonti limitati; può essere un genere di vita piuttosto piacevole e pieno di soddisfazioni.

RANIERI- Non riesco a seguirti, Berta. Sei la mia amica, la persona più cara che conosca, debbo sempre arrendermi alle tue argomentazioni: sei intelligente, logica; sei una sorella. In questo caso, però, non ti capisco. Come si può trovare diletto in un’occupazione che tiene impegnato tutto il tuo tempo, che ti costringe a vivere chiuso dentro un fondaco fra casse, scaffali e clienti da accogliere sorridente, anche se ti riescono antipatici.

BERTA- Ci sono dei mercanti che trovano diletto nel visitare le loro imprese o viaggiare per nuove terre, nuovi popoli per tentare nuove imprese. L'attività mercantile non consiste soltanto nel mettere insieme dei numeri.

RANIERI- Sì, visitare posti nuovi, esplorare terre sconosciute, popoli diversi. I mori: gente con la pelle completamente nera… donne come scolpite in quel loro legno nero; ce ne sono di bellissime, mi hanno detto… ma non credo che mi piacerebbero.

BERTA- Le donne! È l'unico argomento di cui sai parlare. Capisco come un uomo giovane, ricco, forse anche bello (Ranieri s’inchina a ringraziare) possa avere certe idee nella testa. Esiste anche il piacere di avere una famiglia, una donna: una donna sola che possa darti la gioia di una convivenza piacevole. Una donna che sarebbe la madre dei tuoi figli. La gioventù non è eterna, Ranieri. Cento donne possono darti il piacere, ma una sola ti dà la felicità.

RANIERI- Berta, sei imprevedibile! Ti conoscevo intelligente, acuta, saggia; ora ti scopro anche una certa vena di poesia. Le parole che hai detto potrebbero essere versi da cantare sulla mandola. Conosco un cantastorie piuttosto bravo: gli parlerò di te.

BERTA- Non scherzare, trovati una donna, una sola e pensa a organizzare il tuo avvenire.

RANIERI- Va bene, Berta, non scherzo e ti dico, molto seriamente, che il mio avvenire sarà radioso, splendente, affascinante: grande! Non so quale sarà, ma non finirò i miei giorni in un fondaco a vendere spezie e contare denaro. Diventerò più degli altri, non so in quale campo, ma la mia vita uscirà dal grigiore anonimo degli altri!… Contare denaro! Aprire e chiudere un forziere! Piacevole, non ne dubito ma non intendo consumare quel bene prezioso che è la mia vita, nella galera di un fondaco.

BERTA- Curare i propri interessi, non significa rinchiudersi in un ambiente tetro e opprimente; vuole dire conoscere gente, muoversi, trattare, partecipare alla vita pubblica, forse anche aiutare i propri simili, dare gioia e benessere.

RANIERI- Aiutare il prossimo… sì, forse questo potrebbe piacermi, potrebbe esaltarmi… ma non so come si fa.

BERTA- Si fa… si fa. È difficile, Ranieri, molto difficile e non è detto che ci riusciresti. Non si aiuta il prossimo cantando una serenata sotto un balcone fiorito.

RANIERI- Non è mica vero! Certi sorrisi che si vedono tra i fiori del balcone dimostrano il contrario. (Ride). Rendere felice una dama è aiutare il prossimo.

BERTA- Non cambierai mai. Ti auguro buona fortuna. Ora devo lasciarti, le cure della casa richiedono la mia presenza.

RANIERI- Saggia padrona. Addio Berta (l'abbraccia) anche a te, tanta fortuna.

Berta esce. Ranieri si stira, fa per sedersi poi va al tavolo, prende un libro, vorrebbe gettarlo, ci ripensa, lo mette su un angolo del tavolo, il più lontano possibile.

SCENA 4 - RANIERI, GANDULFO, MINGARDA, ARRIGO

GANDULFO- (Entra con gli altri). Sei tornato. Ho visto il tuo cavallo: è quasi sfiancato, devi averne più cura; fra poco, quella bestia non sarà più capace di muovere un passo.

RANIERI- Giù, nella piana di Donoratico ci sono bellissimi cavalli selvaggi, gli uomini dei Conti della Gherardesca li catturano e li ammansiscono. Si può avere un puledro con pochi fiorini.

GANDULFO- Già! Pochi fiorini che vanno guadagnati… o, forse è più facile mandare il conto alle casse della famiglia Scaccèri.

MINGARDA- Senza contare che sfiancare un cavallo, come fai tu, è un peccato contro la natura. Gli animali, sono creature di Dio. (Si volge ad Arrigo, a chiedere approvazione).

ARRIGO- Certo. Si legge nelle sacre scritture: "Disse ancora Dio: produca la Terra animali viventi secondo la loro specie; animali domestici e rettili e bestie selvatiche. E così fu fatto. E vide Dio che ciò bene stava; li benedisse dicendo - crescete e moltiplicate!"

RANIERI- Ho letto le sacre scritture.

ARRIGO- Bravo! Quindi saprai, mio giovane amico, quanto amore il Signore ha messo nella creazione di questo mondo. E tu, ragazzo fortunato, non vuoi dare un po' del tuo amore a tutto ciò che ti circonda?

Cenno interrogativo di Ranieri verso il padre, a chiedere: chi è?

GANDULFO- Questo è messer Arrigo da Fiesole, è un insigne filosofo e studioso del diritto. Ha la sua cattedra a Bologna; è molto apprezzato in quello Studio.

MINGARDA- Lo abbiamo pregato di trattenersi alcuni giorni qui da noi, perché tu possa conoscerlo a fondo e fare tesoro dei suoi insegnamenti.

GANDULFO- Ascoltalo, Ranieri, ogni sua parola vale come oro. Spero che sappia aiutarti a conoscere i veri valori della vita.

RANIERI- (Di malavoglia). Lo ascolterò… se ha delle cose interessanti da raccontare.

MINGARDA- La filosofia, la teologia, la storia sacra, sono argomenti che ti faranno solo del bene.

GANDULFO- Il diritto! Dovrai imparare a muovere i tuoi passi nel difficile mondo delle leggi, che ciascuno stato fa a sua convenienza. Ciò che è permesso a Pisa, è proibito in Oriente; se vorrai commerciare con Genova, Venezia, la vicina Firenze, dovrai sempre pagare qualche balzello. Tutte cose che il nostro buon maestro Arrigo, sa.

MINGARDA- E sa raccontarle così bene! Starei ore intere ad ascoltarlo.

ARRIGO- Troppo buona, madonna. L'arte oratoria è complemento necessario alla conoscenza scientifica: per versare del buon vino dalla botte dentro una piccola fiasca, occorre una tazza ed un imbuto. Così, l'arte del parlare è lo strumento che serve per versare la scienza che Dio ha voluto darmi, nella piccola testa del nostro Ranieri… cioè: piccola… per dire… vuota. Volevo dire: non ancora toccata dal dito del Signore.

MINGARDA- Cercate voi, maestro Arrigo, di spingere questo dito divino proprio in mezzo alla fronte di questo figlio mio.

ARRIGO- Proverò, madonna, proverò ma, il risultato sta nella volontà suprema. Io, sono il povero strumento. Ora, lasciateci soli.

GANDULFO- Vieni, Mingarda, lasciamoli. Voi, messer Arrigo, vi tratterrete ancora. Quando sentirete battere l'ora della notte, ci farete l'onore di sedere alla nostra mensa… poche cose: frugalità è il mio motto. Sol per dare la forza a questa macchina di carne che ci serve a far funzionare l'anima… e… e… (non sa come finire) e la speranza.

ARRIGO- Troppo buono, messer Gandulfo. E… per quella piccola cosa di cui abbiamo parlato…

GANDULFO- Seduto alla mia mensa, incontrerete il mio amministratore: vi accorderete con lui. Vi aspettiamo. (Esce con Mingarda).

ARRIGO- Ci sarò. (Si inchina). Troppo buono… ci sarò, non mancherò.

SCENA 5 - RANIERI, ARRIGO

RANIERI- (Ironico). Mio buon maestro, sedetevi. State comodo? Devo chiamare il mio servo per farvi portare una tazza di buon vino? Ne ho di ottima qualità: proviene dalle colline di Siena. Ho un amico che possiede dei vigneti da quelle parti, quando ci vediamo, ha sempre qualche fiasca… per appesantire la sella del mio cavallo. (Ride).

ARRIGO- (Ha seguito con interesse il tema del vino). Forse un mulo, sarebbe più utile alla bisogna. Il tragitto da Siena a Pisa è piuttosto lungo e quelle poche fiasche di vino che possono trovare posto attaccate alla sella di un cavallo, sì, voglio dire, un cavaliere di buona taglia, le consuma durante il viaggio.

RANIERI- Giusto! Uomo accorto e previdente! Vedo che la fama di cui godete è meritata.

ARRIGO- Troppo buono, mio giovane amico. Sono considerazioni che tutti possono trarre: durante il lungo viaggio, il cavallo galoppa e quelle povere fiasche appese alla sella, saranno sottoposte a sussulti, scosse… e quel vino che c'è dentro può alterarsi e arrivare a destinazione in uno stato tale, che non è più possibile beverlo.

RANIERI- Avete studiato anche la scienza del vino! Credo che imparerò qualcosa da voi, messer Arrigo.

ARRIGO- Troppo buono, mio giovane Ranieri, troppo buono. Vedete: il mulo è una creatura saggia, sa trovare la sua strada anche sull'orlo di un precipizio, con sagacia, con lentezza; se fiuta un pericolo s'impunta e non lo smuovi nemmeno se lo riempi di bastonate. È un animale paziente, si lascia caricare con pesi che un'altra bestia rifiuterebbe e li trasporta con sicurezza fino alla destinazione che gli è stata assegnata.

RANIERI- Vedo che dovrò comprarmi un mulo!

ARRIGO- Senza mettere in conto il fatto che sul basto del mulo si possono caricare addirittura dei barilotti, e il vino che c'è dentro seguendo un'andatura così lenta e ondeggiante, si rimescola e si ricarica di sapori, di profumi che, quando vai a beverlo, una sola tazza ti può inebriare.

RANIERI- Questo va bene nella stagione fredda ma in estate, quando il sole manda i suoi raggi infuocati, quel barilotto arriva a destinazione, con il suo contenuto troppo caldo e il vino caldo, voi mi insegnate, è buono solo per fare impacchi contro l'infreddatura.

ARRIGO- Bisogna avere l'accortezza di metterlo in un fresco sotterraneo, dove potrà invecchiare in tutta tranquillità. Il vino è come l'uomo: riesce ad esprimere la sua fragranza, il suo sapore, il suo umore solo quando è già vecchio. Vecchio e ben riposato in luogo tranquillo e di piacevole godimento.

RANIERI- Un sotterraneo?

ARRIGO- Perché no. Certo che per un giovane ardente e appassionato, risulta più gradevole, magari, il verone di una bella dama. (Sognante). Un verone da scalare, arrampicandosi su un albero, che la bella dama, magari fece piantare proprio lì in vista di future ascensioni. Eh! (Sospira)

RANIERI- Per caso, maestro Arrigo, sareste esperto anche nella scienza dell'amore?

ARRIGO- La scienza delle scienze! Ahimè! Più che una scienza è una filosofia. Almeno per me. La scienza tratta sempre di cose concrete e, per essere studiata e compresa appieno, ha bisogno di essere sperimentata; cose che, alla mia età è di difficile adempimento. La filosofia invece, è l'arte del pensiero, del ragionamento; è lo studio del possibile e dell'impossibile, di ciò che potrebbe essere, o che sarà, o che è stato… (sospira)

RANIERI- Non avevo mai considerato l'amore come una filosofia. Se riuscite a dimostrarmi che tutto ciò risponde a verità, vi assicuro che mi metterò a studiare… tutto quello che vorrete: filosofia, diritto… tutto! Magari anche la scalata sui tronchi d'albero, piantati da dame previdenti nei pressi del loro verone.

ARRIGO- L'uomo perfetto dovrebbe avere il vostro corpo e la mia mente: l'agilità della gioventù e la saggezza della vecchiaia ma il divino creatore, nella sua infinita sapienza, volle disporre in altro modo. Ma non sono venuto qui per parlarvi di veroni o di buon vino.

RANIERI- A proposito: ve n'avevo offerto una tazza. Mando Lapo a prenderla, è giù nello scantinato; magari non sarà molto vecchio, sapete: non fa a tempo a invecchiare.

ARRIGO- Capisco, ma non vi preoccupate, avremo tempo dopo… Di verso Siena, avete detto.

RANIERI- Sì, le colline senesi danno un vino fra i migliori che si possano assaggiare.

ARRIGO- Lo so, lo so, conosco quei posti.

RANIERI- Dovrete viaggiare molto, voi.

ARRIGO- Porto la parola del filosofo e dello studioso a chi la vuole ascoltare. Mi fermo in ogni borgo, in ogni castello dovunque possa trovare un tozzo di pane e una brocca d'acqua. Si trovano sempre, nelle campagne, dei conventi dove i buoni fraticelli si danno da fare per procurarmi un giaciglio. La mattina dopo con la prima luce riprendo la strada

RANIERI- Io preferisco pernottare in qualche locanda accogliente, dove il giaciglio viene preparato da una bella locandiera.

ARRIGO- Fortunato voi! Volevo dire, fate bene a circondarvi di cose buone e belle ma non dimenticatevi l’anima. Ve lo dice il filosofo ed anche la saggezza della vecchiaia. Nell'uomo ci sono le due parti: quella materiale e quella che potrei definire, divina; devono stare in equilibrio come sui piatti della bilancia. Se si dà privilegio alla cane, scompare l'anima o, al contrario, si può esaltare lo spirito mortificando la carne.

RANIERI- Non ci avevo mai pensato, ma il ragionamento corre. Bravo filosofo! Però, non cercate di farmi cambiare umore!

ARRIGO- State tranquillo; non è di questi argomenti che devo parlarvi. Mi sono lasciato trasportare… Devo insegnarvi il diritto: come si comporta un uomo che intende mercatare con i popoli lontani… e con quelli vicini.

RANIERI- Quei libri pieni di numeri, intendete dire? Maestro Arrigo, la nostra conversazione è stata finora piuttosto piacevole, cercate di non rovinare tutto con i codici e gli editti.

ARRIGO- Sono pagato per questo. Non rovinatemi…

SCENA 6 - GUCCIO, RANIERI, ARRIGO

GUCCIO- (Voce da fuori). Ranieri… Ranieri…

RANIERI- Mi chiamano. (Si affaccia alla finestra). Guccio, sei tu?

GUCCIO- (Entra scavalcando la finestra). Sono io. Scusa se approfitto della via più breve: se mi presento al portone, mi sento osservato come un diavoletto tentatore che viene a strappare il tenero rampollo dalla pace domestica per condurlo dritto dritto sulla via della perdizione. (Si accorge di Arrigo). Oh, perdonate messere. (A Ranieri). Credevo che tu fossi solo.

RANIERI- Non preoccuparti, messer Arrigo è un filosofo che mi sta insegnando molte cose.

GUCCIO- (Incredulo). Davvero?

RANIERI- Dimmi, Guccio: hai mai pensato che l'amore è anche una filosofia?

GUCCIO- No!

ARRIGO- Non date retta, messere, non date retta. Il mio compito qui è quello d'insegnare al nostro giovane amico, come ci si comporta in certe situazioni.

RANIERI- Come si può conservare del buon vino… o come si può scalare un albero, che fu piantato lì da una bella dama.

GUCCIO- (Interdetto). Ah… e, il tuo precettore sarebbe esperto in queste cose? (Piano a Ranieri). Cos'è questa storia dell'albero?

ARRIGO- Dovete sapere che il nostro Ranieri, ha il dono soprannaturale di catturare l'attenzione dell'interlocutore… e fargli dire tutto ciò che non vorrebbe dire.

RANIERI- Per carità, messer Arrigo! Non sono un mago!

ARRIGO- Voglio sperare di no. Dovete convenire però, che non sono riuscito a dire una sola sillaba, della materia che dovrei insegnarvi.

RANIERI- Non datevi pensiero. La nostra conversazione è stata comunque piacevole.

ARRIGO- Anche troppo! (A Guccio). Che volete, mi sono lasciato andare sull'onda dei ricordi e… ho sognato.

GUCCIO- I filosofi sono un po' tutti sognatori… o sbaglio?

ARRIGO- Ci sono sogni e sogni… Ma ora dobbiamo recuperare il tempo perduto. Dunque, sedetevi Ranieri ed ascoltatemi. Potete restare anche voi, messer Guccio.

GUCCIO- No, grazie! Resterei volentieri ma devo andare. (A Ranieri). In casa di Fiammetta si riuniscono gli amici (ad Arrigo, giustificandosi) per stare un po' in allegria, sapete, fra amici. Si canterà qualche strofa, si berrà una brocca di vino… tra amici…

ARRIGO- Capisco… capisco. Se proprio dovete andare, non vi tratteniamo.

RANIERI- Aspetta, Guccio, dimmi: chi c'è in casa di Fiammetta? Ci sono tutti? Tutta la brigata?

GUCCIO- Beh, sì. C'è Rogerio, c'è Pietruccio; Fiammetta è la padrona di casa, ha invitato Celeste ma la festa è in onore di una fanciulla che è sua ospite: Matilde si chiama, la descrive molto bella, viene nientemeno che da Genova.

RANIERI- Addirittura? Com'è arrivata, per mare?

GUCCIO- Suo padre, in viaggio per Roma dove ha certi affari, ha fatto scalo a Pisa e proseguirà a cavallo. Sua figlia Matilde, lo aspetterà in casa di Fiammetta, che già conosceva.

RANIERI- Celeste, Fiammetta e ora questa Matilde: la serata promette di essere interessante.

GUCCIO- (Ironico). Sarà interessante anche la tua serata, in compagnia del tuo amico filosofo.

RANIERI- Tu credi? Messer Arrigo, voi mi scusate, vero, se vi lascio così improvvisamente?

ARRIGO- Ma… a vostro padre… che devo dire?

RANIERI- Ditegli… che visiterò certi amici… per parlare con loro di filosofia… quella che ho imparato da voi! In confidenza: non ci sono nemmeno alberi da scalare! Andiamo, Guccio. (Guccio scavalca la finestra e scompare).

ARRIGO- Ma… abbiate riguardo della mia posizione in questa casa. Non verrò pagato!

RANIERI- (Mentre scavalca la finestra). Non abbiate timore: mio padre tiene sempre fede ai suoi impegni (è già fuori). Buona fortuna, messer Arrigo!

ARRIGO- Anche a voi! (Guarda dalla finestra, torna al tavolo, prende un libro, sospira).

QUADRO 3

Casa di Fiammetta. Una tavola apparecchiata. Poltrone e cuscini sui quali siedono gli invitati. La parete di fondo è aperta su di un giardino. La cena è ormai finita e i commensali si intrattengono raccontandosi storielle licenziose. Luce soffusa che crea zone d'ombra dove le coppie si scambiano effusioni.

SCENA 1 - FIAMMETTA, CELESTE, MATILDE, ROGERIO, PIETRUCCIO, RANIERI, GUCCIO

Rogerio, Fiammetta, Guccio fanno gruppo, ascoltano la storiella che Rogerio sta raccontando. Pietruccio, discosto, seduto su cuscini con Celeste. Ranieri e Matilde passeggiano in giardino, scomparendo ogni tanto.

ROGERIO- … cosicché, appena fatto giorno, la bella Martina si alza e, completamente nuda va ad aprire gli scuri della finestra. Entra la luce viva del giorno; ancora inebriata si volge verso il letto, dove il corpo di un uomo emerge dalle coltri. Il suo sguardo si sofferma sui piedi, risale fino alle ginocchia… più su… dio mio! Quello non è suo marito! Quel petto villoso… di chi sarà? Il viso è coperto da un lembo del lenzuolo, lo scopre: un ciuffo biondo emerge malizioso, gli occhi celesti la invitano, due labbra sottili si aprono in un sorriso. La povera Martina è abbagliata da quella visione:

"Ma tu non sei Pietro, il mio sposo! Ho dormito con te?"

"Sì, ma sei rimasta sveglia per parecchio tempo e, se devo essere sincero, non mi sembravi molto delusa dal cambio"

La povera fanciulla, ancora nuda, non sa capacitarsi: come ha fatto e non accorgersi che non stava col marito. Se l'avesse saputo, non si sarebbe lasciata scappare certe cose, occasioni che prima che capitino di nuovo… Ma il biondo sembra ancora in grado di toglierle ogni dubbio residuo, ci vuol poco a capirlo. Lei torna alla finestra, la chiude… no, la riapre un poco: con un po' di luce è più eccitante. Si sdraia di nuovo nel letto e… quello che successe, ve lo potete immaginare.

FIAMMETTA- E Pietro, il marito? Non tornò a coglierli sul fatto?

ROGERIO- Devi sapere, mia cara Fiammetta, che il bel giovane biondo, non era altri che un garzone a bottega dal marito della bella Martina.

FIAMMETTA- Perciò era di casa.

ROGERIO- Appunto! Si era invaghito della donna e inoltre, per vendicarsi delle angherie del padrone, aveva studiato il suo piano.

GUCCIO- Come in battaglia: prendere una dama è come conquistare una città. C'è da studiare un piano d'attacco… Amore e guerra sono arti sorelle.

FIAMMETTA- Stai zitto tu, che non sei capace in nessuna delle due!

GUCCIO- Tu credi? In battaglia, forse, ancora non mi è capitata l'occasione, ma in amore… se vuoi accompagnarmi di là, nella tua alcova…

FIAMMETTA- (Ride). Sei divertente… Continua, Rogerio. Quella storia del garzone e della bella padrona, la trovo piuttosto eccitante.

ROGERIO- Ai tuoi ordini, bella Fiammetta (la bacia su un braccio). Dicevo: il biondo…

FIAMMETTA- Non ha un nome?

ROGERIO- Sì… probabilmente sì. Ma è proprio necessario? Un bel giovane biondo, steso nel tuo letto… può anche non aver un nome…

FIAMMETTA- Può anche non essere biondo…

ROGERIO- (Si tocca i capelli neri). Esatto. Insomma, questo biondo, continuerò a chiamarlo così, fece sapere suo padrone che in quel di Lucca vendevano un carico di legname ad un prezzo convenientissimo ma, se voleva concludere l'affare, doveva sbrigarsi. Pietro non stette a pensarci su: attaccò i muli al carro e partì alla volta di Lucca. Sarebbero passati almeno due giorni, prima del ritorno: il tempo necessario per consumare la sua vendetta… e il suo desiderio..

GUCCIO- Io mi contenterei di molto meno tempo. (Cerca di baciare l'altro braccio di Fiammetta). L'alcova aspetta…

FIAMMETTA- Guccio, sei molto caro ma non imparerai mai come si fa a conquistare una donna.

Celeste e Pietruccio si alzano e si avvicinano ai tre.

CELESTE- Davvero, Guccio, non le sai queste cose?

PIETRUCCIO- Guccio, sei mio amico; crederanno che anch'io sia incapace di sedurre una donna.

GUCCIO- Tu, Pietruccio, lo puoi dire; qualche volta siamo andati assieme…

CELESTE- Davvero? Forse in quella casupola fuori città, sul greto dell'Ozzeri, per incontrare quella donna… Giuditta, mi pare si chiami.

FIAMMETTA- La cortigiana? Belle conquiste!

Rogerio si è alzato, si è portato al centro della scena dove suona un liuto.

CELESTE- Un'alcova, un giaciglio, un boccale di vino… e una borsa di denaro.

PIETRUCCIO- Non è questo che volete?

FIAMMETTA- Può darsi. Ma la strada per arrivarci non può essere così diretta. La donna deve essere convinta, perciò ha bisogno di essere corteggiata... conquistata con belle parole…

CELESTE- … con un sorriso…

FIAMMETTA- Con uno sguardo: l'occhio può dire molte più cose della bocca…

CELESTE- (A Pietruccio che tenta di abbracciarla)… o di una mano!

FIAMMETTA- La donna ama essere conquistata con una storiella, magari piccante. (Va da Rogerio)

CELESTE- Con un po' di fantasia.

FIAMMETTA- Con una bella canzone. (Mette una mano sul liuto, Rogerio le prende la mano, gliela bacia. Fiammetta gli si accosta e rimane così mentre lui riprende a suonare).

CELESTE- Ecco: a questo punto potete parlare di alcova… una donna conquistata con la galanteria, vi seguirà dove volete.

PIETRUCCIO- Perciò, se volessi avere le grazie di madonna Fiammetta, dovrei saper suonare il liuto.

FIAMMETTA- Certo. Dovresti saper scalare la parete di un castello per entrare dalla finestra, proprio nella stanza della tua bella.

GUCCIO- Non sarebbe possibile fare una copia della chiave del portone?

CELESTE- (Ride). Non sarete mai dei veri amatori!

PIETRUCCIO- Però tu, Celeste, non vivi in un castello… la tua casa è bassa, con un muretto di cinta alto così, (lo indica piuttosto basso) potrei saltarlo con facilità, affacciarmi alla tua finestra, scavalcare il davanzale, avvicinarmi al tuo letto, svegliarti con un bacio…

CELESTE- Piano, piano; non correre troppo con la fantasia.

PIETRUCCIO- Credi che non ne sarei capace?

GUCCIO- Anch'io potrei farlo!

CELESTE- Va bene: fatelo! Scavalcate muri e davanzali: mi troverete nel mio letto.

PIETRUCCIO- Basterà che tu lasci gli scuri appena socchiusi.

GUCCIO- Appena entrati, li richiuderemo e nessuno si accorgerà di niente.

CELESTE- Vi aspetto, troverete gli scuri socchiusi, venite… tutti e due, mi farete piacere. Ah, devo avvisarvi che non dormo da sola.

GUCCIO- Noo? Allora si potrebbe… chi dorme con te?

PIETRUCCIO- Sarà certamente qualche tua domestica… o amica… o…

GUCCIO- Non è un problema: siamo in due!

CELESTE- Sarebbe bello. Ma è meglio di no, in fondo al mio letto dorme il mio cane: un colosso grande così, con certi denti che stritolano un osso in un batter di ciglio! Odia i forestieri e si avventa su chiunque mette la punta del suo naso nella mia stanza. (Ride). Sarebbe divertente vedervi scappare con il fondo delle vostre brache fra i denti del mio cane!

GUCCIO- Una cosa del genere successe al mio amico Lapuccio: aveva trovato una donna, verso Altopascio, il suo uomo era un gran cacciatore e aveva molti cani…

PIETRUCCIO- Lascia perdere. Se il cane è il solo impedimento, troveremo un rimedio.

CELESTE- Non vi arrendete, voi.

PIETRUCCIO- Un combattente valoroso, non si arrende mai!

GUCCIO- Come conquistare una città: amore e guerra sono arti sorelle!

CELESTE- Lo sappiamo.

Fiammetta si era appartata sul fondo, a parlare con Ranieri e Matilde, ora torna verso i tre, con Rogerio.

FIAMMETTA- Cosa avete da raccontarvi, di tanto interessante?

PIETRUCCIO- Si parlava di come conquistare città… e donne.

ROGERIO- Progetti ambiziosi! Volete annettervi città vicine o, addirittura andare in Terrasanta?

GUCCIO- Dapprima si potrebbe tentare la conquista degli abitanti… cominciando dalle donne.

FIAMMETTA- Sempre il solito problemino, eh? Prendete lezioni di conquista dal vostro amico Ranieri: è tutta la sera che se ne sta appartato con Matilde.

PIETRUCCIO- Non è un amico! Gli amici si spartiscono fra loro, tutto quello che hanno!

FIAMMETTA- Ma loro, vogliono offrirvi uno spettacolo.

GUCCIO- Come in teatro?

FIAMMETTA- Press'a poco. Reciteranno i versi di certi poeti che raccontano di donne amate, dei tormenti che affliggono gli innamorati…

CELESTE- Che poeti sono? Io ne ho sentito qualcuno. Ma i poeti sono sempre tristi, angosciati…

FIAMMETTA- L'amore è un sentimento angoscioso, struggente… è bello consumersi nell'attesa di un bacio, annientarsi nella luce di un sorriso…

PIETRUCCIO- Se si tratta di un sorriso, non hai bisogno di soffrire tanto: te lo faccio io (le sorride esageratamente) va bene così?

GUCCIO- In quanto al bacio… beh, non dovrebbe essere complicato…

CELESTE- Voi uomini siete troppo ruvidi. Non le capirete mai certe cose!

PIETRUCCIO- Anche i poeti sono uomini!

CELESTE- Sì ma loro… (a Fiammetta). Non ci avevo mai pensato: i poeti, sono dei veri uomini?

ROGERIO- Non ponetevi certi problemi… prepariamoci ad assistere alla rappresentazione. Dunque: questo spazio sarà per gli attori, qui prenderà posto il pubblico, cioè voi. Io mi piazzerò da questa parte per accompagnare la narrazione con un po' di musica. Le poesie che ascolterete, furono scritte da trovatori e qualcosa ci verrà inserito dagli attori stessi. Fate silenzio! E cominci lo spettacolo!

Ranieri e Matilde, con Rogerio, entrano nello spazio indicato. Recitano senza guardarsi, come se ciascuno raccontasse al pubblico i propri sentimenti. Durante la recitazione, le due coppie che formano il pubblico seguono divertite, con gli uomini che bevono e cercano d prendersi delle libertà e le donne che reagiscono con risatine. Poi l'attenzione verso il teatro si fa più seria, quindi subentra la noia.

RANIERI– Amore, in cui disio m'à dato guiderdone; com'om ch'è in mare ed à pena di gire, vede lo tempo e già mai la speranza no lo 'nganna, così faccio, madonna, in voi venire. Potess'io venire a voi, amorusa, come ladrone ascoso e non paresse! Ben lo terria in gioia aventurusa se l'Amor tanto bene mi facesse! Sì bel parlante, donna, con voi fora e direi como v'amai lungamente, e vi amerei infin ch'io vivo ancora.

MATILDE– Chi non avesse mai veduto foco no crederia che cocere potesse, anzi li sembraria solazzo e gioco lo suo isplendore. Ma s'ello lo tocasse in alcun loco, li sembraria che forte cocesse: quello d'Amore m'à toccato un poco, molto me coce! Se s'aprendesse in voi, signore mio, che mi mostrate dar solazzo amando. Certo l'Amore fa gran vilania, che no distringe te che vai giocando, a me che vivo in grand’isbaldimento.

RANIERI– La salamandra audivi che 'nfra lo foco vivi stando sana; io sì fo per long'uso, vivo 'n foc'amoroso e non saccio ch'io dica. Madonna, sì m'avene: com'omo in prudito lo cor mi fa sentire, che già mai no 'nd'è quito mentre non pò toccar lo suo sentore.

MATILDE– Gran festa gli farai e grand'onore. E dì come gli ti se' tutta data. Ma non per cosa ch'e' t'aggia donata, se non per fino e per leal amore; che ttu à' rifiutato gran signore che riccamente t'avrebbe dotata: ma credo che m'avete incantata, Per che i' son entrata in quest'errore. Allor sì 'l bascierai istrettamente, pregando'l che lla cosa sia sagreta, Sì che no'l senta mai nessuna gente.

RANIERI– Amor mi face umano umile, curucioso, sollazante, e per mia voglia amante – amor negando. E medica piagando Amore, che nel mare tempestoso navica vigoroso. Folli, sacciate: finchè l'amadore disia, vive 'n dolore; e poi che tene, credendos' aver bene, dàgli Amor pene; sperando d'aver gioia la gelosia è la noia che l'assale.

MATILDE– Donna e l'Amore àn fatto compagnia e teso un dolce laccio per mettere in sollaccio lo mio stato; e voi mi siete, gentil cavaliere mio, colonna e forte braccio, per cui sicura giaccio. Gioioso canto d'alegranza fo, c'amor m'è scudo e lancia e spada difendente da ogni maldicente, e voi mi siete, rocca e mura: mentre vivo per voi starò sicura.

RANIERI– Morte, perché m'ài fatta sì gran guerra, che m'ài tolta madonna, ond'io mi doglio? La fior de le belleze mort'ài in terra, per che lo mondo non amo, nè voglio. Villana morte, non ài pietanza, disparti amore togli l'alegranza e dài cordoglio. La mia alegranza post'ài in gran tristanza. Solea aver sollazo e gioco e riso; or n'è gita madonna in paradiso, portònne la dolze speranza mia, lasciòmmi in pene e con sospiri e planti, levòmi de sollazo, gioco e canti; or no la vegio, nè le sto davanti

MATILDE- D'amoroso paese sospiri e dolzi planti m'à mandato Amor, mai senza sospirare Amore non mi lascia solo un'ura. Deo, che folle natura ello m'aprese! ch'io non saccio altro fare, se non penzare, e s'io veglio o dormento sent'amore

RANIERI– Rosa fresca aulentissima, c'apari inver la state le donne ti disïano - pulzell' e maritate; trajmi de ste focora se t'este a bolontate; per te non aio abento notte e dia, penzando pur di voi, madonna mia.

MATILDE– Per lo marito c'ò rio, l'amor m'è 'ntrato in coragio; sollazo e gran bene ag'io per lo mal che con lui agio: ca per lo suo lacerare tal penser'ò, che 'n gran gioia mi fa stare. Geloso, battuta m'ài, piaceti di darmi doglia, ma quanto più mal mi fai, tanto il mi metti più in voglia. Di tal uom mm'acagionasti, c'amanza no avea intra nui, ma da che 'l mi ricordasti l'amor mi prese di lui. Per ira del mal marito m'avesti, e non per amore; ma da che m'ài, sì mi è gito tuo dolzor dentro dal core, mio male in gioia m'è ridato. Drudo mio, a te mi richiamo d'una vecchia c'ò a vicina; ch'ella s'è accorta ch'io t'amo. Con molto airoso talento m'ave di te gastigata.

RANIERI– Diamante, né smiraldo, né zafino, né vernul'altra gema preziosa, topazo, né giaquinto, né rubino, né l'aritropia, ch'è sì vertudiosa, né l'amatisto, né 'l carbonchio fino, lo qual è molto risprendente cosa, non àno tante belezze in domino quant'à in sé la mia donna amorosa. E di vertute tutte l'autre avanza, e somigliante a stella è di sprendore, co la sua conta e gaia inamoranza, e più bell'este che rosa e che frore Cristo le doni vita ed alegranza, e sì l'acresca in gran pregio ed onore.

CELESTE- (Interrompe). Come sono noiosi questi poeti!

GUCCIO- Non avete qualcosa di più allegro, da raccontare?

FIAMMETTA- Vogliamo divertirci!

PIETRUCCIO- Vogliamo ridere!

GUCCIO- Se lo avessi saputo, sarei andato dalla Leonetta: in casa sua c'è sempre qualcuno che suona, che so, una mandola, un liuto…

PIETRUCCIO- La Leonetta e le sue ragazze, non fanno tanto le smorfiose.

FIAMMETTA- Cosa ci trovate, di tanto divertente, in certi ambienti?

CELESTE- Le donne ci sono anche qui (si alza e assume pose da modella) e, modestamente, non credo che abbiamo niente da invidiare a… madonna Leonetta. Vero, Fiammetta.

FIAMMETTA- (Si alza e, con Celeste, inizia a togliersi qualche indumento: veli, scialli). Messeri uomini, siete proprio sicuri che qui, in casa di Fiammetta non ci sia da divertirsi?

CELESTE- Voi, dal palcoscenico, smettete con codesti discorsi tetri e lamentosi! Cantiamo qualcosa di allegro! La festa comincia ora. Chiamate altra gente! Chi c'è fuori? Tutti entrino, vogliamo divertirci! Qualcuno apra il cancello del giardino, c'è vino per tutti!

ROGERIO- Matilde, vieni, liberati da codesti veli che hai sul capo, non sei più la musa del poeta, torna a fare la donna che vuole divertirsi! Anche tu, Ranieri, non sei adatto a fare il poeta tenebroso. Vieni, queste donne ci aspettano. Hai sentito, la festa comincia ora!

Rogerio prende Matilde per mano e la conduce dalle altre. Tutte continuano a togliersi qualche indumento. Ranieri esce.

MATILDE- Finalmente! Mi sentivo venire meno a recitare quelle idiozie! Divertiamoci! Hai del vino da qualche parte, Fiammetta? Gli uomini hanno sete, sono giovani e bisogna annaffiarli e coltivarli con cura, se vogliamo vederli crescere belli robusti. (Durante questa battuta ha carezzato Guccio e Pietruccio, che cercano di abbracciarla).

CELESTE- Hai ragione, Matilde ma, con il vino andiamoci piano: hanno già bevuto abbastanza.

FIAMMETTA- Brava Celeste, ei sempre la più previdente: potrebbero addormentarsi sul più bello.

PIETRUCCIO - (Un po' brillo). Fiammetta, sei una dea: la dea della saggezza! Ma non devi preoccuparti, posso restare sveglio ancora per… beh, quanto basta. (La abbraccia).

GUCCIO - (Un po' brillo). Celeste, mia bella Celeste. Sei una donna celeste e in questa… celestialità mi voglio addormentare… dopo. Dov'è l'alcova?

Ranieri entra dal fondo con Alberto, tipo ascetico, vestito di pilurica. Restano sul fondo ad osservare. Ranieri sorridente, invitante verso Alberto il quale rimane muto

MATILDE- Mio buon Rogerio, vedo che le mia preoccupazioni erano, possiamo dire, superflue. Con vino o senza voi uomini sapete mantenervi in perfetta… salute e in buona forma.

ROGERIO- Non mi sono mai sentito così in salute come in questo momento, Matilde carissima. (La abbraccia. Vede Ranieri). Ranieri, chi ci hai portato?

SCENA 2 - ALBERTO, RANIERI, ROGERIO, GUCCIO, PIETRUCCIO, FIAMMETTA, CELESTE, MATILDE

RANIERI- Ero andato alla porta del giardino, secondo il desiderio della padrona di casa, quest'uomo stava lì fuori come se volesse entrare. Ho pensato di invitarlo.

CELESTE- Ma come si è vestito? È una moda che viene di Francia?

MATILDE- Vestimenti simili non ne avevo mai visti. Deve essere molto scomodo, starci dentro!

FIAMMETTA- Dite, buon uomo: vi siete vestito così, per andare a qualche festa? Avvicinatevi. (Gli tocca l'abito). Com'è ruvido! Sentite, donne; non credo proprio che sarebbe piacevole da carezzare… o da stringere al seno, un individuo così.

CELESTE- Ma che stoffa è? È piena di setole, di crini… sembra quasi fata con aghi di ferro.

MATILDE- Pare una pelle non conciata… ed è anche scalzo: chissà le piaghe che ha nei piedi!

CELESTE- Non credo che ci divertiremo con un tipo così. Ranieri, perché lo hai fatto entrare?

RANIERI- I suoi occhi! Non ha pronunciato parola ma ha una luce negli occhi, che mi ha soggiogato.

FIAMMETTA- Sarà forse, un mago? Uno di quelli che stanno con quei saltimbanchi che girano per le campagne e si guadagnano da vivere, predicendo il futuro.

GUCCIO- Davvero? Mio buon amico, dimmi: chi sarà la mia compagna, questa notte? (Indica le donne). Questa… questa… o tutte? Non tenermi sulle spine, dimmelo!

RANIERI- Guccio, sei ubriaco! In certe cose non puoi cercare l'aiuto dell'indovino: devi prenderla da te, la tua donna.

MATILDE- Ammesso che ci riesca! Però, è vero: quest'uomo ha qualcosa… come un fuoco dentro… dentro gli occhi. Un fuoco che non brucia ma scalda… scalda il cuore.

FIAMMETTA- Deve essere uno di quei penitenti, come li chiamano… eremiti, anacoreti… o pellegrini in viaggio per Roma… che campano di elemosina.

ROGERIO- Bene, diamogli qualche fiorino e lasciamolo andare.

PIETRUCCIO- Ma sì, ho ancora qualche moneta nella borsa. (Le porge ad Alberto che rifiuta). Prendi, buon pellegrino… e vai, vai dove ti portano i tuoi piedi, a Roma… o magari fino dalla Leonetta! È più vicino e più divertente! (Ride)

ALBERTO- Grazie, fratello. Io chiedo solo un pezzo di pane. Non per me ma per i miei malati.

FIAMMETTA- Malati?

CELESTE- Ci sono anche dei malati?

PIETRUCCIO- Non vorrai dire che passi il tuo tempo fra bende, unguenti, mignatte…

GUCCIO- … piaghe puzzolenti, cancrene… piedi o mani che marciscono.

ROGERIO- Non ci sarà mica qualche lebbroso, nel tuo ospizio?

MATILDE- Certe malattie vanno isolate! Può sempre arrivare qualche barca dall'Oriente con gente che ha addosso i germi di tali malattie.

FIAMMETTA- Un'isola! Ci sono delle isole davanti al porto. Come si chiamano… Gorgona! Sì, l'isola di Gorgona potrebbe essere adatta. Ranieri, devi dire a tuo padre di interessare della cosa il Consiglio degli Anziani. Lui gode ancora una certa considerazione.

CELESTE- C'è pericolo del contagio? Dio mio! Io ho toccato la sua veste… che devo fare? Non mandatemi sull'isola!

GUCCIO- (L'abbraccia). Caso mai ci andiamo assieme… su un'isola deserta, io e te soli…

MATILDE- Amici miei, non è il caso di drammatizzare. Questo amico di Ranieri, assiste gli infermi, ma non è detto che tra i suoi malati ci siano dei lebbrosi… o degli appestati.

ALBERTO- Certe malattie non ci sono ancora qui da noi, ma arriveranno presto se la gioventù pisana continuerà a vivere in maniera così dissoluta. Come potete pensare di mantenervi in buona salute se le vostre giornate… ed anche le notti, vi servono solo a fornicare senza rispetto alcuno per il corpo che Dio ci ha dato… e che un giorno gli dovremo restituire?

PIETRUCCIO- Quando sarà il momento, ci penseremo. Intanto, questo corpo, ho intenzione di utilizzarlo (guarda Alberto negli occhi)… beh… per… per vivere la mia vita.

ALBERTO- La vita dell'uomo è ben spesa se vissuta per aiutare i fratelli che soffrono (indica i presenti ad uno ad uno). Tu sei un peccatore… ed anche tu… anche voi! Pentitevi! Il regno dei Cieli è così grande che può ospitare anche i peccatori, purché si pentano.

MATILDE- Belle parole, amico mio, belle parole. Questo mondo, purtroppo gira nell'alto senso e se non sei abile a saltarci sopra, rischi di restare a terra… schiacciato, tritato. Come un pastone da dare si cani.

FIAMMETTA- Se vuoi accettare qualche fiorino per i tuoi ammalati, passa domani: ho delle amicizie, vedrò di procurarteli.

ALBERTO- Posso accettare solo un pezzo di pane; il pane è dono di Dio, ne basta un poco per saziarsi, il denaro è il frutto del demonio: chi lo ha, non è mai soddisfatto e ne vorrebbe sempre più, non sarà mai felice.

ROGERIO- D'accordo, avrai il tuo pane. Ora la dispensa è chiusa. Se non ti serve altro, torna pure dai tuoi infermi, saranno ansiosi di vederti!

ALBERTO- Vado. Scusate se ho interrotto la vostra festa. (A Ranieri). Mi hai introdotto qui sperando, forse inconsciamente che la mia visita avrebbe portato un raggio di luce in questo grigiore. Ti dico che avevi ragione: nei tuoi occhi c'è una luce nuova, forse il Signore ha voluto servirsi di me per accenderla. Addio, amico mio, addio anche a voi.

RANIERI- Domani mi procurerò una cesta di pane, per i tuoi infermi. Dove li tieni?

ALBERTO- C'è un magazzino abbandonato dietro la chiesa di San Vito. Ti aspetterò.

RANIERI- Non so se avrò tempo, ma il pane te lo farò avere.

ALBERTO- Portalo tu stesso! Addio. Non accompagnarmi, troverò la strada. (Esce).

SCENA 3 - RANIERI, GUCCIO, PIETRUCCIO, ROGERIO, FIAMMETTA, MATILDE, CELESTE

Uscito Alberto, c'è un attimo d'imbarazzato silenzio. Ranieri sosta sul fondo, guardando uscire Alberto.

ROGERIO- Amici, vogliamo addormentarci proprio ora? Sul più bello? L'alba è ancora lontana! Abbiamo tutta la notte davanti, diamoci da fare!

FIAMMETTA- (Ha preso una caraffa). C'è ancora del vino! Il migliore della mia cantina, assaggiatelo!

CELESTE- Fiammetta, sarà bene non farli bere troppo. Il vino è nemico dell'amore.

MATILDE- Io direi, piuttosto che il vino e l'amore sono due cose sorelle (recita). Tutte e due danno l'ebbrezza, l'oblio, il piacere che ti fa dimenticare chi sei, cosa fai… ti senti galleggiare nell'aria, dove non ci sono voci, né luci… c'è solo il piacere, immenso, acuto, travolgente…

CELESTE- … sognante… ma per sognare bisogna dormire e io non riesco ad immaginare che piacere possa esserci nel vedersi accanto un amante bello, piacente… addormentato!

GUCCIO- Donna Celeste, approfittiamone prima che il sonno ci avvolga nel suo manto…Io, da parte mia, preferisco avvolgermi in un lenzuolo… assieme a te. (Abbraccia Celeste e cerca di toglierle qualche indumento, lei, un po' lo respinge, un po' lo lascia fare).

PIETRUCCIO- (Cerca di abbracciare Fiammetta). Parole sante! Anch'io voglio dormire… abbracciato con te… poi dormire… e risvegliarsi…

ROGERIO- (Ha preso la chitarra, ne trae alcuni accordi). Ranieri, te ne stai tutto solo? Vieni qua, la festa comincia ora! (Ranieri va lentamente verso gli altri). Quel pellegrino ti ha stregato. Non pensarci, domani verrò con te: andremo a trovarlo, gli porteremo del pane così ti renderai conto che non vale la pena perdere il tempo fra piaghe puzzolenti, con accompagnamento di gemiti e lamenti

MATILDE- (Durante la battuta di Rogerio ha spento alcuni lumi lasciando la scena in penombra. Abbraccia Ranieri e comincia a slacciargli la blusa). I lamenti e i gemiti che devi ascoltare, sono soltanto quelli di una donna che ti sta accanto… e ti sospira sul petto, sul viso, sulle labbra…

Lo bacia, le altre due coppie si scambiano effusioni sui cuscini. Rogerio passa in mezzo, suonando un ritmo sempre più vivace, mentre cala il sipario.

QUADRO 4

Infermeria dietro la chiesa di San Vito. Albino, anziano infermo, dorme sdraiato su di una cassapanca.

SCENA 1 - ALBINO, GIADA

GIADA- (Entra con un barattolo e un cucchiaio). Albino, sveglia! È l'ora del decotto! Su, svegliatevi, come potete pensare di guarire se state sempre addormentato!

ALBINO- (Si sveglia, cerca di sedersi, aiutato da Giada). Non dormo. Non dormo, mia cara Giada. O forse dormo… perché sogno… sì, stavo sognando: era tanto bello. Perché mi hai svegliato, Giada?

GIADA- Anche i sogni! Ci mancavano solo quelli! Dovete stare ben sveglio, Albino… e prendere questo decotto che Alberto ha fatto apposta per voi.

ALBINO- Sono vecchio, bambina mia. Sono vecchio e malato… e solo. Perché non mi lasciate morire? Nel sogno che ho fatto mi pareva di essere in Paradiso; ci stavo bene. C'era… c'era una gran luce. E una musica dolcissima mi cullava come se mi trovassi fra le braccia della mia mamma… non la ricordo più… forse non l'ho mai conosciuta. Mi hanno sempre detto che fui trovato sugli scalini della chiesa di San Biagio.

GIADA- Cosa andate a pensare! Avanti, bevete questo infuso. (Gli fa ingoiare alcune cucchiaiate). Sono erbe che frate Alberto ha fatto bollire e macerare. Lui conosce i poteri dei medicamenti, sa prepararli con le foglie di certe piante che lui stesso coltiva. Ha preparato anche questo unguento da mettere sul vostro braccio piagato. Vedrete che poi, il dolore vi passerà (gli spalma l'unguento sul braccio).

ALBINO- Vorrei dormire ancora… sognare come prima… non soffrivo… era bello. Perché non vuoi lasciarmi morire? Giada, ti hanno messo il nome di una pietra preziosa… e tu sei preziosa, come il tuo nome… fai l'ultima opera buona per me: lasciami morire.

GIADA- Albino, bestemmiate! Dovete accettare quello che Dio ha deciso per voi! Non dirò al fratello Alberto ciò che avete detto: ne rimarrebbe molto male. Lui che si dà tanto da fare per alleviare i vostri dolori!

Ranieri entra e, non visto, ascolta e osserva.

ALBINO- Dio! L'ho sempre rispettato, l'ho sempre amato. Ma perché, Dio che è così buono, tiene in vita un corpo come il mio, piagato, incancrenito… che fa soltanto soffrire.

GIADA- Albino, non ragionate! Andrò a chiamare Alberto, saprà lui come ammansirvi. (Vede Ranieri). Oh, guardate chi c'è: Ranieri è venuto a trovarvi, parlate con lui.

RANIERI- (Si avvicina). Come state, Albino? La vostra cera mi sembra un po' più colorita oggi. Segno che andate migliorando. (Giada scuote la testa). Su, non bisogna disperare.

ALBINO- È facile per voi. Siete giovane, forte, ricco. Avete buoni cibi, cavalli, belle donne…

RANIERI- Sì. Ho una vita piena di cose piacevoli. Certe volte mi chiedo: chi mi ha dato tutto questo? Dio o il Demonio? Mi sto accorgendo che la ricchezza viene solo dal Demonio. L'uomo ricco vive solo per provare piaceri materiali, quelli che il denaro può dare. E solo quelli! Ma non dà la serenità dell'anima, la pace interna, l'amore… Essere amato per quello che sono, non per quello che ho nella borsa. (Ispirato). Tu, Albino, che sei vissuto povero, in una modesta catapecchia, che non hai avuto una mamma, forse non hai avuto una donna… tu, Albino, sei più ricco di me, tanto più ricco, perché sei vicino a Dio. (Gli è vicino, quasi lo abbraccia, si accorge del braccio piagato e, con una smorfia di ribrezzo, si allontana).

ALBINO- Tu, Ranieri, sai parlare. Hai avuto maestri, hai avuto precettori…

RANIERI- Purtroppo, li ho sempre rifiutati e dileggiati. Un po' li rimpiango, ma penso che la vera scienza è quella che sentiamo in fondo al cuore, che non s'impara su libri pieni di numeri o di codici. Un misero frate, con il suo esempio, può insegnarti molto di più.

GIADA- Ranieri, ti ho visto entrare qui, preceduto dalla tua fama di allegro gaudente. Ora mostri i tuoi sentimenti nascosti, i più belli… In questo ospedale ho visto infermi lamentarsi per il dolore, moribondi che accettavano serenamente il grande passo… e chi lo rifiutava morendo tra spasimi impossibili da consolare. Ho visto anche chi dà tutto per aiutare questi poveri infermi: scienziati ma anche gente comune, che porta solo una parola di consolazione, di speranza. Quale delle due opere è più utile? Spesso dove non può arrivare la medicina, arriva la buona parola… una carezza.

RANIERI- L'amicizia che da qualche tempo ho con Alberto, mi ha fatto capire cose, che prima non conoscevo… o forse, non volevo conoscere. Ma tu esageri, cara Giada. Mi descrivi quasi un santo. No, non lo sono proprio; diciamo che questa nuova esperienza mi affascina, ma non credo che mi farà cambiare abitudini.

ALBINO- Il mio cane, Saetta, cosa farà senza di me… non mangia, si lascerà morire di fame. L'ho con me da tanti anni, è stato la mia compagnia… sempre insieme: ci siamo divisi il pane e il sole e il calduccio del focolare. (Ha una smorfia di dolore). Sto male. Chiamate Alberto, che mi dia qualche pozione per farmi dormire… lui sa...

Giada esce, rientrerà a tempo con Alberto.

Ranieri, dimmi: c'è il sole fuori? Siamo in primavera, nei prati ci sono le margherite? Le rondini sono arrivate? I frutti cominciano a penzolare dagli alberi… tutti colorati… le ciliegie sono rosse, buone: ne mangiavo appena colte, spesso ingoiavo anche il nocciolo… una buona pera, e quei buoni frutti rotondi che portarono dalla Sicilia, aranci li chiamano… vorrei poterne mangiare ancora… per avere la forza di lavorare, di vivere… vivere… o di morire…

SCENA 2 - ALBERTO, GIADA, RANIERI, ALBINO

GIADA- (Entra con Alberto). Come va?

ALBERTO- (Cenno di saluto a Ranieri, va da Albino, gli tocca la fronte). Albino, come ti senti?

ALBINO- Male, tanto male… ma se riesco a dormire, sto bene… posso sognare. Dimmi, Alberto: è la mia ora?

ALBERTO- Solo il Signore lo può dire. L'importante è farsi trovare preparati. (Guarda Ranieri). Tutti dovremmo essere preparati.

ALBINO- Se potessi andare là, dove c'è il quadro della Madonna, mi sembrerebbe di stare con la mia mamma.

ALBERTO- Va bene, aiutatelo, diamogli quest'ultimo conforto.

Ranieri e Giada trascinano fuori Albino. Alberto va al tavolo a sistemare qualcosa.

SCENA 3 - ALBERTO, BERTA, ROGERIO

ROGERIO- (Entra con Berta). Alberto, salute a te. possiamo entrare? Vorremmo parlarti.

ALBERTO- Certo, cari amici, entrate.

BERTA- Ti abbiamo portato il pane per i tuoi malati. Anche una pentola piena di minestra: verdure bollite… è ancora calda.

ALBERTO- Grazie. Avete dato tutto al fratello Gervasio? (Cenno di assenso di Berta). Penserà lui a distribuire. Cosa farei senza di lui… gli infermi sono tanti e c'è tanto da fare… le braccia non bastano mai.

BERTA- Ne abbiamo parlato con persone… che hanno amicizie, insomma, persone importanti.

ROGERIO- Che possono interessare il Consiglio degli Anziani… e non solo…

BERTA- Anche la corporazione dei mercanti.

ALBERTO- Grazie, fratelli miei. Qui c'è bisogno di tutto. Tiriamo avanti con l'aiuto di Dio… e con l'aiuto di persone che passano qui le loro giornate, spesso anche le notti magari per portare solo una parola, una carezza. Non potete immaginare quale tesoro sia un gesto di consolazione per chi sente sfuggirgli tutto.

ROGERIO- Anche Ranieri viene spesso qui, a quanto si dice.

ALBERTO- Sì, è uno dei miei più cari collaboratori; spero che impari anche le nozioni principali per curare le malattie. Sapete: qui è necessario l'amore, la dedizione ma si deve anche saper coprire una piaga con qualche unguento, fasciarla, proteggerla dagli insetti…

BERTA- Imparerà. Ranieri imparerà tutto questo. Ha scoperto la sua via… grazie a te, Alberto che hai saputo insegnargli i valori veri della vita.

ALBERTO- Io non ho fatto niente, è stato … quello che sta lassù… che ha combinato tutto: ci ha fatto incontrare e mi ha messo in bocca le parole adatte.

ROGERIO- Anch'io ero presente all'incontro, anch'io ho ascoltato quelle parole… ma non mi sento minimamente convertito. Alberto, spiegami perché.

ALBERTO- Non posso. Non so spiegarti. Sono un piccolo uomo, come posso conoscere la volontà di chi è tanto, tanto più grande.

ROGERIO- Forse si tratta di un'infatuazione, di un'esperienza che vuole provare. Ranieri ha sempre desiderato conoscere cose nuove, nuove persone… trovarsi in nuove situazioni. Chissà: può darsi che fra qualche giorno, quando sarà passato il sapore della novità, torni alla sua vita di sempre.

BERTA- Non credo. Io lo conosco fin da bambino. Gli vedo negli occhi una luce nuova, una nuova determinazione: ha sempre desiderato emergere… un po' al di sopra degli altri.

ROGERIO- Dici che vuol diventare santo? Ce ne sono già tanti! Le chiese son piene di quadri e di statue.

ALBERTO- Sarebbe una bestemmia! La santità non la si cerca: è un peccato d'orgoglio! Solo chi è umile sarà esaltato!

BERTA- Anche nell'umiltà, al servizio del prossimo bisognoso, si può mettere l'entusiasmo.

ALBERTO- Servire in letizia. Devo ancora capire se Ranieri sente veramente questo amore verso il prossimo… o se, invece, sente solo pentimento e repulsione per la vita un po' sconsiderata che ha condotto fino ad ora.

ROGERIO- Siamo amici da tanti anni, ci siamo sempre confidati, abbiamo vissuto insieme esperienze ed avventure a dir poco, memorabili. In questi ultimi giorni, però, si è fatto più riservato: se vado a cercarlo, lo trovo da solo, nella sua stanza, assorto in meditazione, come non era mai capitato. Se lo invito ad uscire, mi dice che ha da fare, che deve studiare… ma non è vero perché i libri che ha sullo scrittoio, li trovo sempre al loro posto, ben ordinati: nessuno li ha toccati. Mi è capitato anche di trovarlo con gli occhi arrossati e ancora umidi: piange… povero Ranieri.

ALBERTO- Non devi commiserarlo se piange: sono lacrime di consolazione, lacrime che lo liberano e purificano la sua anima.

ROGERIO- Tutto cominciò durante la festa in casa di Fiammetta, tu entrasti a chiedere un pezzo di pane. Ranieri s’impegnò a portartene. Il giorno dopo venimmo a trovarti, ci facesti visitare il tuo ospizio, ci indicasti gli infermi più gravi. Non nego che certe immagini ci procurarono un certo imbarazzo… sì, posso dirlo: quasi disgusto per quelle piaghe infettate che ammorbavano l'aria, quelle facce distrutte... Ricordo quella vecchia donna, Miriam mi pare si chiamasse, era stata bellissima. Io, ricordo, ero un bambino, quando la incontravo per strada mi accennava un sorriso, una carezza come si fa con i bimbi; la mia balia mi trascinava via perché dicevano che fosse una donnaccia. In seguito compresi il significato di quella parola: una che vende il proprio corpo. Era da condannare? Chi può dirlo, chi può giudicare i motivi che la spinsero a quella vita.

ALBERTO- Hai ragione, non sta a noi giudicare. Chi può dire se l'anima dell'uomo… peccatore, è meritevole di condanna o se, sopraggiunto il pentimento, potrà essere salvata?

ROGERIO- Fu in quel momento che Ranieri cominciò il suo cambiamento. Anche lui forse, da bambino aveva ammirato quella bella donna passare per strada e ritrovarsela davanti, in quelle condizioni, gli ha fatto realizzare improvvisamente cos'è il corpo umano, fatto di materia che degenera e imputridisce.

BERTA- Ne ha parlato anche con me. Dice che forse è una giusta punizione: la carne peccatrice riceve il giusto castigo; le gioie, i piaceri materiali si pagano con il declino e il dolore fisico. Lui afferma di avere imparato la lezione: la carne che ha peccato deve essere punita e ciascuno deve punire se stesso.

ALBERTO- Le vie del Signore sono infinite! Circolano teorie secondo le quali, i peccati si possono espiare flagellandosi o vestendo il cilicio, oppure appartandosi in solitudine e condurre vita meditativa. Le vie del Signore sono infinite, è vero ma io preferisco seguire la via dell'aiuto al prossimo: un aiuto materiale che per mezzo di opere concrete può raggiungere l'anima del poveretto sofferente, insomma l'amore si può manifestare con atti concreti ma raggiunge sempre il suo scopo spirituale.

BERTA- Gandulfo e Mingarda, i genitori di Ranieri, sono preoccupati per quel figlio: se prima conduceva una vita troppo godereccia e spensierata, ora è preso completamente da questa nuova passione, che per loro è una mania. Non si è mai occupato degli affari ed ora tanto meno. Bisogna comprenderli; hanno lavorato sodo per accumulare una fortuna che ora sarebbe inutile, se Ranieri non seguisse la loro impresa.

ALBERTO- Bisogna lavorare per produrre beni materiali che però, dovranno servire a coprire i bisogni e sopperire alle necessità del prossimo. La ricchezza è un bene di Dio: si può cercare, blandire, ottenere, conquistare ma non la si può accantonare e stare lì a coccolarla e vederla crescere.

BERTA- Vanno capiti, il commercio è un'attività che cattura la volontà di chi lo esercita. La ricchezza rappresenta il successo, il valore, la capacità di chi tiene un banco.

ROGERIO- Insomma, la vita di Ranieri finisce qui? Dobbiamo perdere un amico, un uomo di successo, l'animatore di tante belle brigate?

ALBERTO- Dimostri di non amarlo come vuoi far credere, se dici questo. La vita di Ranieri non finisce qui, puoi esserne certo! Può darsi che cambi, che non vi sia più compagno in certe avventure ma… chi può ordinargli o, più semplicemente suggerirgli, ciò che deve fare? La decisione dovrà essere completamente sua.

ROGERIO- Io rispetterò ogni sua decisione, ed anche se dovrò mutare le mie abitudini, continuerò ad amarlo e a considerarmi suo amico, se lui lo vorrà.

SCENA 4 - RANIERI, ALBERTO, BERTA, ROGERIO

RANIERI- (Entra). Il povero Albino non ce l'ha fatta. È andato finalmente in braccio alla mamma… così ha detto quando lo abbiamo adagiato ai piedi dell'altare, davanti al quadro della Madonna. L'ha chiamata "mamma", le ha teso le braccia e ha chiuso gli occhi. Povero Albino, fu raccolto appena nato, sui gradini di una chiesa ed è morto sui gradini di un altare… nel mezzo tanta miseria e tanti sacrifici, povero Albino.

ALBERTO- Chi può dire se la sua miseria, gli ha impedito di essere felice? Noi, poveri uomini, valutiamo tutto con il nostro metro: denaro, palazzi, abiti… donne. Ma l'anima, che è sede della felicità o dell'angoscia, nessuno la vede, è proprietà assoluta di ciascuno di noi… basta una piccola cosa, un sorriso, il tepore del sole, il canto degli uccelli, per appagarci e poter dire: sono felice.

BERTA- (Si avvicina a Ranieri, si appoggia al suo braccio). Anche tu, Ranieri, forse, in questo momento sei felice. Te lo leggo negli occhi, c'è una luce che non avevo mai vista prima. È strano ma è da riflettere: la miseria di un uomo, dà la felicità più di tutte le ricchezze e di tutti i piaceri.

RANIERI- Ho capito. Ho capito tante cose. Ho capito che devo dare una svolta alla mia vita. Partirò, andrò lontano, dove c'è solo deserto e privazioni; devo fare penitenza. Devo pagare per i piaceri che ho goduto fino ad ora.

BERTA- Dove hai intenzione di andare? Vuoi pagare. Giusto. Ma pagare significa estraniarsi dal mondo o piuttosto starci dentro, per aiutare chi ha bisogno?

RANIERI- Come al solito, le tue argomentazioni sono limpidissime. Per questa volta, consentimi di non seguirle. C'è qualcosa, c'è qualcuno che mi chiama e mi dice: "devi restituire"! Questo tuo corpo che ha goduto, deve ora soffrire! Andrò lontano, mediterò e quando tornerò… forse seguirò i tuoi consigli, Berta.

BERTA- Tuo padre… tua madre… non pensi a quanto ne soffriranno?

RANIERI- Se li incontrerai, Berta, dì loro che li ringrazio per tutto quello che hanno fatto per me, li ringrazio per il loro amore… ma c'è un padre, che è il padre di tutti e solo a lui dobbiamo obbedienza. Vero, Alberto? Dammi la tua pilurica, quest'abito che indosso non è adatto per i posti in cui devo andare. Te lo do, in cambio della tua veste penitenziale. (Si toglie la giubba e la dà a Alberto che si toglie la pilurica. Ranieri la indossa). Rogerio, come mi trovi con questo vestito? Non molto elegante, è vero. È quello che ci vuole per vivere in quei luoghi dove risolverò, spero, i miei problemi.

ROGERIO- Dove hai intenzione di andare, Ranieri?

RANIERI- In Terrasanta. Quale posto migliore di quello dove nacque e visse Gesù? Mi recherò al porto e salirò sul primo legno che parte.

BERTA- Tuo padre potrà trovarti un passaggio sulla nave di qualche suo amico e darti lettere di presentazione per i suoi collaboratori laggiù.

RANIERI- Berta, ho sempre avuto stima di te e della tua perspicacia ma ora, forse, anche tu non mi comprendi. (Con esaltazione). Io voglio lasciarmi alle spalle tutto. Tutto il mondo nel quale ho vissuto fino ad ora. Vivrò una vita nuova, fatta di penitenza e non mi serviranno lettere o lasciapassare. Troverò una nave, pagherò il passaggio facendo il mozzo… farò lo sguattero nella cambusa, aiuterò a issare le vele… che gonfino al vento e mi portino laggiù, dove finalmente tutti potranno sapere chi è Ranieri degli Scaccèri! Anzi: Ranieri. Solo Ranieri!

ALBERTO- Attento Ranieri: la superbia è un grave peccato. Non partire, se questi sono i tuoi propositi! Meglio un piccolo libertino, peccatore ma di possibile riscatto, meglio un piccolo uomo lussurioso che un grande… santo, che cerca la santità solo per ambizione e superbia. Confessati, Ranieri, confessati a te stesso. Tu uscirai da quella porta… per andare dove? Per tornare ai tuoi amici ed ai tuoi passatempi? È nel tuo diritto, io non cercherò di fermarti… ma se vuoi andare verso una nuova vita, devi uscire con la testa bassa e in grande umiltà. Solo così il tuo pentimento avrà un senso.

RANIERI- Partirò, Alberto. Non tornerò alla mia vecchia vita. Berta, ti affido i miei vecchi, ti hanno sempre considerata come una figlia… abbine cura, digli che il loro figlio non li dimenticherà, e chiede la loro benedizione. Alberto, benedicimi (si inginocchia, con la testa alta. Alberto gli mette una mano sul capo, poi si toglie un rozzo crocifisso che porta sul petto e lo pone al collo di Ranieri che, finalmente abbassa la testa)

SECONDO ATTO

QUADRO 1

Loggia dei mercanti

Sono passati tredici anni. È sera, sul finire del quadro, sarà notte.

SCENA 1 - UBALDO, ONORINO

UBALDO- (Entra con Onorino). E così, caro Onorino, pare che il nostro Ranieri stia per rimettere il suo piede sul suolo della Repubblica.

ONORINO- Ho ancora negli occhi la sua partenza. Sono passati già tredici anni.

UBALDO- Tredici anni! Quanto tempo! Ne abbiamo visti di cambiamenti.

ONORINO- Già. I Mori finalmente, furono assoggettati. Ora il nostro commercio è ben avviato, le nostre galee navigano sicure e la ricchezza di Pisa cresce, ogni giorno un poco di più.

UBALDO- Un po' con le buone, un po'… con la persuasione - chiamiamola così - quei popoli furono convinte ad accettare la nostra presenza che, tutto sommato porta benefici anche a loro. Fu determinante l'alleanza con le altre città e soprattutto, la presenza del Papato: fu una buona mossa riunire i cardinali in conclave qui a Pisa e far eleggere un papa pisano, Clemente Terzo, che dette a Pisa il maggior peso nella crociata.

ONORINO- Ne avemmo anche il maggior lustro. Ricordate la grande festa per l'incoronazione e poi la consegna del gonfalone di Santa madre Chiesa al nostro arcivescovo Ubaldo Lanfranchi? Giornate che non torneranno più.

UBALDO- Diciamo che godiamo ancora dei vantaggi ottenuti in quella spedizione.

ONORINO- Tutti i partecipanti all'impresa, ne hanno tratto benefici. La libertà di navigazione porta grossi vantaggi anche a Venezia, Genova, per citare solo i più vicini ma anche la Francia, i popoli di Navarra, di Catalogna, lo stesso imperatore di Germania…

UBALDO- Assistiamo al risveglio della potenza degli uomini di pelle bianca… ma, ahimè, siamo troppo vecchi per assistere al trionfo finale.

ONORINO- Sarà proprio un trionfo? Ho qualche dubbio: già si cominciano a vedere gelosie e insofferenze. Avete ragione, Ubaldo: siamo vecchi e non ce la faremo a vedere quello che voi chiamate un trionfo e che io, più realisticamente prevedo come una tragedia.

UBALDO- Di che parlate? Sapete qualcosa?

ONORINO- No, no… non son cose da gridare ai quattro venti. Sensazioni, umori che il vecchio donzello, vissuto per tutta una vita nei corridoi del potere, sente, percepisce, fiuta. Genova, tanto per dirne una, sta crescendo: la sua potenza commerciale e militare, comincia a preoccupare.

UBALDO- Bisognerebbe aumentare le forze pisane? Abbiamo già molte navi armate di tutto punto, nei forzieri del Comune c'è tanto oro da comprare un intero esercito. Ditemi, Onorino: è vero che si preparano delle frecce con la punta d'argento massiccio?

ONORINO- Per ora è un segreto. Dicono che l'argento penetra meglio del ferro, nelle carni del nemico… ed anche nella sua testa: immaginate l'effetto che farebbe un'arma fatta con un metallo prezioso.

UBALDO- La ricchezza di Pisa farebbe restare di stucco i nostri nemici!

SCENA 2 - ROGERIO, GUCCIO, ONORINO, UBALDO

ROGERIO- (Entra con Guccio). Messeri, a voi la buona sera.

GUCCIO- L'aria è fresca, la brezza del mare arriva fino a qui, rinvigorisce i nostri corpi e voi, messeri, ne approfittate. Un piacevole conversare, una salutare passeggiata sono il gradevole preambolo per una serena nottata. Che vi auguro lunga e riposante. (S'inchina deferente). Messeri…

UBALDO- Grazie, messer Guccio, sarà pensier mio trascorrere la notte in tutta tranquillità, dopo una buona cena. Ma, accetto l'augurio del poeta… perché voi, siete un poeta, vero?

GUCCIO- Cerco di immaginare parole da mettere insieme in maniera gradevole. Che volete: è il mio unico diletto. La mia sposa, madonna Giovanna degli Ubaldeschi, che voi certo conoscerete, mi ha dato tre figli… adorabili è vero ma in continuo movimento: corrono, saltano, gridano; le nutrici non ce la fanno a tenerli a freno. Così io, mi ritiro in volontario esilio nella mia stanza in cima alla torre di casa mia.

ONORINO- Casa degli Ubaldeschi… conosco…

ROGERIO- Il buon amico Guccio che scrive poesie! Chi poteva immaginarlo?

GUCCIO- Arriva il giorno in cui bisogna dare un senso alla propria vita. Che potevo fare? Arruolarmi nella Crociata o… L'arte dell'amore e l'arte della guerra sono arti sorelle. Scelsi l'amore: madonna Giovanna, maritata da poco, vide partire per la guerra, il suo sposo Guidobaldo degli Ubaldeschi. Non tornò; così io, che avevo avuto il piacere d'incontrarla in casa di Fiammetta, ne divenni il consolatore… così è la vita.

ONORINO- Eh, già, la vita. Voi consolate la povera vedova… e lei consola voi… dandovi i figli, una bella casa, una certa agiatezza che vi consente di occuparvi unicamente di poesia.

UBALDO- E voi, messer Rogerio, come vanno i vostri affari? Bene, come sempre, spero.

ROGERIO- Grazie, messer Ubaldo, non posso lamentarmi. Dovendo dare un senso alla vita, come dice il nostro poeta, scelsi la strada opposta: partii al seguito dell'armata pisana, trovai dei contatti in Terrasanta, cominciai quel piccolo commercio che mi dà di che vivere.

UBALDO- Non vi siete ancora sposato, a quanto ne so.

ROGERIO- Non sono stato così fortunato come Guccio. Non ho ancora trovato la donna della mia vita, come direbbe il poeta.

ONORINO- Scusate l'impertinenza: eravate molto amico di madonna Berta, l'amica di Ranieri…

ROGERIO- Sì, vado a trovarla di tanto in tanto.

ONORINO- Sta ancora in quel convento?

ROGERIO- Penso che ormai, ci si tratterrà per sempre.

UBALDO- La partenza di Ranieri la lasciò piuttosto scossa. Erano molto amici, come fratelli.

ROGERIO- Continuò ad assistere gli infermi in quell'ospedale che Alberto tenne finché morì, si dice contagiato da qualcuno dei suoi malati. Un santo, quell'uomo! Fu una grossa perdita anche per Berta che andò a vivere nel convento di Madre Lucia Lanfreducci, dove i più disgraziati fra i pisani vanno a mangiare una ciotola di zuppa che quelle buone madri preparano, bisogna dire, con grande amore.

UBALDO- Avrebbe potuto maritarsi.

ONORINO- Aveva molti corteggiatori, giovani delle migliori famiglie pisane.

GUCCIO- Forse non seppero conquistarla. L'arte dell'amore e l'arte della guerra…

ROGERIO- (Lo interrompe). Lo sappiamo, Guccio, lo sappiamo.

GUCCIO- Ah, sì? Beh, l'animo delle donne, chi lo conosce? Immaginate un vago fiore primaverile, che spande i suoi effluvi nell'aria…

ROGERIO- (Lo interrompe). Sappiamo anche questo.

ONORINO- Durante i vostri viaggi in Oriente, voi messer Rogerio, avete mai incontrato Ranieri?

ROGERIO- Sì. Vicino Joppe vive una dama pisana che ospita nella sua casa i pellegrini diretti ai luoghi santi. Mi parlò di questo penitente che vive fra digiuni e privazioni incredibili. Mi combinò un incontro nella chiesetta di certi frati che vivono ai limiti del deserto.

ONORINO- Quindi, Ranieri ha vissuto tutti questi anni… quasi da anacoreta.

UBALDO- Come si cibava? Come si riparava dal sole che in quei posti, dicono sia micidiale. Non aveva una casa?

ROGERIO- All'inizio visse in casa di questa dama, poi nel piccolo convento di quei fraticelli, da dove partiva spesso per trattenersi in piena solitudine, digiunando anche per quaranta giorni di seguito, riparandosi dal sole con una tela di lana stesa sopra gli arbusti.

UBALDO- Come poteva resistere?

ROGERIO- Uno dei frati andava ogni tanto a trovarlo, portandogli del cibo… che lui rifiutava. Raramente accettava una brocca d'acqua e un pezzo di pane, nero raffermo.

ONORINO- So che suo padre, Gandulfo, gli mandava denaro tramite i suoi corrispondenti.

UBALDO- Si dice che lo abbia donato ai mussulmani poveri e derelitti. Ce ne sono anche fra loro

GUCCIO- Povero messer Gandulfo, povera madonna Mingarda! Sono morti con l'angoscia di quel figlio: lo sapevano affamato, sofferente, piagato, forse in balia delle belve che… popolano il deserto… e loro qui, con le loro ricchezze divenute ormai inutili. Una morte atroce. Poveretti.

ROGERIO- Ranieri rimase molto turbato per la morte dei suoi genitori, ed anche alla notizia della clausura di Berta presso quelle monache. Sono le uniche cose che, in tutti questi anni lo hanno fatto tornare alla realtà.

GUCCIO- Io lo ricordo ancora allegro, animatore di serate incredibili, con il suo liuto e con quel suo cavallo bianco: Morino, lo chiamava.

ROGERIO- Erano tempi belli. Caro poeta: bisogna dare un senso alla vita, tu stesso l'hai detto.

GUCCIO- Ora che torna, che vorrà fare?

ONORINO- Non credo che vorrà riprendere i bagordi e le scempiaggini di una volta.

UBALDO- Non ne ha più l'età, e poi: ormai è un santo! Beh, la gente lo considera così.

ONORINO- Il Comune potrebbe affidargli qualche carica pubblica.

UBALDO- L'arcivescovo lo vorrà tutto per se. Un bel rito pontificale con un santo - un santo ancora vivo - seduto sul banco in "cornu evangeli", sarebbe un bello spettacolo.

ONORINO - Sì, chiamerebbe senza dubbio, una gran folla nella cattedrale, ma… un consiglio degli anziani, presieduto da una figura già nota, amata ed ora anche rispettata… perché un santo dice solo la verità…

UBALDO- La Chiesa ha bisogno di imporre la propria presenza…

ONORINO- I superiori interessi della Repubblica… specialmente nell'attuale momento politico…

ROGERIO- Signori, sta arrivando qualcuno.

SCENA 2 - EUGENIO, GOFFREDO, LOMARIO, ONORINO, UBALDO, GUCCIO, ROGERIO

Eugenio, canonico della Chiesa Primaziale pisana, entra seguito da due chierici. Veste la tonaca rosso-porpora con papalina. I due chierici lo seguono portando un manichino su cui sono i paramenti canonicali: cotta bianca, piviale damascato rosso con ornamenti riportati in oro, cappello in velluto rosso con stemmi in oro, guanti, anello, crocifisso con catena in oro. Durante la scena seguente, all'approssimarsi dell'entrata di Ranieri, i chierici vestiranno Eugenio con tali paramenti. Sul finire glieli toglieranno rimettendoli sul manichino che porteranno via.

Al suo arrivo, tutti si inchinano. Lui li benedice con ampio gesto della mano.

EUGENIO- (Ai chierici). C'è ancora tempo? Siamo arrivati troppo presto?

GOFFREDO- Penso di no. Un messo arrivato dal porto dice che la nave di Ranieri ha già attraccato.

LOMARIO- Ieri l'avevano avvistata al largo della Meloria… praticamente era già in porto.

GOFFREDO- Non è detto, chierico Lomario, non è detto. Se aveste qualche cognizione marinaresca, sapreste che l'entrata in porto e l'attracco alla banchina sono operazioni complesse che richiedono parecchio tempo.

LOMARIO- Chierico Goffredo, il messo giunto da poco ha detto che la nave è attraccata al molo fino da stamani. Non occorre essere esperti navigatori per concludere che il tragitto dal porto a qui, può essere fatto in breve tempo.

GOFFREDO- Con un buon cavallo, sì, si fa presto. Ranieri però, arriverà con carro trainato da muli.

EUGENIO- Signori! Chierico Goffredo, chierico Lomario, non c'è bisogno di fare dotte disquisizioni sull'arte della marineria. Voglio solo sapere se il convoglio che trasporta il nostro caro Ranieri è in arrivo.

GOFFREDO- Il prete Gualduccio, che abbiamo fatto appostare in vedetta sul campanile di San Vito, dice di avere visto un carro, appunto tirato da muli, avvicinarsi alla Porta Guelfa.

LOMARIO- Dovrebbe essere qui tra pochissimo.

GOFFREDO- Sarà bene che cominciamo la preparazione… monsignore…

LOMARIO- Abbiamo sistemato i trombettieri, con due chiarine, sulla torre del palazzo Gemignani. Quando sentiremo gli squilli, vorrà dire che il santo sarà qui.

EUGENIO- Il santo! Andiamoci piano. Tutti conoscono le grandi doti del nostro concittadino ma, per parlare di santità occorre una pronuncia papale. Un Breve, che dichiari la cosa in modo inequivocabile e sollevi noi, poveri preti, da certe angoscianti decisioni.

GOFFREDO- I santi, sono tutti morti.

LOMARIO- Santi vivi, non se ne sono mai visti.

EUGENIO- Appunto. Però, un penitente in odore di santità può essere utile per risvegliare la fede di molti e riportarli alla Santa Madre Chiesa. Ci sono purtroppo, tante pecorelle smarrite. (Si rivolge agli altri). Anche voi siete venuti per assistere all'arrivo del… figlio prediletto… il figliol prodigo, nel senso che è il più amato.

ONORINO- Siamo qui per questo, Canonico Eugenio. Vogliamo anche noi, dargli il benvenuto.

EUGENIO- Messer Onorino siete venuto, per caso, a rappresentare il Comune, il potere politico?

ONORINO- Non ufficialmente… ma certo che il ritorno di un così celebre figlio è motivo di gioia per tutta la città: potere ecclesiale… e secolare.

EUGENIO- Giusto, molto giusto, anche se le ultime vicissitudini del nostro prediletto figlio, ce lo mostrano in una luce più spirituale che temporale.

ONORINO- Giusto, Canonico, giusto. È pur sempre un figlio illustre, al quale la città deve molto.

Si odono squilli di chiarine.

GOFFREDO- Il segnale! Sta arrivando!

LOMARIO- (Si è affacciato in quinta). È qui! Ranieri è qui!

SCENA 3 - RANIERI, BALDUCCIO, Detti

Balduccio entra con Ranieri che porta una piccola sacca appesa ad un bastone che tiene sulle spalle. È vestito ancora con la pilurica del penitente, al collo ha il crocifisso datogli da Alberto. Ai piedi rozzi sandali.

BALDUCCIO- Messeri, Canonico Eugenio, vi ho riportato il concittadino che attendevate con ansia.

EUGENIO- Caro Ranieri, in nome dell'arcivescovo, del clero tutto, dei fedeli pisani e mio personale, ti dico: benvenuto. Bentornato nella tua vecchia patria che ha bisogno di te. Domani in cattedrale, canteremo un Te Deum di ringraziamento al Signore che ci ha concesso il piacere di rivederti. La Chiesa pisana conta molto sulla tua presenza.

RANIERI- Grazie. È bello essere di nuovo a Pisa, sentire sotto i miei piedi la terra che calpestai con i miei primi passi. L'aria che respiro ha un profumo nuovo, anche se antico. Grazie. La mia vita è ormai sospesa al di sopra delle cose terrene, ma mi sia concesso per un attimo di ricordare l'età dei giochi e, perché no, dei peccati.

ONORINO- I tuoi vecchi amici sono qui per abbracciarti, nel ricordo di quei tempi e di quella età. Ma prima, permetti anche a me, donzello del Comune, di darti il benvenuto, assicurandoti che ti sarà concesso un alloggio adatto alla fama che ti sei conquistato, ed una sistemazione che consenta di mostrarti degnamente ai pellegrini che verranno a conoscerti. Anche nelle città vicine si è sparsa la voce delle tue gesta.

RANIERI- Grazie. Grazie a tutti: alla Chiesa e ai cittadini pisani. Non ho intenzione però di cambiare le mie abitudini. Ho imparato tante cose nel deserto: la solitudine è maestra di vita; s'impara molto dal colloquio con se stessi. Ma non rinnego la mia vita passata: le piacevoli compagnie sono state una realtà che non posso dimenticare. Guccio, Rogerio, voglio abbracciarvi. (Li abbraccia)

ROGERIO- Bentornato, Ranieri. Come ai bei tempi!

GUCCIO- La mia casa ti sarà sempre aperta. Se sei un santo che riesce a addomesticare le belve del deserto, potrai dare una calmata ai miei pargoletti.

RANIERI- Povero Guccio! Pensi veramente di aver generato delle belve? (Ridono)

UBALDO- Se non hai ancora deciso dove sistemarti, sarei onorato di ospitarti in casa mia. Se vuoi invece, conservare la tua solitudine, la casa di tuo padre è lì: vuota che ti aspetta.

RANIERI- Come siamo lontani… Siete tutti molto buoni, generosi… ma lontani. La mia casa, eccola qui. (Mostra il sacco che tiene al bastone). C'è tutto quanto mi occorre. Troverò una pietra che mi faccia da giaciglio e un albero che mi faccia da tetto.

EUGENIO- Ranieri, sei ancora tutto preso dal tuo misticismo; devo lodarti per questo, ma devo anche rammentarti che sei ormai una figura cui tutti guardano come esempio: dovrai avere una vita pubblica.

BALDUCCIO- Ho avuto modo di parlare con Ranieri, durante il viaggio e prima, quando cercavo di convincerlo a tornare: ho capito che ormai la sua decisione è incrollabile. Durante la navigazione, sul mio legno, non è mai entrato in una cabina, dormiva sul ponte o stava assorto in preghiera a contemplare le stelle, o scaldarsi sotto il sole, con il vento che gli entrava nei capelli.

EUGENIO- Questo torna a merito del nostro caro figlio Ranieri e della sua coerenza ma… il deserto è lontano. I digiuni! Perché lasciar distruggere questo corpo che ci è stato dato dalla Provvidenza e per il quale, la stessa Provvidenza ci fornisce cibo e tutto ciò che occorre per mantenerlo nelle migliori condizioni.

RANIERI- Canonico Eugenio, la Provvidenza, come la chiami, ci dà tutto ciò che occorre per vivere. Per vivere bene: buoni cibi, ricchi indumenti, solide case per ripararci, robusti animali per alleviare le nostre fatiche. Ora, permettimi una domanda: perché sei venuto ad incontrarmi e, assieme a te, ci sono anche tutti questi onorandi messeri? Voglio rispondere io: perché sono vestito di pelle di capra, scalzo, con una piccola sacca per bagaglio. Se fossi apparso con abiti sfarzosi, ben pasciuto, con servi e muli per il mio bagaglio, forse, non avrei destato il tuo interesse. Perciò, lascia che continui a presentarmi così: voglio essere amato dalla gente, non ammirato.

ONORINO- Noi rispetteremo le tue decisioni, Ranieri. Avremo occasione di parlarne. Intanto, hai pensato un posto dove stabilire la tua dimora?

RANIERI- Le belve che vivono nel deserto non hanno una dimora, eppure anche loro sono creature di Dio. Balduccio mi diceva che esiste ancora quel capannone dietro la chiesa di San Vito, dove Alberto curava i suoi infermi: mi piacerebbe tornare lì.

EUGENIO- (Fa cenno ai chierici che lo svestono dei paramenti). Sei stanco per il lungo viaggio, la traversata per mare è sempre faticosa, inoltre sei debilitato dalle lunghe sofferenze. Vai a riposare, parleremo ancora: verrò a trovarti. Intanto vado a portare il tuo omaggio filiale all'arcivescovo, che si interessa molto al tuo caso. (Saluta ed esce con Goffredo e Lomario che portano il manichino)

ROGERIO- Ti accompagno, Ranieri.

GUCCIO- Vengo con voi. Andiamo. (Escono dopo essersi inchinati a Ubaldo e Onorino)

UBALDO- Messer Onorino, a noi non resta che ritirarci nelle nostre case.

ONORINO- Sì, lasciamo ai giovani queste esperienze. (Escono parlando).

QUADRO 2

Androne spoglio di ogni arredo. Un sacco è steso per terra, una croce sul fondo. La luce proviene da una finestrella. Ranieri è seduto sul saccone.

SCENA 1 - RANIERI, GOFFREDO, LOMARIO

GOFFREDO- (Si affaccia in scena, seguito da Lomario). Possiamo entrare? Ranieri, siamo noi.

LOMARIO- Siamo venuti a trovarti. (Ranieri non da segno di averli visti)

GOFFREDO- Scusa se ti disturbiamo. Abbiamo interrotto la tua preghiera? Possiamo tornare.

LOMARIO- Certo, torneremo… per quanto… dovremmo parlarti.

RANIERI- (Si volge verso di loro, li invita). Avanti, venite avanti, miei cari amici.

GOFFREDO- Come stai, Ranieri? Ti trovi bene in questa… stamberga?

LOMARIO- Mi sembra piuttosto fredda, umida, buia. L'unica luce proviene da quella finestrella lassù, la sera come fai? Non vedo lanterne, lumi di nessun genere.

GOFFREDO- Cosa mangi? C'è qualcuno che ti porta del cibo?

LOMARIO- Se fossi costretto a vivere in un ambiente simile, credo che mi ammalerei subito.

GOFFREDO- Forse tu sei abituato. I tredici anni vissuti in Oriente, ti hanno temprato alla vita di rinunce e sacrifici.

LOMARIO- Dimmi: è vero che hai digiunato anche per quaranta giorni? Tutti di seguito, senza prendere niente? Come hai potuto resistere? E come hai potuto sopportare la differenza di temperatura: durante il giorno, nel deserto fa molto caldo, dicono che anche le belve più feroci se ne stanno immobili all'ombra di un cespuglio, la sabbia infuocata toglie il respiro. La notte invece, dicono che sia piuttosto fredda… (Cerca l'aiuto di Goffredo). Così dicono.

GOFFREDO- Tutti i viaggiatori che tornano da quei posti raccontano di luoghi inospitali, impossibili da viverci… (sospira). È proprio vero: per essere santi occorre superare prove tremende e sopportare sacrifici di ogni genere.

RANIERI- Chi ha parlato di santità?

GOFFREDO- Beh… in città si parla… si dice che nessuno aveva mai vissuto certe esperienze… Si raccontano storie di eremiti… santi eremiti… si parla anche di miracoli…e il tuo nome è sempre in cima a tutti.

LOMARIO- Soddisfa la mia curiosità: come decidesti di fare quello che hai fatto? Hai sentito una voce interna che ti ha ordinato di partire… o hai seguito l'esempio di qualcuno? Oppure è stata una tua volontà?

RANIERI- Come vi chiamate?

GOFFREDO- Lui, Lomario, io, Goffredo.

RANIERI- Goffredo e Lomario. Siete chierici della Chiesa Primaziale Pisana. Un primato che l'arcivescovo estende sulle isole di Corsica e Sardegna, che portò la bandiera di Cristo fino alle isole Baleari. Voi siete preti in una chiesa importante. Non credo che sarete mai santi. Scusate: non intendo sottovalutare la vostra fede, il vostro impegno ecclesiastico, ma fate parte di una gerarchia che cominciate ora a salire, gradino dopo gradino. Arriverete in alto, forse molto in alto ma avrete sempre qualcuno che starà sopra di voi. Anche se arriverete alla soglia del trono di Pietro, dovrete sempre guardarvi da nemici, magari occulti, che sicuramente insidieranno il vostro gradino. Sì, la santità non veste la porpora e l'oro dei grandi prelati.

GOFFREDO Eppure, il clero è necessario. Come si potrebbe vivere senza i suoi insegnamenti?

RANIERI- Un santo non ha nessuno sopra di se. È padrone della propria vita. Ho conosciuto un solo uomo, degno di portare l'aureola della santità, e non era un prete; viveva proprio qui, ci aveva sistemato un ospizio dove accoglieva infermi, diseredati che i grandi maestri dello Studio pisano rifiutavano. Ho imparato da lui, il grande piacere di sacrificarmi, la gioia di pagare per tutto ciò che la vita mi aveva regalato.

GOFFREDO- Quindi, lo hai fatto per espiare i tuoi peccati… e i peccati del mondo.

RANIERI- In principio, questa era la mia intenzione: dovevo pagare… poi, la solitudine mi ha procurato una sorta di piacere; la felicità di soffrire, di sentirmi degno del Signore. I crampi allo stomaco, il sole che ti distrugge il pensiero, la bocca arida, le labbra gonfie per la sete… erano un piacere fisico. Poi mi sono accorto che tutto era conseguenza delle notizie che ogni tanto mi arrivavano: nella mia città, a Pisa, fra la mia gente si parlava di me, mi si considerava un santo. Non nego di esserne rimasto molto soddisfatto. Capite: la mia gente parlava di me! Come non aveva mai fatto quando ero ricco, giovane, bello. (Rimane sognante ed estatico)

LOMARIO- (A Goffredo, facendosi il segno di Croce). Ma allora, la santità è un peccato… un peccato di vanità.

GOFFREDO- (Segnandosi anche lui). Chierico Lomario, non sta a noi giudicare. Certo che, i santi, io me li immaginavo molto diversi!

LOMARIO- Sarà meglio preparare per l'arrivo del Canonico.

GOFFREDO- Sì, sarà meglio. Ranieri: monsignor Eugenio, il canonico della Primaziale, ci ha mandati ad annunciarti il suo arrivo.

LOMARIO- (Si era affacciato in quinta). Sta arrivando.

GOFFREDO- Se permetti, Ranieri, prepariamo per la sua visita.

Escono e rientrano subito portando una sedia con braccioli e schienale in velluto rosso. La dispongono in modo da dominare il giaciglio di Ranieri. Entra Eugenio: veste la tonaca rossa con cappello di velluto rosso a larga tesa che si toglie e porge ai chierici, restando con la papalina. I chierici escono.

SCENA 2 - RANIERI, EUGENIO

RANIERI- Canonico Eugenio, ti do il benvenuto nella mia povera dimora. Non ho molto da offrirti, se non un cuore che cerco di mantenere puro e fedele al Signore.

EUGENIO- Non ti chiedo di più, caro Ranieri. Anzi, (si siede) vengo ad offrirti… qualcosa (Si guarda intorno). Questa stanza così disadorna, un po' buia, priva di tutto ciò che l'inventiva di qualsiasi artigiano ha trovato per rendere migliore la vita dell'uomo…

RANIERI- (Seduto sul suo saccone). Ho quanto mi occorre.

EUGENIO- Vedo, vedo: c'è una Croce… ed una pietra su cui inginocchiarti per pregare. Un sacco per dormirci sopra… avrai una ciotola per prepararti un po' di cibo, o per raccogliere quello che ti viene dato. A proposito: ne hai a sufficienza?

RANIERI- Me ne avanza sempre un po'. Una famigliola di gatti si è sistemata proprio qui fuori, sono felici di dividere con me… la carità che qualcuno sempre ci porta.Ce ne sono alcuni piccoli piccoli, nati da poco, sono tutti bianchi con macchie nere, corrono all'odore delle zuppe o delle interiora bollite. È bello vederli dividersi quel po' di cibo. Ce n'è uno piccolissimo, che non riesce nemmeno a salire sulla pietra che gli serve da mensa: io lo prendo in grembo e lo faccio mangiare direttamente dalle mie mani. Davvero, canonico, non devi preoccuparti per me: ho tutto ciò che mi occorre.

EUGENIO- Il signore non abbandona mai le sue creature, è vero, ma non è peccato organizzare la propria vita senza rinunciare a qualche piccola comodità che l'ingegno dell'uomo ha trovato. Per esempio, dormiresti un pochino meglio se riempissi il tuo saccone con foglie di granoturco: i campi ne sono pieni. Con un piccolo focolare, ti sarebbe possibile preparare dei cibi che permetterebbero al tuo stomaco di lavorare in condizioni migliori, oltre che essere più graditi al tuo palato… ed anche i tuoi gatti, forse, ne sarebbero più contenti. Tutto questo, te lo posso assicurare, senza nulla togliere alla gloria del Signore.

RANIERI- Tu sai se stia scritto da qualche parte, che il benessere terreno serve a dare gloria all'Onnipotente?

EUGENIO- Beh, l'ingegno dell'uomo è opera di Dio, quindi un carro che ti trasporta, un letto con buone coperte, un fuoco che ti prepara il cibo e ti riscalda, e tantissime altre cose buone, sono opera dell'ingegno. L'ingegno è stato dato all'uomo da Dio, quindi: il benessere è opera di Dio.

RANIERI- Dove finisce il benessere? E dove comincia il lusso, lo spreco, la differenza fra gli uomini? Perché, devi convenire che dove c'è un ricco ci dovrà essere anche un povero, sennò come fai a considerarlo ricco, viene a mancare il termine di paragone. E ci sarà sempre un ricco più ricco di un altro ricco! Ma, gli uomini, in quanto figli di Dio, figli dello stesso Padre, sono fratelli e come possono due fratelli essere uno ricco e l'altro povero?

EUGENIO- C'è del vero, Ranieri, in quello che dici, ma devi considerare che la ricchezza non è mai fine a se stessa, deve servire al bene di tutti: bene temporale e anche spirituale. Prendi, per esempio la Chiesa: entri in una cattedrale e vedi un tempio fatto di marmi e pietre preziose, illuminato da centinaia di ceri, e un profumo d'incenso che si spande per l'aria, il clero nei suoi paludamenti che possono apparire sfarzosi, la cantoria che innalza le lodi al Cielo. È una festa di canti, di immagini sacre che passano benedicenti in mezzo al popolo… e il popolo si genuflette, invoca e canta la sua fede!

RANIERI- Voi preti, che insegnate le Sacre Scritture, sapete certo che Gesù, a chi gli chiedeva come pregare, rispose: "Chiuditi nella tua stanza e recita: Padre nostro che sei nei cieli…"

EUGENIO- Quanti, di questi tempi, hanno una stanza dove ritirarsi a meditare. Senza contare che l'esempio è coinvolgente. La fede di un popolano ha bisogno di essere conquistata da immagini trascinanti: vai in corteo, vestito di broccati, con un copricapo dorato e tutti ti seguiranno… naturalmente ti seguiranno in Paradiso.

RANIERI- Stai dicendo che ho sbagliato. Ero ricco, avevo bei vestiti, un buon cavallo… avevo quanto occorre per essere seguito.

EUGENIO- Scusami, Ranieri ma, sicuramente non avresti condotto i tuoi fedeli in Paradiso.

RANIERI- No, forse no, li avrei portati dritti all'Inferno. Ma, allora, le vie del bene e del male si somigliano, sono uguali. Come si riconosce l'una dall'altra?

EUGENIO- Affidandosi alla Chiesa. È una buona madre e sa indicare ai suoi figli la via giusta. (Si alza, passeggia). Vedi, Ranieri, tu sei uno dei figli prediletti, la Madre è ansiosa di accoglierti nella sua casa… pensa alla gioia che le daresti! Immagina: chiudi gli occhi e cerca di immaginarti in cattedrale: passi fra due ali di fedeli che s'inchinano, ti tendono le mani, ti sussurrano preghiere e lodi, arrivi all'altare, ti siedi sul tuo scanno di velluto rosso (si siede) in mezzo ai canonici, proprio accanto all'arcivescovo mentre dalla cantoria vengono le note del Te Deum…

RANIERI- Avrò un mantello ricamato in oro… e una mitra sul capo, con tante pietre preziose…

EUGENIO- Certo, avrai dei paramenti come nessun altro!

RANIERI- Ma io non sono prete. Nessun vescovo mi ha mai ordinato sacerdote.

EUGENIO- Occorre conoscere la teologia, è vero, ma tu, con la tua esperienza, la tua fama di saggio eremita - e non farmi dire di più - tu potresti superare tranquillamente l'esame cui saresti sottoposto dal Capitolo della Primaziale… che io presiedo. Potresti esercitare il tuo ministero direttamente nella cattedrale: potresti confessare, distribuire la santa Comunione, il pane dell'anima, a chi è affamato di fede e di santità.

RANIERI- Ho già una creatura da sfamare: il mio gattino. Scusami, canonico, non intendevo essere irriverente o blasfemo. Il mio gattino: Morino, l'ho chiamato, in ricordo del cavallo che avevo, è anche lui sempre affamato e mi dimostra la sua riconoscenza con certi miagolii…

EUGENIO- Potrai avere i gatti che vuoi… anche cani; nel palazzo arcivescovile c'è tanto spazio. Noi ecclesiastici non possiamo avere rapporti… affettuosi, che non siano strettamente familiari. Molti di noi riversano questa affettuosità verso piccoli animali che sono pur sempre creature di Dio.

RANIERI- Quindi avrei un alloggio in arcivescovado, magari con un paio di chierici a servirmi (Eugenio annuisce) e una processione per accompagnarmi nei miei spostamenti.

EUGENIO- Questo è un privilegio riservato a monsignore arcivescovo, ma penso che si potrebbe stabilire qualcosa di simile. Vieni a trovarci e senz'altro troveremo il modo di presentarti degnamente ai fedeli. Per la maggior gloria di Cristo!

RANIERI- Grazie, canonico Eugenio. Ringrazio te, l'arcivescovo e tutto il capitolo della Primaziale pisana per l'invito che mi fate. Non posso accettare! Sarebbe un tradimento nei confronti dei fedeli che credono in me e mi onorano proprio perché sono povero, vesto una pelle di capra, dormo per terra e… molto indegnamente rappresento un tipo di fede tutta interiore: la fede degli umili, dei diseredati.

EUGENIO- Ma questi tuoi amici umili, diseredati come li chiami, sarebbero forse più contenti di seguirti in un ambiente più luminoso, più attraente… sarebbero felici di baciare la mano di Ranieri Scaccèri… monsignore… o canonico…

RANIERI- Ce ne sono già tanti… monsignori, o canonici. Sarei uno fra tanti; indaffarato a trovarmi uno spazio o crearmi una figura per emergere, per farmi notare. La mia voce canterebbe le lodi al Signore, ma nel coro e, come si sa, tutte le voci del coro debbono intonarsi al maestro direttore. No, canonico Eugenio, grazie per le tue premure. Preferisco restare qui, nella mia buia spelonca ed essere me stesso: Ranieri Scaccèri, l'eremita, il pellegrino, il penitente.

EUGENIO- Il santo, forse. Ambisci alla santità! Rifletti: la superbia e la vanità portano dritto all'Inferno!

RANIERI- Non voglio essere santo! Voglio solo che la gente mi conosca, che sappia chi sono! La differenza fra te e me, Eugenio, è piccola ma enorme: quando passi per strada, la gente dice: ecco un monsignore, un canonico. Quando passo io la gente dovrà dire: ecco Ranieri, Ranieri degli Scaccèri!

EUGENIO- Superbia! Vanità! Pentiti di questi peccati, finché sei in tempo!

RANIERI- Tutti gli uomini sono peccatori. Chi è senza peccato… Ti ringrazio per la tua visita, torna quando vuoi.

Eugenio batte le mani: entrano i due chierici che portano fuori la sedia.

GOFFREDO- (mentre porta la sedia). Ranieri, c'è fuori una donna, una dama: madonna Berta. Dice che vuole parlarti.

LOMARIO- (c.s.). È un pezzo che aspetta. C'è con lei una ragazza, un'educanda del suo convento.

EUGENIO- (Ironico). Oggi è giornata di visite! Anche le donne! (Mette il cappello).

Ranieri si è affacciato alla porta. Tende le braccia a Berta che entra e gliele stringe. Eugenio, nobiluomo offeso, esce impettito. Berta e la ragazza che è con lei, si inchinano al suo passaggio.

SCENA 3 - BERTA, RANIERI

RANIERI- Hai aspettato, mi dispiace.

BERTA- Avevi una visita importante.

RANIERI- Il canonico Eugenio si è degnato interessarsi alla mia situazione, è stato prodigo di consigli e suggerimenti. Scusatemi: cerco qualcosa per farvi sedere.

BERTA- Grazie, Ranieri, non posso trattenermi a lungo. Siamo in giro a raccogliere le offerte per il nostro convento dove, come saprai, ospitiamo parecchi infermi.

RANIERI- Sarei salito volentieri a salutarti ma ho sempre qualcosa da fare: ho dovuto sistemare questa stanza, ho fatto questa Croce, visito qualche casa di poveri operai… trovo sempre qualcuno che vuole sapere della Terrasanta, del mio soggiorno in quei posti.

BERTA- Capisco. (Alla ragazza). Martina, vai fuori ad aspettarmi: c'è Gaddo con il sacco delle offerte, va a tenergli compagnia. (Martina esce). È un uomo che ci aiuta nei lavori più faticosi: è buono, volenteroso ma ahimè, non è molto svelto d'intelligenza. Ha un sacco pieno delle cose raccolte, è meglio che ci siano altri due occhi a sorvegliarlo.

RANIERI- (Ha recuperato una panca). Siediti qui, dovrebbe essere abbastanza solida. (Si siedono acanto). Sei ancora la stessa di tanti anni fa, la mia più cara amica, la mia buona sorella. Se guardo nei tuoi occhi, provo ancora quella sensazione di pace, di tranquillità e il bisogno di affetto, che un tempo era un balsamo per i miei disordini giovanili… che riuscivo ad acquietare solo davanti alla tua bellezza.

BERTA- La vita errabonda e solitaria ha fatto di te un poeta, un galante poeta.

RANIERI- Perdonami… penso che non ci sia niente di sconveniente nell'esprimere la stima, l'ammirazione… ed anche l'affetto casto, fraterno che un uomo nutre per una donna.

BERTA- Sono io che devo chiederti perdono. Forse attribuisco ai tuoi sentimenti un valore terreno che non hanno. Non c'è niente di sconveniente, infatti, nell'amore… non solo fraterno, di due giovani. Ma, non siamo più giovani. Facesti la tua scelta tanti anni fa, ed io mi comportai di conseguenza; ora siamo arrivati, siamo diventati quello che abbiamo voluto. Almeno tu.

RANIERI- Non si arriva mai ad essere quello che avremmo voluto. Cosa sono? E cosa avrei voluto essere? Ho riflettuto molto durante questi anni, la solitudine t’insegna molte cose, tanto di più dei dottori dello Studio: impari a parlare con te stesso, ti poni le domande e non sempre riesci a darti le risposte, allora rifletti se è giusto quello che fai, che hai fatto o che hai in animo di fare. Vedi: non puoi mentire a te stesso e quando ti sorge un dubbio, ti viene l'angoscia dentro: hai preso la decisione giusta?

BERTA- E non sai cosa risponderti. È naturale: non possiamo giudicarci. Il mondo in cui viviamo è regolato da leggi e consuetudini abbastanza precise e si vede chiaramente se uno le rispetta e vive nella legalità. Esistono i giudici per punire o premiare ma, il nostro mondo, quello che ciascuno ha dentro di se, è guidato da altre leggi, che variano da individuo a individuo. La sensibilità, l'intelligenza, l'educazione, l'amore sono possedute in misura diversa da ciascuno di noi, quindi ciascuno è diverso dagli altri. Le risposte ai tuoi problemi, non posso dartele io: devi trovarle dentro di te.

RANIERI- Mi sembra di essere tornato ai tempi della nostra gioventù, quando dovevo sempre arrendermi alle tue argomentazioni.

BERTA- Sei rimasto il ragazzino di una volta, un po' fragile di fronte alle lusinghe del mondo ma con la forte volontà di essere qualcuno. Ricordi? Dicevi: diventerò più degli altri, non so in quale campo ma la mia vita uscirà dal grigiore anonimo degli altri. Eri pieno d’entusiasmo. Sei riuscito a essere più degli altri: quando passi nella via tutti s’inchinano, si fanno il segno di Croce, vogliono toccare la tua veste, pregustano quasi il miracolo. Pensi che tutto questo sia giusto? È vero, ti sei guadagnato la fama della santità con il tuo entusiasmo, la tua determinazione; hai purificato la tua carne, l'hai ripulita dai peccati di gioventù… e, la tua anima, Ranieri, è pulita? Dovrai restituirla a Dio un giorno, come sarà: monda o con qualche macchia?

RANIERI- Chi crede di avere un'anima, è logico, cercherà di tenerla sempre in ordine per presentarla in perfette condizioni al momento della restituzione. Purtroppo, la volontà dell'uomo è spesso incapace di mantenere l'anima così pura come quando gli venne consegnata: le tentazioni cui viene sottoposta, sono spesso subdole e impalpabili. Quante volte mi sono chiesto, nella mia solitudine, se mi ritenevo in pace con me stesso, con la mia coscienza, quindi con Dio. Sapevo che la mia vita di privazioni era nota a Pisa, sapevo di essere considerato sulla via della santità. Questo era per me un intimo godimento ma, allo stesso tempo, sentivo che questo piacere dava spazio alla mia vanità: privavo del giusto nutrimento il mio corpo per ingrassare la mia vanità, più soffrivo le pene corporali più godevo per la mia fama in patria. Questo è peccato?

BERTA- Penso di sì. L'umiltà è una virtù molto rara, forse nemmeno i grandi santi l'hanno mai posseduta: la grandezza è il contrario dell'umiltà.

RANIERI- Hai ragione… ma, allora, le cattedrali, le statue, l'incenso, i paramenti dei grandi prelati non son certamente immagini di umiltà… quindi sono tutte cose peccaminose.

BERTA- Chi può dirlo. Molti fedeli non si accosterebbero all'altare se non fossero attirati da ori e pietre preziose. I disegni del Signore nessuno li conosce: un peccatore può essere utile più di cento giusti.

RANIERI- E un giusto, soltanto uno, può bastare a salvare… quante anime? Dieci, cento… una sola può essere già una conquista da festeggiare con un concerto di campane.

BERTA- Ricordi Alberto? Viveva proprio qui, dove curava gli infermi: aveva una parola buona per tutti. Guariva le piaghe e salvava le anime, offriva un piatto di minestra senza chiedere nulla in cambio, anzi era lui a ringraziarti per avergli permesso di sacrificarsi per mettere insieme una buona azione.

RANIERI- Quella era umiltà! Lo ricordo sempre, vedo ancora i suoi occhi che pareva parlassero. Quante cose mi ha insegnato senza dire una parola, con l'esempio, con il suo sacrificio personale. Conservo il piccolo crocifisso che mi diede: un pezzo di legno tenuto con una cordicella, eppure riesce a trasmettere una forza come nient'altro. Era umile, sottomesso, ma quanta forza c'era in quell'umiltà.

BERTA- Creava le sue medicine, raccoglieva erbe che solo lui sapeva, per farne unguenti che dovevano togliere il dolore a corpi piagati, che poi bendava con teli che qualche famiglia caritatevole gli dava, invece di gettarli, tanto erano lisi e consumati.

RANIERI- Erano veramente efficaci quei suoi medicamenti? Avevano il potere di guarire una cancrena o una tosse incessante? Non aveva mai studiato la scienza della medicina, non poteva conoscere il potere delle piante o la causa di certi mali. Eppure, molti guarivano, forse era la suggestione dell'ambiente, dell'uomo… della fede che sapeva comunicare senza parlare, soltanto con la sua opera, con la sua umiltà.

BERTA- Morì, praticamente sconosciuto; siamo in pochi a ricordarlo… poi nessuno saprà chi era il fratello Alberto. L'ospizio che aveva messo su, è in rovina, il potere pubblico ha lasciato che tutto cadesse, mattone dopo mattone, forse perché lui non aveva mai chiesto l'aiuto dei potenti: lui chiedeva solo un pezzo di pane, non accettava altro… sapeva che chi detiene il potere non dà mai niente per niente. Avrebbe dovuto pagare un prezzo: come minimo, mettere l'insegna di qualche nobile famiglia sull'architrave del portone d'ingresso. Oggi, Alberto poteva essere un santo perché la sua santità avrebbe dato lustro a quella famiglia gentilizia.

RANIERI- Invece, fratello Alberto è sparito. Come se non fosse esistito, non si sa dove sia.

BERTA- Lo sappiamo! Siede lassù, come direbbero le sacre scritture, alla destra del Padre. Siede alla mensa dei santi! Non importa, se non esiste un breve pontificio che lo dichiari tale: per entrare nella casa del Padre non occorrono sigilli con ceralacca. L'umiltà che diventa grandezza, ma una grandezza che deve restare ignota, che esiste solo nell'aldilà, sconosciuta a noi, poveri mortali.

RANIERI- Vuoi dire che, nella vita terrena, non è data possibilità all'uomo di compiacersi per quello che fa… né per gli elogi che ne riceve?

BERTA- Ricordi che qualcuno lo abbia pubblicamente osannato? Ha mai ricevuto elogi? Non li ha mai sollecitati, ed era naturale: era sempre così sereno, cordiale, in pace con se stesso, ogni sua azione anche la più degradante era una gioia per lui. Capisci: era felice! E non si ringrazia un uomo perché è felice!

RANIERI- Forse io non riesco a dimostrare questa felicità. Eppure…

BERTA- Hai uno specchio, Ranieri? Penso di no, è un arnese che non fa parte del corredo di chi conduce una vita ascetica. Però ti farebbe comodo, trovalo, guardati e poi chiediti: è la faccia di un uomo sereno, in pace, un uomo che non chiede ma è disposto a dare tutto se stesso, a fare di questa donazione una gioia, a trovare nel sacrificio la felicità? E quando avrà raggiunto la felicità non riceverà più la considerazione del mondo. Chi è felice, non chiede e, a chi non chiede, il mondo non dà.

RANIERI- Imparo ancora da te. Io non ho mai cercato la gloria, la gloria soprannaturale voglio dire, ma la vita che ho vissuto, ascetica, mi ha portato di riflesso una certa pubblica considerazione. Questo è peccato? E cosa devo fare per uscirne?

BERTA- Mettiti al servizio degli altri, diventa un servo del più umile fra tutti i servi. Vivi! Vivi in mezzo alla gente, vivi come gli altri! La vita è un continuo tormento che forse, ti permette di scontare i peccati che hai commesso. Non la vita ricca piena di agi che avesti nella casa paterna; la vita della povera gente, che deve tribolare per allevare i figli, procacciargli il sostentamento, stare in ansia per le malattie o gioire dei loro successi. Rinunciare a tutto se stesso per i figli, per il coniuge con il quale si devono dividere le pene ma anche le gioie. Perché la vita, caro Ranieri, è fatta anche di gioie: pure, oneste, meritate. Un uomo così, forse è degno della gloria celeste come colui che si è votato alla ricerca della santità. La preghiera è una grande forza, è vero, ti mette in contatto con l'Altissimo ma è fine a se stessa. La vita operosa, al servizio degli altri è preghiera anch'essa e forse trova un maggior credito… lassù. Avrai un bel da fare, faticherai e patirai più che digiunare e vestire il cilicio… cose che non dovrai più fare perché l'attività che ti propongo richiede una certa prestanza fisica.

RANIERI- Aiutare il prossimo, amarlo. Io, finora, non l'ho amato? Ho amato solo me stesso?… Ho amato Dio, non è la stessa cosa?

BERTA- Hai fatto opera meritevole di tanto rispetto. Hai punito la tua carne peccatrice, hai purificato la tua anima e offerto le tue sofferenze a Dio. Dio, che vede l'onestà dei tuoi propositi, le accetta e darà loro il giusto merito. Quello che hai fatto è servito a te, ti sei guadagnato il Paradiso

RANIERI- Ho tentato di guadagnarlo ma, probabilmente non ci sono riuscito.

BERTA- Nessuno può dirlo. Ma, il tuo prossimo, tu, l'hai amato? I tuoi sacrifici, mi pare di capire, ti hanno lasciato qualche problema, una certa insicurezza. L'amore per il prossimo ti libera completamente da tutto questo. Non puoi sapere la gioia che si prova nel vedere una miseria umana risanata, nel sentire che il tuo sacrificio è stato utile ai tuoi simili… che la tua vita ha avuto uno scopo: hai aiutato un fratello! Non importa se questo fratello ti raccomanderà a Dio oppure no, tu non devi chiedertelo; è un essere umano che tu hai aiutato, e questo deve bastarti!

RANIERI- Quindi, nella mia vita, fino a questo momento, ho sbagliato tutto?

BERTA- No, Ranieri, hai agito credendo in quello che facevi: la tua buona fede ti salva. Ma non sono io a poterti giudicare; ti ho sempre voluto bene come a un fratello e non si può giudicare un fratello… Ora lascia che vada, il convento aspetta le offerte che la provvidenza ha voluto darci. (Si alza e si avvia all'uscita)

RANIERI- (Si alza). Ho sbagliato tutto?

BERTA- (Gli sorride). Chi è amato, anche da una sola persona, non può sbagliare. Io ti voglio ancora bene, come quando eravamo bambini… Addio, Ranieri, buona fortuna. (Esce).

RANIERI- (Si inginocchia davanti alla Croce). Ho sbagliato tutto? Ho sbagliato…

QUADRO 3

Davanti la chiesa di San Vito.

All'inizio, la scena è buia, al centro uno schermo sul quale vengono proiettate immagini della luminaria del 16 giugno. Due cronisti, che chiameremo Aurelio Pancacci e Franca Farnesi, in abiti attuali, stanno ai due lati del proscenio illuminati da spot, hanno un microfono ciascuno ed una cartella con gli appunti per la cronaca che conducono.

I vari personaggi entreranno, nei propri costumi, secondo quanto specificato.

AURELIO- Cari spettatori, un cordiale saluto da Franca Farnesi…

FRANCA- … e da Aurelio Pancacci! Buonasera e ben trovati! Se avrete la bontà di seguirci in questa nostra inchiesta, scopriremo e vivremo insieme uno spettacolo che si ripete ogni anno, la sera del sedici giugno, nella città di Pisa!

AURELIO- La luminaria di San Ranieri! Una manifestazione che continua da tempo immemorabile, la sera della vigilia della festa del santo patrono della città di Pisa: San Ranieri appunto, che morì il diciassette giugno del millecentosessantuno

FRANCA- Si racconta che nel momento preciso della sua morte, le campane della città cominciarono a suonare da sole, senza che nessuno le manovrasse. Fu considerato un miracolo: uno dei miracoli di San Ranieri!

Continuano a scorrere. sullo schermo le immagini della luminaria.

AURELIO- Qualche notizia di carattere tecnico: la luminaria consiste nell'addobbare tutti i palazzi che si trovano sui lungarni pisani, con lumini a cera posti in appositi bicchieri. Anticamente questi bicchieri contenevano olio, con gli stoppacci che, bruciando spandevano luce sui lungarni; lo stesso effetto si ottiene ai nostri giorni con lumini a cera, di più facile sistemazione e minor pericolo d'incendio. I "lampanini" come sono chiamati in gergo, vengono sistemati su certe intelaiature sagomate in modo da formare disegni e figurazioni che evidenziano l'architettura ed i fregi di ogni palazzo, da quelli più antichi e nobiliari a quelli ristrutturati che potremmo definire "borghesi". Lo spettacolo è unico al mondo e si ripete puntualmente la sera del 16 giugno, la vigilia della festa del patrono: un santo di cui i pisani vanno orgogliosi e celebrano con grandi cerimonie, in cattedrale e fuori. Infatti, periodicamente l'urna di cristallo contenente i resti del santo, viene trasportata in processione per le vie della città, fino al ponte centrale da dove può benedire le due zone cittadine: Tramontana e Mezzogiorno, ossia i quartieri a nord e a sud dell'Arno

FRANCA- Bisogna dire che provoca una certa impressione, la visione di questo scheletro, ossa ormai annerite dal tempo, rivestite di preziose stoffe, con una maschera d'argento su quello che resta del viso: maschera ricostruita al computer sui resti del teschio esistente, che ci mostra un volto maschio, deciso ma anche dolce e buono. Ma siamo qui per celebrare la luminaria, allora chiediamoci: quando è cominciata e, soprattutto perché è stato scelto questo genere di manifestazione per festeggiare il santo? Per rispondere a queste domande bisogna rifarsi alle antiche consuetudini che, come quasi sempre avviene, diventano leggenda, quindi storia. Dunque: fino dagli anni immediatamente seguenti la morte di Ranieri Scaccèri, i fedeli si recavano a rendere omaggio al santo, nel giorno anniversario della sua morte. Anche in quei tempi succedeva che una folla radunata portasse commercio, festa religiosa ma non solo, che richiamava gente da campagne e città vicine. Per essere sul prato della cattedrale al mattino di buon ora, molti partivano addirittura la sera precedente e camminavano per tutta la notte. Per rischiarare la strada si portavano delle lanterne che, viste da lontano, davano l'impressione di un serpente di fuoco che rischiarava il paesaggio con una luce irreale. Da questo alla luminaria, come la vediamo oggi, il passo fu breve.

AURELIO- L'effetto è irreale, come potete vedere: tutta la parte centrale della città, lungo il corso dell'Arno, illuminata a cera. I lampioni della pubblica illuminazione sono spenti, il traffico automobilistico è deviato: non c'è una lampadina elettrica negli oltre due chilometri dei lungarni pisani, dal bastione del Sangallo alla Torre della Cittadella che ancora ci mostra i resti degli arsenali dove si costruivano le galee, che permisero alla Repubblica pisana di dominare i mari. Una luce irreale, fantastica, impensabile, inimmaginabile che durerà tutta la notte. E quando sarà giorno, tutti sulla piazza del Duomo per festeggiare il santo patrono: dentro la cattedrale con il solenne pontificale e fuori per la sagra dal sapore alquanto paesano, con i poeti che cantano il santo in maniera confidenziale, alla buona, come fosse uno di loro.

FRANCA- Spettacolo nello spettacolo: molti cittadini sistemano uno di questi lumini sopra in pezzo di sughero e lo mettono in acqua. Il fiume brucia e si illumina di riflessi stranissimi, che mutano ogni momento, al cambiare della corrente. Ma c'è anche un risvolto patetico: l'Arno porterà queste luci fino al mare, dove rischiarerà la notte di tutti quelli che sul mare morirono per la gloria di Pisa. Sono molti; pensate, solo nella spedizione per conquistare le isole Baleari, si dice che furono più di trentamila i pisani che non tornarono a casa.

AURELIO- Ed ora, se avrete ancora la bontà di seguirci vi mostreremo gli ultimi istanti di vita del Santo. Cercheremo di parlare con i presenti, tutti coloro che lo conobbero e che ora sono qui radunati per dargli un ultimo saluto, come si usa dire: l'omaggio estremo.

Lo schermo sale, la scena s'illumina di una luce rossastra, come al tramonto. Sul fondo, a sinistra, la porta della chiesa di San Vito. I personaggi entrano e si dispongono, alcuni inginocchiati altri in piedi, rivolti alla chiesa, dando le spalle al pubblico: EUGENIO, ONORINO, UBALDO, BALDUCCIO, ROGERIO, GUCCIO.

FRANCA- Parleremo con loro per farci raccontare chi era Ranieri, come lo hanno considerato, come lo vedono inserito nella sua epoca, un’epoca che fu di splendore e gloria per la Repubblica di Pisa.

I cronisti si spostano, seguiti ciascuno dal proprio spot, per intervistare i vari personaggi che, parlando si volteranno verso il pubblico.

AURELIO- Cominciamo con un alto prelato: il canonico Eugenio della Chiesa Primaziale Pisana. Monsignore, potrebbe spiegarci innanzitutto il significato di questa parola: Primaziale? (Gli avvicina il microfono)

EUGENIO- Nel periodo del suo massimo splendore, negli anni che vanno dal 1000 al 1300 la città di Pisa domina il mare su cui si affaccia, fino alle isole di Corsica a Sardegna, sulle quali estende i suoi commerci, la sua arte, la sua giurisdizione ecclesiastica, che impone obbedienza all'arcivescovo della diocesi di Pisa che diviene così il "primate" di queste isole.

AURELIO- La chiesa Pisana ha dunque una sua potenza: ecclesiastica ma anche politica.

EUGENIO- Quella che voi chiamate potenza ecclesiastica, politica, militare è in realtà, un unico potere. Come sapete, i saraceni invadono le nostre terre, non solo quelle pisane, spadroneggiano sui mari, impediscono i nostri commerci, uccidono i nostri uomini, rendono schiave le nostre donne e saccheggiano le nostre chiese imponendo i loro dei. Tutti dobbiamo combattere per la salvezza nostra, della nostra religione e civiltà; ecco perché un esercito è anche espressione religiosa. Le imprese militari maggiori sono sempre comandate dall'arcivescovo in persona.

AURELIO- Quindi, la Crociata voluta dal papa serve a liberare i luoghi santi, aprirli ai pellegrini ma anche ai commerci e alla civiltà cristiana o, più in generale, alla civiltà europea.

EUGENIO- Messere, non so da dove venite; il vostro vestiario mi dice che arrivate forse da una di quelle terre situate oltre le colonne d'Ercole o al di là delle montagne e deserti che ben pochi sono riusciti a passare e che restano del tutto sconosciuti. Ma dimostrate di conoscere la nostra realtà. Anche dalle vostre parti esistono clero e signorie?

AURELIO- All'incirca… magari hanno altri nomi.

EUGENIO- Deve essere così! Deve esistere un potere ecclesiastico che, necessariamente dovrà anche occuparsi della vita pubblica dei suoi fedeli ed esisterà un potere politico che curerà gli interessi dei suoi cittadini, compresi quelli religiosi. Il papato, tramite i suoi prelati è l'organismo più idoneo a mantenere i due poteri sotto un'unica giurisdizione.

AURELIO- Il Papa ha i suoi ambasciatori in tutto il mondo.

EUGENIO- Più che ambasciatori: ha la sua Chiesa, i suoi vescovi, i suoi preti. Riflettete, messere: nel mondo, come lo chiamate voi esistono un'infinità di signorie, comuni... repubbliche, come le chiamano ora, ciascuno in lotta con i vicini, tutti vogliono dominare ma non capiscono che, così facendo daranno il potere ai saraceni, che sono forti, molti, esaltati dai loro capi religiosi e, soprattutto, sono uniti. Se tutte le nostre città si riuniscono sotto il gonfalone di Sua Santità, saremo forti anche noi, saremo tanti, entusiasti, saremo uniti!

AURELIO- Quindi, state lavorando per costituire un'unica nazione con a capo il Papa.

EUGENIO- Non è proprio come dite voi: ciascuna signoria, ciascun comune avrà le sue leggi, i propri commerci, i propri dazi. Tutti però dovranno cessare le guerre fratricide e unire le proprie forze per combattere contro il nemico comune. A capo di queste forze unite, potrà esserci soltanto il Papa!

AURELIO- Magari, un papa pisano.

EUGENIO- I disegni del Cielo sono imperscrutabili. Pisa è città piccola, rispetto a tante altre, ma potente sul mare, data la sua posizione, il valore dei suoi combattenti e la bravura dei suoi calafati. Pisa, dicevo, annovera tra i suoi figli, ben tre papi: Eugenio Terzo, Alessandro Terzo, Clemente Terzo che addirittura è stato eletto e incoronato proprio nella nostra cattedrale. Per non parlare dei diciannove cardinali, principi della Chiesa!

AURELIO- Pisa, dunque legata a Roma in maniera indissolubile... anche sul piano della santità.

EUGENIO- La Chiesa pisana ha dato diversi santi da onorare e prendere a esempio: Guido della Gherardesca che visse in penitenza nella Maremma e nei boschi di Donoratico, Ubaldesca di Calcinaia, una vita casta e dedicata all'assistenza degli infermi... e la lista non si ferma qui.

FRANCA- Esiste nell'elenco dei santi una certa Santa Bona, che si distinse nell'assistenza ai pellegrini in Terrasanta. Vale la pena ricordare che questa santa pisana sarà nominata, ai giorni nostri, protettrice delle hostess e assistenti turistici.

AURELIO- Ed ora, Ranieri Scaccèri... san Ranieri, appunto.

EUGENIO- Non fatemi dire. Solo il papa in persona può affermare la santità di un figlio devoto di Santa Madre Chiesa! Ci dovrà essere una Bolla pontificia, un Breve, un solenne pontificale e altrettanto solenne proclamazione.

Franca si è spostata tra i personaggi, conversando con Rogerio e Guccio.

ROGERIO- (Rispondendo ad una domanda di Franca). Non c'è nessun dubbio: Ranieri è un santo! C'è qualcuno che pensa il contrario?

FRANCA- Siete stati amici in gioventù, ricorderete come si manifestò la vocazione. Lei, signor Guccio, ci dica: era ancora un ragazzo?

GUCCIO- No, non era un ragazzo. Aveva già iniziato la sua vita di uomo e, mi sia consentito, di uomo affascinante, trascinatore, animatore di allegre serate... quante ne abbiamo passate insieme... a quei tempi non ero sposato, ero un po' scapestrato e voglioso di divertimenti, come tutti, del resto.

FRANCA- (Lo interrompe). Quindi, la vocazione è arrivata in età già avanzata?

ROGERIO- Aveva ventitre, ventiquattro anni... vissuti intensamente, molto intensamente.

GUCCIO- La vita! Cosa ci riserva il futuro? Chi può dirlo? Ranieri aveva aperta davanti a se, la strada del commercio; una strada, badate bene, già iniziata dal padre... ma lui ha preferito la via della santità. Un percorso faticoso, pieno di sacrifici... ma ne ha avuto la celeste ricompensa.

ROGERIO- (A mo' di spiegazione, a Franca). Il mio amico messer Guccio, è poeta... per motivi familiari. Si compiace deliziare l'uditorio con frasi ricercate.

FRANCA- Complimenti, signor Guccio. I nostri ragazzi avranno il piacere di studiare le sue opere, magari pubblicate su qualche antologia.

GUCCIO- Non capisco, madonna.

ROGERIO- Anch'io, che non sono poeta, trovo strano che una donna si mostri in abbigliamento, per così dire maschile, stranamente maschile.

FRANCA- Comprendo il vostro stupore ma dovete sapere che nei paesi dove vivo io, questo è normale. Stavate dicendomi di Ranieri.

ROGERIO- Un santo!

Reazione di Eugenio trattenuto da Aurelio. Tutti si dispongono a semicerchio, partecipando collettivamente all'intervista

Umile, pronto ad aiutare i poveri sofferenti. gli ultimi anni della sua vita li ha spesi a servire i bisognosi, ha rinunciato a tutto vivendo in povertà, con la sola consolazione di vedere un sorriso sul viso di chi soffriva.

EUGENIO- La Curia gli aveva offerto alloggio e mezzi per allestire un ospizio, degno di tale nome per i suoi infermi, ma egli non li accettò.

ONORINO- Forse avrebbe dovuto indossare le vesti pontificali che... non sono le più adatte per assistere ammalati e distribuire medicamenti.

AURELIO- Quindi, Ranieri ha svolto opera di assistenza verso gli ammalati... ci sono state guarigioni?

GUCCIO- Miracoli! Si può parlare di miracoli! Gente che non camminava, non vedeva... è tornata a godere tutte le bellezze che il Signore, nella sua infinita saggezza, ha voluto elargire ad ogni essere umano. Ricordo una volta...

ROGERIO- Va bene, Guccio. (A Franca). Il poeta che è in lui, deve sempre uscire fuori.

FRANCA- (A Guccio). Ho afferrato il concetto. Vorrei ascoltare il parere di questi signori. Lei, per esempio, è il signor?

BALDUCCIO- Io? Balduccio. Balduccio Bottacci. Trasporto merci e persone da Pisa fino alla Terrasanta. A volte mi spingo fino all'isola di Sardegna!

FRANCA- Ha qualche imbarcazione? Una nave?

BALDUCCIO- Una galea con le vele: non è molto grande, ma solida, costruita bene negli arsenali della Repubblica.

FRANCA- Viaggiando, avrà incontrato Ranieri, durante gli anni della sua penitenza.

BALDUCCIO- Qualche volta. Più che altro, ne ho sentito parlare: tutti sapevano del ricco pisano che si era fatto povero per guadagnarsi il Paradiso. Quando lo incontrai, cercai di convincerlo a tornare, ci sono riuscito solo quando gli raccontai della fama che godeva in città e dell'attesa di tutti per incontrarlo... Si lasciò convincere, e fece la traversata sul mio legno.

AURELIO- (Consulta gli appunti). Lei è il signor Onorino, se non vado errato: donzello della Repubblica, come ho scritto nei miei appunti. Quindi lei ricopre una carica pubblica.

ONORINO- Sì, il senato ha sempre voluto onorarmi della sua fiducia; ho questa carica da molti anni ormai.

FRANCA- Una specie di segretario comunale... rapportato ai giorni nostri.

ONORINO- (Incerto). Non saprei... se lo dite voi...

AURELIO- Lei invece (consulta gli appunti) è il signor Ubaldo Tornaconti, mercante. Pare che questo nome sia dovuto al fatto che i suoi conti dovevano sempre tornare... con un buon margine di guadagno. Cosa del tutto naturale, per un mercante.

UBALDO- Chi vi ha detto queste cose? Cosa tenete scritto su codesti vostri fogli? Insomma, si può sapere chi siete, da dove venite, cosa volete?

AURELIO- Curiosità legittima ma mi permetta di mantenere un certo segreto: sarebbe troppo lungo spiegare e resterebbe incomprensibile per voi. Noi vogliamo soltanto raccogliere notizie sulla vita di Ranieri, vogliamo raccontare i suoi ultimi istanti; perciò chiediamo a tutti coloro che lo conobbero di darcene testimonianza: cosa ne pensano, come lo giudicano i suoi contemporanei.

UBALDO- Io conoscevo molto bene il padre, Gandulfo degli Scaccèri e la madre, madonna Mingarda della ricca famiglia dei Buzzaccherini. Mercanti come me, abbiamo fatto vivere la città, vendendo le nostre merci importate dai più lontani paesi.

AURELIO- Quindi lei ha conosciuto bene Ranieri, il figlio?

UBALDO- Lo ricordo ancora bambino, parecchio vivace, un tormento per le sue balie e nutrici; stava sempre con la figlia dei Calcinari, la ragazza Berta: tutto l'opposto, calma, riflessiva... tutti pensavano che si sarebbero sposati, invece...

ROGERIO- Ranieri non era fatto per i commerci ed i libri contabili; doveva emergere, essere qualcosa di diverso dagli altri. trovò la sua strada.

FRANCA- Intende dire che la sua vita ascetica e penitenziale non gli è stata ispirata dalla vocazione ma da una precisa determinazione: la santità a tutti i costi!

EUGENIO- Se posso esprimere il mio pensiero, dirò che la santità la si raggiunge con la volontà e la determinazione ma quando si è manifestata la vocazione, cioè un richiamo superiore. Ma sarà il Papa a decidere. Posso anticipare che il Capitolo della Primaziale ha già dato incarico a certi scultori carraresi, di preparare l'urna marmorea per conservare i resti... le reliquie di questo figlio devoto.

ONORINO- Anche il Comune ha in animo di onorare adeguatamente questa figura che ha celebrato degnamente la città e tutti i suoi abitanti fin nelle lontane terre d'Oriente. Ci sono già dei progetti per ricordare il Santo, anche negli anni futuri.

UBALDO- Il Consiglio degli Anziani, del quale faccio parte, ha già destinato una certa somma per le onoranze funebri.

Si sente un suono di campane a festa. Goffredo e Lomario escono dalla chiesa, si rivolgono a Eugenio.

GOFFREDO- Monsignore... è spirato.

LOMARIO- Ranieri, non è più.

EUGENIO- (Segno di Croce nell'aria). L'eterna pace, donagli o Signore... Le campane, chi le suona?

GOFFREDO- Nessuno, monsignore: suonano da sole.

LOMARIO- In tutta la città! Un concerto in onore del Santo!

GUCCIO- Miracolo! Ranieri ha fatto un altro miracolo!

ROGERIO- Caro, vecchio amico. Hai voluto stupirci ancora una volta... Degno di te, Ranieri.

ONORINO- (Si avvia verso la chiesa). In rappresentanza del Comune, Ranieri, vengo a darti l'ultimo saluto.

EUGENIO- (Si avvia anche lui) L'estrema Unzione! Con l'olio benedetto dall'arcivescovo. (I due chierici gli si mettono ai fianchi)

Tutti si fermano, vedendo apparire Berta sulla porta della chiesa. Unica luce bianca su di lei, il resto della scena in penombra rossastra. Le campane continuano in sottofondo.

BERTA- (Breve pausa). Se ne è andato. La sua anima è andata a ricevere il giusto premio, il suo corpo è ancora qui, coperto di vesti ormai lacere... ma la sua bocca sorride. Forse ha trovato la pace, la serenità che ha sempre cercato e raramente trovato.

ROGERIO- Berta, tu che lo hai assistito, dimmi: si è ricordato degli amici, della sua gioventù?

BERTA- Non vi ha mai dimenticati. La sua vita giovanile è sempre stato il più caro dei suoi ricordi, anche se la considerava un periodo in cui era lontano dalla Grazia. Forse per questo gli era tanto cara: il peccato è utile all'uomo che può pentirsi e redimersi, trasformare in amore quello che è stato egoismo. Chi non ha commesso errori non può provare la gioia di correggersi, chiedere perdono... solo chi è vissuto nell'abbondanza sentirà il piacere della frugalità e della rinuncia. Il sorriso di un sofferente è oro, che ripaga qualsiasi sacrificio. Sì, Ranieri è stato fortunato: ha potuto sperimentare l'egoismo e confrontarlo con la generosità e l'amore; non sono molti quelli che possono farlo... o che vogliono farlo.

EUGENIO- (Ai due chierici). Andiamo a prendere il corpo e trasportiamolo in cattedrale.

ONORINO- I valletti del Comune sono già pronti per questo, lo vestiranno con broccati e lini.

UBALDO- Avrà ornamenti in oro e pietre preziose.

EUGENIO- Canteremo il Te Deum, il solenne pontificale verrà celebrato dall'arcivescovo in persona.

BERTA- Siete proprio sicuri che sia questo, ciò che Ranieri voleva? Il popolo lo ha conosciuto vestito di pelle di capra, ruvida e pungente, lo ha visto cibarsi di radici, lo ricorda assorto nella preghiera per intere notti. Il popolo sa che aveva rifiutato la ricchezza, diventata troppo fredda per la sua anima e si era scaldato al fuoco tutto interiore della penitenza e dell'amore per il prossimo. Portatelo in cattedrale ma senza adornarlo di paramenti pagani, non cantategli pontificali... semplicemente pregate per lui: sommessamente, con raccoglimento, sorridendo... anzi, non pregate affatto; sarà lui che pregherà per voi.

Berta si sposta per lasciar passare l'alfiere con la bandiera pisana, seguito da quattro valletti del Comune che sorreggono una barella, sulla quale è steso Ranieri, vestito della sua pilurica. I personaggi lo seguono, formando un corteo che attraversa la scena mentre continua il suono delle campane. Uno spot segue Ranieri, sulla scena luce rossastra.

I due cronisti commentano.

AURELIO- Ecco: così si conclude la parentesi terrena di questo pisano, che verrà proclamato patrono della sua città.

FRANCA Vediamo sfilare autorità e semplici cittadini, ricchi e plebei. tutti accompagnano l'amico, il cittadino, il santo fino alla cattedrale dove verrà posto nell'urna di cristallo e marmo che ancora oggi lo contiene.

AURELIO- C'è il canonico Eugenio con i suoi chierici, il donzello Onorino con l'alfiere e i valletti del Comune, le corporazioni più importanti rappresentate dal mercante Ubaldo e dal marinaio, che oggi potremmo definire armatore, Balduccio. Gli amici dei vecchi tempi, Rogerio e Guccio e la donna che lo ha amato, madonna Berta che, forse unica, lo ha compreso ed aiutato.

FRANCA- Le campane continuano a suonare a distesa, da sole, senza che nessuno le tocchi: l'ultimo miracolo di San Ranieri.

AURELIO- La nostra cronaca termina qui. Arrivederci al prossimo anno. Ci sarà ancora la festa del patrono, ci saranno nuove attrazioni sulla piazza, le mamme porteranno i bambini più piccoli a vedere il santo, coperto di vesti preziose dentro la sua urna di cristallo e marmo artisticamente lavorato.

FRANCA- La sera della vigilia, non dimenticate: la luminaria sui lungarni, tanti lumini che disegnano le architetture più strane, le luci in acqua fino al mare, l'omaggio ai caduti e, infine, a conclusione, i fuochi artificiali!

AURELIO- Signore...

FRANCA- Signori...

AURELIO FRANCA- Buonanotte.

Buio.

SIPARIO

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