Lo scozzese

Carlo Goldoni

Carlo Goldoni

LO SCOZZESE

Commedia di cinque atti in prosa rappresentata per la prima volta in Venezia l'Anno 1761.

L'AUTORE A CHI LEGGE

Tutti quei che leggono e si dilettano di leggere le cose nuove del Paese e straniere, si ricorderanno che nell'anno 1760 comparve una Commedia scritta in Francese, e intitolata il Caff o la Scozzese. Il discorso che la precede, attribuisce questa Commedia a Monsieur Hume, Pastore della Chiesa di Edemburgo, capitale della Scozia. ed il Francese Anonimo, che l'ha pubblicata, si contenta del merito di traduttore. Ella presentemente stampata fra le Opere di Monsieur di Voltaire. e tutto il mondo crede autore della Commedia questo grand'uomo, il quale (dicono) ha voluto celarsi nel pubblicarla, per una specie di bizzarria del suo fecondo ed ammirabil talento.

Io fui de' primi ad averla in Venezia, e l'ebbi dalle mani di Sua Eccellenza il Signor Andrea Memo, cavaliere dotto, erudito e di ottimo gusto, che me la diede con animo ch'io ne dovessi far qualche cosa. La lessi, mi piacque, e la trovai del mio gusto. Mi sentii anche solleticar dalla prefazione: il di lui Autore mi fa l'onore di nominarmi e di credermi quasi il modello di questo genere di Commedie saggie, tenere e morali. Tutto ci mi mise in voglia di farla conoscere nella nostra lingua, e sul nostro Teatro, e cominciai a tradurla. ma pi ch'io m'inoltrava nella traduzione, vedea chiaramente, e con pena, che non sarebbe gustata, com'era, sui teatri d'Italia. ch'io avrei perduto la fatica ed il tempo, e pregiudicato al merito dell'Autore. vero, come leggesi nella prefazione suddetta, che quest'Opera dovrebbe riuscire in tutte le lingue. perch l'Autore dipinge la natura, ch' per tutto la stessa. ma la natura medesima differentemente da per tutto modificata. e convien presentarla con quegli abiti, e con quegli usi, e con quelle nozioni e prevenzioni, che sono meglio adattate al luogo, dove si vorrebbe farla gustare. Le mie Commedie, per esempio, sono state bene accolte in Italia. eppure son certo che niuna di esse, anche delle pi fortunate, potrebbe rappresentarsi com', sul Teatro Francese. e tutte, credo, potrebbero aver quest'onore, se fossero accomodate secondo il gusto di quella nazione. Ne abbiamo un'esperienza sicura nelle Tragedie e nelle Commedie Francesi in Italiano tradotte. Qual di queste, che senza notabili cangiamenti abbia incontrato sui teatri d'Italia? Parlo de' teatri pubblici, poich nelle case particolari tutto piace, e tutto si loda.

Veggendo io dunque, e conoscendo per esperienza che non era possibile di far applaudire la Scozzese tradotta, e volendo ad ogni modo farne gustare il merito e la bellezza, mi sono determinato a cercar d'imitarla, e quantunque vestita all'Italiana, conservarne il soggetto, i caratteri, la morale e l'intreccio. Finalmente, dicea fra me stesso, l'Autore, Inglese o Francese, mi perdoner questo arbitrio, e non sar mal contento ch'io abbia cercato di contribuire, per quanto le forze mie il permettono, alla gloria della sua opera. S'io avessi potuto immaginarmi in quel tempo che Monsieur de Voltaire ne fosse l'autore, avrei, lo confesso, avrei avuto un poco pi d'apprensione. Il suo nome, la sua fama, il rispetto grande che ho per le opere sue, mi avrebbero forse arrestato, ed avrei perduto il coraggio. Ma la cosa fatta: la Commedia si felicemente rappresentata. l'Autore ed io abbiamo avuto ciascheduno la nostra parte di merito e di applauso in pi teatri d'Italia. E affine che il primo Autore, qualunque siasi, mi perdoni pi volentieri un tale attentato, vo' raccontare a lui ed al pubblico quel ch' accaduto nell'anno stesso in Venezia, rapporto alla sua Scozzese. Tre Compagnie di Comici vi erano in quell'anno in Venezia: l'una occupava il Teatro detto di S. Gio. Crisostomo,


l'altra quello di San Samuele. e la terza, per la quale io scriveva, occupava quel di S. Luca. Tutte e tre queste truppe rappresentarono a gara nell'anno stesso, anzi nello stesso mese, la Scozzese di Monsieur Hume, o di Monsieur di Voltaire. La prima le aveva cambiato il titolo, alterati i caratteri, e mascherato il soggetto. la seconda non l'avea che letteralmente tradotta, annunziandola al Pubblico per la vera, la legittima, l'originale. La prima ebbe tre rappresentazioni. la seconda non n'ebbe che due. e la mia si sostenne per dodici sere di seguito con applauso e pieno concorso, e fu rimessa pi volte su quel Teatro medesimo, e fu per tutta l'Italia applaudita e gustata.

Confesso il vero, il mio amor proprio in tale occasione si trovato contento. Ha compreso il Pubblico la difficolt di far piacere le semplici traduzioni. ha veduto che non convien n tampoco sfigurare gli originali, e che un'imitazione discreta e sensata pu far gustare le opere degli Autori stranieri. onde ho la pi grande obbligazione a quelli che voleano umiliare la mia imitazione, d'averla anzi fatta risaltare assai pi per la ragion del confronto. Questi giochetti, queste gare, queste maliziette sono in uso ne' Teatri d'Italia, e specialmente in Venezia, dove gli spettacoli sono pi abbondanti, e pi frequentati.

Non posso ora dispensarmi di dare al Pubblico colle stampe una Commedia, che in virt dell'imitazione passa per opera mia in Italia. ma come niente pi abborrisco dell'impostura, nel tempo delle rappresentazioni della Commedia ho posto in bocca alla prima Attrice un ragionamento alla fine, con cui volgendosi ella agli Spettatori, gli avvertiva del fonte donde l'aveva tratta. nominava l'Autore, allora supposto, ed invitava il Pubblico a dare a lui gli applausi che la Commedia si avea meritati.

Presentemente ho sostituito la prefazione alla dichiarazione dell'Attrice. I Leggitori hanno dinanzi agli occhi la verit pi diffusa, e possono soddisfarsi confrontando l'imitazion coll'originale. Son certo che l'imitazione perder moltissimo al paragone. ma non mi pento d'averla fatta, poich, senza di questa, la bella, l'ammirabile Commedia della Scozzese sarebbe, o sconosciuta, o non gustata in Italia.

Troppo lungo sarebbe, s'io volessi render ragione de' cambiamenti che ho creduto dovervi fare per adattarla al gusto Italiano. Che gli amatori delle due lingue leggano l'una e l'altra, e dicano per ragione almeno della riuscita: cos deve essere composta in Francese, e cos in Italiano. Far osservar solamente, che Milord Murrai non comparisce in iscena bastantemente nell'originale Francese per contentare l'impazienza degl'Italiani. che io l'introduco nel primo Atto, e che una delle scene mie pi gustate quella dello scoprimento di Lindana fatto a Milord dalla sua Cameriera. dal che risulta la scena equivoca ancor pi forte fra Milord e Lindana, ch' il gioco di teatro che amano gl'Italiani. Ho trovato nell'original Francese una difficolt, che non ho avuto il talento di sciogliere, non sapendo come far passare Friport nella camera di Lindana senza cambiamento di scena. Ho pensato di farla sortire e venir nella sala, curiosa di parlare con un uomo che veniva dall'America, dov'era rifugiato suo Padre medesimo. Gl'Italiani non condannano i cambiamenti di scena, nemmeno alla met dell'atto medesimo. ma quando la scena stabile, sono delicatissimi perch l'Autor la conservi.

Circa ai nomi de' Personaggi, ho cambiato quel di Monrose, perch mi riusciva incomodo nella lingua Italiana. e cos quel di Polly Cameriera, dando al primo il nome di Sterlingh, ed alla seconda quel di Marianna. Ho finalmente cambiato non solo il nome, ma il carattere ancora di Frelon. poich in Italia non ci sono come in Inghilterra, di tai Foglisti. Dopo ch'io sono in Francia, se n'era introdotto uno in Venezia, che dando il titolo di Frusta Letteraria al foglio suo periodico, non criticava, ma insultava gli Autori, ed io era del numero degl'insultati. ma ha durato poco, ed ha finito come meritava finire.


Personaggi

FABRIZIO che tiene locanda e bottega di caff.

LINDANA fanciulla nobile scozzese.

IL CONTE DI STERLINGH padre di Lindana.

MILORD MURRAI (si pronunzia Mor).

MILEDI ALTON.

MONSIEUR LA CLOCHE (si pronunzia la Closce).

FRIPORT ricco negoziante inglese.

MARIANNA cameriera di Lindana.

Un MESSO della Curia.

Un SERVITORE.

Garzoni del caff, che non parlano.

La Scena in Londra, e rappresenta una sala nell'albergo di Fabrizio, che serve d'ingresso a vari appartamenti, e d comodo a quelli che vanno a prendere il caff, il cioccolato ecc.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Fabrizio, garzoni e Monsieur la Cloche.

CLO. Datemi del caff col latte. (va a sedere ad un tavolino)

FABR. Servite monsieur la Cloche. (ai Giovani)

CLO. Avete ancora avuto i foglietti?

FABR. S, signore. Vi servo subito. (va a prendere i fogli) Ecco la Gazzetta d'Olanda, ecco quella d'Utrecht. Questo il Mercurio di Francia. e questo il foglio di Londra. Avrete campo di divertirvi. (gli portano il caff)

CLO. Ma possibile Fabrizio, che non si possa da voi sapere, chi sia quella forestiera che alberga qui da voi nell'appartamento terreno?

FABR. Perdonatemi. perch voler insistere in questa curiosit?

CLO. Sono tre mesi che una straniera incognita alloggia nel vostro albergo. giovane, bella, graziosa. e non si ha da avere curiosit di sapere chi , donde viene, e a qual oggetto si tiene occulta?

FABR. Che interesse ci avete voi? Qual ragione vi stimola a sapere i di lei segreti?

CLO. Io non ci ho interesse veruno. ma son portato naturalmente a sapere tutte le novit. e quanto pi ci trovo degli ostacoli, tanto pi mi accendo di volont di sapere. La sera, nelle conversazioni che io frequento, tutti da me aspettano qualche cosa di nuovo. Ho sentito di gi parlare da qualcheduno di questa vostra ospite sconosciuta: si sa ch'io vengo tutti i giorni a prendere il caff alla vostra bottega, ch'io frequento la tavola rotonda del vostro albergo, e sono in impegno di render conto di questa incognita. Se voi fate capitale di me, o mi avete a confidare chi ella , o mi avete da facilitare l'introduzione, perch possa rilevarlo io medesimo dal modo suo di parlare.

FABR. Voi mi domandate due cose che da me non dipendono. Non posso dirvi chi ella , perch non lo so nemmen io. e non mi permesso introdurvi, perch'ella non vuol nessuno.

CLO. Come potete dire, non vuol nessuno se io so di certo ch'ella parla, e tratta, e conversa con milord Murrai?

FABR. S, vero. Milord venuto qualche volta a vederla. ma non l'ha mai voluto ricever sola e non si contentata della compagnia della sua cameriera, ma ha voluto che ci fosse presente mia moglie, o io, o alcun altro della mia famiglia.

CLO. Ebbene, le parler anch'io in presenza vostra, e di vostra moglie, e di tutta la vostra famiglia.

FABR. Ors, signore, scusatemi: son un uomo d'onore, e mi dovreste conoscere bastantemente.

CLO. Povero Fabrizio! voi fate due mestieri che vi dovrebbono far uomo ricco. Caff e locanda sono due sorgenti felicissime di profitto. ma non sapete fare n l'uno, n l'altro. Chi quel locandiere, che in un caso simile non sapesse trovar il pretesto per introdurre un galantuomo nelle camere di una forestiera? Chi quel caffettiere, che non cercasse di coltivare gli avventori alla sua bottega, facilitando e procurando i mezzi per soddisfarli?

FABR. Io sono un uomo da bene, un locandiere onesto un caffettiere onorato. (riscaldandosi)

CLO. Voi siete uno stravagante, (s'alza con isdegno) e alla vostra bottega non ci verr pi.

FABR. Mi farete piacere.

CLO. Far tanto, che sapr chi quella donna. e vi pentirete di non avermelo voi confidato.

FABR. Fo il mio dovere, e non avr occasion di pentirmene.

CLO. Basta, basta, ci parleremo. Signor uomo da bene, signor caffettiere onorato, ci parleremo. (parte)

SCENA SECONDA

Fabrizio, poi Milord Murrai.

FABR. Sarebbe per me un acquisto la perdita di questo importuno. Un uomo ozioso, che va cercando di sapere i fatti degli altri, e inquieta il mondo colle sue seccature. Ecco milord Murrai: questi un buon cavaliere.

MURR. Fabrizio, vi do il buon giorno. FABR. Milord, vi faccio umilissima riverenza.

MURR. Avete ancora veduta stamane la vostra ospite?

FABR. Non signore. ancor di buon ora.

MURR. Si veduta la di lei cameriera?

FABR. Nemmeno.

MURR. Son bramoso di sapere, se ha riposato bene la scorsa notte.

FABR. Scusate, Milord, l'ardire di un vostro umilissimo servitore: mostrate una gran premura per questa giovane.

MURR. Vi pare che non la meriti?

FABR. Anzi mi par degnissima delle vostre attenzioni.

MURR. Io trovo in lei una bellezza che incanta, ed una virt che sorprende.

FABR. M'immagino che a quest'ora saprete la sua condizione.

MURR. No: ancora non ho potuto saper chi ella sia. Stava appunto presentemente per domandarvi, se vi riuscito di penetrar qualche cosa.

FABR. Io non so altro, se non ch'ella scozzese, e che si chiama Lindana. per altro non so nemmeno se sia fanciulla, o vedova, o maritata.

MURR. Per quel che ho potuto raccogliere, ella non ha marito.

FABR. E come mai una figlia nubile si trova sola in una citt capitale, ed in un pubblico albergo?

MURR. Io ne sono all'oscuro al pari di voi. Vi confesso ch'io l'amo, e che se la sua condizione fosse eguale alla sua bellezza e alla sua virt, non tarderei un momento ad offerirle la mano di sposo.

FABR. Scusatemi. non siete voi impegnato con miledi Alton?

MURR. S, miledi Alton mi fu destinata in isposa dal mio genitore. Egli morto. Ho scoperto in lei un carattere che mi dispiace: altiera, vana, orgogliosa. S'io mi legassi con lei, pochissimo durerebbe la nostra unione. Gliel'ho detto liberamente, e pu essere certa che, pria di legarmi seco, mi eleggerei di vivere come sono.

FABR. Vi compatisco. Non vi cosa peggiore al mondo d'un matrimonio discorde.

MURR. Ah! Lindana mi potrebbe render felice.

FABR. All'aspetto, al costume, al modo suo di parlare, mostra di esser nata bene.

MURR. Cos credo ancor io.

FABR. Aggiungete ch'ella povera, e fa ogni sforzo per nascondere la sua povert.

MURR. Somministratele quanto occorre. Supplir io ad ogni cosa.

FABR. Non vi caso, signore: ella non vuol ricevere cosa alcuna senza il pagamento. e piuttosto si contenta patire.

MURR. Una simile delicatezza non appartiene che a un sangue nobile. No, non conviene farla arrossire. dissimuliamo per ora le sue indigenze.

FABR. Veggo aprire la camera.

MURR. Il cuore mi si altera immediatamente.

FABR. Esce la cameriera.

MURR. Lasciatemi solo con lei.

FABR. Volentieri. (Se Lindana tale, quale apparisce, il cielo non pu lasciar di soccorrerla). (parte)

SCENA TERZA

Milord poi Marianna ch'esce dalla camera e chiude l'uscio, tenendo in mano un ricamo.

MURR. Non avr mai pace, s'io non arrivo a penetrare gli arcani di questa giovane virtuosa.

MARIAN. Milord. (inchinandosi)

MURR. Buon giorno, Marianna. Che fa la vostra padrona?

MARIAN. Sta bene.

MURR. Si pu riverire?

MARIAN. troppo presto, signore. Non ancora intieramente vestita. E poi sapete il di lei costume: non riceve visite senza una buona copia di testimoni.

MURR. Dove siete diretta presentemente?

MARIAN. Dalla padrona di casa.

MURR. Avete qualche cosa di bello, mi pare.

MARIAN. S, signore, un ricamo.

MURR. opera vostra?

MARIAN. opera della mia padrona.

MURR. Si pu vedere?

MARIAN. Perch no? Ma non dite a lei d'averlo veduto.

MURR. Sdegna ella che si sappia che si diverte? Il ricamare tale esercizio, che conviene alle persone di spirito.

MARIAN. Non per ci. ma so io quel che dico. Non voglio ch'ella sappia, ch'io ve lo abbia mostrato. Ecco qui: non ben fatto questo ricamo?

MURR. Perfettamente: ella mostra anche in ci il suo talento. A che serve questo lavoro?

MARIAN. Non lo vedete? Per un paio di scarpe.

MURR. Per lei, m'immagino.

MARIAN. Eh! no, signore. Non hanno da servire per lei. (sospirando)

MURR. Per voi dunque.

MARIAN. Peggio.

MURR. Ma per chi?

MARIAN. Per tutte e due.

MURR. Non capisco.

MARIAN. Permettetemi che io vi faccia una confidenza. Tiriamoci in qua per amor del cielo, che non mi sentisse. Mi manda dalla padrona di casa, perch mi trovi da vendere questo ricamo, perch (in segretezza) ridotta a tale, ch' costretta a vivere col travaglio delle sue mani.

MURR. Oim! voi mi colpite nell'anima. Perch non si degna di confidarsi meco?

MARIAN. Oh! morirebbe piuttosto.

MURR. Tenete: datele questa borsa.

MARIAN. Non possibile: non la riceverebbe a verun patto.

MURR. E voi avete cuore di ricusarla?

MARIAN. Ci lascio gli occhi sopra. ma non la posso ricevere.

MURR. E pure sarete costretta a patir con lei.

MARIAN. Pur troppo.

MURR. E siete voi pure s virtuosa?

MARIAN. Amo tanto la mia padrona, che sfuggo ogni occasione di disgustarla.

MURR. Siete veramente ammirabile.

MARIAN. il buon esempio, signore, che mi fa essere qualche cosa di buono.

MURR. Facciamo cos. Vendete a me quel ricamo.

MARIAN. Volentieri. Basta che non lo diciate.

MURR. Non vi pericolo. Eccovi per esso quattro ghinee.

MARIAN. Quattro ghinee? Bastano bene quattro scellini.

MURR. Cos poco?

MARIAN. il maggior prezzo che si pu sperare.

MURR. Non potreste voi dire d'aver avuto la fortuna di venderlo per quattro ghinee?

MARIAN. Eh! la mia padrona non s sciocca.

MURR. Tenetevi il rimanente per voi.

MARIAN. Ah! non posso farlo. (sospirando)

MURR. Non necessario ch'ella lo sappia.

MARIAN. Credetemi, se avessi questo danaro in tasca, mi troverei s confusa, che la padrona se ne accorgerebbe senz'altro.

MURR. (Io non ho pi trovato una padrona s amabile ed una serva s accostumata).

MARIAN. ( una gran tentazione. ma convien resistere).

MURR. Tenete. datemi il resto di una ghinea.

MARIAN. Il resto di una ghinea? Sono dei mesi che io non veggio la stampa delle monete.

MURR. Tenete la ghinea: mi darete il resto.

MARIAN. Ma se non mi trovo...

MURR. Tenete, dico. La virt, quando eccede, diventa vizio. (un poco alterato)

MARIAN. Via, via, non andate in collera. La cambier, e vi dar il restante. (prende la ghinea)

MURR. Non siate cos rigorosa. (si pone in tasca il ricamo)

MARIAN. Io non lo sarei veramente. ma la padrona mi obbliga, ed io non la vorrei disgustare.

MURR. Possibile ch'ella non voglia cercar la via di uscire da tali angustie?

MARIAN. Io credo ch'ella lo farebbe, se fosse in caso di farlo.

MURR. Sa pure, ch'io ho della stima e dell'amore per lei.

MARIAN. vero. e so ch'ella ancora ha della stima per voi. Ma parevami che vi amasse pi da principio, quando vi spacciaste per il cavaliere Sternold. Dopo che le confidaste di essere milord Murrai, la veggio inquietissima, e non vi nomina che sospirando.

MURR. S, allora quando mi scopersi per quel che sono, la vidi impallidire e tremare. Giudicai ch'ella in me condannasse la mia finzione. ma credo di avermi giustificato abbastanza. Un'incognita, in un pubblico albergo, io non sapea se meritasse la mia confidenza. Ho voluto tenermi nascosto, finch ho rilevato il carattere. Quando ho conosciuto la sua virt, mi sono manifestato, e le ho domandato perdono.

MARIAN. Eppure, non si mai pi da quella volta rasserenata. Io dubito che qualche ragion pi forte la tenga oppressa.

MURR. Non saprei. Voi che le siete ognora dappresso, potreste qualche cosa indicarmi. Ma non vi speranza di poter da voi saper nulla. Non avete mai voluto confidarmi chi ella . e so che voi lo sapete.

MARIAN. Perch volete ch'io tradisca la mia padrona?

MURR. Chiamate voi tradimento svelare la sua condizione ad un uomo che pu fare la sua fortuna? Io stimo peggio il tacere. poich, s' degna di me, voi potete darmi il coraggio per dichiararmi, se non merita le mie nozze, la mia amicizia la pregiudica, e non le fa onore.

MARIAN. Voi parlate s bene, che quasi quasi mi credo in necessit di confidarvi il segreto.

MURR. Via, fatelo che ne resterete contenta.

MARIAN. Se mi potessi fidare che non parlaste...

MURR. Io non credo di meritar da voi questo torto.

MARIAN. Avete ragione. Faccio torto a voi, e alla padrona medesima che per una rigorosa virt vuol ridursi a morir di fame. Sappiate dunque, ch'ella di una delle pi illustri famiglie di Scozia. Suo padre stato capitalmente bandito da tutto il regno. Sua madre morta dal dolore. Hanno confiscato tutti i suoi beni, ed ella per disperazione si meco sola imbarcata, ed qua venuta, non con animo di trattenersi, ma di proseguire il cammino. Non so poi, se la mancanza di danaro, o la vostra amicizia, le abbia fatto cangiar pensiere. So che siamo qui da tre mesi. che il primo si passato assai bene, ed il restante malissimo.

MURR. Si pu sapere il nome della famiglia?

MARIAN. Vi dir ancor questo. ma per amor del cielo!...

MURR. Non dubitate ch'io parli.

MARIAN. Si tratta di tutto. si tratta della sua vita medesima.

MURR. Voi mi offendete.

MARIAN. Oh cieli! la padrona mi chiama.

MURR. Non mi lasciate in quest'orribile dubbiet.

MARIAN. Vengo, vengo. (verso la porta) Lindana un nome supposto. Ella figlia dello sventurato Sterlingh...

MURR. Come?

MARIAN. S, del Conte Sterlingh... Vengo, vengo... compatitemi. Vi raccomando la segretezza. (parte)

SCENA QUARTA

Milord solo.

MURR. Ahim! qual fulmine mi ha colpito? Ora comprendo il turbamento cagionato nel di lei animo dal mio nome. Nome per lei fatale, degno dell'odio suo, degno del suo abborrimento. Ma io non sono il reo delle sue sventure. Fu il padre mio l'inimico della sua casa. fu egli persecutor della sua famiglia. Mio padre morto.. Ma oim! una figlia sensibile, un'orfana desolata non pu aver pace col sangue de' suoi nemici. e chi pu essere lo scopo di sue vendette, s'io non lo sono? S, Lindana mi odia. l'idolo mio mi vuol morto. Veggio riaprir la porta della sua camera: non ho coraggio di presentarmi... nello stato in cui mi ha messo questa scoperta... Prendiamo tempo. L'amore mi porger, pu essere, qualche consiglio. (parte)

SCENA QUINTA

Lindana e Marianna.

LIND. No, non ti posso credere. Milord... Dov' egli andato? Milord?... Ah! Marianna, tu hai parlato seco lui lungamente.

MARIAN. Signora, acchetatevi sulla mia parola.

LIND. Va a vedere se c' Milord. Voglio parlare con esso lui.

MARIAN. E lo volete ricevere senza i soliti testimoni?

LIND. Siamo in una pubblica sala. Cercalo immediatamente.

MARIAN. (Prego il cielo che non ci sia). (va e torna)

LIND. Marianna mi ama. giovane di buon costume. ma l'amore medesimo potrebbe spingerla a palesarmi. e se Milord sa chi sono, oh cieli! siamo entrambe perdute.

MARIAN. Non c' pi, signora.

LIND. partito?

MARIAN. Sull'onor mio, partito.

LIND. Perch partire senza vedermi?

MARIAN. Perch gli ho detto ch'eravate spogliata.

LIND. Altre volte si trattenuto. non gli rincresciuto aspettare.

MARIAN. Questa volta avr avuto maggior premura.

LIND. Marianna, tu hai ragionato lungamente con esso lui.

MARIAN. Lungamente? Non mi pare, signora.

LIND. Pare a me. Ti ho veduta. Quai discorsi si sono fatti?

MARIAN. Mi ha domandato se state bene, se avete dormito bene, e cose simili.

LIND. Ti ha egli domandato chi sono?

MARIAN. Oh! questa poi la solita interrogazione. Da che lo conosco, me l'aver chiesto trecento volte.

LIND. E tu che cosa hai risposto?

MARIAN. Che non lo so nemmen io. ch' poco tempo ch'io sto con voi, che vi conosco per quella che mi d il salario...

LIND. Ah! Marianna, tu mi rimproveri col miglior artifizio del mondo. Non ti do il salario. non ti do che scarso alimento. Soffrimi fin che puoi, non mi abbandonare.

MARIAN. Io abbandonarvi? Non dubitate, signora mia. Non lo far mai. Sarei disposta, se lo permetteste, andar piuttosto a domandar la elemosina, e per voi, e per me.

LIND. Tutte le persone afflitte di questo mondo hanno qualche speranza: io non ne ho alcuna.

MARIAN. Compatitemi, signora, e correggetemi s'io dico male. Che difficolt avete voi a confidarvi a Milord, ch' un cavaliere s amabile e di s buon cuore?

LIND. Ah! taci, per carit. Pensa a tutt'altro: questa sarebbe l'ultima mia disperazione.

MARIAN. Egli ha per voi della stima. egli ha per voi dell'amore.

LIND. Lo sai veramente, ch'egli mi ami?

MARIAN. Lo so di certo.

LIND. Te l'ha egli detto?

MARIAN. Qualche cosa mi ha detto.

LIND. Vedi, ingrata! Lo vedi se posso crederti? Tu hai ragionato di me lungamente con esso lui, e me lo volevi nascondere. Ci mi mette in maggior sospetto. Tremo che tu gli abbia svelato l'esser mio, le mie contingenze.

MARIAN. No certo, signora. Assicuratevi che non l'ho fatto, ma se fatto l'avessi, scusatemi, sarebbe egli s gran delitto?

LIND. Ah! sarebbe lo stesso che volermi perduta, sagrificata. Marianna, tu sei sul punto di rovinarmi, se non l'hai fatto a quest'ora. Ah s, per maggiormente impegnarti a s premuroso silenzio, odi le conseguenze che ne verrebbero dalla tua imprudenza.

MARIAN. (Io principio a tremar davvero).

LIND. Tu sai le disgrazie della mia famiglia.

MARIAN. Le so pur troppo.

LIND. Sai tu l'origine che le ha prodotte?

MARIAN. Intesi dire da voi medesima, che il vostro genitore sia stato esiliato per sospetto di ribellione. ma non mi diceste pi di cos.

LIND. S, fu il povero padre mio condannato per un sospetto suscitato da un'antichissima inimicizia fra la famiglia nostra e quella di milord Murrai. Nacque l'astio fra le due case fin da quel tempo, in cui si tratt l'unione dei due regni sotto un solo governo. e furono allora di sentimento diverso, e mantennero sempre fra loro un implacabile odio. Milord Murrai, padre di quello che mi ama e non mi conosce, mandato dal Parlamento in Iscozia, colse la congiuntura di alcuni torbidi di quel regno, e gli riusc di far comparire mio padre il protettore de' malcontenti. Si salv il mio genitor colla fuga. Sono sei anni ch'egli si rifugi nell'America, e dopo che manc di vita l'addolorata mia genitrice, pi non ebbi di esso novella alcuna.

Spogliata dal fisco de' nostri beni, perduta la cara madre, la disperazione m'indusse ad abbandonare la patria con animo di passare nell'Indie, e colla traccia di qualche lettera che conservo ancora, tentar la sorte di rinvenire mio padre. Giunta in Londra colla speranza di ritrovare l'imbarco, fummo a quest'albergo condotte. Felice albergo per la cortese accoglienza del buon Fabrizio e dell'amorosa di lui consorte. felicissimo un tempo per l'adorabile conversazione del pi amabile cavaliere del mondo. Ma oim! albergo ora di tristezza e di pena, da che ho rilevato in Milord il sangue de' miei nemici, l'origine de' miei disastri, l'oggetto dell'odio e della vendetta del padre mio, se ancor vive. Milord istesso, che ha per me dell'amore, convertirebbe in isdegno (conoscendomi) la sua passione: ereditata l'avversione dal padre contro il nome e contro il sangue ch'io vanto, chi sa fin dove lo trasporterebbe lo sdegno? Ma se altro male non mi avvenisse, vedermi odiata dalla persona ch'io amo, sarebbe l'ultimo de' miei affanni. Ah! s, dovrei vergognarmi di un tale affetto. ma l'ho concepito con innocenza, e non ho bastante virt per discacciarlo dal seno. Dipende dalla segretezza dell'esser mio qualche giorno di vita che ancor mi resta. Vedi ora qual interesse mi sproni a raccomandarti il silenzio: vedi qual dovere ti astringe a non tradire, a non perdere la tua sventurata padrona. Soffri per poco ancora. soffri fin che incerta mi tengono le mie discordi risoluzioni. Aspetto il miglior consiglio dal cielo. Se io non lo merito, se io non l'ottengo, la morte sollever me dagli affanni: e tu sarai dalle mie miserie e da s trista condizion liberata.

MARIAN. (Oh misera! oh disgraziata ch'io sono! oh cosa ho fatto! oh povera la mia padrona!) (si asciuga gli occhi)

LIND. Marianna, tu piangi, tu arrossisci, tu tremi? Ah! cieli. mi avresti per avventura tradita?

MARIAN. Oh! no, signora. Il racconto delle vostre disavventure mi fa piangere e mi fa tremare.

LIND. Sia tutto ci che al ciel piace. Hai tu portato il ricamo alla padrona di quest'albergo?

MARIAN. Dir... S, signora. (Non so quel che mi dica).

LIND. Ti ha ella dato il solito prezzo?

MARIAN. Me l'ha dato... cio, non me l'ha dato, ma me lo dar.

LIND. L'ha dato, o non l'ha dato? Mi pare che ti confondi.

MARIAN. Tutto effetto, signora, della parte ch'io prendo nelle vostre disgrazie.

LIND. Sai pure in qual estremo bisogno ci ritroviamo. Perch non pregarla di pagarti subito s picciola somma?

MARIAN. Per non farle sapere che voi siete in tale nesessit.

LIND. Ma non si fra di noi concertato, che tu dicessi essere cosa tua, e che ti preme il danaro per ispenderlo in cosa di tua occorrenza?

MARIAN. vero.

LIND. Gliel hai tu detto?

MARIAN. Mi pare di s.

LIND. Ti pare? Che modo questo? Ti pare?

MARIAN. Anzi gliel'ho detto certissimo. (Propriamente le bugie non le so ben dire).

LIND. Va dunque, va nuovamente a pregarla. Io non ho coraggio di farmi provveder da Fabrizio, se non gli pago il conto de' due giorni passati.

MARIAN. Ma egli lo fa assai volentieri. vi prega anzi di ricevere...

LIND. No, no, fra le mie sventure non ho altra consolazione che quella di poter nascondere le mie miserie. Se si sapesse l'estrema mia povert, cadrei facilmente in dispregio delle persone. e chi sa qual giudizio e quai disegni si formerebbero sopra di me.

MARIAN. (Oh lingua! oh linguaccia! che cosa hai fatto?)

LIND. Va, cara, sollecita a farmi questo piacere. Ti aspetto nelle mie camere.

MARIAN. Vado subito. (Povera me! io non so in che mondo mi sia). (parte)

SCENA SESTA

Lindana sola.

LIND. Ah! non vorrei colla mia condotta meritarmi l'ira del cielo. Ma doveva io rimanere nella mia patria, sola, abbandonata da tutti, in odio ai parenti, ai nemici, ai concittadini? Perch (mi rimprovera il cuore), perch non sollecitare il viaggio dell'Indie? Perch non dirigere tutti i pensieri alla speranza e ai mezzi di rintracciare il padre? S, vero, doveva farlo. Ma i disagi provati nel primo viaggio mi mettono in apprensione per intraprenderne uno pi lungo e pi faticoso. Espormi un'altra volta al mare. assoggettarmi ad un clima incognito, e pericoloso forse alla mia salute? Ah! Lindana, non ci aduliamo: diciam piuttosto: abbandonare Milord? Oh cieli! Milord mio nemico? Ah! chi ha mai veduto sopra la terra una donna di me pi misera, pi sfortunata? Numi, aiuto, consiglio, piet! piet del mio povero cuore. (entra nella sua camera)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Friport e Fabrizio.

FABR. Oh! ben tornato, il mio carissimo signor Friport: mi consolo di rivedervi dopo due anni pi grasso e pi robusto, e direi quasi pi giovane che non eravate.

FRIP. Gli anni passano. I lunghi viaggi di mare cagionano dei patimenti. ma un buon guadagno conforta gli spiriti, e fa far buona ciera.

FABR. Accomodatevi.

FRIP. Fatemi portare una tazza di cioccolato. (siede al tavolino)

FABR. Ehi! del cioccolato al signor Friport. (a un Giovane che comparisce e parte) Donde venite presentemente?

FRIP. Dalla Giammaica.

FABR. Mi pare sia nell'America.

FRIP. S, per l'appunto. Bel paese, Fabrizio. bel paese per far denari!

FABR. Per quel ch'io sento, i vostri affari saranno andati assai bene.

FRIP. Benissimo. Ho faticato poco, e ho guadagnato molto. Ora sono in riposo. ma il riposo mi d pi noia della fatica. Datemi da leggere qualche gazzetta, qualche foglio che mi diverta. Io trovo pi difficolt a divertirmi, che a far denari.

FABR. Ecco qui le gazzette che corrono.

FRIP. Ci sono novit nel paese? (osservando le gazzette)

FABR. Niente, ch'io sappia, di rimarcabile.

FRIP. Come vanno gli affari vostri? Avete molti forestieri nel vostro albergo?

FABR. Non mi scontento della mia sorte. Presentemente non ho molte persone. ma coll'occasione della prossima fiera ne aspetto.

FRIP. Voleva quasi condurvi un forestiere, che si imbarcato con me alla Giammaica.

FABR. Mi avreste fatto piacere.

FRIP. Ma stravagante: ama la solitudine. Vuole star solo, vuole star ritirato. e dubitando che da voi vi fosse di molta gente, non l'ho condotto.

FABR. Ora da me sarebbe stato benissimo. Poteva dargli l'appartamento di sopra, dove sarebbe stato con pienissima libert.

FRIP. Bene. io ho preso impegno di provvederlo. Mandate al Tamigi a cercare del capitano Fantom...

FABR. Lo conosco.

FRIP. Tanto meglio. Far egli abboccare il vostro messo col forestiere. e quando gli dica ch'io qui

l'aspetto, si lascier condurre senza alcuna difficolt.

FABR. Che persona ?

FRIP. Mi pare persona onesta.

FABR. Benissimo. Se mi permettete, vado a dare la commissione.

FRIP. Andate.

FABR. (I buoni amici fanno sempre del bene). (parte)

SCENA SECONDA

Friport poi Marianna.

FRIP. Vediamo che cosa dicono questi foglietti. Guerre, guerre, sempre guerre. Che importa a me che si ammazzino? Ambasciate, cerimoniali: queste cose non m'interessano. Vorrei sentire parlar di commercio. Questo il latte del pubblico. questa la sorgente del comun bene.

MARIAN. (Passa per la scena)

FRIP. (E queste sono le sorgenti del nostro male). (accennando Marianna)

MARIAN. (Non so dove nascondere il resto della ghinea. Se me lo trova, povera me!) (mette il denaro in saccoccia)

FRIP. (Non so se sia della casa di Fabrizio, o se sia forestiera).

MARIAN. (Chi mai quella faccia burbera che mi guarda?) (camminando)

FRIP. (Veggiamo un poco che cosa , per divertimento). Ehi! vi saluto. (a Marianna)

MARIAN. La riverisco. (Pare un satiro. Mi fa paura). (corre, entra nel suo appartamento, e chiude la porta)

SCENA TERZA

Friport poi Fabrizio.

FRIP. Fugge. non le piace la mia figura. Eh! le piacerebbero forse le mie ghinee.

FABR. Eccomi qui con voi.

FRIP. Chi colei, ch' entrata ora in quelle stanze terrene?

FABR. la cameriera di una signora che alberga qui da tre mesi. Perch mi domandate di lei?

FRIP. Oh! niente. Per semplice curiosit.

FABR. Non cattiva fanciulla. ma se conosceste la di lei padrona, una donna singolarissima.

FRIP. In qual genere?

FABR. In tutto. Bella, giovane, virtuosa...

FRIP. Virtuosa ancora?

FABR. S, certo. Piena delle pi belle virt. Ella vive ritiratissima: parla e tratta con una modestia esemplare. e quel che pi la rende degna d'ammirazione si , che trovasi in un'estrema miseria, e cerca di nasconderla agli occhi altrui per timore di perdere il suo decoro. e lavora la notte segretamente per procacciarsi il vitto, e non aver obbligazione a nessuno che la soccorra.

FRIP. Bella, povera e virtuosa? Se tutto vero quel che mi dite, un prodigio della natura.

FABR. Oh! quel che vi dico, la verit. Mia moglie ed io, conoscendo le di lei indigenze, abbiamo provato pi d'una volta ad esibirle un picciolo trattamento. ed ella lo ha ricusato. Mangia pochissimo, e vuol pagar tutto. Talvolta ho usato l'artifizio di metterle quel che le do, la met di quel che mi costa: se n' avveduta, e se n' lagnata, e ha minacciato d'andarsene dal mio albergo.

FRIP. Donna rara, singolare, singolarissima. Chi ? Di qual famiglia? Di qual condizione?

FABR. Non lo so: sconosciuta, e non si vuol dar da conoscere.

FRIP. La vedrei volentieri.

FABR. Sar difficile ch'ella esca dalla sua camera.

FRIP. Ander io nella camera a ritrovarla.

FABR. Peggio.

FRIP. Prevenitela, ch'io non le dar soggezione.

FABR. Non vi ricever certamente.

FRIP. Fatele fare una tazza di cioccolato: invitatela a favorirmi.

FABR. Io so che non siete portato a conversar con donne. come ora vi viene una simile fantasia?

FRIP. Io non amo le donne. ma le cose estraordinarie mi piacciono.

FABR. Avrei anch'io piacere che la vedeste. Chi sa? Veggendo un uomo ricco, attempato e da bene, potrebbe darsi che vi confidasse le sue miserie.

FRIP. Ed io sarei pronto a soccorrerla di buon cuore, di buona voglia, senza malizia.

FABR. Aspettate, che voglio provarmi.

FRIP. Che il cioccolato sia pronto.

FABR. S, signore: dir che ne portin due tazze. Lasciate prima ch'io veda, se vuol venire. (batte alla camera, gli aprono, ed entra)

SCENA QUARTA

Friport solo.

FRIP. S' tutto vero, merita che le si faccia del bene. Vediamo, se vi qualche cosa che m'interessi. (osservando i foglietti) Di Cadice si attendono quanto prima i galeoni di Spagna. Felici quelli che si trovano al loro arrivo! Sarebbe bene ch'io andassi in Cadice ad aspettarli.

SCENA QUINTA

Lindana, Marianna, Fabrizio ed il suddetto.

FABR. Signore, ecco qui la giovane forestiera, che persuasa da me del vostro carattere, vi usa una distinzione non praticata con altri. (a Friport)

FRIP. (Si leva un poco il cappello, e seguita a leggere la gazzetta)

LIND. (Quest'uomo, che ora vien dall'America, potrebbe darmi qualche relazione per me avvantaggiosa).

FRIP. Perch non sedete? (a Lindana)

LIND. Vi veggio occupato. non vorrei disturbarvi.

FRIP. Leggo i foglietti. L'articolo dell'Indie m'interessa infinitamente.

LIND. (Ah! il mio cuore n' interessato forse pi di nessuno).

FRIP. Venite qua. sedete presso di me. prenderemo il cioccolato insieme.

LIND. Vi ringrazio. non ne prendo mai.

FABR. ( sempre eguale, sempre modesta e riservatissima). (piano a Friport)

FRIP. Accostatevi. sedete presso di me. facciamo un poco di conversazione.

LIND. Scusatemi. io non faccio la conversazione colle persone che non conosco.

FRIP. Io sono in Londra assaissimo conosciuto. Mi chiamo Friport, galantuomo, ricco negoziante. informatevi con Fabrizio.

FABR. S, signora, il pi onesto, il pi sincero uomo del mondo.

LIND. Avete voi cognizione della Giammaica?

FRIP. S, ci sono stato sei volte. Vengo ora da quel paese.

LIND. (Oh cieli! vorrei parlar di mio padre. ma non so come fare: non vorrei inavvedutamente scoprirmi).

FRIP. Una parola. (chiamandola)

LIND. A me, signore?

FRIP. S, a voi una parola: accostatevi.

LIND. Ditela, signore. Vi sentir benissimo dove sono.

FRIP. Accostatevi. Non voglio che tutti sentano. Sono un galantuomo, e non mi puzza il fiato, e non vi pentirete d'avermi udito.

LIND. (Avesse egli qualche arcano da confidarmi?) Son qui, che cosa volete dirmi? (s'accosta)

FRIP. Sedete.

LIND. Non importa. sto bene.

FRIP. La civilt vorrebbe che anch'io m'alzassi. ma se voi state bene in piedi, io sto bene a sedere.

LIND. State come vi piace. (Il carattere mi par di un uomo sincero).

FRIP. Alle corte: io non son uomo da complimenti. Mi stato detto di voi un grandissimo bene. E trovo che mi hanno detto la verit. Voi siete povera, e virtuosa. (piano a Lindana)

LIND. Io povera? Chi vi ha detto questo, signore? (alterata)

FRIP. Me l'ha detto il padrone di quest'albergo, ch' un galantuomo. ed io gli credo perfettamente.

LIND. Ah! signore, questa volta, credetemi, non ha detto la verit. Io non ho bisogno di nulla.

FRIP. Vi volete nascondere per modestia. e forse, forse, per orgoglio. So che non avete il vostro bisogno, e che qualche volta vi manca il pane. (piano)

LIND. Ma che modo il vostro di far arrossire con tali ingiurie?

FRIP. Tacete. non fate che nessuno ci senta. Il mio viaggio della Giammaica mi ha profittato cinquemila ghinee. Io ho sempre accostumato di dare una parte del mio guadagno per elemosina. Dando a voi cinquanta ghinee, non fo che pagare il mio debito. Non vo' cerimonie, non voglio ringraziamenti. Tenete. Riponete la borsa. ed osservate la segretezza. (le d una borsa, e si mette a leggere le gazzette. Lindana lascia la borsa sul tavolino e si scosta un poco)

LIND. (Ah! trovomi in tal maniera mortificata, che non ardisco pi di parlare. Oh cieli! tutto mi avvilisce tutto mi affligge. Grande la generosit di quest'uomo. ma non minore l'oltraggio che io ne ricevo).

MARIAN. (Fabrizio, la padrona molto turbata. Che cosa mai le avr detto quell'uomo?) (piano a Fabrizio)

FABR. (Io credo che le voglia dare qualche soccorso, e ch'ella sdegni riceverlo). (piano a Marianna)

MARIAN. (Oh, voglia il cielo che non lo ricusi! So io la vita miserabile che facciamo). (piano a Fabrizio)

LIND. Signore. (a Friport)

FRIP. Io non voglio ringraziamenti.

LIND. Permettetemi ch'io vi dica, che la vostra liberalit mi sorprende. ma ch'io non sono in grado di ricevere il danaro che voi mi offrite. poich, per dirvi la verit, io non ispero s facilmente venire in istato di potervelo restituire.

FRIP. E chi vi ha parlato di restituzione? Ve l'ho donato.

LIND. Mi penetra il cuore la vostra bont. ma io non sono in grado di approfittarmene. Riprendete la vostra borsa, e siate certo della mia ammirazione e della mia gratitudine.

FRIP. (Scioccherie! si persuader). (da s, e si mette a leggere)

MARIAN. (Signora, una parola). (a Lindana)

LIND. (Che cosa vuoi?) (piano a Marianna)

MARIAN. (Deh! se non volete prender per voi, prendete qualche cosa per me. Io vi servo nelle vostre disgrazie: ma le nostre indigenze crescono ogni d pi. e mi pare un'ingratitudine di ricusare la provvidenza). Signore, compatite la mia padrona. ella di costume assai delicato. ma convien confessare la verit: siamo in qualche bisogno... e senza il vostro soccorso... (a Friport, che seguita a leggere la gazzetta)

LIND. (Ah! Marianna, tu vuoi farmi morire di rossore).

MARIAN. (Voi mi volete far morire di fame).

LIND. No, non sar mai vero, che possa dirsi ch'io abbia condisceso ad una vilt. Io non conosco l'animo di quel mercadante: mostra di farlo per compassione, ma potrebbe avere qualche disegno. e quando una fanciulla accetta i presenti di un uomo, fa sospettare che sia disposta a pagarne il prezzo.

MARIAN. (Quand'ella parla, non si sa cosa rispondere).

FRIP. Ehi! (a Marianna)

MARIAN. Signore. (a Friport)

FRIP. Che cosa dice? (a Marianna)

MARIAN. Dice delle cose che mi fanno raccapricciare. Dice che i regali d'un uomo possono far sospettare dell'onoratezza di una fanciulla.

FRIP. Ella non sa quello che si dica. Perch sospettare in me un cattivo disegno, in tempo ch'io faccio un'azione buona? (forte, che Lindana senta)

MARIAN. Sentite, signora? (a Lindana)

LIND. S, la sua intenzione sar buonissima. ma il mondo direbbe ch'egli mi ama. (piano a Marianna)

MARIAN. Signore, ella ha paura che il mondo dica che voi l'amate.

FRIP. Che pazzia! che immagine sciocca! Io non l'amo, e il mondo sa ch'io non fo all'amore. Assicuratela ch'io non l'amo. e che non m'importa n di lei, n delle pi belle donne del mondo. L'ho veduta una volta sola. e se non la vedo pi, non ci penso. Addio addio. (osserva l'orologio e s'alza) L'ora tarda: ho degli affari. (a Lindana, e parte, lasciando la borsa)

LIND. Fabrizio.

FABR. Signora.

LIND. Prendete questa borsa. Portatela assolutamente al signor Friport. Assicuratelo della mia stima. e ditegli ch'io non ho bisogno di niente. (gli d la borsa)

FABR. Sarete servita. (La terr io in deposito, e servir a soccorrerla un giorno ne' suoi bisogni). (parte)

SCENA SESTA

Lindana e Marianna.

MARIAN. Signora, voi avete operato benissimo! Il cielo ve lo rimeriti e vi consoli. Voi volete morire nell'indigenza. e volete ch'io pure sia sagrificata alla vostra virt. Pazienza!

LIND. Non temere, Marianna. Poco ancor posso vivere: sarai liberata ben tosto da una s crudele padrona.

MARIAN. Ah! no, signora. compatitemi. Qualche volta sento anch'io le miserie. ma quando penso che una dama, come voi siete, le soffre con s bella costanza, mi vergogno di me medesima, e le soffro in pace ancor io.

SCENA SETTIMA

Miledi Alton, Monsieur la Cloche e le suddette.

CLO. Ecco, ecco, Miledi. ecco l la vostra rivale. (piano a miledi Alton)

MIL. Ritiratevi un poco fin ch'io le parlo. (piano a monsieur la Cloche)

CLO. Sar agli ordini vostri. Chiamatemi, se mi volete. (piano a Miledi, e parte)

LIND. Vien gente: ritiriamoci. (a Marianna)

MIL. Quella giovane, una parola. (a Lindana)

LIND. Dite a me, signora?

MIL. S. Non siete voi che si appella Lindana?

LIND. Lo sono.

MIL. Ho bisogno di favellarvi.

LIND. Parlate. (Ah! il cuor mi predice qualche nuova disavventura).

MIL. Entriamo nella vostra camera.

LIND. Non propria, signora: parlate qui, se vi contentate.

MIL. Chi costei? (accennando Marianna)

MARIAN. Io non mi chiamo costei. Il mio nome Marianna, cameriera di questa signora, per obbedirla.

MIL. Fatela ritirare. Ho da parlarvi segretamente. (a Lindana)

LIND. Ritiratevi. (Sono in una estrema curiosit).

MARIAN. (Eh! star in attenzione. non lascier che le faccia qualche soverchieria). (passa nella camera)

SCENA OTTAVA

Lindana e Miledi Alton.

LIND. Accomodatevi.

MIL. Vo' stare in piedi. Rispondetemi. e non mi negate la verit. Milord Murrai stato qui da voi qualche volta?

LIND. Che importa a voi di saperlo? Con quale autorit venite voi ad interrogarmi? Sono io processata? Siete voi il mio giudice?

MIL. Comprendo dalla vostra alterezza che voi non mi conoscete. Perch sappiate con qual rispetto dovete parlarmi, vi dir ch'io sono miledi Alton.

LIND. Io soglio rispettar tutti, chi conosco e chi non conosco. ma non sono avvezza a lasciarmi sopraffar da nessuno.

MIL. Siete voi qualche dama?

LIND. Son chi sono, e non ho alcun debito di manifestar l'esser mio.

MIL. Qualunque voi siate, o promettetemi di rinunziare al cuor di milord Murrai. o ch'io...

LIND. Qual diritto avete voi sul cuore di milord Murrai?

MIL. Quello di una sposa promessa.

LIND. (Oim! son morta). (si getta a sedere)

MIL. Dal turbamento che vi cagionano le mie parole, conosco che voi l'amate, e che vi lasciaste sedurre da un disleale. Ma sappiate che non vi sar alcun genere di vendetta, a cui non mi lasci trasportare dal mio sdegno.

LIND. Ebbene! ingegnatevi di vendicarvi... (alzandosi)

MIL. No. prima di armar le mie collere, vo' farvi conoscere ch'io sono ragionevole, umana. Compatisco l'affetto vostro. lo credo innocente. Non essendovi noti gl'impegni di quell'ingrato, vi credeste in libert di poterlo amare. So che siete in angustie: non vi domando il perch. Ma vi esibisco soccorso, protezione, assistenza. Sono ricca bastantemente per potervi assicurare uno stato. Eleggetelo, ed assicuratevi della mia parola.

LIND. Miledi, voi non mi conoscete: non ho bisogno di nulla, e non vendo la mia libert a verun prezzo.

MIL. Rinunziate dunque agli amori di milord Murrai.

LIND. Se avete ragione sul di lui cuore, fate ch'egli vi renda giustizia. Sopra di me voi non avete autorit veruna per obbligarmi.

MIL. Avr bastante potere per farvi partir di Londra.

LIND. Non mi persuader mai, che in Londra si commettano delle ingiustizie.

MIL. Un'incognita d motivo di sospettare.

LIND. La mia condotta mi giustifica bastantemente.

MIL. Bella condotta! una giovane sopra un pubblico albergo tratta e amoreggia con un cavaliere, con un giovane, che non pu che disonorarla!

LIND. Milord non capace di un'azione indegna. Quando egli lo fosse, ho tanta virt che basta per poterlo far arrossire. E voi pentitevi del rio sospetto, se mi credeste un'avventuriera.

MIL. Dite chi siete, se volete esser rispettata.

LIND. A voi non sono in grado di dirlo.

MIL. Lo sapr Milord.

LIND. No, Milord non lo sa nemmeno.

MIL. Milord non vi conosce, e vi ama? E non arrossite nel dirlo? Pu immaginarsi veruno, che un cavaliere ami un'incognita con puro affetto? No, Milord non stolto. e voi siete in sospetto di mal costume.

LIND. Lo stato in cui presentemente mi trovo, fa ch'io non possa rispondervi come dovrei. Bastivi saper per ora, che il mio sangue non inferiore del vostro, e che vi supero di gran lunga in tolleranza e in moderazione. (parte, ed entra nella sua camera, e chiude)

SCENA NONA

Miledi Alton poi Monsieur la Cloche.

MIL. Qual donna, qual demone si nasconde in costei? Quanto pi si fa credere di condizione, tanto pi mi d ragion di temerla, e mi anima tanto pi alla vendetta.

CLO. Vi veggio sola, ed ho creduto poter avanzarmi.

MIL. Ah! monsieur la Cloche, costei sempre pi mi mette in agitazione. La sua alterezza mi fa credere che vi sia del mistero. Possibile che voi, che sapete tutto, non arriviate a penetrare la condizione di quest'incognita!

CLO. Qualche cosa ho test rilevato dai servidori di questo albergo. qualche cosa ho altres immaginato, e credo di aver dato nel segno.

MIL. Comunicatemi quel che sapete, e quello che voi pensate.

CLO. Ho saputo di certo ch'ella scozzese. ch' figlia nobile, non maritata. che si spaccia di sangue nobile. e ch' venuta da Londra in compagnia di una sola fantesca. Io giudico dunque con fondamento, che questa sia una fanciulla fuggita dalla casa paterna, o trasportata da qualche passione, o sedotta da qualche amante. Pensando poi che milord Murrai originario anch'egli di Scozia, ed ha col le sue terre, ed solito trasferirsi spessissimo in quelle parti, giudico ch'egli si sia col invaghito di questa giovane, e non potendo sposarla per cagion dell'impegno ch'egli ha con voi, l'abbia sedotta a fuggire. la trattenga qui con delle speranze. la mantenga coi suoi denari su quest'albergo, niente per altro che per isfogare la sua passione. Il mio discorso non pu esser pi ragionevole, e ci scommetterei mille doppie, che la cosa com'io penso.

MIL. Potrebbe darsi che tutto ci fosse vero: ne sono quasi anch'io persuasa. In cotal modo Milord sarebbe reo di due colpe: di aver mancato di fede a me, e di aver tradito una figlia, e svergognata la di lei famiglia.

CLO. L'amore, la brutalit, la passione fan far di peggio.

MIL. Qual riparo credete voi ci potesse essere per vendicare i miei torti, e quelli insieme di una casa disonorata?

CLO. Facilissimo il modo, secondo me, per ottenere l'intento. Vegliano i tribunali alla pubblica onest ed all'onore delle famiglie. Abbiamo bastanti indizi per rendere alla Curia sospetta questa giovane fuggitiva. La Corte far arrestare l'incognita. Sar obbligata a manifestarsi. Si verr in chiaro della verit. Se sar nobile, sar rimandata ai parenti. se sar plebea, avr quel trattamento che merita: e in ogni guisa sar svergognato Milord. sar punito l'albergatore Fabrizio, e voi sarete contenta.

MIL. Piacemi il consiglio vostro. Ho dei congiunti, ho degli amici alla Corte e nel Parlamento. L'affare non sar trascurato. (parte)

SCENA DECIMA

Monsieur la Cloche solo.

CLO. Spiacemi per una parte aver procacciato ad una bella donna un insulto. ma qual merito ha pi di me milord Murrai, ond'io mi abbia a vedere posposto a lui? Se ha per Milord della tenerezza, io non pretendo di esser amato. mi basta di esser trattato bene. mi basta di essere ammesso alla sua confidenza. Non che per conoscerla, ch'io mi sono servito del mezzo di Miledi. Fabrizio ha impedito ch'io le parlassi. Chi sa qual interesse l'impegni? qual gelosia lo sproni a fare a me un simil torto? Vo' tentar io medesimo d'introdurmi. Non c' nessuno, e l'occasione opportuna. Se mi riceve, se trattami civilmente e mi confida le sue contingenze, mi d ancor l'animo di sottrarla da ogni pericolo, e deludere le speranze della sua nemica. (picchia forte alla camera)

SCENA UNDICESIMA

Marianna ed il suddetto.

MARIAN. Chi picchia in s fatto modo? (uscendo dalla camera)

CLO. Un galantuomo che brama di riverire la padrona vostra.

MARIAN. Scusate, signore, occupata.

CLO. Non vero. Io so che ora non vi nessuno.

MARIAN. Non occupata con altri. ma occupata da se medesima.

CLO. necessario ch'io le favelli.

MARIAN. Non credo che vi abbia da essere questa necessit.

CLO. La vostra padrona in pericolo. e da me pu dipendere la sua salute.

MARIAN. (Oh cieli! qualche nuova disgrazia).

CLO. Avvisatela. e se non vuole ch'io entri, mi contenter di favellarle qui in sala.

MARIAN. Dal canto mio non mancher di servirvi. (Mi batte il cuore. Ho sempre timore che sia scoperta). (entra)

CLO. Far io vedere a Fabrizio, come si fa a prendersi una soddisfazione. Le parler a suo dispetto. e mi d l'animo di farla uscire da questo albergo.

MARIAN. Signore, vi chiede scusa se qua non viene, e vi supplica di dire a me quello che avreste da dire a lei.

CLO. Che modo questo di trattare con un mio pari? Se mi disguster, sar peggio per lei. Ditele che la conosco. che so chi , e tanto basta.

MARIAN. La conoscete? (con ammirazione)

CLO. La conosco. Io ho delle corrispondenze per tutto. e posso fare la sua rovina.

MARIAN. Ah! per amor del cielo, signore. Aspettate. torner ad avvertirla. (Non vorrei che la sua austerit la precipitasse). (entra in camera velocemente)

CLO. La serva in timore, in agitazione. Tanto pi mi conferma nel mio supposto.

SCENA DODICESIMA

Lindana, Marianna ed il suddetto.

LIND. Chi che si vanta saper chi sono? (a monsieur la Cloche)

CLO. Io, signora.

LIND. Ebbene, chi credete voi ch'io mi sia?

CLO. Negherete voi di essere una scozzese?

MARIAN. (Eh! l'ha conosciuta sicuramente).

LIND. Io non nego la verit: sono di Scozia, vero. sapete altro?

CLO. E so che siete fanciulla nobile e fuggitiva.

MARIAN. (Siamo precipitate). (da s)

LIND. Come sapete voi ch'io sia nobile? Come sapete voi ch'io sia fuggitiva?

CLO. Confidatevi meco, e non dubitate. Se milord Murrai vi ha innamorata in Iscozia. se vi ha sedotta a fuggire dalla casa paterna. se vi trovate in angustie per sua cagione, fidatevi di me, e non temete. Posso io liberarvi da quel pericolo che vi sovrasta.

MARIAN. (Respiro. uno stolido: non sa niente).

LIND. Signore, io credo di conoscere voi pi di quello che voi conosciate me. La vostra supposizione, riguardo a me, lontanissima dalla verit. ed io son certa non ingannarmi, supponendovi un bello spirito, un macchinatore. Voi veniste con artifizio a parlarmi, non so se mosso da un'indiscreta curiosit, o da qualche motivo ancora meno lodevole: qualunque siate, vergognatevi di un cos basso procedere con una donna che, sconosciuta ancora, merita qualche stima, e che svelandosi vi farebbe forse arrossire. Voi sapete ch'io sono afflitta: ecco tutto quello che di me pu sapersi e il voler accrescere le sventure a una sventurata, segno d'animo poco umano. Io sono in odio della fortuna. ma quella non mi pu togliere la mia costanza: non mi spaventa nessuno, ed abborrisco pi della morte l'immagine di una bassezza, di una vilt, e quell'indegno artifizio di cui vi servite per umiliarmi. (parte)

MARIAN. Avete sentito? Andate ora, e vantatevi che la conoscete.

CLO. Vedr fra poco il buon effetto delle sue impertinenze. (parte)

MARIAN. Brava la mia padrona, bravissima! Ora le vo' pi bene che mai. Se stava a me, confesso la mia debolezza, sarei caduta imprudentemente. Ella assai buona, ma altrettanto avveduta. Ah per bacco! dicano quel che vogliono: fra le donne vi sono degli spiriti, de' talenti, che non hanno invidia degli uomini. Se le donne studiassero... Ma a che serve lo studio? La migliore scienza del mondo l'onest, la prudenza, e il sapersi reggere nelle disgrazie, far fronte alla cattiva fortuna, rispettar tutti, e farsi da tutti portar rispetto. (parte)

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Fabrizio, poi Marianna.

FABR. Siamo all'ora di pranzo, e Lindana non mi ha niente ancora ordinato. Ella solita sempre farmi dir ci che vuole. capace non ricordarsene, e star a digiuno. Non vo' mancar di fare il mio debito. Vo' sentir dalla cameriera... Ehi! Marianna. (battendo alla camera)

MARIAN. he comandate, signor Fabrizio? (esce)

FABR. Oggi la vostra padrona non pensa voler mangiare?

MARIAN. A quel ch'io vedo, per oggi non se ne parla.

FABR. Ditele qualche cosa.

MARIAN. Gliel'ho detto. e s'inquieta s'io gliene parlo. Ha avuto questa mattina tre o quattro incontri, che l'hanno sturbata infinitamente. e per dirvela in confidenza, io dubito ch'ella voglia uscire dal vostro albergo.

FABR. Spero non mi far questo torto.

MARIAN. Da una parte la compatisco. Vedete bene: l'occasione del caff rende troppo pubblica questa sala. venuto poc'anzi un impertinente...

FABR. Lo so, lo so. mi fu detto di monsieur la Cloche. Ha colto l'occasione ch'io non c'era. Se c'era io, sarebbe andata la cosa diversamente. Ma a questo si rimedier. Di sopra ho due appartamenti: ne assegner uno alla vostra padrona. ditele che non parta da me. che non mi dia questo dispiacere, ch'io non credo di meritarlo.

MARIAN. Voi siete di buonissimo cuore. ma conoscete il di lei carattere. Non accetter l'appartamento che le offrite, perch da quello voi potete ricavar molto pi ed ella non in grado di accrescere la pigione.

FABR. Non parliamo di questo.

MARIAN. Caro signor Fabrizio, voi avete della famiglia e non giusto che pregiudichiate i vostri interessi.

FABR. S, dite bene. Vivo di questo, e non deggio togliere ai miei figliuoli per dare ad altri. Ma sappiate, per parlarvi da galantuomo, che mi sono restate nelle mani le cinquanta ghinee del signor Friport. e queste, in buona coscienza, le ho da impiegare per lei.

MARIAN. S'ella lo sa, non facciamo niente.

FABR. Non necessario ch'ella lo sappia. Far che mia moglie la persuada ad accettare l'appartamento. Diremo, fin che mi resta disoccupato. e ci star fin che vuole.

MARIAN. Non so che dire. fra le nostre disgrazie il vostro buon amore per noi una provvidenza.

FABR. Andate a domandare che cosa vuole da pranzo. o almeno dia a me la permissione di far per lei qualche cosa.

MARIAN. Fate voi senz'altro. Regolatevi secondo il solito. Non so che dire. Se le sue afflizioni le impediscono poter mangiare, sono afflitta ancor io. ma il mio stomaco ha bisogno di refrigerio.

FABR. Bene: so quello ch'io devo fare. Voi di che cosa avreste piacere?

MARIAN. Oh, se volessi badare a quel che mi piace, troppe cose mi piacciono. Sono avvezza anch'io a star bene. A casa mia non si pensava di niente. Mio padre era mastro di casa. figuratevi se ci dava ben da mangiare! Mio padre morto. ed io, colla speranza di star meglio, sono andata a servire. Oh s davvero, che ho trovato una padrona con cui si tripudia. Ma non so che dire. Le voglio bene, e mi contento di mortificare la gola. Pazienza. il cielo provveder. (parte)

SCENA SECONDA

Fabrizio, poi un Servitore.

FABR. Povera figliuola! mi fa compassione. Ma ella poi non tanto scrupolosa, come la sua padrona: si degna qualche volta di ricevere qualche piatto: ed io glielo do volentieri.

SERV. Padrone.

FABR. Ebbene? L'hai trovato quel forestiere?

SERV. L'ho trovato, ed venuto con me.

FABR. Dov'? Perch non l'hai fatto entrare?

SERV. Dubitava che ci fossero delle persone. Egli non vuol esser veduto da chi che sia. Ha preso una carrozza, si chiuso dentro, e vi sta ancora, fin ch'io l'avvisi che pu venire liberamente.

FABR. Va. digli che ora non c' nessuno.

SERV. Vado subito. (parte)

SCENA TERZA

Fabrizio, poi il Conte.

FABR. Questa premura di non esser veduto mi mette in qualche apprensione. Ma finalmente io faccio il mio interesse, e non m'imbarazzo di altro. e poi il signor Friport non capace d'introdurmi persona di mal affare. Eccolo.

CON. Siete voi il padrone di quest'albergo?

FABR. Per obbedirvi, signore.

CON. Mi ha detto il signor Friport, che qui da voi si sta bene. che avete delle comode stanze. Che siete un albergatore onesto e discreto...

FABR. Signore, io non faccio che il mio dovere. Ogni uomo ha obbligo di essere onesto e discreto.

CON. Quei pochi giorni ch'io resto in Londra, desidero di albergare da voi.

FABR. Spero, signore, che non resterete di me scontento. Qui potrete avere tutte le vostre comodit. Una camera propria. una buona tavola rotonda, se ci vi aggrada. e libert di mangiar solo, se pi vi piace.

CON. Non amo la compagnia. Mi farete preparare nella mia camera.

FABR. Sarete servito.

CON. E vorrei la camera disobbligata. Senza ricevere, e senza dar soggezione.

FABR. Ho capito. Ehi! portatemi le chiavi della stanza al numero sei. (verso la scena)

CON. Avete ora molte persone nel vostro albergo?

FABR. Non c' nessuno.

CON. Tanto meglio.

FABR. Non c' che una sola giovane forestiera colla sua servente, che abita col in quell'appartamento terreno.

CON. E chi questa forestiera?

FABR. Non lo so, signore. Sta incognita, e non la conosco. Vi dico bene, che non avrete veduto la pi bella, la pi amabile e la pi virtuosa donna nel mondo.

CON. Non la vedr, e non mi curo vederla.

FABR. Veramente anch'ella vive ritiratissima, e non tratta, si pu dir, con nessuno. Ma si potrebbe dare per accidente...

CON. Sapete di che paese ella sia?

FABR. S, signore, scozzese.

CON. Scozzese? (con ammirazione)

FABR. Senz'altro, lo so di certo.

CON. (Oh cieli! che mai vuol dir questo movimento del cuore?)

FABR. Perdonate. Siete voi pure di Scozia?

CON. No. sono oriundo di Portogallo, ed ho nel Brasile la mia famiglia. (Convien celarmi. i miei timori mi accompagnano da per tutto).

FABR. Questa chiave si trova, o non si trova? (alla scena)

CON. (Ho sempre in cuore la povera mia figliuola. Or che ha perduta la madre, chi sa a qual partito la pu condur la disperazione?)

FABR. Scusate, signore, cercano la chiave. la troveranno.

CON. Sapete il nome di questa incognita forestiera?

FABR. S, signore, ella si chiama Lindana, e la sua cameriera Marianna.

CON. (Ah! non dessa. A quale strano pensiere mi trasportava l'amor paterno!)

FABR. E voi, signore, s' lecito, come vi chiamate?

CON. Don Pedro della Conchiglia d'Asseiro. (Guai a me, se mi conoscessero pel conte di Sterlingh!)

FABR. Signore, mi rincresce di vedervi star qui in disagio. permettetemi che vada io stesso a rintracciar questa chiave. (parte)

SCENA QUARTA

Il Conte solo.

CON. Non vorrei, frattanto, che alcuno sopraggiungesse. Temo sempre di essere riconosciuto. (siede al tavolino) Quest'albergatore ben provveduto di fogli pubblici. (osservando le gazzette) Veggiamo se nella data di Londra vi qualche novit. (legge) Ha preso luogo per la prima volta nel Parlamento il lord Murrai... Oh cieli! il mio nemico, il mio persecutore, il barbaro sterminatore della mia famiglia. Ah! il destino che non cessa di tormentarmi, mi fa cader sotto gli occhi l'oggetto de' miei spasimi, de' miei furori. Perfido! sono in Londra, son prossimo a rinvenirti. sono a portata di vendicarmi. Vissi abbastanza. La mia et, le mie estreme disavventure non mi fanno desiderar pi oltre di vivere. ma la memoria delle tue ingiustizie mi anima, mi sollecita a morir vendicato. No, non valer a sottrarti dall'ira mia il posto che occupi nel Parlamento... Ma inavveduto ch'io sono! Milord Murrai non era egli del Parlamento sei anni sono, e molto prima ancora ch'egli ottenesse la mia rovina? Parler il foglio di qualcun altro della famiglia. Veggiamo. (legge) Ha preso luogo per la prima volta nel Parlamento il lord Murrai, figlio del defunto Guglielmo. Ah! morto dunque lo scellerato. S, pagato ha il tributo della natura, e quello delle sue ingiustizie. La morte ha prevenuto il colpo delle mie mani. Ma vive il figlio. sussiste ancora la viva immagine del mio avversario, e posso spargere di quel sangue che ha macchiato l'onore della mia famiglia. S, figlio indegno, pagherai tu la pena dei delitti del padre. Satoller nel tuo seno la mia vendetta. Oh cieli! E la povera mia figliuola? Non ho io abbandonato l'America. non ho io accumulato co' miei sudori dell'oro per l'unico fine di rivederla, di soccorrerla, di darle stato? Non son io venuto ad espormi al pericolo di essere riconosciuto e decapitato, per aver nuova di lei? Per penetrare in Iscozia, se fia possibile, e condurla meco nell'Indie? Ed ora mi compiaccio dello spirito di vendetta, abbandonando quell'infelice al deplorabile suo destino? Ah! il nome del mio nemico ha suscitato il mio sdegno. Deh! vaglia la memoria del sangue mio a disarmar le mie collere, ed a procurare la sua salvezza.

SCENA QUINTA

Fabrizio e detto.

FABR. Signore, ecco qui le chiavi: se non andava io, non si trovavano.

CON. Andiamo. (s'alza) Ditemi: conoscete voi milord Murrai?

FABR. S, signor, lo conosco. Viene qui da noi qualche volta.

CON. Viene da voi? Per qual fine?

FABR. Vi dir: l'unica persona, cui ammette alla sua conversazione la forestiera che abita in quelle stanze.

CON. (Ah! destino, dove mi hai tu condotto?)

FABR. Per altro lo riceve s onestamente...

CON. Andiamo. Avvertite ch'io non voglio veder nessuno.

FABR. Per conto mio non temete.

CON. A milord Murrai non direte mai, che fu da me nominato.

FABR. Non vi pericolo.

CON. (Ah! l'occasione potrebbe farmi precipitare). Vien qualcheduno. Partiamo. (parte con Fabrizio)

SCENA SESTA

Marianna, poi Milord Murrai.

MARIAN. Fabrizio ha dell'amore per noi. ma si scordato che siamo al mondo. Non si vede n egli, n alcuno della famiglia a portar il pranzo. La padrona non ci pensa. ma io ci penso. Vo' un po' vedere in cucina... Oh diamine! un altro imbroglio. Ecco qui Milord. A quest'ora? Questa la giornata delle stravaganze.

MURR. (No, non mi soffre il cuore di abbandonarla. O vo' morire dinanzi a lei, o ch'ella mi ridoni la grazia sua. Finalmente qual colpa ho io nella condotta del mio genitore?)

MARIAN. (O cieco, o finge di non vedermi).

MURR. Ardir, mio cuore... Voi qui, Marianna?

MARIAN. S, signore. Non mi avevate veduta?

MURR. No certo. (Il mio dolore mi trae fuor di me stesso).

MARIAN. Volete voi parlare alla mia padrona?

MURR. S, lo bramerei, s'ella mel concedesse.

MARIAN. Lo sapete: ella non vi riceve mai sola. E a quest'ora io credo che le genti di casa sian ite a pranzo.

MURR. Per questa volta almeno, ditele che mi conceda di favellarle colla sola vostra presenza.

MARIAN. Dite la verit: avreste in animo di farle sapere quel che vi ho detto?

MURR. No, non tradir il segreto: non vi paleser certamente. ma coi lumi che ho da voi ricevuti, se mi riuscir che da se stessa si scopra, pu essere che da un solo colloquio ne derivi la nostra comune felicit.

MARIAN. Signore, io non vi consiglio per ora...

MURR. E perch?

MARIAN. Perch, perch... Basta, la padrona pi del solito sconcertata. (Non gli vo' dir nulla di miledi Alton. Ho fatto male a parlar una volta, non vorrei la seconda far peggio)

MURR. Ho qualche cosa da dirle, che potrebbe forse rasserenarla.

MARIAN. Il ciel volesse. ma non lo credo.

MURR. Avvisatela.

MARIAN. Non ardisco.

MURR. Non fate che la vostra apprensione sia dannosa agl'interessi della vostra padrona. I momenti sono preziosi. Se arriva gente, finita. Credetemi che pu perder molto, se non mi ascolta.

MARIAN. Non so che dire. Ander ad avvertirla, e cercher anche di persuaderla. (Gi in rovina ci siamo: che cosa ci pu accadere di peggio?) (parte)

SCENA SETTIMA

Milord solo.

MURR. Se non parliamo liberamente, continuer ella ad odiarmi, ed io non potr sperare d'aver pace. Non so se ancor viva l'infelice suo genitore. Bramo da lei saperlo. Mi conterr per altro con tal cautela, da non esporre a' suoi sdegni l'amorosa sua cameriera. Un uomo ch' prevenuto, pu valersi dell'artifizio per isvellere da una donna un segreto.

SCENA OTTAVA

Lindana, Marianna ed il suddetto.

LIND. (Dimmi: sa egli nulla ch'io sia informata degl'impegni suoi con miledi Alton?) (piano a Marianna)

MARIAN. (A quel che mi pare, io credo non sappia niente).

LIND. (Perfido! verr con animo di seguitare a tradirmi).

MARIAN. (Se lo dico! la vogliam finir male).

LIND. Milord, a che venite a quest'ora insolita ad onorarmi?

MURR. Spronato dal desiderio di rivedervi... Poich stamane non ebbi l'onore delle grazie vostre... (Ah! non so ben quel ch'io dica).

LIND. Non veggio nel vostro volto la solita ilarit: mi parete confuso.

MURR. Non sarebbe fuor di proposito la mia confusione, veggendo voi estremamente turbata.

LIND. (Io dubito che da Miledi medesima sia stato avvertito e rimproverato). (piano a Marianna)

MARIAN. (Potrebbe darsi). (a Lindana, piano)

LIND. (Ritirati). (piano a Marianna)

MARIAN. (Permettetemi ch'io vada a dire una cosa alla padrona di casa). (piano a Lindana)

LIND. (S, vanne, e ritorna presto). (piano a Marianna)

MARIAN. (S, signora). (Nasca quel che sa nascere, io non voglio morir di fame). (parte)

MURR. (Vuol restar sola! che novitade mai questa?)

LIND. Pare dunque a' vostri occhi, che io sia oltremodo agitata?

MURR. Ah! s, pur troppo. Sparita da' vostri lumi quella dolcezza, che empiea di giubbilo chi vi mirava. Non siete quella de' primi giorni in cui brillava la serenit del sembiante, ed da' vostri labbri sbandito l'amabil riso consolatore.

LIND. Non sono mai stata lieta: ho principiato a piangere assai per tempo, e la mestizia non si allontanata mai dal mio animo. Pure col lungo uso di tollerare le mie disgrazie, avea imparato qualche volta a dissimulare. e mi vedeste sovente ammettere sulle labbra il riso, mentre il cuor si doleva del suo destino. Sono ora arrivate le mie sventure a tal segno, che pi non vaglio a superare me stessa. e la crudelt e la perfidia mi costringono ad abbandonarmi all'arbitrio della pi dolorosa passione.

MURR. Deh! svelatemi la trista fonte del vostro cordoglio. Confidate in chi v'adora.

LIND. Perfido! E avete cuore di dirmi ch'io mi confidi? Voi me lo dite? Voi da cui derivano le mie pene?

MURR. No, Lindana, non mi crediate a parte della pi nera azione del mondo. Compatisco le vostre disavventure. detesto in ci la memoria del mio genitore medesimo. e intendo di rendervi quella giustizia che meritate, risarcendo io medesimo i vostri danni, e cancellando l'onte del nome vostro e della vostra famiglia.

LIND. (Oh cieli! Qual ragionamento mai questo?) Che dite voi. signore, del nome mio e della mia famiglia?

MURR. Pur troppo mi noto con quanta ingiustizia ha il padre mio perseguitata la vostra casa. Piansi l'esilio del vostro buon genitore. e desidero che ancor viva, per procurargli io stesso la libert, i suoi beni, la compagnia della cara figlia...

LIND. Ah! son tradita. (si getta a traverso del tavolino)

MURR. Deh! se v'intenerisce il nome del padre, vi dia animo e vi conforti un cavaliere che vi ama...

LIND. Milord, son fuor di me stessa. (alzandosi con agitazione)

MURR. Consolatevi, o cara...

LIND. Oh numi! chi vi ha svelato chi sono? (agitata)

MURR. Non vi svelate da voi medesima? I rimproveri vostri non mi accusano di complicit con mio padre? Di qual altra colpa potevate voi accusarmi?

LIND. Ah! voi caricate menzogne sopra menzogne. Io non intendea rimproverarvi che d'avermi celati gl'impegni vostri con miledi Alton, ch' venuta a insultarmi. No, il mio ragionamento non poteva mai farvi credere ch'io fossi quella che sono, e che a mio dispetto sono costretta ora a svelarmi. Sapeste altronde il mio nome, le mie contingenze. Prevenuto di ci, o interpretaste i miei detti, o vi adopraste con arte per cogliermi alla sprovvista. Se siete quell'uomo d'onore che vi vantate di essere, confessatemi la verit. Voi siete stato avvertito.

MURR. S, vel confesso, sono stato avvertito.

LIND. E da chi?

MURR. Impegnatevi in parola d'onore di perdonare a chi ha inteso farvi del bene, e lo saprete immediatamente.

LIND. Non occorre n ch'io prometta, n che voi pi oltre vi affatichiate. So donde viene l'infedelt: dalla perfida mia cameriera.

MURR. Non la trattate s male: ella vi ama teneramente. Alla fine se ha palesato a me l'esser vostro, lo ha confidato a persona che vi ama, e che vi pu rendere tranquilla. Ella non sapeva ch'io fossi il figlio di quello cui giustamente odiate: e se saputo l'avesse, perch avrebbe ella dovuto credere ereditaria nel sangue mio l'inimicizia col vostro? No, Lindana. ma che dich'io Lindana? No, miledi Sterlingh, non temete ch'io nutra nel seno l'antico sdegno delle nostre famiglie. e se l'avessi un d concepito, bastano i vostri begli occhi per cancellarlo. Ringraziate il cielo, che ad onta vostra vi ha condotta per una strada, ch' l'unica forse che vi pu render felice. Niuno meglio di me pu contribuire alla salvezza di vostro padre, s' ancora in vita. all'onore della di lui memoria, se fosse estinto. Di pi per ora non posso dirvi. Assicuratevi della sincerit del mio animo. siate certa della tenerezza dell'amor mio. fidatevi, o cara, fidatevi di chi vi adora. Gradite le mie attenzioni. e in ricompensa di quell'amore e di quella f che vi giuro, chiedovi questo solo: credetemi. e non pi.

LIND. Che io vi creda? Ah! come mai posso credere ad uno che mi offerisce un cuore non libero, un cuore che con altra donna impegnato?

MURR. Ah! s, v'intendo. Miledi Alton mi perseguita, e vi spaventa. Ma non temete di lei. Promisi, forzato dal violento mio genitore. Sono ora padron di me stesso. Detesto il di lei carattere. Lo sa, gliel'ho detto. ne ho informato la Corte. ne ho prevenuto i parenti. ed ella si fonda invano sopra uno scritto, che sar forzata di rendermi suo malgrado. Non oserei di offrirvi il cuore, se non fossi certo di potervelo offrire. Deh! serenatevi, credetemi, ed accettatelo con bont.

LIND. In qualunque stato che il vostro cuor si ritrovi, non isperate ch'io mi determini ad alcuna risoluzione. Rendetemi il padre mio, che mi stato tolto dal vostro. ed allora ascolter forse le vostre proposizioni.

MURR. Voglia il cielo che il vostro genitore ancor viva, e ch'io sia in grado di dimostrargli la stima ch'io faccio di lui, e l'amore che m'interessa per voi. Ma in ogni evento vi giuro perpetua fede, pronto a rinunziare alla dolce speranza di successione se voi non siete quella che mi destinano i numi per mia compagnia.

LIND. (Il sagrifizio grande, ma non basta al cuor d'una figlia).

SCENA NONA

Marianna e detti.

MARIAN. (Oh! oh! mi pare che le cose non vadano tanto male).

LIND. Sei qui eh?

MARIAN. Son qui, signora. (timorosa)

LIND. Non hai confidato niente a Milord!

MARIAN. Per carit, vi supplico, non mi mortificate d'avvantaggio. lo sono bastantemente, e sono cos pentita...

LIND. Permettetemi ch'io mi ritiri, ho necessit di riposo. (a Milord)

MURR. Servitevi. Calmate il vostro spirito, e vivete tranquilla sugl'impegni onorati dell'amor mio. (parte)

LIND. (Oh amore che mi lusinga! Oh padre che mi rattrista! Oh barbaro mio destino non sazio ancora di tormentarmi!) (parte, e Marianna la segue)


ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Friport e Fabrizio.

FRIP. Ho piacere che sia venuto da voi quel galantuomo che meco ha viaggiato.

FABR. M'immagino che voi sapete chi .

FRIP. Non so niente.

FABR. molto che in un viaggio di parecchi mesi non gli abbiate fatta qualche interrogazione.

FRIP. Io non dico i fatti miei, e non domando quelli degli altri.

FABR. Come dunque vi siete interessato a provvederlo d'alloggio?

FRIP. Voi siete un uomo da bene: mi parve egli onest'uomo. Credo che stiate bene insieme. ed ho avuto intenzione di far cosa buona per tutti e due.

FABR. Per parte mia vi ringrazio. Non so poi s'egli rimarr soddisfatto. Mi pare di un carattere singolare. Non vuol vedere nessuno: si chiuso in camera. e quando ho mandato le genti di casa mia per servirlo in tavola, prima d'aprire ha voluto sapere chi erano, cosa volevano, e ha fatto loro cento interrogazioni.

FRIP. Caratteri, temperamenti: il mondo bello per questo.

FABR. Quest'uomo mi d sospetto. troppo guardingo. teme troppo di tutto.

FRIP. Caro amico, voi siete un albergatore. Fate il vostro mestiere, e non pensate pi in l.

FABR. Dite benissimo. Cos voglio far per l'appunto. e cos ho fatto finora con questa giovane sconosciuta.

FRIP. A proposito. Non mi ricordava pi che ci fosse.

FABR. Possibile che non vi ricordaste di lei?

FRIP. Da galantuomo, non mi passava per mente.

FABR. Vi ricorderete bene d'averla beneficata.

FRIP. Non necessario ch'io me lo rammenti. Chi fa del bene senza interesse, pu scordarselo senza difficolt.

FABR. Non ha voluto ricevere le cinquanta ghinee.

FRIP. Peggio per lei.

FABR. Io per altro, se vi contentate, le terr in deposito per le sue occorrenze.

FRIP. Sono nelle mani di un galantuomo.

FABR. (Questi veramente uomo da bene!)

FRIP. Oggi non ho niente che fare. Sono venuto qui a passare il resto della giornata. Fatemi portare il caff. Se vuol venire l'incognita, mi divertir. (siede al tavolino)

FABR. Sapete il di lei costume. Sar difficile ch'ella venga.

FRIP. Se non vuol venire, tralasci. Andate dal mio compagno di viaggio: ditegli ch'io sono qui. Ditegli se vuole che ci rivediamo prima ch'io parta.

FABR. Siete in disposizione di partir presto?

FRIP. Prestissimo.

FABR. Per dove?

FRIP. Siete un poco curioso, signor Fabrizio.

FABR. Scusatemi. Egli perch ho dell'amore per voi.

FRIP. Egli perch avete della curiosit.

FABR. Siete voi disgustato per questo?

FRIP. Buon amico, fatemi portare il caff! buon amico. (con giovialit)

FABR. Vi servo subito. (Di questi uomini se ne danno pochi nel mondo). (si accosta alla scena) Ehi! porta il caff per il signor Friport.

SERV. Ecco il caff, signore.

FRIP. Lasciatemi qui le tazze, la coccoma, lo zucchero ed ogni cosa. Voglio berne una, due, tre chicchere, quante voglio: andate. (al Servitore, che parte)

FABR. Lasciatevi servire. (vuol versar il caff)

FRIP. No, voglio far da me: mi diverto. (si va servendo da s)

FABR. (Accomodatevi). Come! Un messo del Criminale? Qui non vengono di queste genti: che cosa vorr costui? (osservando)

SCENA SECONDA

Un Messo e i suddetti.

MES. Siete voi messer Fabrizio?

FABR. S, signore, son io.

MES. Il padrone di questo albergo?

FABR. Per l'appunto.

MES. Avete voi presentemente una scozzese che si chiama Lindana?

FABR. verissimo.

MES. Io vengo ad arrestarla per ordine della Corte. Ecco la mia commissione in iscritto (mostra un piccolo foglio)

FABR. (Io non ho pi una goccia di sangue.)

FRIP. (Povera fanciulla! me ne dispiace infinitamente).

FABR. Che vuol dire? Che cosa questa? ella forse in sospetto? Mi maraviglio. Ella onestissima, e nel mio albergo non alloggiano avventuriere.

MES. Con me non vagliono queste ragioni. Serbatele per chi ha da farne la cognizione. Io ho da eseguire gli ordini che mi son dati. O venga meco in prigione, o dia una sicurt di stare agli ordini della Giustizia.

FABR. Mi far io mallevadore: la mia casa, i miei beni, la mia persona.

MES. La vostra persona lo stesso che niente. La casa pu essere che non sia vostra. e i vostri beni, dove sono fondati? Le parole non servono. Vi vogliono capitali, o contanti.

FRIP. Ehi! galantuomo (se non isbaglio), venite qui. Io mi chiamo Friport. son conosciuto alla Borsa. son negoziante. ho de' fondi, de' capitali: mi rendo io cauzione della fanciulla.

MES. Perdonatemi, signore, io non vi conosco.

FRIP. Aspettate. (tira fuori una lunga borsa) Questi li conoscete? (mostrando la borsa piena d'oro) MES. S, signore: depositate cinquecento ghinee, e sottoscrivetevi.

FRIP. Cinquecento, mille, duemila, e quanto bisogna. Ma a chi devo depositarle?

MES. Nelle mie mani.

FRIP. Voi non vi fidate di me, ed io non mi fido di voi. le depositer al magistrato.

MES. Andiamo dunque.

FRIP. Andiamo.

FABR. Ah! signor Friport, questa una carit fioritissima.

FRIP. Non parlate: lo faccio assai volentieri. (incamminandosi)

FABR. E di pi avete ancora da incomodarvi colla persona.

FRIP. Chi non s'incomoda, non fa servizio. Fate che il mio caff si mantenga caldo. Verr a terminare di prenderlo. (parte col Messo)

SCENA TERZA

Fabrizio. I Giovani vengono a levare il caff.

FABR. Io non so da che possa provenir questo fatto. Non crederei che monsieur la Cloche avesse macchinato per vendicarsi e di lei e di me. Fortuna che si trovato il signor Friport! Quella povera figlia sarebbe morta di spasimo, di rossore: non vo' nemmeno ch'ella lo sappia. Non si deggiono dire i pericoli alle persone, se non quando son del tutto passati.

SCENA QUARTA

Marianna e il suddetto.

MARIAN. Signor Fabrizio, di voi appunto veniva in traccia.

FABR. (E di questa povera disgraziata che cosa sarebbe stato?)

MARIAN. La mia padrona si risolta a prender cibo. Mandatele qualche cosa di buono, qualche galanteria di buon gusto.

FABR. inutile ch'io gliela mandi. Ella non mangia. e voi per oggi non ne avete bisogno.

MARIAN. Oh, ella non pi tanto afflitta: si ristorer volentieri.

FABR. (Se lo sapesse, sarebbe pi addolorata che mai).

MARIAN. Che dite? Non vi pare ch'io ancora sia pi del solito rasserenata?

FABR. Cos mi pare.

MARIAN. Ci viene perch la mia padrona principia anch'ella a rasserenarsi.

FABR. (Prego il cielo che non venga a penetrare la sua disgrazia!)

MARIAN. Mi pare, signor Fabrizio, che siate ora pi rattristato di noi.

FABR. S, vero: ho qualche cosa che mi conturba.

MARIAN. Mi dispiace, perch ora vorrei che principiassimo a divertirci un poco.

FABR. Da che procede questo nuovo spirito d'allegrezza?

MARIAN. Oh! procede da qualche cosa che ci fa piacere.

FABR. Consolatemi dunque. Mettetemi a parte di qualche nuova felice.

MARIAN. Io non parlo, signor Fabrizio. Io non sono di quelle serve che palesano i fatti delle padrone.

FABR. Per questa parte vi lodo.

MARIAN. Per altro, s'io non avessi palesato un certo fatto, non ci sarebbe arrivato quel bene che ci arrivato.

FABR. E partecipando a me qualche cosa, potrebbe darsi che non vi chiamaste scontenta.

MARIAN. Sentite: a parlarvi schietto, ho pi volont io di dirvelo, che voi di saperlo. Ma ho promesso di non parlare.

FABR. Ha ricevuto qualche lettera la vostra padrona?

MARIAN. No, non ha avuto lettere.

FABR. stato qualcheduno a parlar con lei?

MARIAN. Piuttosto.

FABR. Quando?

MARIAN. Quando per grazia vostra io era a tavola a desinare con voi.

FABR. Si pu sapere chi fosse?

MARIAN. Non posso dirlo. Bastivi di sapere per ora, che quanto prima si sapr la mia padrona chi

. e la vedrete forse in un altro stato.

FABR. Ha parlato con persona che la conosce?

MARIAN. S, certo. quella persona l'ha conosciuta, e le far del bene. ed io ho il merito di avere fatto questa scoperta.

FABR. Ah! Marianna, guardatevi che non siate tradite.

MARIAN. Come! perch tradite?

FABR. So io quel che dico. Non vi fidate. Vi sono in aria de' tradimenti.

MARIAN. Eh! quella persona non capace.

FABR. Non so chi sia la persona di cui parlate. ma posso dirvi di certo che la vostra padrona in pericolo.

MARIAN. Eh! via. voi lo fate per iscavarmi.

FABR. Io non son uomo da inventare artifizi. e se vi dicessi una cosa, vi farei tremare.

MARIAN. Ditemela, per amor del cielo.

FABR. Se potessi sperare che non lo diceste a Lindana...

MARIAN. Non sapete chi sono? Non vedete con qual gelosia custodisco i segreti?

FABR. Basta. non so che dire. Volea risparmiare a lei ed a voi una novella afflizione. ma veggendo ch'ella si confida in persona che potrebbe tradirla, son forzato a dire quel ch' accaduto. e se vi pare, fate ch'ella lo sappia, che non mi preme. Poc'anzi qua venuto un messo della Corte per arrestarla.

MARIAN. Chi?

FABR. La vostra padrona.

MARIAN. E io?

FABR. Pu essere ancora voi.

MARIAN. Povera me! possibile che quell'inumano ci abbia tradite? Ah! s, non pu esser altri. Egli solo sa chi la padrona. Egli solo pu aver interesse nella sua rovina. Ha ingannato me. Ha ingannato la povera sfortunata.

FABR. E chi questi? Si pu sapere?

MARIAN. S, quel perfido, quell'ingrato di milord Murrai.

FABR. Ah! che dite mai? Milord non capace di un tradimento.

MARIAN. Non pu esser altri, vi dico. So io quel che parlo. non pu esser altri. ed necessario che la mia padrona lo sappia.

FABR. No, sospendete. Assicuriamoci prima donde venga la indegna azione.

MARIAN. E che? Vogliamo aspettare che vengano a prender lei e me, ed a condurci in prigione?

FABR. Non vi pericolo. Quel buon uomo del signor Friport andato ora a farsi mallevadore per lei.

MARIAN. E per me?

FABR. Ci s'intende.

MARIAN. Eh! non so niente io. Dubito che la sicurt non basti.

FABR. Perch non ha da bastare? Non vi sono delitti. un semplice sospetto contro di una persona non conosciuta.

MARIAN. S, s, sospetti! Sapete voi che si tratta di un padre bandito e di una famiglia disterminata?

FABR. Come, come? Raccontatemi.

MARIAN. No, no, non voglio che possano dire ch'io dico. Ho parlato una volta. e cos non avessi parlato. Voglio avvisar di ci la padrona. (in atto di partire)

FABR. No. sentite...

MARIAN. Oh! la voglio avvisare sicuramente. (entra in camera)

FABR. Faccia quel che diamine vuole. Mi son finora imbarazzato anche troppo. Ho sentite cose da inorridire. Sarei in caso di licenziarla subito da quest'albergo, ma non mi d l'animo. son di buon cuore. Finalmente un albergatore non risponsabile de' forestieri. Mi spiacerebbe il suo male, e non mi pentir mai d'averle fatto del bene. Viene Milord... Mi pare impossibile... Eppure potrebbe darsi. Vo' stare in attenzione di quel che accade. (parte)

SCENA QUINTA

Milord Murrai solo.

MURR. Ognora s'accrescono le mie confusioni. Miledi arrestata. ed havvi chi sagrifica per la di lei libert l'importante somma di cinquecento ghinee? Non crederei tutto questo, se non lo avessi riscontrato cogli occhi miei. Dunque non sono io solo a parte de' suoi segreti ma sono il solo a cui si volevano tener celati, e sono l'ultimo a rilevarli. Il mercatante non si farebbe mallevadore di una fanciulla senza conoscerla, e non arrischierebbe tal somma senza esserne interessato. Ah! chi sa che l'interesse che lo conduce non sia l'amore? Oh cieli! Mentre io lavoro per la sua salvezza, mi veggio a fronte degli sconosciuti rivali: altri per perderla, altri per conquistarla, e tutti per render vane le cure dell'amor mio. Ed io seguir dunque ad amarla? Non cercher di staccarmela dalla memoria e dal seno? Ah! una stilla di quell'odio ch'ebbe il padre mio per la sua famiglia, basterebbe a farmi estinguere la mia passione. Ma oh dei! la piet il mio sistema. ed troppo in me radicato l'amore. Stelle! A che son io qua venuto? A piangere, o a rimproverarla? Non lo comprendo io medesimo. Il cuore mi ci ha condotto, e il piede ha seguitato le traccie della mia passione. Oim! si apre la camera di quell'ingrata. Il sangue mi si gela nel petto: pavento de' miei trasporti. Veggiam chi n'esce. prendiamo tempo a risolvere. (si ritira)

SCENA SESTA

Lindana e Marianna.

MARIAN. Andiamo, signora mia, andiamo fuori di questa casa. Qui non siamo sicure.

LIND. Oh cieli! non so quel che mi faccia. Parlo, e non mi capisco da me medesima. M'incammino, e non so per dove. Sono in pericolo nelle mie stanze: lo accresco, se all'altrui vista mi espongo. Mi abbandona Fabrizio. tu sola mi animi, tu mi consigli, tu incauta, tu sciagurata, che mi hai per imprudenza precipitata!

MARIAN. Ammazzatemi per carit. ma non mi rimproverate d'avvantaggio. Son cos afflitta, sono a tal segno mortificata... (piange)

LIND. Ah! chetati, s' ver che mi ami: compatisci le smanie d'un cor perduto. Non condanno la tua fedelt. ma la soverchia tua confidenza. E questa ancora degna di qualche scusa. Ti fidasti di milord Murrai, di cui io medesima mi son fidata. Chi mai avrebbe creduto che l'uomo perfido, menzognero, celasse l'antico sdegno sotto la maschera dell'amore, e mi strappasse dal labbro la sicurezza dell'esser mio, non per altro che per tradirmi? Ah! Murrai, tu assassinarmi? Tu darmi in braccio della Giustizia?

SCENA SETTIMA

Milord e le suddette.

MURR. Ah! qual perfida lingua, qual lingua indegna pu macchiar di s nera colpa il mio nome, l'onor mio, la mia fede?

LIND. Sostienmi: non mi reggo in piedi. (a Marianna, appoggiandosi)

MARIAN. Un cane, una tigre, non avrebbe il cuore che voi avete. (a Milord, sostenendo Lindana)

MURR. A me un tale insulto? In faccia mia si ardisce ancora di sostenere una calunnia s orrida, s vergognosa?

MARIAN. E chi era altri che voi informato della padrona?

MURR. Lo sar stato meglio di me chi avr meritato prima la sua confidenza. lo sar per lo meno colui che collo sborso di cinquecento ghinee si fatto un merito nel cuore della tua padrona.

LIND. Non insultate una sventurata nella parte almen dell'onore. Il danaro che questa mane mi ha offerto Friport, fu da me ricusato. (con mestizia)

MURR. Vorreste farmi anche in ci travedere. L'ho veduto io stesso depositar il danaro nelle mani del ministro di Corte, per liberarvi dalla carcere in cui vi volevano rinserrata.

LIND. Ah misera! Ah disperata ch'io sono! A me carcere? A me un tale sfregio? Evvi per me chi ardisce pagar denaro? Io la favola del paese? Io il ludibrio del mondo? Oh rossore! Oh vergogna! Non vo' pi vivere. non vo pi soffrire. Un ferro, un veleno, una morte: una morte per carit!

SCENA OTTAVA

Fabrizio e i suddetti.

FABR. Cosa sono questi rumori?

MURR. Ah! Fabrizio, disingannatele. Sono creduto io il traditore.

FABR. Acchetatevi, signora mia. Ho saputo ogni cosa. So donde il male venuto. So gli equivoci che si son presi. Vi dir tutto. Ma qui non istiamo bene: entriamo nella vostra camera.

LIND. No, non sar mai vero...

FABR. Presto, presto: vien gente. Questa volta comando io. (la prende per una mano) (Conviene fare cos in questi casi).

LIND. Ah! sono avvilita. sono perduta. Salvatemi l'onor mio, e sagrificatemi qual pi vi aggrada. (parte con Fabrizio) (Tutti entrano nelle stanze di Lindana, e si chiude la porta)

SCENA NONA

Il Conte solo.

CON. Oim! qual voce intesi? Qual voce mi ha penetrato nel cuore? Parvemi quella della mia cara figlia. Ma qui non veggio nessuno. e qui mi parve d'averla udita. Oh! amor paterno. Tu fai sognare ad occhi veglianti. e non strano che un'immagine vivamente impressa nell'animo alteri la fantasia e la riscaldi. Fra l'agitazione del sangue e la violenza del moto mi vacillano le ginocchia talmente, che non son sicuro di poter risalire le scale. La sala libera. non c' nessuno. vo' prender fiato. (siede presso al tavolino)

SCENA DECIMA

Friport, Servitore e il suddetto.

FRIP. Portatemi il mio caff, le mie tazze, il mio zucchero, che non voglio perdere il piacere che ho tralasciato. (al Servitore, che porta)

CON. Oim! vien gente. l'amico Friport: manco male. (s'alza, poi torna a sedere)

FRIP. Oh! amico, vi saluto. Ho piacere di vedervi.

CON. Desiderava io pure s buon incontro.

FRIP. Siete voi contento di quest'albergo?

CON. Dell'albergo son contentissimo. ma il clima di Londra mi par non mi conferisca.

FRIP. Oh! siete voi di quelli che sentono la differenza de' climi? A me si confanno tutte le arie. Io sto ben da per tutto. Mangio, bevo, dormo, fo le faccende mie egualmente in Londra, in Ispagna, nell'America, e dove mi trovo.

CON. Felice voi, che avete s buon temperamento!

FRIP. Venite qua. prendete meco il caff.

CON. Lo prender volentieri. (il Servitore si accosta per servirlo)

FRIP. Andate via: non ho bisogno di voi. (il Servitore parte. Friport versa il caff e lo porge al Conte)

CON. Vien gente, mi pare. (colla tazza in mano)

FRIP. Lasciate che vengano.

CON. Scusatemi. (s'alza colla tazza in mano)

FRIP. Di che avete paura?

CON. In quella stanza crediamo noi che ci sia nessuno? (accenna una camera in fondo)

FRIP. Quando aperta, non ci dovrebbe esser nessuno.

CON. Permettetemi ch'io goda la mia libert: son cos fatto. Son zotico, lo conosco. scusatemi. (Mi trema la mano, mi trema il cuore). (parte)

SCENA UNDICESIMA

Friport, poi Miledi Alton.

FRIP. originale. Non pu vedere nessuno. (va prendendo il suo caff)

MIL. (Credo sia questi il signor Friport. Ai segni che mi hanno dati son quasi certa di non ingannarmi. Vo' sapere da lui chi sia l'incognita ch'egli protegge).

FRIP. (Scommetto che in tutta Londra non si d il caff s ben fatto). (senza badare a Miledi)

MIL. Signore. (a Friport)

FRIP. (Si cava un poco il cappello senza alzarsi, e beve)

MIL. Voi non mi conoscete.

FRIP. Non mi pare.

MIL. Io sono miledi Alton.

FRIP. Miledi. (s'alza un poco, la saluta, e torna a sedere)

MIL. Siete voi il signor Friport?

FRIP. Per obbedirvi. (senza muoversi)

MIL. Ho desiderio di parlare con voi.

FRIP. (Gi prevedo cosa vorr: danari in prestito. sar una di quelle che spendono pi di quello che possono).

MIL. (Questi uomini ricchi non rispettano la nobilt). Posso parlarvi, signore?

FRIP. Perch no? (seguendo il fatto suo)

MIL. Vi veggio occupato.

FRIP. Se vi piace, vi far servire. (offerendole il caff)

MIL. No, non m'occorre.

FRIP. Lasciate dunque che mi serva io. (beve)

MIL. Ehi! (chiama, e viene un Servitore) Da sedere. (il Servitore le d da sedere, e parte) Signor

Friport, vorrei che mi faceste un piacere.

FRIP. Ch'io possa.

MIL. Vorrei che mi faceste la finezza di dirmi chi sia colei che abita in quelle stanze.

FRIP. Io non la conosco. ma non credo che le si debba dire colei.

MIL. qualche dama di condizione?

FRIP. Io non la conosco.

MIL. Non la conoscete? (burlandosi)

FRIP. Io non la conosco, in parola d'onore.

MIL. Eppure io so che la conoscete.

FRIP. Oh bella! Quando vi dico in parola d'onore... Sapete voi che cosa vuol dire in parola d'onore?

MIL. Non avete voi sborsato per cauzione di lei cinquecento ghinee?

FRIP. S, ne avrei sborsate anche mille.

MIL. E dite di non conoscerla?

FRIP. Non la conosco.

MIL. Sarete dunque invaghito delle sue bellezze.

FRIP. Io? V'ingannate. non ci penso nemmeno.

MIL. E si fa uno sborso di tal natura senza conoscere la persona, e senza esserne innamorato?

FRIP. E tutto quello che si fa a questo mondo, si ha da fare per interesse? bandita la carit, la compassione, la provvidenza? (alterato)

MIL. Compatitemi. Io non vi credo.

FRIP. Se non volete credere, non so che farci. Lasciatemi prendere il mio caff, e son contento.

MIL. Se non volete dirmi chi sia colei, sarete obbligato a dirlo a chi avr la forza e l'autorit di costringervi.

FRIP. Il mio caff. Miledi. (con impazienza)

MIL. Il vostro silenzio vi fa essere a parte di quei sospetti...

FRIP. (Ho capito. Andr a terminare di prenderlo col mio camerata). (prende tazze, coccoma ecc. e s'incammina) MIL. Che maniera la vostra? (s'alza)

FRIP. Miledi. (la saluta, e parte colle suddette cose)

SCENA DODICESIMA

Miledi Alton poi Milord Murrai.

MIL. Uomo vile, nato nel fango, e reso superbo dallo splendore dell'oro. Ma gli far costar cara la villania che mi usa. Ah! Murrai, per tua cagione soffrir mi tocca gl'insulti. ma stanca sono di menar per te questa vita, e tu non meriti l'amor mio. S, mi staccher dalla memoria e dal cuore quest'inumano. Ma non lascier invendicati i miei torti. Saranno scopo di mia vendetta Friport, Lindana, Murrai, e tutti quelli che hanno eccitato le mie collere e il mio risentimento.

MURR. (Uscendo dalla camera di Lindana, parla sulla porta) Torno a momenti. Parlato ch'io abbia col signor Friport, torner dalla mia adorata Lindana. Fabrizio, aspettatemi.

MIL. Ah! il perfido esce dalla sua diva. E ho da soffrire il confronto di una donna incognita, di una avventuriera sospetta? No, non fia vero. Lo tratter come merita. e non potr vantarsi almeno...

MURR. Voi qui, Miledi?

MIL. S, ci sono per mio rossore.

MURR. Veramente non cosa degna di voi il frequentare un pubblico albergo.

MIL. Frutto del trattamento indegno che mi faceste.

MURR. Ah! Miledi, ritornate in voi stessa. Il cielo non ci ha fatto nascere per unirci insieme. Veggio con estremo cordoglio l'amore, la tenerezza che per me avete...

MIL. Io amore? Io tenerezza per voi? V'ingannate: v'odio, vi detesto, v'abborro. Mi pento d'avervi amato: non penso a voi che con ira, e con ispirito di vendetta. Levatevi dal pensiere ch'io v'ami. e perch la superbia vostra non vi lusinghi a credermi appassionata, ecco una prova dell'odio mio, ecco un testimonio ch'io vi abbandono per sempre. Mirate il foglio de' vostri impegni, profanato dalla vostra barbara infedelt. Lo lacero in faccia vostra, e fo di voi quel conto che meritate (lacera la scrittura e la getta in terra)

MURR. (Raccoglie i pezzi del foglio stracciato, con placidezza) Miledi, io non so se debba dolermi o ringraziarvi di cotal atto. Finch viveva al mondo un obbligo da me contratto per solo rispetto al mio genitore, dovea da voi dipendere per ottenere la libert, e dispor di me stesso a seconda delle mie inclinazioni. Ora, sia giustizia o vendetta, mi rendeste libero. mi faceste padron di me stesso. Permettetemi dunque ch'io vi ringrazi...

MIL. Ah! mi deridete ancora, indiscreto?

MURR. No, calmatevi per un momento, e ascoltatemi. Sapete che noi non siam padroni di noi medesimi: che ci comanda amore, e che siam costretti a obbedire. Sapete che quest'amore un tiranno, che crudelmente si vendica di chi l'oltraggia. Quanti orribili esempi non ci atterriscono di quest'amore vendicativo? Matrimoni infelici, divorzi ingiuriosi, spose neglette, mariti esuli, famiglie precipitate. Avete mai udito per avventura i disperati congiunti caricar di maledizioni il nodo, i consiglieri e gli amici? Noi, Miledi, noi ci troveremmo nel caso, se ad onta delle inclinazioni del cuore, se a dispetto di quell'amore che mi comanda, vi avessi porta la mano. Il cielo vi ama e vi protegge, allora quando vi credete pi abbandonata. Questa eroica risoluzione che or vi tormenta, quella stessa di un infermo che troncasi coraggiosamente una mano per non perdere la vita. Voi vi private d'un cuore che non sa amarvi, ed acquistate la libert di farvi amare da chi pi merita gli affetti vostri. Consolatevi adunque: vi concedano i numi sposo pi degno, amor pi felice, tranquillit pi serena.

MIL. Ah! Milord, il vostro ragionamento artifizioso, maligno. Meco non parlereste in tal guisa, se affascinato non foste dalle indegne fiamme di una femmina avventuriera.

MURR. Miledi, giudicate meglio di me e di quella ch'io amo. La sua condizione non mi pu far arrossire. Ella non cede a veruna in nobilt, e supera molte altre in virt.

MIL. Ho capito: altri rimproveri da voi non soffro. Godete della di lei bellezza. approfittate delle ammirabili sue virt. Ma quanto pi virtuosa, se non cambiate costume, tanto meno la meritate. Per me vi lascio, vi abbandono per sempre. S, valerommi de' vostri arguti concetti. Fui lungamente inferma nel cuore: sapr reciderne coraggiosa la parte infetta dal vostro amore. e superato il primo dolore, acquister col tempo la pace e la libert. (parte)

MURR. Sian grazie ai numi. Vadasi subito a consolare Lindana con questo novello trionfo dell'amor mio. Ora posso offerirle un cuore libero da ogni catena. O donne amabili! O donne consolatrici! Pera chi vi rimprovera, chi v'insulta. L'una mi consola coll'amor suo. l'altra mi benefica col suo sdegno. (entra da Lindana)


ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Il Conte e Friport.

FRIP. Venite, non c' nessuno.

CON. Se sapeste le mie circostanze, compatireste la mia apprensione.

FRIP. Mi dispiace vedervi afflitto. Non vi dimando il perch, ma se posso aiutarvi, impiegatemi.

CON. Conosco il vostro buon cuore. Permettetemi ch'io ritorni al mio appartamento.

FRIP. Accomodatevi come vi piace.

SCENA SECONDA

Milord e detti.

MURR. Vorrei pur sollevare dal suo deposito il signor Friport. (uscendo dalla camera, ed incamminandosi)

CON. (Vien gente). (a Friport, volendo partire)

FRIP. Non abbiate timore: un galantuomo. (additando Milord)

CON. Lo conoscete?

FRIP. Lo conosco: milord Murrai.

CON. ( mio nemico!) (da s, agitando)

FRIP. Che cosa avete? (al Conte)

CON. (Ah! son fuor di me stesso: non posso pi trattenermi). (mette mano alla spada e s'avventa contro Milord)

FRIP. Guarda. (grida forte verso Milord)

MURR. Chi sei tu, traditore? (mettendosi in difesa)

CON. Son uno che desidera il vostro sangue.

MURR. Qual ira contro di me vi trasporta? (al Conte)

CON. Difendetevi, e lo saprete. (minacciandolo)

SCENA TERZA

Fabrizio e detti.

FABR. Alto, alto, signori miei. portate rispetto all'albergo di un galantuomo. In Londra non si mette mano alla spada.

CON. Non odo che le voci dell'odio e della vendetta.

MURR. Qual vendetta? Qual odio? (al Conte)

CON. Vi risponderanno i miei colpi. (attaccandolo)

MURR. Siate voi testimoni della necessit in cui sono di dovermi difendere. (vuol metter mano)

FABR. Fermatevi.

SCENA ULTIMA

Lindana, Marianna e i suddetti.

MARIAN. Presto, presto, accorrete. (a Lindana)

LIND. Ah! Milord, chi v'insulta, chi vi assalisce? Ah mio padre! (si getta ai piedi del Conte)

CON. Ah mia figlia! (si lascia cader la spada ed abbraccia Lindana)

MURR. Oh stelle! Il padre dell'idol mio il padrone della mia vita. (getta la spada ai piedi del Conte)

FRIP. (Bel bello si accosta al Conte, che sta immobile abbracciando la figlia) Amico, Lindana la pi buona fanciulla di questo mondo. (al Conte)

CON. Alzati, sangue mio. Ah! che il cuore me l'aveva predetto.

LIND. Pietosi numi, se forza mi avete data a resistere a tante e s dolorose afflizioni, deh non mi fate soccombere all'urto di una s violenta consolazione.

FABR. (Che cambiamento di scena! che avvenimento felice!)

MURR. Deh! cessino i vostri sdegni. scordatevi quell'odio antico...

CON. Ah! che la voce del mio nemico mi scuote da quel letargo in cui mi aveva gettato la mia sorpresa. Perfido figlio del mio tiranno persecutore, voi usciste dalla camera di mia figlia. Vi veggio addomesticato con lei: che dunque? Dopo d'avermi fatto proscrivere, dopo di avere sterminata la mia famiglia, osereste di assassinarmi la figlia? E tu, incauta, lo conoscesti l'indegno? Sagrificasti il cuore all'inimico del sangue nostro. o cedesti agl'incanti d'un ingannator sconosciuto? In ogni guisa sei colpevole in faccia mia. e se sospirai di vederti, abborrisco ora il momento che ti ho veduta.

LIND. Difendetemi, amici, giustificatemi. Mi manca lo spirito. mi mancano le parole.

MARIAN. Signore, rispondo io della condotta della padrona. io, che sono stata sempre al suo fianco. (al Conte)

FABR. In tre mesi che ho l'onore d'averla meco, ci ha sorpresi, ci ha incantati colla sua virt, colla sua modestia.

FRIP. Amico, una parola. Io voglio credere poco agli uomini, e meno alle donne. ma per questa? Prometterei...

LIND. No, caro padre, non sono indegna dell'amor vostro. Non ho niente a rimproverarmi nella lunga serie di mie sventure. Lungo sarebbe il dirvi come qua giunsi, perch qui mi trattenni. Tutto ci voi saprete: bastivi sapere per ora che mi sta a cuore l'onor del sangue, il decoro della famiglia, l'onest del mio grado e che tutto saprei soffrire, prima di macchiare il mio cuore, il mio nome, la mia innocenza.

CON. S, figlia, tutto credo e tutto spero dalla vostra bont. La sorte ci fa essere insieme. ma per separarci per sempre. Io sono vittima dell'altrui livore. son proscritto dal Parlamento, son condannato a morire. Sono in Londra, son discoperto. n v' speranza che mi lusinghi di sottrarmi dal mio supplizio. Ecco un nemico del sangue mio. ecco chi solleciter la mia morte. (accennando Milord)

MURR. Conte, trattenete le vostre collere ed ascoltatemi per un momento. Dispensatemi dall'ingiuriar la memoria del mio genitore, n esaminiamo se abbia egli inteso di esercitar sopra di voi la giustizia, o siasi valso del suo potere per isfogare la sua inimicizia. Persuadetevi ch'io non ebbi parte nelle ire sue. e che lungi dal perpetuare lo sdegno, desidero di compensarvi colla pi perfetta amicizia. Mio padre morto. Negli ultimi periodi di vita si ricordato di voi. Mi ha detto cose che lo indicavano intenerito dei vostri disastri, e mi ha lasciato fra le sue carte il modo di liberar voi dal bando, e i beni vostri dal fisco. Ho parlato ai ministri. Prendiamo tempo, e sperate anzi siate certo di ogni vostro risarcimento, e impegno la mia parola d'onore. Ma oh dio! se l'odio vostro non pi costante di quello del mio genitore medesimo, calmate gli sdegni vostri. Amo la virtuosa vostra figliuola. Tollerate ch'io dica ch'ella non mi odia. Aspetta il vostro cenno per consolarmi. e quando la bont vostra l'accordi, eccovi un amico che vi difende. eccovi un figlio che vi ama, e vi rispetta, e vi onora.

FRIP. (Questa la prima volta che mi pare di essere intenerito).

LIND. Caro padre, l'ho amato non conoscendolo: l'odier se mel comandate.

CON. No, figlia, non sono s barbaro, s inumano. Se il cielo ha toccato il cuore a Milord negli ultimi suoi respiri di vita, non vo' aspettare ad arrendermi ad un tal punto. Perdono alla memoria del padre, e mi abbandono all'onoratezza del figlio. Morr tranquillo se vedr almeno assicurata la vostra sorte. e poich v'offre il giovane Murrai la sua mano, mi scordo gli odi, mi dimentico degl'insulti, e vi concedo la libert di sposarlo.

LIND. Oh adorato mio genitore!

MURR. Oh cieli! avr finito anch'io di penare.

FABR. Il cuore mi si spezza dall'allegrezza.

FRIP. Buon galantuomo: buona giovane: buon amico.

CON. Ma come sperate voi di sottrarmi dalle perquisizioni della Giustizia? (a Milord)

MURR. Pochi giorni mi bastano. Ho prevenuto il real ministro: egli ben persuaso della vostra innocenza. Solo che il Re s'informi, assicuratevi della grazia. ma vuole il rispetto che vi celiate per ora.

FRIP. Amico, io parto per Cadice: la notte vicina. l'imbarco pronto. venite con me, e non temete. (al Conte)

CON. Il consiglio opportuno. Vi star finch sia la grazia ottenuta. Figlia, mi stacco da voi con pena. ma sono avvezzo a penare, ed il presente mio duolo compensato dal giubbilo, dalla contentezza.

LIND. Ah! non ho cuor di lasciarvi, or che la sorte mi ha conceduto di rinvenirvi.

FRIP. Il vascello comodo. vi potete stare anche voi. (a Lindana)

LIND. S, caro sposo, permettetemi ch'io renda questa testimonianza d'affetto a chi mi diede la vita. Soffrite che da voi mi allontani. (a Milord)

MURR. E non vi rincresce in questi primi momenti allontanarvi da chi vi adora?

LIND. Doloroso un tal passo. ma il cielo non ancor sazio di tormentarmi.

CON. No, figlia, non permetter mai che tronchiate il corso alle vostre consolazioni, n che vi esponiate ai disagi del mare. Restate in Londra col vostro sposo. soffrite per qualche giorno la mia lontananza. La soffrir ancor io di buon animo. Se non basta il consiglio vagliavi a persuadervi il comando. Restate in Londra. e se Milord l'aggradisce, porgetegli in questo punto la mano.

LIND. Oh vero affetto! Oh adorabile genitore!

MURR. Ah! Conte, ah! mio adorato suocero e padre. Voi non mi potete colmare di consolazione maggiore. Cara sposa, porgetemi la mano: voi siete la mia adorata consorte. (si porgono la mano)

MURR. Signor Friport, lasciate a me il carico di ricuperare le cinquecento ghinee.

FRIP. S, fatelo a comodo vostro. Me le farete avere al mio ritorno di Cadice: era sicuro di non le perdere. era certo dell'onest di questa buona ragazza.

LIND. Ah! signor Friport, quanto mai avete fatto per me.

FRIP. Non parliamo altro. Ho fatto quello che ogni uomo onesto, quando pu, obbligato di fare. Amico, il vento buono, l'ora avanzata. Se volete venire, venite. se non volete venire, io parto. (al Conte)

MURR. Conte, partite di buon animo. Fra pochi giorni avrete a Cadice il favorevol rescritto.

CON. S, Milord, in voi pienamente confido. Il poter vostro e la mia innocenza mi assicurano della grazia. Figlia, ci rivedremo fra poco.

LIND. S, caro padre. La ilarit del ciglio con cui partite, e le belle speranze di rivedervi, mi fanno rimanere contenta al fianco del mio diletto consorte. Dopo s lunghe pene gioisco per cotal modo, che l'allegrezza mi riempie il cuore e mi trabocca dagli occhi.

Fine della Commedia.

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