LO STILITA
Commedia in un atto
Di TULLIO PINELLI
Rappresentata dalla compagnia
Tofano - Maltagliati
Interlocutori:
LATTANZIO
IRENEO
(Una landa deserta, invasa dal sole, che cade con violenza sulle rocce bianche, fantasticamente sagomate e sugli arbusti selvaggi di cui Ut landa cosparsa. Un po' a destra, in primo piano, una colonna. Entra da sinistra Lattanzio, seguito da Ireneo. Lattanzio incede con passo pesante e prepotente; grasso, pallido, calvo; una corona di barbetta ricciuta gli incornicia il volto, passando sotto il mento. E' vestito a colori sgargianti; le sue dita tozze sono cariche di anelli. Ireneo un omino magro e secco, dagli abiti decenti ma dimessi; un gran naso rubizzo spicca nel volto incartapecorito, attonito, in cui s'aprono gli occhi chiari, un po' fissi. Il grosso cranio coronato da una zazzera foltissima corta e grigiastra. Porta sulla spalla sinistra una scala; e le ossute dita della mano destra reggono un pantere).
Lattanzio - Cessa dal dissuadermi, Ireneo. La mia decisione definitiva, irrevocabile, e la manterr, dovessero mozzarmi il capo.
Ireneo - Io non ti dissuado, amico Lattanzio. Considero le cose, ed obbietto. D'altronde, ecco, se non erro, la tua colonna.
Lattanzio - (arrestandosi di botto) Per Giove! (Breve silenzio). Sei tu certo che codesta colonna sia quella che mi appartiene?
Ireneo - Poich la prima che vediamo col capitello libero, mentre per il deserto che abbiamo attraversato stanno disseminate colonne adorne di eremiti, opino che si tratti proprio della tua.
Lattanzio - Per Giove! Per Giove! E' infatti la mia. Ma come vi siamo giunti rapidamente!
Ireneo - (deponendo la scala ed il paniere) Cos non pare a me, che da due ore porto questa scala e questo paniere.
Lattanzio - E che? Non li ho portati io pure? Non s'era pattuito che ci saremmo dati il cambio?
Ireneo - Questo m'era parso tu dicessi, infatti, quando mi hai affidato il paniere e la scala; ma poich durante il cammino non mi hai chiesto nulla, ho pensato d'avere male inteso.
Lattanzio - Il fatto che siamo giunti a destino prima ch'io non credessi; ed ora puoi riposare quanto vuoi.
Ireneo - Non mi lamento, non mi lamento, amico Lattanzio. E' cos buona l'aria dell'aperta campagna! E qai siamo proprio in aperta campagna.
Lattanzio - Credevi che mi sarei isolato nella piazza d'Atene?
Ireneo - Oh, no, certo. Dico he tutto questo quasi nuovo per me, che da anni non esco dalle mura della citt. Grazie, Lattanzio, di avermi scelto per accompagnatore, e di avere indotto lo Scriba maggiore a lasciarmi un giorno di libert. E' vero che alla fine dei mese sentir assai la mancanza di un giorno di paga: perch certamente lo Scriba maggiore non me ne far dono.
Lattanzio - In questo, non so dargli torto. Il denaro vuole fatica; e tu, oggi, non hai faticato, per lui.
Ireneo - N io oserei chiedergli denaro, oltre il piacere di questa giornata. (Si asciuga il sudore, cantando con una vocino stonata) Giacinto andato sulla montagna, oh ili. ohil...
Lattanzio - (con ira) Ireneo! Che cosa significa questo canto? Con tale animo accompagni nella desolata Te-baide il tuo amico d'infanzia? Vergogna, vergogna, Ireneo! Presto ti sarai liberato di me, e potrai dar sfogo alla tua gioia insana; ma fino a che resterai con me, voglio che tu sia mesto, come si conviene. Ah, razza umana, sei pure infida; e tre volte ti benedico, Callimaco, per avermi instillato la felice idea del deserto.
Ireneo - (ha chinato il capo in silenzio, sotto il rabbuffo, ed ha preso a togliere dal paniere le provviste).
Lattanzio - (sedendo) Dammi quel pane. Il mondo? Peuh, il mondo! Una gabbia di imbroglioni, di femmine, e di becchi. Fuggi il mondo, Ireneo. E intanto siedi, perch mi infastidisce veder gente ritta quando io mangio.
Ireneo - (in silenzio siede e mangia rapidamente).
Lattanzio - Fuggi il mondo; non comperarlo ad occhi chiusi. Non bisogna comperar mai nulla, ad occhi chiusi; e tanto meno il mondo ed una moglie, perch poi, quando li riapri, ti ritrovi becco e derubato. Come? Perch? Mondo, mondo ladro! N come, n perch: sei becco, e derubato; e basta.
Ireneo - (filosoficamente) Debolezze umane.
Lattanzio - Dammi il vitello arrosto. E tua moglie ti fugge con il pi caro, il pi fido degli amici - non tu, Ireneo - dopo averti svaligiato la bottega. Peuh! Mercanzia guasta, gli uomini. E le donne. Dammi il vino. Ed hai un bel dirti, prima: a me non la fa neanche il demonio, neanche Giuda Iscariota: quel tale, e quell'altro, e quell'altro li ho raggirati tutti. Non c' rimedio; cento ne hai raggirati, e un giorno resti preso. Becco e derubato. Peuh!
Ireneo - (s' alzato, e cammina avanti e indietro, tenendo sotto il braccio Vorcwlo del vino, al quale a tratti beve) Lattanzio, mi duole udirti giudicare tanto amaramente i tuoi simili. Ad ognuno il proprio dolore sembra senza eguali; ma ci che a te successo, si visto altre volte.
Lattanzio - E' impossibile. Perch non mangi?
Ireneo - (timido) Ho mangiato, Lattanzio. Ma se vuoi manger ancora.
Lattanzio - Il vitello arrosto?
Ireneo - L'ho mangiato.
Lattanzio - Il cacio? Il pesce?
Ireneo - Ho mangiato tutto. Tu sai cbe mangio in un attimo. (Accarezzando amorevolmente Vorcwlo) Ed ora bevo.
Lattanzio - (grave). - Tu morrai ubriaco.
Ireneo - Il cielo lo volesse. Mi duole soltanto il pensare che, se ci capiter, morr sotto il tavolo di una lurida taverna ; mentre sarebbe tanto pi dolce morire pieno di vino greco in campagna, in una bella giornata come questa... (s'arresta, guardando timorosamente Lattanzio). Che vuoi, Lattanzio? Il vino scaccia dalle nari l'odore dei vecchi papiri e dell'inchiostro; i soli odori di tutta la mia vita. D'altronde, tu bevi non meno di me.
Lattanzio - E pi ancora. Ma io bevo mangiando; e mangio adagio quanto bevo.
Ireneo - Per questo ancora ti domando: come farai a vivere su questa colonna? Gli eremiti che vi si appartano, son tutti, per ci che mi sembra, assai magri,
Lattanzio - (confidenziale) Ci dipende dal fatto ch'essi vivono di carit. Qualcuno dice d'esser servito dagli Angeli del Signore; tuttavia, io ho pagato l'oste Ippocrate perch ogni giorno mi faccia avere il necessario.
Ireneo - Andiamo, Lattanzio: la colonna non fatta per te. E il freddo delle notti?
Lattanzio - A tutto c' risposta.
Ireneo - E la solitudine?
Lattanzio - A tutto c' risposta.
Ireneo - E il desiderio di camminare, e la noia? E le intemperie?
Lattanzio - A tutto c' risposta.
Ireneo - Quale, amico Lattanzio, in nome di Dio? Io temo che tu, per disperazione, ti sia messo allo sbaraglio, e su quella maledetta colonna tu non abbia a subire le conseguenze di una decisione non riflessa ed inconsulta.
Lattanzio - (con sdegno) A tutto c' risposta, ti dico, E che mi credi uomo senza cervello? Le stesse tue obiezioni io le mossi al santo vegliardo Callimaco, che per primo mi parl, consolandomi, di questa eccelsa forma di eremitaggio. E le intemperie? , gli chiedevo. Al che rispondeva: Eh... uh... . Ora non mi sovviene che rispondesse, ma rispondeva; e come, e come bene. Non v'era obiezione che reggesse. E la noia? E la solitudine? . Figliolo - diceva - rifletti che... eh... uh... . Cose meravigliose, ti dico. E le delizie dello stilita? Un paradiso - a sentire il vegliardo Callimaco - un paradiso in terra; che egli dipingeva a colori bellissimi dicendo:... Eh... uh... . Cose che non ricordo, ma tutte sacrosante; e non importa, sai, che io non le rammenti; io volevo ch'egli le scrivesse per mia memoria; al che egli ha risposto, e questo lo ricordo : Figliolo, allorch sarai lass, tutto ci che io ti ho detto lo ritroverai da solo; e lo ritroveresti anche se io non ti avessi detto nulla . Non vedi tu, d'altronde, altri uomini seguire la stessa strada ch'io ho scelta?
Ireneo - Ma perch, chiedo, proprio questa hai scelto; e non un'altra forma, mene terribile, di eremitaggio?
Lattanzio - Ireneo, ti stimavo di pi. Tutti sono capaci a ritirarsi in una grotta; ma quanti si ritirano su di una colonna? E sono io forse uomo del volgo, per abbracciare un eremitaggio volgare? (Avvicinandosi adagio alla cotenna) Una colonna, invece! Guardala. Quanto bella! E' la pi bella, nota, che si rizzi in tutta la Tebaide; e come tale l'ho pagata. (La accarezza, la esamina) Se pure l'hanno fatta in marmo italico, quale l'ho pagata. Uhm. Ireneo, che ne dici?
Ireneo - Che marmo, lo vedo; che sia italico non so.
Lattanzio - Non marmo italico. Per Giove! Non marmo italico! Ah, ladro, ladro, tu hai giocato sulla mia sventura. E come hai cuore, Ireneo, di sconsigliarmi ancora il pi isolato degli eremitaggi? Lontano, lontano da questa gente infame; bench, se un giorno ritorner in citt, colui avr a che fare con me. Ma ora, lontano; il mio cuore nuota nell'amarezza. Addio, Ireneo.
Ireneo - Gi sali? Non mi par possibile.
Lattanzio - Porgi le mani. Uniscile. Voglio salire, spoglio di fasto mondano, come si addice all'eremita. (Sfila i numerosi e ricchi anelli nelle mani protese di Ireneo). Conservali; e quando sar morto...
Ireneo - Lattanzio!
Lattanzio - Attendi. Questo un ricordo di mia ma dre: s'attiene al cuore, e non al fasto. Lo riprendo. Tutti gli altri... Aspetta. Codesto non lascia la mia famiglia da oltre cent'anni, e non debbo disfarmene. Ma il resto? Pompa, vana pompa umana, che disprezzo. All'infuori di codesto, che un ricordo di giovent: e come tale posso tenerlo in dito. Va, ora, Ireneo; prendi la scala... Attendi: quanti te ne restano? ,
Ireneo - Due.
Lattanzio - Dammeli. Li ho pagati assai cari.
Ireneo - Signore, ti ringrazio di avermi tolto tanto peso dal cuore perch certo li avrei smarriti.
(Lattanzio - Smarriti? Disgraziato! Va, prendi la scala, e reggila, mentre io salgo. Ireneo - Poich lo vuoi, ubbidisco.
Lattanzio - (mettendo il piede sul primo piolo) Cos lascio il mondo.
Ireneo - Rifletti, Lattanzio.
Lattanzio - (sul secondo piolo) Questo mndo ladro.
Ireneo - Lattanzio, esageri.
Lattanzio - (sul terzo piolo) E quel ladro...
Ireneo - Lattanzio!
Lattanzio - (sul quarto) ... quell'infame... (sul quinto) ... assassino...
Ireneo - Bada di non cadere.
Lattanzio - ... che mi ha frodato il marmo italico. (Sedendo a fatica, le gambe incrociate, sil capitello) Son giunto.
(Pausa).
Lattanzio - (non osa muoversi, e si guarda attorno sospettosamente).
Ireneo - Povero Lattanzio, povero amico mio, come ti vedo in disagio!
Lattanzio - Io? Affatto. (Afferrando Ut scala) Che fai?
Ireneo - (candido) Tolgo a scala.
Lattanzio - Te Tho forse ordinato? Attendi.
Ireneo - Son lieto che tu scenda.
Lattanzio - (con ira) Chi t'ha detto che scendo? Non scendo, non scendo. E' una posizione, la mia, i cui vantaggi non possono essere senz'altro valutati; ma non scendo.
Ireneo - (sedendo, remissivo, sid paniere) Va bene, Lattanzio.
(Pausa).
Lattanzio - Pure, coi nostri stessi occhi abbiamo visto gli altri stiliti seduti sulle colonne.
Ireneo - Li abbiamo visti.
Lattanzio - Ed a questa mia colonna stato fatto, per ordine mio, un larghissimo capitello.
Ireneo - Lo vedo.
Lattanzio - Occorreva forse farlo pi largo ancora; un capitello molto ampio, circondato da una bassa cornice, a parapetto. Pure, gli altri stiliti reggono sulle loro colonne. Chiss per quale ragione ciascuno di essi vi si ritirato? Certo, in odio al mondo; e non dunque degno del pi profondo disprezzo il mondo in cui, tu, Ireneo, sei rimasto, se con le sue nefandezze costringe tanti onesti uomini a ritirarsi quass?
Ireneo - Non sempre facile giudicare il prossimo.
Lattanzio - Che cosa chiedevamo, al mondo, noi stiliti? La pace della nostra comoda casa; le merci delle nostre botteghe. E invece, nulla. Via, cacciati sullo stretto capitello di una colonna - e nota - che il capitello mio assai pi largo dell'usato.
Ireneo - Bene, Lattanzio. Vedo che ti muovi ormai a tuo agio, costass.
Lattanzio - (che aveva preso a gesticolare si immobilizza di botto) Io? Infatti. (Distende il braccio con prudenza) In quanto a questo, non mi lamento, e col tempo... Perch il mondo mi costringer a star quass molto, molto tempo. Togli la scala,
Ireneo - Con piacere, Lattanzio. E, a proposito, quanto resterai costass?
Lattanzio - Ah? Che te ne pare?
Ireneo - Io ti ho dissuaso in quanto ho potuto da codesto malo passo; ma poich tale era la tua vocazione, e poich, per seguirla, hai lasciato la citt, la casa, gli amici, io penso che a fil di logica, dovresti consumare nell'eremitaggio il resto dei tuoi giorni.
Lattanzio - Fino alla morte? Dovr morire quass?
Ireneo - La vocazione, Lattanzio, una cosa che non muta con gli anni; io da quando ho l'uso della ragione amo il vino; onde, argomento: o tu non avevi la vocazione dello stilita. e allora male hai fatto ad issarti su codesta colonna; o tale era la tua vocazione, e allora, come tu sei calvo e resterai calvo fino alla morte, cosi, fino alla morte, resterai stilila.
Lattanzio - Io non m'intendo di filosofia; e ciche hai detto, non lo comprendo.
Ireneo - Pure, mi sembra che questo, e non altro, volesse dire il saggio Callimaco, predicendoti che tu stesso, salito sulla colonna, avresti trovato le gioie dello stilita.
Lattanzio - A proposito, Ireneo, pi volte, da quando sto quass, ho provato a rintracciare, sia guardandomi attorno, sia palpando il capitello, le gioie di cui quel tal Callimaco mi ha parlato; ed incomincio a pensare che Callimaco... Egli certamente nn santo vegliardo; e tutti dicono che in sua giovent abbia trascorso diversi anni su di una colonna, onde non voglio dubitare di lui. Ma del pari certo ohe, fino ad ora, quelle dipinte gioie non mi vogliono, a nessun patto, ritornare a mente.
Ireneo - Questo pu darsi. Con il passar dei giorni...
Lattanzio - Ahi, ahi.
Ireneo - Che succede?
Lattanzio - Questa gamba mi si informicolita!.
Ireneo - E tu stendila.
Lattanzio - (protendendola adagio nel vuoto) E' ci che faccio.
Ireneo - Anche a queste cose ti abituerai.
Lattanzio - (stando con la gamba distesa) - Ireneo!
Ireneo - In che ti posso servire?
Lattanzio - Ireneo! Questa gamba distesa nel vuoto mi d le vertigini.
Ireneo - E tu ritirala.
Lattanzio - Non vi riesco. Il vuoto mi stringe lo stomaco e mi affascina.
Ireneo - (tranquillo) Ahi, ahi. Questo grave. Non v' nulla di peggio dell'idea della vertigine. Puoi trovarti a pochi piedi da terra, cos come tu ti trovi; ma se l'idea della vertigine ti afferra, non v' rimedio: precipiti infallantemente.
Lattanzio - (livido) Taci!
Ireneo - Ti assicuro che dico il vero. Un amico mio si sfracellato...
Lattanzio - (barcollando) Aiuto!
Ireneo - (correndo a prender la scala) Chiudi gli occhi!
Lattanzio - Li chiudo; ma mi si riaprono.
Ireneo - (appoggiando la scala alla colonna) Coprili con la mano. Cos. Segui la scala adagio. Non toglier la mano dagli occhi. Ora ti reggo. Cos. Eccoti a terra.
(Lattanzio - (cadendo a sedere sul paniere) Lode a Dio!
Ireneo - Animo, povero amico. Bevi un sorso.
Lattanzio - (bevendo) Ho creduto di morire.
Ireneo - Ma che ti ha preso? Non mi capacito che codesti pochi piedi di colonna possano dare la vertigine.
Lattanzio - Perch tu la vedi dal basso. Di lass, ti par d'essere in cima ad una montagna.
Ireneo - Ch'io provi?
Lattanzio - O che, con le tue membra risecchite! Vuoi romperti il collo?
Ireneo - E io provo. (Salendo la scala) Questa bella giornata mi ha fatto meglio del vino.
Lattanzio - Ireneo, bada a ci che fai!
Ireneo - (sedendo sul capitello) E tutto qui? Non mi par di soffrire.
Lattanzio - Provali a distender la gamba.
Ireneo - Ecco fatto. Vuoi vedere che mi metto dir ritto?
Lattanzio - Ireneo, precipiti.
Ireneo - Eccomi ritto.
Lattanzio - Siedi!
Ireneo - E con le braccia aperte e distese.
Lattanzio - Basta, Ireneo! Mi riprende il vuoto allo stomaco.
Ireneo - E ritto su d un piede solo.
Lattanzio - (coprendosi gli occhi e serrandosi il ventre) Ah!
Ireneo - (mettendosi a sedere, le gambe incrociate, sul capitello) Non mi sembra affatto che questa altezza possa dare le vertigini. (Socchiude gli occhi) Vale a dire, le vertigini di cui tu hai sofferto; ma piuttosto un vago senso... Di che? Chi avrebbe mai pensato che il cielo fosse tanto grande e concavo! I miei vecchi occhi, abituati ai papiri, si chiudono guardandolo.
Lattanzio - (ridendo) Ora sembri un vecchio gufo polveroso, appollaiato sul trespolo.
Ireneo - Cos sembra a me pure. Mi sento quasi in soggezione, trovandomi sospeso in mezzo a tanta luce, e tarat'aria. Ma se togli questo disagio - che, poi, non un vero disagio - credo che qui tu starai assai comodo.
Lattanzio - Ah, no! Codesto un eccelso luogo di penitenza; ma di penitenza soltanto.
Ireneo - L,o scranno ove lo Scriba maggiore mi colloca ogni giorno non pi soffice di questo capitello. E l, poi, la gente ti si affolla attorno, ti preme..., invecchio, invecchio, Lattanzio, e questi uomini - buoni, d'altronde, poveretti - non li odio come te, ma mi danno fastidio. Che vuoi? Passano velocemente ai tuoi fianchi, e ti spingono contro il muro, o ti calpestano il peplo. Io al mio peplo ci tengo, e non oso protestare.
Lattanzio - Male: rispondi con l'insulto all'insulto.
Ireneo - Cos ne fossi capace! Ma poi, son fastidiosi, illogici, prepotenti; fanno ci che possono, poveretti, e non li odio, ne avrei quindi ragione, come te, di isolarmi su di una colonna; ma sono fastidiosi assai. Vuoi togliere la scala?
Lattanzio - E che? Non scendi?
Ireneo - Scender, sicuro. Perch dovrei restare quass? Mi incuriosisce la novit. Toh, dico, non si sta affatto male, quass. E' curioso questo sentirsi sospesi tra cielo e terra, senza sapere come. Te fortunato, Lattanzio, che hai avuto in sorte l'anima delle' stilila.
Lattanzio - (senza entusiasmo) Peuh...
Ireneo - Tu fuggi le cure, gli affanni, la gente. E credo che sia bello veder nascere e tramontare il sole; la notte, vedere il giro delle stelle. Quante volte abbiamo visto le stelle, tu ed io?
Lattanzio - E che ne so? Le stelle!
Ireneo - Infatti, le stelle, in quanto stelle, importano poco anche a me, e preferisco ancora il (mio vino greco. E' tutto l'assieme - se mi capisci - la solitudine, poniamo; la libert... Non hai detto che gli stiliti vivono di elemosina?
Lattanzio - Basta considerare quanto sono magri.
Ireneo - Son forse grasso, io, che mi tolgo gli occhi sui papiri? Pure, vista da questa colonna, preferibile l'elemosina - prendi ci che ti danno, ti accontenti, non ti affanni, preferibile l'elemosina ai denari della paga distribuiti con parsimonia giorno per giorno. E incredibile come divergo si vede il mondo di quass. La noia? Che significa? La solitudine? Da cinquanta anni vedo i volti dei miei simili, e che volti!
Lattanzio - Ohe, dico, Ireneo. Hai forse parlato tu pure con il vecchio Callimaco?
Ireneo - Giammai.
Lattanzio - E come avviene che ti odo ripetere le sue stesse parole?
Ireneo - 'JLa cosa non mi sorprende. Infatti, non possono essere altre. Che vuoi, Lattanzio? Mi si affollano nel capo tante cose, cui non ho mai pensato; e cos, all'ingrosso, mi sembrano tutte assai importanti. Cos,
Lattanzio - non ridere, vero?, hai mai pensato tu, a Dio?
Lattanzio - Ireneo, sono stanco di sentirti ragionare in s fatto modo. Sono forse un astrologo, o un sacerdote? (Prende la scala) Andiamo, scendi.
Ireneo - Bene, Lattanzio, incomincio a pensarvi ora.
Lattanzio - A che cosa?
Ireneo - A Dio. Ed ho quasi vergogna di restare a solo a solo con lui, cos in vista quass, con questo mio naso, queste vesti polverose, queste dita di scriba sporche di inchiostro...
Lattanzio - Restare... Dove? Sulla colonna?
Ireneo - Ma vi resto, sicuro.
Lattanzio - Sulla mia colonna? Ireneo, tu scherzi.
Ireneo - Vi saresti risalito?
Lattanzio - Non dico questo; questo non c'entra. Scendi, subito.
Ireneo - Prendi ci che possiedo, e pagati. Io resto.
Lattanzio - Ireneo!
Ireneo - (curvo sulla colonna a Lattanzio die gli sta sotto con il volto riverso) Apprendi, Lattanzio, che la vocazione ci cui non si pu comandare, siccome al vento. C' chi nasce mercante, e chi stilita. Tu sei nato mercante, e, non c' modo, resterai mercante; becco, ma mercante. Io, non lo sapevo, ma ero nato stilita. Non curioso che io sia giunto all'et dei capelli grigi, senza sapere per che cosa ero nato? Ed ora che lo so, che mi resta a fare, se non lo stilita?
Lattanzio - (caricandosi la scafa sulle spalle) Bada, Ireneo, che ine ne vado.
Ireneo - E' ci che desidero. Lo stilita deve vivere in solitudine.
Lattanzio - Bada, Ireneo, che mi reco dall'oste Ippocrate, e disdico l'ordine dei cibi quotidiani.
Ireneo - E ci che voglio. Lo stilita vive di carit.
Lattanzio - (avviandosi, congestionato, con la scala sulle spalle) Questo troppo. (S'arresta, si volta a mezzo) E fino a quando resterai costasse?
Ireneo - Chi nasce stilita, muore stilita.
Lattanzio - Vuoi morire cost?
Ireneo - A te manca la logica, amico Lattanzio.
Lattanzio - (andandosene con la scala sulle spalle, e crollando il capo) Ho sempre pensato che eri matto. Addio.
Ireneo - (incrociando le mani al petto in attitudine con* templativa) Addio, Lattanzio.
FINE DELLA COMMEDIA
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