Lo zio prete

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LO ZIO PRETE

Commedia in un atto

di GIOVANNI TONELLI

PERSONAGGI

DON GIUSEPPE

GIGINA

TERESA

RICO

FABBRI

GAMBI

RONDINI

AQUILINA

Commedia formattata da

La grande cucina a pianterreno di una casa di campagna romagnola; nella parete di fondo si aprono una porta e j una finestra che danno sull'aja; nella parete di destri due porte e, in quella di sinistra, vicino alla ribalta, c’è il camino con l'arola bassa e la cappa larga. All'alzarsi della tela, Don Giuseppe, Fabbri, Gambi, Rondini sono seduti alla tavola e giocano a scopa. Don Giuseppe è i compagno di gioco di Rondini. Teresa, che ha sparecchiato da poco, piega la tovaglia, i tovaglioli, e poi metti in ordine la cucina. E' una tiepida sera di settembre, Poiché questa casa è quasi sulla strada provinciale, si udranno di tanto in tanto dei rumori come il passaggio di carrozzini, automobili, contadini che cantano, ecc.

Don Giuseppe               - (con comico timore) Un asso!

Gambi                           - (rumoroso) C'è la scopa in aria!

Fabbri                           - (che è balbuziente) U-u-u-un tire... Mi-imi-mi pare che i qua-qua-quattro si-si-siano fi-fi-finiti.

Rondini                         - (che si dà delle arie) Voglio dire... e se son finiti stia zitto, dottore.

Gambi                           - Al giuoco bisogna star zitti.

Don Giuseppe               - Giusto.

Rondini                         - Io non ce l'ho un quattro, ma ci ho un sette: e cosi ho scongiurato la scopa.

Gambi                           - Ce l'avevi un sei?

Tutti                              - E giuoca!

Fabbri                           - E se-se anche ce-ce-ce l'ha lo-lo-lo dice a lei!

Gambi                           - (inquieto) No, ce l'ha! Ma siccome io ci ho tre re...

Don Giuseppe               - Andiamo, ragazzi...

Fabbri                           - Non di-di-dite le ca-carte.

Rondini                         - Voglio dire, non far vedere le carte!

Gambi                           - Dico che se il nostro sarto buttava un sei, io dicevo: sei e tre nove e uno dieci: scopa!  

Teresa                           - Fino, lui! (Tutti ridono).

Gambi                           - Voi, la mia perpetua, badate ai fatti vostri perché...

Tutti                              - Ma tu bada qui.

Teresa                           - (risentita) Perpetua, sarete voi!

Don Giuseppe               - (a Teresa) Non date retta.

Gambi                           - Io non sono un baciapile ma un vecchio ire-pubblicano gagliardo e fiero. (A Don Giuseppe) ... Con tutte il rispetto per lei, s'intende!

Don Giuseppe               - Tirate via, mastro lesina.

Fabbri                           - E-e-e zi-zi-zitto!

Gambi                           - Ma stia zitto lei!

Tutti                              - Tira via, butta giù quel re.

Teresa                           - (brontola fra se) Mi fa ridere. Perpetua a me! Quel ciabattino!

Gambi                           - A proposito del re, dicevo, appunto, che se un altro si trovava, come io mi trovo, con tre re in mano...

Fabbri                           - E da-da-dagli! A-a-allora gi-gitt-ikiochiaiiio a ca-ca-carte scoperte e bu-buo-buo-na notte.

Gambi                           - E' inutile: mi voglio sfogare, voglio dire il mio pensiero in nome della libertà!

Don Giuseppe               - E via!

Rondini                         - E dillo!

Gambi                           - (a Fabbri) Se perdiamo pago anche li sua parte!

Fabbri                           - Ma  se-senti che di-di-discorsi,.

Don'Giuseppe               - Qui non si paga niente: ospi­ti miei, siete. Teresa, un altro boccale.

Gambi                           - (alzandosi) Propongo un evviva .a don Giuseppe e invito a bere alla prosperità della sua parrocchia!

Fabbri                           - Be-be-bene!

Rondini                         - Bravo!

Teresa                           - (fra se) Per sbafare han sempre gli evviva pronti. (Esce a destra).

Don Giuseppe               - Andiamo avanti, ragazzi.

Gambi                           - Sissignore. Però, stavo dicendo, se un altro si trovava con tre re in mano, invece di un sette ti cascava giù un sei...

Rondini                         - Voglio dire, ma io ho fatto il mio giuoco.

Gambi                           - Non mi oppongo. Osservo che...

Rondini                         - Vuoi che con quattro in tavola ti butti un sei, voglio dine, per farti la scopa? Già il sci non ce l'ho.

Don Giuseppe               - Allora ha ragione il dottore: qui si giuoca a carte scoperte.

Fabbri                           - Ma-ma-ma dica lei se è po-po-possi-bile andare a-a-avauti co-co-così.

Gambi                           - Un momento. Mica dico che tu il sette l'hai buttato giù a posta. No. Ma se al mio posto c'era un altro con i tre re in mano, così come li ho io, tu per fatalità, avresti avuto in mano un sei e l'avresti buttato giù, e quello al mio posto avrebbe potuto far scopa. E' fatalità.

Tutti                              - Ma che fatalità.

Gambi                           - Sì, sì: e perché i re a me non mi portano fortuna.

                                      - (Tutti ridono).

Gambi                           - (inquietandosi) Ma verrà la repub­blica!

TERESA                      - (mentre i giuocatori ridono e dannola baia a Gambi, porta il vino in tavola e dice come se parlasse fra se) Io conosco della gente che parla molto per farsi venir sete e scolar giù boccali su boccali...

Gambi                           - (scattando) Qui il bersaglio sono io!

Teresa                           - Io  parlo in generale. Voi avete la coda di paglia?

Gambi                           - Ce l'ho di...

Tutti                              - (tossiscono rumorosamente).

Don Giuseppe               -  Beviamo. E viva l'allegria! (Versa il vino).

Fabbri                           - A-a-alla salute di-di don Giuseppe.

Gambi                           - E alla prosperità della parrocchia.

Don Giuseppe               - E alla fortuna della mia cara Gigina!

Tutti                              - Evviva!

Don Giuseppe               - Eh, Teresa? alla fortuna della mia cara e... (si commuove).

Teresa                           - Sicuro!

Fabbri                           - Be-be-bevete, Te-te-teresa!

Teresa                           - Ah, no, grazie!

Don Giuseppe               - Quando lo vuole, lei è pa­drona... Non è ancora rientrata Gigina?

Teresa                           - Nossignore!

Don Giuseppe               - Vedete se fosse passata dalla porta di strada.

Teresa                           - Ho guardato prima quando sono andata a prendere il vino.

Don Giuseppe               - Come mai ?!  Le ho dette' di non tardar molto, tanto più che doveva venire quel caro Rico (si pente) Cioè... Beh... Eh, sarà qui fra poco, no? Teresa?

Teresa                           - Speriamo.

Fabbri                           - Si si-sisteimia, la gio-gio-giovinetta?!

Gambi                           - E' un bel pezzo di ragazza, gagliar­da e fiera!

Rondini                         - Voglio dire, ma è vero che il si­gnor Rico la vorrebbe e lei, voglio dire, la ra­gazza invece...

Don Giuseppe               - Tutto in aria... sono dei « si dice » eh, Teresa?... E' una piccola, la mia Gigina... Beh, tiriamo avanti, sarà quel che Dio vorrà.

Gambi                           - (gettando finalmente le carte) Ecco il vostro ire!

Fabbri                           - E ve-ve-varrà qui sta-sta-stasera, lui, Ri-ri-rico?

Teresa                           - (che sta ad ascoltare ansiosa) E' un ragazzo di fondamento, veh!

Don Giuseppe               - Sì, è un bravo giovane. Ora mi ha detto che vuol parlare nuovamente con me! Be' tiriamo avanti. Dunque il re è in tavola.

Tutti                              - Avanti, a chi tocca?

Aquilina                        - (mentre i giuocatori continuano lascopa a voce alta, dall'aja si ferma alla finestra e chiama) Non c'è Teresa?

Teresa                           - (accorrendo) Son qua, son qua...

Aquilina                        - Buona notte.

Teresa -                         - Buona notte. Avete portato i formaggetti:  Buona notte!

Aquilina                        - (ai giuocaton)

Tutti                              - Buona notte.

Aquilina                        - (a Teresa) Macché!

Teresa                           - (irruente) Come, no?! Ma se io do­mattina debbo mandarli già a Bellaria da quella brava gente, che ha tenuto a pensione quest'esta­te la nostra Gigina!... Ma che roba, ma che roba! (A don Giuseppe) Ha sentite, reverendo?

Aquilina                        - Ma lasciatemi finire, Teresa.

Don Giuseppe               - (a Teresa) Che cosa?

Teresa                           - (c, s.) Aquilina non ha portato i formaggetti. Ma se ti dico, io! E dire che For­tunato domattina attacca apposta la cavalla per andare a Bellaria! Ma se ti dico, io!

Aquilina                        - (gridando) Ma lasciatemi finire! E' andato a prenderli mio marito da Mazzasette.

Teresa                           - Ah, allora va bene!

Don Giuseppe               - Si rimedia a tutto. Teresa, date da bere ad Aquilina.

Aquilina                        - Grazie tante.

Gambi                           - (a Teresa) E a nei portate il lume, che non ci si vede.

Teresa                           - (a Gambi, ironica) Sì, signor pa­drone!

Gambi                           - Ho detto « per piacere ».

Teresa                           - Non avete detto proprio niente.

Gambi                           - Oh, ma c'è l'ha con me!

Don Giuseppe               - Ma no!

Fabbri                           - Ba-ba-badate qui: c'è un ca-ca-ca-vallo!

Teresa                           - (porta da bere ad Aquilina e bron­tola contro Gambi) Lui scola i boccali e or­dina! (Prepara il lume).

Aquilina                        - (beve, poi a Teresa) Allora vado a casa a vedere se il mio uomo è tornato; e son qui in due salti.

Teresa                           - Ma senza salti... Alla vostra età!...

Aquilina                        - E' come la vostra.

Teresa                           - Vi sbagliate un po'... Andate, an­date.

Aquilina                        - Non tarderò più di dieci minuti. Lascio il bicchiere qui?

Teresa                           - (che è intenta ad accendere il lume) Sì, sulla finestra.

Aquilina                        - Buona notte a tutti. (Via).

Tutti                              -   Buona notte.

Teresa                           - (posato il lume dice ironicamente a Gambi) Comanda altro?

Gambi                           -  Quella finestra, laggiù. Fa fresco!

Tutti                              - Ma come? Ai primi di settembre!

Teresa                           - (a Gambi) Non dovete avere « cassa » buona, il mio uomo.

Gambi                           - Io ho tutto buono, per una certa regola vostra.

Tutti                              - (tossiscono rumorosamente).

Fabbri                           - Ba-ba-badate lì...

Gambi                           - L'aria delle sere di settembre è frizzantina.

Rondini                         - Voglio dire, secondo il mio modesto parere, che fa bene.

Fabbri                           - (a Teresa) Chiu-chiu-chiudete se no non la fi-fi-finisce più.

Teresa                           - (va alla finestra, ma non la chiude).

Gambi                           - (irritato, a Fabbri) Per il giusto, lei poi ci mette delle ore, a finirla.

Fabbri                           - (capisce l'allusione al suo difetto e i alza di scatto) Io-io-io cre-cre...

Tutti                              - Basta! Basta!

Fabbri                           - (calmandosi, come se avesse avuto ra­gione dell'offesa) Ah, be'!

Tutti                              - (continuano a giuocare ad alta voce e soggetto; infine rimangono sconfitti don Giuseppe e Rondini).

Fabbri                           - (in piedi) Vi-vi-vittoria!

Gambi                           - Nonostante l'opposizione dei re! i

Teresa                           - (fra se) Senti che chiasso; par di stare alla fiera.

Rondini                         - Voglio dire... la rivincita.

Don Giuseppe               - La rivincita.

Fabbri e Gambi             - Accettato.

Teresa                           - (fra sé) Adesso si scoleranno un altro boccale. (Volgendosi alla finestra vede Rico, e subito gli va incontro) Oh, buona sera, signor Rico. (A don Giuseppe) Reverendo, vede chi c'è qui ? Il nostro signor Rico!

Don Giuseppe               - (alzandosi premurosamente) Oh, s'accomodi.

Tutti                              - Buona sera.

Rico                              - (entrando, contrariato perché non si aspettava di incontrare tanta genie) Buona sera, grazie!

Don Giuseppe               - Vuole un bicchierotto?.,, Teresa, un bicchiere pulito.

Teresa                           - Sissignore, subito.

Rico                              - Grazie.

Don Giuseppe               - (versando il vino) Eh, que­sto non è come il suo, signor Enrico. E' un vi­nello, questo. (Ai compagni di giuoco) Quello suo sì che è vino!

Gambi                           - Conosco, conosco.

Fabbri                           - A-a-a--anch'io con-con-conosco il vi-vi-vino del signor Ri-ri-rico!


Rondini                         - Voglio dire, è albano puro.

Rico                              - (tutto impacciato, goffo, ringrazia con cenni del capo e sorrisi smarriti e beve appena).

Don Giuseppe               - (a Rico) Allora adesso an­diamo di là nel mio studio. Chiamiamolo pur coti, K' un po' più decente di qui. (Agli amici) Noi, fra amici, è vero?, non ci si bada. A pro­porlo, non posso darvi la rivincita: he1 da par­lare con.,,

Rico                              - (tanto per dire) Facevano la partita?

Don Giuseppe               - Già, già: per ammazzare il tempo.

Rondini                         - Se è una cosa lunga...

Gambi                           - Se no aspettiamo.

Teresa                           - Avranno da dire tante cose...

Rico                              - (timidamente, fa per andarsene) Ma se disturbo...

Don Giuseppe               - Niente affatto.

Teresa                           - Ma che disturbo!

Fabbri                           - Noi, intanto, fa-fa-facciamo un tre-tie-rosette co-co-col mo-ano-morto.

Titti                               - Sì, sì.

TERESA                      - Cos'è sto morto? qui in cucina?

                                      - (Tutti ridono).

Don Giuseppe               - (spingendo Rico verso la porta di destra) S'accomodi. (A Teresa) Lasciateli giuocare.

Teresa                           - Ali, il viziacelo del giuoco!

I Tre                              - (si siedono mischiando le carte).

Gambi                           - Teresa, venite qua.

QàMBI                         - Se la vuol sposare, eh?

Teresa                           - Non so niente, io.

Rondini                         - Voglio dire, mica sarebbe un cat­tivo partito.

Fabbri                           - Ec-ee-eccell-eccellente!

Teresa                           - Non so niente, io.

Gambi                           - Andiamo, fra amici...

Rondini                         - E poi, voglio dire, lo sanno tutti; so ne parla a Savignano e a San Mauro...

Teresa                           - Io faccio, come dicono laggiù a Napoli; « Nun t'incarica ».

FABBRI                       - E poi si-si pa-pa-parla anche da-da-d'altro a-a-a Savignano.

Teresa                           - Saranno le linguacce: che la signo­rina ò Una ragazza a modo, anche se ha qualche grillo per il capo.

I Tre                              - Ah, che sia a modo non lo mette in dubbio nessuno.

Teresa                           - E' don Giuseppe che le dà un po' troppa corda... La tiene come la rosa al naso. I, ([nella là ne approfitta un po'!  E' da oggi alle due, per esempio, che è fuori di casa.

I Tre                              - Davvero?

Rondini                         - Voglio dire: e non è venute a cena ?

Teresa                           - Però aveva chiesto il permesso di stare a cenare dalle Brolli, quelle signore che stanno qui in settembre per fare la campagna ma che poi tornano a Bologna perché stanno di casa là.

I Tre                              - Ah, le ha dato il permesso, lo zio!

Teresa                           - L'ho pur detto. Ma, dico, è lui che le dà corda. Si deve farla star fuori di casa fino a quest'ora? E' tutte lei, qui dentro. Buona, po­verina; ma tutto pepe. E quello che fa lei è ben fatto. Uh, da sei mesi che è qui ha messo tutto sossopra...

Gambi                           - Gagliarda e fiera, la giovinetta...

Teresa                           - Eh, sì, a trovarcisi! E lui, don Giu­seppe, non vede che per gli occhi di lei!

Rondini                         - Io mi ricordo quando suo babbo l'accompagnò qui.

Fabbri                           - A-a-a-anch'io; me-me-ane l'ha pre­sentato l'arciprete.

Gambi                           - Che cosa fa a Bologna?

Teresa                           - E' in commercio. Guadagna molto. Ma, capirete, è giovane; avrà si o no quaranta anni! Poteva, dico, tenerla con sé, la figliuola, dopo la morte della moglie? Le avrebbe data una buona educazione, uhm!

Rondini                         - Voglio dire, ma non stava mica in casa la bambina.

Teresa                           - No, stava in collegio, e doveva pro­prio uscire, come uscì, poche settimane dopo la morte della sua mamma. Che giorno fu quello per don Giuseppe!

I tre                               - Eh!

Teresa                           - L'ho presente, quel sant'uomo, quando' ricevette la lettera del cognato ove gli diceva giustappunto che la Venusta era amma­lata grave. Fu tutto un botto, veh"! In tre giorni quella povera signora se ne andò al Creatore! E che buona signora! (Pausa) Letta la lettera è cascato su quella sedia, proprio lì, mi ricordo come se fosse adesso, pallido come un morto. Mi disse con la voce piena di pianto: « Teresa, la mia Venusta sta male forte; che il Signore me la voglia portar via? ». Io gli ho fatto co­raggio. « Ma se è tanto giovane », gli ho detto. E poi gli ho preparato .la valigia e lui è partito subito per Bologna. Dopo quattro giorni è tor­nato... Non pareva più lui.

Rondini                         - Pover'uomo! Voglio dire ci aveva solo quella sorella?

Teresa                           - Sedo. Gli altri due fratelli gli sono morti sette od otto anni fa. Non ha più nessuno, al mondo,

Fabbri                           - Ci ha il co-co-cognato, a Bo-Bo-Bologna.

Teresa                           - Il cognato non è un parente!

Gambi                           - Ha la nipote.

Teresa                           - Ecco, solo lei.

Rondini                         - La volle lui, qui? Voglio dire...

Teresa                           - Oh, Dio! Lui no n s'azzardava a chiederla al cognato. Perché, loro capiscono, è sempre una responsabilità. Ma qualche settima­na dopo la morte della povera signora, il marito, cioè il cognate...

Fabbri                           - Di do-do-don Giuseppe...

Teresa                           - Sicuro... scrisse, dicendogli che Luisa usciva dal collegio diplomata maestra    - perché lei è maestrina eh! e che lui deside­rava mandargliela qui perché la campagna fa bene al corpo e all'anima delle giovinette, men­tre Bologna è una città... ci siamo capiti?... dove per le giovinette non è aria...

Fabbri                           - Tu-tu-tutto il mo-nio-mondo è pa­pa-paese.

Teresa                           - Va bene, ma insomma, nella let­tera, era scritto così.

Gambi                           - E don Giuseppe, figurarsi!

Teresa                           - Telegrafò. Mica scrisse: telegrafò che l'aspettava a braccia aperte. E quando ella fu qui, lui sembrò di botto ringiovanito. Perché quella ragazza somiglia tutta alla sua povera mamma. E lui, don Giuseppe, certe volte dice: « E' la mia povera sorellina, è la mia Venusta, quand'era bambina ».

Rondini                         - Voglio dire, e ci ha quattrini quel­lo là?

Gambi                           - Sarebbe una bella fortuna, per la ra­gazza.

Fabbri                           - Pe-pe-pe-però quel Rico è un po-po'-po' grossier.

Teresa                           - Che roba è?

Fabbri                           - E' un tipo o-o-ordinario.

Teresa                           - Eh già! per questo mi pare che non vada a genio alla signorina... Eh, lei è cre­sciuta su con tante smanie... E dice che lui, Rico, è cotto.

Tutti                              - Eh, già!

Teresa                           - (in confidenza) A me mi ha detto che sarebbe disposto a fare qualunque sacrificio. Ma io dico che non la spunta. Mi sbaglierò, vor­rei sbagliarmi, ma...

Tutti                              - Eh, sì.

Teresa                           - Io ci avrei piacere che la sposasse anche per via di don Giuseppe: che quel sant'uomo se la sogna qui, la sua nipotina, sogna di ricostruire qui la sua famiglia distrutta.

Tutti                              - (con lunghi sospiri) Eh!  Beh!

Teresa                           - Ora stanno parlando di là; Riti! come al solito, dirà che è innamorato, che farà il possibile... mah!

Tutti                              - (c. s.) Eh! Beh!

Gambi                           - (pausa) E così, con tutto questo pettegolezzo, è andato a monte il tresette!

Teresa                           - (offesa) Oh, lo chiama pettegolezzo! E poi mi ci ha chiamala lui... Ma guarda un po' che gente!

Rondini                         - Voglio dire, avete ragione, Teresa.

Fabbri                           - No-no-non ci ba-ba-badate.

Teresa                           - To', pettegolezzo! Eppoi io non ho detto niente.

Gambi                           - Ah, le donne!

D. Giuseppe                  - (entra seguito da Rico che sta il capo chino) Oh, come è andato il tresette?

Tutti                              - (si alzano e dicono) Niente, niente E' tardi...

Fabbri                           - Le to-to-togliamo il di-di-di...

Rondini                         - Il disturbo.

Fabbri                           - Ecco!

D. Giuseppe                  - Restate, restate.

                                      - (A soggetto: i tre insistono per andare e Don Giuseppe per farli rimanere. Scambio, infine, di strette di mano, di «arrivederci domani seria, di «buona notte » ecc. Rimangono Teresa sulla  porta che dà sull'aja, e don Giuseppe e Rico vicini alla ribalta).

D. Giuseppe                  - (a Teresa) Non è ancora tor­nata, Gigina?

Teresa                           - Nossignore.

D. Giuseppe                  - (a Rico) Eh, lo dicevo! Le ho dato il permesso di rimanere fino a tardi con le sue amiche bolognesi. Una volta tanto a quella bambina do un po' di libertà. (Pausa) Dunque le parlerò. Le ho già accennato come ho detto...  Ma son cose... Mica posso dirle, io: «Gigina, ecco qua il marito per te ». Eh, no! Io non so... sono -un povero prete, ma mio Dio, la vita, la conosco... un po' di pratica... Si immagina, an­che... E dico, due persone che debbono vivere insieme per tutta la vita bisogna che si scelgano di comune accordo... Eh? non è così?

Rico                              - Eh, già...

D. Giuseppe                  - Speriamo!... Stasera le farò un accenno, come dire?, più preciso a riguardo suo e... vedremo... volesse Iddio!

Rico                              - Volesse!

D. Giuseppe                  - E adesso, buona notte.

Rico                              - Buona notte. Buona notte, Teresa. (Via).

Teresa                           - Buona notte, signorino.

                                      - (Don Giuseppe si siede pensieroso e Teresa, chiusa la porta, si va a mettere in piedi vicino a  lui, spalle alla ribalta, per aspettare che egli le 'navi delle confidenze sul colloquio con Rico),

D. Giuseppe                  - (pausa) E Gigina?

Teresa                           - Me l'ha chiesto un minuto la! Non è incora tornata.

1). Giuseppe                 - Ma quella bambina!

Teresa                           - Lei ha detto al signorino Rico, che le ha dato, una volta tanto, il permesso di an­dare a prendere una boccata d'aria... Ma crede, Li. che il .signorino non la veda spesso a Savignano e a San Mauro? E che non sappia quello che dice la gente...

I). Giuseppe                  - (subito) Che dice, la gente? Pettegoli, sono. Se essa va a San Mauro, ci va tempre con un libro sotto braccio... Va alla casa di Pascoli... In quel libro ci sono le poesie ili Zvamì. non lo conoscevate? Giovanni Pascoli, il figlio del l'attore di Totlonia... Gigina è una ragazzina sentimentale...

Teresa                           - Eper leggere le poesie c'è bisogno d'andare alla casa di Pascoli? E tutti i giorni?

1), Giuseppe                 - Ma voi non potete capire. Gi­gina è una ragazza istruita... E poi non è vero che va tutti i giorni a San Mauro.

Teresa                           - Già: perché quegli altri giorni va  a Savignano.

11. Gii seppe                 - (fissandola) Ebbene? che vuol dire? A Savignano c'è la più brava gente di Ro-

Teresa                           - Ma è la brava gente che vuol di­re... E la farmacia... e il farmacista, che è quel giovanetto di Rimini, che lo chiamano « dot­tore »...

1). Giuseppe                 - Se è farmacista, è dottore!

Teresa                           - Quello che è, insomma. E la gente vuol dire...Ma lasciate dire: saranno malelingue.

fgRESA                        - Di male male no... Dicono che si discorrono... Già a lei io l'avevo avvertito una altra volta.

i). Giuseppe                  - (pausa) Vuol dire che adesso, appena rientra, senza perder tempo le dirò che non voglio che si fermi più, se è vero che si ferma, in farmacia... Ma, vi dico, volete che leghi alla gamba della tavola! Eh? siate ragio­nevole! E, santo Dio, se anche s'è fermata qual­che volta a discorrere...

Teresa                           - Tutti i giorni.

I). fin seppe                  - (pausa) ...col farmacista, o con chi volete che si fermi, a discorrere, con i barrocciai?... con i contadini? E' possibile, per una signorina istruita, far dei discorsi con degli ignoranti?...

Teresa                           - E Rico?

D. Giuseppe                  - Ma lui non è un contadino. E' un possidente!

Teresa                           - Di campagna.

D. Giuseppe                  - Va bene. (Pausa, poi ribel­landosi) Ma Teresa, non mi mettete dei cattivi pensieri per il capo!

Teresa                           - Ma io dico così perché le voglio bene, alla signorina. E mi dispiace che la gente possa pensar male.

D. Giuseppe                  - E dalli! Ma cosa dice la gente di positivo?

Teresa                           - Dice... (vede attraverso la finestra che Gigina rientra). Oli, è qui clic viene... Buo­na sera, signorina. Ben tornata.

Gigina                           - (entrando) Buona sera.

D. Giuseppe                  - Gigina!

Gigina                           - Buona sera, zio.

D. Giuseppe                  - Come mai, così tardi?

Gigina                           - Sono appena le otto e mezzo! E' prestissimo, mi pare. Che si va a letto con le galline?! E poi ero con le Brolli. Mi hanno ac­compagnata in macchina. Che macchina! Una « Isotta Fraschini » otto cilindri... Mi hanno ac­compagnata fino al passaggio a livello.

D. Giuseppe                  - Mi pare che potevano accom­pagnarti fin qui da me. Duecento metri di più... e potevano venirmi a salutare... Domando troppo onore?

Gigina                           - (riprendendosi) Sì... ma... crede­vano che tu fossi a letto. non volevano distur­barti, essendo tardi...

                                      - (Contro scena di Teresa t. Don Giuseppe che non sanno spiegarsi o si spiegano troppo male, la bugia di Gigina).

D. Giuseppe                  - (con un sospiro) Eh... be'... come va? Ti sei divertita con le tue amiche di Bologna?

Gigina                           - (con un sospiro) Eh, Bologna!

D. Giuseppe                  - Ora vai a letto?

Gigina                           - Non sono stanca. (Guarda tutto in­torno con occhi inquieti).

D. Giuseppe                  - Allora siediti un po' qui, con me. E voi, Teresa, preparate tutto per domattina: i formaggetti, il vino...

Teresa                           - I formaggetti li deve portare Aqui­lina. Ha detto che taceva due salti! Ma che ha da saltare, quella vecchia. Però dovrebbe tardar poco.

D. Giuseppe                  - (a Gigina) Vuoi andare anche tu domattina a Bellaria, col fattore, a portare il regalo a...

Gigina                           - No, no, no.

D. Giuseipe                   - Be', fa niente. Voi, Teresa, andate a preparar tutto.

Teresa                           - Sissignore. (Via).

Gigina                           - (s'è seduta alla tavola. Sfugge gli sguardi dello zio).

D. Giuseppe                  - Hai sete?

Gigina                           - No, no.

D. Giuseppe                  - (pausa) ~ A proposito: ora, rientrando a casa, non hai incontrato Rico?

Gigina                           - Chi è questo Rico?

D. Giuseppe                  - Oh Dio! Il signor Sbronzi En­rico.

Gigina                           - Ah, quel possidente di campagna?

D. Giuseppe                  -  E' un signore. E' quello che t'ha fatto entrare nell'aja, a vedere i porcellini d'India, ieri l'altro, quando ti sei fermata di­nanzi al cancello di quel podere che è a metà dello stradone...

Gigina                           - (indifferente) Ah, già già...

D. Giuseppe                  -  (pausa) Ti piace la vita di campagna, Gigina?

Gigina                           - (c. s.) Cosi, così.

D. Giuseppe                  -  E' sana; te lo dico io. (Pausa) Rico è il padrone di quel podere...

Gigina                           - Quello dei porcellini d'India?

D. Giuseppe                  -  Già. Ne ha anche degli altri, dei poderi, oltre quello che hai visto tu. Quin­dici ne ha. E, lutti, di almeno cinquanta torna-ture. (Pausa) E' ricco! E' un giovanotto che sa fare i sui interessi. (Subito) E che perla di ga­lantuomo!

Gigina                           - (ascolta indifferente, gingillandosi coi nastri del cappello e del vestito).

D. Giuseppe                  -  Lo sai a che ora si alza, al mattino? Alle cinque. Sicuro. Sempre così per tempo. E va al mercato a Rimini o a Sant'Arcan­gelo o a Cesena. Perché i suoi affari se li vede da sé. E' un giovanotto di fondamento. E' anche un Lei giovanotto. Pieno di salute. Veramente hai ragione tu: si chiama Enrico. Ma qui fra di noi, in campagna, si dice Rico. E' un giova­notto mica da buttare via! Che ne dici tu?

Gicina                           - (c. s.) Sì, ha una bella faccia da tonto. (Ride).

D. Giuseppe                  -  Che dici! Pare, Gigina, pare. Ma sapessi quant'è svelto! Fa cotesta impres­sione la prima volta... Ma se gli parli un po'... Oh sapessi com'è svelto. C'è la Teresa che lo co­nosce da bambino, che l'ha tenuto sulle ginoc­chia, e dice che...

Gigina                           - Ma cosa vuoi che capisca quella vecchia bacucca...

D. Giuseppe                  -  Ma, Gigina, cosa dici! E' tanto buona donna, la Teresa, e ti vuol bene !  soltanto, sai...

Gigina                           - Ma sì, ma sì...

D. Giuseppe                  -  Lascia che te lo dica, Gigina.

Gigina                           - (seccata) Chiamami Luisa. Te l'ho già detto. Preferisco...

D. Giuseppe                  -  (mortificalo) Che idee! Perché?...

Gigina                           - Che vuoi... Gigina è troppo.., ma è inutile dire. Chiamami Luisa. E' più, comme on dit, plus amusant, dà un cachet di eleganza,,, Mi spiego? Ma tu forse non capisci!

D. Giuseppe                  -  Ma va'... qui in campagna,,, via. (Pausa) Lascia che ti chiami Gigina. E' pi campagnolo, lo so. Ma è più alla buca e più da zio a nipote, è più - ora dico una sciocchezza di certo - è più sano! Lascia che ti chiane Gigina!

Gigina                           - Comme vous voulez.

D. Giuseppe                  -  (pauso) Domami la Teresa an­drà a spiccare per te tanta uva luglia... perché; so che ti piace... Vuoi anche quelle belle susine che sono laggiù vicino agli ultimi filari...

Gigina                           - Domani? Mi è indifferente.

D. Giuseppe                  -  Ma cerne, indifferente? Tu mi rispondi in un modo... Gigina, tu da qual­che settimana, specialmente da qualche giorno, non sei più la Gigina che sette mesi fa arrivando qui portò la gioia..., perché eri una creaturina pura che con ogni tuo gesto mi ricordava la fan­ciullezza giuliva della tua povera mamma, la mia sorella cara... Ora mi sembri un'altra.

Gigina                           - Ma no, cosa ti salta in mente! sei tu, che vedi le cose...

D. Giuseppe                  -  No, vedo giusto. Vedo, in­tanto, che tu vieni sempre tardi a pranzo, e che tutti i giorni vai a Savignano... Ma si può sa pere perché vai a Savignano?

Gigina                           - Per la gola, te l'ho pur detto altre volte.

D. Giuseppe                  -  Ma fa' il piacere! Le pasti­glie per la gola! E poi, adesso, non ti vedo più sorridere come prima. Lo ha notato anche la Ter... Ma chi ti ha messo in mente che sei ma­lata di gola? E ti fai visitare nella farmacia?.., Ah, mio Dio... Senti, Gigina: in quella farmacia so che c'è un giovinotto, un moscardino tutto smancerie che non gode buon nome in paese... Senti, Gigina... Io voglia... desidero, che tu non vada più a Savignano...

Gigina                           - (si impazientisce: batte i piedi e porta le mani agli occhi come se piangesse) Ma mi vuoi imprigionare?!

D. Giuseppe                  -  Cosa dici, sciocchina. Va non piangere, non battere i piedi cosi, come una bambina.

Gigina                           - Vado a prendere una boccata d'aria, un po' di sole, e tu non vuoi!

D. Giuseppe                  - Ma cosa dici, Gigina: io non ti voglio bene? Io voglio vietarti di prendere aria e sole?! Ah, Gigina, come puoi pensare pesto! Dio solo sa il bene che ti voglio. Sei la mia lupolina buona, l'unica persona che mi ricordi che anch'io ho avuto una famiglia e che mi dà tuttavia l'illusione di averla, e puoi pen­sare che io... Ah, Gigina... (Breve pausa) Gi­tana, non andar più in quella farmacia a Savignano. Vedi, se tu mi dicessi: «Ebbene zio, non ci andrò più , tu mi riempiresti il cuore di gioia.

Gigina                           - Piange.

D. Giuseppe                  -  Non mi dici nulla. E piangi? Suvvia, Gigina, prometti e prometti che verrai sempre bene allo zio tuo, al fratello della tua mammina che è lassù in Para­diso a pregare per te. Promettimi che non darai dispiaceri a questo povero vecchie prete che ti vuol tanto bene!

Gigina                           - (sta a capo chino e piange).

Teresa                           - (entro con due panieri) Quella buo­na donna di Aquilina non è ancora venuta: e ha detto che non tardava più di venti minuti! Mase ti dico io.

                                      - (Don Giuseppe e Gigina si danno un contegno indifferente. Teresa osserva curiosa la Gigina e don Giuseppe, il quale fa dei segni alla Teresa, come per dirle: « Vedete, l'ho commossa, l'ho messa dalla mia parte »).

D. Giuseppe                  -  Be', intanto avete preparato ipanieri?

Teresa                           - Tutto: aspetto Aquilina.

Gigina                           - (si alza e fa per andare alla porta didestra).

D. Giuseppe                  -  Vai a letto?

Gigina                           - Sì... no... salgo nella mia camera.

D. Giuseppe                  -  Se vuoi stare alzata... Ma non leggere col lume, che ti fa male agli occhi. Oh, veli: c'è nel mio studio il tuo vestitino nuovo: l'ha portato oggi la sarta, è vero Teresa? E' il vestitino che ti avevo promesso.

Teresa                           - Sissignore, è di là.

D. Giuseppe                  -  Io non te l'ho fatto portare in camera tua perché in compenso di quel regalino volevo una premessa... Eh, mi guardi? Quale promessa? Ma l'hai fatta già, senza dir­melo: poco fa...

Gigina                           - (abbassa il capo ed esce) Buona  notte.

D, Giuseppe                  - La cesta col vestito è lì sulla mia scrivania. La porti, su tu? Buona notte.

Teresa                           - (guarda la porta dalla quale è scom­parsa Gigina e poi guarda don Giuseppe come a chiedergli com'è andata. Tutto il loro dialogo è fatto a bassa voce con aria circospetta).

D. Giuseppe                  -  (trionfante) Eh, le ho toccato il cuore!

Teresa                           - (incredula) Mah!

D. Giuseppe                  -  E' una bambina. Bisogna sa­perla prendere.

Teresa                           - E di Rico, le ha parlato?

D. Giuseppe                  -  Sì, ma: non si può tutto in una volta. Mica ha detto di no, che non le va, che non ne vuol sapere, ah no... ma, insomma... Io ho creduto bene di non insistere, per ora...

Teresa                           - (c. s.) Mah!

D. Giuseppe                  -  E' ancora una bambina.

Teresa                           - E... la... come dire?, l'affare di Savignano.., della farmacia... il giovine dottore...

D. Giuseppe                  -  Ah, qui ho fatto la voce gros­sa! Non voglio che la gente possa supporre che la nipote dell'arciprete è una sventatella. Per l'amor di Dio! Diventerei matto.

Teresa                           - E lei?

D. Giuseppe                  -  E lei., piedi... ma io...

Teresa                           - Ma lei cosa ?

D. Giuseppe                  -  Io duro! a Voglio che non ci vai più e quando dico... ». Ah... sapete, Teresa, che quando io mi metto come si dice i panni delle feste. Oh... non scherzo!

Teresa                           - (incredula) Uhm! mah!

D. Giuseppe                  -  Eh, sì. Io le voglio bene... Ma... avete visto come è andata via? Piangeva! Poveretta. Adesso mi fa pena... Sono stato un po' troppo severo... Eh, se voi foste stata qui avreste visto...

Teresa                           - Ero di là... (Come dire; « ho sen­tito e a me non la dà a intendere »).

D. Giuseppe                  -  (sorpreso) Avete sentito?

Teresa                           - (subito) No, no. (Pausa). La signo­rina, in conclusione, cos'ha detto?

D. Giuseppe                  -  (che era assorto, si scuote) Beata donna, che siete! Voi volete la conclusio­ne. Ma di che cosa? Volete sapere cos'ha det­to?... Eh, mio Dio. S'è messa a piangere... Perché io sono stato severo...

Teresa                           - Mah!

D. Giuseppe                  -  Eh, sì, voi cosa vorreste fare? Ve l'ho detto e ripetuto: Gigina è una bambina, bisogna aver pazienza. (Con un sospiro) Dio sa se io ce n'ho!

Aquilina                        - (dall’aja, affacciandosi alla finestra) Teresa!

Teresa                           - Seta qua, entrate. Finalmente!

Aquilina                        - Buona notte, Don Giuseppe.

D. Giuseppe                  -  Oh, Aquilina, buona notte...

Aquilina                        - Mi sono fatta aspettare, eh?

Teresa                           - Fate vedere, son belli ?

D. Giuseppe                  -  Saran belli, sì.

Aquilina                        - (posa il paniere sul tavolino) Fanno voglia. Sono trenta: di pecora, di vacca, misti. Ma che profumo! sentite? Ma che sapore!

Teresa                           - Avrà avuto il tempo di sceglierli, vostro marito? Da una settimana che glieli ab­biamo ordinati li porta poco prima che parta il carrozzino per Bellaria. E poi se non gridavo io...

Aquilina                        - Nossignora, nossignora, io e il mio uomo sappiamo il dovere nostro.

D. Giuseppe                  -  Be', be'. Tutto è accomodato. Voi (a Teresa) preparate i cesti e domattina li date a Fortunato.

Aquilina                        - Le lascio anche i tovaglioli per tenerli coperti. Che c'è un polverone per le stra­de, con tutte queste automoibili...

Teresa                           - (accomoda i panieri).

Aquilina                        - Immagini, reverendo, che non si è più sicuri nemmeno di niente: e gente in bicicletta e col cavallo e con l'automobile...

D. Giuseppe                  -  Sono i villeggianti che vengono a spassarsela quassù e portano un pò movimento, un po' di vita.

Aquilina                        - E molta polvere agli occhi a noi?

Teresa                           - (che sta confezionando i formaggetii) E che vorreste che vi buttassero la cipria?

Aquilina                        - Ma sentite un po'...

D. Giuseppe                  -  A proposito, Teresa, siccome Gigina non vuole andare domattina a Bellaria, è bene che faccia una lettera a quella genie, per accompagnare questa roba.

Teresa                           - Ma sicuro!, veli.

D. Giuseppe                  -  Andate a farvelo dare, un bigliettino. Ditele che bastano due righe genti Quella gente le ha fatto tanto, quest'estate, per i bagni...

Teresa                           - Ci penso io. (Via).

Aquilina                        - Ma possono essere contenti di questo bel regalo ; che formaggetti così non se ne trovano mica dappertutto. Mi'o marito ha dovuto cercarli per mare e per terra.

D. Giuseppe                  -  (ridendo) E li ha trovati da Mazzasette che è qui a due passi.

Aquilina                        - Faccio per dire che è difficile tro­varne così fatti, e profumati e saporiti.

D. Giuseppe                  -  Lo so che siete due brave per­sone, voi e vostro marito.

Aquilina                        - Senta, reverendo; adesso lei non mi dica che io approfitto della sua bontà...

D. Giuseppe                  -  Dite, dite!

Aquilina                        - Quel mucchio di frasche che mimo in fondo al podere, verso la casa Mazzasette, me le fa riaccogliere?

D. Giuseppe                  -  Ma io, la mia donna...

Aquilina                        - Per quest'inverno... A casa mia non c'è niente.

D. Giuseppe                  -  Però non lo dite a Teresa. Ve le darebbe anche lei, quel mucchio di roba, che è tanto buona Teresa, ma...

Aquilina                        - Eh, lo so...

D. Giuseppe                  -  Ma, sapete: lei... è un po' brontolona... ma buona...

Aquilina                        - Oh, sì... Non le dirò niente. E a lei grazie tante tante.

D. Giuseppe                  -  Niente, niente... Zitta...

Teresa                           - (entra con una lettera in mano, ma  con una faccia che esprime il più angoscioso stupore).

D. Giuseppe                  -  (le va incontro, la guarda, le prende la lettera di mano, intuisce ma non vuoleVedere. Che cosa ha detto? Ha scritto questa lettera? Ha fatto così presto?!

Teresa                           - (sforzandosi di non piangere) Que­sta lettera era sul comò, bene in vista... La signorina non c'è... La porta che dà sulla strada è aperta...

I). Giuseppe                  - (impallidisce) Teresa, Teresa, ma dite mai! (Corre alla porta di destra e da «feltro grida) Gigina! Gigina!

Teresa                           - (ad Aquilina) Oh, Dio Dio! cosa pensi!

I). Giuseppe                  - (torna e corre alla porta di fon­ilo, sull'aja, e grida ancora) Gigina! Gigina!

Gigina                           - (impressionata, domanda a Teresa cos’ è successo e Teresa le parla piangendo).

I). Giuseppe                  - (va su e già per la stanza, apre la lettera, legge tremando, e disperato, corre nuovamente alla porta di fondo, e appoggiandosi sullo stipite grida) Gigina! Gigina! Gigina! (Un ultimo di silenzio. Si odono i rumori della strada, e il pianto delle due donne) Giginaaa!

Teresa                           - Don Giuseppe! Non si disperi così. Tornerà.

Aquilina                        - Lei si ammala, così.

D. Giuseppe                  -  (sembra inebetito; si lascia accompagnare dalle due donne sino alla tavola. Siede. Fissa lontano e poi sorride) Ma no! Non è vero quello che pensate voi. (Legge la lettera) « Corro incontro all'amare ». E' uno scherzo. (Legge) E... col farmacista! Ma giu­sto... Quello scavezzacollo, quel birbante...

Teresa ed Aquilina        - (ora capiscono ancor più chiaramente e singhiozzano).

D. Giuseppe                  - E' imo scherzo! Dovete pen­sare che Gigina è uscita col vestitino più brutto che ha. Volete scommettere? (S'alza, va nel suo studio e rientra con la cesta ove il vestito nuovo che egli le aveva regalato) L'ho detto io che era qui? Vedete? Lo metto sul tavolo per farvi per­suase; eccolo, il vestitino che le ho regalato io; ecco il cappello di paglia con attorno alla cu­pola i fiori di campo, i rosolacci e le spighe... Sono finti, lo so... E' tutto qui. E le scarpettine? Guardatele, Teresa, le scarpettine nuove sono qui... E' uno scherzo, che mi ha fatto. Ora an­dremo a cercarla, a chiamarla, la nostra Gigina. Le diremo che è etra di tornare a casa, che è not­te e che non stia più fuori sino a così tardi,. (Pie­ga e ripiega il vestitino nervosamente) Perché noi, Teresa, stiamo in pensiero; perché le vo­gliamo bene... perché essa è la nostra gioia, la nostra vita. Rispondete, Teresa... E anche voi, Aquilina... Oh che donne, che donne siete!... Mi meraviglio di voi, Teresa.

Aquilina                        - (singhiozzando) Quando ho visto quell'automobile che m''ha soffocato nella pol­vere, chissà... doveva esservi dentro lei... (Pian­ge forte).

Teresa                           - Questo no! questo no!

D. Giuseppe                  -  Oh, che povere donne siete voi. Ma non capite che è uno scherzo! E' uno scherzo questa lettera. Ma fuggita con chi, col farmacista? Ma se era qui poco fa la mia Gi­gina... e quando le ho. detto di non dare delle pene al suo vecchio zio, a questo povero prete, che non aveva che lei al mondo e le sembrava di aver tutto... lei si è messa a piangere... perché è una buona bambina, con un cuore così... Ma non date retta,., Vi spiegherò io: siccome io le ho detto di non andar più a Savignano nella far­macia di quel tale là... lei, stasera, per farmi paura - perché lei sa che io sono in fondo un ingenuone che per il troppo bene che le voglio temo le più innocenti cose - mi ha fatto questo scherzo della lettera. (Pausa) Però è un brutto scherzo. E non lo deve far più... Perché io, sembro indifferente, è vero, a vedermi, invece ci soffro... Ma sarà qui fra poco la mia Gigina, la mia cara Gigina... E dove volete mai che sia fuggita? E volete che mi abbia abbandonato così... Ah, son cose che non si possono nemmeno pensare... Gigina è qui, poco lontano... E tor­nerà fra poco... Teresa, non piangete... Non ve­dete che il suo vestitino nuovo è qui ? Guardate!  E il suo cappellino nuovo e le sue scarpettine? Ecco, li metto qui, sul tavolo, in fila, perché li veda appena entra. Perché lei entrerà di qui. (Indica la porta che dà sull'aja) Mi par di ve­derla lì, sorridente, un po' mortificata però per la paura che mi ha fatto... E di là vedrà il suo vestitino... e vedrà anche me che son qui in gi­nocchio, Teresa. (Si inginocchia).

Teresa e Aquilina          - (gli vanno incontro per di­stoglierlo, ma egli le manda via).

D. Giuseppe                  -  Zitte, voi, zitte! E ora lo ba­cio così il suo vestitino, e bacio il suo cappel­lino, e le sue scarpettine... Sempre così in gi­nocchio. E lei quando entrerà, mi vedrà; vedrà quanto bene le vuole il suo vecchio zio prete, il fratello della sua mammina che prega lassù... perché mi vedrà baciare il suo vestitino bello così, in ginocchio', piangendo, piangendo per lei, per la Gigina mia, la nipotina mia bene­detta. (S'abbandona a un singhiozzo disperato. Anche le due donne singhiozzano. Quando cala il sipario esse si avvicinano al prete per solle­varlo).

FINE

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