L'OLIMPIA
Commedia in cinque atti
Di GIOVAMBATTISTA DELLA PORTA
PERSONAGGI
Balia
Anasira commare
Mastica parasito
Olimpia giovane
Trasilogo Capitano
Squadra suo servo
Lampridio innamorato
Protodidascalo suo pedante
Giulio studente
Sennia vecchia madre di Olimpia
Teodosio vecchio marito di Sennia
Eugenio suo figlio
Filastorgo vecchio padre di Lampridio
Lalio paggio
Capitano di birri.
La scena dove si rappresenta la favola Napoli.
Commedia formattata da
IL PROLOGO
Eccellentissimo principe, onoratissime gentildonne e voi generosissimi spettatori che tratti dalla fama della bellezza d'Olimpia - che cos ha nome questa comedia - con degno apparato, con grato silenzio e con benigna udienza state attendendo questa sua venuta, eccola che mi siegue: non mai verrebbe fuora s'io prima di lei non uscissi. A me sta il menarla dove mi piace, le sono - per dirvela onestamente - come un ruffiano. Ella non pensando d'aver a comparir fra gran cerchi di s ampio teatro n fra s gran numero di nobilissimi spirti, di persone di tanta autorit, n di troppo severi e scropulosi giudici di bellezze di donne, appena ponendo i pi su la scena che vedea i volti conversi in lei ed esser bersaglio di tanti occhi, come vergine non ancora informata da alcuno delle cose del mondo, vergognosetta si tir indietro: per non porsi a pericolo d'esser passata per punte di picche e trafitta nel vivo cos in secreto come in publico, avea determinato piuttosto farsi monaca e invecchiarsi in un monistero e contentarsi delle poche lodi ch'avea avute da chi la vidde in casa sua, che procacciarsene maggiori uscendo in publico. Al fin l'abbiamo forzata a comparire. Ors, voi che armati di malignit siete venuti per biasmarla, ponetevi gli occhiali che sian lucidi, accioch non vi mostrino una cosa per un'altra: ch a vostro dispetto l'invidia rester occecata da' suoi raggi. Miratela dalle trecce insino a' piedi, vedete se i membri sian ben disposti, se corrispondono tutte le parti, se fanno fra s armonia, e se tutta la testura del suo corpo insieme dicevole e isquisitamente proporzionata. Vedetela caminare, con quanta leggiadria stende i passi; gustate la lingua che melata e suave; uditene il parlare che pieno di salsi scherzi e di gravi piacevolezze; ma il severo del volto non iscema il festevole di motti: cose ch'ave imparate a casa sua e non le sono state poste in bocca da altri. Per se non respira con quel fiato n sa di quel mele di Atene o di Roma, iscusatela, ch a tutti non lecito di andare a Corinto. Porta una toga insino a' piedi, e giuro che sotto il grave della toga ricopre molte bellezze, che se ben non isconcia nella faccia, molto buona robba sotto i panni; ancora piena d'onesti costumi e lontana da viziose azioni, onde non men bella nella bellezza che buona nella bont; e giovanetta, come una rosa spunta fuor della buccia; e tutta artificiosa, perch non ha veruno artificio. Il pi bello ornamento ch'abbia che va senza ornamento alcuno: par che piaccia a se stessa pi cos schietta come nacque, che con tutti i belletti che si pongono le donne altrui. Se qualche gioia le pende dal collo o qualche perla dalle orecchie e vi dispiacessero, toglietele via, ch non rester men riguardevole la sua bellezza; se pur i specchi ch'ella suol straccare specchiandovisi dentro, che le han venduti certi maestri d'Africa e di Umbria, non le mostrano qualche isconcia macchia per neo. Se per avventura i capelli fussero scarmigliati over alcuno uscisse fuor dell'ordine delle trecce, o qualche festuca le fusse rimasta attaccata alla gonna, che per trascuraggine di chi l'ha spazzata la veste vi fusse restata, non per questo biasmate lei. Se fusse un poco vana o lascivetta, iscusatela, ch il bello e il buono non pottero mai imparentarsi insieme; ch se privaste una donna di tutte le vanit, forse non vi restarebbe cosa veruna: non sarebbe pi donna. Io ve la do in preda: toglietevela con le man vostre, menatevela dove vi piace. E se pur biasmando lei la morderete, mordetela con discrezione, di modo che non appaiano nel volto o nel petto i segni delle piaghe e le lividure di denti cagneschi. E quando pur siate deliberati torle l'onor suo e borbottando dirne male senza risparmio alcuno e sfreggiarle il volto d'ingrata riconoscenza, fatele questo uffizio dinanzi, che rispondendo ella parimente se ne possa aiutare: ch se il dir male dietro le spalle fu sempre biasmevole, considerate quanto sia vituperoso ad una donna. Ma io non vo' tanto vantarla che voglia far parer d'una mosca un elefante e che di una giovane piccina, anzi uno aborto, voglia mostrarvi una gigantessa. Perch veggio fuor la sua balia, vi sodisfar meglio ella con la sua presenza che non farei io a dipingerlavi con le parole. A dio.
ATTO PRIMO
SCENA I.
Balia, Anasira comare.
Balia - Sempre ch'io ben considero gli andamenti di questa vita mi par proprio di vedere una comedia, che n'ho viste recitar molte a' giorni miei. Le cose riescono al contrario di quel che pensiamo: chi pi crede sapere manco sa, tal si crede avere una cosa in mano ch'altri poi gli la toglie, e si sta sempre in continuo travaglio.
Anasira - Buon d, balia.
Balia - O comare Anasira, mille buon anni, tu sei qui?
Anasira - Mi vedi e mi domandi si ci sono. Che cosa dicevi di comedia? forse alcuna che si recita questa sera nelle nozze di quella tua bellissima figliana che fa ragionar tutta questa citt della sua bellezza?
Balia - Dio voglia che non ci sia altro che pianto!
Anasira - Che cosa mi dici? e come sta Olimpia?
Balia - Eh! come sta la sfortunata giovane? non ci pi segno di quella sua bellezza. Se la vedessi non la conosceresti: par un'altra, tanto trasfigurata. Sta di sorte che s'avessi pensato vederla in questa sciagura, me l'arei affogata a lato quando era bambina.
Anasira - Balia, narrami alcuna cosa, ch ben sai che non hai comare n amica pi cara di me.
Balia - vero; ma a te non tocca di saperlo.
Anasira - Donde ti nata tanta secretezza?
Balia - Donde a te tanta curiosit.
Anasira - Se non fussi stata la prima a pregarti che lo dicessi, m'aresti pagata che t'ascoltassi, che poco anzi per aver carestia di chi t'ascoltasse, l'andavi raccontando a questa piazza.
Balia - Chi ha gran voglia di udire ha gran voglia di ridire, e questa cosa d'importanza pi che non pensi.
Anasira - Teh! ti sei fidata di me delle cose dell'onor tuo - ch ben sai che facesti in casa mia quando eri giovane, - e or tieni tanto secrete le cose altrui.
Balia - E se tu m'hai narrate le tue vergogne, come posso sperare che tacci l'altrui? Noi femine siamo troppo novelliere e larghe di natura al parlare; e fra tante meraviglie che s'odono, mai s'ud che una femina nascesse muta.
Anasira - Or poich vizio di natura e siamo pur note a tutti, non ci vituperiamo noi stesse. Per comincia, su.
Balia - A te non posso dir di no: per ti priego che non ne facci parola con persona. Olimpia s' fidata di me e non ci altro che lo sappi, e ogni cosuccia che si scoprisse estimarebbe subito che fosse uscita da me. Taci e ascolta.
Anasira - Taccio e ascolto.
Balia - Sai bene come i mesi adietro Olimpia dimor in Salerno in casa di Beatrice sua zia un certo tempo. Quivi vedendola a caso un gentiluomo chiamato Lampridio, ch'era venuto di Roma per studiare, s'accese dell'amor suo ardentissimamente; e non mancando di servirla e scoprirle il suo fuoco, Olimpia cominci a vederlo assai volentieri e rendergli il contracambio; e confacendosi i costumi dell'una e dell'altro, si innamoraro s fattamente che non fu mai inteso al mondo il pi ardente amor di questo: non amor no, ma rabbia. S'han dato la fede di nascosto d'esser marito e moglie; e non altro che la commodit manca a dar fine agli affanni loro. E di questo amore Mastica, il servitore di casa, era il mezzano, che Lampridio l'avea corrotto con dargli benissimo da masticare....
Anasira - Questo deve essere il suo primo amore: per cos furioso.
Balia - Sennia intanto, la madre d'Olimpia, tratt matrimonio col capitan Trasilogo nostro vicino; e come quello che ne stava innamorato, s'accord subito: talch s'invi a chiamare Olimpia, ch fusse ritornata a Napoli. Come ella giunse, cominci Sennia con belle parole a dirle che l'avea maritata, e pregandola ci consentisse e le desse quell'ultima consolazione che tanto tempo avea disiato da lei; percioch sapendo la ricchezza, il parentado e il valore di questo Capitano, gli l'avea promessa da sua parte, tenendo per fermo che, come obediente figliuola che l'era stata sempre, non sarebbe stata contraria al voler suo. Olimpia sentendo questo, pensa tu, sorella, il dolore. Ella tramort subito, rest con la faccia di color di cenere e stette buon spazio a riaver la favella. Pur facendo forza a se stessa, fingendo buon viso, con certe lusinghette rispose che non volea cos tosto allontanarsi da lei, non avendo conosciuto n altro padre n altro fratello che lei; e che tanto sarebbe lasciarla quanto lasciar la propria vita, massime essendo vecchia, malsana e in et da esser governata, e che avea bisogno d'una che le fusse stata serva e figlia insieme sollecita alla sua salute. E accompagn queste ultime parole con certe lagrimette che si pens la madre che fussero nate dalla piet di lei....
Anasira - Che disse la madre? non si commosse tutta?
Balia - Lod molto la sua amorevolezza, la baci in fronte affettuosamente con dirle che non era nata per star sempre in casa. Cos la lasci per parecchi giorni; pur veggendola star ritrosa, l'ha fatta esortar da parenti, da amici e da vicini ancora; al fin conoscendola ostinata, l'ha fatto intendere che tanto vuol che sia sua figlia quanto l' ubidiente....
Anasira - A che s' risoluta la poverina?
Balia - La poverina non potendo pi con ragione resistere a' contrasti della madre, ha detto de s, purch si trattenghi per tre soli giorni, quali son gi finiti; e s' inviato a dirsi al Capitano che s'appresti sposarla per questa sera....
Anasira - Perch ha detto de s? che speranza poteva avere in s pochi giorni?
Balia - Ha inventato il pi bello e colorito inganno che possa imaginarsi, non solo di schivar queste nozze cos odiate da lei ma di venir al fin di questo suo amore....
Anasira - Che inganno questo?
Balia - Bastiti quanto t'ho detto.
Anasira - Non mi lasciare al meglio con la bocca sciapita, eh! Onde hai tu imparato cominciar una istoria de innamoramento e non venir al compimento fin al dolce?
Balia - ... Gi devi sapere che Sennia, la mia padrona, venti anni sono si marit con Teodosio e di lui n'ebbe duo figli, Eugenio il maschio, Olimpia la femina. Teodosio togliendosi un giorno Eugenio in braccio per ischerzo, and a diporto ad una sua villa a Pausilippo; e quivi fur presi di notte da una galeotta di turchi, e da quell'ora non mai pi se ne potuto saper novella se sian vivi o morti. Ma Sennia tien gran speranza che sien vivi, ch una zingara vedendole la mano le indovin ch'eran vivi e ben presto tornerebbono; ed ella dice che se li sogna ogni notte che vengono. ...
Anasira - Che mi curo di saper questo io?
Balia - Se prima non ti dico questo, non potrai capir l'inganno. - ... Olimpia da che venne a Napoli per provar l'animo della madre come stava saldo alla trama ordita tra lei e Mastica ministro del tutto, ha finto certe lettere come le mandasse Eugenio di Turchia, scrivendole ch'era morto Teodosio e che esso avea rotto la prigionia e la catena ed era in camino per venirsene a casa; e fece portar queste lettere alla madre da un certo turco fatto cristiano lor conoscente. Il che Sennia non solo se l'ha creduto ma n'ha preso un'allegrezza cos grande che non cape nella pelle e va scalza per le chiese e fa gran voti. Or da questa credenza Olimpia ha pigliato pi fidanza di seguire. ...
Anasira - A che effetto cotesto?
Balia - ... Or vuol che Lampridio si vesta da turco col ferro al collo e con la catena a' piedi come se fusse scampato di man loro, perch gi di venti anni, conforme all'et che potrebbe avere Eugenio; e con dir che sia suo fratello, entrar in casa nostra, disturber le nozze di questo Capitano, e niuno potr negargli che non stia solo e accompagnato con la sua Olimpia come gli piace. Ecco son arrivata fin al dolce, fin al fine; vuoi pi?
Anasira - Or s che l'intendo, ed certo un inganno accortissimo; e sento tanta dolcezza che questa gentil giovane resti contenta, che par sia Olimpia io e ancor io ne senta la mia parte. Ma dimmi: se Lampridio fusse riconosciuto in Napoli, non si scoprirebbe l'inganno?
Balia - Egli non mai fu in Napoli; e Olimpia l'ha fatto intendere per un certo Giulio studente, amico comune, che per quanto ha cara la grazia sua, per una cosa importantissima non venghi a Napoli prima che sia avisato, accioch non fusse riconosciuto da alcuno, come dici.
Anasira - Come Sennia non s'accorger che questo non suo figlio?
Balia - Non t'ho detto io ch'appena era di due anni quando le fu tolto? e io le ho inteso dir mille volte che se lo vedesse non lo riconoscerebbe.
Anasira - Iddio le faccia succedere ogni cosa come desidera. Ti vo' lasciare, a dio.
Balia - Tienlo secreto, sai: tu vedi quanto importa.
Anasira - Se non l'hai potuto tener secreto tu che t'importa, come lo posso tener secreto io che non mi si d nulla?
Balia - Deh, per amor di Dio!
Anasira - Io scherzo cos teco. (Ma chi pu contenersi, se trovo il Capitano, di non rivelargli cos bella trama?).
Balia - Ti farei compagnia, se non avessi a ragionar con Mastica su questo fatto; e per son uscita e gi lo veggio venir in qua.
SCENA II.
Mastica parasito, Balia.
Mastica - Dicono i medici del mio paese che si trova una infermit che si chiama lupa, che d una fame tanto affamata che quanto pi mangia pi s'affama. Io stimo esser nato con questa malattia non solo nelle budella ma nelle midolle dell'ossa, n tutti i sciroppi, medicine e servigiali del mondo non la possono cavar fuori....
Balia - Mastica Mastica!
Mastica - Io sento - che lupi, che cani - pi di cento leoni nello stomaco; io non vorrei far mai altro che mangiare, non mi veggio satollo mai, anzi quanto pi mangio pi cresce la rabbia. La fame ha preso tanto dominio sopra di me, che quanto pi cerco torlami da dosso pi vi se attacca.
Balia - O Mastica Mastica!
Mastica - Chi chiama Mastica non chiama me: chiamimi digiuno se vuol che gli risponda. Non vo' esser Mastica, ch non mastico se non sputo e vento.
Balia - Oh che affamata risposta!
Mastica - Oh che sciapita chiamata!
Balia - Non sei Mastica tu?
Mastica - Cos tu fossi un pasticcio, ch'al primo ti porrei mano al cappello e mi ti tranguggiarei in un boccone!
Balia - Parea che non mi conoscessi.
Mastica - La fame m'avea cos offuscati gli occhi che non ti conosceva.
Balia - Hai fame cos mattino?
Mastica - Non sai tu che la mattina apro prima la bocca che gli occhi?
Balia - Ho bisogno del fatto tuo; odi un poco.
Mastica - Che vuoi tu ch'oda? Ventre che non rode, mal volentier ode.
Balia - Lascia questi scherzi.
Mastica - Lascia questo braccio.
Balia - Vien qua e fai bene.
Mastica - Non trascinare e fai meglio! Oh, che avessi incontrato la carestia piuttosto questa mattina che te! sai come mi piacciono le tue pari!
Balia - Fa' questo piacere a me.
Mastica - Non vo' far questo dispiacere a me n alla mia persona; so ben quel che tu vuoi. Per parlarti chiaro, balia, se ben tutte le donne son insaziabili di natura, la tua non ha n fin n fondo. Star morto di fame, stracco, fastidito e donne intorno, pensalo tu.
Balia - Non vo' quel che tu pensi.
Mastica - Io pensava quel che tu suoli volere. M'hai ritornato l'animo: lasciami respirare un poco. Ho preso tanta paura che non sar ben di me tutto oggi.
Balia - Cos ti dispiacciono le donne, eh? che maggior piacer si pu trovare che star con una donna bella come un agnolo?
Mastica - Se tu avessi detto come un agnello, aresti detto assai meglio, ch questo ti pone in corpo la sanit, non ne la cava, n col tempo ti viene a noia. La donna piace per un poco, poi viene a fastidio; ma questo quanto pi invecchiamo pi ne piace. Lasciam questo: che cerchi da me?
Balia - Ho da farti un'ambasciata di Olimpia.
Mastica - Che fa?
Balia - Eh! che fa la povera martorella? piange e sospira sempre, n so come gli occhi possano supplire a tante lacrime e il petto a tanti sospiri. Io ho visto femine innamorate, ma non mai come questa. venuta in odio a se stessa: volge gli occhi spaventosi di qua e di l, ragiona sola fra se stessa come se vi fossero persone d'intorno. La notte non dorme mai: or si volge su questo or su quell'altro fianco come se il letto fusse d'ortiche o di spine, e se pur per stanchezza chiude gli occhi, si sveglia subito; non mangia n beve....
Mastica - Or questo s che cattivo e il peggior di tutti.
Balia - ... Sta attonita e sospesa d'animo, e quando vengono quelle ore nelle quali era solita star in conversazione in Salerno con Lampridio, tramortisce; e come torna in s si straccia i capelli, grida e fa cose da spiritata: e ch la madre non la senta, si morde le labbra e le braccia. E sta tanto fitta su questi pensieri e s'affligge tanto amaramente che farebbe compassione alla crudeltade: par che d'ora in ora me la veggia morire in braccio. Coltello di questo core!...
Mastica - Se tu mi avessi dato da bere t'aiuterei a piangere, ch gli occhi mi stanno cos asciutti che se gli ponessi in un torchio non ne potresti cavar fuori una lacrima. Ma che vuol da me?
Balia - Dice ch'ora tempo dar ordine allo inganno ordito per turbar queste nozze del Capitano, per desia parlarti su questo fatto or che la madre in letto; che entri in questo vicolo che ti parler da quella fenestra secreta.
SCENA III.
Olimpia, Balia, Mastica.
Olimpia - Balia balia!
Balia - Figlia eccomi, ferita dell'anima mia!
Olimpia - qui Mastica? ecci alcun per le fenestre o per la strada che mi veggia?
Balia - Non appar anima nata. Accostati, Mastica.
Olimpia - Mastica!
Mastica - Padroncina mia dolce!
Olimpia - Ricordati che non ho mai lasciato far cosa per tuo servigio, per ti priego m'aiuti in questo mio estremo bisogno.
Mastica - Son vivo per amor vostro, ch sarei morto di fame mille volte; e per farvi piacere starei un giorno intiero in tavola a mangiare sempre e mi beverei un baril di vino ad un fiato, se ben andassi a pericolo di scoppiare.
Olimpia - bisogno ch'or ora tu vadi a Salerno a trovar Lampridio mio e dargli questa lettera dove scritto l'inganno ch'abbiamo ordito, e che non manchi tosto esseguirlo. E digli a bocca che l'ho amato assai pi in assenza che non l'amai in presenza, e che solo un refrigerio ho avuto in questa lontananza: che mi sono trasformata in pensiero e stata tanto sospesa in lui che mi sono dimenticata di me stessa e dell'affanno dove viveva, che non l'ho lasciato scompagnato un sol passo, che gli sono stata sempre intorno come l'ombra sua: e che si dimentichi Idio di me se per un sol punto mi sono io dimenticata di lui; e per quanti momenti di piacere ho avuti lontano da lui, tanti mille anni n'abbia di discontento; e se per merito d'altra persona son cambiata mai di fede, cada nel pi basso stato di miseria che si trovi....
Mastica - E come mi potr io ricordare di queste parole letterate?
Olimpia - ... E digli che mia madre mi vuol sposare ad ogni modo col Capitano, che ho fatto dalla mia parte quanto ho saputo e potuto e che non posso far pi per esser costante in amarlo e osservargli la fede che l'ho data d'esser sua eternamente, e che mai non vedr persona Olimpia viva ch'abbia altro marito, ch'io non voglio n posso amare altra persona che non sia lui: che il Capitano sollecita e s'affretta, la mia volont non ci consente; l'obedienza di mia madre mi sforza, Amor con forti catene mi tira a s; la mia libert in poter d'altri, la mia vita nelle sue mani: che consideri in che vita e in che inferno mi trovo, che sto come quella che sta confessandosi che d'ora in ora aspetta giustiziarsi; che se sono forzata maritarmi con questo Capitano, m'ho serbata una carta di soblimato, che s'usa ne' lisci della faccia, per avelenarmi. Onde s' vero quello amore ch'ha detto portarmi, e se non ha sepolto con la lontananza la memoria di chi tanto mostr d'amare, ch'or tempo mostrarlo; non lo spaventi periglio o fatica, che solo a chi ben ama ogni affanno legiero. ...
Mastica - (Gi cominciata la predica, non finir s tosto).
Balia - Ascolta, Mastica.
Olimpia - ... Arei molto che dirti. Per finirla, apriti il petto, mostragli il cor tuo in scambio del mio; ch sapendo egli il cor mio, vedendo il tuo veder appunto il mio.
Mastica - Tacete, che s'apre la porta del capitan Mastrilogo o Trasilogo, e vien fuori: che non ci senta parlare di queste cose.
Olimpia - Aggiongivi altro tanto del tuo, Mastica, sai.
Mastica - Ser bene se gli dir la met di quanto m'avete detto.
Balia - Mastica, son tua schiava.
Mastica - E io tua chiave.
SCENA IV.
Trasilogo Capitano, Squadra suo servo, Mastica.
Trasilogo - Ol, o di casa! Pestamuso, Franginaso, Pelabarba, Rompicollo, Spezzacatene, Cacciadiavoli! O che dormono intorno al foco o stanno distesi in stalla a grattarsi la pancia. Non posso vedermi intorno questa razza di poltroni infingardi.
Squadra - Che comandate, signor Capitano?
Trasilogo - Ordina a Pestamuso e a Franginaso che spazzino le camere e la sala, attacchino gli arazzi a' muri e mettano in ordine il palazzo; ...
Squadra - Si far.
Trasilogo - ... Fracasso e Spezzacatene racconcino l'armaria, poliscano l'armatura e forbiscano ben bene la mia passacuori, che sia pi splendente che il sole in leone, che calando di sopra il colpo, il lucido paia il lampo e la caduta il tuono;...
Squadra - (Penso che la ruggine se l'abbi divorate).
Trasilogo - ... ancora: che i cavalli fresoni, ginetti di Spagna e quelli del Regno sieno stregliati e forniti di tutto punto, e fra gli altri lo stornello che si chiama il Capitano, che s'assomiglia tutto a me d'animo, di forza e di gagliardia.
Mastica - (E di discorso ancora).
Squadra - Perch questo apparecchio, padrone?
Trasilogo - Questa sera mi sposer con Olimpia, che iersera me lo fe' intendere la madre; e tu sai bene come io sia morto e sbudellato per amor suo.
Mastica - (Tanto abbi l'anima quando l'arai!).
Squadra - pur contenta Olimpia, e quando venne di Salerno ne stava cos ritrosa!
Trasilogo - Ella fingeva cos per fare mona Onesta con la madre; ma ella si strugge e spasima per amor mio. Oh, non sarebbe una sciocca se ricusasse me per qualsivoglia? non sono io il primo uomo del mondo?
Mastica - (Costui deve essere Adamo. Ma il pecorone s' ricordato di tante cose e non ha fatto ancora parola della cucina).
Trasilogo - Ascolta, m'era dimenticato il meglio: fa' ...
Mastica - (Che s'apparecchi benissimo da desinare).
Trasilogo - ... che si cuopra quel mio ritratto che sta in quello atto fantastico e bizzarro e con quegli occhi sfavillanti, ch sarebbe impossibile che vedendolo Olimpia, che una fanciulla, non le venghi lo spasimo. Ho tanta virt in questi occhi che stando irato non persona di s intrepido core che vi possa fissar lo sguardo. ...
Mastica - (Oh! come fa bene a farlo coprire, ch non uomo che non cali gi gli occhi per non veder quella faccia di stregone).
Squadra - Che ste forse basilisco?
Trasilogo - ... Non sai tu ch'ovunque vado vien meco la morte e lo spavento? e ovunque volgo lo sguardo fo tremar l'istesso ardimento, s come proprio fusse il terremoto? ...
Squadra - Perch vien la morte con voi?
Trasilogo - ... Perch ha pi facende venendo meco che s'andasse con la peste e con la guerra accompagnata. Chi tronca pi teste? chi taglia pi gambe e braccia? chi scavezza pi colli? chi apre pi uomini per mezzo che questo mio braccio gagliardo? ...
Mastica - (Certo costui deve esser boia, poich squarta uomini, taglia teste e scavezza colli).
Trasilogo - ... Di' a Pelabarba, se venissero sergenti, capitani, colonnelli, maestri di campo o altre persone di conto a dimandarmi, gli dica che son ito a Palazzo, che S. E. tien Consiglio di Stato questa mattina. Tu compra robbe accioch s'apparecchi per questa sera, poi vieni a trovarmi dove tu sai.
Mastica - (Poich compra robbe me gli vo' scoprire; forse ne carpir una colazionetta questa mattina).
Trasilogo - Ma io veggio Mastica- O Mastica mio galante!
SCENA V.
Mastica, Trasilogo
Mastica - Eccomi, fior della cavalleria, re di paladini, gloria di rodomonti!
Trasilogo - Dove si va?
Mastica - Dove mi sento trascinar dalla gola.
Trasilogo - Tu vuoi dir che vorresti mangiar meco, eh?
Mastica - Fareste una opera pia: all'altro mondo ve la trovareste all'anima.
Trasilogo - Ors vo' che desini meco.
Mastica - O principe, o re, o Capitano strenuo e valoroso!
Trasilogo - Che dice Olimpia di me?
Mastica - Che questa notte s' sognata con voi e che voi le parete il pi bel gentiluomo del mondo.
Trasilogo - Haile tu detto che se ho un viso d'angiolo ho un cuor di diavolo? in somma la mia bellezza mi rubba gran parte della fama delle mie pruove; ch le genti vedendomi cos bello non si ponno imaginare che sia quel satanasso, quel gran diavolo ch'io sono. Haile tu raccontato le citt che ho prese, le tante volte che ho combattuto in steccato e le battaglie terribili c'ho fatte?
Mastica - Quali?
Trasilogo - ... Non devi esser di questa citt o sei nato sordo, poich non hai inteso per ogni cantone le mie pruove. Ascolta, che vo' raccontartene una spaventevole che un tempo ebbi con la famosa Alitia. Questa pi valorosa d'una Angroia, d'una Marfisa bizzarra, e siamo stati sempre capitalissimi inimici. Un d bandimmo giornata: a lei vennero in aiuto i popoli grnei, dinami e dcei; a me i popoli alopeci, epitli ed epismirni. ...
Mastica - Oh che nomi da scongiurare spiriti! e sonovi questi popoli sul pappamondo?
Trasilogo - Tu sei poco prattico nelle guerre, per non li conosci.
Mastica - Io non conosco se non i popoli panettari, piscatori, tavernari e salcicciari che mi donano da mangiare: con questi prattico e fo le mie scaramucce. Ma che segu della guerra?
Trasilogo - ... Combattendo seco, quantunque l'avessi dato diecimilla stoccate non la poteva uccider mai, perch era fatata come Orlando. Al fin per torlami dinanzi, le attacco una pietra al collo e la sommergo nell'Arcipelago. ...
Mastica - Crudel battaglia fu questa!
Trasilogo - ... Ascolta quest'altra ch'ebbi con gli uomini marini. ...
Mastica - Che uomini marini?
Trasilogo - Questi sono mezzi uomini e mezzi pesci; e cos scorrono per lo mare come gli uccelli per l'aria, e son coverti di piume molli che dando loro con la spada cedono al taglio, che non fa ferita. N si pu loro appressar con navi, perch portan fuoco e le bruggian tutte. ...
Mastica - Voi come l'uccideste?
Trasilogo - ... Prima tesi una rete tessuta di gomene di navi tra certi scogli, poi feci carri di soveri e vi posi delfini a briglia; e dando loro la caccia gli feci cadere nell'imboscata, poi tenendogli sospesi dall'acqua gli lasciai morir di fame come cani. ...
Mastica - Oh che morte crudele! or non v'era altra sorte di farli morire che di fame? Ma dimmi, non ci fu alcun testimonio che lo vidde?
Trasilogo - ... I miei compagni tutti moriro all'impresa e di loro non rimase niuno vivo. Ma io te ne racconter delle pi brave. ...
Mastica - Bastan queste: non pi, di grazia.
Trasilogo - Ascolta, che poi anderemo a pranso.
Mastica - Vo' piuttosto star senza pranso che ascoltar queste bugie.
Trasilogo - Io non so dir mensogne, n son di questi squassapennacchi che con le loro frappe accrescono le cose loro pi di quello che sono. In fatti son pi fiero che non mostro con le parole. Va' e racconta queste cose ad Olimpia, che ti donar una alfangia spagnola vecchia. ...
Mastica - Che cosa armangia?
Trasilogo - Dico alfangia non armangia.
Mastica - Che m'importa alfangia o armangia! vi domando s' cosa da mangiare.
Trasilogo - ... una scimitarra che tolsi al capitan don Juan Manrich Caravaschal cara de Pamplona. ...
Mastica - Gran scimitarra dovea esser questa che ci ponevano la mano tante persone!
Trasilogo - Che tante persone?
Mastica - Questi tric, varric, varra, varrone che avete detto.
Trasilogo - ... E ave un bel manico d'avorio posticcio.
Mastica - Pasticcio? questo si che l'accetto.
Trasilogo - Ti lascio, ch'io vo' partirmi.
Mastica - E quando pransaremo?
Trasilogo - Io vo a desinare con S. E. questa mattina, che iersera ne volse la fede mia di non mancarle. Questa sera cenerai nel banchetto della tua padrona, ch ben sai che dove la sera si fan nozze la mattina non vi si mangia.
Mastica - Disgrazio tal legge e chi la compose!
Trasilogo - Tu sei in clera meco: non ti partire, ch'adesso ritorner, che gi non ora di pranso.
Mastica - In casa tua mai non ora di pranso mentre ci sono io. Temerario vantatore, capitan di ranocchi, mi fa ascoltare e parlar quattro ore, poi me ne manda assordito e diseccato, senza mangiare e senza bere. Si pensava che le sue parole m'entrassero in corpo e mi servissero per cibo, o forse mi voleva far morire come quelli suoi popoli. Mi voleva dar l'alfangia, come s'io avessi bisogno di queste armi per combattere con la fame: ch non ho altra nemica al mondo, n pi gran pericolo che combatter con lei; e se non mi difendessi a piatti di lasagni, di maccheroni, caponi, faggiani e fegatelli, m'ucciderebbe. Ors, me n'andr ratto a Salerno per trovar Lampridio e gli dar la lettera, che per mancia non mi mancher un banchetto da imperadore.
Fine del primo atto
ATTO SECONDO
SCENA I.
Lampridio innamorato, Protodidascalo suo precettore.
Lampridio - Ecco pur veggio quell'ora, che per troppo desiderarla mai non parea che venisse. Quanto pensi, o Protodidascalo precettore, mi sia dolce Napoli?
Protodidascalo - Pol, aedepol, mehercle, quidem, Lampridio, che al fin ti ser molto amarulenta. Nota aedepol col diftongo.
Lampridio - Pur la buona sorte ha voluto che ci venissi.
Protodidascalo - O terque quaterque beatus se non ci fosti venuto mai!
Lampridio - E come desiosa farfalla corre intorno l'amato lume, cos vo io ratto a pascermi gli occhi dell'amata luce del mio sole! ...
Protodidascalo - La fiamma ti comburer l'ali, caderai deplumato e ustulato come il Dedalide - patronimice loquendo: Icaro figliuolo di Dedalo.
Lampridio - ... da cui per esser stato cos lontano, non so come le tenebre non m'abbino accecato e spento in tutto.
Protodidascalo - O quam melius non stuzzicassi i carboni semivivi, semisopiti sotto la cenere, che ogni favillula dandole fiato cresce in gran fiamma. Per smorzalo.
Lampridio - Oim come vuoi ch'io lo smorzi se tutto ardo? e Amor s fattamente soffia nelle faci che m'ave accese nell'alma, che sono avampato di sorte che son tutto di fuoco.
Protodidascalo - Rivolvendo le tue cure altrove, Amor insufflando ne' tuoi igniculi non far altro che fumo. Ma se tu non volessi ignescere pi di quello che sei, non saresti venuto Neapolim versus. Non sai quel famulo terenziano: Accede ad ignem hunc, iam calesces plus satis; che il fuoco arde pi vicino che lungi?
Lampridio - Anzi l'incendio d'amore arde e si fa sentir di lontano pi che da presso. Ma io vo' palesarti il mio pensiero: le cose vietate sogliono piacere e le possedute rincrescere; io con l'esser venuto qui in Napoli, veggendola di continuo, per la troppa abondanza mi verr in fastidio e mi levar da questo amore.
Protodidascalo - Falsum, idest falsa imaginatio est che la vista d'una cosa amata voglia rincrescer giamai; anzi non cosa pi melliflua e piena di dolcedine ch'un polcrissimo aspetto, e quanto gli oculari radii pi reciprocano meno si saziano. Concludo ergo che questo tuo venir a Napoli non altro che addere ignem igni.
Lampridio - Questa ser veramente l'acqua ch'estinguer il mio foco.
Protodidascalo - Ser come l'acqua che spruzza il fabro ferrario su' carboni per fargli pi flagranti ed escandescenti.
Lampridio - Non far il tuo dire ch'io perda la sua grazia, poich l'ho acquistata.
Protodidascalo - Oh miserrimo e deperdito te, che chiami acquisizion d'altri la iattura di te medesimo! Rememora che quando pervenesti a Salerno non v'era giovine d'intelletto pi terso n di indole pi elegante di te. Sempre col Cantalicio e con lo Spicilegio alle mani; appena diceva: arrige aures, che subito ti ponevi in ordine e aprivi le orecchie; non ti dava dettato cos grande che non l'avessi capito e posto ben bene entro i meati dell'intelletto. Ed io vice versa tutto mi congratulava di tanta obedienza. Or pi non prezzi i fatti miei, cepit te oblivio d'ogni buon costume, e ti sei posto ad amplectere l'amor d'una donna. Odi Marone: Varium et mutabile semper femina; dove l'Ascensiano interprete enucleando quelle parole dice: Femina nulla bona. Ella si ricorder di te appunto come se non t'avesse conosciuto mai. Ma stimi che s'alcun formoso la chieda in copula matrimoniale, per amor tuo voglia giacer frigida nel lecto?
Lampridio - Protodidascalo, non far questa ingiuria al bello animo suo, ch'io nol comporter.
Protodidascalo - Ma penso fin ora ne sar fatto cerziore tuo padre Filastorgo - che nome greco, ap t philin, ap t astorgin, ab amando filium, che ti ama molto; - onde o ti richiamer a Roma overo un giorno tel vedrai: Quem quaeritis? adsum; ch non solo verr qua equester o pedester ma navester ancora.
Lampridio - Il fuoco d'amore si consuma piuttosto da se stesso col tempo che con ricordi o solleciti avedimenti: per andiamo a Capovana a trovar Giulio studente che conoscemmo in Salerno, ch quel certo mi rallegrar con alcuna buona novella di Olimpia mia.
Protodidascalo - Non ti ha scritto Giulio che Olimpia non voleva che tu fussi venuto a Napoli? e non ci fu detto nel diversorio che Olimpia si maritava con un certo Capitano famigerato?
Lampridio - bugia, nol credere.
Protodidascalo - Niuno crede a quel che gli dispiace. Ma io mi dimentichi tutti i modi di dire ciceroniani e non possa finire il sesto di Virgilio che ho cominciato, se non ti succeder quel che ti dico; obtestor dem - pro 'deorum' - atque hominum fidem!
Lampridio - Questi che viene in qua non Giulio quel nostro amico?
SCENA II.
Giulio studente, Lampridio, Protodidascalo.
Giulio - Se mal non veggio, questi mi par Lampridio; egli desso. O Lampridio dolcissimo!
Lampridio - O Giulio fratello, ch persona pi desiderata non arei potuto incontrar oggi!
Giulio - Dio vi salvi e vi dia mille buon giorni!
Lampridio - Un solo basteria a farmi felice.
Giulio - Se soverchiano a voi siano per i vostri compagni; a voi, Protodidascalo.
Protodidascalo - Oh come optatissimo ti obietti agli occhi nostri!
Lampridio - Che sai d'Olimpia mia?
Giulio - Rispondete al saluto prima e dite: - Dio vi aiuti e salvi! - e poi mi dimandate d'Olimpia.
Lampridio - Come pu mandarvi salute chi privo d'ogni salute?
Giulio - Or dite come stiate.
Lampridio - Dillomi tu, fratello, com'io stia, che lo sai meglio di me.
Giulio - Come?
Lampridio - S'Olimpia m'ama io sto benissimo, se non m'ama io sto assai peggio che morto: non sai tu ch'ella l'anima mia? non amandomi come potrei viver senz'anima? sarei un che vivesse morendo sempre.
Protodidascalo - Larva d'uomo.
Lampridio - Lasciam questo: che sai d'Olimpia mia?
Giulio - Nulla di nuovo se non che venne a casa Mastica e mi preg caldamente che vi scrivessi che per quanto amor portate ad Olimpia e se avete a caro il suo piacere, non foste venuto a Napoli per una cosa importantissima.
Lampridio - Che cosa importantissima questa?
Giulio - Non saprei.
Lampridio - Che imaginate?
Giulio - Non saprei che imaginarmi. Parmi che sii contristato: sei tutto mutato di colore.
Protodidascalo - A questo nunzio oltre ogni suo cogitato dispiacevole, il freddo pavore di zelotipia ave invaso la fiamma comburenteli i precordi e l'ha fatto essangue e pieno di pallore. Segno di amore: Palleat omnis amans, disse Nasone.
Lampridio - Per dirti la verit, non avendomi detto la cagione m'hai posto l'animo non so come in suspetto.
Giulio - Vuoi tu attristarti del male prima che sia?
Lampridio - Par che l'animo se l'indovini.
Giulio - Forse per ritornarne a Salerno di corto e vorr ella istessa darti la nuova della sua venuta e risparmiarti questa fatica.
Lampridio - Non mi quadra, mi batte l'occhio dritto; e mi fu referito nel viaggio che si maritava con non so chi Capitano suo vicino.
Giulio - Io non so nulla di ci: questa la casa del Capitano che dite, e questi che viene suo servidore; volete che gli ne dimandi? Non rispondete? volgete l'animo a me.
Lampridio - Non l'ho meco.
Giulio - Richiamalo a te.
Lampridio - Non posso, sta in gran tempesta, ondeggia. Ridillo, che non t'ho inteso.
Giulio - Vuoi ch'io ne dimandi questo servo?
Lampridio - Me ne faresti piacere.
Giulio - E vedrai quanto t' stato detto tutto esser bugia.
Protodidascalo - Festina i celeri passi, vien alacre, baiula un simposio sive un convivio intiero, ch' infausto augurio per voi. Vi son colombe, animal di Venere: dinota coniugio. Lampridi Lampridi, timeo actum esse de te.
SCENA III.
Squadra, Protodidascalo, Giulio, Lampridio.
Squadra - Sia benedetto Idio che siamo usciti di tanti voglio e non voglio e che si facevano e che non si facevano; ch al fin s' voluto e si fanno queste nozze.
Protodidascalo - Rumina un certo quid de nupzie e ringrazia l'altitono Giove che sian pur fatte.
Giulio - Fermati, Squadra.
Squadra - Chi spensierato trattien un carico e che ha che fare?
Giulio - Un che ti spedir tosto. Volgiti.
Squadra - Non posso volgermi: ho la schiena troppo dura adesso. Paga un che ti ubedisca.
Giulio - Dimmi, Squadra, donde vieni, dove vai e che robbe son queste?
Squadra - Vengo da comprare, vo a casa per apparecchiare il banchetto, ch il Capitano s'ammoglia questa sera. Ecco t'ho detto donde vengo, dove vado e che robbe son queste.
Giulio - Se tu m'avessi detto con chi, a me aresti tolto fatica di dimandare e a te di rispondere.
Squadra - Con Olimpia figliuola di Sennia, questa nostra vicina.
Giulio - Questo vero?
Squadra - Pi vero del vero.
Lampridio - (Mi par che da buon senno si mariti Olimpia, e di quanto ho sospetto, che sia vero).
Protodidascalo - (Etiam ti pare? non bisogna che pi ti paia perch maritata; se ben hai ruminate le recensite parole, non hai pi diverticolo d'allucinar te stesso. maritata, plus quam maritata).
Lampridio - (Taci col tuo malanno!).
Squadra - Non mi date pi fastidio, di grazia.
Giulio - Te ne dar mentre non mi dici quanto desidero.
Squadra - Non vedete che sto carrico, ho fretta, ho da far molte cose e ho poco tempo?
Giulio - Mentre hai detto cotesto, aresti risposto a quanto voleva. Mastica sa queste cose?
Squadra - Come non le sa, s'egli ha portato e riferito l'ambasciate e ogni giorno mangia col Capitano?
Giulio - Mi sapresti dir dove fusse?
Squadra - Ove si mangia o si tratta di mangiare.
Giulio - Tutto questo sapevo io.
Squadra - Perch dunque ne me dimandi?
Giulio - Va' in buon'ora carico e c'hai faccende; eccoti spedito.
Squadra - A dio, trattenitor degli affacendati.
SCENA IV.
Giulio, Lampridio, Protodidascalo.
Giulio - Lampridio caro, oggi troveremo Mastica e c'informeremo meglio del negozio: forse non ser cos.
Lampridio - Questo forse non mi rileva nulla.
Giulio - Intanto andiamo a pranso.
Lampridio - Andate a pranso voi, ch'io non pranser n cener pi mai.
Protodidascalo - Vuoi tu per questo appeter la morte?
Lampridio - Assai meglio che mal vivere. Sendo mancata la mia f nel cuor di quella di cui l'imagine pi viva nel mio che non v' l'anima istessa, ed essendo morta per me chi era cagione che a me fusse cara la vita, non mi curo pi d'anima n di vita.
Giulio - Sei tu disperato?
Lampridio - Eh, Olimpia Olimpia, non son queste le parole che mi dicesti partendoti da me: che piuttosto il sole sarebbe mancato di luce che tu giamai di fede, o che il tempo bastasse ad intepidirti l'ardore che mostravi tener acceso nel petto per amor mio! Ed possibile che nel cuore, donde sono uscite queste parole, or vi sia entrata tanta oblivione? Sia maladetto tal core e sia maladetta, Amor, la tua potenza, che in quel core ove pi regnar dovresti ti lasci come vil servo vincere e dispreggiare. ...
Protodidascalo - Lasciategli essalar gl'ignicoli accensi nell'intimo del suo core, che exarso dalla concupiscenza abbi l'egresso per questi respiracoli.
Lampridio - ... Capelli, questo mio braccio non pi vostro luogo! Verde seta, quanto mal fosti intrecciata con essi: mi promettesti speranza ma gi morta ogni speranza per me. Voi m'avete ingannato; ma chi non areste ingannato se ci foste avolti da quella con tante belle maniere e tanti baci? Io calpesto cos voi come ella ha sprezzata e calpestata la mia fede. Anello, tu non starai pi in questo dito: mi mostravi due fedi gionte, che se ben la lontananza o la morte ne parte i corpi non partir l'alme in eterno che sieno legate d'amore. ...
Protodidascalo - Oh, utinam, che concomitante il celeste favore questo fusse proficuo rimedio che lo vedessimo sospite di queste intricabili erumne!
Lampridio - ... Ahi donne perfide e infideli - delle ingrate parlo io, - tutte ste macchiate d'una pece, tutte ste ad un modo! Non perch vi si mostri piagato il core in mille parti, non perch si spenda la vita mille volte per onor vostro, si pu acquistar tanto merito appresso voi che in un punto non vi si dilegui dalla memoria. L'instabilit ogetto del vostro cuore, la leggerezza nata nel mondo dalla vostra condizione. ...
Protodidascalo - Oh che tu cernessi con gli occhi miei queste donne petulche Pasife, queste trisulche vipere!
Giulio - Lampridio caro, non avete ragione biasmar tutte per una che vi dia cagion di dolervi: ci sono delle cortesi e delle gentili s. Ben si conosce che vi sopravince la clera.
Lampridio - ... Ah Mastica Mastica, non senza cagione volevi che non fossi venuto a Napoli, accioch non vedessi che mi tradivi; della tua infedelt non devo punto maravegliarmi, perch hai fatto da quel che sei! Ma io mi masticher questo tuo core.
Protodidascalo - Non t'ho io da gl'incunabuli animadvertito con mille ciceroniane auree sentenze, che in questo abietto hominum genere v' sempre carenzia di fede? e hai sempre floccipeso le mie parole. Che vuol dir Mastica se non mastix, verbero, vulgari vocabolo sacco di bastonate e truffatore?
Giulio - Ors, date fine a tanta clera.
Lampridio - Amico, se mai mi facessi piacere, vattene, lasciami qui solo, lasciami sfogare e dolere a modo mio.
Giulio - Non vergogna qui nella strada publica dolersi come figliuolo? Andiamo a casa, serratevi in una camera e qui a vostra posta doletivi quanto vi piace.
Lampridio - N in casa vostra n in Napoli star un sol punto; andr a farmi monaco per disperato in un eremo. Anzi fammi una grazia, fratello: menami al Molo grande, ch'io voglio or ora buttarmi in mare.
Protodidascalo - Oh miserrimo chi segue questo giovenecida Amore! Germanule, andiamgli dietro, ch non incida in qualche discrimine della vita.
SCENA V.
Trasilogo, Squadra.
Trasilogo - Dunque un romano ar tanto ardimento da farmi un simile inganno?
Squadra - Chi v'ha rivelato questa cosa, padrone?
Trasilogo - Anasira, quella mia conoscente; e vogliono con questo inganno tormi Olimpia mia sposa. Son uscito per incontrarlo e ammazzarlo.
Squadra - Per dirlovi, padrone, a me parea impossibile che Olimpia v'amasse mai, perch alla vista conosceva che ne stava molto aliena.
Trasilogo - O Dio, che queste feminacce del diavolo fanno s poco conto d'un cor tremendo e foribondo! Mirami un poco in viso: faccia questa da sprezzarsi da Olimpia? Io mi ho inteso lodar di bellezza e ho fatto morir le migliaia delle donne d'amore a d miei; e chi m'avea a dormir seco lo riputava a molto favore, per aver razza d'un par mio per uomini da guerra.
Squadra - Olimpia come l'altre: s'attacca sempre al peggio.
Trasilogo - S'ella mi vedesse in mezzo un essercito di nemici, dove non si vede altro che spronar cavalli, abbassar lancie, sonar tamburri e trombe, scaricar archibuggi, bombarde e artegliarie, e io con questa mia Balisarda aprir elmi, forar corazze, romper teste, tagliar colli e infilar cuori; s'ella mi vedesse con una lancia in resta e prima che si pieghi buttar in terra almen sette persone, mi giudicarebbe un fulmine di guerra; ed ella e tutto il mondo impararebbe a far altro conto di me che non ne fanno.
Squadra - Or questo s che desiderarebbe veder Olimpia prima che si pieghi: di buttar sette persone in terra.
Trasilogo - Ma oim, che la gelosia m'ha posto un verme nel core che mi rode tutto e mi scompiglia: che verme, che verme! Io sento Amore che con cento cannoni mi d la battaria all'anima. Gi sono abbattute le cortine e occecati i belovardi, ecco mi dan l'assalto; ahi spada, che mi consigli? ahi Durindana, tu non mi servi a nulla!
Squadra - Padrone, veggio non so chi in finestra.
Trasilogo - Mira se mi guarda.
Squadra - Non vi move gli occhi da dosso.
Trasilogo - Deh, che m'attaccassi ora alla scaramuccia con mille persone, ch in tre colpi ne vorrei far cento pezzi di tutti; che non vorrei mai tirar colpo che non andasse a pieno, n volger sguardo che non mi facessi fuggir dinanzi una compagnia. Vien qua che ti vo' mostrar certi colpi di spada. Al primo sfodrar della spada fatti innanzi con questo mandritto sul capo, con questo roverscio alle tempie, poi caricagli sopra con un piede inanzi, che passaresti una torre da un canto all'altro.
Squadra - Padrone, riponete la spada or che siete in furore, che non m'ammazzate.
Trasilogo - Ors, poni effetto a questo falso filo, ch saresti per sbarattar la scrima.
Squadra - Avertite che non vi scappi da mano. Diavolo! che Olimpia ha serrato la fenestra.
Trasilogo - Ahi, capitan Trasilogo, rovina degli esserciti, distruggitor delle cittadi, eversor degl'imperi, tu devi esser stimato cos poco! Vien qua, spezza la porta, entra, sali e di' ad Olimpia che ho preso pi citt e castelli e che ho pi ferite nella persona ch'ella non ha posto punti d'ago su la tela in sua vita, e che ho cento gentildonne che spasimano per amor mio; e se non fusse che una vil feminella, non la scamparia il cielo che non avesse a partirsi una cappa meco e ucciderci dentro un steccato. Che tardi?
Squadra - Non saria meglio, padrone, sfogar questa clera sopra Mastica o sopra quel romano, e lasciar questa casa? chi pu saper che vi sia dentro!
Trasilogo - Dici bene, mi vo' appigliare al tuo consiglio; potrebbe esser qualche stratagemma, che ci fusse qualche imboscata dentro. Ser bisogno venirci ben provisto e tr prima le difese. Andiamo, ch vo' spianar questa casa da' fondamenti.
Squadra - Fermatevi, padrone, ch vien Mastica e un giovanetto, qual stimo il romano. Ascoltiamo un poco: forse ragionano su questo fatto.
SCENA VI.
Mastica, Lampridio, Protodidascalo, Squadra, Trasilogo -
Mastica - Anzi or veniva insino a Salerno a recarti la pi lieta novella che tu avessi avuta giamai.
Lampridio - Perdonami se a torto mi sono adirato teco.
Mastica - Conosci tu questa lettera?
Lampridio - Oim, d'Olimpia mia!
Mastica - Ti porto cosa miglior di questa.
Lampridio - Che cosa mi potr esser pi cara e miglior di questa? Parla presto: che nuova m'apporti d'Olimpia?
Mastica - Nulla, ma lei tutta insieme.
Protodidascalo - (Me miserum, io arbitrava che fusse paulo minus che evaso da questa egritudine: or questa speranza sar un suscitabulo, ch di nuovo la fiamma si pascer delle sue midolle!). Lampridio, perpendi gl'inganni, non credere, son tutte nughe.
Lampridio - Dimmi, Mastica, dove mi porti Olimpia?
Protodidascalo - Se non la porta dentro quel suo tumido ventre, ignoriamo dove la porti.
Mastica - Questo ventre che te la porta.
Protodidascalo - Dunque bisogna invocar: Iuno Lucina fer opem, che tu partorisca, o chiamar un lanista che ti squarti per cavarnela fuori?
Mastica - Anzi mantenermelo grasso e grosso, onto e bisonto.
Lampridio - Mira che gran ventre che ha fatto!
Protodidascalo - Come pu esser gracilescente se dentro vi sono i Bartoli e Baldi, i testi, l'arche e la supellectile ch'avevi in casa?
Mastica - Che testi, che archi, che tele?
Protodidascalo - Quei che saepicule abbiam pignorati e venduti per pabulare con munificentissima largitade la tua hiante bocca ed empir di vino cotesta tua absorbula gola.
Lampridio - Lasciam questo: mostrami Olimpia mia.
Mastica - Scostiamci di qui, che non siam visti ragionare insieme.
Lampridio - Eccomi.
Trasilogo - (Ascolta, Squadra).
Squadra - (E voi stiate ancora intento).
Mastica - Sappi che quando la vecchia mand a chiamare Olimpia da Salerno, la voleva maritare con un certo Capitano sciagurato. ...
Trasilogo - (A dispetto di..., potta del ...!).
Squadra - (Fermatevi, ch ci sar tempo a questo).
Mastica - ... Ella negando sempre non volse mai consentirvi; pur volendo la madre che vi consentisse per forza, si serr in una camera, si stracci i capelli, si batt il petto, n fece altro che piangere e sospirare. ...
Lampridio - Questa la lieta novella che m'apportavi? Mi hai mezzo morto!
Mastica - Ascolta se vuoi.
Lampridio - O cielo, come consenti che gli occhi, sole d'ogni tuo sole, or sparghino tante lacrime? o Amore, come tu soffri che si straccino quelle trecce dorate con che tu suoli legare ogni persona? o cuor mio, anzi non cuore ma pietra, come non scoppi di doglia in sentir questo?
Mastica - Tu piangi? e che faresti vedendo rotta una pignatta in mezzo il foco vicino l'ora di mangiare?
Protodidascalo - Sempre sta l'animo in saziar l'inexplebile aviditate del suo elefantino corpo e pascer l'ingluvie di quella vorace proboscide.
Lampridio - Presto, finisci d'uccidermi.
Mastica - ... Ella sempre che mi vedeva in presenza della madre, mi volgeva gli occhi con certo atto pietoso che parea che mi dicesse: - Mastica, abbi piet di me. ...
Lampridio - Beato te!
Mastica - Per che cosa? perch ho fatto forse collazione?
Lampridio - Che collazione? Perch puoi trattare e ragionar con Olimpia e vederla quanto ti piace.
Mastica - Dieci di queste beatitudini le venderei per un bicchier di vino. - ... Poi quando alla sfuggita mi potea parlare, diceva: - Mastica, sai tu novella di Lampridio mio? - e finiva le parole che le portavano l'anima in sino a' denti. ...
Lampridio - O vita dell'anima mia, o somma allegrezza di questo cuore, ben serbi l'animo tuo generoso in ricordarti di chi promettesti d'amare! oh come uccidendomi m'hai risanato!
Mastica - Tu ridi adesso? o cervellaggine d'innamorati!
Protodidascalo - Ecco ristorate le prosternate passioni.
Lampridio - Segui.
Mastica - ... Al fin per trsi da questo intrico, ha inventato il pi bello e colorito inganno che si possa imaginare, facile a fare e pi facile a riuscire. ...
Lampridio - Dillomi di grazia.
Mastica - Leggi questa lettera e rispondi da te stesso alla tua dimanda e raccontati la trama ordinata.
Lampridio - Perch non me la di? Non la stringer cos forte, ahi come la tratti male! Dammela ch me la pongo nel petto, anzi nel core anzi nell'anima.
Protodidascalo - Eh! Lampridio Lampridio, tu dispreggi le mie parole, eh? non ti lasciar deludere.
Mastica - Adaggio, ch abbiamo a far un patto tra noi. Subito che serai entrato in casa, vo' che si bandisca la guerra mortale a sangue e a foco al pollaio, che si dia la rotta a tutt'i fiaschi, pignatte, bicchieri e piatti piccioli che sono in casa; vo' che mi sieno consignate le chiavi della cantina, dispensa, casce e d'ogni cosa: vo' essere il compratore, il cuoco e il maggiordomo; vo' la parte di tutto quello che si pone in tavola, che non vogli vedere il conto di quel che spendo n che mi levar mattino, ma che mangi e dorma quanto mi piace; e sopra tutto che questo pedantaccio non accosti in casa.
Protodidascalo - Menti, lurcone, nugigerolo, sicofanta!
Mastica - Menti tu, che sia tuo fante.
Protodidascalo - Heu, heu, heu!
Mastica - Guai ti dia Dio, che hai?
Protodidascalo - Mi doglio all'antica. Da dolentis? heu, ah et cetera. Ma o tempora, o mores, o aurea et, dove sei transacta, ove sei! o Cicerone che increpavi i tuoi tempi! Siamo in questo esecrando secolo, in questa et ferrea a garrir con questo petulante.
Mastica - Vuoi disputar meco? e se vincerai vo' star un giorno senza mangiare, e se perdi vo' farti un cavallo, ch non sai accordare il geno mascolino col feminino.
Protodidascalo - Va' e disputa con i tuoi pari dell'arte tua, de re culinaria.
Mastica - Anzi questa l'arte tua.
Protodidascalo - Dico culinaria seu coquinaria, cio di cocina; questo un sinonimo.
Lampridio - Maestro, di grazia prtiti di qui, ch non pu esser ben di me se mi stai d'intorno.
Protodidascalo - Leggi un poco questi endecasillabi che t'insegnano a non farti deludere.
Lampridio - Va' col nome del diavolo tu e tuoi versi: che seccaggine questa!
Protodidascalo - Heu misera, negletta e profligata virtude!
Mastica - Ors, mi prometterai tu quanto ti ho detto?
Lampridio - Eh, Mastica, conoscerai in altro modo la mia liberalit.
Mastica - Eccoti la lettera, leggi piano che non sii inteso.
Lampridio - - Sola speranza d'ogni mio bene, .... Oh dolcissimo principio! Beata carta, quanto tu devi tenerti pi felice dell'altre, poich ella s' degnata appoggiarci le belle mani! Mentre bacio questi caratteri parmi che baci quelle mani che l'han formati, quella bocca che gli ha dettati e quell'animo che gli ha concetti.
Mastica - Non tanti baci sopra baci; e che faresti a lei se cos baci l'ombra delle sue mani?
Lampridio - Oh, che parole dolcissime! O bello inganno, ben veramente mostra esser uscito dal suo ingegno divino!
Mastica - Non pi, basta: non l'hai letta, vuoi tu leggerla un'altra volta?
Lampridio - Deh, lasciami leggere tutto oggi, ch mentre leggo questa parmi che ragioni seco!
Mastica - Fermati, dove vai?
Lampridio - Vo a casa di Giulio a trovar le vesti per vestirmi da turco e venir or ora a casa vostra.
Mastica - Ascolta, aspetta.
Lampridio - Presto, ch l'allegrezza mi scorre per tutte le vene di trovarmi con lei e disturbar il matrimonio tra lei e questo Capitano furfante.
SCENA VII.
Trasilogo, Lampridio, Mastica, Squadra.
Trasilogo - Oim, non posso pi tenermi che con un pugno non gli rompa la testa e non li schiacci quell'ossa.
Lampridio - Mastica, chi questo rompiosse e schiacciateste?
Mastica - quel Capitano che vuol prender Olimpia tua per moglie.
Lampridio - Poich questi cerca privarmi d'ogni mio bene, cercher prima privar lui della vita.
Trasilogo - Io dar tal calcio dietro a questo furbetto che lo far andar tanto alto che, se ben portasse seco un fardello di pane, gli sar pi periglio di morirsi di fame per la via che morirsi della caduta. E quest'altro vo' che assaggi un pugno delle mie mani, ch so che non duro il suo osso come la mia carne, e li far tanto minuta la carne e l'ossa che non ser buona per pasto delle formiche....
Squadra - Non con tanto impeto, padrone.
Trasilogo - ... Io lo spaventer con la guardatura, che non ser altrimente bisogno di por mano alla spada....
Lampridio - Mira che passeggiar altiero, mira che bravura!
Squadra - Lasciatelo andar, padrone, ch alla ciera mi par di buono stomaco.
Trasilogo - ... Io gli dar a ber un poco d'acqua di legno, che gli lo sconcier di sorte che per parecchi giorni non gli verr voglia di mangiare. Ma ser meglio che gli parli prima. - Dimmi un poco, conoscimi tu?
Lampridio - Io non ti conosco n mi curo di conoscerti. Ma tu conosci me?
Trasilogo - Non io.
Lampridio - Ors, vo' che mi conoschi, perch vogliam fare questione insieme.
Trasilogo - Poich io non conosco te n tu me, non accade far questione altrimente.
Lampridio - Su, poni mano alla spada.
Trasilogo - Non la vo' ponere se non dove piace a me: vuoimene forzar tu? sei tu padrone delle mie mani? sto io con te che mi comandi?
Lampridio - S, perch ci vogliamo romper la testa insieme.
Trasilogo - La testa mia io la vo' sana; se la vuoi rotta tu, battila in quel muro.
Lampridio - Per parlarti pi chiaro, dico che ferendoci tra noi ci vogliamo cavare un poco di sangue.
Trasilogo - Sangue ah? ne ho poco e buono; se soverchia a te, vattene ad un barbiero che con poca spesa te ne caver quanto vuoi.
Mastica - (Uomini che abondano assai di parole mancano assai di fatti).
Lampridio - Hai paura di me?
Trasilogo - Ho paura di me, non di te.
Lampridio - Pecora, asinaccio!
Squadra - Rispondetegli, padrone.
Trasilogo - Il malanno che Dio ti dia, non mi chiamo cos io!
Lampridio - Tu fuggi, eh?
Trasilogo - Io camino presto.
Mastica - (In cambio di menar le mani mena piedi).
Trasilogo - Oim, oim!
Squadra - Ancor non vi ha tcco e voi gridate.
Trasilogo - Se gridassi dopo, a che mi giovarebbe?
Lampridio - Mastica, mira se sciocco: non ha voluto venir all'esperienza dell'armi con me.
Mastica - Anzi savio, ch ha voluto prima credere che provare.
Lampridio - Andiam per i fatti nostri.
Mastica - Andiamo. Ecco mi vedr le vene gonfie, i nervi distesi, allisciarsi la pelle della mia pancia che pareva la faccia della bisavola mia.
Trasilogo - Son partiti, Squadra.
Squadra - S, sono.
Trasilogo - Mira bene.
Squadra - Non vi persona, dico.
Trasilogo - Io non ho voluto porre a rischio un par mio con lui, ch a me ogni minima ferita m'ucciderebbe perch son tutto cuore; ma egli tutto polmone. N gli ho voluto rispondere perch non aveva clera.
Squadra - Perch non vi serbate la clera per lo bisogno?
Trasilogo - Ma or che la clera m' salita al naso e mi fuma il cervello, ti far conoscere chi son io. - Pecora, asinaccio sei tu. Menti per la gola: questa mentita data a tempo, non te la torrai da dosso come pensi. Mondo traverso, perch non vieni qua ora? ch ti romperei la testa e ti cavarei col sangue l'anima: tif, taf. Hai paura di me? Fuggi dovunque tu vuoi, ch'io ti trover e cavar gli occhi e far che tu stesso li veggia nelle tue mani.
Fine del secondo atto
ATTO TERZO
SCENA I.
Mastica, Lampridio, Protodidascalo.
Mastica - Camina sicuramente, ch non uomo che vedendoti con questo ferro al collo, col turbante in testa e con queste vesti, non ti giudichi or ora scampato di man di turchi, ritratto dal naturale.
Lampridio - Amor, favoriscimi a questo inganno, ch non si pu far cosa buona senza l'aiuto tuo.
Mastica - Hai la catena ne' piedi?
Lampridio - Vorrei che ti potessero rispondere le mie gambe che appena la ponno trassinare.
Mastica - Io vado: or vedrai la tua Olimpia desiderata.
Lampridio - O braccia mie aventurose, dunque voi cingerete il collo della terrena mia dea? o bocca mia, tu bascierai le guancie delicate e gli occhi del mio sole? O Amore, se ti piace ch'io ottenga cos desiderata felicit, donami tanta forza che la possa soffrire: ch dubito che vedendomi Olimpia in queste braccia, non mi muoia di contentezza.
Mastica - Lampridio, tieni le parole a mente. Subito che serai intrato in casa, comanda che si tiri il collo a quante galline ci sono e che mi siano dati dinari per comprar robbe.
Lampridio - Eccoti dinari, spendi ci che tu vuoi, non me ne render conto.
Protodidascalo - stato supervacuo admonircelo, egli lo fa indesinenter; non oggi il primo giorno che cognovisti eum.
Mastica - Ricordati dimandar quello che ti ho detto, per mostrar che sei figlio a Teodosio.
Lampridio - Non me lo dir pi, ch lo so cos bene che ricordandomelo pi, me lo faresti smenticare.
Mastica - Tu sei tutto mutato di colore.
Lampridio - Questa insperata speranza d'allegrezza m'ha tolto fuor di me stesso. Non so che m'abbi: cuor mio, sta' fermo; tu par che non mi capi nel petto, tu dibatti cos forte come se ne volessi saltar fuori.
Mastica - Con questo colore tu saresti piuttosto per sconsolarle che rallegrarle con la tua venuta.
Lampridio - Far migliore viso se posso. Va' tu presto e recami da vestire.
Mastica - Lo far. Io entro prima, dar la buona nuova e le far uscir fuora a riceverti. - O di casa, allegrezza allegrezza, mancia, buona nuova!
SCENA II.
Lampridio, Protodidascalo.
Lampridio - Protodidascalo, tu stai di mala voglia.
Protodidascalo - Taedet me et misereor del caso dove sei per incidere.
Lampridio - Se tu avesti piet di me, me lo mostraresti in altro.
Protodidascalo - Che magior granditudine di cosa si pu autumare, che per un tantulo di oblectamento ti poni in pericolo che discoprendosi per apportarti il maggior dedecore che mai s'ascolti?
Lampridio - Non si pu scoprire se non lo scopriamo noi stessi, ch non ci altro al mondo che lo sappi.
Protodidascalo - Lo sa Mastica, or l'ar detto a cento: non passar una ebdomada che lo sapr tutto Napoli. Ascolta Virgilio:
Fama, malum quo non aliud velocius ullum, mobilitate viget viresque acquirit eundo.
Lampridio - Mastica, non lo dir, perch li terremo la bocca otturata con migliacci e maccheroni che gl'ingozzeranno, n potr parlar se ben volesse.
Protodidascalo - Un altro li dar da ingurgitar vino, mander gi quelle polente mileacee suffrixe che tu dici e vomiter con quella ingluvie quanto sapr di voi. Ma come diresti latinamente i maccheroni? Ascolta: una certa radicula detta macheronium, che anticamente si commendava ne' panefici; per quelli pastilli farinacei si direbbono eleganter macheronei.
Lampridio - E quando si scoprisse, non saremo uomini da fugir di Napoli, di Roma e tutto il mondo?
Protodidascalo - Il medesimo dicono i malefici e facinorosi, e senza avedersene si trovano il carnefice sugli umeri, alle tergora.
Lampridio - Se tutti avessimo il gastigo de' peccati che facciamo, non si trovarebbono tante fune per far tanti capestri.
Protodidascalo - Forse a coloro favorisce la sorte. Ma ascolta questo duodecasticon che consta di anapesti, coriambi e proceleusmatici in favor della sorte:
O sors mala... .
Lampridio - Non, no di grazia, non tempo adesso di queste baie. Non mi turbar la presente allegrezza con questi tuoi amari ricordi, ch l'animo determinato non ave orecchie.
Protodidascalo - Voi gioveni, eccitati dall'illice d'amore, d'ogni cosa volete scapricciarvi, e la voglia v'impiomba cos l'orecchie che non vi fa animadvertere cosa alcuna. Questa frode che usi per fruir la clavigera del cuor tuo, non altro che seminar il canape per tesserne un laccio con che il prelibato carnefice ti chiuda la vita. Sai quanto in Napoli s'osserva la giustizia, e tu sei forastiero.
Lampridio - Taci, vattene vattene; ecco Olimpia mia.
SCENA III.
Sennia vecchia, Olimpia, Lampridio.
Sennia - O Eugenio pianto e sospirato s lungo tempo!
Lampridio - O Sennia madre, ch l'odor del sangue mi ti fa conoscere per madre!
Sennia - Olimpia, abbraccia il tuo fratello: come stai cos vergognosa?
Lampridio - O sorella, dolcissima anima mia!
Olimpia - O amato pi che fratello, non conosciuto ancora!
Sennia - Io tutta ringiovenisco e in avervi cos subito acquistato, figliuol mio, parmi che t'abbia or partorito. Mira, Olimpia, come nel fronte e negli occhi ti rassomiglia tutto.
Olimpia - Il resto dovea assomigliare a suo padre.
Sennia - Non pigliar a tristo augurio, figliuol mio, ch'io pianga, ch l'allegrezza ch'io sento di tua venuta, tanto pi cara quanto men la sperava, mi fa cader le lacrime dagli occhi.
Lampridio - O madre, io ancora non posso tenermi: sento il cuor liquefarsi di tenerezza. Raguagliami: viva Beatrice mia zia di che molto si ricordava Teodosio mio padre?
Sennia - Vive e si sta maritata in Salerno molto ricca.
Lampridio - Eunmone suo fratello come vive?
Sennia - Son dieci anni che si morio.
Lampridio - Duolmi di non poterlo veder vivo. Ditemi, mia sorella Olimpia maritata?
Sennia - L'abbiamo gi per maritata e questa sera abbiamo destinata alle sue nozze: aremo doppia allegrezza.
Lampridio - Poich non maritata fin adesso, lasciate che ancor io ne abbi la parte della fatica: me ne informer di costui, poi informer bene mia sorella del tutto.
Olimpia - Mi contento che mio fratello facci di me ci che gli piace.
Sennia - Prima che entriate in altro ragionamento, parmi venghiati a riposarvi, ch per la fatica grande ch'avete sopportata la notte e il giorno stimo che non possiate regervi in piedi.
Olimpia - Andiamo, fratel mio.
Sennia - (Quante carezze ti fa, Olimpia, il tuo fratello).
Olimpia - (Oh come amorevole! deve essere usato in quelle parti della Turchia dove i fratelli e sorelle devono conversare con questa domestichezza).
Sennia - Vo innanzi, Eugenio figliuol mio.
Lampridio - Ecco il vostro schiavo in catene che ave esseguito quanto dalla sua divina padrona gli stato imposto, acci conosca l'ardentissimo desiderio c'ho di servirla e mostri il simolacro del cor suo qual stia avinto intorno di catene.
Olimpia - D'oggi innanzi cominciar ad avervi in pi stima e gloriarmi di questa mia bellezza, poich piaciuta a persona tale che posta in tanto pericolo per amor mio.
Lampridio - La contentezza che ho di mirarvi a mio modo e di servirvi, seria stato ben poco se l'avessi comprata con pericoli di mille vite.
Olimpia - In me non conosco tal merito, ma ringrazio di ci il cortese animo vostro.
Lampridio - Ringraziatene pur colui che vi cre di tal pregio che sforza ognun che vi vede a servirvi e onorarvi.
Olimpia - Desidero non essere intesa da' vicini o da quei di casa, e sopra tutto bramo vedervi sciolto da queste catene che temo non v'offendano, ch a questo collo delicato e a questi fianchi ci convengono le braccia di chi vi ama a par dell'anima e della sua vita.
Lampridio - L'offesa me la fate ben voi, anima mia, con dir che queste m'offendano: che mentre mi stringono appo voi mi fanno pi libero dell'istessa libertade; e che sia vero, ecco che da me stesso son venuto a farmevi prigione. Ma quelle che mi stringono nell'amor vostro, sempre ch'io pensassi disciorle m'allacciarebbono in duri ceppi e in amarissima prigione.
Olimpia - Ho tanta speranza ne' meriti dell'amor mio che con mille catene pi dure di queste ci legheremo con nodi d'inseparabil compagnia, n baster alcun accidente schiodarle se non la morte.
Lampridio - O Dio, non questa Olimpia mia? non questa la sua figura angelica? non la tengo abbracciata io o forse sogno come ho soluto sognarmi altre volte?
Olimpia - Sento gente venir di su. Caminate, fratello.
Lampridio - Andatemi innanzi, sorella.
Olimpia - Io vo, fratello carissimo.
Lampridio - Vi seguo, sorella. O dolcissima conversazione!
SCENA IV.
Mastica solo.
Mastica - Non dubitate, fratelli e sorelle: gi da ora cominciate a far entrare in suspetto Sennia dell'amor vostro. Lo stomaco di Lampridio come la pignata che bolle: Olimpia standogli intorno gli stuzzica il fuoco; poco potr tardare che non bolla e non mandi la schiuma fuori. Iddio voglia che perseveri d'andar bene e la cosa resti qui. Io, poich l'arte del ruffiano m' riuscita, non dubito morirmi pi di fame. Oh che mercanzia muta, oh che alchimia non conosciuta, dove con poche parole si fanno molti scudi! E poich son consapevole de' fatti d'Olimpia, la terr sempre soggetta e la far fare a voglia mia; e come Lampridio pone la botte a mano, ne faremo bere qualche voltarella da alcuno di tanti assassinati dall'amor suo. A che se ne accorger Lampridio? che quanto pi se ne beve pi ce ne resta: forse la nostra botte della cantina che bevendo vien meno? E se ben si scopre, che potr farmi Sennia? potr altro che spogliarmi questi panni che m'ha fatto ella e cacciarmi fuora? Almeno se ho da mostrar le carni nude, le mostrer grasse e liscie. Fratanto attender ad empirmi la pancia ben bene e massime questa sera che, per esser sposi novelli e la prima volta che mangiano insieme, staranno vergognosetti, appena assaggiaranno le vivande con la punta delle dita che le manderanno via. O Dio, potessi allargarmi questo ventre altro tanto per verso, spalancarmi questa bocca, accrescermi un altro filaro di denti, allongarmi questo collo, che se mai fui Mastica ci ser questa sera, che non cessar di masticar mai finch non toccher con le dita che son pieno fin alla gola. Lascier le parole, ch non cenino senza me.
SCENA V.
Anasira sola.
Anasira - Troppo misera la condizion delle donne, poich ne bisogna tr marito a voglia di parenti, col quale abbiamo a vivere fin alla morte. Sia benedetta l'anima di mia madre, che per aver tolto un marito per forza a voglia di suo padre, se ne tolse cinquanta a voglia sua, e a me ne fe' provare prima dieci e poi mi diede l'elezion di tormi qual pi mi piacesse! Lo dico ad effetto, ch se mai mi son rallegrata del ben d'altri, or me ne son rallegrata pi che mai, che uscendo poco fa di casa d'una amica, intesi dir per la strada ch'erano gionti doi cristiani scampati di man di turchi: me ne rallegrai vedendo che le genti lo tengono per vero e Olimpia ottenghi il suo desiderio. Caminando pi avanti, trovai una calca di persone raccolte insieme: dimandai e mi fu risposto che stavano mirando certi che erano stati schiavi di turchi. Desiosa veder questo Lampridio, ch non mi scappi il manto, me lo piglio a due mani, e spingo innanzi finch vedo due persone, una di venti e l'altra di sessanta anni, vestite da turchi con le mani piene di calli e ne' piedi si conosceva il segno del cerchio della catena: niuno di loro mi avea ciera d'innamorato, e mi meraviglio come vogli Lampridio comparir in quel modo innanzi la sua innamorata. Me ne andr a riposare, ch ho tanto menato le gambe per compir presto il viaggio che par che abbia una fontana di sotto.
SCENA VI.
Trasilogo, Squadra.
Trasilogo - Che il capitan Trasilogo, sgombrator di campagne, destruttor di belovardi, ruina di muraglie e desolator de cittadi patir che gli sia fatta cotanta ingiuria? ...
Squadra - Veramente lo merita questo gastigo.
Trasilogo - ... e che un romano abbia a tormi la sposa promessami? ...
Squadra - E il peggior che Olimpia non vi pu sentir nominare.
Trasilogo - ... Tagliar Sennia per mezo; Olimpia la prender per lo collo e senza toccar terra la porter prigione in casa mia; a Mastica ficcher un spiedo per sotto che gli lo far uscir per la bocca; a questo romano spezzar su la schena dieci fasci di bastoni, n lo difenderan dalle mie mani cento muraglie o bastioni. ...
Squadra - Bene!
Trasilogo - ... Se non spianar questa casa dal basso suolo, non vo' portar pi spada a lato. Onde spero per tale essempio agli occhi di ciascheduno che non aran pi ardimento d'offendermi. ...
Squadra - Benissimo!
Trasilogo - ... Ors, fatevi inanzi, soldati! ol, Pelabarba, Cacciadiavoli, Rompicollo, Spezzacatene. ...
Squadra - Tutti siam qui apparecchiati.
Trasilogo - ... ponetevi tutti in ordine, perch ne vo' far la rassegna. Fermati tu, dove vai tu? Sta' dritto tu! Che arme questa? or non avevi altre arme in casa, che venir fuori con una scopa? che mi pari piuttosto un spazzacamino che soldato. ...
Squadra - Buon pensiero, padrone, per nettar il sangue e le cervelle, le braccia, le mani e l'altre membra, che si troncheranno per la scaramuccia.
Trasilogo - ... Tu perch con questo spiedo?
Squadra - Per infilzar Mastica, come avete detto, accioch non ingoi pi fegatelli.
Trasilogo - E Olimpia e Sennia insieme con lui.
Squadra - Non tanto male a' poveretti: troppo gran vendetta.
Trasilogo - Io per minor cosa di questa rovinai la Capestraria, l'Arcifanfana e la Cuticulindonia.
Squadra - Dove sono queste citt, padrone?
Trasilogo - Nell'India del Mondo nuovo. Suona il tamburo, Squadra.
Squadra - Io non ho n naccheri n tamburi.
Trasilogo - Suona con la bocca mentre costoro caminano in ordinanza.
Squadra - Tup, tup, tup.
Trasilogo - O bestia incantata, non vedi che guasti l'ordine? Tu, porta queste mani a' fianchi; tu, alza la testa, che mi pari un bufalo o barbagianni; tu, con questa fionda sta' in questo luogo, e se alcuno cavasse la testa fuor dalla finestra o tetto, ferisci con essa e togli le difese; tu, Squadra, fermati innanzi la porta, che hai questo cuoio di dante.
Squadra - E questa spada di Petrarca.
Trasilogo - Con questa spada poniti in portafalcone.
Squadra - Io non so se non portagallina.
Trasilogo - Sai maneggiar questa spada a due mani?
Squadra - Meglio assai quella a duo piedi; per seria bene che mi locaste nella retroguarda.
Trasilogo - Quel loco del Capitano acci possa soccorrere dove il bisogno, e dietro questo cantone sosterr l'impeto della battaglia.
Squadra - E voi, savio, vi ponete al sicuro.
Trasilogo - Questa non paura ma avertenza di guerra per poter provedere in ogni luoco. Dammi tu questo scudo. Ors, state in cervello, ch'io vo' dare l'assalto. Alla prima botta col piede far andar la porta per terra, con le smosse le mura e la casa.
Squadra - Tanta avete forza, padrone!
Trasilogo - Io farei scotendo cader la torre di Babilonia: far pi io solo che gli arieti, le catapulte, bombarde e l'artiglierie.
Squadra - Sento genti, signor Capitano. ... Non nulla, non nulla.
Trasilogo - Taci, codardo! ch avilisci costoro. Su, mano all'armi, calate i ferri, ah capitan Trasilogo, innanzi innanzi!
Squadra - Oh come fate bene! dite: - Innanzi innanzi! - e vi fate indietro indietro!
Trasilogo - Sciagurato, fo come il castrone che si fa indietro per ferir con maggior impeto dinanzi. Ah Capitano, innanzi innanzi!
Squadra - Padrone, sento pi di mille uomini che calano con arme. ... No no, stata una gatta.
Trasilogo - Facciamo una bella ritirata, che non men bella che un forte assalto. Fermatevi! ... con ordine, con ordine. O ciel traverso!
SCENA VII.
Lampridio, Mastica.
Lampridio - Dove mi cacci? ho il bene in casa e mi meni altrove; se ben mi meni fuori, l'anima resta in casa. Ben misero colui a cui la troppa abondanza gli di carestia. A questo modo sarebbe stato assai meglio non avermici fatto entrare.
Mastica - Ben si dice che le cose simulate poco tempo ponno durare; ch questa mattina per i tuoi poco onesti portamenti se ne sarebbono accorte le pietre, non che le persone che hanno cervello, di questo tuo amore.
Lampridio - A torto ti duoli di me che in tutti gli atti mi sono mostrato la modestia stessa.
Mastica - A te pare cos. Perch sei cieco tu, pensi che tutti gli altri sian ciechi. Tu non stai appresso Olimpia un momento che non ti trasmuti di cento colori; non mai te le distacchi da lato. In tavola stavi sempre come stupido a contemplarla, non mangiavi se non delle cose che mangiava ella, non bevevi se non da quella parte dove ella poneva le sue labra, n ti nettavi la bocca se non col salvietto con che si aveva nettato la sua; poi facevi un menar di piedi sotto la tavola che l'hai fatto scappar la pianella dieci volte; e usavi certe zifoli che li intendevano i cani che rodevano l'osso sotto la tavola. Tu devi avertire che Sennia vecchia prattica delle cose del mondo, e queste cose le devono esser passate pi volte per le mani: so che non passer una settimana che se n'accorgeranno le fanti, la famiglia e tutta la casa.
Lampridio - Che sar dunque bisogno di fare?
Mastica - O che ella fusse cieca per non veder ci che fai, o tu stropiato e mutolo per non toccarla e parlar tanto.
Lampridio - Come non si pu volere quel che si vuole? pure se non si pu come si vuole, faccisi come si pu.
Mastica - Queste parole mi danno ad intendere che il tuo amore ser per scoprirsi tosto; per prima che ci avenga ser bene avisar Sennia che proveda a' fatti suoi.
Lampridio - Eh Mastica, tu sei troppo crudele.
Mastica - A te una piet esser crudele. Togliti il tuo Lampridio, tornaci il nostro Eugenio e vattene a studiare a Salerno come prima.
Lampridio - Ors, il mio caro Mastica, eccoti questi danari per comprar robbe per la cena, e t'impegno la mia fede esser storpiato e mutolo come dici e star proprio in casa come un santo.
Mastica - Cos, me ne dai la fede...
Lampridio - Eccola.
Mastica - ... di non star in casa tutto il giorno? ...
Lampridio - Come vuoi.
Mastica - ... di non parlarle dentro l'orecchie? ...
Lampridio - S.
Mastica - di non mirarla dalla strada? ...
Lampridio - Bene.
Mastica - n mostrar atti onde stimar si possa che tu l'ami? E questo lo dico per tuo bene, accioch per troppo goder del bene nol perdi, over come mosca tanto ti tuffi nel latte che ti anneghi. Quanto pi dura a scoprirsi questo tuo amore tanto pi goderai. - Dove ti volgi? parli meco e non m'ascolti, tu miri alla fenestra sua, non sei ancor sazio di mirarla? Su su, partiamoci.
Lampridio - Or ora.
Mastica - Togliti i tuoi danari, che vo' far quanto ho detto.
Lampridio - Lasciami salutarla; non la vedi per i buchi della gelosia?
Mastica - Come puoi tu veder tanto?
Lampridio - Che stella in cielo che splenda a par degli occhi suoi?
Mastica - Oh che dura battaglia contrastar col piacere!
Lampridio - Ti ubedisco.
Mastica - Vien Trasilogo e Squadra e parlano in secreto: qualche cosa hanno inteso di questo fatto. Star se posso ascoltar qualche cosa.
SCENA VIII.
Trasilogo, Squadra, Mastica.
Trasilogo - Son risoluto i matrimoni non doverli trattar con arme ma con inganni come altri. Squadra, tu pur sei nato tra marioli e truffatori e hai fatto star pi tristi uomini che non son questi: perch manchi a te stesso? Hai dormito fin ora, risvegliati, piglia il tuo ingegno usato: squadra, pensa, fingi, machina qualche cosa.
Squadra - Questo qualche cosa non ser intento. Io non so che squadrar, che pensar e che fingere, perch l'inganno che han fatto tanto verisimile che par pi vero della verit; e una verisimil bugia pi creduta d'una semplice verit.
Trasilogo - Non sconfidarti per questo, ch non dritto che non abbi il suo riverscio. Chiama in consiglio le tue astuzie, fa' la rassegna delle tue forfanterie. Di cosa nasce cosa, e da un pensiero ne nasce un altro migliore, ch non inganno che non si vinca con inganno.
Squadra - A me duole che quel romano col suo Mastica abbino tanto ben saputo tessere questa trama che gli sia riuscita meglio che desiavano, e voi siate scorto per buffalo; e la met di questa vergogna mia che non sappi in questo bisogno aiutarvi. Io son stato gran pezza fantasticando con alcuna trapola scomodar essi e accomodar voi; e non mi soviene cosa a proposito. Gi me ne va una per la fantasia che la vera contracava del loro inganno, che col medesimo laccio che han preso altri, restino lor presi per la gola.
Trasilogo - Dimmi l'inganno che hai tu pensato e s' difficile ad esseguire.
Squadra - Ogni cosa difficile a chi fugge fatica, bisogno porsi a pericolo chi vuole. Voi vorreste che Olimpia vi fusse portata in camera e vi fusse spogliata e posta in letto, e che un altro vi ponesse ... ,
Mastica - (Un capestro alla gola e l'appiccasse!).
Squadra - ... quasi mel facesti dire.
Trasilogo - Lascia parlar a me dove bisogna.
Squadra - Bisogna por mano a fatti, non a parole, ch i fatti son maschi e le parole femine.
Trasilogo - Per lascia tante parole: comincia.
Squadra - Cominciar.
Trasilogo - Se avessi cominciato non aresti tolto questa fatica a dirlo.
Squadra - Dammi l'orecchio.
Trasilogo - Eccoti l'uno e l'altro.
Squadra - Poich questo romano si finto Eugenio e sotto nome di fratello di Olimpia intrato in casa di Sennia con dir che Teodosio sia morto dieci anni sono, ...
Trasilogo - Vorresti avisar Sennia di questa trama e scoprire i secreti d'Olimpia.
Squadra - I secreti d'Olimpia l'ar scoperti Lampridio.
Trasilogo - Tu burli.
Squadra - E voi non mi lasciate parlare.
Trasilogo - Pi.
Squadra - ... a questo colpo useremo questo rimedio. Troveremo due persone disconosciute, l'una vecchia di sessanta anni e l'altra giovane di venti, conforme all'et che potrebbe esser stimato Teodosio ed Eugenio; i quali informeremo del fatto benissimo: come a dir che sappino ben fingere di piangere, abbracciare e mostrar tutti quegli atti e passioni che sieno verisimili; in somma siano tali che, dicendoseli il principio, sappino da loro quanto s'abbi a fare. Poi li vestiremo da turchi e li faremo sbarcar in casa di Sennia con dire che sia suo figlio e marito. ...
Trasilogo - Questo a che effetto?
Squadra - ... Voi sapete che un che ha rubbato o fatto qualche mal'opra sta sempre in suspetto, e d'ogni cosa che si ragiona pensa che si dica di lui e pargli d'ora in ora vedersi il boia sopra le spalle. ...
Trasilogo - (Buon ladro deve esser costui! lo deve sapere per esperienza).
Squadra - ... Il romano che ha la coscienza lesa dell'inganno usato, in veder comparir questi, col suo Mastica pensaran subito che sieno i veri, n stimeranno che altri abbino saputo quanto loro o che abbino pensato a quello che essi pensaro prima; per non esser clti in frode lascieranno l'impresa e fugiranno di Napoli per tma di qualche malanno. ...
Mastica - (Che Dio ti dia!).
Trasilogo - Ben: che n'avverr per questo?
Squadra - ... Prima impediremo che la cosa non passi pi inanzi di quello che adesso; poi i nostri, estimati da Sennia verdadieri, potranno senza altro concedervi Olimpia per moglie; all'ultimo poco importa che si scopra l'inganno che ha sortito buon fine, ch ser bisogno Sennia contentarsi di quello che, non contentandosi, non per questo non sar fatto. ...
Trasilogo - Questa mi pare una ingegnosa trama, n se ne potrebbe imaginar altra migliore; e piacemi sovra tutto che moiano con le loro armi, che sar doppio morire: cos chi pensava guadagnare perder e chi perdere guadagnar.
Mastica - (Cos a ponto intravener a voi, che pensate guadagnare e perderete).
Squadra - ... E se non fusse per altro ti vendicherai di Mastica, quel furfante. ...
Mastica - (Menti per la gola!).
Trasilogo - Ben li far conoscere chi son io! Ma chi seranno costoro che ti potranno servire a questo?
Squadra - ... Troveremo il Simia vecchio o il Trappola giovine o il Truffa: o che eglino ne serviranno o ne troveranno uomini al proposito.
Trasilogo - Andiamo a ritrovargli, ch ben tentare ogni cosa prima che si venghi a por mano alla spada.
Squadra - Ecco Mastica.
SCENA IX.
Mastica, Trasilogo, Squadra.
Mastica - Ecco questo che mangia pan di ferro, insalate di chiodi, minestre di corazze, beve piombi e li caca acciaio.
Trasilogo - Mastica, Mastica!
Mastica - Padron mio, padron mio!
Trasilogo - Sai che ti dico? ...
Mastica - Non, se nol dite prima.
Trasilogo - ... il meglio che tu possi fare, ...
Mastica - Che cosa?
Trasilogo - ... che compri un capestro ...
Mastica - A che effetto?
Trasilogo - ... e che t'appicchi, ...
Mastica - Se vuoi esser mio compagno lo far, ch ambiduo ne abbiam ciera.
Trasilogo - ... ch non altrimenti potrai scappare!
Mastica - Che?
Trasilogo - Un canchero...
Mastica - Che Dio non mi dia!
Trasilogo - ... che ti possa venire, ...
Mastica - Per che cagione?
Trasilogo - ... acci ti spolpe insino all'osse!
Mastica - Io non v'intendo.
Trasilogo - Un giorno ti taglier il capo, ti strapar il naso dalla faccia, con un pugno poi ti far spuntar denti fuor della bocca; haimi tu inteso o vuoi che te lo dica pi chiaro?
Mastica - Io v'ho inteso benissimo. Ma un capo meno o pi non importa: lo lascier in casa quando esco fuori per amor vostro. Ah ah, io so che volete scherzar meco.
Trasilogo - Pezzo d'asino!
Mastica - Voi mi lodate, ch sempre mi ho conosciuto asino intiero.
Trasilogo - Tanto .
Mastica - Non tanto, no: misurate bene che senza cagione volete rompere l'amicizia meco.
Trasilogo - Dio voglia che non ti rompa la schena insieme con acqua di legno come infranciosato.
Mastica - Io ti voglio esser servo o che ti piaccia o no: se ben m'uccideste, per l'affezion che vi porto non potrei stare di non venire a casa vostra e mangiarmi in tavola vostra un pasticcio caldo caldo.
Trasilogo - Un malanno arai tu caldo caldo!
Squadra - A te dice, Mastica.
Mastica - A tutti dui rispondo io, che ve lo cedo.
Trasilogo - Fa' che non venghi pi a mangiar con me.
Mastica - Perch?
Trasilogo - Perch sei come la mosca: mangi con noi e poi ne cavi gli occhi.
Mastica - Non posso pi soffrire. Venghi il canchero a tanta superbia! Che mi puoi far tu giamai? Stimi da senno ch'io creda queste tue bravarie, o dubito che non mi mandi quei popoli arcinfanfari o uomini maritimi ad uccidermi? Assai fo stima di queste tue minacce!
Trasilogo - La farai dell'opre, e ben tosto te ne pagher.
Mastica - Ho tempo, ch non ste cos presto pagatore a chi dovete.
Trasilogo - Fa' che la tavola mia ti paia foco.
Mastica - Pensi da vero che non possa vivere se non mangio in casa tua? Tu bevi ad un bicchiero cos picciolo che bevendo par che pigli il siroppo. Due fette di prisciutto; due di formaggio tanto sottili che traspaiono come lanterne, che te ne potresti servir per occhiali; due oncie di carne tanto minutata sottile come se volessi dar a beccarla a losignuoli; pan duro di dieci giorni che ci bisogna la fame di tre settimane per divorarlo. E appena si comincia a mangiare che ti senti dare in capo il buon pro ti faccia, abbi pazienza, fu all'improviso, l'acconciaremo un'altra volta.
Squadra - Non dir questo, Mastica, ch in tavola sua mai ti mancaro n galline n polli.
Mastica - Si, certi polli che appena aveano la pelle come se avessero avuti tutti i pensieri del mondo o fussero ettici o avessero avuto la quartana dieci anni; o qualche cornacchia vecchia che fattala bollir tutto un giorno non si potea masticare.
Trasilogo - Taci, ruffianello macro, morto di fame.
Mastica - Io morto di fame? se mi porr mano in gola, vomiter tanta robba che potr dar a magnare a dieci di pari tuoi.
Trasilogo - Squadra, porta qua dieci some di bastoni, ch non posso sopportar pi. Poltron, non parlare se non quanto le tue spalle ponno sopportar bastonate.
Mastica - Non ti mette conto che m'uccidi.
Trasilogo - Perch?
Mastica - Perch morto che ser io, tu serai il pi gran poltron del mondo.
Squadra - Taci, Mastica- Vuoi tu ucciderti con lui?
Mastica - Non ci uccideremo, no: poltron con poltrone non si fa male, corvo con corvo non si cava gli occhi.
Trasilogo - Partiamci, Squadra, ch non ben che un par mio stia a contender con lui, n io uso armi con la canaglia: lascio che gli ospedali e i pidocchi faccino la vendetta per me.
Mastica - E io che la fame la facci per me e che ti strangoli la gola, poich sempre in casa tua si fa dieta come gli ammalati. Si pensava questo asino che se non mangiava in casa sua che mi morissi di fame: vo' che mi preghi. Ser pi quello che butter questa sera, che quanto egli ha mangiato un anno in casa sua. Avisar Lampridio e Sennia di questo inganno che voglion fare, acci quando verranno gli diamo la baia.
Fine del terzo atto
ATTO QUARTO
SCENA I.
Teodosio vecchio, Eugenio suo figlio.
Teodosio - O patria dolce, o case tanto desiderate di rivedervi! Oh quanto mi parete pi belle del tempo passato! Che ti par, Eugenio figlio, di questa cittade?
Eugenio - Pi bella assai di quello mi avete raccontato, padre mio. Populosa citt e pi d'ogni altra d'ameno sito e di nobilissima aria. E mi sento le carni non so come risentirsi, pensando che sia nel luogo dove sia nato.
Teodosio - Tu eri appena di duo anni che, tenendoti in braccio e andando a diporto per lo capo di Pausilippo, fummo disavedutamente presi da' corsari. A me parendo aver un pegno dell'amor grande che portava a Sennia mia consorte carissima, mi son ito sempre teco disacerbando la passione che ne soffriva.
Eugenio - Chi avesse potuto imaginarsi, padre, che cos facile ne fusse stato lo scampar di man di turchi dove eravamo guardati con tanta custodia, e ancora senza esser usi a vogar il remo la notte e il giorno, e senza mangiar quasi nulla ci siamo sostentati di sorte che quasi poco sentiamo della passata fatica?
Teodosio - Figlio, il vederci liberi di man di quei cani e il desiderio di riveder la patria ci soveniva di cibo e di riposo, e sopra tutto il voto fatto di portar sempre questi ferri al collo. E se trovassimo Sennia la tua madre e Olimpia sorella vive, che gioia sarebbe la nostra! O Dio, fa' per pietade che se ebbi trista fortuna in goderle, l'abbia almen buona in ritrovarle vive!
Eugenio - Io penso che sian morte, ch di tante lettere che l'abbiamo inviate non mai di niuna n'abbiamo ricevuto risposta.
Teodosio - Potrebbe essere che le mie con le sue si fussero disperse per lo lungo viaggio; e poi non abbiamo mai avuto persone a cui sicuramente fussero state commesse. Almeno Olimpia ritrovassimo viva, che giovane e del tuo tempo. Ma andiamo dimandando costoro: forse ne potranno dar qualche ragguaglio.
SCENA II.
Protodidascalo solo.
Protodidascalo - O mi Deus, ch per aver molto accelerato il passo non so come non sia cespitato e caduto in qualche scrobe. Il diafragma e l'organo del pulmone sono cos quassabondi come se si volessero divellere. Io ho visto hisce oculis sbarcar Filastorgo padre di Lampridio, di che un repentino tremore m'invase cos forte che non sapea se retrogrado dovea rimeare i passi o antigrado fugire.
Obstupui steteruntque comae et vox faucibus haesit.
Vorrei confabular con Lampridio, acci di quello che l'ho presagito ne veggia properar l'evento pi tosto di quello che pensiculava. Nam - pro quia, quare, quamobrem, - perch le ruine quanto meno si sperano pi tosto vengono, e con questo importuno nunzio l'intercida le sue dolcedini. Ma eccolo, mi si fa obvio: fuggir per questa strada.
SCENA III.
Filastorgo vecchio solo.
Filastorgo - Oh che magnifica citt questa Napoli! non cosa da lasciarsi di vedere. Oh che bei giardini, oh che amenit d'aria, oh che bel mare, oh che spiagge, oh che colline! parmi che non assomigli se non a se stessa e che avanzi ogni umana imaginazione. E se non fusse il desiderio che ho di veder Lampridio mio figliuolo, mi vorrei torre un poco di spasso vedendo questi palaggi e ornate chiese. Ma egli mi fa star l'animo non so come suspetto, per esser stato avisato che non attende agli studi altrimente ma si sia dato agli amori; e questa mattina giongendo in Salerno mi fu detto che allora era partito per Napoli. Io senza prender fiato o riposarmi, a scavezzacollo son qui venuto per lo desiderio c'ho di vederlo e che egli medesimamente deve tener di veder me: andr dimandando per saperne qualche novella.
SCENA IV.
Trasilogo, Squadra, Teodosio, Eugenio.
Trasilogo - Caminando di su e di gi siamo ornai stanchi. Sar bisogno all'ultimo di ricorrere al Truffa, ch'io non saprei a chi pi sottil barro di lui commettere il fatto in mano.
Eugenio - Padre, caminiamo senza far nulla.
Teodosio - Se mal non mi ricordo, vicino questi archi stava la casa nostra.
Eugenio - Dimandiamo costoro.
Teodosio - Giovani, siete voi di questa contrada?
Trasilogo - (Squadra, mira: costoro mi paiono al proposito).
Squadra - (Non si potriano trovar migliori, l'un vecchio e l'altro giovane, con quelli stracci adosso come se proprio fussero scampati di man di turchi).
Teodosio - Di grazia, datene risposta.
Squadra - (Lasciate che gli ragioni io). Ditemi, siete voi forestieri?
Teodosio - Siamo e or ora sbarcati qui in Napoli.
Squadra - (Oh che ventura, padrone!).
Trasilogo - (Presto! narragli il fatto, fagli capire il negozio, accioch lo sappino ben fingere).
Squadra - (Lasciate il carico a me). Volete voi farne un servigio di che non vi saremo discortesi?
Teodosio - Che piacere possiamo noi farvi, poveri e forestieri?
Squadra - Lo potrete fare agevolmente.
Teodosio - Eccomi all'obedire.
Squadra - Vo' che tu, vecchio, fingi chiamarti Teodosio, e tu, giovane, Eugenio e che sii suo figlio; e vo' che diciate che siate or ora scampati di man di turchi, e che abbiate rotto la prigionia e siate venuti a Napoli per veder se fusse viva una tua moglie chiamata Sennia e una figliuola Olimpia - ...
Teodosio - A ponto questo?
Trasilogo - Tacete di grazia, non interrompete: ascoltiate prima, poi rispondete.
Squadra - E vo' che entrando in casa diciate, tu, vecchio: - O Sennia, consorte cara, tu sei pur viva?, - e tu, giovane: - O Olimpia, sorella diletta, o madre cara!; - e che vi abbracciate e lasciate cader dagli occhi due lacrimette come per tenerezza, e simili gesti e parole che sogliono farsi a parenti non visti; e bisognando sappiate rispondere a queste cose. ...
Trasilogo - Entrati che sarete in casa, vo' che mi diate per isposa Olimpia - quella sua figlia, che tu dirai esser tua sorella e tu tua figlia; - ch'io vi dar tal mancia di questo che non avrete bisogno mentre siete vivi d'andar pi mendicando.
Squadra - ... E accioch la cosa vada meglio ordinata, arei a caro che consertaste un poco gli atti e le parole, accioch incontrandovi con esse la cosa riesca pi verisimile e naturale.
Trasilogo - Cominciate su.
Squadra - (Come sta attonito!).
Trasilogo - (Deve pensare come ave a fingere e far il doloroso). Cominciate di grazia.
Squadra - (O Dio, falli cominciar tu).
Teodosio - Dunque sei pur viva, o Sennia mia consorte cara!
Squadra - Buon principio! riesce bene, pi meglio ch'io non pensava.
Teodosio - Io veramente son Teodosio padre di Olimpia, e questo il vero Eugenio mio vero figliuolo!
Eugenio - E siamo stati venti anni in man di turchi e abbiamo rotta la prigione e siamo venuti a Napoli per saper se fussero ancor vive.
Squadra - Oh oh, come risponde quest'altro a tuono, alle consonanze!
Teodosio - O Sennia molto amata, o Sennia poco goduta e molto sospirata!
Eugenio - O sorella Olimpia, quanta bellezza m'ha raccontato il padre, ch'era in te!
Trasilogo - (Oh che solenne barro, non si potria far meglio! appena ha inteso il fatto che l'ha subito capito e posto in esecuzione. Non ti dissi io che alla ciera mi sentiva di furbo?).
Teodosio - O moglie, o figlia, che v'ho stimate morte, poich di tante lettere che v'ho inviate per saperne qualche novella, non mai ne abbiamo ricevuta risposta.
Squadra - (Pi di quello che gli abbiam detto: ci giongono del loro ancora).
Trasilogo - (Se fussero nati in Grecia? E il buono che non bisogna altrimente accomodargli di vesti, ch paiono or ora usciti da una galea).
Squadra - Non pi, che dite benissimo.
Eugenio - Io non posso capir tant'allegrezza e par che venghi meno, ch tutte le preghiere che ho fatto a Dio, son state che doppo aver veduta mia madre e il luogo dove sia nato, morrei sodisfattissimo.
Squadra - Basta, basta. Vedete voi quella casa? quella la casa di Sennia.
Teodosio - Chi t'avesse detto, Teodosio, scampato di man di turchi, venir alla tua patria, trovar la moglie viva e la figliuola?
Trasilogo - (L'abbiamo pregati che comincino, or sar bisogno strapregarli che taccino).
Squadra - Sento venir genti, ed Mastica e il romano: scostiamci ch non ci veggano e ci prendano per suspetti, e ascoltiamo da canto la riuscita.
Trasilogo - Meglio sar che ci partiamo, ch potremo dimandargli il successo a bel aggio.
SCENA V.
Lampridio, Mastica, Teodosio, Eugenio.
Lampridio - Chi son questi che stanno dinanzi la porta nostra?
Mastica - Son poveretti che devono dimandare la elemosina.
Teodosio - Ol, o di casa!
Mastica - Ch batti? vuoi tu spezzar questa porta?
Teodosio - forse tua madre, ch temi che sia battuta?
Mastica - Non ti morrai di fame tu per non essere importuno e prosontuoso.
Teodosio - importuno e prosontuoso chi batte le porte di casa sua?
Mastica - dunque questa la casa tua?
Teodosio - Dimmi prima se questa la casa di Sennia.
Mastica - Questa la casa di Sennia: per questo la tua?
Teodosio - Io son Teodosio suo marito che sono stato venti anni in man di turchi, e or scampato la Dio merc dalle lor mani me ne ritorno a casa mia.
Lampridio - (Mastica, costoro son quelli che manda il Capitano, che poco anzi mi dicesti).
Mastica - (Quelli sono certissimo, ah ah! non ti accorgesti che subito veggendoci fuggiro via?).
Lampridio - (Racconta il fatto a Sennia e digli che venghi a trsi un poco spasso di fatti loro).
Teodosio - O di casa! Tic, toc.
Lampridio - Fermatevi, non battete, ch or ora verr qua Sennia tua moglie. (Non posso tener le risa in vedergli cos ben travestiti. Dal natural certo. Vedr se sapran fingere come io ho fatto).
Teodosio - Rallegrati, Eugenio mio, ch'or vedrai la tua madre e tua sorella. Oh con quant'allegrezza ci ricever e bacier! penso si dileguar dall'allegrezza.
Eugenio - Mi par ogni momento mill'anni d'incontrarci insieme.
SCENA VI.
Sennia, Teodosio, Eugenio, Lampridio.
Sennia - Ove questo mio marito nuovamente resuscitato?
Lampridio - Eccovi, madre, il bello sposo.
Teodosio - O Sennia moglie cara, gi gi vi riconosco alle fattezze se di te non mente il vivo ritratto che n'ho sempre portato nel core; gi ti conosco alla sola vista.
Sennia - Questo altro giovane chi ?
Teodosio - Eugenio vostro e mio figliuolo, che insieme con me fu rapito da' turchi.
Lampridio - (Quanti Eugeni facesti, o madre?).
Sennia - (Ah ah, figlio, questi un altro te. Mi dolea di aver perduto un figlio e in un medemo tempo n'ho racquistati duo).
Lampridio - (Guardate che viso di ribaldo, che faccia di cuoio! come sta saldo!).
Teodosio - Ah Sennia, come non mi raffiguri tu ancora? o forse lo strano abito in che mi vedi o i disaggi sufferti m'hanno talmente mutato il sembiante che non mi riconosci? Poich. sei mia moglie, deh lascia che t'abbracci!
Eugenio - O madre, ho pur visto chi m'ha generato.
Teodosio - Voi vi discostate da me, voi mi schivate, dubitate forse che non mentisca? Non vivo alcun di nostri parenti? ove Beatrice mia sorella, ove Eunmone mio fratello? forse mi riconosceranno meglio di voi....
Lampridio - (Non vedete le lacrime che gli cadono dagli occhi? mirate che affezion di piangente, che piangere naturale!).
Sennia - (Naturalissimo).
Teodosio - ... Ti sei a torto, Sennia, dimenticata di tanto nostro scambievole amore, ch in quel breve tempo che stemmo insieme non ebbe il mondo duo sposi che s'amassero pi di noi. ...
Sennia - (Eugenio, figlio, al mover della bocca e al ragionare fa certi motivi che, se ben mi ricordo, eran propri di mio marito).
Teodosio - ... Non avete un neo nell'ombelico con certi peluzzi biondi?
Sennia - (Come, figlio, ha potuto saper questo?).
Lampridio - (I furbi che vanno a torno per lo mondo, da' ni che vedono nella faccia, indovinano gli ascosti nella persona: lo sa per questo che v'ha visto nella faccia. Ma diamogli un poco la baia).
Sennia - Ditemi, quando vi ste riscattati?
Teodosio - Avendomo inviato molte lettere per lo riscatto, ha voluto la nostra disgrazia che di niuna ne abbiamo ricevuto risposta; cos abbiam rotta la prigionia e siamo scampati.
Lampridio - Voi dovete esser usi a star in prigione; non deve esser questa la prima volta che l'avete rotta.
Sennia - Come ste venuti a Napoli?
Eugenio - In poco tempo, vogando il remo la notte e il giorno.
Lampridio - (N'han ciera da vogar bene: mirate che braccia sode, proprio nate per stare ad una galea!). Che strada avete voi fatta al venir di Turchia?
Eugenio - Niuna, l'avemo ritrovate fatte.
Lampridio - Che si fa, che si dice in Turchia?
Eugenio - Si fan mercanzie, palaggi e navi, e si dicono delle veritadi e delle bugie, come qui ancora.
Lampridio - Mi risponde da filosofo.
Eugenio - E tu mi dimandi come se mi volessi dar la baia.
Lampridio - (Al sicuro ragionar di costoro e a' segni che mostra Sennia, dubito da dovero che questi sieno i veri Teodosio ed Eugenio, e io stesso m'ar dato l'ascia nelle gambe in fargli conoscere Sennia). Ma rispondetemi: quanto avete allogato questi ferri e questi cenci che avete adosso? e quanto v'ha promesso il Capitano ch lo vogliate servire a questo effetto?
Eugenio - Che promesse, che servire, che Capitano?
Lampridio - Ch foste venuti con dir che siate Teodosio ed Eugenio, accioch Olimpia mia sorella gli fusse data per moglie?
Teodosio - Io non so che tu dica: io sono il vero Teodosio e questi il vero Eugenio mio figliuolo.
Lampridio - Voi fingete cos, ma non ste quelli che dite. Andate a ritrovare il Capitano e ditegli da mia parte che stato tardi, ch il vero Eugenio prima gionto del suo falso.
Eugenio - Chi questo Eugenio?
Lampridio - Io son desso.
Eugenio - Di chi ste figlio?
Lampridio - Per non tenerti a bada, io son tutto quello che poco anzi costui ha detto che sei tu.
Eugenio - Voi potete chiamarvi del mio nome ed esser figlio a Teodosio, ma non potete esser me giamai.
Lampridio - Mirami un poco in viso. Sta' fermo. Non vedi che diventi rosso e che cominci a tremare?
Eugenio - Vi paio io uomo da tremare se ben sto mezzo nudo?
Lampridio - Come sei venuto cos appunto oggi come io? Siamo ancor noi andati per lo mondo e sappiamo di malizia la parte nostra.
Eugenio - Che volete dir per questo?
Lampridio - Che non sei Eugenio.
Eugenio - Che son dunque?
Lampridio - Un truffator di nomi e delle altrui autorit.
Eugenio - Forse con pi verit si potrebbe dir di te.
Lampridio - Dici dunque ch'io sia uomo da far truffe?
Eugenio - Te lo dicono l'opre.
Lampridio - S'io non facessi torto al boia che ti aspetta, ch ti veggio le forche scolpite negli occhi, ti sfreggiarei cotesta faccia bugiarda, accioch ogni uomo da questo segnale si guardasse non farsi ingannare da te.
Sennia - Eugenio, figlio, non gli far male; mi paiono di buona ciera.
Lampridio - Ma sono di cattivo mele.
Teodosio - Andiamo, figlio, che difesa possiamo far noi quasi nudi e disarmati?
Eugenio - Come posso patir questo torto, o padre?
Teodosio - Ove forza, bisogno che ceda la ragione: ci perderemo la vita.
Eugenio - Quasi ch'io stimi vita dove si tratta d'onore.
Lampridio - (Questi sono i verissimi). Su, andate per li fatti vostri.
Eugenio - Questi sono i fatti nostri, cercar i parenti e la casa nostra.
Lampridio - Partitevi di qui: andate a gridare al mercato.
Eugenio - Andremo a gridare dove s'ascolteranno le nostre ragioni e si scopriranno l'altrui vigliaccherie.
Lampridio - (Se non gli scaccio di qui, non ser ben di me tutto oggi).
Sennia - Lasciategli andare, Eugenio mio, che gi si partono.
Teodosio - Ricordati, moglie, che quando mi desti le tue primizie, mi desti il possesso ancora della vita e del tuo core.
Sennia - Oim, che questa parola m'ha veramente passato il core, ch gi mi ricordo avergli io detto questa parola in quel tempo, n penso che altra persona l'ha potuto saper giamai che accadette fra noi duo soli. Io non so a chi creder io. Dio mi liberi di qualche sciagura!
SCENA VII.
Filastorgo, Lampridio, Sennia.
Filastorgo - Son gi fastidito d'andar dimandando, e dubito se non l'incontro a caso, di non averlo a ritrovar giamai; e in cos populosa citt appunto l'andar cercando lui come un ago nella paglia.
Lampridio - (L'ho cacciati in malora!). Andiamcene su, madre.
Sennia - Andiamo, ma questo forestiero che or mi par gionto in Napoli, figlio, non ti muove gli occhi da dosso.
Filastorgo - (Se il desiderio che ho di veder mio figlio non mi fa parer ogni uomo lui, questi Lampridio mio).
Lampridio - (Se la rabbia e la clera non m'hanno offuscati gli occhi insieme col core, questi mi par Filastorgo mio padre).
Filastorgo - (Egli certo. Oh come l'ho ritrovato a punto! non l'arei potuto ritrovare a migliore).
Lampridio - (Oim ch'egli certissimo; o Dio, a che ponto viene! in presenza di Sennia! non l'arei potuto incontrare a peggiore: or ser discoverto del tutto).
Filastorgo - (Non so se debbo salutarlo o se debbo correre e abbracciarlo).
Lampridio - (Non so che fare, misero me! debbo fuggire oppur fingere di non conoscerlo?).
Filastorgo - (Lo saluter, poi con insperato gaudio vo' abbracciarlo).
Lampridio - (Vo' fingere di non conoscerlo; perch se mi parto, porr Sennia in maggior suspetto).
Filastorgo - O Lampridio, figliuolo carissimo, Iddio ti salvi!
Lampridio - Oh oh, chi ste voi?
Filastorgo - Non mi conosci?
Lampridio - Non mi ricordo avervi giamai visto.
Filastorgo - Mirami bene in faccia. Che dici ora?
Lampridio - N tampoco mi ricordo.
Filastorgo - Hai fatto la vista cos corta o forse l'aria di Napoli cos grossa che non ti fa veder bene?
Lampridio - Non ti conosco n mi curo conoscerti.
Filastorgo - Non sei tu Lampridio?
Lampridio - Forestiere, m'avete tolto in cambio, perch chiamate Lampridio un che si chiama Eugenio.
Filastorgo - Il nome e i panni t'arai potuto cambiare, ma l'effigie quella istessa che avevi in casa mia.
Lampridio - Tu sei troppo fastidioso: vuoi a forza ch'io ti conoschi non conoscendoti.
Filastorgo - Non conosci tu Filastorgo?
Lampridio - Non ho inteso nominar tal nome giamai.
Filastorgo - Che nieghi me non me ne maraviglio: maggior maraviglia sarebbe se, avendo negato te stesso, volessi accettar di conoscer me per padre.
Lampridio - Che arroganza la tua far ingiuria a chi non conosci?
Filastorgo - L'arroganza pur tua a non rincrescerti della tua perfidia cominciata. Pur aspettava che qualche segno di vergogna lo manifestasse. Tu pur sei Lampridio mio figliuolo che ti ho mandato di Roma per studiare a Salerno.
Sennia - Costui si dimanda Eugenio ed mio figlio ed stato venti anni in Turchia e non attese a studio mai.
Filastorgo - Che Eugenio, che Turchia, che parole son queste che ascolto?
Lampridio - Vo' partirmi, ch la tua perfidia cominciata non finir s tosto. Andiamo su, madre.
Sennia - Andiamo.
Filastorgo - O Dio, che infidelt ho ritrovato in un figlio! negar se stesso, il padre, e finger di non conoscerlo. Ite, padri, affaticatevi in nodrir figli, in allevargli nobili e delicati; ch all'ultimo che dovrebbono con ogni loro sforzo essere il sustentamento della nostra vecchiezza, o stanno annoverando i giorni che finisca il termine della nostra vita, o ne fanno morir di doglia innanzi tempo. Lasciate la robba a quei che desiano pi la nostra morte che la propria lor vita. Oh come m'ha ben ricevuto, oh che bel riposo ha dato alla mia stanchezza del viaggio, oh che consolazione alla mia vecchiezza! Ma perch affligo me stesso? io non lo vo' pi per figlio, poich egli non mi vuol pi per padre: far conto di non averlo mai pi generato o che fusse morto duo anni sono. Che figli che figli!
SCENA VIII.
Protodidascalo, Lalio paggio.
Protodidascalo - O Dio, come potrei far cerziore Lampridio dell'advento di suo padre acci non lo colga all'improviso, e impremeditato non sappia che risponderli; come potrei io vederlo? Ma veggio un puello ludibondo uscir dalle sue edi.
Lalio - Madonna, che mi tira, che mi tira?
Protodidascalo - Alloquar hominem. Heus, puer! Adesdum; paucis te volo.
Lalio - Chi costui che vola?
Protodidascalo - Heus, ol, a chi dico io?
Lalio - Se non lo sai tu a chi dici, n tampoco lo so io.
Protodidascalo - Tibi dico, Pamphile.
Lalio - Parlate con me?
Protodidascalo - Optime quidem, s bene.
Lalio - Chi ste voi?
Protodidascalo - Ego sum Protodidascalo gimnasiarca, ludimagistro, restitutore e reintegrator del romano eloquio all'antica candiditate fama super aethera notus.
Lalio - (Questi deve essere qualche pedante, cuium pecus che sputa cuiussi e parla in bus e bas). Magister, bonum sero.
Protodidascalo - Et tibi malum cito.
Lalio - Che comandate protomastro, patriarca?
Protodidascalo - Prius te salvere iubeo.
Lalio - Io non v'intendo.
Protodidascalo - Dico che siate salvo.
Lalio - E voi salvo e contento.
Protodidascalo - Per mostrarvi la mia largitade vi vo' fare un munuscolo di cinquanta vocabuli ciceronei abstrusi e reconditi.
Lalio - Che ceci conditi son questi che mi volete dare, di mele o di zucchero?
Protodidascalo - Dico vocabuli ciceroniani.
Lalio - Questi vocali son buoni da bere?
Protodidascalo - Son cose che quando sarete in et pi provetta vi faranno onore nella scuola.
Lalio - Io non vo' scola, altrimente.... Che volete da me?
Protodidascalo - Paulo ante vi ho visto uscir da questo ostio.
Lalio - Che ostia?
Protodidascalo - Ti allucini, figliuolo, perch hostia con h, aspirazione, viene ab hostibus, che un animale che s'immolava dall'imperadore proficiscente alla guerra per impetrar da' celicoli vittoria contro gli osti, cio nemici. Onde il sulmonese poeta:
Hostibus a domitis hostia nomen habet.
Lalio - Voi volete dir gli osti che stanno nelle taverne?
Protodidascalo - Ma ostio sine aspiratione vuol dir le valve, le gianue.
Lalio - Barbagianni a me, maestro! mi parete voi un barbagianni da dovero. Parlatemi cristiano se volete che vi risponda.
Protodidascalo - Vorreste che dalla latina mi rivolga test alla etrusca favella? Son contento. Dico che vi ho visto uscir da questo ostio, cio da questo uscio; dico se stiate in cotesta casa.
Lalio - Se sto qui adesso, come sto in questa casa?
Protodidascalo - Argutule argutule. Se mi vuoi far un piacere ti far un presentuculo.
Lalio - Che vorresti? va' via, va', conosco i pari tuoi.
Protodidascalo - Ferma cost, ascolta quaeso due paroline.
Lalio - Parla da lungi, di' presto, che vuoi?
Protodidascalo - Non venuto un certo forestiero, advena, oggi in tua casa?
Lalio - S bene. (O Dio, che avessi il mio schioppetto!).
Protodidascalo - Vorrei dirli duo verba.
Lalio - Vorresti per sorte che lo chiamassi? aspetta che torner adesso adesso.
Protodidascalo - Heu mihi! discedens oscula nulla dedi. Oh che indole maiestale di fanciullo! gli quadra un volgare epigramma che i giorni preteriti feci in lode d'un mio scolare.
Lalio - (Aspetta che l'arai).
Protodidascalo - O pi formoso del troian giovencolo subrepto dall'uccello fulminifero....
Lalio - Eh! fermati un poco.
Protodidascalo - Heu Iuppiter altitonante, belligero Marte, armipotente Bellona con l'anguifera egida, soccorrete! che fulgetri, che terrifichi bombi son questi? Questo il rispetto alla venerabil toga? questo merita chi ha sublevato da' solecismi e dalla esecrabil barbarie il tesoro del latino sacrario, e locupletata la romana facondia? O detestabil secolo, qual immanit l'ha impulso a cos facinoroso atto? Un insolente fanciullo con nefario uso attacca a me nella posterga parte i scoppicoli di pagina ignivomi, fumivomi, e mi d in preda del foco! a me tanto nemico e prosequente, che in tanto pavore prolapso sono che non atomo in me che non tremi, e lo spirito par che voglia migrare! Ma dove sublato dagli occhi miei questo fugaculo? l'andr cercando con occhio scrutatorio, e se mi vien obvio lo far col capo arietar in un muro. Meglio ser ne vada al mio cubicolo e mi vendichi con invettive di iambi ed endecasillabi che sapranno della lucubratrice lucernula, che mai dall'edace tempo seran consumpte: queste lo trafigeranno pi d'ogni cultrato mucrone. Immorigerato puerolo, ficoso catamito, inter socraticos notissima fossa cinaedos!
SCENA IX.
Teodosio, Eugenio.
Teodosio - Mai suole venir una grande allegrezza che non si tiri appresso una grande amaritudine. Oim! che l'allegrezza dell'acquistata libert non mi fu tanto dolce quanto or m' amaro vedermi scacciato dal luogo dove sperava essere disiosamente ricevuto.
Eugenio - Siamo entrati in una sventura maggior della prima; ch se ogni travaglio e affanno era leggiero con speranza al fin di riposare, quanto or mi grave pensando esser al fin pervenuti e siamo nel cominciare!
Teodosio - O fortuna, io ti disgrazio che ne rompesti la prigionia e ne facesti scampare, ch ci era pi dolce soffrir la fame, la sete, la prigionia e l'ingiuriose parole che abbiamo sofferte da quei cani, che quello che abbiamo inteso in casa nostra. O mar, la tua piet ne stata crudele avendoci condotti salvi: quanto mi saresti stato pietoso se in quel giorno che n'avemmo tanta paura tu n'avessi sommerso, ch sarebbomo morti contentissimi! n'hai condotto in porto per farci battere in questo scoglio crudele, per farci provare una morte pi acerba e pi dolorosa!
Eugenio - Padre, forse questa non la casa vostra e quella donna non Sennia vostra moglie.
Teodosio - Io l'ho ben riconosciuta. Ma questo giovane si ser finto Eugenio - Sennia amorevolissima, e il desiderio di veder suo figlio l'ar appannato di sorte gli occhi che l'ar occecati, e ce l'aranno aiutato i servi. Onde la sua astuzia, l'ardir della giovent, la credulit di Sennia, la malignit di servi l'aranno servito per ruffiani.
Eugenio - In questa citt, dov' tanta giustizia, si trovano le genti cos cattive?
Teodosio - Le genti cattive si trovano in ogni luogo.
Eugenio - Padre, lasciate tanti dolori, ch questi non vi restituiranno la moglie e la figliuola; e forse Iddio, che mai suole dismenticarsi de' miseri, ne dar qualche rimedio.
Teodosio - Il rimedio sarebbe una morte che ambiduo ne togliesse di vita; ella il medico e la medicina di tutti i mali. S'ar goduto Olimpia, che rimedio pu farsi che quel che fatto non sia fatto?
Eugenio - Almeno faremo che non la goda pi: andiamo alla giustizia, facciamolo carcerare, e quivi provi come sia me.
Teodosio - Andiamo per mostrar che facciamo alcuna cosa; e poich abbiamo perduto le robbe e le carni, poco sar se perderemo questo poco di vita che n'avanza.
SCENA X.
Lampridio, Protodidascalo.
Lampridio - Mai comincia una sciagura che non ne seguano mille, ch la fortuna non si contenta d'una sola. Appena cominci la prima che segu la seconda, poi la terza; e mi getta sopra monti ardenti di mali, che appena mi d tempo di piangere, non che rimediare alla mia disgrazia. All'ultimo, per non lasciarmi tantillo di speranza, fa venir Filastorgo mio padre, onde m' stato forza finger di non conoscerlo, burlarlo e cacciarmelo dinanzi. Con che faccia gli potr comparir pi dinanzi? Deh, perch son vivo? perch non moro? che fa in questa vita? Ma il tempo fugge e io lo sto perdendo in parole. Ecco Protodidascalo: cercher qualche consiglio. - Che ci , Protodidascalo?
Protodidascalo - Siam rovinati.
Lampridio - Questo vada a chi ci vuol male.
Protodidascalo - A voi toccato in sorte.
Lampridio - Che ci ? parla presto.
Protodidascalo - Che faresti se ti portassi bene, se con tanta fretta mi dimandi il male? Ma tu ancora ignori i tuoi guai: t'apporto nuovi guai.
Lampridio - I miei guai son tanti che non se ne trovano pi per accrescerli.
Protodidascalo - Tuo padre venuto.
Lampridio - Gi lo sai?
Protodidascalo - Ti ricerca.
Lampridio - Sai troppo.
Protodidascalo - E fra poco tempo tel troverai dinanzi.
Lampridio - Sai soverchio. Ma non sai che, avendomi trovato in presenza di Sennia, ho finto non conoscerlo e cacciatolo via. Ci di peggio: che venuto il vero Teodosio ed Eugenio e l'ho scacciati di casa, ed eglino sono andati alla giustizia a lamentarsi.
Protodidascalo - Heu, che non ti potea accader cosa pi mala, peggiore e pessima - positivo, comparativo e superlativo.
Lampridio - Oh con quanta difficult s'acquistano le cose e come poi facilmente si perdono! il mio giorno ha visto la sera al far dell'alba.
Protodidascalo - Ricordati questa mane che per la via una sinistra cornice, oscine inauspicato, crocitando - per onomatopeiam, ap t onomatos idest nomen, et poios quasi factum, idest factitium nomen - ti predisse con infausto omine questo fatto. Gi la fortuna comincia a visitarci con le sue disgrazie, n per altro te si mostr cos fautrice ne' primordi che per farti periclitare et explorare questa caduta maggiore.
Lampridio - Il superar la fortuna non altro che sopportar i suoi colpi.
Protodidascalo - A questi colpi non ci clipeo che li facci obstaculo, perch ubicumque ti volgi trovi nuove erumne da superare.
Lampridio - Tante pi ne soffriremo. Che difficult pu patire chi non estima la vita? Ma di grazia, facciam collegio della mia vita e cerchiamo qualche rimedio; ...
Protodidascalo - Etiam atque etiam cogitandum.
Lampridio - ... ch ben conosco che sono alle mani d'un medico che volendo sapr rimediare al mio male.
Protodidascalo - Poich m'hai eletto per medico al tuo male benemerito, eccoti un opportuno e proficuo rimedio: fuggi di questa cittade.
Lampridio - Oim, tu m'hai ferito, son morto!
Protodidascalo - Perch dici cos?
Lampridio - Perch parli coltelli e pugnali e spade che m'han peggio che morto.
Protodidascalo - Questo un buon rimedio.
Lampridio - cattivo rimedio per me.
Protodidascalo - T'apporta salute.
Lampridio - Odio salute che viene con tanto dolore. Se stessi un'ora senza veder Olimpia non potrei vivere.
Protodidascalo - cos gran paradosso questo! L'egroto che non vuol obtemperare al medico, come dice il princeps medicorum Hippocrates, o perir o patir una egritudine diuturna.
Lampridio - Tu sei medico troppo crudele.
Protodidascalo - Il medico pio fa marcir lo apostma e trucida l'egro. Per uscir dal termine dove sei bisogna suffrir alcuna cosa contro l'animo tuo. Fa' conto che questo star orbato di lei sia uno di quelli alexifarmaci, alexeteri che purgano i mali umori.
Lampridio - Fuggir io, star senza vederla io? piuttosto potrei vivere senza la vita. Taci, ch questa tua medicina ser pi atta ad uccidermi che la malattia.
Protodidascalo - Se perseveri in questa ostinazione adamantinale, serai in discrimine di essere obtruso in carcere e d'esserti obtruncato il capite, e perderai Olimpia e la vita.
Lampridio - Vo' piuttosto che fuggir esser menato in prigione e patir ogni supplizio sino alla morte. Amore cos insignorito di me e con s forti catene mi tiene avinto che non mi lascia partire.
Protodidascalo - Io dunque, imponendo coronide al mio dire, ti lascio senza medico e senza medicina. Vale.
Lampridio - Io me ne andr a casa, ch se ben sto col corpo fuore, l'animo dentro. Oim, chi sono costoro che vengono?
SCENA XI.
Teodosio, Capitano di birri, Lampridio.
Teodosio - Questi l'ingannatore, signor Capitano. Birri, prendetelo.
Capitano - Alto a la corte! Sois preso; o vos, atadle.
Lampridio - Che ho fatto io, che feci mai?
Capitano - Lo sabrs como sers en carcel.
Lampridio - Aspettatemi un poco, lasciatemi parlare.
Capitano - Habla cuanto quieres.
Lampridio - Non stringer cos forte, lasciatemi parlare.
Capitano - Ya no hablas con las manos.
Lampridio - (O Dio, come scamper dalle mani di costoro?). Ascoltate, signor Capitano, due parole all'orecchio.
Capitano - Valame Dios! clerigo sois. Dejadle, dejadle.
Lampridio - Signor Capitano, costui, che forse non conoscete, scemo di cervello e va dicendo a ciascheduno che venuto di Turchia e che ha trovato in casa sua un non so chi, che dice esser figlio a sua moglie e fratello a sua figlia, e mille altre filastroche; e si piglia diletto di dar la baia a tutta questa cittade. Mirate che stracci da mascalzoni.
Capitano - Por cierto yo me lo he imaginado da mi mismo viendole llorar y echar gritos tan altos por todo. Venid ac, que quereis vos de este?
Teodosio - Questi, sotto nome d'Eugenio mio figlio vero, intrato in casa d'una mia moglie; fingendo esser suo figlio e fratello d'Olimpia, una mia figlia, s' fatto falso fratello e vero innamorato.
Capitano - Yo no entiendo que diga de mujer y de hermano, ni de falso ni de veras.
Lampridio - Mirate che faccia rossa, che gesti strani: l'aria proprio d'un pazzo.
Teodosio - Io pazzo? pazzo pari tu a me.
Lampridio - Ad un pazzo tutti gli altri paiono pazzi: e che sia vero dimandiamogli alcuna cosa e vedrete come risponde a proposito.
Capitano - Dime que has comido esta maana?
Teodosio - Che dimande son queste? Un canchero!
Capitano - Por ti es buen pasto que has comido.
Teodosio - Cacasangue!
Capitano - Buen provecho.
Teodosio - Voi vi fate beffe di me: cos s'adempie l'uffizio della giustizia?
Lampridio - Vltati qua, gli alberi che fioriro l'estate che verr, che frutti produrranno la primavera passata?
Teodosio - Produrranno una forca dove fosti appiccato!
Lampridio - Io mi fo la croce: non dice parola che non meriti un anno di prigionia.
Teodosio - O Dio, che questo ribaldo mi fa proprio divenir matto.
Lampridio - Non diverrai tu matto, perch sei matto gi. Signor Capitano, si trova una spezie di clera che movendosi per lo corpo fa ferneticare: non vedete la faccia sparsa di macchie nere? gi si muove la clera nera.
Capitano - En verdad, que este me parece loco.
Lampridio - Discostatevi, ch non pigli alcuna pietra e ve la tiri. Non vedete gli occhi come sfavillano? gi li mali umori l'assaltano e lo cominciano a stimulare.
Teodosio - Mi rodo di rabbia che non trovo una pietra per romper la testa a costui.
Lampridio - Non vedete che va cercando una pietra per trarvela? discostatevi, signor Capitano, ch non v'uccida.
Teodosio - (O Dio, che questo truffatore ha dato ad intendere a costoro ch'io sia matto; e se lo credono). Capitano, vorrei dirvi due parole da solo a solo.
Lampridio - Guardatevi, signor Capitano, ch come gli sarete vicino, vi strapper il naso dal viso con i denti; e i morsi di pazzi son velenosi. Questi sono i guadagni che si fanno con i pazzi.
Capitano - Yo no me acercar; habla la larga.
Teodosio - Non son cose queste da dirsi alla larga.
Capitano - Ni yo soy hombre de dejarme coger la estrecha contigo.
Teodosio - Ascoltate, non temete; questi vi burla.
Lampridio - (Se questi l'ascolta io son spacciato). Signor Capitano, se non lo fate ligare e strascinar in prigione, storpiar alcuno e far pi strane cose di queste.
Teodosio - Ascoltatemi, di grazia: due altre parole.
Capitano - Y de missa tambien. Vlgame nuestra Seora! Tomad este y arrastradle. Gentilhombre, vyase V. M. en buena hora; y le beso las manos.
Teodosio - Son uomo da esser cos ligato e strascinato? questa la giustizia?
Capitano - Gentilhombre, me perdonars si no conosciendole le he offendido.
Lampridio - Non fa offesa chi non pensa di farla. (Vo' seguirli per veder che succede di questo fatto).
Fine del quarto atto
ATTO QUINTO
SCENA I.
Lalio, Sennia.
Lalio - O tristo me, perch mi battete?
Sennia - Per farti proprio tristo come dici.
Lalio - O Dio, che volete che dica?
Sennia - Non t'ho lasciato con Eugenio e Olimpia nella camera?
Lalio - S, ma poi me ne uscii fuora.
Sennia - Perch ne uscisti?
Lalio - Perch viddi... .
Sennia - Che vedesti?
Lalio - Nulla.
Sennia - Prima dici che vedesti e poi dici nulla. Non posso cavarti di bocca una parola di questo fatto. Perch mi parli cos mozzo? parla col tuo malanno!
Lalio - O Dio, che se lo dico, Olimpia ha giurato di volermi ammazzare.
Sennia - E se non lo dici, ti ammazzar or ora. Quello d'Olimpia ha da venire, ma il mio sar adesso, al presente.
Lalio - Io non lo dico, avertete. Quando voi mi diceste che stessi in camera, io me ne uscii per vergogna.
Sennia - Di che cosa?
Lalio - Di quel che viddi.
Sennia - Dimmi, che vedesti? Oh quanto mi fa penar questo ghiottarello! presto, che ti possi fiaccare il collo!
Lalio - Avertete ch'io non dico che il fratello e la sorella stavano abbracciati insieme; n mai Olimpia diceva: - Fratel mio! - che il fratello con un bacio non le togliesse di bocca le labbra, la lingua e la parola insieme. Poi dissero che si volevano far fratelli e sorelle carnali.
Sennia - E come facevano?
Lalio - Che so io? Si serrorno a chiave entro la camera.
Sennia - Quando apersero poi, che facevano?
Lalio - Nulla: l'avevano fatto gi.
Sennia - Menti per la gola! se la porta stava serrata a chiave, come vedevi che si facessero?
Lalio - Dava qualche occhiatina per le fissure e per lo buco della chiave. Quando apersero, stava Olimpia avampata di foco in faccia e s'accomodava i capelli; e mi domand di voi e, io dicendole che non l'avea vista se non io, giur che, se diceva alcuna cosa di questo fatto, m'ucciderebbe: e per non ho voluto dir niente, avertete.
Sennia - Taci, vattene su e non cicalar a persona del mondo ve', se non che ti trarr la lingua insin dalla gola, sai.
SCENA II.
Squadra, Sennia.
Squadra - A tempo vi veggio, Sennia.
Sennia - M'indovino la nuova.
Squadra - Voi dovete saper che voglia.
Sennia - Che si mariti mia figlia questa sera col Capitano -
Squadra - Tutto il contrario: a rinunziarla e sciorsi dalla promessa.
Sennia - Come questo?
Squadra - Me ne dimandate ancora? non si sa per tutto Napoli che un romano sotto nome d'esser vostro figlio s'ha goduta vostra figlia?
Sennia - Come sai questo tu?
Squadra - L'ho visto or ora menar prigione da' birri; e di questa trama Mastica ne stato il mezzano.
Sennia - Ah traditore!
Squadra - Avete il torto ingiuriarmi.
Sennia - Non parlava con te.
Squadra - Trasilogo ha preso Cornelia, di che era stato stimu1ato da' parenti; e or si fanno le nozze con contento d'ambedue le parti. Ho fretta, ti lascio in pace.
Sennia - Anzi in tormento e angoscia. O vita mia, serbata in sino a tanto che avessi visto cosa di che fussi forzata a dolermi mentre io viva! O vecchiezza viva mia, perch non mi manchi? or conosco che col lungo vivere si sopportano molte adversitadi. Oh con quanto pericolo si guardano le cose che piacciono a molti! Un giovane insolente sotto nome di figliuolo onorato mi rubba l'onor mio e di mia figliuola, nelle cui nozze era tutta la speranza della mia contentezza. Ecco la cosa risaputasi per tutto Napoli: si divolgher per tutto il mondo. Bisogner fugirmene di qui e vivere disconosciuta dovunque vada, per non aver pi fronte di comparir fra le persone onorate. O onor mio acquistato e serbato con tanta fatica per s lungo tempo, come t'ho perduto in un ponto! quando pi spero di ricovrarti?
SCENA III.
Mastica, Sennia.
Mastica - Padrona, la cena in ordine e vi potrete sentare quando volete.
Sennia - Fa' che non manchi nulla, ch verr poi.
Mastica - Non bisogna tardar pi perch le vivande stanno a disaggio, si guastano.
Sennia - Non mi dar fastidio.
Mastica - Come volete si serva: alla francese o alla italiana?
Sennia - (Emmi venuta questa bestia dinanzi per non farmi dolere quanto vorrei).
Mastica - Volete condisca la carne col petrosemolo, col coriandolo o col petrotimo.
Sennia - (Dio mandi malanno a te e alle tue minestre!). Vien qua, uomo da bene.
Mastica - Non chiami me?
Sennia - Non ci sei dunque?
Mastica - Questo nome non convenne mai n a me n ad alcuno di miei antecessori.
Sennia - Vien qua dunque, ribaldo pi d'ogni ribaldo.
Mastica - (Questa vecchia sta con gli occhi rossi come avesse pisto cipolle: non so che se l'aggira per lo capo. Certo ar scoverto qualche cosa di Lampridio e n'ha rabbia e dispetto. Oh che tutta la casa fusse a questo modo e che a me solo toccasse una volta empirmi la pancia a mio modo!).
Sennia - Vien qua presto! che borbotti?
Mastica - Avertete, padrona, ch'io non ho colpa nessuna nelle cose di vostra figlia, avertete.
Sennia - L'escusarsi senza bisogno un manifesto accusarsi. Dimmi un poco: ti par cosa convenevole che tu, nato e allevato in casa mia e sempre ben trattato, m'abbi tradito nel modo che hai tu fatto?
Mastica - Io traditore? questo non si trover mai.
Sennia - Portarmi un prosontuoso dinanzi, con dir che sia mio figlio per farlo adultero di mia figlia!
Mastica - Oh! che io perda l'appetito per dieci giorni e il gusto del vino se so nulla di ci che dite.
Sennia - Lo nieghi ancora?
Mastica - L'arciniego ancora. Ti giuro per questo stomaco e questa gola come non so nulla di quanto dite.
Sennia - Dunque non sei stato tu?
Mastica - Voi proprio il dite.
Sennia - Cos cotesto stomaco ti sia aperto e a cotesta gola ti sia posto un capestro dal boia, che non mangi n bevi pi mai, come tu sei stato cagion d'ogni cosa!
Mastica - Se trovarete tal cosa, voglio esser squartato e attaccato per li piedi alle dispense come presciutto, e i miei quarti come carne salata.
Sennia - Ma io non vo' darti altro castigo se non che in questa casa, che tu hai s poco onorata, non habbi pi mai da mettervi il piede.
Mastica - Voi burlate! io me n'entro.
Sennia - Ti lascier fuor io, e non far pi pensiero d'entrarvi.
Mastica - Lasciatemi cenar prima, ch me n'uscir domani.
Sennia - Ti lascier fuor io.
SCENA IV.
Mastica solo.
Mastica - Oim, l'uscio serrato a chiave. Sia maladetta la mia sciocchezza a farmene cavar fuora senza mangiar prima! O padrona, o padrona! Oim, perch non cavarmi gli occhi, perch non tagliarmi il naso e l'orecchie e non cacciarmi digiuno fuori? Il carriar delle legna, il soffiar del foco mi hanno talmente diseccato il polmone che fatto pi arido d'una pomice. Questa stata la mia speranza in esser tutto oggi cuoco e facchino? Quando credeva che la pancia avesse a gonfiarsi duo palmi fuora, sento il ventre che mi tocca la schena; par che sia una donna figliata di fresco, una vessica sgonfiata. Oim, che le budella mi ballano in corpo! Dove andr a cenare, ch l'ora tarda e ho fatto questione con tutti? O vitelle, o porchette, o lasagni, o sguazzetti, o saporetti che odoravate cos suavemente; o liquore, o vino che tornavi l'anima dentro i corpi morti, dove ste andati? Sono venuti i lupi e s'hanno ingoiato la cena che son stato tutto oggi ad apprestare. Mi sento l'anima venire a' denti: ben sar se questa sera non m'impicco con le mie mani!
SCENA V.
Protodidascalo, Filastorgo.
Protodidascalo - Se le cose optimamente disposite sogliono conseguir reprobi eventi, quando quidem, ch la fortuna vuol esser participante delle umane azioni; quanto pi pessimo evento aranno quelle che si fanno properanter e destitute di consilio? Ecco l'esempio. Teodosio dal capitan de' satelliti riputato fatuo, riconosciuta la sua giustizia, stato liberato; e Lampridio, irretito dalle illecebre amorose, inopinatamente collapso un'altra volta in mano della giustizia e in discrimine della vita senza un modiolo di speranza, se il divino suffragio per sua perenne grazia, per farlo evadere da questi travagli, non avesse condotto in questa citt Filastorgo suo padre. Vae mihi, che lo veggio venir tutto queribondo in vista! Ors, per riconciliarlo col figlio mi bisogna funger l'ufficio di buon retore, in che io ho versato molti lustri. Mi servir del genere deliberativo per commoverlo e vi mescoler un poco del demonstrativo. Deh, perch non ho ora il mellifluo eloquio di Demostene o del moltiscio Cicerone? Ho gi l'invenzione: ecco la disposizione. L'elocuzione l'ho sicurissima. Cominciar l'essordio e captar benevolenza. - Filastorgo here, patronorum patrone, incolumes sis, hospes sis: la tua radiante celsitudine bene veniat! ...
Filastorgo - Quanto sarei stato ben meglio in casa mia!
Protodidascalo - ... Lampridio, il vostro figliuolo, iterum atque iterum se gli commenda.
Filastorgo - Che figlio? io non ho figlio veruno: suo padre morto venti anni sono in Turchia.
Protodidascalo - Lampridio inquam, quel vostro unigenito.
Filastorgo - lo non conosco Lampridio alcuno; quel che tu dici si chiama Eugenio n vidde me n Roma pur mai.
Protodidascalo - Vi bisogna reminiscere che gli ste padre.
Filastorgo - Egli ha un'altra madre a dispetto del padre e della vera madre sua.
Protodidascalo - Vi fu - preterito, - vi sar - futuro, - vi - presente: tria tempora - sempre morigerante e obtemperante.
Filastorgo - Chiami tu ubidienza il finger di non conoscermi? Da chi spero io essere onorato se il mio figlio mi schernisce? Gi m'ha fatto chiaro quanto sia vana la speranza d'aver collocato in esso la quiete della mia vecchiezza, in dimostrarmesi cos iniquo e discortese. ...
Protodidascalo - Bona verba, quaeso.
Filastorgo - ... Che? se tu avessi visto gli atti e le parole, aresti giurato o che egli non fusse egli o che io fussi un altro.
Protodidascalo - Udienza per due verbicoli.
Filastorgo - Hai tu forse animo d'iscusarlo?
Protodidascalo - (Dopo l'essordio alla narrazione). Io non vo' inficiare che il temerario uso non sia grave, n se gli potrebbe coacervar pena che non ne meritasse il doppio; ma di questo s'incolpe l'arcigero che gli aveva sauciato il petto, dilaniato il core e fatto devio l'ufficio della mente. Il famoso Marone: Omnia vincit Amor.
Filastorgo - Che ha dunque fatto?
Protodidascalo - (Qui non va exagerazione ma escusazione). Un paulolo di errore solamente: mutatosi il nome di un figlio esule di una matrona, entrato in sua casa per fruir la sua figlia pulcrissima di cui l'animo subbolliva d'amore.
Filastorgo - Ahi mentitor perfido! ahi temerario esecutor di tanta nefanditade che fa ingiuria al padre, alla patria e a se stesso! Ma tu, pedante, pi d'ogni altro da poco e ignorante, questi sono gli ammaestramenti che tu gli hai dato? Di che mi devo fidar io, se avendoti tolto dalla zappa e dalla vilissima pedanteria t'ho fatto padron della casa e di mio figliuolo, e or me ne rendi cos iniquo guiderdone?
Protodidascalo - Here, non detestare la famigerata mia arte. Non ste conscio che Dionisio re, expulso dal suo regno, non volse evadere filosofo indagando i secreti della vasta e profonda natura; ma spargendo il fecondo seme della viride virtude ne' teneri meati intellectuali e nelle interne viscere di putti, divenne ludimagistro? Ma se al tuo figlio con blandi colloqui, pieni di mille apoftegmi e auree sentenze, l'ammoniva che tutto era frustratorio, che gli ultronei piaceri s'amplexano e fan parvipendere ogni animadversione, mi insultava e minitava; che potea far io decrepito e micrpsico, che appena la fluctuante anima hos regit artus? bisognava succumbere. Per perpendi il mio animo insonte e la bona qualitas mentis.
Filastorgo - Io vo' che impari esser figlio da chi veramente sa esser padre, vo' che sia essempio a tutti i figli del mondo, vo' pi tosto esser detto severo destruttor di figliuoli che padre che abbi consentito alle sue sceleraggini.
Protodidascalo - (Qui va la commiserazione). Quando l'ira obtemperar alla ragione, poenitebit te del commesso facinore, ch non conviene ad un padre tanta truculenzia, ch per ogni fallo sufficit che al figlio se gl'imponga picciola pena. Ch se voi non condonate al vostro figlio, a chi condonarete voi? E dovete tanto pi volentier farlo quanto che, irretito da questo suo novizio amore, cespitato e pentito del temerario incepto. E se... .
Filastorgo - Dimmi un poco.
Protodidascalo - Non interrompete la veemenzia dell'orare. - ... E se non fusse per suo merito, fatelo per amor di sua madre, la qual moritura rememoratevi con quanti gemiti vi rog, genuflexa e provoluta ne' vostri piedi, che l'amor sviscerato che portavate a lei si fusse coacervato con l'amor che comunemente portavate a questo unigenito.
Filastorgo - Menami dove , ch vo' vederlo.
Protodidascalo - (La commiserazione riuscita bene supra existimationem: bisogna exagerarla). V' intercetto poter vederlo, perch sta chiuso in un carcere orcico.
Filastorgo - Che carcere orcico?
Protodidascalo - In poter della giustizia che sopra questo fatto ci viene pede plumbeo; e credo...
Filastorgo - Che cosa?
Protodidascalo - ... che sar...
Filastorgo - Appresso.
Protodidascalo - ... per esser il caso grave et exemplare; ...
Filastorgo - Parla presto!
Protodidascalo - ... perch dicono i legislatori che la giustizia deve inrigorirsi ne' casi exemplari. Et Iustinianus in titulo De usurpata iurisdictione, nella legge Malum exemplum, nel titulo De suppositione, paragrafo Si supponatur, dove la glossa enucleando quel passo dice: ...
Filastorgo - Che ser di questo mio figlio?
Protodidascalo - Lasciatemi dir due parole.
Filastorgo - Lascia tu in nome di Dio queste tue filastroche!
Protodidascalo - ... giustiziato con miserando et plorabile exito.
Filastorgo - Mio figlio giustificato?
Protodidascalo - Dico giustiziato non giustificato. Nam iustus est qui ius non deflectit, per giustiziato, gastigato dalla giustizia; ma iustificus est qui iustitiam facit, e giustificato, chi ha fatto la giustizia.
Filastorgo - Con queste tue pedanterie mi fai salire tanta rabbia che, se non importasse la vita di mio figliuolo, mi faresti uscir da' gangheri. Che importano a me queste tue disutili chiacchiare?
Protodidascalo - Che importano eh? Non si devono parvipendere i vocabuli patri e vernaculi; e Quintiliano celeberrimo scrittore dice: Perscrutandas esse a fideli praeceptore origines nominum.
Filastorgo - (O Dio, quanto mi fa penar questa bestiaccia!). Narrami la ragione.
Protodidascalo - Dicovi che tunc temporis venuto il vero Teodosio, marito di quella matrona, con Eugenio suo figliuolo; sono stati expulsi di casa, ed essi pensiculando l'inganno machinato son iti a Sua Eccellenzia e fatto obtrudere in carcere il tuo figliuolo.
Filastorgo - Oim Lampridio, oim figliuolo mio caro, quanto pi desiava vederti meno ti potr vedere; a tempo ch'io pensava goder teco questo poco di vita che mi avanza, violenta morte me ti trarr da queste mani. O Laudomia moglie cara, quanto felice fu la tua morte passata per non trovarti a questo dolor presente! A cui ricorrer io per favore? chi mi aiuter in questa terra ove non conosco nessuno? almeno avessi portato dinari assai che mi aiutassero in questo bisogno.
Protodidascalo - Ove il rimedio l'egritudine si deve pi patienter sufferre.
Filastorgo - Che rimedio potrei ritrovarsi a questo?
Protodidascalo - Convenir questo Teodosio, alloquere a questa Sennia madre della giovane e trattar coniugio con sua figlia, non potendo il fatto altrimente rimediarsi; ch forse vi rimetteranno la querela.
Filastorgo - Che genti son queste? son forse pari miei?
Protodidascalo - Son de' primati e degli optimati di questa citt: anzi vi fia difficillimo ottenerlo. Ma eccoli: questi sono.
Filastorgo - Questi mascalzoni son forse pari miei?
Protodidascalo - Non v'ho detto che iam dudum erano venuti di Turchia e Lampridio gli avea espulsi di casa e non han potuto cambiarsi le vesti?
SCENA VI.
Teodosio, Eugenio, Filastorgo, Protodidascalo.
Teodosio - Gi l'han preso prigione e non gli giovato il far credere al Capitano ch'io fossi matto.
Eugenio - Ecco, patir la pena del suo fallire.
Filastorgo - Ecco colui ch' per rifarvi ogni danno.
Teodosio - Chi sei tu per rifar cos gran danno?
Filastorgo - Padre di colui che avete prigione.
Teodosio - Ste certo padre d'un giovane di buona speranza!
Filastorgo - Voi sapete che i peccati per amore non meritano tanta riprensione, e massime quelli che commettono i giovani ne' primi amori. Per correggasi l'errore il meglio che si pu. Dalle infirmit nascono i rimedi, da' malefici le leggi e da' disordini i migliori ordini.
Teodosio - Come si corregger tanta pazzia e temerit d'un giovane?
Filastorgo - Col senno e con la prudenza di vecchi.
Protodidascalo - Optime quidem, congrua risposta.
Teodosio - Indegno d'un uom da bene.
Filastorgo - Convenevole ad un amante.
Teodosio - Ar tolto l'onor alla vergine.
Filastorgo - Se le restituir.
Teodosio - Come se le potr restituire?
Filastorgo - Prendendola per moglie: cos l'ar tolto a se stesso.
Teodosio - Ar fatto danno alla casa.
Filastorgo - Ser rifatto ogni danno, ch per la Dio merc abbiamo come possiamo farlo.
Teodosio - O uomo temerario e insolente!
Filastorgo - Anzi amorevole, ch l'amore sviscerato che portava a vostra figlia l'avea cieco del tutto.
Teodosio - Non amore dove si cerca tr l'onore.
Filastorgo - Non fu questo il suo primo pensiero.
Teodosio - Chi siete voi?
Filastorgo - Gentiluomo romano e desioso servirvi, e di ricchezze ancor non mediocri, che son tutte di questo mio unico figliuolo, e non indegno del vostro parentado; al qual potrete conceder senza dote la vostra figliuola per moglie.
Teodosio - A lui sarebbe torto usarsegli benignit, e sera bene che ne piangesse la pena per aver fatto cosa indegna di voi, di me e di gentiluomo. Ma la piet, che mi vien di voi e della mia figliuola, e massimamente unica, me vi fa concedere quanto desiderate.
Filastorgo - E da voi solo ricevo in dono la vita di mio figliuolo, il quale per lo fallo non n'era degno.
Protodidascalo - Non si perda pi tempo, accorrasi prima che si intruda in carcere e il fatto si palesi il meno che si pu.
Filastorgo - Andiamo andiamo, per amor di Dio!
Teodosio - Non si fa altro. Voi mi scalzate le scarpe.
Filastorgo - Perdonatemi, ch ad un che desia, ogni prestezza tarda.
SCENA VII.
Mastica, Sennia.
Mastica - Mi ha giovato lo star qui intorno, perch ho inteso che costoro sono d'accordo e la cosa riuscita a miglior fine che non pensava. Dunque io ser il primo che porter la nuova a Sennia e per mancia ritorner all'ufficio della cucina. - O Sennia padrona, o padrona!
Sennia - Chi mi chiama?
Mastica - Chi desia vedervi contenta.
Sennia - Faccilo Iddio, ch n'ho bisogno.
Mastica - Ste voi tanto infelice?
Sennia - Che buona nuova mi rapporti?
Mastica - La dir se posso far tanta triegua con la fame che mi lasci dire.
Sennia - Dillami su.
Mastica - Ma avertete che bisogna star un anno in banchetto per ristorarmi della paura presa per avermi cacciato di casa senza cagione e senza mangiare.
Sennia - Eh! dilla su.
Mastica - Olimpia maritata...
Sennia - maritata la mia figliuola?
Mastica - ... con un gentiluomo...
Sennia - Chi gentiluomo?
Mastica - ... che s'era finto vostro figliuolo.
Sennia - La mia figliuola maritata?
Mastica - N tanto v'imaginavate aver perduto onore quanto n'avete al doppio racquistato.
Sennia - Ed questa la verit?
Mastica - Qual vi ho detto.
Sennia - La mia figliuola maritata?
Mastica - Quante volte volete sentirlo? Ed venuto suo padre di Roma e si incontrato col vostro vero marito venuto di Turchia, e son stati d'accordo insieme.
Sennia - Io son cos afflitta che non posso credere a s lieta novella.
Mastica - Statene sicurissima.
Sennia - Non mi far rallegrare invano, ch poi con doppio affanno mi faresti dolere.
Mastica - Sapete, padrona, che per una grandissima nuova si fa sempre grazia a' prigioni e agli appiccati. Per per questa allegrezza faccisi grazia a quei presciutti che sono stati tanto tempo appiccati senza ragione; e per esser pi persone di nuovo aggionte, bisogna comprar pi robbe per lo banchetto e tener corte bandita.
Sennia - O Dio, ringraziato sii tu! non deve mai l'uomo sconfidarsi della tua grazia, ch sai meglio rimediare che noi sappiamo dimandare.
Mastica - Eccoli che vengono; calate gi, padrona, a riceverli.
SCENA VIII.
Lampridio, Filastorgo, Teodosio.
Lampridio - O padre, mi vergogno domandarvi perdono dell'offesa fattavi.
Filastorgo - Fa' che per l'avenire si ricompensi essermi ubidiente, ch gi hai conosciuto se t'amo.
Lampridio - Non arei potuto vederne pi chiaro segno, e per rendervi le debite grazie di tanta affezione mi mancano le parole: per vi priego che col vostro savio discorso consideriate quel tanto obligo che vi debbo e per natura e per debito, e facci Iddio che io viva tanto che possa dimostrarlovi.
Filastorgo - Fa' che ami la tua Olimpia, poich ne hai tanto patito e fatto patire ad altri.
Lampridio - soverchio ricordarmelo, padre.
Filastorgo - Teodosio, io ve lo do per genero e per servo.
Teodosio - Lo ricevo per genero e per figliuolo.
Lampridio - Andiamcene a casa e diamo questa allegrezza a Sennia e non la facciamo pi penare.
Teodosio - Gi la vedo comparire dinanzi la porta.
SCENA IX.
Lampridio, Sennia, Filastorgo, Teodosio, Eugenio, Mastica.
Lampridio - Perdonami, o carissima madre, poich sotto questo venerabil nome di madre io t'ho ingannata; n io arei ardire comparirti dinanzi se la suprema bont di Dio non avesse dato meglio esito alla mia audacia che io avessi saputo desiderare.
Sennia - Grande fu la tua sfacciataggine e molto l'ardire n cos facilmente degno di perdono: tr per follia di giovent l'onor ad una casa in un ponto, che s'ha acquistato con tanta diligenza e con tanti anni.
Lampridio - Madre mia dolce, vi giuro ch'una delle cose che m'accesero fieramente dell'amor di tua figlia, fu la onest e la bont che conobbi in lei; e se mento, facci Iddio ch'io sia privo di lei, ch non so se maggior disgrazia potrei ricevere in questa vita. L'amava e serviva con pensiero che, fattone consapevole mio padre, sperava per sua bont licenza di potermi sposar con lei, e poi con legitimi e ordinari modi farvela chieder per moglie. Ma sapendo che con tanta fretta la volevate maritar con questo Capitano, per interromper questo matrimonio mi fu forza d'usar inganno. Avendo proposto morir mille volte prima che viver senza lei, la disperazione mi accec gli occhi e l'amore mi fe' far quello che ho fatto.
Sennia - Se l'amor bastasse ad escusar gli errori, ognuno si scusarebbe con amore. Ma io, poich vostro padre, mio marito e figlio t'han perdonato, con non esser men pietosa di loro, t'accetto per genero e mio carissimo figliuolo.
Lampridio - Dammi licenza, madre, che possa andar a veder Olimpia mia e confortarla, che per questi casi successi dubito che s'affliga.
Sennia - Eccoti le chiavi, ch l'aveva carcerata in una camera, e quivi pensava o attossicarla o che fusse suo perpetuo carcere e monistero.
Lampridio - O Dio, e io era cagione di tanto male! quanto conosco che ti son debitore! Ecco mio padre, il qual non men che io t'ama e riverisce.
Sennia - Gi lo conosco a tempo che tu fingevi nol conoscere.
Filastorgo - Signora mia, se non volevate che mio figlio avesse usata tanta impertinenza, non dovevate far figlia tanto bella n di tanto onore e di tanto merito, ch bastarebbono queste cose a far divenir folle altro cervello che d'un giovine.
Sennia - Desiderarei certo che mia figlia fusse degna d'esser serva vostra e moglie di vostro figliuolo: poich egli vi scacci, io vi ricolgo in questa casa e ve ne fo padrone come lui. Entrate.
Filastorgo - Ringrazio la vostra soverchia cortesia.
Teodosio - Consorte carissima, poich sei gi fatta chiara ch'io sia Teodosio tuo marito che un tempo amasti con tanta fede e amore, se per l'altrui inganni mi scacciasti da te, dammi ora licenza che ti possa ricevere in queste braccia.
Sennia - O Dio santo e benedetto, chi pi contenta di me in questa vita? Poich mi concedi il mio marito doppo s lungo tempo, che amai tanto e amer mentre viva, temo di non svenirmi di contentezza.
Teodosio - Ecco Eugenio tuo figliolo a cui desti il latte e partoristi, e amavi un tempo.
Sennia - Succedi, figlio, in quel luoco che altri si aveva usurpato, e perci ne fosti scacciato. Non pigliarlo, figlio, ad ingiuria ma a soverchia affezion che portava al nome tuo: quella m'appann gli occhi e quella sola mi fe' ricevere altri in tuo nome.
Eugenio - Bastami solo, madre, che m'ami e che dopo tanti travagli mora nella patria e fra' miei parenti.
Mastica - Spettatori, or che Olimpia coglie il frutto della sua fermezza e amore e che son finite le lacrime e i sospiri, e io ho tolto la cena di bocca da' lupi che gi avevano aperta la gola e stavano per inghiottirsela, andremo a godere. E perch io non desidero compagnia al mangiare, andatevene alle vostre case; e se pur volete rallegrarvi del lieto fine e delle altre contentezze di costoro, prima che vi partiate fatene qualche segno di allegrezza.
FINE
- Questo copione è stato visto:


