L’ultima canzone

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2 sta ballando una musica anni ‘80

L’ULTIMA CANZONE

di

Roberto Solofria


Due, in scena, sta ballando una musica anni ‘80

Uno-                (Entrando vestito da donna) Ma che cazzo stai facendo?

Due-                (Ballando) Ballo!

Uno-                Ma non ti senti ridicolo?

Due-                No!

Uno-                Mi aiuti a mettere queste ciglia finte?

Due-                D’accordo! (L’aiuta)

Uno-                Grazie.

Due-                Esci?

Uno-                Secondo te?

Due-                Esci!

Uno-                Vaffanculo!

Due-                Perché, scusa. stai benissimo. Il rossetto ti dona.

Uno-                Arivaffanculo!

Due-                Non scherzo. (Uno non risponde) Non mi credi? Non mi credi! Eppure ai tempi dei Greci…

Uno-                Ai tempi dei Greci?

Due-                Ai tempi dei Greci…

Uno-                Che vuoi dire, ai tempi dei Greci…

Due-                No, niente. Ai tempi dei Greci.

Uno-                Finisci il discorso.

Due-                Punto. Ai tempi dei Greci.

Uno-                Ti stai rincoglionendo.

Due-                Perché?

Uno-                Vedi tu. Uno parla, ai tempi dei Greci… E sospende.

Due-                Cosa?

Uno-                Cosa, cosa?

Due-                Sospende cosa?

Uno-                Sospende… Il discorso.

Due-                Non l’ho sospeso, l’ho chiuso.

Uno-                Vabbè dai, forza.

Due-                Cosa?

Uno-                Stavi dicendo una cazzata. Come sempre.

Due-                Perché, io dico cazzate?

Uno-                Spesso.

Due-                Io, spesso dico cazzate?

Uno-                Si, spesso.

Due-                Fammi un esempio.

Uno-                Un esempio? Un esempio… Ora non ricordo…

Due-                Perché non dico cazzate!

Uno-                Ora non ricordo, ma ne dici.

Due-                E allora fammi un esempio.

Uno-                La differenza tra bello e affascinante!

Due-                Ebbene? Era una cazzata?

Uno-                Secondo te?

Due-                No, che non lo era.

Uno-                Si, che lo era.

Due-                Scusa, ti rifaccio l’esempio. Una città affascinante… Prendiamo… Napoli. E’ affascinante perché ha storia. Non è bella. Mantova, è bella. Le strade pulite, larghi spazi. Napoli è come una casbah. Se fossi architetto e mi chiedessero di disegnare una città ideale, e io portassi una casbah, mi direbbero questa non è una città, è una casbah!

Uno-                Che casbah è?

Due-                No, non scherzo. Il concetto di bellezza è un altro. La casbah è… Affascinante.

Uno-                Si, vabbè. E’ una cazzata.

Due-                Continui. Te l’ho dimostrato.

Uno-                Bravo, bravo.

Due-                Eh, bravo. Intanto così è! (Pensa a quello che ha detto, compiacendosi)

Squilla il telefono

Uno-                Vuoi rispondere?

Due-                Cosa?

Uno-                Il telefono.

Due-                Ah! (Risponde al telefono) Si? Un momento! Per te.

Uno-                Chi è?

Due-                Carlo.

Uno-                E chi è?

Due-                Tuo padre.

Uno-                Ah. (Al telefono) Babbo… Ciao… E quando è pronta?… Due milioni?… Te li restituisco un po’ alla volta… Senti, giovedì arriva la libreria… Eh, lo so… Vabbè, glielo chiedo… Ciao. (Riattacca)

Due-                Beh?

Uno-                La macchina è pronta fine settimana. Due milioni.

Due-                Cazzo!

Uno-                Li ha anticipati lui. Glieli do un po’ alla volta.

Due-                L’avevo capito. E la libreria?

Uno-                Dice che non sa, non ha liquidi al momento.

Due-                Merda, come facciamo?

Uno-                Magari diamo dei post-datati.

Due-                Si, post-datati al 3000.

Uno-                Eh, esagerato.

Due-                Come si fa?

Uno-                Dobbiamo fare soldi.

Due-                Questo si sapeva… Ma come?

Uno-                Dobbiamo fare uno spettacolo… Facile, agevole, comico. Che portiamo nei locali. Che si venda facilmente.

Due-                Hai un’idea?

Uno-                No.

Due-                E allora?

Uno-                E che ne so. Dobbiamo fare soldi.

Due-                Questo l’hai già detto.

Uno-                Prendi la chitarra.

Due-                Ora?

Uno-                Si, si, ora. Inventiamo.

Due-                (Prende la chitarra) Mi dica… Signor Einstein.

Uno-                Cretino. Prima di tutto... Cominciamo con una tua canzone. Tipo… “Elena”.

Due-                Ti ho detto centomila volte che quella canzone non esiste.

Uno-                Ma come, me l’hai fatta sentire un sacco di volte.

Due-                Ma quando mai. Ti stai sbagliando.

Uno-                Ma si, “Elena” (Canticchiando) Parà… Parà… Parà…

Due-                Questa non è una mia canzone.

Uno-                E allora… Quella sulle donne. Io faccio le donne.

Due-                Tu? Si, l’aspetto va bene.

Uno-                Vai, comincia.

Due-                (Suona e canta)


Ho conosciuto tante donne, ma sinceramente

Vorrei che più nessuna, mi parli francamente

Più di una volta c’è stato chi con poca comprensione

Mi ha detto caro mio sei una vera delusione

Tra tutte le donne della mia vita

Ricordo quella di nome Rita

Era bella e affascinante e tra le dita

Aveva un porro grande quanto una margherita

Son tante le donne della mia esistenza

La più bella di certo era Enza

È vero, certo, era di Faenza

Ma non ha mai detto un’incongruenza

Ho conosciuto tante donne, ma sinceramente

Vorrei che più nessuna, mi parli francamente

Più di una volta c’è stato chi con poca comprensione

Mi ha detto caro mio sei una vera delusione

Che dire poi di Elena, la più aristocratica

Lei con il sesso non era certo molto pratica

A volte ci provava a far la simpatica

Ma soprattutto era molto apatica.

Mi chiedo dove sia quella donzella

La più leggiadra, di sicuro la più bella

Che tanto ci teneva al portamento

Ma mai mi ascoltava per un momento

Ho conosciuto tante donne, ma sinceramente

Vorrei che più nessuna, mi parli francamente

Più di una volta c’è stato chi con poca comprensione

Mi ha detto caro mio sei una vera delusione



Uno-                Wow. Grande. hai visto che c’era Elena?

Due-                Si, vabbè! E ora?

Uno-                Ora… Gigino Landolfi.

Due-                Ancora? Ma l’hai inserito anche nell’ultimo spettacolo.

Uno-                Che c’entra, Barberio Corsetti non mette sempre la televisione?

Due-                Che c’entra. Tu sei Barberio Corsetti?

Uno-                No, ma lui non è Gigino Landolfi (Pezzo di Gigino Landolfi venditore, personaggio caratterizzato)

                         Salve a tutti, cari amici, un saluto dal vostro simpatico e cordiale Gigino. Sono qui per presentarvi un’offerta vantaggiosissima. Resterete strabiliati da quello che il vostro Gigi, per gli amici si intende, vi offrirà. Quante volte vi siete chiesti: una volta aspirati gli acari con la mia aspirapolvere, cosa me ne faccio? Ebbene oggi Gigino, il vostro Gigino, ha per voi la soluzione. Questa splendida macchina, che ad un primo sguardo disattento, può sembrare una semplice aspirapolvere, ma invece nasconde un meccanismo altamente sofisticato che permette il riciclaggio di quei simpatici compagni di polvere che si chiamano acari. Ebbene, in questo scompartimento della macchina, inserirete due uova, si, proprio così, due semplicissime uova. Poi, come ogni giorno vi accingerete ad aspirare tutta la polvere residente nel vostro appartamento. La macchina automaticamente separerà la polvere dagli acri e miscelerà questi ultimi con le uova di prima. Da questo sportellino infine uscirà una simpatica frittata che voi potrete gustare in compagnia o da soli. Questa è la magnifica offerta di oggi, il vostro caro Gigino vi saluta e vi da appuntamento alla prossima puntata….

Due-                Bravo! Bene… Bis.

Uno-                (Sempre da Gigino) Mi dispiace, cari amici ma il vostro Gigino Landolfi ora vi deve salutare.

Due-                No, non ci lasciare. Cantaci una canzone.

Uno-                Ma no, non posso, mi aspettano.

Due-                Dai, su… Canta. (Comincia a suonare)

Uno-                Bene, fammela in Do.

Due-                In Do?

Uno-                No? Allora in La.

Due-                Ok.

Uno-                (Canta) Io son Gigino Landolfi, un nome particolare

                         Tutti mi chiamano anche Gigi Flash

                         Lo so che son simpatico, parlo bene l’italiano

                         Vi rendo la vita agevole e faccio anche il presepe

                         Lo so non c’entra ma mi piaceva e così

                         Mi son detto ora ce lo metto. Ora vi ringrazio

                         Vi saluto e me la squaglio, ci ho un’urgenza. Grazie.

Due-                Bis, bis…

Uno-                Siamo a buon punto.

Due-                (Prende un libro) “Antuono de Marigliano, ped essere l’arcifanfaro de li catammare cacciato da la mamma, se mese a li servizie de n’uerco, da lo quale volenno vedere la casa soia è regalato chiù vote, e sempre se fa corrivare da no tavernaro; all’utemo le da na mazza la quale castiga la ‘gnoranza soia, fa pagare la penetenza all’oste de la furbaria e arricchisce la casa soia..

Uno-                Non mi piace!

Due-                Come non ti piace? E’ Basile.

Uno-                Che c’entra. mica non mi piace Basile. E’ che non ci sta bene. Serve qualcosa di più immediato. Che la gente non debba sforzarsi, pensare. Capire.

Due-                Si, ma allora, IL TEATRO (Gesto con la mano)

Uno-                IL TEATRO… Lo fa chi ha i soldi.

Due-                Agliagliai, l’hai detta grossa. da sempre il miglior teatro è stato espresso dai diseredati, dai disperati, dai pezzenti.

Uno-                Ma quando? Anni e anni fa.

Due-                No, no… Oggi.

Uno-                Esempio?

Due-                Esempio… Uno che oggi fa IL TEATRO… De Berardinis.

Uno-                De Berardinis. E’ vecchio.

Due-                Santagata.

Uno-                Seh.

Due-                Morganti.

Uno-                Mi stai parlando di gente che ha cominciato negli anni Settanta, quando fare teatro era di moda, per contestare, per essere tra virgolette “diverso”. Oggi, dico oggi (dice la data), un giovane, citami solo un nome di un giovane che fa IL TEATRO e non ha i soldi.

Due-                Ah, oggi. No, oggi no.

Uno-                Lo vedi?

Due-                Beh, allora che si fa?

Uno-                Si fa una cosa che piaccia, che diverta, che si avvicini ai ritmi televisivi, fondamentale, e facciamo una barca di soldi.

Due-                Sarà… Dove eravamo rimasti?

Uno-                A Basile.

Due-                Ah, già, non ti piace.

Uno-                (Smentendo) No…

Due-                No, no, …Non è adatto.

Uno-                Esatto.

Due-                (Folgorato) Ecco!

Uno-                Cosa?

Due-                Loro! I portatori del “vero teatro”. I depositari del “grande teatro”. Gli unici, i mitici, gli insuperabili.

Uno-                Di chi stai parlando?

Due-                Ma come? Ho il nome.

Uno-                Di chi? Di cosa?

Due-                Il discorso di prima. I grandi guitti. (Recitando) Questa canzone, si intitola, “L’equilibrio perduto” (Canta)


La città sembrava ferma e nella sua immobilità

Era un punto morto infondo alle classifiche.

La fauna culturale con la solita onestà

Si dedicava a situazioni più prolifiche

Degli intellettuali non si trovava traccia

Erano andati tutti a Malibù

C’erano solo pochi operatori comunali

Ma forse neanche quelli c’eran più.

Poi come tutti si aspettavano

Arrivarono i grandi guitti

Alti belli e biondi

Come la storia li ha sempre descritti

Come tutti sospettavano

Presentarono il loro numero

Molto bello ma in fede mia

Peccava un po’ troppo d’ipocrisia

E nella piazza la gente passeggia

Sorseggia bevande

Fa bella figura

Sul palco qualcuno gorgheggia

Si canta s’inneggia

Alla nuova cultura

Ma io che son quasi depresso

Mi chiedo se vale la pena

Mi volto e mi chiudo in me stesso

E senza rumore me n’esco di scena

Pensando -la festa e finita

Abbasso l’impegno sociale-

Mi cerco una donna, un amico

Insomma qualcosa di meglio da fare.


Uno-                Ma lo sai che li avevo dimenticati?

Due-                Come? Avevi dimenticato loro?

Uno-                Eh, lo so, dovrei essere frustato. Per farmi perdonare preparo da bere. Cosa vuoi?

Due-                Una birra.

Uno-                Ok, arrivo subito. (Esce)

Squilla il telefono.

Uno-                (V.f.s.) Rispondi!

Due-                Cosa?

Uno-                (c.s.) Il telefono!

Due-                Ah. Pronto?…Si, sono io… Come va? … Che ti hanno detto?… Ma dai! E non sei contenta?… Sono contento certo… Ma che c’entra, sono contento per te… Ma dai, certo che ci vedremo. Sicuramente una volta al mese… Sicuro… Te lo giuro… Ti amo… Si, ti chiamo più tardi, si, ciao, micina, miao… Miao… (Chiude)

Uno-                (Entrando con le birre) Chi era?

Due-                (Dispiaciuto) Lei.

Uno-                Beh?

Due-                Eh, beh…

Uno-                Non ce l’ha fatta?

Due-                Si, si, assunta.

Uno-                Ehi, e non sei contento?

Due-                Contentissimo.

Uno-                (Con ironia) Si vede! Beh, sai, guadagnerà solo tre milioni al mese. Sai ormai ha 32 anni. E poi…

Due-                Non scherzare. É a più di 800 chilometri.

Uno-                Embeh?

Due-                Quando la vedo?

Uno-                Quando la vedi. Quando sarà. Cosa vuoi, seguirla? Aspettare magari che li qualcuno ti vede, magari mentre passeggi sotto il suo ufficio aspettandola e ti dice: Ma lei, lei ha proprio una faccia interessante, mi faccia vedere bene la faccia. Ma si, senta vuol girare un film con me? Il suo cachet? 100? 200? 300 milioni? Non si preoccupi, venga con me.

Due-                Quando fai così sei uno stronzo.

Uno-                (Pausa) Scusami. Ma è per il tuo bene. Per te. Qui fai quello che ti piace. Fuori? Fuori avresti fatto il… Pony express, il guaglione ‘e barbiere o che altro. Qui puoi esprimerti.

Due-                Si, nei locali, per fare soldi.

Uno-                Che c’entra… É momentaneo.

Due-                Sempre!

Uno-                Talvolta.

Due-                Spesso.

Uno-                Di tanto in tanto.

Due-                Di tango in tango.

Uno-                No, il tango no!

Due-                Si, il tango si!

Uno-                No!

Due-                Si.

Uno-                No.

Due-                Si. (Avvia una cassetta con il “Letaltango”, ballano insieme)

Uno-                (Alla fine) Sono sfinito.

Due-                Questa la mettiamo nello spettacolo?

Uno-                Sei pazzo?

Due-                No, dai, mettiamola.

Uno-                Si, magari io mi vesto da donna.

Due-                É certo!

Uno-                Ma va.

Due-                Oh, ma tu sei bello!

Uno-                In che senso?

Due-                Prima dici, lo spettacolo comico, dove la gente non deve pensare, riflettere, e poi non ti vuoi vestire da donna.

Uno-                Ma da donna ormai si vestono tutti… Tranne le donne.

Due-                Infatti. Ma comunque fa colpo.

Uno-                Colpo su chi? Su tutte quelle persone che si divertono per delle stronzate. Ti vuoi rendere conto che oggi per far ridere le persone non ci vuole niente? Guarda il “Maurizio Costanzo Show”. Uno va là, dice quattro cazzate, la gente ride, si diverte…

Due-                E lui fa una barca di soldi.

Uno-                Appunto. Grazie all’ignoranza della gente che ride per tutte quelle cazzate. Il teatro è un’altra cosa. Il teatro ti lascia qualcosa, il teatro ti fa riflettere, ti fa discutere. A questo serve.

Due-                Certo che a coerenza scarseggiamo un po’.

Uno-                In che senso?

Due-                Ora hai finito di dire il contrario, che la gente deve divertirsi.

Uno-                Ma chi è coerente a teatro? Noi attori, registi, autori, siamo i primi, nel momento in cui entriamo in scena, fingiamo, siamo pronti a smentirci, diciamo il contrario di quello detto nella commedia precedente. E la gente è pronta a crederci, a vivere l’evento teatrale prendendo per buono la verità del momento.

Due-                Come in politica.

Uno-                Il teatro è politica. Col teatro puoi discutere, scambiare pareri, opinioni. Scontrarti con gli altri che non la pensano come te. Personalmente, il teatro mi fa venire il mal di testa. Mi costringe a pensare. Penso troppo. Ragiono troppo. (Pausa) Vado in bagno. (Esce)

Due-                (Solo, prende la chitarra, canta “Sragionamenti”)


A volte lo confesso

Per far dispetto a Dio

A volte lo confesso

Penso anch’io

Lo faccio per sentirmi

Un po’ più intelligente

Alla faccia di chi

Pensa diversamente

A volte lo confesso

Mi metto a ragionare

Credendo che sia facile

Che anch’io lo sappia fare

E quasi mi convinco

Che vada tutto bene,

Ma pensare e un’esperienza

Che spesso non conviene.

Ho l’impressione che sarebbe il caso

Di ignorare ogni ragione anche la mia

Aspettare che la goccia faccia traboccare il vaso

Per tuffarmi nel mio mare d’utopia.

Quanti comportamenti

La logica c’impone

Seguendo aristoteliche

Teorie della ragione

In ogni situazione

In ogni atteggiamento

Ci sono i chiari sintomi

Del condizionamento

Ma chi manca d’esperienza

Pensa sia naturale

Fare un ragionamento

Logico e razionale

Ma io che son più pratico

Intelligentemente

Ho scelto in modo apatico

Di non pensare a niente

Abbandonarmi completamente al caso

E questa la mia grande aspirazione

Aspettare che la goccia faccia traboccare il vaso

Vivere, senza averne l’intenzione.  


Uno-                (Entra) Allora? Continuiamo?

Due-                Ok.

Uno-                Vediamo, a questo punto ci vorrebbe qualcosa di forte.

Due-                Vuoi un wisky?

Uno-                No, qualcosa di forte a livello drammaturgico.

Due-                Ah, scusa.

Uno-                Shakespeare!

Due-                Seh!

Uno-                Dai, magari l’Amleto!

Due-                Eh, si. E’ una bella novità, inedita. Il pubblico apprezzerà.

Uno-                Certo. I classici sono sempre i classici. e poi potremmo farne una parodia. Tu fai lo scheletro. Io Amleto. (Mette un telo nero sulle spalle di Due in modo che si veda solo la testa). Essere o non essere; questo è il problema: se sia più nobile all’animo sopportare gli oltraggi, i sassi, i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire; dormere; nulla più; e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie, retaggio naturale della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte. Morire, dormire, sognare, forse: e qui è lo scoglio, perché quali sogni possono sopravvenirci in quel sonno di morte, quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: è la remora, questa, che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti. Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gl’insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, l’oltracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con la semplice lama di un pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di un quid, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò un viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l’incarnato sano della determinazione è fatto smorto dal pallido aspetto del pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell’azione perdono anche il nome.

Due-                E che parodia è?

Uno-                Mi sono lasciato prendere la mano.

Due-                Non riderà nessuno. A questo punto metà del pubblico si sarà alzato e starà già davanti ad un bel piatto di spaghetti.

Uno-                Stiamo creando uno spettacolo per i locali. Si presuppone che il pubblico stia già mangiando dall’inizio dello spettacolo.

Due-                Ah, già. Che bello! Recitare, cantare, con tutti quelli che ti guardano con la bocca piena, magari ridono e ti accorgi che mangiano una palla di riso con piselli e carne tritata.

Uno-                Che schifo! (Pensa) Magari mentre recito “Essere o non essere…” (Ridono)

Due-                Chi sa che sta facendo!

Uno-                Chi?

Due-                Lei.

Uno-                Cosa vuoi che faccia. Starà con qualche bel maschione che la consola.

Due-                Non fare lo scemo.

Uno-                Scherzo. Già ti manca?

Due-                Tantissimo. E se andassi su?

Uno-                E lo spettacolo?

Due-                Poi scendo.

Uno-                No, dai. Stiamo a buon punto. Ci manca poco. Sta venendo bene.

Due-                Non ha senso.

Uno-                Perché?

Due-                Perché? Perché le mie canzoni vengono messe in secondo piano. Io le ho scritte per cantarle alla Gaber. Il teatro canzone. O come Riondino, o come facevano i “Gufi”. Così perdono del loro senso. E poi la gente non le capirebbe.

Uno-                Come, non le capirebbe?

Due-                Si, come farebbe ad intendere il vero senso della canzone? Il motivo per cui l’ho scritta? Il soggetto per il quale la canto?

Uno-                Ma stai scherzando? Ma come vuoi pretendere che tutti “leggano” la canzone allo stesso modo? L’opera d’arte è universale proprio perché ognuno la legge a proprio modo. Non ha tempo perché attuale in tutte le epoche. E poi secondo te le canzoni di De Gregori, Vecchioni, Fossati, sono capite da tutti? E da tutti allo stesso modo? Ma che stai dicendo?

Due-                Esempio. Tu che hai capito del camionista?

Uno-                Tutto.

Due-                Tutto che?

Uno-                Tutto, tutto. L’uomo, la vita.

Due-                Te la faccio sentire. Poi mi dirai… (ballata del camionista).


Se l’autostrada corre veloce

Cosa si può sognare?

Quando si contrappone

Al barocco sogno d’una statale

Un panorama senza nessun pregio

geometrica espressione del disagio

La strada è la sua casa e il suo mestiere

La personalità del camionista

Come se un certo senso del dovere

lo costringesse a rimanere in pista.

Parte, ritorna e sulla strada aspetta

Quasi fosse un invito all’imprudenza

Attende che si curvi un po’ la retta

E accelerando col pedale pensa:

Ma che me ne importa

se questa vita è una lunga strada dritta

io sterzerò il volante uscirò fori di strada

e il camion volerà per la scarpata.

Una di queste sere

Mi inventerò una curva a mio piacere

Schiaccerò il pedale, un accelerata e via

Un taglio secco alla monotonia.

E allora io lo faccio, ecco

Accellero senza convinzione

Un’ambulanza arriva presto e via

Su di una strada più dritta della mia


Due-                Allora?

Uno-                Beh? Che c’è da capire?

Due-                Chi è il camionista?

Uno-                Un uomo stanco di vivere.

Due-                E che fa?

Uno-                Che fa, decide di uscire di strada.

Due-                E poi?

Uno-                E poi, scherzo della vita, viene portato via da un’ambulanza su di una strada più diritta di prima.

Due-                Si capisce?

Uno-                Ma sei scemo?

Due-                Uffa! Ma poi io sono abituato ad introdurre le mie canzoni con spiegazioni, motivazioni. Così, vengono snaturate. Io ho bisogno del contatto diretto del pubblico. Ho bisogno che il pubblico sia con me, che partecipi, che lo senta.

Uno-                Scusami, ma non dobbiamo fare un’opera d’arte. Una cosa dignitosa, certo, non sputtanata. Ma una cosa che ci faccia fare soldi.

Due-                Si, i soldi.

Uno-                I soldi che ti permetteranno di andare su quando vorrai.

Due-                (Pausa) Quando vorrò? E quando vorrò?

Uno-                Quando vorrai.

Due-                Uffa!

Uno-                E’ la seconda volta che sbuffi.

Due-                Non vorrei che mi convincessi.

Uno-                Non vorresti che ti convincessi? Ma sei un cretino forte. Ma come, mi sto facendo in quattro per… per…

Due-                Per?

Uno-                Per farti sorridere, per non farti pensare a lei.

Due-                E perché non dovrei pensarci? Io l’amo.

Uno-                Lo so. (Pensa) Perché non la chiami?

Due-                Dici?

Uno-                Si, chiamala.

Due-                Ok. (Va al telefono)

Uno a proscenio accende lo stereo “Romito”


Ho bisogno di qualcuno

Che mi faccia compagnia

Ho bisogno di qualcuno

Da invitare a casa mia

Ho bisogno di qualcuno

Che mi faccia anche del sesso

Una donna andrebbe bene

Ma anche un uomo fa lo stesso

Ho bisogno di un amico

Basterebbe un conoscente

Non ho Babbo non ho Mamma

Non ho l’ombra di un parente

Ho bisogno di qualcuno

Ora che mi sento solo

Non ho amici ne parenti

Ne colleghi di lavoro

Vivo come un romito

Non esco mai non vedo mai nessuno

Sebbene sia istruito

Non so contare oltre il numero uno

……………………  

Qualche difficoltà grammaticale

anche se conosco i verbi

ormai riesco a coniugare

solo la prima persona singolare


Uno-                (Alla fine della telefonata) Allora?

Due-                Tutto ok. Sono contento.

Uno-                Stavo pensando al monologo di Amleto.

Due-                Beh?

Uno-                Ti rendi conto? Durerà da solo dai quattro ai cinque minuti.

Due-                embeh?

Uno-                Fatto a teatro, potrebbe annoiare, e ripeto dura solo quattro/cinque minuti. L’intera commedia rappresentata integralmente, senza tagli, potrebbe durare anche quattro/cinque ore. Ora immaginavo gli spettatori dell’epoca di Shakespeare. erano capaci di stare a teatro tutto quel tempo, di “godersi” lo spettacolo, di essere attenti fino all’ultimo minuto perché abituati, affascinati da quelle persone sul palco, da quelle parole. Stupendo!

Due-                Erano altri tempi. Non esisteva la televisione.

Uno-                Ma ti rendi conto che quando chiedo a qualcuno di venire a vedere il mio nuovo spettacolo tutto quello che sa dirmi è. “Ma fa ridere?”.

Due-                Che tristezza. Ma devi fartene una ragione. Siamo qui per farli divertire, no? E allora, piazziamo una bella barzelletta.

Uno-                Eh, non esageriamo. Entriamo nel cabaret.

Due-                E allora?

Uno-                Non è il nostro genere, non sappiamo farlo.

Due-                Ma dai, se racconti quella giusta.

uno-                 No, dai.

Due-                Quella del formaggino.

Uno-                E’ vecchissima, la conoscono tutti, pensa che l’hanno detta anche a “La sai l’ultima?”.

Due-                Ma dai?

Uno-                Ti assicuro.

Due-                E allora Gargiulo.

Uno-                No. É ancora più vecchia ti racconto questa: Valle dei templi in Egitto. Un uomo entra in una piramide, si guarda intorno, osserva gli anfratti. entra in un corridoio stretto e lungo, buio, lo percorre, c’è una stanza, un sarcofago, si avvicina, silenzio assoluto. Apre lentamente il sarcofago e… Comincia a correre, ripercorre il corridoio, esce dalla Piramide, corre, corre, sulle dune, tra la sabbia, corre, corre, tra le valli, tra le montagne, corre, corre, sudato, stanco vede una palma, si avvicina: “31, Gennarino dint ‘o sarcofago”.

Due-                (Ride) Posso recitare una poesia?

Uno-                Di chi?

Due-                Mia.

Uno-                Tua? Ma fa ridere?

Due-                Mi dirai: “Ode alla mia Beatrice”. (Recita)


Amor che non ascolti i miei lamenti

non so se non mi ami o non ci senti,

fiamma che nel mio cuor arde parecchio

dura di cuore sei… eppur d’orecchio:

sussurro t’amo e tu non mi rispondi,

trasformi le parole, le confondi;

allora te lo grido e nuovamente

ti mostri a me del tutto indifferente.

Come poss’io cantar la mia Beatrice

se udir non può quello che le si dice?!

Nel dir dolci parole, il sommo Dante

di certo non usò l’altoparlante,

non abusò dell’organo uditivo:

Dante le scrisse, allora anch’io le scrivo,

temendo tuttavia, donna diletta,

che anche la vista – ahimè – ti sia difetta.


Uno-                Davvero l’hai scritta tu?

Due-                Si.

Uno-                Ma sei bravo!

Due-                Sfotti?

Uno-                No, sei bravo. Tra canzoni e poesie potresti fare un CD.

Due-                Seh, domani.

Uno-                Davvero. Tipo il CD di Alessandro.

Due-                Quale CD?

Uno-                Si era fissato che doveva fare un CD di New Age. Lui l’avrebbe suonato al pianoforte.

Due-                Ma Alessandro non suona il pianoforte.

Uno-                Appunto! (Ridono, pausa)

Due-                Mi devo mettere a scrivere canzoni per la Zeus Records. La casa discografica di Gigione. Sai quanti soldi? Quelli fanno tutto con il computer.

Uno-                Anch’io ho scritto una musica. scritto no, pensato. Senti. (Fa il motivo)

Due-                Ma questo è un tango. Che senso ha?

Uno-                Un tango inedito.

Due-                Ma che inedito. Che ci vuole?

Uno-                Ah, si? E allora fammelo tu.

Due-                Ecco. (Fa il tango)

Uno-                E fammi un country.

Due-                Ecco. (Fa il country)

Uno-                Un rock?

Due-                (Fa il rock)

Uno-                Un pop?

Due-                (Fa il pop. Ridono. Lunga pausa) Io parto! (Lunga pausa) Devo farlo! (Pausa) Non ce la faccio qui. Devo andare. (Lunga pausa)

Uno-                (Andando dietro di lui, prende la chitarra e gliela dà) Canta l’ultima canzone. (L’accarezza in testa)

Due-                (Canta “Lettera all’ultima donna amata”)


Sai, questa vita mi distrugge,

oramai è una questione d’abitudine,

ma noi mica siamo infrangibili,

ogni sopportazione ha un limite.

Troverai un uomo che ti saprà comprendere,

non avrai più nessun orgoglio da difendere,

ma per me che cerco un’identità

penso che l’Africa sia l’unica possibilità.

E voglio vivere come i tuareg,

zingari del deserto,

sotto un cielo scoperto

privo di ogni volgarità;

immaginare un’oasi,

uno spazio vitale,

voglio ricominciare

una nuova vita senza di te.

- Ma che vita è?! – Boh?

Certo non sarà una cosa facile,

ma ho bisogno di recuperare la mia privacy,

tu mi puoi certo aiutare,

scrivimi, pensami, però non mi cercare.

Lasciami vivere come i tuareg,

uomini del passato,

mito dimenticato

della nostra instabilità;

lasciami avere un sogno,

lasciami respirare,

non voglio esagerare

ma penso che per me

l’Africa è quasi indispensabile,

l’Africa, il continente magico,

l’Africa ricorda un po’ l’Antartide,

solo che non ci nevica

e quindi è preferibile

perdersi in Africa,

Africa, Africa….


A proposito, perché ti sei vestito da donna?

Uno-                Boh? (Buio)

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