Lunga giornata verso la notte

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Lunga giornata verso la notte

Lunga giornata verso la notte

di Eugene O’ Neill

Riduzione di R. Lussignoli

Titolo originale: Long Day‘s Journey into Night

 

Prima rappresentazione americana: 7 novembre 1956

Personaggi :

James Tyrone

Mary Cavan Tyrone    sua moglie

James Tyrone              loro primogenito

Edmund Tyrone          secondogenito

Cathleen                     cameriera

A Carlotta, nel dodicesimo anniversario del nostro matrimonio

Carissima,

     ti offro il manoscritto originale di questo dramma d’un’antica pena, scritto con le lacrime e col sangue. In una ricorrenza così lieta può sembrare un dono triste e inopportuno. Ma tu capirai. Te lo offro come contributo al tuo amore ed alla tua tenerezza, che seppero infondere in me la fede nell’amore ed il coraggio di affrontare alfine i miei morti e scrivere questo lavoro con profonda pietà e comprensione e desiderio di perdono verso tutti e quattro i tormentati Tyrone.    Mia amata, questi dodici anni sono stati un viaggio verso la luce, verso l’amore. Tu sai quanto ti sono grato, e quanto ti amo.

                                                                             Gene

                        

Tao House,  22 luglio 1941.

SCENOGRAFIA E CARATTERI

La stanza di soggiorno della villa di James Tyrone, una mat­tina d'agosto del 1912.In fondo, due porte a doppio battente, con tendaggi. Quella di destra dà in un salotto che ha l'aspetto ordinato delle stanze in cui si sta di rado. L'altra immette in uno stanzino buio, senza finestre, che serve solo di passaggio fra il soggiorno e la stanza da pranzo. Contro il muro, fra le due porte, c’è un piccolo scaffale che contiene libri di Balzac, Zola, Stendhal, opere filosofiche e sociologiche di Schopen­hauer, Nietzsche, Marx, Engels, Kropotkin, Max Stirner, opere teatrali di Ibsen, Shaw, Strindberg, poesie di Swinburne, Ros­setti, Wilde, Ernest Dowson, Kipling, ecc. Sopra c’è un ritratto di Shakespeare.

Sulla parete di destra, in fondo, una porta a rete dà su una veranda che fiancheggia metà della casa. Più in primo piano, finestre che guardano sul prato e, al di là di esso, sul lungo-mare e il porto. Contro il muro, accanto alle finestre, un tavo­lino di vimini e una comune scrivania di quercia.

Sulla parete di sinistra, altre finestre danno sul terreno die­tro la casa. Sotto, un divanetto di vimini con cuscini. Più ol­tre, una grande libreria a vetri con le opere di Dumas, Victor Hugo, Charles Lever, tre edizioni di Shakespeare, i cinquanta grossi volumi della Letteratura mondiale, la Storia d’Inghilterra di Hume, la Storia del Consolato e dell'Impero di Thiers, la Storia d'Inghilterra di Smollett, l'Impero Romano di Gib­bon, diversi volumi di teatro e di poesia, oltre a varie storie dell'Irlanda. La cosa sorprendente, in questi libri, è che hanno tutti l'aria di essere stati letti e riletti. Il pavimento di legno è quasi interamente ricoperto da un tappeto scuro, comune. Al centro, un tavolo rotondo con sopra una lampada dal paralume verde, il cui filo è inserito in uno dei quattro becchi del lampa­dario sovrastante. Intorno al tavolo sono disposte tre poltron­cine di vimini e, a destra, una poltrona a dondolo di quercia

verniciata, col sedile di cuoio. Sono circa le otto e mezzo. Il sole entra dalle finestre di destra. Al levar del sipario, la famiglia ha appena finito la prima colazione. Mary Tyrone e il marito entrano insieme, provenienti dalla sala da pranzo.

Mary ha cinquantaquattro anni; è una donna di statura media, con un personale ancora giovanile e aggraziato, appena un po' ingrossata, ma che mantiene tuttavia la sua linea, pur non ap­parendo imbustata. Il viso è decisamente di tipo irlandese: dev'essere stato assai grazioso, e colpisce ancora ades­so. In contrasto con l'aspetto sano della persona, è magro e pallido, e rivela la struttura del cranio. Il naso è lungo e di­ritto, la bocca grande, con labbra piene, sensibili. Non v'è trac­cia di rossetto né di altro trucco. La fronte alta è incorniciata da folti capelli argentei. Il pallore del volto, i capelli bianchi, fan­no sembrar neri gli occhi castano scuri, singolarmente grandi e belli, con sopracciglia nere e lunghe ciglia ricurve. Ciò che in lei colpisce a prima vista è l'estremo nervosismo. Le mani non stanno mai ferme. Mani un tempo bellissime, con lunghe dita affusolate, ma i reumatismi hanno reso nodose le giunture e adunche le dita, cosicché ora appaiono brutte e deformi. Gli altri evitano di guardarle perché si ca­pisce che lei è angustiata da quella deformità, e avvilita di non saper dominare il movimento nervoso che le fa maggiormente notare. E’ vestita semplicemente, ma con buon gusto.

I capelli sono scrupolosamente curati; la voce è dolce e gradevole. Il suo tratto più attraente è il semplice fascino di timida col­legiale che non ha mai perduto: un innato, celeste candore.

James Tyrone ha sessantacinque anni, ma ne dimostra dieci di meno. E’ alto circa un metro e settanta, ha spalle larghe e ampio torace e sembra più alto e più magro a causa del portamento militaresco: testa eretta, petto in fuori, spalle diritte. Il volto incomincia a tradire l'età, ma è ancora notevole: una grande testa ben scolpita, un bel profilo, e profondi occhi castano chiari. I capelli grigi sono radi, il cocuzzolo calvo sembra la tonsura di un monaco. L'impronta della sua professione è evidente, anche se non in­dulge deliberatamente agli atteggiamenti istrionici dell'attore fa­moso. Per carattere e per scelta è un uomo semplice, senza af­fettazioni, i cui gusti risentono ancora delle sue umili origini e dei suoi rustici ascendenti irlandesi. Ma l'attore traspare dai suoi modi abituali, di parlare, di gestire, di muoversi, che rive­lano una tecnica frutto di lungo studio. La voce è assai bella, sonora e modulata, ed egli ne è molto fiero. Il suo modo di vestire non ha certo niente di pittoresco; indos­sa una logora giacca grigia, scarpe nere opa­che, una camicia senza colletto e un grosso fazzoletto bianco mollemente annodato intorno al collo. Non c'è nulla di biz­zarro o di voluto in questo abbigliamento: è semplicemente tra­sandato. Tyrone porta i suoi abiti finché sono portabili. E’ vestito per lavorare in giardino, e non gl'importa un bel niente di essere presentabile o no. In vita sua non è mai stato veramente malato neppure un gior­no, come se non avesse nervi. In lui c'è molto del contadino stolido e greve, con tocchi di malinconico sentimentalismo e rari guizzi di profonda intuizione.

Jamie, il maggiore, ha trentatré anni. Ha le spalle quadrate e il torace ampio del padre, è più  alto di lui di due o tre centimetri e più magro, ma sembra più basso e più grosso perché gli manca il porta­mento del padre. Gli manca anche sua vitalità; mostra i sintomi di una precoce decadenza. Il suo volto è ancora bello, nonostante i segni della dissipazione, anche se non è mai stato bello come quello del padre. Ha begli occhi castani, di una sfu­matura che sta fra quella degli occhi del padre, più  chiara, e quella, più scura, degli occhi della madre. I capelli sono già radi, e sul cocuzzolo si accenna la stessa calvizie di Tyrone. Il naso è spiccatamente aquilino e, insieme all'espressione abitual­mente cinica del volto, gli dà un'aria mefistofelica. Ma nei rari casi in cui sorride senza ironia, emana da lui un resto di fasci­no irlandese, spiritoso, sentimentale e irresponsabile, il fascino del simpatico sfaticato, che piace alle donne ed è popolare tra gli uomini. Indossa una vecchia giacca a sacco, in miglior stato di quella di Tyrone, e porta colletto e cravatta. La sua pelle chiara è cotta dal sole e cosparsa di efelidi.

Edmund ha dieci anni di meno del fratello, è di cinque centi­metri più alto, è magro e sottile. Mentre Jamie ha preso dal padre, e somiglia poco alla madre, Edmund somiglia a entrambi i genitori, ma in

modo particolare alla madre. Gli stessi grandi occhi scuri dominano il suo lungo e magro volto irlandese. La bocca è ipersensibile, come quella della madre, e anche la fronte alta è della madre, accentuata in lui dai capelli castano scuri con striature più chiare fatte dal sole, che porta pettinati all'in­dietro. Il naso, invece, e il profilo ricordano il padre. Le mani sono simili a quelle della madre, con le stesse dita eccezional­mente lunghe; seppure in grado minore, sono anch'esse ner­vose. Ed è in questa estrema sensibilità nervosa che si rivela soprattutto la somiglianza di Edmund con la madre. Il suo cattivo stato di salute è evidente. E’ assai più magro di quanto dovrebbe essere, ha occhi febbricitanti e gote incavate. La pelle, benché abbronzata dal sole, è secca e vizza. E’ in maniche di ca­micia, con colletto e cravatta, indossa un vecchio paio di panta­loni di flanella e ai piedi porta scarpe di tela scura con la suola di gomma.

ATTO PRIMO

TYRONE   (entra cingendo la moglie alla vita con un braccio e, appena entrati, la stringe

                   scherzosamente a sé) Ti sei fatta un gran bel tocco, Mary, con questi dieci chili in più.

MARY       (sorridendo affettuosamente) Sono ingrassata troppo, lo so, caro. Dovrei dimagrire.

TYRONE    Neanche per sogno, signora mia! Stai bene. Non voglio sentir parlare di dimagrire.

                   E’ per questo che hai mangiato così poco a colazione?

MARY        Così poco? Oh, tu vorresti che tutti facessero delle cola­zioni enormi come le tue.

                    Nessun altro al mondo potrebbe farle senza morire d'indigestione. (Viene avanti finché

                    si trova a destra del tavolo).

TYRONE   (seguendola)Spero di non essere quel mangione che tu dici. (Con sincera soddisfazione)

                   Ma, grazie a Dio, ho conser­vato il mio buon appetito e digerisco come un giovanotto di

                   vent'anni, anche se ne ho sessantacinque.

MARY       Questo nessuno potrebbe negarlo. (Si sie­de ridendo nella poltrona di vimini a destra

                   del tavolo. Lui  sceglie un sigaro da una scatola sul tavolo e ne ta­glia via la punta con

                   un coltellino. Dalla stanza da pranzo si sentono le voci di Jamie e di Edmund.  Mary

                   volge il capo da quella parte) Perché i ragazzi sono rimasti in sala da pranzo? Cathleen

                   deve sparecchiare.

TYRONE   (scherzando, ma con contenuto risentimento) E’un se­greto conciliabolo che non vogliono

                   ch'io senta, suppongo. Scommetto che stanno escogitando qualche nuovo sistema per

                   dare stoccate al Vecchio.

Lei rimane silenziosa, sempre con il capo volto verso le voci. Le sue mani si muovono inquiete sul piano del tavolo. Lui ac­cende il sigaro, si siede sulla sedia a dondolo che gli è abituale, e fuma soddisfatto.

TYRONE    Non c'è niente di meglio del primo sigaro dopo cola­zione, se è buono; e questi hanno

                    proprio l'aroma che ci vuole. E sono anche stati un vero affare. Li ho avuti quasi per

                    niente. E’ stato McGuire a procurarmeli.

MARY        (un tantino acida)  Spero che non ti abbia proposto qual­che altro pezzo di terreno, con

                    l'occasione. Come mediatore, è meglio perderlo che trovarlo.

TYRONE    (sulla difensiva)  Non direi, Mary. Dopotutto, fu lui a consigliarmi di comperare quel

                    terreno a Chestnut Street, e ne ricavai un bell'utile.

MARY        (ora sorride con affettuosa malizia)  Lasciamo stare, James. So che è fiato sprecato cercar

                   di convincerti che non sei uno speculatore molto abile.

TYRONE   I terreni sono terreni, e sono più sicuri delle azioni e dei titoli di quei lestofanti di Wall

                   Street. (Poi in tono conciliante) Ma non discu­tiamo di affari la mattina presto.

Pausa. Si sentono di nuovo le voci dei ragazzi, e uno di loro ha un attacco di tosse. Mary ascolta preoccupata, e le sue dita si muovono nervosamente.

MARY       James, è Edmund che dovresti rimproverare; non mangia abbastanza. Non ha preso

                   quasi nulla, oltre il caffè. Ha bisogno di mangiare per rimettersi in forze. Glielo ripeto

                   sem­pre, ma dice che non ha appetito. Certo, non c'è niente che tolga l'appetito come un

                   brutto raffreddore d'estate.

TYRONE   Si, è naturale, perciò non preoccuparti...non devi agitarti, Mary. Ricordati che devi curarti

                   anche tu.

MARY      (in fretta)  Non mi agito. Non c'è ragione di agitarsi. Che cosa ti fa pensare che sia agitata ?

TYRONE   Nulla, solo che in questi ultimi giorni sembri un po' nervosa.

MARY       Nervosa? Affatto, caro. E’ la tua immaginazione. (Improv­visamente tesa) Non devi stare

                  continuamente a osservarmi, Ja­mes, davvero. Mi mette a disagio.

TYRONE   (le ferma una mano in continuo movimento posandovi sopra una delle sue) Andiamo,

                  Mary! Se ti osservavo era per ammirare quanto sei bella e prospe­rosa. (La voce gli si fa

                  improvvisamente commossa) Non so dirti quanto mi renda felice vederti così bene, ora che

                  sei di nuovo fra noi, come una volta. (Si piega verso di lei e la bacia su una guancia)

                  Perciò continua così, cara.

MARY      (ha voltato il capo) Si, caro.(Si alza nervosamente e va verso le finestre a destra)

                  Grazie al cielo, la nebbia se n'è an­data. (Voltandosi) Mi sento giù, questa mattina.

                   Non sono riu­scita a dormire gran che, con quella tremenda sirena della neb­bia che ha

                  urlato tutta la notte.

TYRONE   Sì, è come avere una balena malata nel cortile. Ha tenuto sveglio anche me.

MARY       (affettuosamente divertita) Davvero? Era una strana insonnia la tua: russavi così forte

                   che quasi superavi la sirena! (Gli si avvicina e lo accarezza; scherzosamente) Neanche

                   dieci sirene, ti disturberebbero. Sei senza nervi; lo sei sempre stato.

TYRONE   (punto nella sua vanità, in tono seccato)  Sciocchezze. Esageri sempre sul mio modo di

                   russare.

MARY       Non esagero. Se potessi sentirti solo una volta... (Dalla stanza da pranzo si ode uno

                   scoppio di risa. Mary volge il capo, sorridendo) Mi domando di che cosa ridono.

TYRONE   (di malumore)  Di me. Ci puoi scommettere. Ridono sempre del Vecchio.

MARY       (stuzzicandolo)  Sì, è terribile come se la prendono sem­pre con te, vero? Sei proprio una

                  vittima! (Ride; poi, in tono sollevato, soddisfatto) Be', di qualunque cosa scherzino,

                  fa pia­cere sentir ridere Edmund. E’ così depresso, da qualche tempo.

TYRONE  (senza soffermarsi, in tono risentito)  Qualche scherzo di Jamie, son sicuro.

                  Si fa sempre beffe di qualcuno, quello.

MARY      Adesso non te la prendere con quel povero Jamie, ca­ro. (Senza convinzione)

                  Riuscirà: aspetta e vedrai.

TYRONE  Farebbe meglio a cominciare, allora. Ha quasi trentaquattro anni.

MARY      (ignorando queste parole)  Santo cielo, resteranno tutto il giorno in sala da pranzo? (Va

                   verso lo stanzino) Jamie! Edmund! Venite nel salotto e lasciate che Cathleen sparecchi.

EDMUND  Veniamo, mamma ! (Lei ritorna verso il tavolo).

MARY       (I figli, James junior e Edmund entrano insieme. Stanno ancora ridacchiando del loro

                    scherzo e, mentre vengono avanti, guardano il padre e ridono più forte. Mary si volge

                   loro sorridendo, in un tono gaio un po’ forzato) Stavo canzonando vostro padre per

                   come russa. (A Tyrone) Lascio decidere ai ragazzi. Devono averti sentito. No, non tu,

                   Jamie.Tu sei come lui; appena la testa tocca il cuscino sei già addormentato e non ti

                   sveglierebbero dieci sirene. (S'interrompe bruscamente, cogliendo lo sguardo di Ja­mie

                   che la fissa, inquieto scrutatore. Il sorriso le svanisce dal volto, e il suo modo di fare

                   diventa imbarazzato) Perché mi fissi così, Jamie? (Portando le mani ai capelli) Ho i

                   capelli fuori posto? Mi riesce difficile ora pettinarmi bene. Ho la vista debole, e non trovo

                   mai gli occhiali.

JAMIE       (distogliendo lo sguardo, con aria colpevole)  I capelli sono perfettamente in ordine.

                    Stavo solo pensando che hai un bellissimo aspetto.

TYRONE  (calorosamente)  Proprio quello che le stavo dicendo io, Jamie. Si è fatta così rotonda

                   che presto non la si potrà più abbracciare.

EDMUND  Sì, sei proprio magnifica, mamma. (Mary, rassicurata, gli sorride affettuosamente.

                   Lui le strizza l'occhio con un'espres­sione canzonatoria) Sono con te circa il russare

                   di papà. Dio, che fracasso!

JAMIE       L'ho sentito anch'io. (Declama, con fare da guitto) “Il Moro! Riconosco la sua tromba! “

    

La madre e il fratello ridono.

TYRONE   (pungente)  Se ci vuole il mio russare per farti pensare a Shakespeare invece che

                   ai pronostici sulle corse dei cavalli, spero di continuare.

MARY      Via, James! Non essere così permaloso.

Jamie scrolla le spalle e si siede accanto alla madre.

EDMUND   (irritato)  Sì, per amor del cielo, papà! Smettila un poco, no? (Si lascia cadere

                    sulla sedia a sinistra del tavolo, accanto al fratello).

    Il padre lo ignora.

MARY      (in tono di rimprovero)  Tuo padre non diceva a te. Non devi sempre prendere le parti

                 di Jamie. Si direbbe che sei tu ad avere dieci anni di più.

JAMIE      (annoiato)  Ma quante storie! Lasciamo perdere.

TYRONE  (sprezzante) Lasciar perdere! Lasciar perdere tutto e non affrontare mai niente!

                  Filosofia comoda, se non si hanno altre ambizioni nella vita che...

MARY      (interrompendolo)  James, sta' buono, ti prego. (Gli mette un braccio intorno alle spalle,

                  persuasiva) Devi esserti svegliato male stamattina. (Ai ragazzi, cambiando argomento)

                  Di che cosa ridevate voi due quando siete entrati ?

TYRONE  (sforzandosi d'assumere un tono gioviale) Su, sentiamo, ragazzi. Ho detto a vostra madre

                   che vi stavate divertendo alle mie spalle, ma non fa nulla: ci sono abi­tuato.

EDMUND  (ridendo)  E’ una storiella che volevo raccontarti ieri sera, papà, ma poi mi son scordato.

                    Ieri ero all'oste­ria...

MARY       (preoccupata)  Non dovresti bere, Edmund !

EDMUND  (senza badarle)  E immagina chi vi ho trovato, già ben bene imbenzinato... Shaughnessy,

                   quel tuo fittavolo.

MARY        (sorridendo)  Che uomo terribile! Ma è divertente.

TYRONE    (accigliato)  Non è tanto divertente per un padrone. E’ un fior di lestofante, altroché!

                    Riuscirebbe a nascondersi dietro a un cavatappi. Di che cosa si lamenta, Edmund?

                    Vuole che gli riduca l'affitto, che non paga mai finché non lo minaccio di buttarlo fuori ?

EDMUND  No, anzi, era così contento che ha persino pagato da bere, cosa veramente inau­dita. Era

                    soddisfatto perché aveva avuto uno scontro con il tuo amico Harker, il milionario della

                    Standard Oil, riportando una gloriosa vittoria.

MARY        (con divertito spavento)  Oh Signore! James, davvero devi fare qualcosa...

JAMIE        (maliziosamente)  Scommetto che la prossima volta che incontrerai Harker al circolo,

                   fingerà di non vederti.

EDMUND   Sì, Harker penserà che non sei un signore, dato che tieni un fittavolo che non si umilia

                    davanti a un re americano.

TYRONE    Piantala con le tue chiacchiere da socialista. Non ti ascolto neanche...

MARY        (con tatto)  Continua la tua storia, Edmund.

EDMUND   (con un risolino provocatorio) Bene, come sai, il laghetto del ghiaccio nella tenuta di

                    Harker è proprio vicino alla fattoria, e ricorderai che Shaughnessy ha dei ma­iali. Pare che

                    ci fosse un'apertura nella palizzata, così i porci han fatto il bagno nel laghetto del milionario

                    e, secondo lui, Shaughnessy aveva fatto apposta quell'apertura per far sguazzare gratis i

                    suoi maiali.

MARY        (scandalizzata e divertita)  Santo cielo!

TYRONE    (rabbuiato, ma con una traccia di ammirazione)  Sono certo che è cosi. Non mi

                    stupirebbe affatto da parte di quel manigoldo!

EDMUND  Così Harker è andato in persona a fare le sue rimo­stranze a Shaughnessy.(Sogghignando)

                    Una vera farsa! Se aves­si bisogno di altre prove che i plutocrati che ci comandano non

                    sono dei superuomini, quest' episodio me le darebbe.

TYRONE   (convinto, prima di pensare)  Si, Harcker non è tipo da tener testa a Shaughnessy.

                    (Poi brontola) Tientele per te, le tue dan­nate osservazioni anarchiche. Non voglio

                    sentire questa roba in casa mia. ( pieno di curiosità) E poi, cos'è successo?

EDMUND   Harker aveva le stesse probabilità che avrei io con Car­nera. Shaughnessy aveva

                    bevuto parecchio e lo aspettava sulla porta per dargli il benvenuto. Non gli lasciò

                    neppure aprir bocca. Cominciò a gridare che lui non era uno schiavo, e non si faceva

                    calpestare dalla Standard Oil. Era un Re d'Irlanda, lui, e la marmaglia era solo

                    marmaglia, anche se ricoperta con l'oro rubato ai poveri.

MARY        Oh, Signore! (Ma non può fare a meno di ridere).

EDMUND  Poi accusò Harker di aver fatto rompere la palizzata per attirare i maiali nel laghetto e farli

                   mo­rire congelati. I miei poveri maiali, gridava Shaughnessy, erano quasi morti, per il

                   freddo. Molti stavano morendo di polmonite e parecchi altri s'erano ammalati di colera per

                   aver bevuto quel­l'acqua avvelenata. Disse ad Harker che si era rivolto a un av­vocato per

                   chiedergli i danni. E concluse dicendo che all'edera velenosa, alla siccità, ai pidocchi delle

                   patate, alle serpi e alle fame doveva rassegnarsi, ma gli pigliasse un colpo se sopportava le

                   angherie e le prepotenze della Standard Oil. E così Harker facesse il piacere di andarsene

                   da lì, prima che gli aizzasse contro il cane. E Harker obbedì!

Edmund e Jamie ridono.

TYRONE   Di che cosa ridete? Non c'è niente di comico... Bel figlio sei, a dare man forte a quel

                   farabutto che finirà per pro­curarmi una querela! (rivolgendosi a Jamie) E tu sei peggio di

                   lui, a incoraggiarlo. Immagino che rimpiangi di non esser stato là a sugge­rire a

                   Shaughnessy qualche insulto peggiore.  E’ una cosa in cui riesci  bene!

MARY       Non è il caso che te la prendi con Jamie, adesso!

Jamie sta per dare una rispostaccia al padre, ma poi scuote le spalle.

EDMUND  (Con improvvisa esasperazione)  Oh per amor del cielo, papà! Se ricominci, me ne vado.

                   (Alzandosi di scatto esce).

Tyrone lo segue con uno sguardo irato.

MARY       Non fare caso a Edmund, James. Ricordati che non sta bene. (Si ode Edmund che tossisce,

                   ed ella aggiunge, inquieta) Un raffreddore d'estate rende nervoso chiunque.

JAMIE       (sinceramente preoccupato)  Non si tratta di un semplice raffreddore. Il ragazzo è

                   molto malato.

Il padre gli dà un'occhiata di avvertimento, ma egli non se n'accorge.

MARY      (voltandosi verso di lui, risentita)  Perché dici questo? E’ un raffreddore! Chiunque lo vede!

TYRONE   (con un'altra occhiata a Jamie, in tono tranquillo)  Jamie voleva soltanto dire che

                   Edmund ha forse qualche altra cosa che peggiora il suo raffreddore.

JAMIE       Certo, mamma; non volevo dir altro.

TYRONE   Il dottor Hardy pensa che potrebbe avere un po' di feb­bre malarica, presa ai Tropici.

                   Se è così, il chinino lo ri­metterà in sesto.

MARY       (mentre un'espressione di sprezzante ostilità le accende il viso)  Il dottor Hardy!

                   Non crederei una parola di quello che dice, neanche se giurasse su cento Bibbie!

                   (S'interrompe di colpo, sopraffatta da un acuto imba­razzo, al vedere che gli altri due

                   la guardano. Si porta nervosamente le mani ai capelli, e cerca di sorridere)

                   Che c'è? Che cosa guardate? I miei capelli...?

TYRONE   (mettendole un braccio intorno alla vita, con forzata cor­dialità)  I tuoi capelli sono

                   perfettamente a posto. Più sei in forma, più diventi vanitosa.

MARY       (a metà rassicurata)  Dovrei proprio farmi fare dei nuovi occhiali. Gli occhi mi si sono

                  così indeboliti!

TYRONE   (con  adulazione)  I tuoi occhi sono bel­lissimi, e lo sai bene! (Le dà un bacio).

Il volto di lei si accende di un grazioso, timido imbarazzo. D'un tratto si scopre sul suo volto la fanciulla che è stata: non come una reminiscenza del passato, ma come una parte di lei ancora viva.

MARY       Non devi essere così sciocco, James. E davanti a Jamie!

TYRONE   Oh, ti conosce anche lui. Sa bene che tutte queste storie sugli occhi e sui capelli sono

                  solo per farti fare dei complimenti. Non è vero, Jamie?

JAMIE       (si è rasserenato, e l'affettuoso sorriso che rivolge alla madre è pieno di fascino

                   fanciullesco)  Sì.  Non c'imbrogli, mamma.

MARY       (ride)  Ma andate là tutt'e due! (Poi, con fanciullesca gra­vità) Una volta avevo

                  davvero dei bei capelli, non è vero, James?

TYRONE   I più belli del mondo!

MARY       Erano di un rosso ramato insolito, e così lunghi che mi arrivavano fin sotto le ginocchia.

                  Prima che nascesse Edmund non avevo neppure un capello grigio. Poi, cominciarono a

                  imbiancare. (L'espressione fanciullesca svanisce dal suo volto).

TYRONE   (in fretta)  E sono diventati ancora più belli.

MARY       (di nuovo imbarazzata e compiaciuta)  Senti tuo padre... dopo trentacinque anni di

                  matrimonio! Non per niente è un grande attore, no? Che cosa ti ha preso, James? Vuoi

                  ri­cambiarmi con falsi complimenti perché ti ho burlato per il tuo russare? Va bene, allora

                  ritiro tutto. Devo aver sentito soltanto la sirena. (Ride, e gli altri due ridono con lei. Poi

                  prende un tono affaccendato e deciso) Ma non posso restare con voi, adesso, devo dare

                  istruzioni alla cuoca per il pranzo e per la spesa. (Si alza e sospira con scherzosa

                  esagerazione) Bridget è una tale pigrona. E furba. Si mette a parlarmi dei suoi parenti e io

                  non riesco a dire una parola per sgridarla. Be', tanto vale che vada. (Va verso lo stanzino

                  poi si volta, di nuovo pre­occupata) Non devi far lavorare Edmund nel giardino, ricordati.

                  (Poi, con una strana espressione caparbia) Non che non sia abbastanza forte, ma

                 suderebbe, e il suo raffreddore potrebbe peggiorare. (Esce).

TYRONE  (si volta a rimproverare Jamie)  Sei proprio un balordo! Non capisci niente? Bisogna

                 evitare assolutamente che si agiti ancora di più per Edmund.

JAMIE      (alzando le spalle)  Va bene; fa' a modo tuo. Io credo che sia un errore lasciare che

                 continui a illudersi. Il colpo sarà an­cora peggiore, quando dovrà affrontarlo. A ogni modo 

                  è evi­dente che cerca solo di ingannare se stessa con questa storia del raffreddore d'estate:

                  sa bene che le cose stanno diversamente.

TYRONE   Che cosa sa? Nessuno sa niente.

JAMIE       Io so. Sono andato con Edmund dal dottor Har­dy, lunedì. Gli ho sentito raccontare

                  quella storiella della febbre malarica. Menava il can per l'aia. Non lo crede nemmeno lui,

                  e tu lo sai quanto me. Gli hai parlato ieri quando sei andato in città, no?

TYRONE   Non poteva dire ancora niente di sicuro. Deve telefo­narmi oggi.

JAMIE      (lentamente)  Pensa che sia tubercolosi, papà?

TYRONE  (riluttante)  Potrebbe anche essere, ha detto.

JAMIE       (commosso, lasciando trasparire il suo affetto per il fratello) Povero ragazzo...

                  Maledizione! (Si rivolge al padre in tono d'ac­cusa) Si sarebbe potuto evitare, se tu

                  l'avessi mandato subito da un vero dottore.

TYRONE   Perché? Hardy non va bene? E’ sempre stato il nostro dottore.

JAMIE       Non va bene per niente! Persino in questo misero villaggio è considerato un vecchio

                  mediconzolo da quattro soldi!

TYRONE  Ma sì! Disprezzalo! Disprezza tutti quanti! Per te sono tutti imbroglioni!

JAMIE       (sprezzante)  Hardy fa pagare soltanto un dollaro. E’ per questo che tu lo consideri un

                  grande dottore!

TYRONE  (punto)  Basta così! Non sei ubriaco adesso! Non hai scuse... (Si controlla e, un po’ sulla

                  difensiva) Se vuoi dire che non posso permettermi uno di quei dottori  che sfruttano i

                  ricchi villeggianti...

JAMIE       Non puoi permetterti?! Tu sei uno dei più ricchi proprietari terrieri della zona.

TYRONE   Questo non significa che sia ricco. La terra è piena di ipoteche...

JAMIE       Perché ne compri sempre dell'altra, invece di estinguere le ipoteche. Se Edmund fosse un

                  ettaro di terra, ci spenderesti ben volentieri i tuoi soldi !

TYRONE  E’ una menzogna! E le cose che dici contro Hardy sono calunnie! (con rabbia crescente)

                 Tu osi dire a me le spese che posso o non pos­so permettermi? Proprio tu, che non hai mai

                  imparato il valore del denaro e non lo imparerai mai! Non hai mai risparmiato un dollaro

                  in vita tua! Alla fine di ogni stagione sei al verde! Spendi tutto il tuo stipendio in donnacce

                  e whisky!

JAMIE       Il mio stipendio! Gesù!

TYRONE  E’ più di quanto ti meriti, e non avresti neppure quello se non fosse per me. Se tu non

                  fossi mio figlio, nessun im­presario  ti darebbe una parte, con la reputazione che hai! 

JAMIE       Non ho mai avuto nessun desiderio di far l'attore. Sei tu che mi hai costretto a farlo.

TYRONE   Non è vero! Non hai fatto nessuno sforzo per trovare qualcos'altro da fare. Hai lasciato

                  a me la briga di trovarti un lavoro, e io ho aderenze solo nel campo teatrale.

                  Co­stretto! Non hai mai voluto far niente, dopo tutto il denaro che ho sprecato per darti

                  un istruzione! Tutto quello che sapevi fare era di farti cacciar via da ogni scuola!

JAMIE       Oh, per amor del cielo, non tirar fuori questa vecchia storia!

TYRONE   (La sua collera si scioglie in uno stanco lamento) Non me ne importerebbe niente, se tu

                  dimostrassi qualche volta un mi­nimo di gratitudine. L'unico ringraziamento che ricevo è

                  di sen­tirmi dare dello sporco avaro, di sentirti deridere tutto e tutti,... tranne te stesso.

JAMIE       (sardonico)  Questo è vero, papà ma solo perché non puoi sentirmi quando parlo a me

                  stesso.(S'interrompe, stanco della lite, e alza le spalle) D'accordo papà, sono un buono a

                  nulla. Tutto quello che vuoi, purché la smettiamo.

TYRONE   (sdegnato, cercando di scuoterlo)  Se nella tua testa ci fosse un po' d'ambizione..

                   Sei ancora giovane. Potresti ancora concludere qualcosa. Avevi il talento per diventare

                   un buon attore, ce l'hai ancora. Sei mio figlio!

JAMIE      (annoiato)  Non parliamo più di me. E un argomento che non m'interessa. E neppure a te.

                  (Tyrone rinuncia. Jamie pro­segue, con indifferenza) Da dove eravamo partiti? Ah, sì,

                  il dottor Hardy. Quando deve telefonarti per dirti di Edmund?

TYRONE  All'ora di pranzo. (S'interrompe; poi, sulla difensi­va) Non avrei potuto mandare Edmund

                  da un dottore miglio­re; lo ha sempre curato Hardy ogni volta che si è ammalato e conosce il

                  suo organismo come nessun altro. Non è questione di avarizia. (Con amarezza) Cosa

                  potrebbe fare anche il primo specialista d'America con la vita che ha fatto da quando lo

                  cac­ciarono dall'università ? Per forza che si è rovinato la salute! Fin dalle medie ha

                  cominciato a far lo scape­strato per imitarti, e non aveva la salute per farlo. Tu hai una

                  salute di ferro come me... ma lui è sempre stato un fascio di nervi, come la mamma.

                  Gliel' ho ripetuto per anni che il suo organismo non avrebbe soppor­tato, ma non ha voluto

                  ascoltarmi, e adesso è troppo tardi.

JAMIE       (vivacemente)  Cosa intendi con troppo tardi? Parli come se pensassi che...

TYRONE   (scatta, come colto in fallo)  Non fare lo stupido! Inten­devo soltanto quello che chiunque

                  può vedere da sé! La sua salute ha ceduto; e può restare invalido per molto tempo.

JAMIE       (guarda fisso il padre, ignorando la sua spiegazione)  Lo so che fra i contadini la

                  tubercolosi è considerata fatale; e probabilmente lo è, quando si vive in un tugurio, fra

                  le paludi, ma qui, con le cure moderne...

TYRONE   Forse che non lo so? Che cosa blateri? (In tono d'accusa) Meno parli della malattia di

                  Edmund, meglio sarà! Tu ne hai più colpa di chiunque altro!

JAMIE       (punto)  Non è vero! Questo non lo sopporto, papà!

TYRONE   E’ la verità! La tua influenza è stata deleteria; è cresciuto ammirandoti come un eroe!

                  Bell'esempio, gli hai dato! L'hai fatto invecchiare prima del tempo. Hai cominciato quando 

                 era troppo giovane per capire che parlavi così perché avvelenato dal fallimento della tua vita.

JAMIE      (difendendosi, con aria di nuovo annoiata) Va bene. Gli ho spiegato come stanno le cose,

                 ma non prima che avesse già incominciato a combinarne di tutti i colori. (Il padre sbuffa

                  sprezzante. Improvvisamente Jamie si commuove davvero) La tua è un’accusa infame

                  papà! Tu sai quanto voglio bene al ragaz­zo, e come siamo sempre stati uniti ! Farei

                  qualunque cosa per lui.

TYRONE  (colpito, in tono più dolce) So che hai creduto di agire per il meglio, Jamie. Non ho detto

                  che tu l'abbia fatto apposta per nuocergli.

JAMIE      E poi, è una sciocchezza! Mi piacerebbe vedere qualcuno influenzare Edmund se non

                  vuol lasciarsi influenzare. Dentro è testardo come un demonio, e gli altri possono andare

                  all'inferno. Cosa c'en­tro io con le sue imprese sballate di questi ultimi anni. Andare in giro

                  per il mondo come marinaio, e il resto. Era un idea insensata e glielo dissi.

TYRONE   (Con un certo orgoglio) Qualunque cosa Edmund abbia fatto, ha avuto il coraggio di

                  andarsene dove non po­teva andare a piangere appena si trovava al verde.

JAMIE       (punto; con gelosia)  E’ sempre tornato a casa senza un quattrino, no? E che cosa gli è

                  servito andarsene? Guardalo adesso! (D'un tratto, vergognandosi) Gesù! Che cattiveria ho

                  detto! Ma non intendevo...

TYRONE  (lo guarda, poi volge il capo e, dopo un momento)  E’ proprio una sfortuna che Edmund

                  si sia ammalato proprio adesso. Non poteva capitare in un momento peggiore per lui.

                  (Aggiunge, incapace di nascondere una segreta inquietudine) E per la mamma. Non

                  dovrebbe avere questa preoccupazione, proprio ora! Avrebbe bisogno di pace e di

                  tranquillità.  E’ stata così bene in questi due mesi...(La voce gli si vela) Per me è il paradiso.

                  Questa casa è di nuovo una casa. Ma non occorre che te lo dica, Jamie.

Il figlio lo guarda, per la prima volta con comprensione e sim­patia. E’ come se fra loro sorgesse d'un tratto un profondo le­game di sentimenti comuni che cancella i loro antagonismi.

JAMIE       (quasi dolcemente)  E’così anche per me, papà.

TYRONE  Guarda com'è forte e sicura di sé, questa volta. Pare un'altra. Controlla i suoi nervi...

  o almeno li controllava prima che Edmund si ammalasse. Ora s’intuisce che è tesa e

                  spaventata. Volesse Iddio che potessimo nascon­derle la verità!... Ma non sarà possibile

                  se dovremo mandarlo in sanatorio. E quel che peggiora le cose è che suo padre morì di

                  tubercolosi. Lei lo adorava e non l'ha mai dimenticato. Sì, sarà duro per lei. Ma potrà

                  sopportarlo. Ha la forza di volontà necessaria, adesso! Dobbiamo aiutarla, Jamie, in tutti

                  i modi possibili!

JAMIE       (commosso)  Certo, papà. (Con esitazione) A parte il ner­vosismo, sembra perfettamente

                   a posto stamattina.

TYRONE   (adesso pienamente fiducioso)  Non è mai stata meglio: spiritosa, e piena di allegria.

                  (Improvvisamente si acciglia e guarda Jamie insospettito) Perché dici: sembra?

                  Che diavolo vuoi dire?

JAMIE       Non saltarmi subito alla gola. Santo cielo, papà, almeno di questo dovremmo poter

                  parlare francamente, senza litigare.

TYRONE   Scusami, Jamie. (Teso) Ma dimmi...

JAMIE       Non c’è niente da dire. Solo che ieri sera... Beh, sai com’è, non riesco a dimenticare il

                  il passato; non posso far a meno di stare all'erta. Come te. (Con amarezza) Questa è la

                  maledizione. Ed è una maledizione per la mamma.

TYRONE   (tristemente)  Lo so. (Teso) Ebbene, che cosa c'è? Avanti, parla!

JAMIE       Niente, ti dico. Solo la mia sciocca immaginazione.  Verso le tre del mattino mi sono

                  svegliato e l'ho sentita camminare nella stanza degli ospiti. Poi è andata in bagno.

TYRONE   (con un forzato tono beffardo)  In nome di Dio, è tutto qui?   Ha detto lei stessa che la

                   sirena della nebbia l'ha tenuta sveglia tutta la notte; e da quando Edmund non sta bene,

                   ogni notte si alza per andare a vedere come sta.

JAMIE       (prontamente)  E’ il fatto che sia andata nella ca­mera degli ospiti che mi ha spaventato.

                   Non ho potuto fare a meno di pensare che tutte le volte che andava a dormire là, in

                   quella stanza, era segno che..

TYRONE   Questa volta no! Dove poteva an­dare stanotte per non sentirmi russare? (Si lascia andare

                   a uno scoppio d'ira) Per Dio, non capisco come tu possa vivere con questa mania di

                  vedere sempre nero dappertutto!

JAMIE       (punto)  Non farla lunga! Te l'ho detto che mi  sono sba­gliato. Non penserai che non me ne

                  rallegri quanto te.

TYRONE  (addolcendosi)  Lo so, Jamie. (Pausa. Il suo volto si oscura. Parla lentamente, con un

                  superstizioso timore) Sareb­be come una maledizione cui non può sfuggire... Fu durante

                  la sua lunga malattia dopo aver messo al mondo Edmund che incomincio a....

JAMIE      Ma non dipese da lei.

TYRONE  Non gliene faccio mica una colpa.

JAMIE       (pungente)  Allora a chi dai la colpa? A Edmund, per es­ser nato?

TYRONE  Ma che stupido! Nessuno ne ha colpa.

JAMIE      Di quel bastardo di dottore, ecco di chi è la colpa! Da quel che mi ha detto la mamma era

                  un altro medico da strapazzo, come Hardy. Tu non volevi spendere per un bravo medico...

TYRONE   E’ una menzogna! (Furioso) Così, la colpa è mia! E’ qui che volevi arrivare, no?

                  Mascalzone maligno!

JAMIE      (sentendo la madre in arrivo, avverte)  Zitto! (Tyrone si alza in fretta e va a guardare

                   fuori dalla finestra. Jamie riprende in tono del tutto diverso) Be', se voglia­mo potarla

                  oggi, faremo meglio a metterci al lavoro.

Mary entra dallo stanzino. Dà una rapida, sospettosa occhiata dall'uno all'altro, nervosa e inquieta.

TYRONE   (lasciando la finestra, con calore studiato, da attore)  Sì, è una mattina troppo bella per

                  sprecarla a chiacchierare qui dentro. Guarda, Mary! Non c'è più nebbia nel porto. Sono

                  sicuro che ci darà tregua per un po', adesso.

MARY      (andando verso di lui) Lo spero, caro. (A Jamie, sforzan­dosi di sorridere) E’ proprio

                  vero che proponevi di potare la siepe, Jamie? Devi aver molto bisogno di soldi.

JAMIE      (scherzosamente)  E quand'è che non ne ho bisogno? (Le strizza l'occhio, e guarda

                  ridendo verso il padre) Mi aspetto perlomeno un bel dollaro a fine settimana... per far

                  bisboccia!

MARY       (non si adegua al suo tono allegro, e si liscia nervosamente il vestito)  Di che cosa

                   stavate discutendo?

JAMIE       (alzando le spalle)  Sempre le solite storie.

MARY       Ho sentito che parlavi di un dottore, e tuo padre ti accu­sava di essere maligno.

JAMIE       (in fretta)  Oh, sì, sostenevo che il dottor Hardy non è un gran che, come medico.

MARY       (Cambiando argomento, e sforzandosi di sorridere) Quella Bridget! Credevo che non sarei

                   mai riu­scita a venir via da lei ! Mi ha raccontato tutto di un suo cugino che fa il poliziotto a

                   Saint-Louis. (Con nervosa irritazione) Ebbene, se volete potare la siepe, perché non

                   approfittate del sole, prima che torni la nebbia ? (In tono strano, come pensando ad alta

                   voce) Perché io sento che tornerà. (Improvvisamente si rende conto che gli altri due la

                   fissano e, confusa, solleva le mani) O piut­tosto, le mie mani reumatizzate lo sentono.

                  Sanno presagire il futuro meglio di te, James. (Si guarda le mani con affascinata

                   ripugnanza) Uff! Come sono brutte! Chi crederebbe che una volta erano tanto belle?

I due la osservano con crescente timore.

TYRONE  (prendendole le mani e riabbassandole gentilmente)  Su, su, Mary: niente sciocchezze.

                  Sono le più belle mani del mondo. (Ella s'illumina in volto e sorride; bacia il marito con

                  gratitu­dine. Tyrone, volgendosi al figlio) Andiamo, Jamie. Tua ma­dre ha ragione a

                  sgridarci. Il miglior modo di incominciare a lavorare è incominciare. Il sole ti scioglierà

                  un po' di quel gras­so che hai intorno alla vita. (Apre la porta ed esce, scomparendo  per

                  una scaletta che scende al giardino).

           

Jamie si alza dalla sedia e, prendendo la giacca, si dirige alla porta; sulla soglia, si volta ma senza guardare la madre, e nep­pure lei lo guarda.

JAMIE       (con timida, imbarazzata tenerezza)Siamo tutti così fieri di te, mamma, così tremendamente

                  felici. (Lei si irrigidisce e lo fissa con timore e con sfida. Lui si confonde)  Ma devi ancora

                  stare attenta. Non preoccuparti troppo per Edmund. Gua­rirà presto.

MARY       (con uno sguardo duro e risentito)  Certo che guarirà pre­sto. E  non so proprio che cosa

                   tu voglia dire, esortandomi a stare attenta.

JAMIE       (dispiaciuto e offeso, scrolla le spalle) Va bene, mamma. Scusami. (Esce nella veranda)

Lei resta rigida in attesa ch'egli sia scomparso. Poi si lascia cadere sulla sedia dove prima era seduto Jamie, e sul volto le compare un'espressione disperata; va muovendo le mani sul tavolo, spostando gli oggetti qua e là senza scopo. Sente Edmund che scende le scale, finché, arrivato nel vesti­bolo, è colto da un accesso di tosse. Balza in piedi, come vo­lesse fuggire per non sentirlo più,

 e va in fretta verso la fine­stra. Quand' egli entra con un libro in mano lei sta guardando fuori, apparentemente calma. Si volta verso di lui, e lo accoglie con un sorriso materno.

MARY      Eccoti qui. Stavo proprio per venire a cercarti.

EDMUNDHo aspettato che se ne andassero. Non voglio immi­schiarmi nelle loro discussioni.

                   Mi sento troppo giù.

MARY       (quasi risentita)  Oh, sono certa che non stai così male co­me vuoi far credere.

                   Sei proprio un bambino: ti piace vederci tutti preoccupati e agitati intorno a te.

                   (In fretta)  Scherzo, caro; so come devi sentirti disturbato. Ma oggi stai meglio, no?

                   (Preoccupata, toccando gli il braccio) Però sei troppo ma­gro. Devi riposarti il più

                   possibile. Siediti, che ti metto comodo. (Lui si siede nella poltrona a dondolo, e lei

                   gli mette un cuscino dietro la schiena) Così. Come va?

EDMUNDSplendido. Grazie, mamma.

MARY       (lo bacia con tenerezza)  La cosa di cui hai davvero biso­gno è che la mamma si

                   prenda cura di te. Grande come sei, sei sempre il mio bambino, lo sai.

EDMUND  (le prende la mano e, con profonda serietà, dice)  Non preoccuparti per me. Devi

                   pensare a te. Questa è la cosa im­portante.

MARY       (evitando il suo sguardo)  Ma lo faccio, caro. (Sforzandosi di ridere) Non vedi come

                  sono ingrassata? Dovrò farmi allar­gare tutti i vestiti. (Si allontana, accostandosi alla

                  finestra. Cerca di parlare in tono leggero, allegro) Hanno comin­ciato a potare la siepe.  

                  Ecco i Chat­field con la loro nuova Mercedes: è una bella macchina, eh? Non come la

                  nostra vecchia Packard di seconda mano. Povero Jamie! Si è piegato fin quasi sotto la

                  siepe per non farsi vedere. Hanno salutato papà e lui ha risposto con un inchino, come se

                  lo avessero chiamato alla ribalta. E con quel vecchio vestito sporco che ho tentato invano

                  di fargli buttar via.(La voce le si è fatta amara) Dovrebbe avere un po' d'amor pro­prio,

                  invece di farsi vedere così.

EDMUND  Fa bene a infischiarsene di quello che pensa la gente, e Ja­mie è sciocco a preoccuparsi dei

                  Chatfield. Per amor del cielo, chi li conosce fuori da questo buco?

MARY       (con soddisfazione)  Nessuno. Hai proprio ragione, Ed­mund. Grossi ranocchi in una

                   pozzanghera. (S'interrompe, e guarda fuori dalla finestra; poi, con una punta di triste

                   rimpianto) Ho sempre odiato questa città e tutti quelli che vi abitano, lo sai. Non mi è

                  mai piaciuto vivere qui, ma a tuo padre piaceva; insistette tanto per costruire questa casa,

                   e ho dovuto venirci ogni estate.

EDMUND  E’ sempre meglio che passare l'estate in un albergo di New York, no? E questa casa

                   non è poi così male. Forse perché è l'unica casa che abbiamo.

MARY       Non l'ho mai considerata casa mia. E’ stato tutto sba­gliato fin dal principio. Tuo padre

                  non ha mai voluto spenderci il denaro che ci voleva. Tutto fu fatto nel modo più

                  economico. E meno male che non abbiamo amici qui: mi vergognerei a farli entrare.

EDMUND  (irritato)  Oh, mamma, lascia perdere! E quan­to al Vecchio, a che serve parlare?

                  Non puoi cambiario.

MARY       (rimproverandolo macchinalmente)  Non chiamare tuo pa­dre il Vecchio. Dovresti avere

                  più rispetto. (Poi, stancamente) So che non serve a niente parlare. Ma a volte mi sento

                  così sola. (Le tremano le labbra, e volge il capo).

EDMUND  Ad ogni modo, devi esser giusta, mamma. Sarà stata colpa sua, dapprincipio, ma lo sai

                   che dopo non avremmo potuto ricevere gente qui...  (Si pente e s'impappina) Voglio

                  dire... tu non avresti voluto.

MARY       (con un fremito, mentre le labbra le tremano dolorosamen­te)  Ti prego! Non posso

                  sopportare che mi parli di certe cose!

EDMUND  Non prenderla così, mamma, per favore! Sto cercando di aiutarti. (Addolorato)

                  Oh Dio, mamma, lo sai che mi è odio­so ricordartelo; lo faccio perché è così bello averti

                  qui con noi, come sei ora, e sarebbe terribile...

MARY       (abbattuta)  Per favore, caro... So che lo fai a fin di bene, ma... (Una sorda reticenza

                  affiora di nuovo nella sua voce) Non capisco perché d'un tratto devi metterti a parlare di

                  questo. Che cosa te l'ha fatto venire in mente, stamattina?

EDMUND  (evasivamente)  Oh, niente. Solo perché mi sento a ter­ra, suppongo.

MARY       Dimmi la verità. Perché sei così sospettoso, tutt'a un tratto?

EDMUND  Non lo sono affatto!

MARY       Oh sì, che lo sei. Lo sento. Anche tuo padre e Jamie... specialmente Jamie.

EDMUND  Adesso non cominciare a immaginarti le cose, mamma.

MARY       (muovendo le mani agitatissima)  Rende tutto più diffi­cile vivere in quest'atmosfera di

                  continuo sospetto, sapere che tutti mi spiano, e che nessuno di voi ha fiducia in me.

EDMUND Basta, mamma. Lo sai che tutti noi abbiamo fiducia in te.

MARY       Però mi spiate! (Si volta verso di lui e seccamente) Insisto che tu mi dica perché ti

                  comporti in modo così diverso, stamattina.. perché ti sei sentito in dovere di ricordarmi...

EDMUND (esita, poi esclama) E’ solo perché stanotte, quando sei venuta nella mia stanza, non

                  dormivo. E poi sei andata nella stanza degli ospiti per il resto della notte.

MARY       Perché tuo padre russava talmente da farmi impazzire! In nome del cielo, quante volte mi

                  è capitato di dormire in quella stanza, lo sai benissimo! (Amaramente) Ma indovino che

                  cosa avrai pensato. Quando ci andavo...

EDMUND (con troppa veemenza)  Non ho pensato niente!

MARY       Così, hai fatto finta di dormire per spiarmi!

EDMUNU  No!

MARY       Anche Jamie fingeva di dormire, ne sono sicura, e forse tuo padre...

EDMUND  Basta, mamma!

MARY       Oh, non posso sopportarlo, Edmund, se anche tu... (Si porta le mani ai capelli con fare

                  confuso e agitato. Improvvi­samente la sua voce ha un suono stranamente vendicativo)

                  Vi meritereste che fosse vero!

EDMUND  Mamma! Non dire così!  E’ così che parli, quando...

MARY       Smettila con questi sospetti! Ti prego, caro! Mi fai male!

EDMUND (dolcemente) Ascolta, mamma; voglio che tu mi prometta che continuerai a sorvegliarti...

MARY       S'intende, che te lo prometto. Ti do’ la mia sacrosanta parola d'onore. (Poi, con triste

                  amarezza) Ma sup­pongo che starai pensando che ho già promesso altre volte sulla mia

                  parola d'onore.

EDMUNDNo!

MARY       (l'amarezza lascia il posto a una rassegnata impotenza)  Non ti do’ torto, caro. Come

                  potrebbe essere diversamente? Nes­suno di noi può dimenticare. (In tono strano) E’ questo

                  che rende tutto così difficile a tutti noi: non possiamo dimen­ticare.

EDMUND (afferrandola per le spalle)  Mamma! Basta!

MARY       (con un sorriso forzato)  Vabene, caro. Non volevo essere così lugubre. Non farci caso.

                  Qua, fammi sentire la fronte. E’ fresca: non hai certo febbre, adesso.

EDMUND  Dimenticare! Sei tu...

MARY       Ma io sto benissimo, caro. (Con una strana occhiata cal­colatrice, quasi astuta) A parte

                  il fatto che mi sento stanca e nervosa, dopo una simile nottata. Do­vrei andar di sopra a

                  coricarmi e fare un sonnellino fino all'ora di colazione. (Istintivamente egli le da'

                  un'occhiata sospettosa poi, vergognandosi, volge in fretta lo sguardo. Lei continua,

                  nervosa) E tu che fai? Rimani qui a leggere? Ti farebbe molto meglio andar fuori, al sole,

                  a prendere un po' d'aria buo­na. Ma non accaldarti. E mettiti il cappello. (Lo guarda fisso,

                  e lui evita il suo sguardo. C'è una pausa imbaraz­zata. Poi lei, in tono beffardo)

                  Ohai paura a lasciarmi sola?

EDMUND(tormentato) No! Non puoi smetterla di dire queste cose? Penso che un sonnellino ti farà

                   bene. (Va alla porta e, forzando un tono scherzoso) Andrò fuori a dare un aiuto morale

                  a Jamie. Mi piace starmene sdraiato all'ombra e guardarlo lavorare. (Si sforza di ridere, e

                  lei fa lo stesso. Poi egli esce nella veranda e scompare).

La sua prima reazione è di sollievo: si lascia cadere in una delle poltrone di vimini dietro il tavolo, e appoggia la testa all'indietro chiudendo gli occhi, con aria rilassata. Ma d'un tratto si fa di nuovo terribilmente tesa. Apre gli occhi e si protende in avanti, presa da un attacco di terrore nervoso. Inizia una disperata battaglia con se stessa. Le sue lunghe dita distorte dai reumatismi tamburellano i braccioli della poltrona, mossi da una loro propria agitazione, senza che lei lo voglia.

Sipario.

ATTO SECONDO

QUADRO PRIMO. La stessa scena del primo atto. E’ circa l'una meno un quarto. I raggi del sole non entrano più dalle finestre. Fuori il tempo è ancora bello, ma sempre più afoso, e una leggera foschia appanna la luce. Edmund è seduto nella poltrona a sinistra del tavolo, e  cerca di concen­trarsi nella lettura di un libro senza riuscirvi: sembra che tenda l'orecchio per udire qualche eventuale rumore al piano di sopra. E’ ner­voso e preoccupato e ha l'aria più malata che nel primo atto. La cameriera, Cathleen, entra dallo stanzino portando un vassoio con una bottiglia di whisky invecchiato, vari bicchieri e una caraffa d'acqua ghiacciata. E una prosperosa contadina ir­landese di poco più di vent'anni, con un bel faccino rosso, ca­pelli neri e occhi azzurri, cordiale, ignorante, rozza, e  piena di buona volontà. Posa il vassoio sul tavolo. Ed­mund finge di essere cosi' assorto nel suo libro da non vederla; ma lei non ci fa caso.

CATHLEEN   (con garrula familiarità)  Ecco qui il whisky. Sarà pre­sto ora di colazione. Devo

                      chiamare il signore e il signorino Jamie, o li chiama lei?

EDMUND      (senza alzare gli occhi dal libro)  Chiamali tu.

CATHLEEN   E’ un bel fatto che il signore non guardi mai l'orolo­gio, neanche per sbaglio. E’ sempre

                       in ritardo per i pasti e Bridget se la prende con me, come se fosse colpa mia. Ma è un

                       gran bell'uomo, anche se è vecchio. Lei non sarà mai così bello... e neanche il signorino

                       Jamie. (Con un risolino) Scom­metto che il signorino Jamie non farebbe  passar l'ora di

                       venire a bersi il suo whisky, se avesse l'orologio!

EDMUND      (rinunciando a ignorare la presenza della ragazza, riden­do)  Hai fatto centro!

CATHLEEN  E faccio centro anche per un'altra cosa: lei mi man­da a chiamarli per poter bere un

                      goccio prima che arrivino.

EDMUND     Be', non ci avevo pensato...

CATRLEEN  Oh, no di sicuro!

EDMUND     Ma ora che mi hai dato l'idea...

CATHLEEN  ( molto sostenuta)  Non darei mai a nessuno, uomo o donna che fosse, l'idea di toccare

                       l'alcool, si­gnorino Edmund. Lo sa che un mio zio, al paese, ci è morto? (Conciliante)

                       Però, un goccio ogni tanto non fa male quando si è giù di morale, o si ha un brutto

                       raffreddore.

EDMUND     Grazie per avermi fornito una buona scusa. (Sforzan­dosi di parlare con naturalezza)

                      Sarà meglio che chiami anche la mamma.

CATHLEEN  Perché? E’ sempre puntuale senza che la si chiami. Lei sì, che ha riguardo per la servitù!

                      Dio la benedica!

EDMUND     Ma è andata a fare un sonnellino.

CATHLEEN  Non dormiva poco fa, quando ho finito le pulizie di sopra. Stava distesa nella stanza

                       degli ospiti, con gli occhi spa­lancati. Aveva un tremendo mal di testa, mi ha detto.

EDMUND      (con un tono ancora più forzato)  Oh beh, allora chiama solo mio padre.

CATHLEEN  (va alla porta, brontolando senza cattiveria)  Non c'è da stupirsi se i piedi mi fanno così

                       male, la sera. Li chiamerò dalla veranda. (Esce, lasciando sbattere la porta dietro di sé.

                       Un mo­mento dopo la si sente gridare, sguaiata) Signor Tyrone! Signor Jamie! E’ora!

EDMUND      (è rimasto con lo sguardo fisso davanti a sé, spaventato, dimentico del libro; si alza

                       nervosamente)  Mio Dio, che sel­vaggia! (Afferra la bottiglia e si versa da bere, poi

                       aggiunge acqua ghiacciata e beve. Intanto sente entrare qualcuno dalla porta

                       principale. Rimette in fretta il bicchiere sul vassoio e si risiede, aprendo il libro).

Dal salotto entra Jamie con la giacca sul braccio. Si è tolto il colletto e la cravatta e li tiene in mano. Si asciuga il sudore sulla fronte col fazzoletto. Edmund alza gli occhi come interrotto nella lettura. Jamie dà un'occhiata alla bottiglia, ai bic­chieri e sorride cinicamente,

JAMIE       Te ne bevevi uno di nascosto, eh? Piantala! Con me non riesce la commedia, ragazzo mio,

                   reciti anche peggio di me.

EDMUND  (ridendo)  Sì, ne ho buttato giù uno, intanto che non c'erano testimoni.

JAMIE       (gli mette affettuosamente una mano sulla spalla) Ero già a metà del giardino quando

                  Cathleen ha spiegato il suo canto. La no­stra allodola irlandese! Dovrebbe fare

                  l'annunciatrice dei treni nelle stazioni.

EDMUND E’ per questo che mi è venuta voglia di bere; perché non te ne fai uno anche tu, mentre

                   siamo soli?

JAMIE       Ci stavo pensando.(Va a dare un'occhiata alla finestra) Il Vecchio sta parlando con il

                  capitano Tur­ner. (Torna verso il tavolo e beve) E ora na­scondiamo le tracce al suo occhio

                  d'aquila. (Misura due porzio­ni d'acqua e le versa nella bottiglia di whisky, poi la agita)

                 Ecco. Così è a posto. (Versa dell'acqua nel bicchiere e lo posa sul tavolo) E qui c'è l’acqua. EDMUND  Benissimo. Ma non penserai che ci caschi.

JAMIE       Forse no, ma non può dimostrarlo. (Rimettendosi il col­letto e la cravatta) Spero che non

                  dimentichi il pranzo per ascol­tarsi parlare. Ho fame. (Si siede dall'altra parte del tavolo.

                  Ir­ritato) Recita per ogni stupido che passa.

EDMUND  (cupo)  Sei fortunato ad aver fame. Io mi sento come se non dovessi mai più aver voglia

                  di mangiare.

JAMIE       (gli dà uno sguardo preoccupato)  Ascolta, ragazzo mio: tu mi conosci; non ti ho mai fatto

                  prediche, ma il dottor Har­dy ha ragione a dirti di smetterla con questa roba. (Indica la

                  bottiglia).

EDMUND  Oh, lo farò dopo che mi avrà dato la cattiva notizia oggi pomeriggio. Qualche bicchiere

                  adesso non cambia niente.

JAMIE       (esita, poi, lentamente)  Mi fa piacere che tu sia preparato a una cattiva notizia. Non sarà

                  un colpo. (Si accorge che Ed­mund lo fissa) Voglio dire, è molto probabile che tu sia

                   malato sul serio, e sarebbe uno sbaglio illudersi.

EDMUND  (turbato)  Non m'illudo. Lo so io quanto mi sento ma­le, e la febbre e i brividi che ho la

                  notte non sono uno scherzo. Dev' essermi tornata quella maledetta malaria.

JAMIE       Forse, ma non ne sono sicuro.

EDMUND  Perché? Che cosa pensi che sia?

JAMIE       Al diavolo, come potrei saperlo? Non sono medico. (Im­provvisamente) Dov'è la mamma?

EDMUND  Di sopra.

JAMIE       (lo guarda, poi, con asprezza)  Quando è salita?

EDMUND  Pressappoco quando io sono sceso in giardino. Ha detto che voleva fare un sonnellino.

JAMIE       Non me l'hai detto...

EDMUND  (sulla difensiva) Perché avrei dovuto dirtelo? Che c'è di strano? Era stanca. Ha dormito

                   poco, stanotte.

JAMIE       E’ stata sola di sopra? Non l'hai ve­duta?

EDMUND  No. Sono rimasto qui a leggere. Volevo lasciarla dor­mire.

JAMIE       (esplodendo)  Stupido che sei! Perché l'hai lasciata sola per tanto tempo?

EDMUND  Perché mi ha accusato di spiarla continuamente, insie­me con te e papà, e di non fidarmi di

                  lei. Mi ha fatto vergo­gnare. E mi ha pro­messo sulla sua parola d'onore...

JAMIE       (con amara stanchezza)  Dovresti sapere che non signi­fica niente.

EDMUND  Stavolta sì.

JAMIE       Lo credevamo anche le altre volte. (Si piega sul tavolo per stringere affettuosamente un

                   braccio al fratello) Ascolta, ragazzo mio; lo so che mi giudichi un maledetto cinico, ma

                   ri­cordati che di questa faccenda io ne ho viste molte più di te. Tu non ne hai saputo mai

                  niente finché sei stato a scuola; papà e io te lo tenevamo nascosto. Ma io lo sapevo già da

                  dieci anni e più. Conosco le sue manovre, ed è tutta la mattina che penso a quello che

                  faceva stanotte quando credeva che dormissimo. E adesso mi dici che ti ha convinto a

                  lasciarla sola di sopra per tutta la mattina.

EDMUND  No! Sei pazzo!

JAMIE       (conciliante)  Va bene, ragazzo. Spero quanto te di essere pazzo. Ero così felice,

                  co­minciavo a credere davvero che stavolta... (S'interrompe, guar­da attraverso il salotto

                  e abbassando la voce dice in fretta) Sta scendendo. (Aspettano, tesi, combattuti tra la spe­-

                 ranza e il timore. Edmund  tossisce nervosamente, e ciò gli provoca un vero accesso di tosse).

Jamie guarda Edmund con accennata preoccupazione. Mary en­tra. Dapprima non si nota alcun cambiamento in lei, se non che appare meno nervosa; ma poi ci si accor­ge che ha gli occhi più lucidi, e che nella sua voce e nei suoi modi c'è un singolare distacco, come se non partecipasse com­pletamente a quello che dice e fa.

MARY       (si accosta con aria preoccupata e gli mette un braccio attorno alle spalle)  Non devi

                  tossire così. Ti farà male alla gola. (Gli dà un bacio. Lui smette di tossire e le dà una

                  rapida occhiata piena di apprensione ma i suoi sospetti sono dissipati dalla tenerezza di

                  lei, e per il momento crede quello che desidera credere. Jamie invece, dopo un solo

                  sguardo penetrante, capisce che i suoi sospetti erano giustificati. Fissa lo sguardo a

                  terra, col volto chiuso in un'espressione di amaro cinismo. Mary conti­nua, seduta sul

                  bracciolo della poltrona di Edmund, con un braccio intorno alle sue spalle, così che

                  egli non può guardarla negli occhi) Mi dispiace vessarti sempre, dicendoti di non fare

                  questo o quello. Scusami, caro: è solo perché voglio che tu stia bene.

EDMUND Lo so, mamma. E tu? Ti sei riposata?

MARY       Sì, sto molto meglio. Ne avevo proprio bisogno, dopo una notte in­sonne. Ora non mi sento

                  più nervosa.

EDMUND  Brava. (Le carezza la mano che lei gli ha posato sulla spalla).

Jamie lancia a Edmund uno sguardo quasi sprezzante, chiedendosi se davvero il fratello pensi quello che dice. Ed­mund non se ne accorge, ma la madre sì.

MARY       (in tono forzatamente scherzoso) Santo cielo, che aria da funerale hai, Jamie! Che cosa c'è?

JAMIE       (senza guardarla)  Niente.

MARY       (sempre nello stesso tono)  Dov'è vostro padre? Ho sentito Cathleen che lo chiamava.

EDMUND  E’ fuori che chiacchiera col vecchio capitano Turner. Farà tardi, come al solito.

Jamie si alza e va alla finestra, contento di avere una scusa per voltar le spalle.

MARY       Ho detto mille volte a Cathleen che deve andare a cer­carlo, e non mettersi a strillare come

                  se questa fosse una pensione di terz'ordine!

JAMIE       (guardando fuori della finestra)  C’è andata adesso. (Con scherno) Interrompere la

                  famosa “Bella Voce!” Dovrebbe avere più rispetto.

MARY       (seccamente, lasciando libero corso al risentimento che pro­va verso di lui)  Sei tu che

                  dovresti avere più rispetto! Smet­tila di schernire tuo padre! Non lo tollero! Dovresti essere

                  fiero di essere suo figlio. Avrà i suoi difetti: chi non ne ha? Ma ha lavorato sodo tutta la vita;

                  si è sollevato dall'ignoranza e dalla povertà fino all'apice della sua professione! Tutti lo

                  ammirano e tu dovresti essere l'ultimo a schernirlo... tu, che gra­zie a lui, non hai mai avuto

                  da faticare in vita tua! (Punto, Ja­mie si volta e la guarda con ostilità accusatrice; lei storna

                  gli occhi altrove e, in tono più conciliante) Ricordati che tuo padre invecchia, Jamie.

                  Dovresti dimostrare più considera­zione per lui.

JAMIE       Io?

EDMUND (a disagio)  Oh, sta' un po' zitto, Jamie! (Jamie guarda di nuovo fuori della finestra).

                  Santo cielo, mamma, perché te la prendi tanto con Jamie?

MARY      (amaramente)  Perché si fa sempre beffe di tutti, e vede sempre i difetti peggiori nella gente.

                  (Poi, con uno strano im­provviso cambiamento, prende un tono distaccato e imperso­nale)

                  Ma suppongo sia la vita che lo ha reso così. Non abbiamo colpa di quello che la vita ci fa.

                  Acca­de prima che uno se ne renda conto, una cosa dopo l’altra, finché alla fine ci si ritrova

                  diversi da come avremmo voluto essere, e si è perduta per sempre la no­stra vera essenza.

Edmund è impressionato dal suo tono strano. Cerca di guar­darla negli occhi ma lei li distoglie. Jamie si volge verso di lei, poi torna subito a guardare fuori della finestra.

JAMIE       (con voce sorda)  Ho fame. Vorrei che il vecchio si muo­vesse.  Un bel metodo, il suo.

                  Fa’ sempre raffreddare tutto, e poi pro­testa che la roba non è buona.

MARY       (con un risentimento automatico e superficiale, interior­mente indifferente)  Sì, è molto

                   seccante, Jamie. Non t'imma­gini quanto; tu non hai da dirigere la casa, con una servitù

                  as­sunta solo per l'estate, che sa che non è un posto fisso da con­servare. E vostro padre

                  non vuole neppure pagare i salari che chiede il per­sonale un po' decente. E così tutti gli

                  anni devo com­battere con delle principianti stupide e pigre. L'ho già spiegato migliaia di

                  volte, ma gli entra da un orec­chio e gli esce dall'altro. Il denaro speso per la casa gli

                  sembra denaro sprecato. Ha vissuto per troppi anni in alberghi di terz’ordine e non capisce

                  cosa sia una casa; non si sente a suo agio. Però vuole averla. (Ride, di un riso sconsolato e

                  insieme divertito)  E’ davvero un bel tipo, a pen­sarci. Che uomo strano!

EDMUND (cercando di nuovo di guardarla negli occhi, con inquie­tudine)  Perché divaghi così,

                  mamma?

MARY       (assumendo in fretta un tono indifferente e carezzandogli una guancia)  Oh, per nessuna

                  ragione speciale.

Mentre Mary parla, Cathleen entra.

CATHLEEN  (volubilmente)  E’ pronto, signora. Sono andata giù a chiamare il signore, come lei mi ha

                      ordinato, e lui ha detto che veniva subito, ma continua a parlare con quell'uomo e a

                      raccontargli di quando...

MARY           (indifferente)  Va bene, Cathleen. Di' a Bridget che mi dispiace, ma dovrà aspettare

                      qualche minuto finché viene il si­gnore.

CATHLEEN  Sì, signora (e se ne va, brontolando).

JAMIE           Accidenti! Perché non incominciamo senza di lui? Ci ha detto di far così, quando lui

                       tarda.

MARY           (con un sorriso lontano, divertito)  Non dice sul serio. Non conosci ancora tuo padre?

                      Ne sarebbe offesissimo.

EDMUND     (salta su, come fosse contento di avere una scusa per al­zarsi)  Vado a chiamarlo. (Esce.

                      Un momento dopo lo si sente chiamare con esasperazione)

                      Ehi, papà! Vieni! Non possiamo aspettare tutto il giorno.

Mary si è alzata dal bracciolo. Muove nervosamente le mani sul piano del tavolo. Non guarda Jamie  ma sente su di sé lo sguardo cinico con cui egli le osserva il volto e le mani.

MARY       (tesa)  Perché mi fissi cosi?

JAMIE       Lo sai perché. (Si volta di nuovo verso la finestra).

MARY       Non lo so.

JAMIE       Oh, in nome di Dio, mamma, credi di poter ingannare me? Non sono cieco.

MARY       (adesso lo guarda in faccia, con di nuovo un'espressione di assente, ostinato diniego)

                  Non so di che cosa tu stia par­lando.

JAMIE       No? Guardati gli occhi nello specchio!

EDMUND (entrando dall'atrio)  Sono riuscito a smuoverlo. Sarà qui fra un minuto. (Con un'occhiata

                   dall'uno all'altro, che la madre evita, inquieto) Che cosa c'è, mamma?

MARY       (turbata dal suo ritorno, è presa da una confusa eccita­zione)  Tuo fratello dovrebbe

                   vergognarsi. Sta insinuando non so che cosa.

EDMUND  (voltandosi verso Jamie)  Maledetto! (Avanza minac­cioso verso di lui).

Jamie gli volta la schiena facendo spallucce, e guarda fuori della finestra.

MARY      (agitata, afferra il braccio di Edmund)  Smettila su­bito, mi senti? Come osi parlare così

                  in mia presenza? (Im­provvisamente ricade nello strano distacco di prima) Fai male a

                  rimproverare tuo fratello: non può fare a meno di essere come il suo passato l'ha fatto.

                  Come tuo padre, o tu, o io.

EDMUND (spaventato, sperando contro ogni speranza)  E’ un bu­giardo!... E’ una bugia, non è vero,

                  mamma?

MARY      (guardando altrove)  Che cosa, è una bugia? Adesso parli a indovinelli, come Jamie.

                  (e riassume quel suo strano di­stacco) Ecco vostro padre che arriva. Devo dirlo a Bridget.

                  (Esce)

Edmund si dirige lentamente alla poltrona. Ha un'aria più che mai malata e abbattuta.

JAMIE       (dalla finestra, senza voltarsi)  Ebbene?

EDMUND (rifiutandosi di ammettere la cosa con suo fratello; con debole tono di sfida)  Ebbene, che

                  cosa? Sei un bugiardo.(Di nuovo Jamie alza le spalle. Si sente chiudere la porta d'in­gresso.

                  Edmund dice con voce opaca) Ecco papà. Speriamo che ci dia da bere.

Tyrone entra, infilandosi la giacca.

TYRONE  Mi spiace di essere in ritardo. Il capitano Turner si è fermato a parlare e quando incomincia

                  non c’è modo di liberarsene.

JAMIE      (senza voltarsi, secco)  Vuoi dire quando incomincia ad ascoltare. (Il padre lo guarda con

                  antipatia; poi si avvicina al tavolo e dà una rapida occhiata alla bottiglia. Senza

                  voltarsi, Jamie capisce)  E’ tutto a posto. Il livello della bottiglia non è cambiato.

TYRONE   Non guardavo quello. (Aggiunge, caustico) Come se provasse qualcosa, quando ci sei

                  tu in giro. Conosco i tuoi trucchi.

EDMUND  (cupo)  Non avevi detto: beviamo un bicchiere tutti insieme?

TYRONE   (guardandolo accigliato)  Jamie, che ha lavorato tutta la mattina, può bere qualcosa,

                   ma tu non  sei invitato. Il dottor Har­dy...

EDMUND  Al diavolo il dottor Hardy! Un goccio non mi ucciderà. Mi sento...molto giù, papà.

TYRONE   (guardandolo preoccupato, e con forzata giovialità) Avanti, allora. Prima di mangiare,

                  un buon whisky preso con moderazione è il migliore dei tonici. (Edmund si alza mentre il

                   padre gli passa la bottiglia. Se ne versa un bel goccio. Tyrone lo ammonisce con lo

                   sguardo) Avevo detto con moderazione. (Si serve e passa la bottiglia a Jamie, borbot­-

                   tando) Raccomandare la moderazione a te è fiato sprecato. (Ignorando queste parole,

                  Jamie si serve largamente. Il padre gli dà un'occhiataccia poi, cambiando idea, riprende

                   un aria gio­viale e alza il bicchiere) Be', salute e felicità.

Edmund ha un riso amaro.

EDMUND  Buona questa!

TYRONE   Cosa?

EDMUND  Niente. Alla tua.

Bevono.

TYRONE   Credevo che la cola­zione fosse pronta. Ho una fame da cacciatore. Dov'è la mamma?

MARY       (rientrando dallo stanzino, grida)  Eccomi qui. (Entra,  eccitata e imbarazzata. Mentre

                   parla volge gli occhi di qua e di là, sfuggendo il loro sguardo) Ho dovuto calmare

                  Bridget. E’ furibonda perché sei di nuovo in ritardo, e non le do torto. Se la pietanza si è

                   rinsecchita nel forno a forza di aspettare, ben ti stà, e puoi mangiarla o lasciarla, per lei è

                  lo stesso. (Sempre più eccitata) Oh, sono così stufa di far finta che questa sia una casa!

                  In realtà, tu non hai mai desi­derato una casa... Mai, dal giorno che ci siamo sposati!

                  Avresti dovuto restare scapolo e ricevere i tuoi amici al bar! (Aggiunge stranamente,

                  come  parlando fra sé) E allora non sarebbe successo niente...

La fissano. Tyrone ha capito. Improvvisamente è diventato un vecchio stanco e amareggiato. Edmund guarda il padre e vede che ha capito, ma cerca ancora di ammonire la madre.

EDMUND  Va bene, mamma, non parliamone più; andiamo a ta­vola.

MARY       (trasale, e il suo viso prende di nuovo un'espressione di assoluto distacco. Ha finanche

                  un sorriso ironico)  Si,è scor­tese da parte mia rivangare il passato, mentre tuo padre e

                  Ja­mie hanno fame. (Cingendo le spalle di Edmund con un brac­cio; con una tenera

                  sollecitudine che ha peraltro un qualcosa di remoto) Spero che tu abbia appetito, caro.

                  (I suoi occhi si fissano sul bicchiere posato sul tavolo davanti a lui e dice, aspra) Che

                  cosa fa lì quel bicchiere? Hai bevuto, Edmund? Oh, come puoi essere così sciocco! Non

                  sai che non c'è nulla di peggio? (Volgendosi verso Tyrone) La colpa è tua, James. Perché

                  l'hai lasciato bere? Vuoi ucciderlo? Non ti ricordi di mio padre? Non volle smettere,

                  quando si ammalò. Diceva che i dottori non capivano niente! Diceva che il whisky è un

                  buon tonico! (Un lampo di terrore le passa negli occhi, e balbetta) Ma, naturalmente, non

                  c'è nessun con­fronto. Non so perché io... Perdonami se ti ho sgridato, James: un

                  bicchierino non può fargli male... anzi, può per­fino giovargli, se gli mette appetito

                  (Carezza la guancia di Edmund, con lo stesso strano distacco di prima. Egli scosta il

                   capo. Lei non sembra accorgersene, ma si allon­tana istintivamente).

JAMIE       (rudemente, per dissimulare la sua tensione)  Per amor del cielo, andiamo a mangiare.

                  Mi sono guadagnato il pane dietro quella maledetta siepe. (Passa dietro al padre senza

                   guardare la madre, e stringe la spalla di Edmund) Andiamo ad attaccare i riforni­menti,

                   ragazzo.

Edmund si alza, evitando di guardare la madre. Entrambi si di­rigono verso la sala da pranzo.

TYRONE   (cupo)  Sì, andate avanti con la mamma, ragazzi; vi rag­giungo subito.

Ma loro vanno avanti senza aspettarla. Lei li segue con lo sguardo, offesa e afflitta, poi si avvia a sua volta. Tyrone la sta fissando con espressione triste e accusatrice. Lei sente il suo sguardo e si volta di colpo, senza però guardarlo in viso.

MARY       Perché mi guardi così? (Si porta confusamente le mani ai capelli) Ho i capelli in disordine?

                  Ero così stanca, dopo que­sta brutta nottata, che ho pensato di riposarmi, stamattina.

                  Mi sono assopita e ho fatto un bel sonnellino ristoratore. Ma mi par proprio di essermi

                  pettinata di nuovo quando mi sono sve­gliata. (Aspra) Smettila di fissarmi! Si direbbe che mi

                  accusi... (Poi, implorante) James! Tu non puoi capire!

TYRONE  (con ira sorda)  Capisco che sono stato un maledetto sciocco a credere in te!

                  (Si allontana da lei, e si versa un bic­chierone di whisky).

MARY       (con sfida caparbia)  Non so che cosa intendi dire con “cre­dere in me”. Tutto quello che

                  sento intorno a me è sfiducia, inquisizione e sospetto.(Di nuovo implorante) Oh, James,

                  ti prego! Tu non puoi capire! (Poi, ricadendo nel suo strano distacco, tranquillamente)

                  Non andiamo a tavola, caro? Io non ne ho proprio voglia, ma so che tu hai fame. (Egli si

                  dirige lentamente verso la soglia. Cammina come un vecchio. Quando la raggiunge, lei

                 esclama sconsolata) James! Ho tentato! Ho tentato con tutte le mie forze. Credimi, ti prego...

TYRONE  (commosso suo malgrado, risponde tristemente)  Forse hai tentato, Mary.(Come soffocato

                  dal dolore) Per amor di Dio, perché non hai trovato la forza di continuare?

MARY      (assumendo di nuovo quell'espressione di sfida ostinata) Non so di che cosa stai parlando.

                  La forza di continuare che cosa?

TYRONE  (rinunciando)  Non importa. E’ inutile, ormai. (Si avvia e lei gli sta accanto mentre

                  scompaiono) Sipario.

QUADRO SECONDO.  La stessa scena, circa mezz'ora dopo. Il vassoio con la bottiglia di whisky è stato tolto dal tavolo. Al levarsi del sipario la fami­glia sta rientrando dalla sala da pranzo. Mary entra per la prima. Il marito segue; non le sta vicino come all'inizio del primo atto, evita di toccarla e di guardarla. Sul volto gli si legge la riprovazione, cui comincia ora ad aggiungersi un'antica, stanca rassegnazione. Jamie e Edmund seguono il padre. Il volto di Jamie è indurito in una disperata espressione di cinismo; Edmund ha un'aria profondamente angosciata. Mary è di nuovo in uno sta­to di tremendo nervosismo, come se lo sforzo di stare a tavola con gli altri per tutta la durata del pasto sia stato troppo per le sue forze. E nondimeno, in contrasto, nella sua espressione è aumentato quello strano distacco che sembra allontanarla dagli affanni che l'angustiano. Sta parlando: un diluvio di parole a caso, parole di un'ordi­naria conversazione familiare. Appare indifferente al fatto che gli altri non sembrano badare a quello che dice più di quanto non vi badi ella stessa. Mentre parla, si mette a sinistra del tavolo e rimane lì, toccandosi con una mano il vestito e con l'altra tamburellando sul tavolo. Tyrone accende un sigaro, va alla porta e guarda fuori. Jamie riempie la pipa prendendo il tabacco da un barattolo sullo scaffale in fondo. Accende e si accosta alla finestra. Edmund siede vicino al tavolo, voltando in parte le spalle alla madre, in modo da non doverla guardare.

MARY       Non serve a nulla rimproverare Bridget, non ascolta. Né posso minacciarla, perché lei

                  minaccia di andarsene. E certe volte fa del suo meglio; da come cucina è difficile capire se

                  ha fatto del suo meglio o del suo peg­gio. (Ha un risolino divertito; poi, indifferente)

                  Non si può pretendere che Bridget o Cathleen si comportino come se questa fosse una

                  casa; lo sanno quanto noi che non lo è e non lo sarà mai.

TYRONE  (con amarezza, senza voltarsi) No, non lo sarà mai più; ma lo era una volta, prima che tu...

MARY      (con un atteggiamento di resistenza e di op­posizione) Prima che io, cosa? (Segue un silenzio

                  mortale, e lei riprende con tono distaccato) No, no. Qualunque cosa tu intenda, non è vero,

                  caro. Non è mai stata una casa. Tu hai sempre preferito il circolo o il bar. In una vera casa

                  non ci si sente mai soli; dimentichi che io so per esperienza che cos'è una casa.

                  Ne ho lasciata una per sposarti... la casa di mio padre.

Un'altra pausa di greve silenzio. Poi squilla il telefono nell'in­gresso e tutti s'irrigidiscono.

TYRONE   (in fretta)  Rispondo io. McGuire ha detto che mi avreb­be telefonato.

MARY       (con indifferenza)  McGuire. Avrà un altro lotto di ter­reno che non riesce a vendere a

                   nessun altro. Non m'importa più, ormai, ma ho sempre avuto l'impressione che vostro

                   padre era sempre in grado di comprare altra terra, ma mai una casa. (S'interrompe per

                   ascoltare, udendo la voce del ma­rito che risponde al telefono).

TYRONE   Pronto. (Con forzata cordialità) Oh, come va, dottore? (Jamie va verso la finestra. Mary

                  muove le dita più in fretta sul piano del tavolo. Nonostante che cerchi di nasconderlo

                  s'intuisce, dal tono di Tyrone, che sta ricevendo cattive notizie). Capi­sco... (In fretta) Ecco,

                  gli spieghi tutto oggi pomeriggio quando verrà da lei. Passerò un momento io stesso, e ne

                   riparle­remo. Arrivederci, dottore,

EDMUND (con voce sorda)  Non hanno l'aria di esser buone no­tizie.

Jamie guarda Edmund con compassione, poi si volta di nuovo verso la finestra. Il volto di Mary rivela il terrore, mentre le sue mani si agitano disperatamente. Tyrone si rivolge a Edmund con un evidente sforzo di apparire naturale.

TYRONE   Era il dottor Hardy. Vuole che tu vada da lui oggi alle quattro.

EDMUND  (con voce sorda)  Che cos'ha detto? Non che me ne im­porti più un accidente, ormai...

MARY       (esclama eccitata)  Non gli crederei neppure se giurasse su cento Bibbie. Non devi far

                   caso a quello che ti dirà, Edmund; qualunque cosa sia!

TYRONE   (aspro)  Mary!

MARY       (sempre più eccitata)  Oh, lo sappiamo tutti perché ti è simpatico: perché costa poco!

                  Ma per favore non ve­nire a raccontarla a me! Lo conosco bene, il dottor Hardy. E’ uno

                  sciocco ignorante! Dovrebbero proibirgli di esercitare! Non ha la minima idea... Quando

                  uno è quasi impazzito dal tormento, lui se ne sta lì seduto a tenerti la mano e a farti delle

                  prediche sulla forza di volontà! (Il viso le si contrae in un'espressione d'intensa sofferenza,

                  al ricordo. Per un momento abbandona ogni cautela e continua, con odio) Ti umilia

                  deliberatamente! Ti costringe a pregare, a supplicare! Ti tratta come un criminale!

                  E’ proprio un degno collega di quel ciarlatano da quattro soldi che mi somministrò per la

                  prima volta quella medicina... senza che io sapessi che cos'era, e quando me ne accorsi era

                  troppo tardi! (Appassionatamente) Odio i dottori ! Venderebbero l'anima per i soldi! E quel

                  che è peggio è che non lo sai fino a quando, un bel giorno, ti ritrovi all'inferno!

EDMUND  Mamma, per amor di Dio, non dire più niente!

TYRONE   (scosso)  Sì Mary, non è il momento.

MARY       (d'un tratto si confonde, e balbetta)  Io... perdonami, ca­ro. Hai ragione. Non serve a nulla

                   arrabbiarsi. (C'è un altro pesante silenzio. Quando riprende a parlare, ha di nuovo

                   un'espressione serena, e in tutto il suo modo di fare è tornato quel misterioso distacco).

                  Vado di sopra un momento, scusatemi. Devo aggiustarmi i capelli... (con un  sorriso) se

                   riesco a trovare gli occhiali... Torno subito.

TYRONE   (mentre lei esce, con tono di preghiera e di biasimo) Mary!

MARY       (voltandosi a fissarlo, tranquilla)  Sì, caro? Che c'è?

TYRONE   (sfiduciato)  Niente.

MARY       (con uno strano sorriso di scherno)  Puoi salire a sor­vegliarmi, se sei così sospettoso.

TYRONE   Come se servisse a qualcosa! Rimanderesti soltanto. E io non sono il tuo carceriere.

                  Questa non è una prigione.

MARY       Lo so che tu la consideri una casa. (Poi, subito, in tono vagamente contrito) Scusami, caro.

                  Non volevo dire una cattiveria. Non è colpa tua. (Esce).

I tre restano in silenzio, come se aspettassero che lei arrivi di sopra per parlare.

JAMIE        (cinico e brutale)  Un'altra dose nel braccio!

EDMUND  (con ira)  Smettila di parlare così!

TYRONE   Sì! Tieni a posto la tua lingua velenosa! Non hai un po’ di pietà? (Incollerito) Dovrei

                   sbatterti fuori a calci!

JAMIE      (una smorfia di dolore gli attraversa il viso) Non ho pietà, dici? Ho tutta la pietà di questo

                  mondo, per lei. Capisco la lotta che deve sostenere molto più di te! Espri­mevo solo quello

                  che sappiamo tutti, e a cui dobbiamo di nuovo abituarci. (Con amarezza) La verità è che

                  non ci sono cure e che siamo stati sciocchi a sperare. (Con cinismo) Non si torna indietro!

EDMUND (parodiando con sprezzo il cinismo del fratello) Non si torna indietro! E’ tutto calcolato!

                  E’ tutto un imbroglio! Sia­mo tutti dei falliti e dei parassiti e non concludiamo nulla!

                  (Sdegnoso) Per Cristo, se la pensassi come te...

TYRONE  Ma smettetela, tutti e due! C'è poco da scegliere, fra la filosofia che tu hai imparato dagli

                  oziosi di Broadway, e quella che Edmund ha ricavato dai suoi libri. Sono entrambe bacate.

                  Avete respinto la fede in cui siete nati e cresciuti: l'unica vera fede, quella della Chiesa

                  cattolica... e questa è stata la vostra rovina!

I figli lo guardano con disprezzo. Dimenticano la loro contesa e sono uniti contro di lui su  questo punto.

EDMUND  Questa sì che è una sciocchezza, papa'!

JAMIE        Noi almeno, non fingiamo. (Ironico) Non mi sono accorto che tu hai consumato le

                   ginocchia a forza di an­dare a messa.

TYRONE   E’ vero, non sono un buon praticante, Dio mi per­doni! Ma credo! (Con ira) E tu sei un

                   bugiardo! Non andrò in chiesa, ma tutte le mattine e tutte le sere della mia vita mi

                   inginocchio e prego!

EDMUND  (mordace)  Hai pregato per la mamma?

TYRONE   Sì. Ho pregato Dio tutti questi anni per lei.

EDMUND  Allora Nietzsche deve aver ragione. (Citando da « Cosi parlò Zarathustra ») « Dio è

                   morto: di pietà per l'uomo Dio è morto».

TYRONE   (ignorandolo)  Se vostra madre avesse pregato anche lei... Non ha rinnegato la sua fede,

                   l'ha dimenticata, e ora non le è rimasta la forza morale sufficiente per combattere la

                   sua maledizione. (Poi, con cupa rassegnazione, amaramente) Rimpiango solo d'aver

                   sperato che  questa volta.... Dio mio, non spererò mai più!

EDMUND  Questa è un'infamia, papà! (Con sfida) Io spero! Ha appena ricominciato. Non è

                   possibile che sia già tornata ad es­serne schiava. Può ancora fermarsi. Vado a parlarle.

                   (Con amarezza, mentre esce) Farò tanto rumore che non sospetterà che sia andato per

                   spiarla. (Esce dal salotto e lo si sente salire pesantemente le scale).

JAMIE       (dopo una pausa)  Che cos'ha detto il dottor Hardy del ragazzo?

TYRONE   (con voce sorda)  Avevi ragione tu. E’ tisico.

JAMIE       Maledizione!

TYRONE   Non c'è dubbio possibile, ha detto.

JAMIE       Dovrà andare in sanatorio?

TYRONE   Sì, e più presto è, meglio è. Assicura che tra sei mesi, massimo un anno, sarà guarito, se

                  seguirà le prescrizioni. (Sospira, con tristezza e risen­timento)  Non avrei mai creduto che

                  un mio figliolo...

JAMIE       E dove vuole mandarlo Hardy?

TYRONE  Vado da lui per parlare di questo.

JAMIE       Allora, per amor del cielo, scegli un bel posto e non una pattumiera da pochi soldi!

TYRONE   (punto)  Lo manderò dove Hardy mi consiglierà!

JAMIE       E non recitare davanti a Hardy la tua solita filastrocca di tasse e di ipoteche.

TYRONE   Non sono un milionario da potermi permettere di gettar via il denaro! Perché non dovrei

                  dire a Hardy come stanno le cose?

JAMIE       Perché penserà che tu vuoi che ti consigli una fogna.

TYRONE   (furioso)  Non mettere il naso nei miei affari!

JAMIE       Sono affari di Edmund, questi! Quello che temo è che, da buon irlandese delle paludi, tu

                  pensi che la tisi sia fatale, e che perciò sia tutto denaro sprecato.

TYRONE   Niente affatto!

JAMIE       Benissimo. Dimostra che non è così! E’ proprio quello che voglio. Ne ho parlato apposta.

TYRONE  (ancora adirato)  Ho tutte le speranze che Edmund gua­risca. E tu lascia stare l'Irlanda, con

                  la tua lingua velenosa!

JAMIE       (seccamente, alzando le spalle) Bene, ho detto quello che avevo da dire. Adesso fai tu.

                  (Bruscamente) Oggi pomeriggio sarà meglio che io vada in città con Edmund. La cattiva

                  notizia, dopo quello che è successo alla mamma, po­trebbe abbatterlo troppo.

TYRONE   (dimenticando la lite)  Sì, va' con lui, Jamie. Cerca di tenerlo sù, se puoi. (Aggiunge

                   caustico) Senza approfittarne per ubriacarti, se ti riesce!

JAMIE      E con quali soldi? Ho sentito dire che per bere bisogna pagare, non regalano niente.

                  (Si avvia verso il salotto) Vado a vestirmi.(Esce)

Tyrone beve un altro sorso, mentre si chiude il sipario.

ATTO TERZO

Quadro primo. La stessa scena degli atti precedenti. Sono circa le sei e mezzo di sera. La stanza è invasa da un precoce crepuscolo dovuto alla nebbia che è salita dallo stretto, e che fa come una tenda bianca fuori delle finestre. La sirena suona a intervalli regolari, un lugubre gemito, come di una balena con le doglie. Sul tavolo è posato il vassoio con la bottiglia di whisky, i bic­chieri e la brocca d'acqua gelata, come nell'atto precedente, prima di colazione. Sono in scena Mary e la cameriera Cathleen. Quest'ultima è in piedi, a sinistra del tavolo. Tiene in mano un bicchiere vuoto, come si fosse dimenticata di averlo. Mostra gli effetti dell'al­cool; sul suo volto sciocco e bonario c'è un sorriso soddi­sfatto. Mary è più pallida di prima e gli occhi le brillano di una viva­cità artificiale. Lo strano distacco del suo modo di fare si è accentuato. Si è ritirata ancor di più in se stessa e ha trovato rifugio e sollievo in un sogno in cui la realtà attuale non è che un'apparenza da accettare o respingere senza partecipazione, magari con cinismo, oppure ignorare del tutto. A momenti ha un che di stranamente gaio, sciolto e giovanile, come se in spirito fosse tornata ad essere l'ingenua, felice, chiacchie­rina educanda di un tempo. Indossa l'abito che ha messo per andare in città, un modello di linea semplice, piuttosto ele­gante. I capelli non sono più meticolosamente ravviati, ma leggermente scomposti. Parla a Cathleen familiarmente, come se la domestica fosse una vec­chia, intima amica. Al levar del sipario, è in piedi accanto alla porta e guarda fuori. Si sente l'ululato della sirena.

MARY           (infantilmente divertita)  Questa sirena! Non è orribile, Cathleen?

CATHLEEN  (parla con maggiore familiarità del solito, ma mai con impertinenza, poiché e'

                      sinceramente affezionata alla padrona) Proprio, signora! Sembra un'anima dannata.

MARY          (continua, come non avesse udito. Per quasi tutto il dialogo che segue si ha

                      l'impressione ch'ella trattenga Cathleen soltanto per avere un pretesto per parlare)

                      Non me ne importa, que­sta sera. La notte scorsa mi ha fatto impazzire. Sono rimasta

                      sveglia a tormentarmi finché non ho più potuto sopportarlo.

CATHLEEN  E’ una dannazione, questa nebbia. Avevo una paura terribile mentre tornavamo dalla

                      città; credevo che quello scim­mione di Smythe ci avrebbe fatte finire in un fosso o

                      contro un albero. Non riuscivo neppure a vedere la mia mano. Ero contenta che mi

                      avesse fatta sedere dietro, con lei, signora ; se fossi stata davanti, con quello scimmione

                      che non tiene mai le mani a posto... Appena gli riesce di pizzicarmi una gamba o “dove

                      so io”... mi scusi signora, ma è la pura verità. Non m'importerebbe tanto se Smythe

                      fosse un bell'uomo, elegante, come certi autisti che conosco... voglio dire, se si trattasse

                      di scherzare un po', perché io sono una ragazza come si deve. Ma un mostriciattolo

                      come Smythe...! Gliel'ho detto: mi devi credere proprio a mal partito per dar retta a uno

                      scimmione come te! L'ho avvertito, una volta o l'altra gli do uno schiaffone che gli

                      cambio i connotati. Sul serio!

MARY          (sognante)  Non è per la nebbia, Cathleen... Mi piace, la nebbia. Vorrei che fosse sempre

                      così. Si fa già scuro. Sarà presto notte, grazie a Dio. (Si volta e, in tono vago)  E’ stato

                      gentile da parte tua farmi compagnia, Cathleen. Sarebbe stato triste andare in città da

                      sola.

CATHLEEN  Oh, preferisco andare in giro in una bella automo­bile che star qui ad ascoltare tutte le

                      bugie che Bridget mi rac­conta sui suoi parenti. E’ stata come una vacanza, signora.

                     (S'in­terrompe, poi, scioccamente) C'è stata solo una cosa che non mi è piaciuta.

MARY          (vagamente)  Che cosa, Cathleen?

CATHLEEN  Il modo in cui il farmacista mi ha trattata quando gli ho dato la ricetta. (Con sdegno)

                      Che sfacciato!

MARY          (con ostinata incomprensione)  Di che cosa stai parlando? Che farmacia? Che ricetta?

                      (Poi in fretta, mentre Cathleen la fissa sbalordita) Oh, certo, avevo dimenticato. La

                      medicina per il reumatismo alle mani. Che cos'ha detto, quell'uomo? (con indifferenza)

                      Non che abbia importanza, visto che ti ha dato la medicina.

CATHLEEN  Importa a me, però! Non sono abituata a essere trat­tata come una ladra. Mi ha dato una

                      lunga occhiata e poi, con tono insolente, mi fa: “Dove l'hai presa questa ricetta? “ E io :

                      “Non sono affari suoi, ma se vuoi saperlo è per la signora da cui lavoro, la signora

                      Tyrone, che aspetta fuori in automo­bile”. Questo gli ha chiuso la bocca. Ha dato uno

                      sguardo fuori e ha fatto “Oh! “, poi  è andato a prendere la medicina.

MARY           (vagamente)  Sì, mi conosce. (Si siede a destra del tavolo. In tono calmo, distaccato,

                       aggiunge) Ne ho bisogno, perché non c'è nient'altro che possa calmarmi il dolore alle

                       mani. (Solleva le mani e le guarda con melanconica simpatia. Ora non le tremano)

                       Povere mani! Non lo cre­deresti, ma una volta erano una delle mie bellezze, con i capelli

                       e gli occhi; e avevo anche un bel personale. (La voce si fa sempre  più sognante)

                       Erano mani da pianista. Mi pia­ceva suonare il pianoforte. Studiavo tanto la musica,

                       in colle­gio, se si può chiamare studio far qualcosa che piace. Madre Elisabetta e la

                       maestra di musica dicevano che avevo più ta­lento di qualunque altra allieva da quando

                       esisteva il collegio. (S'interrompe; si fissa le mani con disgusto)

                       Guarda, Cath­leen, come sono brutte ora! Così storpiate e deformi! Si direbbe che

                       abbiano subìto qualche orribile incidente! (Con uno strano risolino) E così è, a pensarci

                       bene. (D'un tratto mette le mani dietro la schiena) Non voglio guardarle. Sono anche

                       peggio del­la sirena, per farmi ricordare... (Poi, in un tono risoluto, di sfida) Ma neppure

                       loro possono farmi del male, adesso.(Ri­porta le mani davanti a sé e le fissa

                       deliberatamente, con cal­ma) Sono lontane. Le vedo, ma il dolore è scomparso.

CATHLEEN  (imbambolata)  Ha preso quella medicina, signora? La fa diventare strana: se non la

                       conoscessi, penserei che ha bevuto un po'.

MARY           (sognante)  Uccide il dolore. Si va indietro, indietro, fin­ché alla fine si è fuori dalla sua

                       portata. Solo il lontano passato di quando si era felici, è reale. (S'interrompe; poi, come

                       se queste parole le avessero evocato la felicità, tutto il suo modo di fare e la sua

                       espressione mutano. Appare più gio­vane. Ha qualcosa dell'ingenua educanda di un

                       tempo, e sor­ride timidamente) Se il signor Tyrone ti sembra bello adesso, avresti

                       dovuto vederlo quando lo incontrai io per la prima volta. Aveva fama di essere uno

                       degli uomini più belli d'America. Le ragazze del collegio che l'avevano visto a tea­tro,

                       in fotografia, erano pazze di lui. Era il grande idolo delle scene; le donne aspettavano

                       all'uscita solo per vederlo passare. Puoi immaginarti com'ero eccitata quando mio padre 

                       mi scrisse che aveva fatto amicizia con James Tyrone, e che l'avrei cono­sciuto quando

                       fossi andata a casa per le vacanze di Pasqua. Mo­strai la lettera a tutte le mie compagne.

                      Come m'invidiarono! Per prima cosa mio padre mi condusse a vederlo recitare. Non

                       potevo staccare gli occhi da lui. Piansi dalla commozione, e poi mi arrabbiai al pensiero

                      d'essermi fat­ta venire il naso rosso e gli occhi gonfi. Mio padre disse che saremmo

                      andati nel suo camerino dopo la rappresentazione, e così facemmo. (Con un timido

                       risolino eccitato). Ero così con­fusa che non seppi far altro che balbettare e arrossire;

                       ma lui non parve considerarmi una sciocca. Gli piacqui fin dal primo momento.Ero

                       davvero molto ca­rina, a quei tempi, Cathleen. E lui era più bello dei miei sogni più

                       pazzi, con il trucco e il costume da nobile che gli stava così bene. Era diverso dagli

                       uomini comuni, come se appartenesse ad un altro mondo. E nel tempo stesso così

                       semplice, gentile, modesto, per niente vanitoso o superbo. M'innamorai subito.

                       Dimenticai tutti i progetti di farmi monaca o di diventare concertista. Non ebbi altro

                       desi­derio che diventare sua moglie.(s’interrompe, fissando davanti a sé con occhi

                       sognanti e un sorriso estatico, tenero, fanciullesco) Trentasei anni fa, ma vedo tutto

                       come se fosse adesso. Ci siamo sempre amati, da allora. E in tutti questi tren­tasei anni

                       non c’è mai stato neppure un pettegolezzo su di lui; voglio dire, con altre donne.

                       Mai da quando mi ha incontrata. Ciò mi ha reso molto felice, Cathleen, mi ha fatto

                       perdonare tante altre cose.

CATHLEEN   (sentimentalmente)  E’ un bra­vo signore, e lei è una donna fortunata. (Poi, inquieta)

                       Posso portare da bere a Bridget, signora? Dev'essere quasi ora di cena, e dovrei essere 

                       in cucina ad aiutarla. Se non le do qual­cosa per calmarle i nervi, m'inseguirà con

                       l'accetta.

MARY           (vagamente esasperata per essere stata strappata al suo so­gno)  Sì, sì, va'. Non ho più

                       bisogno di te.

CATHLEEN   (sollevata)  Grazie, signora. (Versa un bel po' di whi­sky in un bicchiere e si dirige

                       verso lo stanzino) Non resterà sola per molto. Il padrone e i ragazzi...

MARY           (impaziente)  No, no, non verranno. Di' a Bridget di non aspettare. Puoi servire

                       puntualmente alle sei e mezzo. Non ho fame, ma mi metterò a tavola, e anche questa

                       sarà una cosa fatta.

CATHLEEN   Dovrebbe mangiare qualcosa, signora. E’ una strana medicina, se le toglie l'appetito.

MARY           (che si è di nuovo abbandonata ai suoi sogni, ribatte mecca­nicamente) Che medicina?

                       Non so che cosa vuoi dire. (Con­gedandola) E’ meglio che porti da bere a Bridget.

CATHLEEN   Sì, signora. (Esce).

Mary aspetta finché sente richiudersi dietro di lei la porta della stanza che dà in cucina; poi torna ad abbandonarsi alle sue fan­tasticherie fissando vacuamente dinanzi a sé, le braccia abban­donate sui braccioli della poltrona e le mani dalle lunghe dita deformate perfettamente calme. La stanza si va oscurando. V'è una pausa di silenzio assoluto. Poi da fuori giunge il melanco­nico lamento della sirena. Mary non dà alcun segno d'aver udito, ma le mani le si contraggono automaticamente per un attimo. Poi aggrotta la fronte e scuote meccanicamente il capo. D'un tratto perde ogni espressione fanciullesca, ed è soltanto  una donna che invecchia, cinica e triste.

MARY            (con amarezza)  Sono una sciocca sentimentale. Che c'è di così meraviglioso nel primo

                       incontro fra una stupida scolaretta e un idolo dei matinees? Ero molto più felice prima

                       di sapere della sua esistenza, là al convento, dove pregavo la Beata Ver­gine. (Con

                       intenso desiderio) Potessi solo ritrovare la mia fede perduta, da poter di nuovo

                       pregare! (S'interrompe; poi inco­mincia a recitare l' Ave Maria con voce priva di

                       calore e di espressione) ”Ave Maria, piena di grazia! Il Signore è teco, tu sei benedetta

                       fra le donne..” (Con scherno) Pensi che la Beata Vergine si lasci ingannare da una

                       bugiarda morfinomane che recita delle parole? Non puoi nasconderti a Lei! (Balza in

                       piedi, portandosi le mani ai  capelli) Devo andare di sopra. Non ne ho preso

                       abbastanza. Quando si ricomincia, non si sa mai esatta­mente quanto occorre

                       prenderne.(S'in­terrompe, poi, con desiderio) Spero, a volte, di prenderne una dose

                       eccessiva, senza volerlo. (si alza) Non potrei mai farlo di propo­sito.(uscendo

                       lentamente) La Beata Vergine, questo, non me lo perdonerebbe.

Fine primo quadro

Secondo quadro. La stessa scena degli atti precedenti. E’ quasi mezzanotte. Nella stanza è accesa soltanto la lampada da tavolo. Fuori la parete di nebbia appare ancora più densa. Al levar del sipario, si ode la sirena della nebbia. Tyrone è seduto accanto al tavolo. Ha inforcato gli occhiali e sta facendo un solitario. Ha indosso una vecchia vestaglia scura. La bottiglia di whisky è vuota per tre quarti; sul tavolo c'è un'altra bottiglia piena. E’ ubriaco e lo si vede dal modo deciso e solenne con cui esamina ogni carta per accertarsi di quale si tratti, e dall'incer­tezza con la quale dispone le carte come non sapendo bene che cosa farne. Ha gli occhi appannati e la bocca cascante. Ma nono-stante tutto il whisky che ha bevuto, non è riuscito a evadere dai suoi pensieri, e mantiene l'aspetto di

un vecchio triste, sconfitto, disperatamente rassegnato. Racco­glie le carte e le mescola con difficoltà, lasciandone cadere due per terra. Le ricupera faticosamente e ricomincia a mescolare, quando sente entrare qualcuno dalla porta principale. Guarda al di sopra degli occhiali, oltre il salotto.

TYRONE  (con voce da ubriaco) Chi è? Sei tu, Edmund? (Edmund risponde laconicamente:” Si”.

                  Poi il ragazzo urta qualcosa, nel buio, e lo si sente imprecare. Dopo un mo­mento si

                  accende la luce nell'ingresso. Tyrone si acciglia e gri­da) Spegni quella luce prima di

                  venire! (Ma Edmund non la spegne. Entra; è ubriaco anche lui, ma anche lui  sopporta

                  bene l'alcool, cosicché lo si capisce soltanto da una certa aggressività nei modi. Tyrone

                  parla dapprima in tono di calorosa accoglienza e con un senso di sol­lievo) Sono

                  contento che tusia venuto, ragazzo mio. Mi sen­tivo maledettamente solo. (Poi, con

                  risentimento) Sei un bel tipo a squagliartela così, piantandomi qui solo per tutta la se­rata...

                  (Con brusca irritazione) Ti ho detto di spe­gnere quella luce! Non diamo mica un ballo!

                  Non c'è ragione di illuminare tutta la casa a quest'ora di notte, bruciando solo del denaro!

EDMUND (irato)Tutta la casa! Una lampadina! Al diavolo, tutti tengono una luce accesa nell'ingresso

                  finché non vanno a letto. (Strofinandosi un ginocchio) Mi sono quasi rotto un ginocchio

                  contro l' attaccapanni.

TYRONE  La luce di qui arriva fin nell'ingresso. Avresti visto be­nissimo se non fossi ubriaco, come

                  quel vaga­bondo di tuo fratello. A proposito, dov'è?

EDMUND  Come vuoi che lo sappia!

TYRONE   Credevo che fossi tornato in città a cercarlo.

EDMUND  No. Ho fatto due passi fino al mare. Non l'ho più visto da oggi pomeriggio.

TYRONE   Be', se sei stato così sciocco da dividere con lui i soldi che t'avevo dato...

EDMUND  Certo che li ho divisi. Lui fa sempre così con me, quando ne ha.

TYRONE   Allora non occorre un indovino per sapere che con ogni probabilità è in un bordello.

EDMUND  E con questo? Perché no?

TYRONE   (sprezzante)  Perché no, infatti? E il posto adatto a lui.

EDMUND  Oh, per amor del cielo, papà! Se cominci con questi di­scorsi, me ne vado. (Fa per alzarsi).

TYRONE   (conciliante)  Va bene, va bene, la smetto. Dio sa se non è un argomento che mi dispiace

                   quanto a te. Beviamo un bic­chiere?

EDMUND  Ah, questo sì che è parlare!

TYRONE   (gli passa la bottiglia)  Faccio male a offrirtene, sei già un bel po' avanti.

EDMUND  (se ne versa largamente e, con voce un po' spessa, da ubriaco)  Essere avanti non è

                   essere arrivato. (Restituisce la bottiglia).

TYRONE   Sì, è vero.(Ridacchia, e Edmund fa altrettanto. Poi sussulta, udendo un rumore di sopra;

                  con timore) Hai sentito? Sta girovagando. Speravo che fosse andata a letto.

EDMUND  Non ci pensare! Beviamo un altro bicchiere. (Prende la bottiglia, si versa da bere e torna

                  a posarla; poi, con forzata indifferenza, mentre il padre mesce a sua volta) Quando è

                  an­data a letto, la mamma?

TYRONE   Appena sei uscito tu. Non ha voluto cenare. Perché sei scappato?

EDMUND  Così. (Alza bruscamente il bicchiere) Be', alla tua.

TYRONE   (macchinalmente) Alla tua, ragazzo. (Bevono. Tyrone ascolta di nuovo i rumori di sopra)

                   Non sta ferma un momento. Purché non scenda.

EDMUND (cupo) Sì. A quest'ora sarà solo uno spettro che vive nel passato. (S'interrompe;  poi, con

                  desolazione) Ritorna a quando io non ero ancor nato...

TYRONE  E con me non fa lo stesso? Ritorna a quando non mi conosceva ancora. Si direbbe che i

                  soli giorni felici che abbia mai avuto furono quelli in casa di suo padre, o in collegio, a

                  pregare e suonare il piano. E l'idea di farsi suora ? Questa è la peggiore di tutte. Tua madre

                  era una delle più splendide ragazze che si siano mai viste, e lo sapeva. Era un po’ birichina

                  e civetta, dietro tutta la sua timidezza e i suoi rossori. Non era certo fatta per rinunciare al

                  mondo. Scoppiava di salute, di voglia di vivere e di amare.

EDMUND (senza badargli) Quando scopristi che si era data alla morfina, perché non la facesti curare            

                  subito, quando ancora era possibile?  No, avrebbe voluto dire tirar fuori dei soldi !

TYRONE  E’ una bugia! Come potevo saperlo? Che ne sapevo io della morfina? Passarono anni

                   prima che capissi di che si trattava. Ho speso mi­gliaia di dollari per le sue cure! Tutto

                  denaro sprecato. A che cosa è servito? Ha sempre ricominciato.

EDMUND  Perché non hai mai fatto nulla per aiutarla a gua­rire! Non le hai mai dato una casa, tranne

                  questa catapecchia in un posto che lei detesta; e ti sei anche rifiutato di spendere per

                  renderla decente. Intanto continui a comperare terreni, e a farti abbindolare dal primo

                  lestofante che t'incanta con qualche imbroglio! L'hai trascinata in giro, una stagione dopo

                  l'altra, mai due giorni nello stesso posto, senza nessuno con cui parlare, ad aspettare in

                  sudicie stanze d'albergo che tu tornassi ubriaco dopo la chiusura dei bar!

                   (Ora il viso gli s'indurisce, mentre fissa il padre con espres­sione di amara accusa)

                  E se la morfina si è impossessata di lei la colpa non è sua! E io so di chi è! E’tua! Della

                  tua maledetta avarizia! Se tu avessi chiamato un bravo medico quando lei stava male dopo

                  la mia nascita, non avrebbe mai saputo che esistesse la morfina! In­vece la mettesti nelle

                  mani di un mediconzolo d'albergo che non voleva ammettere la propria ignoranza, e scelse

                  la soluzione più facile, infischiandosi di quello che sarebbe capitato do­po! Tutto perché la

                  sua tariffa era bassa! Uno dei tuoi buoni affari! Gesù, quando ci penso mi viene da odiarti!

TYRONE  (urlando,offeso e incollerito)  Sta' zitto! Come osi parlare di una cosa di cui non sai niente?

EDMUND (con acuta amarezza)  Non prendermi in giro. E’ sempre stato il tuo principio guida,

                 quello di non sprecare denaro..

TYRONE  (con troppa veemenza)  E’ un’altra sporca bugia !

EDMUND (con più  acuta amarezza)  E allora, perché mi spedisci in una fattoria di stato ?

TYRONE  (con colpevole imbarazzo)  Che fattoria di stato?  E’ il sanatorio di Hilltown, e tutti e due

                  i me­dici hanno detto che era il posto migliore per te.

EDMUND (sarcastico)  Per la spesa, che è nulla o quasi. Non men­tire, papà! Sai benissimo che il

                  sanatorio di Hilltown è un sana­torio di stato! Jamie sospettava che avresti pianto miseria

                  da Hardy, e gli ha strappato la verità.

TYRONE   (infuriato)  Quel poltrone alcolizzato! Lo sbatterò fuori a calci! Ti ha sempre aizzato

                  contro di me, fin da quando eri piccolo!

EDMUND  Puoi negare che è vero, per quanto riguarda il sana­torio di stato?

TYRONE   Non sono vere le conseguenze che tu ne trai! Che importa se è di stato? Non c'è nulla di

                  male. Lo stato ha il denaro per attrezzare un sanatorio migliore di qualunque clinica

                  pri­vata. E perché non dovrei approfittarne? E’ mio diritto... e tuo.

EDMUND  Hardy e lo specialista sanno quanto sei ricco. Mi do­mando che cosa avranno pensato

                  di te quando ti hanno sentito piangere miseria, facendo capire che volevi ch'io fossi

                  curato per beneficenza!

TYRONE   Non è vero! Tutto quello che ho detto è che non potevo permettermi un sanatorio da

                  milionari perché tutto il mio de­naro è in terreni che non rendono niente. E la verità!

EDMUND E poi sei andato al circolo, per incontrarti con McGuire e farti rifilare un altro terreno

                  senza nessun valore! (Tyrone fa per ribattere). Non dire di no! Abbiamo trovato McGuire

                  nel bar dell'albergo dopo che tu eri andato via. Jamie si è messo a scherzare e gli ha

                  chiesto se avevi abboccato all’ amo ; lui ha strizzato l'occhio e si è messo a ridere!

TYRONE  E’ un bugiardo, se ha detto...

EDMUND  Non negarlo! (Con maggiore violenza) Dio del cielo, questo tuo ultimo numero passa i

                  limiti! Mi fai venir voglia di vomitare! Non per il modo schifoso in cui mi tratti. Al diavolo!

                  Anch'io ti ho trattato in modo schifoso più di una volta! Ma è pensare che perfino di fronte

                  a tuo figlio tisico ti mosti davanti a tutta la città un maledetto spilor­cio! Non sai che Hardy

                  parlerà e tuttta la città verrà a saperlo? Gesù! Papà, non hai né orgoglio né pudore?

                  (Esplodendo con ira) E non credere che la cosa finisca così! Non an­drò in nessun

                  maledetto sanatorio di stato per farti risparmiare qualche sporco dollaro per comperarci

                 dell'altra terra sterile! (La voce gli trema di rabbia e si fa rauca, poi è colto da un accesso

                  di tosse).

TYRONE   (è rimasto come annichilito nella sua poltrona, più contrito che adirato. Balbetta)

                  Calmati! Non parlarmi così! Sei ubriaco! Smettila di tossire, figliolo. Ti sei agitato per

                  nulla. Chi ti ha detto che devi andare proprio a Hilltown? Puoi andare dovunque vuoi, non

                  m'importa nulla della spesa. La sola cosa che m'interessa è che tu guarisca. (Edmund

                   finisce di tossire. Ha un'aria spossata. Il padre lo fis­sa spaventato) Hai l'aria giù, ragazzo

                  mio; prendi un corrobo­rante.

Una pausa. Poi entrambi sobbalzano all'udire un rumore, di fuori, come se qualcuno fosse incespi­cato e caduto sugli scalini. Edmund sogghigna.

 

EDMUND  A quanto pare, è il ritorno del fratello lontano. Deve aver preso una sbornia formidabile.

TYRONE   (accigliandosi)  Quel vagabondo! (Si alza) Portalo a letto, Edmund. Io esco. Ha una

                  lingua di vipera quando è ubriaco. Mi arrabbierei soltanto. (Esce)

Edmund osserva divertito il fratello che attraversa barcollando il salotto. Jamie entra, molto ubriaco e male in gambe. Ha gli occhi vitrei, la faccia gonfia, la lingua impastata, la bocca ca­scante e piegata in un ghigno.

JAMIE       Olà! Olà!

EDMUND  (aspro)  Non fare baccano!

JAMIE       (lo guarda, strizzando gli occhi)  Oh ciao, ragazzino. (Se­rissimo) Sono pieno come una

                  spugna.

EDMUND (seccamente)  Grazie per avermi rivelato questo grande segreto.

JAMIE       (con un ghigno sciocco)  Sì, informazione superflua. (Si china a spolverarsi le ginocchia)

                  Ho avu­to un grave incidente. Gli scalini dell'ingresso hanno approfittato della nebbia per

                  tendermi un agguato. Bisognerebbe metterci un faro. Buio anche qui. (Torvo) Cos'è,

                  l'obitorio? Facciamo un po' di luce sull'ar­gomento. (Brancolando, riesce ad accendere il

                  lampa­dario) Così va meglio. All'inferno il vecchio spilorcio... dov’è ?

EDMUND  Fuori, nell'atrio.

JAMIE       (Gli cade lo sguardo sulla bottiglia di whisky piena) Ehi, dico! Ho il delirium tremens?

                  (Allunga una mano incerta e l'af­ferra) Perdio, è vera. Che è successo al Vecchio, stasera?

                  Non deve essere in sé per dimenticarla così. “Cogli l'occasione per il ciuffo”ecco la chiave

                  del mio successo. (Si versa una bella dose).

EDMUND  Sei già cotto. Quello ti finirà

JAMIE       Saggezza sulle labbra degli infanti. Risparmiatela, ragaz­zino. (Si siede, facendo atten­zione

                   al bicchiere).

EDMUND  Fa' pure. Cadi secco, se vuoi.

JAMIE       Non ci riesco, questo è il guaio. (Beve).

EDMUND  Allungami la bottiglia. Ne berrò uno anch'io.

JAMIE       (con improvvisa sollecitudine da fratello maggiore, affer­rando la bottiglia) No, non

                  finché ci sono io. Ricorda quello che ha detto il medico. Può darsi che a nessun altro

                  importi che tu viva o muoia, ma a me importa. Il mio fratellino. (Tenendo stretta la

                  bottiglia) Così niente di questa roba per te, se io pos­so impedirlo.

EDMUND (irritato)  Oh, da' qui!

JAMIE       (offeso, con viso indurito)  Non credi che m'importi, eh? Pensi che siano solo discorsi

                  da ubriaco...? (Spinge la bottiglia verso di lui) Va bene. Bevi fino a crepare.

EDMUND  (vedendo che è offeso, con affetto) Lo so che sei sin­cero Jamie, e smetterò di bere. Ma

                  questa sera non conta. Oggi sono successe troppe cose. (Si versa da bere) Alla tua. (Beve)

JAMIE       (momentaneamente lucido, con commiserazione)  Lo so, ragazzo. E’ stato un giorno

                  terribile per te. (Poi, con sardonico cinismo) Scommetto che il vecchio Gaspare non ha

                  alzato un dito per impedirti di bere. Probabilmente te ne darà una cas­setta da portarti in quel

                  sanatorio per malati poveri. Più presto tiri le cuoia, meno spese ci sono. (Con odio

                   sprezzante) Che ba­stardo di padre!

EDMUND  (difendendolo, con violenza)  Piantala!

JAMIE        (con tono di scherno crudele)  Dov'è la pazza? Dorme?

Edmund ha uno scatto come fosse stato colpito. Segue un silenzio pesante. Edmund prende

un'aria abbattuta e sofferente; poi, in un impeto di collera, balza in piedi.

EDMUND  Sporco bastardo! (Dà un pugno in faccia al fratello, colpendolo di striscio).

Per un momento Jamie reagisce e si alza per ricambiare il colpo, ma improvvisamente riacquista la lucidità e si rende conto di quello che ha detto; inorridito, ripiomba a sedere.

JAMIE      (affranto)  Grazie, ragazzo. Me lo sono proprio meritato. Non so che cosa mi è successo...

                  era l'alcool che parlava in me... tu mi conosci, Edmund.

EDMUND  (placandosi)  Lo so che non l'avresti mai detto ma, Dio mio, Jamie, per quanto ubriaco

                   tu possa essere, non è scu­sabile! (S'interrompe, desolato) Mi dispiace per quel pugno.

JAMIE       (con voce roca)  Non importa. Hai fatto bene. E’ la mia lurida linguaccia. Dovrei

                     tagliarmela. (Si nasconde il volto fra le mani e, cupamente) Dev’essere perché mi sento a

                  terra : questa volta  mamma mi ha deluso. Credevo davvero che ci sarebbe riuscita.

                  (La voce gli trema) Non riesco a perdonarla... era troppo importante per me. Avevo

                  cominciato a credere che, se riusciva lei, ce l'avrei fatta anch'io. (Comincia a singhiozzare,

                  e la cosa più orribile è che il suo pianto non ha niente del pianto dell'ubriaco).

EDMUND (anch'egli sull'orlo delle lacrime) Dio, forse che non lo so, quello che provi? Basta,

                  adesso, Jamie!

JAMIE       (frenando i singhiozzi) Non posso dimenticare la prima volta che la sorpresi con la siringa

                  in mano. Dio, non avevo mai pensato che una donna potesse drogarsi. (Pausa). E poi....

                  questa storia della tua tuber­colosi ha finito per buttarmi a terra. Noi siamo sempre stati più

                  che fratelli. Sei il solo amico che io abbia mai avuto. Ti vo­glio bene.

EDMUND (protendendosi a stringergli un braccio)  Lo so, Jamie.

JAMIE      (non piange più, toglie le mani dal viso e, con strana ama­rezza) Io ci bevo sopra. Tu no.

                  Devo sor­vegliarti. (Con un ebete sorriso d'affetto stringe la mano del fratello) Non

                  spaventarti con questa storia del sanatorio. Diavolo, lo supererai come niente. Sei mesi,

                  e starai benone. I medici sono un mucchio di imbroglioni. Scommetto che quel sanatorio di

                  stato è un mezzo di corruzione politica: i medici prendono un tanto per ogni paziente che

                  ci spediscono.

EDMUND (divertito)  Passi proprio ogni limite! Al Giudizio Universale andrai in giro a dire che è

                  tutto un trucco!

JAMIE      E avrò ragione. Passa una mancia al Giudice e sarai salvato; ma se sei al verde puoi andare

                  all'inferno! (Ride di que­sta bestemmia e anche Edmund non può fare a meno di ridere).

                  Riempi quindi la tua borsa di quattrini, èl'unica cosa. (Sarcastico) Il segreto del mio

                  successo! Guarda dove mi ha portato! (Lascia andare la mano di Edmund per versarsi un

                  gran bicchierone, che tracanna. Poi guarda il fra­tello con occhi annebbiati e affettuosi,

                  gli prende di nuovo la mano e incomincia a parlare, in tono da ubriaco, ma con una

                  strana, convincente sincerità) Ascolta, ragazzo, adesso tu an­drai via. Forse non avremo

                 un'altra occasione per parlare. O non sarò abbastanza ubriaco per dirti la verità. Così voglio

                  dirtela adesso. E’ una cosa che avrei dovuto dirti da tanto tempo...per il tuo bene.

                  (S'interrompe, lottando con se stesso. Edmund lo fissa, impressionato e inquieto. Jamie

                   prorompe) Non sono scemenze da ubriaco, e farai bene a prenderle sul serio. Voglio

                  metterti in guardia... contro di me. Mamma e papà hanno ragione. Ho avuto una pessima

                  influenza su di te e, quello che è peggio, l'ho fatto apposta.

EDMUND (a disagio)  Sta' zitto! Non voglio sentire...

JAMIE       Ah no, ragazzino! Devi ascoltare! L'ho fatto apposta, per fare di te un buono a nulla.

 O perlomeno, è stata una parte di me a farlo, una grossa parte di me, quella parte che è

                  morta da tanto tempo, che odia la vita. Quella storia di aprirti gli occhi perché tu imparassi

                  dai miei errori... Ci credevo io stesso certe volte, ma era un'ipocrisia. Faceva sembrare

                  interessanti i miei errori; ubriacarsi diventava una cosa pittoresca, e le put­tane affascinanti

                  vampiri, invece di quelle povere sciagurate sciattone che sono in realtà. Non desideravo che

                  tu riuscissi e mi facessi sfigu­rare ancora di più. Volevo che tu fallissi. Sono sempre stato

                  invidioso di te, il cocco di mamma, il benia­mino di papà! (Fissa Edmund con crescente

                   ostilità) Ed è stata la tua nascita che ha fatto sì che la mamma si desse agli stu­pefacenti.

                  Lo so che non è colpa tua ma Dio ti maledica, non posso fare a meno di odiarti!

EDMUND (quasi spaventato)  Jamie! Smettila! Sei impazzito!

JAMIE       Cerca di capire, ragazzo. Ti voglio bene più di quanto non ti odii. Corro il rischio di farmi

                  odiare da te... e tu sei tutto quello che mi re­sta. Quello che voglio spiegarti è che vorrei

                  vederti riuscire come nessun altro al mondo. Ma devi stare in guardia,  perché io farò di

                  tutto per farti fallire. Non posso farne a meno. Io odio me stesso, e devo vendicarmi su gli

                  altri... specialmente su di te. La parte morta di me spera che tu non guarisca. Forse è

                  persino contenta che la mamma sia ricaduta! La mia parte morta vuole aver compagnia,

                  non vuole esser l'unico ca­davere per casa! (Ride in modo crudele, torturato).

EDMUND  Gesù, Jamie! Sei davvero impazzito!

JAMIE        Pensaci, e vedrai che ho ragione. Pensaci quando sarai in sanatorio, lontano da me.

                   Convinciti che devi gettarmi a mare... farmi uscire dalla tua vita... considerarmi morto.

                   Dirai alla gente: ”Avevo un fratello, ma è morto”. E quando tor­nerai, sta' in guardia:

                   io sarò pronto a darti il benvenuto con i soliti discorsi da vecchio amico e a farti buon viso

                   ma, alla prima occasione, ti pugnalerò alla schiena.

EDMUND  Finiscila! Mi prenda un colpo se continuo ad ascol­tarti...

JAMJE       (come non l'avesse udito)  Però, non mi dimenticare... Ri­cordati che ti ho avvertito... per il

                  tuo bene. Riconoscilo, non c'è amore più grande di chi salva il proprio fratello da se stesso.

                  (Gli ciondola la testa) Questo è tutto. Mi sento meglio, adesso. Mi sono confessato. So

                  che mi darai l'assolu­zione. Tu capisci. Tu sei un ragazzo molto in gamba. E’ naturale: ti ho

                  fatto io. Così va', e guarisci. Non mi morire: sei tutto quello che ho. Dio ti benedica, capo!

                  (Piomba in un assopimento da ubriaco, senza addormentarsi completa­mente).

Edmund si nasconde il volto fra le mani, affranto. Tyrone en­tra senza far rumore dalla veranda, con la vestaglia bagnata di nebbia e il colletto rialzato. Ha un'espressione severa e disgu­stata, ma nel tempo stesso impietosita. Edmund non si accorge di lui.

TYRONE   (a bassa voce) Grazie a Dio s'è addormentato. (Edmund trasale e alza il capo).

                   Credevo che non avrebbe mai smesso.Sarà meglio la­sciarlo dormire, così smaltisce la

                   sbornia. (Edmund non ri­sponde. Tyrone lo guarda, poi continua) Ho sentito l'ultima

                   parte. (Edmund non da' segno di aver udito. Tyrone aggiunge, con commiserazione)

                   Non prendertela troppo, ragazzo mio. Gli piace farsi peg­giore di quello che è quando ha

                   bevuto troppo. Ti vuole bene, è l'unica cosa buona che gli resta. (Abbassa lo sguardo su

                  Ja­mie, con amara tristezza) Il mio primogenito, che speravo portasse il mio nome con

                  onore e dignità

EDMUND (affranto)  Sta' zitto, papà, per favore!

TYRONE  (si versa da bere) Un relitto! Un uomo finito. (Beve; poi, con voce stanca)  Non vedo l'ora

                  che lei vada a letto, così potrò andarci anch'io. (Mezzo addormentato) Sono stanco morto.

                  Non riesco più a star su tutta la notte, come facevo una volta. Sono vecchio... vecchio e

                  finito. (Sbadiglia) Penso che farò un pisolino. Perché non fai lo stesso anche tu, Edmund?

                  Farà passare il tempo, finché lei... (Gli si spegne la voce, gli si chiudono gli occhi,

                  il mento gli cade sul petto; comincia a respirare pesante­mente).

Edmund resta lì, teso. Ode un rumore e sussulta. Di colpo si alza in piedi con l'aria sgomenta di una persona braccata. Per un momento sembra che voglia fuggire, poi si rimette a sedere e aspetta, strin­gendo i braccioli della poltrona. D’un tratto si accendono tutte e cinque le lampadine del lampadario del salotto, e un momento dopo qualcuno incomincia a suonare il piano: è uno dei più facili valzer di Chopin, strimpellato da dita inesperte e malsi­cure, come di un principiante che lo provi per la prima volta. Tyrone si sveglia subito, spaventato, Jamie rialza la testa lentamente, e apre gli occhi. Per un momento ascoltano esterrefatti. Poi la musica s'interrompe di colpo com'era cominciata, e Mary appare sulla soglia. Indossa una vestaglia celeste sulla camicia da notte, e ai piedi ha graziose pantofoline coi pompon. E’ più pallida che mai, gli occhi paiono enormi e brillano come nere, lucide gem­me. La cosa che più impressiona è il ringiovanimento del volto: è una ma­schera marmorea di fanciullesca innocenza, la bocca è atteg­giata a un timido sorriso, i capelli bianchi sono raccolti in due trecce che le scendono sul petto. Sul braccio tiene negligente­mente, lasciandolo trascinare a terra, un antiquato abito da sposa di raso bianco, ornato di merletti. Si ferma esitante sulla soglia e guarda in giro corrugando la fronte, come qualcuno che entri in una stanza per prendere qualcosa ma se n’è dimen­ticato strada facendo. I tre uomini la fissano. Lei sembra ren­dersi conto della loro presenza ma semplicemente come fossero degli oggetti, come i mobili, le finestre, oggetti familiari la cui esistenza accetta automaticamente, come cosa naturale, e troppo occupata per farvi caso.

JAMIE       (rompendo il greve silenzio, amaro e sardonico)La scena della follia! Entra Ofelia!

Il padre e il fratello si voltano verso di lui, furibondi. Edmund, più svelto, colpisce Jamie sulla bocca col dorso della mano.

TYRONE  (con voce tremante di furia rattenuta)  Bravo, Edmund! Che farabutto!

JAMIE      (mormora pentito, senza risentimento)  Bene, ragazzo, me lo meritavo. Ma ti ho detto

                  quanto avevo sperato... (Si copre il volto con le mani e si mette a singhiozzare).

TYRONE  Ti caccerò a calci domani, com'è vero Dio! (Ma i sin­ghiozzi di Jamie spengono la sua

                  collera, e lo scuote per una spalla, supplichevole) Jamie, per amor di Dio, smettila!

Poi Mary parla, ed essi ammutoliscono di nuovo, fissandola. Lei non ha fatto il minimo caso all'incidente, come se rien­trasse nell'abituale atmosfera della stanza, uno sfondo ai pen­sieri che le occupano la mente; e parla a se stessa, non agli altri.

MARY       Suono così male, adesso. Sono completamente fuori eser­cizio. Suor Teresa mi darà una di

                  quelle lavate di capo! Mi dirà che è un'ingratitudine verso mio padre, che spende tanto per

                  far­mi dare lezioni particolari. E’ così buono, generoso, così fiero di me. Mi eserciterò tutti

                  i gior­ni, d'ora in avanti. Ma è successo qualcosa di orribile alle mie mani. Le dita mi si sono

                  talmente irrigidite... (Solleva le mani e le esamina con spaventato stupore) Le nocche

                  sono tutte gon­fie. Bisogna che vada in infermeria, da Suor Marta. (Con un dolce sorriso)

                  E’ unavecchia un po' bizzarra, ma le voglio bene lo stesso. Nella sua cassetta di medicinali

                  ha rimedi che guariscono tutto. Mi darà qualcosa da mettere sulle mani e mi dirà di

                  pregare la Beata Vergine, e guariranno su­bito.(Si dimentica delle mani. Entra nella

                  stanza, trascinando l'abito nuziale sul pavimento. Si guarda intorno soprappensie­ro, di

                  nuovo corrugando la fronte) Che cosa sono venuta a cercare? E’ terribile, come sono

                 diventata distratta. Non faccio che sognare e dimenticare.

TYRONE  (con voce soffocata) Che cosa trascina, Edmund?

EDMUND (cupo) Il suo abito da sposa, credo.

TYRONE  Oh mio Dio! (Si alza e le si mette davanti; angosciato) Mary! (Si domina e, con dolce

                  persua­sione) Qua, lascia che lo prenda io, cara. Se no finirai per strapparlo, e si sporcherà

                  a trascinarlo così. Poi ti di­spiacerebbe.

Lei glielo lascia prendere; lo guarda da molto lontano, senza riconoscerlo, senza affetto né ostilità.

MARY       (con la timida cortesia di una ragazzina beneducata verso un signore attempato che si

                  offra di portarle un pacco)  Grazie. Molto gentile. (Considera l'abito nuziale con stupito

                  interesse)Un abito da sposa. E’ molto bello, no? (Un'ombra le attra­versa il viso;

                  vagamente inquieta) Ora ricordo. L'ho trovato in soffitta nascosto in un baule. Ma non

                  so perché l'ho preso. Sto per farmi suora...(Si guarda in­torno, corrugando di nuovo la

                   fronte) Che cosa sto cercando? So che è una cosa che ho perduto. (Si allontana da

                   Tyrone, av­vertendo la sua presenza solo come un ostacolo sul suo cam­mino).

TYRONE   (con disperato appello)  Mary!

Ma non riesce a pene­trare nei suoi pensieri; Mary non sembra udirlo. Egli rinunzia, desolato, e si richiude in se stesso senza neppur più la difesa dell'ubriachezza, lucido e triste. Si abbandona nella poltrona, tenendo l'abito nuziale fra le braccia con inconscia, goffa tenerezza.

JAMIE       (si toglie la mano dal viso e fissa il tavolo. Anche a lui è pas­sata l'ubriacatura. Con

                   voce sorda) E’inutile, papà.

MARY       (guardandosi intorno)  Una cosa di cui sento moltissimo la mancanza. (Si sposta

                   passando dietro la sedia di Jamie).

JAMIE       (Si volta, la guarda in viso e non può fare a meno di apo­strofarla a sua volta,

                   supplichevole)  Mamma! (Lei non sem­bra udire. Egli distoglie lo sguardo, desolato)

                  Diavolo, a che serve?  E’ inutile.

MARY       (guardandosi intorno) Una cosa di cui ho molto bisogno. Ricordo che quando l'avevo non

                   ero mai né triste né spaven­tata. Non può essere che l'abbia perduta per sempre. Morirei,

                   se ne fossi convinta. Perché non ci sarebbe più speranza. (Cam­mina come una

                   sonnambula; passa dietro le sedie di Jamie e di Edmund).

EDMUND  (impulsivamente si volta e l'afferra per un braccio. La sua invocazione ha l'accento di un

                   bimbo disperato)  Mamma, non è un raffreddore. Sono tisico!

MARY       (per un attimo sembra ch'egli sia riuscito a rompere il muro che la isola. Ella trema, ed

                  ha  un'espressione di terrore. Grida disperatamente, come per dare un ordine a se stessa)

                  No!  (E immediatamente è di nuovo lontana. Mormora con gentile in­differenza)

                  Non dovete toccarmi; non dovete cercare di trat­tenermi. Non va bene, perché spero di

                  farmi suora.

Edmund lascia ricadere la mano. Lei va verso il divanetto e siede, rivolta al pubblico, con le mani in grembo, in un atteggiamento di ragazzina pudica.

JAMIE       (getta su Edmund un'occhiata strana, mista di pietà e di gelosa soddisfazione) 

                  Sciocco che sei. E’inutile!

TYRONE   (cercando di riscuotersi dal suo abbattimento)  Oh, sia­mo sciocchi a badarle. E’ quel

                  maledetto veleno. Ma non l'ho mai vista sprofondata fino a questo punto. (Brusco)

                  Passami la bottiglia, Jamie.

Jamie gli porge la bottiglia. Si versa da bere, sempre tenendo con cura sull'altro braccio l'abito nuziale, quindi restituisce la bottiglia. Jamie versa per sé e passa la bottiglia a Edmund, che versa a sua volta. Tyrone leva il bicchiere come per un brindisi e i figli lo imitano meccanicamente, ma prima che portino il bicchiere alle labbra Mary parla; essi posano lentamente il bicchiere sul tavolo, e lo dimenticano.

MARY       (fissando il vuoto, trasognata; il suo viso appare straordina­riamente giovane e

                   innocente; parla tra sé ad alta voce, sorri­dendo in modo franco e fiducioso)

                   Ho parlato con Madre Eli­sabetta. E’così dolce. Sarà peccato da parte mia, ma le voglio

                   più bene che a mia madre. I suoi dolci occhi az­zurri ti leggono nel cuore, non si può

                   nasconderle nulla. Non si può ingannarla, anche se si fosse così cattivi da volerlo fare.

                   (Ha un lieve scatto  del capo; con fanciullesco risentimento) Però, stavolta non è stata

                  molto comprensiva. Le ho detto che volevo farmi suora. Le ho spiegato quanto ero sicura

                  della mia vocazione, che avevo pregato la Beata Vergine che me ne desse la certezza e me

                  ne rendesse degna. Ma Madre Elisabetta mi ha detto che, se ero tanto sicura, non doveva

                  impor­tarmi di sottopormi a una prova: andare a casa dopo essermi diplomata, vivere come

                  le altre ragazze, partecipare a feste, a balli e a divertimenti.  E se, dopo un anno o due,

                  sarò an­cora sicura, potrò tornare a trovarla e ne riparleremo. (Scuote il capo, indignata)

                  Non avrei mai immaginato che la Reverenda Madre mi desse un consiglio simile! Ho

                  risposto che avrei fatto come lei diceva, ma che sapevo che era soltanto perdita di tempo.

                  Dopo averla lasciata, mi sentivo tutta sottosopra e così sono andata al san­tuario a pregare

                  la Beata Vergine, e ho ritrovato la pace. Sapevo che ascoltava la mia preghiera e non mi

                  sarebbe capitato niente di male fin­ché avessi avuto fede in lei. (S'interrompe, e sul viso le

                  scende un ombra d'inquietudine. Si passa una mano sulla fronte, come per togliersi una

                  ragnatela dal cervello; poi, in tono assente) Era l'inverno dell'ultimo anno di scuola. Poi,

                  in primavera,accadde qualcosa. Sì, ora ricordo. M'innamorai di James Tyrone e per un po'

                  di tempo fui tanto felice. (Fissa il vuoto triste­mente, sognando).

Tyrone si agita nella poltrona. Edmund e Jamie rimangono im­mobili.

Sipario.

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