L’uomo che incontrò l’uomo dal fiore in bocca

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L'UOMO CHE INCONTRO' L'UOMO DAL FIORE IN BOCCA

L'UOMO CHE INCONTRO' L'UOMO DAL FIORE IN BOCCA

di Giuseppe Manfridi

(La scena è quella de "L'uomo dal fiore in bocca")

L'UOMO CHE INCONTRO' L'UOMO DAL FIORE IN BOCCA: (Seduto a un tavolino del caffè, imbarbonito, dormiente, in deliquio) No! No! La morte di dosso così... ah! Il brutto insetto schifoso! Vogliatemelo levare! Vogliatemelo levare!

AVVENTORE: (Che, seduto altrove, stava raggruzzolando delle monete) Prego?... Non capisco. Desidera qualcosa?

L'UOMO CHE: Sì, violaceo... come un fiore! Mi suga l'anima... il sangue!

AVVENTORE: Per carità, signore: si svegli. Dica se ha bisogno di qualcosa.

L'UOMO CHE: Via! Via di qui! Non su queste poltrone di dozzina! E quelle stampacce sui muri... la si vergogni!... Come se chi viene a farsi dire per quanto ne abbia ancora da campare non meriti di meglio che gli scarti della sua mobilia! La si vergogni! La si vergogni!

AVVENTORE: (Raggiungendolo premuroso) Ma torni in sé! Mi dà l'ansia. (Lo scrolla) Signore! Signore!

L'UOMO CHE: Ecco la megera! E l'insetto che morde! Eccolo alla spalla... Via! Via!

AVVENTORE: Insomma, si desta o no? Una buona volta: mi risponda! Lo chiamo il medico o non lo chiamo?

L'UOMO CHE: (Prendendo coscienza) Chi? Cosa? Che?

AVVENTORE: Oh, alla buon'ora! Mi vede? Mi sente?

L'UOMO CHE: Ma lei, signore... non ho il piacere... e questo posto... Ah, la stazione, certo... e questo ancora maledetto tavolino di caffè!... E quel cantone, quel cantone da cui sporge a capoccella - l'ha vista, sì? L'ha vista? - quella donna sepolcrale... quel 'memento mori' con le piume del cappello che le grondano sul viso... Vade retro!...

AVVENTORE: Ma di chi dice, può sapersi?

L'UOMO CHE: Quella! Quella!

AVVENTORE: Quella dove? Non c'è che un'ombra! Che, per l'appunto, è del cantone. Solo del muro e basta.

L'UOMO CHE: E nell'ombra del cantone ve ne sta un'altra, più grigia di quella che se la tiene: è lei! La so! La so!... Lei! Lei!

AVVENTORE: Fantasticherie! Non se ne lasci prendere. Se mi consente... perché non si rinfresca?

L'UOMO CHE: (Agitandosi, guardandosi attorno) E perché di nuovo qui? Ah, non voglio! Non debbo! Chi m'ha condotto? Ella?

AVVENTORE: Io?

L'UOMO CHE: L'ombra! L'ombra!

AVVENTORE: Se può un'ombra condurre un corpo in carne ed ossa...

L'UOMO CHE: O forse davvero lei, signore?

AVVENTORE: E come avrei mai potuto se le parlo qui adesso per la prima volta? Mi contavo gli spiccioli al mio tavolo - vede? Laggiù -  e l'ho sentita che smaniava, come preso da incubi o da febbri. Tra le due, meglio che si trattasse d'incubi.

L'UOMO CHE: No! Mai! Febbri vorrei! Febbri piuttosto! Non l'incubo in cui imperversa l'orrore di colui che qui - me qui, e lui d'intorno - m'ha sciupato il pensiero della vita con la fissa perenne della morte.

AVVENTORE: E che potere mai sarebbe?

L'UOMO CHE: Il più inutile ad aversi, il più tossico a patirsi.

AVVENTORE: Prego, nel senso?...

L'UOMO CHE: (Si alza, rifiata, deambula esagitato) E sì che me ne scordo a volte, ma per poco. In realtà non me ne scordo affatto, e mai. Ma bisogna - bisogna! - per vivere andarsene un po' ignari del fatto che, giustappunto, si vive, e poi si muore. Così come, creda... così come me ne andavo io sino alla trappola tesa tra i tavoli di un caffè - di questo! Di questo caffè - quando venne quel torvo a dirmi:"Hanno un numero i giorni della vita." - Capisce?... "Hanno un numero i giorni della vita." Così! - E bello bello che fa? Mi mostra la sua data incisa - qui! Qui! - che pare un bocciolo gentile deposto sulle labbra. Mi dice:"Vede: qui, per me, si van facendo i conti. Ma lei non creda: non c'è numero, se di giorni si tratta, che non miri all'estinzione. Conti, signore, conti! E ogni cosa che tocca o che vede, la diminuisca sempre - sempre! - d'una volta ogni volta. E pensi allo zero che gli fa da meta. Pensi allo zero il quale, per quanto lei se ne distragga, giorno meno giorno viaggia. Conti! Conti!... (Andando quasi addosso all'altro) Ora mi mostri la sua bocca, lei... (E lo smanaccia sul viso) Ah, com'è intatta!... O come pare intatta. Ma non si pensi... sta lì al suo posto con gangli e radici, piccino ma ben saldo, quel nodulo che sfoglia, che sgrana, che lavora in vece sua. C'è. E lui, quello!,  poi che fa? Mi dice ancora:"Tutto sta nel pensare a non pensarci." Ah, canaglia! - Non pensarci!... Da quando m'ha insegnato con quale forza si dovrebbe non pensarci, m'ha perduto: e ci penso sempre. E so pure dov'è che meglio infocola il suo gioco: dove meno mi difendo: nei miei sonni. M'ha rivoltato tutto, così, come una palandrana. E che più moglie! Che più lavoro! Che più famiglia! Se nulla induce le minuscole mandibole di quel fiore a cessare dal loro ruminare... a che vale? A che?... M'ha infettato, signore... (picchiandosi un dito sulla fronte)  m'ha infettato qui... e ha trasmutato il mio corpo, non ne rida: la riguarda!, in un orologio. Ma che dico? Me l'ha rivelato per quel che è. Il mio come il suo. Ne ha tolto con un nonnulla i vestimenti, che sono queste belle facce, queste belle carni che ci piace saper colme di salute, e là... disvelato: l'orologio. Senza faccia, né carne. Un orologio a scadenza. - Io e lei! Orologi a scadenza. Con lancette che vanno a ritroso. E ogni attimo che viene si premura di spingerle. Ogni frazione d'attimo. Tanto a me, quanto a lei. O infamia del destino! Ci sono anime, vede, a cui appare il Dio a illuminarle, e altre innanzi a cui compaiono certe tremende creature a devastarle. E quello... la vita in cifre m'ha ridotto. In cifre che smagriscono: tutte! Mi comprende? Perciò le dico: conti! Mi domando come possa essere che gli uomini abbiano anche altro di cui curarsi al mondo quando solo questo è il succo. Io ho un numero di parole per tutta la mia vita - può dubitarne? No! -  e già venendoglielo a dire... il numero cala. Le dico 'conti', ed eccomi d'una cifra più vicino allo zero delle parole che ho. E quelle ho: non una di più. Ma aspetti! Aspetti!... (Si fruga in una tasca) Da ultimo, il suo congedo fu:"Quando se ne anderà fuori dalla stazione all'alba, al primo cespo scelga un ciuffo d'erba e ne conti - giustappunto, parola sua - ...ne conti i fili: tanti saranno i miei giorni ancora." Io lo feci. Ne scelsi uno zuffo pieno. Allungai la mano ingombra di laccetti. Sudata per l'afa. Alterata. E strinsi male. Afferrai solo alcune punte e via. Guardai sul palmo... e contai. (Mostrando)  Guardi. E consideri. - Quanto poco l'ho fatto vivere. - Quanto poco si vive, amico caro. Quanto poco pure quando si vive a lungo. Quanto poco! Quanto poco!

(Trasale, guarda in quinta inorridito) Ah! La sua signora, eccola! L'ombra nell'ombra... La vede? Spunta di nuovo con quei suoi pennacchi orrendi! Basta! La ucciderò: è segnato. Ma la vede? La vede?... Morto il marito pedina me. Ovunque. Instancabilmente. Dove io sono, lei appare. Quasi io fossi, oramai, una roba sua. Come già per l'altro. Il marito. Come fossi lui. Io: il suo discepolo. Ah, no! E' tempo di chiuderla. Ho già la pistola per farlo. Aspettavo il momento: è ora. Sa qual è la gioia del suo dolore? Sapere d'accompagnarsi a chi muore presto. Se ne nutre. Mi guarda strambo... perché? E' così! E' di quelle persone, quella, che di mestiere sopravvivono a chiunque. Ma se un uomo è un uomo deve provarsi, nevvero, a mutare il corso del destino!

(E va, in piena esaltazione. Alcuni secondi, poi uno sparo.

L'avventore, agghiacciato, crolla a sedere.

Buio.)

L'AVVENTORE, OVVERO: L'UOMO CHE INCONTRO' L'UOMO CHE INCONTRO' ECC.

(La scena è sempre la stessa. L'Avventore è al tavolino dove si trovava in precedenza l'altro. Se possibile, appare ancora più perso. Più accattone. Più degradato. Si rivolge a tutti e nessuno. Ha monete tra le mani.)

AVVENTORE: E io d'altronde, vero... e io d'altronde che è che stavo facendo, per l'appunto? Che?... Contavo. Dice: conti! Dice: conti! Ma io contavo. Monetine. Son queste le cose giuste da contare. Queste, perdio! Ma quello, no! Conti se stesso, mi viene a dire. Se stesso! Come un gruzzoletto, giustappunto!, di monetine che vanno spese, e che pur s'ella non vuole spendere si spendono da sé lo stesso. E ne ha, badi, di più valute: il gruzzoletto delle volte che se ne va a mangiare... il gruzzoletto delle volte che dorme... il gruzzoletto delle volte che si mette seduto e si rialza... e finanche il gruzzoletto delle volte che conta gruzzoletti. Ah! (Come scosso, fa saltare in aria le monete che ha in mano) Ecco una volta di meno che mi cadono monete dalle mani. (Si alza in piedi) E una volta di meno che mi alzo! (Muove un passo) E un passo di meno dal gruzzoletto dei miei passi. (Muove altri passi) E due, e tre, e quattro di meno... (Tira fuori un foglio dalla tasca) Da quel dì, già lontano - lontanuccio... son quarantaseimilatrecentoquarantadu... (Un lapis, corregge) quarantacinque in meno. Vede, signore, vede!... Tutti i gruzzoli s'accordano tra loro e calano di concerto profilando un orizzonte di zeri, un esercito di zeri richiamati l'un dall'altro e che, alla fine, uno ne faranno. Uno! In uno s'accorderanno e sarò io, signore, sarò io quel tondo nulla in cui, d'attimo in attimo, così io come voi e come lei - e lei! E lei! E lei! - me ne vo a sciuparmi, sa... a sciuparmi. Ora lui... non curandosi di nulla, né della volta di meno del suo andare né di me che lo guardavo, va lì... va lì, signori: lì! Ah, quante volte già m'è toccato raccontarlo questo! Mi si domanda: "Perché? C'era, lo sa. Perché? Un perché supponibile! Uno almeno!" Certo che lo so, e perciò lo dico. Perché reclamato, quello, da un zero che lo chiamava dall'ombra del cantone e che berciava: "L'esercito è a un passo. Si congiunge, mi forma! Ecco che emergo! Ecco che emergo!" E lui... ma che altro doveva, poverino, se non dare compiutezza allo zero di quella donna che di là strideva e l'attirava a sé, e lo voleva! Lo voleva!... - E io così l'ho visto, colla pistala in mano.. un lampo, e il colpo... e quella, con un braccio piombato in terra fuori dell'ombra... pure quella, ah, l'ho vista infine: giù! Giù! Ah, se c'era!... E poi tutti a trascinarmi di qua, di là... Ah! (Si guarda indietro. Torna alla seggiola. Segna) Meno altri tre. (Si siede. Tira fuori un'altra cartuccella. La guarda.) Ebbene signori, giustappunto, sapete, non richiesto, che vi dico? Che ho deciso di non poterne più. (Sbandiera il foglio) Ho tratto da un ciuffo sulla strada anch'io un mio numero. Da farmi tenere sotto controllo uno almeno dei miei tanti gruzzoletti. Ebbene, sappiatelo... ho ancora da sedermi, meno questa di ora, sedici volte in tutto. Sedici. E ho deciso di sciuparmele in una botta. Sì, basta! Son troppo gonfio delle mie aritmetiche... ora è il momento, addio! Tutte d'un fiato me le bevo: Tutte.

(Si alza e si risiede a gran velocità, contando)

Sedici, quindici, quattordici, tredici, dodici, undici, dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro... (Si blocca. Si alza e si risiede con più circospezione) tre... Oddio, tre... (Ancora una volta) Due... (Sta seduto) E ora?... E ora?... No, io non mi muovo... io non mi muovo più... Non lo voglio! O cielo benedetto, ho da orinare!... Ho da orinare!

(Stringe la gambe con forza. Buio.)   

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