L’uomo che vendette la propria testa

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COMMEDIA IN TRE ATTI DI LUIGI ANTONELLI


L’UOMO CHE VENDETTE

LA PROPRIA TESTA

Commedia in tre atti

di LUIGI ANTONELLI

PERSONAGGI

Antonio Nunziata, padre di Rocco, e di Rumina

Il Dottor Climt, padre di Regina Corrado

Il Segretario del Dottor Climt

1° Scienziato II0 Scienziato

III0 Scienziato IV0 Scienziato

Menico

Giovina, serva di casa

Nun­ziata

Cameriere d'Albergo

Cameriere di Casa Climt

Contadine che cantano

Invitati

Una Stenografa

1° Invitato

L'azione del primo atto sulla montagna d'Abruzzo. Il secondo in un albergo di città.

Il terzo in casa Climt.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Sulla montagna d' Abruzzo, presso Lama dei Peligni, in una grande casa di pastori, una casa ricca, e pittoresca.

Una vasta arcata di legno, ri­spondente alla facciata posterio­re della casa, protegge, con una linea severa e ardita, la carraia e i fienili che occupano il fondo della scena. La scena così rima­ne aperta dalle due ali sul fondo del cielo e dei monti arrossati dall' autunno con tinte digradanti dal verde al giallo. È il mattino. Luce chiara e vibrante.

Quando sì apre il velario dieci contadine cantano addossate ai fienili, mentre sono intente a spannocchiare. E in una cesta adunano le pannocchie e per terra ammucchiano i cartocci. Il canto ha note lente e nostalgiche che Menico, seduto sopra una panca, accompagna con la fisarmonica. Dopo un poco entra Antonio Nunziata, e al suo arrivo il coro tace all'improvviso.

Antonio Nunziata         - Suvvia, ra­gazze, di qui si sloggia. Tutto deve essere trasportato dall'altra parte della casa. Là avrete ombra e quiete. Presto, una signorina per ogni angolo del sacco, e si porta tutto via. Brave. Così. An­date a cantare e a lavorare di là. Tu, Menico, se hai voglia di suo­nare, non dico di no, va a tenerle allegre dall'altra parte. Qui biso­gna fare silenzio. Qui arrivano i professori! (Le ragazze, mentre trasportano il sacco scoppiano a ridere. Menico intona con slancio la canzone interrotta e subito le donne riprendono il coro e si av­viano a destra per girare dietro il casolare. La canzone dilegua a po­co a poco senza accompagnamen­to perché Menico ha smesso di suonare e si avvicina ad Antonio Nunziata). Suvvia, andate!

Menico                          - Perbacco, Zi' Nto­nio, quanti preparativi. Sembra che vi prepariate per uno sposa­lizio. Ho dato un'occhiata in cu­cina, ma ho trovata zia Rosina così affaccendata ai fornelli che non ho avuto il coraggio di sa­lutarla!

Antonio Nunziata         - Quante lin­gue ha la tua fisarmonica?

Menico                          - Una trentina.

Antonio Nunziata         - Tu ne hai di più. Mettine qualcuna a riposo.

Menico                          - Mi tratta male.

Antonio Nunziata         - Dovevo pur dare da mangiare a questi professori. Volevi che li mandassi a Lama, alla trattoria?

Menico                          - Ho saputo che ven­gono in tanti.

Antonio Nunziata         - C'è anche la figlia del professore. Saranno in tutti, credo, una diecina. Quello che non vedo ancora, e mi preoc­cupa, è il segretario.

Menico                          - I muli aspettano alla crocevia?

Antonio Nunziata         - Da due ore, a dir poco.

Menico                          - E allora... Da un mo­mento all'altro vedrete spuntare il segretario. Chi sa mai che cosa avranno trovato nella testa di Rocco!

A. Nunziata                  - Che e' entra Rocco!

Menico                          - Non vengono per la testa di Rocco?

Antonio Nunziata         - Vengono a vederla. Ebbene?

Menico                          - Per scomodare quei professoroni, dico io!

Antonio Nunziata         - Lo sapran­no loro. Se fossero qui i miei ra­gazzi che studiano a Napoli, ti potrebbero informare. Anche quelli là diventeranno dei professoroni!

Menico                          - Che cosa avranno tro­vato in quella testa!

A. Nunziata                  - Finiscila di oc­cuparti della testa degli altri. Pensa alla tua che non è famosa.

Menico                          - Volevo chiederlo alla signorina Rubina.

A. Nunziata                  - Lasciala stare. È tutta in faccende anche lei.

Menico                          - Ora non si può più parlare con nessuno dei vostri fi­gli. Prima erano dei monelli come me. Adesso c'è una signorina edu­cata al collegio e ci sono due dot­tori. Ma questo non sarebbe nien­te. Io mi domando che cosa han­no potuto trovare in quella testa.

Antonio Nunziata         - Sta buono. Va a tener compagnia alle ragaz­ze di là. Falle cantare. Lavorano di più quando cantano.

Menico                          - Sta bene. Zi' 'Ntonio. Almeno mi farete assaggiare il pasticcio.

Antonio Nunziata         - Altro che! Ci penserà la Rosa, diamine!

Menico                          - Addio, Zi' 'Ntonio. (Si avvia e incontrandosi con Rubina sì fa improvvisamente da una par­te intonando una canzone con la fisarmonica. Rubina sobbalza spa­ventata mentre Menico se ne va).

Rubina                          - Per carità non ti la­sciar sfuggire niente con quel chiacchierone.

A. Nunziata                  - Ma sei matta!

Rubina                          - Se si sapesse quello che, speriamo, nessuno saprà mai da queste parti...

Antonio Nunziata         - Non è poi un delitto. Te l'ha scritto anche tuo fratello. Non c'è niente che possa far vergogna.

Rubina                          - No, ma le chiacchiere!

Antonio Nunziata         - Un giorno o l'altro, poi, si saprà. I giornali hanno già dato ampi resoconti. Non ho mica cercato io dei com­pratori della testa di mio figlio. Non avrei neanche immaginato, anzi, che si potessero comprare delle teste.

Rubina                          - Zitto!

Antonio Nunziata         - Sai piut­tosto, figlia mia, che cosa mi sec­ca? Che un giorno si finirà col dire che io abbia fatto una spe­culazione. Mentre lo sai bene che cosa disse il professore: « È un servizio che si rende alla scien­za ». E ti ricordi quello che ri­sposi io? «Non voglio un soldo».

Rubina                          - Sì, ma qui, in mezzo a questa gente zotica...

Antonio Nunziata         - Il dottore e il parroco non parlano. Anche perché il parroco è scandalizzato e non ammette che i suoi fedeli debbano pensare che la testa di un uomo si possa vendere a un museo, e che la carne battezzata debba riposare altrove che sotto terra. Figurati se lo sapesse Me­nico! Lui già dice: «Ma che hanno trovato mai nella testa di Rocco! ». Non sa capacitarsi che nella testa di Rocco gli scienziati possano aver trovato qualche co­sa. Immagina un poco se venisse a sapere che quella testa non solo è stata apprezzata, ma comprata a caro prezzo per figurare in un museo come una rarità. Da una parte non ha torto perché neanch'io, in venticinque anni, ci ave­vo visto niente. A me è sempre parsa una testa come tutte le al­tre. Ma gli scienziati! Hai visto quando vennero la prima volta? Misuravano con certi ordigni! Ba­sta. A te che ha detto Rocco? Con me non parla.

Rubina                          - Rocco è contento. Di­ce che quel denaro gli servirà per viaggiare.

Antonio Nunziata         - Oh non si illuda troppo! Per viaggiare ce ne vogliono tanti!

Rubina                          - Io l'aiuterò con il lascito della zia.

Antonio Nunziata         - Che storie! Ci sono anch'io, no? Ha diritto alla sua parte. Quello che non ha adoperato per studiare è suo.

Rubina                          - Bene. Tanto meglio. Gli è venuta una terribile curiosità di conoscere il mondo. E dire che non si è mai mosso dalla monta­gna! Ma egli ha visto dalla cima le città lontane, e ha visto il ma re. Chi sa che meraviglia deve es. sere, nelle sue condizioni, il mondo.

Antonio Nunziata         - Anche il denaro del professore è suo. È sa­crosanto. É stato lui che ha volu­to consentire al contratto. Io mi opposi. Tu lo sai.

Rubina                          - Eh! Altro che!

A. Nunziata                  - In casa Nun­ziata, da centinaia d'anni in qua non si sono mai vendute teste!

Rub.                              - Ma papà! Come se tutti i giorni passassero i compratori!

Antonio Nunziata         - Comunque è una cosa che, parliamoci chiaro, non si è mai vista. Io, ci credi? sono ancora sbalordito. Quando mi sveglio la mattina, il primo pensiero è quello. E dire che quel ragazzo mi ha dato tanti dispia­ceri! Non ha mai voluto far nien­te. La caccia, la montagna, la roccia, i nidi degli avvoltoi. Ha un fratello che si laurea quest'an­no, un altro che studia, una mo­rella che, non faccio per dire, può figurare nei salotti come una principessa.

Rubina                          - Ma che dici, papà! Sarò sempre una villanella, io! Me lo dicevano anche le monache!

Antonio Nunziata         - Lascia an­dare! Ed ecco che lui, che sembra venuto fuori dalla fenditura di una roccia...

Rubina                          - Non parlare così.

Antonio Nunziata         - Ma sì! In fondo ha ragione lui. Mentre voi altri non vi potete vantare di aver guadagnato un soldo, lui può di­re: « La mia testa vale qualche cosa ». Prova tu a dimostrare che non è vero. Ti dico che ha ra­gione" lui. Io non ho speso un sol­do per quel ragazzo. I soldi della polvere e dello schioppo. Ma lo schioppo lo avevamo in casa e presto la polvere ha cominciato a fabbricarsela da sé. Che altro? Le scarpe per salire. Adesso è ricco più degli altri e può dire che tut­to deve alla propria testa. (Ride).

Rubina                          - Nessuno conosce Roc­co. Neanche tu. Nel suo cervello c'è più fosforo che negli altri.

Antonio Nunziata         - Lo credo! Lo credo! Non sarà davvero ve­nuto dalla roccia! È venuto da dove sei venuta tu. Che vuoi che ti dica? Con te parla, quindi lo puoi sapere. Ma se nessuno lo sente parlare, che fosforo vuoi che gli si riconosca? Che figura avrà fatto anche dinanzi al pro­fessore! Lo sai che c'è della gente, Menico per esempio, a cui non ha mai rivolta la parola?

Rubina                          - Non lo riterrai ungrande personaggio, Menico!

Antonio Nunziata         - Che c'en­tra? Tua madre la va a baciare la mattina prima dell'alba, e lei poveretta finge sempre di dormire, perché è sicura che se mostrasse di accorgersene non tornerebbe più. È l'unico momento in cui sente suo figlio, in tutta la gior­nata. Poi non lo sente e non lo vede più. Una volta sola, tre an­ni fa, baciò a me la mano, cre­dendo che dormissi.

Rumina                         - Non parla con te per­ché ha soggezione.

Antonio Nunziata         - Credi?

Rubina                          - Poi si vergogna dei fratelli.

Antonio Nunziata         - Senti, Ru­bina, qui che si deve fare? Por­tare la tavola, sta bene. Ma que­sto segretario che non arriva!

Rubina                          - Papà, è arrivato!

Antonio Nunziata         - Quando? E non mi dici niente?

Rubina                          - È arrivato e si è di nuovo precipitato giù alla macchi­na perché aveva dimenticate alcu­ne carte che erano indispensabili al professore. Mezz'ora fa. Mi stu­pisce che... Deve essere lui. Ec­colo là!

Il Segretario                  - Buon giorno, caro Nunziata, buon giorno!

Ant: Nunziata               - Caro amico!

Il Segretario                  - I miei rispetti, signorina. Eccomi qui di ritorno. Che corsa!

Rubina                          - Non ha preso la mula?

Il Segretario                  - Nel risalire, sì. Dicevo «che corsa » nella disce­sa! Dunque caro Nunziata ogni tanto ci si rivede!

Antonio Nunziata         - Grande onore per la mia casa.

Il Segretario                  - Tutto pronto? Non vedo la tavola.

Antonio Nunziata         - Come tut­to pronto! Sarà quasi in ordine il pranzo!

Il Segretario                  - Ma la tavola? Le sedie?

Antonio Nunziata         - Eh! Si mettono! È qui che volete dispor­re ogni cosa, mi pare.

Il Segr.                          - Sì. E il giovanotto?

Antonio Nunziata         - Figuratevi che, al solito, all'alba stava per andarsene sulla montagna.

Il Segretario                  - Ci mancava anche questa!

Antonio Nunziata         - Se parti­va, nessuno lo ripescava.

Il Segretario                  - Eh, immagino! Io l'ho visto una volta sola, quel­la mattina che stipulammo la no­stra convenzione.

Antonio Nunziata         - Per fortu­na sua sorella (accenna a Rubina) ha sentito un tramestìo nella stan­za, si è alzata e l'ha trattenuto.

Il Segretario                  - Se ne andava il soggetto. E il convegno degli scienziati andava a farsi benedi­re. Dunque, accomodiamo qui.

Antonio Nunziata         - Mi pare che voi stesso sceglieste questo posto. D'altronde qui non abbia­mo spettatori.

Il Segr.                          - Fu scelto per questo.

A.Nunziata                   - Abbiamo boschi.

Il Segretario                  - Che bellezza! Che pace! Io pensavo in questi giorni che avrei rivisto questi luo­ghi e mi sentivo una specie di letizia improvvisa.

Rubina                          - Viene anche la signo­rina?

 Il Segretario                 - La signorina e il suo fidanzato. Non sarà proprio un convegno della scienza. Una scampagnata... scientifica.

Antonio Nunziata         - Il fidanza­to è uno scienziato anche lui?

Il Segretario                  - No, se Dio vuo­le! Fa un altro mestiere. Anzi, non ne fa affatto. Fa il signore.

Antonio Nunziata         - Beato lui.

Il Segretario                  - E fa disperare la fidanzata.

Antonio Nunziata         - Intanto faccio portare la tavola. Rubina, chiama due o tre di quelle ra­gazze che stanno a spannocchiare.

Rubina (via).

Antonio Nunziata         - Spiegate­mi adesso in che consiste questa cerimonia. Dico cerimonia perché non trovo altra parola adatta.

Il Segretario                  - Nessuna ceri­monia. Una breve presentazione.

Antonio Nunziata         - La presen­tazione la fa il professore?

Il Segretario                  - Naturalmente. Il dottor Climt. Sapete prima di tutto chi è il dottor Climt?

Antonio Nunziata         - Quello che abbiamo conosciuto.

Il Segr.                          - Sì, ma sapete chi è?

Ant. Nunziata               - Un professo­rone. Me l'hanno scritto i miei figliuoli che studiano a Napoli.

Il Segretario                  - Bene. Il dot­tor Climt presenterà il vostro fi­gliuolo come un caso scientifico di enorme importanza. Ci sono rap­presentanti di cattedre dotte. Teorie darwiniane. Sapete chi è Darwin?

Antonio Nunziata         - No.

Il Segretario................. - Oh beata igno­ranza. Vi abbraccerei. Poter gri­dare a questi boschi: «Darwin! Darwin!» e sentire il loro si­lenzio. Non sanno niente! Darwin è un pezzo che è tramonta­to. Sono anche tramontati i darwiniani. Ma dopo un certo perio­do è bene che un darwiniano risorga e dica la sua. Questo è il dottor Climt. Il dottor Climt di­ce teatralmente la sua. Evoluzio­nista, antropologo, letterato Ahi! Ahi! Scienziato e letterato: che i boschi non sappiano mai che cosa vuol dire. Darwin! Dar­win! Sentite che pace? Sapete qual'è la più grande saggezza del mondo? L'indifferenza.

Antonio Nunziata         - Sono tut­ti così enfatici i darwiniani?

Il Segretario                  - Il professore sì. Io no. Io grido perché sono con­tento. L'aria frizzante mi piace.

Antonio Nunziata         - Come giu­dicate il gesto di mio figlio?

Il Segretario                  - Assennato, as­sonnatissimo! Che poteva egli sperare dalla propria testa? Nien­te. Viene invece il dottor Climt e se la compra. E che forse la deve consegnare subito?

Antonio Nunziata (ride).

Il Segretario                  - Quando sarà morto, invece di farla macerare sotto terra la farà figurare tutta splendente in una vetrina. E le generazioni si fermeranno esta­tiche ad ammirarla. Caro mio, fossero venuti da me a farmi una simile proposta! Anche per una vendita a rate... Fortunato il vo­stro figliuolo! È una delle più ce­lebri teste mediterranee, e la so­la vivente in tutto il globo. Sa­pete che il tipo della sua testa è mediterraneo?

Antonio Nunziata         - Io non so nulla. Io sono un contadino che ha avuto la buona idea di far stu­diare i figli, tranne uno, s'inten­de, che poi ha mostrato di avere la testa più interessante. Ma il contadino è rimasto un contadino.

Il Segretario                  - Allora siete come i boschi: « Darwin! Dar­win! ». Non battete ciglio., Am­miro la vostra forza d'animo. Questi boschi così colorati mi estasiano. La montagna arida sor­ge dai boschi come da una cin­tura che la fascia. Non è il dar­winiano che parla. È l'abbondan­za di cuore che esplode.

Ant. Nunziata               - Non mi avete detto che farà il dottor Climt.

Il Segretario                  - Presenterà il soggetto ai professori.

Antonio Nunziata         - E poi?

Il Segretario                  - Poi basta. Fa­remo, la vostra mercè, colazione tutti quanti. Oh! Ecco la tavola! (Due ragazze recano la tavola se­guite da Rubina che vi mette su un bel tappeto). Ottimamente! È quel che ci vuole. Delle sedie... Non avete delle sedie piut­tosto solenni? Qui la solita botti­glia d'acqua che nessuno beve.

Antonio Nunziata         - Portate le sedie di Guardiagrele. (Le due ragazze vanno via in fretta e re­cano le sedie, aiutate da una terza ragazza).

Il Segretario                  - Qui il presi­dente. Là i luminari. Ci vuole una sedia per la signorina, una per la stenografa, una per il si­gnor Corrado e una per me.

Antonio Nunziata         - Noi non possiamo partecipare?

Il Segretario                  - Oh! Altro che!

Antonio Nunziata         - Dieci se­die in tutto.

(Le ragazze mettono a posto le sedie, cinque grandi attorno alla tavola e altre cinque più piccole disposte qua e là nella scena. Le sedie grandi hanno l'aspetto di seggioloni, dalla linea semplice, imbottite di paglia).

Il Segret.                       - Voi dite che stava per andarsene sulla montagna?

Antonio Nunziata         - Rocco, sì.

Il Secret.                       - Che indipendenza!

Antonio Nunziata         - Non dà importanza alla scienza.

Il Segretario                  - Ingrato! La scienza ne dà tanta a lui! Capi­sce qualche cosa?

Rubina                          - Se credete mio fratel­lo idiota...

Il Segretario                  - No. Io non credo niente. È il dottor Climt che gli nega ogni intelligenza.

Rubina                          - Perché non ha mai parlato innanzi a lui. Ma se vo­lete io posso indurlo a parlare.

Antonio Nunziata         - (accennan­do alla figlia) Lei ha un grande ascendente su di lui.

Il Segretario                  - Non è necessa­rio. Anzi! Più stupido si presen­ta dinanzi all'antropologo e più palese è il ritorno atavico. Que­sta teoria, già di per sé molto impressionante, acquista colore.

Antonio Nunziata         - Ma quan­te teste ha comprato il vostro principale?

Il Segretario                  - Una. Credete che di simili teste ci sia abbon­danza nel mondo? Di fossili ce ne sono parecchie. Ma di vive c'è soltanto quella di vostro figlio.

A. Nunziata                  - Per bacco! Hai capito, Rubina? Se sapevamo que­sto avremmo tirato il prezzo!

 Il Segretario                 - Vedete: vostro figlio e la donna gorilla sono le sue rarità.

Antonio Nunziata         - La donna gorilla? Non la farà venire qui, immagino!

Il Segretario                  - Macché! Quella è a Vienna! La presentò l'anno scorso al Luna Park di Parigi. Che credete che sia? Una bella signorina con la faccia deliziosa, ma molto accollata... e con le vesti più lunghe di quello che esi­ge la moda.

Rubina                          - Oh dio! Che ha sotto?

Il Segretario                  - Il corpo di un gorilla. Anche lei s'è messa a di­sposizione del dottor Climt nell'interesse della scienza.

Antonio Nunziata         - Se aves­sero detto anche a mio figlio di volerlo presentare al Luna Park si stava freschi!

Il Segretario                  - Non ci sareb­be andato?

A. Nunziata                  - Non so come farà a presentarsi qui, a casa sua!

Il Segretario                  - Del resto, non è necessario. Di vostro figlio in­teressa la calotta cranica. Perciò la sua importanza documentaria è postuma, diciamo.

Rubina                          - Insomma quella si­gnorina è una specie di donna barbuta?

Il Segretario                  - Ecco l'errore. Non si tratta di un fenomeno vi­vente, di quelli che si vedono nei baracconi e che, sono semplici ca­si di ipertricosi. Ipertricosi, ossia eccessiva villosità. Macché! La donna gorilla possiede una pelle che non ha niente di umano, del tutto simile a quella delle scim­mie antropoidi, con la parte in­feriore del dorso nettamente ap­piattita, e con numerose glandole, caratteristiche degli antropoidi. Insomma essa dimostra, come lo dimostra il cranio di vostro fra­tello, signorina, che ci fu una razza intermedia tra l'antropoide e l'uomo. La razza è scomparsa, ma ecco due casi di ritorno ata­vico in due esseri viventi. A que­sto ordine di affermazioni scien­tifiche, caro Nunziata, appartie­ne vostro figlio che possiede il cranio dell'uomo della Maiella, ossia il cranio del preuomo. Ave­te capito?

A. Nunziata                  - Vi ripeto che avremmo dovuto tirare il prezzo.

Rubina                          - Ma papà!

Antonio Nunziata         - Mica per me, ma per mio figlio!

Il Segretario                  - Ma se è costa­to un occhio della testa! Questa volta un occhio della testa del professore.

Rubina                          - Ecco, arrivano!

Il Segretario                  - Sento anch'io la voce della signorina Regina.

Giovina                         - Di qua, signorina.

(Entra Regina seguita da Cor­rado).

Regina                           - Ecco il nostro signore Antonio. (Saluti festosi).

Antonio Nunziata         - Ma che si­gnore! Un povero contadinaccio.

Regina                           - Come sta, signorina? (si abbracciano) Vede? Son venu­ta di nuovo a trovarla!

Rubina                          - Sono molto contenta!

Regina                           - Permettano che pre­senti il signor Corrado de Rosa. Il signor Nunziata, la signorina Rubina. Non avevo ragione di dire che questo luogo è divino?

Corrado                         - Bellissimo. Ma sai, per me...

Regina                           - Ah, è vero. Me l'ero dimenticato.

Corrado                         - Preferisco una bibita ghiacciata.

Regina                           - Lui è cittadino per la pelle. Non capisce niente né della montagna né dell'aurora. Ha assistito al sorgere del sole una volta nella vita, rincasando tardi. Non già che l'abbia guar­dato una volta sola per essersi al­zato presto. Non è vero, Corrado? Eppure vorrei che tu guardassi.

Corrado                         - Guardo, guardo.

Regina                           - Ti piace?

Corrado                         - Altro che mi piace! Soltanto trovo che per venire qui tutto è difficile. Mi scusi, signor Nunziata, Lei non c'entra... E il disagio uccide il panorama. Ecco perché io sono costretto a non ammirare i panorami. Nella mia casa di città, di fronte a me, c'è un magnifico muro giallo, un mu­ro da abbattere, non importa. Che vuoi che ti dica? É l'estasi. Le sigarette, un libro, un muro da diroccare. Ma intorno a me la sensazione della città che urla strepita e non dà riposo. Non è pigrizia. Sai che non sono un poltrone.

Regina                           - Tutt'altro.

Corrado                         - Che vuoi che ti di­ca! La campagna non ha nessun fascino per me. Non considerare le mie parole un'offesa personale.

Regina                           - No, macché! Soltan­to, potresti essere più gentile. Appena arrivi... Loro ci stanno tutto l'anno.

Rubina                          - Oh, non si preoccupi!

Regina                           - (indicando Rubina) Guarda che fiori dà la montagna!

Rubina                          - (sorride schermendosi).

Corrado                         - Magnifici! Ma biso­gnerebbe subito trapiantarli. Che aspetta, signorina?

Regina                           - Non è della tua opi­nione. Lei sta bene qui. Guarda che salute. E che gentilezza! Quasi una fragilità, e nello stes­so tempo una forza! Caro signor Nunziata, il babbo ci segue. Ma sa... Ogni tanto si ferma. Mio pa­dre crede sempre di essere in un Aoropago, o di passeggiare sotto i platani. E suo figlio?

Rubina                          - Poco fa era vicino alla fonte che fabbricava una ta­gliola per le volpi.

Corrado                         - É capace di costrui­re oggetti?

Rubina                          - Con una grande pre­cisione meccanica. Quello che in­cide o costruisce è sempre per­fetto. Ecco il professore.

(Entra il Dottor Climt, accom­pagnato dai suoi quattro amici Scienziati e dalla Stenografa).

Dottor Climt                 - Oh! Eccoci in uno dei più bei luoghi del mondo. (Saluti, presentazioni).

1°, II", III0 e IV» Scienziato   - (insieme).

—Bello!

—Superbo!

—Magnifico!

—Meraviglioso!

Dottor Climt                 - (ad Antonio Nunziata) Ho saputo che il vo­stro figliuolo per poco non è an­dato sulla montagna. Mi sarei molto rammaricato di aver sco­modato i miei illustri colleghi.

Antonio Nunziata         - Avremmo avuto il piacere di ospitarvi per una notte. Rocco per solito è sempre qui al tramonto.

1° Scienziato                 - Passa le gior­nate lassù?

A. Nunziata                  - Quasi sempre.

II0 Scienz.                     - E vive di caccia?

Antonio Nunziata         - Sì. Nel­la sua bisaccia c'è sempre poco pane. Noi naturalmente non gli neghiamo nulla. Ma egli non vuo­le ingombri. L'acqua la beve a duemila metri. La pioggia, la bu­fera, la neve non lo preoccupano.

III0 Scienziato               - Spesso torna con qualche animale catturato?

Antonio Nunziata         - Quasi sempre. Ma poi lo mette in li­bertà. Questo è il male, Libe­ra le volpi e, santo dio, non an­drebbero liberate!

(Intanto il Dottor Climt ha rivolte alcune parole sottovoce al Segretario che, precipitatosi a incontrare il Dottor Climt quan­do stava per entrare, non lo ha abbandonato un istante).

IV0 Scienziato               - È gentile con la madre?

Antonio Nunziata         - Gentile non è con nessuno. Ma insomma credo che le voglia bene.

Dottor Climt                 - Bene, signori, vogliono sedere? Signorina vuole accompagnare qui suo fratello?

Rubina                          - (via).

Dottor Climt                 - Non farò un discorso. Troppa bellezza intorno per affliggervi con un discorso. Ma a voi interessa che io vi pre­senti il soggetto in questione. (Momento d'attesa. Rubina entra tenendo per mano Rocco. Entrambi si fermano a due passi del Dottore. Rocco è vestito di un abito turchino, caratteristico dei contadini d'Abruzzo. Il suo aspetto rude e selvatico non è privo di distinzione. Verso il Dottor Climt e gli Scienziati mostra una completa indifferen­za. Ogni tanto, mentre il Dotto­re parla, Rubina gli sorride, co­me per incuorarlo e non farlo impazientire). Eccolo qua il no­stro soggetto. Individuo normale, robusto, proporzionato. La mera­viglia è nel cranio. Non bisogna turbarlo con esami troppo «ad personam». Ma voi conoscete tutti i dati antropometrici da me accu­ratamente studiati. Li avete visti ieri nel mio studio. Si tratta di un miracoloso esemplare del tipo cosi detto Mediterraneo, che pre­senta analogie col tipo di Neanderthal, e più si avvicina alla raz­za dell'Uomo della Maiella. Voi sapete che il mio illustre maestro Rellini scoprì nel 1913 qui sulla Maiella uno scheletro fossile. A qualche chilometro di distanza, sulla stessa montagna, noi trovia­mo oggi, vivo e parlante, sebbe­ne non troppo parlante... questo giovine che si ricollega, divorando millenni, ai più lontani proavi nostri. (/ quattro Scienziati osser­vano Rocco e sì protendono verso di lui che a capo chino non guar­da nessuno. Rubina pare che lo difenda e lo protegga anche dagli sguardi). Il Boule attribuiva alla razza di Neanderthal una spropor­zione della testa rispetto al corpo. Il cranio del tipo Neanderthal fa una impressione brutale, quasi a-nimalesca. Il Sera giustifica la sua calotta pianeggiante come un fenomeno di adattamento al tipo glaciale: fronte breve sfuggente, cranio allungato e piriforme. Qui l'impressione animalesca è atte­nuata, quasi esclusa. Abbiamo però una capacità limitata. Cer­vello poco sviluppato nella parte frontale, e perciò deficienza in­tellettuale, sviluppo preponderante nella parte posteriore, ov'è il centro della visione, e perciò gran­de potenza osservatrice. Occhi grandi e rotondi, con acuto sguar­do. Razza di cacciatori, di pre­datori. Bocca ampia, arrotonda­ta e sporgente con vigorosa den­tatura, mascella inferiore massiccia e pesante. Corpo muscoloso con gambe e avambracci piutto­sto corti, mano piccola, larga, mobilissima assai più che in tutte le viventi razze umane. Le ossa del cranio, la forma della calotta, tutto, tutto corrisponde nelle mi­sure e nella forma al fossile che di parecchi millenni lo precedet­te. Questo è l'uomo mediterra­neo, o signori, che calcò il suolo di Roma, imparentato con l'uomo' dell'Aniene. Io vi prego di iden­tificare con la vostra fantasia Tuo. mo preistorico di cui il Rellini trovò il fossile per queste balze con questo giovane che abbiamo davanti, la cui testa figurerà co­me la più rara e preziosa, forse, dei musei del mondo: una testa, dio mio, che con feroce arguzia potrei augurarmi di avere il più presto possibile e che invece mi auguro, per il bene che voglio a questa gentile famiglia ospitale, di avere tra moltissimi anni. Che dico: avere! Io non sarò più di questo mondo quando questa te­sta apparterrà alla, scienza. Scri­verò un libro sulla vita e sulle abitudini di questo giovane: un libro che sarà una rievocazione animata dell'uomo fossile che cammina per queste balze. Me­ravigliosa congiunzione! Egli non va a caccia di volpi, ma di tremendi esseri del periodo intergla­ciale, tra la terza e quarta glaciazione del quaternario. Egli fab­brica armi di selce e combatte dure battaglie per dare un cam­po libero alla nascita e alla for­mazione dell'umanità! Roma, si­gnori, è lontanissima dal nascere. Ma sul substrato preistorico di questo giovane, voglio dire del millenario progenitore di cui que­sto giovane conserva le caratteri­stiche ataviche, si delinea l'edi­ficio storico della nostra Italia. Visione terribile e piena di paura, che ci fa vedere, a braccetto col preuomo, l'uomo di oggi, di cui ha in comune il cranio e il destino. Dinanzi alla purezza di que­sto personaggio noi assistiamo con religioso spavento a questa sublime contaminazione che è l'e­voluzione dell'uomo: una specie di saccheggio lento, lentissimo compiuto a vantaggio del cervel­lo. Signori, ho finito! (Mormorio di vivace approvazione. Strette di mano. Rocco è osservato con cu­riosità. Gentilmente Rubina si stringe al suo fianco e fa un pas­so con lui come per sottrarlo agli sguardi di tutti, ma egli resiste e si ferma. Si parlano senza muo­versi e senza guardarsi per non far capire agli altri che si rivol­gono la parola. Solo Rubina con gesto furtivo si asciuga gli occhi).

Rocco                            - (cui non è sfuggito il ge­sto di Rubina) Perché piangi? Non piangere. (Un passo avanti). Se piangi afferro il professore e lo getto giù coi suoi amici. (Sorri­de. Il suo volto s'illumina).

Rubina                          - Pensavo che tu fossi avvilito.

 Rocco                           - Niente.

Rubina                          - Caro fratello mio!

Rocco                            - Voglio andarmene.

Rubina                          - Che vuoi fare?

Rocco                            - Ascoltare le loro voci.

Rubina                          - T'interessano?

Rocco                            - Si. (Si volge e fa qual­che passo per andarsene. La so­rella lo tiene sempre per mano. Poi si fermano perplessi dinanzi agli scienziati che lì trattengono).

1° Scienziato                 - Starà a tavola con noi?

Rubina                          - Non si è mai seduto. Solo quando era piccino. Non gli piace.

II0 Scienziato                - Quali sono, si­gnorina, le cose che lo interes­sano?

Rocco                            - (tira la mano di sua so­rella, alquanto corrucciato).

Rubina                          - Non vuole stare più qui. Scusate. (Fanno qualche pas­so a sinistra. Rubina lo accompa­gna, poi ella si ferma mentre Roc­co se ne va).

Antonio Nunziata         - Se Lor Signori vogliono passare di là... Abbiamo preparato qualche cosa. Bisognerà adattarsi... (ringrazia­menti, sorrisi. Tutti si muovono e vanno a destra). Di là c'è un altro paesaggio da ammirare. (Li accompagna).

(Rimangono in scena Rubina, Regina e Corrado) .

Rubina                          - (invitandola con un ge­sto a passare di là). Signorina...

Regina                           - Ho notata la sua pe­na. Noi abbiamo forse ferita la sua tenerezza.

Rubina                          - No, no... D'altra par­te mio fratello ha stipulato sì o o no un contratto? È o non è a disposizione della scienza? Egli quasi non appartiene più alla no­stra casa, a se stesso, a noi...

Regina                           - Vede? Avevo ben ra­gione io...

Rubina                          - Non ci badi.

Regina                           - Come mi rincresce!

Rubina                          - Prego, signorina. (Le sorride, per metterla fuori d'im­barazzo) L'accompagno...

Regina                           - E tu Corrado? Stai lì a fumare, ma sarebbe una scor­tesia se tu non andassi. Che c'è? Sei indignato?

Corrado                         - Sì, sono indignato.

Regina                           - (Ha un gesto come per dire: « È colpa mia? »).

Corrado                         - Meglio lasciarmi sta­re un minuto.

Regina                           - Allora ti aspetto di là?

Corrado                         - Sì, aspettami di là.

Regina                           - Vuoi dire qualche co­sa alla signorina?

Corrado                         - Sì. Vorrei dire qual­che cosa alla signorina.

Regina                           - Va bene allora. (Via a destra).

Corrado                         - (sì alza) Signorina, se le mie parole contassero qual­che cosa, vorrei chiedervi scusa.

Regina                           - Ma perché?

Corrado                         - Vorrei chiedervi scu­sa per gli altri. In tutta questa faccenda io vedo una contamina­zione odiosa, una presa di posses­so brutale. Talvolta gli scienziati sono costretti a mancare di deli­catezza. Considerano solo la ra­gione scientifica là dove si agita­no altri sentimenti. Sono tanto indignato che non ho potuto neanche dire qualche parola alla mia fidanzata.

Regina                           - Oh, dovevate essere gentile con la vostra fidanzata! È una creatura così bella!

Corrado                         - Certe volte ha delle durezze che la fanno troppo so­migliare al padre.

Regina                           - Mi pare così gentile!

Corrado                         - È una gentilézza ar­tefatta. E io, sì, amo tutto quello che è artefatto; ma non qui! Per­ciò non dovevo venire tra queste montagne a considerare la mia fi­danzata nel rilievo del paesaggio. Non ci guadagna in questi luo­ghi, e con un simile scenario. E non ci guadagnano neanche gli scienziati. Io poi sono buffo e fuo­ri posto. Ma questo non m'impe­disce di ammirare voialtri. Sen­to una specie di umiliazione di­nanzi a voi. Mi pare di essere venuto qui con una compagnia di buontemponi e di gaudenti pronti a mettersi a banchettare in una chiesa. Voi, vostro padre, la montagna, lo stesso vostro fra­tello che cammina come se recas­se un misterioso e formidabile destino, siete così belli e grandi e puri, che io farò una cosa sem­plicissima. Scenderò per il sentie­ro che ho fatto salendo, mi met­terò al volante della macchina e scapperò, pianterò tutti, mi sottrarrò alla loro prepotenza e alla loro umiliazione. Va bene? Soltanto a voi chiedo scusa di que­sto mio atto che vi potrà parere villano.

Rubina                          - Non lo fate, non lo fate per la vostra fidanzata!

Corrado                         - È meglio anche per lei che me ne vada. Si eviteran­no parole incresciose. E lasciate che io vi esprima, signorina, la mia ammirazione. Io sono un cit­tadine, un bellimbusto, un ozio­so. Basta guardarvi, basta consi­derare di che genere può essere fatta la bellezza, per capire chi siete. È bastato a me di vedervi un momento a fianco del vostro fratello per avere disgusto di tut­ta la mia allegra brigata.

Rubina                          - No, non ve ne anda­te così. Permettetemi che io chia­mi la vostra fidanzata. Almeno questo me lo potete consentire.

Corrado                         - Sia pure, signorina.

Rubina                          - (via a destra).

Corrado                         - Che strana creatura!

Regina                           - Ebbene, Corrado, non vieni.

Corrado                         - Che t'ha detto la si­gnorina?

Regina                           - Che mi doveva dire?

Corrado                         - Vado via.

Regina                           - Dove?

Corrado                         - Via, in città, a ca­sa mia.

Regina                           - Ma perché?

Corrado                         - Perché mi avete di­sgustato. Tutti in blocco. Me ne vado perché qui, in questo paese siamo tutti da mettere in un fa­scio e da precipitare per queste balze. E volere bene a te in un luogo simile è una delle cose più assurde che si possano immagi­nare. E tuo padre scienziato e i suoi amici scienziati io li disprez­zo profondamente, capisci? Ora che hai sentito queste cose spia­cevoli che con molta probabilità io ti avrei risparmiate se mi aves­sero lasciato andar via, fammi il piacere di non dirmi nessuna del­le tue parole accorate e dolcia­stre per trattenermi. Addio.

Regina                           - Povero Corrado! Cre­di che sia la montagna, la scena a cui abbiamo assistito a provocare le tue parole? Non è da oggi che io cerco disperatamente di trat­tenerti, mentre tu hai voglia di fuggire. Per te non è neanche ne­cessario fuggire, dal momento che non sei più qui!

Corrado                         - Tu sai che io non ti voglio più bene?

Regina                           - Lo so.

Corrado                         - E tu mi ami?

Regina                           - Sì.

Corrado                         - E soffri?

Regina                           - Da morire.

Corrado                         - È la prima volta che ci diciamo queste cose.

Regina                           - È vero.

Corrado                         - Guardandoci negli occhi, rinunziando a mentire.

Regina                           - Sì.

Corrado                         - Perdonami.

Regina                           - Che devo perdonarti?

Corrado                         - Resto qui con te. Immagina che io non ti abbia det­to nessuna delle parole che ti han­no addolorata. Hai fatto male a condurmi qui. È troppo solenne per noi. Lo stesso uomo dei bo­schi... come si chiama? Il giova­ne che abbiamo visto docilmente camminare a fianco di quella de­liziosa ragazza... Io ho invidiato la sua parentela con la terra; e così, con questo vestito, con la mia fatuità, corrotto come sono, e misero, avrei voluto sprofon­darmi, scomparire... Che cosa so­no io vicino a questi esseri e a queste cose? Noi portiamo il peso della nostra stanchezza millena­ria, mentre lui è lì che può salire sulla montagna come un semidio, confondersi con le creature dei bo­schi, giocare d'astuzia con loro, vincerle con la forza. Ecco un uomo. Ecco veramente un uomo! Non mi sono mai apprezzato esa­geratamente, ma puoi essere cer­ta che da ora in poi mi sentirò meschino anche dinanzi al mio muro giallo! E ora andiamo a far colazione. Abbiamo rimesso in equilibrio i nostri nervi, sistemate e placate le nostre suscettibilità. L'uomo civile è proprio conci­liante (esce seguito da Regina che lo chiama).

Regina                           - Corrado! Senti, Cor­rado! (Via a destra).

(Rocco e Rubina vengono dalla sinistra nello stesso momento in cui Corrado e Regina scompaio­no dalla destra).

Rubina                          - Credo che non vada­no d'accordo. Credo ch'egli sia già partito. Volevi vederli?

Rocco                            - (sorridendo) Io?

Rubina                          - Scherzavo.

Rocco                            - Mi credono un bruto.

Rubina                          - Tu non parli mai! Non ti credono niente.

Rocco                            - Eppure certe volte mi pare di sapere tante cose.

Rubina                          - Avevo paura che di­nanzi al professore dicessi qual­che cosa.

Rocco                            - Gli sono grato perché non mi ha obbligato a parlare.

Rubina                          - Perché sorridi? Certo pensi a qualche cosa piacevole.

Rocco                            - Col suo denaro andre­mo per il mondo.

Rubina                          - Perché non ne hai chiesto mai a nostro padre? Egli te ne avrebbe dato.

Rocco                            - Non ne avevo diritto. Non ho voluto studiare. Ma ades­so sì. Ho già cominciato.

Rubina                          - Ah sì?

Rocco                            - Ho due libri, lassù.

Rubina                          - E perché ti è venuta la curiosità tutto a un tratto di vedere città, mari, paesi...

Rocco                            - Li guardavo dalla mon­tagna. Di notte li vedo luccicare.

 Rubina                         - Che cosa senti dentro di te per cui credi di essere felice?

Rocco                            - Una tenerezza. Una cosa che stringe.

Rubina                          - Vuoi salutare il pro­fessore?

Rocco                            - No.

Rubina                          - Vuoi salutare la si­gnorina?

Rocco                            - No.

Rubina                          - È bella, hai visto?

Rocco                            - È bella. Ma ho ver­gogna.

Rubina                          - Sei più felice di loro?

Rocco                            - Non so.

Rubina                          - La grande saggezza è di credersi più felice degli altri.

Rocco                            - Non so. Ci deve essere qualche cosa per cui non mi piace essere felice.

Rubina                          - Ah sì? E che cos'è?

Rocco                            - Non ho capito bene.

Rubina                          - Stuellerai, viaggiando.

Rocco                            - Sì. E ascolta.

Rubina                          - Che vuoi dirmi?

Rocco                            - Ho una cosa qui (sì tocca la fronte) Il professore cre­de che non ci sia niente. Ho una cosa che è come un dispetto.

Rubina                          - Un dispetto?

Rocco                            - Un odio.

Rubina                          - (spaventata) Tu odii qualcuno?

Rocco                            - Sì.

Rubina                          - Qualcuno con cui hai attaccato lite sulla montagna?

Rocco                            - No.

Rubina                          - E allora chi?

Rocco                            - Odio mio padre.

Rubina                          - (con grande stupore e angoscia) Nostro padre? E che t'ha fatto?

Rocco                            - Anche per questo vo­glio andar via. Distruggere que­sta cosa.

Rubina                          - E perché lo odii?

Rocco                            - Non so.

Rubina                          - Perciò sei sempre sul­la montagna? (disperata). Dim­mi, Rocco: è per questo?

Rocco                            - Sì.

Rubina                          - (rapidamente stringen­dosi al petto di lui) Oh Rocco!

Rocco                            - Non aver paura.

Rubina                          - Ti ha fatto qualche cosa? E perche non mi hai detto nulla, perché me lo dici adesso?

Rocco                            - Perché partiamo in­sieme. E allora, partendo insieme tu mi devi conoscere.

Rubina                          - È bene leggerci negli occhi, senza segreti.

Rocco                            - Sì.

Rubina                          - E non hai potuto mai spiegarti la ragione dì quell'odio? Oh, Rocco, mi hai detto una cosa terribile!

Rocco                            - Nessuno deve sapere.

Rubina                          - E un'altra cosa alla sorella tua devi dire.

Rocco                            - Sì.

Rubina                          - Una cosa divertente.

Rocco                            - (accenna di sì col capo).

Rubina                          - Non hai voluto mai bene a nessuna donna?

Rocco                            - No.

Rubina                          - Nemmeno a una di quelle che incontri sulla monta­gna, che vanno a far legna? Ci sono ragazze graziose. .

Rocco                            - No.

Rubina                          - Parlo di amore. Mai sentimento di amore?

Rocco                            - No.

Rubina                          - Ameresti una donna come Regina?

Rocco                            - Regina? (è stupito).

Rubina                          - Si, Regina. Quella che è qui.

Rocco                            - (incantato) Si chiama Regina?

 Rubina                         - Ti pare un nome strano?

Rocco                            - Mi pare il nome di una favola.

Rubina                          - Dimmi se ti piace.

Rocco                            - È bella. È bella come te. Credevo che non esistessero donne così.

Rubina                          - (ridendo) Ma se esi­stevo io!

Rocco                            - Tu sola.

Rubina                          - E quel signore è il suo fidanzato.

La voce di Regina         - Rubina! Signorina Rubina!

Rocco                            - (sobbalzando) Non vo­glio vedere! Ti aspetto di là (via a sinistra).

Regina                           - (dalla destra) Rubi­na... Perché non siete venuta an­che voi?

Rubina                          - Ho dovuto....

Regina                           - Sono stata un po' in­sieme con vostra madre, con la signora Rosa. Voi le somigliate!

Rubina                          - Mamma è stata una bella donna. Anche adesso è bella.

Regina                           - Altro che!

Rubina                          - E il vostro fidanzato?

Regina                           - È andato via.

Rubina                          - Possibile?

Regina                           - Sì. È un mostro. Non mi ama.

Rub.                              - E voi perché lo amate?

Regina                           - È proprio quello che dovrei chiedermi, una volta per sempre.

Rubina                          - Ma non aveva detto che sarebbe rimasto?

Regina                           - Si vede che è stato più forte dì lui. La montagna lo ha messo in fuga (ride nervosa­mente).

Rubina                          - Signorina...

Regina                           - Credevo un momento fa che non avrei potuto reggere. Invece....

Rubina                          - Non siete disperata?

Regina                           - Noi

Rubina                          - Meglio così.

Regina                           - Rubina! Avete un nome così fresco e forte.

Rubina                          - Un nome da monta­gnola. Voi invece avete un nome sfolgorante. Mio fratello poco fa lo pronunciava come se assapo­rasse un frutto nuovo (imitando l’atteggiamento estatico del fra­tello) « Regina! ». Siete la prima forestiera... La prima bella don­na ch'egli vede.

Regina                           - (felice) Ah sì?

Rubina                          - Sono certa che quan­do domattina sarà in cima alla montagna si divertirà a gridare il vostro nome. Potete essere certa che quel nome nessuno l'ha mai sentito lassù (ride).

Regina                           - Voi mi consolate. Mi dite queste cose dolci. È difficile vivere quassù in mezzo a tutte queste cose così vaste?

Rubina                          - Bisogna esser molto forti. Oppure essere dei contadi­ni. Vivere una vita animalesca. Allora è facile.

Regina                           - A voi piace?

Rubina                          - A me sì.

Regina                           - Chi sa se potremo es­sere amiche.

Rubina                          - Chi sa.

Regina                           - Ora ho paura. Mi sembra di essere tanto sola. (Voci che chiamano: Rubina! Signori­na!) Vi chiamano!

Rubina                          - Ci chiamano. Andia­mo. Ci aspettano!

Regina                           - (in fretta) Vi raggiun­go subito. Sono troppo sconvolta. Non voglio ch'essi sappiano che ho pianto.

Rubina                          - (la guarda. Vorrebbe dire qualche cosa, poi lentamen­te se ne va a destra).

Regina                           - La verità è che non c'era niente nel suo cuore. Ecco la verità! Forse c'era un po' di umiliazione! Umiliazione di non volermi più bene! (si asciuga gli occhi).

Rocco                            - (attraversa la scena. A un certo punto si volge sorpreso e allora sì ferma improvvisamente e resta col capo chimo).

Regina                           - (come animata dalla sua stessa pena, dice queste pa­role con una certa violenza: ) Me lo potresti dire tu, che non dici mai niente a nessuno, e chi sa come vedi il mondo, e chi sa che cosa credi che sia una donna che piange! Provo una impressione curiosa a parlare con te che non comprendi e che sei di un'altra umanità! a te che sei vivo e as­sente! Se non avessi paura, verrei con te sulla montagna per scoprire il mondo coi tuoi occhi, e non vedere più intorno a me gente stanca e disillusa, e neanche me stessa disillusa e senza una picco­la luce nell'anima! (improvvisa­mente atterrita dall' immobilità di Rocco) Oh dio... Ho paura (chia­ma sommessamente) Rubina! Si­gnorina Rubina!

Rocco                            - (muovendosi mostra di avere in mano un fiore).

Regina                           - (rincuorata) Che hai? Hai un fiore? Che cosa mi pare vederti con un fiore!

Rocco                            - (alza la mano come se volesse offrirlo).

Regina                           - (con voce mutata, im­provvisamente lieta) Lo vuoi dare a me? Sai venire fin qui a portarmelo?

Rocco                            - (confuso, a piccoli pas­si le sì avvicina e glielo porge).

Regina                           - (si alza in piedi) Oh! Ecco! (ride) Un fiore! Grazie! Un fiore! (gli sorride raggiante).

Rocco                            - (rimane impacciato da­vanti a lei. Poi le sorride e se ne va col suo passo un po' felino. Una volta solo si volge rapido. Scompare).

Regina                           - (rimane nel mezzo del­la scena, col fiore in mano, come incantata).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Albergo di una grande città. Siamo in una vasta sala sfolgo­rante a cui arrivano, discrete, le note dì una invisibile orchestra. Un certo movimento di camerie­ri, di signori e di signore si nota verso il fondo. Evidentemente nell'ora pomeridiana sì sta svol­gendo qualche festa.. Infatti, qualche istante dopo, la musica tace e si sente la voce di un si­gnore che fa un brindisi, a cui seguono applausi e mormorii. Poi silenzio. Poi di nuovo si ode il suono dell'orchestra.

Entra dalla destra Rubina. Si capisce che non è una invitata, ma una cliente dell'albergo. Ha in mano un libro che posa sopra un piccolo tavolino dinanzi a cui sì siede, disponendosi a scrivere una lettera. In questo momento passa II Segretario. Egli viene dalla sala degli invitati. Rubina lo vede, ha un momento dì perplessità. Poi si alza e chiama ri­solutamente:

Rubina                          - Signore! Signore!

Il Segretario                  - (volgendosi a destra e a sinistra) Lei, signori­na? Vuole me?

Rubina                          - Sì, non mi riconosce?

Il Segr.                          - (cercando nella propria memoria) Oh Dio... Mi scusi.

Rubina                          - Proprio non sa chi sono?

Il Segretario                  - (si avvicina) Sto cercando, sto cercando. Il viso mi è noto. Il nome mi sfugge.

Rubina                          - La montagna! La montagna!

Il Segretario                  - La signorina Rubina!

Rubina                          - Precisamente.

Il Segretario                  - Ah! Ora sì! Ora sì! Ma che miracolo! Come sta? Così bella, così elegante!

Rubina                          - Vuol dire che prima ero come una contadina?

Il Secret.                       - Ma no! È l'am­biente diverso. Due anni son pas­sati!

Rubina                          - Proprio due anni.

Il Segretario                  - Che ha fatto lei in questi due anni? Io sono in­vecchiato. Lei è diventata più bella.

Rubina                          - Finirò con l'invecchia­re anch'io.

Il Segretario                  - Se si può dire! Avrà ventidue anni.

Rubina                          - Sì.

Il Segretario                  - Dunque! Que­sti due anni l'hanno tutta levigata e addolcita. Però c'è sempre quel­la sua aria di fierezza e d'indipen­denza. La chiamavano « Fior di Valle », non è vero?

Rubina                          - Come lo sa lei?

Il Segretario                  - Come! Fu la prima cosa che mi dissero quan­do venni la prima volta al suo romitorio di Lama! E il fratello?

Rubina                          - Quale?

Il Segretario                  - La nostra te­sta famosa! Non conosciamo che quello. È sempre sulla montagna?

Rubina                          - Sì...

Il Segr.                          - Sa che è già quasi pronto il libro del professore?

Rubina                          - Che libro?

Il Segretario                  - Il libro che parla di suo fratello. Lo ha già consegnato all'editore, insieme con le bellissime fotografie che ese­guimmo quel giorno; si ricorda? Anzi ne voleva altre. Dovevo scri­verle. Il libro è molto atteso. Lui si è fatto intervistare. Oh! Per farsi la « reclame » lasci fare a lui! E dunque? Viaggia sola?

Rubina                          - Sono qui con un altro dei miei fratelli.

Il Segretario                  - Uno di quelli che studiavano all'Università? Ora sarà laureato.

Rubina                          - Sì. E la signorina Re­gina?

Il Segret.                       - Sono tutti di là...

Rub.                              - (quasi spaventata) Di là?

Il Segretario                  - Sì, a un rin­fresco dato in onore degli sposi. Si è sposata la figliuola di un col­lega del professore. Il professore è stato nominato accademico... In confidenza, si dà molto da fa­re! Darà una festa, una grande festa. Lei verrà! Ma come mai non ha informata del suo arrivo la signorina Regina?

Rubina                          - Siamo arrivati da po­chi giorni. Io ho scritto a Regina. Ci scriviamo sempre.

Il Segretario                  - È di là col si­gnor Corrado.

Rubina                          - Non più fidanzati?

Il Segretario                  - Ma che! Amici e nient'altro. Del resto si vedono anche raramente. Ora vado a in­formarli.

Rubina                          - Non lo faccia!

Il Segretario                  - Perché? Il pro­fessore è già andato via! Sono lo­ro due soli. Eh! Mi accopperanno quando sapranno che l'ho trovata qui e non li ho avvertiti. Mi fac­cia andare, signorina... (per an­dare) Ah, ecco là il signor Corra­do. Vede? L'avrebbe vista egual­mente.

Rubina                          - Non mi avrebbe rico­nosciuta.

Il Segretario                  - Guardi chi c'è!

Corrado                         - (trasecolato) La si­gnorina Rubina!

Il Segretario                  - Ha visto? Al­tro che riconoscerla! (nello stesso tempo in cui Rubina dice):

Rubina                          - Come sta?

Corrado                         - Finalmente, una gior­nata avventurata!

Rubina                          - Ah sì? Non esageri!

Il Segretario                  - (a Corrado) Allora pensa lei ad avvertire la signorina Regina?

Corrado                         - Ma sì!

Il Segretario                  - Così io corro all'Università a sbrigare un inca­rico del professore. Posso avver­tire il professore?

Rubina                          - (vivamente) No. Per ora no... Mi dia la sua parola che non lo farà.

Il Segretario                  - Sta bene. Ri­spetto la volontà della signorina. Sarà obbedita. A rivederci.

Rubina                          - A rivederci.

Il Segretario                  - (via).

Corrado                         - Dunque? Sa che non credo ai miei occhi?

Rubina                          - Come mai non ha più fiducia in loro? Non l'hanno ser­vito bene fino adesso?

Corrado                         - Mi pare la cosa più strana di questa terra.

Rubina                          - Eppure niente di più naturale che anch'io come ogni altro mortale, adoperi il treno, l'automobile e il piroscafo.

Corrado                         - Gli è che io non so dissociare quella giornata così lu­minosa dalla sua persona e dai luoghi dove li ha inquadrati il mio cervello: lei, suo padre, suo fratello. Io me ne fuggii per non smarrire quello che loro mi aveva­no messo nell'anima e che certa­mente i discorsi del professore e dei suoi quattro satelliti avrebbe­ro distrutto.

Rubina                          - Il dottor Climt si è comportato da scienziato. Tanto È vero che gli altri miei due fra­telli non hanno avuto che dire.

Corrado                         - Ma se anche nella co­municazione che ha dato all'Ac­cademia delle Scienze si è com­portato in modo altezzoso! Ha detto: « L'individuo che in que­sto momento passeggia sulla mon­tagna senza ricordarsi di avere la mia testa sulle spalle... ».

Rubina                          - (ride).

Corrado                         - Lei ride?

Rubina                          - La sua suscettibilità è una provvidenza di cui la rin­graziamo. Ma le ripeto che la co­sa è stata grata alla mia fami­glia. Quindi lei è senza rimorsi.

Corrado                         - Com'è questo secon­do o terzo fratello? Somiglia al primo?

Rubina                          - Molto gli somiglia.

Corrado                         - Sa che ho tanto pen­sato a lei?

 Rubina                         - Ma davvero? Glie ne sono grata.

Corrado                         - Non si burli di me.

Rubina                          - Avrebbe dovuto non distogliere i suoi pensieri da Re­gina. Chi sa come l'avrà fatta soffrire.

Corrado                         - Niente. Credevo, do­po la mia fuga, che si scatenasse la bufera. Macché! Nessuno dei due ha più parlato di amore.

Rubina                          - Regina è una creatu­ra meravigliosa.

Corrado                         - Tuttavia... Vede l'ef­fetto della montagna?

Rubina                          - Eh! Lo vedo! Invece di placare, sconvolge. È più il male che fa che il bene. A furia di distruggere...

Corrado                         - E’ il mezzo per pla­care. Rifare le anime.

Rubina                          - Lei esagera.

Corrado                         - Voglio dirle quello che ho provato: una specie di smarrimento. Ho sentito che né io né Regina eravamo forti. Ho sentito che non avrei protetta! a sua esistenza, né sarei stato un buon compagno. Si rammenta com'ella si burlava di me perché ero troppo cittadino? Ebbene se sapesse come lei lo è più di me! Io non avrei saputo come domi­narla, né mai ella avrebbe avuto un piccolo aiuto da me, spiritual­mente. Non le pare che sposarsi in simili condizioni sarebbe stato un disastro? E sa che avevo in animo di venirla a trovare?

Rubina                          - Non mi avrebbe tro­vata. Sono due anni che vado in giro!

Corrado                         - Ma perché?

Rubina                          - Per istruirmi.

Corrado                         - Che idea!

Rubina                          - Non si era accorto come ero ignorante?

Corrado                         - Io no... E suo fra­tello dunque si è laureato: quello che studiava a Napoli?

Rubina                          - Sì. (Pausa) Perché mi voleva venire a trovare?

Corrado                         - Per vederla.

Rubina                          - Soltanto?

Corrado                         - E anche per parlar­le di Regina. Ma adesso lei è qui e non è più necessario. Da che non siamo più fidanzati Regina non mi dice più niente. Lei che ha fatto nelle città in cui è an­data?

Rubina                          - Gliel'ho detto. Ho studiato. Mio fratello e io abbia­mo studiato insieme. Lui per per­fezionarsi e io per tenergli com­pagnia. Abbiamo fatto un'indi­gestione di lezioni... Siamo stati felici. È bello studiare.

Corrado                         - Che idea! Meglio vi­vere.

Rubina                          - Io ho tanto vissuto! Non ne posso più di vivere!    - (ride).

Corrado                         - Lo dice con tanto sorriso e con tanta innocenza da farmi subito capire che non ha vissuto affatto.

Rubina                          - Non mi ha detto per­ché voleva venire da me, oltre che per parlare di Regina.

Corrado                         - Non glielo dico più.

Rubina                          - Non le sono abbastanza amica?

Corrado                         - Non mi è abbastanza amica.

Rub.                              - Allora, a un'altra volta.

Corrado                         - A un'altra volta.

Rubina                          - Si crede talvolta di essere amici, di poter osare una confidenza. Poi, alla prova, quan­do si sente il suono della nostra voce, ci si accorge di essere lontani. (Si alza). Vuole accompa­gnarmi da Regina?

Corrado                         - Volentieri, signorina. Vedrà come sarà contenta!

(Mentre i due si allontanano a sinistra Rocco arriva dalla destra. Egli è in abito grigio. Senza più la leggera ombra di baffi e con la testa ben ravviata, non sembra più lo stesso uomo. Dopo essersi guardato intorno, va a spingere in fretta un campanello elettrico).

Cameriere                      - Comandi, signore.

Rocco                            - Chi è quel signore che è andato di là con mia sorella?

Cameriere                      - Il barone Corrado de Rosa.

Rocco                            - Ah!

Cameriere                      - Di là hanno dato una festa perché si è sposata la figlia di un collega del dottor Climt. Ora la festa è al termine. Immagino che la signorina...

Rocco                            - Ho capito. Dite a mia sorella quando viene) se è sola... se no lasciate stare... Se è sola ditele che l'ho cercata.

Cameriere                      - Vuole che vada ad avvertirla?

Rocco                            - Non importa.

Cameriere                      - Il dottor Climt è quello grosso, con la barba e gli occhiali.

Rocco                            - Non ho visto.

Cameriere                      - Un uomo famoso. L'anno scorso ha presentato la donna gorilla...

Rocco                            - Ah, si?

Cameriere                      - E poi ha dotato il nostro Museo della più grande rarità scientifica vivente: la testa del preuomo. Un tale che vive oggi ma ha la testa di un milio­ne di anni fa. Si tratta di un perfetto cretino. Che ne dice?

Rocco                            - Io non dico niente. Come si fa a sapere che è cretino?

Cameriere                      - Dal cranio.

Rocco                            - E il cervello?

Cameriere                      - Il cervello di quel cranio.

Rocco                            - Ah, be'. Non sapete altro?

Cameriere                      - Pare però che quel­lo faccia una vita igienica sulla montagna, e non abbia idea di abbandonare la propria testa.

Rocco                            - Ah, è furbo!

Cameriere                      - L'anno scorso è andata una commissione a tro­varlo. Non c'era. Sta sempre in una grotta dove arrostisce la sel­vaggina. Non è mai sceso in paese.

Rocco                            - Che bellezza che non l'abbiano trovato.

Cameriere                      - Chi?

Rocco                            - Il preuomo.

Cameriere                      - Ah! È un furbo!

Rocco                            - Ma se non ha cervello come fa a essere furbo?

Cameriere                      - Ecco la signorina che torna senza la signorina Re­gina. Si vede che la festa non è terminata. Ma non mancherà mol­to, certamente (s'inchina, se ne va).

Rubina                          - (premurosa, carezzevo­le) Se sapessi chi ho visto!

Rocco                            - Lo so.

Rubina                          - Bene. Che hai?

Rocco                            - Non mi riconoscerà?

Rubina                          - Ma com'è possibile! Non ha mai sentito la tua voce ti ha intravisto in condizioni ec­cezionali, sei anche molto cam­biato apparentemente. Hai il no­me di tuo fratello...

Rocco                            - Non m'ingannare!

Rubina                          - Sai che non inganne­rei un fanciullo, e che piuttosto che ingannare qualcuno darei l'a­nima a Dio.

Rocco                            - Lo so.

Rubina                          - Il meglio di te è ri­masto. Ma tu sei un altro.

Rocco                            - Se ne è andata la mia violenza di bruto?

Rubina                          - Quella era la tua in­nocenza.

Rocco                            - Non ho più innocen­za. E poi tu sai che anche sulla montagna studiavo, a modo mio. Stamane ero solo nel parco. Ho inseguito una farfalla. Pensavo: « Se la prendo riafferro la mia in­nocenza ». Macché! È salita, è sa­lita. Se n'è andata.

Rubina                          - Sai, Rocco.,.

Rocco                            - Ti ha chiesto di me?

Rubina                          - Di questo ti volevo parlare. Io le ho detto: « È qui il fratello, quello che l'accompa­gnava sulla montagna, quello che gli era più vicino ». Mi ha fatto delle domande: « Gli somiglia? Come gli somiglia? »,

Rocco                            - E tu hai detto di si.

Rubina                          - Ho detto che gli so­migli. Infatti, è vero!

Rocca                            - Ma di quello che co­nobbe lassù che ricordo ha?

Rubina                          - Non ho capito bene.

Rocco'                           - Forse di pietà? Si ten­ga la sua pietà.

Rubina                          - Tu sempre hai evi­tato di parlarmi di lei.

Rocco                            - Sì.

Rubina                          - In questi anni se io ti nominavo Regina tu sempre svia­vi il discorso. Ho sentito che tu avevi un segreto. E vedi: da una parte io ero felice! Avere un se­greto per te voleva dire veramen­te cominciare a vivere! Io ero ge­losa e felice! Non osavo neanche interrogarti per paura... per pau­ra che il segreto non ci fosse più...

Rocco                            - Non mi chiedere nulla.

Rubina                          - Eppure, nulla mi ave­vi mai nascosto delle giornate buie che avevamo vissuto quando tutto pareva troppo grande per te e tu mettevi a tortura la tua testa. Ho anche creduto che la vita una volta o l'altra dovesse sopraffarti.

Rocco                            - Un giorno per poco non mi sono ucciso, tu non lo sai... Sono stato anche sul punto di uccidere...

Rubina                          - (spaventata) Vedi! Vedi! Quando?

Rocco                            - Quel giorno che con­fidai al mio amico che non avevo mai amato nessuna donna, ed egli lo raccontò ai compagni che mi dileggiarono. Mi dissero che io ero un selvaggio e che non sapevo sorridere alle donne... che non a. vrei mai potuto sorridere dinanzi a una donna...

Rubina                          - E tu per tanto poco volevi ucciderti!

Rocco                            - Non per quello sol­tanto. Ma quel giorno io sentii che l'amarezza che si era venuta accumulando in me non era più con tenibile. Tutti i giorni gli uo­mini mi aveva offeso, sicché a un certo momento mi parvero tut­ti malvagi. Non avrei mai credu­to che si dovessero combattere mentre si viveva insieme! Poi mi sono abituato. Ho capito che per combatterli bisognava o sfuggirli o essere armati, ossia ricambiarli con la diffidenza o con l'astuzia. Tuttavia qualche cosa mi sorreg­geva per cui la vita era bella.

Rubina                          - Regina!

Rocco                            - Che pensi tu?

Rubina                          - E bella. L'ho vista. È ancora più bella.

Rocco                            - Lo so! L'ho vista anch'io! (sorride).

Rubina                          - Parlo di adesso. Non di quel giorno.

Rocco                            - Sì, adesso. La vedo tutti i giorni.

Rubina                          - Tu? Dove? Come?

Rocco                            - Per la strada. Tra la folla. Quando passa.

Rubina                          - L'hai incontrata?

Rocco                            - Tutti i giorni la vedo, la incontro, la seguo. So dove abita. Tutti i giorni a pochi pas­si da lei saccheggio la sua bel­lezza nascostamente, da che sia­mo venuti in questa città. Sono tre mesi. Sempre l'ho vista!

Rubina                          - Ecco il segreto!

Rocco                            - Un giorno si fermò a discorrere con un signore che in­contrandola l'aveva salutata. Ella parlava e sorrideva. E io ero fer­mo, addossato a una vetrina. Mi parve che tutte le mie vene si vuo­tassero! Che fosse finita per me!

Rubina                          - Perché ella sorrideva?

Rocco                            - Sì. Perché sorrideva a un altro uomo che io ho invidia­to. E sai a chi? A Corrado.

Rubina                          - Ma se non c'è più niente tra loro!

Rocco                            - Lei gli sorrideva. Per me era tutto. Per me quello là era il più felice degli uomini.

Rubina                          - Poi si lasciarono? Non fecero un tratto di strada insieme?

Rocco                            - No. Allora ho capito che gli uomini possono odiarsi tra di loro.

Rubina                          - E se avessero fatto la strada insieme?

Rocco                            - Tanto peggio per me! Un giorno si fermò dinanzi a una vetrina a guardare un gio­cattolo buffo, animato...

Rubina                          - Quello che portasti a casa?

Rocco                            - Sì. Si fermò come at­tratta e pareva che gli sorridesse. Poi seguitò la sua strada, e io naturalmente la seguii. Poi al ri­torno mi fermai a guardarlo in­cantato. L'ho portato a casa per toccarlo e sentire gli occhi di lei.

Rubina                          - (ride) Senti. Regina sta per venire. Vuoi vederla?

Rocco                            - No, no...

Rubina                          - Perché?

Rocco                            - Perché non posso dirle chi sono. D'altra parte non pos­so sopportare ch'ella mi guardi con simpatia credendomi un al­tro. .. sia pure credendomi mio fratello...

Rubina                          - A lei puoi dire chi sei.

Rocco                            - No! Ho lasciato Rocco sulla montagna!

Rubina                          - Ebbene, ella pensa con tenerezza proprio al Rocco che tu hai lasciato lassù! Non è mai scomparso per lei! Non è mai sceso!

Rocco                            - Dunque quello che lei ha nel cuore per lui non riguarda me! Non mi serve il suo bene per lui.'Tra me e lui non c'è parentela. Tutto quello che si è trasfor­mato in me non è servito dun­que che ad allontanarmi dai suoi occhi. Ecco che cosa ci ho gua­dagnato a venire in mezzo agli uomini! Rocco è distrutto. Ha perduto il suo passo, la sua leg­gerezza, la sua innocenza. Forse lei gli voleva bene!

Rubina                          - Ma tu devi avere l'orgoglio di essere oggi quello che sei.

Rocco                            - Se Regina pensa a lui, tutto quello che abbiamo fatto è stato inutile! Un servo! Sai che vuol dire un servo? Quello so­no io! Avevo avuto del denaro per aver concluso il mio mercato col professore? Se avevo voglia di correre in città dovevo andare a confondermi in mezzo alla gen­te che vedemmo quel giorno sca­ricare gli aranci dalle stive dei bastimenti. Vivere dovevo la mia vita di bestione, e sfogarmi, e tornarmene poi lassù! Che ne fac­cio io di me, oggi? Una rabbia, una rabbia sento contro di me! contro di me che non ho saputo né rimanere quello che ero né diventare per qualche profitto quello che sono. Vivere per na­scondermi è la vita dei ladri! Io vado tutti i giorni a sorprender­la e a inseguirla, e a cercare di toglierle qualche cosa della sua luce! Ma no! È inutile! C'è quel­lo della montagna che mi attira e mi riprende nella sua grotta. (Sempre più eccitandosi) Ah ah! Pastore! Se vuoi ancora ch'ella ti sorrida fermati qui! E forse la vedrai salire spinta dalla sua cu­riosità di cittadina che va a cono­scere i mostri! Accovacciati! Umiliati! Imbestiati! Ecco quello che ci ho guadagnato!

Rubina                          - (è sgomenta, più che per le parole, per l'angoscia da cui è preso il fratello) Taci...

Rocco                            - Se dunque io ho fat­to tutto questo per lei ho com­messo un grossolano errore. Do­vevo rimanermene lassù! Sputa­re sui denari che mi avevi offer­to il professore, e chi sa! Un gior­no farmi prendere per mano da lei e farmi condurre come hai fatto tu con me... e allora sì essere quello che io sono oggi!

Rubina                          - Non ti tormentare! Ci sarà qualche cosa, vedrai, che ti salverà, che salverà noi due! Ora che so, ora che tu mi hai detto, io posso stringermi a te come ho fatto sempre da che sia­mo andati insieme...

Rocco                            - Tu la vedi, sì? La ve­drai tra poco?

Rubina                          - Sì! Ella sta per ve­nire qui!

Rocco                            - Ah ah! Suo padre mi ha eternato in un libro, in un libro che accrescerà la sua bo­ria! Nel libro è seppellito Rocco. Il giorno che rinasco o devo esse­re quello che ero, il che è impos­sibile, o essere quello che sono, e allora il mio compratore non mi farà avvicinare a sua figlia!

Rubina                          - Rocco!

Rocco                            - Eccomi! A te sola io posso dire « eccomi » quando mi chiami! E tu, Rubina...

Rubina                          - Dimmi...

Rocco                            - La nostra povera dol­cezza sola, e deserta, senza eco! Tu puoi chiamarmi in segreto e io risponderti come un colpevole! Rubina... (appoggia le mani sulle spalle dì lei guardandola con te­nerezza) .

Rubina                          - (vivamente) Parlale! Parlale subito! Rivelati per quel­lo che sei!

Rocco                            - Per distruggere tutto?

Rubina                          - No!

Rocco                            - Meglio fuggire.

Rubina                          - E che otterresti?

Rocco                            - È vero. Sarei insegui­to dalla mia fama! Io corro con te e mi nascondo in qualche par­te. Ed ecco correre verso di noi il professore minaccioso col suo libro tra le mani... « Un mo­mento, signori, un momento! »... (ride con amarezza, beffandosi) Perché io ho una fama, capisci? E che altro si potrebbe fare? Ri­nunziare a Regina, non è così? Allora sì! Tutto accomodato! Venga, pure il professore col suo libro! Io sarei la sua beffa! Lo guarderei con disprezzo! «Ripren­diti il tuo denaro! Che m'impor­ta del denaro? Tu hai pagato l'uo­mo della montagna? Quello non c'è più! Ci sono io, signore! Adesso facciamo i conti tra il mio diritto alla vita e la tua scien­za!» Sarebbe bello accomodare le cose così? Eh sì, Rubina! Soprat­tutto sarebbe comodo. Ma io amo Regina! C'è questa piccola cosa inebriante: che io amo Regina!

Rubina                          - E io poi non ti direi mai di rinunziare!

Rocco                            - Cara Rubina! Ecco il gruppo degli invitati che se ne va... Ella sta per venire. Non voglio vederla adesso... Dille che sono uscito per un momento, non rivelarle nulla! Rubina, Rubina, chiamami Rocco...

Rubina                          - Rocco!

Rocco                            - (sorride) Eccomi! Ca­ra Rubina! (via in fretta).

(Entra Regina).

Regina                           - Cara, sono riuscita a liberarmi dal corteo nuziale. E quel signore che era qui... era tuo fratello Riccardo?

Rubina                          - Sì, sì...

Regina                           - Se n'è andato?

Rubina                          - Torna subito. Aveva da fare qualche cosa. Da che hai capito che era mio fratello?

Regina                           - Non so. Non potrei dirlo. Eppure ho avuto questa impressione.

Rubina                          - Hai indovinato.

Regina                           - Era lui che accom­pagnava Rocco sulla montagna?

Rubina                          - Si. Lui.

Regina                           - Quando non era a Napoli?

Rubina                          - Sì, l'accompagnava durante le vacanze. Regina, mi hai già fatto questa domanda.

Regina                           - Sì, è vero. Ho sempre pensato a quell'uomo che forse aveva una coscienza. Noi lo ab­biamo considerato un selvaggio.

Rubina                          - Credo anch'io.

Regina                           - Non hai mai cercato di penetrare la sua vita?

Rubina                          - Io so poco o nulla di lui. Mio fratello gli è stato vicino. Credo che Rocco sia come un fanciullo. La sua anima è chiara.

Regina                           - Rubina, io vorrei parlare a te come a una sorella.

Rubina                          - Tu lo puoi, Regina. Io ti voglio bene.

Regina                           - Oh! Come sono con­tenta. Lascia che ti abbracci!

Rubina                          - Perché piangi?

Regina                           - Sempre ho sentito, questo pianto vicino al mio cuore senza poterlo mai liberare. Ora sento che la mia migliore sorella potevi essere tu.

Rubina                          - Lo sarò, se tu voi.

Regina                           - Grazie. Tu sei pura. Tu sei uno spirito forte. Quando io venni lassù, ero stanca di rin­correre il mio fidanzato. Eppure ero legata a lui come alla mia più viva speranza...

Rubina                          - Vi conoscevate da ra­gazzi?

Regina                           - Si. E la cosa più strana era che anche lui cercava qual­che cosa al di fuori di me. La sua fatuità umiliava lui pure. Eppure io lo difendevo dentro di me, perché un sentimento d'amo­re noi lo difendiamo sempre an­che se è illusorio. Ecco! Io ven­ni quel giorno a casa tua con quella stanchezza nell'anima, e con questa paura, con questa ansietà nel cuore.

Rubina                          - Fu l'ora della crisi.

Regina                           - Allora avvenne che l'uomo che io pensavo dovesse essere legato alla mia esistenza fuggì. Da quel momento non è stato più niente per me.

Rubina                          - Perché fuggì?

Regina                           - Non glie l'ho mai do­mandato! Forse si era anche lui vergognato della montagna come io mi vergognai del povero amo­re che trascinavo e della nostra futile vita. Eppure la sua fuga non mi colpì. Fu come la disper­sione di ogni pena. Chi sa perché da quel momento io sono rima­sta lassù!

Rubina                          - Eri come incantata.

Regina                           - Tu vedi che io sono una donna sana. Non sono una isterica. Il tuo disgraziato fratel­lo io non lo conosco. Lo ' vidi co­me un'ombra. Per un momento lo seguii credendo di vederlo sul­la sommità della montagna men­tre col suo desiderio abbracciava le città sconosciute. Tu capisci che non posso essere innamorata di lui. Ma certamente fu lui a liberarmi dal mio amore.

Rubina                          - Lui!

Regina                           - Sì, lui. S'è portato lassù ogni cosa! Io perciò volevo venire a trovarti! Per guarire!

Rubina                          - Forse quel che è av­venuto era inevitabile, anche se non venivi lassù.

Regina                           - Chi sa! Eppure se io penso a un uomo che debba ama­re non so immaginarlo che non abbia il suo passo, la sua ascesa, la sua ansietà di ascesa. È per liberarmi, cara, per liberarmi che volevo venire da te! E se mi so­no trattenuta...

Rubina                          - Se ti sei trattenuta...

Regina                           - È perché la scienza di mio padre, il suo atto legale stipulato... il chiasso che hanno fatto i giornali...

Rubina                          - Non parlare di que­sto. Se venivi da me... ma come potevi venire se io ero lontana! Se insomma tu avessi potuto ve­nire da me avrei dissipato questa ombra. Mio fratello ti è grato, ed è grato a tuo padre. Abbiamo provveduto per lui in una certa forma che a lui è piaciuta. Non pensarci più.

Regina                           - Questo fratello che t'accompagna m'hai detto che gli somiglia.

Rubina                          - Oh sì!

Regina                           - Non vorrebbe venire a casa?

Rubina                          - A casa tua? Non credo.

Regina                           - Lo vedi, dunque!

Rubina                          - Ma non per quello che credi tu. È perché questo mio fratello è timido anche lui, è scontroso. È della razza. Non badare a me. Io sono stata con le monache...

Regina                           - (ride) Si chiama Ric­cardo, m'hai detto.

Rubina                          - Sì.

Regina                           - Si potrà vedere?

Rubina                          - Era qui. Non si è allontanato. Se aspetti...

Regina                           - Devo scappare.

 Rubina                         - Anch'io salgo su un momento a cambiarmi d'abito.

Regina                           - Io vado alla stazione e saluto gli sposi. Non posso far­ne a meno. Poi mio padre ha un convegno qui con dei forestieri.

Rubina                          - Sarà bene non farsi vedere, almeno per oggi.

Regina                           - Non vorrei lasciarti.

Rubina                          - Puoi tornare subito.

Regina                           - Ecco, grazie!

Rubina                          - Sei certa che tuo pa­dre verrà qui?

Regina                           - Sì. Ma non temere. Non vi riconoscerà. Senti, Rubi­na: forse quel signore...

Rubina                          - Sì, è Riccardo.

Reg.                              - (rimane come paralizzata).

Rubina                          - Riccardo, ecco la si­gnorina Regina. Regina Climt, la figlia del celebre scienziato. Tu già sai...

Rocco                            - (s'inchina).

Regina                           - Sono molto contenta. Rubina sa perché... (è confusa) Io ho conosciuto suo fratello, fug­gevolmente, e per due anni mi ha punto una viva, una ingiusti­ficabile curiosità di lui...

Rocco                            - Sarebbe molto sorpre­so se lo sapesse!

Rub.                              - Allora a più tardi! (via).

Regina                           - A più tardi. E grazie, Rubina! (a Rocco) Se Le dicessi che fu lui, suo fratello, inconsa­pevolmente, a illuminarmi la mente?

Rocco                            - Lui, povero essere! Non se lo immaginerà mai.

Regina                           - È vero che lei lo ha spesso accompagnato sulla mon­tagna?

Rocco                            - Sì. Abbiamo tante volte dormito in una delle no­stre grotte da pastori!

Regina                           - Sicché, sono stati molto vicini?

Rocco                            - Non potrà mai sup­porre quanto.

Regina                           - E come viveva? Co­me vive?

Rocco                            - Semplicemente.

Regina                           - E lei?

Rocco                            - Anch'io. Io come lui. Quando eravamo lassù io gli mo­stravo le città e i paesi lontani, i fiumi, e dicevo di ciascuno il nome. A lui piacevano molto i nomi. Le altre cose non lo inte­ressavano perché le aveva fami­liari: animali, piante, sorgenti. Il mondo lontano lo attraeva. An­ch'io mi sentivo attratto.

Regina                           - Lei che ha conosciuto il mondo, dove crede che gli uo­mini possano trovare un rifugio?

Rocco                            - Da per tutto. C'è un luogo speciale?

Regina                           - Non sulla montagna?

Rocco                            - Anche. Ma perché solo lassù? La montagna è la casa della madre. Essa spinge il figlio fuori, e il figlio va per il mon­do. La casa della madre aspetta.

Regina                           - Se io torno lassù per un giorno, mi accompagna fin dove si rifugia suo fratello? Ma senza avvisarlo. Che dirà?

Rocco                            - Le dirà: « Signorina, perché vuol vedermi? Che ho fatto io per lei »?

Regina                           - Nulla. E la sua vita che mi piace. La vastità in cui spaziano i suoi occhi. Non ha fat­to niente per me, né io per lui. Io non voglio nulla e non aspetto nulla. Ma sento che solo s'egli mi prende per mano e mi porta las­sù io potrò essere salva.

Rocco                            - (con uno scatto) Lei? E da che vuol salvarsi?

 Regina                          - Da questa terribile sensazione di vuoto. Da questa solitudine.

Rocco                            - E perciò cercherebbe un'altra solitudine?

Regina                           - Ma quella è riempita dagli spazi, è abitata dalle crea­ture innocenti, è protetta dalla prossimità dei cieli.

Rocco                            - Mio fratello ha avuto il torto di confinarsi lassù. Io credo che per misurarsi si debba stare tra gli uomini. L'innocenza lassù non serve. Io finché segui­vo mio fratello avevo l'innocen­za di un lupacchiotto, il quale è innocente fino a un certo punto: ossia fino a che non ha divorato qualcuno. L' innocenza bisogne­rebbe averla quaggiù, quando un uomo è messo a decidere tra il bene e il male.

Reg.                              - Vostro fratello non è così.

Rocco                            - Egli è come me. Io posseggo la sua anima. Stava per smarrirla. Stava per essere un servo. Io l'ho riscattato.

Regina                           - Possibile? No, egli non poteva essere riscattato.

Rocco                            - Voi lo amate?

Regina                           - Non è amore. Come potrebbe essere amore? Sono at­tratta.

Rocco                            - Voi lo amate?

Regina                           - Perché me lo chie­dete così? (lo guarda) Non è pos­sibile essere innamorati di un'om­bra. Ma se per esempio vi dices­si di sì?

Rocco                            - Mi prenderei il gusto di condurvi un giorno o l'altro da lui. Vedreste che sorpresa!

Regina                           - Anche voi avete qual­che cosa di selvaggio!

Rocco                            - Io di selvaggio non ho più niente.

Regina                           - Che vedevate sulla montagna? Incontravate anche delle donne?

Rocco                            - Oh sì, tante! che tra­scinavano le mule per la china. Però voi siete piaciuta a mio fra­tello (la guarda, sorride, la guar­da negli occhi per la prima volta).

Regina                           - (vivamente) . Eh? Che dite? Che sapete voi?

Rocco                            - Me l'ha detto.

Regina                           - Come ha detto?

Rocco                            - Ecco una donna che vorrei portarmi nel rifugio, tener­la come una creatura miracolosa, andare per lei a cercare la sel­vaggina, raccogliere per lei l'ac­qua delle fonti, proteggerla "dalle insidie della vita, contenderla a tutto il mondo!

Regina                           - (estasiata) Ha detto così?

Rocco                            - Questo insomma ho capito che pensava di voi, e vi era in quella sua offerta l'ansietà di celebrarvi sopra una grande ara, l'ansietà di onorarvi come nessuna creatura al mondo. Egli vi vide, mi pare, un giorno...

Regina                           - (è sempre come incan­tata) Sì.

Rocco                            - Non aveva mai visto una donna... perché sua sorella e le contadine per lui non erano l'amore... Non so adesso che co­sa pensi di voi. Forse non ci pen­sa più. Adesso è l'inverno. Tut­to è sepolto. Gli sarà passata l'idea di custodirvi in una grot­ta. Poveretta! Io ve lo dico affin­ché vi passi la fantasia. Mio fra­tello è un bruto. Ha la testa ot­tusa di un capraio. Vostro padre lo sa! (ride eccitato) Se potessi trascinarlo giù e condurlo per il mondo e fargli vedere quanta bel­lezza è disseminata sulla terra! E voi invece credete che tutta la bellezza si sia rifugiata lassù? Ma la vostra è una concezione retorica. Stare in alto non vuol dire comunicare col cielo!

Regina                           - E voi perché deni­grate la vostra gente?

Rocco                            - Perché non è giusto che voi abbiate tanta ammirazio­ne per lui. Mia sorella l'ho fat­ta scendere giù e io l'accompa­gno da per tutto. Per me è la più grande creatura del mondo. Mi pare, camminando al suo fian­co, di essere irradiato dalla sua luce.

Regina                           - Oh, sì!

Rocco                            - (sempre più animandosi) Quel vostro Rocco dal cervel­lo di capraio ha avuto la grande ventura di trovare un museo che gli ha comprato la testa. E fa' in modo che quando se la prenderà il museo sia una bella testa sul serio! Accrescila! Istruiscila! Fa in modo che quando ci metteran­no il cartellino sopra essa abbia una storia! (mutando subitamen­te tono) Vi chiedo scusa, signo­rina, ma io questa vendetta me la sarei presa!

Regina                           - Voi mi sbalordite! Mi spaventate!

Rocco                            - E la ossuta razza no­stra. Guarda te vene.

Regina                           - Che abisso tra vostro fratello e voi!

Rocco                            - (ride) . Ah, sì?

Regina                           - Perché ridete? Non posso sentirvi ridere così!

Rocco                            - Perché tutto questo è comico!

(Appare Rubina dalla destra. È ansante. Sì avvicina al fratel­lo e gli tocca una spalla).

Rocco                            - Che c'è?

Rubina                          - (lo guarda fiso e pro­nunzia una parola senza farne udire il suono).

Regina                           - Io corro. A più tardi! Torno subito! (via in fretta a si­nistra).

Rubina                          - Il portiere mi ha av­vertito per telefono. Mi sono pre­cipitata giù. Credevo che fosse già qui. (Turbala) Per fortuna non c'è ancora!

Rocco                            - Nostro padre non ti ha fatto mai paura.

Rubina                          - Sì ma...

Rocco                            - Sei tutta agitata per questo! Che c'è di straordinario?

Rubina                          - Per muoversi nostro padre...

Rocco                            - Allora vuol dire che sai qualche altra cosa che io non so. Tu lo vedi come io mi sono buttato a capofitto nella vita! Eppure se mi tocchi il cuore so­no pieno di paura!

Rubina                          - Che t'ha detto?

Rocco                            - Ah ah! Vuol bene a Rocco ma a quello che sta las­sù, capisci? Ora dimmi tu per­ché hai paura di nostro padre.

Rubina                          - Non è che io abbia paura, ma...

Rocco                            - Ma...?

Rubina                          - Tu lo conosci. Se si muove non è già per rallegrarci. Io poi ho mancato. Non ti ho mo­strato una lettera.

Rocco                            - Di chi?

Rubina                          - Di Riccardo... di tuo fratello.

Rocco                            - (ridendo) Stavo per chiederti: «Mia? », tanto ormai mi sono abituato col nome di lui!

Rubina                          - (turbata) È di questo, appunto, di questo... Ecco papà! (Precedendo il Cameriere che subito si ritira, entra Anto­nio Nunziata) Caro papà! (cor­re ad abbracciarlo) Ho saputo proprio adesso...

Rocco                            - (gli dà la mano) Buon giorno, papà.

Antonio Nunziata         - Come sie­te belli! Faccio cattiva figura con voialtri.

Rubina                          - Che dici mai!

Antonio Nunziata         - Guardalo là! Chi ti potrebbe riconoscere? Se ti vede Menico dimentica di suonare la fisarmonica. Io ti guardo stupefatto.

Rubina                          - Caro papà!

Antonio Nunziata         - Certo, per essere così, doveva avere dentro di sé qualche cosa.

Rubina                          - Siedi, papà.

Antonio Nunziata         - (sì siede).

Rubina                          - Due anni, papà! Le mie lettere ti hanno informato di tutto, ma se sapessi come ha studiato e come si è torturato!

Antonio Nunziata         - Sicché quell'asino che aveva quasi l'a­ria di aver comprato la testa di uno scemo...

Rubina                          - Papà, un grande scienziato!

Antonio Nunziata         - Gliel'hai fatta rivedere, almeno, la testa del preuomo?

Rocco                            - (sorride).

Antonio Nunziata         - Bene, par­liamo dei nostri affari. (A Rubi­na) Gli hai detto?

Rubina                          - Egli mi stava rim­proverando di non avergli detto niente, quando sei entrato.

Antonio Nunziata         - Non gli hai detto niente?

Rubina                          - No.

Antonio Nunziata         - Così, dun­que, devo io dire tutto da capo? Sta bene. (A Rocco) Guarda che tuo fratello non vuole assoluta­mente che tu vada in giro col suo nome. Te lo dico chiaro. Sai che a me non piacciono i sotterfugi.

Rocco                            - Neanche a me.

Antonio Nunziata         - Allora, perché ti fai chiamare Riccardo?

Rocco                            - Perché mi faccio chia­mare Riccardo credi che possa disonorarlo?

Antonio Nunziata         - Non dice questo. Dice: ognuno è respon­sabile dei suoi atti, e perché ci deve essere per il mondo uno che... oh dio! nella vita si pos­sono commettere sciocchezze... si può essere più o meno dotti o scemi... ma insomma, lui dice: siamo tre fratelli, nostro padre ha dato un nome a ciascuno di noi! Perché io devo attribuirmi le cose ch'egli fa col mio nome e perché a mia volta devo prestar­mi all'equivoco facendo attribuire a lui le cose che faccio io? Chi non ci conosce e ci giudica per quel che sa di noi confonderà questi due esseri e stabilirà una identità sola, un'identità inesat­ta. Insomma, non ha torto.

Rocco                            - Io non mi sono preso il nome di mio fratello per fare l'assassino...

Antonio Nunziata         - Nessuno dice questo!

Rocco                            - O per commettere azio­ni che potrebbero umiliarlo o di­sonorarlo. Anzi, mi sono imposto tale responsabilità che le azioni che oserei per me non le oso per lui. E, se io l'ho con qualcuno, è con me, capisci?

 Antonio Nunziata        - Ma met­tiamo che venga qua, che abbia bisogno di venire a trovarti. Ci saranno ..due fratelli con lo stesso nome. Pare che io non abbia avu­to neanche quel po' d'immagina­zione che occorre per mettere un nome diverso a ciascuno dei pro­pri figli!

Rubina                          - Ma perché non dirgli la ragione vera?

Antonio Nunziata         - Sentiamo la ragione vera.

Rubina                          - Rocco in questa città conosce qualcuno, a cui non po­teva presentarsi col nome suo.

Antonio Nunziata         - E c'era bisogno di farsi vedere?

Rubina                          - Rocco non poteva farne a meno.

Antonio Nunziata         - Ah ah! Il professore! La signorina! E quell'ameno segretario! A proposito, l'ho incontrato. Ma come mai nel primo albergo in cui metto il pie­de incontro questo segretario?

Rub.                              - Hanno partecipato in questo albergo a una festa nu­ziale,

Ant. Nunziata               - Ah! Ho capito!

Rubina                          - E t'ha visto?

Antonio Nunziata         - Altro che! M'ha detto che avrebbe avverti­to il professore, il quale sarebbe passato qui a salutarmi. Forse la vera ragione sarà di sapere no­tizie di te.

Rocco                            - (corrucciato) Non vo­glio vederlo.

Antonio Nunziata         - Ma tor­niamo a noi.

Rubina                          - Papà, Rocco non po­teva fare altrimenti. Poteva for­se prendersi un altro nome? Ma i nomi dei miei fratelli quella gente li conosce.

Rocco                            - Scomparirò da questa città.

Antonio Nunziata         - Insomma tuo fratello ti prega di non la­sciarlo in questo disagio.

Rocco                            - E tu che gli hai pro­messo?

Antonio Nunziata         - Gli ho promesso che nel momento stesso in cui ti avessi manifestata la sua volontà tu avresti ripreso il tuo nome.

Rocco                            - Nemmeno un giorno di più?

Antonio Nunziata         - Mi ha fat­to giurare.

Rocco                            - (smarrito) Io devo es­sere Rocco!

Antonio Nunziata         - Puoi di­re di essere quello che vuoi, pur­ché restituisca a tuo fratello il suo nome.

Rocco                            - (sempre più smarrito) Non posso...

Antonio Nunziata         - Come!

Rocco                            - Non posso subito... Io potrei mentirti, ora...

Antonio Nunziata         - No, tu non puoi mentire! Lassù, per lo meno, non lo facevi, È vero an­che che non parlavi...

Rqcco                            - Hai ragione. Hai giu­rato... Guarda, papà... Io volevo venire da te, fare una corsa... volevo venire da te per chiederti perdono...

Antonio Nunziata         - Che hai fatto?

Rocco                            - È una cosa accaduta sulla montagna.

Antonio Nunziata         - Ah!

Rocco                            - Sì, papà... Io non ti amavo. Io avevo un rancore con­tro di te. Mi pareva che per il mio carattere e per la vita che menavo tu non mi volessi bene... Forse è vero, questo... Mi sen­tivo abbandonato... Venivo di nascosto di notte a baciare mam­mà, e avevo paura che tu mi ve­dessi, che ti accorgessi del mio rancore... Quando sono andato via dalla casa questo rancore lo sentivo... A poco a poco ho capi­to, si è sciolto dal mio cuore co­me un grosso nodo... Mia sorel­la mi ha insegnato a volerti be­ne. Io perciò volevo venire da te... Ho voluto dirti questa cosa ora che sento una specie di di­sperazione salire dentro di me... Pare una cosa facile quello che mi chiedi, è vero... Mio fratello ha ragione... Se io andassi da lui?

Antonio Nunziata         - (turbato) Non andare da lui!

Rocco                            - È adirato? Se sapessi come io gli ho dato il meglio dell'anima mia! Se parlavo di me, di Rocco, era lui che onoravo! Lui, mio fratello...

Antonio Nunziata         - Non an­dare da lui!

Rocco                            - Che t'ha detto? Paro­le d'ira? Certo, parole d'ira!

Antonio Nunziata         - Puoi im­maginare.

Rocco                            - Ma una parola! Che io conosca qualcuna delle sue paro­le per capire.

Antonio Nunziata         - Che se hai rinunziato alla tua testa... paro­le dettate da un risentimento che non è poi campato in aria...

Rocco                            - Che se ho rinunziato alla mia testa... abbia il coraggio di fare senza?

Antonio Nunziata         - Presso a poco.

Rocco                            - Ha ragione. Prima ero padrone di fracassarmela contro una roccia, mentre adesso non posso farlo! Bene. Ti ringrazio di aver parlato chiaro. Sarei andato da lui inutilmente. Ma c'è un mezzo per accontentarlo: uno so­lo. Partire! Partire, sorella! Non vedere -più nessuno, qui. Rinun­ziare a vivere!

Rubina                          - (abbracciandolo, ser­randosi a lui) No, no!

Rocco                            - (dolcemente allontanan­dola) Non importa.

Antonio Nunziata         - Vuoi dir­mi che hai?

Rocco                            - (accarezzando la fronte del padre) Niente, caro... (sin­ghiozzando commosso) Non ti ho mai accarezzato!...

Antonio Nunziata         - Figlio mio! (con impeto lo abbraccia).

Rubina                          - (a sua volta si stringe al padre e china il capo sul brac­cio dì lui. Pausa).

Antonio Nunziata         - Via, via, qualcuno ci cerca...

Rocco                            - Noi partiamo subito.

(Con discrezione si avvicina il Cameriere che dice qualche cosa a Rubina).

Rubina                          - (al padre) C'è...

Antonio Nunziata         - Ah, ho ca­pito. Fate entrare.

Cameriere                      - (via).

Rocco                            - Io non voglio vedere nessuno.

Antonio Nunziata         - È quel ca­ro professore! Ha saputo di me... Scommetto che vuole tue notizie!

(Seguito dal Segretario, entra con le mani tese, tronfio e inchi­nevole, il Dottor Climt).

Dottor Climt                 - Ma che sor­presa! Perché non mi avete su­bito avvertito?

Antonio Nunziata         - Sono arrivato un'ora fa. Mi è mancato il tempo...

Dottor Climt                 - La bella si­gnorina Rubina, mi pare... E que­sto è suo fratello? (stringe la ma­no a Rocco) Io sono stato due volte a casa sua.

Rocco                            - Lo so...

Dottor Climt                 - (vivamente in­teressato) Sono proprio lieto.

Rocco                            - Grazie. Non mi per­metto di dire altrettanto. Esser lieto è poco dinanzi alla sua grandezza...

Antonio Nunziata         - (per repri­mere uno scoppio di risa è co­stretto a tossire rumorosamente).

Dottor Climt                 - Lei studia a Napoli?

Rocco                            - Sì.

Dottor Climt                 - O per lo me­no studiava quando io venni al suo paese.

Rocco                            - Sono passati degli an­ni, professore!

Dottor Climt                 - Che paese me­raviglioso!

(Si formano due gruppi. Il Se­gretario discorre con Antonio Nunziata e Rubina mentre Roc­co discorre col Dottor Climt).

Rocco                            - È un paese che biso­gna capire, per amarlo. Dappri­ma impressiona, poi opprime. Per amare la montagna bisogna uccidere la propria stanchezza fi­sica, essere in condizioni di poter raggiungere la vetta a ogni mo­mento eliminando la fatica.

Dottor Climt                 - Quello che lei dice è molto sottile.

Rocco                            - Allora questa facilità e leggerezza danno il dominio.

Dottor Climt                 - Precisamente!

Rocco                            - Ecco come si può ado­rare la montagna. Perché mi guarda così, professore?

Dottor Climt                 - Se sapeste! Mi pare di assistere a un prodigio! Io vedo lei così dissimile dal fra­tello...

Rocco                            - È proprio sicuro?

Dottor Climt                 - ...e vedo l'a­bisso che si apre tra due lonta­nissime età. Lei colma questo abisso con qualche cosa che non è atavismo, ma il ricordo di un atavismo superato e sorpassato.

Rocco                            - Somiglio io a mio fra­tello?

Dottor Climt                 - Sì, ma gli so­miglia come un uomo può somi­gliare a un antropoide.

Antonio Nunziata         - (che aveva seguito tratto tratto la conversa­zione reprimendo a stento le ri­sa) Ah, ah! Eppure, professore!

Dottor Climt                 - (osservando Rocco) Ci sono tratti di somi­glianza non solamente fisionomi­ca. L'osso frontale, per esempio...

Antonio Nunziata         - Ebbene, l'osso frontale, professore?

Dottor Climt                 - La forma ovoi­de;.. Una parentela, sì! Ma le ho detto di che genere e come lon­tana!

Rocco                            - (crudamente) Rocco, professore... (guarda il padre) Rocco è un bruto.

Dottor Climt                 - Lo dite a me! Se ho scritto un libro su di lui!

Rocco                            - Questo la diverte, pro­fessore?

Rocco Climt                  - E dica un po', dica un po'... Non pensa affatto quel giovanotto che porta sulle spalle la mia testa?

Rocco                            - (con ironia quasi feroce) Egli se ne infischia!

                                      - (Il Segretario e Antonio Nun­ziata rìdono).

Rocco                            - (sempre più eccitato) La porta qua e là per la monta­gna!

Dottor Climt                 - Ah ah! Ma non me la guasterà!

Rocco                            - Chi lo sa! Penso che da un momento all'altro egli debba dimenticarla sotto qualche pietra! A furia di non calcolarla la sbat­terà contro una roccia!

Dotto Climt                  - Per carità! Quel, la testa vale parecchie migliaia di lire!

Rocco                            - Soltanto?

Dottor Climt                 - E dal punto di vista scientifico non ha prezzo!

Rocco                            - (c. s.) Ah ah! Profes­sore! Lei corre il rischio di per­dere la testa e il denaro!

(Antonio Nunziata e il Segre­tario a stento trattengono le risa, sebbene ridano per ragioni diver­se. La sola Rubina guarda spa­ventata suo fratello).

Dottor Climt                 - Che burlone! Mi piace saperla così burlone!

Rocco                            - (avvicinandosi come se volesse affrontarlo) Vuol dire che caso mai le darò la mia!

Dotto Climt                  - Ah ah! La rin­grazio! Ma che vuole che me ne faccia? La Sua è una testa che onora l'arguzia e l'ironia, l'altra è una povera testa che interessa enormemente la scienza.

Rocco                            - (tragico) Eppure, pro­fessore, le due teste sono iden­tiche!

Rubina                          - (rapidamente si avvi­cina al fratello e l'afferra per un braccio).

Dottor Climt                 - (con una certa violenza) Eh, ragazzo! Le assi­curo che con quell'altra testa non potrebbe essere che un bruto, co­me lei stesso ha detto poco prima.

Rocco                            - (scoppia in una risata che gela tutti i presenti, mentre i due gruppi sì riuniscono).

Dottor Climt                 - (ad Antonio Nunziata) Questo suo figlio è molto simpatico!

Antonio Nunziata         -Ah sì?

Rocco                            - (gelido) Io sono Rocco.

Dottor Climt e Segretario- (scoppiano a ridere) Ah ah ah!...

Rocco                            - Io sono Rocco.

Dottor Climt e Segretario       - (c. s.) Ah ah ah ah!...

Dottor Climt                 - (esilarato e sod­disfatto, con grandi gesti di sa­luto) Che burlone! Che burlo­ne! A rivederci! (ad Antonio Nunziata) Viene con me? Salve!

Rubina                          - Fratello mio, calmati!

Antonio Nunziata         - Figlio mio!

Dottor Climt                 - (che si è avviato col segretario, si volge) Ven­gono?

Rubina e Antonio Nunziata    - (lo raggiungono in fretta).

(Nello stesso tempo dalla sini­stra entra Regina).

Rocco                            - (vedendola ha un sussul­to e uno scatto) Ah! Voi mi cre­derete se vi dico che sono Rocco!

Regina                           - (atterrita) Voi!

Rocco                            - Non c'è stato verso di farlo entrare in testa a vostro padre!

Regina                           - (sempre atterrita e stu­pefatta, mormora) Rocco...

Rocco                            - Sì. Guardatemi. Mi do­vete credere dal momento che vi amo!

Regina                           - Ma... (si torce le ma­ni, mentre lo guarda incantata).

Rocco                            - Ah! Non c'è stato scampo, signorina! Ho cercato di essere un altro per non farvi pau­ra, per non essere ridicolo dinan­zi a voi, o per meglio dire affin­ché voi, dinanzi a me, non ave­ste a impressionarvi... Volevo amarvi per me, e ho trovato su­bito il ricordo di lui che si è frap­posto tra noi due. Ecco perché, per essere io davanti a voi, dove­vo essere un altro. Ebbene, sta­temi a sentire: mio fratello Ric­cardo si è ribellato. Ha rivoluto il suo nome. Allora ho riofferta la testa a vostro padre...

Regina                           - A mio padre?

Rocco                            - In questo momento, prima che voi entraste. Non l'ha riconosciuta. Lui possiede quella, quella che ho abbandonato sulla montagna! Se sapessi piangere, se m: avessero insegnato a piangere, vorrei farvi capire la mia dispe­razione...

Regina                           - (gli prende le mani co­me in sogno) Tu sei Rocco?

Rocco                            - Non ti ricordi che t'ho offerto un fiore?

Regina                           - (raggiante) Sì!

Rocco                            - Guardami negli occhi. Non vedi che sono gli stessi che ti hanno guardata per la prima volta?

Regina                           - Sì, li riconosco!

Rocco                            - Perché credi che io ab­bia voluto ingrandire me stesso? Non è vero che io l'abbia fatto per far entrare degnamente la mia testa in un museo!

Regina                           - Perché l'hai fatto?

Rocco                            - Per ingrandire l'anima mia!

Regina                           - Rocco!

Rocco                            - Perché io fossi degno di amarti, Regina!

Regina                           - E mi hai cercata per scomparire?

Rocco                            - Come potevo sospettare la beffa che mi aspettava acquat­tata dietro la cattedra del Pro­fessore? Addio, Regina! Sei l'uni­ca donna entrata nell'anima mia! Sei quella che ha detto luce al mio cervello! Ho riempito la monta­gna del tuo nome. Mentre com­minavo, qualcuno mi frustava al­le spalle e mi incitava: «È tua! È tua! ». Allora ho detto a me stes­so: « Bisogna andare per il mon­do e patire la mia parte! » E ho cercato tutte le cose che ti pote­vano piacere o avevano guardato i tuoi occhi... E come mi è sem­brato bello il mondo per il solo fatto che tu respiravi in un an­golo di esso e occupavi la tua parte di cielo! Ah ah! È venuto il professore a farmi capire che non impunemente si entra nella civiltà! Anzi ha detto di più! Che io non sono Rocco! E veramente se io fossi Rocco sarebbe per lui la più buffa avventura della sua vita! Tale da radiarlo dal nume­ro degli uomini celebri!

Regina                           - Tu non andrai via!

Rocco                            - Per forza! Sono impri­gionato! Addio, Regina! Rocco è rimasto lassù! sulla montagna! L'uomo che sta dinanzi a te in questo momento, con gli occhi che non ti guarderanno più, è come dice tuo padre... Non è Roc­co! Io sono la sua disperazione! Il suo cervello rimesso a nuovo! Il suo salto nel cielo! Addio, signo­rina! (fugge precipitosamente).

Regina                           - (con un grido) Rocco! Egli è Rocco! (lo stupore, la pas­sione, la gioia gridano in lei).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Ricca sala ili casa Climt. Oltre la sala divisa da un cancello di ferro o da una vetrata, è un al­tro salone sfarzosamente illumina­to. Il dottor Climt ha dato Un grande ricevimento che all'aprirsi del velario sta per finire.

Gli ultimi invitati passano per la sala con l'aria dì congedarsi. Si salutano tra loro. È quasi la mez­zanotte.

Entrano in scena gli Scienziati.

1° Scienziato                 - Tu che ne dici?

Il° Scienziato                - Bello. Tutto bello. Tuttavia, se seguita a gon­fiarsi dovranno allargare le sale dell'Accademia dove è stato am­messo. (Al III° Scienziato): Che te ne pare?

IlI0 Scienziato               - Dico che a questo mondo, a furia di dire « lo sono grande, io sono grande, io sono grande ».... Prova tu a dirlo una ventina di volte al giorno per tre mesi.

1° Scienz.                      - Nessuno ci crede,

III0 Scienziato               - Non è vero. Non ti crederanno i pochi intelli­genti. Ma siccome quelli rappre­sentano la minoranza, tu facen­dolo credere ai gonzi hai già il tuo pubblico. Sai che cosa mi piacerebbe che avvenisse per una graduazione dei valori? Tante volte ci penso! Una bella mat­tina gli uomini si svegliano col segno della loro intelligenza sulla fronte. Gli uomini d'ingegno, quel­li di vero ingegno, sono contrasse­gnati da una piccola luce, come una piccola stella... Non sarà una stella, sarà una piccola luce. Ve­dresti, caro mio, che sbandamen­ti! Che sorpresa! «Ma come! Tu che sei a quel posto! Niente? E invece guarda quello là! Tutti lo avversavano! Tutti sostenevano che non valeva niente!»... « Oh sì! Io ho sempre sostenuto che era pieno di talento! » Cari miei, esi­ste un pudore per gli uomini di ingegno, che impedisce loro di arrivare alle prime file lavorando di gomito. Ma col pudore non si diventa Accademici.

IV0 Scienziato               - Col pudore si fa della fame.

IlI° Scienziato               - Se io fossi il Padreterno istituirei la stella lu­minosa .

1° Scienziato                 - Finirebbero col dire che il Padreterno si sbaglia.

II0 Scienziato                - Gli oscuri.

III0 Scenziato                - Oh! Avere una simile prova di giustizia!

IV0 Scenziato                - Lascia andare. Sarebbe giustizia da una parte, ma tu metteresti l'uomo d'inge­gno in condizioni da raggiungere subito il benessere, non è vero? Il riconoscimento ufficiale portereb­be a questo. Grave errore! Tu to­glieresti dalla circolazione i mar­tiri. Il genio rimarrebbe senza dramma. Povero amico! Sono sta­ti sempre i martiri che hanno il­luminato il mondo!

IlI0 Scienziato               - Sicché tu ap­provi il dottor Climt?

(Il Dottor Climt si vede passa­re e indugiare nella seconda sala, circondato da ammiratori e disce­poli in frak, che lo corteggiano e lo blandiscono con una serie di inchini e strisciamenti).

IV0 Scienziato               - Ma non vedi quanto è bello? Altro che stella luminosa E vorresti togliere dal­la circolazione un simile astro? Ma perbacco Egli ha meritato la sua fortuna! Per quanti anni si è agitato, ha stampato ha con­cionato! Il sudore della fronte ha il suo prezzo!

II0 Scienziato                - Adesso che ab­biamo mangiato e bevuto alla sua mensa e detto male di lui, che dobbiamo fare?

1° Scienziato                 - Andarcene a let­to (ridono tutti a quattro).

IV0 Scienziato               - Un'altra cosa. (al 11°): Secondo te chi di noi avrebbe la stella in fronte?

Ili" Scienziato               - Nessuno dei quattro (Ridono tutti e quattro. Poi vanno via dalla destra, men­tre dalla sinistra arrivano Rubina e Corrado).

Corrado                         - Tutta la sera avete cercato di fuggirmi. Ora siete a disagio perché per avventura que­sta sala si è vuotata di tutta la gente che conteneva. Almeno vo­lete sedervi un poco?

Rubina                          - (si siede docilmente).

Corrado                         - Ditemi perché non mi potete sopportare.

Rubina                          - Che c'entra? Io sono agitata e ansiosa perché questa serata per me è molto importan­te. Si decide qualche cosa di mol­to bello o molto brutto!

Corrado                         - E io non posso far niente?

Rubina                          - Niente. Ma a parte questo, ditemi perché io dovrei amarvi. Che avete fatto?

Corrado                         - Ma a voi piace es­sere bella.

Rubina                          - Sicuro.

Corrado                         - Elegante.

Rubina                          - Certo!

Corrado                         - Non siete insensibi­le alla ricchezza, alla gioia degli altri, alla festa degli altri.

Rubina                          - No, non sono indif­ferente.

Corrado                         - E allora?

Rubina                          - Allora che importa tutto questo? Non sono innamo­rata. Volentieri farei per voi qual­che cosa. Anzi, vedete, non so proprio perché non sono innamo­rata di voi. Non scherzo. Dico sul serio. Io vi ammiro. Siete quasi bello. Siete brillante, elegante, in­telligente. Che devo fare?

Corrado                         - Ve lo devo dire io?

Rubina                          - Avete goduto la vita. Forse, chi sa, forse per questo non mi avete ancora detto nien­te. Una donna come me è piut­tosto attratta da chi ha patito.

Corrado                         - Sono disposto a di­ventare accattone. Farò 1'uomo elementare. L'arrotino... Vi pia­cerebbe un vagabondo? Uno di quelli che cantano il « dies ille » seduti sopra una zolla.

Rubina                          - Ne ho conosciuti! Ne ho conosciuti! Uno di questi par­lava come ispirato, sapeva le vite dei santi e i fatti degli apostoli. Poi uccise un uomo.

Corrado                         - Dunque neanche il cantastorie va bene.

Rubina                          - No, non va bene.

Corrado                         - Se volete mi metto a camminare per i sentieri, quelli che si arrampicano per raggiunge­re le grandi vie. Sono i fratellini poveri della strada maestra, quin­di dovreste proteggerli. Dopo un anno di dimestichezza coi pelle­grini chiederò la vostra mano.

Rubina                          - Io sono una monta­gnola. Caparbia. Chi sa che cosa ci vuole per farmi innamorare.

Corrado                         - Vi burlate di me.

Rubina                          - Anzi! Mi sono chiesta tante volte: ma perché non lo amo? Ma perché non lo amo? Vi dò un consiglio.

Corrado                         - Fare un viaggio.

Rubina                          - No. Il contrario. Sia­temi amico. Statemi vicino più che potete.

Corrado                         - Figuratevi!

Rubina                          - Forse un giorno mi innamorerò di voi.

Corrado                         - Ma è una cosa che succederà entro l'anno, oppure ancora più in là?

Rubina                          - Se questa sera avrò una grande gioia, io penserò alle cose che mi avete detto con una tenerezza che in questo momento è dispersa, non riesce a orientar­si dentro di me...

Corrado                         - Se aveste un po' di confidenza... Non posso far nien­te per voi?

Rubina                          - Sono certa che vi vorrò bene. Allora ci sposeremo. Farò accendere i fuochi sulla mon­tagna. Ecco: a parte l'amore, capite?, a parte l'amore, mi pia­cerebbe tornare al paese sposa, con una lunga fila di muli che sale per il sentiero recando il pa­rentado e le donne con le vesti di seta cariche di gioielli come madonne in processione. Mio Dio, se potessi volervi bene! Ora an­diamo. Dov'è Regina?

Corrado                         - Sarà con vostro fra­tello. Vostro fratello neppure mi vede con occhio benigno.

Rubina                          - È geloso. Geloso di me. Ha paura che io soffra, abbia delle delusioni.

Corrado                         - Vostro fratello ama Regina?

Rubina                          - Credo che l'adori.

Corrado                         - Siete in pena per lui?

Rubina                          - Si.

Corrado                         - Se voi foste rimasta sola in questa sala, senza di me che pure non servo a niente, avre­ste pianto?

Rubina                          - SI! E voi sareste ca­pace di uccidere il dottor Climt?

Corrado                         - Per Bacco, se vi fa piacere!

Rubina                          - (scoppia a ridere. Cor­rado la guarda quasi atterrito).

Molta gente, intanto, si è ra­dunata intorno al dottor Climt che dagli amici plaudenti è invitato a parlare.

Corrado                         - È là che parla.

Rubina                          - Andiamo anche noi. Se no si offende.

Corrado                         - Non se ne accorge. È troppo felice di stare al mondo.

Mentre Corrado e Rubina di­cono queste parole si sente la voce del Dottor Climt.

Dottor Climt                 - Suvvia, signo­ri, permettete che io vi ringrazi! La vostra manifestazione rimarrà impressa nella mia mente.

Approvazioni, mormorii, grida di « evviva ». Il Dottor Climt, seguito dai suoi amici avanza ver­so la prima sala.

1° Convitato                 - Noi vorremmo, Eccellenza, una sia pur breve rie­vocazione del tempo in cui visse il protagonista del libro di cui ci ha parlato.

Tutti                              - Si! Sì!

Dottor Climt                 - Leggerete e vedrete. Il libro non è finito. È uno studio che mi è costato molta fatica. Mancano alcuni di­segni antropometrici e delle fotografie. A proposito, dov'è mia fi­glia? (vedendo la signorina Rubina) Ah! Ecco la signorina! Il mio segretario le avrà detto qualche cosa a proposito delle fotografie.

Rubina                          - Sì, mi ha detto.

Dottor Climt                 - (volgendosi ai suoi invitati) Che volete che rie­vochi, amici miei? Volete sapere come si difendeva l'uomo dell'e­tà paleolitica e da quali formi­dabili nemici? Come il lontanissi­mo proavo del mio eroe combat­teva? Egli aveva due grandi qua­lità che lo spinsero alla conqui­sta del mondo: il corpo eretto e l'uso della parola. Notate bene ch'egli non era una forma dege­nerata di uomo sulla china dell'abbrutimento, come alcuni han­no ritenuto, bensì una forma pri­mitiva umana il cui istinto di conservazione e quindi di difesa provocò le prime scintille dell'in­telletto. Egli sentiva ogni tanto intorno a sé boati enormi, e spa­ventevoli eruzioni di vulcani, e lavorando la selce provvedeva a combattere il rinoceronte di Merki e il leone speleo. Fu egli il primo edificatore di quel substra­to preistorico su cui si foggia lo edificio della nostra penisola.

(Approvazioni, congratulazioni, strette di mano. Il Dottor Climt scompare per un momento e gif invitati se ne vanno mentre una lieve e gaia musica lontana se­gue ritmicamente i loro passi. In­tanto il Dottor Climt torna in scena e s'incontra col Segretario. Durante il dialogo che segue, gli invitati si profilano nella seconda sala diretti da sinistra a destra. In ultimo passa una coppia di vec­chi arzilli ringalluzziti, con fog­ge di vestiti antiquati: lui in ci­lindro e lei con una cuffietta di pizzi. Sono delle vere caricature umane assai prossime al tipo darwiniano antropoide).

Dottor Climt                 - Sentite, segre­tario: mia figlia dov'è?

Segretario                      - L'ho vista in giar­dino col signor Riccardo.

Dottor Climt                 - Sentite, segre­tario. Non sono entusiasta di que­sta amicizia. Tra qualche mese uscirà il mio libro. Bisogna prov­vedere a completare i documenti fotografici del fratello di quel si­gnore. Noi stipulammo un con­tratto. Tutta questa dimestichez­za con la mia famiglia potrebbe riversare un po' di ridicolo su di me, specialmente. Non vi pare?

Segretario                      - Sì, ma la cosa non è notoria.

Dottor Climt                 - Ma lo diverrà! Insomma questa amicizia non mi piace. Si presta al pettegolezzo.

Segretario                      - Come dire que­sto alla signorina Regina?

Dottor Climt                 - Eh! Lo so! È gente simpatica. La signorina Ru­bina è una tesoro di ragazza, ma... Quella Regina ha poi un così stra­no carattere! Mi è stata richiesta in matrimonio un'ora fa... ve lo dico in confidenza, dal più caro dei miei discepoli: il barone Armani...

Segretario                      - Ah perbacco!

Dottor Climt                 - Credo che sia­no in ballo parecchi milioni.

Segretario                      - Eh! Altro che!

Dottor Climt                 - Così si darà un taglio netto a tutta questa sto­ria e non se ne parlerà più. Non mi piace questa amicizia coi pre-avi, caro segretario! Mi piace solo averli come soggetti dei miei stu­di. Non c'è nulla che mi faccia paura quanto il pettegolezzo.

Segretario                      - Ma gli uomini co­me lei non devono temerlo.

Dott. Climt                   - Sono gli uomini come me che il nostro prossimo è felice di vedere travolti dalla ilarità.

Nello stesso tempo che il Dot­tore e il Segretario dicono que­ste cose, si svolge il seguente dialogo tra Rubina e Corrado:

Rubina                          - Vi ringrazio, Corra­do. Non potete capire come io mi senta angosciata.

Corrado                         - È un uomo che man­ca di tatto. Sarebbe perfino sim­patico, se fosse più educato. Ora pur troppo devo andarmene.

Rubina                          - Fermatevi un altro poco. Forse avrò bisogno di voi.

Corrado                         - Volesse il cielo!

Rubina                          - Proprio così! Se sarò felice questa sera, vi sposerò!

Corrado                         - Ma signorina! Mi vo­lete far impazzire?

Rubina                          - Ve lo giuro.

Corrado                         - Allora, ditemi che cosa bisogna fare perché siate fe­lice! Sono pronto a combattere!

Rubina                          - Non dipende dalla volontà o dalla forza. Dipende da cose su cui la vostra volontà non può nulla.

Corrado                         - È desolante.

Rubina                          - (ride avviandosi a de­stra) È una carta che si gioca!

Regina                           - (dalla sinistra) Papà, mi hai fatto cercare...

Dottor Climt                 - Senti, figlia mia, devo parlarti. Non è il caso che io metta della solennità nell'annunziarti che Armani ha chie­sto la tua mano.

Regina                           - Ma che Armani!

Dottor Climt                 - È un'offesa?

Regina                           - Ma sì! Senza dirmi niente! Che maniera è questa! Sia­mo tornati all'età dei nonni! Tu a furia di fare della paleoetnolo­gia induci i tuoi discepoli a com­portarsi come all'età della selce. Ma anche allora i consensi li chiedevano alle donne e non ai lo­ro genitori. Mi meraviglio che questo signor Armani...

Dottor Climt                 - Sai bene che è un timido. È uno scienziato!

Regina                           - Oh sì! Anche tu sei scienziato, e vorrei sapere tu do­ve hai nascosto la timidezza.

Dottor Climt                 - D'altronde è inutile discorrere di questo. Tu ti sposerai con chi ti pare e piace. Io ti ho fatto cercare per parlarti del signor Riccardo.

Regina                           - Oh giusto! Egli pure ti vuol parlare.

Dottor Climt                 - Ma di che? Io ho da fare. Devo dettare alcune lettere importanti al segretario.

Regina                           - Ma si tratterà di una cosa di pochi minuti, immagino!

Dotto Climt                  - Io non capisco! Doveva partire l'altro ieri.

Regina                           - (lo guarda con orgo­glio) L'ho fatto rimanere io. Ho fatto di tutto perché non par­tisse.

Dottor Climt                 - Ma perché? Tu credi che io veda di buon occhio quest'amicizia?

Regina                           - Infatti. Mi sono ac­corta. Ma non ha importanza.

Dottor Climt                 - Che, ragazza!

Regina                           - Se non vedi con sim­patia quest'amicizia che ci devo fare?

Dottor Climt                 - Ma insomma, .Regina! Vuoi far ridere alle mie spalle?

Regina                           - Ridere?

Dottor Climt                 - C'è un uomo, una specie di magnifico bruto, che io studio come un caso mera­viglioso, che ha già fatto un chiasso enorme nel mondo scien­tifico. Io lo devo presentare al prossimo congresso in un volume da cui mi riprometto un grande successo. Che bisogno c'era, do­mando io, di creare il disagio ine­vitabile che ci verrà da quest'ami­cizia troppo stretta coi parenti?

Regina                           - (tra sé) Fosse solo questo!

Dottor Climt                 - Oh Dio! Non c'è nulla di male, ma d'evi con­venire che è alquanto buffo che io abbia comprato la testa del fra­tello di costoro! Due bravi gio­vani, non dico di no...

Regina                           - No, papà! Tu hai fiu­tato il ridicolo. Ti esorto a supe­rarlo, perché mi rincresce che tu debba soffrire. Ma ti esorto an­che per una ragione egoistica. A me piace Riccardo. Lo amo. Ho deciso di sposarlo.

Dottor Climt                 - Ecco, ecco! Era questa la mia paura!

Reg.                              - Bene. Ora ti è passata.

Dottor Climt                 - Altro che pas­sata! Il ridicolo s'insinua!

Regina                           - Papà...

Dottor Climt                 - Capisco che in fin dei conti si può sposare il fra­tello del pazzo, il fratello dell'as­sassino, il fratello dell'idiota, ma insomma la cosa buffa sarà che io mi sarò imparentato col protago­nista del mio libro, l'individuo dal cranio dolicomorfo!

Regina                           - Questo non è niente, caro papà! Il peggio verrà dopo!

Dottor Climt                 - Che vuoi dire?

Regina                           - Se tu sapessi che co­sa c'è nel cuore di tua figlia! Se sapessi come io vorrei rispar­miarti. ..

Dottor Climt                 - Dovresti pro­prio risparmiarmi questa sera un colloquio con lui! Devo lavorare. Il segretario mi aspetta nello studio.

Regina                           - Riccardo aspetterà che tu abbia finito.

Dottor Climt                 - (la guarda) Ma perché sei innamorata?

Regina                           - Papà, come faccio a dirtelo? È un uomo sublime. Un grande spirito. É l'uomo istintivo a cui la civiltà non ha tolto l'in­nocenza e la purezza.

Dottor Climt                 - Istintivo sem­plicemente perché è nato sulla montagna, per correre subito da ragazzo a studiare nelle città? Tutto lì è l'istinto?

Regina                           - No, non è cosi. Non puoi capire.

Dottor Climt                 - Insomma, una rarità?

Regina                           - Ecco.

Dottor Climt                 - Non sono con­tento. Io sono un ambizioso. Ave­vo altre idee per te. Ma sai bene che mi sta a cuore la tua felicità. Non mi far parlare adesso con lui.

Regina                           - Devi, papà!

Dottor Climt                 - Sta bene. (Per andare).

Regina                           - (assai turbata) Papà!

Dottor Climt                 - Dimmi.

Regina                           - Senti. Rinunzieresti all'uomo della montagna?

Dottor Climt                 - Ma tu impaz­zisci! Vuoi rovinarmi! In che sen­so dovrei rinunziare?

 Regina                          - Alla sua esistenza! Al tuo libro! Alla tua scoperta!

Dottor Climt                 - Mi chiedi que­sto perché anche tu sei spaventa­ta dalla, parentela!

Regina                           - (con ansietà angosciosa) Rinunzieresti?

D. Climt                        - (fissandola quasi con odio) Non chiedere a tuo padre il suo sangue. La mia ambizione e la mia gloria sono la mia vita.

Regina                           - (fuori di sé) Senti: non rinunzieresti neanche se do­vessi uccidere tua figlia?

Dottor Climt                 - (ancora la guar­da con odio. Poi ah a le spalle) Sciocchezze! (Se ne va indignato).

Regina                           - Papà! Papà! (si strin­ge il viso tra le mani in preda alla disperazione. Poi si volge a sinistra, vede Rocco che sta per entrare, si ricompone, sorride, lo chiama) Rocco!

Rocco                            - (è dinanzi a lei, in frak).

Regina                           - (lo guarda estasiata) Caro! Se ti guardo mi pare un sogno. Non riesco a disperarmi nemmeno per la paura che ho di mio padre!

Rocco                            - Gli hai detto qualche cosa?

Regina                           - Non quello che pensi tu! Oh! Mi avrebbe incenerita! Oh Rocco! Come farai tu ad af­frontare la sua ira?

Rocco                            - Non ti preoccupare.

Regina                           - Hai ragione. Se ti guardo non so credere a me stes­sa. E chi sa che impressione fa­rai a mio padre!

Rocco                            - Anche tu non puoi esi­merti dal considerarmi un ani­male raro.

Regina                           - Non è questo. È la gioia che tu esisti! e che dentro di te tu abbia compiuto questa specie di miracolo, e che tutto questo tu l'abbia fatto per me! Nessuna donna ha avuto quello che tu mi hai dato!

Rocco                            - Nessuna donna forse lo ha meritato.

Regina                           - Il mio merito è uno solo. Averti amato quale eri, anzi quale pareva che tu fossi, per la purezza che avevi nel cuore. Eri un ragazzo selvaggio che recava nel cuore l'innocenza. E anche questo ragazzo me lo hai portato con l'aspetto di un altro. Sei sta­to geloso di lui.

Rocco                            - Anche adesso, ho l'im­pressione di aver lasciato un altro uomo lassù, un altro che non so­no io e che potrei andare a ritro­vare. Certe volte sono ancora ge­loso di lui, pensando che tu sia sempre innamorata dell'uomo che ho lasciato sopra le rocce.

Regina                           - Caro! Un giorno, sì, andremo lassù a ritrovarlo. Non potrai essere geloso, dal momen­to che andremo insieme!

Rocco                            - E se io fossi veramen­te mio fratello? Questo semplifi­cherebbe tutto.

Regina                           - Infine io sono libera. Ricordati di questo!

Rocco                            - Ma io l'ho ingannato!

Regina                           - Tutti l'abbiamo in­gannato.

Rocco                            - Dunque, vedi? Egli è il mio padrone.

Regina                           - Rocco!

Rocco                            - Per quanto anch'io di­ca di esser libero, sento in lui un padrone. Anche il pastore è libe­ro. Ma è schiavo anche lui della montagna. Schiavo anche del suo gregge. Schiavo della notte che lo coglie fuori degli stazzi! Fino a che non avrò detto chi sono a tuo padre, io sarò suo schiavo. Poi si vedrà. Poi potrò portarti via!

Regina                           - (gli sorride, beata).

Rocco                            - Perché c'è in fondo al mio cuore la vecchia ansietà di predone... sul quale sentimento chi sa che dissertazione farebbe tuo padre!

Regina                           - Io mi domando se è proprio necessario parlare a mio padre.

Roc.                              - È indispensabile per me!

Regina                           - Eppure...

Rocco                            - Se no dovrei fuggire.

Regina                           - Che dici!

Rocco                            - Ho promesso a mio pa­dre che avrei ripreso il mio nome. Egli se n'è andato senza doman­darmi se lo avrei fatto. Era sicu­ro, lui, di me. Ho corso il rischio di perderti per questo! Ma io ti dico che con tutto il mio bene fuggirei da te se tu m'impedissi di parlare a tuo padre.

Regina                           - Rocco, ho paura.

Rocco                            - Anch'io ho paura.

Regina                           - Ho paura che egli sia aspro con te.

Rocco                            - Quello è il meno.

Regina                           - Non puoi rimandare a domani?

Rocco                            - No. Gli hai detto che voglio parlargli?

Regina                           - Sì.

Rocco                            - Dunque bisogna!

Regina                           - Ma domani, domani...

Rocco                            - Non mi vedresti più.

Regina                           - Con tutto il tuo amore?

Rocco                            - Con tutto il mio amore.

Regina                           - È più forte l'orgoglio.

Rocco                            - È più forte il terrore di essere vile.

Regina                           - (avvicinandosi a lui) Rocco....

Rocco                            - Regina...

Regina                           - Non mi hai ancora baciata...

Rocco                            - (sorride) Non so an­cora se dovrò fuggire.

Regina                           - Hai paura di ba­ciarmi?

Rocco                            - No... (sorride, timido e come pazzo d'amore) Sei tutta l'anima mia...

Regina                           - (china il capo sul suo braccio).

(Rubina e Corrado vengono dalla sinistra).

Corrado                         - Eccoli qui. Noi vi abbiamo cercato di là. Me ne vado.

Rubina                          - (guarda Rocco cercando di leggergli nell'anima).

Regina                           - Corrado...

Corrado                         - (si avvicina a Regina mentre Rubina rimane vicino al fratello) Dimmi.

Regina                           - Corrado, io voglio be­ne a lui...

Corrado                         - Si vede chiaro.

Regina                           - Da che ci siamo la­sciati, non abbiamo detto una pa­rola di noi.

Cors.                             - Non avevamo niente da dire perché tutto era semplice a capire.

Regina                           - È vero.

Corrado                         - Certo, avevo per te molta amicizia. E quella è ri­masta.

Regina                           - Vuoi bene a Rubina?

Corrado                         - Sì.

Regina                           - Lei ti amerà, vedrai!

Corr.                              - Come fai a dire questo?

Regina                           - (fa il segno di tacere, sorride, lo spinge come se volesse mandarlo via). Aspetta doma­ni. Buona notte.

Corrado                         - (salutando rapidamente) Buona notte a tutti. A ri­vederci! (Rubina e Rocco, che sì erano un poco allontanati, cam­minando a braccetto per la sala, rispondono al saluto di Corrado).

Corrado                         - (via).

Regina                           - (a Rubina) Avevo pregato Rocco di non parlare questa sera a mio padre.

Rubina                          - Perché? Egli deve farlo.

Rocco                            - Lo vedi?

Regina                           - (immediatamente spin­ge un bottone elettrico).

Cameriere                      - La signorina co­manda?

Regina                           - Chiedete a papà se il signore può andare da lui nel suo studio.

Cameriere                      - Bene, signorina.

Rubina                          - (stringendosi amorosa­mente al fratello) Rocco!

Rocco                            - (prende le mani di sua sorella e le stringe silenziosamente al petto) Ricordati che anche tu devi essere libera.

Rubina                          - Non mi sono legata nemmeno con una parola, per es­sere con te.

Regina                           - (è rimasta un momento assorta, presso il tavolino a cui si è avvicinata per chiamare il Cameriere).

Rubina                          - (avvicinandosi) Noi aspetteremo qui, Regina?

Regina                           - (prendendo una mano di Rubina) Sì, aspetteremo qui. Ecco mio padre.

Dottor Climt                 - Io devo ancora lavorare per un'altra buona mez­zora col segretario. Perciò ho pre­ferito venire io qui, dove possia­mo parlare liberamente.

Rocco                            - Sta bene.

Dottor Climt                 - (quasi per gua­dagnar tempo, chiede a Rubina) E’ stata bella la festa? (non si cu­ra neanche della risposta).

Rubina                          - Magnifica.

Dottor Climt                 - Mi pare di averle detto, signorina, che desi­deravo qualche altra fotografia della sua montagna.

Rubina                          - Ne ho viste di bellis­sime eseguite da un signore di Lama.

Dottor Climt                 - E poi una foto­grafia di suo fratello in vari at­teggiamenti quando sale sulla montagna, quando è in estasi A guardare le città lontane. Lei cre­de che la vista del fotografo non abbia a provocare nessuna reazione?

Rubina                          - No, niente. Gli sarà del tutto indifferente.

Dottor Climt                 - Perché io man­do il nostro fotografo del gabi­netto scientifico. (Allegro) Non vorrei che gli . facesse qualche scherzo.

Rocco                            - Non tema. Egli è mol­to addomesticato.

Dottor Climt                 - Lei scherza! Già. Lei scherza sempre! (Lo os­serva) .

Rocco                            - Non ho mai scherzato, dottore. Mi è mancato il tempo.

Dottor Climt                 - (a Regina e a Rubina) Volete lasciarci un mo­mento soli?

Regina                           - (assai turbata) Sì, an­diamo. (A Rocco) Ricordati che io sono pronta per salvarci.

Rocco                            - Sì, Regina.

Rubina                          - A tra poco.

(Via entrambe a sinistra).

Dottor Climt                 - (dopo una pau­sa:) Dunque mio giovane amico?

Rocco                            - Io so che tra qualche momento lei sarà fuori di sé.

 Dottor Climt                - (guardandolo spaventato) Eh?

Rocco                            - Voglio perciò avvertir­la che io rimarrò indifferente alla sua ira. Lei è un grande scien­ziato, ma la vita, per mio mezzo — e di questo con tutta l'anima le chiedo scusa — le ha giuocato una grossa beffa. Mi stia dunque a sentire. Lei si sarà accorto di qualche cosa. Voglio bene, voglio bene profondamente alla sua fi­gliuola. Per non scomodare mio padre che se si è mosso una vol­ta, non si muove una seconda, le chiedo il permesso di sposarla.

Dottor Climt                 - Prevedevo la domanda. Non c'è ragione per­ché io esprima la mia ira. Ma se sinceramente devo esprimere il mio sentimento, le dirò che non è precisamente di letizia. Io sono un uomo molto in vista....

Rocco                            - So bene!

Dottor Climt                 - E perciò vul­nerabile non solo dalla beffa, e non è il caso, ma anche dalle sfu­mature della comicità. Ora noi questa sfumatura la toccheremo, evidentemente. Non si potrà di­struggere il fatto che io sono ve­nuto sulla sua montagna a pren­dermi la testa di suo fratello e lei è sceso giù a portarsi via non sol­tanto la testa di mia figlia, ma lei tutta quanta in blocco. È una giusta vendetta considerata dal punto di vista dell'ironia. Quindi lei ha ragione di dire che la vita mi ha giocato un brutto tiro. Non vedo ancora la beffa. Vuol dire che la sua suscettibilità supera la mia.

Rocco                            - Professore, non so che pagherei per risparmiarle... Se mi avesse creduto l'altro ieri quando le ho detto chi ero...

Dottor Climt                 - Ancora.

Rocco                            - (violento) Sì, ancora! Lei non mi vuol credere per pau­ra. Ma questa certezza è già in lei. Io sono Rocco!

Dottor Climt                 - (lo guarda livi­do, con disperazione e con odio).

Rocco                            - E lei lo sa! Lo sa che questa testa è sua! Ma siccome non ho l'obbligo di dargliela che alla mia morte, permetterà che essa diventi la testa di suo genero.

Dottor Climt                 - (smarrito) Co­me ha fatto... Dove ha imparato a parlare, a vestirsi, a pensare...

Rocco                            - Girando per il mondo. Un po' coi miei denari, un po' con quelli di mio padre.

Dottor Climt                 - Aveva ragione. La beffa!

Rocco                            - Capisco la sua irrita­zione. Dovevo rimanere lassù!

Dottor Climt                 - Certo!

Rocco                            - Questa è ferocia!

Dottor Climt                 - La sua è una cattiva azione!

Rocco                            - Rinunziare alla vita. Seppellirmi. Scomparire.

Dottor Climt                 - Doveva girare alla larga. Non avvicinarsi alla mia casa con l'inganno! Prenden­dosi per alleata quella santocchia di sua sorella!

Rocco                            - Lasci stare mia sorella. Se la prenda con me! Dica a me tutte le sue insolenze!

Dottor Climt                 - Perché è ve­nuto qui con l'inganno?

Rocco                            - Quando vidi sua figlia, quel giorno, si aprì per me la vi­ta. Volli con un altro nome avvi­cinarla. Non osavo... Poi mio fra­tello rivolle il suo. Ora il mio non va bene perché lei non lo vuole. Cosi come sono non ho diritto alla vita. Dovevo fuggire?

Dottor Climt                 - Sicuro!

Rocco                            - Sua figlia mi avrebbe seguito.

Dottor Climt                 - Sarebbe stato meglio! Ora che devo fare di voi? Lo faccia lei il programma futu­ro! Lei sposa mia figlia. Daremo un bel ricevimento. Il dottor Climt è andato sulla montagna a comprare la testa del genero!

Rocco                            - Mi dispiace.

Dottor Climt                 - Questo genero è stato descritto nel libro impa­rentato col preuomo fossile e lei era qui questa sera in frak tra gli invitati! Lei che è un selvag­gio! Lei che vive sulla montagna come un primitivo!

Rocco                            - Ma lei perché si è in­ventata tutta questa roba?

Dottor Climt                 - Lei doveva ve­nire qui, presentarsi a me, prima di mettersi a girare per il mondo! Era questo il suo dovere! Doveva consigliarsi, agire lealmente! Ades­so pare che io abbia inventato tutto, che io abbia cercato col pretesto della scienza, d'inventare un personaggio clamoroso per fa­re del chiasso e ingannare il pub­blico. L'uomo primitivo! Eccolo qua, più civile di me! Io non ave­vo nessun diritto su di lei. Il fat­to che avevo acquistata la sua testa per la mia collezione non la obbligava a nessuna schiavitù: questo è vero. Ma mi dica lei in quale collezione la devo mettere, adesso che aspira alla collezione di famiglia?

Rocco                            - Mi tolga da tutte le collezioni!

Dottor Climt                 - Ma lei è paz­zo! Lei è lì inchiodato!

Rocco                            - Che ho fatto?

Dottor Climt                 - E venuto da me come un ladrone! E il ladrone l'ho scelto io tra quegli antenati che ho amorosamente seguito per tutta la vita. Li ho studiati, li ho ricostruiti. Uno dì essi si stacca dalla vetrina e mi rapisce la repu­tazione! È la beffa! È la beffa!

Rocco                            - Io amo sua figlia. Amandola, che dovevo fare?

Dottor Climt                 - Gettarsi da un burrone! Ah no, che la testa era mia! Ma l'avrebbero trovata in qualche parte.

Rocco                            - Modifichi il suo libro. Aggiunga una seconda parte: « La civilizzazione del bruto »!

Dottor Climt                 - La verità, gio­vanotto, è che la mia fatica di molti anni, la mia reputazione, la mia serietà saltano in aria!

Rocco                            - Perché sposo sua figlia?

Climt                             - Questo sarebbe il meno!

Rocco                            - Ah capisco! Lei è an­dato divulgando tra i suoi colle­ghi e amici e discepoli quello che ha scritto nel libro: che cioè la conformazione della sua famosa testa, che è poi la mia, non avreb­be mai potuto dare segni d'intel­ligenza! La calotta, è vero? Le ar­cate sopraorbitali... Ah ah!... Io possedevo il cervello di un preda­tare di belve e l'ottusità di un capraio bestiale! M'avrà descritto con colori romantici mentre mi inerpicavo sulle rocce e bevevo l'acqua dei torrenti! La sua tron­fia letteratura, la sua altezzosità di oggi mi negano la mano di sua figlia, ma avevano già negato a me la possibilità di essere uomo! Non è vero, professore? Pazienza se avesse saputo prima come stavano le cose! Avrebbe fatta una esposizione diversa! E ora come si fa? Strappare tutte quelle pagi­ne! Fosse vero il suo libro, fosse un grande libro, vede: avrei il coraggio di annientarmi! Ma an­che rinunziando lei vede già un immenso fiume d'ilarità avanzare dalla sua parte! E se i suoi lobi frontali e le sue capacità craniche hanno fatto fiasco, è colpa mia se sono sceso dalla montagna cre­dendo in buona fede che gli uomi­ni fossero più gentili delle belve?

Dottor Climt                 - Poteva rima­nersene lassù!

Rocco                            - Ah sì? Lei che ha in­neggiato all'evoluzione...

Climt                             - Ma lasci andare!...

Rocco                            - Lei che fa il darwinia­no, lei che viene dalla scimmia e si è meravigliosamente evoluto fino a diventare un grande uomo, lei nega a me il diritto di essere qualcuno! Che ne dice, eh?, pro­fessore? Io, razza di predoni, so­no venuto a chiederle il per­messo di sposare sua figlia, quan­do potevo portarmela via cento volte! Meglio, eh? Sarebbe stato meglio perché si sarebbe evitato lo scandalo tra i suoi colleghi im­balsamati. Bastava per questo nascondersi nel centro dell'Africa! Guardi un po' che cosa può pre­ferire un cuore di padre quando l'ha ossificato la scienza! E come fa la scienza a reggersi con un li­bro di meno dove un uomo selva­tico avrebbe fatto le spese della curiosità universale? Ma ecco qua che il protagonista salta fuori con un frak nuovo di zecca!

Dottor Climt                 - È la beffa!

Rocco                            - Senza sapere che que­sto frak ho cominciato a indos­sarlo da che ho cominciato a pa­tire! Senza sapere che sono sceso dalla montagna come un fanciul­lo, e subito i lupi che non avevo incontrato lassù mi sono venuti addosso per divorarmi! Crede lei che io abbia pagato il mio essere civile meno di quanto lei abbia pagato la sua testa di bruto?

Climt                             - Questo non mi interessa.

Rocco                            - (con un grido) Ecco! Questo è per me così spaventosa meraviglia che io non so riavermi, e la guardo esterrefatto! M'aspet­tavo che, non foss'altro che per cu­riosità umana... m'aspettavo che lei volesse vedere come si erano comportati questi lobi frontali e questa calotta cranica che l'ave­vano attratta... Potevo essere come un suo figliuolo... La sua curiosità sarebbe stata per me una specie di tenerezza... M'aspet­tavo qualche sua domanda: «Che hai fatto? Come hai patito? Co­me hai accresciuta la tua intelli­genza? Sono io venuto a cercarti, e" sono stato io che t'ho fatto scendere dalla montagna, perché tu hai capito che il tuo dovere di uomo era di partecipare alla vita degli altri uomini... Vieni qui... Qui c'è un uomo, oltre che uno scienziato, c'è un uomo che vuol sapere che cosa ha fatto di te la vita... la vita spaventosa... la vi­ta dei mostri... la vita degli in­nocenti... ». (È commosso e pieno di sdegno. La sua voce è piena dì lacrime. Poi violentemente gli si ferma davanti e gli dice:) Sono io il mostro, sono io il mostro?

Dottor Climt                 - Lei è venuto a rovinarmi, altro che essersi preso beffe di me! E mi faccia il piacere di andarsene.

Rocco                            - Ah no, caro! Tu vuoi che scompaia con la figlia, tu hai urgenza che io diventi sen­za nome perché tutto sia- come prima e niente appaia sposta­to! Tu fai assegnamento, dopo averlo avversato, sul mio amo­re per tua figlia! No, no! Io ri­mango qui con la mia testa, e sposo tua figlia, dinanzi a tutti!

Climt                             - Tu sei veramente un mostro! Sento in te l'ira del mon­tanaro che odia il mondo civile.

Rocco                            - Caro, ma tua figlia è un angelo e io l'amo. Il tuo torto è di credere col tuo denaro di aver comprata l'anima mia! Per quanto poi riguarda la civiltà non posso dire che sia stata gen­tile con me! Ma mi ha messo qualche cosa nell'anima per cui non mi lamento.

Dottor Climt                 - Tu sei dunque a posto! Ma la tua conquista spi­rituale distrugge la mia opera di tanti anni di fatica! Maledetto ca­praio, ti odio!

Rocco                            - Lo so...

Dottor Climt                 - E dire che t'ho messo io all'onore del mondo!

Rocco                            - Sì, ma come sei feroce coi tuoi figli!

Dott. Climt                   - Mi conforta una cosa sola: che tu veda l'abisso umano! Che ci sei venuto a fare?

Rocco                            - Per misurarlo.

D. Climt                        - E che vantaggio ne hai?

Rocco                            - Misurare un uomo ci­vile? Ah! Che divinità!

Dottor Climt                 - E poi?

Rocco                            - E poi aver paura di essere uomo! Ma, in mezzo a tan­ta paura, l'estasi! Quella che mi fa dire, mentre ti guardo, che la vita è bella!

Dottor Climt                 - Maledetto! Tu non raggiungerai il tuo sogno!

Rocco                            - (scuote il capo) Vedi: tu saprai cercare un fossile, rico­struire una razza, ma ti manca l'innocenza che ci vuole per congiungere due creature.

Dottor Climt                 - Non unirò mai mia figlia con un predone come te!

Rocco                            - Lo so. Per far questo è necessaria un po' di tenerezza umana, che a te manca. Ma noi andremo lo stesso a cercare un po' di bene per il mondo! E an­dremo insieme. Tua figlia è di là che mi aspetta! Sapeva benissimo che per salvarci dovevamo fug­gire lontano da te!

Dottor Climt                 - (fuori di sé) Ah ah! Per quanto lontano tu va­da, avrai sempre la cavezza al. collo! Una cavezza da schiavo! E un giorno docilmente dovrai salire le scale di un museo a depositare la tua testa!

Rocco                            - (ha un gesto dì rivolta e di disgusto). Ah se non fosse suo padre! (si copre la faccia con le mani mentre il petto è lacerato da un irrefrenabile singhiozzo).

Dottor Climt                 - Ah piangi? Piangi? È la tenerezza per la tua testa che ti dà tanto dispiacere?

Rocco                            - Piango perché mi ver­gogno di te! Mi vergogno degli uomini come te che offendono il mondo! Via via via via!... (Via di corsa come se volesse sfuggire la sua stessa ira che lo incalza. Esce a sinistra nello stesso tempo che il Dottor Climt indignato esce, anche lui di corsa, a destra).

FINE

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