L’uomo di mondo

[Premessa]

Carlo Goldoni

L'UOMO DI MONDO

Questa Commedia fu rappresentata pder la prima volta in Venezia nel Teatro di San Samuele nell'anno 1738. non come presentemente si legge, ma per la maggior parte all'improvviso.

AGLI ECCELLENTISSIMI SIGNORI

ANDREA E BERNARDO

FRATELLI MEMO

PATRIZII VENETI

Non so se l'EE. VV pi si ricordino di una grazia, accordatami tre anni or sono. La cosa non merita di avere occupato per tanto tempo la loro memoria, ma io s l'ho sempre avuta presente, e ho sospirato il momento di profittarmene. Nel loro Palazzo (antichissima abitazione de' Memi sino ai primi tempi della Repubblica) venni per essere favorito da uno, e partii onorato da due. Mi. fu concesso in quel giorno, che io potessi decorare le opere della mia edizione col nome grande di una s illustre Famiglia, e per colmo di grazia, che potessi imprimere, fra i nomi de' miei Protettori, quelli di due Fratelli, di tanta virt e di tanta gentilezza forniti. Viveva in allora l'Eccellentissimo Signor Cavaliere Andrea di gloriosissima ricordanza, stella luminosissima di questo Cielo, che nei Governi, e nel Senato, e nel Collegio Serenissimo, e dappertutto, e sempre, fe' salire sino all'ultimo grado la sua virt, il suo zelo e l'amore per la Patria, per la verit e per la giustizia, nemico dell'interesse, nemico della vanit e della pompa, e amico solo del pubblico bene, al quale ha consacrato tutti i giorni della sua vita, non meno fertile di pensieri e robusto, ottuagenario ancora, quale brillar si vide nell'et pi vegeta nei pi malagevoli impieghi esterni delle Imbasciate, memorabile fra le altre quella in Costantinopoli, ove in carcere ancora nelle sette Torri, esigeva stima e rispetto sino dai Ministri Ottomani. Ebbi parecchie volte l'onore di sedergli dappresso alla sua tavola, merc di loro, degnissimi signori suoi Nipoti; e quantunque avesse occupato sempre lo spirito dai gravissimi pesi della Repubblica; non isdegnava di scender meco a ragionamento sulle Comiche mie fatiche. Ei che pensava sempre alla, felicit del Paese, credeva coll'egregio, celebratissimo Muratori, e coll'eruditissimo Marchese Maffei, e con tanti altri antichi e moderni saggi, accreditati Scrittori, che le morate Commedie utile cosa fossero, e da desiderarsi da un ben regolato Governo. Non so se Voi, Eccellentissimo Signor Andrea, mosso prima dalle fondate massime di uo Zio s celebre e si accreditato, ovvero dai propri pensieri, innamorati della Verit niente meno di lui, sino da' primi anni, nei quali la giovinezza poteva giungere a conoscere il bene e a preferire il meglio, pensaste a rinvenire i buoni principii e le sicure tracce, per procacciare al Paese vostro questa parte di pubblico bene, coll'idea di togliere dai Teatri le oscene, mal tessute Commedie, e altre castigate, piacevoli, sostituirne. Frattanto che da Voi lavoravansi i bei disegni, fec'io ritorno in Patria, dopo l'assenza di quattro anni, e siccome qualche saggio aveva io dato al pubblico di una simile mia inclinazione, avendola coll'esempio degli stranieri animata assai pi, mi diedi di proposito a coltivarla, per quanto mi permisero gli scarsi talenti miei. L'opera mia ottenne dal pubblico un clementissimo aggradimento; l'ottenne ancora dall'Eccellenza Vostra, e quantunque fosse in allora, e sia di presente non meno, distante troppo dalla lucida vostra mente la mia, aveste per la degnazione di dirmi, avere io prevenuto il progetto da Voi formato, e lasciare a me il carico di proseguirlo. Mi onoraste comunicarmi i Vostri savi divisamenti, e li trovai s ben fondati, che mi consolai meco stesso e coll'Italia nostra, che volea dar principio a risvegliare gl'ingegni per trarsi di dosso le spoglie servili della Commedia s mal corrotta. Questa, che a Voi ed al degnissimo Fratello Vostro umilmente raccomando e consacro, una di quelle da me date al pubblico all'impazzata, in tempo che non erami ancora formato in mente il novello disegno. Pareva in allora, che non valessero i Comici per una Commedia interamente studiata, e che il pubblico non avesse d'accostumarsi a soffrirla, onde la scrissi in parte, e in parte lasciai in bala de' Comici il dialogarla. Vidi in progresso quanto era pericoloso affidar i caratteri e le parole di una Commedia ai recitanti, per lo pi senza studio, e soggetti a non avere ogni giorno la stessa lena, onde pensai a tessere interamente dopo le mie Commedie, e alcune delle mie, ch'erano in parte scritte, proposi di volere stendere intieramente. Questa una di quelle; se la ricorder forse V. E. col titolo nostro Veneziano Momolo Cortesan, e vedr ora la differenza che passa fra la Commedia scritta e la non scritta, e tanto pi si confermer nel saggio pensiere; e verso di me si accrescer nell'animo suo la favorevole propensione:

Voi pure, Eccellentissimo Signor Bernardo, che di pi alti studi vi compiacete, so che non isgradite le comiche mie fatiche, siccome quelle che dal Fratello Vostro vengono favorite, e dalla nobilissima Genitrice Vostra benignamente protette. So che a due Fratelli s illustri e dotti, quali Voi siete, altro maggior tributo si converrebbe; ma permettetemi, che ora non pensi al Sangue eccelso da cui traeste i natali, all'aureo Corno che ben tre volte ha coronato i vostri maggiori, alle Imbasciate, ai Governi, alle dignit primarie che li ha in ogni secolo decorati, n alle parentele insigni, n agli infiniti meriti della vostra benemerita, antica, rinomata Famiglia, ch, a ci pensando, mi avvilirei giustamente dentro di me medesimo, e mi ritirerei dal pensiero di presentare un'opera mia al pubblico, onorata del nome Vostro. Ma Voi mi avete, come dissi a principio, la grazia accordata di poterlo fare, e per farlo coll'animo tranquillo e quieto, altro che al vostro cuore pensar non deggio: questo in Voi due s docile per natura, s amoroso e benefico, che mirando soltanto l'animo di chi offerisce, non sa formalizzarsi della picciolezza del dono. Son certo, che non solo Vi degnerete gradire una Commedia, ma senza curarvi di confrontarla colle altre mie, Vi parer la migliore, perch con sincero animo ed ossequioso ve la offerisco, ed alla vostra protezione la raccomando.

Delle EE. V V.

Umiliss. Dev. Obblig. Servidore

Carlo Goldoni

L'AUTORE A CHI LEGGE.

Dalla precedente lettera dedicatoria avrai rilevato, Lettor benevolo, essere questa Commedia, che or ti presento, la stessa che diedi al pubblico molto prima, parte scritta, parte non scritta, intitolata: Momolo Cortesan. Questo titolo Veneziano, che pronunciamo noi cortesan, e in Toscano direbbesi Cortigiano, non suona lo stesso che altrove intenderebbesi, n in forza di addiettivo, n in forza di sostantivo. Intendesi da noi per Cortesan un uomo di mondo, franco in ogni occasione, che non si lascia gabbare s facilmente, che sa conoscere i suoi vantaggi, onorato e civile, ma soggetto per alle passioni, e amante anzi che no del divertimento. Tale il Protagonista della mia Commedia, Cortesan in Venezia: Uomo di Mondo altrove considerato. Lo disegnai da principio Veneto di nazione; e quantunque abbia moltissimo cambiato della Commedia, non ho voluto cambiare n la patria, n il linguaggio di Momolo, che altrove si direbbe Girolamo, perch alcune grazie della nostra lingua e alcune pratiche del Paese parmi che pi convengano all'azione della Commedia.

Allora quando l'esposi la prima volta, ebbe un esito assai fortunato. Si recit di seguito parecchie sere, e molti anni dopo fu sempre fortunatissima. Ma il pubblico in tali giorni si contentava di molto meno. Avvezzo a sentir Commedie snodate, e sempre sentir ripetere le stesse cose, un poco di novit, un poco di buona condotta, un carattere originale bastava per guadagnarsi l'applauso. Oggi non va cos la faccenda. Si cerca il pelo nell'uovo, e si giudica colla bilancia. Ho principiato io colla Donna di garbo a mettere in una Commedia sei o sette caratteri originali, oltre al Protagonista, e tutti interessarli con episodi che costano della fatica. I Francesi non accostumano cos. Lo soglion fare gl'Inglesi, ma questi poi non hanno la soggezione delle unit. Ma oramai vano il parlarne; fissato il gusto Italiano, e per chi vuole aspirare a piacere al pubblico, gli convien battere questa strada. Nel riformare questa Commedia ho seguitato il sistema nostro pi che ho potuto. Non ho risparmiato la critica, la moralit, l'intreccio, il costume. Bramo che il pubblico si assicuri del mio rispetto, e i miei Associati non siano malcontenti di me. Per essi ho faticato nel presente Decimo Tomo, che per altro, anzich impiegar tanto tempo nel riformar queste tali Commedie, e nello scriverle intieramente di nuovo, le avrei gettate nel fuoco. Dir taluno: Perch non darci di quelle che hai scritte nel corso di ben tre anni, e che sappiamo non essere delle tue peggiori? Perch non darci la Sposa persiana, il Filosofo inglese, il Terenzio, il Torquato Tasso, il Festino e tante altre, che sappiamo ascendere al numero di ventiquattro almeno? Signori miei, queste sono riserbate pel mio nuovo Teatro Comico che uscir a momenti dai torchi del Sig. Francesco Pitteri in Venezia: saranno due Tomi l'anno, e chi vorr provvedersene, le aver dappertutto da' buoni corrispondenti del Libraio suddetto.

Personaggi

Momolo mercante giovane veneziano

Nane gondoliere veneziano

Ludro imbroglione veneziano

Il dottor Lombardi

Eleonora figliuola del Dottore

Lucindo figliuolo del Dottore

Silvio forestiere

Beatrice moglie di Silvio

Smeraldina lavandaia

Truffaldino fratello di Smeraldina facchino

Ottavio

Brighella locandiere

Beccaferro bravaccio

Tagliacarne bravaccio

Camerieri di locanda

Servitori

Un altro Gondoliere che parla

La Scena si rappresenta in Venezia.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Strada con canale in prospetto, da un lato la casa del Dottore Lombardi,

e dall'altro la locanda di Brighella coll'insegna del Fungo.

Vedesi arrivare una gondola col suo Gondoliere. Silvioe Beatrice da viaggio sbarcano. Truffaldino sta in attenzione, per portar se occorre. Ludro in disparte,

che osserva, poi Brighella dalla locanda.

GOND. Per terra([1]). (gridando forte)

TRUFF. Son qua mi. Volu che porta la gondola?

GOND. No vi che port la gondola, sior martuffo([2]), ma sto baul.

TRUFF. Dove l'hoi da portar?

GOND. Qua, alla locanda del Fongo.

LUD. (Vi veder de introdurme con sti forestieri, per veder de beccolar([3]) qualcossa, se posso). (da s)

TRUFF. Quant me vul dar a portar sto baul? (al Gondoliere)

GOND. Cossa serve? Av da far con dei galantomeni.

SILV. Accordatelo voi. Noi non siamo pratici del paese.

BEAT. Questo star sulla strada non mi accomoda. In altri paesi vengono i camerieri delle osterie a ricevere i forestieri. Qui non si vede nessuno.

LUD. Comandele che le serva? che chiama mi i omeni della locanda?

SILV. Mi farete piacere. Ma ditemi, buono l'albergo? trattano bene?

LUD. Veramente nol xe dei meggio de sto paese; ma el patron l' un bergamasco, galantomo, mio amigo, che anca a riguardo mio ghe user tutte le attenzion imaginabili per ben servirle. Le servo subito. O de casa! (batte alla locanda)(Brighella me dar el mio utile, se ghe meno sti forestieri). (da s)

BRIGH. Chi batte? Oh, s vu, missier Ludro?

LUD. Son mi. Ve consegno sti do forestieri, e ve raccomando trattarli ben, perch i merita, e perch me preme.

BRIGH. Far el possibile per ben servirli. I sar, m'immagino, marido e moglie.

LUD. Senz'altro. Ste cosse no le se dimanda. Un letto solo, non vero? (a Silvio)

SILV. Siamo marito e moglie; un letto solo ci basta, ma almeno due camere sono necessarie.

LUD. Certo, do camere. Una per dormir, L'altra per ricever. A sto zentilomo bisogna darghele; bisogna servirlo ben.

BRIGH. La resta servida.

SILV. E circa il prezzo...

LUD. La lassa far a mi; Brighella xe un omo discreto, e quel che nol fa per mi, nol far per nissun. Sta zentildonna no sta ben in strada; che la resti servida.

BEAT. Andiamo dunque. (a Silvio)

SILV. Entrate col locandiere, che ora vengo; ho da far portare la roba, ho da pagare la gondola.

BEAT. Spicciatevi. Frattanto mi far un poco assettare il capo. Trovatemi un parrucchiere. (a Brighella)

BRIGH. Subito.

LUD. La lassa far a mi; la servir mi. Ghe mander un franzese, che xe el primo conzador de testa che se possa trovar.

BEAT. Vorr esser pagato molto.

LUD. Gnente, la ghe dar quel che vorr mi.

BEAT. Chi questo veneziano? (a Brighella)

BRIGH. Un galantomo, de bon cuor. (a Beatrice)

BEAT. Mi pare un buon uomo. (a Brighella)

BRIGH. (No la sa che galiotto che el sia). (da s)

(Beatrice e Brighella entrano nella locanda)

SCENA SECONDA

Silvio, Ludro, Truffaldino, Gondoliere

TRUFF. Se porta, o no se porta?

LUD. Via, compare, deghe una man a quel galantomo, agiuteghe a portar quel baul. (al Gondoliere)

SILV. E tutte quelle altre picciole cose.

TRUFF. E cossa se vadagna?

LUD. Port drento, e lass el pensier a mi, che sar sodisfai.

TRUFF. Arecordeve che ho perso del tempo assae, e mi me fazzo pagar un tanto all'ora col relogio alla man. (Prende il baule, aiutato dal Gondoliere, e ponendovi sopra altre coserelle che sono nella gondola, portano tutto nella locanda)

SCENA TERZA

Silvio e Ludro

SILV. Che cosa dovremo dare a costoro?

LUD. La gondola l'ala pagada?

SILV. Non ancora.

LUD. Xeli d'accordo?

SILV. N meno.

LUD. Dove l'ala tolta?

SILV. Poco lontano. Sul finir della laguna, venendo col procaccio, presi la gondola, come vidi fare da molti altri.

LUD. La lassa far a mi. La me daga mezzo felippo, e pagher mi ogni cossa.

SILV. Ecco mezzo filippo. Ma voi chi siete, signore?

LUD. Son un galantomo che ha viaz el mondo, e per i forestieri m'impegno con dell'amor, con della premura. De che paese xela, signor?

SILV. Sono di un paese poco lontano di Roma.

LUD. Xela pi stada a Venezia?

SILV. No, questa la prima volta. Ho promesso a mia moglie di farle veder Venezia, e son venuto a passarvi tutto il restante del carnovale.

LUD. Ali amici in sto paese? conossela nissun?

SILV. Conosco un certo Dottore Lombardi bolognese, che ho veduto in Roma, e so essersi accasato in Venezia; ma son degli anni che non lo vedo.

LUD. Basta, se la mia servit ghe gradisse, me esebisso servirla in tutto e per tutto.

SILV. Mi sar cara la vostra assistenza perch non ho pratica alcuna n del paese, n del costume.

LUD. La lassa far a mi, che ghe dar un'ottima direzion per spender poco e star ben. Se l'ha da far spese, provision, o altro, no la se fida de nissun, la se riporta a mi.

SILV. Cos far, dipender dai vostri buoni consigli. (Mi pare un galantuomo, e poi star a vedere come si porta). (da s)

LUD. No la lassa sola la so signora consorte.

SILV. Andiamo a vedere l'appartamento.

LUD. La resta servida. Aspetto sti omeni per pagarli, e subito son da ela.

SILV. Il vostro nome?

LUD. Ludro, per servirla.

SILV. Signor Ludro, vi riverisco. (entra nella locanda)

SCENA QUARTA

Ludro, poi Truffaldino ed il Gondoliere

LUD. Mi no darave sto incontro per un ducato al zorno. E pol esser che la me butta de pi. Dise el proverbio: chi no se agiuta, se nega, e chi vol sticcarla([4]) come mi, e far poca fadiga, bisogna prevalerse delle occasion.

TRUFF. Son qua, paghme.

GOND. Son qua anca mi. El m'ha dito quel sior, che me pagher vu.

LUD. S ben; cossa aveu d'aver?

GOND. Da Canareggio in qua me porlo dar manco de un per de lire?

LUD. Tol un da trenta, e and a bon viazo.

GOND. E per portar el baul, no me d gnente?

LUD. Eh via, vergogneve. Un galantomo della vostra sorte no se fa pagar per far el facchin. Lass far a mi, se sto sior vorr barca, far che el se serva de vu. Cossa ve diseli?

GOND. De soranome i me dise Giazzao; stago al traghetto de Riva de Biasio.

LUD. Far capital de vu.

GOND. Via, da bravo; una man lava l'altra. Se me far far dei noli, anca mi, co vor, ve vogher de bando. (Torna nella sua gondola, e con essa parte).

SCENA QUINTA

Ludro e Truffaldino

LUD. Tol, sier facchin, diese soldi. Ve basteli?

TRUFF. A mi diese soldi? Diese soldi a un omo della mia sorte?

LUD. Cossa voleu che ve daga?

TRUFF. Almanco, almanco una lirazza voggio([5]).

LUD. Caspita! Se vadagnessi cuss, ve faressi ricco.

TRUFF. Mi laoro poco, e quel poco che laoro, vi che i me paga ben.

LUD. No trover nissun, che ve daga da laorar.

TRUFF. No m'importa; se no laoro, gh'ho una sorella che no me lassa mancar el mio bisogno.

LUD. Che mistier fala?

TRUFF. La lavandara. Ma no la lava gnanca tre camise alla settimana.

LUD. Bisogna che i ghe le paga molto pulito le lavadure delle camise.

TRUFF. La gh'ha dei boni avventori; ghe n' de quelli, che ghe d dei ducati alla volta, e che i ghe dona anca le camise.

LUD. Bon! gh'av una brava sorella.

TRUFF. E cuss, me pagheu, sior Ludro?

LUD. Via, tol un da quindese.

TRUFF. Diseme, caro vu, quel sior cossa v'alo d da pagarme?

LUD. Gnente. Per adesso ve pago del mio.

TRUFF. Ho sent che l'ha dit a so muier, che el v'ha d mezo felippo.

LUD. El me l'ha d el mezo felippo per comprarghe del caff e del zucchero.

TRUFF. Missier Ludro, se cognossemo. Se vor tutto per vu, anca mi saver parlar.

LUD. Animo; tiol sti vinti soldi, e and a bon viazo.

TRUFF. No me vol dar altro?

LUD. Tolli o lassli, no ghe xe altro.

TRUFF. D qua, sior ladro.

LUD. Cossa?

TRUFF. Compatime; ho volesto dir sior Ludro. (parte)

LUD. Che furbazzi che xe costori! no i se contenta mai! I vorave vadagnar quanto mi; bisogna aver l'abilit che gh'ho mi. (entra nella locanda)

SCENA SESTA

MOMOLO in puppa di un battelletto, con NANE gondoliere. Arrivano cantando il Tasso alla Veneziana, e arrivati che sono, legano il battello e scendono in terra.

MOM. Cossa distu, Nane? S'avemio deverto pulito? Una bona marenda, quattro furlane([6]) de gusto, e sie putte([7]) al nostro comando.

NANE Ma! chi gh'ha dei bezzi, xe paron del mondo.

MOM. No stimo miga aver dei bezzi, stimo saverli spender. Chi li gh'ha e li tien sconti, fa la fonzion dell'aseno, che porta el vin e beve dell'acqua; e chi li gh'ha e li butta via malamente, se brusa senza scaldarse. El vero cortesan un ducato el se lo fa valer un zecchin. Nol se fa vardar drio, ma nol se fa minchionar; l' generoso a tempo, economo in casa, amigo coi amici, e dretto coi dretti. El mondo, compare Nane, xe pien de furbi; el far star xe alla moda, ma con mi no i fa gnente, perch ghe ne so una carta per ogni zogo.

NANE Sior Momolo, a revederse stassera.

MOM. S, s, colla bruna([8]) voggio che andemo a dar l'assalto a quella fortezza, che avemo scoverto stamattina. Oe, cossa distu de quei baloardi? Senti. Ho speranza che capitoleremo la resa, perch me par che la sia scarsa de provision da bocca. Lassa pur che la se defenda fin che la pol; gh'ho una bomba d'oro in scarsela, che m'impegno de farme averzer le porte, o per amor, o per forza.

NANE Digo, sior Momolo, sta patrona che sta qua a stagando([9]), l'aveu impiantada?

MOM. Chi? Siora Eleonora?

NANE So pur che una volta ghe volevi ben.

MOM. Mi no digo de volerghe mal; ma ti lo sa pur, che mi voggio la mia libert. Co sta sorte de putte no bisogna trescar; perch, se se scalda i ferri, bisogna darghe una sposadina, e mi no me vi maridar.

NANE Bravo, sior Momolo; viver de incerti fin che se pol.

MOM. Ah caro, ti me piasi, perch ti xe cortesan.

NANE Sioria vostra. (parte)

SCENA SETTIMA

Momolo, poi Brighella

MOM. Cossa oggio da far sto resto de mattina, fina che vien ora d'andar a Rialto([10])? Andar da siora Eleonora? Mi no, perch son seguro che tra ela e el Dottor so pare i me d una seccadina de un'ora almanco. I me vorave far zoso, ma per adesso no i me la ficca. Me marider co sar un pochetto in ti ani; voggio goder el mondo, fina che posso. Vi veder qua da missier Brighella, se ghe xe gnente da niovo. M' st dito, che ghe xe qualcossa de forestier. Siora Eleonora sar ancora in letto; adesso no la me vede. O de casa! (batte alla locanda)

BRIGH. Sior Momolo, mio padron, ala gnente da comandarme?

MOM. Com'ela, compare Brighella? xe un pezzo che no se vedemo.

BRIGH. Una volta la vegniva a favorirme pi spesso.

MOM. Diseme, amigo. Gh'avemio gnente da niovo?

BRIGH. Giusto sta mattina m' capit una forestiera, ma su la giusta.

MOM. Me l'ha dito Giazzao, che l'ho incontr colla gondola in volta de Canal([11]).

BRIGH. Ma! marido e moglie

MOM. Oh, s'intende. Tutti quei che viaza, xe mario e muggier. Bon babbio([12])?

BRIGH. No gh' mal. Ma se la savesse! Me despiase de una cossa, ma me despiase assae.

MOM. Coss'? xeli al giazzo?([13])

BRIGH. Credo che i gh'abbia dei bezzi, ma se gh'ha tacc alle coste quel dretto de missier Ludro; bisogna che a sto sior forestier ghe piasa a zogar, i xe intrai in discorso de zogo, i s'ha messo a taolin per devertimento e el devertimento xe cuss fatto, che Ludro taggia alla bassetta e el foresto perde a rotta de collo([14]).

MOM. Me despiase. Podvelo dar in pezo? So che can che el xe quel baron de Ludro. Fe una cossa, meneme mi l drento dove che i zoga, introduseme con bona maniera; pol esser che fazza nasser una bella scena.

BRIGH. No voria che fessimo dei sussuri.

MOM. Gnente, lass far a mi; sav chi son. Levemoghe sto can dalle recchie de quel gramazzo.

BRIGH. El me fa compassion. (entra in locanda)

MOM. Andemo. Se sta patrona me piase, spero che no butter via el mio tempo. (entra in locanda)

SCENA OTTAVA

Camera nella locanda.

Silvio, Beatrice, Ludro

SILV. Lasciatemi stare una volta; non mi accrescete la disperazione. (a Beatrice, sfuggendola)

BEAT. Si far una bella figura in Venezia, se seguiterete cos.

LUD. Cossa vorla far? No la lo mortifica.

BEAT. Avete bel dire voi, signor amico di ore, dopo avergli guadagnato i danari.

LUD. Questi xe accidenti, patrona. Tanto podeva perder i mii bezzi anca mi. Se sta volta l'ha perso, un'altra volta el vadagner.

SILV. Oh, in questo poi vi protesto che non gioco pi. Non mi dispiace tanto il perdere, quanto l'azione che mi avete fatta.

LUD. Cossa se porla lamentar dei fatti mii?

BEAT. Sa il cielo, come gli avete guadagnato.

LUD. Come parlela? Son un galantomo...

SILV. Io non dico che siate un giocator di vantaggio, ma un galantuomo che vince, dee mantenere il gioco.

BEAT. In quanto a questo poi, ha fatto bene di tralasciare; se seguitava, ci spogliava del tutto.

LUD. Certo, ho lass star, perch ho visto che el giera in desditta. La se contenta, che su la parola no l'ha perso altro che trenta zecchini soli; se seguitevimo, presto se podeva arrivar ai cento, e dai cento passar al mille. Mi son un omo, che no me piase ste cosse. No i xe altro che trenta zecchini, e la favorissa de darmeli, che vaga via.

BEAT. Non vi contentate di quelli che avete guadagnato in contanti?

LUD. La compatisso. Le donne no sa in sti casi cossa sia l'impegno del galantomo. Sior Silvio ha perso trenta zecchini sulla parola, e la so reputazion xe de pagarli subito.

SILV. Ho tempo ventiquattr'ore; vi pagher.

LUD. Un forestier no gh'ha tempo gnanca vintiquattro minuti. La me perdona, mi no so chi la sia.

BEAT. Sentite che temerario!

LUD. A ela no ghe bado, patrona.

SILV. Mi far conoscere. Ho delle lettere da riscuotere; vi pagher.

LUD. E mi son galantomo, ghe dar tutto el tempo che la vol, basta che la me daga el seguro in te la man.

SILV. Che cosa volete che io vi dia? Non ho niente.

LUD. So consorte la gh'ha pur delle zoggie.

BEAT. Come! Anche le mie gioje vorreste? Siete un poco di buono.

LUD. Ors, patron, la me paga, o la far svergognar.

BEAT. Andate via, ch'or ora faccio io quello che non ha cuore di far mio marito.

LUD. Cossa farala, patrona? Voggio esser pag.

SILV. Siete un impertinente.

SCENA NONA

Momolo e detti

MOM. Coss' sto strepito? coss' sto fracasso? I perdona se vegno avanti con troppo ardir. Giera qua che fava un beverin([15]), da missier Brighella; sento baruffa([16]) vegno a veder se la xe cossa che se possa giustar.

LUD. (Me despiase che sia sorazonto([17]) sto cortesan). (da s)

SILV. Chi siete voi, signore? (a Momolo)

MOM. Son un galantomo, patron. E qua compare([18]) Ludro me cognosse chi son.

SILV. Siete un amico suo?

BEAT. Venite in aiuto del galantuomo? (con ironia)

MOM. No, la veda, siora. Vegno con quei termini de onoratezza che se convien a un par mio. No me ne offendo del sospetto che le gh'ha de mi, perch gnancora no le me cognosse. Ma co le saver chi xe Momolo Bisognosi, no le parler pi cuss.

LUD. Sior Momolo xe un marcante onorato, ghe l'attesto mi.

MOM. No, compare, sparagn la vostra testimonianza, che la me fa poco onor. Se pol saver la causa de sta contesa?

BEAT. Ve la dir io, signore. Questo garbato giovine ha tirato a giocar mio marito...

LUD. Mi no l'ho tir. El xe st elo...

MOM. O vu, o elo, quala xe la question?

LUD. La question xe questa. L'ha perso trenta zecchini sulla parola, e nol li vol pagar.

MOM. Sior foresto, la me perdona: co se perde, se paga.

SILV. Io non dico di non pagare; ma chiedo il tempo che ad ogni galantuomo si accorda. Domani lo pagher.

MOM. El dise ben, e vu no pod parlar. (a Ludro)

LUD. Me feu vu, sior Momolo, la sigurt che nol vaga via?

MOM. Chi xela ela, sior, se xe lecito de saverlo? (a Silvio)

SILV. Silvio Aretusi il mio nome ed il mio cognome. Ed ho una lettera di trecento zecchini sopra un banchiere, di che ora vi far vedere la verit.

MOM. No la s'incomoda altro. Conosso alla ciera la zente onesta; i forestieri me fa pecc, e in sto caso ghe son st anca mi qualche volta. Sior Ludro, vardeme mi. Ve fazzo la piezaria; e se sto sior no ve paga, vegn doman a sta istessa ora da mi, e trover i vostri trenta zecchini.

LUD. Me maraveggio. Sior Momolo xe patron de tutto. Doman vegnir da ela.

MOM. Lasseve veder ancuo a qualche ora, che v'ho da parlar.

LUD. Co([19]) la comanda, sior Momolo; ghe son servitor. Patron reverito. A un'altra pi bella. Se sta volta l'ho servida mal, un'altra volta la se refer. ( Silvio, e parte)

SCENA DECIMA

Silvio, Beatrice, Momolo

SILV. Signore, vi sono bene obbligato che, anche senza conoscermi, abbiate voluto liberarmi da una simile vessazione.

MOM. Gnente, signor. I galantomeni xe obligai a far dei boni offizi co i pol.

BEAT. bene un birbonaccio colui. Fa torto alla vostra patria.

MOM. Prima de tutto, si ben che el parla venezian, mi no so de che paese che el sia; ma quando che el fusse anca de sta citt, la vede ben, tutto el mondo paese; dei boni e dei cattivi per tutto se ghe ne trova. A Venezia, generalmente parlando, e se ama e se stima assae el forestier, ma ghe xe qualche persona tressa([20]), ghe xe dei dretti che vive sull'avantazo, come se trova per tutto el mondo, e specialmente in ti paesi grandi.

SILV. Dite bene, signore. Questa volta ci sono inciampato. Per altro i trenta zecchini li trover, e voi non resterete...

MOM. No la se metta in pena per questo. La se comoda, che no m'importa a sborsarli mi, e la me li dar co la poder. Cossa gh'ha nome sta zentildonna?([21]) (verso Beatrice)

BEAT. Beatrice, per servirla.

MOM. Oh, che bel nome! de che paese?

BEAT. Romana ai suoi comandi

MOM. Molto compita. Xeli vegnui per star un pezzo a Venezia?

SILV. Avevo idea di trattenermivi il carnovale.

BEAT. Ma se i danari li perde al gioco, abbiamo finito di divertirci.

MOM. No la se toga pena per questo. Finalmente la perdita no xe granda, e a Venezia se se pol devertir col poco e co l'assae. E po, se le se degner de lassarse servir, le trover in mi un bon amigo e un so umilissimo servitor.

BEAT. (Pare un galantuomo a vederlo, ma mi spaventa l'esempio di quell'altro). (da s)

SILV. Vorrei vedere il mercante sopra di cui ho la cambiale ad uso. Voi lo conoscerete.

MOM. No vorla? Son del mistier anca mi. La me diga el nome.

SILV. Ho la lettera nel baule, or ora la ritrover.

MOM. La vaga a torla, che ghe saver dir.

SILV. Eh, vi tempo. Goder per ora la vostra compagnia.

MOM. Da qua un'ora i marcanti i se trova tutti a Rialto. La vaga a trovar la lettera. (Vorave che el dasse liogo([22]) sto sior). (da s)

SILV. Vado subito, ed ora torno. (parte)

MOM. Che la se comoda pur. La diga, signora, xela pi stada a Venezia? (a Beatrice)

BEAT. Non signore, questa la prima volta.

MOM. La veder un paese che ghe piaser. Ma per cognosserlo sto paese, bisogna praticarlo. La trover una cortesia in tutti, che xe nostra particolar. Le donne specialmente qua le pol dir de esser in tel so centro. Semo omeni de bon cuor, e se la se degner de far l'esperienza in mi, spero che no la former cattivo concetto della nostra nazion.

BEAT. Son persuasa di quello mi dite. Vedo dalla vostra buona maniera che siete un signore di tutto garbo.

MOM. Gnente, patrona. Mi no gh'ho nissun merito. Me vanto solamente de esser un omo schietto e sincero, onorato e civil.

BEAT. (Mi va a genio, da vero, questo signor Veneziano). (da s)

MOM. (Me par che ghe scomenza a bisegar in tel cuor). (da s)

BEAT. Siete ammogliato, signore?

MOM. No, la veda. Son putto([23]), per obbedirla.

BEAT. Se aveste moglie, vi avrei pregato di far ch'io la conoscessi, per avere un poco di compagnia.

MOM. Posso servirla mi, se la se contenta.

BEAT. vero, ma la cosa diversa.

MOM. La diga: so consorte xelo zeloso?

BEAT. Oh, questo poi no. Non ha ragione di esserlo n per il mio merito, n per il mio costume.

MOM. Circa al merito, lo compatiria se el fusse zeloso, ma una donna prudente no ghe deve dar occasion.

BEAT. Propriamente portato a non prendersi pena di certe cose.

MOM. Donca me sar permesso de poderla servir.

BEAT. Discretamente, perch no?

MOM. Certo che no me tor quella libert che no me se convien. Ma, per esempio, se me tolesse la confidenza che disnessimo insieme, se poderave?

BEAT. Io mi persuado di s.

MOM. Andar in maschera?

BEAT. Ancora; con mio marito.

MOM. Se lasserala servir?

BEAT. Da un uomo onesto, come voi mostrate di essere, non saprei ricusare di essere favorita.

MOM. Semo in parola. La me daga la man.

BEAT. Perch ho da darvi la mano?

MOM. Per la parola che la me d.

BEAT. Non vi bisogno. Ci siamo intesi.

MOM. Cossa gh'ala paura? No gh'ho miga la rogna.

BEAT. Ecco la mano.

MOM. In segno de respetto. (le bacia la mano)

BEAT. Troppo gentile.

MOM. Tutto ai so comandi.

BEAT. Andiamo a vedere, se mio marito ha ritrovato la lettera.

MOM. Aspettemolo, che el vegnir.

BEAT. No, no, meglio che andiamo.

MOM. Eh via. (tenero)

BEAT. Andiamo, vi dico. (Non vorrei che mio marito s'insospettisse di qualche cosa). (da s)

MOM. La servo dove che la comanda. (Oh, che bell'incontro che xe st questo! Se andasse anca i trenta zecchini, sto muso ghe ne merita pi de cento). (partono)

SCENA UNDICESIMA

Strada, come nella prima scena.

Eleonora alla finestra della propria casa, poi Ottavio

ELEON. Ma! Sono sfortunata io. Tanto amore ho per Momolo, ed egli cos poco di me si cura. Passa dinanzi alla porta della mia casa: si ferma sotto le mie finestre, e in vece di cercare di me, va a divertirsi nella locanda; e sa il cielo con chi. Faceva meglio a non dirmelo la cameriera, che ora non proverei questa pena. Voglio almeno aspettare ch'egli esca, non per rimproverarlo, che con lui le cattive non giovano, ma almeno gli servir di rossore. Mi vo lusingando che un giorno abbia a conoscere la finezza dell'amor mio, ma dubito di dover penar lungamente. Quanti partiti ho lasciati per lui! Il povero mio padre vorrebbe pur vedermi contenta. Ecco qui quello sguaiato d'Ottavio. Vorrei ritirarmi dalla finestra; ma non vu perdere l'occasione di veder Momolo. Dovrebbe passare, e andarsene costui. Sa che io non gli bado, che mio padre non lo vuol sentire; e Lucindo, mio fratello, gliel'ha detto liberamente che non istia ad inquietarmi.

OTT. (Passando la saluta)

ELEON. (Non gli risponde al saluto)

OTT. N meno per civilt? (ad Eleonora)

ELEON. Serva sua.

OTT. Gran disgrazia la mia.

ELEON. Chi cos vuol, cos merita.

OTT. Merito peggio ancora, volendo continuare ad amare un'ingrata; ma non posso staccarmi questa passione dal cuore.

ELEON. Non siete ancora chiarito che nessuno di casa mia, quand'io volessi farlo, consentirebbe ch'io vi parlassi?

OTT. Cospetto di bacco! da voi soffrir tutto, ma i vostri di casa me la pagheranno. E colui di Momolo, che cagione di tutto, giuro al cielo avr che fare con me.

ELEON. Questo non luogo da far chiassate.

OTT. Sono un galantuomo, e questi affronti non mi si debbono, e non li voglio soffrire. (alzando la voce)

ELEON. (Entra, e chiude la finestra)

SCENA DODICESIMA

Ottavio, poi Lucindo dalla sua casa, poi Momolo dalla locanda.

OTT. Anche di pi? Serrarmi la finestra in faccia? Non son chi sono, se non mi vendico. (strepitando)

LUC. Quante volte vi si ha da dire, signore, che non vi accostiate alla nostra casa?

OTT. N voi, n chi che sia me lo pu impedire.

LUC. Trover persone che vi faranno desistere.

OTT. Chi saranno quelli che avranno tanto potere? Il vostro Momolo forse? Non lo stimo n lui, n voi, n dieci della vostra sorte.

LUC. Questo un parlare da quell'insolente che siete.

OTT. A me, temerario? (cacciando la spada)

LUC. Cos si tratta? (Si pone in difesa colla spada. Si tirano dei colpi)

MOM. (Esce dalla locanda)Alto, alto, fermve; tol su el fodro, che i cani no ghe pissa drento.

OTT. Per causa vostra, signore. (a Momolo, con isdegno)

LUC. Egli ha perduto il rispetto a voi ed a tutta la nostra casa. (a Momolo)

MOM. Animo, digo, in semola quelle cantinele([24]).

OTT. Non crediate gi di mettermi in soggezione.

MOM. Voleu fenirla, o voleu che ve daga una sleppa([25])? (ad Ottavio)

OTT. A me? Se non fosse vilt ferire un uomo disarmato, v'insegnerei a parlare. Provvedetevi di una spada. (a Momolo)

MOM. Eh, sangue de diana. Lass veder. (leva la spada a Lucindo)A vu sior bravazzo. (Si tirano con Ottavio, e Momolo lo disarma )

OTT. Ah, maledetta fortuna!

MOM. Tol, sior, la vostra spada; and da vostra sorella, e diseghe da parte mia, che se sto sior aver pi ardir de vegnirla a insolentar, ghe lo inchioder su la porta. (a Lucindo)E vu tol el vostro speo([26]); e and a imparar avanti de metterve coi cortesani della mia sorte. (ad Ottavio, dandogli la sua spada)

OTT. (Se non mi vendico, non son chi sono). (da s, e parte)

LUC. Se non venivate voi, forse forse l'avrei ucciso.

MOM. Eh, compare, se no vegniva mi, el ve inspeava come un quaggiotto.

LUC. Voi mi credete di poco spirito, e non lo sono.

MOM. Lassemo andar ste malinconie. Diseme: cossa fa siora Eleonora? Stala ben?

LUC. Starebbe bene, se non sospirasse per voi.

MOM. Me despiase che me dis sta cossa. Ma, caro amigo, sav che omo che son; me piase gder el mondo.

LUC. Basta, io non voglio entrarvi pi di cos; ci pensi lei.

MOM. Giusto cuss, lassemo correr. Vegnimo a un altro proposito. Me xe sta dito, che and in casa de una certa Smeraldina lavandera. Xela la veritae?

LUC. Io? non la conosco nemmeno. (Come diavolo lo ha saputo?) (da s)

MOM. Co no xe vero, gh'ho gusto. E se mai fosse vero, sappi che in quella casa ghe pratico mi, e dove che vago mi, no voggio che ghe vaga nissun. Ve serva de avviso, e no digo altro. Salud siora Leonora. (parte)

LUC. Ci vado e ci vorrei andare da Smeraldina. Momolo mi d un poco di soggezione. Ma cosa sar finalmente? Prover di andarvi nelle ore ch'ei non ci va; quella giovane mi vuol bene; non spendo niente, e non la voglio perdere, se posso far a meno. (entra in casa)

SCENA TREDICESIMA

Camera male addobbata, in casa di Truffaldino

Smeraldina con una cesta di panni sporchi, e Truffaldino

TRUFF. Dov'et stada fin adesso?

SMER. No ved, dove che son stada? A tor sti drappi da lavar, da sfadigarme, per mantegnirme mi, e per mantegnirve vu. Vard l un omo grando e grosso come un aseno; nol xe gnanca bon da vadagnarse el pan.

TRUFF. Cossa se vadagna a far el facchin?

SMER. Ghe xe dei facchini, che colle so fadighe i mantien la so casa.

TRUFF. Bisogna mo veder, siora dottora, se mi gh'ho voia de sfadigarme, come che fa costori.

SMER. Perch s un porco.

TRUFF. Lassemo i complimenti da banda. Gh' gnente da magnar in casa?

SMER. Gnente affatto.

TRUFF. Brava! polito! che donna de garbo!

SMER. E ti cossa m'astu port? me xe sta pur dito, che sta mattina i t'ha visto a portar un baul.

TRUFF. Ti gh'ha le to spie, brava. T'ali mo dito, che i m'abbia pag?

SMER. Siguro che i t'ha pag.

TRUFF. T'ali mo dito, che ho zog, e che ho perso?

SMER. I m'ha anca dito, che ti xe un poco de bon; e mi te digo, che me vi levar sto crucio da torno, che me vi maridar, e de ti no ghe vi pensar n bezzo, n bagatin.

TRUFF. Sorella, no me abbandonar.

SMER. Strussio co fa una cagna, e no me avanzo mai da comprarme n una traversa([27]), n un fazzoletto da collo.

TRUFF. Sorella, no me abbandonar.

SMER. Come voleu che fazza a tirar avanti cuss?

TRUFF. No me abbandonar, cara sorella.

SMER. A far la lavandera al d d'ancuo se vadagna poco; va mezi i bezzi in legne e in saon, e fina l'acqua bisogna comprar.

TRUFF. Ma mi bisogna che parla schietto, da galantomo, e da bon fradello; ti una matta a sfadigarte per cuss poco.

SMER. Cossa magneressimo, se no fusse mi?

TRUFF. Cara sorella, gh' pur quel caro sior Momolo, che l' el pi bon galantomo del mondo, che el gh'ha dei bezzi, che el te vuol ben. Lassa che el vegna qualche volta a trovarte; ogni volta che el vien, el te dona qualcossa a ti, el me dona qualcossa anca a mi. No star a lavar; no fruar cuss la to zovent. Fa a mio modo, che gh'ho pi giudizio de ti.

SMER. Mi anca qualche volta lasseria che el vegnisse, perch el xe un putto proprio e civil, e el m'ha dito che el me vuol far del ben; ma per dirte la verit, el xe un certo omo sutilo, che el me fa paura. Vien qualche volte da mi sior Lucindo, e el m'ha dito che nol vol che la ghe vegna.

TRUFF. Vedistu? Sior Momolo gh'ha rason. Lucindo l' un fiol de fameia: spiant, senza un soldo, che no te pol dar gnente. Gnanca mi in casa mia no gh'ho gusto che ghe sia galline, che no fazza el vovo.

SMER. In quanto a ti, no ti pensi altro che a magnar, e a bever, e andar a spasso.

TRUFF. L' mo, che de quanti mistieri ho prov, no trovo el meio de questo.

SMER. E ti voressi trovar in casa la tola parecchiada.

TRUFF. E sentarme a tola in conversazion.

SMER. E che i galantomeni porta.

TRUFF. E chi no porta, se ghe sera la porta.

SMER. E mi me vi maridar.

TRUFF. Sorella, no me abbandonar.

SMER. E se sior Lucindo me vol, lo togo.

TRUFF. E se sior Lucindo no me doner gnente, qua nol ghe vegnir.

SMER. Chi comanda in sta casa, mi o ti?

TRUFF. Qualche volta ti, qualche volta mi.

SMER. Quando xela sta qualche volta?

TRUFF. Co i porta, ti comandi ti. Co no i porta, comando mi.

SMER. Tocco de matto. Senti che i batte; varda chi .

TRUFF. E po ti dir che no fazzo mai gnente. (va a vedere)

SMER. Magari che sior Lucindo me tolesse, ma so sior pare no vor. Certo che sior Momolo me fa del ben, e no lo vorave perder, ma no so quala far.

TRUFF. (L' qua quel spiant de Lucindo, ma no ghel voio dir). (da s)

SMER. Chi ha batt?

TRUFF. Un poveretto che domandava la carit.

SMER. Senti che i torna a batter.

TRUFF. Oh la va longa la musica. (torna a vedere)

SMER. M'ha dito sior Momolo, che nol vol che fazza pi sto mistier; che el vol che fazza qualcossa de pi utile e de manco fadiga; se no me marido, bisogner che me inzegna.

TRUFF. (Maledetto col, nol vol andar via). (da s)

SMER. Sta volta chi giera?

TRUFF. Uno che ha fall la porta.

SMER. Che no sia qualcun che me porta dei drappi.

TRUFF. Se el fusse un de quei che porta, l'averave lass vegnir.

SMER. I torna a batter.

TRUFF. Lassa che i batta.

SMER. Voggio andar a veder mi.

TRUFF. Ander mi.

SMER. No, no, voggio andar mi. (va a vedere)

TRUFF. Schiavo sior. La ghe averze; e el vien desuso. Se nol me dona almanco un da diese, lo butto zo de la scala. Ho una fame che no posso pi.

SCENA QUATTORDICESIMA

Lucindo, Smeraldina, Truffaldino

SMER. Poveretto, i l'ha fatto star de fora quel che sta ben([28])!

LUC. Credevo non mi voleste pi in vostra casa.

TRUFF. El gh'ha del strolego sior Lucindo.

LUC. dunque vero che non mi volete?

SMER. Chi dise sta cossa? me maraveggio. Sior Lucindo? el xe paron, e vu no ve ne st a impazzar. (a Truffaldino)

TRUFF. Tutto el zorno el vien qua, e no se pol descorer dei so interessi.

LUC. Avete qualche affare con vostra sorella? Fate pure i fatti vostri, io non vi do soggezione.

SMER. Eh gnente, caro fio([29]), lasselo dir, che el xe matto.

TRUFF. Gierimo qua che discorrevimo tra de nu, come che avemo da far sta mattina a comprar da disnar; n mi, n mia sorella no gh'avemo un soldo.

LUC. (L'intendo il briccone, ma io non ho niente da dargli) (da s).

SMER. Lass che el diga, no ghe bad. Per grazia del cielo e de le mie fadighe, el nostro bisognetto el gh'avemo.

TRUFF. Via donca, dame d'andar a spender.

SMER. Vustu taser, tocco de desgrazi?

TRUFF. Vedela, sior? no la ghe n'ha un per la rabbia, e no la se degna de domandar. Mi mo son un omo tutto pien de umilt: me favorissela mezo ducato in prestio, che ghe lo restituir quando che me marido?

LUC. Ve lo darei volentieri, ma in tasca non ne ho presentemente.

TRUFF. No gh'av bezzi in scarsela? e vegn in casa dei galantomeni senza bezzi in scarsela?

SMER. Voleu taser, o voleu che ve serra fora de la porta? (a Truffaldino)

LUC. Caro amico, compatitemi; sapete che sono un figlio di famiglia.

TRUFF. I fioli de fameggia no i va in te le case de le putte con sta libert. Con che intenzion vegniu da me sorella, patron?

SMER. Debotto ti me fa andar zo co fa Chiara matta([30]).

TRUFF. Tas, siora, che mi son el fradello, e a mi me tocca a defender la reputazion de la casa.

LUC. Io non intendo pregiudicarvi.

TRUFF. La se contenta de andar via de qua.

LUC. Cos mi scacciate?

SMER. E mi voggio che el staga qua.

TRUFF. Se no l'ander via per la porta, el butter zo dei balconi.

LUC. Soffro le vostre insolenze per rispetto di Smeraldina.

SMER. S, caro fio, soffrilo per amor mio.

TRUFF. Comando mi in sta casa.

LUC. Mi scacciate perch non ho denari in tasca; ma pu essere che io ne abbia, e non voglia averne.

TRUFF. Sior Lucindo, mi son un galantomo. Do bone parole me quieta subito. Lo gh'averavela sto mezo ducato?

LUC. Vi torno a dire, non l'ho.

TRUFF. E mi ve torno a dir, che mia sorella l' una putta da maridar, e no se vien a farghe perder le so fortune.

SMER. Lass che el diga. Vegnighe, che s paron.

LUC. Quando Smeraldina contenta...

TRUFF. Se ela l' contenta, mi no son contento. Animo, fora de sta casa.

LUC. Voi mi volete precipitare.

SMER. No femo strepiti, che se sussurer la contrada.

LUC. Me ne ander dunque.

SMER. (And, e torner co no ghe sar pi mio fradello). (piano a Lucindo)

TRUFF. Coss'eli sti secreti? Vi saver anca mi.

LUC. Vado via dunque.

TRUFF. A bon viazo.

LUC. Addio, cara. (piano a Smeraldina, prendendole la mano)

TRUFF. Zoso quelle man, che le putte no le se tocca.

LUC. Se non fosse per Smeraldina... Basta... meglio ch'io me ne vada. (parte)

SCENA QUINDICESIMA

Truffaldino, Smeraldina, poi Momolo

SMER. Aveu mo fatto una bella cossa?

TRUFF. Siora s, ho fatto el mio debito. In sta casa no ghe voggio nissun. Lav i vostri drappi, tend a vu, e no ve fe svergognar.

SMER. S ben devent un omo de garbo da poco in qua.

TRUFF. I batte, voggio andar a veder chi . (va a vedere)

SMER. Se el crede de comandar, el la falla. Co se vol comandar in casa, la se mantien. Sto tocco de baron bisogna che lo mantegna mi, e po el vol far el dottor? Sior Lucindo me piase, so che el gh'ha bona intenzion, e el ghe vegnir a so marzo despetto.

TRUFF. (Parlando con Momolo che lo seguita)La resta servida, sior Momolo; l' patron de vegnir a tutte le ore. Mia sorella sar tutta contenta. Velo qua el sior Momolo, feghe ciera, che l' un galantomo che merita.

SMER. (Con questo el se contenta, perch el gh'ha dei bezzi) (da s).

MOM. Smeraldina, no me salud gnanca?

SMER. Sior s, l'ho reverida.

TRUFF. Presto una carega a sior Momolo. (porta una sedia)Sentve anca vu arente de elo. (porta un'altra sedia)

MOM. Fin adesso me fa pi cortesie el fradello de la sorella. Via, siora Smeraldina, senteve qua.

SMER. (Bisogna che finza per el mio interesse). (siede)Son qua, sior Momolo, son a servirla. Ve contenteu, fradello, che staga vesina? (a Truffaldino)

TRUFF. Coi galantomeni de sta sorte me contento. La diga, sior Momolo, gh'averavela mezzo ducato da imprestarme?

MOM. E mezzo, e uno, e tutto quel che vol.

TRUFF. Ho ditto mezzo, ma se l' intiero, la me fa pi servizio.

SMER. (In sta maniera el deventa bon). (da s)

MOM. Tol, questo el xe un ducato. (d un ducato a Truffaldino)

TRUFF. Grazie, far la restituzion.

MOM. Gnente. Tegnivelo, che vel dono.

TRUFF. Questi i omeni da farghene conto. Me dala licenzia, che vaga a far un servizio?

MOM. And pur dove vol.

TRUFF. Se no tornasse presto, n'importa.

MOM. St anca fina doman, se vol.

TRUFF. Sorella, ve lasso in compagnia de sto sior. So che s in bone man. Sior Momolo, ghe son servitor, ghe raccomando mia sorella, che la ghe fazza compagnia fin che torno. Con altri no la lasseria; ma co sior Momolo? Se gh'avesse diese sorelle, ghe le consegneria. (parte)

SCENA SEDICESIMA

Smeraldina e Momolo

SMER. (I ducati gh'ha sta bella virt). (da s)

MOM. Diseme, siora. Quanto xe che no ved Lucindo?

SMER. Mi sior Lucindo? No so gnanca che el sia a sto mondo.

MOM. Me posso fidar?

SMER. Oh, la pol star co i so occhi serrai.

MOM. Me xe sta ditto che el ghe vien da vu.

SMER. Male lengue, sior Momolo; no xe vero gnente.

MOM. Se ve disesse mo, che me l'ha ditto vostro fradello?

SMER. (Oh che baron!) Come lo porlo dir? Se el dise sta cossa, el xe un busiaro([31]); che el vegna sto galiotto, che el me sentir; proprio da la rabbia me vien da pianzer([32]).

MOM. Via, non sar vero. No st a fiffar([33]); sav che ve voggio ben, e quel che ve digo, ve lo digo per ben. Mi da vu no vi gnente altro che bona amicizia e schiettezza de cuor.

SMER. In materia de sincerit, ghe ne trover poche putte sincere co fa mi.

MOM. Se ve vien occasion de maridarve, mi ve marider; ma con uno che gh'abbia da mantegnirve, no con zente che ve fazza morir dalla fame.

SMER. Certo che se posso cavarme da ste miserie, lo far volentiera. E in specie per causa de mio fradello, che nol vol far gnente, e el vol che lo mantegna mi.

MOM. A far la lavandera cossa podeu vadagnar?

SMER. Gnanca la polenta da cavarse la fame. Se no fusse sior Momolo, per so bont, che no me agiutasse, poveretta mi.

MOM. Mi, cara fia, fazzo quel che posso; ma ghe vuol altro a cavarve dai fanghi([34]). Bisognerave che pensessi a far qualcossa che ve dasse dell'utile.

SMER. Cossa mai poderavio far?

MOM. S zovene; gh'av del spirito gh'av una vita ben fatta, doveressi imparar a ballar.

SMER. E po?

MOM. E po far el mistier de la ballarina. Al d d'ancuo([35]) le ballarine le fa tesori; questo el xe el secolo delle ballarine. Una volta se andava all'opera per sentir a cantar, adesso se ghe va per veder a ballar; e le ballarine, che cognosse el tempo, le se fa pagar ben.

SMER. Co avesse da andar sul teatro, mi farave pi volentiera la cantatrice.

MOM. No, fia mia, no ve conseggio per gnente. No s putella([36]), e a far la cantatrice ghe vuol dei anni. Solfeggiar, sbraggiar([37]), spender dei bezzi assae in ti maestri, e delle volte se trova de quelli, che i sassina le povere scolare e per chiapar la mesata i dise che le se far brave, si ben che no le gh'ha gnente de abilit. Figureve, o no gh'av petto, o che la ose no se pol unir, o che ve manca el trillo, e no acquistando concetto bisogna, in vece de cantar delle arie in teatro, cantar in casa dei duetti amorosi. Per una ballarina basta che la gh'abbia bon sesto, bona disposizion, e sora tutto un bon muso; con tre o quattro mesi de lizion, la se butta fora, se no altro, per figurar. Mi ve star al fianco, ve proveder de maestro, ve cercher un impressario che ve toga, e ghe doner tre o quattro zecchini secretamente. Co baller, ander da basso a sbatter le man, e far sbatter da tutti i mi amici, e da una dozena de barcarioli. Regaler el maestro dei balli, acci che el ve fazza far una bona fegura; far che el vostro compagno se contenta de far quel paded che aver impar a memoria, senza bisogno de ascoltar i violini. Ve far far i sonetti; ve compagner al teatro co la gondola, ve far un palco; insoma no passa un anno che se sente a dir: prima figura madama Smeraldina, in compagnia de mons Giandussa.

SMER. In verit, sior Momolo, che me ne fe vegnir voggia.

MOM. Cossa dirali la zente, co i veder la lavandera co la scuffia e co i nei?

SMER. Me burlerali?

MOM. Per cossa v'hai da burlar? Sarala una novit? Far anca vu, come che ha fatto le altre.

SMER. Sior Momolo sar el mio protettor.

MOM. Manco mal, la sarave bella, che se mi ve metto alla luse del mondo, m'avessi po da impiantar. Siben che no saressi la prima. Ghe n'ho cognoss de quelle poche, che co le s'ha visto in tun poco de bona figura, le ha volt la schena a chi gh'ha fatto del ben.

SMER. Oh, mi no gh' pericolo certo. Se far sto mistier, me arecorder sempre del mio primo paron. Ghe prometto de no parlar co nissun.

MOM. No digo che no abbi da parlar. Chi va sul teatro ha da usar civilt con tutti; e el xe un gran alocco quello che intende de voler far la guardia a le ballarine o a le cantatrici. In scena tratt con tutti; parl con chi ve vien a parlar; solamente ve dago un avertimento: co aver fenio el primo ballo, e che ander a muarve per el secondo, no fe che vegna nissun in tel camerin: perch se savessi quanti che ho sentio co ste recchie a dir in Piazza all'amigo: oe! no ti sa? quella che balla cuss e cuss, alla lontana la par qualcossa, ma da rente, puina pegorina([38]) che stomega.

SMER. Se fusse in sto caso, che no so se ghe arriver, me conseggier sempre con vu, sior Momolo.

MOM. Voleu che lo trovemo sto ballarin, che v'insegna a ballar?

SMER. Per mi son qua; vard pur vu, se dis da senno.

MOM. L' ditta. Vago a trovarlo, e vel meno qua.

SMER. Poveretta mi! come faroggio a imparar?

MOM. El maestro ve insegner i passi, e mi ve insegner el pantominio.

SMER. Coss'ela sta roba? Mi no me n'intendo.

MOM. Veder, veder. Smeraldina, parecchieve in gamba. Butt via el saon e la cenere. Fideve de mi, e no v'indubit. Siora ballarina, la reverisso. (parte)

SCENA DICIASSETTESIMA

Smeraldina sola

SMER. La sarave mo ben da rider, che i me vedesse anca mi co i cerchi e co la mantellina. Allora poderave sposar sior Lucindo. Ma cossa dirave sior Momolo? Oe, no alo ditto che fa cuss delle altre? Ben, far l'istesso anca mi. (parte)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera in casa del Dottore Lombardi.

Eleonora ed il Dottore

DOTT. Cara figliuola, vorrei pur vedervi contenta.

ELEON. La mia sfortuna vuole che io non lo sia.

DOTT. Ho fatto e faccio per voi quello che ad un padre non converrebbe di fare. Non siete n vecchia, n difettosa, per grazia del cielo, n senza una dote conveniente allo stato nostro. Parecchi partiti mi si sono offerti por voi, e pure sapendo quanto gradireste avere per isposo il signor Momolo, non ho riguardo io stesso a parlargliene il primo.

ELEON. Conosco quanto ben mi volete. Cos avesse egli una parte ben picciola del vostro amore per me.

DOTT. Ma non mi dite che vi ha dato qualche segno di benevoglienza?

ELEON. vero; coll'occasione ch'egli veniva alla conversazione da noi...

DOTT. Ecco dove ho mancato io. Non doveva lasciar venire un giovinotto in casa. Ma n'ha la colpa Lucindo.

ELEON. Il signor Momolo per altro non si pu dire che non sia giovane assai civile e modesto.

DOTT. Ma pratica in certi luoghi, che non gli fan molto onore.

ELEON. la giovent che glielo fa fare.

DOTT. Oh basta, vedo che ne sei innamorata; e se mi parer che voglia assodarsi, e che veramente ti voglia bene... Eccolo appunto; l'ho mandato a chiamare ed venuto immediatamente.

ELEON. Se non mi volesse un poco di bene, non ci sarebbe venuto.

DOTT. Ritirati, e lasciami parlare con lui.

ELEON. Obbedisco. (parte)

SCENA SECONDA

Il Dottore e Momolo

DOTT. Vorrei pur liberarmi dal peso di questa figliuola, per poter dar moglie a Lucindo e levarlo dalle male pratiche.

MOM. Servitor umilissimo, sior Dottor mio patron.

DOTT. Servo del signor Momolo. Scusate, se vi ho incomodato.

MOM. Patron sempre. Son qua a ricever i so comandi.

DOTT. Deggio farvi un'interrogazione per parte di un amico mio, che poi vi dir chi egli sia. Ditemi in tutta confidenza, siete voi disposto a voler prender moglie?

MOM. Mi maridarme? Difficilmente.

DOTT. Ma perch mai? Siete solo, siete giovane, benestante, perch ricusate un accasamento, che torni comodo alla vostra costituzione?

MOM. Perch el matrimonio me fa paura, e la pi bella zoggia dell'omo xe la libert.

DOTT. Se tutti dicessero cos, finirebbe il mondo.

MOM. Per mi l'intendo cuss; lasso popolar el mondo da chi ghe n'ha voggia.

DOTT. Non vi accomoderebbe una buona dote?

MOM. Cossa serve la dota al d d'ancuo? Se se riceve cento, se spende dusento; le mode xe arrivae all'eccesso, e a vestir una donna ghe vol un capital spaventoso.

DOTT. Non necessario di seguitare il costume degli altri; ogni uno fa come vuole, e quando aveste una moglie discreta...

MOM. Trovarla una muggier discreta. E po el galantomo bisogna che el la fazza comparir da par soo. Ma questo fursi nol xe el mazor incomodo che daga la muggier al mario. El ponto prencipal consiste, che co se xe maridai, s'ha perso la so libert. La muggier, per ordinario, vol saver tutto; bisogna renderghe conto dei passi che se fa, de le parole che se dise; bisogna torse la suggizion de compagnarle, o remetterse alla discrezion de chi le compagna; e po cento altre cosse, onde digo che se sta meggio cuss.

DOTT. Non occorr'altro; compatitemi, se vi ho incomodato.

MOM. Gnente, sior Dottor; la m'ha fatto grazia. Ma za che son qua, me permettela che reverissa siora Leonora?

DOTT. Perch no? Siete stato in casa mia tante volte, non vi ho mai impedito di farlo. Aspettate, che ora l'avviser.

MOM. La me far grazia.

DOTT. Vi riverisco. (Il giovane non parla poi tanto male. Ho piacere che Eleonora senta da se medesima, e si disinganni. Ascolter, io spero, qualche altra proposizione). (parte)

SCENA TERZA

Momolo, poi Eleonora

MOM. Ho capio el zergo. Sior Dottor me vorave puzar sta so putta, e per questo el me va persuadendo de maridarme. Certo che se avesse da far la tombola([39]), la faria pi tosto con questa che con un'altra, ma per adesso no me voggio ligar.

ELEON. Bene obbligata, signor Momolo, della finezza.

MOM. El xe mio debito, patrona. Me parerave de mancar al mio dover, se capitando da so sior padre, no cercasse de reverirla.

ELEON. Per altro, se non era per venir da mio padre, io non potea sperare di rivedervi.

MOM. Basta un so comando per farme vegnir de zorno, de notte, e da tutte le ore.

ELEON. Eh, so che voi non perdete il vostro tempo s male.

MOM. Anzi l'impiegherave benissimo, se me fosse lecito de incomodarla pi spesso.

ELEON. E ch', che v'impedisca di favorirmi?

MOM. La vede ben, so sior padre so che el me vede volentiera, ma se mi abusasse della so bona grazia, el se poderia insospettir.

ELEON. Mio padre anzi non fa che parlar di voi; vi vorrebbe sempre con lui, con me, padrone di questa casa.

MOM. Se credesse sta cossa, me saveria profittar.

ELEON. Quand'io ve la dico, la potete credere.

MOM. Donca, siora Eleonora, se la me permette, vegnir la sera a star con ela un per de ore almanco.

ELEON. Due ore sole?

MOM. Anca pi, se la vol.

ELEON. E non istareste meco per sempre?

MOM. Sto sempre me d un pochettin da pensar.

ELEON. Deggio confessare, che voi avete molto pi giudizio di me. Dove si inteso mai che una figlia civile parlasse con s poca prudenza, com'io vi parlo? Non vi formalizzate per questo. Compatite in me la passione che mi fa parlare.

MOM. Adesso mo la me fa vegnir rosso, da galantomo.

ELEON. Fate bene a scherzare: io me lo merito; priegovi solamente aver carit di me, e non dire a nessuno la mia debolezza.

MOM. Cossa disela? La me offende a parlar cuss. Son un galantomo.

ELEON. Se non avessi stima di voi, non mostrerei premura d'avervi meco.

MOM. Stupisso che la gh'abbia tanta bont per mi, che so certo de no meritarla.

ELEON. Ora voglio parlarvi con vera sincerit. Il vostro merito non lo conoscete, e gli fate poca giustizia.

MOM. La vol dir che fazzo una vita un poco troppo barona.

ELEON. Non dico questo; ma certamente sareste in grado di fare una molto miglior figura.

MOM. Cossa vorla far? Son ancora zovene.

ELEON. Se perdete s male i giorni della giovent, che sperate voi da quelli della vecchiaia?

MOM. La dise ben veramente; sarave ora che tendesse al sodo, ma gnancora no posso.

ELEON. Non potete? Avete mai provato?

MOM. Per dir el vero, no ho mai prov.

ELEON. Come dunque a dir vi avanzate di non potere, se non avete cambiato? Provate, signor Momolo, e so che avete tanto cuore e tanto talento da regolar da voi stesso il vostro modo di vivere.

MOM. Come oggio da far a principiar? La me insegna ela.

ELEON. Io sono in grado da apprendere, non da insegnare.

MOM. E pur, sotto una maestra de sta sorte, chi sa che no fasse profitto?

ELEON. Voglio insegnarvi una cosa sola.

MOM. Via mo, la diga.

ELEON. Fate capitale di chi vi ama sinceramente.

MOM. La lizion xe ottima, ma chi possio sperar che me voggia ben con sta sincerit che la dise?

ELEON. Quelle persone che vi amano senza interesse.

MOM. Al d d'ancuo se ghe ne stenta a trovar.

ELEON. Mi credete voi interessata?

MOM. Ela? me vorla ben?

ELEON. Basta cos. Conosco di essermi un poco troppo avanzata. Compatitemi, e se siete in grado di credermi, non siate ingrato.

MOM. Cercher la maniera...

ELEON. Con licenza, sono chiamata.

MOM. La me lassa cuss sul pi bello?

ELEON. All'onore di riverirvi. (parte)

SCENA QUARTA

Momolo solo

MOM. Momolo saldi in gambe. No far che l'amor o che la compassion te minchiona. Varda ben che la libert no ghe xe oro che la possa pagar. Siora Eleonora la xe una putta de merito. La parla ben, la pensa ben, la dise che la me vol ben, ma per tenderghe a ela, no voggio perderme mi. Co se se vol maridar, bisogna resolverse de cambiar vita, e mi ancora me sento in gringola([40]), e no me sento in caso de prencipiar. (parte)

SCENA QUINTA

Strada.

Ottavio, poi Momolo

OTT. Ci va del mio decoro, se cedo cos vilmente le mie pretensioni. Momolo un uomo come son io, e son capace di farlo stare a dovere. Codesti bravacci si danno dell'aria di superiorit, quando credono trovar del tenero ma se si mostra loro i denti, cangiano con facilit. Se lo trovo, se mi provoca, se mi ci metto... Eccolo per l'appunto. Mi mette, per dir vero, in un po' d'apprensione, ma vo' mostrare di aver pi coraggio di quello che internamente mi sento.

MOM. (Velo qua, per diana. Nol xe contento, se no lo fazzo spuar un poco de sangue). (da s)Sior Ottavio, la reverisso.

OTT. Padrone mio riverito.

MOM. Gran facende che la gh'ha da ste bande!

OTT. Questa una cosa che a voi non deve premere n punto n poco.

MOM. Veramente, se ho da dir el vero, no me n'importa un bezzo. Basta che st lontan dalla casa de siora Eleonora,

per el resto non v'ho gnanca in mente.

OTT. Ci comandate voi in casa della signora Eleonora?

MOM. In casa no ghe comando. Ma vu no voggio che gh'and.

OTT. Questo voglio impiegatelo con chi dipende da voi: non con i galantuomini della mia sorte.

MOM. Sior galantomo caro, la se contenta de andar cento passi alla larga.

OTT. A me?

MOM. A ela, patron.

OTT. Non vi bado, non so chi siate.

MOM. No sav chi son? Vel dir mi chi son. Son uno, che se non ander lontan da sti contorni, ve dar tante sberle([41]), che ve far saltar i denti fora de bocca.

OTT. A me?

MOM. A vu.

OTT. Eh, giuro al cielo. (mette mano alla spada)

MOM. Via, sior canapiolo([42]). (mette mano ad un legno, che tiene attaccato alla cintola, sotto al ferraiuolo)

OTT. Se non avete la spada...

MOM. Co i omeni della vostra sorte questa xe la spada che dopero. Vegn avanti, se ve basta l'anemo.

OTT. Sarebbe una vilt ch'io addrizzassi la spada contro un'arma s disuguale.

MOM. Ve far veder mi, come che se fa. (l'incalza)

OTT. Bene, bene, vi tratter come meritate. (ritirandosi)

MOM. Ve la scavezzer quella spada. (incalzandolo)

OTT. Trover la maniera di vendicarmi. (parte)

SCENA SESTA

Momolo, poi Ludro

MOM. Me vien da rider de sti spadacini! i porta la spada e no i la sa doperar. Tanti e tanti va in spada, perch no i gh'ha bezzi da comprarse un tabarro. Sentili a parlar, i xe tanti Covielli; metteli alla prova, i xe tanti paggiazzi. I crede che in sto paese no se sappia manizar la spada; ma mi dar scuola a quanti che i xe. Insolenze no ghe ne fazzo, ma no voggio che nissun me zappa sui pie. Cortesan, ma onorato. Me despiase che son de botto al sutto de bezzi([43]); bisogner trovarghene. Za, se spendo, spendo del mio; no son de quelli che fazza star.

LUD. Schiavo sior Momolo.

MOM. Schiavo, compare Ludro.

LUD. Me despiase a darve una cattiva nova.

MOM. Coss' st?

LUD. Me despiase averve da dir che la piezaria, che m'av fatto per quel foresto, toccher a vu a pagarla.

MOM. Son galantomo: la parola, che v'ho d, ve la mantegnir. Se nol pagher elo, pagher mi.

LUD. E po qualchedun v'aver da refar.

MOM. Chi voleu che me refa?

LUD. Oh bella! no se salo? La forestiera.

MOM. Ti xe un gran baron, Ludro.

LUD. Tra nualtri se cognossemo.

MOM. Sastu cossa che gh' da niovo?

LUD. Cossa?

MOM. Son senza bezzi.

LUD. Mal. Come me dareu i mi trenta zecchini?

MOM. Questi xe el manco. Me despiase che gh'ho do impegni da do bande: con quei foresti, e con una zovene che la voggio far ballarina.

LUD. E senza bezzi l'orbo no canta.

MOM. Te basta l'anemo de trovarme mille ducati?

LUD. Perch no? Su cossa voleu che li trova?

MOM. Son un galantomo. Gh'ho dei capitali; no so bon per mille ducati?

LUD. Li voressi sul fi([44]).

MOM. A uso de piazza, per un anno; far una cambial, se occorre.

LUD. Me inzegner de trovarli.

MOM. Ve dar el vostro sbruffo([45]).

LUD. Me maraveggio; coi amici lo fazzo senza interesse. Me basta che me d i trenta zecchini della piezaria.

MOM. Siben, ve li dar.

LUD. Vado subito a trovar un amigo.

MOM. Ma che no ghe sia brova([46]).

LUD. Lass far a mi. (Sta volta ghe dago una magnada coi fiocchi). (da s)

SCENA SETTIMA

Momolo, poi Brighella

MOM. Fin che son zovene, me la voggio gder. Da qua un per de anni, fursi fursi me marider. E co me marido, butto da banda la cortesanaria, e scomenzo a laorar sul sodo.

BRIGH. Sior Momolo, cossa vol dir che no l'avemo pi visto? Quella signora m'ha domand de elo tre o quattro volte.

MOM. Se savessi! gh'ho tanti intrighi; bisogneria che me podesse spartir in tre o quattro bande. Diseghe se i se contenta, che vegnir a disnar con lori.

BRIGH. Senz'altro. I l'aspetter volentiera.

MOM. Se vederemo donca.

BRIGH. Vorla che parecchia per conto suo?

MOM. S'intende, pagher mi.

BRIGH. Come m'oggio da contegnir?

MOM. Ve dir: no i me par persone de gran suggizion, e mi me regolo segondo le occasion. I mi bezzi li voggio spender ben, goderli, senza buttarli via. Feme un disnaretto in piccolo. Femoli magnar alla cortesana, che fursi ghe piaser: cento risi([47]) colla meola([48]) de manzo, e la so luganega([49]) a torno via. Un pezzo de carne de manzo, e comprla su la Riva dei Schiaoni([50]), che la pagher diese soldi alla lira; ma sora tutto and colla vostra staliera([51]), e pesla vu, che no i ve minchiona. Compr una polastra de meza vigogna([52]), e no pass el tierzo del nonanta([53]). Se trovessi un per de foleghe([54]) da spender ben una pittona([55]), tiolle. Compr un daotto([56]) de sal coll'aggio, e un triro([57]) de persutto. Una lira de pomi da riosa, quattro fenocchi, e tre onzette de piasentin([58]). Ve mander mi una canevetta de vin de casa. E per el pan, magneremo del vostro. Ve dar qualcossa per el fogo; la camera la paga un tanto al zorno i foresti: onde, co dago un da vinti([59]) al camerier, andaremo ben. Cossa diseu, compare?

BRIGH. Sior Momolo, s devent un gran economo.

MOM. Amigo, secondo el vento se navega. Co ghe n', no se varda; co no ghe n', la se sticca([60]). Porteve ben; sav che son galantomo; ve refer in altri incontri.

BRIGH. S patron de tutto, e se ve occorre de pi, comand; spender mi.

MOM. No, amigo; ve ringrazio. No fazzo debiti. In te le occasion me regolo co la scarsela.

BRIGH. Bravo. Cuss fa i galantomeni. E nualtri avemo pi gusto de guadagnar poco, e esser pagadi subito, invece de guadagnar assae, e suspirar i bezzi dei mesi. Vago a avisar i foresti, vago a spender, e a mezzo d sar pronto. (parte)

SCENA OTTAVA

Momolo, poi Truffaldino

MOM. Pur troppo ghe xe tanti de quelli che ordena e no paga mai. In sta maniera i se fa nasar([61]), e i paga la roba el doppio. Mi xe vero che in fin de l'anno spendo assae, ma m'impegno che tanto me val cento ducati a mi, quanto a un altro cento zecchini.

TRUFF. Lustrissimo.

MOM. Schiavo, compare Truffa([62]).

TRUFF. Mia sorella l'aspetta.

MOM. Vago adess'adesso([63]) a trovarla.

TRUFF. Ela la verit, che vol che la fazza la ballarina?

MOM. Certo; la voggio metter all'onor del mondo.

TRUFF. Anderala colla scuffia?

MOM. Sior s, scuffia, cerchi, andrien sciolto, mantellina e cornetta([64]).

TRUFF. Co l' cuss, bisogner, lustrissimo sior protettor, che la pensa al fradelo della ballarina.

MOM. Certo che no av d'andar vestio cuss malamente.

TRUFF. Poderoggio portar la spada?

MOM. Siguro.

TRUFF. La diga, lustrissimo sior protettor, poderoggio metterme la perrucca coi groppi?

MOM. No voleu? El fradello d'una ballarina!

TRUFF. Me darali del sior?

MOM. E come! poder andar anca vu in te le botteghe da caff a parlar de le novit, a dir mal del prossimo, a taggiar dei teatri, a zogar alle carte, a far el generoso alle spalle de vostra sorella, e far la vita de Michielazzo: come fa i pari e i fradelli delle ballarine, delle virtuose e de tutte quelle povere grame, che se sfadiga in teatro per mantegnir i vizi de tanti e tanti, che no gh'ha voggia de sfadigar.

TRUFF. Bisogner mo che andemo a star in qualch'altro paese.

MOM. Per cossa?

TRUFF. No voria, con tutta la spada al fianco e con tutta la perrucca a groppi, che i me disesse che ho fatto el facchin.

MOM. Cossa importa? lass che i diga. D un'occhiada intorno a tanti altri pari o fradelli de virtuose. Veder tanti e tanti dorai e inarzentai, e cossa giereli? Servitori, staffieri, garzoni de bottega e cosse simili. Se dise: no me dir quel che giera, dime quel che son. No passa un mese, che ve desmentegh anca vu d'aver fatto el facchin, e ve parer de esser qualcossa de bon.

TRUFF. Bisogner che gh'abbia anca mi la mia intrada.

MOM. Certo: fondada su le possession de vostra sorella.

TRUFF. No poderave anca mi far qualcossa in teatro?

MOM. Vu no av da far gnente. I fradelli delle ballarine no i fa gnente. Vu v'av da levar tardi la mattina, bever la vostra chioccolata, vestirve e andar a spassizar in Piazza, o a sentarve in t'una bottega. Andar a casa a tola parecchiada, e se ghe xe protettori, magnar e bever senza veder e senza sentir. Tutto el vostro dafar ha da consister in questo: la sera in teatro, in udienza, a sbatter le man co balla vostra sorella. Forti, allegramente, e viva mons Truffaldin. (parte)

SCENA NONA

Truffaldino, poi il Dottore

TRUFF. Quanto tempo che l', che vado studiando la maniera de viver senza far gnente. L'ho pur trovada.

DOTT. Galantuomo.

TRUFF. Signor.

DOTT. Volete venire a portare un sacco di farina?

TRUFF. A mi portar farina? Saviu chi son mi?

DOTT. Non siete voi un facchino?

TRUFF. Ve ne ment per la gola. Son un tocco de fradello de una ballarina. E a mi se me porta respetto, e feme grazia, sior Dottor, de dir a sior Lucindo vostro fiol, che in casa mia nol staga mai pi a vegnir, che no l'ardissa de far l'amor con Smeraldina mia sorella, n de dir de volerla sposar, perch una ballarina no se degna de un spiant de la so sorte, e chi vol vegnir in casa nostra, le vol esser doppie e zecchini. (parte)

SCENA DECIMA

Il Dottore solo, poi Silvio e Brighella

DOTT. Amico, amico, sentite... Come! mio figlio va in casa di sua sorella? L'amoreggia? Parla di sposarla? A tempo costui mi ha avvertito. Ci trover rimedio. Povero disgraziato! in casa di una ballerina? Starebbe fresco; non basta in un anno quello che io ho guadagnato in dieci.

BRIGH. Eccola l, quello l' el sior Dottor che la cerca. (a Silvio)

SILV. Vi ringrazio; non occorre altro. (a Brighella)

BRIGH. Servitor umilissimo. Vado a parecchiar el disnar.

DOTT. Come si precipita la giovent! Ma sar mio pensiere...

SILV. Servitor, mio signore. (al Dottore)

DOTT. Servitor umilissimo.

SILV. Favorisca vedere se questa lettera viene a lei. (dandogli una lettera)

DOTT. Per appunto. Viene a me. Permetta ch'io veda. (apre e legge)Ella dunque il signor Silvio Aretusi romano?

SILV. Per obbedirla.

DOTT. E la sua signora dov'?

SILV. Nella locanda, ove siamo alloggiati, da messer Brighella.

DOTT. L'amico mi raccomanda lor signori, ed io li prego venir in casa mia, ove staranno un po' meglio forse di quel che stiano nella locanda.

SILV. Signore, io non intendo d'incomodarvi.

DOTT. Assolutamente V.S. mi ha da far questo piacere.

SILV. Per oggi almeno abbiamo gente a desinare con noi.

DOTT. Bene, dunque verr con Eleonora, mia figlia e vostra serva, a far una visita alla signora vostra, e questa sera favorirete da noi.

SILV. Troppo gentile, signore. Verr io a fare il mio dovere colla signora vostra figliuola.

DOTT. Se volete passare, siete padrone.

SILV. Verr a conoscere una mia padrona. (partono)

SCENA UNDICESIMA

Camera di Smeraldina

Smeraldina e Lucindo

SMER. Caro Lucindo, abbi un poco de pazienza. Se parlo con Momolo, lo fazzo per interesse, ma el mio cuor el xe tutto per vu.

LUC. Questa cosa mi fa morire di gelosia.

SMER. Se fussi in stato de sposarme, lo lasserave subito, ma no pod per adesso, per amor de vostro padre, e mi no so come far a viver. Sior Momolo m'ha promesso che el me vol far insegnar a ballar, e el vol che fazza la ballarina.

LUC. Tanto peggio...

SMER. Tanto meggio, che sar in stato de vadagnar, e quando no gh'aver pi bisogno de Momolo, lo licenzier de casa.

LUC. Non potrete farlo. S'egli vi aiuta per farvi cambiare stato, sar sempre padrone di casa vostra.

SMER. Giusto! figureve! Lass pur che el fazza e che el spenda, trover ben mi la maniera de liberarme.

LUC. Non vorrei trovarmi io in un impegno...

SMER. I batte. Lass che vaga a veder. (va, poi torna)

LUC. Per altro, non so lodare in Smeraldina l'ingratitudine che mostra verso di quel galantuomo...

SMER. Presto, scondeve, che xe qua Momolo.

LUC. Eccomi in un altro imbarazzo.

SMER. Scondeve, e no abbi paura.

LUC. Il cielo me la mandi buona. (si ritira in un'altra stanza)

SMER. Se arrivo a ballar, so ben che voggio far anca mi la mia maledetta figura.

SCENA DODICESIMA

Momolo e detti

MOM. Son qua, fia mia.

SMER. Caro Momolo, ve fe molto aspettar. Sav pur che no gh'ho altra compagnia che la vostra, e senza de vu no posso star un momento.

MOM. S'alo pi visto sior Lucindo?

SMER. Oh, nol ghe vien pi in casa mia, no ghe xe pericolo.

MOM. Se el ghe vien, se lo so, se lo trovo, lo taggio in quarti co fa un polastro.

SMER. Fideve de mi, ve digo. Sav che ve voggio ben; me maraveggio gnanca, che dis ste cosse.

MOM. No parlemo altro. Sappi, fia mia, che ho trov el maestro. El vegnir ogni zorno a insegnarve, e el se impegna in tre o quattro mesi metterve in stato de ballar in teatro, e no miga solamente a figurar, ma el se impegna de farve far anca un paded.

SMER. Un paded! Cossa xelo sto paded?

MOM. Un ballo figur col compagno, con tutti i so passi che ghe vol, e col so bel pantomimo.

SMER. E el pantomim? cossa vorlo dir?

MOM. Le azion mute che se fa in te la introduzion del ballo, e anca in tel ballo istesso: cosse concertae tra l'omo e la donna, che za, per el pi, da l'udienza no se capisse una maledetta.

SMER. E mi mo le saveroggio far?

MOM. Non ve indubit gnente. Tra el ballarin e mi ve insegneremo pulito; e co av impar un per de paded, ghe ne poder far cento, che za i xe tutti compagni. Per esempio, vegnir fora colla rocca filando, o con un secchio a trar dell'acqua, o con una vanga a zappar. El vostro compagno vegnir fora, o colla carriola a portar qualcossa, o colla falce a taggiar el gran, o colla pippa a fumar, e siben che la scena fusse una sala, tanto e tanto, se vien fora a far da contadini o da marineri. El vostro compagno no ve veder: vu ander a cercarlo, e e lu ve scazzer via. Ghe batter una man su la spalla, e lu con un salto l'ander dall'altra banda. Vu ghe correr drio: lu el scamper, e vu ander in collera. Quando che vu sar in collera, a lu ghe vegnir voggia de far pase; el ve pregher, vu lo scazzer; scamper via, e lu ve correr drio. El se inzenocchier, far pase: vu, menando i penini, l'invider a ballar; anca elo, menando i pie, el dir ballemo, e tirandove indrio, allegramente scomenzer el paded. La prima parte allegra, la segonda grave, la terza una giga. Procurer de cazzarghe dentro sie o sette delle meggio arie da ballo che s'abbia sentio; far tutti i passi che sav far, e che sia el paded o da paesana, o da zardiniera, o da granatiera, o da statua, i passi sar sempre i medesimi, le azion sar sempre le istesse: correrse drio, scampar, pianzer, andar in collera, far pase, zirar i brazzi sora la testa, saltar in tempo e fora de tempo, menar i brazzi e le gambe e la testa e la vita e le spalle, e sora tutto rider sempre col popolo, e storzer un pochetto el collo co se passa arente i lumini, e far delle belle smorfie all'udienza, e una bella riverenza in ultima, e imparar ben tutte ste cosse a memoria, e farle con spirito e con franchezza; i cria brava, i sbatte le man, e dopo el primo anno, prima figura, dusento doppie, e i sonetti coi colombini.

SMER. Sior Momolo, basta cuss, ho inteso tutto; m'impegno che veder se la vostra lezion la far pulito. In verit dasseno, me par de esser ballarina a st'ora; andarave stassera in teatro.

MOM. Vedeu? Sto coraggio, sta prontezza, sto ardir xe quello che fa pi de tutto. Cossa importa se no se sa gnanca el nome dei passi? Spirito ghe vol e bona grazia, e se se falla, tirar de longo. Intanto, per un principio de bon augurio, tol sto aneletto, che ve lo dono.

SMER. Oh co bello! grazie, sior Momoletto.

SCENA TREDICESIMA

Truffaldino con un uomo che porta varii vestiti, e detti

TRUFF. Lustrissimo sior protettor, giusto de ela cercava.

MOM. Son qua, mons Truffaldin.

TRUFF. Songio mons?

MOM. No se salo? Al fradello de madama Smeraldina se gh'ha da dir mons Truffaldin.

TRUFF. Vard mo qua sto galantomo.

SMER. Chi xelo quell'omo?

TRUFF. Ho fatto portar dei abiti da vestirme da mons.

SMER. E chi pagher?

TRUFF. El protettor.

MOM. El gh'ha rason. Chi protegge una vertuosa, xe in obbligo de vestir tutta la fameggia.

TRUFF. Proveme un abito da mons. Ma aspett che me vaga a lavar le man, che sar un anno che no me le ho lavade. (vuol andare dov' Lucindo)

SMER. Eh n'importa, caro vu; ve le laver.

TRUFF. Eh, che so la creanza. (come sopra)

SMER. Sior no...

TRUFF. Siora s. (va nella stanza suddetta)

SMER. (Oh poveretta mi!) (da s)

MOM. Coss', siora, che vegn verde? Gh'aveu qualche contrabando l drento?

SMER. Me maraveggio dei fatti vostri. Cossa songio? Una poco de bon?

TRUFF. La favorissa, patron. (uscendo dalla stanza suddetta, parla con Lucindo)

SMER. Con chi parleu? (a Truffaldino)

TRUFF. La resta servida. No la staga l drento solo; la vegna coi altri in conversazion.

MOM. Come! Sior Lucindo? A mi sto tradimento?

LUC. (Esce timoroso, e saluta Momolo)

SMER. Qua, sior Lucindo? Sconto in casa mia, senza che mi sappia gnente? Che baronada xe questa? Farme comparir in fazza de sto galantomo per una busiara? And via subito de sta casa, e no abbi ardir de vegnirghe mai pi. Animo, digo; con chi parlio? O and via, o che ve butto zo della scala. (lo spinge via, e spingendo gli dice piano): (Va via, caro, e torna stassera).

TRUFF. Animo, fora de sta casa onorata.

LUC. (Senza parlare saluta, e se ne va)

MOM. (Me la vorli pettar?) (da s)

SMER. Sior Momolo, no credo mai che pens... che mi sappia... Proprio sento che me vien da pianzer. (piange)

MOM. Brava, adesso digo che deventer una ballarina perfetta. Capisso tutto; so benissimo che savevi che l'amigo ghe giera, ma la maniera co la qual l'av mand via, me fa cognosser che de mi gh'av, se non amor, almanco un poco de suggizion. Questo xe quel che me basta; da vu altre no se pol sperar gnente de pi, e un cortesan de la mia sorte cognosse fin dove el se pol comprometter. Dipender da vu el pi e el manco che m'aver da impegnar a farve del ben. Regoleve in causa. Stassera ve mander el ballarin.

TRUFF. L'abito, lustrissimo sior protettor.

MOM. Deghe un abito da spender tre o quattro zecchini, e po vegn da mi, che ve pagher. (all'uomo ecc.)

TRUFF. Vegn via, vegn a servir el fradello della ballarina. (all'uomo, e parte con esso lui)

SMER. Andeu via?

MOM. Vago via.

SMER. Tornereu?

MOM. Torner.

SMER. Me voleu ben?

MOM. Eh, galiotta, te cognosso. (parte)

SMER. El dise che el me cognosse, ma nol xe a segno gnancora. Poveretto! nu altre donne ghe ne savemo una carta de pi del diavolo. (parte)

SCENA QUATTORDICESIMA

Camera nella locanda

Beatrice, Silvio, Eleonora, il Dottore

SILV. Consorte, ecco qui il signor Dottore colla sua signora figliuola, che hanno voluto prendersi l'incomodo di favorirvi.

BEAT. Questo un onore che io non merito.

ELEON. Riconosco per mia fortuna il vantaggio di conoscere una persona di tanto merito.

DOTT. Siamo qui ad esibire all'uno e all'altra la nostra umilissima servit.

BEAT. Troppa bont, troppa gentilezza. Favoriscano di accomodarsi.

DOTT. Non vogliamo recarvi incomodo.

BEAT. Un momento almeno per cortesia. (tutti siedono)

ELEON. Mi fa sperare mio padre che la signora verr a stare con noi.

BEAT. Sarebbe troppo grande il disturbo.

DOTT. Senz'altro, ci hanno da favorire.

SILV. Cos , signora Beatrice, egli mi ha obbligato ad accettar le sue grazie.

BEAT. una fortuna ben grande ch'io possa godere una s amabile compagnia. (verso Eleonora)

ELEON. Averete occasione di compatirmi.

DOTT. Voleva io che favorissero a pranzo, ma dice il signor Silvio che hanno gente a desinar con loro.

BEAT. S, certo. Aspettiamo un signore.

ELEON. Non potrebbe venir con loro?

DOTT. forastiere quegli che aspettano?

SILV. Non signore, veneziano.

ELEON. Tanto meglio.

BEAT. Eccolo per l'appunto.

SCENA QUINDICESIMA

Momolo e detti

MOM. Animo, putti. Mett su i risi. (entrando parla verso la scena)

ELEON. (Cieli! qui Momolo?) (da s)

MOM. Patroni. Le compatissa... Cossa vedio? Sior Dottor? Siora Leonora?

BEAT. Li conoscete dunque.

MOM. Se li cognosso? e come! Sior Dottor xe el pi caro amigo che gh'abbia, e siora Leonora xe una patrona che venero e che rispetto. (con tenerezza)

ELEON. Il signor Momolo si prende spasso di me.

BEAT. (Alle parole e ai gesti parmi che fra di loro vi sieno degli amoretti. Mi dispiace un simile incontro). (da s)

SILV. Ho piacere che siensi ritrovate insieme da noi persone che si conoscono e sono in buona amicizia. Il signor Dottore e la signora Eleonora possono favorire di restar a pranzo con noi. Che dice il signor Momolo?

MOM. Magari! Son contentissimo. Adesso subito, con so licenza. (vuol partire)

BEAT. Dove andate, signore?

MOM. La vede ben, un disnaretto parecchi per tre, no pol bastar per cinque. Vederemo de repiegar.

ELEON. (Il signor Momolo, a quel ch'io sento, il provveditore). (da s)

SILV. Non vi prendete pena per questo. Parler io con il locandiere.

DOTT. Facciamo cos, signori. Il pranzo da noi sar bello e lesto. La casa nostra pochi passi lontana. Andiamo tutti a mangiare quel poco che ci dar la nostra cucina.

SILV. Che dice il signor Momolo?

MOM. Cossa dise siora Leonora?

ELEON. Io non c'entro, signore. (sostenuta)

DOTT. Via, risolviamo, che l'ora tarda.

BEAT. Dispensateci, signore, per questa mattina. (Capisco che questa giovane innamorata). (da s)

ELEON. (La mia compagnia le d soggezione). (da s)

DOTT. Signor Silvio, vedete voi di persuaderla.

SILV. Via, non ricusiamo le grazie di questo signore, giacch il signor Momolo viene con esso noi.

ELEON. (Anche al marito preme la compagnia che non dispiace alla moglie). (da s)

BEAT. Ora non ho volont di vestirmi.

DOTT. Se stiamo qui dirimpetto!

SILV. Possiamo andare come ci ritroviamo.

BEAT. Conviene unire le robe nostre.

DOTT. Si chiude la stanza, e si portan via le chiavi.

ELEON. (Ci viene mal volentieri; lo conosco). (da s)

MOM. Via, siora Beatrice, da brava. Andemo in casa de sior Dottor, che staremo meggio. Cossa disela, siora Leonora?

ELEON. Siete curioso davvero. Se dipendesse da me!...

MOM. Se dipendesse da ela, son certo che la dirave: andemo.

BEAT. All'incontrario; io credo ch'ella anderebbe senza di noi.

ELEON. Perch credete questo, signora?

BEAT. Perch mi pare che la nostra compagnia non abbia la fortuna di soddisfarvi.

ELEON. Dite piuttosto che a voi piace meglio la picciola conversazione.

SILV. Ors, se la cosa si mette in cerimonia o in puntiglio, la conversazione finita. Signor Dottore, accettiamo le vostre cortesi esibizioni. Consorte, senz'altre repliche, andiamo.

DOTT. Bravo, cos mi piace.

BEAT. (Prevedo qualche sconcerto). (da s)

MOM. (Son un pochetto intrig, ma me caver fora). (da s)

SILV. Permetta la signora Eleonora che io abbia l'onor di servirla. (le offre la mano)

ELEON. Ricever le sue grazie. Via, signor Momolo, serva la signora Beatrice.

MOM. Vorla ela, sior Dottor?

DOTT. Oh, io non sono al caso. Tocca a voi.

BEAT. La strada breve; non ho bisogno che nessuno per me s'incomodi. (parte)

ELEON. (Che affettazione! Tanto peggio mi fan pensare). (parte con Silvio)

DOTT. Via, non lasciate andar sola quella signora. (a Momolo)

MOM. Se no la vol... (Stago fresco da galantomo). (da s, indi parte)

DOTT. Parmi ch'egli abbia un poco di soggezione per Eleonora. Se fosse vero! chi sa? (parte)

SCENA SEDICESIMA

Strada colla casa del Dottore e colla locanda

Ottavio, Beccaferro, Tagliacarne

OTT. Amici, il signor Momolo col dentro in quella locanda. Aspettate ch'egli esca, e quando escito, bastonatelo bene. Sar poco lontano, e tosto che averete fatto il vostro dovere, ecco i quattro zecchini; sono qui preparati per voi. Vien gente: mi ritiro per non esser veduto. (parte)

BECCAF. Mi dispiace aver che fare con Momolo.

TAGLIAC. Anch'io ne ho dispiacere, ma due zecchini per uno...

BECCAF. Ritiriamoci; stiamo a vedere.

TAGLIAC. Conviene operar con giudizio. (si ritirano)

SCENA DICIASSETTESIMA

Silvio dando braccio ad Eleonora. Momolodando braccio a Beatrice. Il Dottore

DOTT. La porta aperta, favoriscano di passare.

SILV. Andiamo dunque.

ELEON. Passi prima la signora Beatrice.

MOM. Se sior Dottor me permette, gh'ho una bottiglia de vin de Cipro vecchio da quattr'anni; voria che se la bevessimo sta mattina.

DOTT. Bene; la beveremo.

MOM. Se la me d licenza, la vago a tior. (a Beatrice)

BEAT. Oh s, signore, andate. Gi ve l'ho detto, so andar da me; non ho bisogno di braccio. (con un poco di sprezzatura, ed entra)

ELEON. (Le belle caricature!) (da s, ed entra con Silvio)

DOTT. Fate presto. Non vi fate aspettare. (a Momolo, ed entra)

MOM. Vegno subito.

SCENA DICIOTTESIMA

Momolo, Beccaferro, Tagliacarne

MOM. Mi no me par de esser inamor de siora Leonora, e pur la me d un pochetto de suggizion. Cossa mo vuol dir? Mi no saverave... (Tagliacarne e Beccaferro vanno girando e cercando di prenderlo in mezzo)

MOM. Chi xe sti musi proibiti? Cossa zireli da ste bande? (I suddetti, vedendosi guardare da Momolo, si mettono in qualche soggezione e parlano fra di loro)

MOM. (Ho capio. No credo de inganarme. Costori xe qua per mi. O che i vol cavarme qualcossa, o che i me vol far qualche affronto. Li ho visti stamattina a parlar co sior Ottavio. Chi sa che sto sior no i abbia messi all'ordene per saludarme? Gnente paura. A mi). (da s)Galantomeni, favor, vegn avanti, ve bisogna gnente? Voleu bezzi? Voleu roba? Gh'aveu bisogno de protezion? Basta che averz la bocca, sar servidi. Momolo xe cortesan, amigo dei amici; fazzo volentiera servizio a tutti, e in t'una occasion, son pronto a tutto. Comand, fradei, comand.

BECCAF. Niente, signore, siamo qui passeggiando...

TAGLIAC. (Per dire il vero, un galantuomo della sua sorte non merita quest'affronto). (piano a Beccaferro)

MOM. Vegn qua, tol una presa de tabacco.

BECCAF. Obbligato. (prende tabacco)

TAGLIAC. Favorisce? (gli chiede tabacco)

MOM. Patron anca della scatola, se vol. Dis, amici, aveu disn?

BECCAF. Non ancora.

TAGLIAC. Le cose vanno male. Si mangia poco.

MOM. Amici, me faressi un servizio?

TAGLIAC. Comandate.

MOM. Stamattina ho orden qua alla locanda de missier Brighella un disnaretto per mi e per do forestieri. L'occasion ha port, che andemo tutti a disnar qua a casa del sior Dottor. Brighella bisogna che lo paga, e me despiase che quella roba nissun no la gode. Me faressi el servizio de andar vualtri do da parte mia a magnar quei quattro risi, quel per de foleghe e quelle altre bagatelle, che xe parecchiae?

TAGLIAC. Perch no, quando si tratta di far piacere?

BECCAF. Basta che vossignoria avvisi Brighella.

MOM. Vago a tor una bottiglia che ho lass alla locanda, e co sta occasion ghe lo digo, e godevela in bona pase. (vuol partire, poi torna indietro)

TAGLIAC. Come si pu bastonare un galantuomo di questa sorte? (a Beccaferro)

BECCAF. Mi dispiace per i due zecchini. (a Tagliacarne)

MOM. Avanti de avisar Brighella, vorave pregarve d'un altro servizio. Co mi no av d'aver suggizion. Son omo del mondo, e so come che la va. Diseme, da quei galantomeni che s, da boni amici e fradelli, diseme se aspett nissun, se s qua per mi, se ve xe st d nissun ordene de recamarme le spalle. Ve prometto, da cortesan onorato, de no parlar co nissun: e el vostro disnar, tanto e tanto, xe parecchi. Anzi sent se ve parlo da amigo e da galantomo. Se qualchedun v'ha promesso quattro, sie, otto zecchini, son qua mi: no vi che perd un bagattin.

BECCAF. Siamo galantuomini, non vogliamo di pi di quello che giusto. Ci sono stati promessi quattro zecchini soli.

MOM. Per reffilarme mi.

TAGLIAC. S signore, ma cogli uomini della vostra sorte non abbiamo cuore di farlo.

MOM. Anca s che xe st sior Ottavio, che v'ha orden sto servizio?

TAGLIAC. Per l'appunto.

MOM. Sent, amici: mi ve dar sie zecchini se baston sior Ottavio, e el vostro disnar.

BECCAF. No, sei zecchini non li vogliamo; ci bastano i quattro.

TAGLIAC. S, siete un galantuomo, e non vi vogliamo far pagare di pi d'un altro.

MOM. Anemo donca; vago a dar ordene per vu e po sav chi son. Vegnime a trovar, e ve dago i vostri quattro zecchini. (Se la me va fatta, la bissa beccher el zaratan). (da s, ed entra nella locanda)

SCENA DICIANNOVESIMA

Beccaferro, Tagliacarne, poi Ottavio

BECCAF. Questi un uomo che merita essere servito.

TAGLIAC. Meglio pigliare quattro zecchini da lui, che dieci da un altro.

BECCAF. Ma poi, amico, bisogner che ce ne andiamo, perch in questo paese chi ne fa una di queste, non ne fa due.

TAGLIAC. S, ce ne andremo subito. Quattro zecchini pagheranno il viaggio.

BECCAF. Dove troveremo il signor Ottavio?

TAGLIAC. Dovrebbe essere poco lontano, secondo ch'egli ci ha detto.

BECCAF. Proviamo un poco, s'egli ci sentisse. Eh, ehm.

TAGLIAC. (Fischia)

BECCAF. Signor Ottavio, signor Ottavio. (da pi parti, sotto voce)

OTT. E bene, cosa volete?

TAGLIAC. Abbiamo bisogno di vossignoria.

OTT. Non avete fatto ancora?

BECCAF. Senza di lei non si pu far niente.

OTT. Non stato qui Momolo? L'ho pur sentito alla voce.

TAGLIAC. C' stato.

OTT. Perch non avete fatto l'obbligo vostro?

TAGLIAC. Lo faremo or ora.

OTT. Torner Momolo?

TAGLIAC. Torner.

OTT. Animo dunque, io mi ritiro.

BECCAF. Se vossignoria si ritira, non faremo niente.

OTT. Io non ci voglio essere.

TAGLIAC. Anzi ci ha da essere. (lo bastonano)

OTT. Ahi, traditori, aiuto! (i due bravacci partono)

SCENA VENTESIMA

Momolo ed Ottavio

MOM. Coss', coss' st?

OTT. Sono assassinato.

MOM. Gnente, sior Ottavio. Per adesso feme la ricevuta a conto. Un'altra volta ve dar el vostro resto. (entra in casa del Dottore)

OTT. Oh, mi sta bene! Ecco quel che succede a chi vuol usare soverchieria. (parte)


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera in casa del Dottore

Eleonora e Beatrice

BEAT. Appunto, signora Eleonora, desideravo che terminasse la tavola per parlarvi da solo a solo. Permettetemi che io vi dica aver conosciuto benissimo, che avete dell'inclinazione per il signor Momolo...

ELEON. Sono una fanciulla...

BEAT. Egli vero, e non siete per questo da essere rimproverata, n sopra di ci intendo io di discorrere. Quel che ho voglia di dirvi, risguarda soltanto la mia persona...

ELEON. Voi siete finalmente...

BEAT. Permettetemi ch'io finisca il mio ragionamento. Sono una donna d'onore, signora mia, e le parole vostre e i vostri delicati motteggi mi fanno dubitare che sospettiate di me. Stimo il signor Momolo, gli sono obbligata per qualche piacere ch'egli ha fatto a mio marito, ma non sono capace...

ELEON. Non vi bisogno...

BEAT. S, signora. Vi bisogno che voi sappiate che io non sono capace di certi amori sospetti, e che temendo di disgustarvi, siate certa che il signor Momolo non lo tratter pi, fino ch'io resti in Venezia.

ELEON. Non mi crediate cos indiscreta...

BEAT. So il mio dovere in questo...

ELEON. Volete parlar voi sola?

BEAT. Compatitemi. Si tratta dell'onor mio.

ELEON. Vi confesso ch'io l'amo; confesser ben anche che ho avuto di voi qualche picciola gelosia, fondata unicamente sul vostro merito; ma vi son altre che mi fan sospirare, e che non hanno n il vostro carattere, n la vostra virt. Pure mi lusingo di vincerlo colla sofferenza.

BEAT. Certamente coi giovani di quell'et e di quello spirito non si pu sperar di vincere diversamente.

ELEON. Eccolo alla volta nostra.

BEAT. A rivederci, amica.

ELEON. Restate...

BEAT. No, certo. So le mie convenienze. (parte)

SCENA SECONDA

Eleonora, poi Momolo

ELEON. Parmi vedere in lui un certo rispetto verso di me, che un giorno potrebbe anche cangiarsi in amore.

MOM. Siora Leonora, la prego de compatirme. L'aver ben capio dal carattere de quella signora, se mi gh'ho nissuna cattiva intenzion.

ELEON. Son persuasa di questo. E credo che siate tanto indifferente con lei, quanto lo siete con me.

MOM. No, patrona, ghe xe qualche differenza, e gnanca tanto pochetta.

ELEON. Chi sta peggio da lei a me?

MOM. No so gnente. So che co ve vedo, me sento un certo bisegamento in tel cuor, che in mi xe qualcossa de straordinario.

ELEON. Permettetemi che io mi faccia interprete del vostro cuore. Un'occulta simpatia lo fa inclinare forse alla mia persona, e voi, nemico del vostro medesimo cuore, volete opporvi alle sue inclinazioni.

MOM. Ve dir, siora Leonora; no me oppono all'inclinazion del cuor, ma ve digo ben che, per ascoltarlo, no voggio perder la libert.

ELEON. Dunque per me non vi speranza veruna.

MOM. (No la voria desgustar). (da s)Chi sa? Pol darse, col tempo, che me mua de opinion.

ELEON. Bramo una consolazione da voi, senza che perdiate la libert.

MOM. Comandme.

ELEON. Se chiedo, temo che mi neghiate il favore.

MOM. Me fe torto a dubitar. Fora dell'impegno d'un matrimonio, ve prometto tutto quel che vol.

ELEON. Voi per ora non vi volete ammogliare.

MOM. No certo.

ELEON. Ma non siete determinato di voler vivere sempre cos.

MOM. Certo, che me poderave scambiar.

ELEON. Promettetemi dunque, che risolvendo di maritarvi, non isposerete altra donna che me.

MOM. S, ve lo prometto. Ma vu avereu pazienza de aspettar che me vegna sta volont?

ELEON. S, certo, ve lo prometto, ve lo giuro, vi aspetter.

MOM. E se stasse dies'anni?

ELEON. Per tutto il tempo della mia vita. troppo grande l'amore che ho per voi. La sola speranza basta per consolarmi.

MOM. Patti chiari. Con tutto sto impegno mi no vi suggizion. No gh'ha da esser pettegolezzi de zelosia.

ELEON. Mi riporter sempre alla vostra discrezione.

MOM. (Questo el xe un amor particolar). (da s)

ELEON. (Spero colla cortesia di obbligarlo). (da s)

MOM. Siora Leonora, a bon reverirla, vago dalla mia ballarina.

ELEON. Pazienza. Ricordatevi qualche volta di me.

MOM. (Se stago troppo, me cusino de fatto). (da s)Brava, cuss me piase. Pol esser che in sta maniera la indivin. A revederse.

ELEON. Addio, caro.

MOM. Bond... (tenero)(Oe, Momolo, forti in gambe). (da s, e parte)

ELEON. una gran pazienza la mia, dover soffrire la gelosia senza dimostrarla. Basta, confido nel tempo. Momolo non ha il cuore di sasso; si piegher, se non altro, al merito della mia tolleranza. (parte)

SCENA TERZA

Strada colla casa e colla locanda

Ludro, poi Momolo

LUD. No ghe vi andar in casa de sior Dottor. Xe meggio che l'aspetta qua sior Momolo. Se vago desuso, e che el diavolo fazza che qualchedun senta sto negozio che ghe voggio far far, i me rebalta a drettura. El xe avis, el doverave vegnir. Zitto, che el xe elo.

MOM. Seu qua, sior Ludro?

LUD. Son qua. Xe da sta mattina in qua, che cammino. Al d d'ancuo se stenta a trovar bezzi, specialmente senza pegno.

MOM. Li aveu trovai?

LUD. A forza de suori ho trov i mille ducati.

MOM. Bravo. Dove xeli?

LUD. A pian, che ghe xe da discorrer.

MOM. Coss'? Scomenzemio a contar sul trenta?

LUD. Oib. L'amigo che fa el servizio, no xe de quelli che voggia scortegar la pelle ai galantomeni. El se contenta de un onesto vadagno: nol pretende pi del sie per cento; mezzo per cento al mese, a uso de piazza.

MOM. Benissimo; fin qua no gh' mal.

LUD. El negozio bisogna che ve content de farlo per tre anni.

MOM. E se i so bezzi ghe li dago avanti?

LUD. Degheli co vol, ma el contratto bisogna farlo per tre anni.

MOM. Femolo per tre anni. Al sie per cento.

LUD. Mille ducati al sei per cento importa sessanta ducati all'anno. Tre fia sessanta, cento e ottanta; el pro de tre anni importa cento e ottanta ducati, e questi bisogna dargheli subito, avanti tratto.

MOM. E se ghe li dago avanti?

LUD. No ghe li dar; ma se anca ghe li dessi, co xe pag, xe pag. Donca de mille ducati resta ottocento e vinti; batter cento e diese ducati, che m'av da dar per la sigurt del forestier...

MOM. Questi ve li dar doman, se elo no ve pagher.

LUD. Caro sior Momolo, per vu xe l'istesso. Resta settecento e diese ducati; batter da questi la mia sanseria sul corpo dei mille ducati, al do per cento (che manco no me pod dar), resta siecento e nonanta ducati, e questi ve obbligher a pagarli in tre rate a dusento e trenta ducati all'anno, e no so che grossi([65]).

MOM. Donca, compare Ludro, questi xe tresento e diese ducati de manco che me vien in scarsela, e ho da pagar el pro de mille; e de pi, pagando un terzo all'anno de capital, ho sempre da pagar el pro dell'intiero. Un bel negozio che me vol far far! Ma pazenzia! per una volta se pol far un sproposito. Andemo a tor i bezzi, e far la cambial.

LUD. (Se lo so, che el gh'ha da cascar). (da s)Aspett; bisogna che ve averta d'un'altra cossa. Sappi che l'amigo no gh'ha altro che tresento ducati in bezzi, e el resto el ve lo dar in tanta marcanzia.

MOM. Semo qua co la solita stoccada. Che marcanzia xela?

LUD. Bella e bona, che se saver far, ghe vadagner drento.

MOM. Via, sentimo che sorte de roba che el me vol dar.

LUD. Tol, questa xe la nota dei capi de marcanzia che el gh'ha da darve; e se questa no ve serve, no ghe xe altro.

MOM. Sentimo: (legge, di quando in quando scuotendosi) Otto lettiere da letto, quattro de ferro e quattro de legno intaggi, co i so pomoli dorai, senza una tara immaginabile, a rason de trenta ducati l'una, val ducati dusento e quaranta. Una botta de vin guasto da far acquavita, mastelli dodese, a rason de cinque ducati al mastello, val ducati sessanta, e la botta ducati diese. Caregoni de bulgaro quattro, a diese ducati l'un, ducati quaranta. Scatole da perucche numero cento, a mezzo ducato l'una, val ducati cinquanta. Do ferriade da balcon, ducati cinquanta. Guanti de camozza ducati vinti, e el resto in tanti corni de buffalo a peso, in rason de sie ducati la lira. Ah, tocco de fio e de fionazzo, questi xe contratti da proponer a un galantomo della mia sorte? Tiol, sior poco de bon, e diseghe a quel furbazzo, vostro compagno, che ha fatto sta nota, che no son desper, e che gh'ho ancora diese ducati da farghe scavezzar i brazzi a elo e anca a vu.

LUD. Mi me sfadigo per farve servizio, e vu cuss me tratt?

MOM. And via de qua, che adessadesso me scaldo, e se la me monta, ve ne arecorder per un pezzo.

LUD. Deme i mi trenta zecchini.

MOM. Ve li dar quando che vorr, sior baro da carte.

LUD. Son un galantomo; e no se tratta cuss.

MOM. No zigar, che te dago un pie in te la panza.

LUD. E se no me dar i mi bezzi... (forte)

MOM. Via, sior furbazzo. (gli vuol dare)

SCENA QUARTA

Il Dottore di casa e detti

DOTT. Che cosa c'? Signor Momolo, con chi l'avete?

MOM. La gh'ho con quel poco de bon.

DOTT. Che cosa vi ha egli fatto?

MOM. Gnente, gnente.

LUD. Adessadesso ve svergogno in fazza de tutto el mondo.

MOM. Mi no fazzo cosse che m'abbia da far vergognar. Sior s, son in caso d'aver bisogno de mille ducati; ghe l'ho ditto a cost, el me li ha trovai con un stocco de sta natura, che de mille ducati ghe ne aveva a pena tresento. Un omo d'onor ste cosse nol le pol sopportar.

DOTT. Meriterebbero la galera questi sicari della povera giovent.

LUD. Basta, arecordeve i mi trenta zecchini.

MOM. Son galantomo, doman ve li far aver forsi a casa; ma and via subito.

LUD. Benissimo; torn da mi, che ve servir pulito.

MOM. No ve indubit, che no ghe torno pi, compare.

LUD. (Za sta roba che Momolo no ha volesto, trover qualcun altro che la torr. Dei desperai ghe n' sempre). (da s, e parte)

SCENA QUINTA

Momolo ed il Dottore

MOM. Cossa diseu, che razza de zente che se trova a sto mondo?

DOTT. Guai a quelli che han bisogno di loro.

MOM. Veramente xe un poco de vergogna che mi me trova in sto caso, ma, grazie al cielo, gh'ho tanto al mondo, che con un anno solo de regola posso remetterme facilmente; e sta insolenza de Ludro prencipia a illuminarme, e farme toccar con man a cossa se se reduse colla mala regola, e col no pensar ai so interessi.

DOTT. Quantunque, per dir il vero, vi piaccia un po' troppo l'allegria, si sente dalle vostre parole che avete buon fondo, e solo che vogliate farlo, si pu vedere da voi una ragionevole mutazione. Per l'avvenire consigliatevi colla vostra prudenza, ma intanto, se le vostre urgenze vi obbligano a rimediare a qualche impegno, a qualche disordine, signor Momolo, fra gli amici non ci vogliono cerimonie: mille ducati li ho, grazie al cielo, e sono a vostra disposizione.

MOM. Son confuso per tanta bont che gh'av per mi. Se sar in bisogno, me prevaler delle vostre grazie.

DOTT. Non occorre vergognarsi cogli amici. Ecco qui una borsa con cento zecchini, e il resto dei mille ducati sono pronti, sempre che li vogliate.

MOM. Per farve veder che fazzo capital delle vostre grazie, torr trenta zecchini in prestio, per pagar una piezaria. Gh'ho qualche debito, ma i me crede, e pagher quanto prima, e senza aggravarme de pi, me regoler in te le spese.

DOTT. Eccovi trenta zecchini e pi, se volete.

MOM. Andemo, che ve far la ricevuta.

DOTT. Mi maraviglio; coi giovani della vostra sorte non vi bisogno di ricevuta.

MOM. Sempre pi me trovo obblig e confuso. Credeme, sior Dottor, che pensando ai mi desordeni me vien malinconia.

DOTT. Eh, caro amico, io ho motivo di rattristarmi da vero.

MOM. Per cossa?

DOTT. Per causa di mio figliuolo.

MOM. Coss'alo fatto sior Lucindo?

DOTT. Avete osservato, che oggi non nemmeno venuto a pranzo?

MOM. Xe vero. Cossa vol dir?

DOTT. Ho scoperto ch'egli ha la pratica di una ragazza, che dicesi voglia fare la ballerina.

MOM. Pur troppo xe vero. Mi no gh'aveva coraggio de dirvelo; ma ghe l'ho visto in casa pi di una volta.

DOTT. Ci andate voi da colei?

MOM. Sior s, ghe vago qualche volta.

DOTT. Per amor del cielo, vi supplico, vedete di far in modo che mio figliuolo non ci vada, che non si precipiti.

MOM. Lass far a mi, ve prometto che nol gh'ander.

DOTT. Ma non vorrei, per allontanar Lucindo, che v'impegnaste voi con la donna.

MOM. No, no; son anzi in caso de disimpegnarme.

DOTT. Caro signor Momolo, abbiate a cuore la vostra riputazione.

MOM. Con un poco di tempo le cosse ander pulito.

DOTT. Pensate a maritarvi.

MOM. Ghe penser, chi sa che no me rissolva?

DOTT. Ma prima, ehi, in confidenza, pensate a cambiar vita.

MOM. Certo che bisogner...

DOTT. Vi raccomando l'affare di mio figliuolo. (parte)

MOM. Nol xe st a disnar a casa; pol esser benissimo che el sia dall'amiga, e che la cara siora Smeraldina scomenza a far el mestier della ballarina colle scondariole. Vi andar subito, e se lo trovo... Gran obbligazion che gh'ho co sto sior Dottor! A bon conto pagher sta piezaria, per no far dir de mi da quel desgrazi. Un cortesan onorato xe stim da tutti; e anca in miseria, co no s'intacca la pontualit, se pol dir a tutti l'anemo soo, e no xe mai perso tutto, co resta el capital dell'onor. (parte)

SCENA SESTA

Camera di Smeraldina, con tavola apparecchiata per mangiare e lumi

Smeraldina e Lucindo

SMER. Stemo un poco in allegria tra de nu. Magnemo un bocconcin in pase; za sior Momolo de sera no vien.

LUC. Non vorrei che capitasse quel diavolo di vostro fratello.

SMER. Se el vegnir, lo sentiremo. Lass far a mi, che lo far taser. Via sentve, e magnemo. (siedono)

LUC. Che dir vostro fratello, se ci vede mangiare?

SMER. Cossa porlo dir? Magnemio gnente del soo?

LUC. Se sa che voi mi avete dato l'anello da impegnare, povero me!

SMER. Vard che casi! l'anello xe mio, el me xe st don, posso far quel che voggio.

LUC. Chi ve l'ha dato? Il signor Momolo?

SMER. S ben, Momolo me l'ha d.

LUC. Un giorno spero che anch'io sar in caso di regalarvi.

SMER. Me basta che me voggi ben.

LUC. Mi dispiace in verit; ho rossore a pensare che, in vece di donarvi qualche cosa del mio, abbia dovuto, per fare una piccola cena, impegnare un vostro anelletto.

SMER. Mo via, fenila; no parl de ste cosse, ve darave altro che un anello. Se vadagner, sar paron de tutto.

LUC. Le cose mie non anderanno sempre cos.

SMER. Sent sto potacchietto che ho fatto co le mie man.

LUC. Buono da vero. Tutto quello che fate voi, squisito.

SMER. Dis, Lucindo, me sposereu?

LUC. Non passa un anno, che voi siete mia moglie.

SCENA SETTIMA

Truffaldino e detti

TRUFF. Patroni, bon pro ghe fazza.

LUC. L'ho detto.

SMER. Chi v'ha averto la porta?

TRUFF. L'ho averta mi.

SMER. Senza chiave? Come aveu fatto?

TRUFF. Ho cazz la spada in te la sfesa della porta. Ho alz el saltarello([66]) e ho averto, patrona.

SMER. Caspita, donca bisogna che fazza giustar la porta. Me arecordo che una volta anca sior Momolo ha averto cuss. Voggio dar el caenazzo.

TRUFF. La diga, cara madama, chi gh'ha insegn la maniera de trattar?

SMER. E cuss? cossa diressi? Sior Lucindo ha port una cenetta, e se la magnemo.

LUC. Compatite se mi sono presa una tal libert.

TRUFF. No me lamento che abbi port la cena; me maraveggio che se magna senza de mi.

SMER. Via, sentve, e magn anca vu.

LUC. Caro amico, non vi prendete collera.

TRUFF. Co vegnir co ste bone maniere, no dir gnente. S patron de casa a tutte le ore. Animo, che se magna, che se beva, e che se staga allegramente.

SMER. Mio fradello po, el xe de bon cuor.

TRUFF. Co se tratta de ste cosse, ghe stago. (si mette a mangiare)

SCENA OTTAVA

Momolo e detti

MOM. Bravi, pulito, me ne consolo.

LUC. Povero me! (si alza)

SMER. (Si alza, subito che lo vede)Vedeu, sior Momolo, le belle bravure de mio fradello? Nol vol in casa sior Lucindo; e po, per una strazza de cena, el lo fa vegnir a mio marzo despetto. Gh'ho una rabbia maledetta. Vedeu, siori, per causa vostra sior Momolo creder che sia una finta, una busiara; credeme, sior, da putta da ben, mi no ghe n'ho colpa. (a Momolo)

MOM. S, fia mia, ve lo credo. So che s una putta schietta e sincera. Vard che baronade! Poverazza! Far vegnir la zente, che ghe despiase co fa el zucchero ai golosi. Lassemo andar sti descorsi che no conclude; sior Lucindo, v'ho da parlar.

LUC. Caro signor Momolo, vi prego di compatirmi.

MOM. Per mi ve compatisso e stracompatisso. Son omo de sto mondo anca mi, e so cossa che pol sta sorte de musi su la povera zovent.

SMER. Coss', sior? cossa voressi dir?

MOM. Gnente. Lasseme parlar.

TRUFF. Patroni reveriti; sento che i gh'ha dei interessi da discorrer. Lori i d incomodo a mi, mi posso dar incomodo a lori; onde, acci che tutti gh'abbia la so libert, togo suso ste bagatelle, e vado a devertirme in cusina. (prende la roba da mangiare, e parte)

MOM. Bravo, mons Truffaldin. Sior Lucindo caro, son qua per vu; son vegn per cercarve vu; ho trov la porta averta, e son vegn avanti.

SMER. L'aver averta col cortelo, come che av fatto dell'altre volte.

MOM. No so gnente. Aveva da vegnir, e son vegn.

LUC. Vi torno a dire, compatitemi...

MOM. Sappi, putto caro, che vostro sior padre xe fora de elo per causa vostra. Poverazzo! dopo che l'ha fatto tanto per vu, xela questa la recompensa che ghe d so fio? El padre a sfadigar per l'onor, per el mantenimento della so casa, e el fio a perder el so tempo, a sacrificar la so zovent cuss malamente? Me dir che l'ho fatto anca mi; ma mi son solo, no gh'ho padre da obbedir, no gh'ho sorelle da maridar. No consider che la vostra mala condotta pol pregiudicar a quella putta che gh'av in casa, e che sul dubbio che possi far un sproposito, nissun se azarder de sposarla? Vergogneve de vu medesimo, e se la vergogna no basta, sent cossa che ve digo da parte de vostro padre, e ste parole lighevele al cuor. O cambiar vita, o cambiar paese. O una carica in Venezia, se far a modo de chi ve vol ben, o un capotto da mariner, se far el bell'umor.

LUC. A me un capotto da marinaro?

MOM. Sior s, a vu. Xe st mand su la nave dei musi meggio del vostro, co no i ha volesto far ben. Vostro padre xe risoluto, e mi me impegno de darghe man.

LUC. Che dite voi, Smeraldina?

SMER. A mi me domand? cossa ghe pensio dei fatti vostri? (Adesso me preme Momolo, fina che el me mette in stato de vadagnar). (da s)

LUC. Capisco che l'interesse vi fa parlare cos, e se in voi prevale l'interesse all'amore, penso anch'io a' casi miei, e stabilisco di non precipitarmi per cagion vostra. Signor Momolo, vi prego, accomodatela voi con mio padre; far tutto quello ch'egli vorr.

MOM. And l; aspetteme al caff, che vegno. Ve mener mi da vostro sior padre, e la giusteremo.

LUC. Addio, Smeraldina.

SMER. Bon viazo.

LUC. (Che crudelt! Era pur pazzo io a coltivarla). (da s)

SMER. (Me despiase; ma bisogna dissimular). (da s)

LUC. Se ci vengo pi, mi si scavezzi l'osso del collo. (parte)

SCENA NONA

Momolo e Smeraldina

SMER. Bravo; av fatto ben. (a Momolo)(Za gh'ho speranza che el torna). (da s)

MOM. Vedeu se so far? Ho visto che Lucindo ve vegniva a insolentar, che no lo pod veder, che ve preme el vostro Momolo, e ho trov la maniera de cazzarlo via. (Ti te inganni, se ti credi che no te cognossa.) (da s)

SMER. Sto ballarin l'aveu gnancora trov?

MOM. Ho parl con diversi, ma tutti m'ha dito che butter via el tempo, che spenderemo dei bezzi e no faremo gnente.

SMER. Per cossa?

MOM. Perch per prencipiar a imparar a ballar, ghe vol zovent, e vu gh'aver i ossi duri.

SMER. Vard che sesti! Songio qualche vecchia? no gh'ho gnancora disdott'anni.

MOM. Colla fodra.

SMER. De botto me fe vegnir suso el mio mal.

MOM. No, cara colonna, no ve instizz, che vegnir verde.

SMER. Se no imparo a ballar, cossa donca voleu che fazza? Imparer a cantar.

MOM. Pezo; a ora che abbi impar, vegn in et de desmetter.

SMER. Ma cossa faroggio donca?

MOM. La lavandera.

SMER. Adesso vedo el ben che me vol. Cuss se burla le putte?

MOM. Povera innocentina!

SMER. Per causa vostra ho lass andar tante bone occasion.

MOM. Me despiase dasseno, ma no posso pianzer.

SMER. Co vegn per burlar, and via de sta casa, e no ghe st pi a vegnir.

MOM. S, fia, ander. No ve scald el sangue.

SMER. Tante promesse che m'av fatto, e cuss me ingann?

MOM. Me par fin adesso d'aver fatto el mio debito, da galantomo.

SMER. Eh, caro sior Momolo, credeu che no cognossa da cossa vien sta muanza? semo larghi de bocca, e stretti de borsa. Ma no poder dir, che in casa mia v'abbi rovin.

MOM. Mi no digo sta cossa.

SMER. Cossa aveu speso da mi? delle freddure che me vergogno. Dov'ele ste ricchezze che m'av promesso?

MOM. Ho fatto quel che ho podesto, e se avessi av giudizio, averave fatto de pi.

SMER. Eh caro sior, i xe tutti pretesti.

MOM. Tutto quel che vol.

SCENA DECIMA

Un Servitore e detti

SERV. qui il signor Momolo?

SMER. Chi v'ha averto la porta?

SERV. Me l'ha aperta il signor Lucindo. Signore, di lei cercava. Ho da dargli questa lettera con questa scatola.

MOM. Da parte de chi?

SERV. Legga la lettera, e lo sapr.

SMER. La sar qualche morosetta. Chi ela sta pettegola, che manda a cercar sior Momolo in casa mia?

MOM. (Apre la lettera, e osserva la soscrizione)(Siora Eleonora? Sentiamo cossa che la sa dir). (da s)Aspett da basso, che ve dar la risposta. (al Servitore)

SERV. Benissimo. (parte)

MOM. Con grazia, siora, che leza sta lettera. (a Smeraldina)

SMER. La se comoda, zentilomo. (con ironia)

MOM. (Si ritira da una parte e legge):

Carissimo signor Momolo. Avendo inteso dal mio signor padre che vi trovate ora in qualche necessit, mi prendo la libert, di nascosto del medesimo, di mandarvi le mie gioje acci ve ne serviate. Pregovi di accettare questo contrassegno dell'amor mio, e almeno aver riguardo di non valervene in pregiudizio della mia passione; e colla maggior sincerit del cuore mi dico

Vostra per sempre

Eleonora Lombardi.

(Sta azion de sta putta me fa restar incant. Privarse delle so zoggie per mi?) (da s)

SMER. E cuss, ala letto, patron?

MOM. (Una putta no pol far de pi de cuss.) (da s)(aprendo la scatola)

SMER. (Cossa mai ghe xe in quella scatola?) (da s)

MOM. (Vard, poverazza! i so recchini, i so anelli, el zogielo. Tutto la m'ha mand). (da s, osservando le gioje)

SMER. (Zoggie! che el le abbia tolte per mi?) (da s)

MOM. (No la merita che ghe fazza torto). (da s)

SMER. (Chi sa che quel che l'ha ditto, nol l'abbia ditto per provarme, e che quelle zoggie... Se savesse come far a far pase...). (da s)

MOM. (Quando una donna se priva delle zoggie, l' tutto quello che la pol far per amor). (da s)

SMER. Sior Momolo, che belle zoggie! (dolcemente)

MOM. Ve piasele? (affettando tenerezza)

SMER. De chi xele?

MOM. De una putta che so che la me vol ben.

SMER. Mi certo ve n'ho sempre volesto, e sempre ve ne vorr.

MOM. Donna finta, donna ingrata; credeu che no veda e che no cognossa, che ste carezze che adesso me fe, le tende a far l'amor co ste zoggie? Queste no xe per vu. No s degna n de ele, n de mi. Per vostra confusion, sappi che siora Leonora Lombardi, savendo le mie indigenze, m'ha mand ste zoggie, perch me ne serva. Grazie al cielo, no ghe n'aver bisogno, perch mancandome vu, me mancar una picciola sansughetta. Ve ringrazio, che colla vostra ingratitudine m'av averto i occhi. Fe conto de no averme mai n visto, n cognoss, e mi col vostro esempio, col vostro specchio, me varder in avegnir de trattar con zente della vostra sorte, finta, ingrata, e sollevada dal fango. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Smeraldina, poi Truffaldino

SMER. Oggio mo fatto una bella cossa? I ho persi tutti do in t'una volta. Adesso s che stago fresca. Se Momolo sposa siora Eleonora, no gh' pi pericolo che Lucindo vegna da mi. E el mio anello che gh'ho d da impegnar?

TRUFF. Dove xe and el protettor?

SMER. Fradello caro, tol su la cesta, e andemo dai nostri aventori a tor suso la biancaria da lavar. (parte)

TRUFF. Come! Madama Smeraldina? Mons Truffaldin? Ela matta mia sorella? Ho promesso de voler viver senza far gnente; son galantomo; la mia parola la vi mantegnir. (parte)

SCENA DODICESIMA

Camera in casa del Dottore.

Eleonora, Beatrice, Silvio, il Dottore

DOTT. Ecco, signor Silvio, dugento zecchini che ho riscosso per lei dal mercante, ancorch non sia spirato il giorno della cambiale.

SILV. Sono tenuto alle vostre grazie. Mi stava sul cuore un impegno di trenta zecchini; ho piacere di poter comparire.

BEAT. Signor Silvio, badate bene di non giocare.

SILV. Non vi pericolo. Giacch la sorte ci fa godere una s gentil compagnia, voglio che il resto del carnovale ce lo godiamo in Venezia con buona pace.

ELEON. S, caro signor Silvio, siate compiacente colla signora Beatrice, che ben lo merita.

SCENA TREDICESIMA

Ottavio e detti, poi Momolo

OTT. Signori, compatite se vengo innanzi.

DOTT. In questa casa che vuole vossignoria?

OTT. Ho ricevuto un affronto dal signor Momolo, e ne pretendo soddisfazione.

DOTT. Egli non abita qui, signore.

OTT. Ma so che ci viene frequentemente; per il rispetto che ho per voi, mi fa far questo passo, altrimenti mi prender io stesso quelle soddisfazioni che mi competono.

MOM. E Momolo xe capace de darve sodisfazion in ogni maniera; ma se penser meggio alle cosse passade, veder, sior Ottavio, che quel che av ricevesto, ve l'av merit. Vu av trov do omeni per farme far un insulto; se lo riceveva, toccava a vu a sodisfarme. Me xe riusso de valerme delle vostre arme istesse per vendicarme; cossa podeu pretender da mi? Vu domand sodisfazion del fatto, mi la pretendo per l'intenzion. Semo dal pari per la pretesa, podemo esser dal pari mettendo in taser quel che xe st; e de pi, per quella differenza che pol passar tra l'intenzion e el fatto, alla presenza de ste degne persone ve domando scusa. Seu contento gnancora?

OTT. Per questa parte son soddisfatto, ma circa alla nostra rivalit nel cuore della signora Eleonora...

DOTT. Qui c'entro io, signore. Di mia figlia dispongo io, e non so come c'entrate voi a pretenderla, in tempo che non ho veruna intenzione ch'ella sia vostra.

OTT. Questo un altro discorso; ma quando la figlia avesse della inclinazione per me...

ELEON. Compatitemi, signor Ottavio: non ne ho mai avuta, e non ne aver.

OTT. Pazienza. Vi sposerete al signor Momolo, che menando una vita discola, vi far pentire d'averlo preferito ad uno che si protesta d'amarvi.

MOM. Ponto e virgola a sto discorso; m'av tocc in un tasto che xe assae delicato, e che me obbliga adesso a far quella dichiarazion, che voleva far da qua a qualche zorno. Sior Dottor, la vita da cortesan che fin adesso ho fatto, no merita che ve domanda una putta, ma le massime che ho fiss per l'avegnir, spero che un zorno la poder meritar. Deme tempo da farve cognosser quel cambiamento che prometto del mio costume...

ELEON. Senz'aspettar pi oltre, mio padre ha tanta fede in voi, che assolutamente vi crede.

MOM. E vu, fia mia?

ELEON. Ed io, se il genitore l'accorda, ad occhi chiusi di voi mi fido.

BEAT. Le buone parti del signor Momolo meritano che gli si presti tutta la fede.

SILV. Non mi scorder mai il favore che fatto mi avete. Eccovi i trenta zecchini; vi prego farli avere a colui...

MOM. Sar mezz'ora che m'ho tolto la libert de dargheli, essendo certo che da vu i me sarave stai remborsadi. Li togo adesso con una man, e con l'altra i restituisso a sto galantomo, che me li aveva imprestai.

DOTT. Voi siete l'uomo pi onorato di questo mondo. Per se aggradite la mano di mia figliuola, disponetene liberamente.

MOM. Cara Leonora, ve son tanto obblig, che se no basta la man e el cuor, son pronto a darve el mio sangue e la mia vita istessa.

ELEON. Mi fate piangere per la consolazione.

OTT. Dunque io posso andarmene, senza sperare pi oltre.

MOM. Se vol quattro confetti, s patron.

OTT. Come in un tratto pu sperarsi da voi un simile cambiamento?

MOM. Bisogna che me giustifica, per no far sospettar la mia ressoluzion mal fondada. (Siora Leonora, delle bone azion no s'avemo da vergognar). (da s)Vedeu sta putta? L'ha avudo coraggio, credendome in necessit, de spropriarse delle so zoggie per mi. Sior Dottor, compat l'amor de una putta, che adesso xe pi mia che vostra. Tol, siora Leonora, le vostre zoggie, e in contracambio ve fazzo el sacrifizio della mia libert, che xe la zoggia preziosa, che fin adesso con tanta zelosia ho custodido, e che al vostro merito sar giustamente sacrificada.

DOTT. Oh quanta consolazione io provo nel veder contenta la mia figliuola! Mancami ora, per esser pienamente felice, veder cambiato il vivere del mio figliuolo.

MOM. Anca per sta parte sar contento. Sior Lucindo, vegn pur avanti.

SCENA QUATTORDICESIMA

Lucindo e detti

LUC. Non ho coraggio.

MOM. Vostro sior padre xe pronto a perdonarve, se far quel che m'av promesso de far.

LUC. S, ve lo confermo, ve lo giuro sull'onor mio.

MOM. Sior Dottor, perdoneghe su la mia parola.

DOTT. Caro figlio, ti rimetto nell'amor mio. Fammi avere consolazione di te prima ch'io mora.

LUC. Con queste lacrime...

MOM. Non occorr'altro. Tutto xe giust. Se sior Dottor se contenta, siora Leonora, deme la man.

DOTT. S, figlia, son contentissimo...

SCENA QUINDICESIMA

Smeraldina, Truffaldinoe detti

MOM. Cossa feu qua, siori? Che ardir xe el vostro?

SMER. Mi no son qua n per vu, n per sior Lucindo, che no gh'ho pi in te la mente n uno, n l'altro. Vedo che tutte le mie grandezze xe andae in fumo, e che per viver bisogner che torna a lavar. Son vegnua solamente per dir a sior Lucindo, in presenza vostra, e in presenza de so sior pare, che se nol vol vegnir pi da mi, no me n'importa, ma che almanco el me daga el mio anello.

MOM. Quello che v'ho d mi fursi?

SMER. Sior s, quello.

MOM. Cossa ghe n'aveu fatto? (a Lucindo)

LUC. Arrossisco nel dirlo. L'ho impegnato per due zecchini.

DOTT. Vedi a cosa riducono le male pratiche?

SMER. Sior, son sempre stada una putta onesta, e sior Momolo lo pol dir.

MOM. Me despiase che, se mi lo dir, pochi lo creder, ma ve protesto che la xe delle pi onorate. Se gh'avesse i do zecchini, ve li darave, ma doman ve li far aver.

DOTT. Non vi bisogno di questo. Eccovi due zecchini, e andate, che il cielo vi benedica. (d due zecchini a Smeraldina)

SMER. Pazenzia. Merito pezo. Me giera messa in gringola de portar la scuffia, ma vedo che bisogna che me sfadiga al mastello, se vi magnar. Ma sar meggio cuss; almanco quel poco che gh'aver, el sar ben vadagn, perch ho sentio a dir, a proposito de certe fegure, che la farina del diavolo la va tutta in semola. (parte)

MOM. La gh'ha pens un pochetto tardi, ma la xe a tempo.

TRUFF. Siori, vorave dir una parola anca mi.

DOTT. Via, che cosa volete dire?

TRUFF. Se mai i gh'avesse bisogno de facchin, che i se arecorda de mons Truffaldin. (parte)

MOM. Bravo, el l'ha dita in rima.

ELEON. Ma qui si sta in piedi, senza far niente.

MOM. Ho capio. So cossa che vorressi far. Deme la man.

DOTT. S, figlia, dagli la mano.

ELEON. Con tutto il core. (d la mano a Momolo)

OTT. Servitor umilissimo di lor signori. (parte)

MOM. Bon viazo. Quello l'intende ben. Per elo no gh' pi speranza, e el se la batte pulito. Siora Beatrice, la perdona se no continuo nell'impegno de servirla, perch la vede adesso chi me tocca servir. Sior Dottor, sior missier carissimo, ve ringrazio de tutto, e spero che per mi no ve aver da pentir. Cugn, se la mia maniera de viver fin adesso v'ha servio de cattivo esempio, procurer in avegnir de darve motivo de imparar a viver da mi. Son st cortesan, ma cortesan onorato, e anca in mezzo alle debolezze della zovent, co ghe xe un fondo de onest, se sta saldi in cassa, e facilmente se cognosse el debole, se mua costume, e se xe capaci de una vertuosa ressoluzion.

Fine della Commedia.


([1]) Termine con cui in Venezia si chiamano i facchini, quando si ha bisogno dell'opera loro.

([2]) Babbuino.

([3]) Buscarsi.

([4]) Passarsela bene.

([5]) Una lira e mezza di moneta corrente.

([6]) Ballo solito della gente bassa.

([7]) Ragazze.

([8]) Gergo che significa notte.

([9]) Termine de' gondolieri, che vuol dire alla dritta.

([10]) Luogo dove si radunano i mercanti.

([11]) Sito del Canal Grande.

([12]) Gergo che significa volto.

([13]) Se sono spiantati.

([14]) A precipizio.

([15]) Colazione, o merenda.

([16]) Rissa.

([17]) Sopraggiunto.

([18]) Termine, in questo caso, scherzevole.

([19]) Quando.

([20]) Di cattivo costume.

([21]) Termine di civilt in questo caso.

([22]) Che si allontanasse.

([23]) In senso di giovanetto ancor libero.

([24]) Che ponga la spada nella crusca, per ischerno.

([25]) Schiaffo.

([26]) Spiedo, per ischerno.

([27]) Grembiale.

([28]) Frase che vuol dire moltissimo.

([29]) Modo di dire affettuoso.

([30]) Pazza, nota in Venezia, che soleva strillare per le strade.

([31]) Bugiardo.

([32]) Piangere.

([33]) Singhiozzare.

([34]) Levarti dalle miserie.

([35]) Al d d'oggi.

([36]) Ragazzetta.

([37]) Sfiatarsi gridando.

([38]) Ricotta di pecora.

([39]) Capitombolo vuol dir qui nel laccio.

([40]) In brio.

([41]) Schiaffi.

([42]) Uomo da niente.

([43]) Vicino ad esser senza denaro.

([44]) Sul fiato, senza pegno.

([45]) Mancia.

([46]) Inganno ovvero ususra.

([47]) Modo di dire, che spiega una minestra di riso.

([48]) Midolla.

([49]) Salsiccia.

([50]) Luogo cos nominato.

([51]) Stadera.

([52]) Di mezza qualit.

([53]) Il terzo di novanta soldi, cio trenta.

([54]) Uccelli acquatici.

([55]) Trenta soldi.

([56]) Otto soldi.

([57]) Cinque soldi.

([58]) Cacio parmigiano.

([59]) Venti soldi.

([60]) Si misura.

([61]) Svergognare.

([62]) Nome accorciato di Truffaldino.

([63]) Or ora.

([64]) Colle code.

([65]) Rotti del ducato veneziano.

([66]) Saliscendi.

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