L’uragano

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L’URAGANO

Dramma in cinque atti

di  Alessandro Ostrovski

Traduzione di Laura Simoni Malavasi

Rizzoli Editore – Milano - 1957

  Personaggi

 

SAVIÒL PROKÒFIEVIC DIKÒI

mercante, persona di riguardo, nella città

BORÌS GRIGÒRIEVIC

suo nipote, giovane bene istruito

MARFA IGNÀTIEVNA KABÀNOVA (KABANÌSCIA)

ricca vedova, mercantessa

TICHON IVÀNOVIC KABÀNOV

suo figlio 1

KATERINA PETROVNA

moglie di lui 2

VARVÀRA, sorella di Tichon 3

KULÌGHIN

 piccolo borghese autodidatta

Orologiaio alla ricerca di una soluzione

del problema del moto perpetuo

VANIA KUDRIÀS'

giovane commesso di Dikòi

SCIÀPKIN, piccolo borghese

FEKLÙSCIA

pellegrina

GLASCIA

serva in casa Kabànov

Una SIGNORA seguita da due camerieri

vecchia settantenne semimentecatta

Abitanti della città, d'ambo i sessi.

L'azione si svolge, d'estate, nella città di Kalìnov sul Volga:

fra il terzo e il  quarto  atto passano  dieci giorni.

Tutti i personaggi, a eccezione di Boris, vestono i costumi nazionali russi. (1859)

1   Detto anche,  per diminutivo,  Tiscia.

2   Detta anche Kàtia o Kàtienka.

3   Detta anche  Vària o  Vàrenka.

ATTO PRIMO

Un giardino pubblico sulla riva alta del Volga; al di là del fiume, un panorama campestre. Sulla scena, due panchine ed alcuni arbusti.

SCENA PRIMA

Kulìghinsiede  su una panchina  e guarda  oltre il fiume;

Kudriàs' e Sciàpkin passeggiano

KULÌGHIN   (canta:)

«Su una liscia pianura,

Sopra una brulla altura! »...

(Smette di cantare.) Un miracolo! bisogna davvero dire che è un miracolo! Kudriàs'! Ecco, fratello mio: sono cinquant'anni che ogni giorno contemplo il Volga, e non me ne sazio mai.

KUDRIÀS'    E perché?

KULÌGHIN   Mah... una vista meravigliosa!   Una bellezza! L'animo se ne rallegra.

KUDRIÀS'    Può darsi.

KULÌGHIN   È una meraviglia, e tu dici: « può darsi »! Ci avete fatto l'abitudine, voi, oppure non capite la bellezza che è diffusa in tutta la natura.

KUDRIÀS'     Ma sì, tanto con te non si può ragionare! Tu sei un mago, un chimico.

KULÌGHIN   Sono un meccanico,  un meccanico autodidatta.

KUDRIÀS'    E non è proprio la stessa cosa?

(Una pausa.)

KULÌGHIN   (accennando in disparte) Guarda un po', fratello Kudriàs': chi è quello laggiù che agita con tanta forza le mani?

KUDRIÀS'     Quello? Quello è Dikòi che sgrida suo nipote.

KULÌGHIN               Ha trovato proprio un posto adatto!

KUDRIÀS'     Per lui tutti i posti sono adatti, tanto non ha paura di nessuno. Gli è capitato, come vittima, Borìs Grigòrievic', e se la prende con lui.

SCIÀPKIN     È ben difficile trovare un altro che ci prenda più gusto di Saviòl Prokòfievic' a insultare qualcuno. Per un'inezia, quello ti dilania un uomo.

KUDRIÀS'    Sì, è un contadino che strilla.

SCIÀPKIN    Anche la Kabanìscia gli sta a pari!

KUDRIÀS'     Con la differenza che lei, almeno, lo fa con la scusa della devozione, mentre lui si scaglia addosso alla gente come un cane sciolto dalla catena!

SCIÀPKIN     Non c'è nessuno che sappia metterlo a posto, e lui fa l'arrogante!

KUDRIÀS'     Eh, sì, ci sono pochi giovanotti, qui, forti come me; altrimenti gli avremmo già tolto il vizio di far certe ragazzate...

SCIÀPKIN    E che avreste fatto?

KUDRIÀS'    Gli avremmo fatto prendere una bella paura.

SCIÀPKIN    In che modo?

KUDRIÀS'     In quattro o cinque, in un vicolo, gli avremmo detto una parolina, come intendo io, da soli a solo. Sarebbe diventato arrendevole subito; e della lezioncina non avrebbe fiatato con nessuno... ma poi, per la strada, camminando si sarebbe sempre guardato attorno.

SCIÀPKIN     Non per nulla voleva mandarti a fare il soldato!

KUDRIÀS'     Lo voleva, ma non mi ci ha mandato, e così è come se non lo avesse nemmeno voluto. Né lo farà, perché fiuta che non venderò la mia testa a buon mercato... A voi fa paura, ma io so come gli debbo parlare.

SCIÀPKIN    Ohilà!

KUDRIÀS'     C'è poco da dire: « ohilà! ». Io passo per essere un insolente: e allora perché mi tiene con sé? Si vede che gli servo. E se gli servo, io non lo temo, e può darsi che invece sia lui ad aver paura di me.

SCIÀPKIN    Come se non t'insultasse mai!

KUDRIÀS'     Sicuro che lo fa, perché senza questo non potrebbe vivere. Ma io gli rispondo: lui una parola, e io dieci. Allora ci sputa sopra e se ne va. Non mi metterò mai a fare il suo umile servitore, io.

KULÌGHIN   Bisognerebbe, dunque, prendere esempio da lui:  meglio sopportare e tacere.

KUDRIÀS'     Oh, ma se sei così intelligente, insegnagli prima ad essere gentile, e poi vieni a fare la lezione a noi. Peccato che abbia delle figliole ancora quasi bambine e che nessuna sia una donna fatta.

SCIÀPKIN    Perché?

KUDRIÀS'     Gli avrei fatto un bel tiro. Sono molto bravo a far la corte alle ragazze, io!

(Dikòie Borìs attraversano la scena. Kulìghin saluta, togliendosi il cappello.)

SCIÀPKIN     (a Kudriàs') Allontaniamoci un pochino: potrebbe attaccar briga con noi...

(Si scostano un poco.)

SCENA SECONDA

Kulìghin, Kudriàs', Sciàpkin, Dikòi e Borìs

DIKÒI            Sei venuto qui per startene con le mani in mano, eh? Parassita! Ti prendesse un accidente!

BORÌS            È festa. Che cosa dovrei fare in casa?

DIKÒI            Quando se ne ha voglia, il lavoro lo si trova. Ti ho già detto tante volte di non capitarmi sotto gli occhi. Perché non mi dai retta? Non hai posto a sufficienza? Dovunque vada, finisco per trovarti! Pfù, maledetto! Be', perché te ne stai lì come un palo? Ti sto parlando, sì o no?

BORÌS            Ed io ascolto: cosa posso fare di più?

DIKÒI            (guardando Borìs) Che tu possa sprofondare! Ma io non voglio nemmeno parlare con te, gesuita! (Andandosene) Guarda un po' come mi si è appiccicato!  (Sputa ed esce.)

SCENA TERZA

Kulìghin, Kudriàs', Sciàpkin e Borìs; indi Feklùscia e una donna

KULÌGHIN   Che genere di affari avete con lui, signore? Non riesco a capirlo. Che piacere ci provate a vivere con lui e a sopportare le sue offese?

BORÌS            Non si tratta di piacere, Kulìghin, ma di forza maggiore.

KULÌGHIN   Mi permettete di domandarvi di quale forza maggiore, signore? Ditemelo, se potete.

BORÌS            Perché non dovrei dirvelo? Avete conosciuto nostra nonna, Anfissa Michàilovna?

KULÌGHIN    Altro che!

KUDRIÀS'    E come no!

BORÌS            Prese in odio mio padre perché aveva sposato una nobile. Per questo il babbo e la mamma vivevano a Mosca. La mamma raccontava che non poteva passare nemmeno tre giorni di pace, insieme coi nostri parenti, tanto le sembrava tutto strano, da loro.

KULÌGHIN   Altro che strano! Non c'è che dire, bisogna farci una grand'abitudine, signore.

BORÌS            I nostri genitori ci hanno dato una buona educazione, a Mosca, senza risparmiar nulla: io fui mandato all'Accademia Commerciale, e mia sorella andò in collegio. Ma, all'improvviso, tutt'e due i genitori ci sono morti di colera e così siamo rimasti orfani. Poi abbiamo saputo che qui era morta anche la nonna, lasciando detto nel suo testamento che lo zio ci versasse, non appena raggiunta la maggiore età, una giusta parte di eredità, ma ad una condizione.

KULÌGHIN    E quale?

BORÌS            Che lo avessimo rispettato.

KULÌGHIN   E allora, signore, non vedrete mai la vostra eredità.

BORÌS            E non basta neanche, Kulìghin. Non solo se la prende con noi, ci ingiuria in tutti i modi possibili e immaginabili, come più gli piace, finendo per non darci nulla, oppure, così, tutt'al più, concedendoci una piccolezza; ma si metterà anche a raccontare in giro d'avercela data per pietà, poiché noi non ne avevamo nessun diritto.

KUDRIÀS'     Sì, è proprio questa l'abitudine di voialtri mercanti. D'altra parte, anche se foste rispettosi verso di lui, chi gli può proibire di dichiarare che non lo siete?

BORÌS            Ma certo, nessuno. Qualche volta si mette a dire: « Ho figli, io; perché dovrei dare del danaro a quelli degli altri? Sarebbe a danno dei miei ».

KULÌGHIN   Allora, signore, i vostri affari vanno maluccio.

BORÌS            Se fossi solo, sarebbe niente: rinuncerei a tutto e me ne andrei. Ma mi dispiace per mia sorella. Lo zio voleva che anche lei venisse a star qui, ma i parenti della mamma non hanno voluto lasciarla venire, e hanno scritto che è malata. È terribile soltanto pensare alla vita che avrebbe avuto qui, se ci fosse venuta.

KUDRIÀS'     Si capisce. Forse che lui sa come ci si deve comportare con una ragazza?

KULÌGHIN   E voi come vivete con lui, signore? Cioè, a quali condizioni?

BORÌS            A nessuna condizione. « Puoi vivere qui », mi ha detto, « facendo quello che ti diranno di fare, e avrai lo stipendio che deciderò di darti ». Cioè, fra un anno, mi darà quello che gli piacerà darmi.

KUDRIÀS'     È il suo solito modo di fare. Nessuno di noi osa dire neppure una parola per quel che riguarda lo stipendio, se no quello ci investe: « E come puoi sapere », ci direbbe, « cosa ho intenzione di fare? Puoi conoscere, tu, i miei pensieri? Potrei anche trovarmi in una disposizione di spirito tale da darti cinquemila rubli! ». Vacci un  po' a  parlare! Però, bisogna dire che in tutta la sua vita non si è ancora mai trovato in una simile disposizione di spirito.

KULÌGHIN   Che volete farci, signore? Non c'è che da cercar in un modo o nell'altro di accontentarlo.

BORÌS            Ma qui è il guaio, Kulìghin: non è assolutamente possibile accontentarlo. Neanche i suoi ci riescono, figuratevi io!

KUDRIÀS'     Ma chi ci riuscirebbe, se tutta la sua vita s'impernia sulle ingiurie? Specialmente, poi, quando si tratta di danaro: non fa un pagamento senza ricorrere agli insulti. Alcuni preferiscono rinunciare a quel che loro spetta, pur di levarselo di torno! E guai se alla mattina qualcuno lo fa andare in collera! Non lascia più in pace nessuno per tutta la giornata.

BORÌS            La zia, ogni mattina, con le lacrime agli occhi, supplica tutti: « Ragazzi miei cari, non fatelo arrabbiare! Cari colombelli miei, non fatelo inquietare! ».

KUDRIÀS'     Ma non è sempre facile riuscirci. Pure quando va al mercato, è finita! Se la prende con tutti i contadini, finanche con quelli che vendono in perdita: se non li ha ingiuriati tutti, non se ne va. E poi resta caricato per tutto il giorno.

SCIÀPKIN     In una parola: è un attaccabrighe!

KULÌGHIN    E che razza di attaccabrighe!

BORÌS            Ma il peggio è quando lo offende qualcuno che lui non osa insultare: allora sì che i poveri familiari stan freschi!

KUDRIÀS'     Dio mio! Che risate ci siamo fatte quella volta che un ussaro, lungo la traversata del Volga sulla zattera, se la prese con lui! Fece cose da pazzi!

BORÌS            Ma cosa allora non dovettero patire i suoi! Si nascosero tutti per due settimane, un po' nelle soffitte e un po' nei ripostigli!

(Alcune persone traversano, in fondo, la scena.)

KULÌGHIN  Cos'è? Forse i Vespri sono finiti e la gente ritorna a casa? (Esce con Sciàpkin.)

BORÌS            Eh, sì, Kulìghin, qui sto proprio male: non sono abituato a questi modi, io. Tutti mi guardano in un modo strano, come se fossi un peso e dessi loro fastidio. E poi, non conosco le abitudini di qui. Capisco, sì, che sono tutti costumi nostri, russi, sangue nostro... eppure non sono ancora riuscito ad abituarmici.

KULÌGHIN  E non vi abituerete mai, signore.

BORÌS            Perché?

KULÌGHIN  Sono crudeli, i costumi della nostra città, molto crudeli! Guardate i piccoli borghesi, non c'è che rozzezza, fra loro, e una miseria assoluta. E non riusciremo mai, signore, ad uscirne! Perché qui, con un lavoro onesto, non potremo mai guadagnare qualcosa di più del solo pane quotidiano: chi ha i soldi cerca di opprimere il povero per sfruttarlo e accumulare ancora altri soldi. Sapete che cosa vostro zio ha risposto al sindaco?... Una volta dei poveri contadini andarono dal sindaco a lamentarsi perché vostro zio non voleva retribuirli secondo giustizia. Il sindaco prese a dirgli: « Ascolta, Saviòl Prokòfievic', da' ai contadini quanto spetta loro, pagali per benino; tutti i giorni vengono qui da me a protestare! ». Vostro zio, allora, battendogli amichevolmente sulla spalla, rispose: « Non vale la pena, Vostra Nobiltà, che ci mettiamo a ragionare di simili sciocchezze! Pensate quanta gente passa sotto di me in un anno. Vorrei che capiste: trattenendo ogni volta una kopeka[1] a ciascuno, io metto insieme delle migliaia di rubli, che mi fanno molto comodo! ». Ecco che cosa ha detto vostro zio, signore... Fra loro, però, i mercanti sono in pessimi rapporti. Si portano via l'un con l'altro il commercio, e non tanto per avidità di guadagno, quanto per invidia. Si trattano da nemici... Nei loro grandi palazzi attirano gli scrivani ubriachi, degli scrivani, signore, che non han più nemmeno un aspetto umano, che han perduto la loro sembianza di uomini... Per un compenso irrisorio questa gente scrive su carta bollata delle malvagie denunce contro altri mercanti. È così che cominciano le cause e le liti, e le pene non hanno più fine. Si querelano prima qui, in città, poi vanno a querelarsi al capoluogo, dove c'è chi li aspetta e batte le mani dalla gioia. Si fa presto a raccontare una favola, ma a sbrigare un affare ci vuole sempre del tempo: là, li mandano da un ufficio all'altro, le loro cause si trascinano per mesi; e loro ne sono soddisfatti, non desiderano altro. « Io », dicono, « ci spendo, ma anche il mio avversario mette fuori un mucchio di soldi! ». A me piacerebbe raccontare in versi tutte queste cose...

BORÌS            Voi siete capace di scrivere in versi?

KULÌGHIN               Sì, all'antica, signore. Ho letto molto Lomonòsov e Derz'avin. Lomonòsov era un sapiente, un uomo che interrogava la natura... Eppure era uno dei nostri, era di umile origine.

BORÌS            Queste cose le dovreste scrivere: sarebbero interessanti.

KULÌGHIN               Come si fa, signore? Mi mangerebbero, mi inghiottirebbero vivo... Già il solo chiacchierare mi procura tanti di quei guai! Ma non posso farne a meno, mi piace indugiare a discorrere. Ecco, anche a proposito della mia vita familiare volevo raccontarvi qualche cosa, signore; ma sarà per un'altra volta. Vale la pena di ascoltarla.

(Entrano Feklùscia e una donna.)

FEKLÙSCIA Che bellezza, cara, guarda che bellezza! Davvero una bellezza meravigliosa! Non c'è nulla da dire, voi vivete proprio in una terra promessa. E i mercanti sono persone devote, adorne di tutte le virtù! Sono generosi, fanno molte elemosine. Sono tanto contenta, proprio tanto contenta, tutta colma di gioia! E perché non ci dimentichino, auguro loro di moltiplicare ancora le loro ricchezze; e lo auguro specialmente alla casa dei Kabànov! 

(Escono.)

BORÌS            Dei Kabànov?

KULÌGHIN               È una bacchettona, signore, la Kabànova. Mantiene gli accattoni, ma tormenta i suoi. (Una pausa.) Ah, se potessi scoprire il moto perpetuo!

BORÌS            Perché? Cosa fareste?

KULIGHIN   Gli inglesi offrono un milione: io userei tutti quei soldi a beneficio della società, per far vivere la gente. Bisogna dar lavoro alla piccola borghesia, che ha tante braccia per lavorare, e non sa cosa farne.

BORÌS            E voi sperate di scoprire il moto perpetuo?

KULÌGHIN               Certo, signore. Mi basterebbe procurarmi un po' di soldi per fare un modello! Arrivederci, signore. (Esce.)

SCENA  QUARTA

Borìs solo

BORÌS            È peccato disilluderlo, è così un buon uomo: sogna ed è felice. A me, invece, tocca evidentemente di rovinare la mia giovinezza, in questa spelonca di ladroni. Sono già mezzo morto di avvilimento e mi vengono in mente tante sciocchezze! Proprio io? proprio io dovrei mettermi a fare il tenero? Oppresso, abbattuto come sono, m'è venuto il grillo d'innamorarmi! E di chi? Di una donna con la quale non potrò mai scambiare neppure una parola. (Pausa.) Eppure, per quanto faccia, lei non mi esce dai pensieri. Ma eccola che viene col marito; e c'è anche la suocera, con loro! Be', sono proprio uno stupido. E adesso che me la sono guardata un pochino di nascosto, via a casa! (Esce)

(Dal lato opposto della scena entrano: la Kabànova, Kabànov, Katerina e Varvàra)

SCENA QUINTA

La Kabànova, Kabànov, Katerina e Varvàra

LA KABÀNOVA    Se vuoi obbedire a tua madre, appena arrivi là, fa' come ti ho ordinato di fare.

KABÀNOV    Come potrei disobbedirvi, mammina?

LA KABÀNOVA    I vecchi al tempo d'oggi non sono più molto rispettati.

VARVÀRA  (fra sé) Ma lascia perdere! Come si fa a rispettarti?

KABÀNOV   Mi sembra, mammina, di non essermi mai allontanato da quelli che erano i vostri ordini.

LA KABÀNOVA Ti crederei, mio caro, se non vedessi con i miei occhi e non sentissi con le mie stesse orecchie che poco rispetto hanno adesso i figli per i genitori. Dovrebbero ricordare, almeno, quanti mali le madri sopportano a causa dei figli.

KABÀNOV               Io, mammina...

LA KABÀNOVA Anche se la genitrice avesse a dire alcunché di offensivo per il vostro orgoglio, io penso che voi figli dovreste ascoltare senza ribattere. Tu che ne pensi?

KABÀNOV   Ma quando mai io, mammina, non vi ho ascoltato pazientemente?

LA KABÀNOVA La madre, si sa, è vecchia e sciocca; e voi che siete giovani ed intelligenti non dovete pretendere troppo da noi, che siamo sciocche.

KABÀNOV   (sospirando e in disparte) Oh, Dio mio! (Alla madre) Ma come avremmo potuto soltanto osare di pensarle, queste cose?

LA KABÀNOVA Se i genitori sono severi con voi, lo fanno perché vi amano; se vi rimproverano, lo fanno perché vi vogliono bene, perché sperano sempre di insegnarvi qualcosa di buono. Ma al tempo d'oggi, questo non piace più. Adesso i figli van dicendo a destra e a sinistra che la mamma è una brontolona, che la mamma non dà loro un istante di pace, che vuole la loro morte. E Dio ci guardi, poi, dallo scontentare con una parola la nuora, oh, allora quella va a raccontare che la suocera l'ha addirittura divorata!

KABÀNOV   C'è qualcuno che parla così di voi, mammina?

LA KABÀNOVA No, mio caro, non ho sentito nulla di simile, non voglio mentire. Altrimenti avrei parlato con te in modo ben diverso... (Sospira.) Oh, i peccati pesano! E si fa così presto a cadere in peccato! Basta che un discorso ci tocchi il cuore da vicino, ed ecco che subito cadiamo in peccato, andando in collera. No, mio caro, puoi dire di me quello che vuoi... A nessuno si può proibire di parlare... E siccome uno non ha il coraggio di parlare in faccia, così parla dietro le spalle...

KABÀNOV               Ma che mi si secchi la lingua...

LA KABÀNOVA Basta, basta, non far giuramenti: cadresti in peccato. Già da molto tempo mi sono accorta che la sposa ti è più cara della mamma: ho visto che da quando ti sei sposato il tuo affetto di un tempo non è più quello.

KABÀNOV               E da cosa  lo arguite, mammina?

LA KABÀNOVA Ma da tutto, mio caro. Ciò che una madre non vede con gli occhi, se lo fa dire dal cuore; una madre sente anche col cuore... Forse tua moglie cerca di allontanarti da me.

KABÀNOV   Ma no, mammina, cosa dite? Per amor di Dio!

KATERINA   Per me, mammina, è come se foste la mia vera madre carnale. E pure Tichon vi vuol bene.

LA KABÀNOVA Tu potresti anche star zitta, visto che non sei stata interrogata. Non prendere le sue parti, amica mia, sta' tranquilla, ché non gli farò torto. È mio figlio, non dimenticarlo! Perché ti sei cacciata avanti, scodinzolando in quel modo? Per far vedere quanto grande è il bene che vuoi a tuo marito? Ma lo sappiamo, lo sappiamo bene che lo dimostri sempre davanti alla gente!

VARVÀRA   (fra sé) Ha trovato proprio un posto adatto per far la predica!

KATERINA   Non è giusto quel che mi dite. Davanti alla gente o da sola, io sono sempre la stessa; e non ho proprio niente da dimostrare alla gente.

LA KABÀNOVA Io non intendevo neppure parlare di te; se n'è offerta soltanto l'occasione, così di sfuggita.

KATERINA   Anche se se n'è offerta l'occasione, perché offendermi ?

LA KABANOVA Che personaggio importante! S'è subito offesa!

KATERINA   A nessuno piace d'essere trattato con ingiustizia.

LA KABÀNOVA Lo so, lo so che le mie parole non vi vanno a genio; ma che farci? Io non sono un'estranea. Il cuore mi duole, quando penso a voi. Mi sono accorta da un pezzo che anelate alla libertà. Be', verrà anche quel momento: voi continuerete a vivere, quando io non ci sarò più. Allora potrete fare quel che crederete meglio, non ci sarà nessuno più vecchio di voi. E allora, forse, vi ricorderete di me...

KABÀNOV   Ma noi, mammina, preghiamo Iddio notte e giorno per voi... perché vi dia la salute ed ogni bene, ed anche per la prosperità nei vostri affari.

LA KABÀNOVA Basta, via! smettila, per favore. Può darsi che tu abbia veramente amato tua madre, finché eri scapolo. Adesso, con una moglie giovane, non hai più tempo di pensare a me.

KABÀNOV   Una cosa non esclude l'altra. La moglie è la moglie, e per mia madre ho un rispetto profondo, filiale.

LA KABÀNOVA Cosicché preferisci tua madre a tua moglie?... Non ci crederò mai e poi mai.

KABÀNOV               Ma perché dovrei avere di tali preferenze? Io voglio bene a tutt'e due.

LA KABÀNOVA    Ma sì, è così, non imbrogliare: lo vedo che vi sono d'impaccio.

KABÀNOV   Pensatelo, se lo desiderate: ma io proprio non capisco perché io debba esser nato così disgraziato da non riuscir mai a farvi contenta.

LA KABÀNOVA Adesso fai l'orfanello! Perché ti sei messo a frignare? Che uomo sei? Guàrdati! Come farà tua moglie ad aver soggezione di te, se sei così?

KABÀNOV   E perché dovrebbe aver soggezione? A me basta che mi voglia bene.

LA KABÀNOVA E mi domandi perché dovrebbe aver soggezione? Come, perché? Sei impazzito? Se non ha soggezione di te, non ne avrà neppure di me. Che ordine può regnare in casa, allora? Tu vivi con lei secondo la legge, oppure, secondo voi, la legge non conta nulla? E se hai in testa delle idee così stupide, dovresti per lo meno non parlarne in presenza di tua moglie e di tua sorella, che è ancora una ragazza. Anche lei dovrà prendere marito; ma se si riempie le orecchie con le tue chiacchiere, sai che bel grazie ci dirà poi suo marito per la bella lezione? Lo vedi com'è ancora tarda la tua intelligenza? E vuoi vivere a modo tuo!

KABÀNOV   Ma io, mammina, non voglio vivere a modo mio. Non ne sarei assolutamente capace!

LA KABÀNOVA Sicché, secondo te, bisogna trattar sempre con dolcezza la moglie, non rimproverarla, non minacciarla mai?

KABÀNOV    Ma io, mammina...

LA KABÀNOVA (con calore) Anche se avesse un amante, eh? Neanche questo, secondo te, non avrebbe importanza, eh? Sù, rispondi!

KABÀNOV               Ma quanto è vero Dio mammina...

LA KABÀNOVA (con assoluta freddezza) Imbecille! (Sospira.) È inutile parlare con un idiota... si cade in peccato e basta. (Pausa.) Io vado a casa.

KABÀNOV   Anche noi veniamo. Subito: faremo soltanto un giro o due lungo il viale.

LA KABÀNOVA    Va bene,  fate come volete.  Ma bada di non farti aspettare. Sai che non lo posso soffrire.

KABÀNOV               No, mammina, me ne guarderò bene.

LA KABÀNOVA    Sta' attento!  (Esce.)

SCENA SESTA

Kabànov, Katerina e Varvàra

KABÀNOV   Vedi, per colpa tua, mi tocca sempre di sentirle, dalla mamma. Che razza d'esistenza, la mia!

KATERINA              Ma perché per colpa mia?

KABÀNOV               Tua o non tua, la colpa, non so...

VARVÀRA   Infatti, come potresti saperlo?

KABÀNOV   Prima non mi dava un momento di pace e: « Spòsati », mi diceva, « spòsati; vorrei vederti almeno sposato ». Ora, invece, mi mangia vivo e, come prima, non mi dà pace; e tutto per colpa tua.

VARVÀRA   Ma è forse colpa sua, questo? La mamma la rimprovera, e anche tu la sgridi. E poi dici che vuoi bene a tua moglie. Mi dà fastidio perfino guardarti!

(Gli volge le spalle.)

KABÀNOV   Va bene. Cosa dovrei fare?

VARVÀRA               Se non sai far altro, sta' zitto. Perché te ne stai lì, quando non ne puoi più? Ti leggo negli occhi quello che pensi.

KABÀNOV   E cioè?

VARVÀRA   Si sa di che si tratta: vuoi andare da Saviòl Prokòfievic' a berti un po' di vino in sua compagnia. Non è forse così?

KABÀNOV   Sì, cara, hai indovinato.

KATERINA   Ma, Tiscia, torna presto... se no la mamma comincia di nuovo i suoi rimproveri...

VARVÀRA   Sì, davvero, fa' presto, perché sai, poi, come vanno le cose.

KABÀNOV   Oh, se lo so!

VARVÀRA   Anche noi non ci proviamo un gran gusto a sentirci dire improperi per causa tua.

KABÀNOV   Farò in un attimo. Aspettatemi.

(Esce.)

SCENA  SETTIMA

Katerina e Varvàra

KATERINA   Allora, Vària, tu hai un po' dì compassione per me?

VARVÀRA   (guardando in disparte)    Certo.

KATERINA   Allora mi vuoi bene? (La bacia forte.)

VARVÀRA   Perché non dovrei volerti bene?

KATERINA   Grazie; sei così cara. Anch'io ti voglio tanto, tanto bene. (Un breve silenzio.) Sai che idea m'è venuta ?

VARVÀRA   No.

KATERINA   Perché gli uomini non possono volare?

VARVÀRA   Non capisco cosa vuoi dire.

KATERINA   Io mi domando: perché gli uomini non possono volare come gli uccelli? Sai, qualche volta mi sembra di essere un uccello. Quando mi trovo su un'altura, mi vien voglia di volare: di prendere la rincorsa, sollevare le braccia e volare... Debbo provare? (Fa l'atto di mettersi a correre.)

VARVÀRA   Cosa ti viene in mente!

KATERINA   (sospirando) Com'ero svelta, prima. In casa vostra sono come appassita...

VARVÀRA   Credi che non me ne sia accorta?

KATERINA   Ero così, prima? Vivevo senza preoccuparmi di nulla, come un uccellino in libertà. La mia mamma mi adorava, mi vestiva come una bambola, non mi faceva mai lavorare; facevo quel che volevo. Sai qual era la mia vita, da ragazza? Te lo dico subito. Qualche volta mi alzavo molto presto; se era estate, andavo al ruscello a lavarmi, portavo dell'acqua a casa e annaffiavo tutti i fiori di casa. Ne avevo tanti, tanti. Poi andavo in chiesa, con la mamma e tutte le pellegrine, perché casa nostra era sempre piena di pellegrine e di donne devote. Tornate dalla chiesa, ci sedevamo a fare un lavoro; di solito a ricamare sul velluto con dei fili d'oro, mentre le pellegrine ci raccontavano dove erano state e cosa avevano visto, o ci narravano certe vite di santi, e ci cantavano dei versetti... Così, passava il tempo fino all'ora del pranzo. Poi le vecchiette andavano a farsi un riposino, io scendevo a passeggiare in giardino. Verso sera andavamo alla funzione dei Vespri, e, in crocchio, di nuovo racconti e canti! Ah, come si stava bene, allora!

VARVÀRA   Ma anche in casa nostra è così.

KATERINA   Qui però sembra che tutto sia forzato. E mi piaceva tanto andare in chiesa! Mi pareva di essere in Paradiso: non vedevo nessuno; dimentica del tempo, non m'accorgevo neppure che la funzione era finita: come se tutto fosse durato un secondo. La mamma mi diceva che in chiesa la gente mi guardava, tanto ero rapita. E sai, nelle giornate di sole, dalla cupola scendeva un fascio di luce così luminoso, in cui fluttuava il fumo dell'incenso come fosse stata nebbia, e a me pareva di veder volare e cantare gli angeli, in quella striscia di luce. Oppure, quand'ero ragazza, mi capitava di alzarmi di notte (anche in casa nostra erano accesi tanti lumini), e restavo così, in un cantuccio, a pregare fino alla mattina. Altre volte, invece, al mattino presto scendevo in giardino, il sole s'era appena levato: m'inginocchiavo, pregavo e piangevo, e non sapevo neppure io di che cosa pregassi Iddio e perché piangessi... Mi trovavano così. Non so cosa chiedessi allora a Dio, quali preghiere recitassi; non avevo bisogno di nulla, avevo abbastanza di tutto. E com'erano belli i miei sogni, Vàrenka, com'erano belli! Sognavo dei templi d'oro, o dei giardini straordinari, mentre delle voci invisibili continuavano a cantare e a cantare; e c'era odore di cipresso; le montagne e gli alberi erano diversissimi da come appaiono in realtà, piuttosto come quelli dipinti sulle immagini sacre. Oppure mi pareva di volare nell'aria. Anche adesso faccio dei sogni così, ma di rado, e poi non è la stessa cosa.

VARVÀRA   Com'è?

KATERINA   (dopo un certo silenzio)    Morirò presto.

VARVÀRA   Cosa dici!

KATERINA   Sì, lo so che morirò presto. Oh, ragazza mia, mi càpitano certe cose che non presagiscono nulla di buono, non so, come dei miracoli... Non ho mai provato cose simili, cose tanto straordinarie. Come se ricominciassi a vivere o... ma non so, non so.

VARVÀRA   Ma cosa senti?

KATERINA   (prendendo Varvàra per mano) Ecco, sento, Varia, che non potrò resistere al peccato. E ho un terrore, un terrore folle. Mi sembra di stare sull'orlo di un abisso, e che qualcuno mi ci spinga, senza che io possa aggrapparmi a nulla. (Si prende la testa fra le mani.)

VARVÀRA    Ma che hai? Non stai bene?

KATERINA   No, sto bene. Ma sarebbe meglio se fossi malata: così è peggio. Un certo sogno mi è entrato in testa, e non gli posso sfuggire. Se mi metto a pensare, non riesco a raccogliere i pensieri; se cerco di pregare, non ci riesco. La lingua ripete macchinalmente le parole, ma la mente non le segue, come se il Maligno stesse lì a mormorarmi nell'orecchio delle cose molto cattive... E intanto sorgono delle immagini, per cui mi vergogno di me stessa... Cosa mi sta succedendo? Significa che una sciagura mi sta per colpire! La notte, Varia, non posso dormire. Mi par sempre di udire un mormorio: è qualcuno che mi parla con infinita dolcezza, accarezzandomi, tubando come una colomba... Ora, Varia, non sogno più alberi paradisiaci e montagne: mi sembra che qualcuno mi abbracci con ardore, con passione, che mi conduca chissà dove, ed io lo seguo, lo seguo...

VARVÀRA   E allora?

KATERINA   Ma perché ti racconto queste cose? Tu sei una ragazza.

VARVÀRA               (guardandosi attorno)    Parla. Io sono più cattiva di te.

KATERINA   Che debbo dirti? Me ne vergogno...

VARVÀRA    Parla, non importa.

KATERINA   Mi sento soffocare, in casa; sì, soffocare così che vorrei fuggirne. Mi viene il pensiero che, se fossi libera, potrei andare a fare una gita in barca su! Volga, e ci sarebbero le canzoni, oppure vorrei correre su una bella tròika[2], abbracciata a...

VARVÀRA   Non a tuo marito.

KATERINA   E tu come lo sai?

VARVÀRA   Come non capirlo?

KATERINA   Ah, Vària, sono piena di cattivi pensieri! Quanto ho pianto, povera me, che cosa non ho fatto per liberarmi da questo peccato! Ma non posso sfuggirvi. È molto male, è un grandissimo peccato, vero, Vàrenka, amare un altro?

VARVÀRA   Non spetta a me giudicarti: ho anch'io i miei peccati.

KATERINA   Cosa debbo fare? Non ho forza abbastanza. Dove debbo andare? La disperazione finirà per farmi commettere qualche cosa di brutto contro me stessa.

VARVÀRA   Ma che dici? che hai? Aspetta un po': domani mio fratello partirà... Ci penseremo; forse potrai anche incontrarti con...

KATERINA   No, no, non devo!  Cosa vai mai dicendo? Dio me ne guardi!

VARVÀRA   Ma perché tanta paura?

KATERINA   Se mi incontrassi con lui, non fosse che per una volta sola, fuggirei di casa... per nessuna ragione al mondo potrei ritornare a casa.

VARVÀRA   Adesso aspetta, poi vedremo...

KATERINA   No,   no,   non  me  ne  parlare,   non  voglio neppure ascoltare certe cose.

VARVÀRA   Che piacere ci provi a rinsecchirti così? Anche se tu morissi di disperazione, nessuno avrebbe pietà di te. Sarebbe inutile sperarlo. E allora, che gusto c'è a tormentarsi?

(Entra una Signora che cammina appoggiandosi ad un bastone. Due servi in tricorno la seguono.)

SCENA  OTTAVA

Katerina, Varvàra e la Signora

LA SIGNORA Ebbene, cosa fate qui, bellezze? Aspettate i vostri giovani cavalieri? Siete allegre? molte allegre? La vostra bellezza vi dà gioia? Ecco dove la bellezza conduce (mostra il Volga). Sì, proprio in quel gorgo. (Varvàra sorride.) E cosa c'è da ridere? Non c'è di che rallegrarsi! (Batte in terra parecchi colpi con il bastone.) Brucerete tutte nel fuoco eterno! Cuocerete nella pece divoratrice! (Fa l'atto d'andarsene.. Ecco, ecco, dove conduce la bellezza!  (Esce.)

SCENA NONA

Katerina e Varvàra

KATERINA   Oh, come mi ha fatto paura; tremo tutta come se avesse predetto la mia sorte.

VARVÀRA   Che le ricadano addosso le sue maledizioni, vecchia strega!

KATERINA   Che cosa ha detto? Di', che cosa ha detto?

VARVÀRA   Sciocchezze, nient'altro che sciocchezze! È inutile starla ad ascoltare. Va sempre a fare le sue profezie a tutti, ma da giovane era una gran peccatrice. Informati e sentirai quel che ti racconteranno. E adesso ha paura di morire e si serve della sua paura per terrorizzare anche gli altri. Anche i monelli di strada la sfuggono e si nascondono, perché li minaccia col bastone e grida (imitandola): « Brucerete tutti nel fuoco eterno! ».

KATERINA   (aggrondandosi) Oh, smettila, smettila! Mi scoppia il cuore...

VARVÀRA   Ma di che hai paura, sciocca?...

KATERINA   Ho paura, ho un'atroce paura. Mi pare che sia ancora lì, me la vedo davanti.

(Una pausa.)

VARVÀRA  (guardandosi attorno) Com'è che mio fratello non torna? Ecco che sta per scoppiare un temporale.

KATERINA   (spaventata) Un temporale! Allora corriamo a casa, presto!

VARVÀRA   Ma sei proprio impazzita? Come fai a tornare a casa senza di lui?

KATERINA   No, no, andiamo a casa, andiamo a casa. Lasciamolo con Dio!

VARVÀRA   Hai proprio una gran paura... il temporale è ancora lontano.

KATERINA   Se è lontano, allora, aspettiamo un po'... Eppure, sarebbe meglio andare... davvero.

VARVÀRA   Se deve accadere qualche cosa, neppure a casa ci sfuggiresti.

KATERINA   Eppure è meglio essere in casa, si sta più tranquilli. Mi posso inginocchiare davanti alle immagini e pregare  il buon Dio!

VARVÀRA   Non sapevo che tu avessi tanta paura dei temporali. A me non fanno nessun effetto.

KATERINA   Come si può, ragazza mia, non aver paura dei temporali? Non tanto perché si può rimanere uccisi, quanto perché la morte ci coglie così come siamo, carichi di tutti i nostri peccati e delle nostre cattive intenzioni. Non ho paura di morire, ma mi sento atterrita di comparire all'improvviso davanti a Dio, così come sono proprio in questo momento, dopo questo discorso con te. Pensa un po' a quel che ho in capo: che brutto peccato! Non oso nemmeno dirlo! (Un rombo di tuono.) Ah!

VARVÀRA   Ecco mio fratello. (A Kabànov) Corri, corri presto! 

(Un altro rombo di tuono.)

KATERINA    Ah, sù, presto, presto!


ATTO  SECONDO

Una stanza in casa dei Kabànov.

SCENA  PRIMA

Glascia raccoglie  dei vestiti e  ne fa  degli involti; poco dopo entra Feklùscia

FEKLÙSCIA             Che brava ragazza, lavori sempre! Che stai facendo, cara?

GLASCIA      Preparo la roba per il padrone che parte.

FEKLÙSCIA             Parte,   dunque,  la  nostra  gioia?

GLASCIA      Sì, parte.

FEKLÙSCIA             E starà via molto tempo?

GLASCIA      No, non molto.

FEKLUSCIA             Allora gli auguro buon viaggio! E la padrona solleverà gemiti e lamentazioni[3]oppure no?

GLASCIA      A questo proprio non saprei risponderti.

FEKLÙSCIA             Ma di solito lo fa?

GLASCIA      Io non l'ho mai sentita.

FEKLÙSCIA             Se tu sapessi, mia cara, come mi piace ascoltare le lamentazioni, quando sono ben fatte!

(Breve pausa.)

State attenti, ragazza mia, e sorvegliate bene quella mendicante, perché potrebbe rubare...

GLASCIA      Chi vi capisce, voialtre? Perché vi diffamate sempre  l'una  con  l'altra,  voi?  perché  non  vivete  in pace? Voialtre pellegrine, qui, in casa nostra, siete trattate tutte bene, eppure litigate in continuazione, vi calunniate senza temere di commettere un grave peccato.

FEKLÙSCIA Come è possibile, màtus'ka[4]non peccare, quando si vive nel mondo? Senti quel che ti dico, ragazza mia: ogni giovane è tentato da un solo nemico, mentre fra noi pellegrine, chi ne ha sei. chi ne ha dodici alle costole... Bisogna lottare contro tutti, e non è facile, ragazza mia.

GLASCIA      Come mai siete insidiate da tanti nemici?

FEKLÙSCIA Perché, màtus'ka, il Grande Avversario ci invidia, dato che viviamo la vita del giusto. Però, io, ragazza mia, non sono litigiosa, non ho questo peccato sulla coscienza. Ho, invece, un altro grave peccato, lo so anch'io che ce l'ho: mi piace tanto mangiar bene... È la punizione di Dio per la mia debolezza.

GLASCIA      Feklùscia, sei stata lontano, tu?

FEKLÙSCIA No, cara. Mi mancano le forze, e perciò non sono mai andata molto lontano. Ma ho udito dire molte cose, davvero molte. Dicono che ci siano dei paesi, ragazza mia cara, che non sono retti dagli zar ortodossi, ma dai sultani. In una di queste terre siede sul trono lo zar turco Machnut[5]; in un'altra, ancora un Machnut, quello persiano... Giudicano i loro sudditi, ragazza mia cara, e tutte le loro sentenze sono sempre ingiuste; non possono risolvere neppure una sola questione secondo giustizia, perché tale è il loro destino. Da noi la legge è giusta, da loro è ingiusta; quello che secondo la nostra legge è bianco, secondo la loro è nero... Ed anche i giudici di quei paesi sono tutti ingiusti, cosicché, mia cara, nelle istanze loro  rivolte, la gente scrive: « Giudicami, o giudice ingiusto! ».  Poi c'è un altro paese, in cui tutti gli uomini hanno la testa di cane.

GLASCIA      Ma perché proprio di cane?

FEKLÙSCIA Perché sono infedeli. Adesso vado, ragazza mia, vado da qualche famiglia di mercanti a chiedere se  hanno qualcosa  per  i poveretti.  Arrivederci, intanto.

GLASCIA      Arrivederci. (Feklùscia esce.) Ma guarda che strani paesi ci sono al mondo! quante cose strane! Noi stiamo sempre qui e non ne sappiamo nulla. E grazie a Dio che c'è della buona gente che, ogni tanto, ci dice quel che succede in questo mondo; se no moriremmo proprio stupidi come siano nati.

(Entrano Katerina e Varvàra)

SCENA SECONDA

Glascia, Katerina e Varvàra

VARVÀRA   (a Glascia) Porta gli involti nella carrozza: i cavalli sono già pronti. (A Katerina) Eri troppo giovane quando ti sei sposata, non hai fatto in tempo a divertirti da ragazza, ecco perché non hai ancora il cuore in pace.

(Glascia esce.)

KATERINA   E non l'avrò mai.

VARVÀRA   Perché?

KATERINA   Eh, sono nata con un carattere ardente. Senti cosa ho fatto quando non avevo più di sei anni! A casa, una volta, mi offesero, non so come; fu verso sera, quand'era già buio, lo sono corsa al Volga, sono saltata in una barca e l'ho staccata dalla riva. M'hanno ritrovata la mattina dopo, dieci verste[6]più in giù.

VARVÀRA   E i giovinetti ti guardavano?

KATERINA   Altro che!

VARVÀRA   E tu non ti sei mai innamorata di nessuno?

KATERINA   No, di nessuno: mi mettevo soltanto a ridere.

VARVARA   Ma tu, Katia, di Tichon non sei mica innamorata, vero?

KATERINA   Sì;  mi fa tanta pena.

VARVÀRA   No, non lo ami; se ti fa pena, non lo puoi amare. Del resto, bisogna dirlo, non c'è nulla in lui per poterlo amare. È inutile che tu mi nasconda quel che provi già da molto tempo: mi sono accorta che tu ami un altro...

KATERINA   (spaventata)    Come te ne sei accorta?

VARVÀRA   Che buffe domande mi fai! Non sono più una bambina. Eccoti il primo indizio: appena lo vedi, cambi faccia. (Katerina china gli occhi.) E poi...

KATERINA   (a capo chino)  E chi è?

VARVÀRA               Lo sai benissimo, perché dovrei dirne io il nome?

KATERINA   No, dillo, invece, dimmi il suo nome...

VARVÀRA    È Borìs Grigòrievic'.

KATERINA   Sì, è lui, Vàrenka. Ma tu, Vàrenka, per l'amor di Dio...

VARVÀRA   Non ci mancherebbe che questo! Tu, piuttosto, bada a non tradirti...

KATERINA   Io non so fingere, né posso nascondere nulla...

VARVÀRA   Ma non puoi fare altrimenti, pensa a dove vivi! Qui tutta la casa si regge sull'ipocrisia. Anch'io non ero abituata a ingannare; ma ho imparato, quando è stato necessario. Ieri, durante la passeggiata, l'ho incontrato e gli ho parlato.

KATERINA   (dopo un lungo silenzio, sempre a capo chino)    E allora?

VARVÀRA   Mi ha pregato di salutarti. Ha detto che gli dispiace tanto che non ci sia un posto in cui poter incontrarti.

KATERINA   (abbassando ancor più gli occhi) Dove poter vederci? E poi, a che scopo?

VARVÀRA               Era molto triste...

KATERINA   Fammi la carità, non parlarmi di lui: non voglio saperne nulla. Continuerò ad amare mio marito. Tiscia caro, non ti preferirò nessuno! Non volevo neppur pensarci, all'altro;   e tu, invece, mi tenti.

VARVÀRA   Va bene, non pensarci neppure. Nessuno ti costringe a pensarci.

KATERINA   Non hai proprio pietà di me!  Mi dici di non pensarci, e intanto me lo ricordi. Io non voglio pensarlo; ma che posso farci, se il pensiero di lui non mi dà pace? Non appena mi metto a pensare a qualche cosa, ecco la sua immagine dinanzi agli occhi. Voglio vincermi, e non ci riesco... Lo sai che la notte scorsa l'Avversario mi ha ancora tentato? Per poco c'è mancato che non fuggissi...

VARVÀRA   Sei così strana, che Iddio sia con te! Secondo me, dovresti fare quel che più ti piace, ma in modo che nessuno ne sappia nulla.

KATERINA   No, così non voglio. E poi, cosa ne ricaverei? È meglio resistere, finché posso.

VARVÀRA               E cosa farai, se non potrai più resistere?

KATERINA              Cosa farò?

VARVÀRA   Sì, cosa farai?

KATERINA   Quello che crederò meglio.

VARVARA   Fàllo, prova, e vedrai che qui ti mangeranno viva!

KATERINA   Che me ne importa? Me ne andrò, e sarà finita.

VARVÀRA               E dove andrai? Hai un marito.

KATERINA   Eh, Varia, tu non conosci il mio carattere! Certo, guai se ciò dovesse accadere. Ma se mi prendesse troppo tedio del rimaner qui, nessuna forza al mondo varrebbe a trattenermi: mi getterei da una finestra o mi butterei nel Volga. Se non volessi più vivere qui, non ci resterei, nemmeno se mi ammazzassero.

(Una pausa.)

VARVÀRA   Sai cosa, Katia? Quando Tichon sarà partito, andremo a dormire nel chiosco del giardino.

KATERINA   E perché, Varia?

VARVÀRA   Non fa lo stesso, dove si dorme?

KATERINA   Ho paura, io, a passare la notte in un posto  sconosciuto.

VARVÀRA   Ma che paura!  Glascia verrà con noi...

KATERINA   Eppure avrei paura lo stesso... Ma proviamo... forse...

VARVÀRA   Non ti avrei invitata, se la mamma mi lasciasse andar sola. Ma io ho bisogno di andarci.

KATERINA   (guardandola)   Perché?

VARVÀRA  (ridendo) Così. Là  faremo dei sortilegi.

KATERINA   Scherzi, vero?

VARVÀRA   Certo che scherzo... Potrei mai dire sul serio una cosa simile?

(Un certo silenzio.)

KATERINA   Dov'è  Tichon?

VARVÀRA   Cosa vuoi da lui?

KATERINA   Niente, ho domandato, così. Parte fra poco.

VARVÀRA   È di là, con la mamma, chiusi tutt'e due a chiave. La mamma lo sta rodendo come la ruggine il ferro.

KATERINA   Perché?                             

VARVÀRA   Per nulla; gli insegna soltanto ad essere giudizioso. Starà in viaggio quindici giorni, senza che lei possa tenerlo d'occhio. Giudica un po' tu stessa. Le si stringe il cuore a pensare che lui sarà libero e che potrà divertirsi. Così, adesso, gli dà degli ordini, uno più severo dell'altro; poi lo condurrà vicino alle immagini e lo obbligherà a giurare di far tutto a puntino nel modo che lei gli avrà ordinato.

KATERINA   Allora, anche fuori, è sempre legato?

VARVÀRA   Macché legato! Appena partito, comincerà a bere. Adesso la sta ascoltando, ma intanto non pensa ad altro che a partire al più presto.

(Entrano la Kabànova e Kabànov)

SCENA  TERZA

Katerina, Varvàra, la Kabànova e Kabànov

LA KABÀNOVA Ti ricorderai di quanto ti ho detto? Bada di ricordartene!  Mettiti tutto bene in mente!

KABÀNOV               Mi ricorderò tutto, mammina.

LA KABÀNOVA Be', adesso ogni cosa è pronta. I cavalli aspettano, non ti resta che salutarci e partire. Che Dio t'accompagni!

KABÀNOV   Sì, mammina, è ora.

LA KABÀNOVA    Be'?

KABÀNOV   Cosa desiderate?

LA KABÀNOVA Perché non ti muovi? Non sai come si deve fare? Di' a tua moglie quel che dovrà fare durante la tua assenza.

(Katerina volge gli occhi a terra.)

KABÀNOV               Ma lo sa benissimo!

LA KABÀNOVA Sù, sù, parla, dàlle i tuoi ordini! Debbo sentire anch'io quel che le dici. Poi tornerai e t'informerai se ha eseguito puntualmente tutti i tuoi ordini.

KABÀNOV   (mettendosi di fronte a Katerina) Obbedisci alla mamma, Katienka!

LA KABÀNOVA Dille di non rispondere sgarbatamente a sua suocera.

KABÀNOV   Non dire parole sgarbate.

LA KABÀNOVA Dille di rispettare sua suocera come se fosse la sua propria madre.

KABÀNOV   Rispetta tua suocera come se fosse tua madre.

LA KABÀNOVA    Dille di non stare in ozio come una signora.

KABÀNOV   Fa' qualche cosa, quando sarò lontano.

LA KABÀNOVA    Dille di non guardare dalla finestra.

KABÀNOV   Mammina, ma quando mai lei...

LA KABÀNOVA    Sù, sù!

KABÀNOV   Non stare alla finestra.

LA KABÀNOVA Dille che, mentre starai lontano... non si perda in ammirazione davanti ai giovanotti.

KABÀNOV   Ma, in nome di Dio, cos'è tutto questo, mammina?

LA KABÀNOVA C'è poco da far lo smorfioso! Obbedisci, e fa' quel che ti dice tua madre. (Sorridendo) È pur sempre meglio che tu obbedisca.

KABÀNOV   (confuso) Non badare ai giovani!

(Katerina lo guarda severamente.)

LA KABÀNOVA Ecco, adesso potete parlare un po' fra di voi. Andiamo, Varvàra!  

(Escono.)

SCENA QUARTA

Kabànov e Katerina in piedi e come stordita

KABÀNOV   Katia! (Una pausa.) Katia, non sei in collera con me?

KATERINA   (dopo un breve silenzio e scrollando la testa)    No!

KABÀNOV   Ma perché sei così? Sù, perdonami!

KATERINA   (sempre nello stesso stato d'animo, scrollando leggermente la testa) Dio ti guardi! (Coprendosi il volto con le mani) Oh, come mi ha offesa!

KABÀNOV   A prendere queste cose sul serio, ci si ammala di mal sottile... Non ci badare! Dice così per parlare. Lasciala dire e non darle retta, non darle retta! Sù, arrivederci, Katia!

KATERINA   (gettando le braccia al collo del marito) Tiscia, non partire. Per amor di Dio, non partire! Mio caro, te ne prego.

KABÀNOV   Non posso, Katia, è la mamma che me l'ha comandato; come posso rimanere?

KATERINA   Allora prendimi con te, per favore, prendimi con te!

KABÀNOV   (sciogliendosi dall' abbraccio di Katerina) Ma non posso!

KATERINA   Perché, Tiscia, non puoi?

KABÀNOV   Credi forse che sia divertente partire con te? Voi, qui, mi avete sfinito! Non vedo l'ora di esser fuori di casa, e tu mi vuoi venir dietro...

KATERINA   Allora non mi ami più?

KABÀNOV   No, no, non è questo, certo; ma quando si vive così legati, si fuggirebbe di casa nonostante una sposa bellissima. Pensa un po': per quanto io possa valer poco, son pur sempre un uomo; a dover vivere tutta la vita così, c'è da scappare perfino dalla propria moglie. E siccome ora so che per due settimane non mi penderà ad ogni istante sul capo un uragano e non avrò i ceppi ai piedi, non posso pensare a mia moglie.

KATERINA   Ma come faccio ad amarti ancora, se mi parli così?

KABÀNOV   Non ti ho detto niente di strano. Che altro avrei dovuto dirti? Chissà mai di cosa hai paura! Ma non resti mica sola: c'è la mamma, con te.

KATERINA   Non parlarmi di lei, non torturarmi il cuore! Ah, che guaio, che guaio! (Piange.) Dove posso, povera me, cercare un rifugio? A chi aggrapparmi? Dio mio, io perisco, mi rovino!

KABÀNOV   Sù, basta!

KATERINA   (si avvicina al marito e gli si stringe addosso) Tiscia, caro... oh, se tu non partissi o mi prendessi  con te, come ti vorrei bene, come ti amerei, mio caro!  (Lo accarezza.)

KABÀNOV   Non ti capisco, Katia. Qualche volta non ti si può cavare fuori nemmeno una parola, non che una carezza. In altri momenti, sei tu che non mi lasci in pace.

KATERINA   Ma nelle mani di chi mi lasci, Tiscia? Succederà una disgrazia, mentre sarai via, una gran disgrazia!

KABÀNOV   Ma no... Non posso prenderti con me, non c'è niente da fare.

KATERINA   Allora, ecco, fammi prestare un giuramento terribile.

KABÀNOV   Quale giuramento?

KATERINA   Che durante la tua assenza io non veda e non parli con nessuno; che non osi pensare a nessun altro che a te.

KABÀNOV   Ma perché?

KATERINA   Dammi questa consolazione, fammi questo favore.

KABÀNOV   Come fai a garantire la tua propria condotta? Uno non sa mai quel che gli può saltare in mente...

KATERINA   (cadendo in ginocchio) Che io non veda  mai più né mio padre né mia madre, che io muoia senza potermi pentire, se...

KABÀNOV   (sollevandola) Ma che dici? che dici? È un grave peccato, non voglio neppure ascoltarti!

(Da dietro la scena si sente la voce della Kabànova.) Èora, Tichon!

(Entrano la Kabànova, Varvàra e Glascia)

SCENA  QUINTA

Kabànov, Katerina, la Kabànova, Varvàra e Glascia

LA KABÀNOVA Sù, Tichon, è ora. Va' con Dio. (Si siede.) Sedetevi tutti!

(Tutti si siedono: un breve silenzio[7].)

Allora, arrivederci!

(Si alza, e tutti si alzano.)

KABÀNOV   (avvicinandosi alla madre) Addio, mammina.

LA KABÀNOVA (indicando la terra) Sino a terra, sino a terra!

(Kabànov s'inchina fino a toccare con la fronte il pavimento, poi bacia la madre.)           

Ora saluta tua moglie.

KABÀNOV   Addio, Katia.

(Katerina gli getta le braccia al collo.)

LA KABÀNOVA E perché ti attacchi al suo collo, svergognata? Non stai mica salutando un amante! Lui è tuo marito, il tuo signore. O non conosci ancora l'uso? Inchinati fino a terra!

(Katerina s'inchina.)

KABÀNOV   Addio, sorellina. (Dà un bacio a Varvàra.) Addio, Glascia. (Dà un bacio anche a Glascia.) Addio, mammina. (Fa un inchino profondo.)

LA KABÀNOVA Addio! I saluti prolungati sono lacrime inutili.

(Kabànov esce; Katerina, Varvàra e Glascia lo seguono.)

SCENA SESTA

La Kabànova sola

LA KABÀNOVA Come sono strani i giovani! Vien da ridere, a guardarli. Se non fossero della mia famiglia, avrei riso fino a non poterne più. Non sanno nulla, non conoscono le vecchie buone usanze: non sono nemmeno capaci di salutarsi come si conviene. Ma per fortuna in casa ci sono degli anziani! Èsu di loro che la casa si regge, fin che son vivi... Eppure, anche così sciocchi, vogliono avere la loro libertà; poi, appena la conquistano, si disorientano e sono oggetto di riso per la buona gente. Certo, c'è anche chi li compiange, ma i più ridono. E non è, infatti, possibile farne a meno. Invitano gli ospiti, e non sanno sistemarli a sedere; e poi, qualche volta, dimenticano persino un parente. Ah, c'è proprio di che ridere! Intanto le antiche abi­tudini vengono sempre più dimenticate. Passa perfino la voglia di metter piede in certe nostre case di adesso. Se poi ci si entra, si sputa... e poi, via, fuori, al più presto! Non so cosa succederà, quando moriranno i vecchi; come potrà reggersi, il mondo. L'unica cosa buona sarà che non vedrò più nulla!

(Entrano Katerina e Varvàra)

SCENA  SETTIMA

La Kabànova, Katerina e Varvàra.

LA KABÀNOVA Ti sei vantata di amare molto tuo marito... Lo vedo adesso il tuo grande amore! Una moglie veramente buona, dopo aver accompagnato il marito, farebbe lamentazioni per un'ora e mezza, distesa sul terrazzino coperto: a te, invece, si vede che non importa nulla che sia partito.

KATERINA   Non importano, le lamentazioni, e non le so fare. Perché far ridere la gente?

LA KABÀNOVA Non è difficile. Se tu amassi veramente tuo marito, avresti imparato. Del resto, se non le sai far bene, avresti almeno potuto lamentarti un po', per salvare le apparenze: così si capisce subito che lo ami soltanto a parole. Ma... vado un po' a pregare, non disturbatemi.

VARVÀRA   Io esco.

LA KABÀNOVA (teneramente) E perché no? Va', divertiti, finché non è venuta la tua ora!... Poi dovrai restare in casa anche tu!

(La Kabànova e Varvàra escono.)

SCENA  OTTAVA

Katerina sola e pensierosa.

KATERINA   Ora la casa sarà tranquilla. Ah, che noia! Ci fossero almeno deibambini!... Che peccato che io non ne abbia: starei sempre con loro e mi divertirei. Mi piace tanto parlare con i bambini: sono come gli angeli. (Una pausa.) Come sarebbe stato meglio, se fossi morta piccolina! Ora guarderei la terra dal cielo, e sarei felice di ogni cosa. Oppure volerei, non vista, dove più mi piacerebbe: volerei sui campi, da un fiordaliso all'altro, facendomi portare dal vento come una farfalla. (Assorta in un pensiero) Ecco ciò che farò ora: farò voto di eseguire un lavoro, andrò al mercato, comprerò della tela e farò dei capi di biancheria da distribuire ai poveri. Pregheranno Iddio per me. Varvàra ed io ci metteremo a cucire, e non ci accorgeremo del passare del tempo, che Tiscia sarà già di ritorno.

SCENA NONA

Katerina e Varvàra

VARVÀRA   (si copre la testa con un ampio fazzoletto di fronte ad uno specchio) Vado a divertirmi un po', poi Glascia ci preparerà i letti nella casetta del giardino: la mamma lo ha permesso. In giardino, dietro i  lamponi, c'è un cancellino, che la mamma chiude con un lucchetto, di cui tiene nascosta la chiave. Io gliel'ho portata via e ce ne ho messa un'altra, perché non se ne accorga. Tieni, eccola: forse potrà servirci... (Le dà la chiave.) Se lo vedrò, gli dirò di venire al cancello.

KATERINA   (spaventata, respingendo la chiave) Non mi serve, no, no! Non la voglio!

VARVÀRA   Se non serve a te, può servire a me. Prendila, non morde mica.

KATERINA   Ma cosa vai tramando, perché m'induci in tentazione? Come puoi fare tali cose? Ci hai riflettuto? Sta' attenta!

VARVÀRA   Va bene; non mi piace chiacchierare molto, e non ho tempo: debbo uscire. (Esce.)

SCENA DECIMA

Katerina sola, tenendo la chiave in mano

KATERINA   Cosa sta combinando? Cosa trama? Ah, che pazza, che pazza! Ecco qui la rovina, eccola! Dovrei buttar via questa chiave, buttarla lontano, nel fiume, perché non la ritrovino mai più. Mi brucia le mani come se fosse un carbone ardente. (Dopo un momento di riflessione) Ecco che la nostra sorellina s'incammina sulla via della perdizione. Però, chi sta bene in prigionia? Tante cose possono venire in mente... e quando si offre l'occasione, più d'una è contenta e ci si butta a capofitto. Ma come è possibile agire così, senza riflettere, senza ponderare! Si fa così presto a tirarsi addosso un guaio, per poi piangere tutta la vita e tormentarsi; la mancanza di libertà sembrerà poi ancora più amara... (Una pausa.) Sì, è amara, la prigionia; oh, se è amara! Chi non ne piange? E più degli altri, noi donne... Così è di me, per esempio: mi tormento, mi cruccio, e non vedo una via di uscita. Né la vedrò mai! Più vado avanti, e peggio è: ora c'è anche la minaccia di quest'orribile peccato. (Rimane profondamente assorta.) Se non ci fosse mia suocera!... Mi ha sfinita; per colpa sua anche la casa m'infastidisce... e perfino le pareti mi disgustano. (Guarda pensosamente la chiave.) Debbo, dunque, buttarla via?  È chiaro che debbo buttarla via. Ma perché mi si è cacciata in mano? Per tentarmi, per dannarmi. (Si mette in ascolto.) Ah, sta per entrare qualcuno! Mi si è fermato il cuore... (Nasconde la chiave in tasca.) No, non c'è nessuno. Perché ho avuto tanta paura? Ho perfino nascosto la chiave. Si vede che è destino. Del resto, che male ci sarebbe, se lo vedessi una sola volta e soltanto di lontano? E perfino se gli parlassi, non sarebbe una colpa grave... E mio marito? Proprio lui non ha voluto che giurassi. Forse non avrò mai più in tutta la vita un'occasione simile, e allora non mi perdonerei per essermela lasciata sfuggire. Ma che cosa sto dicendo, perché cerco di ingannarmi?... A costo di morire, voglio vederlo. Davanti a chi fingo?... Buttar via la chiave? No, per nessuna ragione al mondo. Adesso è mia... Sia come Dio vorrà, ma io vedrò Borìs! Oh, venisse presto la notte!


ATTO TERZO

PARTE PRIMA

Una strada. Il portone della casa dei Kabànov; davanti al portone, una panchina.

SCENA PRIMA

La Kabànova e Feklùscia sedute sulla panchina

FEKLÙSCIA Questi sono gli ultimi tempi prima della fine del mondo, màtus'ka Marfa Ignàtievna, gli ultimi, e gli indizi sono tanti! Qui, nella vostra città, a paragone di altre che sembrano Sodoma, tanto la gente vi si affanna su e giù, uno di qua e l'altro di là, c'è ancora un lembo di Paradiso e un po' di pace, ma nelle altre, màtus'ka!

LA KABÀNOVA  Noi non abbiamo motivi di fretta, cara; ecco perché conduciamo una vita tranquilla.

FEKLÙSCIA No, màtus'ka, qui, in questa città, la vita è ancora tranquilla perché molte persone (come voi, per esempio) si adornano delle virtù come di fiori. Appunto per questo tutto è fresco e tranquillo. Infatti, che significa quel gran trambusto? Non è che vanità. Ecco, per esempio, non si capisce perché a Mosca la gente corra e corra, avanti e indietro. È soltanto vanità. È gente vana, quella, màtus'ka Marfa Ignàtievna, e per questo s'affanna. Crede che siano gli affari a farla correre: quei poverini s'affrettano, non si riconoscono, credono che qualcuno li chiami: poi, giunti alla meta, non trovano nulla, s'accorgono che era un'illusione. E precipitano nell'angoscia. Ci sono poi di quelli che credono di inseguire un conoscente, mentre chi sta in disparte a guardare s'accorge subito che si tratta di un abbaglio; ma loro, per vanità, credono sempre di inseguire qualcuno. Infatti, la vanità può essere come una specie di nebbia. Da voi, qui. sono rare le persone che escono in una così splendida serata, a sedersi fuori dal portone; a Mosca, invece, proprio a quest'ora, si passeggia, si gioca, e le strade sono colme di rumore, di grida continue. Perché là, màtus'ka Marfa Ignàtievna, hanno cominciato a usare il serpente di fuoco[8]... sempre, vedi, per far più presto!

LA KABÀNOVA  Sì, ne ho sentito parlare anch'io.

FEKLÙSCIA Io, màtus'ka, l'ho visto con i miei occhi: ma gli altri, si sa, a causa della vanità non vedono più nulla, e il serpente di fuoco sembra loro una macchina, e infatti lo chiamano proprio così: «macchina»; ma io l'ho proprio visto muoversi a questo modo con le zampe (apre la mano e allarga le dita). La gente timorata di Dio lo sente anche gemere.

LA KABÀNOVA Naturalmente, si può dargli il nome che si vuole; lo si può anche chiamare: « macchina ». La gente è stupida, e crede a tutto. Ma io, neppure se mi coprissero d'oro ci viaggerei, su quella «macchina».

FEKLÙSCIA Che bisogno ce n'è, màtus'ka? Dio ci guardi da una tale disgrazia. A Mosca, màtus'ka Marfa Ignàtievna, ho avuto anche una specie di visione. Camminavo al mattino presto, proprio alla prima luce, e vedo su di un'altissima casa, in piedi sul tetto, uno con la faccia tutta nera. Voi stessa capite chi era[9]. Muoveva le mani come se versasse qualche cosa, ma non cadeva nulla. Allora ho capito che stava versando la zizzania, e la gente, poi, di giorno, a causa del proprio vano agitarsi, l'avrebbe raccolta senza accorgersene. Ecco perché corrono tanto e le loro donne sono così magre e non riescono mai a mettere su carne; sono sempre come se avessero perduto o stessero cercando qualcosa, con sul viso una tristezza che dà pena.

LA KABÀNOVA  Tutto può essere, mia cara. Non c'è da meravigliarsi di nulla, di questi tempi!

FEKLÙSCIA Sono tempi brutti, màtus'ka Marfa Ignàtievna; perfino il tempo solare ha cominciato ad abbreviarsi.

LA KABÀNOVA Cara, cosa intendi dire?

FEKLÙSCIA Certo noi non ce ne accorgiamo, tutti presi come siamo dalla vanità. Sono le persone ragionevoli che si accorgono che anche il tempo s'abbrevia. Una volta, l'estate e l'inverno erano così lunghi, così lunghi, che si riusciva a stento ad arrivarci in fondo; adesso, non fai in tempo ad accorgertene, che sono già passati. I giorni e le ore sembrano essere rimasti quelli di prima, ma il tempo, per colpa dei nostri peccati, diventa sempre più breve, sempre più breve. Così dicono le persone ragionevoli.

LA KABÀNOVA  Sarà ancor peggio, mia cara, in seguito.

FEKLÙSCIA Almeno non vivessimo fino ad allora!

LA KABANOVA    Forse vivremo ancora.

(Entra Dikòi)

SCENA SECONDA

La Kabànova, Feklùscia  e Dikòi

LA KABÀNOVA   Come mai, compare, sei ancora in giro a quest'ora?

DIKOI            Chi me lo può vietare?

LA KABÀNOVA Chi te lo può vietare? Non interessa proprio nessuno.

DIKÒI            Be',  allora  è inutile  parlarne.  Perché  io  sono forse agli ordini di qualcuno? Tu cosa c'entri? Che il diavolo delle acque...

LA  KABÀNOVA Guarda   di  non   aprir   poi  troppo  la bocca: trova prima chi sia più a buon mercato di me; io valgo troppo. Continua, continua per la tua strada! Feklùscia, andiamo a casa!  (Si alza.)

DIKÒI            Un momento, comare, un momento! Non andare in collera: fai sempre in tempo a ritirarti in casa; non è mica al di là dei monti, è lì davanti!

LA KABÀNOVA  Se si tratta di qualche faccenda, non berciare, e parla in modo chiaro e sensato.

DIKÒI            Qui non si tratta di alcuna faccenda. Ho preso una sbornia e basta!

LA KABÀNOVA    E adesso pretenderesti magari che ti lodassi, per questa bella impresa.

DIKÒI            Non sono né da lodare né da rimproverare. Allora, dicevo, io sono ubriaco! È già una faccenda. Ma fino a che non ci dormo sopra, a questa faccenda non si può metter riparo.

LA KABÀNOVA   E allora va' a letto.

DIKÒI            E dove?

LA KABÀNOVA Permettimi di chiederti perché non dovresti volerlo.

DIKÒI            Perché in casa mia si litiga sempre.

LA KABÀNOVA Ma chi è che litiga, se tu sei il solo attaccabrighe, là dentro?

DIKÒI            Cosa fa, se sono attaccabrighe? Cosa importa?

LA KABÀNOVA Cosa importa? Ah, proprio nulla! Ma non ti fa molto onore, perché te la prendi sempre e soltanto con le donne. Ecco!

DIKÒI            Questo, perché mi debbono ubbidire; oppure, secondo te, sarei io a dovermi sottomettere loro, eh?

LA KABÀNOVA Mi meraviglio. Tu sei per me un continuo motivo di stupore: hai tante persone in casa, ma sei l'unico che i tuoi non riescano ad accontentare.

DIKÒI            Proprio così.

LA KABÀNOVA  Be', cosa vuoi?

DIKÒI            Fammi parlare, finché mi calmi un poco. Tu sei l'unica nell'intera città che riesca a farmi sbollire l'ira, parlandomi.

LA KABÀNOVA Feklùscia, va' un po' a dire che preparino uno spuntino. (Feklùscia esce.) Entriamo in casa.

DIKÒI            No, io in casa non entro. Al chiuso divento più cattivo!

LA KABÀNOVA In che modo ti hanno fatto inquietare?

DIKÒI            Fin da stamattina...

LA KABÀNOVA Ti hanno chiesto dei soldi?

DIKÒI            Sembrava che si fossero messi tutti d'accordo: ora l'uno, ora l'altro, non mi hanno dato, durante l'intera giornata, un attimo di tregua.

LA KABÀNOVA Significa che hanno bisogno di te.

DIKÒI            Lo capisco. Ma cosa mi consigli di fare, se sono così irascibile? Lo so anch'io che debbo metter fuori i soldi, ma in pace e con calma non ci riesco. Se qualcuno, per esempio, mi è amico e so che debbo pagarlo, se viene a chiedermi il suo danaro, prendo a insultarlo. Gli dò i soldi, certo che glieli dò; ma m'infurio. Basta che uno cominci a parlarmi di danaro, che mi sento ardere le viscere, sì, sento proprio ardermi le viscere, senza rimedio; e così, senza alcuna ragione, me la prendo con chi mi sta davanti.

LA KABÀNOVA Siccome non hai nessuno che sia più anziano di te, a cui tu debba sottometterti, ne approfitti per fare l'ammazzasette!

DIKÒI            No, comare, taci. Ascoltami, invece. Senti che storie mi sono capitate. Una volta, di Quaresima, stavo facendo il digiuno, e il Maligno mi manda un contadino, un poveraccio che era venuto a prendersi i soldi per un trasporto di legname. Disgraziatamente, venne proprio in quel periodo, capisci, e io caddi in peccato: lo ingiuriai, lo insultai, gliene dissi tante, che di più non si potrebbe; poco ci mancò che non lo picchiassi. Vedi che carattere è il mio? Dopo gli domandai perdono, mi inchinai davanti a lui fino a terra; davvero, proprio così, ti dico la sacrosanta verità: mi sono inchinato fino a toccare con la testa per terra davanti ad un contadino. Ecco a che punto arrivo, a causa della mia bile: proprio lì, in cortile, nel fango, mi sono inchinato, e in presenza di tutti.

LA KABÀNOVA Ma perché vai su tutte le furie a bella posta? Questo, compare mio, non va bene.

DIKÒI            Come a bella posta?

LA KABÀNOVA Ho visto... Lo so... Tu, appena vedi che uno vuol chiederti qualche cosa, ti scagli di proposito su qualcuno dei tuoi di casa, per andare in collera; poiché sai benissimo che, sapendoti adirato, nessuno oserà più avvicinarti. È così, compare, che vanno le cose!

DIKÒI            Cosa c'è di strano? A chi non dispiace privarsi dei propri beni?

(Entra Glascia)

GLASCIA      Marfa Ignàtievna, è servito in tavola, prego!

LA KABÀNOVA Sù, compare, entra. Vieni a mangiare con noi quel che Iddio ci ha mandato.

DIKÒI            Ma sì.

LA KABÀNOVA Prego! 

(Fa passare Dikòi avanti a sé, e lo segue. Glascia rimane immobile sul portone, con le mani congiunte.)

GLASCIA      Ma è proprio Borìs Grigòrievic' che sta venendo? Forse cerca suo zio? O passeggia così, per suo conto? Direi che passeggia...

(Entra Borìs.)

SCENA  TERZA

Glascia e Borìs; poi Kulìghin

BORÌS            È qui mio zio?

GLASCIA      Sì, è qui. Hai bisogno di lui?

BORÌS            Mi hanno mandato da casa a vedere dov'è. Se è qui da voi, ci resti pure: nessuno ne sente la mancanza. A casa sono tutti ben contenti che se ne sia andato.

GLASCIA      Se l'avesse sposato la nostra padrona, l'avrebbe domato presto! Ma guarda che sciocca: sto qui a perder tempo! Addio. (Esce.)

BORÌS            Oh, Dio mio! Potessi vederla almeno con un occhio solo! Non posso entrare in casa. Qui chi non è invitato non entra. Che esistenza, la mia! Viviamo nella stessa città, quasi a fianco a fianco, e riesco a vederla non più di una volta la settimana, in chiesa o per la strada, e basta! Qui, quando una donna si sposa è come se venisse sepolta: non c'è nessuna differenza. (Una pausa.) Soffrirei meno, se non la vedessi affatto: invece la vedo a strappi, di tanto in tanto, e sempre in mezzo alla gente, con cento occhi che ci guardano. Il cuore mi scoppia, e non so cosa fare di me stesso. Se esco a passeggio, finisco sempre davanti a questo portone... Ma perché vengo qui? Tanto, a vederla non ci riesco, e potrei far nascere delle chiacchiere e procurarle un bel guaio... Dio mio, in che bella città sono capitato! 

(Gli viene incontro Kulìghin)

KULÌGHIN    E così, signore, state passeggiando?

BORÌS            Sì, sto passeggiando: oggi il tempo è tanto bello!

KULÌGHIN               È molto bello passeggiare adesso, signore: un silenzio, un'aria magnifica; dai prati dell'altra riva del Volga viene il profumo dei fiori; il cielo è sereno... « Aperto è lassù l'abisso di stelle profondo Infinite son le stelle;  l'abisso è senza fondo... ».  Venite con me, signore, sul viale. Non c'è anima viva, ora.

BORÌS            Andiamo.

KULÌGHIN   Sì, così è, signore, questa città. Hanno fatto un viale, ma nessuno ci va... La gente passeggia soltanto nei giorni di festa; anzi, fa soltanto finta di passeggiare: in realtà va a far sfoggio dei propri vestiti... Negli altri giorni, al massimo incontri un usciere ubriaco che si trascina dall'osteria a casa... I poveri, signore, non hanno tempo per andare a spasso: lavorano giorno e notte, hanno sì e no tre ore per dormire. E cosa fanno intanto i ricchi? Perché non vanno fuori a passeggio, a respirare un po' d'aria pura? Macché! Da un pezzo i loro portoni sono serrati e i cani sciolti... E mica si chiudono in casa per paura dei ladri, ma perché nessuno veda come perseguitano i propri familiari, come tiranneggiano la famiglia! Quante lacrime scorrono, al di là di quei portoni chiusi, che nessuno vede e conosce! Del resto, è inutile che ve lo dica: ne sapete qualcosa per personale esperienza. E che costumi dissoluti e bassi, quanta ubriachezza, dietro a quei catenacci! E tutto ben nascosto: nessuno vede e nessuno ne sa nulla! Fuorché Iddio! « Tu devi badare a quel che faccio », dice la gente di qui, « quando sono fra la gente o per la strada; ma quel che succede in seno alla mia famiglia non ti riguarda; per questo ho appunto lucchetti, catenacci e cani feroci. La famiglia è una cosa segreta, è mistero! ». Sappiamo bene di che mistero si tratta! Serve soltanto al capofamiglia, gli altri ululano come lupi. E che segreti sono mai? Chi non li conosce? Son fatti di astuzie per defraudare gli orfani, i parenti, i nipoti; per opprimere i familiari al punto che non osino aprir mai bocca su quanto avviene in casa... È tutto qui il gran segreto. Ma lasciamoli con Dio! Sapete, signore, chi, qui da noi, va a passeggio? I giovanotti e le ragazze. Rubano al sonno un paio d'ore, e vanno a spasso in coppia. Eccone là una.

(Entrano Kudriàs' e Varvàra. Si baciano.)

BORÌS            Si baciano.

KULÌGHIN   È una cosa molto comune, qui.

(Kudrias' esce. Varvàra si avvicina al portone di casa e fa un cenno a Borìs, che le si avvicina.)

SCENA  QUARTA

Borìs, Kulìghin e Varvàra

KULÌGHIN   Io, signore, vado sul viale. Non voglio disturbarvi. Vi aspetto là.

BORÌS            Va bene. Vengo subito.

(Kulìghin esce.)

VARVÀRA   (coprendosi il viso col fazzoletto) Conosci il burrone dietro il giardino dei Kabànov?

BORÌS            Sì, lo conosco.

VARVÀRA   Vieni là stasera sul tardi.

BORÌS            Perché?

VARVÀRA   Che sciocco! Vieni, e lo saprai. Ora vattene subito, c'è chi ti aspetta.

(Borìs esce.)

Non mi ha riconosciuta! Adesso ci penserà su. Sono certa che Katerina non potrà resistere e uscirà.

(Entra nel portone.)

PARTE SECONDA

È notte: un burrone coperto di cespugli. Al di sopra del burrone, lo steccato e il cancello del giardino dei Kabànov, da cui scende un sentiero.

SCENA PRIMA

Kudriàs' solo

KUDRIÀS'     (entra con una chitarra in 'mano)  Non c'è nessuno, cosa starà facendo? Be', mi metterò a sedere e aspetterò un po'.  (Si siede su di una pietra.)  Per cacciare la noia, posso intonare una canzone.

(Canta:) « Porta un cosacco il suo cavallo al fiume...

Il giovane sta già sul suo portone,

Sta  sul portone e  pensa  un suo pensiero:

Pensa in che modo punirà la sposa.

Ma questa così supplica il marito,

Facendogli un inchino fino a terra:

"Oh mio caro, mio molto amato amico,

Non colpirmi, non castigarmi a sera,

Uccidimi nel mezzo della notte:

Lascia che prendano sonno i figli teneri,

I miei teneri figli e le vicine!" ».

(Entra Borìs)

SCENA SECONDA

Kudriàs' e Borìs

KUDRIÀS'     (interrompendo il canto)  Eh, eh, tutto umile umile, eppure si è lasciato tentare!

BORÌS            Kudriàs', sei tu?

KUDRIAS'    Sono io, Borìs Grigòrievic'.

BORÌS            Come mai sei qui?

KUDRIÀS'     Io?... Se son qui vuol dire che debbo trovarmici, Borìs Grigòrievic'. Se non ne avessi avuto necessità, non ci sarei venuto. E voi? Dov'è che Iddio vi conduce?

BORÌS            (esaminando il luogo) Senti, Kudriàs', avrei proprio bisogno di restar qui solo... Credo che per te sia indifferente e che tu possa andare anche in un altro posto... no?

KUDRIAS'     No, Borìs Grigòrievic'. A quanto vedo, è la prima volta che voi venite qui, mentre per me questo è un luogo familiare, e, quel sentiero l'ho aperto io stesso con i miei piedi. Io vi voglio bene, signore, e son pronto a rendervi qualsiasi servizio, ma è meglio che non m'incontriate qui di notte, perché, Dio ce ne liberi, non abbia a succedere qualche brutto guaio. Un patto chiaro val più dell'oro...

BORÌS             Ma che cos'hai, Vània?

KUDRIÀS'     Vània, cosa? Lo so anch'io che mi chiamo Vània. Voi tirate diritto per la vostra strada, che è meglio: ecco tutto. Tròvati una ragazza per conto tuo, va' a spasso con lei, e nessuno se ne interesserà. Ma non toccare quelle degli altri! Qui non usa: a chi lo fa i nostri ragazzi spezzano le gambe! Per la mia... io stesso non so cosa potrei fare! Ti aprirei la gola!

BORÌS            Ti incollerisci proprio inutilmente: non ci penso nemmeno a portarti via la tua ragazza. Non sarei neanche venuto, se non mi ci avessero chiamato.

KUDRIÀS'                E chi ti ha chiamato?

BORÌS            Non ho potuto veder bene, perché era buio. Una ragazza mi ha fermato per la strada e mi ha detto di venire appunto qui, cioè dietro il giardino dei Kabànov, presso il sentiero.

KUDRIÀS'                Chi può essere stata?

BORÌS            Senti, Kudriàs', posso parlarti a cuore aperto? non ti metterai poi a spettegolare?

KUDRIÀS'     Parlate, non abbiate paura. Sono muto come una tomba.

BORÌS            Io, qui, sono un pesce fuor d'acqua: non conosco né i vostri costumi né le vostre usanze. Il fatto è che...

KUDRIÀS'                ...Vi siete innamorato. Sì?

BORÌS            Sì, Kudriàs'.

KUDRIÀS'     Ma non è nulla di grave. In questi casi siamo liberi. Le ragazze escono a passeggiare quando vogliono, padre e madre non se ne preoccupano. Soltanto le maritate stanno chiuse in casa.

BORÌS            È proprio questo il mio malanno.

KUDRIÀS'     Vi siete innamorato di una maritata?

BORÌS            Sì, Kudriàs'.

KUDRIÀS'     Eh, Borìs Grigòrievic', allora bisogna smettere.

BORÌS            È facile a dirsi. Per te, forse, fa lo stesso: lasciata una, ne trovi un'altra. Ma io non posso... Sono innamorato sul serio...

KUDRIÀS'     Ma voi la volete rovinare, Borìs Grigòrievic'!

BORÌS            Dio me ne guardi, Dio me ne guardi. No, Kudriàs', no. Non posso voler rovinarla. Io voglio soltanto vederla in qualche posto, non chiedo altro.

KUDRIÀS'     Come fate, signore, a garantire di voi stesso? Voi sapete che razza di gente è questa... La mangeranno viva, la faranno morire.

BORÌS            Ah, non dirmi queste cose, Kudriàs'; per piacere, non spaventarmi.

KUDRIÀS'     E lei vi ama?

BORÌS            Non lo so.

KUDRIÀS'     Ma vi siete incontrati o no?

BORÌS            Sono stato una volta sola in casa sua insieme a mio zio. La vedo in chiesa o l'incontro sul viale. Se tu vedessi, Kudriàs', come prega! che sorriso angelico le passa sul viso, e il viso sembra diffondere intorno un alone di luce!

KUDRIÀS'                Ah, è la giovane Kabànova?

BORÌS            Sì, Kudriàs', è proprio lei.

KUDRIÀS'     Ve', di che si tratta! Vi faccio le mie congratulazioni.

BORÌS            Perché?

KUDRIÀS'     Come perché? Se vi hanno fatto venir qui, vuol dire che la cosa si mette bene.

BORÌS            Cosicché credi davvero che sia stata lei a dirmi di venire qui?

KUDRIÀS'    E chi, se no?

BORIS            Tu scherzi. Non può essere. (Si afferra il capo con le mani.)

KUDRIÀS'    Che avete?

BORÌS            Mi sento impazzire dalla gioia!

KUDRIÀS'     Ma che c'è da impazzire? Soltanto badate a non crearvi delle noie e a non comprometterla con un guaio: com'è vero che suo marito è uno stupido, la suocera, in compenso, è una donna dura e crudele.

(Varvàra esce dal cancello.)

SCENA TERZA

Kudriàs', Borìs,  Varvàra; poi  Katerina

VARVÀRA   (stando presso il cancello, canta:)

« Sulla sponda del fiume, del turbinoso fiume,

Il mio Vània passeggia, passeggia il mio Vaniuscia... ».

KUDRIÀS'     (continuando)

« Acquista la sua merce... ».

(Fischia.)

VARVÀRA   (discende il sentiero e, coprendosi il viso col fazzoletto, si avvicina a Boris) Tu, giovanotto, aspetta. Vedrai venire qualcuno. (A Kudriàs') Andiamo al Volga.

KUDRIÀS'     Perché hai tardato tanto ? Debbo anche aspettarti! Lo sai pure che non mi piace!

(Varvàra gli cinge la vita col braccio, e i due escono.)

BORÌS            Mi pare un sogno! La notte, le canzoni, l'appuntamento! E questi due che se ne vanno abbracciati! Sono cose così nuove, per me,  così belle,  così felici! E anch'io aspetto qualche cosa; e non so cosa aspetto, e non posso neppure immaginaria: so soltanto che il cuore mi batte e che tremo per ogni vena. Non riesco neppure a pensare a quel che le dirò; mi sì ferma il respiro, mi si piegano le ginocchia! Quando il mio stupido cuore si agita, non riesco in nessun modo a calmarlo. Eccola che viene!

(Katerina discende lentamente il sentiero, avvolta in un ampio scialle bianco, con gli occhi fissi a terra. Una pausa.)

Siete Voi, Katerina Petrovna? (Una pausa.) Non so davvero come ringraziarvi.

(Una pausa.)

Se sapeste, Katerina Petrovna, come vi amo! (Fa l'atto di prenderle una mano.)

KATERINA   (spaventata, ma senza sollevare gli occhi) Non toccarmi, non toccarmi, no, no!

BORÌS            Non adiratevi!

KATERINA   Va' via, va' via! Va' via, dannato! Lo sai bene che non ci sono sufficienti preghiere per espiare un peccato simile. Mi peserà sempre come una pietra sul cuore, come una pietra enorme!

BORÌS            Mi scacciate?

KATERINA   Perché sei venuto? perché sei venuto, tu che sei la mia dannazione? Io sono sposata, io debbo vivere con mio marito fino alla tomba.

BORÌS            Me lo avete detto voi di venire...

KATERINA   Ma cerca di capirmi, tu che sei il mio nemico: ho il dovere di vivere con mio marito fino alla tomba!

BORÌS            Per me sarebbe stato meglio non vedervi.

KATERINA   (con agitazione) Che cosa mi sto preparando, e con le mie stesse mani? Lo sai qual è ormai il mio posto?

BORÌS            Calmatevi! (Le prende una mano.) Mettetevi a sedere.

KATERINA   Perché vuoi la mia rovina?

BORIS            Come potrei volere la vostra rovina, io che vi amo più di ogni cosa al mondo, più di me stesso?

KATERINA   No, no! Tu mi hai rovinata e dannata!

BORÌS            Sono davvero tanto scellerato?

KATERINA   (scuotendo il capo) Mi hai rovinata e dannata, rovinata e dannata!

BORÌS            Dio non lo voglia! È meglio che mi rovini e mi danni io stesso.

KATERINA   Come puoi dire di non avermi rovinata e dannata, se lascio la mia casa di notte per venire a incontrarti?

BORÌS            Tale è stata la vostra volontà.

KATERINA   Io non ho più una volontà. Se l'avessi, non sarei venuta qui. (Alza gli occhi e guarda Boris.) Sei tu, ora, che mi domini con la volontà tua, come non lo vedi? (Gli getta le braccia al collo.)

BORÌS            (abbracciando Katerina)    Oh, vita mia!

KATERINA   Voglio dirti una cosa:  mi è venuto ad un tratto un gran desiderio di morire!

BORÌS            Perché morire, quando per noi la vita è tanto bella?

KATERINA   No, non sono destinata a vivere; so bene che non è questo il mio destino.

BORIS            Non dire, per favore, cose simili! Non rattristarmi.

KATERINA   Per te va bene, tu sei un uomo libero, ma io!...

BORÌS            Nessuno saprà mai nulla del nostro amore. Come potrei non aver pietà di te?

KATERINA   Eh, perché aver pietà di me? Non è colpa di nessuno! L'ho voluta prender io, questa strada; non soffrire per me, rovinami! Lascia pure che tutti vedano, che tutti sappiano! (Abbraccia Boris.) Se non ho temuto di peccare per amor tuo, come potrei temere il giudizio del mondo? Dicono che sia più lieve, poi, di là, quando si è già sofferto qui, in terra, per un peccato.

BORÌS            Ma perché pensarci, se adesso stiamo così bene?

KATERINA   Eh, sì... avrò tanto tempo per pentirmi e piangere tutte le mie lacrime.

BORÌS            Ed io, invece, ho avuto paura... credevo che tu mi avresti respinto.

KATERINA   (sorridendo) Respingerti! Ma come, con questo cuore? Se non fossi venuto tu, credo che sarei venuta io a cercarti.

BORÌS            Non sapevo che anche tu mi amassi.

KATERINA   Ti amo da molto tempo. Come se tu fossi venuto fra noi per farmi cadere in peccato, da quando ti ho visto, ho cessato di essere me stessa. Mi sembra che fin dal primo momento ti avrei seguito, se tu mi avessi chiamata; e anche se tu andassi in capo al mondo, ti seguirei sempre, senza mai volgermi indietro.

BORÌS            Per quanto tempo resterà via tuo marito?

KATERINA   Per due settimane.

BORÌS            Oh, allora saremo felici!  Ne abbiamo il tempo.

KATERINA   Saremo felici. E poi... (Rimane un momento pensierosa.) Se mi chiuderanno in casa, sarà la morte; ma se non mi chiuderanno, troverò sempre il modo di vederti!  

(Entrano Kudriàs' e Varvàra)

SCENA QUARTA

Borìs, Katerina, Kudriàs' e Varvàra

VARVÀRA   E allora, vi siete messi d'accordo?

(Katerina nasconde il viso sul petto di Boris.)

BORÌS            Sì.

VARVÀRA               Andate, fate un giretto, vi aspetteremo. Quando sarà ora, Vània farà un grido.

(Boris e Katerina escono. Kudriàs' e Varvàra si siedono sulla pietra.)

KUDRIÀS'     Avete proprio trovato la via buona, quella di passare attraverso il cancello del giardino. Va proprio bene, per lui.

VARVÀRA               Ho combinato tutto io.

KUDRIÀS'     Tu sei proprio nata per queste cose... E se tua madre s'insospettisce?

VARVÀRA   Macché! Non ci arriva, non le passa per la mente neanche il più vago sospetto.

KUDRIÀS'    E se le passasse, per disgrazia?

VARVÀRA   Ha il primo sonno pesante. Si sveglia soltanto sul far del mattino.

KUDRIÀS'     Ma come si fa a saperlo con certezza? E se il diavolo la svegliasse all'improvviso?

VARVÀRA   E con ciò? Abbiamo chiuso l'altro cancello che dal cortile mette in giardino. Busserà, busserà, e poi se ne andrà. La mattina, dopo, le diremo d'aver dormito fondo, che non abbiamo sentito nulla. Poi anche  Glascia fa la guardia: se appena qualcosa non va, ci darà l'allarme con la voce. Certo bisogna prendere delle precauzioni: ci vuol così poco a tirarsi addosso un guaio.

(Kudriàs' prende qualche accordo sulla chitarra. Varvàra appoggia la testa sulla spalla di Kudriàs' che, senza badarci, continua a suonare.)

VARVÀRA   (sbadigliando)   Come sapere che ora è?

KUDRIÀS'    Mezzanotte passata.

VARVÀRA   Come fai a saperlo?

KUDRIÀS'    Il guardiano notturno ha dato un colpo.

VARVÀRA  (sbadigliando)    E'ora di andare. Grida un po' per chiamarli.  Domani usciremo un po' prima e staremo insieme un po' più a lungo.

KUDRIÀS'     (fischia, poi canta ad alta voce:)

« A casa tutti, tutti quanti a casa!

Io,  però,  non ci voglio ritornar! ».

BORÌS            (da dietro la scena)    Sento, sento!

VARVÀRA   (alzandosi) Arrivederci. (Sbadiglia, poi dà un freddo bacio a Kudriàs', come ad un vecchio amico.) Guardate di venire più presto, domani.

(Guarda dalla parte verso cui si sono diretti Katerina e Borìs.) Ma smettetela di salutarvi; non vi dite mica addio per l'eternità, domani vi rivedrete. (Sbadiglia e si stiracchia)

(Entra correndo Katerina, seguita da Borìs.)

SCENA  QUINTA

Kudriàs', Varvàra, Borìs e Katerina

KATERINA  (a Varvàra)   Su, andiamo, andiamo!  

(Salgono il sentiero; Katerina si volge indietro.) Addio!

BORÌS            A domani!

KATERINA   Sì, a domani!  Mi racconterai i sogni che avrai fatto!   (Si avvicina al cancello.)

BORÌS            Certo!

KUDRIÀS'     (canta, accompagnandosi con la chitarra:)

« Fanciulla, passeggia fino all'ora permessa,

Passeggia fino al crepuscolo.

Ohilì, ohilà!  fino all'ora permessa,

Fino al crepuscolo della sera! ».

VARVÀRA  (presso il cancello)

« Ed io fanciulla fino all'ora permessa,

Ho passeggiato, fino all'aurora...

Ohilì, ohilà! fino all'ora permessa,

fino al crepuscolo del mattino! ». (Esce.)

KUDRIÀS'     « Ma appena è sorta l'alba

Son ritornata a casa!... ».


ATTO  QUARTO

Nella parte anteriore della scena, uno stretto portico con il soffitto a volta di un antico edificio, che già cade in rovina.  Qua e là ciuffi d'erba e arbusti; al di là delle arcate, la riva del Volga e un'ampia vista sul fiume.

SCENA PRIMA

Al di là del portico passano alcune persone d'ambo i sessi

UN PRIMO UOMO  Comincia a piovere. Forse scoppierà un temporale.

UN SECONDO UOMO    Guarda, già s'addensa!

IL PRIMO UOMO  Siamo fortunati, perché abbiamo un luogo in cui ripararci.

(Entrano tutti sotto il portico.)

UNA DONNA Quanta gente passeggia oggi sul viale! È giorno di festa, e tutti sono usciti. Le mercantesse sono tutte in pompa magna!

IL PRIMO UOMO    Vedrai che troveranno dove ripararsi.

IL SECONDO UOMO Sta' un po' a vedere quanta gente si raccoglierà qui!

IL PRIMO UOMO (osservando le pareti) Qui, fratello mio, si vede che un tempo dovevano esserci delle pitture: ce ne sono ancora le tracce.

IL SECONDO UOMO Certo! Va da sé che qui c'erano delle pitture. Adesso, invece, guarda: tutto è lasciato in abbandono, tutto è diroccato e ricoperto d'erbacce. Dopo l'incendio, non ci hanno mai fatto nessuna riparazione. Ma tu non puoi nemmeno ricordare quell'incendio: sarà stato una quarantina d'anni fa.

IL PRIMO UOMO Cosa c'era dipinto, qui, fratello? È piuttosto difficile capirci qualcosa.

IL SECONDO UOMO    È il fuoco della Geenna.

IL PRIMO UOMO    Ah, sì, vedo, fratello.

IL SECONDO UOMO ...E gente di ogni condizione che ci precipita dentro.

IL PRIMO UOMO    Sì, sì, adesso vedo.

IL SECONDO UOMO    ...E di ogni grado.

IL PRIMO UOMO    ...Anche dei negri?

IL SECONDO UOMO    Sì, anche dei negri.

IL PRIMO UOMO    E questo, fratello, che cos'è?

IL SECONDO UOMO  È la disfatta lituana, una battaglia, vedi? Così i nostri si battevano con la Lituania.

IL PRIMO UOMO    E che cos'era la Lituania?

IL SECONDO UOMO    La Lituania è la Lituania.

IL PRIMO UOMO Dicono, fratello, che ci sia caduta addosso dal cielo.

IL SECONDO UOMO Non te lo saprei dire. Se è caduta dal cielo, è caduta dal cielo.

LA DONNA Ma se lo sanno tutti che è caduta dal cielo! E per ricordo, nei punti dove ci furono le battaglie, sono stati eretti dei grandi tumuli.

IL PRIMO UOMO Proprio così, fratello mio!

(Entrano Dikòi e, dopo di lui, Kulìghin senza berretto. Tutti s'inchinano ed assumono un contegno rispettoso.)

SCENA SECONDA

Alcune persone, Dikòi e Kulighin

DIKÒI            Accidenti, sono tutto fradicio! (A Kulìghin) Lasciami in pace, lasciami in pace! (Con collera) Che stupido!

KULÌGHIN   Saviòl Prokòfievic', ma sarà utile anche a voi, Vossignoria, e a tutti gli abitanti in genere.

DIKÒI            Vattene! Ma che utilità? ma chi ha bisogno di questa utilità?

KULÌGHIN   Magari voi, Vossignoria, Saviòl Prokòfievic'. Si potrebbe metterla qui, sul viale, in un posto libero. E che spesa è? Una spesa da nulla. Una colonnina di pietra (indica coi gesti le dimensioni degli oggetti di cui parla), una lamina di rame, rotonda, così, e un'asticella diritta (la indica col gesto) : è semplicissimo. Io, poi, metterò tutto a posto e inciderò io stesso i numeri sul quadrante. Allora voi, Vossignoria, o chiunque altro vada a passeggio, potrà senz'altro avvicinarsi e vedere l'ora. Adesso, benché il posto sia così bello, e ci sia una bella vista e tutto, si sente un senso come di vuoto. Qui càpitano, come Vossignoria sa bene, anche dei forestieri, vanno ad ammirare i nostri panorami, e una meridiana sarebbe pur sempre un ornamento, un piacere per gli occhi.

DIKÒI            E perché mi secchi con tutte queste stupidaggini? Che ne sai, se mi garba di parlarti? Avresti dovuto informarti prima, pezzo di stupido, se sono più o meno disposto ad ascoltarti. Sono forse un tuo pari? Accidenti, che bell'affare serio hai escogitato, e mi ti cacci tra i piedi col tuo brutto grifo a parlarmene!

KULÌGHIN   Se si fosse trattato di un mio affare privato, sarei in colpa. Ma è di pubblica utilità, Vossignoria. Cosa sono dieci rubli, spesi per il bene della cittadinanza? Una spesa fatta una volta per sempre, signore.

DIKÒI            Potresti voler rubarli, quei dieci rubli, no? Come si fa a saperlo?

KULÌGHIN   Se ci metto gratuitamente il lavoro, cosa potrei rubare, Vossignoria? Qui tutti mi conoscono, qui nessuno parlerà male di me.

DIKÒI            Lascia pure che gli altri ti conoscano; io, invece, di te non ne voglio sapere!

KULÌGHIN   Perché, signore, vi degnate di offendere un uomo onesto?

DIKÒI            Te ne debbo anche render conto? Neanche a chi vale un po' più di te non sono solito render conto di quello che faccio. Se mi pare di pensare così di te, lo penso. Per gli altri sei un galantuomo, per me sei un brigante; e basta! Avevi voglia di sentirmelo dire? Eccoti accontentato. Dico che sei un brigante, e basta! Vorresti forse intentarmi una causa per questo? Allora sappi che sei un verme; se vorrò ti farò grazia, e se no ti schiaccerò!

KULÌGHIN   Dio vi perdoni, Saviòl Prokòfievic'! Io, signore, sono un uomo modesto; si fa presto ad offen­dermi. Ma vi faccio osservare, Vossignoria, che « anche vestita di stracci la virtù è degna di rispetto! ».

DIKÒI            Non osare essere sgarbato, inteso?

KULÌGHIN   Io non vi ho usato nessuna sgarberia, signore. Vi ho parlato supponendo che, forse, una buona volta fareste qualche cosa per la città. Vossignoria può molto; perciò, non si tratta che di buona volontà. Per esempio, ora, qui scoppiano molto spesso degli uragani, eppure non abbiamo ancora i parafulmini.

DIKÒI            (con fierezza)    Stupidaggini!

KULÌGHIN   Perché stupidaggini, se sono stati fatti degli esperimenti?

DIKÒI            E come sono fatti, questi tuoi parafulmini?

KULÌGHIN    Sono di acciaio.

DIKÒI            (irato)    E poi?

KULÌGHIN               Sono dei pali d'acciaio.

DIKÒI            (adirandosi sempre più) Ho già sentito che sono dei pali, serpente! Ma che altro sono? Mi ripeti dei pali, dei pali... che altro sono?

KULÌGHIN               Nient'altro.

DIKÒI            E il temporale che è, secondo te? Sù, dillo!

KULÌGHIN   Elettricità.

DIKÒI            (battendo un piede per terra) Ma che elastricità! Lo vedi, che sei un brigante? Il temporale ci viene mandato come punizione, e dobbiamo subirlo; e tu vuoi difendertene, Dio mi perdoni, con dei pali e con chissà quali pioli! Cosa sei, un tartaro[10], forse? Sei un tartaro? Eh, rispondi, sei un tartaro?

KULÌGHIN   Saviòl Prokòfievic', Vossignoria, sappiate che Derz'avin ha detto:

« Il  mio corpo  si consuma  in  polvere,

Ma la mente domina i tuoni ».

DIKÒI            Per queste parole bisognerebbe mandarti davanti al sindaco, che ti darebbe una buona lezione! Ehi, rispettabili signori, sentite un po' quel che va dicendo, costui!

KULÌGHIN   Non c'è niente da fare, debbo sottomettermi. Ma quando avrò un milione, allora sì che parlerò! (Facendo un gesto di sconforto con la mano, esce.)

DIKÒI            Cosa? Lo ruberai a qualcuno? Fermatelo! Quel pezzo di falso contadino! Com'è che va trattata la gente come lui? Proprio non so.

(Rivolgendosi a quelli che gli stanno attorno) Ma voi, maledetti, indurreste chiunque in peccato!... Oggi non volevo incollerirmi, eppure lui ci è riuscito, come se ci si fosse messo a bella posta! Che si sprofondi! (Incollerito) Ha smesso di piovere?

IL PRIMO UOMO    Sì, sembra che abbia smesso.

DIKÒI            Sembra! Ma tu, cretino, va' a controllare, invece di dire: « sembra »!

IL PRIMO UOMO  (uscendo dal portico) Ha smesso.

(Dikòi esce, e tutti gli altri con lui).

(La scena, per un certo tempo, resta vuota. Poi entra in fretta sotto il portico Varvàra che, nascosta, si mette a spiare.)

SCENA  TERZA

Varvàra, e poi Borìs

VARVÀRA   Mi sembra lui! (Boris passa in fondo alla scena.) Sst! (Borìs si guarda intorno.) Vieni qua! (Gli fa cenno di avvicinarsi. Borìs entra.) Come dobbiamo fare, con Katerina? Dimmelo, per carità...

BORÌS            Cosa c'è?

VARVÀRA   Un guaio, un grosso guaio. È ritornato il marito, lo sapevi? Noi non lo aspettavamo, e lui è tornato!

BORÌS            No, non lo sapevo.

VARVÀRA   Katerina è fuori di sé.

BORÌS            Così ho vissuto soltanto per una decina di giorni, finché lui era via. Adesso non potrò più vederla!

VARVÀRA   Ah, come sei! Ascoltami: trema tutta come se avesse la febbre, è pallida pallida, va su e giù per la casa come se cercasse qualche cosa, con due occhi da pazza. Stamattina s'è messa a piangere, a singhiozzare forte. Dio mio, cosa debbo fare?

BORÌS            Ma forse le passerà tutto...

VARVÀRA   Non credo. Non ha il coraggio di alzare gli occhi e di guardare il marito in faccia. La mamma se n'è accorta, le gira attorno e la guarda di traverso, come un serpente. E lei si dispera ancor di più. È un tormento soltanto guardarla! E poi ho paura.

BORÌS            Paura di che?

VARVÀRA   Tu non la conosci! è così strana! C'è da aspettarsi qualsiasi cosa;  può fare cose che...

BORÌS            Oh, Dio mio! Cosa fare? Tu dovresti parlarle; possibile che non la si possa convincere?

VARVÀRA   Mi ci sono provata. Non vuole ascoltar ragione. Meglio lasciarla in pace.

BORÌS            Cosa pensi che potrebbe fare?

VARVÀRA   Ecco:  cadrà in ginocchio davanti al marito e gli racconterà tutto. È di questo che ho paura.

BORÌS            (spaventato)    Possibile?

VARVÀRA   Da lei c'è da aspettarsi di tutto!

BORÌS            Dov'è, adesso?

VARVÀRA   È uscita poco fa sul viale con il marito; la mamma è andata con loro. Vacci anche tu, se vuoi. Ma no, è meglio che tu non ci vada, perché, vedendoti, lei potrebbe perdere ancor più la testa.

(Si sente in lontananza il rombo di un tuono.)

Sta per scoppiare il temporale? Ecco la pioggia!   (Guarda fuori del portico.) Guarda quanta gente si sta precipitando in questa direzione! Nasconditi in qualche modo, ed io mi metterò qui ben in vista per non destar sospetti.

(Entrano alcune persone, uomini e donne di varie condizioni sociali.)

SCENA QUARTA

Alcune persone;  poi  Katerina,  Varvàra,

La Kabànova, Kabànov, Borìs e Kulìghin

UN UOMO    Questa farfallina deve avere una gran paura, se ha tanta fretta di nascondersi!

UNA DONNA Ed è inutile! A quel che è scritto nel destino,  non si  sfugge!

KATERINA   (venendo di corsa) Oh, Varvàra! (Le afferra una mano e gliela stringe con forza.)

VARVÀRA   Calma, calma;  cosa c'è?

KATERINA   La mia morte!

VARVÀRA   Ma ritorna in te! raccogli i tuoi pensieri!

KATERINA   Non posso, non posso più far nulla: ho troppo male al cuore!

LA KABÀNOVA (entrando) Bisogna vivere in modo da essere sempre preparati a tutto, e non si avrebbero allora tante paure!

KABÀNOV   (entrando) Ma quali così gravi peccati può mai avere sulla coscienza? Avrà quelli di tutti noi; se ha tanta paura dipende dalla natura del suo carattere.

LA KABÀNOVA Come puoi saperlo? L'anima altrui è tenebra.

KABÀNOV   (scherzando) Avrà commesso i suoi peccati quando io non c'ero, perché prima mi sembra che non ci fosse nulla.

LA KABÀNOVA    Forse sì, quando non c'eri.

KABÀNOV   (scherzando) Katia, sorella, è meglio che tu confessi, se hai commesso un peccato. Perché non potrai celarmi nulla; eh, no, tu scherzi! So tutto, io!

KATERINA   (guardando Kabànov negli occhi) Angelo mio!

VARVÀRA   E perché non la lasci tranquilla; non vedi che anche così sta male?

(Borìs esce dalla folla e saluta i Kabànov.)

KATERINA   (lasciandosi sfuggire un grido)  Ah!

KABÀNOV   Di che ti sei spaventata! L'hai preso per uno sconosciuto. È un conoscente. Come sta lo zio?

BORÌS            Grazie a Dio, bene.

KATERINA   (a Varvàra) Cosa vuole ancora da me? Non gli basta il tormento atroce che mi dà? (Appoggiandosi a Varvàra si mette a singhiozzare.)

VARVÀRA   (a voce alta, in modo che la madre senta) Non sappiamo più che fare, con lei; e ci si cacciano in mezzo anche gli estranei. (Fa segno a Borìs, che si allontana verso l'uscita)

(Entra Kulìghin)

KULÌGHIN   (mettendosi in mezzo alla scena e rivolgendosi alla folla) Be', ditemi, per favore, di cosa temete? Ogni filo d'erba, ogni fiore si rallegra, ora, e noi ci nascondiamo, pieni di paura, come se fuggissimo davanti a una sciagura. Credete che l'uragano possa uccidervi? Ma questo non è un uragano, è una grazia di Dio. Sì, una vera grazia di Dio. Agli occhi vostri ogni cosa è un uragano. Quando si accende l'aurora boreale bisognerebbe ammirarla e stupirsi della sapienza che è nelle cose: « Spunta l'aurora dai paesi del settentrione! ». Voi, invece, vi terrorizzate e vi domandate, fantasticando, se è il segno di una prossima guerra o di una epidemia. Passa una cometa, e io non la lascerei mai con gli occhi, tanto è bella; siamo ormai abituati a vedere le stelle, sono sempre le stesse, ma una cometa è una cosa nuova. Bisognerebbe guardarla e ammirarla. No; voi, invece, avete paura di volgere lo sguardo al cielo, e vi prende il tremito. Di ogni cosa vi siete fatti uno spauracchio! Ah, che gente! Io, invece, non ho alcun timore. Andiamo, signore!

BORÌS            Andiamo! Qui si sente di più la paura! (Escono.)

SCENA   QUINTA

Alcune persone,  Katerina,  Varvàra, La Kabànova, Kabànov

LA KABÀNOVA Avete sentito che dissertazione? Non c'è che dire, valeva la pena d'ascoltare! Ah, viviamo in certi tempi, in cui abbondano dei bei maestri! Se un vecchio ragiona così, cosa ci si può aspettare dai giovani?

UNA DONNA Tutto il cielo s'è coperto di nuvole! Sembra che si sia messo il cappello!

UN PRIMO UOMO Quella nuvola, fratello, si muove e si avvolge su se stessa come un gomitolo, come se avesse dentro qualcosa di vivo... e avanza, avanza strisciando verso di noi come un essere vivo.

UN SECONDO UOMO Ricordati le mie parole: quest'uragano non passerà senza guai. Ti parlo seriamente: o ucciderà qualcuno, o darà fuoco a una casa, vedrai. Guarda, infatti, che strano colore ha quella nuvola...

KATERINA   (ascoltando attentamente) Cosa dicono? Dicono che l'uragano ucciderà qualcuno?

KABÀNOV   Ma si sa che parlano a vanvera di quel che salta loro in mente.

LA KABÀNOVA Non giudicare gli anziani: ne sanno più di te. Gli anziani conoscono tutti gli auspici, e un vecchio non dice mai parole gettate al vento.

KATERINA   (al marito) Tiscia, io so chi ucciderà: l'uragano.

VARVÀRA   (a Katerina sottovoce)    Ma sta' zitta!

KABÀNOV   Come fai a saperlo?

KATERINA   Ucciderà me. Pregate allora per me.

(Entra La Signora seguita dai due camerieri. Katerina cerca di nascondersi; le sfugge un grido.)

SCENA SESTA

Alcune persone,  Katerina,  Varvàra,

La Kabànova, Kabànov e la Signora

LA SIGNORA Perché ti nascondi? Non c'è ragione per cui tu debba nasconderti: si vede che hai paura. Non ti garba di morire, hai voglia di vivere! E come potrebbe essere diversamente? Sei tanto bella! Ah, ah, ah! Una vera bellezza! Prega Iddio che ti tolga la bellezza: la bellezza è la nostra rovina! Dannerai te stessa, con la tua bellezza, e indurrai molti in tentazione. Allora potrai compiacerti davvero della tua bellezza... Ah, che bell'allegria! Anche i vecchi e le persone religiose dimenticano di essere vicini alla morte e si lasciano tentare dalla bellezza.  E chi dovrà risponderne? Tu dovrai rispondere di tutto e di tutti! Meglio gettarsi in un gorgo, quando si è belle! E bisogna farlo subito, subito!

(Katerina si nasconde.)

Dove ti nascondi, stupida? A Dio non si può sfuggire! (Un rombo di tuono.) Brucerete tutte fra le fiamme eterne!   (Esce.)

KATERINA   Oh, io muoio!

VARVÀRA   Ma perché ti torturi così? Mettiti in un angolino a pregare: ti sentirai il cuore meno pesante.

KATERINA   (si avvicina al muro, si mette in ginocchio, poi si rialza rapidamente) Ah, che inferno! Che inferno! Una Geenna infuocata!

(La Kabànova, Kabànov e Varvàra la circondano.)

Mi sento il cuore a brandel­li: non ne posso più! Mammina, Tichon, sono colpevole dinanzi a Dio e dinanzi a voi! Ti ho giurato, Tichon, di non guardar nessuno, mentre eri via, te ne ricordi? E sai cosa, invece, io, donnaccia corrotta, ho fatto, mentre eri lontano? Subito, fin dalla prima notte sono uscita di casa.

KABÀNOV   (confuso, piangente, la tira per la manica) Non parlare, non parlare! Riprenditi! La mamma è qui!

LA KABÀNOVA (severamente) Parla, invece, poiché hai cominciato!

KATERINA   E tutte le dieci notti sono uscita...

(Singhiozza. Kabànov vorrebbe abbracciarla.)

LA KABÀNOVA    Respingila!  E con chi?

VARVÀRA   Non dice la verità; non sa nemmeno lei quel che dice!

LA KABÀNOVA Taci, tu! Ah, così stanno le cose! E con chi?

KATERINA   Con Borìs Grigòrievic'. (Un rombo di tuono.) Oh!  

(Cade svenuta tra le braccia del marito.)

LA KABÀNOVA Vedi, figlio mio, le conseguenze della libertà. Te lo dicevo, io; ma tu non volevi ascoltarmi. Ormai, quel che è successo è successo.


ATTO  QUINTO

La stessa scena del primo atto. È il crepuscolo.

SCENA PRIMA

Kulìghin  è seduto sulla panchina, Kabànov passa nel viale;  poi Glascia

KULÌGHIN  (canta:)

« Di tenebre notturne s'è ricoperto il cielo

Immersa sta nel sonno l'intera umanità... ».

(Riconoscendo Kabànov)  Buonasera,  signore.  Andate lontano?

KABÀNOV   Sì, vado a casa. Hai saputo di noi, fratello? Tutta la nostra famiglia è distrutta!

KULÌGHIN   L'ho saputo, l'ho saputo, signore.

KABÀNOV   Sapevi che sono andato a Mosca? La mamma, prima che partissi, mi ha dato molti, moltissimi avvertimenti, ma io, appena partito, mi sono messo a far baldoria! Ero troppo felice d'esser finalmente libero! E per tutto il viaggio non ho fatto che bere, e anche a Mosca non ho fatto che bere, tanto da averne abbastanza per un anno. A casa mia non ho pensato mai, neppure una sola volta. Ma anche se ci avessi pensato, non avrei mai immaginato quel che intanto stava accadendo. Ne hai sentito parlare?

KULÌGHIN   Sì, ne ho sentito parlare.

KABÀNOV   Adesso, fratello mio, sono un uomo finito! Rovinato e senza una ragione.

KULÌGHIN   La vostra signora mamma è molto dura.

KABÀNOV   Sì, molto. Ed è lei la causa di tutto. Ma dimmi tu, per favore, per quale ragione io debbo perire? Sono andato da Dikòi e abbiamo bevuto. Pensavo di averne un po' di sollievo, e, invece no, è peggio di prima, Kulìghin! Mia moglie mi ha trattato molto male; peggio di così non avrebbe potuto...

KULÌGHIN   È una cosa complessa, signore: è difficile giudicare.

KABÀNOV   No, aspetta. Cosa ci può essere di peggio? Ucciderla, per quanto ha fatto, sarebbe poco. La mamma dice che bisognerebbe seppellirla viva perché soffra le pene della tortura! Ma io le voglio bene, mi fa pena toccarla soltanto con un dito. L'ho picchiata un po', perché la mamma mi ha obbligato a farlo. Ma mi fa pena soltanto guardarla, Kulìghin! Mia madre la divora viva, la perseguita, e lei si muove come un'ombra, senza rispondere. Piange e si consuma come se fosse di cera. Ed anch'io mi sento morire, guardandola.

KULÌGHIN   Bisognerebbe, signore, accomodare in qualche modo questa cosa. Dovreste perdonarla e non ricordarle mai più quanto è avvenuto. Anche voi non siete senza peccato!

KABÀNOV   Naturalmente!

KULÌGHIN   Ma bisognerebbe che non la rimproveraste mai, neppure da ubriaco. Ne fareste, così, signore, un'ottima moglie, migliore di tutte le altre.

KABÀNOV   Ma cerca di capire, Kulìghin: a me non importerebbe, ma la mamma... e con lei non ci si può accordare.

KULÌGHIN   Eh, signore, mi pare che sia ora per voi di cominciare a vivere con la vostra testa!

KABÀNOV   Mi dovrei dividere in due? Mi dicono che io non ho la mia propria testa, e perciò devo vivere per sempre con quella degli altri. E finirò per bermi quel po' di cervello che mi è rimasto: quando sarò diventato proprio uno scemo, la mamma potrà curarmi come un bambino.

KULÌGHIN   Ah, signore,che brutta storia,  che brutta storia!  E Borìs Grigòrievic'?

KABÀNOV   Quel vigliacco finirà a Kiankta[11] coi cinesi! Lo zio lo manda là, presso un suo conoscente che fa il mercante, a lavorare. Per tre anni.

KULÌGHIN    E lui come sta?

KABÀNOV   Anche lui soffre e piange. Poco fa mi sono scagliato contro di lui, insieme a suo zio, e lo abbiamo coperto di rimproveri; ma lui ha sempre taciuto. Si è fatto come un pazzo. « Di me », ha detto, « fate quel che volete, purché non tormentiate lei ». Anche lui ne ha compassione.

KULÌGHIN    Ha un animo buono, signore.

KABÀNOV   Sta ormai per partire, i cavalli sono già pronti, ma ha in cuore un dolore atroce: capisco che desideri salutarla, ma sarebbe troppo. Gli basti quel che ha ottenuto, poiché è il mio nemico, Kulìghin! Bisognerebbe  dilaniarlo,  per fargli sapere...

KULÌGHIN   Ai propri nemici, signore, bisogna perdonare.

KABÀNOV   Va' un po' a dirlo alla mamma, sentirai cosa ti risponderà. Così, fratello Kulìghin, tutta la nostra famiglia è distrutta: non siamo più parenti, ci sentiamo come nemici l'uno dell'altro. La mamma ha sgridato e tormentato Varvàra: lei non ci ha retto, e se ne è andata...

KULÌGHIN   Dov'è andata?

KABÀNOV   Chi lo sa? Dicono che sia fuggita con Kudriàs', con Vània: anche lui è introvabile. E qui, bisogna proprio dirlo, la colpa è tutta della mamma, perché l'ha tiranneggiata chiudendola a chiave in casa. « Non tenetemi chiusa », diceva: « sarà peggio »... ed è stato peggio... Dimmi cosa debbo l'are, adesso, dimmelo; dimmi come devo fare a vivere. La casa mi disgusta, degli estranei mi vergogno, se mi metto a lavorare le mani mi cadono inerti... Adesso, ecco, torno a casa: credi forse che sia andare incontro a una gioia?

(Entra Glascia)

GLASCIA      Tichon Ivanovic', bàtius'ka[12].

KABÀNOV   Che c'è ancora?

GLASCIA      Bàtius'ka, a casa, va  male,  va male!

KABÀNOV   Dio mio! una sciagura dopo l'altra! Parla, cosa è successo?

GLASCIA      La padroncina vostra...

KABÀNOV   Sù, cosa le è successo? È morta?

GLASCIA      No, bàtius'ka: è sparita e non riusciamo più a trovarla. Ci siamo rotte le gambe a cercarla.

KABÀNOV   Kulìghin, bisogna correre a cercarla. Sai, fratello, cosa mi spaventa? Mi spaventa l'idea che, in un accesso di disperazione, abbia a suicidarsi. Soffre e soffre in un modo atroce; solo a guardarla, mi si spez­za il cuore! Ma perché non l'avete sorvegliata? È da molto tempo che manca?

GLASCIA      No, da poco, bàtius'ka. Sì, è colpa nostra, non l'abbiamo sorvegliata abbastanza: ma bisogna pur dire che a tutti può capitare di distrarsi.

KABÀNOV   Be', perché stai lì, ferma impalata? Corri! (Glascia esce.)

Andiamo anche noi, Kulìghin!

(Escono)

(La scena, per qualche istante, rimane vuota; poi, dal lato opposta, entra Katerina e cammina lentamente sulla scena.)

SCENA SECONDA

Katerina sola

KATERINA[13] Non c'è, non c'è. Cosa farà mai, poverino? Vorrei soltanto salutarlo, e poi... poi sono pronta anche a morire. Perché l'ho trascinato nei guai? Non sto mica meglio, per questo! Fossi stata almeno sola a soffrire! Così ho rovinato me stessa e ho rovinato lui; mi sono disonorata e l'ho condannato per sempre. Eh, sì: il disonore a me e la condanna eterna per lui. (Una breve pausa.)

Oh, se potessi ricordare quello che mi ha detto, come mi ha compassionata, con quali parole... (Si prende la testa fra le mani.) Non ricordo più nulla, ho dimenticato tutto... Le notti, Dio come sono terribili, le mie notti! Tutti vanno a dormire, e anche io mi corico; e per tutti gli altri è indifferente, ma per me è come se stessi in una tomba:  il buio mi terrorizza. Sento uno strano rumore, un canto lento, come di funerale, e quel canto è così sommesso, che lo avverto appena: sembra venire chissà di dove,  di lontano,  lontano...  Quando  torna  la  luce  del  giorno mi sento sollevata, ma non ho voglia di alzarmi:  sempre quel  medesimo tormento,  quelle  stesse  persone, quei soliti discorsi. Ma perché mi guardano a quel modo? perché non si condanna più a morte, adesso? perché hanno cambiato? Dicono che un tempo, per queste cose,  c'era  la  condanna  a  morte...  Allora  m'avrebbero presa e gettata nel Volga, ed io sarei stata contenta. « Ucciderti », mi  dicono,   « sarebbe liberarti dalla colpa: tu devi vivere e tormentarti con il rimorso del tuo peccato ». Ma non ne posso più, sono estenuata dal dolore, e chissà per quanto tempo dovrò subire ancora questa tortura... Perché debbo continuare a vivere? perché? Non ho più nessun bisogno, nulla mi è caro, neppure più la luce del buon Dio!  Ma la morte non viene; io la chiamo,  ma essa non  viene. Qualunque cosa io veda o senta, mi duole qui (si indica il cuore). Se potessi vivere con lui, forse proverei qualche po' di gioia... Ma  ormai  è lo stesso,  ho dannato l'anima mia. Ma come, come mi manca!  Se non ti vedrò più, ascoltami almeno da lontano! Oh, venti impetuosi, portategli la mia angosciosa tristezza!  Dio mio, mi manca, mi manca tanto!  (Si avvicina alla riva del fiume e grida a voce alta e spiegata:) Gioia mia, vita mia, anima mia, ti amo!  Rispondimi!  (Piange.)

(Entra Borìs)

SCENA  TERZA

Katerina e Borìs

BORÌS            (che non ha visto Katerina)    Dio mio! Ma era la sua voce! E lei dov'è? (Si guarda intorno.)

KATERINA   (gli si avvicina di corsa e gli getta le braccia al collo)  Ti ho visto!  (Appoggiata al petto di lui, piange. Una pausa.)

BORÌS            Così, abbiamo pianto un po' insieme: Iddio ce lo ha concesso.

KATERINA   Non mi hai dimenticata?

BORÌS            Come potrei dimenticarti? cosa dici?

KATERINA   Ma no, ma no, non è questo. Sei in collera con me?

BORÌS            Perché dovrei essere in collera con te?

KATERINA   Perdonami. Non volevo farti del male, ma non ero più padrona di me. Ero fuori di me: non sapevo quello che dicevo e facevo.

BORÌS            Ma non far così! Basta, basta!

KATERINA   Come stai? Cosa fai ora?

BORÌS            Sto per partire.

KATERINA   Dove vai?

BORÌS            Vado lontano, Katia, in Siberia.

KATERINA   Prendimi con te.

BORÌS            Non posso, Katia. Non parto di mia spontanea volontà: è lo zio che mi ci manda, e i cavalli sono già pronti. Ho chiesto un minuto di tempo allo zio: volevo salutare il  posto dove c'incontravamo.

KATERINA   Che Iddio ti accompagni! E non soffrire per me. In principio avrai nostalgia di me, povero caro, poi laggiù mi dimenticherai.

BORÌS            Non parliamo di me: io sono libero come un uccello. Ma tu come stai? Cosa ti fa tua suocera?

KATERINA   Mi tormenta, mi tiene chiusa in casa. Dice a tutti, anche a mio marito:  « Non credetele, è furba ».  Tutti mi stanno addosso per l'intera giornata, e mi ridono in faccia; ad ogni istante mi rinfacciano quel che ho fatto per te.

BORÌS            E tuo marito?

KATERINA   Qualche volta è tenero, qualche volta s'infuria, e beve sempre. Ma non lo posso, non lo posso sopportare: per me la sua tenerezza è peggio delle percosse.

BORÌS            Soffri molto, Katia?

KATERINA   Sì, molto. Soffro tanto, che preferirei morire.

BORÌS            Chi avrebbe pensato che avremmo dovuto tormentarci così per il nostro amore? Avrei fatto meglio a fuggire, allora!

KATERINA   È stata una disgrazia incontrarti: poca gioia ne ho avuta, e tanti, tanti tormenti! E quanti me ne stanno ancora dinanzi! Ma perché pensare a ciò che sarà? Adesso ti ho visto, e questo, essi, non me lo possono più togliere, né desidero altro. Avevo bisogno soltanto di vederti ancora una volta. Ora sto meglio, come se una montagna mi fosse caduta dalle spalle... Mi ero fissa in mente che tu fossi in collera con me, che tu mi maledicessi...

BORÌS            Ma cosa, cosa dici!

KATERINA   Ma no, dico sempre delle cose inutili. Volevo dirti che avevo nostalgia di te, ecco. Ora ti ho visto e...

BORÌS            Purché non ci sorprendano qui!

KATERINA   Aspetta, aspetta: volevo dirti ancora qualche cosa e adesso l'ho dimenticata! Eppure dovevo dirti qualche altra cosa... ma tutto mi si confonde in testa, non ricordo più nulla.

BORÌS            Debbo andare, Katia!

KATERINA   Ancora, ancora un momento!

BORÌS            E allora cos'altro dovevi dirmi?

KATERINA   Te lo dirò subito. (Pensa un momento.) Ecco: in viaggio non lasciar passare senza dargli nulla nemmeno un mendicante. Da' qualcosa a tutti e di' a tutti di pregare per la mia povera  anima  di peccatrice.

BORÌS            Oh, se questa gente sapesse cosa provo a dovermi separare da te! Dio mio! Voglia Iddio che anche loro abbiano a sentirsi un giorno come io ora mi sento. Addio, Katia! (L'abbraccia e fa per andarsene.) Assassini, mostri!   Oh, se fossi forte abbastanza!

KATERINA   Aspetta, aspetta ancora un momento. Lascia che ti guardi per l'ultima volta. (Lo guarda negli occhi.) Ecco, ora mi basta. Adesso va' con Dio; va', va'; fa' presto!

BORÌS            (si allontana di qualche passo, e poi si ferma) Katia, ho un cattivo presentimento in cuore: non fai dei brutti propositi? Mi tormenterò, durante il viaggio, pensando a te.

KATERINA   No, no, niente, niente! Parti, e che Iddio ti accompagni! (Borìs sta per avvicinarlesi.) No, no, basta così!

BORÌS            (singhiozzando e come parlando tra sé) Va bene, Dio sia con te! Una sola grazia dobbiamo chiedere a Dio, che lei possa morir presto per non aver troppo a soffrire... Addio!  (La saluta.)

KATERINA   Addio!

(Borìs esce.)

(Katerina lo segue con gli occhi, e rimane parecchio tempo assorta.)

SCENA  QUARTA

Katerina sola

KATERINA   E adesso, che debbo fare? Andare a casa? Ma la casa è come una tomba, proprio la stessa cosa, andare a casa è come scendere nella tomba, nella tomba!... Anzi, in una tomba starei meglio... in una piccola tomba sotto un albero... che il sole scalderà, la pioggia bagnerà... A primavera l'erba ci spunterà sopra, tenera, tenera... gli uccellini verranno sull'albero, canteranno, ci faranno il nido... nasceranno anche dei fiori,  gialli,  rossi,  azzurri...  di  tanti  colori...  Intorno, silenzio e pace. Mi pare che starei meglio, mentre alla vita non ho neppur voglia di pensare. Vivere di nuovo? No, no, non voglio, non è bene! La gente mi disgusta, la casa mi disgusta, e anche i muri mi fanno ribrezzo! Non ci tornerò, non ci tornerò! Se vado là, gli altri si muovono, parlano... che mi importa di tutto questo? Ah, si è fatto già buio! E sento di nuovo cantare... Cosa cantano? Non riesco ad afferrare il senso delle parole... Oh se potessi morire proprio adesso... Ma cosa cantano?... Del resto, che la morte mi venga incontro o che io vada incontro alla morte, è proprio lo stesso.. Così, certo, non posso continuare a vivere... Però morire vorrebbe dire commettere un altro peccato... nessuno pregherebbe più per me... No, chi mi vuol bene, pregherà ugualmente... Le braccia vengono congiunte in croce... nella bara! Sì, così... mi ricordo. Se mi riprendono, mi obbligheranno a ritornare a casa. Presto! Presto!

(Si avvicina alla riva ed esclama a voce alta:) Amor mio! Mia gioia, addio! (Esce)

(Entrano la Kabànova, Kabànov, Kulìghin e un operaio che reca una lanterna.)

SCENA QUINTA

La Kabànova, Kabànov, Kulìghin; poi alcune persone

KULÌGHIN   Dicono che l'hanno vista qui.

KABÀNOV               Ma è sicuro?

KULÌGHIN   Sì, parlano proprio di lei.

KABÀNOV               Grazie a Dio, che almeno l'hanno vista viva!

LA KABÀNOVA Tu ti sei già fatto prendere dalla paura e ti sei messo a piangere! Ne val proprio la pena! Non preoccuparti; dovremo darci pensiero per lei ancora per un bel pezzo!

KABÀNOV   Chi poteva pensare che sarebbe venuta qui, dove c'è sempre gente... A chi verrebbe mai in mente di nascondersi proprio qui?

LA KABÀNOVA Lo vedi, quello che fa? Che ebbrezza è la sua! E con quale testardaggine vuol mantenere il suo punto!

(Da tutte le parti sopraggiungono persone che portano lanterne in mano.)

UNO DELLA FOLLA   È stata ritrovata?

LA KABÀNOVA Macché! Come se fosse sprofondata chissà dove!

ALCUNE VOCI Che mistero! che caso strano! E dove può essere andata?

UNO DELLA FOLLA   Ma qualcuno la troverà!

UN ALTRO               Certo, qualcuno la troverà!

UN TERZO   Oppure ritornerà a casa da sola!

UNA VOCE DIETRO LA SCENA   Ehi, una barca!

KULÌGHIN   (dalla riva)    Chi grida? Cos'è successo?

LA VOCE      Una donna si è gettata nel fiume!

(Kulighin, seguito da molti altri, esce correndo.)

SCENA SESTA

La Kabànova, Kabànov e alcune persone

KABÀNOV   Padri santi, ma è lei, certamente! (Fa l'atto di mettersi a correre, ma la Kabànova lo trattiene, afferrandolo  per una mano.) Mamma, lasciami. Debbo andare... O la salverò dalle acque, o anch'io... Come potrò vivere senza di lei?

LA KABÀNOVA Non ti lascerò andare, non pensarci nemmeno! Non è degna che tu rischi la vita per lei! Pensa quanta vergogna è stata per noi e, come se non bastasse, ecco cos'ha ancora combinato!

KABÀNOV               Lasciatemi!

LA KABÀNOVA Là ci sono altri che possono salvarla! Ti maledico, se ci vai!

KABÀNOV   (cadendo in ginocchio)   ...Almeno vederla!

LA KABÀNOVA   La tireranno a riva, e la vedrai!

KABÀNOV   (si alza; rivolgendosi alla gente) Miei cari, non si vede nulla?

UN PRIMO UOMO   È buio, laggiù; non si vede nulla!

UN SECONDO UOMO Mi par di sentir gridare, ma non si distinguono le parole.

IL PRIMO UOMO    È la voce di Kulìghin.

IL SECONDO UOMO Ecco là: c'è gente che cammina con le lanterne lungo la riva.

IL PRIMO UOMO Vengono qui... E la stanno portando.

(Alcuni di quelli che sono usciti ritornano correndo.)

UNO DI COLORO CHE SONO RITORNATI Bravo Kulìghin! Qui, vicinissimo, nel gorgo... con la lanterna ci si vedeva a distanza; lui ha visto il vestito e l'ha tratta dall'acqua.

KABÀNOV   È viva?

UN ALTRO UOMO Macché! Non è viva. Si è gettata dall'alto: qui la sponda è ripida... e dev'essere caduta su un'ancora e si è ferita, poverina! Eppure, ragazzi, sembra viva! Ha soltanto una piccola ferita sulla tempia, e una sola, ma proprio una sola goccia di sangue...

(Kabànov si mette a correre: dalla parte opposta Kulìghin e gli altri portano Katerina)

SCENA SETTIMA

La Kabànova, Kabànov, alcune persone e Kulìghin col corpo di Katerina

KULÌGHIN   Eccovi la vostra Katerina! Fatene quel che volete. Il suo corpo è qui, prendetelo; ma l'anima non vi appartiene più: sta ora dinanzi ad un giudice che è più misericordioso di voi!

(Posa per terra il corpo esanime di Katerina, ed esce correndo.)

KABÀNOV   (buttandosi sulla salma)   Katia, Katia!

LA KABÀNOVA Smettila: il solo piangerla è un peccato!

KABÀNOV   Mamma, siete voi che l'avete uccisa! Voi, voi, voi...

LA KABÀNOVA Cosa?... Hai perso il senno? Non sai con chi parli!

KABÀNOV   Voi l'avete uccisa! Voi, voi!

LA KABÀNOVA (al figlio) Ne riparleremo a casa. (Si inchina profondamente a tutti.) Vi ringrazio, buona gente, per l'opera vostra!  

(Tutti s'inchinano.)

KABÀNOV   Tu ora stai bene, Katia. Ma io perché sono rimasto al mondo a continuare a soffrire? (Cade riverso sul corpo esanime della moglie.)

F I N E


[1] Centesimo di rublo.

[2] Carrozza o slitta a tre cavalli.

[3] Secondo l'antico uso popolare russo, la sposa, alla partenza del marito per un viaggio piuttosto lungo, piangeva, gemeva, si lamentava e invocava la protezione di Dio sul marito.

[4] « Mammina »: forma familiare e confidenziale assai comune.

[5] Maometto.

[6] Una versta equivale a poco più di un chilometro.

[7] Era in uso, in Russia, che, prima che qualcuno partisse, tutti si sedessero per il breve tempo di una rapida preghiera mentale.

[8] La ferrovia.

[9] Uno spazzacamino, che la superstiziosa Feklùscia crede essere il demonio.

[10] I  tartari che abitano la  Russia sono per lo più di origine musulmana.

[11] Città al confine con la Cina.

[12] « Babbino »: forma comune familiare, parallela all'altra, màtus'ka.

[13]    In tutto questo monologo, e in tutte le scene successive, Katerina parla lentamente, ripetendo le stesse parole, come assorta e fuori di sé. (N. d. A.).

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