MANY
Commedia in tre atti
di ALFRED ADAM
Versione italiana di Giulio Pacuvio
PERSONAGGI
CLARA
LA SIGNORA CAUCHART
LESURPIED
ENRICO
ZITA
EMANUELE
LAMBERJETON
IL DOTTORE
CARMEN
LA SIGNORA RUSSA
L'azione si svolge in un'epoca non troppo lontana ma che sembra invece lontanissima, quando cio centoquarantamila franchi erano una somma enorme e settecentomila sembravano una cifra astronomica, quando i telefoni non erano ancora automatici e le signore giocavano a mah-jong.
ATTO PRIMO
Una stanza salotto e studio al primo piano della casa abitata da Emanuele e da sua moglie. Arredamento borghese: divano, tavolo con telefono, seggiole e poltrone. Una porta d sulle scale, una seconda conduce alle camere e una terza d su una veranda di servizio. Una finestra.
(All'alzarsi del sipario Clara sola in scena e spia dalla finestra. Entra la signora Cauehart).
Clara - Mammy!
Signora Cauchart - Povera cocca mia.
Clara - Sono cos infelice.
Signora Cauchart - Glielo far vedere io, sta' tranquilla. Tuo padre andato alla banca.
Clara - Togliti la pelliccia, mammy. Qui molto riscaldato. (Tocca la pelliccia della signora Cauchart) Che bella pelliccia. E' nuova? ,
Signora Cauchart - S, l'ho presa a Parigi. Ho approfittato del viaggio. Te ne regaler una eguale, povera piccola.
Clara - Cara la mia mammina. Tu sapessi, ho un male... qui. (E si tocca lo stomaco).
Signora Cauchart - Che farabutto. Non c'?
Clara - No. Ho guardato da dietro le persiane, quando uscito. S' avviato in direzione della banca, ma quando ho telefonato, questo pomeriggio, stavano ancora aspettandolo.
Signora Cauchart - Vagabondo.
Clara - Figurati in che stato sono. Guarda, l'avevo giurato. Quando torna a casa mi deve spiegare. Ho chiamato il suo ufficio e ho pregato un suo collega, il signor Lesurpied, di passare di qui prima di andare a casa.
Signora Cauchart - Quel vecchio?
Clara - S, sta qui vicino. Davanti a un testimonio, Emanuele, non poteva continuare a mentire e a dirmi che era stato in ufficio.
Signora Cauchart - E allora?
Clara - Alle sei e mezzo Lesurpied venuto. L'ho messo al corrente della situazione. Ha accettato di farmi il favore che gli chiedevo e ci siamo messi a chiacchierare, aspettando che mio marito tornasse. Suonano le sette, le sette e un quarto, le sette e mezzo... Di Emanuele nemmeno l'ombra. Dopo un po' noto che Lesurpied piuttosto agitato, gli chiedo perch, e tutto imbarazzato mi confessa che gli sto facendo perdere la sua quotidiana partita a scopone.
Signora Cauchart - Poveretto.
Clara - Gli faccio mille scuse e cerco il mezzo di trattenerlo ancora. A scopone io non so giocare, gli ho proposto il mah-jong. Vedo che si interessa a questo gioco che non conosceva: glielo spiego, gli faccio vedere le principali combinazioni e dopo un quarto d'ora cominciamo una serie di partite accanite; abbiamo finito per mettere anche una piccola posta.
Signora Cauchart - Bella serata.
Clara - Alle nove Lesurpied perdeva centocinquanta franchi. Ed ecco che suona il telefono: una voce sconosciuta mi avverte che mio marito trattenuto da un gran lavoro che lo obbliga a fare dello straordinario. E di non aspettarlo.
Signora Cauchart - Mascalzone.
Clara - Lesurpied non vuole trattenersi a cena, preferisce andare a casa dove aveva da fare non so che cosa. Ma mi dice che, se voglio, torna dopo cena.
Signora Cauchart - E' stato proprio carino.
Clara - Sperava di rifarsi dei suoi centocinquanta franchi. E infatti alle dieci ritorna, tutto agitato. A trecento metri da qui, in un caffeuccio, aveva visto Emanuele a un tavolino con una donna.
Signora Cauchart - Rossa.
Clara - Non so. Perch, rossa?
Signora Cauchart - Oh, niente. Continua. Sei andata l?
Clara - Di corsa. Ma erano gi scomparsi.
Signora Cauchart - Oh.
Clara - Siamo entrati nel caff, Lesurpied ed io. Abbiamo cercato di far cantare il cameriere. Tutto inutile. Ci siamo piazzati a un tavolino nella speranza di vedere tornare Emanuele. Naturalmente il mah-jong non ce l'avevamo. Ho dovuto imparare a giocare a briscola.
Signora Cauchart - Poveretta. A che ora sei tornata?
Clara - Quando hanno chiuso.
Signora Cauchart - Sola?
Clara - Lesurpied mi ha accompagnata fin sul portone.
Signora Cauchart - Che brav'uomo.
Clara - Aveva certi nervi. Figurati, aveva perso altri cento franchi.
Signora Cauchart - Ma guarda. Per potevi anche farlo vincere.
Clara - Mi sono messa a letto ma non potevo dormire. Un'ora dopo Emanuele tornato. Io ho cercato di arrivare ad una spiegazione. Mi ero preparata cos bene tutta la scena. Ma ero stanca morta. Emanuele non parlava. Insomma ho solo potuto sentirmi ripetere per tre volte la stessa frase: Tutto quello che ti posso dire che non ho perso il mio tempo .
Signora Cauchart - Non hai insistito?
Clara - Non ne potevo pi, sono svenuta.
Signora Cauchart - Povera cocca mia. E lui allora che ha fatto?
Clara - Come se non esistessi. Andava su e gi per casa, ha persino cercato alla radio un concerto sinfonico. Allora, sono rinvenuta.
Signora Cauchart - Ah, fai subito su la tua roba. Subito.
Clara - Come?
Signora Cauchart - Vieni via con me. Non ti lascer nemmeno un minuto ancora nella casa di un simile miserabile.
Clara - Ma la casa anche mia, mamma. E ora che ci siete voi, tu e pap, venga pure quel miserabile, come dici tu.
Signora Cauchart - Lo prendo a schiaffi.
Clara - Oh, beh... se vuoi.
Signora Cauchart - Ha osato passare la notte qui?
Clara - Gi. Ha dormito in questa stanza. Io, puoi pensare, m'ero chiusa a chiave. Stamattina si lavato in cucina, gli ho passato un colletto pulito sotto la porta di camera e se ne andato, come al solito, alle nove.
Signora Cauchart - Dove andato?
Clara - All'ufficio, no di certo. E' tutto quello v'che so.
Signora Cauchart - Miserabile. Divorzienti.
Clara - Io.
Signora Cauchart - Ah, se tu mi avessi dato ascolto. Ma perch hai sposato quel tipo?
Clara - Mamm, ho proprio dato ascolto a te: me lo hai proposto tu.
Signora Cauchart - Te l'ho proposto... te l'ho proposto perch era remissivo, ispirava fiducia. A ' me, come genero, andava. Ma io, alla tua et, per marito non lo avrei voluto. Ecco, non mi sarei proprio fidata di quella sua aria rassegnata.
Clara - Dovevi avvertirmi prima.
Signora Cauchart - E quando tu avevi accettato di unire la tua vita alla sua, non dovevo forse far tacere i miei scrupoli?
Clara - Forse, ma...
Signora Cauchart - To', poco fa mi scappata una domanda. Ti ho chiesto se ieri sera tuo marito era con una donna rossa. Bene, devi sapere che l'ho incontrato, non pi di tre mesi fa, con una ragazza dalla zazzera come una carota. Era forse la compagnia adatta ad un uomo come lui? No di certo. Eppure non ti ho detto niente. Credevo che tu fossi felice. Ma ora so a che punto siete. Eh, no, troppo comodo mettersi al riparo di una famiglia rispettabile come la nostra, per poi far tranquillamente i propri comodi.
Clara - Zitta. C' qualcuno.
Signora Cauchart - Chi? lui? (Bussano).
Clara - Avanti! (La porta si apre) Oh, signor Lesurpied.
Lesurpied - Buona sera, signora. (Vede la signora Cauchart) Oh, ha gente...
Clara - Prego, entri. Conosce mia madre?
Lesurpied - Signora. Felicissimo.
Signora Cauchart - Sono felice io, signore, di poterla ringraziare. Lei si condotto con mia figlia come un vero gentiluomo. E' una grande consolazione per una mamma in lacrime per i guai che lei sa.
Lesurpied - Gi, comprendo.
Clara - Si sieda, signor Lesurpied.
Signora Cauchart - Guardi un po' che mascalzone.
Lesurpied - Gi, gi...
Clara - L'ha visto?
Lesurpied - Chi?
Clara - Ma Emanuele, mio marito.
Lesurpied - Ah, s... no. Non l'ho visto.
Signora Cauchart - (invitandolo a sedere) La prego. Sono dunque quarantotto ore che non ha messo piede in ufficio.
Lesurpied - Gi.
Signora Cauchart - Ma si pu immaginare una cosa simile? Due giorni. Due giorni d'assenza.
Lesurpied - Oh, c' chi ne fa di pi.
Signora Cauchart - Ah, si?
Lesurpied - Guardi Dachottin.
Signora Cauchart - Dachottin?
Lesurpied - Il vice-cassiere. E' tre mesi che non Io si vede.
Signora Cauchart - No? Il vice-cassiere? e che fa?
Lesurpied - Una flebite.
Signora Cauchart - Ah, beh...
Clara - Magari, Emanuele avesse una flebite; ma non l'ha la flebite.
Lesurpied - La settimana scorsa ha zoppicato per due giorni.
Clara - Apprezzo il suo tatto, signor Lesurpied, e gli sforzi che lei fa per scusare un suo collega. Ma inutile. Mio marito sta benissimo.
Signora Cauchart - E' solo il vizio.
Lesurpied - Gi, le demon du midi!
Signora Cauchart - A trentacinque anni!
Lesurpied - Tante volte arriva prima. Guardi, una volta sotto le armi, un caporale della mia compagnia, un bravo ragazzo, che aveva studiato, una sera durante una tappa non si mette in testa di sedurre la moglie del fornaio presso il quale eravamo alloggiati? E quando dico sedurre la prego di credere che le forme nelle quali aveva deciso di realizzare il suo progetto erano ridotte al minimo indispensabile. Giudichi lei: salta addosso al fornaio, lo imbavaglia, lo lega, lo mette di peso sulla madia e lo getta nella pasta. Comprensibilmente quello strilla, arriva la moglie, e lui la butta sui sacchi di farina, che all'urto scoppiano. Tutto ricoperto della polvere bianca che riempie tutto il negozio, il bravo graduato si lancia sulla preda strillando: Sono un cosacco, sono un cosacco, e tu sei nella neve! . Eh, che ne dice?
Signora Cauchart - Io? Oh gi. Certo.
Lesurpied - E ci passano tutti. Lo dice anche una vecchia canzonetta del mio paese. Presto o tardi salta fuori l'orco.
Signora Cauchart - Ma c' chi lotta, signore, chi resiste al demonio.
Lesurpied - Certo, certo.
Clara - Io sono convinta, signor Lesurpied, che la sua vita, ad esempio, non mai stata sconvolta da certe pazzie.
Lesurpied - Oh, no. Ma io ho preso delle precauzioni.
Signor Cauchart - Ah, si?
Lesurpied - Eh, ne ho trangugiate.
Signora Cauchart - Trangugiate?
Lesurpied - Pillole, si, signora. Tre al mattino, trenta a mezzogiorno e il resto del flacone alla sera, se sento che sta per venire la crisi. Ne prendo ancora... a dosi minori. Ora faccio la cura di mantenimento, ma la faccio seriamente. Non mangio mai fuori di casa se non ho la mia medicina. La salute prima di tutto.
Signora Cauchart - Gi.
Lesurpied - Ma chiedo scusa. Io chiacchiero, chiacchiero... e forse la disturbo. (Rivolgendosi a Clara) Per il momento lei non ha bisogno di me?
Clara - Sono commossa per la sua visita, signor Lesurpied. La ringrazio.
Lesurpied - Ripasser in serata. Se sola e vuole distrarsi un po', faremo una partitina...
Clara - Va bene, signor Lesurpied. Ritorni.
Lesurpied - (alla signora Chauchart) Signora.
Signora Cauchart - Arrivederci. E grazie ancora.
Lesurpied - Di niente, signora, di niente.
Clara - L'accompagno.
Lesurpied - Non si muova. La prego.
Clara - (andando alla porta) L'accompagner la ragazza. Zita.
Lesurpied - Non disturbi nessuno. A pi tardi. (Esce).
Clara - (dalla porta) Zita. Zita. Te lo dico io, sorda.
Signora Cauchart - Ma chi chiami?
Clara - Zita: una nuova servetta che ho da tre giorni.
Signora Cauchart - Non ho mai inteso questo nome; c' sul calendario?
Clara - C' mamma, c': stata la prima cosa di cui mi sono assicurata.
Signora Cauchart - E c' una santa Zita?
Clara - Ma s, mamm, in aprile.
Signora Cauchart - Per, non fidarti. Io non mi fiderei di una che si chiama cos.
Clara - La vedrai. Non poi male. Un po' stordita, forse. Esce dal collegio di S. Agata. E' un'orfana.
Signora Cauchart - Gi orfana dopo tre giorni che l'hai? (S'apre la porta. Entra Cauchart).
Clara - Pappy! (Si getta tra le sue braccia).
Cauchart - Bimba mia!
Signora Cauchart - Hai visto il direttore?
Cauchart - S.
Clara - Ti ha parlato di Emanuele?
Cauchart - Figlia mia, tu non hai pi marito,
Clara - Che?
Signora Cauchart - Che dici?
Clara - Dimmi che non vero, pappy!
Cauchart - Lasciami parlare. Purtroppo, no, non sei vedova. Ma tuo marito s' radiato con le stesse sue mani dalle liste della societ.
Signora Cauchart - Ma che stai raccontando? Spiegati.
Cauchart - Dalla sua cassa mancano centoquarantamila franchi.
Clara - No? Ah! (E casca a sedere su una seggiola).
Signora Cauchart - Siamo a posto.
Cauchart - Per un riguardo a noi, il direttore ha voluto vedermi prima di fare qualcosa.
Signora Cauchart - Che vuol farei1
Cauchart - La considerazione che ha per me mi ha permesso d'ottenere un po' di respiro: aspetter fino a domani mattina. Ma di pi non c' da sperare. Se domani mattina non tutto messo a posto, insomma, se non si restituisce i denari, la faccenda avr il suo corso.
Clara - (in lacrime) Oh, pap. Siamo disonorati.
Cauchart - Non ancora. Glieli far sputare, a quel farabutto. Deve restituire i soldi, tutti.
Signora Cauchart - Centoquarantamila franchi! Una bella somma.
Clara - (scoppia in lacrime) E la settimana scorsa mi ha rifiutato una pelliccia.
Signora Cauchart - Calma, piccola mia. Non pensare pi a tutte le miserie che ti ha fatto passare. Gliela faremo pagare, sta' tranquilla.
Cauchart - Pagare! Come pagare? Ah, il mio bel giovanotto. Avevi bisogno di qualche spicciolo, eh"? Vedrai che te li d io.
Clara - Le pellicce le comprava certo a quella ragazza.
Cauchart - Ragazza? che ragazza?
Signora Cauchart - Ieri sera l'hanno visto insieme a una ragazza.
Cauchart - Una rossa.
Clara - Perch rossa?
Cauchart - Presumo. Perch qualche tempo fa ho incontrato una carrozza nella quale tuo marito e una donna da una abbondante chioma fulva sembravano tutti e due seduti nello stesso posto.
Clara - (scoppiando di nuovo in singhiozzi) Ah!
Signora Cauchart - E tu non hai detto niente?
Cauchart - A che pr? L'avreste difeso, avreste detto ancora una volta che io non ci vedo bene. A sentir voi, lo accusavo sempre a torto.
Signora Cauchart - Per, quando si hanno le prove...
Cauchart - Eh, se si fosse dato un po' pi d'ascolto a me, oggi non saremmo alle soglie del disonore. Prima di tutto questo matrimonio non si sarebbe fatto.
Signora Cauchart - Oh, guarda... se sei tu che hai portato in casa quel giovanotto.
Cauchart - L'ho portato come mio segretario, io, non come marito!
Signora Cauchart - Nemmeno io.
Cauchart - Dicevi sempre che un altro uomo cos buono non lo si trovava.
Signora Cauchart - Perch tu non avevi pi speranza di sposare tua figlia.
Clara - Vi prego... sono gi abbastanza infelice!
Signora Cauchart - Oh, s, perdonaci, cara. (L'abbraccia) Oh, Dio mio!
Cauchart - Che c'?
Signora Cauchart - Ma abbiamo Lamberjeton a cena, stasera!
Cauchart - L'ho incontrato mentre andavo alla banca. L'ho pregato di raggiungerci qui.
Clara - Qui?
Cauchart - Non sapevo ancora che questa casa fosse disonorata. (Clara scoppia di nuovo in singhiozzi). Ecco qua. Tutta una vita dedicata al lavoro onesto. Prima dietro ai cannoni, poi davanti alle casseforti: tre citazioni al merito, due medaglie, una croce da cavaliere. Tutto per arrivare a questo punto. Avere come genero un volgare delinquente.
Signora Cauchart - Che cosa pensi di fare?
Cauchart - Aspettarlo e metterlo a .posto.
Clara - E se non viene?
Cauchart - L'aspetter tutta la notte. E se domani mattina, alle prime luci dell'alba, non ancora tornato, andr io stesso a denunciarlo. In fin dei conti... il nome suo! (Bussano) Zitti! Avanti! (La porta s'apre. Appare Enrico).
Enrico - (mentre apre la porta) Salve, Creso! (Scopre la famiglia Cauchart) Oh, scusatemi. Emanuele non c'?
Clara - No.
Enrico - Mi dispiace di avervi disturbato. Sono salito, perch di solito, a quest'ora, Emanuele sempre in casa.
Clara - Di solito, s.
Cauchart - (a Clara) Chi questo signore?
Clara - Un amico di Emanuele.
Enrico - Oh, un amico... un buon compagno.
Cauchart - Ah, ah!
Clara - E' molto tempo che non vede Emanuele?
Enrico - Oh, s. Tre giorni.
Clara - Tre giorni.
Enrico - Gi.
Clara - E ha da dirgli qualche cosa?
Enrico - B, come chi dicesse... Gli portavo una buona notizia.
Clara - Ah! Forse gliela possiamo dire noi.
Enrico - Preferirei dirgliela io.
Clara - Come vuole.
Enrico - Crede che tarder molto?
Clara - Una domanda a cui mi difficile rispondere.
Enrico - Ah s? Quell'accidente di Emanuele! E dov'?
Clara - Ma!
Enrico - Magari a correre dietro alle sue fantasticherie.
Cauchart - Gi, di quelle con le chiome fulve.
Enrico - Chiome?
Cauchart - Non faccia l'ingenuo. Sa bene cosa voglio dire.
Enrico - Proprio per niente.
Cauchart - No? Eppure, proprio ora, entrando, lei ha chiamato Creso il suo compagnone, Emanuele.
Enrico - Gi.
Cauchart - E perch?
Enrico - Cos, per scherzare. Se dovessi darle una spiegazione di tutti i nomignoli che ci diamo! C' stato un momento che mi chiamava reginetta di virt. E le assicuro che non era molto appropriato.
Cauchart - Gi, ma Creso era ricco? Aveva molti soldi, forse centoquarantamila franchi, no?
Enrico - Centoquarantamila franchi?
Clara - Gi. Adesso capisce?
Enrico - No. E mi dispiace che me ne andr senza aver capito. Perch, se non ha niente in contrario, non aspetto Emanuele.
Clara - E la notizia importante che doveva dargli?
Enrico - Volevo pregarla di dargliela lei. Gli dica che il vecchio monaco russo, riuscendo a liberarsi dalla stretta della piccola ebrea, finalmente ha osato farsi vedere e che molto pi ricco di quanto non si credesse.
Clara - Cosa?
Cauchart - Ah, questo troppo!
Clara - Pap!
Enrico - (a Clara) Glielo scrivo. (Cava di tasca un pezzo di carta e una matita) Il vecchio monaco russo...
Cauchart - Ci piglia in giro!
Signora Cauchart - Sta' calmo, ti prego.
Enrico - Ecco.
Clara - Capir?
Enrico - Oh, s. Vedr come sar contento. Le dar un bacio.
Clara - Questo non credo.
Enrico - Vedr. Ancora tante scuse. (E se ne va).
Cauchart - E' troppo.
Clara - Che vorr dire questo messaggio? Cauchart (a sua moglie) Perch mi hai trattenuto? Bisognava farlo parlare. Lo facevo cantare io. Quello venuto a prenderci in giro.
Clara - Ma no.
Cauchart - No?
Clara - Enrico un bravo ragazzo.
Cauchart - Bene! Difendilo anche.
Clara - Non lo difendo. Dico solo che certe cose non capace di farle. Lo conosco.
Cauchart - Gi. E se fosse venuto mandato da tuo marito? Eh? Per vedere che aria tirava? Dammi quel foglio. Ma non ha senso... Un monaco russo... vediamo... un monaco celebre...
Signora Cauchart - Di quante lettere?
Cauchart - E chi lo sa?
Signora Cauchart - Cromwell!
Cauchart - Brava! Proprio quello, un monaco.
Signora Cauchart - Non so... Spinoza!
Cauchart - Sta' zitta, fammi il favore.
Signora Cauchart - Ci perdo la testa con tutte queste storie.
Cauchart - Bisogna corrergli dietro. (Balza verso la porta).
Signora Cauchart - Dove vai?
Cauchart - A pescare quel farabutto.
Signora Cauchart - Ma perch?
Cauchart - Perch? Perch voglio capire che cosa c' scritto qui. Perch siamo sulla buona strada. E se tuo marito non si vede, non voglio che mi scappi anche il suo complice. (Esce).
Clara - Pap sta prendendo un granchio.
Signora Cauchart - Quell'Enrico per non mi convince mica. Lo conoscete da tanto?
Clara - E' un amico d'infanzia di Emanuele. Veniva spesso per casa. Da un po' di tempo lo si vedeva meno.
Signora Cauchart - E che fa?'
Clara - Precisamente non lo so.
Signora Cauchart - Senza mestiere. Bella raccomandazione.
Clara - Zitta... sta' a sentire. (Pausa. Restano tutte e due in ascolto) Hai sentito?
Signora Cauchart - No. Che?
Clara - Eppure non ho mica sognato. (Va fino alla porta della veranda, resta un momento in ascolto, poi l'apre di colpo) Che fai l? (E fa entrare in scena la donna di servizio, Zita, imbacuccata in un vestito e con un cappello che non sono evidentemente i suoi).
Zita - Soffoco, signora.
Clara - Soffochi? Ma guarda. E che facevi sulla veranda?
Zita - C'ero quando la signora tornata a casa. Non volevo uscire per non disturbarla.
Clara - E stavi a sentire?
Zita - Oh, no, signora.
Clara - E perch allora non sei uscita dalla porta che d sul corridoio?
Zita - Era chiusa a chiave dall'altra parte.
Clara - E quella roba me la volevi rubare?
Zita - Oh no, signora. Se avessi voluto rubare avrei preso di meglio.
Clara - Di meglio? Ma per te questo persino di troppo.
Zita - Oh, s, troppo grande.
Clara - E taci almeno. Cos che invece di lavorare vai a frugare nel mio guardaroba?
Zita - Il mio lavoro l'ho finito.
Signora Cauchart - Non si finisce mai, in una casa, cara ragazza. Specie se ci si entra per guadagnarsi il pane onestamente. (Zita comincia a piangere).
Clara - Non cominciare a frignare. E dimmi un po', che facevi con quel vestito indosso? Mi hai capito?
Zita - Giocavo alle signore.
Clara - Come?
Zita - S, mi immagino una storia... di essere una signora, una gran signora, che va in visita da un'altra gran signora...
Signora Cauchart - Ma matta!
Zita - E' la mia migliore amica, l'unica amica, le dico tutto, le racconto la mia vita...
Clara - E chi questa incomparabile amica?
Zita - Lei, signora.
Clara - Io?
Zita - S, il suo ritratto, in camera.
Clara - Fammi il piacere di levarti quei vestiti.
Zita - S, signora. (Comincia a togliersi il vestito di Clara).
Clara - E torna in cucina e non muoverti pi finch non avremo fatto i conti. Ti insegno io a rendermi ridicola.
Zita - Oh, signora, ma nella mia storia non lo mica.
Clara - Sta' zitta.
Zita - N ridicola, n cattiva.
Clara - Vattene. (Zita esce piangendo).
Signora Cauchart - Che sfrontata!
Clara - Non mi so capacitare.
Signora Cauchart - Te l'ho detto: non fidarti.
Clara - Che svergognata!
Signora Cauchart - Basta quel nome. Zita! Tutto il tipo di una avventuriera.
Clara - Oh, ma io la faccio filare. (Entra Cauchart).
Cauchart - Eccolo.
Clara - Enrico?
Cauchart - No, Emanuele. Quell'altro non l'ho trovato, ma ho visto tuo marito. Sta venendo qui.
Signora Cauchart - Che aspetto ha?
Cauchart - Tranquillo, serafico. Bighellonava davanti alle vetrine. Quando l'ho visto era fermo davanti a un negozio di articoli da viaggio.
Signora Cauchart - Vedi?
Cauchart - Era l'ora che lo pescassimo.
Clara - (che sta con l'orecchio teso) - Aprono la porta.
Signora Cauchart - (a suo marito) Gli parli, eh?
Cauchart - Certo... oppure, no. Lascio che parli lui. E alla prima bugia, lo strozzo. (Si apre la porta: entra Emanuele)
Emanuele - (ha un leggero moto d sorpresa, che subito reprime) Buonasera. (Nessuno risponde. Lentamente si toglie il soprabito e cappello, li posa su una seggiola, posa la borsa di cuoio che ha in mano e, sotto il triplice fuoco degli sguardi degli altri personaggi, fa qualche passo nella stanza. Prende una seggiola. Un silenzio pesante che nessuno sembra disposto a rompere per primo. Ora Emanuele immobile, seduto sulla seggiola, lo sguardo fisso nel vuoto. E' difficile dire se si sforza di parere sereno e tranquillo, oppure se cerca di fare una faccia d'occasione).
Clara - Pagliaccio! (Emanuele solleva appena lo sguardo verso d lei).
Signora Cauchart - Non hai vergogna? (Stesso sguardo di Emanuele).
Cauchart - E rispondi almeno. Abbi questo coraggio.
Emanuele - (lo squadra nello stesso modo e con un gran gesto di disprezzo) Peuh!
Cauchart - Vigliacco.
Clara - Non credere di cavartela con le tue solite buffonate. Chi c'era con te, ieri sera, a far baldoria? Chi c'era con te, sprofondata in una carrozza, un mese fa? Chi c'era con te, quando ti ha visto la mamma, a dar scandalo in giro? Rispondi.
Cauchart - Dove sono i soldi? Ti hanno scoperto, sai? Ho visto il tuo direttore, ne ritorno adesso. Domattina, forse stasera stessa, ti fa arrestare.
Signora Cauchart - Dovresti aver vergogna.
Clara - Ma me lo dici, sai, come si chiama. Me lo dici come si chiama quella rossa.
Cauchart - E i centoquarantamila franchi devi renderli. (Emanuele lo guarda) Non divertente, eh, essere preso con le mani nel sacco?
Clara - Tradirmi con una rossa.
Signora Chauchart - E mica si vergogna.
Cauchart - (precipitandoglisi contro) Ti insegner io a comportarti da persona per bene, vagabondo.
Clara - (trattenendolo) Pap! (Alla minaccia Emanuele s alzato e ha parato il colpo con il braccio sinistro) Hai il coraggio di picchiare mio padre?
Cauchart - All'ergastolo, andrai all'ergastolo: il minimo della pena per te.
Signora Cauchart - Bruto!
Clara - Vizioso.
Cauchart - Truffatore.
Clara - Maniaco.
Cauchart - Fa' pure il furbo adesso. Ma sarai obbligato a parlare quando sarai davanti al commissario. Allora confesserai, canaglia. E ti converr dirlo subito dove hai messo i soldi. Eh? Dove? dove?
Signora Cauchart - Perch ci hai fatto questo? A noi che ti abbiamo dato nostra figlia? Una ragazza allevata come si deve ai sentimenti dell'onore. Per farci morire di vergogna, noi che ti abbiamo trattato come un figlio! Perch? perch?
Clara - Sapr come si chiama, mi capisci? Oh se lo sapr. E dimmi chi la tua ganza. Una ragazza di strada? Avete fatto bisboccia per due giorni insieme, eh? chi ? (Emanuele, in piedi, ha affrontato con stoicismo il triplice attacco: Ora s'aggrappa alla spalliera della seggiola; sembra che faccia uno sforzo per restare diritto. Poi, tra gli sguardi smarriti degli altri, porta le mani al petto, poi alle tempie. Vacilla e, senza che nessuno abbia potuto fare il minimo gesto per soccorrerlo, crolla nel mezzo 'della stanza. Clara dopo un momento di stupore) Many!
Signora Cauchart - Dio mio!
Clara - Pap! Che hai fatto? Lo hai ucciso.
Signora Cauchart - Il colletto! Slacciategli subito il colletto.
Clara - (esegue) Many! Many caro! Mi senti? Sono la tua Claretta, Emanuele!
Signora Cauchart - Ma ha gli occhi spalancati!
Cauchart - (gli s'avvicina) Respira normalmente, per.
Clara - Ma non possiamo mica lasciarlo cos. Che si pu fare?
Signora Cauchart - Chiamiamo un dottore.
Clara - Telefona subito.
Cauchart - No. Non chiamiamo uno qualunque; bisognerebbe dare delle spiegazioni. Cerchiamo di non imbrogliare le cose. Vado a cercare Benoit.
Signora Cauchart - Benoit! Ma non esercita pi!
Cauchart - Per me esercita sempre.
Clara - Fa' presto, pap, ti supplico.
Cauchart - S, ma non impressionarti, piccola. Probabilmente un semplice svenimento.
Signora Cauchart - Prima di andartene aiutaci. Non possiamo lasciarlo per terra.
Cauchart - Gi. (Prende Emanuele sotto le ascelle, mentre la signora Cauchart e Clara si impadroniscono ciascuna di una gamba).
Signora Cauchart - Mettiamolo sul divano.
Cauchart - No. Su una poltrona. In questi casi tener sempre la testa in alto.
Signora Cauchart - Starebbe meglio steso.
Clara - Credo che abbia ragione pap. Per la circolazione. (Mettono Emanuele su una poltrona).
Signora Cauchart - Certo, cos fa meno impressione.
Cauchart - Ecco fatto. (Osserva un po' Emanuele) Non ha mica un brutto occhio.
Clara - Ti pare?
Cauchart - Vado a cercare Benoit. Sono sicuro che dir che non niente. (Esce).
Clara - Che disgrazia!
Signora Cauchart - Sta' tranquilla, cara. Non sar niente. L'hai detto tu stessa: fa un gran caldo qui dentro.
Clara - Oh, la temperatura non c'entra, mammy!
Signora Cauchart - E chi sa? (Pausa) Vedi, tranquillo.
Clara - Gi.
Signora Cauchart - Non devi preparare niente prima che arrivi il dottore?
Clara - Non so... Oh Dio mio, se bisogna metterlo a letto, la camera non ancora pronta. Da stamattina non so pi in che mondo vivo, non abbiamo fatto nemmeno pulizia.
Signora Cauchart - Vengo ad aiutarti.
Clara - (va verso la porta d camera sua, ma si volta verso la poltrona dov' Emanuele) Non possiamo mica lasciarlo solo. E se in coma?
Signora Cauchart - Meglio: lo ritroveremo cadavere.
Clara - Va' a cercare Zita, che ci venga ad aiutare. E dille di mettere il chiavistello alla porta d'ingresso, in modo che non entri nessuno senza suonare.
Signora Cauchart - Arrangiamo subito tutto. Non preoccuparti. (Clara entra in camera, la signora Cauchart esce dalla porta che d sulla scala. Comincia a chiamare Zita: si sente la sua voce che si allontana. Appena restato solo Emanuele d una rapida occhiata intorno, poi si precipita al telefono). Emanuele - (al telefono) Pronto! Mi dia il 27. Le Goland? Pronto. Scusi, ma non posso parlare pi forte: domando se il caff Goland? S? C' il signor Enrico? Al bar? Bene. No, no, gli dica che il suo amico Emanuele lo prega di venir subito a casa sua, che non si meravigli di niente e che cerchi di rimanere solo un momento con lui. Ha capito? Ripeta, per favore. S, grazie. (Posa il microfono ed in fretta riprende la sua posa di svenuto. Dalla scala si sentono gi giungere le voci della signora Cauchart e di Lesurpied. Entrano).
Signora Cauchart - Mia figlia in camera sua. Non so pi cosa dirle. Cerco di rassicurarla, ma ho paura che sia una cosa piuttosto grave. Lei che ne pensa?
Lesurpied - Accidenti!
Signora Cauchart - E' uno spettacolo impressionante, non le pare?
Lesurpied - Oh!
Signora Cauchart - A lei non fa impressione?
Lesurpied - L'ho visto tante volte in quella posizione in ufficio.
Signora Cauchart - Ah!
Lesurpied - Davvero, se non si sapesse quello che gli successo, si potrebbe dire che sta lavorando.
Signora Cauchart - Magari! Preferirei. Povero Emanuele!
Lesurpied - E lo lasciate qui, su questa poltrona?
Signora Cauchart - Mio marito dice che la migliore posizione.
Lesurpied - Dannosissima.
Signora Cauchart - Lo dicevo io.
Lesurpied - Bisogna metterlo steso, al pi presto.
Signora Cauchart - Tu, ragazza - (a Zita che sta entrando) aiutaci.
Zita - A far che cosa?
Signora Cauchart - Prendilo per una gamba.
Lesurpied - Forza.
Zita - Che successo? E' ubbriaco?
Signora Cauchart - Sta' zitta. Fammi il piacere. (Lesurpied, la signora Cauchart e Zita trasportano Emanuele sul divano).
Lesurpied - Ecco fatto. Star pi tranquillo. Intanto non rischia di cadere.
Clara - (entrando) Oh, signor Lesurpied! La mamma le ha detto?
Lesurpied - S, signora.
Clara - (vedendo la poltrona vuota) Dov' Emanuele? Ah, l'avete steso?
Signora Cauchart - Il signor Lesurpied dice come pensavo io: a sedere una posizione pericolosissima.
Clara - Eppure...
Lesurpied - Creda a me, signora. Ho fatto due guerre e ne ho viste tante. Guardi, ricordo proprio un poveretto che era vicino a me, seduto. Ebbene non era seduto: morto. Vede?
Clara - Gi. (A Zita) Finisci di preparare la camera.
Zita - S, signora. (Esce mentre suonano alla porta).
Signora Cauchart - (a Clara) Non disturbarti, cara; vado io.
Lesurpied - Posso esserle utile in qualcosa? Niente mah-jong stasera?
Clara - Oh, no. Con il mio povero Many in quello stato.
Lesurpied - Chiaro, chiaro. Bene, signora, le chiedo scusa. Torner a prendere notizie.
Clara - Arrivederci, signor Lesurpied. Grazie della sua visita.
Lesurpied - Si figuri, si figuri. (Sta per uscire, ma si scontra sulla soglia con un personaggio imponente, davanti al quale si fa piccolo piccolo. Lamberjeton entra seguito dalla signora Cauchart).
Signora Cauchart - Signor Lamberjeton, lei conosce mia figlia?
Lamberjeton - (inchinandosi a Clara) Signora! E' un bel po' di tempo che non ho avuto il piacere di incontrarla, ma ero ben lontano dal pensare che l'occasione mi si sarebbe presentata in un momento cos penoso per lei.
Clara - Grazie, signore. La ringrazio delle sue buone parole. Mammy! (Ha evidentemente bisogno di essere sostenuta. La signora Cauchart e Lamberjeton si precipitano).
Signora Cauchart - Cara!
Lamberjeton - Povera signora!
Clara - E' tremendo, vero, signore?
Lamberjeton - Tremendo. Dove?
Clara - L.
Lamberjeton - Oh, Dio mio. Io conoscevo poco suo marito, ma vedere un uomo, chiunque sia, che lotta in questo modo con l'angelo nero, fa impressione, ecco. E lo lasciate disteso?
Clara - Io non volevo...
Lamberjeton - Non molto prudente. Comunque... (Pausa) Rantola?
Signora Cauchart - Non ancora. (Suonano di nuovo alla porta).
Clara - (alla signora Cauchart) Vuoi vedere chi , mammy? Ci aiuter Zita. (La signora Cauchart esce dalla porta che d sulla scala mentre Clara va a quella della camera) Zita.
Zita - Signora?
Clara - Vieni qui. Dobbiamo trasportare il signore.
Zita - Di nuovo?
Lamberjeton - (dandosi da fare) Prendetelo per le gambe. Aspettate. Ora, tutti insieme. Oh, hop! Dove lo mettiamo?
Clara - In questa poltrona. Ci sta meglio. (Rimettono Emanuele nella poltrona).
Lamberjeton - Ecco fatto.
Clara - (a Zita) Benissimo. Torna pure in camera.
Zita - La camera pronta, signora.
Clara - Benissimo, allora va' in cucina. (Zita esce) Sono proprio spiacente, signore, di quanto l'ho obbligata a fare.
Lamberjeton - Cara signora, sono lieto di dimostrarle la mia devozione. (Entrano la signora Cauchart ed Enrico).
Signora Cauchart - Ho avuto voglia di spiegare a questo signore il momento che stiamo passando, non c' stato verso: ha voluto salire a tutti i costi.
Enrico - Mi si dice che Emanuele malato!
Signora Cauchart - Ora se ne sar convinto.
Enrico - Ma che ha?
Clara - Chiss. Aspettiamo il dottore.
Enrico - Da molto cos?
Clara - Un bel po'.
Enrico - Come, un bel po'? Due minuti o un quarto d'ora?
Clara - Oh, almeno un quarto d'ora. E' ritornato appena era uscito lei e quasi subito piombato cos.
Enrico - Ah, bene.
Clara - Sembra che questo lo tranquillizzi.
Enrico - Eh, gi.
Clara - Perch?
Enrico - Perch? Ma perch se questo colpo... Insomma questo malore, questa malattia, questo che cos', non peggiorato in un quarto d'ora, d da sperare..
Lamberjeton - Io non voglio disturbare ancora. Mi permetter di telefonare pi tardi per avere notizie.
Signora Cauchart - Aspetti mio marito, la prego. Torner subito con il dottore. Se sa che lei se ne andato, gli dispiace.
Clara - Mammy, fa' compagnia al signor Lamberjeton. Scusate, signore, noi approfittiamo proprio di lei.
Lamberjeton - Signora. Come pu dire una cosa simile?
Clara - Vada di l con la mamma, la prego. Starete pi comodi.
Lamberjeton - Ma, e lei?
Clara - Aspetter qui il medico. Oh... (Scoppia di nuovo in singhiozzi, minaccia di svenire. Lamberjeton e la signora Cauchart la sorreggono).
Lamberjeton - Povera signora!
Signora Cauchart - Claretta!
Lamberjeton - Bisognerebbe farle prendere qualcosa... farla riposare un po'...
Signora Cauchart - Signor Lamberjeton, vuole essere cos gentile di aiutarla a scendere e occuparsi un po' di lei?
Enrico - Oh, signora, vorrei proprio che aveste fiducia in me. Vi chiederei il favore di restare io vicino al povero Emanuele, ad aspettare il medico.
Signora Cauchart - Ma...
Enrico - Lei potrebbe prodigare le sue pi tenere cure alla signora sua figlia, che ne ha cos bisogno, e a me sembrerebbe di prendere un po' parte alla sciagura che vi ha colpito.
Signora Cauchart - Veramente...
Enrico - Vede, signora? Ci sono momenti nella vita in cui uno vorrebbe credersi parte della famiglia della persona cui affezionata, e ci si augura di condividere la sorte di coloro che abbiamo eletto nel profondo del cuore. (Clara, la signora Cauchart e Lamberjeton si guardano, affascinati da quelle patetiche parole).
Clara - Grazie, caro Enrico.
Signora Cauchart - (a Clara) Credi che...
Clara - Ma s, mammy. Naturale che Enrico desideri restare vicino al suo amico. E' molto gentile da parte sua.
Signora Cauchart - Allora lo lasciamo. Ma mi chiami al minimo allarme. (Clara, la signora Cauchart e Lamberjeton escono).
Enrico - ( andato alla porta da dove sono usciti i tre. Sta un po' in ascolto, poi si rivolge a Emanuele, che non si mosso) Ehi!
Emanuele - Se ne sono andati?
Enrico - Oh, respiro. Credevo che tu non rispondessi.
Emanuele - Va' subito sulla veranda. L. (Indica la porta a Enrico che eseguisce) Chiudi la porta a chiave, quella che d sul corridoio.
Enrico - (torna in scena) E' gi chiusa.
Emanuele - Allora non chiudere completamente quella l. E socchiudi un po' quella della camera, cos si sente se viene qualcuno. E rimettiti qui di fazione, presto. (Indica la porta che d sulle scale) Non alzare troppo la voce. Mia suocera capace d'essere rimasta dietro la porta.
Enrico - Aspetta. (Apre un momento la porta) No, non c' nessuno. Posso parlare?
Emanuele - S.
Enrico - Che succede?
Emanuele - Ho un attacco.
Enrico - Di che cosa?
Emanuele - Non lo so ancora. Dopo la visita del dottore lo sapr.
Enrico - Ma hai male davvero?
Emanuele - Vorresti dubitarne?
Enrico - Ma insomma, mi vuoi spiegare? Perch fai tutto questo?
Emanuele - Vieni a sederti qui vicino. E' pi naturale e non avr bisogno di alzare la voce. (Enrico si siede) Eri venuto qui prima, no?
Enrico - Gi. E mi sembrato di entrare nella gabbia delle tigri.
Emanuele - Ti ricordi cosa ti hanno detto?
Enrico - S. Tuo suocero stato a mala pena cortese.
Emanuele - Ecco. Ti avr parlato di soldi, no?
Enrico - Ah, gi. E' venuto fuori con una storia di centoquarantamila franchi. Non ho capito niente.
Emanuele - Ha detto proprio centoquarantamila?
Enrico - S.
Emanuele - Bene. Il mio direttore e mio suocero mi accusano di aver sottratto questa somma dall'ufficio. E' un errore. Si tratta dell'ammontare d'una cambiale di cui non hanno trovato traccia e che sar coperto domani mattina.
Enrico - Ah, bene. (Risollevato).
Emanuele - Dalla mia cassa mancano settecentomila franchi.
Enrico - Settecentomila?
Emanuele - Gi. Quelli s, li ho presi.
Enrico - Che dici?
Emanuele - E' cos.
Enrico - Per fare che?
Emanuele - Oh.
Enrico - Avevi bisogno di soldi?
Emanuele - No, veramente no.
Enrico - E allora?
Emanuele - Avevo bisogno di credere che ne avevo.
Enrico - E ti occorreva una simile somma?
Emanuele - Questo che importa? E' tutto cos caro oggi. Non c' mica tanto da ballare, sai con settecentomila franchi...
Enrico - Ballare?
Emanuele - Gi. Appena qualche giro di valzer. Ne ho fatto pi che ho potuto.
Enrico - Mi impressioni.
Emanuele - Era un bel po', sai, che mi rodevo dall'invidia davanti alle vetrine che incontravo per la strada. Stavo l delle ore, con il naso appiccicato a divorare con gli occhi tutte quelle meraviglie che una semplice lastra di vetro mi impediva di toccare. Ero cos infelice, che ho dovuto far qualcosa. Ho voluto passare dall'altra parte del cristallo. Mi son messo in tasca il denaro che ci voleva e mi sono detto: avanti!
Enrico - Quando lo hai fatto?
Emanuele - Ieri mattina. Senza perdere un minuto, sono andato nei negozi davanti ai quali avevo passato tanto tempo. Finalmente, caro mio, ho toccato, sono salito sulla macchina che desideravo da mesi, da anni.
Enrico - L'hai comperata?
Emanuele - No.
Enrico - Come?
Emanuele - Non vale mica quello che costa.
Enrico - Ah, per questo...
Emanuele - E' bellissima, nota bene. Ma non rifinita con molta cura...
Enrico - Potevi accorgertene prima.
Emanuele - Eh, no. Mi ci voleva il denaro in tasca. Proprio di quel denaro che avevo preso con ripugnanza, ne avevo bisogno per rendermi esattamente conto del valore delle cose. Io non ero pi un semplice curioso roso dall'invidia, che entrava in quei negozi per illudersi, per darla a intendere. E ti assicuro che tutta la pubblicit che fanno a quella macchina esagerata. L'incaricato della vendita era in gamba: sapeva fare l'articolo, ma io non mi sono lasciato incantare. L'ho rifiutata. Dopo, stato come una rivelazione. Mi sono reso conto tutto d'un tratto del gesto che avevo compiuto: rinunciare ragionando a una cosa che si ha la possibilit di comperare. Allora non ho pi perduto tempo: mi sono precipitato dovunque potessi trovare una cosa che avevo desiderato, e poi, da uomo sicuro di s, come un gran signore che non si lascia suggestionare, ho contrattato, ho esaminato per bene. Da ieri sono riuscito a rinunciare oltre alla macchina, ad una deliziosa piccola casetta ai margini di uno stagno, con riserva di pesca...
Enrico - Me ne avevi parlato.
Emanuele - Gi. Dalla foto che aveva l'agenzia si vedeva quanto era graziosa, ma non le difficolt per arrivarci. Non c' strada.
Enrico - Ah, ecco.
Emanuele - E ho deciso anche di non comprarmi la pelliccia.
Enrico - La pelliccia? E che ne volevi fare di una pelliccia?
Emanuele - E' quello che mi chiedo anch'io da ieri. Eppure mi sembrava di averne proprio bisogno. Insomma, non ti sto a parlare di tante altre bazzecole: ho finito il mio giro davanti al Nautilus.
Enrico - Il Nautilus?
Emanuele - E' il nome di un panfilo. Il modello esposto all'agenzia viaggi, a due passi di qui. L, fermo sul marciapiede, lo ispezionavo regolarmente, dalla stiva alle sovrastrutture, avevo scelto la mia cabina, proprio nel mezzo. Molte sere, di inverno, con i piedi nella neve, davanti all'agenzia, io facevo un salto a bordo e mi offrivo un viaggetto di qualche minuto su un mare liscio come olio, sotto un sole accecante. Era delizioso. Oggi pomeriggio ci sono tornato.
Enrico - E il Nautilus era diventato un trabiccolo qualunque.
Emanuele - Oh, no. Anzi, mi parso ancora pi bello. E come tiene il mare. C'era del vento stasera... quasi una specie di burrasca. Non si muoveva nemmeno. Nella strada la gente camminava lungo il muro per ripararsi. Io invece ero l, con le mani in tasca, e camminavo a gran passi sul ponte di comando, tranquillo e fiero. Tutti gli anni, a questa epoca, l'agenzia organizza una grande crociera. La partenza fissata per domani mattina. C'erano ancora dei posti... non ho saputo resistere... e ho deciso di partire.
Enrico - E che stai facendo qui allora?
Emanuele - Sono venuto a cercare del denaro.
Enrico - Denaro? E per fare che?
Emanuele - Per prendere il biglietto.
Enrico - E i tuoi settecentomila franchi?
Emanuele - Gi. Ti confesso che non ci avevo pensato.
Enrico - Oh, senti!
Emanuele - Che vuoi che ti dica? Di sopra, in soffitta, ho una sacca da viaggio e un salvadanaio. Sono mesi che riempio l'una e l'altro di tutto il necessario per un viaggio. Erano diventati in un certo modo i miei compagni di sventura. E' naturale che l, davanti all'agenzia, mi sia ricordato di loro. Solo che il modo con cui sono stato accolto quando sono arrivato qui mi ha tolto ogni possibilit di andarmene. Ho preso la sola risoluzione che potevo prendere: farmi venire un malore.
Enrico - E ora, che fai?
Emanuele - Bisogna pensarci. Ti ho chiamato per essere aiutato.
Enrico - Ma, dimmi, non hai comprato niente?
Emanuele - Niente.
Enrico - Denaro non ne hai speso?
Emanuele - No. E per fortuna. Se no mi ce ne sarebbe voluto dell'altro.
Enrico - E perch non lo restituisci?
Emanuele - Restituirlo? a chi?
Enrico - Ma a tuo suocero... al direttore... Sarebbe tutto a posto.
Emanuele - E vuoi che vada a dire: Ecco, non ho rubato centoquarantamila franchi, ma ho alterato talmente bene i miei libri che ho potuto prenderne settecentomila e nessuno se ne accorto?
Enrico - Presi! Non li hai proprio presi.
Emanuele - Ma me li sono messi in tasca.
Enrico - Li rimetti nella cassa senza dir niente.
Emanuele - Non posso! O questa storia dei centoquarantamila franchi non che una mossa per farmi confessare il furto, oppure lo scopriranno presto, ora che hanno ficcato il naso nei miei conti.
Enrico - Ma insomma, questo denaro ce lo hai ancora?
Emanuele - S, l, nella mia borsa.
Enrico - Allora non sei ancora un truffatore.
Emanuele - Ma non sono nemmeno pi una persona onesta. (Suona il telefono).
Enrico - Non rispondi?
Emanuele - Eh, no, io non posso.
Enrico - Vuoi che risponda io?
Emanuele - S, ma sii prudente. Pu essere mio suocero. E non dimenticarti che io sono sempre in coma.
Enrico - (prende il microfono) Pronto! Pronto! Ah, no. Non sono Emanuele. (Entra la signora Cauchart).
Signora Cauchart - Che c'?
Enrico - Il telefono.
Signora Cauchart - Dia a me. (Prende il microfono) Pronto! S, s, qui. Ah, no, non pu venire al telefono. No, signora, non sono sua moglie: sono sua suocera. Peggio? come peggio? Pronto? Pronto? (A Enrico) Ha messo gi. Chi era?
Enrico - Non. lo so.
Signora Cauchart - Non le ha parlato?
Enrico - No, stavo rispondendo quando venuta lei.
Signora Cauchart - Strana chiamata.
Enrico - Si sar interrotto. Richiameranno.
Signora Cauchart - (indicando Emanuele) Co me va?
Enrico - Benissimo, benissimo.
Signora Cauchart - Benissimo?
Enrico - S... volevo dire... non ha peggiorato.
Signora Cauchart - (s' avvicinata a Emanuele) Male: certamente in coma. Povero Emanuele, mi fa molta impressione; non posso resistere. (Fa per uscire, ma sulla porta si ferma avendo ricordato) Signor Enrico, chi quel ricco russo che ha lasciato l'ebrea? Sto cercando il nome d'un prete russo e non ci riesco.
Enrico - Rasputin.
Signora Cauchart - Rasputin! Stavo per dirlo, ma non osavo. Si tratta proprio di Rasputin.
Enrico - S, ossia non proprio di lui, che morto. Ma d'un cavallo che si chiama cos.
Signora Cauchart - Un cavallo?
Enrico - Che quest'oggi riuscito a rimontare sulla dirittura la favorita Rebecca e ha vinto la gara con una quotazione formidabile: trenta contro uno.
Signora Cauchart - E lei ci aveva puntato su?
Enrico - S.
Signora Cauchart - Ecco di che cosa si occupa lei, giuoca alle corse. Passa le sue giornate all'ippodromo. Inaudito. (Esce).
Emanuele - Allora Rasputin ha vinto?
Enrico - S. Abbiamo vinto cinquemila franchi per uno. Prima ero venuto a dirtelo. Credevo che ti potesse far piacere. Ma tu adesso maneggi somme grosse. Senti, chi pu aver telefonato poco fa?
Emanuele - Che ne so. (Di nuovo il telefono. Emanuele si precipita all'apparecchio) Pronto! (Butta gi in gran fretta) Accidenti, mio suocero.
Enrico - D a me. (Prende il ricevitore) Pronto! Pronto! Non c' pi nessuno.
Signora Cauchart - (entrando) Oh, dia a me. Pronto? Ha ancora interrotto quella l.
Enrico - Quello l. Adesso era un uomo.
Signora Cauchart - Un uomo?
Enrico - S, m'era sembrata la voce di suo marito. (II telefono suona).
Signora Cauchart - Pronto! Ah, sei tu, pap? S... no, non ero qui... Ha risposto l'amico di Emanuele... ma s, quello del monaco russo, sai... s, ritornato... Ah, Benoit l? S, s, vi aspettiamo. No, sempre uguale. Non so. Vedremo dopo. S, a fra poco. (Posa il microfono) Era proprio mio marito. Viene con il dottore. Mi chiedeva se doveva portare anche un prete. (Esce).
Enrico - Hai sentito?
Emanuele - S.
Enrico - Su, alzati.
Emanuele - Come?
Enrico - Non vorrai mica aspettarli comodamente seduto in questa poltrona!
Emanuele - Che cosa vuoi che faccia? Vedi forse un'altra soluzione?
Enrico - Non so, ma... alzati almeno e digli: Ho rubato settecentomila franchi. Eccoli! Ve li rendo e me ne infischio di tutti voi .
Emanuele - Invece non dico niente, mi sprofondo sulla [poltrona e il risultato lo stesso.
Enrico - Ma non puoi mica passare la vita su quella poltrona!
Emanuele - Ma per adesso mi fa comodo. L'idea che ho avuto di piombare a terra stato un colpo di genio. Tu avessi visto come si son dati da fare per tirarmi su. Con quante attenzioni! Mio suocero e mia suocera, l'hai sentito, mi chiamano ormai il povero Emanuele. E quanto a Clara, qui siamo addirittura nel prodigio, mi chiama di nuovo Many, il suo piccolo Many. Lo sai, per lei i diminutivi sono la suprema prova dell'affetto. Mammy, pappy, Many! Pensa, dopo due anni, mi sento di nuovo chiamare Many. E tu vorresti che io mi alzassi, lasciassi la poltrona, perch si ricordino che sono un fior di farabutto, che potrei andare a passare le ferie alla Cajenna, e che resta ancora da identificare la donna rossa? No, caro, non sarebbe furbo da parte mia.
Enrico - Ah, non sapevo che ci fosse una donna rossa.
Emanuele - Non ti hanno chiesto niente su questo argomento?
Enrico - No... Ah, ci sono... le chiome fulve... La conosci da tanto?
Emanuele - Quasi tre mesi.
Enrico - Sei innamorato, allora. E' una cosa seria?
Emanuele - Non la mia amante.
Enrico - Dopo tre mesi? Decisamente, abbiamo dei punti di vista molto divergenti su certi problemi della vita. Non capisco proprio che cosa rappresenti per te quella donna se non ti ripaga con quel piccolo tributo che anche la pi diseredata delle donne pu pagare. E' carina almeno?
Emanuele - Io l'immagino molto carina.
Enrico - L'immagini? Ma sei sicuro che esista?
Emanuele - S, perch?
Enrico - Non te la sei solo sognata?
Emanuele - E' venuta a bordo del Nautilus.
Enrico - Ah, allora...
Emanuele - Che viaggio, quel giorno! Il Nautilus non aveva mai filato in quel modo. Non voleva pi rientrare in porto! Se esiste? Ma lei che mi permette di recitare la mia parte nella commedia quotidiana senza troppe noie. Sai che non bevo, che non mi interesso al gioco e che non ho la minima inclinazione per la floricultura. Beh, lei non ricorda mai che sono solo un piccolo impiegatuccio. E io mi convinco di poter realizzare tutte le mie aspirazioni e posso sottrarmi alla rara fortuna di essere il genero di un vecchio procuratore.
Enrico - E Clara?
Emanuele - Me lo ricordo, sta tranquillo.
Enrico - A che punto sei con lei?
Emanuele - A dirti la verit, non lo so. Potrei dirti, come tanti: Ho per mia moglie un grande affetto. Posso aggiungere che nonostante gli anni di vita in comune, mi capita anche di desiderarla. Ma per essere sincero, devo anche dire che non mi simpatica. Guarda, una sera l'ho portata a vedere il Nautilus. Che delusione! Ha notato solo la polvere che adornava la vetrina dell'agenzia e ha voluto per forza che convenissi con lei che quella nave non sarebbe riuscita a stare a galla nemmeno sulla vasca dei giardini pubblici.
Enrico - Era la donna rossa che ti chiamava poco fa?
Emanuele - Probabilmente.
Enrico - Doveva partire con te?
Emanuele - S.
Enrico - E allora, valla a raggiungere. Non perdere ancora tempo in quella poltrona.
Emanuele - Ma io non lo perdo, caro mio, lo guadagno. Non dimenticare che solo se sto qui ho diritto ad essere trattato con tutti i riguardi.
Enrico - Ma non devi avere nessuna paura, se non hai toccato n i soldi n la rossa.
Emanuele - Ma non posso far capire a mio suocero che io ho preso i soldi dalla cassa per non avere pi la tentazione di prenderli; n far capire a Clara che vado con una donna solo per il piacere di sentirla parlare con un altro me stesso. Mi prenderebbero per matto. Mi chiuderebbero subito in un manicomio.
Enrico - E il dottore? Capir che un'impostura.
Emanuele - Non potr obbligarmi a camminare o a parlare.
Enrico - Ma, insomma, vuoi ancora partire, s o no?
Emanuele - Se posso, s.
Enrico - Sono proprio ansioso di sapere come te la caverai.
Emanuele - Sta a sentire. Quando saranno qui tutti, con il dottore, trova una scusa per andartene. Ma invece di uscire, fa un salto in soffitta. La scala l, nel corridoio, in faccia alla veranda.
Enrico - Lo so.
Emanuele - Dietro a due vecchie ceste, nascosta sotto delle coperte, troverai una sacca da viaggio in cuoio, un po' sciupata e, dentro un mucchio di stracci, il mio salvadanaio. Prendili e portali a casa tua. Verr a prenderli.
Enrico - Quando?
Emanuele - Appena potr. Stanotte, quando dormiranno tutti, riuscir a svignarmela.
Enrico - Pu darsi. Fossi in te me la sarei battuta subito.
Emanuele - Ti devo chiedere ancora un favore.
Enrico - Di andare a prendere anche la rossa?
Emanuele - No. So io dove trovarla. Invece vorrei darti i settecentomila franchi.
Enrico - Come, darmi?
Emanuele - Affidarteli. Quando sar partito li consegnerai alla banca.
Enrico - Non preferisci tenerteli?
Emanuele - Oh!
Enrico - Ne puoi aver bisogno.
Emanuele - No, no...
Enrico - Come vuoi. Intanto, tieni. (Tira fuori dalla tasca del denaro).
Emanuele - Che ?
Enrico - Ci che abbiamo vinto con Rasputin. E prendi anche la mia parte.
Emanuele - Ma no.
Enrico - Su, su. Fatti un bel viaggio. Non preoccuparti per me. Ho ancora qualcosa che ho raggranellato l'ultima volta. E poi per domani ho avuto un'informazione sicura. (Mette il denaro in tasca d Emanuele) Dov' il malloppo? Nella borsa?
Emanuele - S, nella tasca di mezzo.
Enrico - (guarda nella borsa, ma evidentemente non trova niente, poich ci guarda di nuovo) Non c' niente.
Emanuele - Come?
Enrico - Guarda (Rovescia la borsa aperta).
Emanuele - Non possibile.
Enrico - Non te lo sei tenuto addosso?
Emanuele - (si alzato e si fruga addosso febbrilmente) No.
Enrico - Nel soprabito?
Emanuele - Ah, forse... (Si precipitano tutti e due sul soprabito e lo rivoltano in tutti i sensi).
Enrico - Non c' niente.
Emanuele - Forse mi sar caduto. (Si buttano tutti e due a guardare per terra, sotto i mobili) E' un pacchetto fasciato in carta di giornale.
Enrico - Non l'avrai lasciato da qualche parte?
Emanuele - Ma no. Deve essere qui. (Si butta di nuovo sotto un mobile).
Enrico - (si rialza di scatto) Viene qualcuno. E' il dottore.
Emanuele - E' lui di certo.
Enrico - Rimettiti a posto.
Emanuele - (si alza e, sempre in ansia per il suo pacchetto, va a mettersi davanti alla poltrona) Dove l'ho cacciato?
Enrico - Arrivano. Siediti. E attento alle gambe. (Si apre la porta; entrano Clara, la signora Cauchart, il dottore, Cauchart e Lamberjeton).
Clara - (a Enrico) Ecco il dottor Benoit.
Signora Cauchart - (a Enrico) Sempre lo stesso?
Enrico - S. (Clara si avvicinata a Emanuele e lo bacia sulla fronte).
Cauchart - (entrando, al dottore) Avevo gi notato certi sintomi preoccupanti. Un uomo gi minato dal male, anche se cos giovane.
Dottore - (guarda Emanuele) Uhm! Uhm! (Lo osserva attentamente e comincia a palparlo).
Lamberjeton - (che entrato dopo il dottore e Cauchart, si rivolge a Clara) Per ha uno sguardo che deve rassicurarvi, nonostante le apparenze.
Clara - Crede?
Signora Cauchart - (a Cauchart) Il viso pi tirato di prima.
Cauchart - Gi. (Il dottore prosegue il suo esame e d un colpo sul ginocchio di Emanuele per vedere i riflessi).
Clara - Allora, dottore?
Dottore - (esamina le reazioni di Emanuele) Uhm! Uhm!
Clara - (a Lamberjeton) Mi sembra preoccupato il dottore...
Lamberjeton - Ma no!
Signora Cauchart - (a Cauchart) Oh! guarda.
Cauchart - Che cosa?
Signora Cauchart - (indicando la tasca della giacca di Emanuele dove Enrico ha messo il denaro) Ha le tasche piene di soldi.
Cauchart - ( a fianco di Emanuele mentre il dottore dall'altro lato prosegue la sua visita) E' meglio non lasciarli in giro. Prendi. (Mette la mano in tasca di Emanuele, prende il denaro e lo d alla moglie) Mettili nella borsa.
Enrico - (che si avvicinato) Ma io...
Cauchart - Come?
Enrico - Niente, niente. (Un gran silenzio, mentre il dottore resta pensieroso. Poi si apre la porta e appare Zita dallo spiraglio).
Zita - Signora, la pasta devo metterla nell'acqua fredda?
Clara - Ma fammi il favore! (Sospinge Zita fuori ed esce con lei).
Cauchart - (approfitta dell'assenza di Clara per interrompere il dottore) Caro dottore, dunque?
Signora Cauchart - Cosa pu essere, dottore?
Dottore - Iperemo-sero-encefalomiotrofia-collasso a forma apoplettica fulminante. Completa incoordinazione dell'apparato motorio.
Signora Cauchart - Ma grave?
Dottore - Uhm! Uhm!
Cauchart - Ma a noi, ci vede?
Dottore - Ci vede, senza distinguere.
Cauchart - E non sente pi?
Dottore - Ci sente, senza capire.
Signora Cauchart - Come un bambino, allora, come un bambino.
Dottore - Gi. Che fareste fatica ad allevare.
Cauchart - Come? Vorreste dire?
Dottore - Che spacciato. Ci sono molte probabilit, almeno.
Clara - ( rientrata senza che gli attiri se ne siano accorti, ha sentito le parole del dottore e sviene) Ah! (Tutti si precipitano. Suona il telefono).
Cauchart - (all'apparecchio) Pronto! Pronto! Sono io. Ah, mi scusi, signor Direttore. S, s. L'ascolto... Come? I centoquarantamila franchi ci sono? Come? Settecentomila? In nome del cielo! (Crolla sulla seggiola, mentre Emanuele e Enrico si scambiano un'occhiata d'intesa).
Fine del primo atto
ATTO SECONDO
(La stessa scena del primo atto. Qualche giorno dopo. All'alzarsi del sipario, Emanuele nella stessa poltrona, sempre immobile. Ha il telefono posato sulle ginocchia. Clara e Lesurpied, vicino a lui, giocano a carte. Lesurpied mette gi una carta).
Clara - Ebbene?
Lesurpied - Che cosa?
Clara - (indicando la carta giuocata) Quella carta.
Lesurpied - L'ho giocata.
Clara - Gi. Ma che cos'?
Lesurpied - Non so pi.
Clara - E' il Signore.
Lesurpied - Il Signore? Eh, no.
Clara - Come no?
Lesurpied - Adesso ricordo. Poco fa per mi ha detto che era la Guercia.
Clara - Ma no. Fa una gran confusione. In ogni modo, per la Guercia, deve fare lo stesso segno.
Lesurpied - Che segno?
Clara - Mi dica chiaro che questo gioco non la interessa affatto.
Lesurpied - Ma s. Per vorrei capire...
Clara - Se mi sgolo a spiegarle. Ma lei non mi sta a sentire quando leggo le regole. (Prende dalla scatola da gioco un foglietto e legge) Nel gioco dell'abiette, il giocatore che abbia in mano il Signore, la Signora, la Guercia e la Vacca, che sono le carte di maggior valore, lo pu comunicare con i seguenti segni convenzionali: se ha il Signore, sollevando esageratamente le sopracciglia mentre il resto del viso rester immobile in un'espressione indifferente; se invece ha la Signora, storcer l'angolo destro della bocca come se sorridesse...
Lesurpied - Ma ridicolo!
Clara - Stia a sentire, per favore. Se ha la Guercia, chiuder un occhio, mentre l'altro rester fisso nel vuoto, come se guardasse a otto-dieci metri di distanza.
Lesurpied - E a chi devo far tutti questi segni?
Clara - Al giocatore che le di fronte?
Lesurpied - A lei?
Clara - Certo. Poco fa io avevo la Vacca e le ho fatto: mmu!
Lesurpied - Ma stupido. Perch dovrei fare tutti questi versacci per dirle le carte che ho in mano; tanto vale dichiararle apertamente, se si tratta di un gioco scoperto.
Clara - Ma che c'entra: il gioco. E' cos. Guardi che le sono cadute due carte: le raccolga almeno.
Lesurpied - Se fossimo un po' pi comodi non mi cadrebbero.
Clara - Le d fastidio quella scatola? La metta l. (L vuol dire sulle ginocchia di Emanuele. Lesurpied vi posa la scatola e ci mette: su il telefono. Raccoglie le due carte cadute per terra e si rimette a posto).
Lesurpied - Non ho mai visto che uno debba tenere in mano ventiquattro carte.
Clara - Se sono quarantotto in tutto.
Lesurpied - Un gioco di 48 carte. E' balordo! (Getta furioso le carte) Sono sicuro che in due non si pu giocare.
Clara - Le dico che questo giuoco me lo ha insegnato la mia nonna, e d'estate lo giocavamo tutti i giorni.
Lesurpied - Eh, dovevano essere proprio delle belle partite.
Clara - Non faccia il noioso, su, caro Lesurpied, adesso rido le carte. Tentiamo ancora una volta, va bene? E se mai, torneremo al Mah-jong. D'accordo?
Lesurpied - D'accordo.
Clara - Tagli. (Distribuisce le carte) Dica, Lesurpied.
Lesurpied - (Che impegnato a ordinare le sue parte con molta attenzione) Eh?
Clara - Le prende sempre le sue pillole?
Lesurpied - Che pillole? Ah, s: le prendo sempre e mi fanno bene. (La guarda strizzando' l'occhio. Clara lo guarda stupita. Egli insiste) Capisce quello che voglio dire?
Clara - E che ne so. Oh, scusi. Ha la Guercia, vero?
Lesurpied - S.
Clara - Avevo capito male. Su, incominciamo. (Entra Zita).
Zita - C' il dottore.
Clara - Dov'?
Zita - E' gi con il signor...
Clara - (guardando le sue carte) Il Signore?
Zita - Il padre della signora.
Clara - Scendo subito.
Zita - Bene. (Esce).
Clara - Caro Lesurpied, sia gentile, metta un po' d'ordine prima che venga il dottore.
Lesurpied - Ordine? E' tutto a posto.
Clara - Il tavolino, il telefono. Non c' niente a posto. Non le dico mica di scopare.
Lesurpied - Meno male. Devo gi farlo a casa mia. Del resto, devo andare. Clara . Ha tanta fretta?
Lesurpied - Tanto non si gioca pi, no?
Clara - Non so... Pi tardi, quando il dottore se ne sar andato.
Lesurpied - Allora passer pi tardi.
Clara - Rimanga ancora un po'. Non posso pi farlo aspettare.
Lesurpied - Va bene. Vada. (Clara esce. Lesurpied inizia il suo lavoro: rimette il tavolino' in mezzo alla stanza, raccoglie le carte, poi, per prendere il telefono e la scatola da giuoco, si rivolge verso Emanuele) Tu te ne infischi, eh? Te ne stai l, tranquillo, vedi che ti sto rimettendo a posto la casa, ma non te ne importa un fico. Vallo a trovare un domestico come me. (Ha finito di riordinare e si siede vicino a Emanuele) L'hai finita di darti delle arie, eh? di fare il fanfarone? Che voglia di prenderti a calci avevo, quando te ne andavi, altezzoso, dopo aver dato un ordine. Eh, che superbia! Ringrazia il cielo che sei seduto, adesso, ma sta tranquillo che ad aspettare un po' non ci perdi niente, caro il mio vice capo ufficio. Quello che mi fa rabbia, vedi, pensare che tu e Dachottin continuate a essere pagati. Noi lavoriamo da crepare e questi signori se ne stanno in poltrona e prendono lo stipendio. Fa schifo, fa. E io so dove Dachottin andato a pescare la sua flebite: in fondo alle bottiglie. E tu... Ah, non mi sei mai stato simpatico; ma non credevo che tu fossi cos vizioso. Bella roba. E' meglio che non ti guardi; mi si rivolta lo stomaco. (Si alza, entrano il dottore, Cauchart e Clara).
Dottore - Ed un po' che ne soffri?
Cauchart - No, solo da qualche giorno. Da quando incominciata questa storia. Buongiorno, Lesurpied.
Lesurpied - Buongiorno.
Dottore - Buongiorno. (Va verso Emanuele).
Clara - Ha bisogno di qualcosa, dottore?
Dottore - No, no.
Cauchart - E' un dolore sordo, vedi? Prima alle gambe, poi alle reni. Poi passa.
Dottore - Sai cos'? Scale.
Cauchart - Come?
Dottore - Tu stai in una casa a un piano, non fai mai una scala. Adesso devi salire qui due o tre volte al giorno. Ecco tutto il tuo malanno. Non preoccuparti. Vuoi che ti dia una dieta?
Cauchart - Scherzi?
Dottore - No, no. Cinque piani al mattino, appena alzato. E altri cinque a mezzogiorno, tre volte alla settimana. Diminuire la dose quando il dolore sparito.
Cauchart - Grazie tante.
Dottore - Figurati. (Fa di nuovo per visitare Emanuele).
Clara - Dottore, posso chiederle una cosa?
Dottore - Un consiglio? E va bene, visto che ogni volta che vedo Cauchart devo rimettermi a esercitare. Di che si tratta?
Clara - Non riesco pi a dormire.
Cauchart - Con tutti i guai che hai, naturale.
Clara - Ma sono solo due o tre notti. Prendo un sonnifero che mi stordisce per un paio d'ore e poi mi giro e mi rigiro fino al mattino. E' cos fastidioso.
Dottore - Lo credo. Ma suo padre ha ragione. Le torner il sonno facendo una vita normale. (A Lesurpied) E lei? Su, giacch ci siamo.
Lesurpied - Io sto benissimo.
Dottore - Non lo dica tanto forte.
Lesurpied - Del resto, io mi curo.
Dottore - Ah! ah! Cattivo segno. Se si cura, vuol dire che malato.
Lesurpied - Ma no, le dico, sto benissimo.
Dottore - Bene, non insisto. Dia tempo al tempo. La medicina pu aspettare. Lei uno schizoide.
Lesurpied - Cosa?
Dottore - Gi. Con una aprassia complicata. E con questo me ne vado. Ho un appuntamento alle quattro. Cara signora, i miei omaggi.
Clara - Grazie di tutto, dottore.
Cauchart - (indicando Emanuele) Non lo visiti?
Dottore - Ah, gi, vero. Ero venuto per lui. (Si avvicina a Emanuele, lo guarda un po', poi gli appioppa un sonoro ceffone. Lo guarda, gliene appioppa un altro sull'altra guancia) Va meglio.
Clara - Davvero?
Cauchart - E' migliorato?
Dottore - Certo, non bisogna pretendere miracoli.
Cauchart - Vero? Secondo te rester scemo tutta la vita?
Dottore - Forse no. Ma ve l'ho detto, ci vorr tempo.
Clara - Continuo la stessa cura?
Dottore - S. Se foste in campagna, vi direi di metterlo al sole per qualche ora il giorno.
Clara - Ah s?
Dottore - Quand' bel tempo, mettetelo davanti alla finestra; poi lo stesso.
Clara - Bene. E il vitto?
Dottore - Sempre uguale.
Clara - Ancora niente carne?
Dottore - Certamente. E' dimagrito?
Clara - Oh no. Ha succhiato settecento grammi.
Dottore - Settecento grammi. Ma sopprima il biberon delle quattro.
Clara - Va bene. Grazie, dottore.
Dottore - A presto. Ripasser anche se non serve a niente. (A Cauchart) Tu resti?
Cauchart - S, aspetto mia moglie. A presto.
Lesurpied - (al dottore) Scendo con lei. (A Clara) A tra poco.
Clara - Va bene, Lesurpied. (Il Dottore e Lesurpied escono).
Cauchart - Claretta mia, tutto a posto.
Clara - Che cosa?
Cauchart - Alla banca.
Clara - Cosa dici?
Cauchart - Stamattina sono stato dal Direttore. E' stato gentilissimo. Bisogner che tu vada a ringraziarlo. Ha dato il suo benestare e firmato la licenza per malattia. Continuer a pagare lo stipendio intero a tuo marito e con quello si rimborseranno il denaro che mancava in cassa. Ho offerto un bel pranzo a Benoit che mi ha fatto tutti i certificati che ci volevano. L'appoggio di Lamberjeton stato decisivo. Ha garantito lui i settecentomila franchi finch non saranno completati col rimborso.
Clara - Lamberjeton stato proprio commovente con noi.
Cauchart - Con te!
Clara - Oh pap.
Cauchart - Figlia mia, inutile far la modesta. Tu gli hai fatto colpo. E' un uomo importante: io ne sono contentissimo.
Clara - Pap!
Cauchart - Che c'?
Clara - Non sono mica vedova!
Cauchart - Gi... Ma non si sa mai. Lo sai che Lamberjeton ha ricevuto la macchina nuova? Vuol portarci a fare una gita.
Clara - Quando?
Cauchart - Adesso. Preparati. .
Clara - Sono pronta. Ho solo da infilare il cappotto. Che tempo fa?
Cauchart - Una splendida giornata. La prima di primavera. Vestiti per benino.
Clara - Oh, sai, il mio guardaroba cos poco fornito.
Cauchart - Pazienza, bimba mia. A tutto pu venire il rimedio. (Entra la signora Cauchart).
Signora Cauchart - (a Clara) Buongiorno, cara.
Clara - Buongiorno, mammy. Mi preparo subito. (Esce).
Cauchart - Sei sola?
Signora Cauchart - No, c' anche Lamberjeton. Se fermato un momento gi a sistemare la macchina. Mi ha parlato.
Cauchart - E' cotto. Mica un colpo di fulmine. Mi ha detto che cinque anni fa, quando ha saputo del matrimonio di Clara, stato per lui un gran dolore. Senti, non sarebbe meglio lasciarli un po' soli durante la passeggiata?
Signora Cauchart - Gi, ci pensavo anch'io. Li accompagniamo per un pezzo, poi tu tiri fuori un pretesto plausibile ed improrogabile e li lasciamo filar via.
Cauchart - Bene.
Signora Cauchart - A proposito, Lamberjeton tiene alle forme. Emanuele deve essere messo in un ospizio.
Cauchart - Gi. Ma non so se potremo farlo presto. Ci vorranno delle pratiche.
Signora Cauchart - Allora Claretta deve partire.
Cauchart - Dove vuoi che vada?
Signora Cauchart - Ma non vedi come stanca? Bisogna prendere qualcuno che pensi a curare il malato. E Lamberjeton la accompagnerebbe qualche giorno in montagna.
Cauchart - Sarebbe la miglior cosa.
Signora Cauchart - Ha bisogno di quiete, di stendere i nervi, dopo quello che ha passato. Dovresti cercare subito un'infermiera, una suora. Alla spesa ci pensa Lamberjeton.
Cauchart - Me ne occupo subito.
Signora Cauchart - Cos sgomberiamo anche questa stanza. Aver sempre davanti questo malato non divertente.
Cauchart - Perch non lo mettete di sopra? .
Signora Cauchart - In soffitta? E' troppo bassa la volta; non ci sta.
Cauchart - Siccome sta sempre seduto, si porrebbe farcelo entrare. (Entrano Lamherjeton e Enrico).
Lamberjeton - Perdinci! Come sono complicate queste macchine moderne. Se non mi aiutava questo giovanotto, non riuscivo pi a fermare il motore.
Enrico - Signore! Signora!
Cauchart - Buongiorno.
Lamberjeton - L'ho trovato gi proprio nel momento che,stavo completamente sparendo nel cofano. Credo che sporgesse solo una mano che chiedeva aiuto. Ah, io non son fatto per tutte queste trappole. Se faccio il viaggio che ho in progetto prendo un autista. E la signora Clara?
Signora Cauchart - La prega di scusarla un momento.
Cauchart - Le ho detto del suo invito. Era felice. E' andata subito a prepararsi.
Lamberjeton - Bene. Faremo una bella passeggiata. (Si ferma davanti a Emanuele) E lui come va?
Cauchart - Mah!
Lamberjeton - C' qualcuno che lo assiste? Non potremo portarlo con noi.
Signora Cauchart - Questo no! Ma spesso lo lasciamo solo; non c' nessun pericolo. E poi gi in cucina, c' la donna.
Enrico - Infine ci sono io.
Signora Cauchart - Ah gi, certo. Resta un po' qui, lei?
Enrico - S, un po'.
Signora Cauchart - (a Latnherjeton) Visto? Tutto a posto. Cos Clara pu venire tranquilla e godersi in santa pace la passeggiata. (Clara entra) Eccola!
Lamberjeton - Incantevole! Cara signora, bisogna che le dica quanto sono felice che lei abbia accettato l'invito. Per me, questa una giornata da ricordare.
Clara - Oh, signor Lamberjeton, vuole adularmi.
Lamberjeton - Niente affatto, mia dolce signora. E lei lo sa, o almeno se lo augura, spero.
Clara - Signor Lamberjeton! (Enrico tossisce) Oh, buongiorno, Enrico. Non l'avevo visto.
Enrico - Signora!
Clara - Eh, che cerimonie!
Signora Cauchart - Il signor Enrico stato tanto gentile che si offerto di assistere Emanuele, intanto che ti facciamo prendere una boccata d'aria.
Clara - Davvero gentile, Enrico. Lei ha preso la abitudine di venirci a far compagnia e io la ringrazio.
Cauchart - (a Lamberjeton) Quando vuole, possiamo andare!
Clara - Io sono pronta. Dove andiamo?
Lamberjeton - Decideremo. Se avessimo un po' di tempo, vi avrei condotto a vedere il mio ultimo acquisto. Delle magnifiche case dove potr collocare diverse centinaia di operai, che vivendo in migliori condizioni di vita renderanno il doppio di lavoro. La prego, cara Signora. (Si ritira da parte per lasciar passare la signora Cauchart e Clara).
Cauchart - Vanno bene i suoi affari!
Lamberjeton - Non tutto qui. Quelle case rappresentano il primo nucleo d'un gruppo di edifici che spero di aver presto in tasca. Il mio gruppo deciso a tutto. Gli stessi miei avversari, devo dirlo, riconoscono la mia forza e proprio uno di loro mi diceva l'altro giorno: Caro Lamberjeton, basta che voi facciate un gesto e invece di trovarci contro, ci trovereste al vostro fianco. No, prego, dopo di lei. (Ed esce con Cauchart).
Enrico - Allievo Emanuele, mi risolva il teorema di Lamberjeton!
Emanuele - Un corpo immerso nella societ riceve una spinta dal basso in alto eguale al peso che si d, aggiunto a quello del volume che occupa.
Enrico - Bene. Dieci con lode. Pu andare in ricreazione.
Emanuele - (alzandosi) Per c' una cosa che vorrei sapere.
Enrico - Che cosa?
Emanuele - Come se la caver Clara con lui.
Enrico - A che proposito?
Emanuele - Con il diminutivo del mio nome Emanuele, riuscita a fare Many, ma con Lamberjeton che potr inventare?
Enrico - Avr anche un nome.
Emanuele - Peggio: si chiama Carlomagno.
Enrico - Potr chiamarlo Magny, oppure addirittura Many: cos sar sempre lo stesso. Ti sei seccato? Scusami. Su, fa' la tua ginnastica, se no poi ci manca sempre il tempo.
Emanuele - Oggi ne abbiamo, per fortuna. Ho qualcosa da dirti.
Enrico - Aspetta che mi preparo. (Tira fuori taccuino e lapis e si mette al tavolino mentre Emanuele comincia a fare una ginnastica approssimativa). Dimmi pure.
Emanuele - Per la centesima volta, ti prego di dir loro di non gettarmi niente addosso; se c' qualcosa, in questa casa, che d fastidio, la buttano addosso a me. Pazienza il resto, ma questo seccante.
Enrico - Gliel'ho gi detto.
Emanuele - Insisti, per favore. Alla mattina, quando fanno il letto mi gettano addosso lenzuola, coperte, cuscini. Ce li lasciano per delle ore.
Enrico - Chi rif il letto?
Emanuele - Clara con la donna.
Enrico - Bene, lo dir alla donna.
Emanuele - Sta' attento: non capisce.
Enrico - Lo so, ma mi spiegher a segni.
Emanuele - Che non dimentichino di mettere lo zucchero nel caffelatte, al mattino.
Enrico - A che ora te lo danno?
Emanuele - Alle sette e mezzo.
Enrico - Cos presto?
Emanuele - Ma mi hanno gi svegliato da un pezzo, a quell'ora. In quanto al medico posso aspettare quando sar guarito.
Enrico - Che ti ha fatto?
Emanuele - Quell'imbecille viene, mi molla un paio di ceffoni e poi se ne va dicendo che le sue visite non mi fanno n caldo n freddo.
Enrico - Non c' niente di male.
Emanuele - Perch gli schiaffi non li prendi tu. Ah, a proposito, vorrei che tu prendessi a calci Lesurpied.
Enrico - Ci vuol poco.
Emanuele - E giacch parliamo di Lesurpied, fa' in modo che le partite a carte con Clara le vadano a fare in un'altra stanza. Lui non capisce niente, lei non sa giocare. Fanno venire i nervi.
Enrico - Come si pu fare?
Emanuele - Vero che tanto qui non ci rester molto.
Enrico - Cambi stanza?
Emanuele - In attesa di meglio, s. Perch pensano addirittura di farmi cambiare di casa.
Enrico - E dove vuoi andare?
Emanuele - All'ospizio.
Enrico - Ma ti opporrai...
Emanuele - Devo star zitto.
Enrico - Ma poco fa parlavi di guarire.
Emanuele - Non ancora.
Enrico - Dovresti deciderti invece, e subito, a riprendere il tuo posto.
Emanuele - Qui? Preferisco l'ospizio.
Enrico - Sei pazzo.
Emanuele - Che cosa vuoi che faccia? Hai qualche novit?
Enrico - No.
Emanuele - E allora? Sono nella stessa identica situazione del primo giorno.
Enrico - No, qualche passo avanti si fa. Stamattina sono tornato in tutti i posti dove sei stato. Non ho trovato niente di interessante. Ma ho fatto un annuncio.
Emanuele - Un annuncio?
Enrico - Gi. Mancia in denaro vero a chi riporter settecentomila franchi in biglietti falsi perduti il giorno... eccetera .
Emanuele - Ma sei matto? Ci metteremo nei guai.
Enrico - Sta' tranquillo. Ho preso le precauzioni: devono chiamare un numero dove daranno un indirizzo, quindi saranno messi in contatto con un tizio che al momento opportuno sparir, lasciando il posto ad un suo socio. Un vero labirinto.
Emanuele - Purch non ci si smarriscano anche i soldi, al momento opportuno.
Enrico - Lasciami fare. L'annuncio solo il principio. Deve spargere delle inquietudini e far s che il colpevole commetta qualche imprudenza. Dimmi un po', sei sicuro che tuo suocero non c'entri per niente nel colpo?
Emanuele - Ti ho gi detto di risparmiarti di farmi delle domande cos stupide.
Enrico - Va bene, va bene. Non arrabbiarti. Per i diecimila franchi di tasca tua li ha presi. Non son mica suoi. E chi ruba il meno, pu rubare il pi. Capisci?
Emanuele - No. Stai facendo un sacco di chiacchiere. (Di colpo si appoggia a Enrico) Oh!
Enrico - Che hai?
Emanuele - Sono stordito.
Enrico - Ti senti male?
Emanuele - Gi, come l'altro giorno. (Va a sedere nella poltrona). Non posso restare due minuti in piedi. Ho certe vampate di caldo. Sono rosso?
Enrico - No, sei pallido.
Emanuele - Che cosa ho? sono malato?
Enrico - No, ma lo sarai presto. Ti rendi conto cosa pu provocare una simile immobilit in un uomo robusto come te? Sai che cosa rischi? Una apoplessia. Proprio. Senti Emanuele, adesso la finiamo.
Emanuele - Come?
Enrico - Io non mi presto pi a questa commedia.
Emanuele - Che ti prende?
Enrico - Mi prende che ne ho abbastanza. Se non salti fuori dalla tua poltrona, io me ne vado e non mi vedi pi. Sbrigatela da solo. Io non ho pi l'impressione di aiutarti ad uscire da un guaio, ma di sotterrarti invece ogni giorno un poco, fisicamente e moralmente.
Emanuele - Ma lo sai che non mi posso muovere. Non posso far un gesto senza dover dare una spiegazione plausibile di come sono spariti i settecentomila franchi. Non so proprio che ti prende.
Enrico - Mi prende che non pi possibile continuare cos. Tu non devi sopportare ci che sta succedendo da quindici giorni. E vuoi lasciare tranquillamente che ti mettano in un ospizio? E prendere gli schiaffi da uno e le pedate da un altro, e star a vedere gli intrighi di tua moglie con quel Lamberjeton? Ora ci vanno ancora insieme i Cauchart, ma fra tre giorni voglio vederli se non vanno da soli.
Emanuele - Ci sono gi arrivati. In questo momento, i Cauchart, come li chiami tu, hanno deciso, proprio qui, davanti a me, di andarsene a un bel momento a casa loro, per non essere d'incomodo.
Enrico - E tu eri l, senza dir niente? Tutti stanno intrigando alle tue spalle, ma tu non ti muovi? Ma che ci vuole? Che cosa aspetti?
Emanuele - Te l'ho detto.
Enrico - Ma gi, scusami. E' chiaro che aspetti la tua donna rossa. Solo che, se vuoi sentire il mio parere, l'hai aspettata troppo: star consolandosi nelle braccia di qualche altro dal modo con cui l'hai piantata.
Emanuele - Sei tornato al suo albergo?
Enrico - S, ancora stamattina. La padrona mi ha messo alla porta, chiedendomi in che lingua doveva ripetermi: partita senza lasciare indirizzo. Ci ho fatto una bella figura! C'era della gente che rideva di me. No, Emanuele, di sciocchezze ne abbiamo fatte abbastanza; adesso l'ora di mettere giudizio.
Emanele - Allora, a sentire te, io dovrei alzarmi, prendere il cappello e andare a passare il resto della giornata in ufficio. Poi, stasera, sempre per rimettere le cose a posto, rincaso ed abbraccio Clara di ritorno dalla passeggiata.
Enrico - Meglio che restar l, in quella poltrona: da quindici giorni tu non esisti pi. Non so che cosa tu debba fare, ma qualche cosa devi fare. Devi vendicarti di tua moglie, della rossa... Ho capito quello che ci vuole. Ritorno subito.
Emanuele - Dove vai?
Enrico - A cercare una ragazza.
Emanuele - Che ragazza?
Enrico - Quella di cui ti ho parlato. E' d'accordo.
Emanuele - Ma non ci pensi mica sul serio. No, eh? Non posso fare una cosa simile.
Enrico - Stammi a sentire, Emanuele: o fai quello che ti dico o aggiustati per conto tuo. Ora prendo io la faccenda in mano: ne faccio una questione di principio. Io mi sento colpevole di fronte a te, capisci? Colpevole d'aver favorito un piano che ci ha messo nei pasticci. Tu non sai pi a che santo votarti ed io nemmeno. Adesso bisogna andare al concreto e per un uomo il concreto una donna. Non c' via di scampo. Di questo genere di cose concrete te ne posso offrire finch ne vuoi. Almeno quel tanto che basti per sgombrarti il cervello delle tue fantasticherie. Non c' un minuto da perdere. O obbedisci, o ti pianto. Capito?
Emanuele - Ma da pazzi. E se ci sorprendono?
Enrico - Oggi possiamo stare tranquilli. E poi? Io posso sempre portare con me un'amica comune che vuole farti'una visita di dovere.
Emanuele - E vorresti raccontare questo se ci sorprendono sul fatto?
Enrico - Far la guardia.
Emanuele - (dopo un breve silenzio) Oh!
Enrico - E poi, sai, carina. Piuttosto belloccia e niente chiacchierona.
Emanuele - Lo credo; con il programma che hai fatto! Che fa?
Enrico - Precisamente, non so.
Emanuele - E' una professionista?
Enrico - Oh no. Certo, non ti dico che sia un'educanda. Non ti posso nemmeno garantire il suo assoluto disinteresse. Diciamo che sa unire l'utile al dilettevole.
Emanuele - Come si chiama?
Enrico - Carmen. E' nata nei Pirenei.
Emanuele - Gli hai detto chi sono?
Enrico - No. Ho fatto le cose pi semplici, in modo che non le venga voglia di farti delle domande. Le ho detto che sei diventato sordomuto, per l'emozione di un tracollo in borsa e che i tuoi ti tengono rinchiuso.
Emanuele - Che storia banale; non mi piace.
Enrico - Ho combinato tutto per bene. Tutte le volte che ci incontriamo mi domanda: E quel poveretto di cui mi hai parlato? Non lo lasceranno mica in quello stato?. Vedi?
Emanuele - S, vedo.
Enrico - Vado e torno.
Emanuele - Facciamo una pazzia.
Enrico - E' l'unico mezzo per farti ritornare normale la pressione. (Esce. Emanuele resta un po' pensieroso, ma poi si alza animato da nuovo ardore e si rimette a fare i suoi esercizi di ginnastica. D'un tratto si ferma, tende l'orecchio e ritorna precipitosamente alla poltrona. Entra Zita. Il suo abbigliamento, seppur diverso da quello della sua apparizione nel primo atto, altrettanto bizzarro. Entra dalla porta della veranda e va verso Emanuele che ha ripreso la sua posizione di immobilit).
Zita - Mi attendevate? Non riuscivo a venir via. I miei genitori mi sorvegliavano: devono essere in sospetto. Non restiamo qui, ci potrebbero vedere dalla casa di fronte. (Gira intorno alla poltrona e si mette dall'altra parte) Perch m'avete chiesto di venire a raggiungervi nel parco? Non avrei dovuto acconsentire, lo so. Ma io ho fiducia in voi. S, sediamoci sull'erba. -(Si siede ai piedi di Emanuele) Potremo vedere la gente che passeggia nei viali senza essere veduti. Oh, ecco mia cugina Maria con il suo bell'ufficiale! Si tengono per mano. Oh! non dovrei riderne. Lui parte domani, ella sar triste. Perch-mi avete stretto cos forte mentre si danzava? No, non vi credo. Certo, io non so danzare bene, avete fatto bene a sostenermi. Andavo a rischio di cadere in mezzo al salone e mi sarei resa ridicola in mezzo a tutti quei gentiluomini e a quelle dame. Ma voi avete continuato a stringermi tra le vostre braccia anche quando il ballo era terminato. Ci guardavamo. Le coppie facevano cerchio intorno a noi: avete sentito che la gente mormorava. La piccola Zita pazza a restare cos tra le braccia di uno sconosciuto. E' vero che siete uno sconosciuto? Non si direbbe, avete un aspetto cos buono, cos semplice. Del resto, mio padre vi trova molto simpatico; mi diceva proprio poco fa: Quell'uomo certamente un avventuriero. Sono contenta che pensi cos di voi. Anche lui stato un grande avventuriero, quando era giovane. Tutte le sere, me lo ricordo, veniva ad abbracciarmi nella mia culla e chinato su di me mormorava: Sta' buona. E poi partiva alla ventura. Ma non ha potuto continuare, la mamma aveva troppa paura: gli ha fatto giurare di non viaggiare pi. E allora hanno avuto dei bambini. Otto! Guardate! Vedete quelle due figurine laggi? Sono le mie sorelle maggiori. Quella a sinistra, Brigida, sposata. E quella a destra, Adele, vuole entrare in convento. S, vuol farsi monaca. Pap si arrabbiato molto quando glielo ha detto. Ha gridato e poi ha detto: Va bene. Se cos andremo a vivere tutti in convento. Mi sarebbe piaciuto, sarebbe stato divertente. Ma Adele non ci lascer. Noi siamo una famiglia molto unita. (Si alza) Devo andare, le mie sorelle hanno visto che vi stavo parlando. Oh, ho tutto sgualcito il mio abito. E' carino, nevvero? L'ho messo stasera per la prima volta. Vado a togliermelo e non lo metter pi. Lasciatemi rientrare da sola. Fra qualche minuto mi affaccer alla finestra della mia camera e se siete ancora qui, vi butter un bacio. S, torner... ve lo prometto. Oh! (Deve aver sentito qualche rumore sospetto perch raccatta in fretta le sue sottane e fugge per la veranda. Una pausa. Poi entrano Enrico e Carmen).
Enrico - Entra pure.
Carmen - Mi tremano le gambe. (Viene avanti) E' lui?
Enrico - S.
Carmen - Oh! Come rassomiglia a Paolo!
Enrico - Chi Paolo?
Carmen - Mio cugino. Un violinista. (Emanuele la guarda) Buongiorno. (Accompagna le sue parole con grandi gesti) Credi che mi capisca?
Enrico - Oh s. Se entrando gli fanno un segno con la testa, capisce che lo salutano. Del resto, guarda, ti risponde. (Emanuele fa tm cenno con la testa verso Carmen).
Carmen - Buongiorno, buongiorno!
Enrico - Simpatico, eh?
Carmen - S, ma non posso guardarlo. Mi sembra di vedere Paolo. La differenza consiste solo nel fatto che Paolo non sordomuto.
Enrico - Se Paolo ti simpatico, tutto torna, no? Allora io vado a fare un giretto.
Carmen - Ah, no! Ho paura.
Enrico - Su, su, animo.
Carmen - Sono imbarazzata. Mi sento ridicola.
Enrico - Non cominciare a fare delle storie adesso.
Carmen - Un po' di calma. Precipiti troppo le cose, tu.
Enrico - Ma te lo avevo detto che bisogna far presto.
Carmen - Va bene, ma... si deve restare qui?
Enrico - S. Arrivederci. (Si avvia alla porta).
Carmen - Enrico?
Enrico - Che c' ancora?
Carmen - Proprio, non posso... Io sono abituata che prima si parli un po'. Il tuo amico non ha detto una parola.
Enrico - Ma se muto.
Carmen - Mi ha risposto quando l'ho salutato, per. Adesso sembra una statua. Non so nemmeno se vuole. Se almeno sa. Se non mi aiuta un po'...
Enrico - Emanuele, vuoi esternare alla signorina il tuo desiderio di restare un po' con lei? (Emanuele non si muove).
Carmen - Parli troppo presto. Non ti capisce.
Enrico - E' abituato a capirmi dal movimento delle labbra. Sono sicuro che ha capito tutto. Emanuele, vuoi s o no restar solo con la signorina? (Emanuele non s muove).
Carmen - Be', si vede che non gli vado. (Emanuele fa un sorrsetto a Carmen, le fa capire con un cenno del capo che non vero e le prende la mano e gliela baca) Com' carino!
Enrico - Hai visto?
Carmen - Mi piacciono gli uomini bene educati.
Enrico - Emanuele, per l'ultima volta, sei deciso o no a uscire da quella poltrona? (Emanuele non s muove) Pensaci bene! Sai quello che ti ho detto. Non mi vedrai pi. Ti mander a farti friggere.
Carmen - Non parlargli cos.
Enrico - Lascia fare a me.
Carmen - Ci sono delle cose che non si possono fare per forza. Ci vuole tatto.
Enrico - Emanuele!
Carmen - Mettiti un po' al suo posto! Se ha dell'altro per la testa?
Enrico - (a Emanuele) E va bene!
Carmen - E' un tesoro per. Verr un altro giorno... Domani magari.
Enrico - No, tu non ti farai pi vedere. E nemmeno io. Forza, sgombera! (Va verso la porta).
Carmen - Oh, Enrico... (Gli indica che Emanuele si sta alzando dalla poltrona).
Enrico - Ce n' voluta! (Emanuele fa un gesto come per dire che non pu fare in altro modo, poi fa capire a Enrico che deve stare nella stanza) Come, devo restare qui?
Carmen - Ah questo no, eh?
Enrico - Aspetta che si spieghi. (Emanuele fa segno a Enrico che deve sorvegliare la porta che d sulle scale) Bene, e tu dove vai? (Emanuele indica il piano di so<pra) Ah, di sopra! Benissimo. (Emanuele prende Carmen per mano e la conduce alla porta della veranda).
Carmen - Che c' di sopra? Una soffitta?
Enrico - No, una bellissima cameretta, a mansarda. Sembra una camera da studente. (Emanuele s inchina rispettosamente per lasciar passare Carmen).
Enrico - Ti va cos? Sembrate due fidanzati...
Carmen - Basta che non mi venga di chiamarlo Paolo! (Emanuele e Carmen escono per la veranda. Enrico s assicura che siano andati, poi richiude la porta. Attraversa la scena dirigendosi verso le scale. Ma prima che arrivi alla porta, quella s'apre e appare hesurpied).
Enrico - Lei qui? Di dove entrato?
Lesurpied - Dalla porta, che la serva mi ha aperto. Un procedimento piuttosto comune, mi sembra. (Vede la poltrona di Emanuele vuota) Non c'? Dov'?
Enrico - L'hanno messo in un'altra stanza.
Lesurpied - Come mai? Siamo agli sgoccioli?
Enrico - Ma no, anzi!
Lesurpied - Sta meglio?
Enrico - S. O, almeno, non peggio.
Lesurpied - Che cos' quest'aria di mistero? Che gli avete fatto?
Enrico - L'hanno coricato.
Lesurpied - Di l?
Enrico - S. (Sbarrandogli il passo) Non entri. Non solo.
Lesurpied - Ah, c' sua moglie?
Enrico - No, no. La moglie uscita.
Lesurpied - Il dottore non pu essere, siamo usciti insieme.
Enrico - Appunto. E' un altro.
Lesurpied - Un altro dottore?
Enrico - S. Veramente, una dottoressa.
Lesurpied - Una dottoressa? Ma guarda, e che fa di l?
Enrico - Tenta qualcosa. Una nuova cura.
Lesurpied - E' lei che ha pensato di provare la nuova cura?
Enrico - Gi.
Lesurpied - Senza che la famiglia ne sappia niente?
Enrico - Gi. Per questo ero qui di guardia. Vorrei che tutto andasse bene.
Lesurpied - E non ha paura delle conseguenze? Se la cura gli facesse male?
Enrico - Oh, sarebbe ben strano.
Lesurpied - Ma una disgrazia pu sempre accadere: conosce Dachottin?
Enrico - No.
Lesurpied - Il vice-cassiere: a furia di cure lo hanno rovinato. (Alzando gli occhi al soffitto) Ce qualcuno di sopra.
Enrico - Di sopra? Crede?
Lesurpied - Diamine. Non sente? Ma no: ora il rumore alla porta d'ingresso.
Enrico - Che dice?
Lesurpied - S. Sono loro che ritornano.
Enrico - Ma un guaio!
Lesurpied - Davvero? Allora scappo: non voglio mischiarmi alle sue esperienze.
Enrico - Vada. Svelto. Se c' qualcuno, lo trattenga, la prego. Appena il tempo di rimettere Emanuele in poltrona.
Lesurpied - Va bene. Passer pi tardi a vedere gli effetti della nuova cura. (Esce). (Enrico si precipita sulla veranda da dove si sente che chiama ad alta voce Carmen e Emanuele. Ritorna in scena e va a origliare alla porta che d sulla seda. Carmen entra).
Carmen - Il muto parla. Parla benissimo, e fa dei gran discorsi, anche.
Enrico - Che fa Emanuele? Non scende?
Carmen - S, scende.
Enrico - Tu fila, presto. Pi tardi ti verr a trovare. Non prendertela.
Carmen - Ma non l'ho nemmeno salutato.
Enrico - Non importa. Ci penso io. Non restare qui. Succede un guaio. Sta venendo qualcuno. Vattene. Se ti domandano qualcosa, non combinare guai. Inventa qualche storia...
Carmen - Scommetto che sei un bugiardo, che il tuo amico sposato. Che cosa debbo raccontare?
Enrico - Quello che vuoi, ma vattene!
Carmen - Non mi va di lavorare cos! Ma che stranezze! (Esce. Dalla porta della, veranda entra Emanuele).
Enrico - Presto, al tuo posto!
Emanuele - Che succede?
Enrico - C' qualcuno.
Emanuele - Clara?
Enrico - Credo.
Emanuele - Prendi le carte. Fa un solitario.
Enrico - Ah gi. (Si precipita a prendere le carte e s mette al tavolino. Entra Clara).
Clara - Oh, Enrico! Ancora qui? Che bravo!
Enrico - Stavo per andar via.
Clara - Non lo far mica scappare io. Ha tanta fretta?
Enrico - No.
Clara - E allora? Grazie per aver tenuto compagnia a Emanuele!
Enrico - Non avevo niente da fare oggi.
Clara - La macchina di Lamberjeton non andava tanto bene. Veramente, io credo che lui non sappia guidare gran che. Pap e mamma hanno voluto ritornare a casa; cos la passeggiata stata piuttosto corta. Del resto non mi dispiace. Non mi sentivo troppo bene.
Enrico - Ah s?
Clara - Forse l'aria. Avevo il sangue alla testa. Non sono gran che sportiva io.
Enrico - Gi. Forse.
Clara - Ho incontrato gi Lesurpied. Era piuttosto strano. Non mi mollava pi. Era in compagnia d'una ragazza, un tipo!
Enrico - Una ragazza?
Clara - Gi. L'ho vista sul portone, le ho chiesto chi cercava. Mi ha detto: sono con il signore. Lei non li ha visti?
Enrico - S, s. Lo aspettava gi. .
Clara - Chi ?
Enrico - La sua amica.
Clara - Davvero? Oh povero Lesurpied. Le sue pillole non fanno pi effetto? Che sta facendo? Solitario?
Enrico - S.
Clara - Continui, continui. Vado a prendere un lavoro e mi metto qui. Non si scomodi. (Prende un lavoro a maglia e si siede di faccia ad Enrico. Silenzio. Enrico continua a muovere le carte. Clara lavora).
Clara - Come va? Le riesce il solitario?
Enrico - Mah! (Altro silenzio).
Clara - Senta, Ricky! (Enrico, imbarazzato, non risponde. La guarda di sottecchi) Ricky, dico a lei.
Enrico - A me?
Clara - Gi, a chi vuole che parli? Perch da un anno non veniva pi da noi?
Enrico - Perch... cos... ero molto occupato. Il lavoro.
Clara - Eh, non dica bugie. So bene che lei tempo ne ha finch vuole; confessi che se l'era presa.
Enrico - No...
Clara - Non mi vuole perdonare se l'ho trattato un po' male?
Enrico - Ma... s...
Clara - Non gliel'ho dato mica cos forte, quello schiaffo! E poi se lo meritava. Una donna sposata ha il dovere di reagire a delle proposte un po' troppo azzardate... Mi dica che passato tutto, e non mi serba rancore. (Enrico non sa pi da che parte mettersi e scruta Emanuele) Su, me lo dica.
Enrico - S.
Clara - Finalmente. Venga qui, vicino a me.
Enrico - No.
Clara - Ma venga subito qua, vicino a me, Ricky!
Enrico - La prego...
Clara - Se no vengo io a sedermi sulle sue ginocchia.
Enrico - Stia zitta!
Clara - Si scandalizza?
Enrico - Ma non siamo soli!
Clara - Non siamo soli? (Enrico guarda disperatamente Emanuele che sempre immobile nella sua poltrona) Ah, lui? Oh... (Enrico va verso la porta delle scale) Dove va?
Enrico - Me ne vado. Non posso sentire queste cose.
Clara - (gli sbarra il passo) Ah, s? Tanto peggio allora. L'avrai voluto tu.
Enrico - Basta con questi scherzi.
Clara - Comodo, eh, venire a stuzzicare le mogli dei propri amici quando hanno le mani legate e fare gli indifferenti quando sono libere e hanno bisogno di un po' di tenerezza!
Enrico - Ma lei non sa quello che dice!
Clara - S, lo so, e so quello che voglio.
Enrico - Davanti a suo marito, malato...
Clara - Guarda come diventato delicato! Quando aveva l'influenza non avevi tanti scrupoli, eh?
Enrico - La prego, mi lasci andare.
Clara - Abbracciami prima. Abbracciami come quella sera, gi, nel corridoio. Stringimi come quella sera. Sei forte, tu! E non prendi le pillole di Lesurpied! Su, stringimi da soffocarmi. Dimmi qualcosa. Ricordi quello che mi dicevi? Ricordi?
Enrico - (che tenta di liberarsi) Mi lasci... la prego... se no, grido!
Clara - S, grida, grida forte. (E grida lei) Aiuto!
Enrico - Ma pazza!
Clara - Baciami!
Enrico - Clara! Emanuele s' mosso! (Infatti Emanuele ha avuto un moto di rabbia, che ha subito dominato).
Clara - Tu sogni, baciami! (Si avvinghia al collo di Enrico e lo costringe a baciarla) Oh, finalmente. Ma che gran mascalzone sei! (esce precipitosamente).
Enrico - (Vedendo Emanuele sempre immobile sulla sua poltrona, si decide a parlare) Oh, lo so, quello che stai pensando. Certo non una bella cosa... ma ha esagerato, sai? (Emanuele non m muove) Stammi a sentire, Emanuele. Ti dir tutto,! te lo giuro. Anche se penoso confessare certe debolezze ad un amico, a un compagno... Tu sei il mio amico migliore, Emanuele! con tutto ci ti dir tutto, ti racconter cosa successo. Ma tu mi devi credere. Devi darmi ancora questa prova di fiducia. Ne sar degno, te lo assicuro. (Emanuele immobile e muto nella sua poltrona) Non ti fidi? E' giusto. Non ti chiedo n compassione, n indulgenza, dimmi solo che mi ascolterai, che posso parlare e ti dir tutto, a cuore aperto. Rispondimi, Emanuele! Ti giuro che quello che hai sentito esagerato... S, c' del vero, ma non come immagini tu. Mi senti, Emanuele? Mi senti? No, non far pi commedie, Emanuele! Dimmi che mi senti! Emanuele! Oh! (corre alla porta, gridando) Clara! Clara! Presto! Emanuele sta male! Ha un attacco! Ha un attacco!
Fine del secondo atto
ATTO TERZO
(Stessa scena. Qualche ora dopo. All'alzarsi del sipario, Emanuele sempre come pietrificato nella sua poltrona. Gli altri quattro, immobili intorno a; lui, lo fissano in silenzio. Pausa).
Cauchart - E allora, da quindici giorni sarebbe rimasto cos immobile, fingendo?
Enrico - S.
Signora Cauchart - E' possibile!
Cauchart - E chi ci dice che non continui a; prenderci in giro?
Enrico - Oggi gli abbiamo dato motivo di farsi venire un colpo.
Cauchart - Eh, per qualche parola che si detta...
Enrico - Fosse solo qualche parola! Chieda a sua figlia che bello spettacolo gli ha dato!
Clara - Che vuol dire? Non ho fatto che continuare quello che lei mi insegnava, tutte le volte che veniva qui.
Enrico - Ma io non l'ho mai fatto davanti a lui.
Clara - Io sarei andata fino in fondo, davanti a lui. '
Enrico - Oh!
Clara - Se un colpo gli ha fatto perdere il cervello un altro colpo poteva farglielo riacquistare.
Signora Cauchart - Certo. Anch'io ho sempre pensato che una grande gioia o un grande spavento potevano farlo guarire.
Enrico - Ma se il primo colpo non c' stato, il secondo non poteva che fargli del male!
Cauchart - Basta con le discussioni. Primo, secondo o terzo colpo, vi assicuro che finir per vederci chiaro. Non perdiamolo d'occhio finch non arriva Benoit. (Si rimettono tutti nella posa che avevano all'inizio).
Clara - Speriamo che Lamherjeton abbia trovato subito il dottore. (Silenzio).
Cauchart - Ma, mi dica un po', e lei?
Enrico - Io?
Cauchart - Gi, lei. Il complice.
Enrico - Complice?
Cauchart - Diamine! Non la sola persona con cui Emanuele ha parlato in questi quindici giorni?
Enrico - S.
Cauchart - Dunque, il solo complice del suo silenzio.
Enrico - Ah, da questo punto di vista, s.
Cauchart - Silenzio che gli serviva a tacere il movente del furto.
Enrico - Scusi...
Cauchart - Del furto di settecentomila franchi, di cui lei il complice.
Enrico - Ma no.
Cauchart - Come? Lei non pu pretendere di ignorare questo piccolo particolare. Delle due l'una: o lei mente quando ci racconta che Emanuele ha simulato questo attacco fino ad oggi, o lei mentiva quando ci ha detto di non saper niente del furto. Su, si faccia coraggio. Dove sono i settecentomila franchi?
Enrico - Non lo so.
Cauchart - Risponda!
Enrico - Ma le sto rispondendo. Gliel'ho detto: non so dove sono i settecentomila franchi.
Cauchart - Non lo sa?
Enrico - No. Del resto non lo sa nemmeno Emanuele.
Cauchart - Come?
Enrico - Emanuele non ha la minima idea di dove pu essere quel denaro.
Cauchart - Ma se l'ha rubato!
Enrico - L'ha perduto.
Cauchart - Perduto al gioco?
Enrico - No, smarrito.
Cauchart - Che cos' questa storia? ,
Enrico - Non una storia. Per questo rimasto in quella poltrona, schiacciato dalla fatalit. Lo trattavate come un criminale, e non era che una vittima. Vittima delle apparenze.
Cauchart - Apparenze, le chiama?
Enrico - Proprio.
Cauchart - Dica un po'. Ha intenzione di continuare ancora per un po' a prenderci in giro? Apparenze un ammanco di cassa? Ed era anche un'apparenza la donna con la quale andava in giro?
Enrico - S.
Cauchart - Ma stia zitto! Dica piuttosto che i settecentomila franchi sono andati a finire nella borsetta di quella ragazza.
Enrico - Ma no!
Clara - Enrico! Che cos'era quella donna nella vita di Emanuele?
Enrico - Non potreste capire...
Cauchart - Gi, noi non siamo addentro i meandri del vizio.
Clara - Mi risponda...
Enrico - Oh, quella donna era il suo... Sarda-napalo.
Clara - Cosa?
Enrico - Il suo Sardanapalo. Vedete? Non mi capite.
Signora Cauchart - Cos'? Un cavallo?
Cauchart - Sta' zitta. Non renderti ridicola.
Enrico - No, la signora ha ragione, un cavallo. E per me anche, l'unico cavallo. Oh, non dico che vinca sempre, ma anche se perde, perde in un modo che lascia intatte tutte le speranze. E grazie a lui, quando tutto finito, me ne vado col morale alto.
Clara - Le ho chiesto chi quella donna. Enrico, mi risponda. '
Enrico - E' quello che sto facendo. Non la conosco, so solo che grazie a lei Emanuele si credeva felice. Lo aiutava a costruire dei castelli meravigliosi.
Cauchart - Non pensi di cavarsela con delle chiacchiere. Non la lascer andare se prima non mi ha risposto. Con quella sua aria da tonto, lei la sa lunga su tutta questa storia. Dove sono i settecentomila franchi?
Enrico - Le ripeto che Emanuele li ha perduti.
Cauchart - E perch li aveva rubati?
Enrico - Ma non si pu dire che li abbia rubati...
Cauchart - Ah, no?
Enrico - Li ha presi, cos...
Cauchart - Gi, senza pensarci.
Enrico - Per fare il bravo..; per dimostrare a se stesso di essere ancora capace di qualche cosa!
Cauchart - Oh, ci si potrebbe fare un bel romanzo, con uno spunto cos!
Enrico - Ha un bel dire, lei! Tanto per dirgliene una, Emanuele, in mezzo a voi moriva di noia. Ed io lo capisco. Al suo posto io sarei andato via; lui, invece, rimasto. Solo che quando ha sentito che stava per soffocare, s' guardato intorno. Senza avidit, come un poveretto in agonia, ha guardato le vetrine, i modellini, i capelli rossi. Come mi diceva, andato a cercare altrove una boccata d'ossigeno per il suo piccolo sogno quotidiano.
Cauchart - Il suo sogno quotidiano? Vergogna! Ma noi non sogniamo, caro signore: noi lavoriamo.
Signora Cauchart - Siamo gente onesta, noi.
Enrico - Ma no!
Signora Cauchart - Oh!
Cauchart - Stia attento a quello che dice, maleducato.
Enrico - No, voi non siete onesti. E proprio lei per la prima, signora. Lei sogna, sogna sempre. Lei obbligata a sognare e a pensare che suo marito buono quando soltanto cattivo; virtuoso, quando soltanto vile.
Cauchart - Come?
Signora Cauchart - Come osa lei?
Enrico - Non se la prendano. E' soltanto un'immagine. Ma dovete riconoscere che inquietante. Se lei non si fosse abbandonata a questo inganno del primo momento, avrebbe rifatto le valigie la sera stessa delle nozze.
Cauchart - (slanciandosi contro Enrico) Ah, ma lo faccio tacere io!
Clara - (lo trattiene) Pappy! No, davanti a Many!
Signora Cauchart - (si scioglie in lacrime) Oh, mio Dio!
Clara - Mammy!
Cauchart - Anarchico!
Enrico - Ecco. Subito parole grosse. (Bussano ed appare Lesurpied).
Lesurpied - Che tempo! (Si accorge del mutismo degli altri) Disturbo forse?
Clara - Ma no, ma no. Si accomodi, Lesurpied!
Lesurpied - Come va il nostro malato, stasera?
Clara - Bene.
Cauchart - Lesurpied, lei un uomo onesto, vero?
Lesurpied - Oh, non mi piacciono queste domande; cosa vuole ancora da me?
Cauchart - Non abbia paura e mi risponda francamente. Che ne pensa di mio genero?
Lesurpied - Suo genero? non gran che, ma non si pu essere tutti geni ed occorrono anche i mediocri. Senza il suo appoggio non sarebbe diventato mai vice capo ufficio.
Cauchart - Ma io le chiedevo cosa ne pensa del suo stato. Lo guardi bene... con calma... mi dica se stasera trova niente di diverso in lui...
Lesurpied - Ma... (a Enrico) Perch? Non ha avuto effetto?
Enrico - (che ha capito immediatamente) Lasci stare, era una burla.
Lesurpied - Oh,, l, l. Cos non serio. Non avete il diritto di scherzare con queste cose...
Cauchart - Si spieghi meglio, Lesurpied.
Enrico - Ma no, era una burla.
Cauchart - Perch? Cos' successo?
Lesurpied - Che questo signore qui stato! imprudente: ha tentato una nuova cura. Gli hai fatto fare delle iniezioni.
Clara - A Emanuele?
Lesurpied - S.
Clara - Enrico!
Enrico - Ma no!
Lesurpied - Come no? E la dottoressa? Noni invento mica io! (a Clara) Lei l'ha incontrata stillai porta.
Clara - Quella ragazza che ha detto di essere I con lei?
Lesurpied - La vedevo per la prima volta in vita! mia.
Clara - Oh!
Cauchart - Eccone un'altra nuova!
Enrico - Ma no, mi credano. Non complichiamo I le cose.
Cauchart - Scusi, vorrebbe dire che lei approfitta della nostra assenza per fare delle iniezioni I a mio genero? E a che scopo? Per tenersi lei tutto il provento del furto, eh?
Lesurpied - Un furto? C' stato un furto? ,
Enrico - Oh basta. Vogliamo smetterla con tutte queste chiacchiere?
Cauchart - E queste bugie. Eh, caro il mio giovinotto, lei storpia mio genero, lo deruba e violenta sua moglie sotto il suo naso.
Enrico - Questa un po' forte...
Lesurpied - C' stato anche un atto di violenza? Una giornata movimentata, a quel che sembra.
Cauchart - Lo pu proprio dire, Lesurpied!
Lesurpied - Ci sono delle giornate cosi, che capitano tutte, ed uno non sa pi come cavarsela.
Cauchart - Io me la caver, stia tranquillo! (a Enrico) Mi vuole prima di tutto spiegare la sua presenza in questa casa, che lei non frequentava pi da parecchio tempo, e nella quale tornato proprio il giorno in cui Emanuele si ammalato? Lei venuto due volte; la prima dieci minuti prima e la seconda dieci minuti dopo che gli prendesse l'attacco.
Enrico - La prima volta per caso, perch avevo bisogno di vederlo. La seconda perch mi ha telefonato lui, chiedendomi di venir subito.
Cauchart - E avrebbe telefonato proprio prima di cadere l, stecchito!
Enrico - No, dopo!
Cauchart - Dopo?
Enrico - Ma se mi sto sfiatando a dirle che il primo attacco era finto. Che fino ad oggi stava come me e lei!
Lesurpied - Come? Come?
Cauchart - Non credo una parola di tutta questa storia.
Enrico - Senta, mi permette di telefonare? (A Lesurpied) Lei la riconoscerebbe la famosa dottoressa?
Lesurpied - Credo di s.
Enrico - (a Clara) E lei?
Clara - Certo.
Enrico - Be', adesso le dico di venire. (Va al telefono e chiama il numero 27) Cos vi convincerete.
Cauchart - Va bene. Ma le proibisco di rivolgerle la parola. Voglio interrogarla io solo.
Enrico - Come vuole lei. Pronto? Le Groland? La signorina Carmen l? No, no, inutile. Le dica solo di venire subito dal signore di questo pomeriggio, che Enrico l'aspetta. Grazie. (Posa il telefono) Mi dispiace arrivare a questi punti, ma almeno chiariremo la situazione.
Clara - Chi questa donna, Enrico?
Enrico - Lo sapr tra qualche minuto.
Signora Cauchart - Carmen! Una dottoressa.
Lesurpied - (alla signora Cauchart) Se ho ben capito, suo genero ci vedeva, ci sentiva?
Signora Cauchart - Non mi faccia domande, Lesurpied!
Lesurpied - Oh, signora...
Signora Cauchart - Che ne so pi, io, di chi vede, di chi sente, di chi capisce... Io in ogni modo, no di certo.
Lesurpied - Mi scusi. (Si rivolge a Cauchart) In che momento preciso ha perduto la coscienza?
Cauchart - Adesso non si tratta di questo. Lei precipita le cose, Lesurpied.
Lesurpied - Ma bisognerebbe saperlo.
Cauchart - Sono dello stesso parere. (Si apre la porta e compaiono il dottore e Lamberjeton).
Lamberjeton - Ho avuto un guasto alla macchina. Ci capitano tutte oggi. Per fortuna che c'era il dottore. Ha un occhio clinico. Ha individuato subito il guasto.
Clara - Quanti fastidi, per noi, signor Lamberjeton.
Lamberjeton - Non lo dica nemmeno, signora. Sono riuscito a portare il dottore, e questo l'importante. Ma sono tutto infangato.
Dottore - Ed io sfinito.
Cauchart - Mio caro, io sono distrutto.
Dottore - (indicando Lamberjeton) E' pesante la sua macchina. E anche lui. Ho dovuto spingerli dalla stazione alla prefettura. Che sfaticata! Cauchart - - Non ti avrei disturbato a quest'ora se la situazione non si fosse complicata a questo modo.
Dottore - Che c' ancora?
Cauchart - Da certe rivelazioni che abbiamo avuto sembrerebbe che Emanuele, quest'oggi, sia stato sottoposto a delle cure che avrebbero aggravato il suo stato.
Dottore - Perch? sta peggio?
Cauchart - Aspetta. Potrebbe darsi che mio genero abbia simulato questo famoso attacco per cui tu lo curi da quindici giorni.
Dottore - Credi di farmi passare per imbecille?
Cauchart - No, ma vedi...
Lamberjeton - Come? Ci starebbe prendendo in giro da quindici giorni?
Cauchart - E forse continua a prenderci in giro.
Lesurpied - Adesso?
Cauchart - Gi.
Lamberjeton - Ma sarebbe un bel simulatore.
Lesurpied - Oh, ce ne sono di quelli! Sotto le armi un mio compagno riuscito a farsi riformare dopo tre mesi di una fatica bestiale.
Dottore - Ecco che cosa mi ha sempre scoraggiato nella medicina: la mancanza di sincerit nell'ammalato. Magari ha dei dolori atroci e dice di non soffrire, come per un dolore da niente si mette a gemere. Come si fa a capire gli ammalati? (Bussano alla porta d'ingresso).
Cauchart - (piano, al dottore) Non dire chi sei, mi raccomando.
Carmen - (stupita di vedere tanta gente) Oh, scusino... Ci deve essere un errore...
Cauchart - Non credo. (A Enrico) Nevvero?
Enrico - No.
Carmen - Ah, sei qui, Enrico.
Cauchart - Gi. Si accomodi, prego.
Carmen - (vedendo Lesurpied) Anche il signore l'ho gi visto.
Lesurpied - S, ma io, lei non la conosco.
Cauchart - Non importa. Mi dica, signorina, lei dottoressa?
Carmen - Dottoressa? Ma no.
Cauchart - Ah! Mi piace la sua franchezza. Lei non dottoressa, per la fa.
Carmen - Come?
Cauchart - Lei non ha la laurea, ma si dedica lo stesso alla medicina.
Carmen - Io? No.
Cauchart - No? Ma quando fanno appello alla sua abilit, lei di tanto in tanto non si presta a qualche servizietto?
Carmen - Oh, ben... s.
Cauchart - Ah.
Carmen - Ma fino adesso, non l'ho mai fatto su prescrizione.
Cauchart - Me lo immaginavo.
Carmen - E allora? Senti, Enrico, io sono una brava ragazza, ma non mi va che mi prendano in giro.
Cauchart - Oh, la prego... Ho ancora qualcosa da chiederle.
Carmen - Si sbrighi allora. Preferisco sapere subito dove si vuole arrivare.
Cauchart - Solo a questo: lei venuta qui oggi?
Carmen - Enrico, cosa devo rispondere?
Enrico - La verit.
Carmen - Ah, va bene. Allora s, sono venuta.
Cauchart - E che cosa ha fatto a quel signore?
Carmen - E' un bel tipo, lei. (Indica Emanuele).
Cauchart - Come?
Carmen - Va per le spicce.
Cauchart - La prego di rispondermi.
Carmen - Davanti a tutti?
Cauchart - Naturalmente.
Carmen - Ma un'indecenza!
Cauchart - Che le prende?
Clara - Ma pap! Non vedi con chi hai a che fare? Ma apri gli occhi! Guardala!
Carmen - Si guardi lei, intanto!
Clara - Non ha vergogna? Venir a fare queste cose in casa mia!
Carmen - Se lo faceva lei, mi risparmiavo il disturbo. Vedi, Enrico? E' sposato.
Signora Cauchart - (che finalmente arriva a capire) Ah! Che orrore!
Clara - Falla tacere, pap, ti prego!
Cauchart - S, taccia, taccia. E se ne vada. Il suo posto non qui.
Carmen - Ho chiesto io di venire, forse?
Cauchart - Va bene, va bene. Le dobbiamo qualcosa?
Carmen - Proprio niente. Il piacere stato tutto mio. (Esce).
Clara - (scoppia in singhiozzi) Oh!
Cauchart - Calma e sangue freddo. Su, Benoit, visitalo.
Dottore - Che vuoi che gli faccia?
Cauchart - Coraggio! Oggi, con la scusa di controllare i suoi riflessi gli mollavi certi ceffoni. Avanti.
Dottore - Ma oggi non sapevo che potesse anche renderli!
Cauchart - Hai delle pinze, dei bisturi, il martelletto? Devi soprattutto preoccuparti di verificare come reagisce.
Dottore - A dirtela schietta, non mi interessa gran che. E se vuoi, per quanto riguarda le nostre future relazioni, stabiliamo che io sono a tua disposizione per i raffreddori e le distorsioni, ma che per gli stati catalettici sar meglio che tu ti rivolga ad uno specialista o a un fachiro. (Si dispone ad andarsene; a Lamberjeton) Mi d un passaggio?
Lamberjeton - Certo. Se la macchina si decide a I partire!
Cauchart - Cos, tu te ne lavi le mani e mi I pianti in questa situazione?
Dottore - Sono quindici giorni che mi prendete in giro. (Esce, seguito da Lamberjeton).
Cauchart - Sono quindici giorni che si gode lo spettacolo della nostra disperazione. Lasciamolo solo ed andiamo via tutti. Un po' di solitudine gli far bene.
Enrico - E se ci che vi ho detto la verit?!
Cauchart - Stia zitto, lei, dia retta a me. Del i resto, che cosa ha pi da fare, lei, qui?
Enrico - Ma si figuri! Stavo proprio chiedendole il permesso di andarmene. (Esce).
Cauchart - Lazzarone!
Lesurpied - Forse sar opportuno chiamare un altro medico; quello che cura Dachottin, per esempio. Lo conosco, prende poco...
Cauchart - La ringrazio, Lesurpied, ma adesso sar bene dormirci su una notte.
Signora Cauchart - Ma forse un altro medico.,.
Cauchart - Saremo sempre in tempo. Domani avremo le idee pi chiare. E adesso... basta con le i chiacchiere. In marcia.
Clara - Senti, pap...
Cauchart - Inutile. Venga, Lesurpied. Passi, prego. (Clara, la signora Cauchart, Lesurpied e Cauchart escono. La porta delle scale si appena rinchiusa, che si apre quella della veranda ed entra Zita, infagottata in un altro modo).
Zita - Ero sicura di non essermi ingannata. Mi sono gettato questo mantello sulle spalle e sono scesa in fretta per supplicarvi d'andar via. Non i potete restare in questo giardino tutta la notte. Se mio padre vi trova qui vi uccide. La settimana scorsa per poco non ha ucciso due miei ballerini, Vedete? La mia famiglia ancora riunita nel salone. Ci sono tutti i miei fratelli e le mie sorelle. La mamma felice. Io le ho detto... Oh! (Si interrompe di colpo e tende l'orecchio verso la scala. E' pronta a fuggir via. Resta un momento cos, poi rassicurata riprende il suo atteggiamento a fianco di Emanuele) Vi dicevo... che ho detto alla mamma.., che... (Non riesce pi a parlare. Smette il suo atteggiamento. Si affloscia a terra ai piedi di Emanuele. Reprime un singhiozzo) Non ho detto niente alla mamma... perch non l'ho pi... non ho fratelli, non ho sorelle, e nemmeno una casa. Io non dico mai niente a nessuno... (La mano di Emanuele si solleva lentamente e si posa in una carezza sui capelli di Zita) Oh, il signore sta meglio?
Emanuele - Mi chiami signore?
Zita - Il signore... s insomma, non pi malato?
Emanuele - Io non sono mai stato malato. Se non fossi stato in perfetta salute, pensa, potrei essere in questo giardino, nel cuore della notte:
Zita - (con un sorriso) Oh!
Emanuele - Sai perch sono restato nascosto finora dietro a questo cespuglio?
Zita - (che non sa ancora che atteggiamento prendere) No.
Emanuele - Attendo tuo padre. Oh, non aver paura. Non voglio fargli del male... e non mi uccider.
Zita - Tanto meglio.
Emanuele - Non si ricordato di me poco fa quando ballavo con te, eppure ci conosciamo molto bene.
Zita - Ah!
Emanuele - Abbiamo vissuto insieme tanti anni.
Zita - Quando faceva l'avventuriero?
Emanuele - S... ecco. Ero imbarcato con lui.
Zita - Lui era capitano, e voi? Qualche cosa come capitano?
Emanuele - Quasi.
Zita - Come, quasi?
Emanuele - Ne ho le funzioni, ma non ho avuto ancora la nomina. Bisogna, che dimostri di essere un comandante valoroso come lo era tuo padre. E non facile; era cos coraggioso, esperto. Ha vinto molte battaglie, compiuto infinite missioni pericolose.
Zita - Oh, lo farete anche voi. Vi aiuter. Chieder a pap come faceva e ve lo dir.
Emanuele - Grazie.
Zita - Ma voi mi racconterete tutti i suoi viaggi.
Emanuele - Te lo prometto. Attenzione. Ce qualcuno.
Zita - Oh! (Sguscia dalla porta della veranda. Entra Clara).
Clara - Emanuele, ho colto un pretesto per risalire su un momento. Volevo parlarti... spiegarti... e nello stesso tempo, anche, cercare di capire anch'io. Perch ti confesso che non so pi bene che cosa sia accaduto. Ti ho dato un dolore, Emanuele, ma anch'io ho male qui. In tutta questa confusione voglio che tu sappia che io sono sempre la tua piccola Claretta e tu il mio Many. (Entra Cauchart).
Cauchart - E allora? Hai trovato ci che volevi prendere?
Clara - No, vado subito.
Cauchart - Su, sbrigati.
Clara - Subito, pap. (Entra nella camera da letto).
Cauchart - (dopo essere rimasto un po' pensieroso, s va a mettere dietro la poltrona di Emanuele) A dire la verit, non mi dispiace di essere tornato indietro. Ci si eccita, ci si esalta, ed anch'io mi sono spesso lasciato andare davanti a te... anche poco fa... e mi dispiace davvero. Io sono un po' brusco, ma non sono cattivo. Che vuoi? Ho fatto il militare per quindici anni e qualcosa resta sempre addosso della vita di caserma. Devi per riconoscere che anche tu hai dei torti, ed il pi grande di tutti per me, quello di startene seduto. Hai perduto il passo, Emanuele, e quando si perde, a non riprendersi subito, avviene lo scompiglio in tutto il plotone. Tu ti sei fermato, Emanuele e noi tutti abbiamo perso il passo in questa casa. (Entra la signora Cauchart).
Signora Cauchart - Che fai qui?
Cauchart - Niente. Aspetto.
Signora Cauchart - E Lesurpied ed io stiamo a gelare sul marciapiedi. Non ancora pronta Clara?
Cauchart - S, s, in camera sua. Vado a cercarla. (Esce).
Signora Cauchart - (dopo un gran sospiro e un silenzio) Caro Emanuele, quante cose avrei da dirti, ma inutile dal momento che sono tua suocera; non mi crederesti. (Rientrano Clara e Cauchart).
Cauchart - Ecco fatto.
Signora Cauchart - Sei pronta?
Clara - S.
Signora Cauchart - Andiamo, allora.
Clara - S.
Signora Cauchart - Non dimentichi niente stavolta?
Clara - No.
Cauchart - Scendete intanto. Io vengo subito.
Signora Cauchart - Ma...
Cauchart - Andate da Lesurpied. Vengo subito.
Clara - S, andiamo, mamma. (Escono).
Cauchart - (a Emanuele) Ti dicevo, Emanuele, che ti sei fermato e noi tutti abbiamo perso il passo con te. Ma il plotone deve camminare, anche se la sosta avvenuta per rincorrere un sogno. Ora ho capito, Emanuele, la faccenda del sogno quotidiano; in principio non avevo afferrato bene. Ma ci ho ripensato. Non c' nulla da fare, Emanuele, bisogna rialzarsi e stare in piedi ed andare al passo. Rialzati, caro; dimenticheremo tutto. E' un padre che te lo chiede, un padre che ti parla. Ascoltami, che ad insistere potrebbe essere peggio. (Esce. Rimasto solo, Emanuele si rianima di colpo. Ma per un momento; la porta sulla veranda si apre ed appare Lesurpied).
Lesurpied - Caro Emanuele! (Tra di s) Se non mi sente, sono proprio ridicolo! E anche se mi sente, del resto. Amico mio, mi stia a sentire: sono risalito senza che nessuno mi vedesse, ho approfittato del momento in cui i suoi mi avevano lasciato per la strada... mi sono nascosto in casa perch vorrei che lei capisse certe cose. Io vivo solo. Ho preso l'abitudine di parlare da solo. Passo delle giornate intere, a casa mia, a parlare ad alta voce, a dire cose senza senso, cos, a caso... Pu darsi che anche qui, qualche volta, trovandomi solo con lei in questa stanza, mi sia abbandonato alla mia ridicola mania... Non badi a quello che ho detto. Non lo pensavo, glielo assicuro. Non saprei nemmeno ripetere quello che ho detto; l'ho dimenticato. (Un silenzio, poi a se stesso) Ho paura che non mi senta. (Entra Enrico).
Enrico - E' ancora l, lei?
Lesurpied - S.
Enrico - E che ci fa?
Lesurpied - Niente, niente. Credevo di aver dimenticato qualcosa. I Cauchart sono ancora di sotto?
Enrico - Io non ho visto nessuno.
Lesurpied - Come non li ha visti? Si saranno annoiati ad aspettarmi. Corro. (Esce di corsa, ma qualche istante dopo ritorna in fretta) Senta, c' qualcuno che lo cerca.
Enrico - Cercano me?
Lesurpied - No. Emanuele. E' una donna ed insiste per vederlo. (Sulla porta appare una ragazza dai capelli rossi. E' vestita da viaggio, un po' in disordine. Ha una valigia in mano).
La Donna rossa - Mi lasci passare; le ripeto di lasciarmi passare.
Lesurpied - (cerca ancora di trattenerla) Ma...
Donna rossa - Le assicuro che entrer! E che lo vedr! (Entra) Dov'? Mi aveva detto che era qui.
Enrico - Vuol vedere Emanuele?
Donna rossa - Oh, s. E subito, anche.
Enrico - Ma lei chi ?
Donna rossa - E lei?
Enrico - Ah, mi scusi. Non ci avevo fatto caso. Lei rossa.
Donna rossa - Dov' Emanuele? Oh... (Vacilla) Presto, sorreggetemi! (Lesurpied si precipita e offre il braccio, a cui lei si aggrappa) Oh, tremendo... e sono quindici giorni...
Lesurpied - Ma lei soffre!
Donna rossa - - Come una bestia! (Si riprende) Dov' Emanuele?
Enrico - (togliendosi da davanti alla poltrona) Qui.
Donna rossa - (slanciandoglisi contro) Ah, eccoti! Farabutto, vigliacco, mascalzone!
Enrico - La prego!
Donna rossa - Stia zitto lei. L'ho pagato caro il diritto di dirgli quello che ho sullo stomaco. Non doveva trattarmi cos!
Enrico - Ma la prego, consideri che Emanuele malato.
Donna rossa - Malato? E' andato anche lui in viaggio?
Enrico - N-
Donna rossa - Gi... ci fa andare gli altri, lui. Sei mi ricordo i suoi bei discorsi... Scivoleremo sulle onde domate dal nostro amore... . Farabutto! Toccheremo il cielo tutte le volte che il Nautilus sii librer sulla cima delle onde... . Vergognoso! Sulla cima delle onde... (Al ricordo, si sente di nuovo male) Una seggiola, presto, vi prego! (Lesurpied le porge una seggiola, vi si lascia cadere di peso) Mi sento male... male...
Enrico - Se ho ben capito, lei ritorna da una crociera? Sul Nautilus, forse?
Donna rossa - Purtroppo. Il Nautilus non una nave, una cavalletta. Se penso che lui era qui, tranquillo, in pantofole, intanto che io rendevo l'anima in quella cunetta... non so pi chi mi tenga... (Si slancia di nuovo contro Emanuele).
Enrico - (trattenendola) Ma andiamo...
Donna rossa - Quindici giorni di tempesta, j Neanche i marinai avevano mai visto una cosa simile! Non c'era un solo uomo in piedi su quella ; nave della malora. Il cameriere mi portava la medicina camminando a quattro zampe. E il giorno prima di partire, questo mascalzone mi diceva che cullati dalle onde avremmo ritrovato la nostra anima di fanciulli. Sadico! (Si sente di nuovo mah) Aiutatemi. Presto! (Lesurpied accorre con una sedia) Adesso ho il male di terra... da quando hol messo il piede sulla banchina... Non avete una compressa, un cachet?
Enrico - No.
Lesurpied - Io ho delle pillole, ma non so se le possono servire.
Donna rossa - Che cosa fanno?
Enrico - Sollevano la carne dalla tentazione.
Donna rossa - Non ne ho bisogno; cerco invece tutte le mie forze. Non voglio dargli la soddisfazione di vedermi ancora in questo stato.
Enrico - Ma lui non la vede e non la sente.
Donna rossa - Che cos'ha?
Enrico - Non si sa. Da quindici giorni l, inebetito.
Lesurpied - Non parla pi! Non dice una parola.
Donna rossa - E voi ci credete? Ma quello vi prende in giro. Quello ogni giorno ne inventa una: ha bisogno di farsi ammirare o di farsi compiangere, E Il mese scorso per una settimana intera non s'era messo a fare l'ammalato di cuore? Mi ero gi dato da fare per trovargli uno specialista... E come mi ha I preso in giro; ed io da stupida ci sono cascata. E non mi conduceva alla stazione per veder partire i treni? E quando non ce n'erano, si metteva a guardare per delle ore le tabelle degli orari. Ah, ma i finita, Emanuele! Eri riuscito a montarmi la testa con i tuoi viaggi, ma ti assicuro che me n' passata la voglia. (Si sente di nuovo male) Oh, se questa casa la smettesse di ballare! (A Lesurpied) E me le dia, dunque!
Lesurpied - Le pillole?
Donna rossa - Ma s. Prender un contravveleno a casa. (Inghiotte le pillole che Lesurpied le ha dato) Grazie! E per darti una prova che non voglio nulla da te, nulla, capisci? Ecco i tuoi settecentomila franchi. (Sbatte sulla faccia di Emanuele un fascio di biglietti stretti con un elastico, come li tengono nelle banche) Ci sono tutti... o quasi. Non vorrai che ti rimborsi anche il biglietto del viaggio, spero. Quando ho preso questo denaro dalla tua borsa, il giorno prima di partire, credevo che fosse la fortuna, invece portano iella! Te li restituisco. Addio. Non avrei mai creduto di poter restituire denaro ad un uomo, ma questi maledetti quindici giorni mi hanno proprio cambiata! (Esce).
Enrico - Animo, Lesurpied, mi aiuti a raccogliere questa roba.
Lesurpied - Ma che cosa sono questi soldi? I risparmi del vicecapoufficio no di certo. Eh?
Enrico - Non si preoccupi. Sapr tutto. (Raduna i biglietti di banca e si mette davanti a Emanuele) Le chiedo un favore.
Lesurpier - Dica.
Enrico - Porti subito questi soldi ai Cauchart. L'accoglieranno con urla di gioia, glielo garantisco. E cos, anch'io l'avr finita con loro. (E un po' rivolto a Lesurpied e un po' a Emanuele) E' chiaro?
Lesurpied - S.
Enrico - Vada. (Lesurpied prende il denaro e si dirige verso la porta) Stia attento!
Lesurpied - Eh, l, l. So che cos' il denaro. Me ne passa tra le mani, ogni giorno! (Esce).
Enrico - Ecco fatto, Emanuele, io me ne vado. La donna rossa non pi esattamente come tu l'immaginavi, ma te lo ha detto lei stessa; in questi quindici giorni cambiata. E tutti siamo cambiati parecchio ai tuoi occhi, in questi quindici giorni. Non ti dico arrivederci, perch penso che non avrai voglia di rivedermi. Addio, dunque. Addio, Emanuele. Se vorrai... insomma, sai dove trovarmi. (Esce. Emanuele fa per alzarsi, poi cambia idea. Resta un po' immobile, pensieroso, poi si decide di colpo lascia la poltrona. Esita ancora e fa qualche passo. Entra Zita).
Zita - Se ne sono andati?
Emanuele - S.
Zita - Che faceva tutta quella gente in giardino?
Emanuele - Degli estranei, con cui ho sistemato una faccenda...
Zita - Sembrate pensieroso.
Emanuele - Ho appreso una triste notizia.
Zita - Davvero?
Emanuele - S. La nave su cui ho cominciato a navigare, a correre per gli oceani ha fatto naufragio.
Zita - Oh Dio. Come si chiamava?
Emanuele - Il Nautilus.
Zita - E' perduto?
Emanuele - Completamente.
Zita - Povero Nautilus. Aveva un bel nome.
Emanuele - Gi.
Zita - Sapete come si chiamava l'ultima nave di pap?
Emanuele - No.
Zita - L'Invincibile.
Emanuele - Un nome glorioso.
Zita - E che bel bastimento. Voglio farvelo visitare.
Emanuele - E come si fa?
Zita - E' esposto all'angolo della via della Misericordia.
Emanuele - Da quell'antiquario?
Zita - S, da tre giorni.
Emanuele - Ti piace fare dei viaggi davanti alle vetrine?
Zita - Oh, s. Ma quella vetrina cos lontana; non ci posso andare spesso. Solo quando la signora mi d molte commissioni da fare. Ci viene un giorno a vedere l'Invincibile?
Emanuele - Forse.
Enrico - (apparendo sulla porta) Scusa, Emanuele, non sono riuscito ad andarmene proprio del tutto.
Emanele - Che vuoi ancora?
Enrico - Fare qualche cosa per te.
Emanuele - Non hai gi fatto abbastanza con mia moglie? E' come se tu lo avessi fatto per me. E pensare che oggi mi hai gettato quella Carmen tra le braccia per vendicarti di Clara.
Enrico - Di Clara?
Emanuele - S. Che ti tradiva con Lamberjeton.
Enrico - Ma non penserai davvero questo, spero.
Emanuele - E adesso finalmente ho capito perch mi dicevi: bada, tutti armeggiano alle tue spalle, Emanuele. Te la fanno di nascosto! Sta tranquillo, caro Enrico. Ti lascio campo libero. Parto.
Enrico - E chi ci crede?
Emanuele - Vedrai.
Enrico - Hai avuto cento volte l'occasione di partire... e sei sempre rimasto qui. Tu prepari le valigie; ma non parti. Metti da parte i soldi e poi non sai che fartene. Ti fai venir le voglie di capelli rossi e poi non li sfiori nemmeno con un dito. Va', te lo dico io; tu alla stazione non sorpassi nemmeno i cancelli d'ingresso.
Emanuele - Credi? Sei certo che io sia un allocco, un semplicione che ha paura di agire?
Enrico - Gi.
Emanuele - Bene. Sta a vedere. Zita!
Zita - (si era rifugiata nella veranda) Signore?
Emanuele - Portami la mia roba. Soprabito, cappello. Scarpe.
Zita - S, signore.
Emanuele - Poi va in soffitta. Dietro le ceste c' un sacco da viaggio. Portalo. E un involto di straccio che c' vicino.
Zita - Il signore va via?
Emanuele - S.
Zita - Dove?
Emanuele - Mah! (Gesto vago).
Zita - Per tanto tempo?
Emanuele - (stesso gesto) Mah!
Zita - Se il signore se ne va non vedr la mia nave.
Emanuele - Ti dispiace che vada via senza vederla?
Zita - Certo. Ci tenevo tanto.
Emanuele - Allora porta la mia roba e corri a vestirti.
Zita - Vestirmi? Perch?
Emanuele - Vestiti da viaggio: ti porto con me.
Zita - Oh, signore.
Emanuele - Volevi sapere dei viaggi di tuo padre? Vedrai tutti i mari che lui ha attraversato. Sbrigati! (Zita esce).
Enrico - Bravo, Emanuele. Rallegramenti.
Emanuele - Grazie. Vedi se sono capace di agire?
Enrico - Io non ci speravo pi. (Vedendo che Emanuele sta per sedersi nella sua poltrona). No!
Emanuele - Che c'?
Enrico - Non sederti, ti prego!
Emanuele - (assestandosi nella poltrona) Non aver paura; so anche come rialzarmi. Ora ho capito.
Zita - (entrando) Ecco la roba del signore.
Emanuele - Grazie! (Zita esce).
Enrico - Ti aiuto.
Emanuele - Per mettermi un cappello e un cappotto ce la faccio anche da solo.
Enrico - Non dico di no. Ma vorrei che ti sbrigassi.
Emanuele - Ti preme tanto che parta?
Enrico - Non vorrei che tu cominciassi a tentennare.
Emanuele - Mi conosci poco.
Enrico - Le scarpe.
Emanuele - Oh, dimenticavo. Ci mancava poco che uscissi in pantofole.
Enrico - Mettiti questa. A quest'altra penso io.
Emanuele - Non stringere troppo i lacci. Bisogna che mi ci abitui.
Zita - (entra con il sacco da viaggio) Ecco signore. Vado a vestirmi.
Emanuele - Fa' presto. (Zita esce).
Enrico - Non dimentichi niente?
Emanuele - Non credo.
Enrico - Soldi ne hai?
Emanuele - (soppesando l'involto di stracci) Oh s...
Enrico - E dove vai?
Emanuele - Non so ancora.
Enrico - Pensaci.
Emanuele - E perch?
Enrico - E vuoi partire cos?...
Emanuele - Alla ventura. Ti stupisce?
Enrico - Un po', s.
Clara - (entrando) Many! (Si precipita su Emanuele) E' guarito! Ero sicura che sarebbe guarita
Signora Cauchart - Emanuele, figlio mio!
Clara - Caro, caro. Oh, grazie, Ricky.
Enrico - Oh!
Signora Cauchart - Caro signor Enrico, la ringrazio anch'io.
Clara - Lesurpied, ringrazi Enrico.
Lesurpied - E di che cosa?
Clara - Le restituisce un amico.
Lesurpied - E un vicecapoufficio. In ogni modo, grazie.
Signora Cauchart - Il signor Cauchart si rallegrer in persona con lei. E' andato a restituire il denaro alla banca. Era ansioso di sistemare tutto.
Clara - Ma dove stavi andando, caro? Hai il cappello in testa. E che ne fai di questa valigia? (Gli prende il sacco dalle mani) E come pesa!. (L'apre) E' piena! (Ne rovescia il contenuto sul pavimento). E perch tutta questa roba? Emanuele, non partivi mica? Many? Rispondimi.
Enrico - Stavamo parlando di viaggi. Progetti per le vacanze. Mi ha fatto vedere il suo sacco.
Signora Cauchart - (a Clara) Ma ha un'aria strana!
Clara - Emanuele, non fare cos. Togliti il cappello e siediti.
Emanuele - No, no.
Signora Cauchart - Non mica ancora l'ora di andare in ufficio.
Clara - Ma no, andiamo. Mamma, aiutami per favore. (Raccolgono la roba che era nella sacca da viaggio. Entra Zita con uno strano abito da viaggio: un insieme irreale come tutto sempre stato irreale in lei) Che c' ancora? Di nuovo queste stupidaggini? Vieni qui tu. Decisamente non puoi proprio smtterla con questa brutta abitudine? Senti, ragazza mia, per questa volta, visto che il signore guarito, ci passo sopra, ma che non si ripeta con queste sciocchezze. Hai capito?
Zita - S, signora.
Clara - Fammi il favore di andare subito a toglierti questa roba di dosso e occuparti della cucina.
Zita - S, signora.
Signora Cauchart - (porgendo la sacca a Zita) E metti via questa roba. (Zita esce).
Clara - Su, Emanuele, deciditi. (Emanuele posa il cappello. Entra Cauchart).
Cauchart - Ah, eccolo in piedi. Pronto ad affrontare i grandi compiti che lo aspettano. Bravo Emanuele.
Emanuele - Che compiti mi aspettano?
Cauchart - Ho visto il direttore. Rassicurati: non aveva perduto la fiducia in te, come tutti noi del resto. Il tuo posto in banca ti aspetta, non solo, ma per tagliar corto alle chiacchiere e perch nessuno dubiti che sei stato coinvolto in una serie di disgrazie, al prossimo avanzamento il direttore ha detto che ti proporr come capo ufficio.
Lesurpied - Ah! (Sviene sulla poltrona, mentre tutti i familiari gioiscono della notizia).
Cauchart - Su, Lesurpied! Animo! Che le succede?
Lesurpied - Niente. Un po' d'emozione.
Emanuele - (tra di s) Capo ufficio!
Signora Cauchart - Vuol prendere qualcosa?
Lesurpied - No, ora va meglio. Grazie.
Cauchart - (s avvicina a Emanuele che s seduto in disparte) Sii gentile, digli qualcosa.
Emanuele - A chi?
Cauchart - Al nostro caro Lesurpied.
Emanuele - S, ma vorrei dire una parola anche agli altri.
Cauchart - Agli altri?
Emanuele - A te, a tua moglie, alla mia. Insomma a tutti.
Cauchart - Ah!
Emanuele - Non c' niente di strano. Ordina la adunata. (Stupito Cauchart va verso il gruppo in mezzo al quale ora Lesurpied si rimesso in piedi).
Clara - Che hai, pap? Sei preoccupato?
Cauchart - Emanuele vuole parlarci. (Tutti guardano Emanuele che sempre seduto in disparte, ma dopo un momento si alza e si pianta davanti al gruppo) Manca nessuno? Ah! (Va alla porta del corridoio e chiama) Zita!
Zita - (voce lontana) Signore!
Emanuele - Vieni subito, ti prego!
Zita - (voce lontana) S, signore.
Emanuele - (al gruppo) Scusatemi.
Zita - (entranto) Signore?
Emanuele - Mettiti l! (La mette insieme agli altri) Amici cari, avrei preferito vedervi uno per uno e riprendere con ognuno di voi quei colloqui intimi che, soli, hanno rallegrato la mia lunga malattia. Ma non ho tempo. (Va davanti a Cauchart) Caro signor Cauchart, suocero mio. (Una pausa. Riflette e poi tende a Cauchart il malloppo di stracci che ha sempre in mano) In questo salvadanaio troverai da completare la somma che ti hanno consegnato prima. Cos saranno settecentomila franchi giusti. Io rientro nei ranghi: testa eretta, petto in fuori; riprendo il mio posto nel plotone col quale avevo perduto il passo. Sono felice e fiero di andare con animo intrepido non so bene dove. Riposo. (Davanti alla signora Cauchart) Cara suocera mia, tra di noi non ci possono essere problemi: posso dire bianco o dir nero, resteranno sempre suocera e genero. (Davanti a Clara) Cara Clara! Mia adorata. Moglie mia. Ti ho gi chiamata in tutti questi modi, un tempo, sinceramente. Uno solo non l'ho mai potuto pronunciare: amica mia. Mi dispiace. Ma forse c' ancora tempo. (Davanti a Lesurpied) Caro collega, quando sar capo ufficio, avr solo un pensiero: farla nominare al mio posto di vicecapo ufficio: ci sar sempre la distanza. E mi saluti il signor Dachottin! (Si ferma un momento davanti a Enrico) Volevi vedere se ero capace di agire? (Prende Zita per le hraccia) Mia cara Zita, non temere, le mie nuove occupazioni non mi impediranno di venire spesso in quel giardino di casa tua che solo noi due conoscevamo cos bene. Da domani, quando io esco, alle sei, aspettami davanti al negozio dell'antiquario. Va bene?
Zita - S, signore.
Emanuele - Ti dispiace per il nostro viaggio andato a monte?
Zita - No. Continueremo il nostro viaggio sull'Invincibile.
Emanuele - Almeno con quello saremo tranquilli... non ci saranno di mezzo crociere. (Guarda l'orologio) Oh, bisogna che scappi. Lesurpied, mi dia tre pillole.
Lesurpied - Ma...
Emanuele - Me le dia, per favore. (Lesurpied gliele d. Emanuele si rivolge a Enrico) Ecco: prendile. Sono per te. Io ti lascio in casa mia mentre sono in ufficio, ma a condizione che tu faccia questa cura! (Enrico inghiotte le pillole) Benone. (Si dispone a uscire, ma si ferma un momento per dire a se stesso) Straordinario come sono cambiato anch'io in quindici giorni.
FINE
- Questo copione è stato visto:


