Maria Stuarda

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MARIA STUARDA

tragedia di

FEDERICO SHILLER

tradotta in versi italiani

da

EDVIGE DE BATTISTI

di san Giorgio

Oh tetra scena! Negri addobbi sanguigni intorno intorno

 A fero palco? - E chi sovr’esso ascende'

Oh! sei tu dessa? O già superba tanto,

Or pure inchini la cervice altera

Alla tagliente scure? Altra accettata

Donna il gran colpo vibra.

ALFIERI. Trag: Maria Stuarda

Atto V. Scena I.

PERSONAGGI

ELISABETTA regina d’Inghilterra.

MARIA STUARDA regina di Scozia.

alla corte di Elisabetta

GIORGIO T ALBOT conte di Salesbury gran cancelliere guardasigilli

GUGLIELMO CECILIO barone di Burgley gran tesoriere

ROBERTO DUDLEO conte di Leicester grande scudiere

Conte di KENT gran maresciallo del palazzo

GUGLIELMO DAVISON segretario di stato

cavalieri custodi di Maria.

AMICIO POWLET

* DRUGEON DRURY

MORTIMERO nipote di Powlet.

OKELLI confidente di Mortimero.

Conte ALBASPINA ambasciatore francese.

POMPONIO conte di BELLIEVRE inviato francese

 

di Maria

ANDREA MELVIL maggiordomo maggiore

BURGOIN medico

GIANA KENNEDY nutrice

MARGHERITA CURLA cameriera

damigelle

ROSIMUNDA

* GERTRUDA

* ALICE

* BERTA

Un UFFICIALE della guardia

Un PACGIO d’Elisabetta.

* LO SCERIFFO della contea dì~ Northampton. ,..

* GRANDI, d'Inghilterra, CAVALIERI francesi, GUARDIE, SERVI

L'azione succede nel 1587, e si rappresenta nel castello di Forthringhay negli atti I. III. e V. fino alla scena undicesima, e nel palazzo di Westminster negli atti II. IV. e V. dalla scena undecima innanzi.

I personaggi segnati coll'asterisco non parlano.

ATTO PRIMO

SCENA I

Stanze interne di Maria.

KENNEDI, POWLET, DRURY con iscalpelli in mano.

KENN. (1) Che fai signor? Qual nuovo ardire è questo? Via di costà.

POWL.      Donde le gioje? - Certo

Fur gittate dall'alto, esca gradita

Con che sedurre il giardiniere - Oh astuzia.

Esecrata di donna! Indarno affino

La vigilanza e l’indagar che ascosti

Ancor sonvi ornamenti, ancor tesori! (2) Dov'eran questi, altri n'avranno

KENN.      Indietro,

Indietro audace! Qui della regina

Stanno i segreti.

POWL.      E questi appunto io cerco. (3)

KENN       Sono inutili carte, informi note

                   Vergate solo ad ingannar la trista

[l] In aspra contesa con Powlet che sta per uno scrigno

[2] Si pone a visitare lo scrigno.

[3] Ne toglie alcune carte.

                   Noja della prigione.

POWL.      È l’ozio scuola,

In cui l’anime prave· ordendo vanno

I lor disegni.

KENN.      Son francesi scritti.

POWL.      Peggio! chè lingua è questa onde distinti

                   Sono i nemici d'Inghilterra.

KENN.      Abbozzi

Di lettere indiritte alla regina

Elisabetta.

POWL.      Recherolle io stesso - (1)

Ma qual nuovo baglior 1'occhio mi fiede!

Un diadema regale, in cui conteste

Splendono ricche gemme ai gigli franchi.

Drury, colresto ponlo in serbo (2)

KENN.      Ahi quale

                   Soffrir  n’è forza violenza iniqua!

POWL.      Nuocer può ancor finché possieda. In arme

                   Tutto è volto in sua man.

KENN.      Ver noi benigno,

Signore, ti dimostra, e non ci terre

L'ultimo fregio della nostra vita!

Quell'infelice di veder s'allegra

Della grandezza sua gli antichi segni.

Poiché d’ogni altro omai ne festi spoglie.

[1] Tocca una molla segreta, e toglie da un ripostiglio

alcune gioje.

[2] Drury parte portando seca le carte e le gioie.

POWL.      Fedele il serberò. Tutto fia rese

                   A tuo tempo...

KENN.      Chi mai scorge da queste

Nude pareti che qui sia l'albergo

D'una regina? Ov'è il regale addobbo. S

ovra il suo seggio? Il nudo suol non preme

Il morbido suo piede? Ogni più abbietta

Donna di nobil stirpe avrebbe a schifò

Di rozzo stagno i vasi, onde imbandita

È la sua mensa.

POWL.      Così un giorno anch'ella

Trattò in Sterling lo sposo, e in coppe d'oro

Al suo drudo frattanto il vin mescea.

KENN.      Fino lo specchio, pur comune arredo,

                   Tolto le fu.

POWL.      Finché sue vane forme.

Ella contempli, non avran mai fine

Colle speranze gli attentati suoi.

KENN.      Né un libro ha pure a ricrear lo spirto.

POWL.      Basti la bibbia a migliorarle il cuore.

KENN.      Perfino il liuto le fu tolto.

POWL.      A sozzi

                   Carmi d'amore un dì stromento,

KENN.      E fia

Questo il destin di chi, regina in fasce,

Mollemente educata, in mezzo, agli agi

Ed ai piacer nella pomposa corte

D'una Medici crebbe? Ogni possanza.

Di torle noni bastò, che ancor di questi

Infelici ornamenti or si dispogli?

Delle sventure nell'arringo impara

Un'alma grande, a moderar se stessa;

Ma grave è pur che della vita manchi

Ogni ancor piccol fregio.

POWL.      Essi son pasco

Di vanitade al cuor, quando dovrebbe.

In se raccorsi al pentimento. È giusta

Del viver rotto a turpi vizi ammenda.

Miseria, abbìezion.

KENN.      Se in error tratta

Fu, da sua debil giovinezza, a Dio

Conto daranne e al proprio cuor; ma nullo

Ha giudice per lei questa contrada.

POWL.      Ond’è il delitto, anco giustizia aspetti.

KENN.      Stretta fra i ceppi, di qual colpa mai

                   Può farsi rea?

POWL.      Ma benché in ceppi avvinta

Stese il braccio. nel mondo, e per le inglesi

Terre scotendo la terribil face

Della civil discordia armò sicari.

A stormo contro la regina, a cui

Propizio arrida il cielo! Ella da queste

Mura non spinse al regicidio infame

Di Babington e di Parry la destra?

Forse bastar questi cancelli, allora

Che di Norfolc affascinava il cuore?

Solo per lei del manigoldo cadde

Sotto la scure il più pregiato capo

Di questo regno - Eppure ancor non valse

Il terribile esempio a trar d’inganno

Que’ furibondi, che a gittarsi a gara

Corron per amor suo dentro l’abisso

D'ognor crescenti vittime per lei

Il patibol si copre, e mai l'infande

Stragi non cesseranno infin che anch'essa,

Di tutte la più rea non si s'immoli -

Oh maladetto il dì, che il nostro lido

Cotesta Elèna ospitalmente accolse!

KENN.      Ospitalmente accolse? Ahi sciagurata!

Dal dì ch'esule il piede in questa terra

Fermò, pregando asil dalla congiunta,

Le fu tolta libertade, e vana

Le fu difesa delle genti il dritto

E la regale maestà; chè in lutto

Trarre l' è forza dell' età migliore

I florid’anni entro le anguste mura

D'una prigione - E poiché tutta bebbe

L'amarezza del carcere, condotta

È indegnamente ai tribunali innanzi,

Come vil delinquente, a udir di morte

Accuse - una regina!

POWL.      A questi lidi

Come donna omicida ella pervenne

Dal suo popolo espulsa, e da quel trono

Balzata alfin, che con atroci colpe

Avea bruttato. D'Inghilterra a danno

Qui venne a congiurar, le orrende stragi

Dell'ispana Maria seco recando,

A mutarne la fede, a imporle il giogo,

Per tradigion, dell' odiata Francia.

Ond’è che d’Edimburgo ella non volle

Fermare il patto, e, rinunciando ai vani

Suoidiritti al trono d’Albione, aprirsi

Con un tratto di penna il carcer suo?

Ma stenti e prigionia piuttosto elesse,

Che un voto nome abbandonare. E dnde

Tal proposito in lei? D’arti malvagie

Esperta fabbra e di congiure, immensi

Danni ci appresta, e dal suo carcer spera

Di questa terra conquistare il soglio.

KENN.      Tu ne dileggi - Ed al rigore aggiungi

Anche l'amaro scherno! Ella sepolta

In queste mura alimentar si vane

Illusion? Ella a cui suon non giunge

D'amica voce, che dai patri lidi

Rechi conforto? A cui d'umane forme

Ogni altro aspetto da gran tempo è ignoto

Fuor che de' carcerier l'atro cipiglio?

A, cui nuove custode ora nel rozzo

Tuo congiunto s'aggiunge, ed i cancelli

Son raddoppiati? -

POWL.      Incauto è ben chi avvisa

Con inferrate contener la fina

Astuzia sua. Chi m'assicura appieno

Che dalla lima sordamente rose

Queste spranghe, non sieno? E questo suol

E queste mura, al lor vedersi integre,

Non sien vote di dentro e al tradimento

Prestin ricette mentr'io dormo? Ahi tristo

Ufficio è il mio di custodir cotesta

Astuta madre di sciagure e guai!

Di tutto temo, e fin di notte sbalzo

 Dal letto come tormentato spirto,

E corro ai chiavistelli, non alcuno

Colla tradita fè me gli abbia infranti;

E dubitoso, poiché sorge il giorno,

Avverati pavento i timor miei.

Pur me felice a cui data è fidanza

Che tutto volga a termine vicino!

Sulle porte d'averno io mi torrei

Guardar piuttosto le perdute turbe,

Che tal regina a tante insidie avvezza!

KENN.      Ecco ella viene

POWL.      In mano ha il crocifisso.

                   Orgoglio e voluttade in mezzo al cuore.

SCENA II.

KUNNEDY, POWLET, MARIA velata con il crocifisso in mano.

KENN. (1) Siam crudelmente. calpestate. Al colmo

Giunge il rigor, la tirannia. Di nuove

Onte ministra, ogni nascente aurora

Sul tuo capo regale aduna affanni.

MAR.         Ti rincora. Che fu f Narra.

KENN.      Sferrati

[I] Va frettolosa ad incontrare Maria

Furo i segreti tuoi. Le tue scritture,

Gli ultimi fregi, ancor serbati a stento,

De' nuziali arredi il solo avanzo,

Onde la Francia ti largiva, or tutto

Tutto cadde in sua man. Nulla di regio

Più ti riman dalla costui rapina.

MAR.         T'acqueta, o Kennedy, ché questi orpelli

Non fanno la regina. Essi vilmente

Trattar ne ponno, ma avvilir non mai.

Usa a oltraggi più gravi in questo regno

Ben tollerar poss'io la nuova offesa -

Posta hai, signor, la violenta mano

Su ciò ch'io stessa in questo dì volea

Spontanea consegnar. Tra questi fogli

Uno è diretto alla regal mia suora

Elisabetta. Or tu leal prometti

Ch'essa l'avra pria che Cecilio infido.

POWL.      Avviserò che far mi giovi.

MAR.         Intere

Vo' il concetto svelartene. Io le chieggo

L'alto favore di parlar con lei,

Che ancor qnest’occhi non han mai veduta.

D'uomini a un tribunale io son citata

Che per miei pari io non conosco, in cui

Non ho fidanza. Elisabetta è donna

Della mia stirpe, del mio, grado: ad essa

Alla donna, alla suora, alla regina

Svelar mi posso.

POWL.      Ad uomini men degni

                   Della tua stima pur fidato hai spesso

                   La tua fama; o signora, e il tuo destino.

MAR.         Altro favore imploro, e ingiusta fora

Crudeltade il negarlo. Invan sospiro

Da gran tempo, sepolta in queste mura,

Della chiesa i conforti, i dolci pegni

Della redenzion. Colei che tolto

M'ha scettro e libertà, colei che arriva,

Fino la vita a minacciarmi, chiuse

Anco del ciel non mi vorrà le porte.

POWL.      Il decano del luogo, ove ti piaccia …

MAR.         Nulla vogl’io da lui. Bramo un ministro

Di mia stessa credenza, e bramo insieme

Scribi e notai, che de' miei sensi estremi

Faccian strumento. Tra gli acerbi affanni

Del carcer lungo già il mio fral vien meno.

Già de' miei giorni il novero compiuto

Omai pavento, e come moribonda

Riguardarmi degg’io.

POWL.      Da saggia adopri.

                   Questi sono i pensier che ti s'affanno.

MAR.         E chi sa non affretti opra di mano

La lenta possa dell' angoscia? Or voglio

Disporre almen di quanto ancor mi resta.

POWL.      E il puoi ben tu, che l'anglica regina

                   Colle tue spoglie d'arricchirsi sdegna.

MAR.         Dalle mie care ancelle, e da' miei servi l

                   o fui divisa - Ove son essi?

Quale è il destin loro? Sopportare io posso

D'esserne orbata, ma saper mi giova

Che nessun de' miei fidi i dì strascini.

In braccio a povertà.

POWL.      Cura se n'ebbe. (I)

MAR.         Parti, signore, e fra l'angustie é il crudo

Timor della incertezza ancor tu lasci

L'abbattuto mio cuor? Turba di compri

Esplorator dal mondo mi divide,

Nè più novella del mio carcer giunge

Le mura a penetrar. Frattanto in mano

De' miei nemici è la mia sorte. Un mese

Lungo, angoscioso già trascorse omai

Dal dì che d'improvviso in questa rocca

Quaranta eletti a giudicarmi entraro;

Ed affrettato tribunale alzando

Con nuovo esempio, d'orator sprovvista,

Della memoria mia col solo ajuto,

Sbalordita, confusa. orrende accuse,

alla nequizia astutamente ordite,

Fui stretta a confutare - Essi quai larve

Giunti, quai larve sparvero. Silenzio

Alto silenzio da quel dì qui regna,

E cerco invan nel guardo tuo se debbo.

Aver trionfo l'innocenza mia

E lo zel degli amici, o l'arti inique

Di chi m' abborre. Il cupo arcan mi svela -

Di’ se temere, o se sperar degg'io.

POWL. (2) Col ciel far pace ti conviene.

MAR.         Spero

[1] Vuol partire.

[2] Dopo una pausa.

Nella clemenza sua, come confido

Della giustizia nel potere in terra.

POWL.      Giustizia avrai non dubitarne.

MAR.         È dunque,

                   Signor, deciso il mio destin?

POWL.      L'ignoro.

MAR.         Son io dannata?

POWL.      Nol so dir.

MAR.         Qui tutto

Uso è precipitare. Il manigoldo,

Come i giudici un dì, verrà improvviso?

POWL.      Così creder ti giovi, ché al cimento

                   Più che non fosti allor n'andrai parata.

MAR.         Di nulla stupirò qual ch'egli sia

                   Il giudizio, signor, che dare ardisca

Di Westminster nell' atrio nn tribunale

Dall'odio di Cecilio, e dallo zelo

Aggirato d'Atton. Ma so ben anco

Ciò che far lice all’anglica regina.

POWL.      Chi regge il fren dell' Inghilterra, nulla

Può paventar che il parlamento e insieme

La coscienza sua. Del mondo in faccia

Farà il poter quanto giustizia imponga.

SCENA III.

KENNEDY, POWLET, MARIA, MORTIMERO

MORT. (1) Di te si chiede.

MAR.         Un nuovo priego ascolta- 

Se cosa a dirmi hai tu, molto poss' io,

Da te soffrir, ché riverenza inspira

Tua veneranda età; ma il tratto altero

Non so d'un giovin tollerare. Ah togli,

Togli che innanzi anco mi torni, e meco

Il rozzo stil de' suoi costumi adopri!

POWL.      Quanto in lui ti dispiace è ciò ch' io pregio.

Ei non è tale cui di donna il finto

Pianto ammollisca - Ei vide estranie terre,

Ma  Rems, da Parigi intatto ancora

Lo schietto anglico cor riporta. Induno

Fia che con lui le soli t' arti adopri.

SCENA IV.

MARIA, KENNEDY

KENN.      E tanto ardisce l'insolente in viso

                   Dirti, o regina? Acerba cosa!

[1] Senza alcun atto di riverenza verso Maria parla a Powlet, indi parte. Maria lo guarda con risentimento.

MAR. (1) Ai vili Adulatori troppo facil porsi

L'orecchio allor che ne ridea fortuna.

Or dritto è ben ch'anco per noi s'ascolti

L'amaro suono delle altrui rampogne.

KENN.      Tu che ognor lieta a me davi conforto,

Tanto avvilita, mia signora, or sei?

Onde tal cambiamento? Sei pur quella

In cui più che tristezza una leggera

Mente io doveva riprovar.

MAR.         Me lassa!

Lo riconosco!

Il sanguinoso spettro

Quello è d’Arrigo, che furente sorge

Fuor dell' avello. E non fia mai che pace

Ei mi conceda finché tutto in prima

Non si compia il rigor di mie sciagure.

KENN.      Oh che vaneggi!

MAR.         Tu lo scordi, o Giana -

Ma fitto in mente l'ho ben io - Ricorre

Oggi l'infausto dì, ch' espiar soglio

Fra il digiuno e le preci.

KENN.      Abbiasi pace

Quel truce spettro alfin. Col pentimento

E le sciagure di tant'anni appieno

Di quella macchia già purgata hai l'alma.

Colui che in terra ha del perdon le chiavi

Già te D'assolse, e insiem con esso il cielo.

MAR.         Sì, ma rimesso da gran tempo, ancora

[1] Assorta in pensieri

Dalla malchiusa tomba esce, grondando

Sangue, il delitto, né de' sacri bronzi

Il suon che invita a venerar gli altari,

Né l’in cruenta ostia di pace in mano

Del sacerdote, ributtar può indietro

Ombra di sposo, che vendetta gridi!

KENN.      Tu sei monda di sangue. Altri l'uccise.

MAR.         Ma ne fui conscia, e non m'opposi, e furo

                   Le mie lusinghe di sua morte agguati.

KENN.      La giovinezza tua scusa il tuo fallo:

                   Eri in sì verde età…

MAR.         Giovane è vero,

                   Ma non mi tolse gioventù che turpe

                   Io la facessi di sì grave colpa.

KENN.      Di sangue oltraggio, e tracotanza troppa

Te d'uomo provocò, cui dalla polve,

Come braccio di nume, al trono alzava

Amor tuo solo, dividendo seco,

Nel fior degli anni, la corona e il letto.

Come scordar potea che altezza tanta

Opra era sol di generoso amore?

Pur l'indegno obbliollo, e con infame

Sospetto e viver sozzo, alla tua dolce

Tenerezza fe' scorno, e agli occhi tuoi.

D'odio oggetto si rese. Alfin disparve

La falsa luce onde il tuo cuor fu vinto,

E tu sdegnosa di quei turpi amplessi

Lasciavi il tristo al pubblico disprezzo -

Egli di rimertar forse ebbe cura

Il tuo favore? A tua clemenza ei forse.

Ebbe ricorso? A' piedi tuoi pentito

Forse gittossi, e vi promise emenda?

L'infame in vece provocare ardiva

Il tuo giusto rigore. Egli, a te sola

Di sua fortuna debitore, impero

Teco assunse di re. Sugli occhi tuoi

Fece scannar, del tuo favore in onta,

Rizio gentil cantor - Sangue per sangue

Solo rendesti.

MAR.         Ed in me pur vendetta

Cruda di sangue ne sarà, ch' io leggo

Nel tuo conforto la sentenza mia.

KENN.      Tu donna di te stessa allor non eri

Che l'opra infanda permettesti. Invasa

Da delirio d'amor, te il ferreo giogo

Del seduttore Botuello oppresse -

Con tracotante tirannia la chiave

Volse quel diro del tuo cuore, e l'alma

T'infiammò, ti confuse con bevande

Ammaliate da sue perfid'arti.

MAR.         L'esser egli uomo, io donna imbelle, faro

                   Oneste e non altre l'arti sue.

MAR.         Piuttosto

Di' che tutte in suo ajuto egli d'inferno

Trasse l'alme perdute a intesser nero

Vel che offuscasse di tua mente il raggio.

Chiuse l'orecchie d'amicizia ai dolci

Ricordi, e gli occhi d'onestade al lume,

Più l'ingenuo pudore

allor non sorse

Ad illfiorat' tue gote, che, già prima

                   Sede di pudicizia, arser d'impura

Fiamma di voluttà. Le ardite colpe

Di quel ribaldo soverchiato in fine

La debolezza tua. Cadde la benda

Del mistero, e svelata e baldanzosa

La tua vergogna sollevò la fronte.

D'Edimburg per le vie portò in trionfo

Innanzi a te di Scozia il regio brando

Quell' infame sicario in van seguito

Dall'imprecar del popolo. D'armati

Cingesti il parlamento, e di tue vili

Arti la possa a tal giugnea, che assolto

Fosse egli alfin dall'omicidio atroce

Della giustizia nel sacro delubro -

Ma più facesti ancora … oh Dio!

MAR.         Finisci!

                   La man di sposo sull'altar gli porsi.

KENN.      Notte d'eterna tenebria ravvolga

Il terribile evento, onde rifugge

Atterrito il pensier. D'alma perduta

Opra fu quella, e tal non fosti mai -

Io leggo nel tuo cuore, io ch'ebbi cura

Degli anni tuoi primieri. Esso è gentile,

Ed aperto al pudore - Ogni tua colpa

Di leggerezza è figlia. Anco il ripeto,

V'hanno nemici all'uom spirti maligni,

Che, invasi a un tratto i mal guardati petti,

Volgonli al peggio, e all'infernal soggiorno

Poi riparando, lascianvi la colpa

E lo spavento. La tua vita è pura

D'ogni altra macchia, che il candor ne sozzi,

E dell'ammenda tua posso far fede.

Or dunque ti rincora, e datti pace.

Quanto è in te di rimorsi infausto oggetto

Rea non ti rende in Inghilterra, e mai

Giudice a te non fia questa regina,

Nè il parlamento suo. Sol violenza

È che' t' opprime, ed al giudizio innante

Ben tu il coraggio dispiegar puoi tutto

Dell'innocenza tua.

MAR.         Chi vien? (1)

KENN.      Ritratti: È Mortimer

SCENA V.

MARIA, KENNEDY, MORTIMERO.

MORT. (2) Ti scosta e cauta attendi

                   Che alcun non oda. Alla regina io deggio

                   Qui favellare.

MAR. (3)   Kennedy, t'arresta.

MORT.      No, non temere e mi conosci, appieno. (4)

MAR. (5)   Come! Che veggio!

[1] Mortimero si mostra al limitare della porta.

[2] A Kennedy

[3] Con dignità.

[4] Porge un foglio a Maria.

[5] Guarda il foglio e dà indietro meravigliata.

MORT. (1) T'allontana, e veglia

                   Che Powlet non ne colga.

MAR. (2)   Or va, il compiaci. (3)

SCENA VI.

MARIA, MORTIMEBO, in fine KENNEDY.

MAR.         Di mio zio il cardinale di Lorena! (4).

A Mortimero apportator di questa Appien t'affida … perocché non hai

Un più fedele amico in Inghilterra. (5)

E fia possibil ciò!

Me non seduce

Fatale illusion? Dunque sì presso

Trovo un amico, io che dal mondo intero

Abbandonata mi credetti? - E il trovo

Nel sangue di Powlet; in te ch' io prima

Tenni il più infesto fra nemici miei? -

MORT. (6) Di facile perdon degna è, regina,

Un odiata larva, onde già troppo

Affannato è il mio cuor; ma se pur dato

Or m'è d'esserti appresso e farti salva,

Sola ad essa il degg'io.

[1] A Kennedy.

[2] A Kennedy che indugia.

[3] Kennedy parte meravigliata.

[4] Legge.

[5] Guarda piena di stupore Mortimero.

[6] Ai piedi di Maria.

MAR.         Sorgi, signore -

Tu mi sorprendi - Aprir l'alma non oso

Dall' estremo de' mali a tanta speme -

Parla, signor - Fa che il mio ben conosca,

Sicchè sia vano il dubitarne.

MORT. (1) Il tempo

Rapido fugge, e qui sarà tra poco

Mio zio con tal d' abborrimento degno.

Or pria che feral nunzio ti conturbi,

Ascolta quale scampo il ciel t'appresta.

MAR.         Prodigio certo e' fia del suo potere!

MORT.      Ma soffri ch'io 'l parlar da me cominci.

MAR.         Narra, signore.

MORT.      Il quarto lustro appena,

Fra discipline austere, io tocco avea,

Succhiando insieme avversion feroce

Al romano pastore, allora che sorta

Di veder nuove terre in me vaghezza

Del puritano pergamo alle cupe

Sale m' involo ed alla patria, e ratto,

Le Gallie trascorrendo, affretto il cono

Alla celebre Italia, a cui son volti

Gli ardenti voti miei. Correano allora

Ivi alla chiesa i più solenni giorni.

Un incessante ire e reddir fervea

Di pellegrin per le affollate vie.

Le immagini di Dio vedeansi tutte

Inghirlandate, e mi parea che intera

[1] Alzandosi.

Al ciel movesse la mortal famiglia -

Tra la folla pur io confuso e misto

Dei credenti, fui tratto innanzi a Roma.

Quale, regina, non provai diletto,

Poiché affacciarsi all' occhio mio bramoso

Vidi la maestà de' trionfali

Archi e trofei I D'alto stupor m'invase

Di Vespasian la celebrata mole.

Il genio creatore in dolce incanto

L'anima mi rapì, non usa ancora

Dell'arti allo splendore. Ogni conforto

Di sculta o pinta imagine negato.

È dalla chiesa in cui crebb'io, ché solo

Della nuda parola il senso adora!

Qual non mi scosse voluttà divina,

Allor che udii d'armonici concenti

I sacri templi risuonar! Per tutto

Vive le sacre imagini vid'io

Ornar volte e pareti. I sensi miei

Tutti bearsi in quanto umana mente

Può concepir di meraviglia degno.

Mirar quest'occhi de' celesti spirti

Le schìere, e l' angel salutar Maria,

Dio nato e trino, la gran Madre, e Cristo

Nella sua gloria sul Taborre apparso.

Corrusco vidi di pompose vesti

Il supremo pastore offrir sull’ara

Il sacrifizio e benedir le genti.

L'oro che è mai, che mai sono le gemme

Ch'ornan de' regi la temuta fronte!

Solo egli è cinto di fulgor divino.

Magio celeste è la sua reggia, e in terra

Gloria non è, che tanta gloria adegui.

MAR.         Se ti cale di me frena gli accenti,

Che mal s'addice a misera e cattiva

Tanto splendor di vita!

MORT.      Anch'io, regina, 

Anch'io tal fui; ma d'improvviso, sciolte

Le mie catene, a dolci aure di vita

Volò incontro il mio spirto. Allor giurai

Odio al muto volume ove ristretta

Al nudo verbo è la divina legge;

E, cinto il crin di nuovo serto, io pure

Lieto m'aggiunsi de' contenti al coro.

Unirsi meco nobil! scozzesi

E francesi vivaci, e al porporato

Di Guisa, al tuo gran zio, furonmi scorta.

Oh grande in vero, oh per fermezza illustre,

Nato sùll' alme a dominare, esempio

Di regal sacerdote, e della chiesa

Primo ornamento!

MAR.         Lo vedesti dunque

Quell'uomo d'ogni amor, d'ogni onor degno,

Guida ed appoggio de' miei, debili anni?

Oh di lui mi favella! In cuor mi serba?

Fortuna ancor gli arride f È in fior sua vita?

È della chiesa ancor salda colonna?

MORT.      Ei della fede i rudimenti primi

Non isdegnò insegnarmi, e dal mio petto

Ogni dubbiezza dissipar. Da lui

Appresi come di novelli errori

Fonte è ragion, se troppo innanzi spinge

L'insaziabil guardo; che pei sensi.

Uopo è che impari il cuor quanto è proposto

Alla credenza sua; che della chiesa

Tal che visibil sia deve esser capo;

E che dei padri nostri i dommi, integro

Soli serbar di veritade il nerbo.

L'invincibil sua mente e l'eloquenza

Di sue parole dal mio spirto infermo

Tutte sgombraro le fallaci larve!

Solenne abbiura d'ogni error fec'io

Nel suo cospetto, e della chiesa al grembo

Tornai.

MAR.         Dunque de' mille uno tu sei

Ch' egli ritrasse dalla via smarrita,

Come il divino banditor del monte

Col vincente poter di sue parole!

MORT.      Poiché il chiamar l'alte sue cure in Francia,

Me a Rems mandò, dove operosa educa

Del Lojola il drappello i sacri arbusti

Da trapiantare nel britanno suolo.

Lo scozzese Morgan ivi trovai

D'anni già carco, e il tuo fedel Lesleo,

Dotto pastor di Ros, che in strania terra

Traggono amari dell' esigli o i glomi -

Con lor vivendo io rassodai mia fede -

Di quel vescovo un giorno entro la soglia

Vidi l'effigie di tal donna ch' era,

Di suprema bellezza alto prodigio,

È nel fondo del cuor si commosse

Che me rapì a me stesso. Egli è ben dritto,

Dissemi allora il buon pastor, ch’ogni alma

Innanzi a questa imagine si spetri:

Costei che per beltade ogni altra avanza

Degna è fra tutte di maggior compianto.

Della fe nostra è vittima,  e de lunghi

Suoi patimenti la tua patria è il centro.

MAR.         Uomo pietoso! Io tutto non perdei,

                   S’ho nelle mie sciagure un tanto amico.

MORT.      Poi del suo dir colle vivaci tinte,

che mi feriano il cuor, tutti mi pinse

I tuoi martiri, e la feroce sete.

Di sangue onde son arsi i tuoi nemici.

De tuoi grand'avi il lungo ordin mostrommi

Dal ceppo insigne de' Tudor scendenti;

E mi convinse appien che d'Anglia il trono

Spetta a te sol non a costei, che nata

Da un adultero amor, lo stesso Arrigo,

Il 'padre suo, come bastarda escluse,

Né pago sol di testim si egregio

De' veraci tuoi dritti, altrui consiglio

Anco ne chiesi, e le vetuste svolsi

Opre di chi saggio libroIli, e tutti,

Tutti gli esperti feronmi dimostro

Che a te dovuto è di Britannia il soglio.

E questo è ciò che ti fa rea di colpa,

Ch'è tua la terra ove innocente langui.

MAR.         Dritto infausto, cagion di mie sciagure!

MORT.      Seppi frattanto che di Talbot eri.

Tolta alle mani e del mio zio fidata

Alla custodia - In ciò vidi del cielo,

Presto a giovarti, il prodigioso braccio,

E me trascelto dalla figura sorte

Alla salvezza tua. Lieto ogni amico

Consente all’opra. Il cardinal mi assiste

Co’ suoi gravi consigli. Egli mi prega

Propizio il cielo, e la difficil arte

Del simular m’insegna. Ordito a un tratto

Era il disegno, ed io poneami in via

Verso il suolo nativo in cui mi splende

Oggi il decimo sole (1). In te, regina,

Non nell’effige tua bearsi alfine

Gli sguardi miei - Quale tesoro asconde

Questo castello! Non prigion, ma reggia

Esso è di Numi; e tal non ha splendore

D’Elisabetta la superba corte -

Oh fortunato chi quest’aure stesse

Teco respira! Accorta è ben colei,

Che sì gelosa in quest’ostel ti cela!

Che se dato veder fosse il Britanno

La sua regina, sorgerebbe in armi

Tutta la gioventù, né un brando, un solo

Brando starebbe nella sua vagina;

E, attraversando la sommossa questa

Terra di pace, mostrerebbe il capo

[1] Dopo una pausa.

In forma di gigante!

MAR. Oh me felice

Se l’Anglo co' tuoi sguardi mi vedesse!

MORT. Testimon qual son io di tue sciagure

Sol eh'egli fosse e della nobil calma

Onde soffri il rigor di tante angoscie!

De' patimenti fra le acerbe prove

Non ti palesi ancor qual lei regina?

Forse che a tua beltà scemò decoro

Lo squallore del carcere? Spogliata

Fosti d'ogni ornamento, e pur di viva

Immortal luce ancor risplendi. Mai

Il piè non metto in queste soglie, ch' io

Da profondo dolor non sia trafitto,

E insiem beato dal piacer supremo

Di vederti! - Ma già vicino incalza

Il giudizio fatal; cresce il periglio,

N’è più deggio tacer, qual eh'egli sia,

Il terribile annunzio -

MAR. È proferita

La mia sentenza? Aperto lo palesa,

Ché già disposta ad ascoltarlo sono.

MORT. È proferita!

Dal consenso iniquo.

De' quarantadue giudici dannata,

De’ comuni il consiglio a furor chiede,

Chiedelo quel de' grandi, e Londra tutta

Che il giudizio li compia. La regina

Sol essa indugia, a ciò non da pietosi

Sensi d'umano cor, ma dalla trista

Arte sol mossa di venirci astretta.

MAR. (1)   Mortimer, né stupore, né spavento

Mi rechi tu, ché da più tempo io sono,

Conoscendo i miei giudici, disposta

A tale avviso. Dopo tanti oltraggi

Onde fai colma, argomentar io posso

Che libertà non mi fia data mai -

Il lor disegno m'è palese. Han fermo

Che sempiterno carcere mi chiuda,

Onde tra le sue tenebre sepolta

Giaccia coi dritti miei la mia vendetta

MORT       Ah no, regina! - Non son paghi i tristi

Solo di ciò! Mai non sospende a mezzo

I colpi suoi la tirannia feroce.

Finché tu viva è desta anco la tema

D' Elisabetta in cor. Non v'ha profondo

Carcer per te, che l'assicuri appieno.

Sol la tua morte le rassoda il trono.

MAR.         E fia che preda alla feral bipenne

                   Infamemente ardisca il coronato

                   Mio capo abbandonar?

MAR.         L'oserà, il credi.

MAR.         E in me la sacra maestà de' regi

Tutti e la sua vituperar nel fango?

La vendetta non teme ella di Francia?

MORT.      Pronta è la pace co' Francesi, or ch'ella

                   Offre al duca d'Angiò la mano e il soglio.

MAR.         Non s'armerà la Spagna’?

MORT.      Il mondo intero

[1] Con fermezza.

Non teme in armi, se devoto è a lei

Del suo popolo il brando.

MAR.         E fia che mostri

                   Sì atroce scena all’Inghilterra?

MORT.      Nuova

Non è ai Britanni, a cui fresco è l'esempio

Di regie donne, che dal trono al palco

Trasse un istante sol. La madre istessa

D'Elisabetta e Caterina Avarda

Corser tal sorte; e cinse anco la Greja

Serto regal.

MAR. (1)   No, Mortimero! Un vano

Timor t'adombra, e imaginar fervente

Di fido cuore inutili terrori

Suscita in te. Non è, non è la scure

Che m'atterrisca; ma in balia son mezzi

Palesi meno a Elisabetta, ond’abbia

Contro i miei dritti sicurezza piena.

Di carnefice no, d'un assassino

L'ascosa man per me fia compra. - Questa

È la mia tema, né alle labbra accosto

Io tazza mai, che dall'amor ricolma

Non la paventi della suora mia.

MORT.      Non temer che il tuo vivere si tronchi

Celatamente, od in palese. Tutto

È omai disposto. Dodici miei pari

D'età, di patria e di natali illustri,

Diermi lor fe di toglierti da queste

[1] Dopo una pausa.

Mura coll'armi, e han confermato il giuro

Sull'ostia onde stamane ebber conforto.

Il conte d'Albaspina, e tu sai quale,

Di nostra trama è a parte. Egli ci assiste,

E il suo palagio è al nostro ordir ricetto.

MAR.         Tremo a udirti, signor, ma non di gioja,

Ché presagio funesto il cor mi stringe.

Che ardisci tu? Sai ben qual’opra imprendi?

Di Tichtboren, di Babington le teste

Di sangue intrise, a fero esempio esposte

Di Londra al ponte, non ti fan spavento?

Nè quanti orrendamente a perir trasse

Cimento ugual, senz’altro ottener frutto

Che d'addoppiar le mie catene? Ah fuggi,

Giovine incanto ed infelice! Fuggi,

Se ancor n' hai tempo, se la trama ignora

L'esplorator Cecilio, nè già posto

Ha un traditor fra voi. Fuggi da questa

Infausta terra! Alcun finor non ebbe

Maria Stuarda salvator felice.

MORT.      Di Tichtboren, di Babington le teste

Di sangue intrise, a fero esempio esposte

Di Londra al ponte, non mi fan spavento,

Nè quanti orrendamente a perir trasse

Cimento egual. Frutto d' eterna fama.

Ne conseguiro. Alta ventura è morte

Che a tua salvezza si consacra.

MAR.         Indarno!

Forza non è, non arte omai, che valga

A potermi salvar. Possente, accerto

È il mio nemico. Non Powlet soltanto

Né delle guardie sue lo stuol, ma tutta

Veglia Inghilterra a custodir le porte

Del carcer mio. Solo il voler può aprirle

                   D'Elisabetta.

MORT.      No’l sperar tu mai.

MAR.         Uomo è sol uno, che potria sferrarle.

MORT.      Oh dimmi qual! -

MAR.         Leicester.

MORT. (1) Desso! - il conte

                   Di Leiceater... il tuo maggior nemico, D'Elisabetta il favorito? - E speri …

MAR.         Sol per sua mano a me di sperar lice

                   Omai salute - Or vanne a lui. Fidanza

Piena gli porgi, e, in prova ch' io ti mando.

Questo scritto gli reca. (2) Il mio ritratto

In se rinchiude. Prendi. È lunga pezza

Che meco io l'ho; ma il vigile rigore

Di tuo zio m'ha intercetto ogni sentiero,

Che fino a lui conduca - Or mi t'invia

L'angel mio tutelare -

MORT.      Almen, regina,

                   Questo enimma mi sciogli -

MAR. Il farà il conte. In lui t'affida, e il farà teco anch’esso -

Ma chi s’avanza?

[1] Retrocede meravigliato.

[2] Cava dal seno una carta. Mortimero di ritragge, esitando a riceverla.

KENN. (1) Powlet giunge e reca

                   Un signore di corte.

MORT.      Egli è Cecilio.

                   Fa cuore! e in calma il suo messaggio ascolta (2).

SCENA VII.

MARIA, CECILIO, POWLET.

POWL.      Poiché volevi oggi saper tua sorte, Cecilio te l’annunzia, e tu la soffri

                   Con alma rassegnata.

MAR.         Oh sì, lo spero!

                   Con quel contegno che innocenza ispira.

CEC.          Del tribunale a te messo vengh'io.

MAR.         Al tribunale, a cui prestò già il senno…

                   Pronto presta Cecilio anche la lingua.

CEC.          Qual se sapessi tua sentenza parli.

MAR.         Ben solla io già se a me Burgley la reca -

                   Signore, esponi.

CEC.          De' quarantadue

                   Ti soggettasti al tribunal …

MAR.         Perdona,

Signor, se da principio i detti tuoi

Interromper m'è forza - Assoggettata

De' quarantadue giudici al consesso

Tu mi dichiari, e in nessun modo io 'l fui.

[1] Entra frettolosa.

[2] Esce con Kennedy da una porta laterale.

Come farlo io poeta? - Come in oblio

Por sì vilmente mia regale altezza,

Della Scozia il decoro e di mio figlio,

E il sacro dritto di quanti han corona?

Legge è pur tra i Britanni, ch'ogni reo

De' giurati suoi pari, al tribunale

Soggetto sia. Ma quale a me s’agguaglia

Infra i giudici miei? Solo i monarchi

Son pari a me.

CEC.          Capo per capo udite

Hai pur le accuse, e ai giudici ragione.

Anco ne davi, domandata -

MAR.         È vero

Difeso ho l'onor mio. Dalle scaltrite

Arti d'Atton sedotta, e dalla speme

Sicura, ahi troppo! di trionfo, orecchie

Porsi alle apposte colpe, e men purgai -

A ciò spingeami ancor, non già l'ufficio

Che nol conobbi io mai, ma degli illustri

Grandi il rispetto personal.

CEC.          Negato

Assentimento a trattener non vale,

D'un giudice il potere. Or d’Inghilterra

L'aura respiri, di sue leggi all' ombra

Tu vivi, e ne soggiaci anco all’impero.

MAR.         Qui d'un carcere è l'aura ch’io respiro.

Vivere è questo, e di sue leggi all’ombra?

Io le conosco appena, e ad osservarle

Non condiscesi io mai. Di questo regno

Cittadina io non nacqui, ma sovrana

                   Libera  d’altre genti.

CEC.          In van presumi,

Che il regio nome esser ti possa schermo

Sicuro sì, che in stranio suol tu ardisca

Impunemente d'allumar la dita

Face della discordia. E qual mai regno

Fora sicuro, se di Temi il giusto

Braccie a colpire non giungesse il reo

Capo di regal ospite, sì pronto

Come la fronte d'un mendico?

MAR.         Aperta,

Ragion dell'opre mie render non niego

Ma ricuso tai giudici.

CEC.          Ché mai

Ricusarli, signora? Eletti a caso

Son essi forse dalla yolgar turba?

O impudenti ciarlieri a mercar usi

Il giusto e il vero, o a farsi altrui strumento

Di patteggiata oppression? Non essi

Son gli ottimati tra i Britanno, etali

I cui liberi spirti non soggioga

Tema di prence, o sete d’oro alletta?

Quegli stessi non son, che mite e giusto

Reggon il fren di nazione illustre,

Sì che il solo nomarli appien disgombra

Ogni dubbio dal cuo? Siede lor capo

Delle genti il pastore, il pio primate

Di conturbia, e Talbot saggio custode

Del sigillo del regno, e Avardo duce

Dell’angelico naviglio. Che più pote

D'Inghilterra per te l'alma regina

Che scerre a giudicar di tua contesa

Quanti ha miglior per nobiltà di sangue

Tutto il suo regno? E se d’alcuno il senno

Pur avesse offuscato odio di parte,

Come possibil fia che di quaranta

Egregie menti il giudicar  s’accordi

Ad ingiusta sentenza?

MAR.         Or quanta sia

La possa del tuo dire, a me di mali

Fonte inesausta, con stupore ascolto

Come a tenzon teco venirne io mai,

Oratore tu esperto, io debil donna? -

Se, qual l'esponi a me, salda, io corrotta

Fosse virtù di questi grandi in petto,

Muto fora il mio labbro, e la mia sorte

Irreparabilmente omai decisa

Dal loro giudicar. Mà assai diversi

Sono i colori onde la storia pinge

Sì eccelsi nomi, che schiacciar mi denno

Col peso lor. Vegg'io questa di sangue.

Eletta nobiltà, questo del regno

Maestoso senato innanzi al mio

Progenitor, l’ottavo Arrigo, umile

Prostrar la fronte, e sue voglie tiranne

Vili blandir, quali in Bisanzio schiavi -

E questa vostra camera suprema,

Non men che l'altra de' comun, venale

Veggo dar leggi e rivocarle; sciorre

Ed unir maritaggi, al voler sempre

Vendute di chi regna: oggi bastarde

Dell'Anglia proclamar le figlie auguste,

E diredarle, ed il doman regine

Plaudirle in soglio. E questi pari illustri,

Pronti pur  sempre a variar consiglio,

Quattro volte con rapida vicenda

                   Sotto quattro signor mutar di fede -

CEC.          D'Anglia ignori le leggi, ma ben tutte

                   Sai, noverar le sue sciagure.

MAR. (1)   E sono

Questi i giudici miei? - Signore? io voglio

Teco esser giusta, e tu ‘l sia meco - Corre

Fama di te, che al miglior bene intenda

Di questo stato e della tua regina

Ogni tua cura, e in petto un cuor tu nutra

Incorruttibil, rigido, indefesso -

Creder vogl'io che a' tuoi desir sia norma

L'util tuo no, ma quello sol del prence

E della patria tua. Però paventa,

Nobil signor, che la ragion di stato

Te non abbagli e da giustizia stolga

Non lice dubitar: seggon fra i miei

Giudici teco personaggi egregi;

Ma d'altra fe' seguaci, e sol di quanto

Giovi all'Anglia zelanti. Or d'onde han essi

Il dritto a giudicar me della Scozia

Regina, e fida al gran pastor di Roma?

Corre antico un proverbio, che il Britanno

[1] Dopo una pausa

Con lo Scozzese esser non può mai giusto -

Quindi dagli avi a noi venne il costume

Che l'un dell' altro ai tribunali avante

Esser divieta accusatore. Impose

Necessità sì strana legge. Il credi,

Signore, alta ragion da rispettarli.

Ne' prischi usi de padri si rinchiude.

In mezzo all' ocean gittò natura

I due rivali popoli su questa

Tavola in parte disugual divisa,

E a fame acquisto gli eccitò. Confine

Solo è la Tweda con angusto letto

Tra i bellicosi spirti, e il sangue spesso

De' combattenti ne fe' rosse l'acque

Di ferro armati dalle opposte rive

Già da mill'anni minacciosi in atto

Stansi guastando. Alcuno ancor non sorse

Nemico a danno d'Inghilterra a cui,

Non s’aggiungesse lo Scozzese, e mai

Fin or non divampò civile incendio.

Tra, le città di Scozia, che il Brittanno

Non l'attizzasse. Nè mai fia che tanto

Odio si spenga infin che con fraterno

Nodo gli unisca un parlamento e un regno.

CEC.          E tanto ben dovrassi a una Stuarda!

MAR.         Perché il degg'io negar? Sì, lo confesso,

Liberi e lieti dell' ulivo all' ombra

I due popoli invitti unir sperai. Nè dell' odio comun vittima farmi

Ebb'io, temenza, allor che dolce nacque

In me lusinga di troncar le eterne

Loro gare golose e la tua funesta

Fiamma smorzar della discordia antica,

E come il mio grand’avo Riccamundo,

Dopo aspra lotta, ad accoppiar giugnea

Le due rose, io sperava le corone

Di Scozia e d’Anglia insiem comporre in pace.

CEC.          A questa meta per tristo cammino

Correvi tu mettendo a fuoco il regno

Onde salirne tra le fiamme al soglio.

MAR.         Ciò non volli io - m’è testimonio il cielo!

                   Come volerlo? Dove son le prove?

CEC.          Qui non venni a piatir, ché fora indarno

Ogni disputa omai. Quaranta voti

Contro due soli giudicano infranta

Per te la legge, già bandita a un anno,

Che dove sorga moto dritto nel regno

A pro di tal, che dritto alla corona

Osi vantar, contro di lui s’imprenda

Tosto il giudizio, e si persegue a morte…

E perché ciò è provato…

MAR.         Io ben m’accorgo

Che contro me tal legge or si ritorce,

Solo creata per la mia ruina.

Quanto è infelice chi dannato viene

Dal giudice, che fatto anco ha la legge!

Negar puoi tu che in danno mio dettato

Quell’editto non fosse?

CEC.          Erati avviso

                   E in tuo danno l’hai velato. Innanzi ai passi

                   Schiuso l’abisso tu vedesti, e, in vano

                   Ammonita a camparne, entro a’ suoi gerghi

Ti gettavi a tua posta. A te palesi.

Di Babington le trame e degl’insani.

Suoi seguaci eran tutte, e tu gli stami

Della congiura dal tuo carcer stesso

Volgevi.

MAR.         Quando lo fec’io? Le prove?

CEC.          È non è molto al tribunale in faccia

Date ti furo.

MAR.         Quelle d’altrui mano

Mentite scritte! Chi provò ch’io stesso

Le abbia vergate, o le dettassi quali

Lette mi furo?

CEC.          Anzi il motit chiarille

                   Pur veritiere Babington.

MAR.         Fors’egli

Vivo fu tratto al mio cospetto innanzi?

Onde tal fretta di troncar sua vita

Pria che pormelo a fronte?

CEC.          Curlo e Navo

Scrittori tuoi, da te giurar dettati

Que’ fogli stessi.

MAR.         Ed io de’ servi miei

Sono dannata sulla fe? de’ servi,

Che traditori della lor regina,

Mancan di fede in quel medesimo istante

In che fan fede contro lei?

CEC.          Tu setssa

Curlo scozzese dipingevi uom degno

per interezza di costumi e senno.

MAR.         Tal lo conobbi - Ma il periglio è il solo

                   In cui dell’uomo la virtù si provi.

Fors’anco indotto dai tormenti ei disse,

O confermo cose ignorate! Speme

A ciò lo spinse di salvar suoi giorni

E nuocer poco a me regina.

CEC.          Ai detti,

Libero appieno, il giuramento aggiunse.

Non nel cospetto mio - Ma ancor serbati

Son essi in vita! Innanzi a me, signore,

Sian posti; in faccia mia ripetean essi

Quanto attestar! Perché un favore, un dritto

Si niega a me, ch’è all’assassin concesso?

Un editto bandì chi appunto or regge,

E talbot mel dicea, già mio custode,

Per cui l’accusatore è posto a fronte

Dell’incolpato. Intesi io ‘l ver? - Leale,

Powlet, ti vidi io sempre, e tal ti mostra.

Dimmi sull’onor tuo: tal legge esiste

In Inghilterra?

POWL.      Avvi, signora. È dritto

                   In questo regno. Io non ascondo il vero.

MAR.         Dunque se a danno mio tutto dispiega

Il suo rigor cotesta anglica legge,

Ond’è che apertamente sia negletta

Allor ch’è in mio favore? A me davante

Ché non si trasse Babington? - Rispondi!

Il vuol pur dritto? Ché non ambo i miei

Scrittori, che ancor vivono?

CEC.          Signora,

                   Non indignarti. Non è sol l’accordo

                   Con Babington…

MAR.         Ma questo solo al brando

Or m'assoggetta della legge, e debbo.

Purgarmen'io. Non disviar, signore;

Al proposto rimanti.

CEC.          Con Mendoza

                   Ibero ambasciator segrete trame …

MAR. (1)   Non disviar ripeto.

CEC.          La credenza

Tu dello stato di mutar tentavi,

E tutti in armi d'Inghilterra a danno

D'Europa i regi suscitar -

MAR.         Nol feci -

Ma fatto anco l'avessi? - Io qui cattiva

Contro ogni dritto delle genti or sono.

A questi lidi colla spada in mano

Non venni io già, ma supplice implorando

Un asilo ospitale a una regina,

A una congiunta in sen - Catene, oltraggi

Ebb' io là dove ogni favor sperai-

Or di', qual deggio io fede a questo regno?

Qual mi stringe dover verso i Britanni?

Se di spezzare questi ceppi io tento,

Sacro ne ho il dritto, ed'oppor forza a forza,

E muover tutto in mio soccorso il mondo.

Tutti giustizia mi concede i mezzi

Cavallereschi d'onorata guerra:

Sol l'assassinio e l'opere di sangue

Celatamente usate mi divieta

Orgoglio e religione. Eterna macchia

[1] Con vivacità.

Dall'assassino mi verrebbe, e fora

D'infamia, intendi ben, d'infamia oggetto,

Non di giudizio e di condanna mai;

Ché tra il regno britanno e me non lice

Parlar di dritto, ma solo di forza.

CEC. (1)    Non appellarti alla ragion del forte,

                   Tremenda ahi troppo a chi tra' ceppi è avvinto!

MAR.         Essa è possente, e debile son io -

Ebbene usi la forza; alfin mi uccida;

Un'ostia immoli al suo timori ma almeno

A ciò condotta dal poter si dica,

Non da giustizia mai. L'augusto brando

Non usurpi alle leggi a tor di vita

L'odiata rival, Nè sotto il velo

Del venerando dritto asconder osi

Di rozza prepotenza opra crudele.

Con sì turpi menzogne non s'attenti

Di deludere il mondo! Essa ben puote

Farmi scannare, giudicar non mai!

D'accoppiar cessi di virtù col santo

Aspetto i frutti del delitto, e alfine

Quale è in se stessa anche di fuor si mostri.

SCENA VIII.

CECILIO, POWLET

CEC.          Ella ne incita, Amicio - e tal fia sempre,

                   Anco salendo il feral palco - È vano

[1] Con espressione.

Ad atterrire quell'indomit'alma

Il decreto di morte - Hai tu veduto

Una lagrima sorgerle sul ciglio? Forse il suo volto di color mutossi?

Nostra pietà non chiede. Ancor s'affida

Nell'esitar della regina, e tragge

Essa ardimento donde a noi vien tema.

POWL.      Ove fia tolto ogni pretesto a lei

Sua vana audacia sparirà pur anco ...

Ma, se dir lice il ver, di mende scevro

Non è il giudizio suo, ché a fronte posti.

Di lei non furo gli scrittori suoi,

Nè Tichtboren, nè Babington.

CEC.          Mal cauto

Era il farlo, o Powlet, ché grande è troppo

La sua possa sull'alme, e assai più vale

Di donna il pianto. Innanzi a lei chiamato

Curlo a far fede onde il suo viver penda,

Tosto il vedresti titubante, incerto

Negar quanto già ammise e ritrattarlo -

POWL.      Ma d'Inghilterra ogni nemico intanto

Andrà assordando di querele il mondo,

Odio contr’essa suscitando e guai;

E il solenne apparato del giudizio

Taccia otterrà di temeraria colpa.

CEC.          E ciò addolora la regina. Oh fosse

Questa madre di guai perita almeno

Pria che il piede ponesse in questa terra!

POWL.      Il fosse pure!

CEC.          O lento morbo i suoi

                   Giorni avesse nel carcere consunti!

POWL.      Da tante traversie non fora oppresso

                   Or questo regno no.

CEC.          Ma benché spenta

Da naturale evento, a noi pur sempre

Verrebbe accusa d'assassinio.

POWL.      È vero:

Ma chi ad uomo frenar, non che la mente,

Puote la lingua.

CEC.          Meno audace fora

Il sussurrar, né rimarria pur prova,

Se…

POWL.      II mormorar che importa! Non si curi. Si dee temer delle censure giuste,

                   Dell' altre no, che non arrecan danno.

CEC.          Oh non isfugge la giustizia anch'essa

Della calunnia al cinguettar procace!

Sempre ha favor lo sventurato, e segno

È dell' invidia ai morsi ognun, che stringa

Vittorioso alla fortuna il crine.

Ornamento viril di Temi il brando,

Oggetto è d’odio in man di donna, e ingiusta

Ognor l'estima il mondo, ove l'impugni

Contro altra donna. A giudicarla il retto

Sentir di nostra coscienza indarno

Seguimmo noi, ché la regina il dritto

Ha di far grazia, e il debbe usare. In lei

Fora durezza insopportabil troppo

Della legge al rigor lasciare il corso.

POWL.      Dunque…

CEC.          Dunque soffrir che costei viva? -

                   Vivere no - non mai! - Ma questo è appunto

                   Ciò che il cuor ange alla regina, e insonni

                   Rende sue notti - Nel suo volto io leggo

                   La tempesta che dentro la flagella.

                   Delle interne sue brame non ardisce

                   Farsi interprete il labbro, ma col muto

                   Suo sguardo esprime appien quanto ella chiede:

                   Non avvi alcun tra i servi miei, che vaglia

                   A tormi omai dall' odiosa eletta,

                   Di tremar sempre sul mal fermo soglio,

                   O spinger cruda sotto le bipenne

                   Una regina, una congiunta mia?

POWL.      Necessitade il vuol; non v'ha riparo.

CEC.          Ben v'avrebbe, ella crede, se più accorti

                   I servi …

POWL.      Accorti!

CEC.                   Se il suo muto cenno

                   Leggendole nell’alma…

POWL.      Muto cenno!

CEC.          Nè, se lor fosse velenosa serpe

Data in custodia, di sì reo nemico

Qual di sacro tesoro avesser cura.

POWL. (1) Sacro tesor della regina è il nome

E l’incolpata fama; e mai non sono

Guardati troppo!

CEC.          Allor che a Talbot tolta

Fu la Stuarda ed a guardarsi data

Al cavalier Powlet, fu avviso …

POWL.      Avviso

                   Fu, spero, di fidar sì grave incarco

[1] Con voce significante.

A purissime man. Ché se, per Dio!

D'uopo non era a ciò il miglior del regno,

Questo ufficio di sgherro io non m'avrei

Tolto. Deh non voler che ad altro io debba

Che al mio buon nome sì gelosa scelta!

CEC. Grido si sparge, ch' ella già vien meno

E più langue ogni dì; poi, che in quiete

Alfin chiuse ha le luci - Andrà con essa

La sua memoria spenta, e insiem fia integra

La fama a noi.

POWL.      Ma noi sarà del pari

                   La coscienza mia.

CEC.          Se la tua mano

                   Nieghi prestar, non torre almeno ch' altri…

POWL.      Certo non fia che queste soglie varchi

Sicario alcuno In fin che di mia casa

La proteggon gli Dei. M'è la ma vita

Sacra così che non l'è più l'augusto

Capo della regina. Voi, voi siete

I giudici! Spezzate voi la verga!

E quando è tempo giunga coll'accetta

Il legnajuolo ad innalzarle il palco -

Per lo sceriffo e il giustizier le porte

Del castello apriransi. Ora alla mia

Fede è commessa, e guarderolla, il giuro,

Sì ch'altri a lei, nè ad altri ella mai noccia!

ATTO SECONDO.

SCENA I.

Gran sala.

KENT e DAVISON incontrandosi.

DAV.              E che? Sì presto dal torneo ritorni?

È compiuta la festa?

KENT                         Spettatore

Non fosti tu della tenzone illustre?

DAV.              Del ministero mio 'l vietar gli incarchi.

KENT                         Il più vago spettacolo, che possa

Ingegno imaginare, e nobil arte

Con decoro eseguir, perdesti - Ascolta!

Della Bellezza alla pudica rocca

Muove assalto il Desio. Stanno attelati

Alla difesa il giudice supremo

Del regno, il siniscalco, ed altri dieci

Campion della regina. I guerrier franchi

Vanno alle offese. Avanzasi un araldo

E in culte rime la disfida intima.

Cui dalle mura il cancellier risponde.

Comincia il trar degli artiglieri, e un nembo

Scaglian di fiori e d'odorose essenze

Da gentili bombarde. È tutto indarnò!

Gli oppugnatori son respinti, e il campo

Abbandona il Desio.

DAV.              Sinistro augurio

Per gli sponsali cui la Francia agogna.

KENT                         Quest'è da gioco lo ferma ho in cor speranza,

Che alfin la rocca arrendersi pur debba.

DAV.              Il credi tu? Non io di certo.

KENT                         Accorda

Gli ardui patti la Francia, e usente omai

L'augusto sposo di serbar suo culto

In privata cappella, e a quel del regno

Favor promette e pubblico rispetto -

Oh! le veduto avessi tu l'ebbrezza

Di gioja onde fu il popolo compreso

A tal novella! Egli temea che un giorno

Morendo, orba d'eredi, la regina

Salisse al soglio la Stuarda, e seco

L'Anglia tornasse nel roman servaggio.

DAV.              Vano timore! - Elisabetta al fausto

Talamo andranne, o la Stuarda al palco.

KENT                         Vien la regina.

SCENA II.

ELISABETTA condotta a braccio da DUDLEO, TALBOT, CECILIO, ALBASPINA, BELLIEVRE, corteggio di grandi del regno e cavalieri francesi.

ELIS. (1) Assai, conte, mi duole

Di questi egregi cavalier, che tratti

Qui, d'oltre mare da gentil vaghezza,

Non vi trovaro lo splendor, che abbella

Di San Germano la famosa corte.

Non io la pompa di divine feste

So imaginar, come l’eccelsa mente

Della regal madre di Francia - lo solo, 

Non senza orgoglio offrir posso a' stranieri

Lo spettacol d'un popolo che lieto

E costumato, ove mi mostri a lui,

A benedirmi affollasi d'intorno

Alla lettiga mia. Me offuschi pure

E i pochi merti miei l'alto ornamento

Delle illustri donzelle, onde la chiostra

Di bellezza s’infiora a Caterina.

ALB. L'attonito stranier solo una donna

Di Westminster ammira entro la corte;

Ma quanti han pregi nel leggiadro sesso

Tutti in quest' una trovansi raccolti.

BELL. Alma regina de' Britanni, or lascia

[1] Ad Albaspina.

Che da te m'accomiati, onde felice.

Col sospirato annunzio io render possa

Il mio signor. L'insofferente brama

Del suo fervido cuor non gli permise

Di starai entro Parigi, e il lieto avviso

Di sua fortuna attende in Amiens. Stanno

A Calè pronti i messaggier, che all' ebbre

Orecchie sue su velocissim'ale

Rechino il sì della regal tua bocca.

ELIS.              Vano è l’insister, conte. Anco il ripeto,

Or non è tempo in che l'allegre faci

Ardan d'Imene. Spiega orrido nembo

Su questa terra i tenebrosi vanni,

E la veste di lutto or mi s'addice

Più che la pompa nuzial, Vicino

È troppo il colpo, che al mio cuor sovrasta

Orribilmente, ed alla casa mia.

BELL.            Solo la tua promessa or ci conforti,

E in dì migliori compimento ottenga.

ELIS.              Schiavi di lor grandezza, i propri affetti

Seguir non ponno i re. Dolce speranza

Erami sempre di morir donzella;

Ed alla gloria mia bastava un sasso

In cui leggesse il pellegrin: Qui giace

Della vergin regina il mortal velo.

In van! ché il popol mio lo mi divieta,

E vigile anzi tempo al giorno intende,

In cui fia tronco di mia vita il filo -

Non basta no che a questo regno arrida

Ora propizio il cielo, alla futura

Felicità de' miei vassalli io deggio

Sacrificare il mio tesor più caro,

La virginal mia libertade, e impormi

Da me stessa un signor. Dirmi essi vonno

Ch'altro io non son che donna; eppur credei

Reggere anch'io com'uomo e re l'impero.

Dio mal servesi, il so, se di natura

L'ordin supremo s'abbanbona; e laude

Avranno i miei predecessor, che, schiusi

I chiostri, mille vittime d'insana

Divozion tornaro ai dover sacri

Che natura segnò. Ma una regina,

Che in ozioso contemplar non perde

I giorni suoi, che infaticabil sempre

Senza lagnarsi il più difficil compie

D'ogni dovere, esser non dee soggetta

A quel bisogno, che metà del mondo

Rende schiava dell' altra-

ALB.              Ogni virtude

Hai tu sul trono resa illustre.

Or solo Ti resta che del sesso, onde sei gloria,

Ti facci esempio in ciò che il più pregiato

Merto ne forma. Ben è ver che in terra

Non vive uom degno che tu debba omaggio

Fargli di libertà; ma se natali,

Vero valor, maschia bellezza e grado

Posson mertare ad un mortale il vanto…

ELIS.              Assai di Francia con sua man m'onora

Un regio figlio. Schiettamente l'alma

Io ti disvelo. Se avvenir pur debbe …

Se a' miei sudditi alfin ceder m'è forza,

Che di me stessa io temo assai più forti,

Prence miglior non ha l'Europa a cui

Meno io ripugni consacrare il mio

Tesor più caro, libertà. Ti basti

Ch'io tanto assevri omai.

BELL.            Bella speranza,

Ma non si pasce il signor mio di speme -

ELIS.              Che vuole ei più? (1) Non' fìa ch'abbia regina

Su volgar donna privilegio alcuno?

Un legno istesso egual servaggio addita,

Doveri eguali. Dall'anello stretti

Son maritaggi, e le catene inteste

Sono d'anella - Questo dono arreca

Al tuo signore. Ancor non è catena;

Non avvincemi ancor, ma tal può farsi

Ond'io per sempre a libertà sia tolta.

BELL. (2)       In suo nome a' tuoi piè, regina eccelsa.

Ricevo il dono e sulla mano imprimo

Della sovrana mia bacio d'omaggio.

ELIS. (3)        Conte, permetti. (4) Di tal fregio cingi,

Com’ io fo teco, il tuo signore. Ai sacri

Dover dell' ordin mio la fè n'impegno:

[1] Togliesi un anello dal dito e lo guarda pensierosa;

[2] S’inginocchia e riceve l'anello.

[3] A Dudleo nel quale aveva tenuti gli sguardi dicendo le ultime parole.

[4] Toglie a Dudleo il nastro tirchino e lo mette e Bellievre.

Vituperato sia chi mal ne pensa.

Tra i due popoli or sgombri ogni sospetto,

E insieme un nodo d' amistade eterna

Stringa di Francia e di Brettagna i serti.

ALB.              Giorno di gìoja, alta regina, è questo!

Per tutti il fosse almeno, e non gemesse

In quest'isola alcun! Grazia sfavilla

Dalle tue luci. Solo abbiane un raggio

La sventurata principessa a cui

Legame egual Francia e Inghilterra unisce!

ELIS.              Conte, non più. Male confondi cose

Fra loro opposte. Se alleanza vera

Meco desia la Francia, ogni mia cura

Con me divida ancor, né a miei nemici

Porga favore -

ALB.              Agli occhi tuoi di spregio

Degna sarebbe, se infelice donna,

Vedova d'un suo re, con essa unita

Di fede abbandonasse in questo accordo.

L’umanità, l’onore…

ELIS.              In questi sensi

Saprò dar prezzo al suo pregar. La Francia

Obbligo compie d' amistà. Concesso

A me fia d'adoprar come regina. (1)

[1] S'inchina verso i cavalieri francesi, che si allontanano rispettosamente, poi siede.

SCENA III

ELISABETTA, DUDLEO, TALBOT, CECILIO.

CEC.               Oggi del popol tuo gli ardenti voti,

Grande regina, tu coroni. È giunto

Il sospirato istante in cui si possa

Gioir pei fausti dì, che ci prepari.

Svanì il timor d'un torbido avvenire:

Solo una cura conturbar può il lieto

Destin di questa terra. Il comun grido

Una vittima chiede, e se l'accordi

Sarà felice l'Inghilterra appieno.

ELIS.              Che più brama il mio popolo? L'esponi.

CEC.               Della Stuarda il capo - Se ti cale

Di far sicuri a' tuoi vaBsalli il sommo

Dono di libertà, del vero il lume

A sì gran prezzo compro, uopo è che cada.

Se pe' tuoi giorni preziosi eterno

Esser non debbe il timor nostro, pera

Questa nemica alfin. Tu sai che un solo

Pensiero ancor non cape entro le menti

Dei divisi Britanni, e molti alberga

Venerator quest'isola secreti

Della romana idolatria. Nemiche

Brame covando, di costor son tutte

Volte le cure alla Stuarda, e in lega,

Stan co' fratelli di Lorena, acerbi

Del nome tuo nemici. Orrida guerra

Sterminatrice a te giurò la trista

Furibonda genia, che nelle oscure

Fraudi d'averno ha sua fidanza intera.

A Rems, del porporato nell'infida

Pastoral sede, è la fucina in cui

Stan di morte le folgori temprando,

E son le genti al regicidio istrutte -

Il fanatismo, a conturbar di questi

Lidi la pace, mission feroci

Di là spinge indefesso, e forsennati

In mille vesti ascosi. A noi già il terzo

Sicario giunse dall'infame terra;

E segreti nemici mai non cessa

Di vomitar quel baratro Inesausto,

Vive in Fortheringhay l'Ate, che attizza

Colla face d'amor di questa eterna

Guerra l’incendio, onde Brettagna avvampa.

Maestra di lusinghe, a certa morte

Spinge per lei la gioventù sedotta -

Dell'impresa il pretesto è liberarla,

Lo scopo vero d'inalzarla al soglio;

Ché questa razza di Lorena i tuoi

Sacri dritti non cura, e te del trono

Usurpatrice appella, incoronata

Dalla fortuna - Il lor consiglio indusse

L'insana ad usurparsi il titol vano

Di regina degli Angli. Indarno pace

Fora sperar colla sua schiatta mai!

Soffrire il colpo o darlo t’è pur forza.

Sua vita a te, morte è tua vita a lei!

ELIS.              Uffizio tristo è il tuo. Conosco i puri

Moti dell'alto zelo, e il senno apprezzo

Onde son gravi i detti tuoi, ma abborro

Nel più addentro dell' alma ogni consiglio

Che sia di sangue. A suggerirmi attendi

Più mite avviso - II tuo sentir palesa

Or tu, nobil Talbot!

TALB.            Mertata laude

Ebbe lo zelo onde s'accende il petto

Fedele di Burgley, ma non men fido.

Bench'io non abbia sì facondo il labbro,

In questo seno batte un cuore. Oh viva

Tu lunghi giorni, acciò durevol sia

Del popol tuo la giòja, e la serena

Pace di questo regno! Altra non vide

Età miglior quest'isola beata,

Dacchè a servire  a’ suoi monarchi apprese.

Ma tolga il ciel, che della gloria a prezzo

La sua felicità si compri, o chiusi.

Esser di Talbot pria possano gli occhi,

Se pure il debbe!

ELIS.              Non sarà che macchia

Giammai deturpi la sua fama.

TALB.            E d'altro

Meno dunque t'è d'uopo onde si salvi

Or questo regno - poiché ingiusto troppo

Fora il dar morte alla Stuarda. Mai

Lecito a te non fia di dar sentenza

Sovra il suo capo, che non t' è soggetto.

ELIS.              Il mio consiglio, il parlamento' e tutti

Dunque ingannarsi i tribunali del regno,

Che m'han tal dritto d'un parer cocesso?

TALB.            Parer di molti non è sempre al dritto

Scorta sicura. Non è l'Anglia il mondo,

Nè il parlamento è l'assemblea di tutto

L'uman legnaggio. Tale or l'Inghilterra

È quale non fu pria nè sarà poi,

E de' giudizi il fiutto instabil siegue

De' nostri affetti l'alternar frequente.

Non affermar che ti fia forza a dura

Necessità piegar la fronte, e al fermo

Insister d'el tuo popolo, ché, dove

Tu il voglia, appien se' libera, e puoi farne

Mostra ogni istante. Provalo. Proclama

Che sangue abborri, che veder vuoi salva

La suora tua. L'ira regal tua vera

Abbia chi ad altro ti consiglia; e tosto

Vedrai qual lampo scomparir la dura

Necessitade e iniquo farsi il giusto.

Tu stessa devi giudicar, tu sola.

Non affidarti a così fievol canna.

Siegui gl'impulsi di pietà. Non pose

Iddio rigore in cuor molle di donna.

 E chi fondava questo regno e a parte

Volle del soglio anche le donne, appieno

Mostrò che in questa terra esser non debbe

Virtù de' regi la soverchia asprezza.

ELIS.              Della nemica de' Britanni, e mia

Di Salesbury il conte aperto è troppo

Sostenitor. Io m'abbandono al senno

Di chi felici i giorni miei più brama.

TALB.                        Le si ricusa un difensor; non osa

Aprirsi un labbro ad impetrar per lei.

Ed esporsi al tuo sdegno - Almen concedi

Ad uom d'anni già carco, a cui terrena

Speme non puote rare inganno omai

Sull'orlo della tomba, che si accinga

La deserta a proteggere. Non dica

Il mondo no, che alta levasser voce

Solo egoismo e passione, e muta

Stesse pietà nel tuo consiglio. Tutto

Cospira a' danni suoi o Tu stessa ancora

Non l'ammettesti al tuo cospetto, e nulla

Per la straniera ti favella al cuore -

Non difendo l’error. Fama è che a morte

Il marito traesse. All' assassino

Dar poi si vide la sua mano. È questo

Delitto atroce in ver, ma che seguia

In cieca notte d'infelici tempi,

Di civil] guerra fra gli orrori. Cinta

Da violenti indomiti vassalli,

Del più audace di lor gittossi in braccio -

Vinta chi sa da quali arti malvage!

Ché per natura sua debile è donna.

ELIS.              Debile! Non è vero. Alme robuste

V'hanno tra noi - Non s'oda a me dinanzi

Apporci nota di fralezza mai

TALB.            Dura maestra a te fu sorte avversa.

Nel suo aspetto ridente a te la vita

Non venne incontro. Tu da lunge un trono

Non rimiravi, ma a tuoi piè la tomba.

Delle sciagure nella scuola ai primi

Doveri della vita Iddio clemente

Verso i Britanni ti educò fra i crudi

Orror di Vodstoc e del Tower, dove

Adulator non ti cercò. Dal vano

Mondan tumulto non turbato, apprese!

Ivi il tuo spirto a meditar, raccolto

Tutto in se stesso, e ad apprezzar ciò solo

Che della vita è vero ben - Ma alcuno

Nume non fu, che soccorrevol mano

Porgesse a quella misera. Fanciulla

Fievole ancora trapiantata in Francia,

Vi crebbe all' ombra di corrotta corte,

In ozio molle e spensierata gioja.

D'assidua ebbrezza in quell'asil, l'austera

Voce tuonar mai non udì del vero;

E del vizio allettata alla dole' esca

Nella corrente dell' error fu tratta.

Ricca del dono di bellezza vana

Ogni altra donna col lustro vincea

Del sembiante non men che de' natali …

ELIS.              Conte! riedi in te stesso, e ti rammenta

In qual consesso or siedi. Oh! più che umane

Certo esser denno sì laudate forme,

Se in cor di vecchio tanta fiamma han desta -

Leicester, tu se' il sol che taccia. Inceppa

Forse a te il labbro ciò che in costui vale

A renderlo facondo?

DUDL.           Io fin or tacqui

Maravigliando, che di tai spaventi

S'empian le orecchie tue, che queste fole,

Ond'è atterrito per le vie di Londra

Il credul volgo, salgano all' auguste

Sedi del tuo consiglio, e i pensier gravi

Giungano ad occupar d'uomini illustri.

Stupor prendemi invero che cotesta

Regina della Scozia, lenza terra,

Inetta a conservarsi un piccol trono,

Scherno de' suoi, del proprio suol rifiuto,

Dalla prigione sua diventi a un tratto

Il tuo terror - Ond'è per Dio che tanta

Tema tu n’abbia? Perché a questo soglio

Osa vantar pretese, e i Guisa audaci

Te negano regina? E fia che valga

Inutil vanto a menomar que' dritti,

Che dalla culla tu sortisti, e giusto

Il parlamento confermò. D'Arrigo

Tacitamente dal volere estremo

Esclusa ella non fu? Vorrà il Britanno,

Lieto or de' nuovi ricovrati lumi,

Darsi di Roma a questa schiava in braccio?

E te, de' voti suoi sublime obbietto,

Te sua regina abbandonando, farsi

Suddito all' omicida di Darnley?

Molesto è troppo il domandar di questi

Irrequieti spirti, che un erede,

Te vi va ancora, van chiedendo, e cura

Hanno soverchia d'affrettar tue nozze,

Perché sien salvi omai la chiesa e il regno.

Non  se' tu nel vigor de' tuoi verd'anni,

Mentre ogni dì languendo ella declina

Verso la tomba? Ben sperar mi lice

Che lunga pezza ancor sul suo sepolcro

Passeggerai, senza che dentro a forza

Ve la sospinga la tua man. -

CEC.               Del conte

Non era tale in altri dì l'avviso.

DUDL.           È vero. Il voto anch'io per la sua morte

Diedi nel tribunal; ma qui diverso

Or è il mio favellar, ché non del dritto

Ma dell' utile solo è qui consiglio. Tempo forse è di tema or che la Francia,

Unica sua speranza, l'abbandona?

Or che il germe regal colla tua mano

A bear pensi, e a questo regno arride

Dolce lusinga di novella schiatta?

A che ucciderla dunque? Ella è già spenta;

Ché morte vera è lo disprezzo. Guarda

Che la pietà non la richiami a vita!

È mio consiglio, che in vigor rimanga

La sentenza, che il suo capo proscrive. V

iva, ma del carnefice la scure

Ognor le penda sovra il collo, pronta

A piombar, dove un ferro anco si snudi

A pro di lei

ELIS. (1)        Signori, i parer vostri

Intesi, e a grado n'ho lo zelo. Or fia.

[1] S'alza.

Sola mia scorta Iddio, lume de' regi,

Perché il migliore tra i partiti io scelga.

SCENA IV.

ELISABETTA, DUDLEO, TALBOT, CECILIO, POWLET, MORTIMERO.

ELIS.              Amicio vien.

Nobil signor, che rechi?

POWL.           Gloriosa regina, ai patri lidi,

Dopo errar lungo per estranie terre,

Reduce alfine a' piedi tuoi si prostra

Il mio nipote, e a te rende tributo

Del giovanil suo omaggio. Tu benigna

L'accogli, e lascia che del tuo favore

Ei cresca all' ombra.

MORT. (1)      Lunga vita il cielo

Alla regina mia conceda, e unite

Gloria e felicità faccian corona

All'augusta sua fronte!

ELIS.              Alzati, e sii

Il ben tornato in Inghilterra. Lungo

Cammino hai fatto. Il franco regno e Roma

Da te fur visti, e in Rems fatta hai dimora.

Narrami or quali de' nemici nostri

Sieno le trame.

MORT.           Tutti li confonda

[1] Inginocchiandosi.

L'Onnipossente, e tornar faccia al petto

De' propri arcier gli strali tratti a danno

Dell' alta mia regina.

ELIS.              Hai tu veduto Morgan, e il tristo tessitor d'inganni

Pastor di Ros, Lesleo?

MORT.            Tutti conobbi

I proscritti di Scozia, che in segreto

Vanno tramando contro l'Inghilterra

Di Rems entro le mura. Io seppi destro

La confidenza guadagnarne, i rei

Loro artifizi a disvelare intento.

POWL. E n'ebbe in cifra lettere segrete

Per la Stuarda, che con man fedele

Egli ne reca.

ELIS.              Or dimmi, quali ordendo

Vanno fraudi recenti?

MORT.           Alla novella

Che, cogli Inglesi a collegarsi pronta,

La Francia gli abbandona, come colti

Da fulmine restaro, ed alla Spagna

Ogni lor speme ora hanno volta.

ELIS.              Avviso

N'ebbi da Valsinganno.

MORT.           A Rems pervenne

Prima del mio partire l'anatema,

Dal Vaticano contro te scagliato

Dal pontefice Sisto; e a questi lidi

Col primo legno giugnerà.

DUDL.           Più l'Anglia

Non ha timor di queste armi spuntate.

CEC.               Ma terribili in man del fanatismo.

ELIS. (1)        Fosti accusato di mutata fede,

Di Rems le scuole frequentando.

MORT.           È vero

Ne fei sembiante. A tanto mi condusse

La brama di giovarti.

ELIS. (2.)       Che mi rechi?

POWL.           È questo un foglio che per me t’invia

La regina di Scozia.

CEC. (3)         A me quel foglio.

POWL. (4)      Signor, perdona. Alle sue man m'impose

Di consegnarlo. Ognora ella m'appella

Nemico suo, ma sol de' suoi delitti

Sono nemico, e di buon grado accordo

Quanto dal dover mio non mi diparte. (5)

CEC. (6)         Che può lo scritto contener? Querele

Vane, che meglio fora al cuor pietoso

Della regina risparmiar.

POWL.           Mistero

Non mea fece ella. Di veder l'aspetto

Della regina implora.

[1] Fissando Mortimero con occhio indagatore.

[2] A Powlet che le porge un foglio.

[3] Tenta di torgli di mano il foglio.

[4] Consegna il foglio ad Elisabetta.

[5] Elisabetta avendo preso il foglio lo legge, e intanto Mortimero e Dudleo si parlano in segreto.

[6] A Powlet.

CEC. (1)         Nol fia mai.

TALB.            E perché no? Cosa non chiede ingiusta.

CEC.               Tal non merta favor questa di stragi

Istigatrice, che nel sangue anela

Della regina disbramar sua sete.

Chi alla sovrana sua fedel si serba

Porger non può sì perfido consiglio.

TALB.            E se felice renderla disegna

La regina, vuoi tu di sua clemenza

Gli impulsi soffocar?

CEC.               Essa è dannata:

Sulla sua fronte pende la bipenne; E mal s'addice a maestà regale

Di mirar capo destinato a morte.

Di compier la sentenza più non lice

Dove la vegga la regina. È solo

Di grazia apportatore il regio aspetto.

ELIS. (2)        L'uomo che è mai! Che è mai mortal fortuna!

In che stato vegg'io questa regina,

Che fra il riso di splendide speranze

Era chiamata al più vetusto trono

Del mondo cristiano, e alla festosa

Fronte già in suo pensier triplice serto

Di cingere credea! Come mutato

È il suo linguaggio da quel dì che assume

D'Anglia lo stemma, e dalla adulatrice

[1] In fretta.

[2] Dopo aver letta la lettera ed essersi asciugata le lagrime agli occhi.

Turba di corte se nomar facea

Delle britannich'isole regina.

Perdonate, signore. Affranto ho il cuore

Dal duol che m'ange; e l'alma mia vien meno,

Imaginando come frale è in terra

Ogni destino, e come ognor sovrasti,

Sovra il mio capo a traboccar già pronta

Delle sciagure la terribil piena.

TALB.            Regina! Iddio tocco t'ha il cuor. Deh segui

Del ciel la voce! Aspra già fece ammenda

Della colpa sua grave. Abbia un confine

La dura prova. Alla prostrata porgi

La man pietosa, e come angel di luce

Scendi a sgombrar la tenebria di morte

Onde avvolto è il suo carcere.

CEC.               Resisti, Alta regina. Te laudabil senso

Di pietà non disvii, Non dispogliarti

Del libero poter di acerre or quanto

Necessità consiglia. Più non puoi

Assolverla o salvarla. Ah dunque sfuggi,

Sfuggi, regina, l'odiosa taccia

Di voler con trionfo dileggiante

Nella vittima tua pascere il guardo!

DUDL.           Dai confin nostri non usciam, signori.

È saggia Elisabetta, e non ha d'uopo

D'altrui consiglio fra i partiti opposti

A scegliere il miglior. Delle regine

L'abboccamento nulla ha di comune

Col tribunal. Dannata hanno Maria

D'Anglia le leggi, non d'Elisabetta

La volontà. Di sua magnanim'alma

Degno è che segua del pio cuor le voci,

Mentre alla legge il suo rigor rimane.

ELIS.              Ite, signori o Mio sarà 'l pensiero

Di conciliar quanto pietà reclama

Con quanto vuoi necessità. Per ora

Partite - (1) Mortimer vo' favellarti.

SCENA V.

ELISABETTA, MORTIMERO.

ELIS. (2)        Nella tua verde età saldo ardimento

Tu mostri, e cauto, sai frenar te stesso.

Chi sì per tempo la scabrosa apprese

Arte del simular di laude è degno,

Ed accorciati ha della prova gli anni.

Ad opre eccelse il tuo destin ti chiama.

Io tel predico; e a tua ventura ascrivi

Che compier posso i miei presagi io stessa.

MORT.           Quanto io son, quanto io valgo, alta regina,

Tutto offro a' cenni tuoi.

ELIS.              Di questa terra

                        Tu conosci i nemici. Eterno è l'odio

[1] A Mortimero, che è alla porta per uscire.

[2] Dopo averlo attentamente considerato per qualche tempo.

Che m’han giurato. Non ristanno i vili

Dai loro propositi sanguinosi. Il cielo

Mi protesse finor, ma la corona

Vacillerammi mal sicura in fronte

Finché iva colei che ne alimenta

L’audace speme, e al fanatismo insano

Porge pretesti.

MORT.           A un cenno sol, se il brami

Essa già non è più.

ELIS.              Signor, la meta

Toccare io mi credea, ma del cammino

Sono al principio ancor. Le leggi sole

Usare, e monde conseservar di sangue

Volli le mani. La sentenza è data:

Ma pur che giova? Or d’uopo è che s’adempia,

O Mortimeto. Da me L’Anglia aspetta

Il comando ferale; e di sua morte

Tutto sul capo mio l’odio ricade.

Debbo assentivi, e le apparenze insieme

Vorrei salvar. E il peggio è ciò!

MORT.           Che importa?

Apparenza contraria non offende

Dove giustizia è scorta.

ELIS:              Non conosci

Tu il mondo, o cavalier! Giudica ei sempre

Da ciò che sembra, non da ciò che è vero.

Vano è sperar che del mio dritto appieno

Convinto ognu rimanga; e quindi cura

Aver degg’io, ch’eterno dubbio avvolga

Qual nella morte sua parte mi prenda.

Là dove il fatto doppio aspettò assume

Son ministre le tenebre di schermo.

Partito incauto è il confessar. Perduto

Mai non è ciò che non si lascia.

MORT. [1]      Avviso

Dunque fora miglior …

ELIS. (2)        Sì certo il fora -

In te favella il mio buon angel. Segni,

Signor; finisci. Tu, tu appien comprendi

Quanto è mestieri. Oh come dal tuo zio

Tu sei diverso!

MORT. (3)      Al cavaliere aperte

Fors'hai le brame tue?

ELIS.              D'averlo fatto

Ora mi duolo

MORT.           Perdona al veglio. Gli anni

Indeciso lo rendono. A securo

Coraggio giovanil si addicon solo

Si ardite imprese.

ELIS (4)         Posso io dunque …

MORT.           Il braccio -

Io presterotti. Come puoi, tu salva

La fama tua.

ELIS.              Deh se un mattin, signore,

Tu mi svegliassi coll'annuncio: È spenta

[1] Tenta scoprire l’animo di Elisabetta

[2] In fretta.

[3] Meravigliato.

[4] In fretta.

                        La tua nemica capital Maria!

MORT.           Non dubitare di me.

ELIS.              Quando tranquille

Esser potranno le mie notti alfine?

MORT.           La prima luna i tuoi timor già tronchi

Vedrà.

ELIS.              Signore, addio! Non ti sia grave,

Che tra il velo dell'ombre ti raggiunga

La gratitudin mia. De’ venturati

Nume è il silenzio, e i più soavi e saldi

Nodi son quelli che il mistero ordisce.

SCENA VI.

MORTIMERO.

Vanne, ipocrita trista! Io ti deludo

Come tu inganni il mondo.

Un merto è teco

L’essere traditor! Ha la mia fronte

Di sicario l’impronta? Hai tu veduto

Sedervi sopra orribile il delitto?

Fidati pur della mia mano, e inerme

Resti la tua. Pietà bugiarda ostenta

In faccia al mondo, mentre in tuo secreto

Dell' assassinio a me il pugnal confidi.

Così a salvarla gioverà l'indugio!

Tu prometti fregiarmi d'odori,

E m'additi da lunge i tesori,

Ch' io seguir con la brama non so…

E se premio a me fosse lo stesso

Lusinghiero splendor del tuo sesso,

Nel rifiuto costante io sarò.

Ahi meschina! e di che puoi far pago

Chi non mai di mercede fu vago

Per tal vanto che pregio non ha?

Troppo vili i tuoi doni io disprezzo:

In lei sola le grazie hanno vezzo,

In lei sola ha l'amor voluttà.

Il più caro piacer della vita,

Il piacere onde ogn’alma è rapita

Solo ha seggio in quel candido sen.

In lei sola è la gioja più pura

E il più santo desir di natura,

Che n'infiamma d'un raggio seren;

Quando i cor si confondono insieme,

L'un dell' altro diventa la speme,

E s’inebbria di fervido amor …

Ah giammai non fu dato a te il tanto

Di goder d'un bel viso all'incanto

Di serbar dolce piaga nel cor!

Attender deggio il conte, e dargli il foglio.

Ingrato incarco! Io spregio queste Vile

Genia di corte. Io spezzar posso, io solo

Le sue ritorte, e averne voglio solo

Il periglio, la gloria e la mercede. (1)

[1] Mentre vuol partire incontra Powlet.

SCENA VII

POWLET, MORTIMERO, poi DUDLEO.

POWL.           E che ti disse la regina?

MOERT.         Nulla,

Nulla, signor, di grave.

POWL. (1)      Mortimero,

Odi. Lubrico e infido è il suol che premi,

Lusinghiero il favor de’ regi, e vaga

D’onori è gioventù. Ma non t’adeschi

Ambizion.

MORT.           Tu stesso pur m‘aprivi

L’adito della corte?

POWL.           Non l’avessi

Io fatto mai! ché da nostr’avi compro

Non fu l’onore entro le corti. Indarno

Altri tenti sedurti. Abbiti a vile

Le grandi offerte, né bruttar giammai

La coscienza tua.

MORT.           Quali sospetti?

Quali cure, signor?

POWL.           Alle lusinghe

Della regian, che inalzarti a eccelso

Grado prometta, non prestar tu fede,

Negherà poi se l’ubbidisci, e illeso

Il proprio nome serberà volgendo.

[1] Fissando con occhio severo.

                        Sull’assassin la comandata colpa.

MORT.           Sull’assassin? Che dici?

POWL.           In van tu meco

T’infingi moai. So di qual opra incarco

La regina ti die, ché volger spera

A’ suoi voler, più che l’eta mia salda,

Tua giovinile ambizion. La fede

N’hai tu forse impegnata? Tu?

MORT.           Mio zio!

POWL.           S’è vero, ti maledico, ti rigetto…

DUDL. (1)      Signor, permetti ch’io breve favelli

Col tuo nipote. Di sua grazia dono

La regina gli fece, e impon ch’egli abbia

Libero accesso alla Stuarda. Piena

Nel leale suo cuore ella ha fidanza.

POWL.           Fidanza? - In vero! -

DUDL.           Che vuoi dire?

POWL.           In lui

La regina riposa, ed io, signore,

Solo in me, solo in questi occhi veglianti.

[1] Entrando.

SCENA VIII

DUDLEO, MORTIMERO.

DUDL. (1)      Che volge in mente il cavalier?

MORT.           L’ignoro -

L'improvvisa fiducia in me riposta

Dalla regina…

DUDL. (2)      Cavalier, fiducia

Meriti tu?

MORT. (3)      Di Cosa or mi richiedi,

Signor, che di te stesso io saper bramo.

DUDL.           Meco in segreto favellar chiedevi.

MORT.           E tu giurami pria ch'io far lo possa.

DUDL.           Chi di te m’assecura? Non t'offenda

Il sospetto. lo ti veggo in questa corte

Doppio sembiante sostener. Mentito

Forza è che uno sia. Ma come scerre il vero?

MORT.           Tale, signor, vegg'io di te.

DUDL.           Chi il primo

Di noi si fiderà?

MORT.           Chi meno arrischia.

DUDL.           Questi appunto sei tu.

MORT.           No, che un sol detto

D'uomo possente, qual tu sei, schiacciarmi

[1] Sorpreso.

[2] Indagando in Mortimero collo sguardo.

[3] Indagando ugualmente.

Può in un istante, ed io contro il tuo grado,

Contro il favor che godi, io nulla posso.

DUDL.           Oh mal t'apponi! Grande il mio potere

In corte è in ver, ma in ciò che alla tua fede

Io deggio abbandonar, men ch'altri valgo

In questa reggia; e fora assai liev'opra

Il rovinarmi al testimon più vile.

MORT.           Poiché da tanta altezza a me s'abbassa

Il possente Leicester, né disdegna

Svelarsi meco, di me stesso io deggio

Pensar più nobilmente, e di grandezza

Dargli un esempio.

DUDL.           Il primo a me t' affida,

Ch'io pur farollo.

MORT. (1)      Questo foglio invia

A te di Scozia la regina.

DUDL. (2)      Zitto: Parla sommesso. Oh vista! Il suo ritratto. (3)

MORT. (4)      Signore, ora ti credo.

DUDL. (5)      Cavaliere,

Sai che contenga questo scritto?

MORT.           Nulla

Io so.

DUDL.           Ma pur t'avrà narrato …

[1] Tragge in fretta e consegna la lettera.

[2] Si scuote, prende la lettera e l'apre ansiosamente.

[3] Bacia il ritratto e lo considera muto ed estatico.

[4] Dopo averlo guardalo attentamente.

[5] Dopo aver letto la lettera.

MORT.           Nulla

A me narrò. Sol dissemi che aperto

Da te mi fora questo arcano; e in vero

Emmi un arcano che della Stuarda

Il nemico maggior, Leicester, uno

Infra i giudici suoi, d'Elisabetta

Il favorito, debba esser ministro

Or di salvezza fra' suoi tanti affanni

Alla regina - Eppur ciò fia, ché in viso

Chiaro io ti scerno quali in cor nascondi

Alti sensi per lei.

DUDL.           Pria mi palesa

Ciò che sì stretto al suo destin ti unisce,

E come sua fidanza in te riponga.

MORT.           Signor, t'appago in brevi accenti. In Roma

La mia fede abbiurai; coi Guisa in lega

Saldamente mi strinsi, e alla regina

Di Scozia appien mi rese accetto un foglio

Del pastore di Rems.

DUDL.           So che mutata

Hai tua credenza, e da ciò vien ch'io possa

Fidarmi il te. Dammi la man, Perdona

I dubbi miei. Quanto m'è d'uopo, in vano

D'esser cauto io procuro. Odianmi a gara

Valsingam e Cecilio, e stan vegliando

Onde cogliermi al laccio. Esser potevi

Di lor fraudi stromento a' danni miei.

MORT.           Oh come uom si potente in questa corte

A rilento procede! Io ti compiango.

DUDL.           Lieto riposo or d'un amico in seno,

E mi posso spogliar d'ogni ritegno.

Tu stupisci, signor, d'un mutamento

Tanto repente in ver Maria; ma, il giuro,

Mai non colpilla l'odio mio - Costretto

Dall' imperante potestà de' tempi

Suo nemico divenni. Erami offerta

Da molt'anni, e tu il sai, quando, non anco

Fatta sposa a Darnley, cingeala intero

Di sua grandezza lo splendor. Respinsi

Incauto allor tanta fortuna, ed oggi

Prigioniera, sull'orlo della tomba,

Di lei vo in traccia della vita a rischio.

MORT.           Nobile impresa.

DUDL.           Assai cambiar le cose

Ora d'aspetto. Ambizion fu sola,

Che di giovin bellezza al dolce incanto

Insensibil mi rese. Allor minore

Di mia grandezza di Maria la mano,

Folle! credei, ché d'Anglia la regina

Di possedere ebbi speranza.

MORT.           È noto

Che anteponeati a tutti.

DUDL.           Tali almeno

Fur le sembianze. Ed or dopo dieci anni

Di pazienza ed abborriti sforzi…

Ah mi si spezza il cuor! D'uopo è ch' io sfoghi

Il duol, che a lungo in petto vo covando -

Son creduto felice, ma se noti

Fossero i ceppi onde d'invidia oggetto

Son fatto altrui... Due lustri amari, indarno

Di sue vanezze all' idolo sacrai,

Reso giuoco servil de' suoi capricci,

Pari a quelli d'un despota, ludibrio

Di sue voglie bizzarre; ora ricolmo

D'allettanti carezze; ora respinto

Con aspro.orgoglio; tormentato sempre

Dalle lusinghe e dal rigor; guardato

Della sua gelosia cogli occhi d'Argo

Qual prigionier; come fanciul richiesto

A dar ragion dell' opre mie; qual servo

Vilipeso... Ah che in van tenta mia lingua

Pingere appieno quest’inferno!

MORT.           Conte, Io ti compiango.

DUDL.           E allor che omai la meta

Veggo vicina, il guiderdon m'è tolto!

De' miei sudori il frutto altri mi toglie!

Giovine sposo or mi rapisce i dritti

Già lungamente posseduti, e forza

M'è di scendere alfin dall' alto leggio

Dove primiere fino ad or brillai.

Nè sol la man, ma il suo favore insieme

Tormi minaecia lo straniero. È donna

Elisabetta, ed egli amabil troppo!

MORT.           Di Caterina è figlio. A buona scuola

Attinse l'arte d'adular.

DUDL.           Si sperde

Ogni mia speme. Nel naufragio un legno

Io cerco almeno d'afferrare; e il raggio

Tornami a sfolgorar, che amico un giorno

Mi lusingò. L’imagin di Maria,

Nello splendor di sua beltà, di nuovo

Mi venne incontro, I dritti lor ripreso

Hanno le grazie a gioventù congiunte.

Non più la fredda ambizion, ma il cuore

Fece il confronto, e appien conobbi il pregio

Del perduto tesoro. Inorridito

Lei veggo in braccio a crude ambascie, e tutta

Esserne mia la colpa. In me la dolce

Speme si desta di poterla ancora

Salvare e posseder. Per fido messo

Giungo ad aprirle i miei cangiati affetti;

E il foglio che recasti ora  m’affida

Del suo perdono, e insiem la man di sposa

M’offre se le catene io le disciolgo.

MORT.           E nulla ancora a sua salvezza imprendi?

La sua condanna hai sopportato, e il voto

Desti tu etesso contro a lei di morte.

Fu mestier d'un prodigio, e che la luce

Del vero a me giungesse, a me nipote

Del suo custode. In Roma, entro le mura

Del Vaticano, il ciel dispor dovette

Il suo liberatore; e in van senz'esso

Tentata avrebbe infino a te la via.

DUDL.           Oh quai non furo i miei tormenti! Tolta

Dal castel di Talbot fu chiusa allora,

Entro Fortheringay, sotto l'austera.

Custodia del tuo zio. Tutti serrati

Furmi gli accessi in fino a lei. Fu forza

Suo nemico mostrarmi al mondo in faccia.

Ma non pensar che inoperoso a morte

Trar la luciusi io mai. No: ferma in cuore

Speme sempre ho nutrita ed ancor nutro

D'impedir tale eccesso fin che aperta

Mi sia la strada di salvarla.

MORT.           Pronta

È la strada, signor. La tua fidanza

Merita contraccambio. Io voglio, io stesso

Farla libera omai. Questo è lo scopo

Che qui m'addusse. Tutto è già disposto,

E il tuo saldo sostegno or mi rinfranca.

DUDL.           Che di' tu mai? Mi fai tremar - Ma come? Vuoi tu?…

MORT.           Vo’ del suo carcere le porte

A forza aprir. Compagni ho all'opra, e pronto …

DUDL.           Hai compagni! - Oh me lasso, in quale abisso

Tu mi strascini! - E son costoro a parte

Del mio segreto?

MORT.           Non temere. Ordito

Senza di te venne il disegno, e a fine

Tratto sarìa senza di te, le ferma

Ella non fosse nel voler te solo

Fabbro di sua salvezza.

DUDL.           Esser poss’io

Sicuro appien che il nome mio non entri

Nella congiura?

MORT.           La mia fè n'impegno.

Ma donde mai tanti riguardi, O conte,

Nell'udir cosa, che a tuoi voti arride?

Salvare e posseder vuoi la Stuarda,

Amici bai pronti all'opra, inaspettati

Mezzi e sicuri ti dispone il cielo,

E tu, più che piacer, ne mostri tema?

DUDL.           Vana è la forza. Perigliosa troppo

È tale impresa.

MORT.           Da temer non meno

Fora ogni indugio.

DUDL.           Cavaliere, il credi,

Inopportuno è il cimentarsi.

MORT. (1)      Il fia

Solo per te che a possederla aspiri!

Noi salvarla vogliamo, e all'alme nostre

Senso ignoto è il timor.

DUDL.           Troppo t'affretti,

Inesperto garzone, ad ardua impresa

E di rischi ripiena.

MORT.           E tu guardingo,

In quest'opra d'onor, troppo ti mostri.

DUDL.           Io veggo i lacci onde siam cinti.

MOIRT.          E tutti

Io di spezzarli ho fede.

DUDL.           Un tal coraggio

È demenza, furor.

MORT.           Non è valore

Questa prudenza tua.

DUDL.           La fine ambisci

Dell' infelice Babiogton.

[1] Con sarcasmo.

MORT.           Tu sdegni

Dell'invitto Norfolc seguir l’esempio.

DUDL.           Alla sposa Norfolc non si congiunse.

MORT.           D'esserne degno egli mostrossi almeno.

DUDL.           Se ci perdiamo, fia perduta anch'ella.

MORT.           E col salverci essa riman cattiva.

DUDL.           Tu non rifletti, non ascolti e serri

Col tuo cieco furor la via dischiusa.

MORT.           La via che apristi tu? Quale? Che hai fatto

Per liberarla? - Come? E s'io pur fossi

Vile cotanto da vibrarle in cuore

Il pugnale omicida, come imposto

Fummi ed attende la regina, dimmi

Quale hai tu schermo per salvar sua vita?

DUDL. (1)      E tale opra di sangue a te commessa

Ha la regina?

MORT.           Ella sì mal sua fede

In me ripose come in te Maria.

DUDL.           E tu obbedirla promettesti?

MORT.           Il mio

Braccio le offersi, acciò compra non fosse

A tal uopo altra man.

DUDL.           Saggio consiglio.

Avremo agio maggior. Mentre s'affida

Sull'opra tua di sangue, la sentenza

Ineseguita resta, e tempo intanto

Guadagniam noi.

[1] Sorpreso.

MORT. (1)      No, il tempo anzi si perde.

DUDL.           Ella di te fa conto, e assai scemato

Le fìa 'l ritegno ad affettar clemenza

In faccia al mondo. Io destramente indurla

Saprò a veder la sua rivale, e assai

Di nuocerle il poter con ciò fia tolto.

Bene apponsi Burgley. Più la condanna

Non lice d'eseguire ove una volta

Vegga Maria - Sì vo' tentarlo. Tutto

Io porrò in opra.

MORT.           Ed a qual pro? Delusa

Se da me si conosca e in vita resti

Maria, non tutto è come prima? Indarno

Fora sperar che caggiano i suoi ceppi

Ed altro ottenga, che di trarre i giorni

In perpetua prigion. Se dunque è d'uopo

D'un risoluto colpo, a che l'impresa

Non cominciar da ciò? Tu n'hai la possa.

De' tuoi molti castelli arma i vassalli,

E un esercito è fatto. Molti amici,

Benché segreti, ha la Stuarda ancora.

D'Avardo e di Percy le illustri case,

Ricche d'eroi, sebben caduti i capi,

Stanno aspettando il generoso esempio

D'alcun possente. Omai, conte, deponi

Il simular, e apertamente adopra.

Da cavalier l'amata tua difendi;

[1] Impaziente.

Per lei pugna da prode. In tua balia,

Purché tu 'l voglia, Elisabetta avrai.

Opra fia lieve il trarla entro tue rocche

Dove già spesso ti seguì. Ti vegga

Ivi essa, uom risoluto, assumer tutto

Il tuo potere; e uscìrne in van presuma

Finché non sciolga la Stuarda.

DUDL.           Ah! dove

Cieco ardor ti trascina? I detti tuoi

M'empiono di spavento - Mal conosci

Tu questa terra, e come qui si regna.

Ha quest' impero femminil conquise

Omai tutte le menti, e invan le traccie

Del valor prisco in questo suol ricerchi.

Tutto soggiace ad una donna, e spento

È il coraggio in ogni alma. Il mio consiglio

Non isdegnar. Di troppo incauta impresa

Non porti a rischio. Giunge alcun. Mi lascia.

MORT. In te sua speme ha la Stuarda. A lei

Io me ne andrò senza conforto?

DUDL.           Dille

Che eterno amor le giuro.

MORT.           Ad essa arreca

Tu stesso i giuri tuoi, ch' io suo campione

M’offersi, non mesagger d'amore.

SCENA IX.

ELISABETTA, DUDLEO.

ELIS.              Chi se ne andò da te? Parlare intesi.

DUDL. (1)      Fu Mortimero.

ELIS.              Ond'è, conte, che tanto

Sembri confuso?

DUDL. (2)      Alla tua vista. Oh mai

Di tante grazie non ti scorsi adorna!

La tua bellezza abbagliami - Oh!…

ELIS.              Sospiri? E di che mai?

DUDL.           Di che? Ragion ben io

Honne profonda. In contemplar gli incanti

Delle tue forme, più crudel risorge

Della temuta perdita l’affanno.

ELIS.              Perdita! E quale?

DUDL.           L'adorato aspetto

Io perdo e il cuore della mia sovrana.

Felice in breve i giovanili amplessi

D'ardente sposo ti faranno. Ei tutto

Possederà il tuo cuore. Egli è di regia

Stirpe, e tal io non son, Tal no; ma giuro

All'universo in faccia, ch'uom non vive

Che più di me t'adori. Mai te il duca

[I] Si volge in fretta spaventato.

[2] Ricomponendosi.

D'Angiò non vide, e non può amar che illustro,

La gloria onde sei cinta. Io te sola amo.

Se tu umil pastorella, e il primo al mondo

Foss’io de' regi, infino a te da tanta

Altezza scender mi vedresti, e a tuoi

Piedi deporre la corona mia.

ELIS.              Più che rampogne il tuo compianto io merto,

O mio Dudleo. Del cuore ai moti sorda

Esser m' è forza. Ah ben diversa fora

La scelta sua! Quanto d'invidia degne

Son l'altre donne a cui d'innalzar lice

Del proprio amor l'oggetto. Io sola, io sola

L'uom ch'elesse il mio cuore ornar non posso

Del regio serto. Di sua man dispose

La Stuarda a sua voglia. Soverchiando

Ogni ritegno, tutto a se permise;

E de' piaceri fino al fondo il nappo

Ella si bevve.

DUDL.           Ed or sugge l'amaro

Calice degli affanni.

ELIS.              Essa ebbe a spregio

Il giudizio degli uomini. Sua molle

Vita sdegnò di assoggettare al giogo

Ch' io m'addossai. Con sue dolcezze il mondo

A me pure arridea, ma l'ardue cure

Gli preposi di re. D'ogni uom l'affetto

Ella s’accinse a guadagnar, ché solo

Fu suo studio esser donna, e a se d'intorno

Trasse la bionda e la canuta etade.

Sì fatto è l'uomo! Voluttà l'adesca,

Corre al diletto, alle vanezze e appieno.

Mai non apprezza quanto pur n'è degno.

E lo stesso Talbot non s’era anch'egli

Ringiovinito, allor che a dire imprese

Delle sue grazie?

DUDL.           È degno di perdono.

Fu suo custode, e l'ammaliò l'astuta

Con sue lusinghe.

ELIS.              Di sì vaghe forme

Dunque non mente il grido? Odo sì spesso

Laudar quel volto, che vorrei pur certa

Farmene alfine. La pittura adula,

Spesso è bugiarda anche la fama. A questi

Occhi soltanto darei fede. Oh come,

M'affisi or tu!

DUDL.           Nel mio pender con lei

Ti paragono. Di vederti a fronte

Della Stuarda, no 'l ti celo, somma

Avrei vaghezza, ove possibil fosse

Farlo in segreto. Allor la prima volta

Dato ti fora di gustare intero

Della, vittoria il vanto. Appien convinta

Io la vedrei con sua vergogna - e acuto

Ha l'invidia lo sguardo - ché in van tenta

La nobil maestà delle tue forme

Di pareggiar, come ad immense pezza

Ceder l'è forza anco in ogni altro pregio

Onde un'alma sublime in te s'abbella.

ELIS.              Ella d'anni è minor.

DUDL.           Minore! In vero.

Tal non rassembra. I patimenti forse …

Certo a vecchiezza innanzi tempo volge -

Ma al cuor spina le fora ancor più acerba

Il mirarti alfin sposa. Ella già indietro

Lasciò d'ogni sua speme i dì felici,

E te vedrebbe a lieti giorni incontro

Muovere i passi col regal rampollo

Di Francia unita, ella che tanto un tempo

Nella Francia fidava, insuperbendo

De’ suoi legami, e nella poderosa

Sua mano ancor di sicurezza ha speme.

ELIS. (1)        Quanto tentasi mai perch'io la vegga.

DUDL. (2)      Per favor lo domanda, e tu il concedi

A suo castigo. Tu puoi trarla al palco,

Ma men duro le fia ch'esser prostrata

Dall' avvenenza tua. Così l'uccidi

Com' ella volea te. Del tuo sembiante

Le grazie miri ad onestà composte,

A cui col suo candor fanno ornamento

Quelle virtù, che a vile ella si tenne,

Perduta dietro a sconsigliati amori.

Splendor novello a tua bellezza aggiunto

Vegga dal regal serto e dalle dolci

Cure d'Imene. Questo fia l'acerbo

Colpo, che l'inabissi. Ah sì, se gli occhi

Io fiso in te, veggo che mai com' oggi

[1] Con noncuranza.

[2] Vivacemente.

Meglio disposta a riportar non fosti

La palma di beltà! Conquiso io stesso

Rimasi allor che come angel di luce

Testè giungesti in questa sala. Il credi,

Se, quale or sei, tu le apparisci innanzi

Coglier certo non puoi più fausto istante.

ELIS.              No, Leicester, pe - No; d’uopo è pria,

Che con me stessa mi consigli, e i sensi

Di Burgley…

DUDL.           Di Burgley? Solo egli intende

All’utile del regno. Ha i dritti suoi

Anche il tuo sesso, e solo a te s’aspetta

Il giudica di ciò, senza che a parte

Altri ne venga - Anche ragion di stato

Vuole che tu la vegga, e fama acquisti

Di generosa con sì nobil fatto.

Dell’odiosa tua rival potrai

A tuo talento liberarti poscia.

ELIS.              Al mio decoro disdicevol fora

Il ritrovar tra la penuria e l’onte

Una congiunta. È grido, che sia spoglia

D’ogni fregio regale: acerba accusa

Del suo squallore mi saria l’aspetto.

DUDL.           D’uopo non è che dentro le sue soglie

Tu ponga il piede. Odi. Pretesto acconcio

Te ne prepara il caso. Oggi allestita

È la gran caccia, e nel cammino è forza

Toccar Fortheringay. Quivi nel parco

Scender può la Stuarda, e tu vi giugni

Come a fortuna. Non parrà disegno

Allor l'incontro, e, Se così t'aggrada,

Non le favelli pur.

ELIS.              D'un'imprudenza

Tua, Leicester, sarà tutta la colpa.

In questo glomo, che tra i miei vassalli

Te più che ogni altro addolorai, (1) non voglio

Oppormi ai desir tuoi. Mero capriccio

Sia pure il tuo. Maggior si manifesta

Del cuor l’effetto in chi spontaneo accorda

Come favore quel che disapprova (2).

[1] Lo guarda con tenerezza.

[2] Dudleo si prostra ai suoi piedi.

ATTO TERZO

SCENA I.

Una parte del parco, con folti alberi dai lati, e veduta del mare e dei monti da lontano. Maria che fra gli alberi si avanza con passo celere, KENNEDY che le tiene dietro a fatica.

KENN.           Frena il rapido piè. Sembra che al volo

Tu l'ali impenni, né seguirti io posso.

MAR.             Non turbarmi la gioja che sento

In sì dolce e soave momento,

Ch'orme libere imprimo lui fior.

Oh dolcezza che l'alma trastulla,

Che m'agguaglia a danzante fanciulla

Cui la pace sorride nel cor!

Or vo' sciorre l'aligero piede,

Or che più non m'affanna e mi fiede

Tenebroso di carcere orror.

Son fuggita di morte all'ostello,

E nell'onda d'un aer novello

Si dilata dell'alma il vigor.

KENN.           Esci d'errore, o mia diletta. È solo

Ampliato il tuo carcere di poco.

Tu nel folto degli alberi non vedi

Le mura, che ci tengono rinchiuse.

MAR.             Oh sieno grazie a queste

Amiche piante le cui verdi spoglie

Ascondon le funeste

Mura del carcer mio!

Già sogna libertà l'alma rapita -

Perché lasciar degg'io

L'illusion gradita?

Me l'ampio sen dell' emisfero accoglie.

Per l'infinite vie

Del ciel non erran le pupille mie?

Colà dove quel monte

Erge la grigia fronte,

Ivi del regno mio giace il confine;

E queste nubi aurate,

Che verso l'austro han mote,

Cercan di Francia l’ocean remoto.

Velocissime nubi lucenti,

Che le strade solcate de' venti,

Perché eguale il destino non ho!

Salutate l'amico terreno,

Ove un tempo il tranquillo baleno

De' miei giorni più verdi brillò.

Io mi giaccio fra due catene:

Ah voi dite le acerbe mie pene,

Messaggiere voi sole al mio duol!

Di regina soggette al potere

Voi non siete, e tra l'aure leggiere

Trascorrete con libero vol.

KENN.           O mia regina, in te più non capisci.

La dolce libertà, che da gran tempo

Ti fu rapita, a delirar ti mena.

MAR.             Ve' un pescatore, che l'a per l'onda.

E il lieve abete move alla sponda:

Me il sottil legno potria salvar.

Parco alimento da lui procura;

Ma tra le opposte turrite mura

Ben io sua sorte potrei cangiar.

Dalle mie mani vedria com'esca.

Per lui quell’oro, che mai non pesca;

Sol che me in salvo sappia ei guidar.

KENN.           Inutil voto! Degli esploratori

Ci sieguon lungi i passi, e tu nol vedi?

Alto divieto ogn'anima pietosa

Dal cammin nostro crudelmente fuga.

MAR.             No, buon'amica, in van schiuse non furo

Del carcer mio le porte. Un raggio è questo

Di fortuna miglior. Mal non m'appongo:

Opra destra è d'amore, e vi ravviso

Di Leicester la possa; A grado a grado

Vogliono del mio carcere gli angusti

Limiti dilatare, ed avvezzarmi

Dal meno al più, finché, disciolta appieno,

Dato mi sia di rimirar da presso

Lui che per sempre i lacci miei disferri.

KENN.           Qual sia l'arcana di sì opposti eventi

Cagion non so! JerI di morte annunzio,

Oggi improvvisa libertà. De' ceppi

Udii toglierai il peso anche ai meschini

Cui si prepara libertade eterna.

MAR.             L'alto squillo a ogni poggio d'intorno

Rimbombar tu non senti del corno,

Che alla caccia sospinge il desir?

Potess'io sull'audace destriero

Per le valli e pei clivi il guerriero

Stuol festoso contenta seguir.

Dolce e acerbo ricordo! Già presso

Move il suono ben noto, che spesso

Al mio cuore la strada s'aprì.

Già l’intesi tra i monti e le selve

Quando, ardita incalzando le belve,

Strepitar sulle vette s’udì.

SCENA II.

MARIA, KENNEDY, POWLET.

POWL.           Ho ben compiuto il dover mio, signora?

Ora ne merto gratitudin.

MAR.             Quale, Cavaliere? Sei tu, che tal m'ottenne

Favore? Tu?

POWL.           Perché non io? Recato

Ho alla corte il tuo scritto.

MAR.             E il consegnasti? -

A lei da vero? - Del mio foglio è frutto

Questa che or godo libertà?

POWL. (1)      Né il solo:

[1] Con espressione.

                        Ti prepara a un maggior.

MAR.             Che vuoi tu dire?

POWL.           Senti lo squillo?

NAR. (1)        Tu tremar mi fai!

POWL.           Qui presso è a caccia la regina.

MAR.             Come?

POWL.           E a te dinanzi la vedrai fra poco.

KENN. (2)      Che hai tu, signora? Impallidisci!

POWL.           E donde?

Non ne sei paga? Fu pur tua preghiera?

Prima che tu nol pensi essa è compiuta.

Eri si pronta al dir tu sempre. Or questo,

Questo di scior tua lingua è il vero istante.

MAR.             Oh perché prima non vi fui disposta!

Per or nol sono io no. Quanto richiesi

Come favore, di spavento e tema

Or tutta m'empie - Giana, entro 'l castello

Mi riconduci fin ch' io torni in calma.

POWL.           Rimanti. Qui la dei vedere. Ah il credo,

L'aspetto del tuo giudice paventi!

SCENA III.

MARIA, KENNEDY, POWLET, TALBOT.

MAR.             No non è questo. Oh quanto il cuor mutato

Mi sento in petto! A me opportuno or giungi,

[1] Atterita.

[2] Avvicinandosi frettolosamente a Maria, che trema e sta per cadere.

Nobil Talbot, com'angelo che il cielo

In tant'uopo m'invii! Ch'io non la miri!

Salvami tu dalI' abborrita vista!

TALB.            In te ritorna; l'anima raccogli:

Questo è, regina, il decisivo istante.

MAR.             Io l'attendea. Già per molt'anni ad esso

Mi preparai. Già tutto in me ravvolsi,

Tutto nel libro della mente ho scritto,

Ciò che toccar, che intenerir potea!

Ma svanì tutto in un balen! Non vive

Più nulla in me che la memoria acerba

Del lungo mio penare. Il cuor trabocca

Contro costei di sanguinosa rabbia.

Tutti fuggiro i pensier queti, e intorno

Mi stan d'averno i tenebrosi spirti,

Alto scuotendo le viperee chiome.

TALB.            Di sangue affrena il reo furore, e vinci

L'amarezza del cuor. Funesti frutti

Nascono d'odio che contr'odio cozzi.

Per quanto l'alma vi ripugni, al tempo.

Al duro impero del momento or d'uopo

Fia d' obbedir. Ella è potente - È forza

China: la fronte.

MAR.             Innanzi a lei? - Nol posso;

Nol posso io certo.

TALB.            Tu dei farlo. Umile

E tranquilla le parla. Alla grandezza

Dell'alma ma magnanima ricorri;

Non ostinarti ne' tuoi dritti. Or fora

Inopportuno.

MAR.             Oimè! di mia rovina

La ministra son io. La mia preghiera

Accolta venne per maggior mio danno.

Quanto era meglio il non vederci mai!

Nullo venirne può vantaggio. Insieme

Andran frammisti in pria l'acqua ed il fuoco,

E il timid'agno bacerà la tigre! …

Troppo io soffersi - a troppo acerbi insulti

Per lei fui segno! - In van tra noi si speri

Pace giammai!

TALB.            Mirala prima almeno.

Pur io la vidi dal tuo foglio scossa;

E gli occhi suoi nuotavano nel pianto.

Insensibil non è. Meglio confida.

Per questo solo prevenirne i passi

Volli, e giovarti di consiglio, e l’alma

Disporti.

MAR. (1)        Ah tu l'amico mio pur sempre

Eri, o Talbot! Rimasta ognor foss’op

Nella pietosa custodia! A quali

Durezze esposta, o mio Talbot, non fui!

TALB.            Tutto di scorda. Pensa solo or come

Umil convienti comparirle avante.

MAR.             E con lei vedrò pur l’angel mio tristo,

Bargley?

TALB.            Con essa antri non è che il conte di Leicester.

MAR.             Leicester!

[1] Prendendolo per mano.

TALB.            Sì. Di lui

Nulla temere. Egli desio non nutre

Di tua caduta; ed opra è sua se assente

Or di vederti la regina.

MAR.             Ah il dissi!

TALB.            Teco che parli!

POWL.           La regina arriva. (1)

SCENA IV.

MARIA, KENNEDY, POWLET, TALBOT, ELISABETTA, DUDLEO, corteggio.

ELIS. (2)        Come si noma quest'asil campestre?

DUDL.           Fortheringhay.

ELIS. (3)        Fa che il corteggio a Londra

Ci preceda. Del popolo la calca

Troppo s'addensa sulle strade. In questo

Solingo parco ricerchiam rifugio. (4)

Troppo m'ama il mio popolo. Trascende

L'idolatra sua gioja ogni confine.

Non a mortal, ma solo a Dio si debbe

[1]  Ognuno di ritragge e rimane solo Maria appoggiata a Kennedy.

[2] A Dudleo.

[3] A Talbot.

[4] Talbot allontana il seguito. Elisabetta fissa lo sguardo in Maria mentre prosegue il discorso verso Powlet.

                        Cotanto onore.

MAR. (1)        Oh Dio! da quell'aspetto

Non parla un cuor.

ELIS.              Chi è costei? (2)

DUDL.           Regina,

Siamo al Fortheringhay.

ELIS. (3)        Chi n'è cagione, O conte?

DUDL.           Il fatto omai non ha riparo:

E poiché il cielo i passi tuoi qui trasse

Lascia, regina, che pietà trionfi

E il tuo cuore magnanimo.

TALB.            Ti muovi,

Donna regale, ed un benigno sguardo

Volgi alla sventurata, che vien meno

Innanzi a te! (4)

ELIS.              Come signori? In lei

Chi fu che un'avvilita mi dipinse?

Una superba ancor vegg'io, lottante

Contro il rigore delle sue sventure.

MAR.             Si faccia! Alfine anche a sì dura prova

[1] Dopo essere stata per tutto questo tempo, quasi svenuta, appoggiata alla nutrice, alza gli occhi, e si incontra collo sguardo immobile di Elisabetta. Si scuote e si getta nuovamente in seno alla nutrice.

[2] Silenzio universale.

[3] Si finge sorpresa gettando un bieco sguardo a Dudleo.

[4] Maria si fa animo, vuole avanzarsi verso Elisabetta, poi a mezzo cammino si ferma spaventata.

M'abbasserò. Vanne impotente orgoglio.

Di nobil alma! Vo' a scordar chi sono,

E quanto sopportai. Gittarmi a' piedi

Voglio di lei. che revesciommi in questo

Vitupero (1) - Sorella, in tuo favore

Deciso ha il ciel! Ti coronò vittoria

L'avventurata fronte. Adoro il Dio

Che t’innalzò (2.) ; ma sia tu pur, sorella,

Generosa con me, Deh non lasciarmi,

Languir più a lungo nell’obbrobrio! Stendi

La man; mi porgi la regal tua destra.

Che mi rialzi da sì gran caduta.

ELIS. (3)        Nel tuo posto ti trovi, e grazie rendo

Alla mercé di Dio che me non volle

Ai piedi tuoi prostrata, come or giaci

A me dinanzi tu.

MAR. (4)        Pensa che spesso

Mutansi i casi umani, e veglia un Nume

Vendicator dell’orgoglio. Adora

E temi insiem questo tremendo Iddio,

Ch’ora m’atterra innanzi a te. Per questi

Testimoni stranieri, in me rispetta

Te stessa almen. Non profanare il sangue

Illustre dei Tudor, che a entrambe scorre

Entro le vene - Oh cielo! non restarti

[1] Si volge verso Elisabetta.

[2] Cade ai piedi di Elisabetta.

[3] Retrocede.

[4] Con affetto crescente.

Inaccessibil, aspra come scoglio,

Che il naufrago afferrare in van s’adopra.

Quanto è mio, la mia vita, il mio destino

Dal vigor de’ miei detti, e dal mio pianto

Perdono or sol. Scioglimi il cuor, ond’abbia

Forza che valga ad ammollire il tuo!

Se tu mi guati con occhio di gelo,

Abbrividito il cuor mi si ristringe,

Chiusa la fonte è del dolore, e un freddo

orror m’inceppa i prieghi.

ELIS. (1)        Che vuoi dirmi,

Maria? Chiedevi favellarmi - Io scordo

Or la regina gravemente offesa,

E compiere vo' teco di sorella

Il pio dovere. Accordo a te il conforto

Di mia presenza. Ancor che biasmo incontri

L'abbassamento mio, le voci io sieguo

D'animo generoso - E pur tu il braccio

Del tradimento a trucidarmi armavi;

E bene il sai.

MAR.             Quale or principio avranno

Le mie parole? Con qual arte ordirle

Perché ritrovin del tuo cuor le vie

Senza inasprirlo? O Dio, tu mi dà forza,

Tn reggi il mio parlar, sì che non punga -

Ancor ch'io teco favellar, non possa

Senza gravi rampogne, non vo' farlo -

Modi tenesti nell'oprare ingiusti,

[1] Fredda e severa.

Che sono io pure al par di te regina;

E prigioniera tu mi festi. Asilo

Supplice io chiesi, ma le sante leggi

Dell' ospitalità spregiando, e il sacro

Pubblico dritto, in carcere m'hai chiusa,

Toltimi crudelmente amici e servi,

E all’indigenza abbandonata. Innanzi

A obbrobrioso tribunal fui tratta …

Ma, se ne taccia. Eterno obblio ricopra

Tutti gli affanni onde fui colma - Or m’odi!

Tutto al destino ascriverò. Di colpa

Siam scevre entrambe. Dagli abissi uscito

Nemico spirto, ancor fanciulle, i nostri

Cuori divise e vi destò la dira

Fiamma dell'odio, che con noi si crebbe,

Fatta maggiore dal soffiar maligno

D'anime inique. Forsennato zelo

Pose, il pugnale in non richieste mani -

Tale è de' re la maledetta sorte

Che, se tra lor mette discordia il capo,

Dalle furie commesse è il mondo intero

Or più non è fra noi lingua straniera: (1)

Ambe a fronte ci stiam. Parla, sorella,

Palesa l'error mio, che a te vo' darne

Piena l'ammenda. Oh se m'avessi porte

Orecchio allora, che pregai vederti!

Le cose a tal non forano mai giunte,

[1] Si avvicina a Elisabetta in atto di confidenza e con tuono di voce lusinghiera.

Nè in questo di tristezza infausto luogo

Or seguirebbe l’infelice incontrò.

ELIS.              Se non accolsi in sen 1'aspide, il deggio

Al mio buon astro; e tu non il destino,

Ma il tuo cuor negro accusa e la feroce

Ambizion della tua schiatta. Ostile

Atto fra noi non era sorto ancora,

Allor che di grandezza avido troppo,

L'ardita man sacerdotal stendendo

A tutte le corone, la disfida

Il tuo zio m'intimò. Lo stemma, e il mio

Titolo regio ad usurpar ti trasse

Insanamente, ed a mortaI tenzone

Ti sospinse egli meco - E che non mosse

Contro di me? De' popoli le spade

Ed il garrir de' sacerdoti, orrende

Armi, che il cieco fanatismo aguzza.

Fin dentro il, regno mio, sede di pace,

Egli soffiò di ribellion la fiamma -

Ma Dio sta meco, e la superba possa

Del prete dileguò. Contro il mio capo

Volto era il colpo, che su te ricade!

MAR.             In Dio riposo; e il tuo poter non fia

Da te trasceso in sì cruento modo.

ELS.               Chi mel contende? A tutti i re del mondo

Dié l'esempio il tuo zio come li fermi

Co' nemici la pace. A me fia scuola

La notte che coprì l'orrendo eccidio

Degli ugonotti e il tradimento infame.

Ragion di sangue e delle genti dritto

Che son per me? La chiesa ogni dovere,

Ogni vincolo scioglie. Il regicida

Essa fa santo e mancator di fede.

De’ sacerdoti vostri or voglio anch’io

Le dottrine seguir. Chi m’assicura,

S’io generosa i lacci tuoi disciolgo?

Qual fia ch’io ponga alla tua fè cancello

Che di san Pietro le possenti chiavi

Nol sappiano sferrar? Unica è forza
La sicurezza mia; ché vana speme

Di serbar lega con genia di serpi.

MAR.             Ecco gli acerbi tuoi cupi sospetti!

Qual nemica e straniera ognor mi tieni.

Che se, com’è pur dritto, al tuo retaggio

Tu mi chiamavi, una fedel congiunta,

Un’amica serbata avrianti amore

E gratitudin sempre.

ELIS.              In questa terra

In van cerchi, Stuarda, i tuoi parenti.

Il Vaticano è la tua casa, e sono

A te fratelli i monaci - Del soglio

Io proclamarti erede? Oh, astuta insidia!

Perché, me viva ancor, tu ‘l mio fedele

Popol seduca, e scaltra Armida intrichi

Nella pania d’amor tutta del regno

L’eletta gioventù - Perché si volga

Ogn’occhio al sol, che nuovo sorge, ed io…

MAR.             Qui regna in pace! ogni mio dritto io cedo.

Il genio mio tarpati ha i vanni, e nullo

Desio più di grandezza non m’adesca -

Essa tutta è di te. Più in me non resta

Che di me l'ombra. Il nobile, ardimento

Dalle angustie del carcere è fiaccato -

Tu soverchiando ogni confin m'hai spenta

Nel mio fiorir … Sorella mia, finisci,

E la ragion del tuo venir palesa.

Ch'io non vo’ sospettar che qui condotta

T'abbia brama crudel di fare oltraggio

Alla vittima tua. Su via pronuncia

Una parola di conforto. Dimmi:

Libera, sei, Maria. Della mia possa

Avesti prova; or di mia nobil alma,

Venera i semi generosi. Ah dillo!

E, come dono, libertade e vita

Dalle tue mani avrò - Tutto cancella

Un detto solo, ed io da te l'aspetto.

Deh nol mi ritardar! Guai se il suggello

Questo non è di tue parole! Il credi,

Se propizia, magnanima qual nume

Da me, sorella mia, non ti diparti,

Nè per tutta quest'isola felice,

Nè per quant'altre il mar terre circonda,

Com'or tu a me, star ti vorrei davante!

ELIS.              Ti dai per vinta alfin? Cessar tue insidie?

V’ha più sicario o venturier per via

Che tuo tristo campion di farsi ardisca? -

Tutto è finito omai. Più non ho tema,

Che alcun tu mi seduca. Or d'altre cure

S'occupa il mondo, e più non v' ha cui caglia

D'esserti il quarto sposo, poiché sai

Non men che proci trucidar mariti.

MAR. (1)        O suora, suora! … O Dio, tu mi raffrena!

ELIS. (2.)       Questi, Leicester, dunque son gl'incanti

Che impunemente uomo non vede? Queste

Le grazie a cui donna non è, sì ardita

Da porsi a paro? Oh facil opra in vero

Era un tal vanto! Universal si merca

Di beltà grido il comunarsi a tutti.

MAR.             Quest' è troppo!

ELIS. (3)        Ben mostri or le tue vere

Sembianze che fin ora arte coverse.

MAR. (4)        Di giovinezza errori, error di frale

Natura furo i miei. Me il poter trasse

Dalla diritta via. Farne un arcano

Altrui non seppi, e con regal franchezza

Di simular sdegnai. Sol di me il peggio

È noto al mondo, e asseverar mi lice

Che assai miglior della mia fama io sono.

Guai pure a te, se un dì spogliar fia forza

Quella vesta d'onor, che tutte ascende

Or l'opre tue; sotto cui cela astuta,

Ipocrisia della lussuria il fuoco,

Che furtivo e brutal t'arde e consuma,

Già non avesti d'onestà retaggio

[1] Con risentimento.

[2] La guarda molto tempo con disprezzante alterigia.

[3] Con riso ironico.

[4] Avvampante di collera, ma con nobile dignità.

Dalla tua madre, poiché noto è quale

Virtù traesse Anna Bolena al palco.

TALB. (1)       O Dio del ciel! Fin dove ella trascorre!

D'alma sommessa e moderata è questo

Lo stil, signora?

MAR.             Moderata! Tutto

Soffersi io già quant'uomo possa. Or vanno

Rassegnazion codarda. Al ciel rifuggi

Penosa pazienza, e i lacci tuoi

Frangi, che è tempo, e dalla tua caverna

Esci, o rancor, troppo represso omai -

E tu, che al basilisco irato desti

Guardo di morte, sul mio labbro or poni

Attossicati dardi -

TALB.            Essa delira!

Deh tu perdona a forsennata lingua

Acerbamente provocata! (2.)

DUDL. (3)      Chiudi, Chiudi l'orecchio al vaneggiar furente!

Via, via da questo sventurato luogo.

MAR.             D' Anglia deturpa una bastarda il trono,

Ed aggirato dalle perfid’arti

D'astuta ciurmatrice è il generoso

[1] Si pone tra le due regine

[2] Elisabetta, muta dalla rabbia, getta sguardi di furore sopra Maria.

[3] Nella maggior inquietudine tenta di allontanare Elisabetta.

Popol britanno. Oh se valesse dritto!

Innanzi a me prostata nella polve

Tu giaceresti, ché il tuo re son io (1).

SCENA V.

MARIA, KENNEDY

KENN.           Oh che mai festi! Furibonda parte.

Tutto è finito. È tronca ogni speranza.

MAR. (2)        Parte fremendo, e reca in cuor la morte! (3)

Quanto or mi sento alleviata! Alfine,

Alfin giunsi a gustar, dopo tant' anni

D'avvilimento e pena, anco un istante

Di vittoria e vendetta. Il cuor sgravato

S'è d'un gran pondo. Alla nemica in seno

Confitto ho il mio pugnal.

KENN.           Lassa! ti vince

Il delirar. Tu d'implacabil donna

Punto hai l'orgoglio. Essa la folgor stringe,

Essa è regina, e del suo drudo in faccia

Tu l' hai schernita.

MAR.             Io l'avvilii sugli occhi

Di Leicester. Lo vide egli, e del mio

Trionfo è testimon. Mentr’io dal sommo

[1] Elisabetta, parte in fretta, i grandi la seguono nella maggior costernazione.

[2] Sempre fuor di se stessa.

[3] Si getta, al collo di Kennedy.

La rovesciava di sua tanta altezza,

Vicino egli era, e vigoria novella

La sua presenza m'aggiungea.

SCENA VI.

MARIA, KENNEDY, MORTIMERO.

KENN.           Signore,

Oh quale evento!

MORT.           Udiva io tutto. (1) Hai vinto!

L'hai pur nel fango calpestata! Fosti

Tu la regina e la colpevol essa!

Il tuo coraggio con trasporto ammiro,

E t'adoro qual Dea. Grande; sublime

In quest'istante agli occhi miei ti mostri.

MAR.             Hai tu parlato al conte? A lui recato

Hai tu il mio foglio, il dono mio? - Deh parla, Signor!

MORT. (2)      Di quanta maestà splendea

Il tuo sdegno regal, che a me i tesori

Della vaghezza, tua tutti dischiuse.

Donna di te più bella occhio non mira!

MAR.             Signor, ti priego, il mio desire appaga.

[1] Fa segno a Kennedy di ritirarsi. Il suo aspetto indica essere egli combattuto da forte passione. [2] La guarda con occhio pieno di fuoco.

Come pensa di me Leicester? Narra:

Che mi resta a sperar!

MORT.           Chi! - Egli? È un vile!

Da lui rimovi ogni speranza, e s’abbia

Da te spregio ed obblio!

MAR.             Che di' tu mai?

MORT.           Ei liberarti? Ei possederti? Invano

Fia che tant'osi. Di mia vita a prezzo

Sol torti a me potria.

MAR.             Forse il mio foglio

Non gli recasti? - Ahi che perduto è tutto!

MORT.           La vita ama il codardo. Incontro a morte

Spingersi dee senza timor: chi brama

Farti libera e sua.

MAR.             Per me non vuole

Ei tentar nulla?

MORT.           Omai di lui si taccia.

Che fare ei può? Qual v' ha di lui bisogno!

Io solo, io sol basto a salvarti.

MAR.             E tanto

Dunque presumi?

MORT.           È tempo ora che caggia

Dell' inganno la benda. Il tuo destino

Non è più quel di pria. Dacchè divisa

Fu da te la regina e in peggio volse

L'abboccamento, ogni speranza è tolta,

Chiuso alla grazia ogni sentiero. Or d'uopo

Solo è di fatti. Or sol l'ardir decida.

Tutto si tenti se periglio è tutto.

Tu libera esser devi anzi che splenda

Il nuovo albor.

MAR.             Che dici? Questa notte?

MORT.           Tutto è già fermo. Entro romita cella

I compagni adunai. Timor di colpa

Non ne conturba, ché del pan celeste

Le terse anime nostre ebber conforto,

E siam disposti all’ultimo viaggio.

MAR.             Spaventoso apparato!

MORT.           Al nostro assalto

Contro la rocca della notte il bujo

Darà favor. Le chiavi io ne posseggo.

Trucidati i custodi, uscirai salva

Dalle tue stanze. Ognun forza è che cada

Ai nostri colpi onde si celi il ratto.

MAR.             Ma Powlet e Drury custodi miei?

Tutto innanzi vorranno essi il lor sangue …

MORT.           Primi fian segno al mio pugnalo

MAR.             Lo zio? Il tuo secondo genitore?

MORT.           Io stesso

Vo' trucidarlo di mia mano

MAR.             Ahi dira

Opra di sangue!

MORT.           Confidenza ho intera

Nel perdono del cielo. Usare io posso,

Ed usar voglio ogni rimedio estremo.

MAR.             Oh quale orror!

MORT.           Se la regina anch'ella

Giovasse trucidar, forza m' è farlo,

Ché sacro un giuramento mi v'astringe.

MAR.             No Mortimero! Pria che tanto sangue

Per me si versi …

MORT.           Quale aver può prezzo

Vita mortal, che a te, che all'amor mio

Ceder non debba? Ne’ suoi gorghi inghiotta

Nuovo diluvio quanto in terra ha vita,

Fuor de' cardini suoi rovini il mondo,

Più non mi cal di nulla. Sia distrutto,

Pria che ti lasci, l'universo intero.

MAR: (1)        Che ascolto, o Dio! Signore …. Ahi quali sguardi! -

M’empion d' orrore e di spavento.

MORT. (2)      Un solo

Istante è nostra vita; un solo è morte.

Tratto io venga al Tiburno, a brani a brani

Con tanaglie infuocate a me le membra

Si squarcino, (3) pur ch'io, donna adorata,

Ti stringa …

MAR. (4)        Forsennato!

MORT.           A questo seno,

A questa bocca, che respira amore…

MAR.             Deh! per pietà lascia, signor, ch' io parta.

MORT.           Folle è colui, che con tenaci nodi

Non cinge la fortuna, allor che UN nume

Nelle sue mani l' ha condotta. Mille

[1] Ritirandosi.

[2] Collo sguardo torvo e colla espressione del delirio.

[3] Mentre le si accosta con veemenza a braccia aperte.

[4] Retrocedendo.

S’incontrin morti, ma ti voglio io salva.

Salva, e il sarai. Ma giuro a Dio ch' il prezzo

Corre vo' ancor dell' opra mia.

MAR.             Me lassa!

Nume non v'ha, non angelo pieteso,

Che mi protegga? Oh mio destin tremendo!

D'uno in altro spavento mi trabalza

L'ira implacabil tua: Nacqui io soltanto

Per risvegliar le furie? Odio ed amore

Congiuran collegati a farmi guerra?

MORT.           Ah sì, possente è in me d'amor la foga

Quanto dell'odio in quei feroci petti!

Devoto a morte hanno il tuo capo, è fia

Contaminato dall'infame scure

Il tuo collo di neve. Oh dona al nume

Della vita, al piacer, ciò che t’è forza Di

sacrare a vendetta! Il caldo amante

De' vezzi non più tuoi bear ti piaccia,

E del lucido crio già preda agli atri

Numi d’averno, indistricabil tessi

Nodo che il fido prigioniero avvinca.

MAR.             Quale linguaggio io debbo udir!Signore,

Le mie sventure, i miei martiri almeno

Ti siano sacri, se non l'è la regia

Maestà del mio capo.

MORT.           Or già caduta

Dalla tua fronte è la corona. Nulla

Di maestà terrena in te più resta.

Fa prova se a un tuo cenno imperioso

Sorga amico o campione a farti salva.

Sol ti rimane il commovente aspetto

E il divino poter d'alta bellezza.

Audace a tutto cimentar mi rende

Sol essa, e il capo mio sotto la scure

Del carnefice spinge.

MAR.             Ah chi mi scampa

Dal suo furor!

MORT.           Dall'ardimento coglie

Opra ardita il suo premio! Ond'è che il prode

Sparge animoso tra i perigli il sangue?

Sommo ben della vita è pur la vita,

E folle è lui che ne fa getto indarno!

Ch'io pria riposi sul caldo suo seno - (1)

MAR.             Lassa! che deggio io far? Contro di lui.

Del mio liberator chiedere ajuto?

MORT.           Insensibil non sei. Non è per freddo

Rigor che il mondo ti censuri. Ardente

Priego d'amore sa trovar la via

Del tuo tenero cuor. Felice hai reso

Rizio cantore, e Botuello anch'esso

Potè rapirti!

MORT.           Temerario!

MORT.           Egli era

A te tiranno; e tu d'amor tremando

Lo ricambiavi! Se il terror soltanto

Vincer ti puote, per lo Dio d’averno…

MAR.             Lasciami, forsennato!

MORT.           Anch’io ben posso

[1] La strinse con forza.

Farti tremar!…

KENN. (I)      V'ha chi s’accosta. Ingombra

Schiera d'armato popolo il giardino.

MORT. (2.)     Ti difendo io.

MART.           Deh Kennedy mi salva

Dalle sue mani! Ahi sciagurata! dov'e

Trovo un asilo? A qual nume degg'io,

Volger mie preci? Qui - la violenza,

Là dentro è l'assassinio. (3)

SCENA VII.

MORTIMERO; indi POWLET e DRURY che entrano precipitosamente, ed in agitazione.

Molta gente corre per la, scena.

POWL.           Olà! Le porte Chiudete. Alzinsi i ponti.

MORT.           Onde tal foga?

POWL.           L'omicida dov' è? Nella più tetra

Prigion con essa!

MORT.           Dì che avvenne?

POWL.           Oh mani,

Mani esecrate! Oh atroce tradimento!

La regina …

[1] Entra precipitosamente.

[2] Pieno d’impeto mette mallo alla spada.

[3] Fugge nel castello, Kennedy la segue.

MORT.           Ma quale?

POWL.           D’Inghilterra! Fu trucidata nella torre di Londra. (1)

SCENA VIII.

MORTIMERO, poi, OKELLY.

MORT.           Vaneggio io forse? Non è qui passato

Uom che gridava la regina è uccisa?

No, no, fu un sogno. Un delirar fervente

Vera mi mostra la terribil larva

Che m'ingombra il pensiero - Chi s'accolta?

Okelly! Oh come è spaventato!

OK. (2.)          Fuggi,

T'invola, o Mortimer! Tutto è perduto.

MORT.           Perduto! E che?

OK.                 Nol domandar più a lungo.

Pensa or solo a fuggir.

MORT.           Parla, che avvenne?

OK.                 Selvaggio il furibondo vibrò il colpo.

MORT.           E vero fia?

OK.                 Pur troppo è ver! Ti salva.

MORT.           Essa è trafitta, e de' Britanni al soglio

Sale Maria.

OK.                 Trafitta? Chi lo dice?

[I] Entra in fretta nel castello.

[2] Precipitoso.

MORT.           Tu stesso.

OK.                 Io no. Vive ella; e noi, noi tutti Siam preda a morte.

MORT.           Essa ancor vive?

OK.                 Il colpo

Andò fallito, e sol percesse il manto.

Talbot l acciaro all' omicida tolse.

MORT.           Ella respira?

OK.                 Vive! Sì, per trarci

Tutti in rovina! Andiam, che già d'intorno

Si cinge il parco.

MORT.           Chi osò l’atto insano?

OK.                 Il barnabita di Tolon, colui

Che tutto in suo pensier stava raccolto

Nella cappella, allor che l'anatema,

Onde dal Vaticano maladetta

Fu l' Anglica regina, a noi sponendo

Il monaco venia. Spedito mezzo

Egli abbracciò. Con disperato colpo

Di Dio la chiesa liberare ei volle,

E del martirio meritar la palma.

L'audace impresa solo al sacerdote

Ei confidava, e sulla via di Londra

Poi la tentò.

MORT. (I)      Qual reo destin sua rabbia

In te tutta satolla! Ahi sciagurata!

Or sì d'uopo è morir. L'angel tuo stesso

[1] Dopo lungo silenzio.

                        Il tuo cader prepara.

OK.                 Or dove pensi

Tu di fuggire? lo corro alle foreste

Del norte in traccia d' un asilo.

MORT.           Fuggi, E ti sia scorta il cielo! Io qui rimango.

Vo' ancor tentare di salvarla, o tutto

Sulla sua bara verserò il mio sangue. (1)

[1] Partono da diversi lati.

ATTO QUARTO.

SCENA I.

Anticamera.

ALBASPINA, DUDLEO, KENT.

ALB.              E la regina? Chi men dà contezza?

Fuor di me stesso ancor dallo spavento

Mi vedete, signori. Il reo misfatto

Come successe? Come osarsi tanto

Fra il popolo più fido?

DUDL.           Alcun de' nostri

Non alzò l’empia man; del tuo monarca

Fu un suddito, un Francese.

ALB.              Un forsennato;

KENT.            Di Roma partigiano, conte Albaspina.

SCENA II.

ALBASPINA, KENT, DUDLEO, CECILIO che entra parlando con DAVISON.

CEC.               Tosto di morte l’ordine s'appresti,

E del sigil munito, alla sovrana

Rechisi, perché il segni. Or più d'indugi

Tempo non è.

DAV.              Si faccia (1).

ALB (2)          Il mio leale

Cuore, signor, del giusto gaudio è a parte

Onde compreso è il popolo britanno.

Al ciel sia laude che dal regio capo

Seppe il colpo stornar.

CEC.               Laude gli sia,

Che smascherate ha de' nemici nostri

L'arti malvagie.

ALB.              Iddio l'autor punisca

Dell'opra maladetta.

CEC.               E seco ancora

                        Il malnato orditor del tradimento.

ALB. (3)         Introdurmi, signore, ora ti piaccia

Presso l'angusta donna ond'io deponga

A’ piedi suoi, com' è dovere, i voti

Sinceri del mio re.

CEC.               Non darten cura,

Conte Albaspina.

ALB (4)          Noto emmi, signore,

Ciò che mi spetta.

CEC.               Di sgombrar ti spetta

Tosto da questo regno.

[1] Parte.

[2] A Cecilio.

[3] A Kent.

[4] Officiosamente.

ALB (1)          Che favelli!

E donde ciò’?

CEC.               Per questo dì soltanto

Il sacro ufficio tuo qui ti protegge;

Col nuovo sol non più.

ALB.              Qual è la colpa

Che mi s’appone?

CEC.               Se il ti dico, indegna

È di perdon.

ALB.              Spero, signor, che il diritto

Per cui son sacri gli orator…

CEC.               Non puote

Ai traditor di stato essere schermo.

DUDL. E KENT Oh che dici?

ALB.              Signor, poni tu mente…

CEC.               Da un passaporto di tua man vergato

Munito era il sicario.

KENT.            Il ver tu narrri?

ALB.              Molti deggio accordarne, ed il mio guardo

Non è di lince ch’entro ai cuori penetri.

CEC.               Si confessò in tua casa l’omicida.

ALB.              Aperta è la mia casa.

CEC.               Aperta a ognuno

Che sia nemico d’Inghilterra.

ALB.              Io chieggo

Che si chiarisca il fatto.

CEC.               Ne paventa.

[1] Retrocede meravigliato.

ALB.              Quest'onta in me colpisce il mio monarca.

Con voi fia rotta ogni alleanza.

CEC.               Infranta Già l'ha omai la regina. In van la Francia

Or fia che speri d’ottener la mano

D'Elisabetta - Di scortare il conte

Sicuro fino al mar tua cura sia,

O Kent. Commosso il popolo, d'assalto

Già penetrò nel suo soggiorno, e molte

Armi raccolte vi rinvenne. A brani

Farlo minaccia ove si mostri a lui.

Tu lo nascondi finché tomi in calma

Tanto furore; e di sua vita intanto

La tua risponderà.

ALB.              Parto; abbandono

Questa terra, ove a vile ogni, diritto

Tiensi, e si scherza coi trattati. Il mio

Signor ben saprà chiedere del torto

Sanguinosa ragion.

CEC.               Per essa venga.

SCENA III.

DUDLEO, CECILIO.

DUDL.           Così tu stesso que' legami or sciogli,

Che con tanto fervor non cerco ordivi.

Poco a te gli Angli n'avran grado, e l' opra

Risparmiar ne potevi.

CEC.               Il fin fu retto,

Ma vi si oppose il cielo. Oh avventurato

Chi a se stesso di peggio non è conscio!

DUDL.           Ben di Cecilio in te l'arte si scopre

Misteriosa, quando ponsi in caccia

Di delitti di stato - Ecco un momento,

Signor, per te propizio. Alto delitto

Avvenne, e ancora nel segreto avvolti

Ne son gli autori. Or via, pronto s'eriga

Un tribunale - Le parole e i guardi

Sieno librati con rigore, e tratto

Venga in giudizio anche l'altrui pensiero.

Uom di gran vaglia in ciò se' tu, l'Atlante

Di questo regno. Tutta l'Anglia posa

Sovra gli omeri tuoi.

CEC.               No. Tale ottenne

Il tuo labbro eloquente oggi vittoria,

Mai non concessa al mio, che in te il maestro

Io riconosco.

DUDL.           Che vuoi dir?

CEC.               Tuo merto

Fa pur se, a me celandone il disegno,

Tratta a Fortheringhay fu la regina.

DUDL.           Celandone il disegno! E quando mai

Temuto han l' opre mie della tua vista?

CEC.               Che dissi? Tratta ivi da te? … Fu dessa

Che di trarvi te invece si compiacque.

DUDL.           A che miran, signore, i detti tuoi?

CEC.               Decorosa comparsa in ver vi ha fatto

La regina per te! Nobil trionfo

Tu v' hai disposto alla sua cieca fede! -

Ahi troppo incauta principessa! A scherno,

Sfacciatamente fosti presa, e in mezzo

Al vilipendio abbandonata! - Questi,

Questi son dunque i generosi sensi

Onde sì di repente eri compreso

Tu nel consiglio? È quesa la Stuarda

Debil nemica e disprezzabil tanto,

Da non mertar ch'altri la mano imbratti

Entro il suo sangue? Bel disegno in vero

Con accortezza ordito! Eppure il troppo

Assottigliato ne spezzò la punta.

DUDL.           Sieguimi tosto, indegno. Innanzi al trono

Della regina men darai ragione.

CEC.               Ivi mi troverai. Ma bada, o conte,

Che sulle labbra tue non venga meno

La facondia del dir.

SCENA IV.

DUDLEO, MORTIMERO, indi un UFFICIALE della guardia.

DUDL.           Sono scoperto -

S'indagano i miei passi - Ond'è che siegue

Le traccie mie quel tristo? Me tapino!

S’egli le prove ne possiede, e giunge

Elisabetta a discoprir gli accordi

Ch'ebbi colla Stuarda! Oh quanto io debbo,

Colpevole apparire agli occhi noi!

Oh quanto infido e a tradimento ordito

Non dee sembrarle il mio consiglio! Ahi lasso!

Perché la trassi a quell'infausto incontro!

Da me schernita vedesi, e al dileggio

Esposta della sua maggior nemica.

Mai perdonarmi non saprà tal colpa.

Tutto parralle meditato in prima:

Anco gli amari detti, il tuon superbo,

Il motteggiar della rivale; e fino

Del sicarlo la man, che inpreveduto

Terribile destino vi frappose,

Sarà armata da me. Salvezza alcuna

Io più non veggo. Ah chi s’appressa!

MORT. (1)      Conte,

Sei tu? Siam soli?

DUDL.           Indietro, sciagurato! Che vuoi tu qui?

MORT.           Di noi si corre in traccia, E di te pur. Ti guarda …

DUDL.           Via! Ti scosta!

MORT.           Noto è che d'Albaspina entro l'albergo

Seguian convegni occulti …

DUDL.           A me che importa?

MORT.           Che l'omicida v’intervenne…

DUDL.           Tutta

È tua la trama, o temerario. Come?

[1] Entra vivamente agitato guardando intorno con sospetto.

Ardisci forse nell'atroce fatto

Me pure inviluppar? Pensa, tu stesso,

Pensa a purgarti di tue perfid’opre.

MORT.           Odimi almen.

DUDL. (1)      L'inferno t’inabissi!

Perché sull'orme mie, come maligno

Spirto, t’aggiri? Via di qui! Giammai

Non ti conobbi, Nulla di comune

Aver poss'io cogli assassini.

MORT.           E vuoi

Negar d'udirmi? A tuo pro sol qui vengo.

Son palesi i tuoi passi.

DUDL.           Ah!

MORT.           Non sì tosto

Seguì il colpo fatal, ch'entro il castello

Giunse il gran tesorier. Tutti i recessi

Della regina con rigor cercati

Furo, e vi si trovò …

DUDL.           Che mai?

MORT.           D'un foglio

Diretto a te le prime note.

DUDL.           Incauta!

MORT.           Chiedeati in esso che la data fede

Tu le serbassi, e di sua mano il dono

Promettendo di nuovo, il suo ritratto

Ti rammentava.

DUDL.           Ah maladetta sorte!

[1] Nella massima collera.

MORT.           Cecilio ha il foglio.

DUDL.           Son perduto! (1)

MORT.           Cogli

Alfin l'istante. Prevenirlo è d'uopo.

Salva te stesso e la regina. Giura

Che reo non sei; discolpe ordisei; opponti

Al maggior male almeno. Io più non posso

Nulla per lei. Dispersi i miei compagni,

Disciolto ogni disegno. Nella Scozia

Volo gli amici ad adunare. Or tocca

A te d'oprare. Or di far mostra è tempo

D'ardita fronte, e del poter tuo sommo.

DUDL. (2)      Lo farò. (3) Guardie, olà! (4) Quel traditore

S'arresti e s'incateni. La più infame

Trama ho scoperta. Io stesso alla regina

Vo a recarne l'avviso. (5)

MORT. (6)      Ah scellerato! -

Ma tutto io merto! E come mai fidarmi

Io potei di quel vile? Or sul mio collo

Ei si fa un ponte onde ridursi in salvo -

Ebben! Ti salva! Un detto, un detto solo

[1] Passeggia in atto di disperazione.

[2] Si ferma, poi quasi decidendosi a un tratto.

[3] Va verso la porta, e l’apre.

[4] All' ufficiale che entra con guardie.

[5] Parte.

[6] Da prima rimane preso da stupore, ma ben presto si ricompone, e slancia dietro a Dudleo uno sguardo di disprezzo.

Non uscirà da’ labbri miei. Non voglio

Nella caduta strasinarti meco.

Né aver lega con te neppure in morte!

È del malvagio unico ben la vita. (1)

Che vuoi tu, schiave a tirannia venduto?

Di te mi rido. Libero son io… (2)

UFF.               È armato - Il ferro gli si strappi. (3)

MORT.           E il cuore

Liberamente aprire io posso, e sciorre

Nel punto estremo della mia lingua! Tutta

Sui capi vostri maledetti cada

L’ira del ciel, che il vostro Dio, la vostra

Vera regina abbandonando, volti

Gli omeri avete con perfidia orrenda

Alla Maria terrena e alla celeste,

Vili servendo a una bastarda in trono.

UFF.               Udite le bestemmie! Su! S’afferri.

MORT.           Oh amata! Se non giunsi a scior tuoi ceppi,

prova vo’ darti almen d’alma virile. (4)

[1] All’ufficiale che si avanza per arrestarlo.

[2] Cava un pugnale.

[3] Le guardie gli vanno addosso, ma egli si difende.

[4] Si ferisce e cade tra le braccia delle guardie.

 

SCENA V.

Stanza interna.

ELISABETTA con una lettera in mano, CECILIO, poi un PAGGIO.

ELIS.              Trarmi colà! Sì iniquamente a scherno

Prendermi! Traditor! Della sua deruda

In trionfo condurmi innanzi agli occhi!

A Cecilio! Finor non fu mai donna

In tal modo delusa!

CEC.               Io non comprendo

Come, per qual potere, per quale incanto

L’acuto spirto della mia regina

Siffattamente ad ingannar sia giunto.

ELIS. I                       o muojo di vergogna! Oh qual si fece

Giuco il fellon della fralezza mia!

D’umiliarla io credetti, e oggetto io stessa

Fui di dileggio.

CEC.               Or ti fia chiaro appieno

Se il mio consiglio era fedele.

ELIS.              Acerba

Pena m’ebb’io di non l’aver seguito.

Ma come io fè gli avrei negata? Come

Temer di fraude in mezzo ai giuramenti

Del più sincero amor? Di chi fidarmi

Io più potrò s’egli ingannommi? Ei ch’era

Per me salito a sì sublime altezza,

Che più, di tutti era al mio cuor vicino,

A cui permisi di mostrarsi in corte

Quasi padrone, quasi re!

CEC.               Per questa

Finta regina ei ti tradiva intanto.

ELIS.              Oh col suo sangue ora ben vo' che il fio

Ella men paghi! Pronta è la sentenza?

CEC.               Come imponesti è pronta.

ELIS.              Innanzi a' suoi

Sguardi cader debb' ella, e poscia anch'esso

Cada. Bandito è dal mio cuore in cui

Cesse l'amore alla vendetta il luogo.

Pari all'altezza vergognosa sia,

La sua caduta. Del rigor mio giusto,

Monumento ei rimanga, ei che fe' prova

Della mia debolezza. Al Tower tratto

Sarà. Tra i pari io scieglierò chi debba

Farne giudizio. Contro lui severo

Spieghi la legge il suo vigore.

CEC.               Strada

Ei saprà farsi infino a te; purgarsi,

D'ogni colpa saprà.

ELIS.              Quali discolpe

Fia ch'egli adduca. Il foglio nol convince?

Al par del giorno il suo delitto è chiaro!

CEC.               Tu se' mite e clemente. I modi suoi,

La sua presenza …

ELIS.              Più non vo’ vederlo.

Hai tu ordinato che se ardisce ancora

Di presentarsi, si, rimandi?

CEC.               Tale

È il mio comando.

PAGG. (1)      Il conte.

ELIS.              Tracotante!

Veder nol voglio; a lui dillo, nol voglio.

PAGG.           Dirlo io non oso, e non sarei creduto.

ELIS.              A tale io dunque l'innalzai che i servi

Più che di me deggian tremar di lui?

CEC. (2.)        L'ingresso gli divieta la regina.

ELIS. (3)        Se pur fosse possibile?… E se mai

Giugnesse a discolparsi? … Dimmi, un laccio

Esser ciò forse non potrebbe ad arte

Teso dalla Stuarda, acciò disgiunta

Io mi restassi dal più fido amico?

La sua nequizia molto innanzi arriva!

E se quel foglio ad installarmi in cuore

Del sospetto il velen vergato fosse,

E lui, che abborre, a trabalzar nel fango? …

CEC.               Pensa, o regina...

[1] Entrando.

[2] Al paggio che poi  parte indeciso.

[3] Dopo una pausa.

SCENA VI.

ELISABETTA, CECILIO, DUDLEO che entra con aria imperiosa spalancando la porta.

DUDL.           Vo' veder audace

Che divietare a me l'ingresso ardisca

Della regina mia dentro le stanze.

ELIS.              Oh temerario!

DUDL.           Rimandarmi! Io pure

Vederla vo', se ad un Cecilio è dato.

CEC.               Ben ardito sei tu, se qui pretendi

Contro un divieto penetrare a forza!

DUDL.           E tu insolente ch'osi

aprir qui bocca.

Divieto! E qual? Null'uomo in questa corte

V'ha, dal cui labbro attender debba il conte

Di Leicester licenza, oppur divieto. (1)

Sol dalla stessa mia sovrana io voglio …

ELI (2)            Togliti, indegno, dalla mia presenza.

DUDL.           No, la mia buona Elisabetta! In queste

Dure parole sol Cecilio io sento,

Il mio nemico - Alla regina mia

Voglio appellarmi - Se a lui desti ascolto,

Anch'io posso pretenderlo.

ELIS.              Favella,

Infame! Accresci il tuo delitto! Il nega!

[1] Accostandosi umilmente a Elisabetta.

[2] Senza guardarlo.

DUDL.           Fa che questo importuno s’allontani -

Vanne, o signore, che non ha mestieri

Di testimon ciò' che trattare io deggio

Colla regina. Va.

ELIS. (1)        Resta. L'impongo.

DUDL.           A che fra noi cotesto terzo? Ho cose

Che all'adorata mia regina io solo

Vo' palesar. Del posto mio sostengo

I sacri dritti, e nuovamente io chieggo

Che costui parta.

ELIS.              Questi audaci accenti

Bene ti stan.

DUDL.           Sì ben mi stan, ch'io sono

L'avventurato a cui donar ti piacque

La preferenza tua. Per essa a lui

Sovrasto e agli altri tutti. Al tuo cuor debbo

L'illustre grado; e quanto diemmi amore

Saprò, per Dio! della mia vita a costo

Io sostener. Esca; e in, un solo istante

Io m'intendo con te.

ELIS.              Tu speri in vano

Di guadagnarmi con parole accorte.

DUDL.           Ei da ciarliero guadagnar ti seppe.

Io favello al tuo cuore, a cui vo’ solo

Render ragion di quanto osai, fidando

Nel tuo favor - Dell' opre mie non soffro,

Fuor che l’affetto tuo, giudice alcuno.

[1] A Cecilio.

ELIS.              E questo, audace! appunto ti condanna -

Mostragli tu lo scritto.

CEC.               Eccolo!

DUDL. (1)      In esso I caratteri io veggo di Maria.

ELIS.              Leggi e ammutisci!

DUDL. (2)      Contro me, nol niego

Sta l'apparenza, ma sperar mi lice

Ch'essa non basti a condannarmi.

ELIS.              Nega,

Nega se il puoi gli ascosi tradimenti

Colla Stuarda orditi. Il suo ritratto

N'avesti in dono, e in lei speme hai nutrita

Di libertà.

DUDL.           Potrei d'una nemica

I detti rigettar se reo foss'io.

Ma non ho colpa che mi gravi. È vero

Ciò ch'ella scrive.

ELIS.              È ver dunque? … Fellone!

CEC.               Ei da se si condanna.

ELIS.              Esci. T’invola

Dagli occhi miei. Nel Tower traditore!

DUDL.           Tal io non sono. Errai, teco il disegno

Celando, ma leal ne fu lo scopo.

Io la nemica ho d'esplorar tentato

Per rovinarla.

ELIS.              Debile discolpa!

[1] Scorre la lettera senza perdersi d’animo.

[2] Dopo aver letto tranquillamente.

CEC.               Come? Pretendi tu…

DUDL.           Molto arrischiai,

Lo so. Leicester solo in questa corte,

Tanto osare potea, ché a tutti è noto

Quant'odio io porti alla Stuarda. Il mio

Grado, la confidenza onde mi onora

La mia sovrana appien distrugger denno,

Ogni sospetto contro il mio pensiero.

Lecito è ad uom dal tuo favor distinto

Per non usate e perigliose vie

Compiere il suo dover.

CEC.               A che tacerlo

Se il tuo consiglio fu leal?

DUDL.           Tu suoli 

L'opre vantar pria di compirle, e sei

Di tue prodezze lodatore eterno.

Tale, signore, è il tuo costume. Il mio

È d'agir prima e favellarne poi.

CEC.               Or ne parli costretto.

DUDL. (1)      Di prodigi

Tu ti dai vanto. Sol per te la vita

Della regina è salva. Per, te solo

Smascherata è la trama - Tu sai tutto.

Nulla si cela all' occhio tuo di lince -

Vano millantator! Tu esplori, e intanto

Maria Stuarda libera già fora

In questo di se l'arte mia men pronta

Era al riparo.

[1] Misura Cecilio con occhio d’ironica alterigia.

CEC.               E avresti?…

DUDL.           Io sì. Riposta

In Mortimero la regina avea

Piena Fidanza. Il più profondo arcano,

Del sui cuor gli svelò. Contro Maria

A commettegli giunse opera di sangue,

Dallo zio con ribrezzo ricusata -

Non dico il vero?

CEC. (1)         Onde n’hai tu contezza?

DUDL.           Il ver non dico? - Ov’erano i tuoi mille

Occhi, signor, che il tradimento in cuore

A Mortimero non lessero? Di Roma

Furente partigian, vile stromento

De Guisa, amico alla Stuarda, spinto

A questo suol da insano fanatismo,

Era suo scopo di salvar Maria,

E uccidere  la reina.

ELIS. (2)        Mortimero!

DUDL.           Il mezzo ei fu per cui Maria si volso

Meco a trattar. Così li conobbi. Ed oggi

Esser dovea dal carcer suo strappata.

Tutto m’aperse in questo istante ei stesso.

Io lo feci arrstar; ma poiché vide

Fallito il colpo, e il suo pensier palese,

Da se stesso si uccise.

ELIS.              Ah! orrendamente

                        Sono ingannata - Mortimero!

CEC.               E tutto

Avvenne or or? Da ch’io da te mi tolsi?

DUDL.           Duolmi, e men duol per me, che a 'questo fine

Siasi condotto. Testimonio ei fora,

Se pur vivesse, ond'io purgato appieno

Avrei mia fè d'ogni sospetto. In mano

Solo tal uopo io già posto, l’avea

Della giustizia. Un'accurata inchiesta

Al mondo intero palesar doveva

E far più bella l' innocenza mia.

CEC.               Egli, tu di', morte si diede? Ei stesso?

O l’uccidevi tu?

DUDL.           Sospetto indegno!

S'oda la guardia a ch'io ‘l fidai. (1) Tu esponi

Alla regina come Mortimero

Desse fine a' suoi dì.

UFF.               Vegghiando io stava

Nell'atrio allor che, spalancate in fretta

Le porte, il conte d'arrestar m'impose

Il cavaliere come reo di stato.

Ed egli il suo pugnal tratto di furto,

Fra i vili oltraggi e l'imprecar feroce

Contro della regina, il seno il volse,

Pria che a noi dato fosse d'impedirlo,

E di sua mano al suolI cadde trafitto.

DUDL.           Basta così. Partire or puoi. N'è istrutta

Già la regina appieno. (1)

ELIS.              Quale abisso

Orrendo di misfatti!

DUDL.           Or chi fu dunque,

Che ti salvò? Cecilio? Era a lui noto

L'alto, periglio ond'eri avvolta? Ei forse

Allontanollo? - No. Leicester solo

Fu l'angelo tuo fido.

CEC.               Gran ventura,

Conte, per te che Mortimero sia  spento!

ELIS.              Che pensare io non so. Sono indecisa

S'io ti creda, o diffidi; se innocente,

O reo tu sia. Quanto abborrire io deggio

Colei che a me di tanti affanni è fonte!

DUDL.           D’uopo è che ceda. Il voto or porgo anch' io

Per la sua morte. Consigliato ho dianzi,

Che il suo destino rimanesse in forse

Finché alzata di nuovo, in suo favore

Fosse una mano. Ora lo fu: si compia,

Si compia alfin la tua sentenza. Il chieggo.

CEC.               Tu lo consigli? Tu?

DOL.              Partiti estremi

Abborro è ver, ma poiché il bene esige

Della regina che si sparga il sangue

D'una vittima, anch'io cogli altri chieggo

Che di sua morte l'ordine li verghi,

[1] L’ufficiale parte.

CEC. (1)         Or che sì saggio e sì fedel del conte

È l'avviso, l'ufficio a lui s’imponga

Che la sentenza compimento ottenga.

DUDL.           A me?

CEC.               Sì, conte, a te. D'averla amata

L’accusa, onde ancor dubbia è in te la fede,

Meglio purgar non puoi, quanto alla scure

Il suo capo tu stesso abbandonando.

ELIS. (2)        Saggio è il consiglio suo. Così si faccia.

DUDL.           Ben mi potria del grado mio l'altezza

A dritto, dispensar dal tristo incarco,

Che meglio in vero ad un Burgley conviensi.

Chi alla regina sì vicino è posto

Com'io, ministro di funesto ufficio

Essere non dovrebbe. Ma dar prova

Vo' del mio zelo; e, ad appagar le brame

Della sovrana mia, d'ogni diritto

Del mio grado mi spoglio, Co l'odiosa

Incumbenza mi tolgo.

ELIS.              La divida

Teco Cecilio. (3) L' ordine si stenda. (4)

[1] A Elisabetta.

[2] Guardando fisso Dudleo.

[3] A Cecilio.

[4] Cecilio parte. Si ode strepito fuori della scena.

SCENA, VII.

ELISABETTA, DUDLEO, KENT.

ELIS.              Che ne apporti signor? Quale tumulto

Sorge nella città? - Che, è ciò?

KENT                         Regina,

È il popol tuo che a queste mura intorno

S'affolla e chiede e violento insiste

Di vederti.

ELIS.              Che vuole il popol mio?

KENT.            Londra, agitata da sinistre voci,

Crede in periglio i giorni tuoi, mandati

Nuovi assasini dal roman gerarca

A trucidarti, comgiurati insieme

Gl'inquieti cattolici a spezzare

Forzatamente alla Stuarda i ceppi,

E porla in trono. Il fido popol crede

Ed infierisce. Di Maria può solo

Sedarlo il capo, s'oggi omai fia tronco.

ELIS.              E di sforzarmi ardisce?

KENT.            È risoluto

Di non partirsi infin che la sentenza

Non sia segnata.

SCENA VIII.

ELISABETTA, DUDLEO, KENT, CECILIO, DAVISON con uno scritto.

ELIS. DAVISON, CHE CERCHI?

DAV. (1)        Tu imponesti, o regina…

ELIS.              E che! (2) Gran Dio!

CEC.               Del popolo la voci odi ed appaga,

Ch’ell è voce del ciel.

ELIS (3)         Chi fia che possa

Farmi sicura, che il mio popol tutto,

Che l’universo approvar possa il grido

Che intorno a me si leva. Io temo, io temo

Che se or di molti al desiderio io cedo,

Poscia non sorga un sussurar diverso,

E gli stessi che all’ultimo partito

Mi sospingono a forza, al biasmo poi

Severamente volgano la lingua.

[1] S’avvicina con serietà.

[2] Nell’atto di prendere lo scritto abbrividisce e retrocede.

[3] Irresoluta.

SCENA IX.

ELISABETTA, DUDLEO, KENT, CECILIO, DAVIN, TALBOT.

TALB. (1)       Si tenta di sorprenderti, o regina!

Deh non lasciarti vincere! Sii ferma - (2)

O troppo tardi è forse? Ah sì, ch’ io veggo

Un fatal scritto in quella mano! Il togli

Per or dagli occhi della mia sovrana.

ELIS.              Nobil Salesbury, sono forzata!

TALB.            Chi il può? Tu imperi; e tempo è che tu faccia

Prova del tuo poter. Silenzio intima

A quel brutale schiamazzar che ardisce

Insorger contro il tuo voler, e imporre

A' tuoi giudizi legge. Un timor cieco,

Un insano delirio è quel che muove

Ora il popolo tuo. Tu pure in senno

Or non ti trovi. Acerbamente offesa,

Sei di tempra mortale, e la tua mente

Troppo mal fora al giudicar disposta.

CEC.               Il fu già da gran tempo. Or non è d'uopo

Qui di giudizi, ma di compier solo

La sentenza già data.

KENT. (3)      Omai più a lungo

[1] Nella massima agitazione.

[2] Mentre vede Davison collo scritto.

[3] Era uscito all' arrivo di Talbot e ritorna.

Non tiensi a fren del popolo il tumulto

Ognor crescente.

ELIS. (1)        Vedi resistenza!

TALB.            Non chieggo che un indugio. Il ben, la pace

De' giorni tuoi dipende sol da questo

Tratto di penna. Vi pensasti interi

Anni, e un istante di tempesta or seco

Strascinarti potrà? Breve, ritardo

Accorda almeno. I tuoi pensier raccogli;

E un'ora attendi più tranquilla.

CEC. (2)         Attendi,

Indugia pur, ritarda infin che in fiamme

Vada il tuo regno, e il fatal colpo intanto

Giunga a vibrar la tua nemica. Un nume

Da te lo stolse già tre volte, e anch'oggi

Vicino ti, strisciò. Nutrir speranza

D'altro prodigio, tentar fora Iddio.

TALB.            Lui che la mano portentosa stese

Quattro volte a proteggerti, che al braccio

Di debil veglio in questo dì concesse

Tal vigoria, che un furibondo vinse,

Merta fiducia ancor! Non vo' che sorga

Di giustizia or la voce: non è acconcio

A ciò il momento, nè tu udir la puoi

In tal trambusto. Odi ciò sol. Tu tremi,

Ora innanzi a Maria che ancora è in vita!

Ma non dei viva paventarla. Trema

[1]A Talbot.

[2] Con impeto.

Sol dell’estinta a cui fu tronco il capo.

Fuor ell’avello sorger la vedrai,

E qual dea di discrodie, o formidato

Spirto della vendetta, errar pel regno,

E seco del tuo popolo conquisto

Trarsi l’amore. Ora il Britanno abborre

Quella che teme; ma se cade uccisa

Vendicarla saprà. Non la nemica

Della sua fede, ma de’ suoi monarchi

Nella infelice scorgerà il rampollo,

D’odio rival la vittima. Fia pronto

Il cambiamento. Per vie di Londra

Esci dopo il ferale atto di sangue,

E al popolo ti mostra, che di gioja

Ebbro già pria ti affollava intorno.

Altro popolo allora, altra inghilterra

Vedrai, ché il serto tuo più non circonda

La sublime giustizia, onde rapito

Era dianzi ogni cuor! L paura,

La orribile compagna de’ tiranni,

Precederà i tuoi passi, e il raccapriccio

Farà deserto d’ogni mezzo avrai trascelto!

Qual capo fia sicuro, se colpisce

Questo, che è sacro, la bipenne?

ELIS.              Salva

Oggi, nobil Talbot, tu m’hai la vita!

Dell’assassino dal mio petto il ferro

Stogliesti! - A che troncargli il corso? Almeno

Tolta sarebbe ogni contesa, e scevra

D’ogni dubbiezza, senza colpa in pace

Nella mia tomba giacerei. Di vita

Sono sazia, e di regno. Ah! se pur forza

È che di noi regine una sia spenta

Acciò l’altra abbia vita (e indarno, il veggo,

Omai fora il nutrir speme diversa)

Perch’esser non degg’io che all’altra ceda?

Scelga il popolo. A lui rendo il suo dritto

Di maestà. M’è testimonio il cielo,

Ch’io non per me, ma pel mio popolo solo

Vissi fin ora. Se più felici giorni

Ei può sperar da questa lusinghiera

Più giovane regina, io di buon grado

Scendo dal soglio, e di Vodtsoo ritorno

Nella solinga sede, ove già trassi

Senza pretese i miei più florid’anni

Dove lontana dal fatal prestigio

Delle umane grandezze io mi trovai

In me stessa sublime - Io non son atta

A dominar. Deve talor chi regna

Usar durezza, ed il mio cuor è mite

Lunga stagion felicemente il freno

Di quest’isola io ressi, infin che tutti

Potei render felici. Or giunge il primo

Grave dovere di regnante, e io sento

Tutta la mia fralezza.

CEC.               Or che, per Dio!

Udir mi tocca dalla mia sovrana

Parole di re indegne, io tradirei

Il mio dover, la patria mia tacendo -

Tu di’ che del tuo popolo ti cale

Più di te stessa? Or di mostraro è d’uopo!

Non cercare a te pace allor he il regno

Rimansi in presa alla burrasca! pensa

Alla chiesa! E fia ver che con Maria

Faccian ritorno i prischi error? Di nuovo

Il monachismo innalzerà la fronte

Dominatrice? E giungerà da Roma

Legato altier che i nostri templi chiudad,

E de’re nostri al suol rovesci il trono? -

L’anime de’ tuoi sudditi ti chiedo -

Da te il dannarle o farle salve or pende.

Se a te salvò Salesbury la vita,

Il salvar vo’ la patria - ed è più assai!

ELIS.              Lasciatemi a me stessa! È van ch’io speri

Negli umani consigli aver conforto

In sì grand’uopo. Abbandonar mi voglio

A più sublime giudice, a far presta

Quanto m’inspirerà. Signori, uscite.

E tu, rimanti, Davison, da presso. (1)

[1] Partono i grandi; Talbot resta alcuni momenti ancora, guardando Elisabetta con occhio pieno di espressione, indi si allontana lentamente mostrando all’aspetto il più vivo dolore.

SCENA X.

ELISABETTA

Vituperevol giogo! Oh quanto è grave

La servitù del popolo! - Son stanca

D'accarezzar quest'idolo che sprezzo

Nel profondo del cuori! Quando mai fia

Che sopra il trono mio libera io segga?

Venerare il voler, mercar le lodi,

Compier le brame dell' instabil plebe

All'esca sol de' ciurmadori avvezza,

M’è forza. Ah non è re chi il volgo insano

Debbe blandir! Vero monarca è solo

Quei che d'uopo non ha ch'altri consenta

A’ suoi voler - Dunque, da poi che vivo,

Ognor seguite ho di giustizia l'orme,

E portato all'arbitrio un odio acerbo

Perché le mani da me stessa inceppi

Quand'è mestieri a violenza usarle

La prima volta! Egli è il mio stesso esempio

Quello che mi condanna. Oh le crudele

Stata fosl' io, come la fera Ispana

Che mi prevenne al trono, or senza biasmo

Sparger potrei da regal vena il sangue!

Ma se finor fui giusta è mia la scelta? -

Questa virtù necessità o m'impose

Che imperiosa anche dei re governa

Il libero volere - D'ogni parte

Da' nemici assiepata, il favor solo

Del popol regge il mio mal fermo soglio.

Tutti d'Europa tentano i monarchi

D'annichilarmi. Al capo mio da Roma

Scaglia anatemi l'implacabil Sisto.

Sotto bacio fraterno infida cela

La Francia il tradimento. In mar la Spagna

Cruda m’appresta sanguinosa guerra.

Ed io fievole donna, io sola stommi

Contro un intero mondo! Asconder debbo

Sotto l'ammanto di virtù sublimi

Tutta la nudità de' dritti miei,

E quella macchia onde il regal mio sangue

Il genitor bruttò. La copro indarno -

De' miei nemici l'odio la palesa,

E ponmi innanzi ognor questa Stuarda ,

Eterno spettro minaccioso! È d'uopo

Ch'abbia termine alfin questo spavento.

Cada! Voglio aver pace. Essa è la furia

Della mia vita, un tormentoso spirto.

Postomi a' fianchi dal destino. Ovunque

Un. diletto m'arrida, una speranza,

Quest' aspide daverno m'attraversa.

Sempre il cammin. L’amante ella mi toglie,

Mi rapisce lo sposo. Ogni sciagura

De' giorni miei Maria Stuarda ha nome!

Tolta, a' vivi. coste, libera io sono.

Come l'aura de' monti. Qual dileggio

Non apparia nel suo superbo sguardo,

[1] Fa una pausa.

Quasi bastasse a rovesciarmi al suolo!

Impotente! Io brandisco armi più certe:

Esse a morte colpiscono, e tu stessa

Non vivi più! (1) Ti sono una bastarda?

Sciagurata! lo son finché tu viva;

Ma se cade il tuo capo, ogni dubbiezza

De' regii miei natali insieme è spenta.

Ove a' Britanni il sceglier manchi, anch'io

Da leggittimi nodi ebbi la vita. (2).

SCENA XI.

ELISABETTA, DAVISON.

ELIS.              Dove sono i miei grandi?

DAV.              Iti son tutti

A contener del popolo la furia.

Ogni tumulto all'apparir del conte

Di Salesbury tacque. È desso, è desso,

Cento voci gridar, quegli che salva

Oggi n’ha la regina! Or via s’ascolti

L'uomo il più prode d’Inghilterra. Allora

[1] Va frettolosa al tavolino ed afferra la penna per sottoscrivere la sentenza che vi sta sopra, poi si ferma.

[2]  Sottoscrive la sentenza con movimento rapido e fermo, indi lascia cadere la penna e retrocede con espressione di spavento. Dopo una pausa suona il campanello.

Il buon Talbot con mansueti accenti

L'intemperante cospirar riprese

Dell' affollato popolo, e tal possa

Ebbe il suo dir cha tranquillosi ognuno,

Ed il foro fu sgombro.

ELIS. Instabil turba

Ch'ogni soffio di vento agita e sperde!

Folle chi a questa canna s’abbandona! -

Basta così, signore: irtene or puoi. (1)

E questo foglio? - Lo riprendi … Il fido

Alle tue mani.

DAV. (2)        Regina! - Il tuo nome!

Hai tu deciso?

ELIS.              D'uopo era il firmarlo,

E il feci. Un foglio non risolve ancora:

Nè un nome ammazza'.

DAV.              A piè di questo scritto

Tutto risolve il nome tuo! Diventa

Fulmin che scroscia rapido ed uccide!

Da questo foglio ogni indugiare è tronco;

E ai commissari, e allo sceriffo impone

D'ire a Fortheringhay nunzi a Maria

Della sua morte, e d'eseguirla al primo

Sorger del nuovo dì. Qui non è tempo

Or di dimore. Se di man lo scritto

M'esce, ella è spenta!

ELIS.              Iddio, signor, ripone

[1] Dopo che Davison si è volto verso la porta.

[2] Getta un’occhiata sulla sentenza e si spaventa.

Nella debil tua destra un gran destino.

Impetra or tu de' suoi superni lumi

Il clemente favor. Parto, e ti lascio

Al tuo dover.

DAV. (1)        No, mia sovrana! Svela

Pria di lasciarmi, i tuoi voleri. Or d'altro.

Lume non è mestieri che il tuo cenno

Compiere fedelmente - In man mi poni

Tu questo foglio perché pronto io debba

Farlo eseguire?

ELIS.              Della tua prudenza

Giusta i consigli…

DAV. (2)        Ah no! Tolgalo il cielo!

Nell'obbedir la mia prudenza è tutta.

Nulla al tuo seno rimaner qui debbe

Da giudicar. Lieve mancanza fora

Un regicidio, una sciagura immensa,

Senza confine. Accordami ch'io sia

In sì grand'opr. tuo stromento cieco,

Privo d'ogni volere. I sensi tuoi

Aprimi appien. Che' degg'io far con questo.

Ordin dì morte?

ELIS.              Il nome suo l’insegna.

DAV.              Imponi dunque che tosto si compia?

ELIS. (3)        Io ciò non dico, e in sol pensarlo tremo.

[1] Si pone innanzi a Elisabetta che vuole partire.

[2] Interrompendola in fretta e spaventato.

[3] Titubante.

DAV.              Vuoi che più a lungo io ‘l serbi?

ELIS. [1]        A tuo periglio! Tu ne rispondi.

DAV               Io? Sommo Iddio! - Regina,

Parla, che vuoi?

ELIS. (2)        Vo' che sì infausto evento

Più amai non si rammenti, acciò ch'io pace

Abbia alfine, e per sempre.

DAV.              Non ti costa

Che un detto solo. Oh di' che far si debba

Di questo scritto!

ELIS.              Già lo dissi. Or cessa

Di tormentarmi ancor.

DAV.              L'hai detto? Nulla

Dicesti - Oh piaccia alla regina mia

Di ricordarsi!

ELIS. (3)        Importuno!

DAV.              Deh meco

Indulgente ti mostra! Ha poche lune

Che in questo impiego entrai. Noto Per anco,

Delle corti e dei re non m’è linguaggio -

Crebbi tra schietti e semplici costumi;

Perciò soffri il tuo servo! Non t’incresca

Un detto sil che il dover mio s’additi. (4)

[1] In fretta.

[2] Impaziente.

[3] Batte col piede il suolo.

[4] Le si accosta in atteggiamento supplichevole. Essa gli avvolge il tergo, egli si mostra disperato, indi con tuono risoluto.

Riprendilo! Riprendi questo foglio!

Nelle mie man fuoco rovente è fatto.

Ah non volere in opra sì funesta

Di me valerti!

ELIS.              Il tuo dovere adempi.

SCENA XII.

DAVISON poi CECILIO.

DAV.              Ella si parte, sconsigliato e incerto

Me qui abbandona con tremendo scritto!

Che fo? Lo serbo, o lo consegno? (1) Oh come

Giungi opportuno! Mio signore, io deggio

A te l'impiego mio: tu me ne sciogli.

Delle sue cure ignaro io l’accettai.

Lascia ch'io torni nell'oscuro stato

Da cui per te fui tolto. A quest'incarco

Nato io non sono.

CEC.               Onde turbato tanto?

Fa cuore. A se chiamar ti fea poco anzi

La regina. Che fu della sentenza?

DAV.              Acerbamente irata la regina

Di qui si tolse. Ah tu, signor, mi porgi

Consiglio! Ah mi soccorri! Tu da questo

Dubbio infernal mi strappa. Ecco. segnata

[1] A Cecilio che entra.

È la sentenza.

CEC. (1)         Oh porgila! T'affretta:

DAT.              Non posso.

CEC.               Che?

DAV.              Non fece ancor palese

Appieno il suo voler.

CEC.               Non anco appieno?

La segnò pure. A me ...

DAV.              Debbo - non debbo -

Farla eseguire? - Oh cielo! a qual partito

Io mi volga non so.

CEC. (2)         D'uopo è che tosto,

Immantinente sia compiuta. Porgi,

se ancora indugi sei perduto.

DAV.              Il sono

Del pari se m'affretto.

CEC.               Tu deliri. Sei fuor di senno, Porgila. (3)

DAV. (4)        Che fai?

Fermati. Fabbro sei di mia rovina!

[1] Ansiosamente.

[2] Insistendo con maggior forza.

[3] Gli strappa di mano lo scritto ed esce velocemente.

[4] Gli va dietro correndo.

ATTO QUINTO.

SCENA I.

Stanze dell'atto primo.

KENNEDY vestita di nero, cogli occhi pregni di lagrime, presa da profondo ma muto dolore, è occupata nel sigillare pacchi e lettere. L'angoscia spesso la interrompe nel suo lavoro, e vedesi in questo mezzo orare sotto voce. Entrano POWLET e DRURY, anch'essi in abito di lutto, e tengono loro dietro molti servi con vasi d’oro e d’argento, specchi, quadri ed altri addobbi, che vanno a deporre in fondo alla stanza. POWLET consegna a KENNEDY un cofanetto di gioje con una carta, facendole cenno che quella è la nota delle cose recate. Alla vista di questi arredi rinnovasi il dolore della nutrice. Ella cade in una cupa tristezza, e gli altri ripartono in silenzio. Entra MELVIL.

KENN. (1)      Melvil, sei tu? Pur ti riveggo?

MELV. O fida

Kennedy, sì, ci rivediam.

KENN. Fu lungo

[1] Al vedere Melvil getta un grido.

                        E amaro lo distacco.

MELV.           Oh quanto è infausto

E doloroso il rivederci!

KENN.           Oh Dio!

Vieni…

MELV.           L'ultimo a tor dalla regina

Congedo eterno.

KENN.           Or solo,

or nel mattino Della sua morte alfine l'è concessa

De' suoi la vista sospirata a lungo -

Non ti chieggo, o signor, di tue venture,

Nè ti narro gli affanni onde gravati

Fummo dal dì che fosti a forza tolto

Dal nostro fianco. Oh ben verranne il tempo!

O Melvil, o Melvil, a qual giornata

Il fato ci serbò!

Vano è a vicenda

Il contristarci. Avrò compagno il pianto

Fino alla tomba. Più non fia che allegri

Le mie guancie un sorriso, o ch'io deponga

Queste lugubri vesti. Eternamente

Vo' pascermi d'angoscia, ma di tutta

La mia fermezza in questo dì far prova -

Tu pure il duolo affrena, e allor che in preda

Darassi ogni altro a disperato affanno,

Noi precediamla con viril proposto,

Noi siamle appoggio nel cammino estremo.

KENN.           Melvil, t'inganni.' Della nostra aita

D'uopo non ha -per incontrar la morte.

D'imperturbata calma ella ne porge

Nobile esempio. Non averne tema!

Con eroico coraggio, da regina

Morrà Maria Stuarda.

MELV.           Ebbe ella forza

Di sostener l'orrendo annunzio? È voce

Che disposta non l’era.

KENN.           Non l'era.

Laceravale il petto altro spavento.

Non della morte era in timor Maria.

Ma di lui che a salvarci erasi accinto -

N’era promessa libertà. Da queste

Mura trame dovea la scorsa notte

Mortimero. Esitante, conturbata

Fra la speme e il terrore, incerta ancora

Se il proprio onor e la regal persona

Debba fidare al pro' garzone, il giorno

Stava aspettando la regina. - A un punto

Improvviso tumulto entro il castello

Sorger si sente; e un sussurrar confuso,

E spessi colpi di martello i nostri

Orecchi empion di tema. Udir credemmo

Chi ne dovea redimere. La speme

Sentir si fece, e della vita in noi

Con viva forza involontario sorse

Il dolce istinto, quando aprir s'intese

La porta, ed è Powlet col fero annuncio…

Che… sotto ai nostri piè veniasi ergendo

Da' legnajuoli il palco! (1)

[1] Volge la faccia per violento dolore.

MELV.           O giusto Iddio!

Ma dimmi: come sopportò Maria

Il tramutarsi della orribil scena?

MELV. (1)      Alla vita immortal dalla caduca

Passar non lice lentamente. A un tratto,

A un tratto 1010 tramutare è forza

Quanto hba misura coll'eterno. A lei

Pur diede Iddio tal posaa io quel momento

Che ogni lusinga di terreno affetto

Dal risoluto cor cacciata in bando,

Piena di fede si converse al cielo.

Non viltà di lamento in lei si vide,

Non segno alcun di pallida paura.

Sol pianse allor che il tradimento infame

Di Leicester conobbe, e il duro fato

Del nobile garzon che della vita

A lei fe' sacrifico; e la profonda

Doglia mirò del vecchio cavaliero

A cui per sua cagione era troncata

L'ultima speme de' cadenti giorni.

Non la sua sorte, ma l'altrui sfortuna

Trassele allor le lagrime dal ciglio.

MELV.           Ora dov' è? Puoi tu guidarmi a lei?

KENN            Vegliò pregando il resto della notte;

Dagli amici suoi cari ella in iscritto

Tolse congedo, indi i suoi sensi estremi

Di propria man vergò. Breve riposo

Or prende. È questo l'ultimo ristoro

[1] Dopo una pausa in cui si è alquanto riavuta.

                        Che le concede il sonno.

MELV.           Chi sta seco?

KENN.           Burgoin, il suo medico, e le ancelle.

SCENA II.

MELVIL, KENNEDY, CURLA in abito di lutto.

KENN.           Che ne rechi? Già desta è la regina?

CURL. (1)      Già indossate ha le vesti, e di te chiede.

KENN.           Vado. (2) Non mi seguir: fin che disposta

Al rivederti io pria non l'abbia.

CURL.            Come?

Melville! Il vecchio maggiordomo!

MELV.           Ei stesso.

CURL.            Ah che più Non ha d'uopo questo albergo

Di chi lo regga! - Tu, Melvil, da Londra

Giugni. Hai novelle del consorte mio?

MELV.           Fama è che dal suo carcere fia sciolto …

CURL.            Tosto che muoja la regina! Ah infame,

Perfido traditor! Ei dell'amata Principessa è il carnefice. Si narra

Che fu di sua condanna ei lo stromento.

MELV.           È vero.

CURL.            L'alma sua sia maladetta

Fin nell' inferno, poiché al falso pronta

[1] Asciugandosi le lagrime.

[2] A Melvil che la vuol seguire.

Ebbe la lingua. Pondera, o signora,

Le tue parole!,

CURL.            Al tribunale innanzi

Lo giurerò! Gliel vo' ridire in viso,

Vo' che lo sappia l'universo intero:

Ella muore innocente.

MELV.           Iddio lo veglia!

SCENA III

MELVIL, CURLA, BURGOIN, poi KENNEDY

BURG. (1)      Oh Melvil!

MELV. (2)      Burgoin!

BURG. (3)      Di vino un nappo

Alla regina prontamente appresta.

MELV.           Vien ella men?

BURG.           Nelle sue forze ha fede.

L’inganna il suo coraggio. Ella aver d’upo

Di cibo non estima; ma l’attende

Duro cimento ancora, e i suoi nemici,

Dove il vigore del suo fral soggiaccia,

Vantar non denno, che il timore di morte

Coperte di pallore abbia sue gote.

[1] Vedendo Melvil.

[2] Abbraccia Burgoin.

[3] A Curla che poi parte.

MELV. (1)      Di vedermi acconsente?

KENN.           Ella medesma

Or qui ne vien - Tu' muovi con sorpresa

Intorno il guardo, e par ch' esso mi chieda:

Che fan di morte in quest’infausto loco

Sì preziosi addobbi? Ognor compagna

Ne fu, vivendo, la miseria, e or solo

Insiem con morte l'abbondanza torna.

SCENA IV.

MELVIL, BURGOIN, KENNEDY; ROSIMUNDA e GERTRUDA, in abito di lutto, prorompono in diritto pianto alla vista di MELVIL. Poco dopo entrano ALICE E BERTA, egualmente in abito di lutto e nel massimo dolore.

MELV.           Oh vista! Oh quale incontro! Rosimunda! Gertruda!

ROS.               Di scostarci ella ne impose.

Sola vuol star con Dio l’ultima volta.

[1] A Kennedy che entra.

SCENA V

MELVIL, BURGOIN, KENNEDY, ROSIMUNDA, GERTRUDA, ALICE, BERTA, CURLA, la quale ultima, recando un nappo d'oro, va ad appoggiarsi pallida ad una sedia.

MELV.           Che hai tu, signora? Qual terrore?

CURL.            Oh Dio!

BURG.           Che t’avvenne?

CURL.            Qual vista mi si offerse!

MELV.           Riedi in te stessa. Che fu mai? Favella.

CURL.            Mentre io, di vin recando questo nappo,

La gran scala salia che nel soggetto

Atrio conduce, a un tratto si spalanca

La porta … guardo … e vego … Oh Dio!

MELV.           Che  mai

Vedesti? Ti rinfranca.

CURL.            Le pareti

Tutte di negro rivestite; un palco

Sorge dal suolo, e negro ammanto il copre:

In mezzo un negro ceppo, a piè un cuscino,

E lì da presso una tagliente scure -

La folla, onde ingombrata è la gran sala,

Intorno al paleo di morte si stipa,

E con occhio di sangue sitibondo

Sta aspettando la vittima.

DAMIG.         O Dio sommo,

Abbi pietà di lei!

MELV.           Fatevi onore!

Ella s’avanza.

SCENA VI.

MELVIL, BURGOIN, KENNEDY, RSIMUNDA, ALICE, BERTA, GERTRUDA, CURLA; MARIA in bianco abito festivo, con Agnus-Dei appeso al collo in un cordone infilzato di piccoli globi, un rosario alla cintura, il crocifisso in mano, e la corona in capo. Un lungo velo nero, assicurato ai capelli, le pende dietro le spalle.

MAR. (1)        A che lagnarvi? In pianto

Perché cosi? Meco gioir dovreste

Che di mie pene il termine s'appressi,

Che infranti i ceppi cadano, che, aperta

Sia la prigione, e l'alma mia contenta

Sovra l'ali degli angeli sen voli

A eterna libertà. Dovuto il pianto

Erami aIlor che nelle mani io caddi

Di superba nemica, allor che iniqui

Spregi, di grande e libera regina

Indegni troppo, sopportai ! - La morte,

[1] Gira intorno lo sguardo placida e piena di dignità..

Questa, amica severa, or mi si accosta

Provvidamente e co' suoi negri vanni

Copre tanta ignominia. Il fato estremo

Onora l'uom dal vilipendio oppresso.

Ancor mi sento la corona in capo,

E un degno orgoglio nella nobil alma!

(1) Come? Melvil, tu qui? - Perché in quest'atto?

Sorgi, signore. Della tua regina

Il trionfo a veder, non la sua morte,

Tu sei venuto. Oltre ogni speme arride

A me fortuna, che a' nemici miei

Tutta la fama mia non abbandona,

Or che un amico, di mia stessa fede,

Veggomi a canto, testimon sicuro

Nell'ora del morir! - Le tue vicende

In quest'avverso infausto suol mi narra,

Nobile cavalier, dal di che a forza

Mi fosti tolto. Il mio pensier sovente

Ti venne incontro, e acerba spina al cuore

Erami il tuo destin.

MELV.           Null'altro affanno

Ebbi che il duolo che di te mi prese

E del fievol mio stato, inetto ahi troppo!

A poterti giovare.

MAR.             Ed il canuto

Didier mio ciambellan? Dorme quel fido

L'eterno sonno? D'anni era già carco.

(1) Mentre s’avanza alcuni passi e vede Melvil genuflesso a’ suoi piedi.

MELV.           Di questa grazia

Iddio non gli fe' dono,

E vive a seppellir tua giovinezzn!

MAR.             Oh dato almen pria di morir mi fosse

Di stringer d'un congiunto il capo amato!

Ma in strania terra morir debbeo, e solo

Ho delle vostre lagrime il conforto -

Melvil, depongo nel fedel tuo petto,

Gli estremi voti pei parenti miei -

Prego grazie di Francia al pio monarca,

A me cognato, e alla regal sana stirpe;

Al mio zio porporato, e al prode Arrigo

Di Guisa, mio cugin. Le prego al santo

Vicario in terra dell’unto di Dio

Che me por benedice, e al generoso

Ispano re che la sua spada offerse

Alla salvezza e una vendetta, mia.

Di tutti feci nel voler mio estremo

Dolce ricordo e gradiran, lo spero,

I doni del mio amor, benché meschini - (1)

Il destin vostro al mio regal fratello

Di Francia io raccomando. Ei nuova patria

E presidio daravvi. E, se v' è caro

L'ultimo pregio mio, da questo regno

Uscite, onde non sbramino i Britanni

Nelle vostre sciagure il cuor superbo,

Nè veggan nella polve i miei più fidi.

Su questo pegno dell'umau riscatto

Datemi fè d'abbandonar l'infausto

[1] Volgendosi ai suoi servi.

                        Anglico suolo com' io sia sotterra.

MELV. (I)      Per tutti il giuro.

MAR.             Ho già fra voi partito

Quanto povera e spoglia ancor rimanmi.

M'è il disporne concesso e rispettato

Sarà, lo spero, il mio voler supremo.

Ciò 'che ora indosso sulla via di morte

Vostro fia pure - Anco una volta questa

Pompa terrena, or che rivolgo i passi

Al cielo, non mi sia da voi disdetta. (2)

Gertruda, Alice, Rosimunda mie,

Le mie perle a voi dono e le mie vesti,

Ché di tali ornamenti ancor s'allegra

La giovinezza vostra: Il più vicino

Dritto al mio cuor magnanimo possedi

Tu, Margherita, che fra tutte lascio

La più infelice! A te farà palese

Il mio legato che del tuo consorte

In te il fallire io non punisco - O fida

Kennedy mia, te non adesca d'oro,

O di gemme splender. La mia memoria

Sola bai più cara d'ogni uman retaggio.

Questo lino ricevi! La mia mano

Nell'ore del doler per te il trapunse,

E le lagrime mie vi sono inteste.

Vo' che con esso nel fatal momento

Tu mi bendi le luci. Dalla mia

[1] Tocca il crocifisso.

[2)] Volgendosi alle donne.

                        Giana aver bramo quest'ufficio estremo.

KENN.           Io non reggo, Melvil!

MAR.             Venite tutti

A ricever da me l'ultimo addio! (1)

Addio, mia Margherita - Alice, addio -

Del fedel tuo servir grata ti sono,

Borgoin! - Mia Gertruda, oh come ardenti

Son le tue labbra! - Di molt'odio segno

Io fui, ma molto, pur amata. Ah renda

un generoso sposo appien felice

La mia Gertruda, poiché tal si merta

Giusta mercè d'amore un tanto affetto! -

Berta! tu muovi a più sicura meta

Farti eleggendo casta sposa a Cristo.

Ah non frappor dimore! Il veto adempi!

Fallaci son di questa terra i beni,

E n'hai tu esempio nella tua regina! -

Ma basti alfine - Addio - Per sempre addio. (2)

SCENA VII

MARIA, MELVIL.

MAR.             A ogni cura terrena ho soddisfatto

E dalla vita di staccarmi ho speme

[1] Porge la mano che gli astanti, cadendo genuflessi, baciano l’uno dopo l’altro, dirottamente piangendo.

[2] Si stacca in fretta da loro, e tutti partono fuorché Melvil.

Senza che ad uom nulla io più debba - Solo

Solo un impaccio ancor, Melvil, contende

All'afflitta alma mia di sciorre i vanni

Libera e trionfante.

MELV.           A me, lo scopri.

Solleva il cuore; al tuo fedele amico

Le tue cure confida.

MAR.             Io sto sull’orlo

D'un eterno avvenir; sarò tra poco

Del supreme mio giudice al cospetto,

Nè dell'umana tabe ancor son monda.

Del mio - culto un ministro mi sì nega;

E dalle mandi falsi sacerdoti

Pascer disdegno il pane della vita.

I’vo’ morir della mia chiesa in grembo,

Dove solo è salvezza.

MELV.           Ti conforta.

Brama, fervente e pia dell’opera fu luogo

Nel cielo è accolta. De' tiranni solo

La violenza può inceppar le mani,

La pietà no, che libera s’estolle

Nel cospetto di, Dio. Morta dell' uomo

È la parola, e la fè sol l’avviva.

MAR.             A te stesso, Melvil, non basta il cuor!

D’uopo ha la fede di terrestre pegno

Che la conforti nel beato acquisto.

Per questo assunse

Iddio le umane spoglie,

E amò celar sotto visibil velo

Gli invisibili suoi celesti doni.

Santa e sublime è scala al ciel la chiesa,

E universal, cattolica l' appella,

Perché santo vigor la fè di tutti

Alla fè stessa aggiunge. Ove di mille

Sorgono i caldi, voti, ivi divampa

L'ascosa brace in fiamme, e fervoroso

Oltre i cieli lo spirito sen vola. Oh avventurati voi, che lieti unite

Nel tempio del Signore i prieghi vostri!

Corrusca è l'ara di pomposi arredi,

Ardon le ceree faci, il suon del sacro

Bronzo rimbomba, in tortuose spire

Sorge l'incenso, ed il pastore, accinto

Di bianca stola, il calice sacrato,

Stringe, lo benedice e manifesta

Della mutata essenza il gran prodigio.

Pieno di fede innanzi al Dio presente

Il popolo s’atterra - Io sola, ahi lassa!

Io son l’esclusa! Fino a me del cielo

La grazia in queste mura non penetra!

MELV.           Vi penetra! L'hai presso! Ti confida

In Lui che tutto può. L'arida verga

In mano di chi ha fede si rinfiora.

Chi dalla rupe zampillar fe' l'onda

Erger ti può nel carcere l'altare,

E in celeste mutar l'esca caduca

Che dentro a questo calice s'asconde (1).

MAR.             Comprendo i detti tuoi? - Sì li comprendo.

[1]. Addita il calice che trovasi sul tavolino

Melvil! Qui non v'ha chiesa, non levita,

Non il mistico pane; ma pur disse

il Redentor: Là dove nel mio nome

Due stanno uniti, anch’io fra lo, mi trovo.

E donde avvien che oracolo di Dio

Sia fatto il sacerdote? Da incolpata

Vita, e da mondo cuor - Dunque tu stesso

Mi  sia ministro, messaggier del cielo,

Di pace apportator benché non unto -

L’ultima volta a te dinanzi io voglio

Confessar le mie colpe, e la tua bocca

Nunzia sarammi di vita eterna.

MELV.           Poiché si ardente è la tua fede, or sappi,

O mia regina, che un prodigio il cielo

Può oprare a tuo conforto. Qui, dicesti,

Sacerdote non v’ha,non incruenta

Ostia, non chiesa? Esci d'inganno omai:

E sacerdote e Dio sono presenti - (1)

Ministro io stesso, a udir venni l'estrema

Accusa di tue colpe, a darti pace

Sul cammino di morte. Io porto impressi

Sovra il mio capo i sette della chiesa

Ordini, e questa, dal sovran gerarca

Ostia sacrata, in nome tuo ti reco.

MAR.             Dunque tanta ventura il ciel m'appresta

Fin sull’oscuro limitar di morte!

Come spirto immortal sovra dorate

[1] Si scopre il capo e mostra in una conserva d’oro (testo illeggibile)

Nubi discende; come l'angel sciolse

Dai ceppi un di l'apostolo, nè valse

A ritenerlo chiavistello, o spada

Di vigile custode, ma possente

Passò attraverso alle ferrate imposte,

E sfavillando di divina luce

Apparve in mezzo aI carcere; tal giunge

A me insperato il messaggier celeste,

Poiché indarno dagli uomini aspettai

Finor salvezza! - A' piedi tuoi, mio servo

Un giorno, ed or di Dio ministro e lingua,

Nella polve mi prostro, qual tu pria

Le ginocchia piegavi al mio cospetto. (1)

MELV. (2)      DEL PADRE, DEL FIGLIUOL, DEL SANTO SPIRTO

IN NOME! Del tuo cuor, Maria regina,

Hai tu le ascose vie tutte indagate?

A chi vindice eterno il ver conosce

Prometti e giuri di svelar tu il vero?

MAR.             Agli occhi dell'Eterno e a' tuoi dischiuso

Stassi il mio cuor.

MELV.           Dal dì che ti fu dato

L'ultima volta di scolparti a Dio,

Da qual rimorso conturbata hai l'alma?

MAR.             D'odio e d'invidia il petto mio ribocco,

Volgea pensieri di vendetta. A’ miei

Falli io sperava dal Signor perdono. E non seppi accordarlo alla nemica.

[1] Cade ai piedi di Melvil.

[2] Fa sopra Maria il segno della croce.

MELV.           E abborrimento hai di tal colpa? È fermo

D'uscir dal mondo in pace in te il proposto?

MAR.             Sì, come spero in Dio, che mi perdoni.

MELV.           L'anima d'altra colpa non t’accusa?

MAR.             Ah non coll’odio solo io feci oltraggio

Al Sommo Bene, ma più ancor d'amore

Colla colpevol fiamma! Il cuor mio folle

Diedesi ad uom, che infido mi deluse

E abbandonò.

MELV.           Di questo error ti penti,

E dall'idolo vano il cor staccando

Lo rendi al vere Iddio?

MAR.             Fu la più acerba

Tenzon dell'alma mia; pur vinsi alfine,

E rotto ho il filo che ultimo alla terra

Mi stringeva tuttor.

MELV.           Qual altro fallo

Ti grava?

MAR.             Ahi che di sangue antica colpa,

Già da gran tempo confessata, indietro

Torna con nuova spaventosa forza,

Or che dell'opre mie l'ultima volta

Rendo ragione, e orrenda mi s'affaccia

Sulle porte del cielo! Il re mio sposo

Uccidere ho lasciato, e al seduttore

Diedi la mano e il cuor! In van, con quante

Penitenze ha la chiesa, espiar volli

Tanto delitto, ché implacato ancora

Il verme roditor l'alma mi fiede.

MELV.           Nè il pensiero t'appone altro peccato

Non confessato e pianto?

MAR.             Ora t'è noto

Ogni, misfatto, che sul cuor mi pesa.

MELV.           Non iscordarti che ti stà vicino

L'onniveggente Scrutator dell'alme.

I castighi rimembra onde minaccia

La chiesa chi sincero non disvela

Ogni fallir. Colpa è di eterna morte

Che il Paracleto temeraria offende.

MAR.             Com' io sciente nulla ti nascosi,

Così di grazie l' inesausta Fonte

Mi dia vittoria nel conflitto estremo.

MELV.           E al tuo Signor celare osi il delitto,

Ond'or tu sei dagli uomini punita?

Di Parry e Babington taci la trama

A cui ti trasse bramosia di sangue?

Perder vuoi per quest'opra anche l'eterna

Vita siccome la terrena perdi?

MAR.             Io son disposta all' ultimo passaggio

Verso l'eternità. Prima che intero

Compia il suo giro l’indice che segna

L'ore fugaci, io sarò innanzi al trono

Del giudice supremo; eppur ripeto:

Tutto io già, confessai.

MELV.           Rammenta bene

Che il cuore inganna. Sotto ambigua scorza

Forse occultò il tuo labbro la parola

Che colpevol ti rende, ancor che pronto

Fosse al delitto il tuo voler. Ma vana

È astuzia d'uomo innanzi al folgorante

Occhio che le latebre ime penetra

Del cuore.

MAR.             A trarmi dagli indegni ceppi

Tutti i re provocai; ma nè coll’opra,

Nè colla mente della mia nemica

Tesi insidie alla vita.

MELV.           E i scribi tuoi

Il falso hanno attestato?

MAR.             Quel ch'io dissi

È il ver. Di loro giudichi l’Eterno.

MELV.           Dunque sali il patibolo sicura

Dell'innocenza tua?

MAR.             Dio mi concede

Che colla morte immeritata io purghi

L'onerosa di sangue antica colpa.

MELV. (1)      Vanne ora dunque, e colla morte intera

Penitenza ne compi. Innanzi all'ara

Vittima rassegnata ti presenta,

Ché delitto di sangue il sangue espia.

Per debolezza femminile errasti,

Ma non segue nel regno della luce

Fralezza umana l'anime beate.

E in virtù del poter che m' è concesso

Di sciorre e di legare, or io t'annunzio

Che rimesso t'è in cielo ogni peccato.

Alla tua fede il guiderdon sia pari. (2)

Ricevi il corpo di Colui che al Padre

[1] Fa sopra Maria il segno della croce.

[2] Porge l’ostia a Maria.

Per· te si offerse! (1) Ne ricevi il sangue

Sparso per te! Ricevilo! T'accorda

Questa grazia il pontefice. Anco in morte,

Partecipar t'è dato al sommo dritto

De' regi, al dritto de leviti. (2) E come

Misticamente or colle membra frali

Sei congiunta al tuo Dio, così nel regno

Dell' eterna letizia, ove non giunge

Colpa mortal, nè pianto, angel di luce

Al tuo Signore t'unirai per sempre. (3)

Aspro conflitto a sostener rimanti.

Avrai fu forza a vincere gl'impulsi

Dell' odio e del livore?

MAR.             Or più non temo

Di ricader. Sacrificati ho a Dio

L'odio, e l'amor.

MELV.           Dunque a veder t'appresta

Leicester e Cecilio. Eccoli.

[1] Prende dal tavolino il calice, lo consacra e lo porge a Maria, che esita ad accostarvi il labbro, e colla mano fa segno di allontanarlo.

[2] Maria beve dal calice.

[3] Ripone il calice sul tavolino. Si ode rumore. Melvil ricopre il capo, va verso la porta e ritorna. Maria continua a stare per qualche tempo in ginocchio con divoto raccoglimento.

SCENA VIII.

MARIA, MELVIL, DUDLEO, CECILIO, POWLET.

DUDLEO si ferma in distanza senza alzare gli occhi da terra. CECILIO bada al suo consiglio e si pone fra lui e MARIA.

CEC.               Io vengo

A ricever, signora, i tuoi comandi

Estremi.

MAR.             Ti ringrazio.

CEC.               La regina

Vuol che si appaghi ogni tua giusta brama.

MAR.             Nel testamento le mie brame ho aperte,

E a Powlet lo fidai. Prego che sieno

Fedelmente compiute.

POWL.           Lo saranno.

MAR.             A famigliari miei libero il passo

Ver la Francia, o la Scozia, ove più a grado

Torni lor, si conceda.

CEC.               Il tuo volere

Adempirassi.

MAR.             E poiché aver, riposo

Non deve la mia spoglia in sacra terra,

Lascisi almeno che il mio cuor trasporti

Questo servo fedele in Francia a' miei.

Ah! là fu sempre!

CEC.               Il tuo desir fia pago,

Altro non brami?

MAR.             All'anglica regina

Reca il fraterno mio saluto - Dille

Che di cuor la mia morte le perdono,

E, pentita, perdono anch'io le chieggo

Se jeri la mia lingua oltre trascorse -

Dio la conservi ad un felice regno!

CEC.               Miglior consiglio non prendesti? Ancora

Il decano rifiuti?

MAR.             Io sono in pace

Col mio Signore - A te, Powlet, cagione

Innocente son io di molto affanno.

Io dell'appoggio di tua stanca etade

Privo t'ho fatto. Deh sperar mi lascia

Che in odio non ti fia la mia memoria!

POWL. (1)      Il Signore sia teco! Vanne in pace!

[1] Le porge la mano.

SCENA IX

MARIA, MELVIL, CECILIO, DUDLEO, POWLET, KENNEDY, CURLA, ROSIMUNDA, GERTRUDA, ALICE, BERTA, LO SCERIFFO.

Le donne entrano precipitose con segni di costernazione; lo sceriffo le segue tenendo in mano il baston bianco della giustizia, si vedono le guardie al di fuori.

MAR.             Giana, che hai tu? Giunto è il momento alfin!

Vien lo sceriffo per condurmi a morte.

Addio! N’è d'uopo separarci! Addio! (1)

Melvil, e tu, fida Kennedy, in questa

ultima gita mi starete al fianco.

Di tal grazia, o signor, non farmi niego!

CEC.               Non m'è dato assentirlo.

MAR.             E che? Si lieve

Preghiera non m' accordi? Abbi riguardo

Al sesso mio. Chi quest'ufficio estremo

Mi presterà? Non può la mia sorella

Volere che il mio sesso in me si offenda,

E la ruvida man d'uomo mi tocchi.

CEC.               Non lice a donna salir teco il palco;

[1] Le donne prese da vivo dolore si raccolgono intorno a Maria che si volge a Melvil, a Kennedy, poi a Cecilio.

Le sue grida... i lamenti …

MAR.             Non faranne,

Rispondo io stessa dell'intrepida alma

Della mia Giana. Deh! mi sii cortese,

Signore; ed or che muojo, la mia fida

Aja e nutrice non mi tor dal fianco.

Le prime aure di vita io respirai

Tra le lue braccia, e la sua mano amica

Or mi guidi alla morte.

POWL. (1)      Lo permetti!

CEC.               Il sia.

MAR.             Più nulla or non mi resta al mondo. (2)

Mio Salvator! mio Redentor! Le braccia

Apri, come le apristi sulla croce,

E nel tuo seno accoglimi. - (3) Mi serbi,

Conte Leicester, la già data fede -

A trarmi dal mio carcere promesso

Tu m'avevi il tuo braccio, ed or mel porgi. (4)

Sì, Leicester! Nè solo alla tua mano

[1] A Cecilio.

[2] Bacia il crocifisso.

[3] Si volge per partire e incontra Dudleo che al suo muoversi si era involontariamente scosso e l’aeva rimirata. Maria trema e sta per cadere, non potendosi reggere sulle ginocchia. Dudleo la sostiene. Ella lo guarda co gravità per qualche istante, ed egli non può sostenerne gli sguardi. Finalmente Maria parla.

[4] Dudleo è tutto confuso. Maria gli parla in tuono affabile

Io di mia libertà volli esser grata,

Tu renderla dovevi a me più cara.

A te vicina, del tuo amor felice

Sperai goder di mia novella vita!

Or che dal mondo mi distacco, e l'ali

M'accingo a dispiegar spirto beato,

Cui non seduce affetto umano, io posso,

Senza coprirmi di rossor, la vinta

Mia debolezza disvelarti - Addio!

Vivi, se il puoi, felice! Era l’eletta

Fra due regine a te concessa: un cuore

Dolce e pieno d'amor, per un superbo,

Hai spregiato e tradito - Or vanne: ai piedi

D’Elisabetta prostrati, e non sia

La mercè che ti attende, il tuo castigo!

Addio - Più nulla or non mi resta in terra. (1)

SCENA X.

DUDLEO.

Ancor respiro? Ancor mi reggo in vita?

Con tutto il pondo suo non si scoscende

Su di me questo tetto? Nè si schiude

[1] Esce per discendere nel luogo del supplizio preceduta dallo sceriffo. Melvil e Kennedy le stanno ai fianchi. Cecilio e Powlet la seguono. Le altre donne costernate l’accompagnano cogli occhi finché scomparisce; poi si allontanano per le porte laterali.

La terra ad inghiottir l'uomo il più abbietto?

Che non perdei! Qual gemma non respinsi!

Qual fortuna del cielo io non sprezzai! -

Spirto di luce ella dispiega i vanni,

E disperato e reprobo io rimango.

Dov' è il proposto mio di render mute

Del cuor le grida, e con immoto sguardo

Mirare il capo suo sotto la scure?

Il suo aspetto ridesta entro il mio seno

La già spenta vergogna. E fìa che possa

D'amor nei lacci avvincermi costei

Fin sul palco di morte? - Sciagurato,

A te più non s'addice il molle pianto

D'impietosita femmina. Non guida

La via che premi ad un felice amore.

Di bronzo usbergo al petto cingi, e scoglio

Sia la tua fronte. Se dell'opra infame

Vuoi corre il prezzo, con ardire è d'uopo

Sostenerla e compirla! Esci importuna

Pietà dal cuor. Mutatevi in diaspro

Occhi miei. Vo’ vederla al suolo esangue -

Esser vo' testimonio… (1) In vano! In vano!

Infernal raccapriccio il cuor m’invade!

Regger non posso a sì terribil vista!

Mirar non posso la sua morte! - Ascolta -

Che fu ciò! - Già discesero - Il tremendo

[1] Si avvicina con passo risoluto alla porta per la quale è uscita Maria; ma si ferma a mezzo del cammino e retrocede.

Apparato sta sotto ai piedi miei -

Ascolto voci - Via, lungi da questo

Albergo del terrore e della morte! (1)

Come? - Un nume mi lega a questo suolo?

E m'è forza d'udir quanto ricusa

Di sostenere inorridito il guardo?

La voce del decano - Ei l’ammonisce -

Ed ella l'interrompe - Odi! - Sta orando

Ad alta voce - e voce ferma - È fatto

Silenzio - alto silenzio! Non ascolto

Che singhiozzi, che piangere di donne!

Le traggono le vesti - Odi! - Lo scanno

È mosso - Sul cascine le ginocchia

Ha già piegate - il capo appoggia … (2)

[1] Vuol fuggire per un’altra porta ma la trova chiusa.

[2] Dopo aver pronunciate le ultime parole con angoscia sempre crescente, viene soprappreso da tremiti convulsivi, e cade fuori di sentimento. In questo mezzo sorge dalla sottoposta volta un cupo rumore di voci, che si fa udire per qualche tempo.

SCENA XI.

Stanza, interna dell’atto quarto.

ELISABETTA che esce da una porta laterale. Al passo e agli atti mostra la più grande inquietudine.

Ancora

Non veggo alcun? - Nessuna nuova? Il glomo

Non cade? In cielo arrestò forse il sole

L'usato corso? - Ancor l'aspra tortura

Soffrir dovrò dell'aspettare in darno -

È compiuto? - O non l’è! - D'ascoltar temo

Qual ch'egli sia l'evento, e non mi regge

Il cuor di domandarne - Ancor non veggo

Leicester, nè Burgley che al compimento

Della sentenza io preponea - Se Londra

Abbandonaro, consumato è tutto:

La saetta scoccò: vola" colpisce,

Ha colpito. Ove il regno anco perdessi,

Più omai di trattenerla non m'è dato -

Chi è là?

SCENA XII.

ELISABETTA, un PAGGIO

ELIS.              Tu riedi solo? Ove lasciasti

I grandi?

PAGG.           Il tesorier supremo e il conte ....

ELIS. (1)        Sì. Dove son?

PAGG.           Essi non sono in Londra.

ELIS.              No? - Dove dunque?

PAGG.           Non sa dirlo alcuno.

Pria che sorgesse il di, celatamente

Abbandonaro la cittade in fretta.

ELIS. (2.)       Regina d'Inghilterra or son davvero!l (3)

Va, mi chiama… No, fermati... Ella è morta!

Or luogo in terra mi son fatto - Io tremo?

Perché m' assale quest'orror? La tomba

Seppellir deve il timor mio per sempre.

Chi fia che il fatto osi imputarmi? Ii pianto

Non mancherammi a renderne il tributo

Alla caduta. (4) Ancor sei qui? - Sia tosto

A me chiamato Davison. Si cerchi

Salesbury - Ma già qui giunge ei stesso.

[l] Ansiosamente.

[2] Con vivacità.

[3] Va su e giù tutta agitata.

[4] Al paggio che poi parte.

SCENA XIII

ELISABETTA, TALBOT

ELIS.              Ben venuto, Talbot. Quali novelle?

Certo cosa non lieve a me i tuoi passi

Volge in ora sì tarda.

TALB.            Alta regina,

Per la tua fama angustiato e carco

Di cure il mio pensiero oggi mi trasse

Al Tower, dove di Maria rinchiusi

Son gli scrivani Curlo e Navo. Io volli

Sperimentar un'altra volta il vero

Di quanto essi deposero. Sorpreso,

Esitante, il custode della rocca

In pria negommi ai prigionier l'accesso;

E solo con minacce mi potei

Schiudere il varco - Oh Dio, qual mi si offerse

Terribil vista! Rabbuffato il crine,

Atterriti gli sguardi, lo scozzese

Curlo giacer vid'io sovra il suo letto

Come invasato dalle furie - Appena

Quell'infelice mi conobbe, ai piedi

Mi si gittò ululando, le ginocchia

Avviticchiommi, e disperatamente

Come verme torcendosi, il destino

Ansio mi chiese della sua regina;

Ché fin del Tower nelle oscure volte

Giunto era il grido della sua condanna.

Come il ver seppe e udì ch'ella venia

Tratta a cagion del suo deposto a morte,

Furibondo, rizzosi e sul compagno

Precipite spingendosi l’atterra

D'un forsennato coll'immensa foga,

E tenta di strozzarlo; a gran fatica

Strappar potemmo dalle man rabbiose

Quel miserando. Ei tutta allor converse

La sua rabbia in se stesso, e colla pugna

Il petto percotendosi, imprecava

Tutti a suo danno e lui compagno infido

I demoni d'averno. La sua lingua

Disse spergiura, e false le fatali

Lettere a Bahington che giurò vere,

E che dalle malvage arti sedotto

Di Navo ei stesso vi mentia concetti

Da Maria non dettati. Indi slanciossi

Furente alla finestra, e spalancate

Le imposte a tutta forza ad affollato

Volgo grida, che egli era di Marfa

Lo scrivano, orditor di false accuse,

Un empio, uno spergiuro, un maledetto.

ELIS.              Affermasti tu pur ch'egli insaniva.

D’un folle delirante alcuna prova

Far non posson le grida.

TALB.            Eppure assai

Prova questa demenza. Io ti scongiuro,

Regina, indugia; altre ricerche imponi.

ELIS.              Poiché il brami il farò; non ch'io de’ miei

Pari affrettato il giudicar presuma.

Per tua calma l'inchiesta ai rinnovi -

Felice me, che in tempo ancor ne sono!

Non vo' che di sospetto un'ombra sola

Oscuri il lustro del mio regio onore.

SCENA XIV.

ELISABETTA, TALBOT, DAVISON

ELIS. (1)        La sentenza, signor, ch'io già deposi

Nelle tue mani - ov’è?

DAV.              Chef la sentenza?

ELIS.              Quella che a custodir jeri ti ho dato.

DAV.              Da custodire?

ELIS.              Il popolo a firmarla

Stringeami, e nel compiacqui. A mio malgrado

Il feci, e alle tue man fidai lo scritto.

Guadagnar tempo io volli; e tu ben sai,

Quel che ti dissi. Or porgilo!

TALB.            Lo porgi, Signor. Le cose hanno mutato aspetto.

Il giudizio rinnovasi.

ELIS.              A me il foglio:

Non pensarvi più a lungo.

DAV. (2)        Sono morto!

[1] A Davisn che resta atterrito.

[2] In atto di disperazione.

                        Son rovinato!

ELIS. (1)        Paventar, signore,

Non voglio…

DAV.              Io più non l'ho. Sono perduto!

 ELIS.                         Come' che dici?

TALB.            O Dio del cielo!

DAV.              È in mano

Di Burgley fin da jeri.

ELIS.              Ah sciagurato!

Così tu m' obbedisti? Di serbarlo

Non t'imposi io severamente?

DAV.              Imposto

Tu non l'hai, mia regina.

ELIS.              A me, Impudente,

Una mentita? E quando io ti commisi

Di porgerlo a Burgley?

DAV.              Non con aperti

Precisi detti … ma …

ELIS.              Di mie parole

Farti interprete tu, vil uomo, ardisci?

Ed il tuo senso micidiale apporvi?

Guai se l'arbitrio tuo debba ministro

Essere di sciagura! Col tuo capo,

Il fio ne pagherai - Vedi qual fassi,

Conte Salesbury, del nome mio

Crudele abuso.

TALB.            Io veggo … O cieli!

ELIS.              Che dici?

[1] Interrompendolo con impeto.

TALB.            Dove a suo rischio il cavalier, te ignara,

Tanto abbia ardito, al tribunal de' pari

Tratto sia innanzi, chè il tuo nome espose

All'abbominio dell' età future.

SCENA XV.

ELISABETTA, TALBOT, DAVISON, CECILIO, in fine KENT.

CEC. (1)         Regal mia donna, a te sia lunga vita,

E il fin della Stuarda abbiansi quanti

Son nemici a quest’isola! (2)

ELlS.              Favella, Signore. Avesti tu dalle mie mani

L'ordin di morte?

CEC.               No, regina, io l'ebbi

Da Davison.

ELIS.              Tel diede egli in mio nome

CEC.               Non in tuo nome…

ELIS.              E tu fosti sì pronto

Ad eseguirlo, non chiarito in prima

Del mio voler? Fu giusta la condanna;

Nè può biasmarci il mondo. Ma non era

Concesso a te di prevenire i moti

Del clemente mio cuor - Dal mio cospetto

[1] Piega il ginocchio.

[2] Talbot si copre il volto, e Davison fa fa atti di disperazione.

Per questo io ti proscrivo. (1) Assai più grave

Pena attender tu dei, tu che malvagio,

I tuoi poteri siverchiando, hai fatto,

D'un sacro pegno a te fidato, abuso.

Al Tower sia condotto. Il vo' colpito

Da capitale accusa - O mio leale

Talbot! Te solo io ritrovato ho giusto

Nel mio consiglio; e or solo essere tu devi

La mia scorta, il mio amico -

TALB.            Non dar bando

A tuoi più fidi. Al carcere non danna

Chi per te oprando, per te sola or tace.

A me, grande regina, a me concedi,

Che a' tuoi piedi il sigillo omai deponga

Per dodici anni alla mia fè commesso.

ELIS. (2)        Conte SalesBury, tu non vorrai

Abbandonarmi adesso, ora ..

TALB.            Perdona:

Troppo io son vecchio, e questa intemerata

Mano rigida è troppo a por l'impronta

Alle tue nuove gesta.

ELIS.              Lascerammi

Chi mi serbò la vitaf?

TALB.            Poco io feci

Ché non potei la tua più nobil parte

Serbar del pari. Vivi, e sia felice

[1] A Davison.

[2] Con istupore

Il tuo regnare! La rivale è spenta:

Nulla or più ti conturba: da riguardi

Alfin sei sciolta. (1)

ELIS. (2)        A me ne venga il conte Di Leicester.

KENT.            Perdono egli ti chiede.

Già ver la Francia diè le vele al vento. (3)

[1] Parte.

[2] A Kent che entra.

[3] Elisabetta fa forza di mostrarsi tranquilla; e intanto cala il sipario.

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