Mary Rose

Stampa questo copione

MARY ROSE

Commedia in tre atti e quattro quadri

di JAMES MATTHEW BARRIE

Versione italiana di Ada Salvatore

PERSONAGGI

MARY ROSE

SIMONE BLAKE

HARRY

CAMERON

II SIGNOR MORLAND

LA SIGNORA MORLAND

 II SIGNOR AMY

LA SIGNORA OTERY

ATTO PRIMO             - La casa dei Morland – Scena I: Com’è oggi (1919)  Scena II – Com’era allora (1889)

ATTO SECONDO       - L’isola (1894)

ATTO TERZO             - La casa dei Morland – Scena I – Com’era (1917) Scena II – Com’è oggi (1919)

ATTO PRIMO

QUADRO PRIMO

La scena - che deve essere tale da permettere un rapido cambiamento - è, in questo primo tempo, una stanza priva dì mobili in una piccola casa di campagna inglese, nel 1919. Tempo pre­sente: un freddo pomeriggio di novembre. E' una stanza al primo piano di una casa vuota che da qualche tempo è in vendita ed è in uno stato dì triste abbandono, umida e trascurata. Un ambiente malinconico; tanto più, in quanto sì comprende che in altri tempi doveva essere stato gaio e piacevole; la casa felice di brave persone borghesi, anche se non di grandi signori. Infatti il proprietario era « il signore » del luogo, ma un « signore » assai mo­desto. La stanza ha le pareti a pannelli e deve mostrare i segni della trascuratezza in cui è tenuta, con macchie e tratti scoloriti. E' un ambiente pic­colo (più è piccolo, meglio è) e basso di soffitto. Per ragioni connesse con il secondo atto, deve es­servi un certo spazio fra la parete di sfondo e il fondo del palcoscenico. A destra in secondo piano è la porta. Il caminetto - ora spento          - è nella farete dì sinistra. Nel fondo una porta-finestra con gradini che non si vedono. Nella stessa parete è anche una porta che conduce in un breve corridoio che ha all'estremità un'altra porta che non si vede. Anche la porta-finestra- (balcone) dev'essere abbastanza piccola da sembrare vera: non le solite grandi porte-finestre che si usano sulla scena. Non ha tende né imposte; ma un pezzo dì tela da sacco è rozzamente inchiodato in modo da coprirne una parte, sicché lascia penetrare un po' di luce: la stanza non è completamente buia, ma è ben lungi dall'essere luminosa. Unico mobile è una vecchia poltrona logora, a sinistra in mezzo, grande ma molto in cattivo stato; e due rozze casse di legno. Un insieme tetro e malinconico che da i brividi. (All'aprirsi del velario, la porta di destra è aper­ta dalla signora Otery. Poi si sente qualcuno che sale la scala, e Harry entra. La signora Otery è una custode sulla quarantina; una donna triste che da molto tempo non sa più che cosa sia l'al­legria. Sembra che faccia parte di quel luogo così tetro. Probabilmente ha già mostrato la casa a moltipossibili acquirenti ed ha la vera indifferenza della custode riguardo alla possibilità o meno della ven­dita. Ma a volte - come vedremo - è in lei qualche cosa di strano, come se sapesse che la casa ha una brutta rinomanza e volesse nasconderlo, pure avendone anche lei una certa dose di paura, come persona che sia stata qualche volta spaventata dalla presenza che si « sente » nella casa. Questo le da a volte un'espressione furtiva. Harry ha circa ventisei anni; è un soldato australiano - soldato sem­plice - ed è in uniforme. Nella voce, nell'accento, nei movimenti ha qualche cosa dì duro e dì rozzo, quasi di incivile: tipo che viene dalle fattorie dove ci si occupa ad allevare il bestiame e di abbattere gli alberi dei boschi con l'accetta, badando a non farseli cadere addosso. Non è un tipo « simpatico » in questa scena, benché possa, in altri momenti, non essere sgradevole. La signora Otery gli sta mostrando la casa che evidentemente egli ha già conosciuto in altri tempi; ma sebbene il luogo lo interessi, egli non è affatto un tipo sentimentale e si guarda at­torno con un sorriso piuttosto tollerante. La signora Otery da, nell'entrare, un'occhiata alla porta di si­nistra e rabbrividisce " impercettibilmente).

La signora Otery        - Salite o non salite?

Harry   - (d. d.) Che è tutta questa fretta, cavolino mio? Abbiamo tanto di quel tempo... (Entra e va verso sinistra).

La signora Otery           - (dopo che Harry ha osservato la stanza) Quando la casa aveva i mobili, questo era il salotto.

Harry                             - (guardandosi attorno e scuotendo la testa) No, no, no; quando mai! Questo non era il sa­lotto, cavolino mio; per lo meno, non lo era ai miei tempi.

La signora Otery           - Io sono qui da tre anni e non ho mai visto la casa ammobiliata; ma mi è stato detto che dovevo dire che questo era il salotto. E vi sarei grata se non mi chiamaste « cavolino » né vostro, né di altri.

Harry                             - Non volevo offendervi. (Scherzosamente) E' un modo di dire francese; e molte volte ho fatto sorridere qualche ragazza chiamandola « mon chiù ». Non lo avevate mai sentito? E' un nomignolo affet­tuoso. Ma torniamo al salotto. Ero un ragazzino quando sono stato qui l'ultima volta. E il salotto... lo chiamavano «la stanza grande»; non era uno sgabuzzino come questo.

La signora Otery           - E' la stanza più grande di tutta la casa.

Harry                             - Beh, sia il salotto o non lo sia, certo è che ci fa un bel freddo... Ha qualche cosa che da i brividi. (Rabbrividisce e viene un po' sul davanti a sinistra. La signora Otery per la prima volta gli da una occhiata penetrante) Molte volte ho soffertoil freddo nei boschi dell'Australia ed ho ripensato a questa bella stanza grande e al caldo che vi fa­ceva. Ed ecco come viene accolto il figlio! prodigo quando torna a casa e si aspetta che uccidano il vitello grasso per festeggiarlo! Si vive e si impara, cara signora. (Va al camino e sì volta). La signora

Oteky                            - Si vive, comunque.

Harry                             - (facendo qualche passo verso di lei) Ben detto, cavolino mio.

La signora Otery           - Grazie mille, caro rodo­dendro.

Harry                             - (con un sorriso giocondo) Siete spiritosa. Mi piace. Andremmo molto d'accordo, voi ed io, se lo avessi il tempo di divertirmi con la vostra debo­ lezza femminile. (Va verso la finestra) Vi dirò una cosa... ho il modo di assicurarmi se questo era o no il salotto. Se lo era, ci dev'essere un albero, un melo là fuori, con un ramo che entrava da quella fi­nestra. (La signora Otery lo ha seguito. Harry si volge verso di lei) Debbo ben saperlo, perche è proprio da quella finestra e lasciandomi scivolare lungo l'albero che fuggii di casa una notte, quando avevo dodici anni: ero un ragazzaccio con gli occhi azzurri come un angioletto e me ne andai a cercar fortuna per il mondo. Maledetto mondo. La fortuna continua ad essere sempre dietro alla svolta... ma il melo dovrebbe esserci ancora, per darmi il ben­ venuto. (Si volge alla finestra e tira giù la tela di sacco. Ma la luce nella stanza non aumenta perché la giornata è nuvolosa. Non vi è l'albero ma si vede il principio di una ringhiera che fa comprendere che vi è una scala che scende nel giardino. La si­gnora Otery fa qualche passo a destra della finestra. Riferendosi alla tela che ha strappato) Domando scusa. Vedete? Niente albero... dunque, niente salotto.

La signora Otery     - Ho sentito dire che una volta c'era un albero qui fuori... e se guardate giù, potete vedere ancora le radici. (Va verso la porta).

Harry                             - (stropiccia il telaio con la manica e guarda giù senza aprire la finestra) Sì. Si vede ancora nell'erba e anche un pezzo della panchina che vi era sotto. (Torna verso il davanti) E' proprio il salotto, Harry, bimbo mio! C'erano delle tendine az­zurre a quella finestra; e io mi nascondevo lì dietro quando giocavo a fare Robinson Crusoè. Qui (in­dica a sinistra in mezzo) c'era un sofà, dove ho avuto la mia prima lezione di nuoto. Siete proprio fortunata, «ma peti te»! Potervi abbeverare di questi ricordi commoventi! C'era anche un pavone. Che diavolo poteva fare un pavone in questa stanza?

La signora Otery           - Mi hanno detto che c'era un vecchio paravento su cui erano ricamati dei pa­voni. Sarà quello che ricordate...

Harry                             - Finito... anche il mio pavone! E avrei giurato che gli strappavo le penne della coda! L'orologio a pendolo era qui. Il mio vecchio lo caricava tutte le sere. Tutte le sere; e ricordo la sua rabbia quando venne a sapere che aveva otto giorni di ca­rica! Il Padre dovette rimproverarlo perché bestem­miava? Padre? Come si dice... non quelli che sono genitori, ma quelli che portano il collarino e l'abito nero... Maledizione, sto dimenticando la mia lingua. Ah sì, il parroco. Litigavano sempre per le stampe di cui facevano collezione tutti e due. Li vedo an­cora seduti al tavolo e litigavano, mentre la mia vecchia - Dio benedica il suo cuore! - sedeva sul sofà davanti al fuoco e lavorava a maglia sorridendo dei loro litigi e facendoli riconciliare. E' ancora vivo il parroco? Mi pare di vederlo: un ometto piccolo e magro col viso affilato...

La signora Otery           - II parroco che abbiamo è molto vecchio, ma è un tipo robusto, coi baffi bianchi. (Si volge alquanto verso il centro).

Harry                             - Baffi? (Andando verso la cassa a destra) No, non mi pare che avesse i baffi. Li aveva? Un momento... Forse quella che ricordo è sua moglie! (Con una scrollata di spalle) Beh, non sono troppo sentimentale, io! Vostra Signoria fa obiezioni se si fuma nel salotto? (Trae di tasca un rotolo di tabacco e il coltello a serramanico per tagliarlo).

La signora Otery           - (con malagrazia) Fumate pure, se volete. (Si volta a guardare la porta a sinistra).

Harry                             - (per qualche istante è occupato a tagliuz­zare il tabacco. Poi si volge alla donna) Perché guardate quella porta?

La signora Otery           - (sobbalza e si volta) Niente... Avete un coltello che fa paura...

Harry                             - Utilissimo in guerra, vecchia rabbiosa. Non è un coltello... è un biglietto da visita. Così, con abilità. (Lancia il coltello verso una cassa dove la lama si ficca e rimane infissa nel legno oscillando. Harry ve lo lascia e sì accende la pipa).

La signora Otery           - (avanzando un passo) Era­vate ufficiale?

Harry                             - No davvero: non dovete insultarmi, donna! Ho cominciato con l'essere ufficiale. (Con­fidenziale) Sentite: dopo che me ne sarò andato, datemi ventiquattr'ore di vantaggio e poi potrete dire ai vicini che avete avuto una visita dall'uomo che ha vinto la guerra.

La signora Otery           - Avete voglia di prendermi in giro?

Harry                             - E' una mia debolezza. Siete talmente irresistibile!

La signora Otery           - (grugnito di disapprovazione) Volete vedere le altre stanze? (Si avvia verso il fondo a destra).

Harry                             - (burlesco) Speravo ardentemente che mi avreste detto questo. Desidero vedere la stanza che è proprio sopra a questa, dove conservavamo le mele. Era una camera buia, ma le mele erano buone. Mio padre - si chiamava Simone - una volta mi sorprese nella camera delle mele e... Ma questi sono segreti di famiglia.

La signora Otery           - Allora andiamo. (Fa per avviarsi).

Habry                            - Un momento! Dove mette quella porta che stavate guardando? (Guarda la porta a sinistra in fondo).

La signora Otery           - (che vuole distoglierlo) In nessun luogo... E' un armadio a muro.

Harry                             - (voltandosi a lei) Oh! (La fissa) Chi è che sta prendendo in giro l'altro, adesso?

La signora Otery           - (brevemente) Non so quel che volete dire. Venite; da questa parte. (Si muove. Ma torna a fermarsi quando Harry parla).

Harry                             - (senza muoversi) Sono un tipo paziente, io. Mi spiegherò. Quella porta, ora me ne ricordo, mette in un corridoietto buio...

La signora Otery           - E non c'è altro.

Harry                             - Non può essere. Chi ha mai visto, in una casa come si deve, un corridoio senza scopo? Con­duce... sicuro! Ecco! Ad una cameretta che rimane isolata, e la porta di questa cameretta è di fronte a questa. E' così? (La donna non risponde. Una pausa) Siete una vecchia pettegola. Ora vedremo... (Va ad aprire la porta e vede l'altra porta in fondo) Vedete come me ne ricordo? Ma perché diavolo volete ingannarmi?

La signora Otery           - Niente affatto. In fondo al corridoio c'è l'armadio a muro.

Harry                             - Davvero? (Sta sulla soglia riflettendo) No, non è un armadio... è una stanza con due fi­nestre col davanzale di pietra e il soffitto a travicelli.

La signora Otery           - E' la parte più vecchia della casa.

Harry                             - (facendo un passo verso il davanti) Ora mi torna in mente. Ci dormivo io.

La signora Otery           - Può darsi. Ora, se volete venire... (Continua a desiderare che egli la segua).

Harry                             - E insistevate che era un armadio! Voglio prima vedere quella stanza. (Si volge di nuovo verso la porta).

La signora Otery           - (con le labbra serrate) Non ci potete andare.

Harry                             - (semplice-mente volgendosi a lei) Per qual motivo? (Torna sul davanti dopo aver chiuso la porta).

La signora Otery           - (dopo breve pausa) E' chiusa a chiave. (Fa un passo verso di lui) Vi dico che è una stanza vuota. Non c'è che polvere e ragnatele. Nes­sun essere umano ne ha varcato la soglia da non so quanti mesi.

Harry                             - Ci dev'essere la chiave.

La signora Otery           - (dopo una esitazione) Si è perduta.

Harry                             - Strana questa vostra smania di impe­dirmi di andare là, sapendo che troverei la porta chiusa a chiave. (Si volta a fissarla) Forse è per bontà che volete risparmiarmi il fastidio di una diecina di passi inutili? (Torna verso la porta).

La signora Otery           - (in una piccola esplosione sup­plichevole) Non vi occupate di quella stanza!

Harry                      - (si volta, la osserva) Siete tutta un tremito.

La signora Otery           - (dominandosi) Affatto.

Harry                             - (guardandosi intorno verso il caminetto) Forse perché questa stanza è così terribilmente fredda.

La signora Otery           - (cadendo nel tranello) Pro­prio così!

Harry                             - (aspro, voltandosi a lei) Dunque am­mettete che state tremando? (La donna non ri­sponde ma si volta verso la porta a destra) Posso accendere quei quattro pezzetti di legno?

La signora Otery           - Come vi pare. Io ho l'or­dine di accendere il fuoco una volta per setti­mana. (Harry da fuoco a qualche ramoscello secco che è nel camino, bruciano facilmente ma si con­sumano in pochi minuti. La donna chiude la porta e viene in centro) Sto perdendo tempo. Voi non potete avere il denaro per comprare una casa come questa.

Harry                             - (guardando il fuoco) No davvero! Non è una casa per me. E' solo la curiosità che mi ha indotto a venire qui. Riparto per l'America. (Si volge all'improvviso e va verso di lei) Che diavolo ha questa casa?

La signora Otery           - (sta in guardia) Proprio niente.

Harry                             - E allora, perché costa così poco?

La signora Otery           - Perché ha bisogno di molte riparazioni.

Harry                             - Come mai è rimasta disabitata per tanto tempo?

La signora Otery           - E' lontana dalla città. (La luce comincia a diminuire lentamente sino alla fine della scena).

Harry                      - Per qual motivo l'ultimo inquilino se n'è andato in fretta e furia?

La signora Otery           - (si volge altrove inumidendosi le labbra) Ve lo hanno raccontato all'osteria, vero? Chiacchiere, pettegolezzi stupidi...

Harry                             - Ho sentito dire anche altre cose. Ho saputo che hanno fatto venire una custode da lon­tano perché nessuna donna del paese voleva stare qui sola.

La signora Otery           - (venendo verso la ribalta) Un'accolta di paurose!

Harry                             - (più in fretta. Alzando la voce) Ho saputo che questa custode era una donna forte e coraggiosa quando è arrivata ed ora è Impaurita anche lei.

La signora Otery           - (rauca) Non è vero. Non ho paura.

Harry                      - (c.s.) E che più di una volta è scap­pata nei campi e vi è rimasta tutta la notte tre­mando come una foglia. (La donna tace. Harry è furbo. Ora va verso sinistra parlando in modo più indifferente) Naturalmente, capisco benissimo che non si tratta di voi. Sono leggende che si creano stupidamente intorno alle case vecchie...

La signora Otery           - (sollevata) Precisamente.

Harry                             - (si volta all'improvviso, per ingannarla, guardando la porta a sinistra) E quello che cos'è? (La donna caccia un urlo e si volta a guardare. Questa volta il terrore le impedisce di dominarsi. Harry, voltandosi a guardarla) Ah, vi ho colto! (La donna si volge altrove) Che cosa credevate di vedere? (Nessuna risposta) Uno spettro? Dicono che c'è uno spettro. Che specie di ignobile fanta­sma è quello che ha dato alla casa una reputazione cosi cattiva?

La signora Otery           - (rude) Parlate come vi pare quando ve ne sarete andato; ma finché siete qui, ragazzo mio, vi consiglio di misurare le parole. (Più calma) E' inutile che vi mostri il resto della casa. Se voi avete tempo da perdere, io ho da lavo­rare. (Va verso la porta a destra).

Harry                             - C'è ancora un'ora per il treno; e stiamo conversando così piacevolmente. Gradirei mi por­taste un bricco di te! Non una tazza: di dove vengo io beviamo direttamente dal bricco.

La signora Otery           - (sgarbata) Non ne vedo la ragione... ma non vi dico di no.

Harry                             - (inchino) Giacché siete così insistente, accetto volentieri.

La signora Otery           - Venite in cucina. (Va verso il fondo a destra).

Harry                             - No, no; sono sicuro che il figlio prodigo viene servito, il giorno del suo arrivo, nel salotto.

La signora Otery           - Ho capito la vostra inten­zione. Volete andare in quella stanza. Non ci an­drei, se fossi in voi.

Harry                             - Forse se foste nei miei panni vi andreste.

La signora Otery           - Se mi promettete... (Si in­terrompe perche Harry si volta).

Harry                             - (aspro) Che rapporti può avere con me il vostro spettro? (Una pausa. Poi più dolce) E' una donna, vero? (Il silenzio della signora Otery è quasi una affermazione. Harry parla adesso con serietà) Che cosa... l'ha ricondotta... in questa casa? (Nessuna risposta. La donna si volge verso destra. Il giovine diventa sarcastico mentre viene sul davanti in centro a sinistra) Guardate: ora mi siedo su questa poltrona... e dirò le mie preghiere, per il caso che lei cerchi di afferrarmi. (Siede a sini­stra) Non si può escludere che sia qualche mia parente. Se è così, il meno che può fare è pre­sentarsi e dirmi per quale bizzarro motivo torna nella casa dei miei avi. Perbacco! C'è una quan­tità di spettri che potrebbero circondare questa poltrona se sapessero che Harry è tornato a casa. Beh, sono qui ad aspettarli... vengano pure! (Batte una mono sul bracciolo e si rivolge alla poltrona) Puzzi di muffa, vecchia mia. (Alla signora Otery) Non sarebbe, per caso, la poltrona dello spettro? (La signora Otery non risponda. Il suo volto la tradisce) Non dovete avere tanta paura, cara donna; sapete bene che prima di mezzanotte non si pre­senta, vero? Ho sempre sentito dire che quella è l'ora che prescelgono.

La signora Otery           - Credete di essere corag­gioso, non è vero? (Va verso la porta e guarda il coltello che è rimasto infisso nel legno) Però, te­soro mio, se fossi in voi non lascerei lì quel coltello.

Harry                             - Oh, via, diamo qualche possibilità a quella brava vecchia. E' una vecchia, no?

La signora Otery           - Vi ho avvertito. Rimarrò in cucina non più di dieci minuti.

Harry                             - Non potrà fare gran che, in così poco tempo. (La signora Otery lo guarda fisso. Poi esce da destra. Harry siede e attizza il fuoco. In questo momento la porta di sinistra si apre silenziosa­mente per una larghezza di circa mezzo metro e rimane così. Quando Harry si alzerà e andrà verso destra la porta si richiuderà lentamente. Tutto questo si svolge in pochi secondi, mentre Harry attizza il fuoco. A un tratto si volta di scatto bal­zando in piedi. Pare che sia convinto che vi è qualcuno in mezzo alla scena. E' così certo che per un momento non distoglie lo sguardo da quel punto. Passa un tempo sufficiente, forse tre se­condi, perché una persona possa dal centro della scena andare fino alla porta di sinistra. Harry non ha. visto aprirsi la porta e si volta troppo tardi per vederla richiudersi. E' veramente spaventato. Ora va a grandi passi alla porta di sinistra e la spa­lanca gridando) C'è qualcuno qui? (Si stropiccia gli occhi come se fosse stato abbagliato. Lascia la porta aperta. Va per prendere il suo coltello. Lo prende ma lo scaglia di nuovo sulla cassa come a dire che è per lo spettro, se questo può prenderlo. Torna a sedere. Si guarda attorno con occhi pene­tranti. Prima nel centro della sala, poi verso la stanza interna. Tutto questo ha luogo in pochi secondi. Quando siede non deve dare l’impressione che si stia addormentando. La scena sì oscura fino ad essere completamente nelle tenebre. Il fuoco nel caminetto è l'ultima luce che si spegne; quanto tutto è buio, la musica comincia).

QUADRO SECONDO

La stanza è come era nel 1889. Quando si alza il sipario un riflettore mostra la tavola a destra in centro, seguito dalle altre luci che crescono gradata-mente. Col più breve intervallo possibile, rivediamo la stessa stanza del -primo quadro, ma che adesso è un gaio e piacevole ambiente di trent’anni prima, tanto calda e accogliente quanto prima era fredda e inospitale. Vediamo qualcuna delle cose ricor­date da Harry; le tendine, l'orologio a pendolo, il -paravento coi pavoni, ecc. Alle pareti sono parec­chie stampe colorate perche il signor Morland è un dilettante collezionista. E' una bella mattinata di maggio; la finestra è aperta e l'albero di mele è in piena fioritura; uno dei suoi rami penetra quasi nella stanza.

(In scena sono tre persone, tutt'e tre poco più che quarantenni. Sono il « signore » del luogo e sua moglie, cioè il signore e la signora Morland, e l'ec­clesiastico Amy. Il signor Morland è un piccolo proprietario; e le sue rendite sono modeste. Benché non vediamo nessuna persona di servizio, si capi­sce che non ve ne sono più di un paio e tutte donne; il signor Morland è quel tipo d'uomo ca­pace di discutere dei mesi per rifare il tetto del granaio di un fittavolo. La signora Morland è una simpatica donnetta: un misto di gaiezza e di buon senso. Senza dubbio le sue conserve, i suoi polli, i suoi fiori sono i migliori del distretto ed è una cara compagna per il marito che adora'. Sono in­somma una coppia deliziosa. Il signor Amy è un piacevolissimo parroco, amicissimo del signor Mor­land al quale non somiglia affatto; litigano qualche volta a proposito delle loro stampe, perché queste sono la loro fissazione e ognuno dei due è felice di poter mostrare all'altro il suo ultimo acquisto vantandosene, finché l'altro non gli afferma, con gelosia, che l'acquisto non vale nulla; e allora i due sembrano diventare addirittura nemici. La scena che segue è una di quelle abituali tra di loro. I due sono seduti alla tavola, ed esaminano certe stampe senza cornice che il signor Morland sta mostrando al suo ospite. La signora Morland è seduta accanto al fuoco e lavora a maglia placi­damente; qualche volta sorride fra sé per quanto ì due si vanno dicendo. Morland ha in mano una stampa che passa ad Amy).

Amy                              - (prende la stampa e la esamina) Molto interessante. Veramente hai avuto la mano felice! Debbo riconoscere, Giacomo, che per le stampe hai proprio il fiuto del collezionista.

Morland                        - (compiaciuto, si appoggia alla spallie­ra) Dio mio, certo l'intelligenza non mi manca; e quando mi capita di andare a Londra, non posso resistere al desiderio di qualche piccolo acquisto... nella misura delle mie forze. Queste le ho avute proprio per poco.

Amy                       - Davvero? Te l'ho detto: hai proprio il fiuto.

Morland                  - Oh, questo non so...

Amy                       - Ti dico di sì! Le hai prese da Peterkin, della Dean Street, non è vero? Ne ero certo. Le avevo viste anch'io. Avrei anzi voluto prenderle; ma mi dissero che tu le avevi già prenotate.

Morland                        - Mi spiace di averti prevenuto, Gior­gio; ma sai che questo è il mio modo di fare, quando una cosa mi interessa. Del resto, anche tu hai una bella collezione.

Amy                       - Oh, io non ho il tuo fiuto.

Morland                        - Dio mio, ammetto che difficilmente mi lascio sfuggire qualche cosa di buono!

Amy                              - Verissimo. (Soddisfatto) Però, ieri da Pe­terkin ti sei lasciato sfuggire una cosa.

Morland                        - Che vorresti dire?

Amy                       - Non hai esaminato un piccolo lotto che era sotto a questo.

Morland                        - Le ho appena sfogliate; c'era un po' di tutto, ma mi è sembrato che vi fosse niente di speciale.

Amy                              - (raggiante per la propria abilità) Roba di scarto, infatti, meno un pezzo.

Morland                        - (angosciato, lanciandogli un'occhiata) Un pezzo importante?

Amy                              - (con maliziosa dolcezza) Solo un piccolo schizzo a lapis di Gainsborough.

Morland                        - Cooosa!? (Drizzandosi sulla sedia) E lo hai preso tu?

Amy                       - L'ho preso io. Sono un pover'uomo, ma mi è parso che quindici scellini non fossero troppi per un Gainsborough.

Morland                        - (ansando) Quindici scellini! (Sì alza) E' firmato?

Amy                       - No, non è firmato.

Morland                        - (con significato) Ah! (Siede, sol­levato).

Amy                              - (aspro) Che vorresti dire col tuo « ah »? Non puoi essere tanto ignorante da credere che vi fosse l'abitudine di firmare gli schizzi. Se lo fosse stato, pensi che lo avrei avuto per quindici scellini? Tu ti vanti sempre del tuo fiuto... ma qualche volta posso averne un pochino anch'io!

Morland                  - Io non mi vanto affatto del mio fiuto, e non credo che sia un Gainsborough! (La signora Morland tossisce per ammonire il marito affinchè sia più gentile. Egli comprende e obbe­disce) Dopo tutto, forse è autentico, Giorgio!

Amy                       - (con dignità) Non riscaldarti tanto, ti prego! Se avessi immaginato che la mia piccola scoperta, che a te è sfuggita, ti avrebbe dato tanta noia, non te l'avrei portata per fartela vedere.

Morland                        - L'hai portata?! (Amy trae da sotto alla sedia un disegno che è fra due cartoni e lo mostra) Dammi! (Guarda il disegno).

Amy                       - Ecco! E questa volta sono stato proprio fortunato! Spero che tu lo sia altrettanto la pros­sima! (Guarda Morland sorridendo. Morland si alza, porta il disegno vicino alla finestra e lo os­serva con un certo presentimento) Ebbene?

Morland                        - (con un sospiro di sollievo torna alla tavola) Molto, molto interessante, Giorgio. Asso­lutamente. Ma non è affatto un Gainsborough.

Amy                       - (con fermezza) Ti assicuro che lo è.

Morland                        - Certamente non è un Gainsborough. (Posa il disegno sulla tavola) Direi che è opera di un abile dilettante. (Stanno diventando belli­cosi. Amy si alza e va alla destra di Morland).

Amy                       - Guarda il disegno del carro e dell'uomo che vi è accanto.

Morland                        - Debole e artificioso. (Indicando) Guarda quel cavallo.

Amy                              - Gainsborough disegnò parecchi cavalli piuttosto strani.

Morland                        - Verissimo. Ma non li ha mai collo­cati fuori posto. (Battendo sul disegno) Questo ca­vallo distrugge tutto l'equilibrio della composizione.

Amy                              - Non credevo che tu fossi così meschino, Giacomo!

Morland                        - Ti rendi ridicolo. (La signora Mor­land tossisce. Morland viene sul davanti verso la sedia che si trova a sinistra della tavola) Mio vec­chio amico, nessuno sarebbe stato più felice di me se tu avessi davvero pescato un autentico Gainsbo­rough, ma questo... (Siede) Del resto, guarda la carta.

Amy                              - Che cos'ha la carta, secondo il signor Morland?

Morland                        - E' fatta a macchina. (Amy siede ac­canto alla tavola) Gainsborough era nella sua tomba parecchi anni prima che questa carta fosse fabbri­cata. (Amy esamina la carta in una specie di fre­nesia ed è convinto contro la propria volontà, men­tre Morland è perfidamente soddisfatto).

Amy                       - Oh! (Rimette il disegno fra i cartoni, quasi con violenza. La signora Morland tossisce).

Morland                        - Però bisogna riconoscere che è una cosa molto graziosa.

Amy                              - Già, sei proprio tu che lo dici!

Morland                        - Non prendertela tanto, caro Giorgio!

Amy                       - (alzandosi) Non me la prendo affatto... e ti sarei grato se non mi chiamassi « caro Gior­gio ». (La signora Morland posa il suo lavoro a maglia. Amy, con dignità insolente, mettendosi i suoi cartoni sotto al braccio) Sorridete pure, signor Morland. Rallegratevi del vostro trionfo. Avete offeso profondamente un vecchio amico. Bravo! Bra­vo! (Va a stringere la mano alla signora Morland) Vi ringrazio, signora Morland, per la gentile acco­glienza. Buongiorno. Buongiorno. (Va verso destra con dignità offesa).

La signora

Morland                        - (il suo atteggiamento è stato finora quello di persona abituata a queste scene. Ha continuato a lavorare sorridendo ogni tanto. Ora si alza per rappresentare la consueta parte conciliativa) Vengo ad aiutarvi a mettere il so­prabito, Giorgio.

Amy                              - (sulla soglia) Grazie, signora Morland. Non ho bisogno di aiuto. (Esce, seguito dalla si­gnora Morland).

Morland                        - (rimasto solo comincia a provare un po' di vergogna del proprio contegno e va a riporre le sue stampe in un cassetto dalla scrivania. Poi torna verso destra) Che stupido! Proprio stupido... Un Gainsborough! (Va verso la finestra e guarda in giardino. La signora Morland rientra con Amy il quale ha addosso il soprabito. Conducendolo per mano come un bambino).

La signora

Morland                  - Ora chi dei due sarà il primo? (Tossisce e va a sedere sul sofà, I due uomini parlano insieme andandosi incontro).

Amy                              - Giacomo, mi vergogno del mio contegno.

Morland                        - Giorgio, ti chiedo scusa.

Amy                       - Capisco anch'io che non è un Gainsbo­rough.

Morland                        - In fin dei conti, è certo della sua scuola.

Amy                              - Debbo riconoscere, Giacomo, che hai dav­vero un fiuto straordinario.

Morland                  - Non come il tuo, Giorgio.

Amy                              - Molto più, molto più. Io non ne ho affatto.

Morland                        - Sì che ne hai.

Amy                       - Ti dico di no! (Batte un piede a terra. La signora Morland tossisce. Amy tende la mano) Giacomo!

Morland                        - Giorgio! (Si stringono la mano im­pacciati. Poi guardano la signora Morland che si è seduta con un giornale che le nasconde il viso. Amy agita il pugno verso di lei, sorride ed esce. La signora Morland abbassa il giornale. Morland andando verso sinistra e prendendo il giornale ad divano) E' un buon figliolo, Giorgio, ma non ha fiuto. Tanto varrebbe che ordinasse i suoi acquisti, le sue scoperte, come dice lui, per telefono! La signora

Morland                        - (riprendendo il suo lavoro) Come hai detto?

Morland                        - Si chiama telefono. (Va al camino e poi si volta) E' una nuova invenzione. C'è un arti­colo nel giornale. Magnifico! L'articolista dice che fra qualche anno la gente potrà per esempio stan­dosene qui seduta, parlare con quelli di Londra!

Morland                        - (placidamente) Scioc-chezze, Giacomo.

Morland                        - (legge il giornale volgendo le spalle al fuoco) Eppure non si può negare, come dice lui, che vi sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogna la nostra filosofia. (Un breve si­lenzio).

La signora

Morland                        - (diventando grave) Tu ed io sappiamo che questo è vero.

Morland                        - Come? (Abbassa il giornale e scam­biano uno sguardo) Ah, quello? Ormai è cosa morta e sepolta da un pezzo.

La signora

Morland                        - Sì. Ma a volte quando guardo Mary Rose... così felice...

Morland                        - Lei non ne saprà mai nulla. La signora

Morland                        - No, certo. Ma il giorno in cui si innamorerà...

Morland                        - E' talmente bambina! Perché preoc­cuparsi di una cosa prima che accada? La signora

Morland                        - (dopo breve pausa) Non può sposarsi senza... (Morland la guarda) Questo era il nostro accordo.

Morland                        - Ed io terrò la mia parola. (Siede) Dirò tutto a lui.

La signora

Morland                        - Povera Mary Rosei

Morland                        - Beh, non ci pensiamo. Dov'è adesso?

La signora

Morland                        - Dev'essere alla darsena, con Simone...

Morland                        - Benissimo. Lasciamola giuocare con Simone e gli altri ragazzi. Diventerà un monello; ma questo le impedirà di pensare ai giovanotti!

La signora

Morland                        - (stupita della stia ottusità) Secondo te Simone è sempre un ragazzo?

Morland                        - Che Dio ti benedica! Non è che un guardiamarina!

La signora

Morland                        - E' già sottotenente!

Morland                        - Ma è lo stesso! Figurati che gli metto ancora in mano qualche biglietto di banca... per le caramelle! Almeno, lo facevo l'anno scorso. E lui mi ringraziava di cuore e poi sgusciava dietro al paravento per andare a vedere quanto gli avevo dato!

La signora

Morland                        - E' tanto caro... ma non è più un ragazzo.

Morland                        - Sei proprio cattiva a mettermi in te­sta queste idee. Andrò subito alla darsena. (Si alza e si sofferma accanto al sofà) Se quella nuova in­venzione coi fili funzionasse a dovere, potrei dirgli di fare le valige e andarsene senza neanche muo­vermi dalla sedia! Prima bisogna suonare un cam­panello. (Gira la manovella di un campanello im­maginario) Poi si parla in una specie di imbuto: « Pronto, la darsena, c'è lì la mia piccola Mary Rose?». (Ha fatto una specie di imbuto col gior­nale. Con sorpresa dei due sì sente la risposta dì Mary Rose).

 Mary Rose              - (d. d. con voce tremante) Sono qui, babbo. (I due si guardano attorno).

Morland                        - Dove sei, Mary Rose?

Mary Rose                    - (ancora invisibile) Nell'albero di mele! (1 due si guardano e sorridono. La signora sta per alzarsi ma il marito la ferma e continua a parlare come se telefonasse).

Morland                        - E che fai nell'albero?

Mary Rose                    - (d. d.) Mi nascondo.

Morland                        - Per Simone?

Mary Rose              - (d. d.) No. Non so bene da chi mi nascondo. Forse da me stessa. (Tremando) Bab­bo, ho paura! (La signora Morland sì alza a mezzo ma è ancora trattenuta dal marito e siede nuova­mente).

Morland                        - Di che o di chi hai paura? Di Simone?

Mary Rose              - Sì... in parte.

Morland                        - E di chi altro?

Mary Rose              - Ho paura... di te.

Morland                        - Di me?! Paura di me? (Scambia una occhiata con la moglie) Strano! (Va alla finestra). La signora

Morland                        - Siete buffi tutti e due! (Alzando la voce) Mary Rose, vieni subito in casa... e che sia l'ultima volta che entri in un salotto arrampicandoti su un albero. (Mary Rose entra, ap­parentemente sospendendosi ad un ramo e cammi­nando leggermente su un altro. E' molto carina. Ha circa diciannove anni, allegra e gioconda, una bimba felice e priva dì qualsiasi preoccupazione per il futuro. E' in realtà molto impulsiva e capace di emozioni nascoste sotto quella superficie briosa. Vedendola per la prima volta constatiamo un -mi­sto dì gioia e dì timore infantili, a causa del ter­ribile avvenimento che è accaduto alla darsena).

Mary Rose                    - Mamma! (Corre da sua madre, na­sconde il viso nel suo seno, poi alza gli occhi, e nasconde nuovamente il viso pensando alla terri­bile notizia che sta per dare). La signora

Morland                        - (non è affatto preoccupata. Invece suo marito cammina su e giù alquanto tur­bato) Non vorrai dire che c'è stato davvero qualcosa che ti ha spaventata, Mary Rose?

Mary Rose                    - (alzando il capo a guardare) Non sono sicura. Tienimi stretta, mamma. (Si aggrappa alla signora Morland).

La signora

Morland                        - E' stato Simone che ti ha messo in angustie, tesoro?

Mary Rose                    - (quasi vendicativa) Sì, è stato lui. Tutta colpa sua.

Morland                        - Ora vado a picchiarlo!

Mary Rose                    - Sì, picchialo!

Morland                        - Ma hai detto che avevi paura anche di me...

Mary Rose                    - Solo di te!

Morland                        - Nessuno ha mai avuto paura di me, finora. Che cos'è, un nuovo gioco? Dov'è Simone?

Mary Rose                    - (si avvicina a suo padre) Ai piedi dell'albero. Non vuole entrare da quella parte; vuoi venire passando per la porta. (Supplichevole) Ca­pisci com'è importante?

Morland                        - Che cosa?

Mary Rose                    - (cercando di spiegare) Vedi, è così. La licenza di Simone finisce domani, e lui... (tre­mante) vuole parlare con te, paparino, prima di partire.

Morland                        - (ridacchiando) Lo immagino! E ca­pisco perché. Te lo avevo detto, Fanny; Mary Rose, hai visto dove ho lasciato il portafoglio? (Si guarda attorno).

Mary Rose                    - (debolmente) II portafoglio?

Morland                        - (andando al caminetto) Sì, ochetta. Cè dentro un biglietto da cinque sterline; ed è per questo che messer Simone desidera vedermi. (Siede vicino al camino).

Mary Rose                    - (si riavvicina alla madre con uno sguardo disperato) Mammina! (Torna a nascon­derle il capo nel seno).

La signora

Morland                        - (ha indovinato) Ma Gia­como! (A Mary Rose) Avanti, gioia; raccontami che cosa ti ha detto Simone. (Mary Rose è timida e si nasconde il viso) Dimmelo sottovoce, amor mio. (Mary Rose sussurra) Lo avevo immaginato.

Mary Rose                    - (infantile) Dirai a paparino che non si arrabbi con me, vero? La signora

Morland                        - Giacomo, meglio dirtelo francamente: Simone non vuole le tue cinque ster­line... vuole tua figlia!

Morland                        - (con un grido, alzandosi) Cosa?

Mary Rose                    - (corre ad abbracciarlo, carezzevole) Lo sgriderai, vero, babbino?

Morland                        - (non può quasi parlare) Per... per... per... per tutto quello che c'è di peggio, altro che sgridarlo! Quel ragazzino! Non so cosa... non so cosa... (La signora Morland si alza).

Mary Rose                    - (supplichevole) Niente più di una sgridata, paparino... niente di più! Non potrei sop­portarlo!

Morland                        - (piuttosto scosso, ma con bontà) Non saresti per caso innamorata di Simone, tu? (ha tiene scostata a lunghezza di braccio. Mary Rose rag­giante accenna di sì) Che cosa ci trovi di speciale, in quel ragazzo?

Mary Rose                    - (con espressione estatica) Oh-h-h-h! (Vergognosa, ora, corre dalla madre. Poi leziosa­mente) Babbino... Mammina... (Corre da uno all'altro. La signora Morland si è seduta di nuovo) Mi dispiace tanto che sia successo questo... (Torce il viso e piange istericamente sedendo a sinistra della signora Morland).

La signora

Morland                        - Tesoro, gioia cara... (Con­fortandola) Ma è solo un ragazzo, Mary Rose... un caro, simpatico ragazzo!

Mary Rose                    - (con gli occhi scintillanti e modi quasi solenni) Oh, mamma, ma proprio questa è la cosa grande, magnifica! Era un ragazzo, lo capisco perfettamente, fino alle undici di stamattina. Ma ora non lo riconosceresti più, mamma!

La signora Morland      - Cara, ha fatto colazione con noi. Credo che lo riconosceremo benissimo.

Mary Rose                    - Ma è tutto diverso da quello che era a colazione! E' diventato così serio, così... così uomo, con un'aria di protettore! Pensa a tutto, ora; sa perfino cosa sono i contratti e le proprietà e i terreni... le affittanze e... (prorompe nuovamente) il freddo, il caldo...

Morland                        - (riscaldandosi un poco) E' già arri­vato a questo? Pensa forse che questo matrimonio debba farsi domani?

Mary Rose                    - (agitata, per alleviare il colpo) Oh no, c'è tempo! Almeno, non prima della prossima licenza...

La signora

Morland                        - Mary Rose!

Mary Rose                    - -Sta aspettando in giardino, mamma. (Si alza) Posso farlo entrare?

La signora

Morland                        - Certamente, tesoro. (Mary Rose va verso destra).

Morland                        - Però non tornare con lui.

Mary Rose                    - Oh Dio, sai com'è timido...

Morland                        - (caparbio volgendosi verso il fuoco) Non so niente!

La signora

Morland                        - (alzandosi e toccandogli un braccio) Tuo padre ed io dobbiamo parlare soli con lui, bimba mia.

Morland                        - Sicuro; si fa sempre così.

Mary Rose                    - Davvero? Beh... lui vuole che tutto sia fatto in piena regola. La signora

Morland                        - Non ne dubito.

Mary Rose              - Posso andare di sopra, nella ca­mera delle mele (guarda in alto) e posso picchiare ogni tanto sul pavimento? Credo che sentirmi così vicina gli darà coraggio.

La signora

Morland                        - Ci darà coraggio a tutti, anima mia.

Mary Rose                    - Non sentirò che dite ma lo im­maginerò; eccome! (Si riavvicina a Morland) Lo amo tanto! Non cercherai... di metterlo su contro di me, paparino?

Morland                        - Farei il possibile, se credessi di poter riuscire! (La bacia. Mary Rose lo abbraccia stretto, poi corre fuori e si sente il ticchettio dei suoi tacchi sui gradini invisibili. Morland si avvicina alla mo­glie che ha gli occhi umidi) Povera la mia vecchia mammina! (Siedono entrambi sul sofà). La signora

Morland                        - Povero il mio vecchio babbo! Sai, Giacomo, certe volte... (Mary Rose rien­tra portando due pezzi di una, canna da pesca. Li unisce e posa la canna sulla tavola).

Mary Rose                    - (misteriosamente) C'è una ragione per questo! (Esce di nuovo dalla porta finestra).

Morland                  - La canna da pesca di Simone. Che diamine stanno combinando? (Si sente il ticchet­tio di Mary Uose).

La signora

Morland                        - Sarà una sciocchezza: ma com'è piacevole sentire su e giù per le scale il rumore dei tacchi di Mary Rose; fa più chiasso lei che tutti noi messi insieme!

Morland                        - Sarebbe terribile se non dovessimo più sentirlo!

La signora

Morland                        - Non si potrebbe trovare un ragazzo migliore per lei, Giacomo.

Morland                        - Mi ha dato un colpo al cuore quando ha detto: « Non cercherai di dirgli qualcosa con­tro di me, babbo»... perché credo che questo sia proprio il mio dovere.

La signora

Morland                        - Sì, bisogna dirgli tutto.

Morland                        - (improvvisamente) Fanny... e se ta­cessimo?

La signora

Morland                        - Non sarebbe onesto ver­so di lui.

Morland                        - (alzandosi e andando al camino) E' vero. (Si volge alla moglie) Ma se la cosa lo turba, vuoi dire che è un imbecille. La signora

Morland                        - (timida) Forse.

Morland                        - Sta venendo. Dio mio! Credo che avrò un aspetto più deciso se sto su una sedia ri­gida. (Siede accanto al camino. Entra Simone da destra. E' un simpatico giovane di ventitré anni circa, in divisa di marina. In questo momento il giovine è in uno stato misto dì esaltazione e trepidazione. Si avanza con un po' di timidezza che cerca di vincere con una risatina quasi isterica).

Simone                          - (ride quasi stupidamente) Ah, ah, ah, ah!

Morland                        - Non ti basterà ridere così, Simone, per giustificare la tua condotta; lo sai? La signora

Morland                        - Oh, Simone, ma come hai potuto?

Simone                          - Come se avessi commesso un furto!

Morland                        - Difatti, è un furto.

Simone                          - Ah, ah, ah! (Un colpo nel soffitto gli da coraggio. I Morland sorridono ma fingono di non aver sentito. Simone dopo uno sguardo al sof­fitto) Certo per voi sarà molto penoso... ma sapete bene com'è Mary Rose...

La signora

Morland                        - Direi che lo sappiamo anche noi, com'è Mary Rose!

Simone                          - Lo credo! (Con furberia) Quindi ca­pirete benissimo come è successo. (Sente di aver segnato un punto a suo vantaggio) Mi farei ta­gliare a pezzettini per lei; sì, lo farei con piacere! (Con rammarico) Forse in passato vi sarò sembrato un... un monello?

Morland                        - Beh, insomma... sì, piuttosto vivace...

                                      - (Sarcastico) Ma ti vediamo straordinariamente cam­biato, dall'ora di colazione.

Simone                          - (agitato, facendo qualche passo) Ve ne siete accorto? Lo ha notato anche Mary Rose. E' il mio vero io che viene a galla... (Parla cauto cer­cando di impressionare i due) Per alcune persone il matrimonio è una cosa da prendere alla leggera; ma io non la penso così. Mi propongo di rinunciare alle ragazzate, fare una bella assicurazione sulla vita e leggere articoli politici. (Altro colpo al sof­fitto che sembra ricordargli qualche cosa) Ah, sì! E vi assicuro che non perderete una figlia ma piut­tosto acquisterete un figlio.

La signora

Morland                  - Te lo ha detto Mary Rose di dir questo?

Simone                          - (come un colpevole) Veramente... (Altri colpi. Andando all'estremità del divano) Ah, un'al­tra cosa! Credo che valga la pena di sposare Mary Rose solo per avere voi, signora Morland, come suocera!

Morland                        - (contento) Ben detto, Simone. Mi piaci di più, ora che hai parlato in questo modo. La signora

Morland                        - Anche questo ti ha detto lei di dirlo?

Simone                          - Ecco... (Altri colpi) Ad ogni modo, non dimenticherò mai il rispetto e l'affezione che debbo ai genitori della mia diletta moglie.

Morland                        - (stizzosamente) Non è ancora tua moglie, bada!

Simone                   - Ma lo sarà, signor Morland? Non lo sarà, forse?

La signora

Morland                        - Per ora stiamo discu­tendo solo un possibile fidanzamento.

Simone                          - Si capisce. (Una pausa) Io non ho mai badato al denaro, ma ho pensato di fare incidere la parola « economia » nell'interno del mio orologio, così la vedrò ogni volta che lo carico. La mia famiglia...

Morland                        - Ha tutte le nostre simpatie, Simone. (Altri colpi).

Simone                   - (guardando in alto) Non so se avete notato un certo rumore...

Morland                        - Mi è sembrato.

Simone                   - E' Mary Rose! La signora

Morland                        - No!

Simone                          - Sì, sì! Fa così per aiutarmi. Le ho pro­messo di picchiare nel soffitto appena mi sembra che le cose vadano bene.

La signora

Morland                        - Ah, è per questo la canna da pesca? (Sono commossi. Simone prende la canna e sale su una sedia per battere contro il soffitto).

Simone                          - Che cosa dite? Posso?

Morland                        - (alla moglie, malinconicamente, alzan­dosi) Credo che possa, ti pare? (Simone è an­cora sulla sedia). La signora

Morland                        - (più coraggiosa) No! (Si alza e va verso destra, in centro. Morland va dietro al sofà) C'è una piccola cosa, Simone, che il padre di Mary Rose ed io riteniamo sia nostro dovere dirti, prima... prima che bussi nel soffitto, caro figliuolo. Forse non è molto importante, ma è una cosa che lei ignora e che la rende un po' diversa dalle altre ragazze. (Volta la sedia che è accanto alla tavola in modo da guardare verso la ribalta). Simone          - (scendendo dalla sedia. Aspro) Non cre­derò nulla contro Mary Rose.

La signora

Morland                        - Non abbiamo da dirti niente contro di lei. (Pregando il marito di fare la sua parte) Giacomo! (Siede a sinistra del tavolo. Simone viene dietro alla signora Morland. Morland è vicino alla estremità di destra del sofà).

Morland                        - E' una cosa accaduta, Simone... senza che lei potesse impedirlo. E per tanti anni non ce ne siamo preoccupati; soltanto, siamo sempre rima­sti nell'intesa che non si poteva fidanzarla senza averne informato il pretendente. (Mette la mono sulla spalla di Simone) Ma prima di dirtelo, dob­biamo avere la tua promessa che terrai la cosa per te.

Simone                          - (turbato ma docile) Prometto. (Morland lascia ricadere la mono e va al camino. Simone va a sinistra della signora Morland). La signora

Morland                        - Non devi mai dir nulla neanche a lei.

Simone                   - Non parlerò. Ma fate presto: ditemi di che si tratta.

Morland                        - (tornando verso di lui) Non è cosa che si può dire in due parole. E' accaduto sette anni fa, quando Mary Rose aveva dodici anni. Era­vamo in una parte remota della Scozia... nelle Ebridi Esterne.

Simone                          - Vi sono sbarcato una volta quando ero sul «Gadfly»... un luogo arido e malinconico: sol­tanto rocce ed erba ruvida... Non vidi neanche un albero. (Siede sul sofà).

La signora

Morland                        - - E' così quasi dappertutto.

Morland                        - E' una stazione per i pescatori di ba­lene. Vi andammo perché a me piaceva pescare. Dopo di allora non mi sono più sentito di dedicarmi a questo sport. Ma nel punto dov'eravamo c'era un braccio di mare in mezzo al quale un'isoletta... un'isoletta... (Il solo nominare l'isoletta commuove ma­rito e moglie. Morland stenta a continuare. Una breve pausa).

La signora

Morland                        - Un'isoletta minuscola... assolutamente disabitata...

Morland                        - Non c'è neanche una pecora... Credo che in tutto non sarà più di due ettari e mezzo o tre.

La signora

Morland                        - Vi sono degli alberi, là; parecchi. Cosa assolutamente insolita nelle Ebridi. Abeti scozzesi e qualche frassino... quelli che fanno le bacche rosse. Pareva che non vi fosse niente di speciale, in quell'isola... se non forse, il fatto che pur così piccina era completa. Vi è un minu­scolo stagno che si potrebbe chiamare un laghetto, dal quale fluisce un corso d'acqua. Vi sono colli-nette e una radura... insomma, un paese in minia­tura. (Voce tremula) Non osservammo altro; eppure quello doveva diventare per noi il luogo più orri­bile del mondo.

Morland                        - (vedendola agitata) Posso raccontar­glielo io anche se tu non sei presente, Fanny. La signora

Morland                        - Preferisco restare qui, Giacomo.

Morland                        - Pescai moltissimo, in quel braccio di mare! C'erano delle magnifiche trote di mare. Spesso mi recavo in barca fino all'isoletta e conducevo Mary Rose con me; la facevo sbarcare e mentre io pescavo lei disegnava. Dal battello la vedevo quasi sempre e ci facevamo dei segni con le braccia o col fazzoletto. Poi, quando avevo finito di pe­scare, andavo a prenderla.

Simone                          - E voi non andavate con loro, signora Morland?

La signora

Morland                        - Raramente, Simone. Ri­manevo quasi sempre nella nostra casetta poco di­stante dal villaggio. Non sapevamo, allora, che gli abitanti del luogo avevano una superstizione con­tro lo sbarcare nell'isola e che l'isola pare che se ne spiacesse. Quel luogo ha un nome gaelico che significa « L'isola che desidera essere visitata ». Mary Rose non ne sapeva nulla; e amava molto l'isoletta. Le parlava chiamandola tesoro mio e altre bambi­nate del genere.

Simone                          - Ditemi che cosa accadde.

Morland                        - (sedendo sul divano) Era quello che doveva essere l'ultimo giorno della nostra perma­nenza colà. Avevo condotto la mia bimba nell'isola come sempre; al crepuscolo misi la canna, come so­levo fare, nel fondo del battello, di dove vedevo Mary Rose seduta su un tronco d'albero che era il suo sedile preferito. Mi fece gaiamente un cenno con la mano ed io risposi. Poi mi misi a remare per andarla a prendere: naturalmente le volgevo le spalle. (Una pausa. Simone si alza in piedi) Dovevo percorrere, remando, meno di cento metri; ma quando arrivai... lei non c'era! (I Morland sono agitati. Simone va verso la tavola).

Simone                          - Ne parlate molto seriamente... Si era nascosta per gioco...

La signora

Morland                        - Non era nell'isola, Simone.

Simone                          - Ma... ma... oh... (Siede).

Morland                        - (alzandosi) Potete immaginare come e quanto ho cercato! (Fa qualche passo).

 La signora

Morland                        - Tutti quanti! Nessuno degli abitanti del villaggio andò a letto quella notte. Fu allora che apprendemmo che avevano paura dell'isola.

Morland                        - (dietro alla sedia della moglie) Fu scandagliato il braccio di mare. Non lasciammo nulla intentato... ma era sparita. Simone  - (alzandosi, angosciato) Non posso... Non è possibile... ma non importa... Ditemi come la ritrovaste.

La signora

Morland                        - II trentesimo giorno dopo la sua scomparsa...

Simone                          - Qualche battello...

Morland                  - Non c'era altro che il mio.

Simone                          - Ditemi.

La signora

Morland                        - Da un pezzo avevamo smesso di cercare ma non potevamo allontanarci da quei luoghi...

Morland                        - Un giorno mi indugiavo sulla sponda del braccio di mare... puoi immaginare in quale stato d'animo. Mi fermai a guardare verso l'isola... ed eccola lì, seduta sul suo tronco, a disegnare. La signora

Morland                        - Mary Rose! (Simone siede).

Morland                  - Mi fece cenno con la mano, come al solito, e continuò a disegnare. (Parla più in fret­ta) Presi la barca e remai come sempre, ma seduto in modo da averla di fronte, per non perderla di vista. Quando arrivai la prima cosa che mi disse fu: «Perché remi in quel modo strano, babbo?». (Lentamente. Dopo breve pausa) E compresi su­bito che non sapeva nulla di quanto era accaduto.

Simone                          - (alzandosi) Signor Morland! Com'è pos­sibile... qualcuno deve... (Guardando la signora Morland) Dove disse di essere stata? La signora

Morland                        - Non sapeva di essere stata assente...

Morland                        - Credeva che io fossi andato a pren­derla all'ora solita.

Simone                   - Trenta giorni! Dite che rimase nell'isola tutto quel tempo! (Va alla finestra e guarda fuori).

Morland                        - Non lo sappiamo. (Siede sul sofà). La signora

Morland                        - Giacomo mi ricondusse la solita bimba gaia che non credeva di essere stata lontana da me più di un paio d'ore.

Simone                          - (voltandosi) Ma quando le diceste... La signora

Morland                        - Non le dicemmo nulla; ancor oggi, Mary Rose non sa.

Simone                          - Ma senza dubbio avete... La signora

Morland                        - (volgendosi sulla sedia a guardarlo) L'avevamo riavuta, Simone; e questa era la cosa importante. Da principio pensammo che glielo avremmo detto una volta tornati a casa no­stra... e poi, tutto era talmente inspiegabile che avemmo paura di spaventarla... di sciuparla, non so, di toglierle la sua gaiezza, la sua spontaneità... Si finì col decidere di non dirle nulla.

Simone                   - E non l'avete mai detto a nessuno?

Morland                        - A qualche amico medico a Londra.

Simone                   - Come l'hanno spiegato?

Morland                        - Non hanno trovato nessuna spiega­zione... hanno detto che forse non era mai acca­duto... Puoi pensare questo anche tu, se ti fa piacere.

Simone                          - (facendo un passo verso Morland) Non so che pensare. Ad ogni modo, l'avvenimento non ha avuto nessun effetto sopra di lei.

Morland                        - Nessunissimo: e puoi immaginare se siamo sempre stati attenti!

La signora

Morland                        - (alzandosi e andando un po­co verso Simone) Vedi, Simone, io desidero es­sere assolutamente sincera. Qualche volta mi sono detto che la nostra figliuola è stranamente giovane per la sua età... come... quando un soffio gelato arresta la crescita di una pianta, eppure non le impedisce di fiorire... A volte mi è parso come se un dito gelido avesse toccato la nostra Mary Rose.

Simone                          - Signora Morland! Ma è la sua giovi­nezza, la sua innocenza... sono il suo fascino e mi sembrano cosa sacra!

La signora

Morland                        - E' vero... (Viene verso il davanti).

Simone                          - Se questo è tutto... (Va verso il centro).

Morland                        - Simone... (Simone si ferma) A volte abbiamo creduto che avesse qualche lampo, come una brevissima visione del passato; ma prima che potessimo prudentemente interrogarla, lo spiraglio si era richiuso, ed ella non ricordava più nulla. Non ti è mai accaduto di sentirla parlare casual­mente con una persona che... che non poteva es­ser presente?

Simone                   - Mai.

La signora

Morland                        - Né tendere l'orecchio a un suono che non esisteva?

Simone                          - Un suono? Intendete dire un suono proveniente dall'isola?

La signora

Morland                        - Sì; questo è quello, che crediamo. Ma da molto tempo queste brevissime stranezze non si verificano più. (Va alla scrivania e prende un album che porge a Simone) Questi sono alcuni schizzi fatti da lei. Puoi portarti via l'album e guardartelo con comodo.

Simone                          - (prende l'album mentre Morland va al camino) Strano che non mi abbia mai parlato di quella vacanza nelle Ebridi. Mi dice tutto... La signora

Morland                        - Non c'è niente di stra­no... l'isola è scomparsa dal suo ricordo. Sarei tur­bata se cominciasse a ricordarsene. Insomma, Simone, abbiamo creduto nostro dovere dir tutto. Non sappiamo altro, e sono certa che non sapremo mai altro. Ora che intendi fare?

Simone                          - (con forza) Che cosa credete, voi? (Sale sulla sedia, picchia nel soffitto ed ha in risposta qualche colpo. L'ombra che per poco aveva oscu­rato il suo volto è scomparsa. Ora egli sorride dì nuovo lietamente) Avete sentito? Vuoi dire che tutto va bene. Vedrete come scenderà di corsa! La signora

Morland                        - (si alza e gli va vicino) Sei un caro ragazzo! (Lo abbraccia) Le vado incon­tro. (Esce da destra. Simone le ha aperto la porta. Morland viene in centro a sinistra). Simone (andandogli vicino) Amo Mary Rose, signor Morland!

Morland                        - Anche noi la amiamo, Simone. Or­mai non parliamo più del passato. E' un affare finito e non mi turba più in nessun modo... E spero che non turbi neanche te.

Simone                          - Siate tranquillo a questo proposito. (Spinge la sedia di sinistra sotto la tavola) Ma di­temi: quale può essere la spiegazione?

Morland                        - Certo tu penserai ad un'infinità di cose; le abbiamo già pensate tutte anche noi... ed è inutile. Abbiamo fatto bene, no? a non dirle nulla?

Simone                          - Certo, sì! « L'isola che desidera essere visitata ». Mi sembra uno slogan piuttosto sinistro. (Infantile) E' meglio non pensarci più. (Guarda il soffitto) Avrei quasi preferito che sua madre non andasse di sopra... Ci vorrà più tempo perché Mary Rose venga giù. (Si muove irrequieto).

Morland                        - (con solennità umoristica) Fanny le dirà delle cose più carine di quelle che le diresti tu?

Simone                          - Questo è certo. (Si accorge che Mor­land scherza) Vi state burlando di me! (Lo minaccia scherzosamente) Lo sapete che la mia licenza fi­nisce domani! (Rumore di tacchi. Mary Rose ir­rompe) Mary Rose!

Mary Rose                    - (gli passa davanti come una freccia e va a gettarsi nelle braccia di suo padre) Non penso a te, adesso... ma al babbo! Oh! Simone, come hai osato?... Non è una bella cattiveria da parte sua, paparino?

Morland                        - Pare anche a me! Ma tu stai pian­gendo?

Mary Rose              - Sì.

Morland                        - E anche tua madre piange?

Mary Rose                    - (tremula) Sì.

Morland                  - Prevedo che avrò una brutta gior­nata. (Va verso destra) Se a voialtri non dispiace troppo essere lasciati soli, andrò di sopra a piangere un pochino con la mamma nella stanza delle me­le. (Sulla soglia si volta) Lassù c'è buio e umidità; quando sentirò che non ne posso più picchierò nel pavimento per avvertirvi che stiamo scendendo, (Esce con queste parole scherzose. Simone gli apre la porta, i due giovani rimasti soli sono intimiditi. Stanno a un metro di distanza).

Simone                          - Mary Rose! (Fa un passo verso il fondo).

Mary Rose                    - Oh, Simone... tu ed io!

Simone                   - Tu ed io... cioè... ora possiamo dire «noi». (In un mormorio) Ti piace?

Mary Rose                    - (sottovoce) E' terribilmente solenne.

Simone                          - Non hai paura, spero? (Mary Rose ac­cenna di sì) Di me? (Mary Rose accenna di no) E di che cosa, allora?

Mary Rose                    - Di essere... sposata. (Gli va vicino) Simone, quando saremo marito e moglie mi lascerai qualche volta andar fuori a giocare?

Simone                          - Giocare? (Mary Rose accenna di sì) Perché no? Giocheremo insieme. Ci sono tante cop­pie di sposi che giuocano insieme!

Mary Rose                    - Sono contenta. (Lo conduce al di­vano. Siedono) Voglio chiederti una cosa, Simone. Mi ami?

Simone                          - Tesoro... amore... dolcezza... quale no­me preferisci? (Sono tutti un po' solenni) Su, da brava, dimmelo.

Mary Rose                    - Non lo so. Sono tutti molto carini.

Simone                          - Io credo che Mary Rose sia il nome più bello di tutti. E secondo te, qual è il nome più bello per un uomo? Se me lo dici, mi farai piacere.

Mary Rose                    - Credo che ci sia un nome anche più bello di Simone.

Simone                   - Quale?

Mary Rose              - Harry! Non so perché mi pare tanto bello. Non ho mai conosciuto nessuno che si chiamasse Harry... ma mi piacerebbe tanto se un giorno... (Nasconde il capo nel suo petto).

Simone                          - Che stai pensando, gioia?

Mary Rose                    - Non me lo chiedere, caro.

Simone                   - Non te lo chiederò.

Mary Rose                    - (guardando il soffitto) ; Mi pare che siamo egoisti. Non dovremmo dire a quei due tesori di scendere?

Simone                          - Non è egoismo, amor mio. Vedi, ho tante di quelle cose da dirti! Devo raccontarti come ho fatto a parlare con loro e come mi sono ricordato quello che mi avevi detto di dire... e come ho sa­puto prenderli per il loro verso! Loro hanno già sentito tutto; sicché farli venire a sentirlo di nuovo, quello sì che sarebbe egoismo.

Mary Rose                    - (riflettendo) Non ne sono sicura. Lassù c'è odor di muffa, e il soffitto è così basso che non si può stare in piedi.

Simone                          - (alzandosi) Allora sai che cosa faccia­mo? Torniamo alla darsena, così loro possono ve­nire giù e starsene qui comodamente.

Mary Rose                    - (allegra, alzandosi) Benissimo! Pos­siamo restarci fino all'ora del té.

Simone                   - Bada che fa fresco... meglio che tu metta una giacca.

Mary Rose                    - Che seccatura... una giacca!

Simone                          - (con fermezza) Bimba mia, ora sono io che debbo aver cura di te... Ne ho la responsa­bilità... e ti ordino di mettere la giacca.

Mary Rose                    - Che cose carine sai dire! La metto subito. (Si avvia. Si volta) Voglio dirti una cosa strana, Simone: forse avrò torto, ma mi pare che a volte desidero essere baciata, ed a volte no. (Torna verso di lui).

Simone                   - Niente di male. Ora dimmi: che cosa pensavi mentre stavi lassù ad aspettare?

Mary Rose                    - (in un sussurro) Delle cose sante!

Simone                          - Riguardanti l'amore? (Mary Rose an­nuisce),

Mary Rose                    - Cercheremo di essere buoni, vero, Simone?

Simone                   - Come il pane! E dimmi: hai pensato al giorno del nostro matrimonio?

Mary Rose                    - Un pochino

Simone                          - Solo un pochino?

Mary Rose                    - Sì. Ma mi pareva già di vederlo. (Simone le bacia la mono. Siede a destra sul brac­ciolo del sofà) Ho avuto una magnifica idea, per la nostra luna di miele. C'è un posticino in Iscozia... nelle Ebridi... Mi piacerebbe andare là.

Simone                          - (sbalordito) Le Ebridi? (Fa un passo verso di lei).

Mary Rose              - Sì. Ci siamo andati una volta, quando ero piccola. Strano. Me ne ero quasi di­menticata e tutto ad un tratto l'ho rivisto chiara­mente mentre ero seduta lassù, al buio. (Breve pau­sa. Voi innocentemente) Cioè, è venuta la vec­chietta e me lo ha indicato. Che buffo tipo! (E' una strana osservazione. I Morland hanno prevenuto Simone, ma egli è turbato. Mary Rose sembra qua­si in trance).

Simone                          - (dopo una pausa) Mary Rose! (Dopo altra breve pausa) Mary Rose! (Mary Rose si alza e va verso di luì) In casa ci siete solo voialtri e le due donne di servizio, vero?

Mary Rose                    - (stupita perché ha già dimenticato quello che ha detto) Ma sì; lo sai! Perché lo domandi?

Simone                          - (guardingo) Non c'è nessuna vecchietta in casa, no?

Mary Rose                    - Una vecchietta? (Perplessa) Che diamine vuoi dire?

Simone                          - Niente, non ci badare. (E' turbato ma si domina. Fa qualche passo verso sinistra e si vol­ta) E che c'era di speciale, in quel punto delle Ebridi?

Mary Rose                    - (è dietro al sofà) C'era un posto dove papa pescava tanto pesce e c'era un'isoletta dove andavo spesso... la mia isoletta! Chi sa se sente la mia mancanza!

Simone                          - (muovendosi un foco) Non credo che andremo là.

Mary Rose                    - Perché?

Simone                   - Non ci tengo a pescare... durante la luna di miele!

Mary Rose                    - Oh, hai ragione! Ma mi piacerebbe farti vedere il tronco d'albero e il frassino dove mi mettevo a disegnare mentre il babbo restava in barca. Credo che mi facesse stare ad attenderlo nell'isola perché era un posto così sicuro!

Simone                          - (ha un piccolo brivido e guarda il soffitto) Certo! (L'abbraccia come a proteggerla) Eppure mi piacerebbe andarvi... un giorno... per vedere l'isola.

Mary Rose                    - Sì, andiamoci! Ora vado a mettere quella fastidiosissima giacca! (Si volta. Corre verso la porta a sinistra e di là gli getta un bacio) Tiran­no! (Esce. Simone, un po' turbato, siede alla estre­mità destra del sofà con la fronte corrugata e riflet­tendo. Si vede la figurina della pendola che batte l'ora mentre cala il sipario).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

L'isola. Nel 1894.

Siamo nell'isola, cinque anni dopo. Nel fondo della scena si suppone l'acqua e una vera barca, o parte di essa deve apparire quando occorre. Il fondale rappresenta la terra ferma che è a circa 200 metri. Particolari sulla scena verranno indicati più oltre. Per il momento basterà indicare la presenza di un grande abete di Scozia battuto dai venti. Il suo ef­fetto è tetro, ma una pennellata viva è data alla scena da un frassino scintillante di bacche rosse. Vi è un banco coperto dì musco che più tardi si rivelerà per un vecchio tronco mutilato su cui il musco è cresciuto. Dovunque sassi, erbe alte, mu­sco di diversi colorì e sfumature di leggiadro effetto. Dev'essere una scena piuttosto piacevole, sebbene con una certa severità come un paesaggio di Corot. Ai lati masse di alberi e di sottobosco; non sì può giungere in quella radura per terra a meno di non farsi strada faticosamente fra tutto quel verde. E' una giornata d'agosto piena di sole. (Si sente Mary Rose che ride gaiamente; un attimo dopo lei e Simone appaiono da sinistra facendosi strada fra la boscaglia. Simone non è più in uni­forme; indossa un abito dì tweed con hnicker-bockers, ecc. Anche Mary Rose è vestita da viag­gio o campagna ma non dì lana; ha un abito di tinta soave, un po' smorta, ad esempio color malva, assai semplice e che deve accentuare la sua giovanilità. Sono passati più di quattro anni, dal primo atto; e i due giovani sono una coppia di coniugi esuberan­temente felici. Mary Rose è più impulsiva che mai. Simone è un marito che l'adora, ma che ama con­trapporre agli entusiasmi dì lei la propria man­canza dì fantasia).

Mary Rose                    - (si guarda attorno emozionata e getta via il cappello) Credo... mi pare... Non mi pare affatto! Sono sicura! Il luogo è questo. (Ansante) Baciami, Simone, baciami subito! Mi hai promesso di baciarmi subito, subito, appena saremmo arrivati.

Simone                          - (col suo fare scherzoso) E non sono davvero uomo da mancare alla mia parola! (La ba­cia) Ma vorrei farti osservare, Mary Rose, che que­sto è il terzo luogo che tu hai riconosciuto con sicu­rezza; e tre volte ti ho baciata subito subito. Non si può andare avanti così!

Mary Rose                    - (si guarda attorno volgendo le spalle al pubblico) Ma è proprio qui... qui! Ti avevo detto che c'era il grande abete e il frassino...

Simone                   - (c. s.) Anche negli altri luoghi c'era l'abete e il frassino.

Mary Rose              - (trionfante) Non questo abete... non questo frassino!

Simone                          - Allora eccoci qui. (Siede su un pezzo di roccia a sinistra).

Mary Rose                    - Riconosco, Simone, che sono poco intelligente; ma devi ammettere che ho sempre ra­gione. (Rivolgendosi al frassino) Caro frassino, non mi sembri punto invecchiato. Come ti sembro, io, dopo tanto tempo? Ora ti dico un segreto. (Si av­vicina al frassino e ne trae a sé un ramo) Sono sposata! (II ramo, lasciato, torna al suo posto) Non gli è piaciuto, Simone. E' geloso. (Accarezzando il ramo) Ma pensa, sono sposata da quasi quattro anni... questo qui è lui... il tenente Simone. (Im­provvisamente ha un altro pensiero) Oh!

Simone                          - (con un sospiro) Che c'è adesso? (Co­mincia ad accendersi la pipa).

Mary Rose                    - (andando a destra in centro) Quel musco! Sono certa che sotto dev'esserci un ceppo... una vecchia radice su cui mi sedevo sempre.

Simone                          - (andando a scostare un poco il musco) Difatti, è proprio un vecchio tronco.

Mary Rose                    - (si inginocchia e lo aiuta) Credo di averci intagliato sopra il mio nome con un tem­perino.

Simone                          - Eccolo. « Mar... » e basta. E' sempre alla terza lettera che la lama si spezza.

Mary Rose                    - Caro ceppo! (Sempre inginocchiata) Quanto ti ho desiderato!

Simone                          - (tornando verso sinistra) Non crederlo, vecchio tronco. Le sei tornato in mente vagamente, perché siamo capitati da queste parti. E che isola ingannatrice! Pensa; forse a un centinaio di metri dal nostro albergo!

Mary Rose                    - Anche se fosse vero, non devi dirlo davanti a loro. (Si volge di nuovo a parlare col ceppo) Un bacio per ogni anno che sono stata lon­tana. (Lo bacia numerose volte).

Simone                          - (contando i baci) Undici. Avanti, dagli tutte le notizie. Digli che non abbiamo ancora una casa nostra.

Mary Rose                    - (al ceppo) Sai, caro, abitiamo con paparino e mamma, perché Simone è tanto spesso assente, imbarcato... Ma ho un segreto molto più bello; ne sarai proprio stupito! Figurati... che ho... un bambino! Ha due anni e nove mesi e mi dice tante cose carine, dice che mi vuole tanto bene... (Con ansia al frassino) Oh, frassino, credi che sia proprio vero?

Simone                          - (sedendo) Ho sentito che ha detto chia­ramente di sì.

Mary Rose                    - (guardando lontano a destra e rizzan­dosi in piedi) Oh!

Simone                          - Non fingere di vederlo da qui!

Mary Rose                    - Ma sì... Tu non lo vedi? Qualcosa di bianco... Ci saluta agitando il poppatoio.

Simone                          - (si alza e va a sinistra di Mary Rose) E' la cuffia della bambinaia.

Mary Rose                    - Vuoi dire che agita quella. Com'è birichino! (Saluta con la mano) Se ne sono andati. Ciao, tesoro, ci vediamo tra un'ora. (Volgendosi a Simone) Non è curioso, pensare che da qui salu­tavo sempre il babbo... (Venendo sul davanti) Era­vamo felici qui!

Simone                          - Anch'io sarei felicissimo qui se non avessi fame. Vorrei sapere dov'è Cameron. Vedo che ha preparato il fuoco. Sarà meglio accenderlo... (Va a destra a raccogliere qualche ramoscello secco).

Mary Rose              - Come puoi pensare a mangiare in questo momento...?

Simone                          - Oh, vedrai che anche tu mangerai di buon appetito! (Mentre Simone si dispone ad ac­cendere, Mary Rose siede sul ceppo. Una pausa).

Mary Rose                    - Sai, Simone? Credo che babbo e mamma non amino quest'isola.

Simone                          - (in guardia, sebbene da molto tempo ab­bia cessato di credere alla famosa storia) Dav­vero? Perché?

Mary Rose              - Non lo so; ma non ne vogliono mai parlare.

Simone                          - Forse non se ne ricordano più. (Va a sinistra coi rametti).

Mary Rose                    - Scriverò stasera. (Gioconda) Saran­no stupiti di sapere che siamo qui.

Simone                          - (sapendo che la cosa li allarmerà) Io non scriverei da quest'isola. Aspetta quando saremo tornati in terraferma. (Siede sul sasso e aggiunge i rami a quelli già preparati da Cameron).

Mary Rose              - Perché non da quest'isola?

Simone                          - Oh... dicevo così per dire. Ma se hanno antipatia per questo luogo, forse non saranno con­tenti di sapere che ci siamo venuti. (Vorrebbe cam­biare argomento di conversazione).

Mary Rose                    - Che motivo potrebbero avere?

Simone                   - Non ne ho idea.

Mary Rose              - Per molto tempo mi è sembrato che anche tu non ci volessi venire.

Simone                          - (con indifferenza mentre si alza) Solo perché è tanto difficile arrivarci. (Va a destra dietro a Mary Rose e guarda in quinta) Malgrado questo, ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto venire a vedere quest'isoletta.

Mary Rose                    - Perché a me piaceva tanto?

Simone                          - (benché in realtà stia pensando alla strana storia) Sicuro!

Mary Rose                    - Oggi ci volevi venire solo. (Vol­gendosi a metà verso di lui) Perché?

Simone                          - (le sorride. Poi raccoglie due o tre rametti) Semplicemente perché mi sembravi stanca. Ave­vo pensato di prendere la barca e fare un giro attorno alla tua isoletta.

Mary Rose              - (alzandosi) Ti pareva che la mia fosse un'infatuazione di bambina?

Simone                          - Precisamente. (Viene sul davanti e tor­na al fuoco) E pensavo a un sogno che tuo padre mi disse di aver fatto una volta. ,

Mary Rose                    - (seguendolo con lo sguardo) Un sogno?

Simone                          - (inginocchiandosi al fuoco, volgendole le spalle) Veramente non lo aveva definito così; ma ora capisco benissimo che fu soltanto un sogno. (Ne è veramente convinto).

Mary Rose                    - Devi raccontarmelo.

Simone                          - Un giorno te Io racconterò. (Per cam­biare discorso) Ma dove diavolo è Cameron? Ah! (Alzandosi) Lo sento che arriva. E' un tipo strano. Immaginavo che parlasse soltanto il dialetto del luogo. Ah, eccolo! (Siede accanto al fuoco).

Mary Rose                    - Sii gentile con lui, caro; sai come sono permalosi. (Per quasi tutto il rimanente dell'atto Simone e Mary Rose sono seduti a terra. La barca con Cameron giunge dal fondo a sinistra. Cameron è un goffo giovine di venti anni o foco più, vestito -poveramente ma fiero e molto com­pito. Parla con voce dolce ed ha un accento bizzarro; ha maniere assai cortesi).

Cameron                       - (dalla barca) II signor Blake desidera che io leghi la barca qui?

Simone                          - (accende un fiammifero) Precisamente.

(Accende il fuoco da cui si leva il fumo).

Cameron                       - Lego la barca secondo il desiderio del signor Blake. Il signor Blake desidera che io sbarchi?

Simone                          - Sì, Cameron; e che portiate il cestino con la roba da mangiare.

Cameron                       - Posso dare il cestino al signor Blake senza sbarcare.

Simone                          - No! no... ci fate quasi tanto piacerequanto mettere qualcosa sotto i denti. (Maria Rose lascia il ceppo e siede a terra accanto ad esso).

Cameron                       - (sbarca. Timoroso) II signor Blake desidera che vuoti il cestino? (Posa il cestino sul ceppo)

Simone                          - Dopo; prima vorrei che ci trovaste un paio di trote. Voglio far vedere a mia moglie come le cucinate sulla sponda dell'acqua.

Cameron                       - (indietreggiando verso la barca) Col massimo piacere. (Si ferma) C'è una piccola cosa; non è molto importante. Dovete aver notato che mi rivolgo sempre a voi chiamandovi signor Blake. Ho notato che voi mi chiamate sempre Cameron. Non me ne offendo. (Va verso il fondo a sinistra).

Mary Rose                    - Dio mio! Sono sicura di avervi sempre chiamato signor Cameron. (Toglie il ce­stino dal ceppo).

Cameron                       - (si ferma di nuovo) Verissimo, si­gnora. E avrete notato che io mi rivolgo sempre a voi come «signora». In tal modo faccio com­prendere che vi considero una gentile signora della quale sono l'umile servo. (Si volge di nuovo) Dire che sono il vostro umile servo non implica che io non valga quanto voi. Dopo questa breve spiega­zione, signora, vado a prendere le trote. (Va in fondo sulla sponda dell'acqua. Mary Rose stende la tovaglia sul suolo a destra).

Simone                          - (sì inginocchia e la aiuta a togliere la roba dal cestino) Sarebbe una lezione per me; ma mi lascio impiccare piuttosto che chiamarlo «signore»!

Mary Rose                    - Bada, Simone. Se vuoi dirmi qual­che cosa di poco gentile sul suo conto, dimmelo in francese. (Posa sulla tovaglia marmellata, pa­nini, ecc).

Cameron                       - (nella barca sta lavando due trote. Quan­do egli farla gli altri due alzano il capo a guar­darlo) Dopo aver pulito le trote in modo sem­plicissimo, signore, cioè sciacquandole nell'acqua, si procede in questo modo. (Avvolge ogni trota in un pezzo di carta che deve sembrare bagnato e le immerge nell'acqua).

Mary Rose                    - (a Simone) Pare che faccia un gioco di prestigio. Che cosa fa adesso?

Simone                          - Inzuppa la carta. Osservalo.

Cameron                       - (lascia la barca venendo vicino al fuoco) Ora metto sul fuoco i due involti inzuppati d'acqua (eseguisce) e quando la carta comincia a bruciare, vuoi dire che le trote son cotte e pronte al vostro servizio, signora, come lo sono io. (Si volge alla barca).

Mary Rose                    - Non ve ne andate. (Si alza).

Cameron                       - Se alla signora Blake non dispiace, vorrei tornare nel battello.

Mary Rose                    - Perché? (Una pausa. Cameron si guarda intorno imbarazzato) Sarei ben lieta se ri­maneste con noi.

Cameron                       - Allora... (si guarda attorno) rimarrò malgrado il mio parere contrario.

Simone                          - Bravo figliolo... sorvegliate le trote. E' il modo più squisito di cuocere il pesce, sai, Mary Rose. E' divino.

 Cameron                      - (appoggiandosi all'abete) E' un modo molto gustoso, signor Blake, ma non userei l'ag­gettivo « divino ».

Simone                          - Merito la correzione. (Bruscamente al­zandosi) Ma devo dire...

Mary Rose              - Prend garde, mon ami!

Simone                          - (va verso destra passando dietro a Mary Rose) Mon Dieu, qu'il est dròle! (Va a destra del ceppo).

Mary Rose                    - Mais moi je l'aime; il est tellement... (Lasciando il francese) Come si dice «originale?».

Cameron                       - Nel senso che intendete voi si po­trebbe dire « coquin »; ma uno scrittore classico userebbe probabilmente la parola « originai ».

Simone                          - (rimane scosso. Come pure Mary Rose. Con un sospiro) Mi pare una cosa piuttosto seria... Ditemi, Cameron, che libro stavate leggendo mentre io pescavo?

Cameron                       - Un piccolo « Euripide » che porto sem­pre in tasca, signor Blake.

Simone                          - (prendendo un sandwich) Figurati, Ma­ry Rose: latino! (Mangiano tutti e due).

Cameron                       - (sempre appoggiato all'albero) Può darsi che sia latino; ma da queste parti preferiamo dire che è greco.

Simone                          - Battuto un'altra volta! Suvvia, Erasmo, venite a mangiare un boccone con noi.

Cameron                       - Grazie, signor Blake; ma non è edu­cazione, per uno stipendiato, mangiare coi suoi da­tori di lavoro.

Mary Rose                    - Anche se io vi invito, signor Ca­meron?

Cameron                       - (ostinato) Molto gentile da parte vo­stra, signora; ma non vi sono stato presentato.

Mary Rose                    - Oh... permettete. (Simone si alza). Il signor Blake, mio marito, il signor Cameron. (1 due uomini sì inchinano).

Cameron                       - Molto lieto di fare la conoscenza del signor Blake.

Simone                          - Altrettanto, signor Cameron. Felice di vedervi. Bella giornata, non è vero?

Cameron                       - Molto bella. (Simone sta per sedere).

Mary Rose                    - Simone! (Si alza).

Simone                          - Oh! Non conoscete mia moglie? Per­metti, cara... Il signor Cameron, la signora Blake. (Mary Rose fa una piccola riverenza).

Cameron                       - Felicissimo di fare la conoscenza della signora Blake. La signora conta trattenersi a lungo da queste parti?

Mary Rose                    - No, purtroppo! Partiamo domani.

Cameron                       - Spero che il tempo sarà bello, per la traversata.

Mary Rose                    - Grazie. Ed ora, sapete che siete no­stro ospite... (Gli porge un sandwich in un tovagliolino di carta).

Cameron                       - Molto grato! (Guarda i sandwiches) Mmm... di carne! Devono essere eccellenti!

Mary Rose                    - (sedendo a destra) Quest'aria stuz­zica l'appetito.

Cameron                       - Grazie per quest'elogio al mio paese. (Va verso il centro. Simone siede sul ceppo. A un tratto Cameron scoppia in una risata che lo rende umano e perfino simpatico) Vi prego di scusare il mio contegno. Avete riso di me tutto questo tempo, ma non sapevate che anch'io ne ridevo, pur domi­nandomi. Ora che ho riso, mi spiegherò. (Un'altra risata poi sì padroneggia) Ora vi spiego. Non sono il solenne saputello e presuntuoso che ho finto di essere; sono in realtà un ragazzo piuttosto simpatico ma sono timido e non volevo che vi prendeste troppe confidenze con me, non per me stesso quanto per la nobile professione che ho l'ambizione di in­traprendere.

Mary Rose                    - Diteci qual è.

Cameron                       - Desidero diventare ecclesiastico. Stu­dio all'Università di Aberdeen e durante le vacanze faccio il barcaiolo o il domestico o qualunque altra cosa, per potermi pagare le tasse universitarie.

Simone                          - Questo vi fa onore.

Cameron                       - Molto grato, signor Blake. (Qualche passo verso sinistra) Ed ora che ci conosciamo social­mente, posso dire che vi sono molte cose nel signor Blake che cerco di imitare.

Simone                          - Qualche cosa in me merita di essere imi­tato? Urrà!

Cameron                       - Non la cultura del signor Blake: non è molto colto, ma so che per gli inglesi non è indi­spensabile. Quello che ammiro nel signor Blake sono le sue buone maniere e il suo contegno in generale. (Simone si inchina) In questo campo ho ancora molto da imparare; perciò osservo il signor Blake e prendo degli appunti in un taccuino.

Mary Rose                    - Oh, signor Cameron, ditemi se sono anch'io nel vostro taccuino!

Cameron                       - No, signora; non ve ne sarebbe mo­tivo. Ma il vostro nome è scritto nel mio cuore... e l'ho anche detto a mio padre che rimarrò celibe a meno che non mi imbatta in una signora che asso­migli alla signora Blake.

Mary Rose                    - Vostro padre coltiva un suo podere, nei dintorni del villaggio?

Cameron                       - SI, quando non è all'Università di Aberdeen.

Simone                          - Misericordia! Anche lui è universitario?

Cameron                       - Sì! Abbiamo una stanzetta in due...

Simone                          - Padre e figlio! Vuoi fare anche lui l'ec­clesiastico?

Cameron                       - No. Quando avrà preso il diploma tornerà qui a fare l'agricoltore.

Simone                          - Allora non vedo lo scopo...

Cameron                       - (con dignità) II più alto che si possa raggiungere. Educazione e cultura.

Simone                          - Mi fate sentire piccino piccino e...

Mary Rose                    - (improvvisamente) Le trote'          - (Came­ron posa il suo sandwich accanto al ceppo. La carta ha cominciato a ardere. Cameron si avvicina al fuoco e recupera le trote. Mary Rose da dei piatti a Simone, mentre Cameron porta le trote) Mmm, devono essere buone!

Simone                          - (offrendo) Signor Cameron.

Cameron                 - No, grazie. Mangio trote continua­mente. Preferisco la carne di questi sandwiches: per me è quasi una novità. (Riprende il suo sandwich).

Mary Rose                    - Sedete, signor Cameron. (Prende da sinistra il piatto delle trote).

Cameron                       - Grazie, sto benissimo qui.

Mary Rose                    - Vi prego!

Cameron                       - (caparbio) Non voglio sedere, in quest'isola.

Simone                          - (prendendo da Mary Rose pane e burro) Olà! (Curiosamente) Siete superstizioso, voi che pensate di fare l'ecclesiastico!

Cameron                       - L'isola ha una brutta reputazione; non vi ero mai sbarcato prima di oggi.

Mary Rose                    - Perché? Che cosa straordinaria! Sia­mo stati qui una volta, quando ero piccola, e poi ci siamo ritornati spesso.

Cameron                       - (sorpreso) Davvero? Ma non era cosa da farsi.

Mary Rose                    - E' talmente carina! (Mangia) Non ho mai sentito dirne male da nessuno. E tu, Simone?

Simone                          - (cauto) Mah, qualche cosa... in paese mi hanno detto che il suo nome in gaelico ha uno strano significato... « L'isola che desidera essere vi­sitata »... ma in questo non vi è nulla di terrificante.

Mary Rose                    - Non lo avevo mai sentito, signor Cameron. Mi pare un nome delizioso.

Cameron                       - Quanto a delizioso, signora Blake, può anche darsi che lo sia.

Simone                          - Ma che hanno contro quest'isola?

Cameron                       - Prima di tutto, dicono che non avrebbe affatto il diritto di essere qui. Dicono che una volta non c'era. E poi improvvisamente apparve.

Simone                          - Ma questo piccolo incidente si verificò prima che voi possiate ricordarvene, immagino?

Cameron                       - Prima che possano ricordarlo tutti quelli che oggi sono vivi, signor Blake.

Simone                          - Lo immaginavo. E l'isola non scompare mai, nello stesso modo, per qualche tempo?

Cameron                       - Alcuni dicono di sì.

Simone                          - Ma voi non l'avete mai vista sparire?

Cameron                       - (dignitoso) Io non sto sempre a guar­darla, signor Blake.

Simone                          - E non c'è altro?

Cameron                       - C'è il fatto degli uccelli. Questi alberi sono molto belli, magari per farvi i nidi; ma non si è mai visto un uccellino. (Si avvicina alquanto) E poi, il suo nome ha un altro significato, signor Blake. Riflettete: un'isola che abbia dei visitatori non ha bisogno di desiderare di essere visitata... e perché non ha visitatori? Perché la gente ha paura di venirci.

Mary Rose                    - Ma di che ha paura?

Simone                   - E' quello che dico anch'io. Ma di che avete paura?

Mary Rose                    - E voi, signor Cameron, di che avete paura?

Cameron                       - (in fondo alla scena, un po' a sinistra del centro) Della stessa cosa che vi impaurisce. Ci sono certe storie, signora...

Mary Rose                    - Oh, raccontatecele! (Si riavvvicina a Simone sedendo a terra accanto al ceppo) Che bel­lezza, Simone, se ci racconta qualcuna di queste misteriose storie scozzesi! Non credi?

Simone                          - Non saprei. (Alzandosi) Può darsi che non siano affatto piacevoli. (A Cameron) Vi av­verto, amico mio, che non sono un buon ascoltatore. Mi troverete piuttosto cinico per quanto concerne la vostra isola.

Mary Rose                    - Vi prego, signor Cameron! Mi piace sentirmi agghiacciare il sangue.

Cameron                       - Ci sono molte storie. C'è quello del bimbo che è stato portato qui nell'isola... dicono che non era più grande del vostro piccino.

Simone                          - E che cosa gli accadde?

Cameron                       - Nessuno lo sa, signor Blake! I suoi genitori stavano raccogliendo bacche di frassino; e, quando si voltarono per chiamarlo era scomparso.

Simone                          - Perduto?

Cameron                 - Non fu più possibile ritrovarlo. Mai più.

Mary Rose                    - Mai più? Terribile! Era caduto in mare?

Cameron                 - E' la cosa migliore, credere che sia caduto in mare. E' quello che dico anch'io. (Guarda fuori verso sinistra).

Simone                          - Ma non lo credete?

Cameron                       - (senza voltarsi) Non lo credo.

Mary Rose                    - E cosa dicono quelli del villaggio?

Cameron                       - (voltandosi) Alcuni dicono che è an­cora nell'isola.

Simone                          - Quest'isola che gioca a saltare e a nascondersi? E che ne dicono le persone savie? Che ne dice vostro padre?

Cameron                       - (avanzando di un passo o due) Dice che quelli non sono sempre qui ma che vanno e vengono.

Simone                          - Quelli! Chi sarebbero, quelli?

Cameron                       - (guarda altrove. A disagio) Non lo so.

Mary Rose                    - Ad ogni modo, il bimbo dev'essersi allontanato. Come mai i suoi lo hanno lasciato andare?

Cameron                       - (volgendosi a Mary Rose) Come pote­vano impedirglielo? Aveva sentito il richiamo dell'isola.

Simone                          - Conoscete qualcuno che abbia sentito questo richiamo?

Cameron                       - No. (Guarda al di là di Simone) Nes­suno lo sente, all'infuori di coloro a cui è rivolto.

Mary Rose                    - Ma se il bimbo lo ha sentito, deb­bono averlo sentito anche gli altri... se erano con lui.

Cameron                       - Non sentirono nulla. (Va in centro, mette un piede su un sasso appoggiandosi al ginoc­chio) E' così. Potrebbe levarsi vicino a voi, signora Blake, io potrei sentirlo, forte e terribile o dolce e sussurrante - nessuno sa com'è - ma dovrei seguirlo e voi avreste udito assolutamente nulla.

Mary Rose                    - (alzandosi a sinistra di Simone) Non ti fa rabbrividire, tesoro? (Gli pone un braccio sulle spalle).

Simone                          - Mi pare una di quelle leggende invero­simili... Quanto tempo fa sarebbe successo questo tatto, mio credulo scozzese?

Cameron                       - Prima che io nascessi, signor Blake.

Simone                          - (sorridendo) Ne ero certo!

Mary Rose              - Non burlarti della mia isola, Simone. (Volgendosi a Cameron) Non sapete altre storie, signor Cameron?

Cameron                       - Forse sì e forse no; ma non voglio raccontarle se il signor Blake dice cose che all'isola non piace sentire.

Simone                          - Per non correre qualche rischio) forse?

Cameron                       - Precisamente.

Mary Rose                    - Simone! Promettimi di essere pru­dente!

Simone                          - Prometto. Dite pure, Cameron. (Mary Rose siede a terra a sinistra di Simone e di fronte a Cameron).

Cameron                       - E' la storia di una giovinetta; dicono che aveva circa dieci anni.

Mary Rose                    - Poco meno di quanti ne avevo io quando venni qui. Da quanto tempo è successo questo?

Cameron                       - Una dozzina d'anni fa, credo.

Mary Rose                    - Simone, deve essere stato proprio un anno dopo la mia venuta! (Simone si alza. E' un po' a disagio perché capisce che Cameron sta per raccontare la storia di Mary Rose).

Simone                          - (rizzandosi sulle ginocchia e preparandosi a rimettere la roba nel cestino) E' probabile; ma non possiamo rimanere qui a chiacchierare. Dob­biamo tornare all'albergo. I remi sono a posto?

Cameron                       - Vado subito, se il signor Blake desi­dera partire. (Si muove verso sinistra).

Mary Rose                    - (alzandosi) Prima la storia. Non me ne vado se non la sento!

Cameron                       - (voltandosi) Beh, ecco. Il padre di que­sta ragazza amava la pesca e spesso sbarcava la figlia qui, nell'isola, mentre lui girava attorno con la barca a pescare.

Mary Rose              - (a Simone) Senti! Proprio come faceva il babbo con me. (Siede sul ceppo).

Simone                          - Immagino che qui vengano molti turi­sti, non è vero?

Cameron                       - Sì... l'ignoranza rende spavaldi e a volte...

Simone                          - Lo credo anch'io; ma ora bisogna pro­prio andare.

Mary Rose                    - No, caro. (A Cameron) Vi prego. (Simone sì alza a va a destra dì Mary Rose).

Cameron                       - (riprende il suo atteggiamento) Un giorno il padre venne in questo punto per ripren­dere, come sempre, la figlia. La vedeva dalla barca; era seduta e dicono che gli gettò un bacio. Un mo­mento dopo il padre raggiunse l'isola, ma la ragazza non c'era più.

Mary Rose                    - Non c'era più?

Cameron                       - Aveva sentito il richiamo dell'isola, sebbene a lui non fosse arrivato alcun suono.

Mary Rose                    - Mi viene la pelle d'oca!

Cameron                       - Mio padre si unì alle ricerche. Dura­rono parecchi giorni.

Mary Rose                    - Ma bastano pochi minuti per fru­gare quest'isoletta!

Cameron                       - Continuarono a cercare per molto tempo, signora, anche dopo che ogni ricerca era di­ventata inutile.

Mary Rose                    - Che storia agghiacciante! (Si alza, si avvicina a Simone) Pensa, amore mio, poteva suc­cedere a me. E non c'è altro?

Cameron                       - Sì; c'è ancora qualcosa. Era trascorso circa un mese e suo padre stava un giorno cammi­nando laggiù, sulla terraferma, quando vide qual­cosa che si muoveva qui nell'isola. Tutto tremante, signora, presa la barca arrivò qui e trovò figliola.

Mary Rose                    - Viva?

Cameron                       - Sì, signora.

Mary Rose                    - Sono contenta che l'abbia ritrovata. Ma questo sciupa il mistero.

Simone                          - (curioso di sapere il pensiero di lei) Per­ché, Mary Rose?

Mary Rose                    - Perché naturalmente lei potè rac­contare quello che era successo, sciocchino. Che era stato?

Cameron                       - (raddrizzandosi) Non è una cosa tanto semplice, signora Blake. La ragazza non sapeva as­solutamente niente. Credette di essere stata sepa­rata da suo padre non più di un'ora.

Mary Rose                    - Dio mio! (Prende una mano di Simone).

Simone                          - (la abbraccia. A Cameron) -con tutte queste storie fantastiche, nebbie!

Mary Rose                    - (sorridendogli) Non aver paura, Simone. Fingevo di credere e di aver paura, così per ridere.

Cameron                       - Questo è quello che bisogna fare quando si è nell'isola. Io credo tutto, quando sono qui; poi, quando sono ad Aberdeen riconsidero tutto al freddo lume della ragione.

Simone                          - (seccato, mentre si fruga in tasca per cer­care la pipa) E immaginate così di non correre rischi, amico? Un'isola che ha dei poteri così straordinari potrebbe benissimo mandare il suo ri­chiamo ad Aberdeen e anche più lontano.

Cameron                       - (turbato) Non ci avevo mai pensato. Potrebbe esser vero. (Si volge verso il battello).

Simone                          - Badate, signor Cameron, che non vi ac­cada che un giorno, mentre state predicando lontano da qui, il richiamo vi raggiunga sul pulpito e vi riporti in un balzo nell'isola.

Cameron                       - (guardando Simone) Non mi piace questo modo di parlare del signor Blake. Vado a mettere a posto i remi. (Va a spingere il battello in quinta in modo che non lo si vede più). Mary

Rosa                              - (seduta sul ceppo. Deliziosamente emo­zionata) E se fosse vero, Simone?

Simone                          - Dal momento che non lo è...

Mary Rose              - Lo so; ma se lo fosse, pensa che momento tremendo per la ragazza, quando suo pa­dre le avesse rivelato l'avventura!

Simone                          - (la studia prudentemente mentre si riempie la pipa) Forse le avrà detto niente. Avrà creduto più saggio non turbarla

Mary Rose                    - Povera piccola! Sì, credo anch'io che sarebbe stato meglio! Eppure... avrebbe corso un bel rischio!

Simone                          - Cioè?

Mary Rose                    - Dio mio, non sapendo quello che era successo, la ragazza avrebbe potuto tornare qui ed essere nuovamente chiamata? (Si alza. Si guarda attorno) Mia piccola isola ho l'impressione che oggi non mi piaci.

Simone                          - Se un giorno dovesse tornare, speriamo che sia con un robusto marito, in grado di difen­derla e proteggerla.

Mary Rose                    - Sicuro, un marito è proprio quello che ci vuole. (Fingendo di rabbrividire ancora) Tu non mi lasceresti prendere, vero, Simone? (Gli posa le mani sulle spalle).

Simone                          - Dovrebbero provarsi! (Ripone la pipa senza averla accesa) Ed ora, riponiamo gli avanzi... (con tono burlesco per farla ridere) e fuggiamo dal luogo del delitto. (Eseguisce) Non torneremo più qui, Mary Rose: ho troppa paura. (Si inginoc­chiano accanto e ripongono le stoviglie, ecc).

Mary Rose                    - Fai male a burlarti della mia isola. Vergognati! (All'isola) Povera isoletta che te ne stai qui sola sola! (Tocca affettuosamente il ceppo) Non avevo mai saputo che ti piacesse essere visitata; e questa è la mia ultima visita. (A Simone) L'ultima volta di qualunque cosa è sempre triste, vero?

Simone                          - (vivamente mentre sì affaccenda) Dev'es­serci sempre un'ultima volta, tesoro mio.

Mary Rose                    - Credo anch'io... per qualunque cosa. Ci sarà anche un'ultima volta in cui ti vedrò, Simone. (Mezzo scherzosa, accarezzandogli i capelli) Un giorno accarezzerò questo ciuffo per la millesi­ma volta e poi non lo farò mai più.

Simone                          - Un giorno non avrò più capelli e dirò: « Tanto meglio! Una seccatura di meno! ».

Mary Rose                    - (nelle seguenti battute è più fantastica che triste) E io piangerò.

Simone                          - Ochetta! (La bacia. Breve pausa).

Mary Rose                    - Un giorno, Simone, mi bacerai per l'ultima volta.

Simone                          - Ad ogni modo, questa non era l'ultima! (La bacia di nuovo. Uno strano tremito scuote lie­vemente Mary Rose. Essa non comprende che cosa vuoi dire. Ma forse il pubblico comprende che quel­lo è l'ultimo bacio di Simone. Turbato) Che hai?

Mary Rose                    - Non so... Mi è parso che mi succe­desse qualche cosa...

Simone                          - (vivace) Stupidina, con le tue « ultime volte»! Debbo dirvi, signora, che vi sarà un'«ultima volta » per vedere il vostro bambino.

Mary Rose                    - Oh!...

Simone                          - (in fretta) Sicuro: non potrà sempre rimanere un pupo; e il giorno in cui lo avrai visto per l'ultima volta come un bambino lo vedrai per la prima volta come un giovanotto. Pensaci!

Mary Rose                    - Ci penso spesso. Sarà il più bel momento della mia vita quando lo vedrò uomo e mi prenderà sulle ginocchia invece di sedersi sulle mie. (Con uno dei suoi subitanei mutamenti dì umore) Non credi che la cosa più triste è che non sappiamo quasi mai quando è l'ultima volta? Pensa come potremmo approfittarne, se lo sapessimo!

Simone                          - Dio mio, no! Se lo sapessimo si sciupe­rebbe tutto. (Alzandosi) Bisognerà spegnere il fuoco.

Mary Rose                    - (alzandosi) Aspetta che venga Ca­meron. (Stranamente) Voglio che tu venga a sederti qui sul mio tronco d'albero, Simone. E che mi dica delle parole d'ambre. (Simone siede sul tronco. Mary Rose si mette ai suoi piedi accoccolandosi contro le sue gambe, alla sua sinistra).

Simone                          - (scherzoso) Quanti capricci! (Per stuzzi­carla) Ho paura di non saperti più fare la corte. Me ne sono dimenticato.

Mary Rose                    - Allora farò io la corte a te. (Si driz­za, sempre in ginocchio e giocherella coi capelli dì lui) Sono stata una buona moglie per te, Simone? Non dico sempre: c'è stato ad esempio quella brutta giornata, quando ti scaraventai il piatto del burro! Te ne chiedo ancora scusa... Ma in complesso sono stata una moglie sopportabile... non una moglie ecce­zionale, ma una che nella massa può passare, no? (Gli da una testata).

Simone                          - Senti, se devi darmi delle testate in que­sto modo, bisogna che ti levi le forcine dai capelli.

Mary Rose                    - E come mamma sono stata buona? Sono stata quel tipo di mamma che Harry Morland Blake può amare e rispettare?

Simone                          - (giudiziosamente) E' una domanda im­barazzante. Bisogna chiederlo a Harry Morland Blake.

Mary Rose                    - Mi domando se...

Simone                   - Basta, Mary Rose! A momenti pian­gerai e non hai fazzoletto perché ci ho avvolto dentro la trota.

Mary Rose                    - Ad ogni modo, Simone, dimmi che mi perdoni per il piattino del burro.

Simone                   - Non ne sono ben certo.

Mary Rose                    - (sedendo indietro sui calcagni) E ci sono altre cose... peggiori del piattino del burro.

Simone                   - Oh, lo so bene!

Mary Rose                    - (rizzandosi sulle ginocchio) Come fai a dire una cosa simile, brutto che non sei altro! Cosa può esservi stato di tanto grave?

Simone                          - (con un sospiro) Ora posso sorriderne; ma in quel momento mi sono sentito molto infe­lice. Non so come non mi sono dato alla ubbriachezza!

Mary Rose                    - Povero il mio vecchio Simone! (Siede di nuovo sui calcagni) Ma sei stato proprio stupido a non capire!

Simone                          - Come vuoi che un giovane sposo igno­rante, capisca che è buon segno quando sua mo­glie gli scaraventa addosso il piattino del burro?

Mary Rose                    - Dovevi indovinare.

Simone                          - Che aspettavi Harry? Come era possi­bile? Avevo sempre saputo che quando una sposa deve fare una simile confidenza al marito, lo trae in disparte, diventa rossa, o pallida, a scelta, gli nasconde la testa nel petto e gli fa la rivelazione con voce appena percettibile. Ammetto che lo spe­ravo. (Si tocca la testa) Invece non ho avuto altro che un piattino sulla testa.

Mary Rose                    - (gli da nuovamente una testata e -poi lo guarda) Forse ogni donna ha un metodo diverso.

Simone                          - Speriamo. (Severamente) E quel brut­to scherzo che mi hai fatto dopo?

Mary Rose                    - Quale? Ah, quello! Prima che lui nascesse! (Timidamente) Volevo che tu non ti tro­vassi presente in quel momento...

Simone                   - Non alludo al fatto di avermi man­dato fuori di casa... spedendomi a Plymouth! Ma quando tornai e non volesti che mi dicessero che era nato...!

Mary Rose              - (ridendo) Sì, fu una bella catti­veria. Ti ricordi: entrasti in camera e cercasti di confortarmi dicendo che oramai c'era poco da aspettare... E io ti lasciai chiacchierare...

Simone                   - ... guardandomi coi tuoi grandi occhi innocenti... Imbrogliona insopportabile!

Mary Rose                    - Dovevi leggermi in faccia... E quando poi ti dissi: « Simone, che cos'è quella strana cosa in quel cestino? ». E tu andasti a ve­dere... Non dimenticherò mai la tua espressione!

Simone                          - In un primo momento credetti che fosse un pupo che ti eri fatta prestare!

Mary Rose              - A volte mi pare ancora che sia così... (Infantile) Ma non era vero, eh?

Simone                   - Che buffo tipo! Quando mi pare di conoscerti, mi accorgo che sono al punto di prima e che dovrei ricominciare da capo!

Mary Rose                    - (a un tratto) Simone!

Simone                   - Che c'è?

Mary Rose                    - (si alza. Va a sinistra in centro. Poi viene un po' sul davanti) Se uno di noi do­vesse... andarsene... e potessimo scegliere quale...

Simone                          - (con un sospiro) Ci siamo di nuovo! (Si alza e la segue).

Mary Rose                    - No! Dico soltanto se... Vorrei sa­pere quale sarebbe meglio... Intendo per Harry, naturalmente.

Simone                          - Bisognerebbe pensarci...

Mary Rose                    - (stringendosi a lui) Caro!

Simone                          - (la guarda curiosamente) Se me ne an­dassi io, so che il tuo primo pensiero sarebbe: « La felicità di Harry non deve essere turbata da questo neanche un attimo ». E mi cancelleresti, per sem­pre, Mary Rose, piuttosto che egli dovesse per­dere una delle sue cento risate quotidiane.

Mary Rose                    - (colpevole) Oh, Simone!

Simone                   - Non è vero, forse?

Mary Rose              - Ad ogni modo, quello che è vero è che se toccasse a me andarmene, vorrei che tu facessi proprio così(Con un nuovo pensiero) O-oh! (Va verso destra passando vicino a Simone)

Simone                   - Che c'è adesso? Non pestare la mar­mellata.

Mary Rose                    - (sul davanti a destra voltandosi) Simone, com'è bella la vita! Sono felice, felice, felice! E tu? (Va verso il centro).

Simone                          - Tanto, anch'io! '(Sta legando il barat­tolo della marmellata).

Mary Rose              - Ma ti occupi della marmellata! (Gli va vicino) Perché non gridi di gioia? Uno di noi deve gridare, per la felicità!

Simone                          - (mettendo il resto della roba nel cestino) Allora so chi dei due griderà. Grida pure: farai sobbalzare Cameron. (Il battello riappare condotto da Cameron. Alzandosi) Oh, eccovi, Cameron. Come vedete, siamo ancora sani e salvi. Con­tate pure: siamo in due. (Piega la tovaglia). Cameron (nella barca) Sono molto contento. (Mary Rose va gironzolando verso il fondo a de­stra).

Simone                          - (porgendo il cestino a Cameron) Re­state pure lì; penso io a spegnere il fuoco.

Cameron                       - Come crede, signor Blake.

Simone                          - (volgendosi verso il fondo) Sei pronta, Mary Rose?

Mary Rose                    - Sì. (Mentre Simone, un po' sul davanti pesta il fuoco per spegnerlo, Cameron ri­mane nella barca leggendo il suo « Eurìpide » e Mary Rose da il suo addio all'isola) Addio, vecchio sedile muscoso, addio bel frassino su cui è scritto «Mar. ». Addio, piccola isola che desidera tanto essere visitata. (Abbraccia l'albero in fondo a de­stra) Forse tornerò quando sarò una vecchia si­gnora tutta rughe e tu non riconoscerai più Mary Rose.

Simone                          - (guardando se vi sono frasche fumanti e pestandole) Smettila, tesoro. Non posso fare a meno di ascoltarti, mentre invece devo badare a spegnere il fuoco.

Mary Rose                    - Non parlo più. (Caccia la lingua sedendo sul ceppo).

Simone                          - Quando pare spento, ecco che fa an­cora qualche scintilla. Credi che se ci mettessi sopra qualche sasso bagnato... (Alza la testa e vede che Mary Rose si sta tenendo comicamente la lingua con due dita. Entrambi ridono) Bambinona! (Comincia un suono di organo. Simone è occu­pato a portare qualche sasso dal mare, a metterli sul fuoco e ad osservare il risultato. Cameron è nella barca e legge. Mary Rose è seduta tranquilla. E' allegra e continua a tenersi la lingua. Ma sta accadendo qualche altra cosa. L'isola ha cominciato a chiamare Mary Rose. Il suono è come uno sciac­quio di onde sulla spiaggia, accompagnato da un soffio di vento e da uno strano gemito che si può ottenere con un grido attraverso un tubo. Il suono di organo, che da principio è solo l'aria attraverso le canne, è accompagnato dopo qualche secondo da rumore di vento e di pioggia. Poi si ode la musica. Gli effetti aumentano di intensità col cre­scendo della musica e giunti al « climax » cessano improvvisamente. La musica diventa più sonora, il vento cessa. E' una musica misteriosa e minac­ciosa. Da principio dolce come un mormorio, poi rapidamente aumenta di volume fino a diventare orribilmente forte. E' terribile e seducente. E' una bella musica, ma sembra che il « richiamo » cerchi di manifestare la propria ineluttabilità. La sua melodia è ampiamente superata da altri suoni mi­steriosi. Alla vista tutto è placido e illuminato dal sole come prima. Solo noi e Mary Rose sentiamo il «richiamo ». I due uomini odono nulla. Da prin­cipio Mary Rose rimane seduta, sentendo soltanto un suono, però in breve è affascinata. Si alza. Per un attimo tende un braccio verso Simone come a chiedere aiuto, ma subito dopo quasi dimentica l'esistenza del marito. Non ha paura. Il suo volto non esprime gioia, sembra rapito. Quando l'ura­gano è al culmine, lei passa a destra con le braccia tese e scompare nel sottobosco. Poi il « richiamo » si spegne. Tutto è silenzio. L'isola l'ha ripresa).

Simone                          - (inginocchiato a terra accanto al fuoco, si rivolge a Mary Rose senza guardare dove imma­gina che sia) Credo che ora sia spento e pos­siamo andarcene tranquilli. Non vedo più scin­tille. (Senza guardare) Non occorre che tu sia così silenziosa, sai! (Si alza e si guarda attorno dove Mary Rose dovrebbe essere. La sua assenza lo fa sorridere) Dove ti sei nascosta? (Si alza) Su, vieni fuori. Bisogna che andiamo. Mary Rose? (Un po' turbato) No, amore, non far così! (Ansioso andan­do verso destra) Mary Rose! (Scompare a destra cercandola. Cameron capisce che c'è qualcosa che non va, ma è riluttante a sbarcare. Sì sente la voce di Simone che chiama di dentro) Mary Rose! Mary Rose! (Breve pausa. Poi in tono spaventato) Mary Rose! (Cameron ha il coraggio dì sbarcare. Simone riappare e viene sul davanti a destra) Cameron! (Va verso il fondo, sì trova di faccia a Cameron) Non la trovo! Non la trovo!

Cameron                       - Oh, signor Blake... (Il suo volto fa comprendere il suo pensiero. Simone è pieno di spavento. Fuori di sé corre nuovamente fuori di scena lasciando Cameron che rimane sgomento vi­cino alla barca. In silenzio la scena passa alla luce della luna per dare l'idea del passare del tempo. Vediamo ancora Cameron immobile, inorridito. Non vediamo Simone ma udiamo il suo grido da lon­tano, sempre più angosciato: « Mary Rose! Mary Rose.». Dal momento in cui Mary Rose è scom­parsa, sino alla fine dell'atto, non si odono più né i suoni, ne la musica).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

QUADRO PRIMO

La stanza dì soggiorno della casa Morland, come nel secondo quadro del primo atto, ma nel 1917. E' essenziale che sia la stessa che abbiamo veduta, pur con qualche lieve mutamento, giacché sono trascorsi ventotto anni. Così ì cinz sono alquanto logori e sono stati sostituiti con altri di diverso co­lore e disegno e le tende sono sbiadite. Però è an­cora una stanza calda, accogliente e piacevole. E' un bel pomeriggio d'autunno, poco prima del cre­puscolo. Attraverso la finestra sì vede l'albero di mele, non pia carico di fiori ma di frutti e di fogliame: una visione diversa ma ugualmente bella. (Nel caminetto arde il fuoco; attorno ad esso sono seduti i coniugi Morland e il signor Amy. Sono tutti ormai sulla settantina, ma ancora pieni di vigoria e ben conservati. La signora, più soave che mai, siede all'estremità destra del sofà, sicché la si vede bene in faccia. Sta leggendo una copia del « Punch », aiutandosi con una lente d'ingrandi­mento e evidentemente, come dimostra la sua espressione, si diverte. Il signor Amy è alla sua sinistra e il signor Morland sta attizzando il fuoco. Il signor Amy, che era mezzo addormentato, im­provvisamente si sveglia; vede il riso silenzioso sul viso della signora Morland e fa un cenno a Mor­land per trarre la sua attenzione. La signora non si accorge che la stanno osservando. A un tratto alza gli occhi e se ne accorge).

La signora

Morland                        - Oh, come siete cattivi!

Morland                        - Che hai da ridere, Fanny?

La signora Morland      - Sto leggendo il « Punch » di questa settimana... è così divertente!

Amy                       - Ah, il «Punch»... Non è più quello di una volta!

Morland                        - (consentendo) No davvero. La signora

Morland                        - Non sono d'accordo. Non credo che possiate guardare questo senza ridere! (Da il giornale a Amy il quale cerca di leggere tenendolo a distanza di braccio teso. Una pausa) Vi state sforzando per non ridere. (Amy sorride. Morland gli toglie dì mano il giornale e lo esamina divertendosi. Tutti e tre ridono giocondamente).

Morland                        - Una vignetta spiritosa mi diverte sempre. (Siede nella poltrona davanti al camino).

La signora

Morland                        - Si capisce, vecchio spen­sierato!

Morland                        - ,Non tanto vecchio, Fanny. Ti prego di ricordarti che ho due mesi meno di te.

La signora

Morland                        - Come potrei dimenti­carlo, se non hai fatto che rinfacciarmelo da quando siamo sposati!

Morland                        - Solo ogni tanto, cara, quando era necessario richiamarti all'ordine. (Ad Amy) Sono settantuno, sai? Tu sei un po' più giovine.

Amy                       - Eh sì. Sicuro.

Morland                        - (un po' seccato) Non si è mai saputo con precisione la tua età.

Amy                              - Sono nella sessantina. Sono certo però di avertelo già detto.

Morland                  - Mi pare che la tua sessantina duri più a lungo che per le altre persone.

La signora

Morland                        - (ammonendo) Giacomo!

Morland                        - Non voglio offenderti, Giorgio. Di­cevo soltanto che i miei settantun anni non li sento. Tu, Giorgio, te li senti i tuoi sessantadue? Te li senti i tuoi sessantadue? (La seconda volta ha parlato a voce più alta chinandosi in avanti, come se Amy fosse un po' sordo).

Amy                              - (caparbio) Non ne ho più di sessantadue.

Morland                        - (con leggero sarcasmo) Chi lo avreb­be creduto!

La signora

Morland                        - (c. s.) Giacomo!

Amy                       - Ma certo non me ne sento di più. Figu­rati che solo l'inverno scorso ho imparato a pat­tinare!

Morland                        - Io vado ancora fuori coi cani. L'ul­tima volta, Giorgio, ti sei dimenticato di venire.

Amy                       - Se intendi dire che ho poca memoria...

Morland                        - Ebbene?

Amy                              - Beh, ti dirò che io non ho mai portato occhiali in vita mia.

Morland                        - (aspro, togliendosi gli occhiali) Se qualche volta metto gli occhiali non è certo perché la mia vista sia difettosa. Ma oggi stampano i gior­nali con caratteri così piccoli...

Amy                              - In questo sono d'accordo con te. Special­mente...

Morland                  - (non lo sente) Ti sto dicendo che oggi stampano con caratteri molto piccoli. Non trovi?

Amy                              - Ti ho detto di sì. (Scherzoso) Mi pare che tu stia diventando un po' duro d'orecchio, Giacomo.

Morland                        - Io? Questa sì che mi piace! Sono sempre costretto a gridare, quando parlo con te...

Amy                       - Quello che mi secca non è che tu sia un po' sordo: non è colpa tua. Ma dalle tue risposte spesso rilevo che fingi di aver sentito quello che ti ho detto, mentre non hai sentito nulla. Questa è una piccola vanità sciocca, Giacomo.

Morland                        - (si alza irritato e va a destra della scri­vania) Vanità? A proposito, ho qui qualche cosa da farti vedere... qualche cosa della quale posso davvero essere orgoglioso. Non volevo mostrartela, perché so che ti farà torcere... Ma l'hai voluto tu, con le tue stupide accuse di vanità. (Amy sì alza e va verso la scrivania) Vedrai se non ti farà tor­cere... (La signora Morland tossisce ammonendo. Morland tira fuori un acquerello senza cornice, da un cassetto, e lo porta sulla tavola in fondo. Ri­spondendo all'ammonimento della signora Mor­land) No, Giorgio, non volevo dir questo. Sono certo che sarai felicissimo... che te ne pare? (Spie­ga l'acquerello, Amy lo esamina tenendolo lontano. Morland cerca di riprenderlo). Te lo tengo io, visto che hai le braccia così corte.

Amy                              - (seccatissimo, rifiuta indignato) Molto ca­rino. Di chi è? (Restituisce il dipinto).

Morland                  - Hai qualche dubbio? Io non ne ho affatto. Sono sicuro come sono sicuro di essere al mondo che è un Turner della prima maniera.

Amy                              - Turner!?! (Siede a sinistra della tavola).

Morland                        - (dà nuovamente il dipinto ad Amy che lo esamina con una lente) E chi altro vuoi che sia, se non Turner? Holman aveva accennato alla possibilità che fosse un Dayes. Che assurdità! (Se­dendo) Del resto, mi lusingo di non ingannarmi giudicandolo un Turner. Ha qualche cosa di in­confondibile, che non saprei definire... E' anche molto grazioso il soggetto, la scelta di questo pae­saggio... Dev'essere l'abbazia di Kirkstall, eviden­temente.

Amy                              - No; è quella di Rivaulx. Ne sono certo.

Morland                        - Ti dico che è Kirkstall. (La signora Morland tossicchia. Morland riprendendo il di­finto) Forse hai ragione; del resto non ha impor­tanza.

Amy                              - Aspetta; mi pare che ci sia un'incisione dell'abbazia di Rivaulx in quell'album di stampe che stavamo guardando poco anzi. Dov'è? Aspetta. (Prende l'album, lo sfoglia) Eccola... Rivaulx. Oh, che strano! E' proprio una riproduzione di questo dipinto e... (Trae di tasca una lente di in­grandimento) Guarda, guarda, guarda! E' firmato E. Dayes! (Morland è tutto un tremito; esamina il dipinto accostandoselo molto agli occhi e rimane male) Non prendertela, Giacomo. Mi spiace che tu abbia avuto questa delusione...

Morland                        - (alzandosi) Io... io... io... (Incontra lo sguardo di sua moglie) No, Fanny, niente... Ses­santadue! Sessantadue anni! (Va verso il fondo).

Amy                              - (offeso, si alza e si volge altrove. Poi va verso il fondo e si trova di fronte a Morland) Capisco benissimo il tuo dolore, Giacomo; ma credo che il tuo senso di umanità... Chiedo scusa di essermi trattenuto così a lungo. Vi auguro buon pomeriggio. E vi ringrazio, signora Morland, per la vostra immutabile ospitalità. (Morland è voltato verso la finestra e guarda fuori).

La signora

Morland                        - (come nel primo atto) Vi aiuto a mettere il soprabito, Giorgio.

Amy                              - Grazie, signora Morland. Non ho bisogno di aiuto. (Esce. La signora Morland lo segue tran­quilla. Morland getta il dipinto sulla tavola. Poi, ripensandoci, lo riprende e va a rimetterlo nel cas­setto della scrivania. Amy ritorna. Ha indossato il soprabito. La signora Morland lo conduce. Si av­vicina al marito, gli fa una riverenza. Poi ne fa una ad Amy che si arrende. Vicino alla tavola, ten­dendo la mano) Non posso allontanarmi in collera da questa casa, Giacomo.

Morland                        - Sono un vecchio irascibile, caro Gior­gio. Non so che farei senza di te... (Si stringono la mano. La signora Morland è andata verso il fondo).

Amy                              - E io senza di te. E tutti e due senza quella cara vecchia (guarda la signora Morland) per la quale siamo un'inesauribile fonte di gaiezza. (La signora Morland fa la riverenza) Di nuovo buon pomeriggio. Di' a Simone quando viene che do­mani sarò in casa ad aspettarlo. Arrivederci, Fanny. Certo ci considerate due rimbambiti, non è vero? La signora

Morland                        - (aggiustandogli la sciarpa) No, perché sarebbe la seconda infanzia, e non conosco nessun uomo che sia uscito completamente dalla prima... (Amy la minaccia scherzosamente col dito ed esce seguito fino alla porta da Morland).

Morland                        - (torna alla tavola, si riempie la pipa) E' un caro amico; ma è buffo com'è sensibile sulla faccenda dell'età. E come si addormenta mentre si sta parlando con lui...

La signora

Morland                        - Non è il solo a far que­sto. (E' presso alla finestra. Sta scendendo il crepuscolo. Morland le va vicino e si ferma alla sua destra).

Morland                        - Beh? Che stai pensando? La signora

Morland                        - Pensavo all'albero di me­le; e che hai dato ordine di abbatterlo.

Morland                        - Per forza. E' diventato un pericolo. Un giorno o l'altro potrebbe cadere addosso a qual­cuno.

La signora

Morland                        - Lo capisco. (Ricordando ma senza commuoversi) Il suo albero! Quante volte se ne serviva come scala per scendere in giardino!

Morland                        - Chi? Ah, già, sicuro. Si arrampicava su quell'albero? Ma sì, è vero. (Va vicino alla tavola).

La signora

Morland                        - (con bontà) Avevi dimen­ticato anche questo, Giacomo?

Morland                        - (dolente) Mi pare che sto dimenti­cando molte cose.

La signora

Morland                        - (dolcemente) Che vuoi farci?

Morland ...................... - E' passato tanto tempo da quando…. Quanto tempo è, Fanny?

La signora

Morland                        - (guardando fuori della fine­stra) Venticinque anni... un quarto di secolo. A momenti è buio: mi pare di vedere il crepuscolo che si addensa sui campi. (Va verso il sofà) Chiudi le tende, caro. (Morland eseguisce. Poi gira l'in­terruttore che è accanto alla porta. L'orologio suona la mezza. Sedendo sul sofà) Il treno di Simone dovrebbe arrivare a momenti, no?

Morland                        - Fra una diecina di minuti. Gli hai trasmesso quel telegramma?

La signora

Morland                        - No. Ho pensato che lo avrebbe avuto più presto trovandolo qui. (Prende il suo lavoro a maglia).

Morland                        - Credo anch'io. (Si muove dietro al divano. Turbato. Le toglie il lavoro dalle mani e si lascia cadere sul sofà vicino a lei). La signora

Morland                        - (voltandosi) Che c'è, caro?

Morland                        - (contrito. Chinandosi su lei) Temo di essere stato uno stupido quando ho parlato dell'al­bero di mele.

La signora

Morland                        - (sorridendo) Ma no!

Morland                        - Sì. Ti ho fatto male. La signora

Morland                        - (vivamente) Che scioc­chezza! Riaccenditi la pipa, caro. (Riprende il suo lavoro).

Morland                        - (caparbio, girando dietro al sofà) Non voglio fumare. Starò un mese senza fumare, per pu­nirmi. (Va al caminetto).

La signora

Morland                        - (lo guarda con tenerezza) Stupidone!

Morland                        - Come mai il mio cuore non si è spez­zato? Se fossi stato un uomo con del sentimento, mi si sarebbe spezzato il cuore venticinque anni fa... come si spezzò il tuo.

La signora

Morland                        - Ma no, caro, non si spezzò.

Morland                        - In un certo senso, sì. Allora io cre­detti che non avrei mai più potuto alzare la testa; ma in me c'è ancora qualche cosa del vecchio Adamo.

La signora

Morland                        - Quanto a questo... se in te c'è ancora qualcosa del vecchio Adamo, in me pure c'è qualcosa della vecchia Eva. Quando ab­biamo fatto quel viaggio in Isvizzera con Simone, due anni fa... l'ho goduto senza restrizione!

Morland                        - (andando a sederle vicino) La tua gaiezza non era finta?

La signora

Morland                        - No davvero. Sono pas­sata attraverso la valle delle tenebre, mio caro; ma grazie a Dio posso dire di essere tornata alla luce del sole. (Leggermente tremula) Credo che sia un bene che, col passare degli anni, i morti si allon­tanino da noi.

Morland                        - Alcuni dicono che non è vero. La signora

Morland                        - Tu ed io possiamo affer­marlo, Giacomo.

Morland                        - Credo che lassù, nelle Ebridi nebbiose, ritengano che lei è ancora nell'isola. (Breve pausa) Fanny, per quanto tempo... lo hai quasi creduto anche tu?

La signora

Morland                        - (posando il suo lavoro) Sono passati tanti anni... Da principio, no; mi ag­grappavo all'idea che... (Si interrompe. Morland le accarezza dolcemente la mano. Lei sospira e ri­prende il lavoro) E' una idea strana, impenetrabile. Come se Mary Rose fosse una cosa bella che tu, io e Simone abbiamo sognato insieme. Tu hai di­menticato molto; ed io pure. Anche quella stanza... (guarda verso sinistra) ... è stata la sua per tanto tempo... anche durante la sua breve vita di sposa... spesso mi capita di entrarvi senza ricordarmi che era la sua.

Morland                        - (alzandosi) Strano! E anche terribile...

                                      - (Va vicino alla tavola. Un po' amaro) Sei bell'e dimenticata, Mary Rose!

La signora

Morland ...................... - Sai benissimo che non è vero, mio caro. Ma Mary Rose appartiene al pas­sato e noi dobbiamo vivere nel presente sia pure ancora per breve tempo. Anche se potessimo farla tornare per raccontarci e spiegarci il significato di tutte queste cose, credo che sarebbe... non so, un disonore.

Morland                        - Pare anche a me. (Facendo qualche passo) Credi che Simone la pensi anche lui così?

 La signora

Morland                        - Non essere amaro con la tua vecchia moglie, Giacomo. Simone le voleva molto bene. Era un vero innamorato.

Morland                        - (volgendosi altrove. L'amarezza torna len­tamente) Era! Era! Ma è tutto « era » per quanto riguarda Mary Rose?!

La signora

Morland                        - Ma non poteva fare diversamente! Si è rivolto a tutti per consiglio, per aiuto, per ogni tentativo. E per molto tempo è tor­nato ogni anno nell'isola...

Morland                        - Già; ma poi un anno non è andato e così la cosa è finita.

La signora

Morland                        -  Però non ha mai ripreso moglie. Molti altri lo avrebbero fatto. (Posa il lavoro e si alza lisciandosi le pieghe del vestito).

Morland                        - E' sempre di buon umore... La signora

Morland                        - Vuoi dire che non è caduto nella disperazione? No, per fortuna la sua ferita si è risanata.

Morland                        - Non è che io voglia criticarlo, Fanny. Ma penso che se una persona tornasse dopo venti­cinque anni... per quanto sia stata amata... noi... insomma... che cosa potremmo dirle, Fanny?

La signora

Morland                        - No, Giacomo, ti prego! (Gli ha posato una mano sulla spalla, guarda la pendola) Simone è in ritardo, no?

Morland                        - Un poco. (Si alza, guarda il proprio orologio, va a sinistra) Ho sentito il treno pochi minuti fa... Potrebbe già essere qui, se avesse avuto la fortuna di trovare una carrozza; ma se viene a piedi attraverso i campi...

La signora

Morland                        - Sssst... Senti!

Morland                        - (tende l'orecchio) Sì; è rumore di ruote. Probabilmente è Simone. Ha trovato la car­rozza.

La signora

Morland                        - (va alla finestra e scruta fuori) Speriamo che non rida di me che ho acceso il camino!

Morland                        - (con finta gravità, volgendole le spalle) Immagino che gli avrai preparato le calze di lana da mettere a letto...

La signora

Morland                        - (credendogli) Credi che le metterebbe? (Si volta e vede che ride) Canaglia! (Apre la porta dì destra ed esce. Di dentro) Sei tu, Simone?

Simone                          - (d. d.) Eccomi qui! (Entra portando in braccio la signora Morland. Ha il pastrano di uffi­ciale e il berretto di ordinanza. Dimostra ì suoi cin­quantacinque anni o giù di lì. Brizzolato, sebbene senza molti capelli. Il ciuffo è scomparso. Appesan­tito, vigoroso, con tono autorevole. Un tipo molto virile. Può essere anche serio, ma in questo momento è gaio ed espansivo).

La signora

Morland                        - Mettimi giù, brutto orso!

Simone                          - Mettiamo a bordo la signora! (ha posa a terra e fa il saluto militare).

La signora

Morland                        - Sai che detesto essere strapazzata! (E' contentissima).

Morland                        - Non è vero: le piace moltissimo! E' sempre stata così!

Simone                          - Dio la benedica; sono tutte eguali (Si toglie il pastrano. La signora Morland lo prende e va a metterlo su una sedia dietro la tavola. Simone siede sul divano stropicciandosi le mani). La signora

Morland                        - (dandosi da fare attorno a luì) Che mani fredde! Vieni vicino al fuoco. (Lo fa mettere all'estremità del sofà e siede alla sua destra).

Morland                        - Però ha l'aria di star bene! (Siede davanti al fuoco).

Simone                          - Sto benone, difatti. (Sì scalda le mani).

La signora

Morland                        - Sono tanto contenta di averti qui. Il tuo treno è arrivato in ritardo, vero?

Simone                          - Di pochi minuti. Ho dovuto fare delle acrobazie per riuscire ad accaparrarmi l'unica car­rozza; ma ci sono riuscito!

Morland                        - Credevamo che venissi a piedi, per i campi.

Simone                          - No, ma ho visto due persone scese dal treno che si avviavano da quella parte. Una era una signora. Mi è sembrato che il suo modo di camminare non mi riuscisse nuovo; ma era già piut­tosto buio e non ho potuto riconoscerla. La signora

Morland                        - (alzandosi) Sarà stata Berta Colinton. (Va verso la tavola) So che era andata a Londra.

Simone                          - Può darsi. Se avessi immaginato che era lei, le avrei offerto un passaggio. (Con impor­tanza) Mamma, ho una buona notizia: ho ottenuto l'imbarco sul « Bellerofonte».

La signora

Morland                        - (volgendosi estatica) Pro­prio la nave che desideravi!

Simone                          - Precisamente! (La signora Morland ap­parecchia la tavola).

Morland                        - Bravo, Simone!

Simone                          - E' la realizzazione di un'ambizione di tutta la vita. Devo riconoscere che sono fortunato.

Morland                        - (scherzoso) Brutta vita, però, quella del marinaio!

Simone                          - Brutta! L'ho detestata fin da quando dormivo sul vecchio « Britannia» coi piedi fuori dell'oblò per rinfrescarli. Dormivamo tutti in quel modo. Doveva essere uno spettacolo molto grazioso visto dall'acqua! Sì, brutta vita; ma non la cambierei con nessun'altra al mondo.

La signora  

Morland                        - Simone, dimenticavo... C'è un telegramma per te.

Simone                          - Date qua!

La signora  

Morland                        - L'ho messo in camera tua: vado a prenderlo. (Esce da sinistra).

Simone                          - Purché non mi richiamino... Avevo spe­rato di avere almeno cinque giorni di riposo. (La signora Morland rientra e gli dà il telegramma). La signora

Morland                        - Non lo abbiamo aperto.

Simone                          - (a Morland mentre si alza) Scommetto che mi richiamano.

La signora

Morland                        - E' arrivato dall'altro ieri.

Simone                          - (voltandosi sorpreso) Due giorni! Vorrei sapere...

La signora

Morland                        - Non mi piacciono i tele­grammi, Simone: troppe volte contengono cattive notizie...

Simone                          - Ma anche buone, molte volte. Forse sarà finalmente del mio Harry. Credete, mamma, che io sia stato troppo duro con lui? La signora

Morland                        - A volte penso di sì... Ma apri il telegramma, Simone. (Simone apre, legge e riceve una tremenda impressione. La signora Mor­land è spaventata dall'espressione del suo volto. Morland sì alza, fa un passo, prende il telegramma, lo legge. La signora Morland rompendo il silenzio penoso) Non può essere una notizia così terribile! Siamo tutti qui... (Supplichevole) Giacomo!

Morland                        - Non può essere! Non può essere!

Simone                          - (il suo primo pensiero è per la signora Mor­land. La conduce affettuosamente a sedere sul sofà. Siede accanto a lei, le accarezza le guance con bontà e tenerezza) Non abbiate paura, mamma. Non c'è da aver paura. Sono buone notizie e voi siete tanto coraggiosa; avete sopportato bravamente ogni cosa, avrete coraggio ancora per un minuto, non è vero? (La signora Morland annuisce) Mamma cara, è Mary Rose!

Morland                        - (ancora sbalordito) Non può esser vero! E' troppo bello per esser vero! La signora

Morland                        - (piano) E' viva, la mia Mary Rose?

Simone                          - (sempre pieno di sollecitudine per lei) Va tutto bene, mamma... tutto bene. Non lo direi se non fosse vero. Mary Rose è tornata. (Prende il telegramma dalle mani di Morland) E' di Cameron. Vi ricordate chi è... Ora è parroco della località. Ve lo leggo. (Legge) «Vostra moglie tornata. E' stata trovata oggi nell'isola. Ve la riaccompagno. Sta benissimo ma dovrete usare molta cautela ».

La signora

Morland                        - Ma come può essere, Simone?

Simone                          - Non ho nessun dubbio. Cameron non mi ingannerebbe.

Morland                        - Può ingannarsi lui. Era un semplice conoscente...

Simone                          - Sono sicuro che è vero. La conosceva bene come noi.

Morland                        - Ma dopo venticinque anni!

Simone                          - Credete che io non l'avrei riconosciuta, dopo venticinque anni?

La signora

Morland                        - Dio... Dio... chi sa com'è cambiata...

Simone                          - Per quanto sia cambiata, mamma, credete che non riconoscerei immediatamente la mia Mary Rose? I suoi capelli possono essere diventati grigi come i miei... il suo viso... la sua figuretta... la sua andatura così carina... anche se tutto fosse scomparso, credete che non la riconoscerei subito?! (A un tratto è colpito da un pensiero penoso. Sì alza lentamente) Dio mio... l'ho vista e non l'ho riconosciuta!

La signora

Morland                        - Simone!

Simone                          - (andando lentamente nel centro) Era Cameron con lei. (Si volge a loro) Dovevano essere sul mio treno. E' lei che ho visto avviarsi per i campi... i suoi passi svelti di quand'era eccitata e si metteva quasi a correre... Ho riconosciuto il suo passo senza ricordare che era lei...

Morland                        - (confortandolo) Era quasi buio...

Simone                          - (quasi in un sussurro) Mary Rose sta venendo attraverso i campi! (Esce da destra. Una pausa. I due sentono ora la loro età. Morland va lentamente alla finestra e guarda fuori aprendo uno spiraglio fra le tende, ha signora Morland fissa il fuoco con le mani abbandonate in grembo).

Morland                        - Si è fatto quasi buio del tutto... Non... non mi stupirei se stanotte brinasse. (Dopo breve pausa) Vorrei poter essere utile... (Non sa dire altro. Passa dietro al sofà, posa per un momento la mano sulla spalla della moglie, poi va vicino al fuoco, rimanendo alla sinistra di lei nel momento in cui Cameron entra da destra. Cameron ha già quasi l'aspetto di un vecchio. E' grave e conturbato. E' un brav'uomo. Indossa un pesante cappotto e una sciarpa al collo che nascondono l'abito ecclesiastico scozzese).

La signora  Morland     - (alzandosi) Il signor Ca­meron?

Cameron                       - Sì.

La signora

Morland                        - Diteci presto, signor Ca­meron: è proprio vero?

Cameron                       - E' vero, signora. Il signor Blake ci è venuto incontro e ora è con lei. Mi sono affrettato a precederli per dirvi quello che credo necessario sappiate. E' bene per lei che lo sappiate subito. La signora

Morland                        - (in fretta)    - Vi prego. (Pren­de il braccio del marito che le accarezza la mano).

Cameron                       - Dovete essere preparati a trovarla... diversa.

La signora

Morland                        - (sedendo sul sofà) Tutti siamo cambiati. L'età...

Cameron                       - (sedendo su una sedia accanto alla ta­vola) Voglio dire, signora Morland, diversa da quella che vi aspettate. Non è cambiata come siamo cambiati noi. E' tale e quale com'era il giorno in cui è andata via. (La signora Morland si ritrae un poco rabbrividendo) Crede che questi venticinque anni siano soltanto un'ora, passata dal momento in cui il signor Blake la lasciò per uno scherzo in­comprensibile.

La signora

Morland                        - (al marito) Giacomo! Lo stesso come l'altra volta?

Morland                        - (a Cameron) Ma quando glielo avete detto?

Cameron                       - Non ha voluto capirlo. La signora

Morland                        - Deve pure aver visto che siete molto più vecchio...

Cameron                       - Non ha riconosciuto in me il ragazzo che era con lei quel giorno. E quando ho visto che non mi riconosceva ho creduto bene, era già abba­stanza turbata, non dirglielo.

Morland                        - Ma ora che ha visto Simone... il suo aspetto, i suoi capelli grigi... quando lo ha visto, ha dovuto capire.

Cameron                       - Non ne sono sicuro. (Occhiata alla porta) Là fuori è buio.

Morland                        - Deve capire che lui non l'avrebbe mai abbandonata!

Cameron                       - Questo è ciò che segretamente la pre­occupa, ma non vuole parlarne. Ha nel cuore qual­cosa come un terribile timore. La signora

Morland                        - (comprendendo) Ho ca­pito! Harry! (Si alza) Deve certamente credere che Harry sia ancora un bambino.

Cameron                       - Non ho mai saputo che ne è stato del ragazzo.

La signora

Morland                        - Povero Harry! (Indicando la porta a sinistra) Quella stanza era quella dove giocava. Era talmente vivace! A dodici anni scappò di casa per andare sul mare. Abbiamo avuto qual­che lettera dall'Australia... pochissime... e non sap­piamo neppure dove si trovi adesso.

Morland                        - (facendo qualche passo) Come è stata trovata, signor Cameron?

Cameron                       - Due uomini che erano andati in barca a pescare l'hanno vista. Era addormentata sulla riva, proprio nel punto dove il signor Blake accese il fuoco venticinque anni or sono. Vicino a un fras­sino. In un primo momento avevano paura di sbar­care, ma poi si decisero. Hanno detto che il suo volto, mentre dormiva, esprimeva una tale gioia che sembrò loro un peccato svegliarla.

Morland                        - Gioia? E quando la svegliarono?

Cameron                       - Non sapeva niente di quanto era ac­caduto.

La signora

Morland                        - Niente! (Si copre il viso con le mani. Cameron si alza e viene sul davanti a destra).

Morland                        - A volte mi sono chiesto... (Si inter­rompe perché ha udito chiudersi una porta. La si­gnora Morland si avvicina a lui. Si sente per le scale il rumore dei tacchi di Mary Rose. Se nel primo atto è stato fatto bene, ora deve produrre una strana impressione. Morland va verso il sofà, ha porta si apre e Mary Rose entra di corsa. E' tale e quale come l'abbiamo vista l'ultima volta. Stessa età e stesso abito, soltanto molto sbiadito; Simone la segue).

Mary Rose                    - Mamma! (Corre da sua madre nello stesso modo impetuoso di una volta, ha signora Morland le tende le braccia. Ma prima che le due donne, si incontrino Mary Rose si accorge del muta­mento nell'aspetto di sua madre e si ferma di scatto. Tutta questa scena è però molto quieta) Che cos'è?... La signora

Morland                        - Amore mio! (Ma Mary Rose si ritrae).

Morland                        - (fa un passo verso di lei) Mary Rose!

Mary Rose                    - Babbo! (Corre a lui. Simone muove dietro alla signora Morland e va vicino al sofà, quindi si ferma. Vede che Morland produce lo stesso effetto su Mary Rose. Questa difatti si ritrae e poi si volge timidamente a Simone con la mano tesa, più stupita che spaventata) Che cos'è, Simone? (Vino a questo momento essa non ha visto il cambiamento di lui. Ora vede i capelli grigi e si ritrae ancora).

Simone                          - (prendendola fra le braccia) Moglie mia diletta! (Per un momento Mary Rose riposa con­tenta fra le sue braccia, ma poco dopo si svincola dolcemente perché ha in mente qualche cosa. Si dirige verso la signora Morland). La signora

Morland                        - (accarezzandola) Mary Rose... Mary Rose...

Morland                        - (debolmente, incapace di fronteggiare la situazione) Siamo contenti di... Hai fatto buon viaggio, Mary Rose? (Mary Rose sì volge a guar­darlo) Vuoi una tazza di tè?

Mary Rose                    - (i suoi occhi vanno da lui alla porta di sinistra. Vorrebbe correre in quella stanza ma non osa. Corre di nuovo alla madre. Carezzevole) Dimmi!

Morland                        - Che cosa, cara? (Mary Rose volge il viso verso la porta di sinistra e la signora Morland e Simone involontariamente guardano nella stessa direzione. Mary Rose lascia Morland e muove viva­mente verso Cameron).

Mary Rose                    - (a Cameron, supplichevole) Voi?... (Cameron le tocca la mano e sì volge altrove. Mary Rose fa un passo indietro, sì volta, va da Simone, gli accarezza un braccio, lusinghevole. Tutti sono molto quieti, senza agitazione) Simone... Sii buono con me, caro Simone e dimmi.

Simone                          - Amore caro, da quando ti ho perso... è passato tanto... tanto tempo...

Mary Rose                    - (petulante e supplichevole) Non è vero... non è passato tanto tempo. (Si volta e va dalla madre) Dimmelo tu, mamma cara.

Morland                        - Non so che cosa vuol sapere... La signora

Morland                        - Io lo so.

Mary Rose                    - (sottovoce, come una bimba infelice) Dov'è il mio bimbo? (Non possono risponderle, lei guarda tutti, poi corre in fondo ed esce da sinistra. Simone e la signora Morland la seguono frettolosi. Morland e Cameron restano soli. Una pausa. Entrambi si rendono conto di quanto sta accadendo in quell'altra stanza. Cameron siede a destra della tavola. Morland va a sinistra della tavola).

Morland                        - Siete mai stato prima d'ora da que­ste parti, signor Cameron?

Cameron                       - Mai. E' la prima volta che vengo in Inghilterra. (Cercano di far conversazione, ma ognuno dei due non ascolta, o quasi, le parole dell'altro. Pensano a ciò che accade nell'altra stanza) Non mi sono mai allontanato tanto dal mare. Di qui non se ne sente il rumore. Mi sembra tanto strano. (I suoi occhi vanno alla porta di sinistra).

Morland                        - Siamo a circa venticinque chilometri dal mare; ma il nostro paesaggio è molto bello. Spero che mi concederete il piacere di farvi visi­tare il paese, mentre siete qui.

Cameron                       - (costringe il suo sguardo a distogliersi dalla porta. Vagamente, ma cercando di esser gen­tile col vecchio) Grazie, signor Morland. Ma... date le circostanze, non disturbatevi per me. (Si alza. Pa qualche passo sempre fissando la porta di sinistra. Entrambi tendono l'orecchio, ma da quella stanza non giunge nessuna voce).

Morland                        - Faccio collezione di stampe, nella misura che i miei mezzi mi permettono. Non so se vi può interessare. Ho un disegno a lapis di Cousins... indubbiamente autentico.

Cameron                       - (passando dietro alla sedia di Mor­land) Mi spiace di essere ignorante in materia. Questa cosa così strana, così inesplicabile...

Morland                        - (senza emozione: non è più capace di provarne) Vi prego, non me ne parlate. Sono... sono vecchio. Per tutta la vita mi sono occupato di piccole cose... piacevoli... e non posso affron­tare... non posso affrontare... (Cameron gli posa una mano sulla spalla con simpatia) Credete che abbia fatto bene a tornare, signor Cameron? (Ca­meron volge lentamente il capo verso la porta di sinistra mentre la luce diminuisce e cala il sipario).

QUADRO SECONDO

Siamo nuovamente nella stanza scoglia del primo quadro del primo atto. Tutto è come nel momento in cui il velario si era chiuso su quella scena; sol­tanto un poco più buio. Il fuoco, benché ancora acceso, arde lentamente. Si scorge Harry indistin­tamente; è seduto e fissa il fuoco con gli occhi sbarrati, ha porta a sinistra in fondo è ancora aperta. (La signora Otery viene dalla porta di destra por­tando una candela accesa e una grande tazza e piattino da colazione).

La signora Otery           - Ecco il tè, signore. State qui al buio? Ve l'ho preparato in non più di dieci minuti, come vi avevo promesso. Ho dovuto... (Si interrompe bruscamente spaventata dall'aspetto di lui. Avvicina di più la candela che è la sola luce nella stanza oltre a quella fioca del fuoco. Ora si vede più chiaramente il volto di Harry intento a fissare il fuoco quasi vedesse strane cose, tanto strane, che è incapace a muoversi. E' come se fosse in «  trance » ad occhi aperti) Che cos'avete? Ec­covi il tè, signore. Vi ho portato una tazza di tè... Sono stata in cucina dieci minuti.

Harry                             - (alzandosi) Un momento. (Si guarda attorno come se volesse rendersi conto del luogo. Poi fissa il piccolo corridoio. Poi alla donna) Da­temi il tè! (Afferra la tazza e beve avidamente. La signora Otery va a sinistra e posa la candela sulla mensola del camino) Ora va meglio. Grazie.

La signora Otery           - (prende la tazza e la posa sulla mensola. Harry volge nuovamente lo sguardo dal corridoio a lei che intuisce che è successo qualcosa di strano) Avete visto qualche cosa?

Harry                             - (va alla porta. Poi si ritrae dietro ad una cassa, ma sempre fissando la porta) Venite qui! (La signora Otery si avvicina. Con asprezza) Sen­tite: mentre ero lì seduto - badate bene, non dor­mivo - non è un sogno; ma sono cose del lontano passato, che riguardano questa vecchia casa, cose che ignoravo... sono sbucati tutti e si sono riuniti attorno a me: li ho visti tutti chiaramente. Non so che pensare, donna. Ma non importa. (Siede sulla cassa) Perciò ora... ditemi... di questo spettro.

La signora Otery           - (dalla poltrona a destra) Non è cosa che vi riguarda.

Harry                             - Si che mi riguarda! Quelli che stavano qui... i Morland...

La signora Otery           - Questo è il nome. Imma­gino che ve lo abbiano detto in paese?

Harry                             - L'ho sempre saputo. E' il mio nome. Appartengo alla famiglia.

La signora Otery           - (che lo aveva sospettato) Ah!

Harry                             - Immagino sia questa la ragione per cui sono venuti, quando mi sono seduto qui. Parla­temi di loro.

La signora Otery           - So ben poco. Se n'erano andati prima che venissi io. Il vecchio e sua moglie erano ormai troppo deboli per rimanere soli... sono andati a stare con certi loro amici, in un'altra parte della contea. Stanno là... se sono ancora vivi.

Harry                             - Sono vivi. Infatti vado a trovarli. (Rau­co) Non è di loro che vi chiedo.

La signora Otery           - Avevano un genero, un marinaio. In guerra si è molto distinto: è diven­tato un grand'uomo.

Harry                             - Andrò a trovare anche lui. E' mio padre. Ho sempre pensato male di lui, ma ora capisco di più... Avanti: c'è ancora qualcuno.

La signora Otery           - No, nessuno.

Harry                             - C'è ancora una persona.

La signora Otery           - E' morta. Non l'ho mai vista viva.

Harry                             - (dopo una pausa) Dov'è sepolta?

La signora Otery           - Vicino alla chiesa.

Harry                             - C'è una lapide?

La signora Otery           - Sì.

Harry                             - E c'è scritta la sua età?

La signora Otery           - No.

Harry                             - C'è qualcuno che si occupa di quel luogo sacro?

La signora Otery           - Potete vederlo voi stesso.

Harry                             - Lo vedrò. Dunque, è il suo spettro che gira in questa casa? (La signora Otery rabbrividisce e non risponde. Harry finge di essere nuovamente cinico) Gli spettri non esistono. Eppure... (Guarda la sedia) E' vero che coloro che abitavano qui sono partiti in fretta e furia? (La signora Otery accenna di sì) A causa di uno spettro... di una cosa che esiste? (Ma non è troppo sicuro. Getta uno sguardo al corridoio).

La signora Otery           - Quando sono entrata ave­vate lo sguardo fisso. Ho creduto che l'aveste veduta.

Harry                             - Voi l'avete mai vista? (La signora Otery accenna di sì) Dove? In questa stanza? (La signora Otery guarda la stanza a sinistra) Ah! Ed è mai stata vista fuori da quella camera?

La signora Otery           - In tutta la casa... in tutte le stanze e per le scale. (Fa un passo verso di luì come a sfidare la sua incredulità) Vi dico che l'ho incontrata per le scale; si è scansata per lasciarmi passare e mi ha detto «buonasera » timidamente; un'altra volta mi è passata davanti come una folata di vento.

Harry                             - Com'è?

La signora Otery           - Si direbbe una di noi. Ma è leggera come l'aria. E ho visto... delle cose.

Harry                             - Ah sì? Ma pare che sia innocua, no?

La signora Otery           - Alcuni hanno un'opinione diversa. Per esempio, quelli che sono andati via in tutta fretta. Se lei sapesse che voi glielo nascon­dete, vi farebbe certamente del male.

Harry                             - Le nascondessi che cosa?

La signora Otery           - Quello per cui gira instan­cabile in questa vecchia casa cercando, cercando, cercando... Ma non so che cosa sia.

Harry                             - (cupo, sebbene sia veramente commosso) Forse potrei dirvelo io. Forse potrei anche metterla sulla buona via per trovarlo.

La signora Otery           - Allora... Dio volesse che poteste farlo, per darle riposo.

Harry                             - (amaramente) Cara la mia vecchia, c'è qualcosa di peggio di non trovare quello che si cerca... ed è il trovarlo così diverso da quello che si sperava. ("Tornando ad aggrapparsi al suo cini­smo) Uno spettro! Macché! Eppure... eppure... (Alzandosi) Sapete una cosa? Ora vado in quella stanza.

La signora Otery           - Come credete. A me non importa nulla.

Harry                             - (andando verso sinistra) Sfonderò la porta.

La signora Otery           - Inutile: non è chiusa a chiave. L'ho detto apposta. (Va a destra).

Harry                             - (la segue con lo sguardo) Oh! Eppure ho provato ad aprirla e non sono riuscito. Cre­dete (indicando col mento) che sia là dentro?

La signora Otery           - Può darsi.

Harry                             - (ha un brivido. Viene verso il centro) Lasciatemi qui, adesso. Voglio vedere...

La signora Otery           - (che indovina il suo scopo) No. Credete di non essere in pericolo, ma...

Harry                             - E' necessario, buona donna, (ha signora Otery esita, poi va alla porta di destra. Si ferma sentendo che Harry parla ancora) Avete detto che siete stata assente da questa stanza solo dieci minuti?

La signora Otery           - Non di più. (Esce).

Harry                             - Dio! (Sebbene finora abbia fatto il pos­sibile per conservare la sua spavalderia, in questo momento si sente soverchiato dal mistero della si­tuazione. Il suo sgomento è più profondo della sua pietà per Mary Rose. Si volge verso la porta, esita, poi va a prendere la candela sul caminetto e va alla porta di sinistra ed esce, ha camera rimane così al buio. Si vede Harry che solleva la candela per guardare nella camera interna ma evidentemente non vede nulla. Rientra in scena riparando la can­dela con la mano che pertanto non getta più luce davanti a se, finché non toglierà la mano. Allora lui e noi vediamo Mary Rose ritta a destra in centro. E' tale e quale, soltanto più pallida. In­dossa lo stesso abito ormai completamente scolo­rito, ha candela illumina il volto di Harry, ma Mary Rose è in una luce azzurra-grigia che è diffusa in quella parte della stanza e la sua figura è piuttosto vaga, l'effetto si ottiene ponendo lui in luce e lei in una semi-oscurità. Non bisogna ten­tare di raggiungere effetti troppo teatrali, ha ca­mera è adesso assai meno illuminata di quando c'era la signora Otery. Per il momento Mary Rose non si muove. Ma quando si muove i suoi movi­menti debbono essere assolutamente silenziosi in contrasto con quelli di Harry. Vedendola, Harry ha una scossa ma rimane tranquillo. Tutto quanto vi è di meglio in lui viene a galla in questo in­contro. Ed egli è molto desideroso, nella sua ma­niera rozza, dì essere buono, ha accetta come spet­tro e questo giustifica il suo contegno, lei ha un po' dì paura e luì dal principio è troppo sbalordito per parlare, sebbene gli sembri dì sentirsi sicuro. Non ha paura. Nessuno potrebbe aver paura di quel piccolo spettro malinconico).

Mary Rose                    - (dopo averlo scrutato rimane al suo posto. E' pur sempre uno spettro infantile) Sei venuto per comprare la casa?

Harry                             - (sempre con la candela in mano. Ha un momento di esitazione non sapendo come deve rispondere a quella visitatrice ultraterrena) No, davvéro.

Mary Rose                    - (prendendo le difese della casa) Ma è una casa molto bella... (Dubbiosa) O no?

Harry                             - Era una bella casa, una volta.

Mary Rose                    - (contenta) Vero? (Sospettosa) La conoscevi, questa casa?

Harry                             - (ha l'impressione che possa accadere qua­lunque cosa se distoglie gli occhi da lei) Quando ero un ragazzo.

Mary Rose                    - Ragazzo! Allora eri tu che ridevi!

Harry                             - Quando?

Mary Rose                    - (sconcertante) C'era qualcuno che rideva in questa casa. (Malinconica) Non credi che il riso sia un suono molto piacevole?

Harry                             - (sconcertato) Può darsi. Forse sì. Non ci ho mai pensato.

Mary Rose                    - Sei vecchio, tu.

Harry                             - Sto invecchiando.

Mary Rose                    - (confdenziale, perché la cosa è molto importante per lei) Vorresti dirmi perché tutti sono tanto vecchi? (A un tratto è curiosa di lui) Non ti conosco. O ti conosco?

Harry                             - Non saprei... Guardami. (Mary Rose va verso di lui e lo guarda in modo infantile. Egli solleva la candela in modo da illuminare meglio il proprio viso ma non quello di lei) Forse mi hai visto tanto tempo fa... mentre giocavo... in giar­dino... o anche in casa.

Mary Rose                    - (è un po' conturbata ma non sa perché) Tu... non sei Simone, a volte?

Harry                             - No. Mi chiamo Harry. (Sa che questo nome può turbarla).


Mary Rose                    - (si irrigidisce istantaneamente e in­dietreggia dì un passo) Non lo credo. E non ti permetto di dire questo.

Harry                             - Sono un tipo un po' strambo e mi pia­cerebbe che tu mi chiamassi Harry.

Mary Rose                    - Declino la proposta. (Cortesemente) Mi spiace, ma declino la proposta recisamente. (Ora ha un certa diffidenza).

Harry                             - Senz'offesa. (Ora il suo volto esprime grande pietà per lei).

Mary Rose                    - (notandolo) Forse ti faccio pena.

Harry                             - (con sentimento) E' vero.

Mary Rose                    - (infantile) Anch'io mi faccio pena.

Harry                             - (commosso) Se almeno ci fosse qualche cosa che io potessi. (Desidera disperatamente di aiutarla. Guarda la poltrona) Non mi intendo di spettri... non ne so proprio nulla... possono sedersi? Potresti... (Va verso la poltrona. Vorrebbe che lei sedesse. Volta la poltrona verso di lei).

Mary Rose                    - Quello è il tuo posto.

Harry                             - (stupito) Come sarebbe a dire?

Mary Rose                    - Eri seduto là, prima.

Harry                             - (a disagio) Eri in questa stanza mentre io stavo seduto là?

Mary Rose                    - (occhiata al corridoio) Sono venuta per vederti e sono stata dietro a te.

Harry                             - (rabbrividisce e cerca in tasca il coltello. Poi, ricordandosi, va alla cassa dove lo aveva la­sciato. Il coltello non c'è più) Dov'è il mio col­tello? (Si volge a lei) Eri dietro alla mia sedia col coltello in mano? (Mary Rose rimane in silenzio, imbronciata. Harry va verso di lei) Dammi il mio coltello. (Mary Rose lo ha nella mano destra, Harry glielo prende e se lo mette in tasca. Poi va a po­sare la candela sulla mensola) Perché lo avevi preso?

Mary Rose                    - Perché avevo pensato che forse eri tu.

Harry                             - Io? Io che cosa? Perché?

Mary Rose                    - Quello che me lo ha portato via. Che me lo ha rubato.

Harry                             - Dio mio! Capisco! In certo modo, si potrebbe dire che sono proprio io.

Mary Rose                    - (facendo un passo verso dì lui) Restituiscimelo.

Harry                             - Magari potessi! Ma temo che non po­trebbe ubbidire a nessun richiamo...

Mary Rose                    - (in modo inatteso) Chi è?

Harry                             - (sorpreso) Vuoi dire che hai dimenti­cato chi stai cercando?

Mary Rose                    - (accenna dì sì) Una volta lo sa­pevo. Ma non mi ricordo. E' passato tanto tempo. E sono tanto stanca. (Un altro passo verso di lui) Per favore, posso andare a giocare adesso?

Harry                             - Vuoi andar via? Dove? Là, in quel luogo lontano? (Mary Rose accenna di sì) Che luogo è? Ci si sta bene? Si giuoca?

Mary Rose                    - Oh! E' bello, bello, bello!

Harry                             - Ma non è l'isola, che è tanto bella?

Mary Rose                    - No.

Harry                             - L'isola è forse solo il principio di tanta bellezza?

Mary Rose                    - Sì.

Harry                             - Lo avevo immaginato... E vi sono spet­tri in quel luogo?

Mary Rose                    - (sorpresa ed enfatica) No!

Harry                             - Certo?

Mary Rose                    - Parola d'onore!

Harry                             - Allora sono... i morti?

Mary Rose                    - Che cosa vuoi dire?

Harry                             - Come se un pezzetto di paradiso fosse andato a cadere in quel braccio di mare...

Mary Rose                    - (carezzevole facendo ancora un passo verso dì lui) Ti prego. Non ho più voglia di essere uno spettro.

Harry                             - E' inutile che speri che io possa aiu­tarti. Non so proprio cosa potrei fare. (Siede nella poltrona. Esita un momento) Spettro... « spettro-lino», vieni da me. Non vuoi?... (Indica che vor­rebbe affettuosamente prenderla in grembo).

Mary Rose                    - (comprendendo) No, davvero.

Harry                             - No? Se vieni... posso cercare di aiutarti. (Mary Rose si avvicina e siede sulle sue ginocchia senza che egli la aiuti) Benissimo! Vedi, mentre stavo qui solo seduto davanti al fuoco, mi è sem­brato di sentirti quando dicevi che un giorno, quando il tuo Harry fosse stato un uomo, ti sa­rebbe piaciuto sedere sulle sue ginocchia.

Mary Rose                    - (citando se stessa ma senza espres­sione) Il momento più bello della mia vita sarà quando lui sarà un uomo e mi prenderà sulle sue ginocchia invece di sedersi sulle mie. (Il fuoco e la candela ora illuminano lui ma non lei, la quale ha sempre un aspetto irreale).

Harry                             - Adesso vedi chi sono?

Mary Rose                    - Un brav'uomo.

Harry                             - Ed è tutto quello che sai di me?

Mary Rose                    - Sì.

Harry                             - C'è un nome col quale vorrei che tu mi chiamassi; ma è meglio che io non ti tor­menti... povero piccolo spettro. (Si sente smarrito) Vorrei sapere se c'è mai stato un uomo con un fantasma a sedere sulle ginocchia.

Mary Rose                    - (ingenua) Non saprei.

Harry                             - Mi pare che il fatto di essere un fan­tasma ti faccia paura.

Mary Rose                    - Sì.

Harry                             - Credo che per un'anima timida essere uno spettro sia peggio che vederne uno.

Harry                             - Ci si sente molto soli, quando si è spettri?

Mary Rose                    - Sì.

Harry                             - E ne conosci altri?

Mary Rose                    - (con tristezza) No.

Harry                             - Ti piacerebbe conoscerne?

Mary Rose                    - Sì.

Harry                             - Lo capisco. Ed ora vorresti andare a giocare?

Mary Rose                    - Sì, per favore!

Harry                             - In questa casa fredda, invece di an­dare in giro a cercare, ti metti a volte a giocare da sola?

Mary Rose                    - Sì, ma non dirlo a nessuno.

Harry                             - Non parlerò. Sei molto carina. (Come a una bimba) Che belle scarpine!

Mary Rose                    - (solleva il piede, contenta) Belle fibbie.

Harry                             - Hai anche dei bei capelli.

Mary Rose                    - Bei capelli.

Harry                             - Ti ricordi quel ciuffo che era sulla... sulla testa di Simone?

Mary Rose                    - (allegro) Brutto ciuffo!

Harry                             - L'ho anch'io. (Si toglie il cappello, sic­ché si vede il ciuffo).

Mary Rose                    - Oh, mio Dio, che brutto ciuffo! (Sembra che voglia accarezzarlo ma essendo uno spettro in realtà non lo tocca. Anche il braccio dì Harry non le circonda la vita sebbene sia sulle sue ginocchia).

Harry                             - Mi chiamo Harry.

Mary Rose                    - (felice ma senza molta importanza) Harry, Harry, Harry, Harry! (In questo momento tutti e due sono proprio allegri).

Harry                             - Ma non sai quale Harry sono io.

Mary Rose                    - No.

Harry                             - E così non ci avviciniamo a quello che bisognerebbe fare per te... Dicono che c'è modo di liberare le anime in pena; ma io sono tanto igno­rante.

Mary Rose                    - Dimmelo!

Harry                             - Vorrei potertelo dire; ma vedo che sei più ignorante di me!

Mary Rose                    - Dimmelo!

Harry                             - Tutto quello che so è che essi sono in­felici perché non riescono a trovare una cosa; ma se la trovano se ne vanno felici e non tornano mai più.

Mary Rose                    - Che bellezza! (Lascia cadere il capo come se fosse stanca).

Harry                             - Ma dove vanno dopo... è cosa loro. Ora tu hai trovato quello che cercavi e sei terribilmente stanca. Hai bisogno di tornare in quel luogo che dici che è tanto bello.

Mary Rose                    - Sì, sì!

Harry                             - Sai che è bello, ma non puoi dire altro.

Mary Rose                    - No!

Harry                             - Strano... tu che sai tanto non puoi dir nulla e quelli che sanno niente possono dire tanto. Se ci fosse modo di farti andare in quel luogo...

Mary Rose                    - Dimmelo!

LIarry                            - (disperato) Certo verrebbero a prenderti, se ti volessero.

Mary Rose                    - (sgomenta per la giustezza di questa affermazione) Sì.

Harry                             - (che è assolutamente sincero) Pare che ti abbiano dimenticata.

Mary Rose                    - (dolente) Sì.

Harry                             - Come se nessuno ti desiderasse... nessuno avesse bisogno di te.

Mary Rose                    - Sì. (Scende dalle sue ginocchia va in centro) Cattivo uomo!

Harry                             - (goffamente) E' facile insolentirmi; ma come vuoi che un individuo come me sappia che cosa può fare per uno spettro che si è smarrito sulla terra? Un pover'uomo è così... così inabile... (Si sente il suono dell'organo seguito dal « richiamo » dell'isola. Si accorge che in lei è sopravvenuto un mutamento) Che c'è? Senti qualche cosa? Io sento niente... (Benché Harry non oda nulla, il « richia­mo » comincia a farsi sentire da Mary Rose e da noi, nel momento in cui egli ha detto « così ina­bile... », e continua sino alla fine. In questa scena vi è solo l'effetto dell'organo. Non più quello della pioggia e del vento. Frattanto la finestra si apre automaticamente. Dal principio vediamo Mary Rose vagamente. Ma a poco a poco una luce celeste si diffonde sul suo viso e vediamo le sue braccia che si spalancano in una estasi di gioia, ha grande gloria sta venendo a lei. Nella musica si odono voci soavi che chiamano dolcemente « Mary Rose; Mary Ro­se!». Si volge lentamente, sempre con le braccia spalancate, finché è ritta di fronte alla finestra. Ora si vede scendere veloce una stella filante. L'organo tace. Come se fosse la sua stella che viene a pren­derla, e allora, sempre con le braccia aperte, Mary Rose esce dalla finestra e si avvia fiduciosa verso l'empireo. Cessa anche la musica. Harry è rimasto a fissarla, ma è poco visibile nell'oscurità, perché lei sola è nel mare di luce. Harry va alla finestra e guarda fuori mentre cala il sipario).

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 6 volte nell' arco di un'anno