Metti una suocera in casa

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METTI, UNA SUOCERA IN CASA

METTI, UNA SUOCERA IN CASA

Commedia supercomica in 3 atti di Franco Roberto

Personaggi ed interpreti         Leone Agnelli –

                                                          Mirella, sua figlia –

                                                           Angela, sua suocera –

                                                           Remo Dondini –  

                                                           Ilaria Visconti –  

                                                           Sandro Fanti –

                                                           Fulvio De Pisis.- Oggi, in casa Agnelli.

Scena fissa per i tre atti: Salotto modesto. Una porta a destra, un’altra a sinistra.

ATTO PRIMO

Ore 11 d’un mattino primaverile.

MIRELLA e SANDRO (all’apertura deI sipario sono in piedi, al centro, che si guardano negli occhi con espressione sentimentale-malinconica, tenendosi le mani. Mirella è una diciottenne carina, elegante, vivace; Sandro ha una ventina d’anni, è distinto, moderno, simpatico. Dopo qualche momento si avvicinano lentamente, l’uno all’altra, con l’evidente intenzione di baciarsi).

LEONE —     (orologiaio sulla quarantina, timido, semplice, sottomesso e un po’ distratto, entra da sinistra. Vede i due) Scusate. (Mentre i ragazzi si allontanano, confusi, l’una dall’altro, Leone fa l’atto di uscire, poi si gira di scatto) Eh?

SANDRO —  La... La signorina aveva un moscerino in un occhio.

LEONE —     E lei le soffiava sul naso. Mirella, dovrei rimproverarti.

MIRELLA — (si stringe sottobraccio a Leone) Papà... Paparino caro. Io e Sandro ci vogliamo bene.

SANDRO —  (prende sottobraccio Leone dall’altra parte) Certo, signor Agnelli. Non chiediamo altro che di poterlo dire alla luce del sole.

LEONE —     ... e della luna, sì. (Guarda i due, sorride) Mi sembra di essere fra due carabinieri. (I due si allontanano, sorridendo) Io non ho nulla in contrario, lo sapete. Perché conosco lei, Sandro, i suoi genitori, e pure mia figlia. Ma purtroppo non vuole conoscere lei, e nemmeno sentirne parlare... (indica verso destra)

SANDRO —  La suocera, eh? (sbotta) Però quella non ha il diritto di...

MIRELLA — (interrompe) No, Sandro. Ti prego. Avevo appena cinque anni quando è mancata la mamma. E la nonna, che era già vedova ma ancora giovane, è venuta ad abitare con noi, e si è sacrificata per allevarmi con grande amore.

SANDRO —  D’accordo. Abbiamo e avremo, per lei, riconoscenza eterna. Ma non è il caso di diventare suoi burattini.

LEONE —     Adesso esagera.

SANDRO —  Davvero?!? Allora rispondetemi, tutte due. A chi è venuta l’idea di far studiare canto a Mirella? (Leone e Mirella si guardano, poi, rassegnati, indicano verso destra) Chi vi ha portato in casa quel trombone sbafatore del « maestro » di canto Fulvio De Pisis? (Leone e Mirella idem come prima) E chi, fra poco, trascinerà Mirella a Trofarello, per farla partecipare al concorso « Voci rosa »? (Leone e Mirella idem. Sandro indica anch’egli a destra) Lei! Tutto lei, la suocera, che per giunta si chiama « Angela »!

ANGELA —  (entra da destra, con una valigetta in mano. È una donna che nasconde molto bene l’età, fra i 55 e i 60, con trucco, abbigliamento e atteggiamento giovanile. Anche se autoritaria e irascibile è teatralmente simpatica) Chi mi chiama?

LEONE —     (che di Angela ha un certo rispetto, con sfumature di terrore) Lui! (indica Sandro) Cioè... Lei! (indica Mirella) No! Io.

ANGELA —  Che vuoi?

LEONE —     Niente.

ANGELA —  Bene. Il signore (indica Sandro) chi è?

LEONE —     È... ... un giovanotto.

ANGELA —  Lo vedo. Ma cosa fa, qui?

LEONE —     Aspetta il tram. Cioè! Aspetta... Aspetta...

MIRELLA — (interviene) Un giornalista, nonna.

ANGELA —  Per carità, non chiamarmi « nonna »! Io non sono tua nonna.

LEONE —     (impressionato) Allora chi sei?

ANGELA —  La sua (indica Mirella) impresaria. Quindi...(espansiva, stringendo la mano di Sandro) Benvenuta la stampa! Vedi, Leone, la celebrità? (a Sandro) Cosa vuole sapere?

SANDRO —  (a denti stretti) Quando lei finirà di...

FULVIO —   (entra da destra. Tipo buffo ed eccentrico di artista sui 55 anni) Partenza!

ANGELA —  (a Sandro) Le presento il maestro Fulvio De Pisis, al quale Mirella deve il segreto del successo.

SANDRO —  Quale successo?

ANGELA —  Quello che verrà, che non potrà mancare all’appuntamento del destino, da questa sera in poi.

FULVIO —   Senza dubbio, madama! Alle « Voci rosa » di Trofarello, appena Mirella avrà cantato, il pubblico scatterà in piedi.

SANDRO —  … e scapperà.

ANGELA —  Come dice?

MIRELLA — (interviene, preoccupata) Scapperà fuori per applaudirmi ancora, quando partirò.

FULVIO —   (a Sandro) Lei ci segue?

MIRELLA — (c.s.) No! Non può.

ANGELA —  Pazienza. Tanto a Trofarello ci sarà la televisione, la radio, la stampa internazionale.

SANDRO —  Anche « Topolino ».

FULVIO —   Giusto! Perché i teneri virgulti delle novelle generazioni devono conoscere la nuova stella della canzone Mirella Carosello!

LEONE —     (che è rimasto in disparte, timido) Scusate, ma il cognome di mia figlia è « Agnelli ».

ANGELA —  Dimenticalo! Il maestro dice che è orribile chiamarsi « Agnelli ».

LEONE —     Lo sentisse quello della FIAT!

FULVIO —   Appunto. In arte quel cognome richiamerebbe alla mente automobili fredde, metalmeccanici con le tute sporche di grasso. Invece... « Carosello »! È il titolo più famoso della pubblicità tivù di tutti i tempi. Stupendo! ... « Carosello » richiama alla mente...

SANDRO —  … pannolini per bambini e carta igienica legata ai palloncini!

ANGELA —  Forse! Ma soprattutto la gioia, l’allegria e la spensieratezza che donerà la voce di Mirella! (guarda l’ora) Tardi! (a Fulvio, Mirella e Sandro, indicando a sinistra) Precedetemi. Devo dire due parole a mio genero.

SANDRO —  (stringendogli la mano) Arrivederla, signor... (sarcastico) « Leone » (esce a sinistra).

FULVIO —   (afferra la valigetta e saluta Leone con un lieve cenno del capo) A domani, signor Carosello. Pardon! Agnelli (esce a sinistra).

MIRELLA — (abbraccia e bacia Leone) Ciao, papà (esce a sinistra).

ANGELA —  Stai attento, Leone!

LEONE —     Sì, Angela.

ÀNGELA —  Primo: ricordati di non lasciare troppo solo in negozio (indica a sinistra), il signor Remo Dondini.

LEONE —     Figurati! Siamo stati insieme all’asilo infantile, a scuola, sotto le armi, e sono vent’anni che abbiamo l’orologeria in società. Gli darei il mio portafogli. Inoltre Remo è scapolo, e dice sovente che lascerà la sua parte a Mirella.

ANGELA —  Non si sa mai! Secondo: lava tutti i piatti e tutte le pentole che userai.

LEONE —     Lo prometto.

ANGELA —  Terzo: noi, per assaporare totalmente il trionfo artistico di Mirella, pernotteremo a Trofarello, e torneremo domattina. Quarto: guai a te se inviti qualche amico in casa per fare la partita a carte. Quinto: ti proibisco anche solo di pensare di accendere una sigaretta qui in casa. La puzza del tabacco per me è veleno! Chiaro?

LEONE —     Abbagliante!

ANGELA —  (secca) Stai bene! (esce a sinistra).

LEONE —     (sospira) Mah! (fa qualche passo, pensieroso).

REMO —       (fa capolino alla porta di sinistra, guarda intorno, sorride, poi fa un fragoroso starnuto).

LEONE —     (sussulta) Chi è?

REMO —       Io (entra. Ha una quarantina d’anni. Tipo cordiale, onesto).

LEONE —     Per carità, Remo! Non lasciare il negozio. Con tutte le rapine che ci sono.

REMO —       Stai tranquillo, Leone. Ho abbassato la saracinesca.

LEONE —     (vorrebbe guardare l’ora, ma non ha l’orologio al polso) Che ora è?

REMO —       Eccolo lì, l’orologiaio senza orologio! Sono appena le 11 e un quarto, ma io ho chiuso, e ho messo fuori un cartello con sopra scritto: « Festa... per la partenza della suocera » (ride). Dài, Leone! Ridi anche tu.

LEONE —     (fa un sorriso che è una smorfia di dolore).

REMO —       Sai, io vado e vengo da casa mia direttamente in negozio, a tua suocera non ho mai dato molta confidenza, perciò mi rispetta. Tu, al contrario... Dovresti deciderti a reagire, diamine! Anche per il futuro di Mirella. Intanto, perché continui a tenerti la suocera?

LEONE —     Perché? (sorride, mesto) Metti, una suocera in casa.

REMO —       Ecco l’errore! Io, una suocera in casa, non me la metterei.

LEONE —     Bada che ho detto « METTI — virgola — una suocera in casa », per dire « Supponi », « Immagina » una suocera in casa. Nella mia situazione di vedovo con una bambina di cinque anni, fu addirittura preziosa, la suocera. Il guaio è che le suocere mettono le radici. Radici da quercia! Beh, adesso tu fai cosa vuoi. Io torno in negozio (si avvia a sinistra).

REMO —       Se permetti rimango qua ad aspettare mia zia.

LEONE —     Tua zia?!? Non me ne hai mai parlato.

REMO —       Chi pensava che si rifacesse viva? La sorella minore della mia povera mamma. Adesso non so quanti anni abbia. Ricordo soltanto che fu la pecora nera della famiglia. Appena maggiorenne se ne andò di casa per fare l’artista, mi pare nelle operette. Per diversi anni ne parlarono bene giornali, riviste e radio, poi... più nulla. L’altro giorno ho ricevuto questo espresso da Parigi: (estrae di tasca e legge) « Caro Remo, a mezzo di un’agenzia privata d’investigazioni ho finalmente scoperto l’indirizzo del tuo negozio da orologiaio ». Scusa, ma la zia non sa che è mezzo tuo.

LEONE —     Capisco. Vai avanti.

REMO —       (legge) « Non ho più che te al mondo, sono ricchissima e voglio farti felice. Ti abbraccio e bacio. Zia Ilaria ».

LEONE —     Un 13 al Totocalcio!

REMO —       (ironico) METTI — virgola — una zia in casa. E se fosse una specie di suocera?

LEONE —     Già... Auguri. Fai pure come se fosse casa tua (esce a sinistra).

REMO —       (guarda ancora la lettera, scrolla il capo, fa qual che passo. Squillo di campanello. Esce a sinistra).

ILARIA —    (dall’esterno) Oh, Remo! ... Monscerì! (questi intercalari in francese italianizzato saranno sempre scritti come si pronunziano, per favorire l’attrice che non conosce la lingua. Del resto servono solo per sottolineare il tipo comico-estroso di Ilaria, la quale è una ex-prima donna d’operetta, simpatica, briosa, esuberante, esaltata dai suoi ricordi artistici. Il trucco del viso e l’abbigliamento chiassoso, compreso un foulard, le danno un’età indefinita, mimetizzando almeno un decennio. Entra a valanga da sinistra, seguita da Remo, e si guarda intorno) Bello! Magnifìch! Questa è la tua mesòn, la tua casa nel retro del negozio per aspettare ta tant, cioè tua zia, vero? (Remo vorrebbe parlare) Non era il caso. Fatti vedere, Remo. Sì, sì, sì! Hai gli occhi, il naso e la bocca della mamma e della gran mèr. Della nonna, voglio dire. Lo parlo ancora bene l’italiano?

REMO —       Certo, zia.

ILARIA —    (si abbandona sopra una sedia con un sospiro, poi estrae dalla borsetta un bocchino, che potrebbe essere « tipo diva 1920 ») Sigarèt, sil vu plé.

REMO —       Eh no! Qui non si può.

ILARIA —    Ma purquà? Non c’è mica il cartello «Vietato fumare ». Sigarét. Alé alé!

REMO —       (borbotta) Se ci vede la suocera... alé alé (fa segno « ci percuote », poi estrae di tasca un pacchetto di sigarette « Nazionali », nel quale ne sono rimaste solo due, e ne offre una) Spero che ti piaccia. Sono «Nazionali », del Monopolio.

ILARIA —    Saranno di tabacco, immagino?

REMO —       Qualche volta hanno pure dentro dei chiodi.

ILARIA —    Tré bièn (ride e prende una sigaretta, che infila nel bocchino). I chiodi sono di ferro, e nel ferro non c’è nicotina. (Remo gliela accende e accende l’ultima per sé, facendo pallottola del pacchetto vuoto) Le artiste sono tutte locomotive! (sospira) Qui mi sento serena, tranquilla.

REMO —       Mi fa piacere, ma questa non è casa mia.

ILARIA —    Una pensione? Un albergo?

REMO —       L’appartamento del mio socio, che adesso è di là (indica a sinistra) in negozio. Fra poco te lo presenterò. Hai intenzione di fermarti molto?

ILARIA —    Chissà?... Domani, comunque, mon scerì nipote mi accompagnerai a Pinerolo.

REMO —       A Pinerolo Che vuoi fare a Pinerolo?

ILARIA —    Ah, Pinerolo!... Quanti suvenir, quanti ricordi a Pinerolo!

REMO —       Hai avuto molti successi artistici in quella città?

ILARIA —    Mé no! A Pinerolo (sentimentale) ho incontrato Beniamino Rodi.

REMO —       Tuo marito.., buon’anima?

ILARIA —    Mé nooo!... Beniamino Rodi è stato il mio premiér amùr. E il primo amore, se fatàl, non si sposa mai. Devi sapere che il destino mi portò in un teatro di Pinerolo. Un pomeriggio vidi per strada lui, a cavallo. Sì, perché Beniamino Rodi frequentava la famosa e nobile Scuola di Cavalleria di Pinerolo. Ci siamo guardati negli occhi, intensamente, e... patatràc!

REMO —       Avete inciampato e siete caduti per terra.

ILARIA —    Mé nooo!... Ci siamo guardati negli occhi, e così, improvvisamente, saettò un colpo di fulmine.

REMO —       E arrivò il temporale.

ILARIA —    Mé nooo!... Beniamino Rodi è sceso da cavallo, mi è venuto accanto, mi ha sorriso, poi mi ha presa sottobraccio.

REMO —       Gli avrai mollato un ceffone?

ILARIA —    Mé nooo! ... Ero rimasta incantata, magnetizzata, ipnotizzata dal suo sguardo di aquila. Ma la realtà si presentò subito tremenda. Per non dividerci appena incontrati dovemmo decidere: o Beniamino diventava artista, oppure io mi arruolavo nel Reggimento Cavalleria.

REMO —       (ironico) Suppongo che Beniamino diventò artista.

ILARIA —    Proprio! Si rivelò dotato di notevoli qualità vocali e mimiche, e si affermò come il più grande pàrtner che io abbia mai avuto nella mia lunga e luminosa carriera artistica. Ah, i nostri duetti d’amore!... Il pubblico andava in delirio. Quando Beniamino sparì fu  un colpo tremendo, per l’arte e soprattutto per me.

REMO —       Perché è sparito?

ILARIA —    Troppo onesto era. Qualcuno lo informò che Gustavo d’Obrivé, il più ricco gioielliere di Parigi, aveva chiesto la mia mano (si commuove). Ah, quella sera a Londra!... Gli dissi: « Se vuoi, Beniamèn... Mon scerì Beniamino, se vuoi rompo il fidanzamento con Gustavo d’Obrivé, e ti sposo immediatamente ». (Scrolla negativamente il capo) ...fece Beniamino, con la sua testa dal profilo di imperatore romano. Poi baciò la mia mano che voleva fermarlo, e la porta del palcoscenico si chiuse alle sue spalle. (Agita un fazzolettino, melodrammatica) Adieu Beniamén!... Adieu... e mersì. Grazie. Beniamino!

REMO —       (comicamente commosso, ripete il gesto) Adieu, Beniamén... Grazie-mersì. Non l’hai più rivisto?

ILARIA —    Mai, da vent’anni. Abbandonò certamente le scene, perché non ho più sentito parlare di lui. D’altronde era troppo riservato, timido e leale per farsi vedere almeno al mio matrimonio. Forse vagò ramingo per il mondo, e ancora ramingo vaga, magari stendendo la mano ai passanti, e dormendo sotto i ponti.

REMO —       (c.s.) Povero Beniamino!...

ILARIA —    Da truàs an, da tre anni, dopo la morte di mio marito Gustavo, io lo cerco disperatamente, dal polo nord al polo sud. Ho pure incaricato un’agenzia di investigazioni internazionali. Nulla!

REMO —       Gli vorresti ancora bene?

ILARIA —    Oh uì! Gli amori romantici come il nostro non muoiono! Con Beniamino potrei rifiorire, donna e artista, senza preoccupazioni per l’avvenire. Sì, purquà io d’arsàn, cioè denaro, ne ho in abbondanza. Una montagna di franchi, sterline e dollari! Naturelmàn penserò anche a te, Remo. Ti regalerò una delle gioiellerie del mio povero Gustavo. A Parigi, Berlino, Londra, Roma... Dove vorrai.

REMO —       (sincero) Grazie, zia. Però io, qui, sto bene. Ho tutto.         

ILARIA —    (ironica) Se hai tutto, dammi un sigarét.

REMO —       Le ho finite, ma il tabaccaio è poco lontano. Vieni con me, o rimani qui ad aspettarmi?

ILARIA —    Vai pure. Sono troppo scossa dalla rievocazione di Beniamino (fissa nel vuoto, sentimentale).

REMO —       « Nazionali» va sempre bene? (Ilaria accenna di sì col capo) Torno presto (esce a sinistra).

ILARIA —    (fa qualche passo, poi mugola a bocca chiusa un’aria musicale che sembra quella di un’operetta, e accenna alcuni passi, come se danzasse con un cavaliere una specie di valzer).

LEONE —     (entra da sinistra, soprappensiero. Vede Ilaria) Scusi (fa l’atto di uscire).

ILARIA —    (si ferma, guarda Leone, lancia un urlo di sorpresa e sta immobile, a bocca aperta, a fissare Leone con gli occhi sbarrati)

LEONE —     (sussulta e si rivolge a Ilaria) Non sono bello, ma non credevo di spaventare la gente.

ILARIA —    (articola a stento) Be-Beee... Be-Beee... Be-Beee...

LEONE —     Una pecora? (le si avvicina).

ILARIA —    (dopo qualche tentativo, urla) Beniamino! (e sviene).

LEONE —     (la sostiene prontamente. Sconcertato, non sa dove posarla e borbotta) Chi è Beniamino?... Venisse almeno a darmi una mano. (Si decide, e con fatica riesce a sistemare Ilaria sopra una sedia. Confuso, con una mano prova a fare un po’ d’aria al viso di Ilaria. Quindi è tentato di darle uno schiaffo, ma rinuncia. Infine sussurra) Signora... Signora...

ILARIA —    (apre gli occhi, sbatte le ciglia, si alza lentamente, guarda intorno smarrita, sino a quando incontra gli occhi di Leone. Urla) Beniamino! (e ricade sulla sedia, ad occhi chiusi).

LEONE —     (chiama, rivolto a sinistra) Beniamino! ... Dove stai, Beniamino?

ILARIA —    (apre gli occhi e si alza, guarda Leone, gli sorride).

LEONE —     Sono contento che si è ripresa.

ILARIA —    (urla) Beniamino! (e abbraccia Leone, singhiozzando di gioia sulla sua spalla) Beniamino, non ti lascerò più fuggire.

LEONE —     (smarrito, riesce a svincolarsi dall’abbraccio) Scusi, ma io...

ILARIA —    (felice) Non sei un fantasma!... Parli! Parli!

LEONE —     (ironico) Da quando avevo un anno.

ILARIA —    Ho paura di sognare. Dammi un pizzicotto!

LEONE —     Un pizzicotto?!?... Neanche per idea.

ILARIA —    Allora baciami! (chiude gli occhi, in attesa) Su baciami!

LEONE —     Senta, signora...

ILARIA —    (interrompe, ridendo) Mi chiama « signora »! Sono di nuovo « signorina ». È morto.

LEONE —     Chi?

ILARIA —    Gustavo, Beniamino! Gustavo.

LEONE —     (confuso) Ah, Gustavo-Beniamino è morto. Mi spiace. Ma lei, signora-signorina, cosa vuole da me?

ILARIA —    Ti ho cercato in Europa, Asia, America, Oceania... Anche in Africa, ti ho cercato.

LEONE —     Non mi sono mai mosso da qui.

ILARIA —    Non è vero! Tu hai vagabondato in treno, piroscafo, aeroplano, elicottero!

LEONE —     Non vado neppure in bicicletta.

ILARIA —    Ho capito!

LEONE —     Era ora.

ILARIA —    Hai indossato una divisa militare.

LEONE —     Giusto.

ILARIA —    Della Legione Straniera.

LEONE —     No. Del Terzo Alpini.

ILARIA —    Nega, se hai il coraggio, che ti sei arruolato volontario.

LEONE —     Mi hanno mandato la cartolina, altro che volontario.

ILARIA —    (vezzosa) Sei un bugiardo, sei.

LEONE —     Signora-signorina!... Le proibisco di darmi del « tu », e pure del bugiardo.

ILARIA —    (c.s.) Bugiardo-bugiardo-bugiardo! Ti è sempre piaciuto il mio modo di dirti « bugiardo », quando minacciavi di abbandonare il teatro. Bugiardo-bugiardo- bugiardo!... Io sono Ilaria. (Con voce lanciata, come un lamento) Ilaaaria...

LEONE —     E io sono Leone. (Le rifà il verso) Leooone...

ILARIA —    Bugiardo-bugiardo-bugiardo! Tu sei Beniamino, e fingi di non ricordarti di me.

LEONE —     Ho poco da fingere. È la prima volta che la vedo. Anzi, tenga presente che...

ILARIA —    (interrompe) È il destino!... Ripeti con me: (c.s.) Ilaaaria..

LEONE —     (ebete, con voce stridula) Ilaaaria... (altro tono) Adesso mi dica come è capitata in casa mia.

ILARIA —    Ti spiegherò. Prima ascoltami, Beniamino.

LEONE —     Mai visto neppure Beniamino.

ILARIA —    Sta bene! Vuoi vedermi ai tuoi piedi? Eccomi qua! (fa l’atto di inginocchiarsi dinanzi a Leone).

LEONE —     (glielo impedisce) Non faccia sciocchezze.

ILARIA —    Sciocchezze, eh?... (lo fissa, gli gira intorno, e quando gli è alle spalle si toglie il foulard e glielo stringe al collo) Non mi scappi più!

LEONE —     (boccheggiante, passando le dita tra il collo e il foulard) Signora-signorina, mi lasci!

ILARIA —    Prima dimmi che sei Beniamino, le mon scerì Beniamèn!

LEONE —     Macché Beniamèn! ... Io sono Leone. Ma se continua a stringere non sarò più nemmeno Leone. Mi manca il fiato!

ILARIA —    (lo lascia) Ah, no! Tu devi avere fiato da vendere. Altrimenti come fai a cantare?

LEONE —     (ansante) Mi basta respirare (tenta di allontanarsi).

ILARIA —    (seguendolo, minacciosa) Dimmi! Confessa che sei Beniamino, se no ti rimetto il fulàr al collo!

LEONE —     (spaventato) Nooo!... (per assecondarla) Sono Beniamino, sì. (Si avvicina con cautela alla porta di sinistra e si rivolge all’esterno, sottovoce) Aiuto...

ILARIA —    Adesso canta.

LEONE —     Veramente... (c.s.) Remo, aiuto...

ILARIA —    Canta!

LEONE —     Non diventi furiosa, canto subito. Dunque... (c.s.) C’è una matta! (forte) Cosa devo cantare?

ILARIA —    Il tuo pezzo forte.

LEONE —     Il mio pezzo forte, sì (canta e stona, sulla nota aria) « Quel mazzolin di fiori, che vien dalla montagna »...

ILARIA —    (interrompe) Che burlone!... Io voglio la romanza che era il tuo cavallo di battaglia.

LEONE —     (meccanicamente) Il mio cavallo, sì.

ILARIA —    Ecco! Ora ricordi il tuo cavallo bianco!

LEONE —     (esaurito) Ah, perché io... lo Beniamino, andavo a cavallo?

ILARIA —    Come un cow-boy! Attenzione. Attacco.

LEONE —     Per favore, mi ascolti.

ILARIA —    No, no, no! Se non fai il duetto, divento matta!

LEONE —     Per carità! Lo è già abbastanza. (Come prima, verso l’esterno) Remo, salvami!

ILARIA —    Canteremo il duetto più applaudito del nostro repertorio. Tu sei il principe!

LEONE —     (borbotta) Sono il disgraziato, altro che il principe.

ILARIA —    Io sono la schiava che ti ama. Questo è il giardino del tuo castello.

LEONE —     (ironico) E là (indica a sinistra) c’è il negozio.

ILARIA —    No. Là ti vedo apparire, principe, mentre canto (su qualsiasi aria che sembri operetta, a fantasia e piacere dell’attrice che impersona Ilaria, canta con espressione e gesti sentimentali i seguenti versi)

« Il labbro tace quando piange il core.

La notte trema al primo sole.

Tu mi vieni incontro, amore.

E mi dirai... Che mi dirai? »

(parlato) Allora tu entri e... (cantato come prima)

« Ti dirò che t’amo, t’amo, t’amo,

che tu sei la vita mia.

Strappo queste tue catene e ti porto via, via ».

LEONE —     (applaude) Brava.

ILARIA —    Ora tocca a te.

LEON —        Cosa?

ILARIA —    Duettare. Atanssion Beniamèn! Riprendo la prima strofa. (Canta come prima)

« Il labbro tace quando piange il core.

La notte trema al primo sole.

Tu mi vieni incontro, amore.

E mi dirai... Che mi dirai? ». (parlato) Via, attacca!

LEONE —     (canta e stona) « Quel mazzolin di fiori, che vien dalla montagna »...

ILARIA —    (interrompe, ridendo) Scerì, scerì! ... (lo abbraccia) Vuoi proprio farmi ridere!... (lo stringe più forte) Oh, scerì!

REMO —       (entra da sinistra, con un pacchetto di sigarette in mano, e si ferma sulla soglia, sorpreso) Zia! ... Leone!

ILARIA —    (si allontana da Leone) Macché Leone!... Lui (indica Leone).., è lui!

REMO —       «Luì » chi?

ILARIA —    Beniamino!

REMO —       (distratto) Eh già, lui è Beniam... (si riprende) Cosa?!?... No, zia. Ti sbagli. Del resto anche tu, Leone, non mi hai mai detto che ti chiamavi Beniamino.

LEONE —     Sfido! Non lo sapevo neppure io. A proposito: sei sicuro che questa signora sia la zia che aspettavi?

REMO —       Sicurissimo.

LEONE —     Allora portala via, e spiegale chi sono.

ILARIA —    Non è necessario! Io lo so chi sei.

LEONE —     Meno male.

ILARIA —    Sei Beniamino Rodi.

LEONE —     Daccapo!

REMO —       Ti sbagli, zia. il mio socio, fa l’orologiaio e si chiama...

ILARIA —    (continua, testarda)... Beniamino Rodi.

REMO —       No. Leone Agnelli, si chiama. Ti assicuro che lo conosco da tanto.

ILARIA —    Da quando?

REMO —       Dall’asilo.

ILARIA —    (romantica) Io, nel mio cuore, lo conosco da tu zùr, da sempre!

LEONE —     (sconsolato) Addio!

REMO —       Ne riparleremo, zia. Adesso ti accompagno all’albergo dove ho prenotato una camera e...

ILARIA —    (interrompe) Bravo, furbo! Così lui scappa di nuovo! No, no, no! (si stringe saldamente al braccio di Leone) Io, di qui, non mi muovo! (Leone fa un gesto di disperata rassegnazione) E più lo guardo... più lo vedo.

LEONE —     (borbotta, ironico) Lo credo.

ILARIA —    Lo vedo e sono sicura che è Beniamino Rodi, le mon scerì Beniamèn! Guardalo anche tu, Remo (si allontana da Leone, il quale rimane immobile soprappensiero, con un’espressione ebete).

SANDRO —  (entra da sinistra) Scusate, ma visto che in negozio non c’era nessuno, mi sono permesso...

ILARIA —    (seccata, verso Sandro) Zitto!... (Sandro interroga con lo sguardo Remo, il quale gli fa segno di stare zitto. Ilaria indica Leone) Guardatelo, gente! Ammiratelo, mortali!... Estasiatevi di fronte al suo profilo da imperatore romano! ... Lasciatevi ipnotizzare dal suo sguardo d’aquila!

SANDRO —  (sconcertato, ripete meccanicamente) Profilo da imperatore romano... Sguardo d’aquila... (altro tono) Dica qualcosa, signor Leone!

LEONE —     (strabuzza gli occhi e facendo un belato) Beee... (gli si piegano le ginocchia e si affloscia a terra, lungo e disteso).

ILARIA, REMO e SANDRO — (si precipitano accanto a Leone, urlando) Beniamèn! - Leone! - Signore! (mentre il sipario si chiude rapidamente).

ATTO SECONDO

Le 8 del mattino seguente gli avvenimenti del primo atto

REMO —       (seduto e assonnato, osserva Leone, il quale cammina avanti e indietro, nervoso e preoccupato) Non hai sonno?

LEONE —     (senza fermarsi) No! Eppure ho trascorso la notte sonnecchiando qui sul tavolo, come te.

REMO —       (dopo qualche momento) Sei Leone, d’accordo... Però, se non ti fermi, sembri un leone in gabbia.

LEONE —     Ah, perché tu, al posto mio, saresti tranquillo?

REMO —       No, ma affronterei con calma la realtà.

LEONE —     (si ferma) Ebbene, la realtà è un barile di dinamite, sul quale sto seduto: Anzi, « ci stiamo », poiché ci sei anche tu e quella là (indica a destra), tua zia. Se tu l’avessi almeno portata via, ieri sera.

REMO —       Non ho avuto il coraggio di essere più energico. S’è messa in quattro, poverina, per fare cucina e riordinare dopo colazione e cena.

LEONE —     (a denti stretti) D’accordo, poverina, è stata buona, buonissima. Ma addirittura pretendere di dormire sopra un divano, e per giunta nella camera di mia suocera, per non perdermi di vista, nooo, è troppo! (indispettito) E tu stai lì, imbambolato! To’, mi seggo anch’io (costringe Remo a spostarsi, e siede anch’egli sul la stessa sedia). Eccoci sul barile di dinamite (come se la vedesse). Guarda la miccia! È accesa, e... frrr!, la scintilla si avvicina... Si avvicina sempre di più alla dinamite, e...

SANDRO —  (entra da sinistra, con un giornale quotidiano in mano, gridando allegramente) Bum! (Remo e Leone, spaventati, scattano in piedi) Scusate, ma la porta era aperta, e allora... (porge il giornale a Leone) Legga.

LEONE —     (sarcastico) Ho proprio voglia di leggere il giornale...

SANDRO —  Glielo leggo io. (Legge). « Grande successo del concorso Voci Rosa di Trofarello. Il pubblico ha portato in trionfo la giovane cantante vincitrice ».

LEONE e REMO — (preoccupati) Mirella?

SANDRO —  (ironico) Quasi. Sentite quanto ci interessa. (Legge) « Mentre la trionfatrice della serata, Gina Dalmonte, veniva portata in trionfo, un’altra concorrente, Mirella Carosello, diventava bersaglio piangente di fischi, uova tutt’altro che fresche, e pomodori piuttosto maturi ».

LEONE —     (commosso) Mirella... Mirellina... Mi spiace moltissimo.

SANDRO —  Non è finito. (Legge) «Ad un certo punto entrava sul palco, come una furia, l’impresaria della sfortunata Mirella Carosello, tipo energico di donna matura, la quale trascinava per mano l’impaurito e tremante maestro di canto della ragazza, Fulvio De Pisis, ex fantasista di circo equestre. L’impresaria commetteva l’errore di insultare il pubblico, accusandolo di incomprensione artistica. Gli spettatori, indirizzando il lancio di uova e pomodori verso la donna e il maestro, urlarono ai due malcapitati parolacce da film vietati ai minori di anni 18. Gli organizzatori, preoccupati per l’incolumità della concorrente Mirella Carosello, della sua inviperita impresaria e del tremante maestro, provvedevano a fare scortare il terzetto dalle forze dell’ordine, sino al più vicino albergo ».

LEONE —     (rimane assorto, serio, poi comincia con piccoli scoppi di risa, e infine ride di cuore) La suocera fra i carabinieri!

REMO —       (idem come Leone) Il maestro De Pisis con un pomodoro sul naso! ... (ridono).

SANDRO —  Sì, sì, ci sarebbe da ridere, se non fosse in ballo anche Mirella.

LEONE e REMO — (smettono subito di ridere, e sospirano) Povera Mirella!

SANDRO —  Da un momento all’altro saranno qui, e...

LEONE —     (interrompe terrorizzato) Qui?!?

REMO —       Certo. Dove vuoi che vadano?

LEONE —     (cade a sedere, disperato) Sono rovinato. Quelle uova fradice e quei pomodori marci, li faranno inghiottire a me.

SANDRO —  Mirella no! Mirella è sempre stata contraria alla manìa del canto.

LEONE —     (si alza) Vero. Mirella, in fondo, sarà contenta. Ma la suocera e il maestro? Faranno scintille, faranno!

REMO —       Affrontali, e falli tremare!

SANDRO —  Del resto, lei si chiama Leone.

LEONE —     Il guaio è che mi chiamo anche Agnelli.

REMO —       Devi avere coraggio.

LEONE —     « Coraggio »... una parola. Per giunta, io ho paura. Ho paura... di avere coraggio.

REMO —       Non ti capisco più.

LEONE —     Voglio dire che il mio coraggio sarebbe tremendo, catastrofico, pazzesco. Pure crudele! (Pausa) No, no. Prendo quattro soldi, una valigia, e me ne vado.

SANDRO —  Dove?

LEONE —     (comicamente commosso) Lontano, lontano... Magari sopra un’isola deserta, in mezzo all’Oceano... Dove ci sarò soltanto io, e... e io! Solo e abbandonato sull’isola deserta... (col pianto in gola) Come Robinson Crosué.

SANDRO —  (ironico) E quella signora (indica a destra) la mette nella valigia?

LEONE —     (si dà una manata sulla fronte) Accidenti, me l’ero scordata!... Però è una ragione di più per scomparire.

REMO —       Stai tranquillo. Spiegherò tutto io, a tua figlia e alla signora Angela.

LEONE —     Mirella ti crederebbe, sì. Ma t’illudi che quell’uragano di mia suocera creda che (con la voce stridula di prima) « Ilaaaria» è tua zia, che io non l’ho mai vista, e che ha dormito addirittura in camera sua, per non perdere d’occhio Beniamino.., che per lei sono io, ma che non lo sono? Farà un finimondo, farà!

ILARIA —    (dall’esterno a destra fa un acuto e un gorgheggio).

LEONE —     (sussulta) Arriva la matta! (fa l’atto di uscire a sinistra, prontamente trattenuto da Remo e Sandro, mentre)

ILARIA —    (entra, raggiante) Ah, che bella giornata! ... (nota che i due tengono saldamente Leone. Va a liberarlo, prendendolo sottobraccio e trascinandolo al centro) Lasciatelo a me, questo bricconcello. Perché Beniamino è mio, soltanto mio. Vero Beniamèn?

LEONE —     (alza le spalle) Euh!

ILARIA —    Lo so, caro, che hai sempre amato surtù la liberté. Ebbene, anche stavolta sarai libero di decidere. Alla presenza di mio nipote, e di questo simpatico giovanotto, che ieri sera mi hai presentato come un giornalista amico di casa, ti dirò sinceramente quali sarebbero le prospettive del nostro avvenire, della nostra vita insieme. Mi ascolti, Beniamino?

SANDRO —  Il signore non è Beniamino. Leone.

ILARIA —    (sorride) Leone! ... Oh, bo garsòn, bel giovane. Lei potrebbe anche dirmi che lui (indica Leone) è un rinoceronte, ma non cambierebbe nulla. (a Leone, costringendolo dolcemente a sedere accanto a sé) Sediamoci, scerì. E se dopo ciò che ti dirò, continuerai a negare di essere Beniamino Rodi, uscirò immediatamente da quella porta (indica a destra).

LEONE —     Meglio da quella (indica a sinistra).

ILARIA —    Tré bièn, da quella (indica a sinistra), e non mi vedrai mai più. D’accordo, Beniamèn?

LEONE —     Sta bièn. Cioè! Sta bene.

ILARIA —    Mersì. Come posso cominciare? Ah! Devi sapere che il povero Gustavo mi ha lasciato un patrimonio sui venti-trenta miliardi di lire italièn (sorride). Con precisione non lo so, perché tutto quel denaro non riesco neppure a contarlo. Nessuna preoccupazione finanziaria, quindi. Ci sposeremo e faremo subito un lungo viaggio per terra, mare e cielo. Andremo lontano, lontano... in mezzo all’Oceano.

LEONE —     (colpito e sconcertato, si rivolge a Remo e Sandro, facendo gesti di approvazione, come per dire: « Sentite? Proprio come volevo io ». Quindi ripete meccanicamente, con lo sguardo nel vuoto)… in mezzo all’Oceano.

ILARIA —    (romantica) Sopra un’isola deserta. (Leone idem come prima verso Remo e Sandro) Un’isola nostra, nel la quale tu sarai...

LEONE —     (ebete)... Ròbinson Crosué.

ILARIA —    E io sarò...

LEONE —     Venerdì.

ILARIA —    Vandredì, uì.

LEONE —     (sempre con lo sguardo nel vuoto, gradualmente più interessato) E poi, e poi? Lei cosa farà quando avrò appetito?

ILARIA —    Ti preparerò le pietanze più ghiotte e prelibate.

LEONE —     E poi, e poi? Quando avrò sete?

ILARIA —    Correrò alla più limpida e fresca sorgente, e ti porterò l’acqua così (porge le mani concave). Insomma, mon scerì, sarò la tua schiava.

LEONE —     (trasognato) La mia schiava?!?

ILARIA —    Sempre.

LEONE —     E poi, e poi?

ILARIA —    Ogni sera ti canterò le più belle romanze d’amore, sino a quando ti addormenterai, felice e tranquillo, come un bimbo fra le braccia della mamma.

LEONE —     (sempre più trasognato) Come un bimbo fra le braccia della mamma. (Sospira), Magnifico!

REMO —       (preoccupato di riportare l’amico alla realtà) Leone!

SANDRO —  (idem come Remo) Signor Agnelli!

LEONE —     (infastidito, senza guardarli) Ssst! ... Zitti. (Col tono di prima) E poi, e poi?

ILARIA —    Ogni tuo sogno, ogni tuo desiderio diventerà realtà. Tu, Beniamino, sarai... Sarai... Vualà! Il mio Napoleòn.

LEONE —     (suggestionato, si alza in piedi, impettito) Io sono Napoleone! (assume la classica posa ed espressione napoleonica).

SANDRO —  (impressionato) Signor Agnelli, non faccia quella faccia.

LEONE —     Che faccia faccio?

REMO —       (allarmato) Leone, torna in te! Ci fai paura.

LEONE —     (abbandona la posa napoleonica, e col tono svagato del superuomo, che userà d’ora in poi, dice) Allora tremate.

REMO —       Non sembri più tu.

SANDRO —  Con quell’aria dominerebbe chicchessia.

LEONE —     (interessato) Chicchessia?

REMO —       Senza dubbio. Comunque ora ripeterai a mia zia che non sei Beniamino, e ti aiuterò a convincerla.

SANDRO —  Dovete pure dire alla signora un « piccolo particolare » che da ieri non le avete ancora detto. Cioè che il signor Agnelli è sposato, vedovo, che ha una figlia e una suocera.

REMO —       Figlia e suocera che saranno qui da un momento all’altro.

SANDRO —  Con il « maestro ». E c’è un fatto sicuro: che la suocera e De Pisis saranno furenti, pazzi di rabbia.

LEONE —     (per un attimo terrorizzato) Se la prenderanno con me.

ILARIA —    Me no! Nessuno mi ha mai detto che Beniamino si sia sposato. Perciò non può essere vedovo, né avere una figlia, e tanto meno una bel-mèr, ossia una suocera. A me non risulta!

LEONE —     (ebete) Sentite? A lei non risulta.

REMO —       Però a te sì. (Lo scuote) Leone! Tu ricordi, vero, che hai figlia e suocera?

LEONE —     (rimane un momento assorto, poi allarga le braccia) Mah!

SANDRO —  (a Remo) Chiamiamo un medico.

ILARIA —    No! Beniamèn non ha bisogno di dottori.

LEONE —     Giusto. (A Remo e Sandro) Voi due, piuttosto, siete sicuri di stare bene ai piani superiori? (tocca la fronte dei due, che rimangono a bocca aperta, stupiti e sconcertati).

ILARIA —    (ride) Se magniffch!... Beniamino, ho voglia di danzare. (Lo afferra bruscamente, ponendolo in posizione di partenza per un ballo) Guidi tu?

LEONE —     Non ho la patente.

ILARIA —    (ride) La danza, caro!

LEONE —     Guido io.

ILARIA —    Alòr... Pronti? Valzer di Strauss... Via! (canticchia l’aria del notissimo valzer « Il bel Danubio blu », e costringe Leone a danzare, girando diverse volte su se stessi).

ANGELA —  (appare alla porta di sinistra, seguita da Mirella. Sono entrambe stanche, abbattute. Vedono i due danzare: rimangono impietrite sulla soglia. Angela, finalmente, riesce ad articolare) Le-Le... Le-Leone!

LEONE e ILARIA — (senza degnare di un solo sguardo Angela e Mirella, fanno un ultimo giro di valzer, poi scoppiano a ridere, si abbracciano e cadono a sedere l’uno accanto all’altra, commentando allegramente, a soggetto, la danza eseguita).

REMO —       (si precipita con Sandro accanto alle due donne) Per carità, non urlate!

SANDRO —  Vi spiegheremo tutto noi.

ANGELA —  (a Sandro) Lei se ne vada! Non voglio più vedere giornalisti.

REMO —       Si calmi, signora. Questo giovanotto può aiutarci.

MIRELLA — (fa l’atto di andare verso Leone) Papà...

REMO —       (la trattiene) Aspetta, Mirella. È accaduto un fatto grave, gravissimo. Leone non sa più di essere... Leone.

ANGELA —  (minacciosa) Glielo ricordo io!

SANDRO —  (la trattiene) No, signora. La violenza è inutile e dannosa. Bisogna affrontare la situazione con dolcezza e buonsenso.

MIRELLA — Chi è quella donna?

REMO —       Mia zia Ilaria, ex-attrice d’operette.

ANGELA —  Cosa fa qui?

REMO —       Crede di avere ritrovato, in Leone, un suo amato compagno d’arte, un certo Beniamino Rodi.

SANDRO —  E purtroppo il signor Leone, gradualmente, si è convinto di essere Beniamino Rodi.

REMO —       Forse è la conseguenza di un esaurimento nervoso. Oppure di uno choc psichico, come succede a certi automobilisti dopo uno scontro.

SANDRO —  Si legge sovente sui giornali: quei poveretti dimenticano anche il proprio nome, e non riconoscono nessuno, neppure i parenti più stretti.

MIRELLA — Ma papà non ha subìto scontri.

ANGELA —  (aggressiva) Però ne avrà uno con me!

REMO —       (la trattiene) Un momento, signora! Leone ha sempre disapprovato la sua manìa di far diventare Mirella una cantante di musica leggera.

SANDRO —  Quindi, per lui, la disgraziata partecipazione di Mirella al concorso di ieri sera, può essere stata un colpo violento, peggio di uno scontro automobilistico.

ANGELA —  Storie!... Adesso lo sistemo io. (Si lancia verso i due, che continuano a chiacchierare fra loro, a soggetto. Afferra Ilaria per un braccio, e la costringe bruscamente ad alzarsi in piedi) Ehi!

ILARIA —    Che drol manièr! ... Che modi.

LEONE —     (balza in piedi. Ad Angela, deciso) Non si permetta di trattare in questo modo la mia compagna d’arte (indica Ilaria), se no...

ANGELA —  (fra i denti) Sennoooo?!?... Con te aggiusteremo i conti dopo. Prima liquido questa tipa.

ILARIA —    Prego!... « Tipa », a me, non l’ha mai detto alcuno. Un critico in malafede mi chiamò « cagnetta » ma «tipa» no, mai, nessuno! Sono Ilaria Visconti, pur duz turné premièr fam... Per dodici stagioni teatrali prima donna della grande compagnia d’operette « Tre cavallini ».

ANGELA —  Chi se ne importa! (a Leone) E tu, vergognati!

LEONE —     (calmissimo) Perché dovrei vergognarmi, signora?

ANGELA —  (fuori di sé) « Signora »!... Mi chiama «signora » (Leone e Ilaria, sottovoce a soggetto, commentano il comportamento di Angela).

REMO —       Crede di essere Beniamino.

ANGELA —  Macché Beniamino! (rivolta a Leone) Leone. (Leone continua a parlare con Ilaria. Angela lo afferra per un braccio e lo scuote) Leone.

LEONE —     Scusi, signora... Non potrebbe lasciarmi in pace?

ANGELA —  Io sono tua suocera!

LEONE —     (sorride, ironico) Mia suocera? (a Ilaria, ridendo) Dice che è mia suocera (ride con Ilaria).

ANGELA —  Chiamate la polizia!

REMO —       Abbia pazienza, signora. Suo genero non la conosce più.

ANGELA —  Questo può crederlo lei. Io no! (Afferra Mirella per un braccio e la trascina dinanzi a Leone) Guardala! Chi è questa?

LEONE —     (osserva Mirella con compiacenza, poi dice con tono galante) Una bella signorina.

ILARIA —    (gelosa) Beniamèn, non fare il ganimede (riprende a chiacchierare allegramente, sottovoce a soggetto, con Leone).

MIRELLA — (addolorata) No. Non può, non deve essere. (Ad Angela) Dov’è il maestro?

ANGELA —  Sarà rimasto di là (indica a sinistra), nell’entrata.

MIRELLA — Forse, ponendo di fronte a papà il maestro De Pisis, che gli è sempre stato antipatico, sia per il suo appetito, sia perché doveva pagarlo, si arrabbierà e tornerà in sé.

ANGELA —  Buona idea! Fallo entrare.

MIRELLA — (va a sinistra e si rivolge all’esterno) Maestro, venga.

FULVIO —   (appare sulla soglia della porta: ha l’occhio destro pesto, e un cerotto a croce sulla guancia sinistra).

REMO —       (trattenendo il riso a stento) Maestro! Cosa le è successo?

FULVIO —   (mogio, avvilito) Altro che successo... Il pubblico non ha capito... Non ha capito l’arte della mia allieva (indica Mirella). Allora sono volate uova e pomodori.

SANDRO —  (ironico) Non sapevo che le uova e i pomodori provocassero certe ferite.

FULVIO —   Neanch’io. Ma qualcuno, nei miei confronti, ha esagerato. Qui (indica l’occhio) mi è arrivato un uovo... sodo. E qui (indica il cerotto) la cassetta dei pomodori.

ANGELA —  Benissimo! Cioè, volevo dire: adesso abbiamo altro che ci preoccupa. (Afferra Fulvio per un braccio e lo trascina accanto a Leone) Leone. (Leone continua a parlare con Ilaria) Leone!

MIRELLA — È inutile. Prova a chiamarlo « Beniamino ».

ANGELA —  (sbuffa, e con enorme sforzo per essere dolce, sibila) Beniamino.

LEONE —     (calmo e gentile) Dica, signora.

ANGELA —  (indica Fulvio) Chi è questo signore?

LEONE —     (guarda attentamente Fulvio, poi) Mah!

ANGELA —  Non lo riconosci?

LEONE —     Innanzi tutto, signora, non mi dia del tu.

ANGELA —  (sbuffa) Va be’... Lei non lo riconosce, questo signore?

LEONE —     Mai visto uno così brutto. (A Fulvio) È finito sotto un rullo compressore?

FULVIO —   (ad Angela) È impazzito?

ANGELA —  Dicono. Ma ci penso io a farlo rinsavire. Leone! Ti ripeto che io sono tua suocera, e aggiungo che questa (indica Mirella) è tua figlia.

ILARIA —    Impossibile!

LEONE —     (tranquillo) Sentito? Impossibile.

ILARIA —    Beniamino Rodi non ha una suocera, e tanto meno una figlia. Altrimenti dovrebbe avere pure una moglie. (A Leone) Dico bene?

LEONE —     Perfettamente.

ILARIA —    (ad Angela) Dov’è la moglie?

ANGELA —  (sconcertata) La moglie non c’è, ma...

ILARIA —    (interrompe) Lo sapevo! D’altronde Beniamino è sempre stato solo, dalla nascita. Beniamèn è orfano.

LEONE —     (ripete meccanicamente) Sono orfano.

ILARIA —    Da ragazzo cantava nei cortili.

LEONE —     (idem cs.) Cantavo nei cortili.

ILARIA —    Poi una sconosciuta e nobile signora ha provveduto al suo mantenimento e ai suoi studi, sino ai tempi della Scuola di Cavalleria di Pinerolo.

LEONE —     (idem c.s.) Cavalleria di Pinerolo.

MIRELLA — (angosciata) Basta! Non ne posso più (si avvicina a Sandro).

SANDRO —  (le passa una mano sulla spalla e la stringe a sé) Coraggio, Mirella.

ANGELA —  (a Sandro) Stia lontano da mia nipote, signor giornalista!

SANDRO —  Credo proprio che sia giunto il momento, signora, per dirle che io non sono un giornalista.

ANGELA —  (disorientata) Cosa?!.. Pure lei... non è lei?

REMO —       Permetta che le spighi.

ANGELA —  No, eh! Quando spiega lei, capisco meno di prima.

SANDRO —  Sono studente al Politecnico, e da circa un anno, io e Mirella, ci vogliamo bene.

ANGELA —  (a Mirella) Vero? (Mirella accenna di sì con il capo) Perché non me l’hai detto?

MIRELLA — Non ho avuto il coraggio. Sai, tu ripetevi sovente che una cantante deve essere libera, che deve pensare solo alla carriera... Però lo dissi subito a lui (indica Leone, che come al solito sta parlando a soggetto con Ilaria).

ANGELA —  A Beniamino? Cioè! A tuo padre? (Mirella accenna di sì con il capo).

LEONE —     (a Ilaria) Usciamo un po’, cara?

ILARIA —    Con piacere. Prendiamo un taxi e andiamo...

LEONE —     ... nell’isola deserta.

ILARIA —    In taxi?!? (ride) Ah, mattacchione! (gli fa un buffetto sopra una guancia) Piuttosto, ho visto di là (indica a destra), dove ho dormito stanotte, il manifesto di un concorso canoro. Ora ricordo! Delle « Voci rosa » di Trofarello.

ANGELA —  (furente) Ma quella ha dormito in camera mia! (fa l’atto di lanciarsi contro Ilaria).

SANDRO —  (la trattiene) Si controlli, signora!

ILARIA —    (a Leone) Trofarello sarà il regno della musica e del canto.

LEONE —     Giusto. Prendiamo un taxi e andiamo a Trofarello. (porge il braccio, e dice con il tono stridulo delle volte precedenti) Ilaaaria.

ILARIA —    (felice lo prende sottobraccio) Beniamèeeen.

LEONE —     (agli altri facendo loro segno di lasciare libero il passo verso la porta di sinistra) Permettete? (gli altri fanno largo) Destinazione Trofarello! (esce a sinistra con Ilaria sottobraccio).

ANGELA —  (dopo un attimo di disorientamento, sbotta) Ma... cosa facciamo, qui impalati? Bisogna fermano, bisogna! A qualunque costo, con qualsiasi mezzo. Magari legandolo!

REMO —       Sarebbe un errore, signora. Se lo tratta male, può essere peggio.

MIRELLA — Forse il signor Remo ha ragione.

SANDRO —  Senz’altro. Ho letto che in questi casi d’amnesia improvvisa, quasi incredibile, l’infermo necessita di cure pazienti e affettuose. Soprattutto affettuose.

FULVIO —   Sono d’accordo anch’io. Guai a prenderlo di petto. C’è il rischio che rimanga così, nella sua illusione di essere un altro, per l’intera esistenza.

ANGELA —  (spaventata) Oh nooo...

REMO —       Assecondandolo, invece...

SANDRO —  … dandogli sempre ragione...

FULVIO —   ... prima o poi... patatràc! Riprenderà la sua personalità. Io me ne intendo, perché accade anche a certi cantanti, quando soffrono una grande delusione artistica. Subiscono una specie di trauma psichico, che un giorno o l’altro... patatràc! Com’è venuto se ne va.

ANGELA —  (rifà il verso a Fulvio) Patatràc! Patatràc! E noi, secondo lei, dovremmo stare con le mani in mano ad aspettare il patatràc?

MIRELLA — Mi pare che purtroppo non ci sia altro dà fare.

ANGELA —  Come no? Chiamiamo un medico, uno psichiatra.

REMO —       E se facesse ricoverare Leone? Andremmo a finire sulla cronaca, e addio clienti.

SANDRO —  D’altronde il signor Leone non fa mica male ad alcuno.

ANGELA —  A me e a Mirella, sì, moltissimo. Non posso neppure immaginare che faccia il cretino con quella.., quella-quella!

REMO —       Prego, signora! Mia zia non è una « quella-quella ».

MIRELLA — Il suo comportamento, però, sembra...

REMO —       (interrompe) Perché è un’artista! Si sa che tutti i veri artisti sono un po’... (si batte l’indice sulla fronte).

FULVIO —   (offeso) Signor Remo Dondini! Io sono un vero artista, figlio di veri artisti, eppure non sono affatto... (si batte l’indice sulla fronte, e urta l’occhio pesto) Ahi!

ANGELA —  (lieta dell’idea) Ma sì! Lasciamolo fare. Lasciamolo andare a passeggio in taxi con l’artista. La cassa della famiglia ce l’ho io! Leone non ha in tasca neanche il denaro per pagare il viaggio d’andata a Trofarello.

REMO —       (ironico) Ho dimenticato dì informarla, signora, che mia zia è ricchissima.

ANGELA —  (indispettita) Non è possibile.

SANDRO —  Le ho sentito dire che dispone di un patrimonio sui 20-30 miliardi di lire.

FULVIO —   (impressionato) Chi?

REMO —       Zia Ilaria.

FULVIO —   Allora quella non è zia Ilaria. È zia Paperona!

ANGELA —  (abbattuta) Tutto e tutti contro di me! (maligna, a Remo) La colpa è sua!

REMO —       Mia?!?

ANGELA —  Sì, perché ha portato qui sua zia. (A Sandro) E sua!

SANDRO —  Mia?!?

ANGELA —  Certo. Perché ha cominciato lei, in questa casa, ad essere un altro. (A Fulvio) E sua!

FULVIO —   Mia?!?

ANGELA —  Senza dubbio. Perché ha preparato male Mirella al concorso, e ha distrutto i miei sogni.

MIRELLA — Scusa, nonna, ma...

ANGELA —  (interrompe) Non sono tua nonna! Cioè. Lo sono, ma per adesso mi sento ancora soprattutto tua impresaria. E la colpa è anche tua! Perché mi hai nascosto la... chiamiamola « simpatia» per lui (indica Sandro), che mi è antipatico, come e più degli altri (sbuffa).

REMO —       (calmo, ironico) Ora s’è sfogata, signora?

ANGELA —  Un po’.

REMO —       Dunque dimentichi noi, e pensi a suo genero.

MIRELLA — D’ora in poi dobbiamo essere gentili con papà.

SANDRO —  Perciò lei dovrà pure scordare che è una suocera, e trattarlo con dolcezza.

ANGELA —  Mai!

FULVIO —   Lo perderà per sempre.

ANGELA —  Pazienza. Io non sono una suocera fasulla! Pensate che già da bambina le amiche mi chiamavano «la suocera ». E il genero, per una suocera come me, è un giocattolo, un tranquillante, una preda quotidiana! Vincerò. E per cominciare... si parte!

MIRELLA — Per dove?

ANGELA —  Trofarello. Non è una metropoli. Troveremo subito quei due pazzi.

REMO —       (risentito, melodrammatico) Signora! La smetta di definire pazza mia zia, e pazzo il mio amico Leone. Altrimenti me ne vado!

ANGELA —  (sarcastica) Ma bravo!... Bravissimo, signor Dondini! Sembra il primattore d’una compagnia di... marionette (ride).

FULVIO —   (preoccupato) Dovrei venire anch’io a Trofarello?

ANGELA —  Eccome! Ciascuno di noi ha un motivo per andare a Trofarello. (A Mirella) Tu, perché è tuo padre. Via! (Mirella esce a sinistra. A Sandro) Lei, perché Leone è suo « complice ». Via! (Sandro esce a sinistra. A Remo) Lei, perché è suo socio nell’orologeria. Via! (Remo esce a sinistra. A Fulvio) Lei, perché gli ha fatto sprecare un sacco di soldi. (Fulvio esita) E io, perché sono la vittima. (Si avvia a sinistra, poi si ferma) Via, andiamo!

FULVIO —   Eh no! Il maestro Fulvio De Pisis, a Trofarello, non lo beccano più!

ANGELA —  Invece sì! (Lo afferra per un braccio e lo trascina fuori a sinistra, urlando) Uova e pomodori ce ne sono per tutti! (mentre il sipario si chiude rapidamente).

ATTO TERZO

Pomeriggio dello stesso giorno degli avvenimenti del secondo atto.

ANGELA —  (appare a sinistra, e si rivolge verso l’esterno, con il sibilante tono di gentilezza forzata che userà d’ora in poi) Avanti, signori. Da questa parte.

ILARIA e LEONE — (entrano tenendosi per mano, sorridenti, sentimentali. Approfitteranno d’ogni momento in cui gli altri parleranno fra loro, per scambiarsi sottovoce, a soggetto, espressioni affettuose)

LEONE —     (si guarda intorno) Da che parte andiamo?

ANGELA —  (dolce, implorante) Leone... Leone, non la ricordi proprio la tua casetta?

ILARIA —    Ricomincia a darti del tu, e a chiamarti Leone.

LEONE —     (ad Angela) Stia attenta, signora, che potrei offendermi. E se mi offendo...

ANGELA —  (interrompe) No, per carità! Le chiedo scusa.

LEONE —     Sinceramente, e... umilmente?

ANGELA —  Sincilmente. Cioè! Come ha detto lei. (Si rivolge all’esterno) Anche voi! Entrate.

MIRELLA, SANDRO, REMO e FULVIO — (entrano. Fulvio si sdraia subito sopra una poltrona e legge un rotocalco di canzoni che estrae di tasca. Gli altri tre fanno gruppo e commenteranno a soggetto, fra loro, quanto accadrà).

ILARIA —    (seccata) Ci sono ancora tutti. Beniamèn, di’ qualcosa.

LEONE —     (ad Angela) Signora!... Da stamani lei e... e la sua « ghenga » (indica gli altri) ci seguite dappertutto prima a Trofarello, poi nel ristorante dove io e la mia compagna d’arte ci siamo fermati a fare colazione. Per giunta lei s’ostina a chiamarmi Leone e a darmi del tu. Contesto il suo e il vostro comportamento, signora e signori! Tanto più che, come diceva un amico mio: « Io con voi, non sono mai andato al pascolo » (siede e chiacchiera con Ilaria).

ANGELA —  (vorrebbe obiettare, poi rinuncia e si rivolge a Mirella, con un nodo in gola) No, no, non ce la faccio più.

MIRELLA — Eppure dobbiamo essere forti.

REMO —       Non scordate che Leone ha acconsentito a tornare qui solo perché sono riuscito a convincerlo che questa era casa mia, e che lui e la zia dovevano considerarsi miei ospiti.

ANGELA —  (ad alta voce, indignata) Suoi ospiti?!?... È il colmo!

LEONE —     (ad Angela) Per favore, signora, non alzi la voce. Mi dà fastidio.

ANGELA —  (fra i denti) Scusi.

LEONE —     (indica Fulvio) Anche quel tipo mi dà fastidio.

ANGELA —  Non ha neppure aperto bocca.

LEONE —     Mi dà fastidio lo stesso. (A Ilaria) Andiamo via!

ANGELA —  No! (a Fulvio) Maestro...

FULVIO —   (che stava leggendo) Dica, signora.

ANGELA —  Il... signore (indica Leone), la prega di andarsene.

FULVIO —   Dove?

LEONE —     Sparire! Spa-ri-re.

FULVIO —   (offeso, si alza in piedi. Agli altri) E voi permettete che si tratti in questo orribile modo l’esimio maestro Fulvio De Pisis?

MIRELLA — Comprenda, maestro, la nostra situazione.

REMO —       Non bisogna contraddirlo.

ANGELA —  S’immagini quanta fatica faccio io.

SANDRO —  La sua reazione potrebbe spezzare il tenue filo che ancora lo trattiene qui.

FULVIO —   (guarda tutti, gonfia il petto) D’accordo: mi sacrifico. Vado... (si avvia verso destra).

ANGELA —  (a Leone, che sta confabulando con Ilaria) Ha visto? (indica Fulvio) Se ne va.

LEONE —     Bene.

FULVIO —   Vado in cucina.

LEONE —     Nossignore!

FULVIO —   (implora) Ma io ho appetito.

LEONE —     Vada al ristorante.

FULVIO —   (c.s.) Ma io abito qui, io.

LEONE —     Impossibile. (A Remo) Lei ha detto a me e a sua zia che questa è casa sua, o sbaglio?

REMO —       Non sbaglia.

LEONE —     Allora il signore (indica Fulvio) è anche suo ospite?

REMO —       No. (Angela gli fa energici segni perché approvi) Sì!

LEONE —     Sì o no?

REMO —       …nni. È di passaggio.

LEONE —     In cucina?

REMO —       Penso di no. (A Fulvio) Senta, maestro...

FULVIO —   (interrompe) Ho capito! Vado a chiudermi in camera mia.

LEONE —     Il signore ha una camera sua in questo apparta mento?

REMO —       Sua per modo di dire.

MIRELLA — Maestro, per cortesia...

FULVIO —   (cs.) Ho capito! Vado nel bar qui vicino. (A Leone) Soddisfatto?

LEONE —     (accenna di sì col capo) . . .per modo di dire.

FULVIO —   Uffa! (esce a sinistra).

ILARIA —    Mon scerì Beniamèn, sei sempre il più forte! Se non ti spiace approfitto di questo momento di calma per farti una sorpresa.

REMO —       Lascia perdere, zia. Sorprese ne hai già fatte troppe.

ILARIA —    Ho deciso di comprare tu de suìt, immediatamente, per me e Beniamino, una villa sulla Costa Azzurra, con tanti fiori, tanto amore e tanto cielo. Devo spedire un telegramma al mio amministratore. Vuoi accompagnarmi all’ufficio telegrafico, Remo?

REMO —       Se lo desideri...

ILARIA —    (balza in piedi) Nus alòn!... (sì avvia a sinistra con Remo).

LEONE —     (si alza, preoccupato) Ilaaaria! ... Mi lasci qui, solo?

ILARIA —    Dieci minuti e sono di nuovo con te.

LEONE —     Ma io non voglio rimanere dieci minuti qui, solo.

ILARIA —    Lo sentite? Il è un enfàn, è un bambino. Ore vuàr! (esce a sinistra con Remo).

ANGELA —  (sottovoce a Sandro) Li segua!

SANDRO —  (accenna di sì col capo ed esce a sinistra).

LEONE —     (siede ed estrae di tasca un pacchetto di sigarette) Posso fumare?

ANGELA —  Veramente...

MIRELLA — (interviene) Faccia pure!

LEONE —     Se la signora non vuole che fumi qui... vado da Ilaria! (fa l’atto di lanciarsi verso sinistra, ma le due donne, appoggiandogli le mani sulle spalle, lo costringono a risedere).

ANGELA —  No! Mi piace molto l’odore del tabacco bruciato.

LEONE —     « profumo », se non le spiace.

ANGELA —  Certo, certo, ha ragione: « profumo ».

LEONE —     E lei, fuma?

ANGELA —  Per carità!

LEONE —     Ilaria, invece sì. Ilaaaria! ... (fa l’atto idem come prima).

ANGELA —  Fumo anch’io.

LEONE —     Così va bene. (Offre) Gradisce?

ANGELA —  Gra-gra... Gra (prende una sigaretta e la tiene lontana dal viso, guardandola con espressione di disgusto).

LEONE —     (accende un cerino o una macchinetta) Prego.

ANGELA —  La fumo più tardi.

LEONE —     È un’offesa. Ilaaaria! ... (fa l’atto idem come sopra).

ANGELA —  Accendo! (mette la sigaretta fra le labbra tre manti: la sigaretta oscilla e sfugge alla fiamma).

LEONE —     Ha freddo, signora?

ANGELA —  Già-già... Bo-bo... Sì-no... No-sì... Mah!

LEONE —     Aspiri, diamine!

ANGELA —  Ce-certo! (aspira per accendere, poi aspira e sbuffa rapidamente).

LEONE —     (accende la sua sigaretta) Sa cosa somiglia, signora?

ANGELA —  (lievemente, stordita) Non ho idea, non ho.

LEONE —     Una vaporiera.

MIRELLA — Non le sembra di avere già fumato, in questa camera?

LEONE —     Mai! (delusione delle donne. Leone si guarda in torno) Però-però...

ANGELA —  « Però-però »?... Dica-dica.

LEONE —     Però-però... (pausa) ...qui dentro si fuma male!

MIRELLA — Perché?

LEONE —     Non so... Percepisco una specie dì fastidio, Un senso di oppressione come se lei (indica Angela) mi proibisse di fumare. È insopportabile. Ilaaaria! ... (fa l’atto idem come prima).

ANGELA —  Aspetti. Guardi. Per toglierle fastidio e oppressione, fumo anch’io (aspira e sbuffa rapidamente).

LEONE —     Buona, eh?

ANGELA —  (stordita) Squi-squi... Squi (Aspira e sbuffa, barcolla, strabuzza gli occhi, ed esce in fretta a destra, tenendosi una mano sulla fronte e l’altra sul lo stomaco).

MIRELLA — (allarmata, la segue) Nonna!...

LEONE —     (sorride ironico, si alza in piedi e fa qualche passo).

REMO —       (entra da sinistra) La zia vuole sapere... (nota che c’è soltanto Leone) Meno male che ti trovo solo!

LEONE —     È un bel testone, lei! Anche se è il nipote di mia zia... Cioè! Il nipote di Ilaria, chi l’ha autorizzata a darmi del tu?

REMO —       (sconcertato) Ma tu-me... Ma me-tu-lei... Credevo che fingesse.

LEONE —     Che cosa?

REMO —       Di essere un altro.

LEONE —     No, signore! Io non sono un altro. Io sono io. Lei, piuttosto, deve avere qualche rotella fuori posto.

REMO —       Comincio a pensarlo anch’io. Tuttavia mi permetta di insistere. Immagini che io parli a me stesso.

LEONE —     Allora è proprio scemo!

REMO —       Avevo un compagno che si chiamava Leone...

LEONE —     Brutto nome!

REMO —       Andavamo insieme all’asilo. (Col tono di chi parla ai bambini) Remo, togliti il ditino di bocca. Leone, soffiati il nasino (ride, sperando che Leone lo imiti, ma questi continua a fumare, con espressione assente). Poi a scuola. (Col tono della chiamata d’appello degli insegnanti e della risposta degli scolari) Remo Dondini! Presente. Leone Agnelli! Signora maestra, Leone è a casa ammalato, perché ieri ha mangiato troppe ciliegie. Ha una febbre da cavallo. Strano, dice la maestra, perché è un asino! (ride idem come prima) Quindi a militare. Dondini e Agnelli di ramazza! (saluta militarmente) Signorsì, signor caporale (ride idem come prima). Infine le gite in montagna. Leone! (indica una sedia) Questo è il Dente del Gigante, la nostra indimenticabile scalata. Partiamo! (esegue la seguente mimica: si inginocchia accanto alla sedia, pianta chiodi, aggancia la corda, con grande fatica sale sulla sedia e si alza in piedi, ansante) Il Dente del Gigante, Leone! L’abbiamo conquistato! (rimane immobile, in posa eroica).

LEONE —     (lo guarda un momento, serio, poi dice con la massima semplicità) Hai finito di fare il cretino?

REMO —       (disorientato) Co-co... Co-come dice-dici?

LEONE —     Ssst! Scendi dal Dente... della sedia, e parla sottovoce.

REMO —       (scende) Allora tu?... Tu sai di essere Leone?

LEONE —     Mai come oggi.

REMO —       E la perdita della memoria?

LEONE —     Ho perduto una sola cosa: la paura di avere coraggio. Mi sento un leone, una tigre, una pantera!

REMO —       In parole povere hai fatto la commedia?

LEONE —     Eh già.

REMO —       Vergognati!

LEONE —     Per quale motivo? il destino mischia le carte e noi giochiamo. La vita è un sogno, una commedia... come preferisci. Ebbene, io, da comparsa, sono diventato protagonista. Che c’è di male? Ho soltanto fatto carriera.

REMO —       Comunque, stai attento.

LEONE —     A che cosa?

REMO —       Mia zia non è ricca.

LEONE —     Ma i 20-30 miliardi?

REMO —       Li ha solo nella fantasia

LEONE —     Sul serio?

REMO —       (annuisce) Ho telefonato in Francia a un lontano parente. Mi ha detto che zia Ilaria è fuggita una settimana fa dal manicomio di Marsiglia.

LEONE —     (disorientato) Allora... (tace, perché)

ANGELA e MIRELLA — (entrano da destra).

LEONE —     (le vede, assume un tono aggressivo verso Remo) E non lo dimentichi! Sarò terribile, crudele, senza pietà, con chi non mi obbedirà.

REMO —       (che volta le spalle a destra e non ha visto le donne, fa un gesto come per domandare: « Che ti prende? »).

LEONE —     (per evitare complicazioni si rivolge alle donne) Voglio un caffè.

ANGELA —  Subito. Mirella, caffè per il signore.

LEONE —     Sarebbe comodo, Vero? Tutt’e due mi dovete servire. Dietro-front! In cucina.

ANGELA e MIRELLA — (rassegnate, escono a destra).

REMO —       Non avrai mica intenzione di trattarle per sempre in questo modo?

LEONE —     Chissà... Per adesso dobbiamo liquidare tua zia.

REMO —       Sarà difficile.

LEONE —     Lo so, ma devi riuscirci.

REMO —       Io?

LEONE —     Tu, sì. Vai a prelevarla all’ufficio telegrafico, conducila in un bar e convincila che io non sono Beniamino Rodi. Devi impedirle, insomma, di ritornare qui.

REMO —       Farò il possibile.

LEONE —     E l’impossibile, a costo di ricorrere alle maniere forti.

REMO —       Botte?

LEONE —     No. Telefona al « 113 », affinché sia ricoverata urgentemente in una Clinica, dove Beniamini ne troverà a bizzeffe.

REMO —       Tu cosa farai?

LEONE —     (assume la posa napoleonica) Napoleone! E questo sarà il mio impero. Dài, Remo! Fila.

REMO —       Senti, Leone...

LEONE —     (interrompe) No. Vai.

REMO —       (vorrebbe ancora obiettare, poi allarga le braccia rassegnato ed esce a sinistra. Breve pausa, durante la quale Leone fa qualche passo, ed ha le spalle rivolte a destra, quando)

ANGELA —  (fa capolino dalla porta, e dice con tono infantile) Cucù!

LEONE —     (sussulta e si guarda intorno) Che c’è?

ANGELA —  Cucù! Sorpreso del mio cordiale, e direi affettuoso, « cucù »?

LEONE —     Sorpresissimo sono. (Una pausa) Perché non sapevo che le oche facessero « cucù ».

ANGELA —  (con un sorriso forzato) Spiritoso. Possiamo servirle il caffè?

LEONE —     Era ora! (Angela cede il passo a)

MIRELLA — (che entra da destra, portando un vassoio sul quale c’è una tazzina di caffè e una zuccheriera. Porge a Leone) Prego.

LEONE —     (prende la tazzina, poi la tiene a mezz’aria, immobile)

ANGELA —  Qualcosa che non va?

LEONE —     Zucchero!

ANGELA —  Subito (prende la zuccheriera). Quanti?

LEONE —     Due. (Angela mette due cucchiaini di zucchero nella tazzina) … e mezzo. (Angela esegue. Leone continua a tenere la tazzina a mezz’aria, immobile).

ANGELA —  Desidera altro?

LEONE —     (accennando col capo alla tazzina) Mescolare. (Angela esegue. Leone centellina il caffè).

MIRELLA — Buono?

LEONE —     Potrebbe essere migliore.

ANGELA —  Lo sarà (gli prende la tazzina e la posa sul vassoio, che Mirella ripone sul tavolino) Fumiamo?

LEONE —     Adesso no. Quando me lo dicono gli altri mi va via la voglia.

MIRELLA — Se lei, in questa casa, si trovasse a suo agio, potrebbe rimanerci per sempre.

ANGELA —  Come ospite, naturalmente.

LEONE —     Impossibile. Con Ilaria faccio Napoleone.

ANGELA —  Può farlo anche qui.

MIRELLA — Fra queste mura vivrebbe in un ambiente affettuoso, tranquillo, riposante.

LEONE —     È una pensione?

ANGELA —  È una famiglia.

LEONE —     Non nego che l’idea mi tenta. Ma se è una famiglia, voi due che razza di parentela avreste con me?

ANGELA —  Be’... Io potrei essere sua... suocera.

LEONE —     È matta? Abbasso la suocera! E lei, signorina, chi sarebbe?

MIRELLA — Sua figlia.

LEONE —     È impegnativo. Cosa fa?

MIRELLA — Prima facevo la commessa nel negozio di mio padre.

LEONE —     Ah, perché suo padre aveva un negozio... quand’era vivo?

MIRELLA — (sinceramente colpita) Non dica così. Mio padre, grazie al Cielo, è vivo e vegeto.

ANGELA —  Ma non abita con noi.

LEONE —     Scommetto che ha un brutto carattere.

ANGELA —  Al contrario. È dolce come il miele.

MIRELLA — E noi gli vogliamo un gran bene.

LEONE —     « Noi »... Tutt’e due gli volete un gran bene?

ANGELA —  Senza dubbio.

LEONE —     Brave, brave. (A Mirella) Prima, dunque, faceva la commessa nel negozio di suo padre. E poi?

MIRELLA — Ho tentato di fare la cantante.

LEONE —     Bel mestiere. Chi l’ha indirizzata sulla strada del le canzonette?

ANGELA —  Io.

LEONE —     Capisco. Forse anche lei è una ex-diva, come Ilaaaria.

ANGELA —  (sorride) Sono solamente un’appassionata della musica leggera.

LEONE —     Interessante. Alla sua età, con quella faccia, dovrebbe essere appassionata... a fare la calzetta! (A Mirella) Lei, invece, è giovane e carina... Continui pure a cantare.

MIRELLA — Mi spiace, ma non posso accontentarla. Voglio tornare in negozio, con mio papà.

LEONE —     Sul serio?

MIRELLA — (accenna di sì col capo) . . .se mi vorrà ancora.

ANGELA —  Dal suo interessamento per noi mi pare di capire, signore, che lei rimarrà qui.

LEONE —     Vi avverto che non ho rendite e che mi piace spendere e spandere.

MIRELLA — Lavoreremo anche per i suoi... (sorride) capricci.

LEONE —     Vi ricordo che sono abituato a fare Napoleone. Vi rassegnerete a obbedire e tacere?

ANGELA e MIRELLA — Sì.

LEONE —     Sta bene. Potete darmi del tu.

ANGELA e MIRELLA — (lo abbracciano, felici e festanti) Caro! — Grazie!

LEONE —     Alt! (le donne si allontanano, rimanendo quasi sull’attenti) Potete darmi del tu... ma senza confidenza (le donne accennano di sì col capo).

REMO —       (entra da sinistra con Sandro) Tutto a posto!

LEONE —     Un momento. (Alle donne) Andate pure.

ANGELA e MIRELLA — (con lievi inchini, e urtandosi a vicenda, camminano a ritroso ed escono a destra).

SANDRO —  Signor Leone, non esageri! Il signor Dondini mi ha detto che...

LEONE —     (interrompe) Il signor Dondini chiacchiera troppo. Lei, comunque, pensi ai fatti suoi. (A Remo) Com’è andata?

REMO —       Bene. All’inizio si è ribellata, poi si è convinta.

LEONE —     Adesso dov’è?

REMO —       Nel bar qui vicino. Con le lacrime agli occhi mi ha pure detto di porgerti le sue scuse e di augurarti ogni bene. Poi s’è messa a chiacchierare animatamente con il maestro De Pisis, che era entrato nel locale imprecando contro di te.

SANDRO —  Quando li abbiamo lasciati sembravano entrambi decisi ad affogare nel whisky le loro amarezze « artistiche ».

LEONE —     E tu, Remo? Andrai a fare l’amministratore dei miliardi di tua zia?

REMO —       No, se qui ritorna l’atmosfera di prima.

LEONE —     Fossi pazzo!

SANDRO —  Signor Leone, rifletta. Non potrà continuare a fare l’estraneo in casa sua.

LEONE —     Perché no, se l’estraneo è più rispettato del capo famiglia? A proposito: lo sapete che sono morto?

SANDRO —  Allora ha sul serio qualche rotellina fuori posto?

LEONE —     Pensateci un momento. Leone deve essere morto, altrimenti come farebbe, in questa casa, a vivere Beniamino?

REMO —       Capisco più nulla! Eppure non sono scemo. Sul mio foglio matricolare il colonnello ha sempre scritto: « Elemento sveglio e intelligente ».

LEONE —     (ironico) Non dare retta ai militari. (Altro tono) Remo, svegliati! Beniamino vivrà sino a quando Leone non avrà imparato a farsi rispettare come lui.

SANDRO —  È una fissazione!

LEONE —     Eh, cari amici! ... Agli uomini timidi e riservati come ero io tutti pestano i piedi perché li credono paurosi, vigliacchi, senza spina dorsale. Invece no! I tipi come Leone Agnelli sono i soli che abbiano capito cos’è la libertà, cioè « lascia vivere gli altri, se vuoi che gli altri lascino vivere te ».

REMO —       Sì, ma... e la tua ex-paura d’avere coraggio?

LEONE —     Nient’altro che un modo originale per dire « buon-senso e tolleranza ». Insomma, Beniamino esisterà, in attesa che Leone gli dia il cambio.

REMO —       Pensa alle conseguenze. Le farai soffrire.

LEONE —     Non le ho mai viste tanto allegre. D’altronde, come si fa a rinunciare alle comodità dei napoleoni? Guardate. (Chiama battendo le mani) Figlia! Suocera!

ANGELA —  (entra rapidamente da destra, seguita da Mirella) Hai chiamato?

LEONE —     Sì.

MIRELLA — Cosa desideri?

LEONE —     La massima attenzione. (Col tono usato nel primo atto da Angela) Primo: il signor Remo Dondini potrà stare solo in negozio quanto gli pare, e la signorina (indica Mirella) sarà la sua commessa. Secondo: laverete i piatti e farete cucina a turno. Terzo: le canzonette, fra queste mura, le canterò soltanto io. Quarto: inviterò chi mi pare a fare partite a carte. Quinto: fumerò e getterò la cenere per terra. Ci sono obiezioni?

ANGELA e MIRELLA — (accennano di no col capo).

LEONE  —    Non poteva essere altrimenti. Potete andare. (Angela e Mirella escono a destra, come prima) Visto?

SANDRO —  Perfettamente. Però mi permetta di andare a consolare Mirella. Mi è apparsa triste, sconcertata.

LEONE —     Glielo permetto. Ma guai a lei se dirà una sola parola sulla mia « guarigione ». Intesi?

SANDRO —  Intesi.

LEONE —     Da uomo a uomo?

SANDRO —  Da uomo a uomo.

LEONE —     Bene. Vada.

SANDRO —  Grazie. (Esce a destra).

REMO —       Caro Leone, nel ricordo di tutti gli anni trascorsi insieme, fraternamente amici, lasciami dire ciò che penso.

LEONE —     Di’ pure.

REMO —       Comprendo i motivi che ti hanno spinto a cogliere al volo l’illusione di mia zia, per entrare nel personaggio di Beniamino Rodi. Ma temo che tu, ora, non sia più capace a toglierti interamente d’addosso i panni del divo superbo e prepotente. Anche con me, nei gesti e nella voce, metti in luce dei frammenti di Beniamino.

LEONE —     E con ciò?

REMO —       Se certe sfumature dell’immaginario carattere di quel trombone dovessero rimanerti per sempre, be’... mi spiacerebbe, ma me ne andrei. In caso contrario riprendo la vita serena nel nostro negozio, con il sorriso di Mirella... e le sfuriate di tua suocera. Che ne dici?

LEONE —     Dico che. (lo fissa un po’, burbero, poi sorride e lo abbraccia) Sei più unico che raro!

SANDRO —  (entra da destra) Donne in arrivo! (Leone si allontana da Remo, e assume la posa napoleonica).

ANGELA —  (con Mirella, entra da destra. Hanno entrambe la solita espressione umile, sottomessa) Possiamo fare qualcosa per te, signore?

LEONE —     (siede) Ogni volta che mi siedo voglio avere dietro la schiena un cuscino morbido, morbido.

MIRELLA — Corro a prenderlo! (esce a destra).

LEONE —     Il giornale!

ANGELA —  Di là! (esce a destra, scontrandosi con Mirella che rientra, portando un cuscino che sistema alle spalle di Leone. Angela rientra) Non trovo il giornale di oggi.

LEONE —     Portami quello di domani.

ANGELA —  Sì (fa l’atto di uscire).

LEONE —     Cioè! Quello di ieri. (Angela esce a destra) Sigaretta!

MIRELLA — Non saprei dove trovarne una.

REMO —       Provvedo io. (Estrae di tasca un pacchetto e offre a Leone).

LEONE —     (prende l’intero pacchetto, ne estrae una e ripone il pacchetto in tasca. Remo sbuffa).

ANGELA —  (rientra, portando un giornale che dà a Leone) Ecco il giornale!

LEONE —     (ad Angela) Fuoco!

ANGELA —  (a Mirella) Fuoco!

MIRELLA — (a Sandro) Fuoco!

SANDRO —  (a Remo) Fuoco!

REMO —       (sbotta) Bum! (e borbottando) Farei fuoco sul serio, farei... (accende un cerino o macchinetta).

LEONE —     (aspira e sospira) Mi manca solo Giuseppina.

ANGELA —  (allarmata) Credevo che l’unica... « signora» in ballo si chiamasse Ilaaaria. Chi è Giuseppina?

LEONE —     Santa ignoranza!... Io sono Napoleone sì, o no?

ANGELA e MIRELLA — (accennano di sì col capo).

LEONE —     Embè ... Napoleone aveva Giuseppina (si rilassa e chiude gli occhi, assumendo un’espressione beata).

SANDRO —  Roba da matti!... Io non...

LEONE —     (infastidito, senza aprire gli occhi) Ssst!

MIRELLA — (a Sandro, sottovoce) Lascialo riposare.

ANGELA —  Sembra un angioletto.

LEONE —     (c.s.) Ssst!

ANGELA —  (a Remo e Sandro) Andate.

MIRELLA — In punta di piedi.

REMO —       Vorrei solamente sapere se...

ANGELA e MIRELLA — Ssst!

REMO —       (scrolla le spalle, invita Sandro a seguirlo, e tutt’e due escono a sinistra, in punta di piedi, facendo cenni di saluto con le mani).

LEONE —     (c.s.) Ho caldo!

ANGELA e MIRELLA — (si pongono ai suoi fianchi e gli fanno aria sul viso, dolcemente, con le mani).

LEONE —     (apre gli occhi, ne strizza uno verso il pubblico e dice) Meglio di Napoleone (poi richiude gli occhi e si distende, mentre il sipario si chiude totalmente. Però si riapre subito. I tre, in scena, rimangono immobili).

SANDRO —  (entra da sinistra e si rivolge al pubblico, sorridendo) Questa vicenda potrebbe finire così. Ma immaginiamo che non tutti sarebbero soddisfatti. Ebbene, consideriamo questo un primo finale, proseguiamo per alcuni minuti, e partendo dal punto in cui siamo faremo un secondo finale. Sarà un modo come un altro per constatare che il teatro è magico almeno quanto il cinema e la televisione. Infatti si proietterà per le strade e in casa vostra, quando vi scambierete le opinioni sui due finali. Ed ora vi faccio una confidenza: io, quando sono andato di là (indica a destra), ho detto alle donne che il signor Leone fingeva di avere perso la memoria. Perciò... Via! (esce a sinistra).

ANGELA e MIRELLA — (per qualche istante riprendono a fare aria a Leone... Poi si guardano, assumono un’espressione minacciosa e danno una manata sulle spalle di)

LEONE —     (il quale sussulta, apre gli occhi) Come vi permettete? (nota l’espressione delle donne e comincia a perdere la baldanza) Che-che... Che-che... Che-che volete?

ANGELA —  (brusca) Caro genero, la commedia... Anzi, la tua farsa è finita!

MIRELLA — Sappiamo tutto!

LEONE —     (boccheggiante, facendosi piccolo sulla sedia) Tu- tutto-tutto?

ANGELA e MIRELLA — Sì.

LEONE —     (tenta di fuggire) Ilaaaria.

ANGELA —  (lo fa risedere con una manata sulle spalle) Non attacca più!

MIRELLA — Sandro è stato generoso di spiegazioni.

SANDRO —  (entra da sinistra, sorridente, con Remo) Vero, signor Leone.

LEONE —     Ma lei mi aveva promesso...

SANDRO —  (continua)… che non avrei detto UNA SOLA PAROLA. Infatti ne avrò dette cento.

ANGELA —  Sei in nostre mani!

LEONE —     (si alza in piedi, umile) Co-co... Co-cosa devo fare?

ANGELA e MIRELLA — (indicando violentemente a sinistra) Al lavoro!

LEONE —     (con lo sguardo chiede aiuto a Sandro e Remo).

SANDRO e REMO —  (come le donne) Al lavoro!

LEONE —     (guarda tutti, fa l’atto di aprire bocca).

GLI ALTRI —          Al lavoro!

LEONE —     (si avvia a sinistra. Quando giunge sulla soglia della porta).

GLI ALTRI —          (scoppiano in una cordiale risata).

LEONE —     (si ferma e si volta a guardarli, stupito).

MIRELLA — (lo abbraccia e lo bacia) Papà carissimo!

ANGELA —  (lo abbraccia) Ti vogliamo più bene di prima. To’... (lo bacia).

REMO —       Tutto a posto, Leone.

SANDRO —  E se d’ora in poi non sarà un Napoleone intero, be’... mezzo Napoleone sarà di sicuro. La signora Angela e Mirella me l’hanno promesso solennemente.

ANGELA —  (accenna di sì col capo) Ma questi scherzi... mai più, eh?

LEONE —     Mai più. A un certo momento ho avuto persino paura.

MIRELLA — Paura di che cosa?

LEONE —     (sorride) Paura... d’avere avuto troppo coraggio! (sorridono tutti e si pongono in gruppo al centro) Finalmente è finita... Siamo felici, tranquilli...

FULVIO —   (entra a catapulta da sinistra, trafelato e ansante, e fugge, girando di corsa intorno al gruppo e urlando) Non sono io! ... Non sono io!

ILARIA —    (lo insegue, urlando) Beniamino sei tu! Ho ritrovato Beniamèn! (e sulla risata del gruppo, intorno al quale Ilaria continua a inseguire Fulvio, si chiude rapidamente il sipario).

FINE

Occorrente di scena:

sigarette « Nazionali», 1 pacchetto con 2 sigarette, 1 pacchetto pieno, cerini o accendino, cuscino, giornale, vassoio, tazzina, zuccheriera, cucchiaino.

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