Mia famiglia

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MIA FAMIGLIA

di Eduardo De Filippo

Personaggi:

ALBERTO STIGLIANO

ELENA STIGLIANO, sua moglie

ROSARIA, sua figlia

BEPPE, suo figlio

GUIDONE, amico di Beppe

CORRADO CUOCO, fidanzato di Rosaria

MARIA, cameriera

ARTURO STIGLIANO, fratello di Alberto

TAPPEZZIERE

MICHELE CUOCO, padre di Corrado

CARMELA, sua moglie

LA SIGNORA FUCECCHIA

LA SIGNORA MUSCIO

LA SIGNORA MICILLO

BUGLI, giornalista

UN FOTOREPORTER

IL PORTIERE

INQUILINI

AGENTI

Scene:

In casa Stigliano. Una stanza di passaggio che divide tutti gli ambienti dell’appartamento: luogo in cui la famiglia che ci interessa s’incontra e si i intrattiene. L’arredamento dell’ambiente si riduce a pochi mobili di un certo buon gusto, mal disposti e mal curati. Qualche poltrona zoppicante; del sediame malfermo; un telefono ed un apparecchio radio. Cumuli di giornali cinematografici, sparsi un po’ da per tutto, completano il disordine dell’insieme.

ATTO PRIMO

Pomeriggio autunnale. Beppe, sdraiato su di una poltrona, dorme con un giornale illustrato aperto sulle gambe. Di fronte a lui Guidone, l’inseparabile amico, su di un’altra poltrona, con il capo appoggiato alla spalliera, guarda il soffitto meditando e inseguendo progetti fantasiosi. Dopo una lunga pausa, Beppe apre gli occhi, fissa per un attimo Guidone, e poi scoppia in una gran risata.

GUIDONE - (colto all’improvviso, sussulta) Beppe, santo mio! Me so’ messo paura… Che c’è?

BEPPE - Sai cosa stavo pensando?

GUIDONE - Ma perché, non dormivi?

BEPPE - No. Tenevo gli occhi chiusi perché non volevo né parlare né essere interrogato. Ma stavo sveglio.

GUIDONE - In parole povere, ti eri scocciato della mia conversazione.

BEPPE - Guido’, tu se vuoi andare d’accordo con me non devi stare appuntato con gli spilli. Qua Iddio lo sa e la Madonna lo vede quale sforzo si deve compiere dalla mattina alla sera per riuscire a sopportare l’idiozia e l’insulsaggine dell’umanità che ti circonda; mo’ ci dobbiamo pure preoccupare della tua emotività più o meno sensibile alla infrazione temeraria delle sacrosante leggi della convivenza.

GUIDONE - (con risentimento polemico) Uh, Giesù! E a me lo dici? Se c’è un tizio che odia le convenzioni sociali, i luoghi comuni, l’ipocrisia, questo tizio sono proprio io… Mo’ te ne vieni tu, e mi dai gratuitamente la qualifica di primo della classe.

BEPPE - E tu ti sei offeso.

GUIDONE - Ma neanche per sogno. Sì, hai trovato chi si offende. Ho detto per dire. Anzi, quando tu hai chiuso gli occhi, pensando che ti eri addormentato, ho appoggiato la testa sulla spalliera della poltrona, immergendomi in ipotesi e fantasticherie spirituali per mio conto. Proprio per non darti molestia. Che stavi pensando?

BEPPE - Pensavo alla faccia che farà mio padre, stasera, quando gli dirò che domani mattina parto per la Francia.

GUIDONE - Perché glielo devi dire, scusa? Tu mettiti nell’aereo e vattene in grazia di Dio. Quando sei arrivato a Parigi lo lampeggi; la faccia che farà, se te la vuol far vedere, se la fa fotografare e te ne spedisce una copia in bianco e nero e una a colori.

BEPFE (alludendo a suo padre, formula l’apprezzamento quasi con disgusto) Ma che uomo!

GUIDONE - Beppe mio, scusa se te lo dico… sai, io le cose non me le so tenere in corpo! È un essere brutale. Come ha fatto quella povera mamma tua a tenerselo vicino per tanti anni?

BEPPE - (disinteressato) Affari loro!

GUIDONE - Io non metterei mai piede in questa casa per via sua. Che so, quando c’è lui mi sento a disagio. E si capisce! Un uomo che raramente ti guarda in faccia; che non ti rivolge mai la parola, e che quando lo fa hai l’impressione che ti voglia sfottere, ironizzare. Io poi, che sono di una natura così sensibile, figurati se mi lascio sfuggire sia pure una lieve sfumatura.

BEPPE - Non ti può soffrire. Se ti potesse uccidere, lo farebbe.

GUIDONE - È un bestione, mostruoso, ecco quello che è. Non va d’accordo con te; la moglie, come se non esistesse; tratta la figlia come se fosse un’estranea… È proprio un bestio. Ho detto bene prima… un bestio.

BEPPE - E peggiora con gli anni. Una volta non era così. E ti giuro che in fondo ne provo un certo dispiacere.

GUIDONE - Un rimpianto, vuoi dire?

BEFPE No. Rimpianto di che cosa?

GUIDONE - Sai, certe volte, si sente nostalgia per quei pochi anni che cullarono i sogni nella nostra infanzia. L’incoscienza di quell’età ti fa vedere tutto color di rosa; ti fa pigliare per moneta contante tutto quello che in fondo non è altro che un artificio mostruoso, che maschera il desiderio egoistico dei tuoi genitori, specialmente da parte del padre, di volerti imporre la propria volontà, i propri gusti e tendenze al solo scopo di fare di te un doppione di se stessi.

BEPPE - Ho detto: mi dispiace, non per questa nostalgia che dici tu. Mi dispiace per lui. Perché non è che a un certo punto dice: “Va bbe’, le cose sono andate così, io invece pensavo tutto al contrario: non ne parliamo più”. No. Lui ne ha fatto la tragedia della sua vita. Perché, secondo lui, io avrei dovuto continuare a scrivere articoletti e raccontini, e andarmi a togliere il cappello a destra e a sinistra su tutte le redazioni dei settimanali, per realizzare quelle venticinque o trentamila lire al mese. (Imitando il sermone paterno in tono satirico) Che t’importa? Qui in casa non ti manca niente. Mangiare e dormire, ci penso io… quelle venticinque, trentamila lire al mese te le tieni in tasca per le sigarette. Alla fine sei un ragazzo. Io, alla tua età”, ecc., ecc.

GUIDONE - Statti zitto, Beppe santo! Fammi la cortesia, statti zitto. Sapessi quello che ho penato con mio padre!

BEPPE - (seguendo il suo discorso di prima) Perché la sua gioia sarebbe stata quella di farmi entrare alla Radio raccomandato da lui, e farmi prendere il posto di speaker come ce l’ha lui. Sai che avvenire luminoso… Non basta un fesso in famiglia, ce ne vogliono due.

GUIDONE - Ma io non dico questo. Fesso, poi, perché? A lui è piaciuto quel genere di vita, e nessuno gli ha messo il bastone di traverso; perché vuole imporre la stessa cosa agli altri?

BEPPE - Questo signore non s’accorge che la vita è cambiata. Che ti credi, che si preoccupa di dare uno sguardo intorno, per vedere con quali mezzi e per quali vie la gente di oggi riesce a sfondare e vincere? Individui che nun te putevano pulezza’ nemmeno ‘e scarpe, oggi marciano in automobile e comandano i milioni; con qualunque arma, buona o cattiva, ricattatoria o disonesta: sfondano! E i milioni li comandano, e in automobile marciano. Vittorio Sardelli come ha fatto?

GUIDONE - (con ammirazione) Che cervello!

BEPPE - E l’hanno dovuto salvare. Proprio quelli che sono stati truffati da lui. Lo hanno dovuto salvare, se no finivano in galera tutti quanti. E guarda la posizione che tiene Vittorio Sardelli; riverito e rispettato da tutti! L’accordo fra me e mio padre finì il giorno in cui gli dissi: “Papà, io e te siamo due cervelli differenti. Ti ringrazio di avermi messo al mondo… e accontentati che ti dico: ti ringrazio. Ma non mi devi scocciare più. Quello che farò nella vita dipenderà esclusivamente dalla mia volontà: me nguaio, m’arruvino, nun aggi’ ‘a da’ cunto a nisciuno”.

GUIDONE - Qui inciampica il ciuccio. Perché, vedi Beppe, il giorno che tu diventerai milionario, senza aver chiesto consiglio a nessuno, senza diciamo la collaborazione diretta del genitore, non sarà un giorno lieto per tuo padre. La tua vita, in rapporto a quella che è stata la sua, lo metterà in condizioni d’inferiorità. In altri termini, un figlio che per merito proprio riesce a muovere un passo più lungo del previsto, non fa altro che mettere in evidenza l’incapacità del genitore.

BEPPE - (borioso conclude) La vita è un dono! E a me quando me regalano na cosa, io ne faccio chello che me pare e piace. E poi, il donatore non fu mio padre. Lui, se mai, funzionò da intermediario. (Maria è la serva di casa. Reca con sé un cartoccio di pesce fritto e uno sfilatino avvolto nella carta del formaggio. La ragazza entra dalla sinistra e tira dritto verso il lato opposto)

GUIDONE - (vedendola entrare richiama l’attenzione di lei sul cartoccio e lo sfilatino) Chi fa da sé fa per tre. È vero, Mari’?

MARIA - (precisando) Pane e pesce fritto. Accussì me levo io da mezzo.

BEPFE A proposito: ma che si mangia?

MARIA - Io non so niente. ‘A signora è uscita presto stammatina e ha detto che per il pranzo ci pensava lei. Ma po’ sapite come succede… o si dimentica o si trattiene al Circolo a giocare… Allora ho pensato: è meglio che provvedo per me.

GUIDONE - (ironico) Sei altruista.

MARIA - E scusate: qua una non sa mai come si deve regolare. E po’ ‘a signora nun ha lasciato manco nu soldo. (Offrendo il cartoccio aperto ai due) Senza complimenti, se volete…

GUIDONE - No, grazie.

BEPPE - (ironico) Mangia, mangia tu, che devi lavorare. Povera figlia, s’ammazza di fatica in questa casa.

MARIA - Embe’, signuri’, voi non ci crederete: ma io forse mi licenzio, proprio perché in questa casa non faccio niente.

GUIDONE - (divertito) Aspetta, il caso è nuovo… È la prima volta che sento di una cameriera che se ne vuole andare perché non lavora abbastanza.

MARIA - No, spieghiamoci bene. Io non dico che mi piace di lavorare; ma in questa casa nun se fa niente addirittura. (Rivolgendosi a Beppe) E, secondo me, papà vostro ha ragione. Quante volte si è lamentato dei materassi, e ha lasciato detto che bisognava chiamare il materassaio… Stammatina, sapete che ha fatto?

BEPPE - Che ha fatto?

MARIA - Siccome ‘a signora è uscita prima di lui, mi ha chiamato e mi ha detto: “Mari’, il materassaio l’hanno chiamato?” Io ho risposto: “Signo’, non so niente; ma mi pare di no”. “Va bene, ho capito”, ha risposto lui. E senza pensarci sopra, ha pigliato ‘a forbice e zzò… zzà… con quattro forbiciate ha tagliato tutt’ ‘e fodere. Po’ ha detto: “Mo’ voglio vede’ si ‘e matarazze se fanno o no”.

GUIDONE - (disgustato) Che bruto!

BEPPE - (a Guidone, ricollegando il caso al loro precedente discorso) È diventato furioso, te l’ho detto. (A Maria) E il materassaio lo avete chiamato?

MARIA - Non c’era in bottega, ma ho lasciato l’imbasciata. In camera da letto ci stanno i due materassi tagliati per terra. Quando torna la signora se ne parla. (Internamente qualcuno, con la mano aperta, batte due o tre colpi al centro del riquadro della porta d’ingresso)

BEPPE - Il campanello non suona?

MARIA - L’ha fulminato ‘a signora stammatina. Perché prima di uscire si è voluta stirare la gonna. Quando ha innestato la spina del ferro, si sono bruciate le valvole del campanello e della cucina elettrica. (I colpi si ripetono, Maria esce per la destra)

GUIDONE - Noi, a casa, ci abbiamo il fornello a Pibigas. Ma per una tazza di tè, un caffè… Mammà mangia in trattoria, io dove mi trovo… (Corrado. Preceduto da Maria, la quale, nell’attraversare la stanza, riprende i suoi cartoccetti, e senza parlare, esce per la sinistra, avanza muto, salutando con un lieve cenno del capo i due. Costui è un tipo di giovane sui ventitré anni, ma ne dimostra una diecina di più, per i baffi che gli piovono ai lati della bocca e per la folta barba che gli incornicia il malinconico volto; e un poco pure per il taglio dei capelli; quel nutrito ciuffo sulla fronte, e l’abbondante zazzera che gli copre la nuca lo appesantiscono, lo invecchiano. Egli veste con il minimo indispensabile di indumenti: un camiciotto e un pantalone di tela bruna di taglio americano, di quelli con le doppie cuciture a filo bianco, che riquadrano l’infinito campionario di tasche a toppe. È alto, robusto. Dal camiciotto sbottonato per più della metà appare l’ampio villoso torace. Dopo una breve pausa, durante la quale il nostro tipo, indifferente a tutto ciò che lo circonda, ha mosso qualche passo per la stanza, con voce cupa chiede a Beppe)

CORRADO - Rosaria?

BEPPE - E chi l’ha vista. Io non so nemmeno se stanotte ha dormito qua.

GUIDONE - Ieri sera non eravate insieme?

CORRADO - Fino a mezzanotte quasi… (Dopo una breve pausa, con semplicità) La schiaffeggiai!

BEPPE - (con lo stesso tono semplice) Per la strada?

CÒRRADO No. Eravamo in casa di Mirella, quella cagna eternamente in calore… che ieri sera mi fece più schifo del solito. C’era pure altra gente, ma non mi ricordo di nessuno. Difficilmente avverto la presenza degli altri. (Sorride ripensando a qualche cosa che lo ha divertito il giorno innanzi e, in conseguenza dell’idea sopravvenuta, chiede ai due amici) La conoscete, quella dei due soldati negri che vanno dal farmacista?

GUIDONE - (che dal particolare dei due negri ha individuato la barzelletta che si propone di raccontare Corrado, interviene pronto) Ah, si… (A Beppe) Te la raccontai sere fa… è stupenda. Quella del farmacista che dice ai due negri: “Banco!”

CORRADO - E dopo questa barzelletta che raccontò Mirella, io schiaffeggiai Rosaria. Sta scema non riusciva a capirla… Mi urtò talmente… e me ne andai.

BEPPE - Oggi ti sei pentito e sei venuto a cercarla.

CORRADO - No; vorrei uscire un poco con lei. C’è una mostra di quadri alla Tavolozza. Espone un armeno, amico mio… Li vorrei vedere con lei.

GUIDONE - Noi scendiamo?

BEPPE - Io, ti dico la verità, tengo un poco di appetito. Vorrei, aspettare mamma.

CORRADO - (con un relativo interesse chiede a Beppe) E a Parigi ci vai?

GUIDONE - (pronto) Parte domattina con l’aereo.

CORRADO - L’hai spuntata.

GUIDONE - Caro Corrado, quando c’è Guidone in mezzo si possono avverare le cose più assurde. E poi, io pare che ne interessai uno qualunque… Serenè, così lo chiamano in Francia… Achille Sereno… nell’ambiente letterario e cinematografico, a Parigi, lo chiamano Serenè… Quando ricevette le tue foto, che gli mandai… (a Beppe con tenero rimprovero) tu non volevi che le mandassi, ricordalo… appena le vide, secondo me, fece salti da cerbiatto, tanto della gioia.

BEPPE - (vanesio) Sì… fotografie indovinate.

GUIDONE - Tu scherzi? Beppe, ma sei riuscito a realizzare quante volte sei bello a torso nudo, e con quella pelle di leopardo stretta intorno al bacino? E se no i produttori francesi ti firmavano il contratto che ti hanno firmato? (A Corrado, come per valorizzare sempre più la sua opera di mediatore) Sai come lo ha definito Serenè? Un dio greco. Sono parole sue, tengo la lettera a casa; quando la vuoi vedere… (A Beppe) E ti vuole ospite suo. Quando arrivi a Parigi, Serenè non ti molla. Non spenderai una lira, e i soldi del contratto te li porti sani sani in Italia. Il film lo girano a colori, la tua parte è di un risalto da fare: “Bu… bu…” In poco tempo diventi stella, i rotocalchi di tutto il mondo faranno a gara per pubblicare le fotografie tue… (Rosaria. Ha vent’anni. La figura di costei sembra ritagliata da un album di bozzetti “sputati” in fretta dalla matita di Novella Parigini. L’esile corpicino della ragazza appare ancor più minuto e fragile per l’ampiezza del giubbotto che indossa a dispetto di un paio di pantaloni striminziti e lisi, che le fasciano le gambe. Le scarpette basse e flosce alla “Cenerentola” si guardano bene dal mentire per accrescere la sua statura, che in effetti non supera il metro e sessanta. Il residuo dei capelli, nel loro disordinato taglio a “candela”, le hanno tolto ogni affinità col sesso cui appartiene, conferendole invece l’aspetto malsano di un ragazzaccio avvizzito, dal volto pallido e malaticcio. E come un maschio gestisce e come tale dimostra di pensare e di esprimersi. La nostra piccola Rosaria, artificiosa e distaccata da qualunque privilegio cui avrebbe diritto ogni legittima discendente di Eva, non ha che gli occhi che la tradiscano; due grandi occhi spalancati e imploranti, in fondo ai quali la mistificazione e la truffa, praticati da elementi oscuri e morbosi, affiorati nel correre dell’ultimo mezzo secolo, non han potuto cancellare i segni di uno smarrimento rassegnato, la cui natura è puramente femminile. Nella grande borsa a sacco, di vecchio cuoio, reca due pacchetti di sigarette americane, due scatole di fiammiferi svedesi e mezzo chilo di noci sorrentine, incartocciate in un pezzo di giornale. Col braccio sinistro stringe un fiasco di Chianti. Entra dalla destra. Raggiunto il tavolo centrale vi colloca sopra il fiasco e la borsa, mentre rivolge ai tre un abituale saluto)

ROSARIA - Buongiorno. La porta l’ho lasciata aperta perché il campanello non funziona. Meno male che avevo la chiave. Ho portato un fiasco di Chianti e mezzo chilo di noci di Sorrento; e due pacchetti di sigarette. (Li tira fuori dalla borsa e ne fa volare uno in direzione di Corrado, il quale lo afferra combaciando a tempo tutte e due le mani) Ti ho comprato pure i fiammiferi. (Il giuoco si ripete con la scatola di svedesi e Corrado, pronto, non fallisce nemmeno questa volta) Ho fatto fesso papà. Stamattina, quando mamma è uscita, lui dormiva ancora. Allora sono entrata in camera e gli ho soffiato duemila lire dal portafogli.

BEPPE - Ringrazia Iddio che non se n’è accorto, se no un altro paio di schiaffi li pigliavi da papà.

ROSARIA - (senza alcun risentimento o rancore racconta le conseguenze dell’incidente avvenuto fra lei e Corrado la notte innanzi) Io poi, senza rendermi conto di niente lì per lì, mezza stordita, perché Corrado ha la mano pesante, me ne venni a letto… Stavo pure mezza sbronza perché in casa di Mirella bevemmo qualche cosa, e mi addormentai. Stamattina mi sono svegliata con i denti macchiati di sangue… Si vede che la parte interna della guancia urtò contro i denti… Infatti c’è un taglietto… insignificante. (Istintivamente massaggia la parte interna della guancia destra con la punta della lingua)

CORRADO - (dopo spento il fiammifero che gli è servito per accendere la sua sigaretta e quella da lui offerta a Beppe, incuriosito muove verso Rosaria dicendo) Fammi vedere. (Rosaria rovescia come può la guancia per mostrare la piccola ferita a Corrado) Non si vede niente. L’hai disinfettata?

ROSARIA - Con un po’ d’acqua ossigenata.

CORRADO - (convinto) È già finito. (Intanto Beppe si è munito di un ferro da stiro che ha trovato sul mobile, e con esso comincia a schiacciare sul tavolo, di volta in volta, le noci sorrentine di Rosaria. Durante il dialogo che segue, il ferro da stiro passerà di mano in mano per lo stesso impiego scoperto da Beppe; mentre i gusci del prematuro frutto natalizio ricadono frantumati e saltellanti sul tavolo, sulle sedie e per terra)

GUIDONE - Rosaria, lo sai che la partenza di Beppe è decisa?

ROSARIA - Per quando? (Intanto prende dei bicchieri dal mobile, li depone sul tavolo e versa da bere a tutti)

BEPPE - Domani mattina. Ho ricevuto il contratto, l’itinerario di partenza e il biglietto dell’aereo. L’anticipo di cinquecentomila lire me lo daranno al momento della partenza. (Beve il suo vino)

ROSARIA - (maligna) E papà? Papà l’ha saputo?

BEPPE - Glielo dico stasera.

ROSARIA - Farà la faccia gialla come un telegramma. Io glielo farei sapere da Parigi.

GUIDONE - (pronto) Quello che ho detto io. Beppe, senti a me, frocoleatenne. (Ripensando all’espressione dialettale che gli è venuta alle labbra, socchiude gli occhi estasiato, ripronunciando la parola per assaporarne tutto il gusto che gliene viene ogni qual volta può dimostrare agli altri quale raffinato conoscitore egli sia di battute, frasi e motti partenopei) Frocoleatenne! Sentite, io credo che non ci sia al mondo nessun altro dialetto capace di poter esprimere qualunque sensazione e stato d’animo: frocoleatenne!… Come se il mondo si frantumasse in minutissime scaglie di mica… come se un’enorme torta millefoglie sparpagliasse felice le sue squame profumate alla vaniglia sulla tela di Penelope… La parola ha in se stessa una miracolosa scala musicale, ricca di semitoni e di bemolli. Frocoleatenne! (Traducendo in lingua) Lascia che il mondo caschi, non te ne dare per inteso… (E conclude convinto) Io so’ pazzo p’ ‘o dialetto nostro. (Intanto il ferro da stiro ha lavorato sodo, le noci sorrentine sono finite; il fiasco è vuoto per metà. Alberto è il titolare della casa: Alberto Stigliano. Sui cinquant’anni: simpatico, gioviale. Parla poco, ma in compenso prodiga cenni del capo e abbozzi di sorrisi, ogni qual volta gli si chiede d’intervenire in una discussione. Ad osservarlo bene, però, si scorge in quei cenni ed in quei sorrisi una rassegnazione distaccata da ogni cosa che gli fu cara e sacra. Veste con sobria eleganza, accurato. Entra dalla porta comune senza salutare nessuno, e muove verso destra, chiamando la cameriera)

ALBERTO - Maria. (Si toglie la giacca e chiama di nuovo) Maria. (Gli altri ammutoliscono ostili. Rosaria s’intrattiene con Corrado in un angolo. Guidone e Beppe si scambiano occhiate allusive e parole appena percettibili)

MARIA - (dalla sinistra) Comandi.

ALBERTO - (porgendole la giacca) Dai una spazzolata a sta giacca, il passamano delle scale è sepolto dalla polvere. La signora è rientrata?

MARIA - (prende la giacca dalle mani di Alberto e muove per uscire da dove è entrata) Non ancora.

ALBERTO - E i materassi? (I quattro che sono in scena si scambiano occhiate)

MARIA - La signora non sapeva niente, e allora non ci penserà. Io ne ho chiamato uno; ma non è venuto ancora. Però se viene non credo che per stasera rifà i materassi.

ALBERTO - Vuol dire che ci coricheremo per terra. Dopo una giornata di lavoro, in piedi, davanti a un microfono, a leggere cose che non ti passano nemmeno per l’ingresso di servizio del cervello, è poco confortante. (Con serafica calma) Del resto, questo passa il convento. (Vedendo Maria che pulisce la giacca battendoci ripetutamente la mano sopra, precisa) Ti ho detto: una spazzolata…

MARIA - (confusa) Ho capito, ma… sapete che d’ è? Che la spazzola non la trovo da stammatina.

BEPPE - La spazzola sta in camera mia.

ALBERTO - (ironico) La mattina ci spazzoliamo… facciamo progressi. (Beppe gira sui tacchi e non gli risponde) Dammi qua. (Prende la giacca e se la rimette. Maria esce per la sinistra. Alberto inizia a parlare con gli occhi a terra) Tu cerca di dormire un poco soverchio la mattina.

BEPPE - (con lo stesso tono scolorito) Se non pronunziate un nome o per lo meno guardate in faccia alla persona con la quale volete parlare, come facciamo a capire chi vi deve rispondere?

ALBERTO - (con il suo abituale sorriso) Tu no. Tu non ti puoi sentire in causa. Tu ti dormi la parte tua e quella che spetterebbe agli altri. (Ostinato non guarda in faccia a nessuno dei quattro, ma continua sorridendo) Quando avrò completato il pensiero, capirete con chi ce l’ho. Dunque, se dormi di più, io non mi troverò un paio di biglietti da mille in meno. (Rosaria, indispettita, non risponde) Dico male, figliarella mia?

ROSARIA - (freddamente) Dovevo uscire, e mi potevano servire. Infatti sono serviti a farmi rivolgere la parola da te.

ALBERTO - Hai fatto bene a dirmelo, così un’altra volta mi accontenterò solamente del danno finanziario. (Rosaria colpita, esce svelta per la sinistra)

GUIDONE - Signor Alberto, voi certe cose le dite senza sentirle profondamente, è vero?

ALBERTO - (senza degnarlo di uno sguardo) State qua?

GUIDONE - È evidente. Non mi avete visto quando siete entrato?

ALBERTO - No. Io non ci vedo bene. Voi, avete vista lunga.

GUIDONE - Che significa?

ALBERTO - (sorride sornione) Se ve lo dico, finisce a sedie in faccia fra tutt’e quattro.

GUIDONE - (darebbe volentieri sfogo alla sfilza di sofismi che in quel momento gli suggerisce la sua natura di polemista, ma in previsione dell’epilogo tempestoso previsto dall’uomo che si trova di fronte, rinunzia vilmente al diletto che gliene verrebbe, sviando per l’unica scorciatoia che gli rimane) La sedia fa parte di quella infinita quantità di oggetti indispensabili, di cui si ignorano i nomi degli inventori… La ruota, le forbici, lo spillo da balia, l’ago, la sedia. La sedia, a mio avviso, dev’essere nata con la bestia umana. La dovette scoprire l’uomo primitivo, quando per la stanchezza sentì il bisogno di piegarsi in tre, poggiando il “popò” su di una pietra. (Il silenzio lo mette un po’ a disagio, tossisce per darsi un contegno poi si rivolge a Beppe) Beppe, io me ne vado, scendi con me?

BEPPE - (pronto, come per liberarsi da un incubo) Sì, è meglio.

GUIDONE - Ciao Corrado, stammi bene. Fammi ciao a Rosariella. (Pettegolo ad Alberto) A voi signor Alberto, non vi saluto… Siete stato cattivo con me. (Ed esce per la comune, rilevando il fatto che Alberto non lo ha degnato di uno sguardo. Beppe intanto muove per seguire l’amico. Ad un passo dalla porta)

ALBERTO - Tu parti domani per la Francia?

BEPPE - (blocca il passo e si ferma senza girarsi verso il padre. Dopo una piccola pausa, chiede incuriosito) Chi te l’ha detto?

ALBERTO - (con lo stesso tono gelido con cui il figlio gli ha rivolto la domanda chiede a sua volta) T’interessa?

BEPPE - No. (Ed esce. Corrado si avvicina al tavolo centrale e comincia lentamente, come per futile diletto, a formare dei mucchietti con i gusci frantumati delle noci sorrentine. Lo stridio che deriva dal giochetto, non distoglie Alberto dalle sue considerazioni mute. II dialogo che si svolgerà fra i due non rivela una natura diversa da quella precedente, tuttavia un miglioramento di rapporti si nota nel tono delle voci, che diviene man mano quasi cordiale. Non esiste nessuna intesa fra i due, ma un tenue filo di simpatia istintiva, una lieve affinità d’animo, naturale, sì)

CORRADO - Siete stanco?

ALBERTO - No. (Mentre il cuor suo avrebbe detto volentieri: “Si”. Infatti sul suo volto, appesantito da quel sorriso forzato, sono palesi i segni della stanchezza fisica) Hai deciso?

CORRADO - (tutt’altro che sorpreso risponde calmo, come se quella domanda fosse stata provocata in conseguenza di una discussione iniziata in piena regola e con tutti i particolari) Signor Alberto, ma voi siete un bel tipo. Io credo che la vostra sia una specie di fissazione. Secondo voi, se un cristiano non accetta un posto alla Radio non trova altri sbocchi nella vita.

ALBERTO - Ma non credere che la Rai sta con le braccia aperte, dicendo: “Sinite parvulos…” Io ti ho offerto il posto che ha rifiutato mio figlio. Siccome è ancora libero…

CORRADO - Non mi conviene. Penso ad altro.

ALBERTO - Per esempio?

CORRADO - Come si può dire specificamente qual è il pensiero migliore, e che più si presta ad una realizzazione concreta ed immediata, fra le mille idee che ti vengono in mente durante il giorno? Vedremo come si mettono le cose.

ALBERTO - Ma quali, Corra’? Le cose noi le mettiamo a posto e noi le spostiamo. E non credere che le cose spostate si possono rimettere a posto per conto loro.

CORRADO - Signor Alberto, non credo che le cose spostate dagli altri le debba rimettere a posto proprio io.

ALBERTO - (bruscamente) Da chi? Mi dici da chi sono state spostate queste benedette cose?

CORRADO - Io che ne so.

ALBERTO - (conclusivo) Da noi. Hai capito, Corra’: da noi! Da che è nato il mondo l’uomo sposta e l’uomo rimette a posto le cose. Tu mi dirai: “Ma allora fa l’arte dei pazzi”. E io ti rispondo: “Meglio fare l’arte dei pazzi che quella di Michelasso: mangiare bene e andare a spasso”. (Cambia tono. Adoperandosi con una santa pazienza a formulare un discorso più semplice che riesca a far comprendere all’altro quali siano i valori morali e i doveri dell’uomo) Dimmi una cosa: mia figlia ti piace?

CORRADO - Sì.

ALBERTO - ’A vuo’ bene?

CORRADO - Sì.

ALBER TO La stimi?

CORRADO - Sì.

ALBERTO - (pronto) Io no. Capisci? Io non stimo mia figlia!

CORRADO - Va bene… questo è il solito discorso.

ALBERTO - No: è l’eterno discorso. Tu mi sei simpatico, ma non mi piaci, perché sei uno scombinato. E forse perciò mi sei simpatico. I figli miei mi piacciono… ma siccome sono scombinati come te, mi sono antipatici.

CORRADO - Non vi capisco.

ALBERTO - E allora ti parlerò più chiaro. Tu sposerai mia figlia, conoscendo fino in fondo la sua situazione. È vero?

CORRADO - (con il tono di chi ha ripetutamente affermata la sua convinzione, scandisce) Ma non m’interessa! Lo volete capire si o no?

ALBERTO - Tu puoi capire con quanta amarezza io te ne parli… Una figlia che ti costa quello che costa una figlia… la quale inizia una vita per conto suo. Naturalmente fuoco e fiamme in famiglia, e previsioni catastrofiche da parte mia… Perché non era difficile prevedere la fine che ha fatto! Incontra il mascalzone… mascalzone poi perché, chiunque al suo posto avrebbe fatto lo stesso… E non se ne vergogna: niente affatto. Quale vergogna? Lo dice a tutti… se ne fa un vanto, come se avesse commesso un eroismo. Lo ha detto pure a te.

CORRADO - Ma non m’interessa. Lo volete capire si o no? Quello che ha fatto Rosaria per il passato riguarda solamente lei.

ALBERTO - Già, tu non salvi nemmeno l’uno per mille delle donne.

CORRADO - Vi sbagliate. Io voglio salvarle nella piena totalità. lo, la donna, la metto su di un altro piano. Credete a me: la verginella a diciotto carati non esiste più. Ma fatemi il piacere, signor Alberto, noi viviamo i tempi del cellophan, della televisione, del nylon, dell’atomica, dei dischi volanti… Non possiamo pretendere di andare in giro con il campanello della parrocchia, cercando il candore, l’innocenza, la verginità, senza fare

un bagno di ridicolo. C’è stata una evoluzione, un riscatto, una messa a punto. E non mi potete credere in mala fede. Se non fossi convinto di quello che vi dico, non avrei scelto Rosaria per moglie.

ALBERTO - (avverte un senso di disagio che lo scuote, lo amareggia, ed allora esclama a denti stretti un appena percettibile) Già. (Un breve silenzio gli basta per meditare e riprendere l’argomento) Però, scusa, Corrado… Tu sai, io ho rinunciato a lottare contro la volontà di mia figlia. Parlo così, per parlare… Tu sei manesco. Tu non perdi occasione per usare le mani, e mi risulta che spesso Rosaria piglia schiaffoni da te, e quasi sempre per futilissimi motivi… Allora? Mi dici dove vanno a finire l’evoluzione e il riscatto, il cellophan e i dischi volanti?

CORRADO - Allora non mi sono spiegato. Quelli non sono schiaffi, sono prove di considerazione. Lo schiaffo significa: io ti tratto da pari a pari; ti ritengo all’altezza mia. Per esempio, se invece di vostra figlia, mi trovassi di fronte ad una donna più robusta di me, io mi guarderei bene dal toccarla, e in tal caso sarei un vigliacco; oppure, sempre considerando l’evoluzione, affronterei ugualmente il tipo, e gli schiaffi potrei prenderli io. C’è il pro e il contro; nell’evoluzione e nel riscatto ci sono pure gli schiaffi.

ALBERTO - Ad ogni modo, tu sposi mia figlia?

CORRADO - (convinto) Non appena avrò la minima sicurezza finanziaria.

ALBERTO - Perché la stimi?

CORRADO - Questo è un altro discorso.

ALBERTO - No, è proprio il punto nevralgico. Rispondi a me: la  stimi?

CORRADO - Sissignore.

ALBERTO - E la schiaffeggi?

CORRADO - Che c’entra.

ALBERTO - E rifiuti il posto che io ti ho offerto alla Radio?

CORRADO - (indispettito) Si, lo rifiuto, è più forte di me. E scusate, vi tolgo il fastidio. (Muove verso la comune) Buongiorno. A Rosaria me la salutate voi.

ALBERTO - No.

CORRADO - E allora non me la salutate. (Esce)

ALBERTO - (dopo una breve pausa, chiama) Maria.

MARIA - (dalla sinistra) Comandi.

ALBERTO - C’è speranza di mangiare qualche cosa?

MARIA - Mo’ che viene ‘a signora.

ALBERTO - (amaro) Ho capito. (Sganciando la stilografica dalla tasca interna della giacca) Metti un poco d’inchiostro nella penna.

MARIA - Va bene. (Prende la stilo ed esce. Arturo dalla destra. Arturo è il fratello di Alberto. È il tipico soldato in ritiro. Carattere chiuso e riflessivo; angoloso nel fisico e nell’esprimersi. Fu ferito in battaglia durante la prima guerra mondiale. Riesce a trascinare la gamba sinistra puntellando il peso del suo corpo con un rigido bastone, del quale non si libera mai, neanche quando siede. Il suo abbigliamento è sommario, essenziale)

ARTURO - Buongiorno, Albe’.

ALBERTO - Buongiorno.

ARTURO - Stai solo?

ALBERTO - Come vedi.

ARTURO - Tua moglie, ‘e guagliune…

ALBERTO - Elena non è tornata ancora, i ragazzi sono usciti da poco.

ARTURO - (allarmato) Avete già mangiato?

ALBERTO - Nooo…

ARTURO - Ah, ecco. Io, stanotte, ho avuto una febbre da cavallo… un attacco d’influenza che mi ha aggredito violentemente con temperatura altissima, dolori nelle giunture e brividi di freddo. Donna Erminia, la padrona di casa, mi ha messo addosso coperte, paletò, borsa d’acqua bollente: niente… non sono riuscito a riscaldarmi. Stamattina: completamente sfebbrato. Donna Erminia non mi voleva fare uscire; ma io mi sentivo bene. Allora ho pensato: che faccio solo? Mo’ esco, me faccio na bella passeggiata, piglio nu poco d’aria. Poi mi sono ricordato dell’invito a pranzo e sono venuto.

ALBERTO - Sei stato invitato? E da chi?

ARTURO - (meravigliato) Uh, mamma mia! Ieri sera mi ha invitato tua moglie, in presenza tua. Prima di lasciarvi, parlando del fatto della mia solitudine, donna Elena disse: “Domani venite a mangiare con noi”.

ALBERTO - Io non mi ricordo perché evidentemente ero distratto, ma se Elena te l’ha detto, avrà provveduto lei. Quella fra poco torna.

ARTURO - Ma come, non ti ricordi? Io dissi pure che un collega mio della Banca Commerciale mi aveva invitato per oggi a casa sua; ma che io, naturalmente, preferivo venire dai parenti, da mio fratello.

ALBERTO - Chi sa a che pensavo in quel momento.

ARTURO - Giusto… tu tieni tante cose da pensare. Mi rincresce solamente che tengo un poco d’appetito. Sarà la reazione alla febbre alta di stanotte… ma tengo na famma anormale.

ALBERTO - Artu’, fratu mio, è meglio che vai a mangiare dal tuo collega.

ARTURO - No, no… Aspetto donna Elena… Si no pare brutto. (Consulta l’orologio) Sono le tre meno un quarto. A casa del mio collega prima delle tre, tre e un quarto, non si mettono a tavola. Se tua moglie non ha provveduto, me piglio un taxi e vado a casa del collega mio.

ALBERTO - E secondo me è meglio che fai chiamare il taxi.

ARTURO - (dopo breve pausa) Albe’, fratu mio, tu sai se mi faccio i fatti miei, e se mi piace d’intervenire in faccende che non mi riguardano… Qua, mo’ stiamo soli io e te. Albe’, questa è una casa disordinata.

ALBERTO - (calmissimo) No, hai cercato di addolcire la cosa: questa è la casa dei pazzi.

ARTURO - E se permetti il pazzo principale sei tu. Ma come? Un uomo come te, che guadagna quello che vuole, che si è fatto un nome stimato e ammirato… Io dovunque arrivo sento parlare di te: “Avete sentito Stigliano alla Radio?” E quello è mio fratello, dico io… Un uomo come te, che porta in casa quello che porta, non riesce a far valere la sua autorità?

ALBERTO - E che dovrei fare?

ARTURO - Mostrarti uomo e stringere i freni.

ALBERTO - Ma nun me fa’ ridere, Artu’! Ma perché, tu credi fermamente che solo la mia famiglia si trovi in queste condizioni? Qua chi più chi meno tutti cercano di tirare a campare come meglio possono. Ci sta chi non lo dà a sembrare e cerca di salvare il salvabile fin quando gli riesce, e chi arriva con l’acqua alla gola e scoppia. E leggi la cronaca nera. Tu sei riuscito a manovrare quel tal freno per tenere in piedi il matrimonio tuo?

ARTURO - Che c’entra? Il matrimonio fu di convenienza. Se non mi ammogliavo perdevo il posto. Io ero capitano della milizia, stavo al tesseramento… Un posto di responsabilità, volevo fare carriera. ‘A primma scumbinata che truvaie m’ ‘a spusaie. Nel ‘35, ‘36 non si scherzava con una legge fascista.

ALBERTO - Poi la guerra; poi la caduta del fascismo… Caduta che ci mise di fronte alla crudezza di una realtà spietata. Perché con il fascismo caddero illusioni, idoli e miti. E l’umanità, giovani e vecchi compresi, capì che gli incrollabili e i potenti si reggono in piedi fino a quando “sono le nove e tutto va bene”. E questo non è successo solo da noi, ma in tutto il mondo. Allora non crediamo più a niente, ed ecco che si vive all’arrembaggio… alla giornata: minuto per minuto. Artu’, tu che vuo’ sape’, qua nun ce stanno denari che bastano. Si spende quello che guadagni nel mese in corso, quello del mese appresso, e quello che forse guadagnerai. Ed allora noi ci troviamo di fronte a due specie di disordini: finanziario e morale. La gente non crede più a niente… Vive alla giornata minuto per minuto. Tu vuoi stringere il freno a quello finanziario, d’accordo; ma credi che il freno isolato di un padre di famiglia sia sufficiente a fermare il disordine morale che è dilagato in tutto il mondo, che è poi quello che ha determinato il disordine finanziario? Ecco perché mi

sono messo in finestra, e aspetto.

ARTURO - Albe’, quando un uomo con moglie e figli coltiva apertamente una relazione con un’altra donna, non può pretendere di avere voce in capitolo con i suoi. L’esempio è la prima cosa.

ALBERTO - E fammi capire un poco a chi dovrei dare il buon esempio. A chi, secondo te, dovrei presentare settimanalmente il mio stato di buona condotta. Ai figli? E chi li vede. A mia moglie? E in quale momento della giornata? Elena mangia in piedi, in cucina… pane sale e olio o pane e prosciutto o due uova in tegamino, fatte in fretta… e scappa. Perché ha un giro di amiche con le quali ha sempre qualche cosa da dire o da fare. Artu’, la mia casa è un deserto. Mi hanno lasciato solo come un eremita. Artu’, mia moglie è a conoscenza di questa mia relazione… e nun s’ha fatto passa’ manco p’ ‘a capa, nemmeno gelosia sente più. E allora… andiamo avanti! Ognuno si aggiusta la vita come meglio crede.

TAPPEZZIERE - (dall’interno) È permesso?

ALBERTO - Avanti, chi è?

TAPPEZZIERE - (entrando) Sono il tappezziere, sono venuto per i materassi.

ALBERTO - Ho capito. Ma non credo che riuscirete a finire il lavoro per stasera.

TAPPEZZIERE - Non mi è stato possibile venire prima. Di che si tratta?

ALBERTO - Rifare i due materassi del letto matrimoniale.

TAPPEZZIERE - Per stasera?

ALBERTO - Mia moglie sta per rientrare, in ogni modo vi mettete d’accordo con la cameriera.

MARIA - (entrando porge la penna stilografica ad Alberto) Ecco qua. (Consegna ad Alberto la penna riempita)

ALBERTO - (indicando l’uomo) C’è il tappezziere.

MARIA - (indicando all’uomo la stanza da letto) Volete venire? Vi faccio vedere la lana.

TAPPEZZIERE - Ma per stasera è impossibile. (E segue la cameriera, che lo precede uscendo per la sinistra. Elena è la signora Stigliano, moglie di Alberto. L’età di costei si avvicina più ai quaranta che ai trentacinque. Di salute florida, di aspetto giovanile; le sopracciglia aggrottate; gli occhi controllati rigorosamente da un’idea testarda, e il mastichio incessante con cui tormenta il lato destro del labbro inferiore, costituiscono nell’insieme la smorfia amara e scontenta di un essere inumano che, per aver rimuginato e sognato di continuo la vendetta, ha definitivamente elevato le sue sembianze a simbolo della stessa. Il suo modo di parlare è sempre farraginoso e vago. Quando ascolta gli altri, capisce male e non chiede di capire meglio; quando si esprime lei, quasi sempre tronca a metà il suo discorso, o per pigro disinteresse o perché via via dimentica soggetto e predicato. L’abito che indossa è di buona stoffa e di raffinata fattura; ma nessun dettaglio o sfumatura di delicato senso femminile completa l’insieme. La signora Stigliano è arrivata all’essenziale: un abito tolto a caso dall’armadio, e via. Con la consueta agitazione, entra dalla porta comune e si dirige svelta verso il tavolo centrale, senza degnare di un cenno di saluto Alberto, il quale è fermo e la osserva con accorato compatimento)

ELENA - Abbiamo completato la giornata: ho rotto la giardinetta. (La notizia non sorprende Alberto. Intanto ella ha poggiato sul tavolo un pacco rettangolare di media grandezza, confezionato a modo, con carta di buona qualità, che reca a caratteri illeggibili la ditta del negozio e lo indica ad Alberto) Sono stata in rosticceria.

ARTURO - Buongiorno.

ELENA - Buongiorno. (Chiamando verso la sinistra) Maria.

ALBERTO - Sta in camera da letto col materassaio.

ELENA - (irritata contro la cameriera, come se la ragazza fosse la vera responsabile del tenore di vita della casa) E a chi aspetta per mettere una tovaglia… quattro piatti… Mo’ mi sente. (Ripensando a quello che ha detto Alberto, chiede con curiosità) Il materassaio, e perché?

ALBERTO - (simulando meraviglia) Cose da pazzi! Quello invece di badare ai materassi di casa sua, s’interessa ai materassi degli altri!

ELENA - (disorientata) Ma quali materassi?

ALBERTO - (divertito) Quelli di Alice nel paese delle meraviglie. (Elena finalmente ha capito l’ironia. Con un lieve cenno del capo, che vuole sottolineare l’inopportunità di quello spirito, esce svelta per la sinistra, piantando in asso il marito. Alberto, che prevedeva la reazione di lei, non modifica l’abituale sorriso, e non perde nemmeno lievemente la sua calma. Si avvicina al tavolo e lentamente ammonticchia in un angolo solo tutti quei gusci di noci. Poi versa del vino in un bicchiere e beve. Elena rientra seguita dal materassaio e Maria, che trascinano a fatica due materassi, che perdono lana dagli spacchi denunziati da Maria)

ELENA - E stanotte come facciamo?

MARIA - Si pigliano due materassi dai letti dei signorini.

TAPPEZZIERE - Prima di domani sera non li posso portare. (Intanto, aiutato da Maria, ha collocato i due materassi nei pressi dell’ingresso) Più tardi mando il facchino.

ELENA - E li lasciate qua?

TAPPEZZIERE - Venti minuti… quando arrivo in bottega. Buona giornata. (Ed esce per la comune)

ELENA - (ritenendo Alberto responsabile dell’incidente fastidioso, lo investe) Tu poi sei stato creato apposta e messo al mondo per complicare le cose.

ALBERTO - (sinceramente convinto) Bisogna tirare le somme, Elena. Non è la prima volta che te lo dico. La casa, come istituzione, è diventata un ricordo; la visione nostalgica di un racconto fiabesco. Convinciti, la casa non esiste più. Bisogna fare sforzi incredibili per farla funzionare in qualche ricorrenza eccezionale, e quando e se ci riesci, non hai realizzata che la rievocazione di un fatto storico superato. Ormai siamo rimasti io e te. I figli? Fanno la loro vita. Vendiamo questi quattro mobili… ca nun me fido d’ ‘e vede’ cchiu… e pigliamoci un paio di camere in una pensione, un albergo…

ELENA - Perché il personale di servizio è diventato la setta dei traditori: quando non sono comunisti, so’ fessi. (Ora investe Maria) Questa è una ntòntera cretina senza volontà e senza iniziative. Possibile che devo pensare a tutto io? Stammatina la cucina elettrica fulminata…

MARIA - Ho chiamato l’elettricista.

ELENA - (invelenita) Statte zitta!… E io sono andata in rosticceria. Dalla sarta ci devo andare? Mi è permesso qualche volta di andarmi a lavare i capelli, o devo puzzare come una mendicante schifosa? (Di nuovo contro la serva) Non la sapevi mettere una tovaglia? Quattro piatti non li sapevi preparare? (Maria s’affretta a preparare la tavola con tovaglia, piatti e forchette, che troverà sul mobile)

ALBERTO - E s’è rotta la giardinetta?

ELENA - Sì, niente d’importante. Domani devi mandare la “1100” tua in carrozzeria.

ALBERTO - (meravigliato) Tu rompi la giardinetta tua, e io mando la “1100” in carrozzeria?

ELENA - E si capisce. Perché hai lasciato una distanza di pochi metri fra la tua macchina e un camioncino. Io, per fare manovra ho innestato la marcia indietro, e si è fritto il fegato: il faro sinistro e il parafango della “1100”, e il portabagagli della giardinetta… (Alberto non commenta il fatto) Quando una giornata comincia storta…

ALBERTO - Sei stata pure al Circolo?

ELENA - (sgarbata) Chi ci va più. Non vado al Circolo da due mesi. Che ambiente! (Dalla borsetta prende sigarette e cerini e fuma)

ALBERTO - (alludendo all’inopportunità di quella sigaretta, timidamente interviene) Devi mangiare…

ELENA - (spazientita) Famme fuma’, Albe’! Qua, questo ci è rimasto… (Ripigliando il discorso troncato, che poi tratta l’argomento che più le sta a cuore) Quattro disgraziate delinquenti che ti fanno i conti addosso, e che quando si mettono a giocare sanno con precisione all’ultima lira che ti possono levare dalla borsetta. (Come per dire: aspetteranno un pezzo) Andavo al Circolo, andavo! Sono stata a casa di Teresa Falanga. Mi ha telefonato per rimpiazzare un quarto, perché a Gigina Forte lle so’ venute i dolori e l’hanno portata in clinica a partorire.

ALBERTO - Meno male… Se no partoriva intorno al tavolo da gioco in casa Falanga.

ELENA - Certe cose non le vuoi capire. Dovevo interrompere il giro? Così non mi chiamano più e finisce pure quel tanto di distrazione innocente che una signora maritata si può concedere. E la signora Zoccoletti, la moglie del professore, questo diceva: che è stata puntuale proprio per non interrompere il giro. Ed è venuta con tutto che il marito deve partire per Milano oggi stesso per il congresso medico; e che era disperata, che aveva tante cose da fare, da comprare.

ALBERTO - Arturo è venuto a mangiare qua.

ELENA - Embe’, s’arrangia…

ALBERTO - Ma come s’arrangia? Tu l’hai invitato ieri sera…

ELENA - Uh sì… Embe’ nun è mangia’, chesto? Quello che mangiamo noi, mangia pure lui.

ARTURO - Abbasta che ce sta ‘o vino.

ALBERTO - Che hai comprato?

ELENA - Aggio pigliato nu bello pollo, ventiquattro supplì e delle patate fritte.

ARTURO - E allora stiamo a posto. (Elena si accinge a slegare il pacco che ha portato, mentre Alberto, confortato dal fatto che, finalmente, metterà qualche cosa sotto i denti, siede accanto al tavolo. Ma nell’aprire il pacco, la donna si accorge che, al posto del pollo e di quanto pensava di avere acquistato per il pranzo, trova invece: una camicia da smoking, una cravatta nera a fiocco, un paio di mutande corte, un paio di pedalini di filo nero e un paio di guanti bianchi)

ELENA - (con sincera meraviglia) E questa roba, che cos’è?

ALBERTO - (dopo aver osservato gli oggetti rinvenuti nel pacco, con serafica calma, scioglie l’enigma) Il professore Zoccoletti stasera, al congresso, si mette il pollo in testa, le patate fritte addosso e un supplì in bocca. Elena lancia un’occhiata velenosa al marito; nel contempo riaccartoccia alla meglio il tutto, poi muove svelta e sdegnosa verso il mobile per riporvi il pacco)

ARTURO - Scusate, do nu colpo ‘e telefono ‘o cullega mio… si nun se so’ mise ancora a tavola, m’aspettano.

ALBERTO - Vedete che figura!

ELENA - Albe’, ‘a figura… (Poi ad Arturo) Ma che fate?

ARTURO - Sto telefonando.

ELENA - E no, quello ‘o telefono è guasto.

ARTURO - Buongiorno. (Prende cappello e bastone ed esce in fretta per la comune)

ALBERTO - Siente a me, iammuncenne a na trattoria, è pure na bella giornata.

MARIA - (dalla destra) Signo’, ce stanno tre signore che cercano voi.

ELENA - E chi so’?

MARIA - Io ne conosco solamente una, me la ricordo perché qualche volta è venuta qua: la signora Fucecchia.

ELENA - (impallidisce e chiede ansiosa) E tu hai detto che sono in casa? (La signora Fucecchia dalla destra, seguita da altre due amiche, la signora Muscio e la signora Micillo. Queste tre donne hanno in comune fra loro lo stesso modo di parlare, di porgere e gestire. Tutte e tre benestanti, tutte e tre sposate, tutte e tre appartenenti alla media borghesia. Il loro modo di vestire è press’a poco simile a quello di Elena. Insomma, tutte e quattro, Elena compresa, formano la tragedia parlante dei mariti del nostro tempo. La Fucecchia è la più anziana, ed è infatti quella che con ogni artificio cerca di nascondersi gli anni. La Micillo è giovanissima e bella; ma già presa nell’ingranaggio del tenore di vita che menano le amiche, per cui poco si accorge più del privilegio che vanta sulle altre. La Muscio si avvicina all’età di Elena e della Fucecchia. L’ingresso di queste tre donne paralizza l’abituale energia di Elena. Inchiodata su quattro piastrelle, la donna non fiata, non gestisce; si limita appena a seguire con lo sguardo le tre amiche, le quali con passo lento avanzano inesorabili fino a schierarsi in atto di sfida di fronte a lei. Alberto stupito segue la scena con curiosità. E la Fucecchia, più pratica di vertenze del genere, rompe l’incanto)

SIGNORA FUCECCHIA - Allora? (Segue un breve silenzio. La signora Fucecchia, ironicamente) Abbiamo fatto come Maometto e la montagna.

ELENA - (a denti stretti a Maria) Tu vattene di là. (Maria esce per la sinistra senza parlare)

ALBERTO - (confuso alle tre) Ma sedetevi.

SIGNORA FUCECCHIA - No, grazie. Non credo che perderemo molto tempo. (Ad Elena con ironica dolcezza) Elena, che vogliamo fare?

ELENA - (con rabbia mal contenuta) Non potevate aspettare, è vero? Quante volte ho aspettato io, e non ho fiatato.

SIGNORA FUCECCHIA - (volendo significare che l’attesa è stata fin troppo lunga) Due mesi, figlia mia… e che vogliamo fare, il patto con la morte?

ELENA - (dando sfogo a qualche cosa che la opprimeva da tempo) Tu sei una vipera, e da te non mi potevo aspettare altro.

SIGNORA FUCECCHIA - (che non aspettava altro per piantare la grana e suscitare lo scandalo, reagisce immediatamente, assumendo di punto in bianco l’atteggiamento e il tono litigiosi di chi ha deciso in precedenza di giungere fino alle conseguenze estreme pur di costringere a piegare l’avversario alla ragione) Senti, se la pigli su questo tono, allora ti dico che quando una sta senza soldi non si siede al tavolo da gioco. (Alberto trasale, vorrebbe intervenire, ma gliene manca il coraggio)

SIGNORA MICILLO - (con lo stesso tono velenoso dell’amica Fucecchia) Allora la garanzia dove sta? Quello che hai perduto tu, e che non hai pagato, lo potevo perdere io.

ELENA - (divenuta padrona di sé, si mette all’altezza delle tre amiche) Tu non puoi perdere.

SIGNORA MICILLO - (offesa) Che vuoi insinuare?

ELENA - Perché tieni una fortuna che fa schifo.

SIGNORA MICILLO - Il mio gioco è regolare. Se tengo fortuna sono affari miei.

SIGNORA MUSCIO - È pure la maniera di trattare che t’imbestialisce. Da due mesi sei sparita dal Circolo. E precisamente dalla sera che giocammo insieme e perdesti. Che razza di modo di agire.

SIGNORA FUCECCHIA - Quando facemmo i conti, che tu dicesti: “Domani vi mando la somma fino a casa”… Somma che a mia volta devo dividere con la Muscio e la Micillo, perché con loro avevo perduto a mia volta… e le pregai di aspettare che tu pagassi… perché devo pagare senza incassare la vincita! Quando facemmo i conti, ripeto, i soldi nella borsetta li tenevi. Mentre ti soffiavi il naso, lo vidi io, un pacco di biglietti da mille così.

ELENA - (esasperata grida) Dovevo pagare il mensile al padrone di casa; il telefono, la luce!

SIGNORA MUSCIO - Allora tu quando vinci vuoi incassare e quando perdi te la squagli?

SIGNORA MICILLO - Per me puoi pittare il sole, ma se ti vedo a un tavolo da gioco, me ne vado io.

SIGNORA FUCECCHIA - La truffa l’hai fatta una volta, ma è finita.

ELENA - (sinceramente offesa e fuori dalla grazia di Dio) Uscite! Fuori di casa mia! (Con l’indice puntato verso la Fucecchia) Tu hai il coraggio di parlare di truffa? E la tua che cos’è? L’accordo con il cameriere del Circolo, che quando vede che hai vinto, e ci hai davanti un montone di fiches così, ti chiama al telefono, e te la svigni per delle mezz’ore, non è truffa?

SIGNORA FUCECCHIA - (non smentisce il fatto, ma indispettita ribatte) I soldi miei me li gioco come mi pare e piace! Ma mi gioco soldi, non chiacchiere!

SIGNORA MICILLO - Ma guarda che ci doveva capitare con questa ladra.

ELENA - (aggressiva) Che hai detto?

SIGNORA MUSCIO - Ha detto bene: ladra, ladra… (Elena avvilita siede, comprimendosi tutte e due le mani sul volto)

ALBERTO - (che fino a quel momento ha seguito la scena con accorato disgusto, finalmente interviene con autorevole senso di responsabilità e riesce, più con gesti che con parole, a far tacere le donne) Calma… calma… non è il caso di arrivare a tanto. (Elena piange sommessamente. Le tre donne, scaldate e sbuffanti, si sono munite di fiammiferi e sigarette ed hanno attaccato a fumare nervosamente come tre veri e propri uomini fanno allorquando il nocciolo di una discussione che li ha tenuti in acceso dibattito fino a quel momento è lì lì per degenerare in vera e propria rissa. Alberto continua con tono pacato, pieno di orgoglioso risentimento) Se Elena ha perduto, pagherà. Certi apprezzamenti, dato il motivo, offendono più voi che mia moglie. Nessuno vi ha messo la mano in tasca.

SIGNORA FUCECCHIA - (rincuorata soprattutto dalla promessa di Alberto, che è quella di essersi reso garante del debito di gioco di sua moglie, ipocritamente rabbonita, afferma) Signor Stigliano, voi siete un grande galantuomo. Siete la bontà e la signorilità fatta persona. Qua ci sono la Muscio e la Micillo che lo possono dire… (Rivolgendosi alle due donne perché avvalorino con la loro testimonianza ciò che ha intenzione di dichiarare) Che ho detto prima di venire qua? Ho detto che mi dispiaceva di dare un dolore al signor Stigliano? Che lui certamente non ne sapeva niente, che sarebbe caduto dalle nuvole?

SIGNORA MUSCIO - Perché Elena ha sempre detto che voi eravate a conoscenza del debito, e che promettevate di darle i soldi; ma che rimandavate di giorno in giorno.

SIGNORA MICILLO - Invece ci portava per i vicoli a tutte e tre.

ALBERTO - (intimamente ferito, incassa ingoiando amaro e decide) Domani vi mando i soldi fino a casa. Ora vi pregherei di lasciarci. Ho bisogno di parlare con Elena.

SIGNORA FUCECCHIA - (ipocritamente allarmata) Adesso mi dispiace se deve nascere un dissapore fra voi e vostra moglie… (Rivolgendosi ad Elena come per richiamarla alle leggi rigorose cui si assoggetta chi impegna il suo onore al gioco delle carte) Elena, tu devi capire che il gioco è gioco… S’incassa e si paga.

SIGNORA MUSCIO - Una volta si vince, un’altra si perde…

SIGNORA MICILLO - (interviene come per citare un caso simile) Ti ricordi quella volta…

ALBERTO - (per troncare ripromette) Domani riceverete i soldi fino a casa. Buongiorno.

SIGNORA FUCECCHIA - (risponde al saluto freddamente comprensiva) Buongiorno. (Poi con uno sguardo d’intenzione invita le due amiche a seguirla) Andiamo.

SIGNORA MICILLO - Buongiorno.

SIGNORA MUSCIO - Buongiorno. (Le tre donne escono per la destra)

ALBERTO - (dopo una lunga pausa, durante la quale si odono mozzi e repressi i singhiozzi di Elena, si rivolge a sua moglie con la rassegnazione che richiede l’ineluttabilità del caso) Quanto hai perduto?

ELENA - (affranta e piangente, pronuncia il nome del marito come aggrappandosi all’unico relitto che le possa dare l’ultima speranza di salvezza) Alberto!

ALBERTO - (insensibile a quelle lagrime, dopo breve pausa ripete la domanda con lo stesso tono rassegnato di prima) Quanto hai perduto?

ELENA - (avverte quel tono distaccato del marito, capisce che in lui non affiora alcun senso di umana comprensione per lei, e ne prova disagio, umiliazione) Novecentocinquantamila lire.

ALBERTO - (a tale affermazione rimane pietrificato. La somma è grossa, sproporzionata al suo bilancio. Riflette un poco, poi ripete a denti stretti) Novecentocinquantamila lire? E dove le piglio? Non ti rendi conto che stiamo scavando una fossa, e stiamo cadendo dentro? (Elena piange sommessamente) Ma dove vogliamo arrivare? Già il limite massimo lo abbiamo raggiunto da un pezzo; si tratta solamente di accelerare il più possibile la fine. Non voglio far prediche, non ne sento il dovere. Tu la coscienza ce l’hai, perché non sei una cretina. Allora? Mi dici quale forma mentale ti suggerisce di agire come agisci? Sei una delinquente o una criminale? (Indispettito afferma) Io, soldi non ne tengo… e tu lo sai, perché i conti di casa li pago quattro, cinque volte, e li ritrovo sempre in arretrato, perché tu o vai a sostituire un quarto in casa Falanga o vai al Circolo a giocare. (Con tono deciso) Ma questa volta paghi tu, coi tuoi mezzi. (E fila dritto per la camera da letto)

ELENA - (che lo ha seguito con lo sguardo, ed ha compreso la determinazione del marito, allarmata dalle conseguenze che ne possono derivare, apre in fretta la borsetta estraendone una chiave. Nel contempo chiama la cameriera) Maria!

MARIA - (dalla sinistra) Comandate.

ELENA - (affidando la chiave nelle mani della ragazza, con un tono di complicità dice in fretta) L’hai perduta tu. (Maria non ha compreso, vorrebbe chiedere qualche chiarimento, ma se ne astiene perché sopraggiunge il padrone)

ALBERTO - (fermandosi a due passi dalla camera da letto chiede) La chiave del comò?

ELENA - (pronta) Non l’ho trovata, devo cercarla. (Rivolgendosi a Maria con un’occhiata di tacita intesa) Hai visto la chiave del comò?

MARIA - (candida, mostrando la chiave che un attimo prima ha ricevuto dalle mani della padrona) È questa?

ALBERTO - (prende la chiave ed esce di nuovo per la camera da letto) Dammi qua.

ELENA - (fulminando la serva, mormora fra i denti) Cretina! (Maria rimane mortificata e tonta) Vattene in cucina.

MARIA - (timida) Ma, signo’…

ELENA - (invelenita) Vattene. (Maria esce per la sinistra)

ALBERTO - (torna silenzioso, pallido. Con passo lento si avvicina al tavolo centrale e vi poggia sopra una cassetta di cuoio portagioielli di media grandezza che ha portata con sé. Sempre lentamente apre lo scrigno sollevandone il coperchio e ne estrae un nutrito pacco di polizze del Monte di Pietà. Con amarezza infinita e con voce tremante chiede a sua moglie) E i gioielli? (Mostrando le polizze) Li hai pignorati? (Elena piange) E che cosa risolvi piangendo?

ELENA - (fra i singhiozzi) Non mi torturare. io pure mi guardo intorno: io pure cerco di vedere le cose sotto un altro aspetto, e i nervi cedono… Non capisco… non capisco… (E piange questa volta con abbandono sincero)

ALBERTO - (più irritato che commosso, reagisce al pianto di lei con uno scatto rabbioso, come se imprecasse contro se stesso) Presentati al mondo chiudendoti nello stomaco tutta la bile e il veleno che te ne viene da tutto quello che, con sacrifici e rinunce, hai creato con le tue mani, e che pensavi ti dovesse dare in cambio soltanto gioia. La casa… i figli… la famiglia… (Ora è preso da una disperazione intima, cattiva e inesternabile che lo costringe a comprimersi le mani sul volto, come per contenere lo scoppio dei tessuti) Ma che ho creduto io? E chi me l’ha fatto credere? Perché ho insistito nel credere? (E se ne va in camera da letto. Rosaria entra dalla sinistra, come se non la riguardasse quello che è accaduto, e che, evidentemente, ha udito dalla sua camera; attraversa la stanza ed esce silenziosa dalla porta d’ingresso)

MARIA - (entra dalla sinistra recando una fumante tazza di tè. La ragazza si rivolge timidamente alla padrona) Ho fatto una tazza di tè per il signore. Ce la porto? (Elena, senza mostrare il suo volto alla ragazza, accenna di sì col capo. Maria si avvia e va nell’altra stanza. Dopo una pausa, durante la quale Elena, sempre singhiozzando, si avvicina al tavolo e rimette a posto le polizze nello scrigno, Maria torna di corsa per raccontare alla sua padrona qualche cosa di grave che l’ha messa in agitazione) Signo’, correte dentro.

ELENA - (sorpresa dallo stato sconvolto della ragazza) Che c’è?

MARIA - (esitando) ‘O padrone…

ELENA - (inquieta) Be’?

MARIA - L’ho trovato seduto vicino al balcone. Ho detto: “Signo’, pigliatevi un tè caldo”. Ma lui m’ha guardato con gli occhi spalancati, come se non avesse capito. E non parla. Ha cercato due o tre volte di parlare, ma nun po’ parla’.

ELENA - (impallidisce e muove rapida verso la camera da letto) Madonna mia! (Ed esce. Maria rimane immobile, ansiosa, guardando verso quella camera. Elena, dall’interno con tono energico) Alberto! Alberto! Che ti succede? Parla… (Dopo un breve silenzio, la donna torna svelta e tutta presa dalla gravità del momento) L’elenco telefonico.

MARIA - E il telefono l’hanno staccato.

ELENA - Scendi dalla signora Magli, al primo piano; cerca nell’elenco il numero del dottor Mirabelli: Gaetano Mirabelli; fallo venire immediatamente. Gli dici che è urgente.

MARIA - Va bene. (Esce per la comune di corsa. Elena, senza perdersi d’animo, e con vigore sconosciuto fino a quel momento anche a se stessa, si avvicina ai due materassi e li trascina verso la camera da letto)

SIPARIO

ATTO SECONDO

Sempre in casa Stigliano. La stessa stanza del primo atto. L’ambiente è stato completamente trasformato. Pochi mobili dell’arredamento che conosciamo sono rimasti al loro posto. Il tavolo centrale è stato spostato e messo da una parte, con quattro sedie intorno per formare l’angolo dove la famiglia si riunisce per mangiare; e per dar posto a sei macchine da cucire che figurano, allineate a poca distanza l’una dall’altra, come in un vero e proprio laboratorio. Alle pareti figurano attaccati a dei rampini vari modelli di carta per abitucci da bambini e delle mensole di legno grezzo con sopra intere pezze di stoffa in tinte diverse, e pile di vestitini già confezionati. Sono passati quattro mesi; pomeriggio inoltrato, quasi sera. Al levarsi del sipario la scena è vuota. Sparse per terra, intorno alle macchine da cucire, si noteranno, oltre ai ritagli di stoffe, diverse carte unte di grasso, gettate alla rinfusa. Dopo un poco dalla destra entra Maria seguita da Corrado.

MARIA - La signorina Rosaria ha sentito ‘o campanello, e ha capito subito che eravate voi.

CORRADO - C’è da aspettare assai?

MARIA - No. ‘A signurina era pronta… (Guardando verso sinistra) Eccola qua.

ROSARIA - (entrando e rivolgendosi direttamente a Corrado) Ma si può sapere, ieri sera, che hai fatto? (Maria esce per la sinistra)

CORRADO - Che ho fatto?

ROSARIA - Ma che ti credi, che hai a che fare con una serva?

CORRADO - Perché?

ROSARIA - Ma come: mi chiami al telefono, io corro e dico: “Pronto”. “Sono io, Corrado”. Io dico: “Dimmi, amore”, e tu mi chiudi il telefono in faccia?

CORRADO - Niente affatto: ci fu un’interruzione telefonica.

ROSARIA - (niente affatto convinta) Ma che m’hai presa per scema? La comunicazione la staccasti tu. Infatti, aspettai più di un’ora, e non chiamasti più.

CORRADO - Senti, io ti dico ch’è stato così. Se non ci credi, fai come vuoi.

ROSARIA - Ma perché mi rispondi così? Fra noi non ci dovrebbero essere ostilità. Adesso, e mi tratti così… figuriamoci dopo.

CORRADO - (spazientito) Santo Dio… Ma è possibile mai che non riesci a staccarti dalla comunità? Ti avevo chiamata al telefono per parlarti di una cosa importante… Papà si è deciso a mettermi in condizioni di affrontare il matrimonio… E poi pensai di parlartene a voce.

ROSARIA - E non potevi dire: ne parliamo a voce domani?

CORRADO - (esplicito) Rosa’, il carattere mio quest’è.

ROSARIA - (risentita) E se permetti il mio non lascia tanto a desiderare. (Imbronciata si avvicina alla finestra e guarda fuori)

CORRADO - (dopo un breve silenzio) Allora me ne vado. Ciao. (Si avvia verso l’uscita)

ROSARIA - (fermandolo) Aspetta. (Corrado si ferma) Vieni qua. (Corrado le si avvicina lentamente) Perché facciamo così?

CORRADO - Tu pare che ci provi gusto a stuzzicarmi. Era successo il fatto del telefono? E tu vuoi pensare che una ragione ci sarà stata? Poi vedi che sono venuto, e ti diverti a rinfacciarmelo.

ROSARIA - Ma non dire: “Ti diverti”. Devi capire che mi è dispiaciuto. (Con dolcezza) Che ti ha detto tuo padre?

CORRADO - Papà me vo’ da’ ‘a parte che mi spetta. Dice che così io, sapendo che posso contare solamente su quello e basta, troverò io stesso un avvenire.

ROSARIA - Bene. E non sei contento?

CORRADO - (fissando i suoi occhi pieni di desiderio in quelli di Rosaria) Che begli occhi che tieni!

ROSARIA - (lusingata) Ti piacciono? (Corrado assentisce con un lieve cenno del capo) E la bocca, la bocca ti piace? (Corrado c. s) E baciami. (Protende le labbra socchiudendo gli occhi, come un’offerta)

CORRADO - (avvicina la sua bocca a quella di lei, è sul punto di baciarla. In un attimo il suo volto si trasfigura, un guizzo d’odio gli lampeggia negli occhi, e con un moto brusco allontana la ragazza dicendo) E dimmi: “Amore…” Dimmi: “Tesoro!…” come hai detto ieri sera al telefono! Ciao! (Ed esce svelto per la destra)

ROSARIA - (avvilita, disorientata, gli corre dietro per chiedere) Corrado… Corrado… ma che ti piglia? (Ed esce anche lei. Maria dalla sinistra, recando una scopa, comincia a spazzare la stanza)

ELENA - (dalla sinistra si avvicina al tavolo e si accinge a ripiegare un vestitino per aggiungerlo ad altri undici già ripiegati in precedenza. Nell’espletare questo compito, ferma la sua attenzione su di una macchia d’olio che deturpa in un punto visibile l’abituccio) Guarda qua… una macchia d’olio proprio sul davanti! (Alludendo alla negligenza delle sue operaie) Disgraziate! Che ti credi che se le lavano le mani dopo che hanno fatto colazione?

MARIA - È stato certamente servizio di Nunziatina. L’ho vista io: ha mangiato pane e puparuoli nella tiella.

ELENA - E lei lo paga. (Il campanello dell’ingresso squilla) Apri la porta. (Maria esce per la destra, dopo poco torna, seguita da due giovani. Uno dei due è Bugli, simpatica figura di uomo sui trent’anni, elegante, simpatico e cordiale. L’altro è un fotoreporter, munito di tutto l’occorrente)

MARIA - (indicando Bugli, conte per dire: “Costui s’insinua in casa senza lasciarmi nemmeno il tempo di chiedergli il nome”) Signo’?!

ELENA - Chi è?

BUGLI - La signora Elena Stigliano?

ELENA - (disorientata da quella invadenza, afferma esitante) Sì.

BUGLI - (presentandosi) Sono il dottor Bugli, Vincenzo Bugli, corrispondente di diversi giornali e redattore di “Donna d’oggi”, settimanale diffusissimo ormai in tutta la penisola, e forse pure all’estero. Come lei sa…

ELENA - Io veramente non so niente.

BUGLI - Capisco. Il modo con cui mi sono presentato la lascia un poco perplessa; ma deve perdonarmi, la nostra professione è tiranna. Noi giornalisti, talvolta, siamo costretti a prendere la via scorciatoia, per raggiungere il più presto possibile il punto nevralgico di una questione che c’interessi. (Mostrando il fotografo) Ecco, ho il fotografo con me. (Il fotografo s’inchina alle due donne) Le dico subito di che si tratta. Da varie settimane, sul mio giornale, conduco un’inchiesta sull’attività della donna moderna: capacità di lavoro, scopi pratici e psicologici dell’industria scelta e aspirazioni future. Le farò qualche domanda e scatteremo poche fotografie.

ELENA - Mi dispiace, ma io non sono pratica.

BUGLI - Perderemo pochissimo tempo.

ELENA - Ma chi vi ha mandato qua?

BUGLI - Ho chiesto al portiere informazioni sugli inquilini di tutto lo stabile. Ho trovato interessante la sua attività, e mi sono presentato.

ELENA - Veramente il mio lavoro è abbastanza monotono e comune… Confeziono in serie vestitini per bambini per conto di una ditta che mi fornisce stoffe e modelli. A chi può interessare una cosa del genere?

BUGLI - Lo crede lei, signora; ma per noi che vogliamo la donna progredita, e che ci adoperiamo con mille mezzi ad incitarla a muovere passi sempre più decisivi verso l’indipendenza, qualunque manifestazione simile, presentata ed illustrata con una dettagliata documentazione fotografica, diventa un esempio, un punto di partenza. Centinaia di altre donne dicono: “Mo’ faccio come ha fatto quella del giornale!”… ecc., ecc…

ELENA - Io mi trovo facendo questo mestiere per puro caso.

MARIA - ’A signora mia, quando il marito parlava, non alzava una sedia da qua a là…

ELENA - Stai zitta, tu.

BUGLI - (interessato) Perché, adesso non parla?

ELENA - In seguito a un dispiacere, perdette la possibilità di parlare. E fu una vera rovina. Figuratevi, mio marito parlava alla Radio; ed era quotato come speaker: Stigliano… l’avrete sentito nominare…

BUGLI - E come no… Uno dei migliori…

ELENA - Così io mi dovetti dare da fare… e adesso, grazie a Dio, con quello che guadagno…

BUGLI - (segnando appunti sul taccuino) Interessante.

ELENA - Se le mie risposte possono essere utili, domandate pure, ma per le fotografie vi pregherei di no…Mi sembra una cosa curiosa…

BUGLI - E perché? Gli artisti pagano fior di quattrini per vedere pubblicate le loro fotografie sulla prima pagina di un settimanale.

ELENA - E io mi diverto spesso a sfogliarli, perché li compra mia figlia!

BUGLI - Ha una figlia… Bene… (Segna nel taccuino).

ELENA - E un maschio. Adesso Beppe si trova a Parigi. Sta girando una pellicola a colori: “Nel regno dell’avorio”, un film di avventure: cacciatori, sparatorie, belve feroci. Non ne avete sentito parlare?

BUGLI - Si… Si tratta di una coproduzione italofrancese; ma non sapevo che vi prendesse parte suo figlio.

ELENA - (invitandolo a sedere) Accomodatevi, prego. (Siedono)

BUGLI - Grazie. E come nacque in suo figlio l’idea di diventare attore cinematografico?

ELENA - È un bel ragazzo. Un fisico magnifico… Un poco la passione che, di questi tempi, piglia a tutti quanti; gli amici che lo spingevano e lo incoraggiavano… mandò le fotografie al produttore e fu accettato per il ruolo del protagonista… un bel contratto… e ormai sta lavorando da più di tre mesi…

BUGLI - E durante questo periodo ha mandato fotografie del film, fotografie sue nella parte che interpreta?

ELENA - Come no. Fotografie bellissime, in tutte le pose.

BUGLI - Me le vuole mostrare, se non le disturba?

ELENA - E perché no? Le vado a prendere subito.

BUGLI - Sarebbe interessante pubblicare pure qualche sua foto di quando non pensava affatto al cinema; qualcuna da bambino, per esempio.

ELENA - Avete voglia: ne tengo una quantità… adesso ve le porto. (Esce svelta per la sinistra).

BUGLI - (rivolgendosi con interesse a Maria) E tu sei la cameriera?

MARIA - (arrossisce per l’emozione; piena di speranza balbetta) Si.

BUGLI - Sei carina. Non ti hanno scoperta?

MARIA - (piena di pudore) E io me facevo scopri’… Avevano truvato ‘o tipo!… Io so’ na ragazza onesta.

BUGLI - Che hai capito. Volevo dire: non ti hanno mai proposto di fare del cinema?

MARIA - (intimamente lusingata) No… e chi ce penza?

BUGLI - (insinuante) Ti farebbe piacere di vedere pubblicata una tua fotografia sul giornale?

MARIA - (felice) E come no.

BUGLI - Allora mi devi dire dettagliatamente il modo di vivere di tutta questa famiglia. ‘A quanto tiempo stai a servi’ dint’ ‘a ‘sta casa?

MARIA - Da tre anni.

BUGLI - Benissimo. Tu sei l’elemento che mi ci vuole. Voglio sapere tutto: il carattere di Alberto Stigliano, i suoi rapporti con la moglie, coi figli, il genere di vita della signorina Rosaria, del fratello, e degli amici che frequentano.

MARIA - Ma voi conoscete la signorina Rosaria?

BUGLI - Non ti preoccupare, io conosco tutti. E soprattutto voglio informazioni sull’amico del signorino Beppe: Guidone.

MARIA - (ride divertita) ‘O femmenella…

BUGLI - Proprio, ‘o femmenella. Mo’ non c’è tempo. Ti aspetto all’angolo della strada. Fra un poco, con una scusa qualunque, tu scendi e parliamo.

MARIA - E la fotografia?

BUGLI - Dopo, se no tu non vieni.

MARIA - E me mettite ncopp’ ‘o giurnale?

BUGLI - In prima pagina.

ELENA - (dalla sinistra. Reca un pacco di fotografie che poggia sul tavolo) Ecco qua.

BUGLI - (avido si avvicina al tavolo e comincia a guardare le foto) Molto bene. Materiale prezioso.

ELENA - (mostrando una delle foto che, secondo lei, può avere particolare interesse per la stampa) Questa sono io con mio marito, il giorno del matrimonio… Ci sta pure la buonanima di mammà… (Ne mostra un’altra) Questo è Beppe a nove anni, con la sorellina: giocavano a guardia e ladro!

BUGLI - (concentrando particolare interesse sulla foto) Magnifica! Ha legato le mani della sorella con una corda, puntandole contro una pistola.

ELENA - Un giocattolo. La scattò mio marito.

BUGLI - (osservandone un’altra) E questa?

ELENA - È sempre mio figlio. Qui aveva undici anni. Si fece fotografare da bandito mascherato… ma si vede che è lui.

BUGLI - (apparentemente compiaciuto) Armato di tutto punto…

ELENA - Sapete, i bambini… (Mostrando delle foto più moderne) E queste sono del film.

BUGLI - (osservandole ammirato) Veramente un bel ragazzo. Prendo queste due. (Sceglie quella con la sorellina legata e l’altra da bandito) E questa. (ne sceglie una del cinema) Queste tre mi bastano. (Intanto ne scorge un’altra che può essergli utile e vi punta la sua attenzione) E questa?

ELENA - È una fotografia recente di Rosaria.

BUGLI - Posso prendere anche questa?

ELENA - E pigliatevella.

BUGLI - Mi piace per l’originalità di com’è vestita, per l’atteggiamento spigliato, moderno…

ELENA - Eh, mia figlia è fin troppo moderna.

ARTURO - (dalla destra seguito da Alberto) Eccoci qua. Buonasera. (Scorge Bugli e lo saluta con un piccolo cenno del capo. Alberto, nell’impossibilità di esprimersi con la parola, a furia di mimica espressiva chiede a sua moglie ragguagli sul visitatore sconosciuto)

ELENA - È un giornalista.

BUGLI - (presentandosi ai due) Dottor Bugli.

ELENA - Ha voluto qualche fotografia di Beppe, qualcuna nostra, vuol fare un articolo su tutta la famiglia.

ARTURO - (con ironia) Eh già… c’è l’attore cinematografico, adesso.

ELENA - (presentando Arturo) Mio cognato, Arturo Stigliano. (Alberto esce per la sinistra)

BUGLI - Siete lo zio di Beppe Stigliano? Bravo.

ARTURO - (con amarezza) A servirvi. (Ed esclama come per sottolineare una dura constatazione) S’è avutato ‘o canisto.

BUGLI - (che non l’ha compreso) Come?

ARTURO - Il cesto si è capovolto! Il mondo è una caccavella di fagioli. Sapete come fanno i fagioli, nella pila, quando bollono? Quelli di sotto arrivano sopra, e quelli di sopra vanno a finire sotto. La stampa non mi conosce perché sono Arturo Stigliano, combattente dell’altra guerra, ardito nel Battaglione d’assalto “I fulminanti”, ferito in battaglia alla gamba sinistra e promosso sergente sul campo, per merito di guerra… no; ma perché sono lo zio di Beppe Stigliano, attore cinematografico in voga, pagato con fior di quattrini e colpi di obiettivo che ne proiettano le sembianze in tutto il mondo… In altri termini: mio nipote è il fagiolo di sopra, e io il fagiolo di sotto.

BUGLI - Parlate con amarezza.

ARTURO - Voi siete giornalista? Vorrei parlare come dico io… avreste che raccontare al pubblico.

BUGLI - E parlate. Se posso esservi utile.

ARTURO - Preferisco di no. Voi siete venuto per altri motivi. Sentite a me, parlate della famiglia dell’attore… L’oscura vita di un modesto combattente non interessa nessuno. Vivo solo, in una stanzetta ammobiliata al quinto piano di un palazzo al vicolo Giardinetto. Strappo la vita con quel poco di pensione e con un modesto stipendio che piglio dalla Banca Commerciale dove presto servizio in qualità di usciere. Mi preparo da mangiare su una macchinetta a spirito e mi lavo le camicie io stesso. Vengo qua dai miei parenti, quando mi convinco che la mia presenza è necessaria. Infatti, ora che mio fratello per dispiaceri di famiglia ha perduto la favella, io l’accompagno dal medico e per la strada quando vuole prendere un po’ d’aria. (Ad un cenno di Bugli il fotoreporter gira intorno ad Arturo fotografandolo nei vari atteggiamenti) Dopo la guerra 15-18 indossai la camicia nera; militai nelle file fasciste con tutta la fermezza del mio carattere, servendo la causa con fede incrollabile. Nel 35 mi ammogliai per seguire ciecamente i dettami del regime, e mi divisi legalmente dopo il 25 luglio perché mia moglie quel giorno si permise di dire: “Finalmente, è fernuta; finalmente ’e levammo ‘a miezo sti stivalune!” Ho gusti semplici nel mangiare. Ogni tanto mi faccio trecento grammi di spaghetti aglio e olio, non solo perché mi piacciono, ma soprattutto perché li posso cucinare facilmente. Non mangio mai carne, pesce tanto meno, sono vegetariano, nzalata, nzalata… (Finge di accorgersi del fotografo solo in questo momento) Vi pregherei di non pubblicare queste fotografie. Ma amerei di averne una copia di ogni posa. Buonasera. (Ed esce per la destra)

BUGLI - È simpatico.

ELENA - Bisogna compatirlo… Sapete, ognuno ha la sua idea.

BUGLI - Molte grazie, signora, e arrivederci. (Si avvia)

ELENA - E qualche fotografia mia, mentre lavoro… che so’ vicino alla macchina da cucire.

BUGLI - Non è necessario, ho molto materiale… un’altra volta! (Al fotoreporter) Andiamo. Grazie dell’accoglienza, buonasera. (Esce in fretta seguito dal fotoreporter)

ELENA - Buonasera.

MARIA - Signo’, mi date il permesso di scendere per dieci minuti? Voglio arrivare fino alla merceria pe’ me compra’ na matassa ‘e lana celeste, me serve pe’ ferni’ ‘o golf. (Dalla sinistra entra Alberto, avvicina una sedia alla finestra e siede)

ELENA - Volevo fare la noticina per la spesa di domani. La nota di oggi l’hai fatta?

MARIA - Sissignore signo’, eccola. (Trae dalla tasca del grembiule un modesto pezzetto di carta e lo porge ad Elena)

ELENA - (dopo aver letto il totale) Mari’, mille cinquecento lire?

MARIA - (precisa) Millequattrocentosessanta.

ELENA - Statte attienta pe’ sti quaranta lire.

MARIA - Signo’, ce sta ‘a bottiglia d’olio, ‘o sapone pe’ lava’.

ELENA - Va bene, ma come mangiare, oggi ci siamo limitati… non si possono spendere millecinquecento lire.

MARIA - Ce sta nu chilo ‘e carna da brodo.

ELENA - Tre quarti bastavano.

MARIA - Trecento grammi di riso.

ELENA - E ce ne sta nu piatto rimasto, perché duecento grammi bastavano pe’ tutt’ e tre. Mo’ facimmo na cosa: domani quello che si deve cucinare si pesa prima… pecche nun putimmo butta’ ‘a grazia ’e Dio. E po’, qua pe’ guadagna’ na lira se butta ‘o veleno.

MARIA - Avite ragione. Allora posso scendere? ‘A nota per domani ’a facimmo quanno torno.

ELENA - Sì, ma nun tarda’. Dieci minuti solamente.

MARIA - (contenta) Non dubitate. (Ed esce per la sinistra)

ELENA - Albe’, io ti ho preparato una bella tazza di brodo. Ci metti un uovo fresco dentro e poi ti mangi un pezzo di bollito. Dopo mangiato mi aiuti a fare i conti, domani devo riscuotere la manifattura di ventiquattro vestitini. (Alberto accenna di sì col capo)

MARIA - (dalla sinistra) Io scendo, signo’.

ELENA - Torna presto.

MARIA - Dieci minuti. (Ed esce per la destra)

ELENA - (al marito) E sei stato dal medico? (Alberto accenna di si) E ti ha dato buone speranze? (Alberto c. s) Non per niente. Grazie a Dio il lavoro mio va bene, e non ci manca il pane… ma per scambiare quattro chiacchiere regolarmente, per sentire un tuo parere su questo o su quello argomento. E poi, mi credi? Io ‘a voce toia nun m’ ‘a ricordo. Sarà un fenomeno strano; ma ho l’impressione che quando tu parlavi, io nun sentevo niente. (Alberto annuisce ironicamente) Ma non puoi dire nemmeno: “si” e “no”? Perché non provi? (Alberto fa cenno col capo come per dire: è inutile che mi sforzi nel tentativo. Poi sempre a gesti fa capire che vuole andare in camera sua per lavarsi le mani) E va’, io ti aspetto. Intanto porto ‘o brodo a tavola. (Alberto esce per la sinistra. Il campanello della porta d’ingresso suona ripetutamente. Elena esce per la destra. Dopo breve pausa internamente si ode la voce di Beppe)

BEPPE - (dall’interno con voce ansiosa) Mammà!

ELENA - (c. s. con sorpresa e apprensione) Beppe! Quando sei arrivato?

BEPPE - (dalla destra, pallido e affranto. Sul suo volto sono impressi i segni di un timore interno che lo mantiene in uno stato di orgasmo e sovraeccitazione. Sembra spaesato, quasi non riconosce il luogo e le cose che gli stanno intorno. Entra e si ferma a tre passi dalla porta d’ingresso per dire a sua madre) Chiudete bene la porta. (Internamente si ode chiudere la porta d’ingresso)

ELENA - (entrando) Se pò sape’ ch’è stato? Senza preavviso, senza un telegramma… Che è succieso?

BEPPE - Niente, mammà.

ELENA - Come niente… tu tiene ‘a faccia bianca comm’ ‘a carta. ‘O film è finito?

BEFFE Sì.

ELENA - E si’ arrivato senza valigia?

BEPPE - L’ho lasciata in dogana, non volevo perdere tempo.

ELENA - Stai stanco… siediti, te piglie na tazza ‘e brodo.

BEPPE - Come sta papà?

ELENA - Sempre lo stesso: non parla. (Alludendo all’arrivo improvviso del figlio) Non capisco che modo di agire… senza avvertire niente. (Si avvicina alla porta di destra per avvertire Alberto dell’arrivo di Beppe) Albe’, è tornato Beppe da Parigi. È andato tutto bene. (Poi chiede a Beppe) ‘O film è finito completamente?

BEPPE - No.

ELENA - Allora devi partire un’altra volta?

BEPPE - Forse sì.

ELENA - Come: forse sì? Se non è finito devi ripartire un’altra volta… forse lo finiscono qua?

BEPPE - Ecco, sì… lo finiscono qua. (Il campanello dell’ingresso squilla)

ELENA - Questa deve essere Maria. (Esce per la destra)

CORRADO - (dall’interno alludendo a Beppe) È arrivato? Dove sta? (Entra seguito da Rosaria ed Elena; vede Beppe e lo affronta) Sei scappato… Guarda che la radio lo ha trasmesso dieci minuti fa. La prima cosa, ti verranno a cercare qua. È meglio che te ne vai.

ELENA - (allarmata) Ma ch’è successo?

ROSARIA - Non sapete niente?

BEPPE - (deciso) Corra’, scendiamo, parliamo fuori.

CORRADO - (cosciente della gravità del caso) Ma perché, scusa?  È meglio parlare chiaro. Un caso simile va considerato senza perdita di tempo. Se chiamma n’avvocato. Se cerca consiglio: come ti devi regolare, se ti devi costituire.

ELENA - (con tono fermo, in cui si avverte il diritto materno) Ma pozzo sape’ ch’è stato?

BEPPE - (proclamando la sua innocenza a piena voce) Io non ne so niente.

CORRADO - E perché sei scappato? Secondo me hai peggiorato la situazione. (Dalla sinistra entra Alberto restando in ascolto)

BEFPE (come per dire: “Mi sarebbe piaciuto vedere te nelle mie condizioni”) Io abitavo in casa sua, capisci. Dormivo nella camera per gli ospiti, nello stesso appartamento al piano di sopra. Quando, ieri mattina, alle cinque e mezzo, scesi come al solito per fare colazione e correre allo stabilimento, lo trovai steso a terra in un lago di sangue… scannato come un capretto!… In un mondo come Parigi, sconosciuto per me, senza parenti o amici… non ho capito niente più. So’ arrivato ‘a stazione senza sape’ nemmeno come… ho preso il primo treno.

ELENA - (costernata) Madonna mia! (Alberto, durante il racconto di Beppe, ha mosso dei passi verso il centro della stanza; ora si trova fra gli altri, i quali notando la sua presenza continuano la discussione come se egli vi avesse preso parte fin dal principio)

BEFPE Io sono innocente: le mie mani sono pulite.

CORRADO - Non sospetti di nessuno? Qualche indizio?

BEPPE - Non lo vedevo mai. Lui faceva la sua vita, io la mia. L’ho visto qualche rara volta a colazione, la mattina.

CORRADO - Ma abitavi in casa sua…

BEFPE Il lavoro cinematografico è duro, non ti lascia il tempo di respirare. Io ero impegnato notte e giorno negli stabilimenti.

CORRADO - Beppe, tu devi parlare chiaro… qua nun ce putimmo piglia’ in giro. Fu proprio questo Serenè che, per interessamento di Guidone, ti fece avere il contratto.

BEFPE E che vuoi dire?

CORRADO - (alterandosi) Come si fa a dirlo, Beppe? Certe cose si sottintendono. (Cercando di chiarire meglio il suo concetto) Questo signore di Parigi uno scopo lo doveva avere nel farti il contratto e nel volerti ospite a casa sua, scusa! Il signor Serenè era amico di Guidone, e noi sappiamo di che panni veste Guidone. E lo sapevi pure tu. E su questo hai giocato, di’ la verità.

BEPPE - Io non avevo il dovere di conoscere le idee particolari di Serenè.

CORRADO - Ma non dire sciocchezze! La spinta era buona. Tu hai pensato alla celebrità, ai milioni… e ti posso pure capire; ma non devi fare l’ingenuo.

BEPPE - Con me si è comportato da perfetto gentiluomo.

CORRADO - Però l’equivoco correva.

BEPPE - E se avesse osato, sia pure con una semplice allusione, io ti giuro che…

CORRADO - Lo avresti ucciso, tu. Infatti, il delitto è stato commesso. (Un silenzio angoscioso avvolge tutta la famiglia, interrotto soltanto dal pianto sommesso di Elena e dal lieve singhiozzare di Rosaria. Alberto, chiuso nel suo dolore, è fermo in un proponimento maturato durante il dibattito dei due, e lentamente si avvicina ad un mobile, prende l’elenco telefonico e lo sfoglia cercando un numero. Dopo averlo trovato lo compone all’apparecchio e attende la comunicazione. Tutti gli altri han seguito l’azione con il respiro sospeso. La comunicazione arriva)

ALBERTO - Pronto. Parlate in casa Stigliano. (Tutti si scambiano occhiate di meraviglia per il fatto che Alberto parla) Commissariato di Polizia? (Beppe sussulta) Mandate due agenti in casa Stigliano, Rettifilo 74. C’è da fermare un giovane sospettato di assassinio. Stigliano. Rettifilo 74. Grazie. (E riattacca il cornetto)

ELENA - (fra i singhiozzi mormora) Alberto!…

BEPPE - Papà…

ALBERTO - Se sei innocente che paura hai?

ELENA - (come per rendersi conto di come Alberto sia riuscito a parlare) Ma come…!

ALBERTO - (ha compreso e la precede con la risposta affermativa) Parlo. Come vedi, parlo. E voglio parla’ assai. Voglio dire tutto quello che non ho detto in tanti anni, e forse per non averlo detto, ci troviamo in questa situazione. Già, che fa, che fa che ci troviamo così combinati? Ci sentiamo uniti, legati fra noi? Esiste forse un vincolo che ci accomuna nella buona e nella cattiva sorte? (Rivolgendosi a Corrado, con tono sostenuto) Tu se vuoi andare…

CORRADO - Mi dispiace di lasciarvi in questo momento.

ALBERTO - E invece mi fai piacere se mi lasci solo con i miei.

CORRADO - (congedandosi suo malgrado) Buonasera.

ROSARIA - (a Corrado) Telefonami più tardi.

CORRADO - O mi telefoni tu per darmi notizie. Se avete bisogno di me, tu sai dove trovarmi. (Esce per la destra)

ALBERTO - (dopo una lunga pausa) Eccoci qua: marito, moglie e due figli. Un figlio, una figlia, una moglie e un marito. (Ora si rivolge al figlio) Hai capito? Sei rimasto con le mani dentro? Ti sei reso conto che quando in famiglia c’è uno che cade, si trascina appresso tutti quanti? Qua tutto è chiaro. (Ora si rivolge ad Elena) Io e te siamo stati in lotta perché tu non volevi la stessa cosa che volevo io. La seconda gravidanza l’accettasti con il sangue agli occhi, perché un secondo figlio limitava sempre più le tue possibilità di essere libera di vivere la tua vita.

ELENA - (sempre singhiozzando) Perché, quale vita strana volevo vivere io?

ALBERTO - Adesso non posso precisare le cose che dovevi fare e le cose che non dovevi fare. Ma tu capisci che non sono un pazzo; e se mi sono disamorato e disinteressato della mia famiglia, una ragione ci sarà stata. Ho lottato, fin quanto ho potuto, per farti capire che i figli costano sacrifici e rinunzie; ma poi ho mollato.

ELENA - Albe’, parla chiaro. I figli sono presenti. E non ti posso permettere delle semplici allusioni. Secondo te la colpa di tutto quello ch’è successo è mia?

ALBERTO - Questo è un altro fatto. Se vogliamo assodare di chi è la colpa rischiamo di parlare per anni, senza venire a capo di niente. Gli errori sono stati assai, e ognuno di noi ha la sua colpa. E ognuno di noi ha sbagliato credendo di indovinare. Uno degli errori principali è quello di credere ciecamente che si possono fare i milioni come se fossero fagioli. Ma chi è che fa tutti questi milioni? Dove stanno quelli che si arricchiscono e che si possono godere in pace i milioni che se so’ fatte? Quando questa gente piange o muore di crepacuore o se spara, che fa? Viene da noi e ci dice: “Sapete, io mi sono sparato per questa ragione”?

BEPPE - Io non volevo arricchirmi illecitamente. Ho scelto una via come potevo sceglierne un’altra. Volevo sganciarmi da te per non esserti di peso. Mi sono trovato implicato in un fatto di sangue che non mi riguarda: ma questo non significa che l’uomo debba rinunciare all’indipendenza personale: ognuno è padrone della sua vita.

ALBERTO - No. Questo lo diciamo quando ci fa comodo. Perché, se ammettiamo che ognuno di noi, per vivere nel consorzio umano, deve ubbidire ad un autocontrollo delle proprie azioni, già riconosciamo che l‘indipendenza personale ha dei limiti precisi. Non siamo liberi, non possiamo disporre egoisticamente della nostra vita. Siamo agganciati come una catena: una maglia cede, e tutte le altre appresso. (Rivolgendosi alla moglie) Come vedi, il discorso è lungo. Di chi è la colpa, è un altro fatto. Però la lotta fra me e te c’è stata e i figli l’hanno avvertita… e allora: ognuno per sé e Dio per tutti. E come avrei potuto lottare ancora? Come fai a comandare in una famiglia, quando chi deve eseguire i tuoi ordini non è d’accordo con te? Tu, che puoi fare, quando tua moglie e i tuoi figli, invece di condividere la tua idea, ti dichiarano guerra? Una ribellione ostile prestabilita deliberata. Una guerra fredda combattuta con l’ironia, la simulazione, il boicottaggio. Allora, naturalmente, tu cominci a dubitare di te stesso. Pensi: “Ma io me fosse rimbambito? Avessero ragione lloro?” E comincia un esame di coscienza: la vita non è più quella di una volta… il progresso è quello che è… i giovani capiscono più di noi… se mio figlio ha delle aspirazioni e delle possibilità che possono aiutarlo a raggiungere una quota che si distanzia da quella raggiunta da me, perché lo devo ostacolare? (Al figlio) E l’hai raggiunta la quota! A Parigi ci sei stato, non perché l’hai voluto tu, ma perché così aveva deciso il tuo amico Guidone. Quante volte avevo predicato che quel disgraziato non doveva mettere piede in casa nostra? Invece, niente: Guidone a tutto pasto. (Ad Elena) E tu per prima hai permesso che quel signore frequentasse i nostri figli. Da un uomo che appartiene ad una categoria di gente che non ha niente da perdere e che una famiglia non se la potrà mai creare, che ti puoi aspettare di buono? Una setta diabolica, che funziona da un capo all’altro del mondo, ramificando e mettendo radici da per tutto. S’impongono servendosi dell’Arte per corrompere e distruggere quel tanto di buono che ci serve a credere nella vita che dobbiamo vivere giorno per giorno. E si servono del gusto “raffinato”. Mettono su negozio? E tutti di corsa al negozio dei “raffinati”. “Non sapete niente? È uscito il romanzo del “raffinato”. In quella strada, c’è la sartoria del “raffinato”; in quell’altra c’è il parrucchiere “raffinato”. Guarda com’è “raffinata” tua figlia. Non sembra più nemmeno una donna, si può confondere con un uomo.

MARIA - (dalla destra entra felice e contenta di essere stata fotografata da un vero giornalista. La sua gioia è tale che non riesce a nasconderla neanche alla sua padrona ed ingenuamente si rivolge direttamente ad Elena) Signo’, nun me dicite niente. Quando sono scesa per andare alla merceria, aggio truvato chillu giurnalista ch’è venuto ccà stasera… e pe’ forza m’ha vuluta fa’ na fotografia; m’ha promesso che me mette ncopp’ ‘o giurnale d’ ‘o cinematografo. E me ne regala due copie. M’ha dato l’indirizzo suio, dimane m’ ‘e vaco a piglia’.

ALBERTO - (si rende conto della subdola manovra del redattore Bugli, realizzando quale sia stato il vero scopo della sua intervista) Perciò è venuto.

ELENA - Perciò ha vuluto ‘e fotografie soie ‘e quann’era piccerillo.

ALBERTO - È chiaro. Domani i giornali illustrati saranno pieni di fotografie nostre. (Afferrando Maria per le braccia e scuotendola con violenza) E t’ha fatto qualche domanda?

MARIA - (allarmata, impaurita) Signo’, ch’è stato?

ALBERTO - Parla. T’ha domandato qualche cosa?

MARIA - Ha vuluto sape’ notizie d’ ‘o signurino Guidone, l’amico suio. (Indica Beppe)

ALBERTO - E tu ce ll’he’ date?

MARIA - Pecche, aggio fatto malamente?

ALBERTO - E po’?

MARIA - Ha vuluto sape’ nutizie della signorina Rosaria…

ALBERTO - (molla le braccia di Maria) S’è informato su tutti. E tu nun te si’ misa scuorno ‘e parla’ ‘e sta famiglia? E nun te miette scuorno, dimane, ‘e vede’ pubblicate ‘e fotografie toie vicino ‘e noste?

MARIA - (meravigliata) Ma vuie parlate?

ALBERTO - Tu t’ he’ ‘a sta’ zitta. Va’. (Maria esce per la destra) Domani il “divo”, con tutta la sua famiglia, avrà il suo quarto d’ora di celebrità. Guidone lo aveva previsto.

ELENA - (come per richiamare il marito ad una realtà triste che non consente recriminazioni e rimpianti) Albe’, ma ti sembra il momento?

ALBERTO - (insorge fulmineo) Elena, statte zitta! Questa è la tua frase abituale che ti serve a chiudermi la bocca quando capisci che sto per dire delle verità. Secondo te nemmeno questo sarebbe il momento di parlare? E allora nu povero Cristo, che aspetta per intervenire? La fine del mondo? Tu e questi due (indica i figli) siete riusciti a farmi vergognare d’intervenire quando vedo una cosa che non cammina per il suo verso.

ELENA - Si… allora uno vede ca na tenda piglia fuoco e invece’ ‘e fa’ qualche cosa per impedirlo., aspetta ca s’incendia tutt’ ‘a casa? Questo è successo pure in conseguenza dell’atteggiamento tuo… Invece di mostrarti completamente assente di fronte a tutto quello che succedeva in casa, potevi far valere prima la tua autorità, con qualunque mezzo. (Con amarezza contenuta, allusiva) D’altra parte non avresti potuto dividerti in due…

(Minacciosa) E nun me fa’ parla’!

ALBERTO - (affronta la minaccia incitando la moglie a vuotare il sacco) Parla invece… a chi aspetti? Non abbiamo niente da nascondere ai figli: sanno tutto; lo sanno da un pezzo che io ho un’altra donna.

ELENA - E non ti vergogni?

ALBERTO - (secco) No! Io non ho paura di ammettere il mio errore. Sei tu che te ne vergogni. Perciò hai detto: “nun me fa’ parla’…” La mia deviazione ti faceva comodo, scaricava la tua coscienza… Infatti quando te ne accorgesti non muovesti un dito per riportarmi a casa… nemmeno gelosia hai sentito.

ELENA - (piangendo) Non ti rispondo.

ALBERTO - Non ti conviene.

ELENA - Egoista! Questo sei… perché soltanto adesso hai sentito il bisogno di mostrare la forza del tuo carattere, telefonando in Questura.

ALBERTO - Questa è la cattiveria più grossa che mi potevi dire e che io m’aspettavo. Ho telefonato in Questura perché se lui non si costituisce peggiora la sua posizione, qualunque essa sia. Neanche adesso mi sono regolato bene? Non dovevo parlare? Quando tutti mi avete creduto muto, ho fatto correre l’equivoco. Mi sentivo nella pace degli angeli. Ho pensato: “Se parlo e ripiglio il mio lavoro se levano ’e mmàchine ‘ a miezo e la casa precipita un’altra volta nella stessa situazione di prima”.

ELENA - E nemmeno la sua partenza per Parigi ti ha potuto decidere ad aprire bocca? Non lo sapevi pure tu che Guidone aveva fatto avere il contratto a tuo figlio?

ALBERTO - E pure se parlavo, non era la stessa cosa? Avrei potuto proibire a lui di andare a Parigi? E con quali mezzi? Un padre di oggi, di fronte alla strafottenza dei figli, o parla o è muto, è ‘a stessa cosa. (Puntando l’indice prima verso sua moglie e poi verso i figli) Tu, tu, tu, poco per volta, siete riusciti a farmi rinunciare a qualsiasi diritto, e a farmi sentire libero da qualsiasi dovere. Questo è il momento di parlare! E non ho paura di sembrare uno che voglia infierire contro un disgraziato già caduto in una situazione tragica: le mie parole devono avere per lui il valore che hanno, soprattutto perché vengono da me, che song’ ‘o pate. Se è stato lui che ha commesso il reato, le mie parole, se gli è rimasto tanto di buon senso e di dignità, lo faranno soffrire di più; e peggio per lui! Ma se è innocente, come penso e spero che sia, gli serviranno per l’avvenire. (Un pensiero che lo amareggia gli attraversa la mente. Repentinamente si rivolge a sua figlia, e con durezza l’affronta) Per te no. Per te non ci sono argomenti da smaltire. (Indicando Beppe) Lui, dopo una quindicina d’anni di galera, può rifarsi una vita; tu no! E se te ne vai mi fai piacere. (Rosaria, intimamente ferita, china il capo e lentamente si apparta. Intanto Alberto, dopo un silenzio che gli è servito a mettere un po’ d’ordine nelle sue idee confuse, riprende il filo del suo discorso interrotto) Quando sposai tua madre… lei sta qua, lo può dire… ne parlavamo da fidanzati, anzi, io ne parlavo sempre, lei meno… Volevo dei figli. E infatti venisti tu: il maschio! Mi sentii un Dio. E pensai: “Nun moro cchiù”. Non vedevo più nessuno; non mi occupavo più di tante cose che mi erano sembrate indispensabili fino a quel momento. Dicevo: “Tengo nu figlio… che me mporta d’ ‘o riesto!” Mi sentivo felice perché capivo che, finalmente, potevo riversare su me stesso… perché un figlio è parte di te stesso… tutto l’affetto che mio padre e mia madre avevano riversato su di me, evidentemente con lo stesso sentimento mio. E faticavo, faticavo cu’ na forza e na capacità di resistenza che facevano meraviglia a me stesso. “Nun moro cchiu”. Cammenavo p’ ‘a strada, e parlando solo dicevo: “Nun moro cchiu”. Poi venne il periodo delle malattie; sciocchezze, si capisce, malattie che tutti i bambini devono avere; ma ogni volta avevo l’impressione di tornare a casa e di non trovarti più. E vuoi sapere quali erano i pensieri che mi venivano in mente in quei momenti? Uno dei pensieri che più mi torturava era quello che mi faceva credere che se tu morivi la colpa sarebbe stata mia. Non perché ti avevo fatto mancare qualche cura o qualche specialista; ma perché pensavo: “L’ho messo io al mondo, la colpa è mia!” Tu capisci, allora, che un padre, di fronte a un figlio, la responsabilità se la sente; per quello che deve fare, per come deve vivere quando sarà grande. Che Iddio mi fulmini se una sola volta pensai di fare qualche cosa per costringerti a farti prendere la mia stessa strada, e farti avere il mio stesso avvenire. Perché tu lo devi sapere, questo: nemmeno io sono contento di quello che sono! Io pure, da ragazzo, avevo delle aspirazioni superiori alle mie possibilità. Tua madre lo sa. Scrivevo poesie! Ma poi uno si piega, uno capisce che a certe altezze non ci può arrivare; e, secondo te, non sarebbe stata una gioia per me, di vederti emergere, come non era stato possibile a me? Ecco perché quando venisti al mondo, io dicevo: “Nun moro cchiu”. (Ora la sua espressione diventa amara) Poi venne la seconda: la femmina. Coppia perfetta: maschio e femmina. (Imitando il vocio confuso e festante di un gruppo di amici e parenti invitati nel giorno del battesimo di Rosaria) “Che fortuna! Bene! Bravo! Il maschio e la femmina! Auguri, auguri…” Ma io già mi ero disamorato; già l’entusiasmo non era più quello del primo figlio; già non intervenivo più quando vedevo una cosa sbagliata; già sentivo da molto tempo mia moglie che diceva: “Albe’, ma ti sembra il momento?” come ha detto poco fa. E invece voglio parla’. Può darsi che sono ancora in tempo. (Come per reclamare un suo diritto) Voglio parla’! E voglio dire tutti i luoghi comuni, le frasi più vecchie; non mi vergogno! Voglio citare i proverbi più antichi. L’arta ‘e tata è meza mparata. Chi va per questi mari questi pesci piglia. Chi te ne fa una te ne fa mille. Chi pratica con lo zoppo impara a zoppicare. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Meglio l’uovo oggi che la gallina domani. (Si ferma per un attimo scrutando l’impressione di ognuno, poi chiede bruscamente) E non ridete? Perché non ridete? Io sto dicendo le cose più antiche, e non ridete? Come vedete un passo lo abbiamo fatto: voi mi sentite dire queste cose rancide e non ridete. E io le dico e non mi vergogno… È importante… è importante assai. Questo significa che voi avete tentato di farmi diventare una cosa inutile; ma che non ci siete riusciti; e che io ho creduto di trovarmi di fronte a gente che vedeva con un occhio più aggiornato del mio e non era vero. È importante… è un miracolo!

BUGLI - (dalla destra seguito dal fotografo) Dove sta? Dove sta? Eccolo, il nostro grande Beppe Stigliano. Com’è andata a Parigi? La fotografia che faremo adesso me la strapperanno di mano.

ALBERTO - (avvicinandosi al figlio e disponendosi accanto a lui in posa fotografica) E fotografatelo con il padre vicino… (Il fotografo scatta la fotografia) E sotto ci dovete scrivere: Beppe Stigliano con il padre modello… modello fra virgolette. E poi il gruppo di famiglia. Vieni Elena. (Trascina sua moglie e sua figlia accanto a Beppe per disporre un gruppo di famiglia. Rosaria come trasognata ubbidisce all’ordine di Alberto. Elena, in lagrime, subisce senza protestare) Ecco qua… scattate. La famiglia esemplare festeggia il ritorno del divo. Esemplare, sempre fra virgolette.

BUGLI - Ma la signora piange…

ALBERTO - (pronto) Di gioia. E poi a voi che ve ne importa se la gente piange? Scattate le fotografie, questo è il necessario. (Il fotografo esegue. Alberto, indicando il portiere e gli inquilini che sono venuti a curiosare) E il gruppetto del portiere con gli inquilini? Vi sembra poco importante? Fotografatelo e intervistateli. Vi diranno i loro sospetti, le loro supposizioni; tutto quello che avevano sempre pensato di dirci in faccia e che non avevano mai avuto l’opportunità di farlo. Tutto fa brodo… e il processo si gonfia… e il giornale si vende. Dall’ingresso giunge un tramestio estraneo di passi confusi, mentre una voce anonima chiede con tono pacato ma fermo: “Qui è casa Stigliano?” Un collettivo: “Sissignore…”, mormorato discretamente, conferma.

MARIA - (dalla destra quasi piangendo annunzia) Signo’, so’ venuti due agenti di polizia…

ALBERTO - (cadaverico, rivolgendosi al figlio) Beppe, che vuoi fare? (Alludendo agli agenti che stanno aspettando alla porta delle scale, precisa) Li vuoi fare entrare qua? (Beppe ha un attimo di esitazione, poi con passo lento, ma sicuro, muove verso la destra ed esce per la porta d’ingresso. Elena con lo sguardo atterrito non perde d’occhio il figlio. Tutti seguono ansiosamente l’azione che si sta svolgendo in anticamera)

ELENA - (nel momento in cui gli agenti fermano le manette ai polsi di Beppe, non regge più e lancia il suo grido straziante di madre) Beppe! (E mentre dall’interno l’intermittente lampeggiare della lampada del fotografo investe di taglio la figura di Elena, trasformando quell’atteggiamento di madre affranta dal dolore in una apparizione spettrale, Alberto si apparta in un angolo della stanza, coprendosi il volto con le mani. Tutti gli altri rimangono fermi, immobili nella loro espressione costernata. Nemmeno il rumore sordo della porta delle scale, che gli agenti di polizia hanno sbattuta per richiuderla alle loro spalle, li scuote)

SIPARIO

ATTO TERZO

Ancora in casa Stigliano. La stanza è sempre la stessa. Soltanto un significativo miglioramento si nota nell’ordine e nella pulizia. Le sei macchine da cucire, ad esempio, sono sempre alloro posto, ma in bell’ordine, allineate, spolverate e lucide. Le mensole di legno grezzo sono state finalmente sostituite da vere e proprie scaffalature in metallo cromato, costruite e messe in opera da una ditta specializzata. Tutta la merce che vi figura sopra è stata collocata con cura meticolosa e vigile amore padronale. Infatti, il laboratorio è ormai di esclusiva proprietà della signora Elena Stigliano: gli affari sono andati bene. È passato un anno dall’ultimo avvenimento che funestò la famiglia. È sera, manca un quarto alle 21. Intorno al tavolo da pranzo, apparecchiato con dignità e diligenza, si troveranno in cordiale conversazione: Michele Cuoco, Carmela sua moglie, Elena, Alberto e Arturo.

CARMELA - (donna florida sui cinquantacinque anni, serena, pacata, vorrebbe parlare, ma un singhiozzo le tronca la parola e si mette a piangere sommessamente. Poi alludendo ad una situazione irregolare che ha coinvolto un po’ tutti riesce a dire) Ma che scombino!… Io nun ce pozzo penza’!

ELENA - (confortando l’amica) Donna Carme’, e basta. Avete pianto tutta la giornata.

MICHELE - (gioviale figura di uomo sui sessant’anni, di costituzione salda e colorito sano, nel vedere sua moglie in lagrime interviene rimproverandola con dolcezza) E mo’ chiagne n’ata vòta? Ma come aggi’ ‘a fa’ cu’ te?

CARMELA - (con un risentimento che non potrà mai degenerare in rancore) Vattenne… vattenne… Ti dovevi imporre!

MICHELE - Ma imporre di che cosa? Ti rendi conto che Corrado tiene ventitré anni? E poi, quando un figlio ti dichiara apertamente: “Non vi voglio al matrimonio!”, che facevo? Mi dovevo gettare ai piedi di mio figlio, chiedendogli pietà e misericordia? Un poco di dignità, santo Dio!

CARMELA - L’ha detto così per dire. Non è possibile che Corrado rifiutava la presenza di suo padre e di sua madre nel giorno del suo matrimonio… S’è trovato dicendo… e ha voluto sostenere il punto… È la sua natura: quando dice una cosa, pure se si accorge ch’è sbagliata, la deve sostenere.

MICHELE - E allora? Vieni a quello che dico io. Chillo pare ch’ ‘e fatto na creatura. (Con un tono che vuole imitare quello categorico del figlio) “Non vi voglio al matrimonio. Vogliamo entrare in chiesa io e Rosaria solamente. Se Rosaria vuole la presenza dei suoi genitori, io non mi posso opporre: faccia come crede”. Queste sono state le sue parole scritte nell’ultima lettera che ricevetti cinque giorni fa a Benevento. Vuoi combattere con quella testa gloriosa?

CARMELA - E siamo venuti come due ladri, nascosti in casa dei genitori della sposa.

MICHELE - Don Alberto nemmeno c’è andato.

ALBERTO - Io mi sono sentito poco bene.

ELENA - Io no, ‘a verità. Io mi sono presentata in chiesa ed ho assistito a tutta la funzione, con tutto che mi hanno fatto capire apertamente che la mia presenza era poco desiderata: specialmente da parte di vostro figlio.

ARTURO - Io me so’ nascosto dietro a nu confessionale.

MICHELE - (sincero) Don Alberto mio, che cosa avrei dovuto fare ancora per mio figlio, non lo so nemmeno io. Volle studiare a Napoli: “E va bene, studia a Napoli”. Vedevo che s’incamminava per una via sbagliata… (Rivolgendosi a sua moglie affinché la donna avvalori con la propria testimonianza la veridicità di quanto egli sta per dire) Te ricuorde? Quando se ne andò con un circo equestre, con quella cavallerizza… Na saltimbanca, che gli aveva messo in mente di fare numero con lei… (Descrivendo il suo stato d’animo del momento in cui non riusciva a rintracciare il figlio) “Ma addo’ sta? Che se n’è fatto?” “Sta a tale paese…” Corro a tale paese… “Il circo è partito stanotte”. Raggiungo il paese appresso, e lo trovo in piazza, cu’ na folla ‘e gente attuorno, allerta ncopp’ ‘a nu cavallo, chino ‘e penne bianche e rosse, e cu’ na trummetta mmocca che faceva la reclame per lo spettacolo della sera… Riesco a portarmelo a casa… e venne il periodo più tragico, quanno se vuleva suicida’! Don Albe’, ore intere parlavamo del suicidio, io e lui, come due pazzi. (Indicando sua moglie) E lei non sapeva niente. (Ricostruendo una delle tante discussioni avute col figlio) “Ma perché vuoi morire?” “Ma perché devo vivere?”, rispondeva lui. “Come, perché? E non consideri il dolore che ne riceverebbe tua madre, io?” “Va bene, ma dopo un poco di tempo vi mettete l’anima in pace tutti e due”. “Vuoi fare un viaggio? Vuoi andare all’estero per un poco di tempo?” “No, voglio murì’”. “Ma perché?” (Con un senso di dolore sofferto in quel tempo, che risente ancora dello smarrimento che provocò in lui la risposta del figlio) Don Albe’, indovinate che mi rispose? “Allora mi devi dire che significa la vita e che significa la morte. Una di queste due spiegazioni mi potrà chiarire l’altra e allora io nun m’acciro cchiu!” Don Albe’, io che potevo rispondere? Stavamo fuori al terrazzo, sopra al parapetto camminava una formica… (Prende dal portafogli della tasca interna della giacca una bustina di carta bianca) Guardate, don Albe’. (Apre la bustina e la mostra ad Alberto perché egli ne osservi il contenuto)

ALBERTO - Che cos’è?

MICHELE - La formica. Questa forse salvò la vita di mio figlio. (Ripigliando il tono del racconto interrotto) “Corra’, figlio mio, io songo nu pover’ommo, che ne pozzo sape’?… ’A vita, secondo me, significa tutto. E dicendo tutto, voglio dicere tutto! ‘A morte nun significa niente, pecche ‘a morte nun esiste. Guarda sta furmica .” E con un fiammifero la stuzzicavo. ‘A furmicola scappava a destra, e io la toccavo a destra… ‘a furmicola scappava a sinistra e io’ a tuccavo a sinistra. “Guarda, se mette paura e scappa pecche vo’ campa’. Certo, ‘a furmicola nun fa tanta ragiunamente che putimmo fa’ nuie; ma ‘a vita ‘a capisce, nun capisce’ a morte. ‘A vita è na cosa ca se vede con gli occhi. E se nun teniamo gli occhi, pecche’ a furmicola nun ce vede, se tocca cu’ ‘e mane. Perciò ‘a furmicola vo’ campa’. Quando po’ sta furmicola finisce di vivere naturalmente, nun se mette paura e nun scappa. E pecche? Pecche ‘a morte nun esiste. Se tu ti uccidi, sei tu che rinunzi alla vita. Allora questo che significa? Che ‘o Padreterno ha creato la vita, e noi abbiamo creato la morte” “E la speranza nostra qual è?” Allora perdette ‘a pazienza e dicette: “Corra’, si tu nun capisce ch’ ‘a speranza mia si tu, e che ‘a speranza toia hann’ ‘a essere ‘e figlie tuoie, fa chello che vuo’ tu… Sparati, scannati, menate ‘a coppa abbascio… speranze pe’ te nun ce ne stanno”. ‘O lasciaie e me ne iette. Poi conobbe vostra figlia, qua a Napoli…

ALBERTO - Altri malumori in famiglia…

CARMELA - (accomodante) Noo…

MICHELE - (richiamando sua moglie ad una realtà innegabile) Pecché, scusa? Proprio come dice don Alberto. Con quello scandalo che ci fu sui giornali per il fatto di Beppe… Don Alberto è un uomo troppo intelligente per non capire che se non risultava l’innocenza del figlio, il fatto avrebbe preso una piega dolorosa per tutti quanti. (Concludendo il discorso interrotto) Ad un certo punto, stanco, mi chiamai mio figlio e gli dissi: “Tu ti vuoi ammogliare e non ne hai la possibilità finanziaria? Mo’ ce penz’io, basta che finisce. ‘O patrimonio quant’è? Tanto? Pigliati quello che ti spetta, e fanne quello che vuoi. Ricordati però che se vai all’elemosina io nun te dongo cchiu manco nu soldo. Quello che me resta serve per la vecchiaia mia e di tua madre”. Per tutta risposta: “Non vi voglio al matrimonio!” (Dopo aver guardato l’orologio, afferma allarmato) S’è fatto tarde, Carme’, iammuncenne. So’ due ore di macchina, a mezzanotte ci troviamo a Benevento.

ELENA - Ma perché non partite domani mattina?

CARMELA - No, è meglio che partimmo mo’.

ELENA - Ve ne andate di malumore…

CARMELA - E domani mattina non è la stessa cosa?

MICHELE - (per incoraggiare Carmela) Per il matrimonio è andata così… per il battesimo sarà differente.

CARMELA - (rabbiosa) Iammo a chiudere ‘e valigie, viene. Permesso. (Si avvia per la sinistra)

MICHELE - Permettete. (Ed esce per la sinistra seguendo la maglie)

ARTURO - Io invece fra un quarto d’ora sono al vicolo Giardinetto.

ELENA - Ve l’ho detto tante volte di venire a stare con noi.

ARTURO - Ma me l’avete detto sempre con l’intima speranza di un rifiuto da parte mia. Io quello che tengo qua… (Indica il cuore) lo tengo qua… (E poi le labbra) E d’altra parte lo trovo giusto: un uomo in casa, diciamo quello che è, dà fastidio.

ELENA - Nel tempo passato, sì, ma adesso… Rosaria si è sposata, Beppe lavora alla Radio e torna a casa solo per mangiare e dormire. Farebbe piacere pure ad Alberto. La camera di Rosaria non sarebbe comoda per voi?

ARTURO - Vi’ che dice donna Elena! Ma vi pare, per me sarebbe una fortuna! Me levo ‘a tuorno chella spina di padrona di casa! (Tira fuori dalla tasca un pezzo di carta e lo mostra) Ecco qua, me fa truva’ ‘e bigliette. Dice che non ho messo il lucchetto alla porta d’ingresso. Quanno succede na cosa ‘e chesta, me fa ‘e dispiette. Per esempio, io, sera per sera, mi lavo le camicie nella bacinella, in camera mia… ne piglio una e la metto ad asciugare, e l’indomani prego donna Erminia di farmela trovare stirata. Torno ‘a sera e la trovo tale e quale come l’ho lasciata la mattina. Nun me dà nu punto a nu cazettino, nun me cose nu bottone… sempre un’estranea è. (Valutando l’opportunità di quella offerta) Figuratevi si nun me faciarria piacere o no. Ma tu capisci, Albe’, io in presenza di don Michele e sua moglie non ho voluto dire niente. Tu, ormai è più di un anno che abiti per conto tuo, fai un’altra vita…

ALBERTO - E che c’entro io? Elena in casa sua fa quello che vuole.

ELENA - Mi fate compagnia. E po’ che d’è, Alberto sparisce addirittura? Quando viene vi trova, e le fa piacere pure a isso.

ARTURO - Albe’, ma non pensi di tornare qua e chiudere definitivamente la parentesi?

ALBERTO - Oramai le strade sono tracciate. Significa che così doveva andare. Del resto io e mia moglie mai come adesso andiamo perfettamente d’accordo. Quando ha bisogno di me, sono felice di esserle utile.

ELENA - E se mi vuole cercare per la stessa ragione sa dove trovarmi.

ARTURO - E allora domani mattina me piglio chellu poco ‘e rrobba e me ne vengo qua. E vi ringrazio. (Si alza e si avvia verso l’uscita) Quello che fate a me il cielo ve lo deve rendere per il doppio. Albe’, ho sofferto! E zitto! Sempre zitto! Ho sbagliato pure io. Mi sono chiuso in corpo tutto quello che, per la cattiveria degli altri, o per deficienza mia, non lo so… mi è successo nella vita. (È giunto quasi sulla porta d’ingresso) A don Michele e donna Carmela me li salutate voi. Facciamo così: io vengo a stare qua per un paio di settimane, per prova. Se ci troviamo d’accordo bene, se no me ne torno al vicolo Giardinetto. Buonasera. (Ed esce)

ELENA - Povero Arturo, mi ha fatto pena!

ALBERTO - È stato sempre un carattere chiuso, orgoglioso. Pure lui ha i suoi difetti. (Breve silenzio) Mo’ aspetto che se ne vanno lloro e po’ me ne vado pure io.

ELENA - E pecche sta fretta! Riposati, è presto! (Lungo silenzio)

ALBERTO - (perduto in un ricordo nostalgico che lo intenerisce e lo commuove. Finalmente egli stesso interrompe quell’incanto per dire con un tono di voce sommesso e pudico) Elena, ti ricordi… (E ripete una promessa che si scambiarono in tempi lontani e felici) “Un maschio e una femmina”. Tu dicesti: “Il maschio per me”, e io dissi: “E la femmina per me”. (Temendo poi di apparire puerile al ripetere quelle frasi che si scambiarono da fidanzati, chiede con sincerità) Ti annoio?

ELENA - (sincera come lui) No, no.

ALBERTO - Perché può sembrare ridicolo quello che dico; ma non lo è. Eravamo fidanzati… perché non dovrei ricordare quei momenti? Quando dissi: “E la femmina per me…” neanche allora io ti spiegai completamente il mio pensiero, perché pure allora mi sembrò puerile insistere sull’argomento. Pensai: se fa grussicella, diventa signorina, si fidanza con un buon giovane, se sposa… e io l’accompagno all’altare: spetta a me. E adesso, per non fare cattiva figura con i suoceri di mia figlia, abbiamo rifatto per ventiquattr’ore il capo di famiglia un’altra volta.

ELENA - Però, scusa, la potevi accompagnare in chiesa. Quando le ho detto che stavi male, e che non ci andavi, ha fatto gli occhi pieni di lagrime.

ALBERTO - (sincero) È dispiaciuto pure a me, ma non mi sentivo di farlo. (Internamente il campanello squilla)

ELENA - E chi è? (Ed esce per la sinistra. Dopo un poco esclama) Rosaria… Corrado… ch’è successo? (Ed entra seguita da Corrado e Rosaria. L’abbigliamento di Rosaria è sommario. Il cappottino che indossa non riesce a nascondere la lunga camicia da notte, dalla quale si scoprono i piedi nudi in pantofole scendiletto. Corrado, pallido, sconvolto, conduce per il braccio Rosaria la quale non riesce ad articolare parola per il pianto convulso che le serra la gola)

CORRADO - Ecco qua Rosaria, ve l’ho riportata. Adesso vi spiegherà lei come sono andate le cose.

ELENA - Rosa’, perché piangi, ch’è stato? (Rosaria non risponde. Dalla sinistra Michele, seguito da Carmela, reca due piccole valige. Nel vedere il figlio dà un’occhiata significativa a Carmela la quale anche lei rimane sconcertata per quell’incontro forse indesiderato da parte di Corrado. Poi si fa animo e muove verso Rosaria per confortarla)

CARMELA - Figlia mia, ch’è stato?

CORRADO - (rivolgendosi a suo padre e sua madre come per far comprendere loro il motivo per cui egli fu del parere di non farli intervenire alla festa nuziale) State qua? Avete visto? E invece siete venuti lo stesso. Guardate che bella festa. E se venivate in chiesa vi pigliavate la vostra parte di ridicolo pure voi. C’erano tutti gli amici miei. (Indicando Rosaria) E l’hanno saputo da lei qual era la chiesa e l’orario. Io non volevo nessuno! E ridevano… parlavano fra di loro, e ridevano.

ELENA - Ma di che cosa?

CORRADO - Che finalmente il fesso era arrivato. A casa gliel’ho detto… e s’è messa a ridere pure lei. (Avvicinandosi a Rosaria) Ridi, fatti un’altra risata. E te piglio a schiaffi n’ata vòta pure cca.

MICHELE - (interviene con tutta la sua energia) E provati… se la tocchi con un dito, na seggia nfaccia nun t’ ‘a leva nisciuno.

CORRADO - Non vi rispondo. Capisco che mi sono regolato come un trappano, ma è più forte di me. Capisco pure che non mi sarà possibile portare questo matrimonio fino in fondo.

ELENA - (sostenuta) E che forse ti avevamo nascosto qualche cosa?

ALBERTO - E il tuo modo di considerare le donne, le tue idee?

CORRADO - (evasivo) Non lo so. Bisogna trovarsi di fronte al fatto compiuto per capire… (Con uno scatto violento che vuole significare quanto sia indipendente dalla sua volontà una situazione di compromesso del genere) Non mi è possibile… è più forte di me. Ho sbagliato, chiedo scusa a tutti… (Indicando Rosaria) Chiedo scusa pure a lei… Ho sbagliato… (Ed esce per la comune)

ELENA - Ma queste sono cose dell’altro mondo. Ma come, appena sposati?

MICHELE - Quel pazzo!

ELENA - Quel criminale, volete dire… Già è un difetto che l’ha sempre avuto… Che modo di vivere! (Rosaria mormora qualche cosa d’incomprensibile) Che dici? Parla chiaro.

ROSARIA - Voglio parlare con papà. (E continua a piangere)

ELENA - (al marito) Vo’ parla’ cu’ te…

ALBERTO - Con me?

ROSARIA - Andatevene tutti quanti.

ELENA - (come per dire: “Accontentala”) Albe’…

CARMELA - E andiamo di là. (A Michele) Partiamo più tardi.

ELENA - Vengo pure io con voi. (Escono per la sinistra lasciando soli Alberto e Rosaria. Alberto, dopo una lunga pausa, rotta solamente dai singhiozzi della ragazza, con un tono di voce che non sa simulare l’indifferenza e la durezza consuete, affronta la figlia)

ALBERTO - Te lo dovevi aspettare: ch’è novità? (Rosaria non risponde) Che mi devi dire? (Rosaria non ascolta le parole del padre, rimane invece rapita da quel suono di voce, nel quale ella scorge e raccoglie una infinita tenerezza, che riesce a distaccarla dalla pena profondamente avvertita fino a quel momento. Lentamente solleva gli occhi sul padre, fissando su di lui uno sguardo pieno di amore e riconoscenza. Alberto avverte quello sguardo e ne prova disagio. Le ferite del suo cuore sono ancora troppo vive perché egli possa dare giusto valore al sentimento che anima sua figlia in quel momento. Poi, dopo un poco si scuote come per riprendere padronanza di se stesso e reagisce ostile) Ti avverto che queste guardate le conosco. Sapessi quante volte tua madre mi ha guardato così… e quante volte io non seppi dare il giusto valore a quelle guardate.

ROSARIA - Non complicare le cose. Non pensare: questa cosa è così, mentre invece vuole significare questo e quest’altro. Perché vuoi confondere momenti con momenti e fatti con fatti? Per certi fatti insignificanti può diventare indispensabile, e persino innocente la simulazione di un sentimento. Ma io non ti ho mai guardato così. Significa, allora, che il fatto è importante, no? E tu non devi confondere questo momento con altri momenti. (Poi pensando a qualcosa che la intenerisce profondamente, si avvicina al padre per parlargli più da vicino, con maggiore dolcezza e meno voce) Sì, un’altra volta ti ho guardato così… e tu non puoi averlo dimenticato. Ero piccola piccola… ero seduta sulle tue ginocchia e ti torturavo la cravatta. Ti chiesi: “Papà, i figli come nascono?” Ora ti potrei dire parola per parola come mi rispondesti. Fosti bravo. Dicesti: “Quando due persone si amano, si sposano per vivere insieme. Infatti, quando queste due persone dormono vicine, i loro aliti si confondono, e nascono i figli.” Mi bastò… Ora, papà, io ti guardo come allora, come quando ero seduta sulle tue gambe, e torturavo la cravatta… (Sorride teneramente e dopo una breve pausa dice con semplicità e convinzione) Ti posso guardare come ti ho guardato, e tu non devi sentirne disagio. Vedi, papà, se tu sapessi per quanto tempo ho cercato di risolvere da sola i problemi che mi riguardavano. E quale, secondo te, poteva essere quello che più mi stava a cuore, e che mi dava maggiore pensiero, se non di trovare marito? E tu che cosa avresti potuto fare, povero papà, per consigliarmi e facilitarmi il compito? Che ne sai tu della nostra generazione? E credi che l’astuzia della tua esperienza poteva essere utile a me come lo fu a te all’epoca tua? Capii che dovevo fare tutto da me. E ti pare facile agire da soli senza urtare contro il modo di vedere e di sentire degli altri? Ecco perché cercai di essere libera, incontrollata. Sì, per non incontrare i tuoi occhi che mi rimproveravano ogni passo che facevo. Volli studiare disegno e pittura, e così conobbi un sacco di ragazzi, i quali mi sfottevano o perché non capivo le barzellette oscene o perché si passarono la voce che Rosaria Stigliano cercava marito. Ma sai tu la miseria che si sente nell’animo quando un giovane ti offre di andare in gita con lui, e poi, al dunque, invece di limitare i suoi desideri alla gioia di scambiarsi idee, pensieri e belle parole, vuole ben altro da te… e ti ironizza, e ti pianta se gli hai resistito? (Ripetendo le affermazioni dei ragazzi moderni da lei avvicinati durante il periodo di cui sta parlando) “Ma dove vivi? Povera tocca, aspetta la Befana da sveglia! Ma tu sei imbalsamata?” E pure le amiche mi dicevano le stesse cose: “Ma che aspetti? Gli uomini oggi vanno al sodo… Io mi sono fidanzata così…” E conobbi Corrado. Non volevo perderlo… Lo amavo veramente, con tutta la forza della mia vita! Volevo sentirmi apprezzata da lui, considerata come tutte le altre ragazze. Volevo mettermi all’altezza delle sue teorie e del suo modo d’intendere la vita di una ragazza d’oggi. Se m’avesse ironizzata lui, sarei morta dal dolore: e gli raccontai la storia di un errore commesso… (Ora il tono della sua voce diventa dolcissimo) Ma credimi, papà, io sono, fisicamente, come quando sedevo sulle tue gambe, quella volta, e ti torturavo la cravatta…

ALBERTO - (tace. Il racconto di Rosaria lo ha annientato. Ora guarda la figlia con infinita tenerezza. L’ultima affermazione di lei lo ha disorientato, trova soltanto la forza per dire e ripetere) Non capisco, non capisco! (Poi ci ripensa e afferma) No, invece capisco… Capisco tante cose. (Ma un po’ si perde nel formulare ipotesi e congetture, poi chiede) Ma allora? (Prende tutte e due le mani di Rosaria, fissando lo sguardo incerto negli occhi di lei) Vieni qua. Ma come, un giovane come Corrado, progredito nelle sue idee, a conoscenza della storia che tu gli avevi raccontato, non ha mai tentato?

ROSARIA - (sincera e pudica) Si, e ti giuro papà, ti sono sincera, lo capisci, non gli avrei saputo resistere. Non ha voluto lui. Conosci il suo carattere, ogni volta trovava modo di litigare, e finiva come questa sera. (Il ricordo dell’ultimo scontro, il pensiero di ritornare dal marito, l’atterrisce ed afferma decisa) E non torno più da lui. Non posso, ho paura.

ALBERTO - È chiaro! Te vo’ bene assai! (Nella sua mente scioglie l’enigma che suscitava in lui e negli altri lo strano comportamento di Corrado. Il volto gli si rasserena, lo sguardo cupo dei suoi occhi si distende) Figlia mia, devi ritornare da lui; sei sua moglie. E poi gli parlerò io, e vedrai che Corrado cambierà carattere, schiaffoni non te ne darà più. Ha sofferto pure lui, forse ha sofferto più di te.

MARIA - (dalla destra, torna dopo la libera uscita. Indossa un vestitino misero, ma lindo e pretenzioso. Completano il suo abbigliamento una borsetta poco intonata al colore dell’abito e un paio di guanti) Signo’, sott’ ‘o palazzo ce sta ‘o signurino Corrado. M’ha ditto: “Di’ a mia moglie che scendesse subito”. Sta dentro al taxi aspettando.

ALBERTO - (chiamando verso sinistra) Elena. (Elena dopo poco entra seguita da Michele e Carmela) Rosaria se ne va. È venuto il marito a prenderla, la sta aspettando nel taxi.

ELENA - Ma che è successo?

ALBERTO - Poi ti parlo. L’importante è che schiaffi non ce ne saranno più. Ve lo prometto.

ELENA - (avvicinandosi a Rosaria) E va’, figlia mia… E cercate di andare d’accordo. (La bacia teneramente)

CARMELA - Te voglio da’ nu bacio. (Bacia affettuosamente Rosaria)

ELENA - T’accompagno.

ALBERTO - No. Devo parlare un momento con Corrado, e poi Rosaria l’accompagno io fino al taxi. (Offre il braccio a sua figlia, al quale Rosaria si aggrappa con infinito amore) E, come per compiere un rito insieme desiderato ed auspicato, i due si avviano lentamente verso la porta d’ingresso, ed escono felici di aver realizzato il loro sogno. Tutti gli altri li hanno seguiti con lo sguardo, muti e compresi di quel mistico momento)

MICHELE - (asciugandosi una lagrima interviene con un tono di voce commossa e mal sorretta dal desiderio di mostrarsi disinvolto) Allora vogliamo andare?

CARMELA - Si. (Un po’ imbronciata verso il marito) Tu po’ cu’ sta fretta che tieni di trovarti a Benevento domani mattina…

MICHELE - (comprensivo) Tu mo’ non te ne vorresti andare più. Re’ visto c’hanno fatto pace e Corrado sape che staie ccà… Ma stasera Corrado non ha nessun dovere di pensare a noi. Torneremo fra giorni e faremo una sorpresa a tutti e due. (Decidendo la partenza) Piglia ‘a valigia. (Carmela esegue tristemente) Donna Elena, tante buone cose e buona permanenza. Mi è dispiaciuto l’incidente…

ELENA - Ma che ce vulite fa’…

MICHELE - Non perdiamo più tempo. (E dopo gli ultimi saluti esce per la sinistra dando la precedenza a sua moglie. Elena si avvicina al tavolo da pranzo e comincia a sparecchiare)

MARIA - (dalla sinistra) Lasciate sta’, signo’, mo’ faccio io. (Comincia a sparecchiare) Signo’, vi volevo dire una cosa.

ELENA - Parla.

MARIA - ’A cameriera l’avete trovata?

ELENA - Pecche?

MARIA - Perché se non l’avete trovata ancora, io vi vorrei cercare il piacere di alzarmi la mano.

ELENA - (che non ha compreso) La mano?

MARIA - Insomma: ca me perdunate, e io resto con voi lungamente.

ELENA - E ‘o cinematografo? Tu dicesti che t’avevano fatto firmare il contratto per fare una parte… ‘o provino…

MARIA - Non era vero. Vi presi per scema per farvelo credere, perché m’avevano presa per scema pure a me. “Il contratto, il contratto…” me lo fecero vedere in mano già fatto… e poi non era vero niente. “Sai parlare francese?” Io poi sapevo parla’ francese… “A cavallo ci sai andare?” “Sapessi fare almeno la scherma?” Io nun sapevo nemmeno che era. “E come studi che hai fatto?” Io po’ si ero n’arca ‘e scienza ievo addu lloro. “Ah! Tu sei pure analfabeta? E allora spogliati!” Mi volevano fare spogliare… quando hanno visto che menavo calci e mazzate, me ne hanno mandato. Che faccio? Posso rimanere lungamente in casa vostra?

ELENA - E va bene, resta lungamente!

MARIA - Grazie, signo’. (Intanto ha finito di sparecchiare la tavola e si sta avviando per la sinistra)

ELENA - Così fanno, vedono una ragazza giovane…

MARIA - E io mi spogliavo? Steveno frische. “Il contratto te lo firmiamo dopo… te lo firmiamo dopo…” Se lo firmavano prima… (Ed esce per la sinistra)

ALBERTO - (torna dalla destra. Breve silenzio) Elena, scusa se mi trattengo qua ancora un poco; ma ti devo dire un paio di cose, e poi me ne vado.

ELENA - E parla. (Siedono accanto al tavolo l’uno di fronte all’altra)

ALBERTO - (vorrebbe entrare in argomento ma non trova il filo giusto, esita, poi decide) Noi ci siamo trovati…

ELENA - Albe’, ma ch’ ‘o dice a ffa’? Come ci siamo trovati lo sappiamo molto bene tutti e due. Se ne parliamo ancora, può succedere che le parole travisano i fatti e rischiamo di perdere pure quel tanto di tranquillità che abbiamo raggiunto. Lascia sta’, lascia passare il tempo. Tu tiene na confusione ncapo, comme puo’ fa’ a parla’? Albe’ io capisco tante cose, e con più chiarezza di te. Specialmente adesso che da un piccolo commercio s’è sviluppata un’azienda di una certa importanza, che non mi lascia il tempo di perdermi in cose che me mbrogliano invece di chiarirmi i fatti reali. Se permetti, quello che mi vuoi dire tu, te lo dico io: tu pensi di tornare con me, e io penso di rivederti qua un’altra volta.

ALBERTO - Già. Giustamente, però, come dicevi tu, tengo na confusione… Torno qua, e come?

ELENA - (alludendo alla donna che ormai vive con Alberto) Che fa? S’accide, te spara?

ALBERTO - Pecche dice sti cose… Ti pare che sia il caso di ironizzare una situazione già così triste per se stessa? Fra me e lei esiste una specie di compromesso. Né io le ho detto: “Ti amo perdutamente”, né lei mi ha giurato amore eterno. Lei pure… Un’altra situazione sbagnita… Ci siamo aiutati, ecco tutto. E gliene sono grato, povera donna. Ma comme faccio?

ELENA - (con semplicità) Lle scrive na lettera.

ALBERTO - Nun se pò fa’, nun se pò fa’.

ELENA - Allora è più giusto ca tu campe ‘a na parte e io ‘a n’ata? Nun te pare che sta storia dura ormai da troppo tempo? Che figura faie? Che figura facimmo? (Ora lo induce a riflettere sulla provvisorietà del suo legame) È un’estranea, Albe’. Te stira ‘a cammisa; ma si s’abbrucia nun le mporta niente, ‘a leva ‘a miezo e ‘a fa spari’. Siente a me: resta ccà, stasera. Nun me fido ‘e sta’ sola. Beppe stanotte trasmette fino a tardi alla Radio; Arturo vene a sta’ ccà dimane. Rieste ccà.

ALBERTO - (alzandosi) Povera donna, pecche… Nun sape niente… m’aspetta… (Decidendosi) È meglio che vado.

ELENA - Che t’aggi’ ‘a di’, statte buono.

ALBERTO - (avviandosi all’uscita) Non è che ne farebbe una tragedia, ma è per me stesso. Certe situazioni si risolvono meglio con la chiarezza, la lealtà. Non ti pare?

ELENA - (poco convinta) Certo.

ALBERTO - Io stasera non mi sento veleno nel sangue. È successa una cosa che mi ha messo dentro un’altra volta la fiducia che avevo prima.

ELENA - (ricollegando nella mente il tempestoso arrivo di Corrado e Rosaria, con lo stato d’animo ottimistico che mostra il marito in quel momento) Ma che t’ha detto Rosaria? Ch’è succieso?

ALBERTO - (con infinita tenerezza) Una cosa sublime! Poveri figli! Tu capisci in quale situazione si trovano i giovani di oggi… Se vulevano bene, e se mettevano scuorno ‘e s’ ‘o dicere. E noi, forse, con il nostro atteggiamento ostile, li abbiamo disorientati ancora di più. Non bisogna confondere momenti con momenti e fatti con fatti. La confusione c’è stata per loro e pure per noi. Ma questo non ci deve far credere che se n’è caduto ‘o munno. Può cadere una pietra, due… ma ‘e muntagne so’ muntagne, e ‘o munno è ‘o munno. Statte bbona. (Muove per uscire)

ELENA - (con il cuore pieno di speranza) E dimane, t’aspetto?

ALBERTO - (incerto) Mo’ vedimmo…

ELENA - (girando lo sguardo intorno come per mostrare ad Alberto tutto ciò che lo circonda) Albe’, chesta è ‘a casa toia.

ALBERTO - (con un lieve sorriso ironico, ma con una infinita tenerezza) A casa mia… (Poi con un ammiccare degli occhi e un breve cenno del capo che vuole significare un promettente “si”, ripete ancora una volta) Statte bbona! (Ed esce, mentre Elena rimane in attesa che la porta delle scale si rinchiuda alle spalle del marito)

SIPARIO

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