MINERVA TRADITA DAL SONNO
di Riccardo Bacchelli
primo dei cinque monologhi di Paola Borboni
Personaggi:
CLELIA SPARGIRI
ATTO UNICO
(Sta facendo conti sul libro delle spese domestiche) Ecco, per una madre di famiglia oggi giorno, il libro delle angustie! Il vitto e una casa sono diventati lussi. Ogni pi umile necessit costa cara e domanda un lavoro sfibrante.
Ecco qua: stagione piovosa, rincarano le carni; viene il secco, cresce il prezzo delle verdure, ma non cala mica quello delle carni, e cos via, da una stagione allaltra. E quando si hanno, come ho io, figli sani, grazie a Dio, e di buon appetito, quando si ha uno stipendio, come mio marito, di povero insegnante, questo libro, chi avesse la pazienza di leggervi, racconta una storia di pene continue e di ansie, oh, dolorose! Che non lasciano altri pensieri. (fa sulle pagine del libro una somma) Due pi sette, nove; pi tre, dodici; pi cinque diciassette: sette, porto uno. Uno pi otto, nove; pi nove, diciotto; pi tre, ventuno; pi cinque, ventisei. Totale, duecentosessantasette lire, a debito col macellaio; e il fornaio vuole un acconto, perch altrimenti non fa pi credito. Tempo fa, il macellaio aveva istituito, cos diceva lui, la vendita a prezzo ridotto di una certa roba che lui chiamava polpa per famiglia. Forse era in buona fede e non saccorgeva dello scherno, come ce ne avvedemmo noi, quandebbi messa nella pentola quella miscela di rifiuti, con la speranza di arricchire, si dice cos, il brodo matto delle nostre povere verdure.
Si passa dalle umiliazioni alle privazioni, in attesa di quella tredicesima mensilit, che gi impegnata fin dal primo gennaio di ogni anno. (Chiude il libro)
Quando penso al tempo che lavoravamo insieme ad una grande opera di matematica! E ora me ne ricordo come per sentito dire, come duna storia daltri, finita, in ogni caso, finita.
A quei tempi, abitavamo in una citt di studi: Terenzio e Clelia, Terenzio Uffredi e Clelia Spargiri. Era una vecchia e cara citt universitaria, famosa per la sua facolt di scienze matematiche. Ogni sera, dopo quattro chiacchiere al caff dei professori, degli studenti e degli intellettuali, noi due rientravamo a passar le notti al lavoro.
Credo bene che ci ritenessero amanti, ma noi non ci facevamo caso. Eravamo innamorati? una domanda che n lui n io facevamo, nemmeno a noi stessi: una curiosit che nemmeno ci sfiorava. Del resto ci chiamavamo la coppia matematica. E lamore, se cera, se amore era, bruciava tutto nella fiamma bianca della lucente ebbrezza dei nostri intelletti.
Per sapere che cosa sia, bisogna averla provata. Ma no, non basta. Io medesima, oggi, non saprei pi che sia; e pi che daverla goduta, ho ricordo daverla perduta; e come non so. Fu nel sonno.
Certo, chi ha esperienza di queste cose, sa che linvenzione matematica impegna una potente fantasia creativa. Terenzio Uffredi ci metteva lestro e lardimento, lastuzia lenta, il fuoco impetuoso, si, lo stile dun capitano, duomo di guerra. Davanti al nemico, ossia ai quesiti e alle incognite, il suo intelletto si accendeva e infuriava. Erano assaggi a puntate, mosse e ricognizioni, finti attacchi e finte ritirate; tentava la posizione da tutti i lati, disegnava avvolgimenti lontani ed astuti; sferrava assalti impetuosi ed avventati; eccelleva nel dare per risolta la difficolt del quesito, nellescogitare ipotesi avventurose. E fra un incalzare di azioni dimostrative, alternava mosse vanamente complicate e attacchi disperati a corpo morto. E sarebbero state tutte sconfitte, perch lui trovava lipotesi feconda, il partito risolutivo, ma non sapeva distinguerlo n riconoscerlo; non metterlo in luce e in azione, non sapeva metterlo in essere. Questo spettava a Clelia Spargiri; ed io operavo come mente critica, con la lucidit del raziocinio, indicando al momento buono lazione tempestiva e vittoriosa, il punto su cui conveniva far forza. E quando lui, stanco e confuso nella sua propria esuberanza di proposte tumultuose, era sul punto di rinunciare e di disperare, ecco che io avevo fatta la scelta chiarificatrice e decisiva, e gli porgevo la soluzione elegante, la dimostrazione vigorosa, la verit armoniosa, chegli aveva trovata senzaccorgersene. Perch, lo sa chi nha esperienza, le matematiche chiedono forza e potenza di fantasia, ma dominata e chiarita da un senso di logica armonia e proporzione: hanno la loro bellezza, che le regge e le illumina; sono unarte e una scienza, azione e contemplazione. Perci dicevano, lui e gli amici, che io ero la Minerva di quella nostra unione mentale. E di una Minerva, dicevano, era il sorriso serio delle mie labbra sottili ed intatte, disegnate e designate alle parole della saggezza e della sapienza, come i miei occhi eran fatti per guardare in esse, dun cilestro simile a quello dei ghiacci alpestri, mentre una luce cenerina calpestava il caldo dei miei capelli biondi. E credo davvero che a quei tempi il mio volto paresse intagliato nel marmo; e grazioso, ma di quella grazia che come il riflesso di una volont sicura ed avvezza a vincere senza sforzo. Mi dicevano bella, duna bellezza che escludeva anche lidea dellamore, ed ogni sospetto dinsidia e pericolo: bella, duna bellezza non carnale, non da baciare. Non debbo dire che eravamo casti; eravamo immuni ed intatti da ogni sentimento e pensiero, che non appartenessero allintelletto. Se il nostro era amore, era amore intellettuale, tutto fuor di noi, che apparteneva alle matematiche, non a noi, persone umane e fallibili. Ho detto che ogni notte lavoravamo: fino al chiarir dellalba. Convien che aggiunga, che sempre, stanchezza e sonno coglievano prima lui di me. E quando la sua foga si confondeva e si oscurava, ero io ad accorgermene e a dirgli di andare a dormire, che per quella notte bastava.
Ma di qui in l debbo ricorrere ai suoi ricordi, e al racconto che me ne ha fatto, tante volte che ce ne siamo stancati, e non vogliamo pi ripeterlo lui, riudirlo io: Terenzio, Clelia, marito e moglie, madre e padre dei cinque nostri figliuoli che si son presa la nostra vita, e lassorbono e la consumano.
Per, prima, ho ancora un ricordo. E davvero, quellultima notte che lavorammo insieme, mai il suo estro era stato cos fervido e veemente, tanto da sembrare che avesse travolta e fugata ogni critica, ogni prudenza, ogni discernimento. Io lascoltavo senza obiezioni, assorta in silenzio. Di questo ho ancora ricordo, un faticoso, pungente, annebbiato ricordo. Ma da questo punto che per me tutto si oscura, e debbo ricorrere alle parole del racconto di lui, che mi narrava.
Tu, dice, quella notte per la prima volta, tu fosti presa dal sonno, ed io non me ne accorgevo, n tu. O piuttosto, vero che me ne accorsi troppo tardi, sentendo dun tratto come tra noi due come un mancamento, poich non mi seguivi pi con la mente. Allora ti guardai.
Il sonno pesava sulle palpebre nitide e stanche, e tu non lo combattevi pi. Gi dormivi, ma con gli occhi socchiusi, n aperti n chiusi del tutto.
Bada, dice Terenzio, che se tu li avessi avuti allora chiusa del tutto, la disgrazia, affranto e doloroso dice proprio cos, la disgrazia non sarebbe successa. Mi sarei ritirato in punta di piedi, per non destarti, sorridendo.
Ma mentre tu eri gi immersa nel sonno, mentre il tuo intelletto era gi migrato nel sonno, sul tuo viso, per via di quel resto di sguardo che trapelava e sgorgava dagli occhi socchiusi, sul tuo bel viso continuava, palpitava lo sforzo, la lotta fra la mente che fuggiva e la stanchezza che insorgeva. E in questa insorgeva la carne.
Sorgeva, quel sonno, dal profondo delle radici vitali, dalle scaturigini cieche, di l donde pullulano gli istinti imperiosi, di l dove il sonno e la fame, e lamore, sono fra loro parenti carnali. Sorgeva ad invadere il volto; e della dea faceva donna. E anzitutto aveva mutato il respiro pi molle e pi fondo. Molle e irresistibile la forza del sonno ammorbidiva ed immolava le fattezze del volto, vi diffondeva lombra pallida e calda del sapore vaporoso, la intrideva nella rilassatezza voluttuosa. Tu, Minerva, voluttuosamente ti abbandonavi al sonno; e poich non chiudevi ancor gli occhi del tutto, sulle palpebre un poco madide, tremava quella volutt di resistere e di cedere al sonno. E resistere a quella volutt di abbandono, la pungeva e la accresceva, come nella volutt dellamore. E insieme al volto lievemente scomposto e disfatto della stanchezza, si illanguidiva il portamento orgoglioso del collo e del capo. Tutto il tuo corpo si rilassava dolcemente.
Il carnale abbandono alla sensualit del sonno, come gli antichi dicevano della morte e dellamore e del sonno stesso, scioglieva le membra, e domava la vergine, o Minerva. E di tra le palpebre inebriate, poich non volevano chiudersi, carico di quella sensualit sgorgava, denso e morbido, uno sguardo cieco e lucente, vertiginoso, che insinuava limpudore persuasivo e contagioso, ch fascino e mistero degli istinti prevalenti delle passioni abbandonate.
Non fosse stato il tradimento di quel superstite sguardo nel consenso alla volutt del sonno combattuta, nemmeno un sospetto di tentazione sarebbe venuto a insidiare e a distruggere lunione degli intelletti: Minerva addormentata sarebbe stata salva e rispettata.
Cos racconta mio marito, il padre dei nostri figli; e non occorre chegli narri di pi. Mi destai, fui destata; mi dest con un bacio.
E pu darsi che quella grande opera in cui si sublimavano i nostri intelletti, fosse inganno e illusione. Non dolgono mica meno, perdute che siano, le illusioni, perch furono illusioni, perch non furon messe alla prova e si persero intere, dolgono ancor pi che le realt fallite.
Ci sono figli, ma consolano me, che delle matematiche non serbo nemmen pi ricordo, salvo quando Terenzio mi guarda, e nei suoi occhi mi par di intravedere, per me e per i figli, un rancore di disperazione, della cui perversa natura non voglio avvedermi, io Minerva tradita dal sonno.
SIPARIO
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