Mistero buffo

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«Mistero buffo» è certamente il più noto, in Italia e all'estero, tra gli spettacoli di Dario Fo, ed è anche il più significat

Mistero buffo

DI DARIO FO

Giullarata popolare

attore «Mistero» è il termine usato già nel II, III se­colo dopo Cristo per indicare uno spettacolo, una rappresentazione sacra.

Ancora oggi, durante la messa, sentiamo il sacerdote che declama: «Nel primo mistero glorioso... nel secondo mistero...», e via dicendo. Mistero vuol dire dunque: rappresen­tazione sacra; mistero buffo vuol dire: spettacolo grottesco.

Chi ha inventato il mistero buffo è stato il popolo.

Fin dai primi secoli dopo Cristo il popolo si divertiva, e non era solo un divertimento, a muovere, a giocare, come si diceva, spettacoli in forma ironico-grottesca, proprio per­ché per il popolo, il teatro, specie il teatro grottesco, è sem­pre stato il mezzo primo d'espressione, di comunicazione, ma anche di provocazione e di agitazione delle idee. Il tea­tro era il giornale parlato e drammatizzato del popolo,

ROSA FRESCA AULENTISSIMA

Per quanto riguarda la nostra storia, o meglio la storia del nostro popolo, uno dei testi primi del teatro comico-grottesco, satirico, è Rosa fresca aulentissima di Ciullo (o Cielo) d'Alcamo.

Ebbene, perché noi vogliamo parlare di questo testo? Perché è il testo più mistificato che si conosca nella storia della nostra letteratura, in quanto mistificato è sempre sta­to il modo di presentarcelo.

Al liceo, al ginnasio, quando ci propongono quest'opera, ci fanno la più grossa truffa che si sia mai messa in opera in tutta la storia della scuola.

Prima di tutto ci fanno credere che sia un testo scritto da un autore aristocratico, che, pur usando il volgare, ha voluto dimostrare d'essere talmente dotato da tramutare «il fango in oro». È riuscito cioè a scrivere un'opera d'arte: grazie alla grazia di cui solo un poeta aristocratico come lui poteva essere intriso. Tanto da far giungere un tema così triviale, cosi rozzo come un dialogo «d'amore carnale», a livelli straordinari di poesia «culta», propria della «classe superiore»!

Ecco, dentro questo sforzo di farci passare quest'opera come momento ispirato di un autore aristocratico, ci è ca­pitato dentro quasi tutto, diciamo tutte le capriole e i salti mortali dei sacri autori borghesi dei testi scolastici, dal De Sanctis al D'Ovidio. Dirò che il primo a fare un gioco di truffa è stato Dante Alighieri. Infatti, più o meno esplici­tamente, nel suo De Vulgari Eloquentia, dice con una certa sufficienza che «... d'accordo, c'è pure qualche crudezza in questo "contrasto", qualche rozzezza, ma certamente l'au­tore è un erudito, un colto».

Non parliamo poi di cosa hanno detto gli studiosi verso il Settecento e l'Ottocento a proposito dell'origine «culta» di questo testo; il massimo è successo naturalmente sotto il fascismo, ma anche poco prima non si scherzava. Lo stesso Croce, Benedetto Croce, il filosofo liberale, dice che indub­biamente si tratta di un autore aristocratico poiché la poe­sia del popolo è un fatto meccanico, cioè a dire « è un fatto di ripetizione pedestre». Il popolo, si sa, non è capace di creare, di elevarsi al di sopra di quello che è la banalità, la brutalità, il volgare, e quindi riesce al massimo a copiare «meccanicamente»; da qui il senso di «meccanico». Solo l'autore aristocratico, colto e evoluto, ha la possibilità di sviluppare artisticamente un tema qualsivoglia. Il popolo, bue e becero, al massimo riesce a fare delle imitazioni. Ba­sta, tutto li.

A buttare all'aria tutta questa bella impostazione sono arrivati due mascalzoni, nel senso cordiale naturalmente della parola, mascalzoni per la cultura borghese e aristocra­tica; un certo Toschi e un altro che si chiama De Bartholomaeis, due cattolici, per l'esattezza. Costoro hanno com­binato una vera e propria carognata, cioè hanno dimostrato che il «contrasto» in questione è un testo straordinario, ma opera indiscutibilmente del popolo.

Come? Ecco qua, basta farne l'esame. Cominciamo col decifrare per bene cosa dice questa giullarata (poiché quel­lo che parla è giullare). Dice: «rosa fresca aulentissima

 ch'apari inver' la state» [rosa fresca e profumata che appari verso l'estate]. Chi declama questo verso è un gabelliere, più precisamente uno che come lavoro si preoccupa di riti­rare le gabelle nei mercati. Oggi in Sicilia si chiamano «ba­varesi» perché pare che l'ultima concessione fosse data da un re borbonico ai bavaresi; ma anticamente questi perso­naggi, che oggi si chiamano, magari, vigili urbani, si chia­mavano in un modo abbastanza fantasioso; esattamente gru o grue. Perché? Perché avevano un libro, un registro, attac­cato ad una coscia con una cinghia e quando dovevano riti­rare i soldi per segnare l'introito e il nome e il cognome di quello che aveva versato il denaro spettante al padrone per la terra data in affitto, si mettevano in questa posizione ab­bastanza comoda per scrivere, cioè, appoggiavano il piede destro al ginocchio sinistro restando in piedi su di una gam­ba sola, appunto come le gru o gli aironi. Ora questo gru o grue si trova a fare dichiarazione d'amore ad una ragazza. E come il ragazzo, nascondendosi il libro che ha sulla coscia con una falda del mantello o con la sottana, si fa credere nobile e ricco, così anche la ragazza, che è affacciata ad una finestra, si fa passare per la figlia del padrone, del proprieta­rio della casa. In verità si tratta di una donna di servizio, forse di una sguattera. Da cosa lo si capisce? Da un'ironia che fa proprio il ragazzo, che ad un certo punto dice: «di canno [da quando] ti vististi lo maiuto [vestita di maiuto, vestita di saio] bella, da quello jorno so' feruto [ferito] ». Il saio era proprio quello dei frati e anche delle suore, ma qui, in verità, il termine è canzonatorio: si allude ad una specie di grembiulone, una «pazienza» appunto, senza maniche, che, essendo naturalmente apprettata, evitava alle lavandaie di bagnarsi quando andavano alla roggia.

Ora, si sa benissimo in quale posizione si mettano le la­vandaie... Oddio, lo sanno le persone che le hanno viste, le lavandaie. Oggi ci sono le lavatrici, cosi una delle cose più belle della natura non si vede più. Alludo a quelle rotondità oscillanti in moto che le lavandaie offrivano ai pas­santi.

Ecco perché il giullare, carogna, dice: «quando ti vidi nella posizione del lavare... quando avevi addosso il saio, di te m'innamorai».

S'innamorò, come dice Brecht, «di quello che il padre­terno creò con grazia maestosa», io credo, nel settimo gior­no, quello di riposo: giacché gli occorreva tutta la concentrazione possibile per fabbricare tanta perfezione dinami­ca: il perno di tutto il creato. Dunque: «del tuo perno mi innamorai».

Ora conosciamo l'origine sociale dei due personaggi: la ragazza che millanta la propria posizione aristocratica e il ragazzo che fa altrettanto.

Il ragazzo declama; «rosa fresca aulentissima ch'apa­ri...»: è un linguaggio aulico, raffinato, proprio di chi vuol farsi passare per nobile. Egli ne fa una caricatura, ma non fine a se stessa, vedremo poi la vera ragione.

«Rosa fresca aulentissima ch'apari inver' la state, | le donne ti disiano, pulzell' e maritate». Cioè, sei talmente bella che anche le donne, pulzelle e maritate, vorrebbero fare l'amore con te. Per non parlare delle vedove! va beh... quelle è risaputo, è normale.

Ma dico, è una pazzia! Ma pensate voi, a scuola, il po­vero professore che dovesse spiegare le cose cosi come sono dette... «È normale, ragazzi,... nel Medioevo le donne s'ac­coppiavano sovente ». Gli arriva un pernacchio che non fini­sce mai... di risate maltrattenute... viene mandato via, cac­ciato da tutte le scuole del regno (è proprio il caso di dire che siamo ancora un regno), e basta, è finito!

Ecco perché il povero insegnante, che fra l'altro «tiene famiglia», è costretto a mentire. Notate che questa preoccupazione di correggere la verità nasce già al momento di decifrare il soprannome dell'autore; infatti viene quasi sem­pre citato nei testi di scuola non come Ciullo d'Alcamo, ma come Cielo d'Alcamo.

Attenzione, i lombardi sanno cosa significhi il termine «ciullo»; senza voler fare della scurrilità, «ciullo» è il ses­so maschile. E notate che anche in Sicilia m'è capitato, ad Alcamo, di chiedere il significato di «ciullo»... ah ah ah... giù tutti a ridere! Ad ogni modo, tornando alla scuola, vi rendete conto che questo termine deve essere subito modi­ficato, medicato, portato via, e naturalmente il professore dice; «C'è un errore».

Infatti noti ricercatori hanno fatto carte false per indi­care un'altra lettura. Non potevano accettare un sopranno­me del genere, altrimenti si tratterebbe indubbiamente di un giullare, in quanto quasi tutti i giullari hanno sopran­nomi piuttosto pesantucci. Per quanto riguarda il Ruzante, per esempio, che a nostro avviso si può ben definire « l'ul­timo dei giullari», il suo soprannome viene da «ruzzare».

 Qualcuno che è di Padova, o delle vicinanze, sa che « ruz­zare» significa «andare con gli animali»; non a spasso, ma unirsi con gli animali, nelle feste e nei periodi adatti, pre­feriti dai medesimi, naturalmente.

Dunque, non si può dire «ciullo». Non si può, in una scuola come la nostra, dove l'ipocrisia e la morbosità co­minciano fin da quando vai all'asilo. Io sono stato all'asilo, da piccolo s'intende, e mi ricordo che quando succedeva che una bambina vedeva un bambino che faceva pipì dice­va: «Oh, guarda!... suora... cos'ha quel bambino lì? » «Una brutta malattia, - rispondeva la maestra, - non guardare... via, via, fatti il segno della croce! » È la nostra scuola. E dobbiamo capire il dramma degli insegnanti.

Ora, «rosa fresca aulentissima ch'apari inver' la state le donne ti disiano, pulzell' e maritate». Come lo risolvia­mo? Notate che è ancora un modo di dire, in Sicilia. A Sciacca, per fare un complimento ad una ragazza si dice: «Bedda tu si, fighiuzza, che anco altri fighiuzze a tia vurria 'mbrazzari», anche le altre ragazze vorrebbero abbracciare te, tanto sei bella. Lo dicono senza nessuna malignità, ma nella nostra scuola non si può! E allora che cosa s'inventa? Subito una virata di sessanta gradi, per poter aggiustare la faccenda. Il professore insegna (e guardate che queste sono didascalie che trovate in ogni testo) : « non bisogna prende­re la forma cosi, tout court, bisogna cercare d'individuarla. Cioè: sei talmente bella che anche le altre donne, pulzelle e maritate, vorrebbero a te assomigliare. Non vorrebbero te, ma vorrebbero apparire quale tu sei, bella, elevata in mezzo a tutte le altre donne». Così, subito, il ragazzo o la ragazza imparano l'ipocrisia e in casa dicono: «Mamma, de­sidererei una mela... no, non desidererei nel senso di voler­la mangiare, ma vorrei apparire come la mela, rotonda e rossa da mordere».

Ora, andando avanti, si scopre ancora un altro gioco ab­bastanza brutale del modulo. Continua il testo: «tràgemi d'este focora, se t'este a bolontate... fammi uscire da que­sto fuoco, se ne hai volontà, ragazza», la prega il giovane. E si sa benissimo come riescano le ragazze a far uscire dal fuoco e dal desiderio i ragazzi, quando ne abbiano volontà: ma qui, non si dice niente... sono cose che non interessano, e si va avanti. C'è subito la risposta della ragazza, che va giù un pochettino a piedi giunti e scopre proprio poca ele­ganza di modi, infatti si esprime più o meno cosi: «Puoi

 andare ad arare il mare e a seminare al vento, con me a fare all'amore non ci arriverai mai. Tutti i soldi, tutti i tesori di questa terra puoi raccogliere, ma non ci sarà niente da fare con me. Anzi, ti dirò di più, che se tu insisti, io, piuttosto di accettare di fare l'amore con te, li cavelli m'aritonno, mi faccio radere i capelli, vado suora, e così non ti vedo più... ah, come starò bene! » E il ragazzo risponde: «ah si? tu ti vai a aritonnere i cavelli? E allora anch'io mi faccio tondere il cranio... vado frate... vengo nel tuo convento, ti confes­so... e al momento buono... sgnacchete'.» Lo sgnacchete l'ho aggiunto io, ma è implicito.

La ragazza impallidisce e urla: «Ma sei un anticristo, sei un essere vergognoso... ma come ti permetteresti?... Piuttosto di accettare la tua violenza io mi butto nel mare e mi annego».

«Ti anneghi? Anch'io... no, non mi annego; mi butto nel mare anch'io, ti vengo a prendere laggiù, nel fondo, ti trascino sulla riva, ti stendo sulla spiaggia e, annegata co­me sei, sgnacchete! faccio all'amore».

«Con me, annegata? »

«Si!»

«Oheau! - esclama la ragazza, con molto candore: - ma non si prova nessun piacere a fare l'amore con le anne­gate! »

Sa già tutto, naturalmente. Una sua cugina era annega­ta, è passato uno di lì, s'è guardato intorno, « Io ci provo»... Ha provato... «Donnacore! che schifezza... meglio il pescespada!»

Ad ogni modo la ragazza profondamente si scandalizza e lo minaccia: «Senti, se tu ti provi soltanto a farmi vio­lenza, io mi metto ad urlare, arrivano i miei parenti e ti ammazzeranno di legnate! »

E il ragazzo risponde sbruffone (non dobbiamo dimenti­care che sta recitando il personaggio del ricco aristocrati­co): «Se i tuoi parenti trovanmi che ti ho appena violentata o che ti sto facendo violenza, e che mi posson fare? Una defensa méttoci di dumili' agostari (duemila augustari)».

Cosa vuol dire? L'augustario era la moneta di Augusto, inteso Federico II. Infatti siamo nel 1231-32, proprio al tempo in cui in Sicilia governava Federico II di Svevia. Duemila augustari equivalevano, più o meno, a settantacinquemila lire odierne.

E che cosa è questa defensa? Fa parte di un gruppo di

 leggi promulgate a vantaggio dei nobili, dei ricchi, dette «leggi melfitane», volute proprio da Federico II, per per­mettere un privilegio meraviglioso a difesa della persona degli altolocati.

Così, un ricco poteva violentare tranquillamente una ra­gazza; bastava che nel momento in cui il marito o i parenti scoprivano la cosa, il violentatore estraesse duemila augu­stari, li stendesse vicino al corpo della ragazza violentata, alzasse le braccia e declamasse: «Viva lo 'mperadore, grazi' a Deo!» Questo era sufficiente a salvarlo. Era come avesse detto: «Arimorta! Attenti a voi! Chi mi tocca verrà subito impiccato».

Infatti chi toccava l'altolocato che aveva pagato la de­fensa veniva immediatamente impiccato, sul posto, o un po' più in là.

Ecco che la potete immaginare da voi tutta la scena.

Grande vantaggio per il violentatore medievale era dato dal fatto che, allora, le tasche non facevano parte dei pan­taloni. Erano staccate; erano delle borse che si appende­vano alla cintola, il che poteva permettere una condizione vantaggiosissima dell'amatore: nudo, ma però con la bor­sa. Perché, nel caso: «Ah! mio marito!» trac... defensa... op... «Arimorta! Ecco i quattrini! » Naturalmente bisogna­va avere i soldi contati, è logico, non si può: « Scusi, aspetti un attimo... gli spiccioli!... Ha da cambiarmi per favore?» Subito, subito, lì, veloci! Le madri che s'interessavano del­la salute dei propri figlioli, una madre nobile naturalmente, e ricca, diceva sempre: «Esci? Hai preso la defensa? » «No no, vado con gli amici...» «Non si sa mai, magari incon­tri...»

Ah, perché la defensa valeva anche per la violenza a ba­se di coltello. Uno dava una coltellata a un contadino... zac... defensa! Che naturalmente era minore, centocinquanta massimo. Se poi ammazzava l'asino insieme al contadino, allora si faceva cifra tonda.

Ad ogni modo questo vi fa capire quale fosse la chiave della «legge» del padrone: la brutalità di una tassa che permetteva di uscire indenni da ogni violenza compiuta da quelli che detenevano il potere. Ecco perché non ce lo spie­gano mai questo «pezzo» a scuola.

Mi ricordo che sul mio libro di testo al liceo tutta questa strofa non esisteva, era stata censurata. Su altri testi c'era, ma non veniva mai spiegata. Perché? È logico! Per una ra-

 gione molto semplice; attraverso questo pezzo si scopre chi ha scritto il testo. Non poteva essere altro che il popolo.

Il giullare che si presentava sulla piazza scopriva al po­polo quale fosse la sua condizione, condizione di «cornuto e mazziato», come dicono ancora a Napoli: cioè bastonato, oltre che cornuto. Perché questa legge gli imponeva pro­prio lo sberleffo, oltre che il capestro.

Ed altre ce ne erano di queste leggi bastarde. Quindi il giullare era qualcuno che, nel Medioevo, era parte del po­polo; come dice il Muratori, il giullare nasceva dal popolo e dal popolo prendeva la rabbia per ridarla ancora al popo­lo mediata dal grottesco, dalla «ragione», perché il popolo prendesse coscienza della propria condizione.

Ed è per questo che nel Medioevo ne ammazzavano con tanta abbondanza di giullari, li scuoiavano, gli tagliavano la lingua, per non dire di altri ornamenti. Ma torniamo al «mistero buffo» vero e proprio.

Foto I. Sequenza di buffonata.

Ecco, questa è una sequenza di buffonata, cioè una spe­cie di preparazione agli spettacoli ironico-grotteschi ai quali partecipava anche il popolo, truccato e travestito.

Questi erano popolani... li vedete... questo camuffato addirittura da «mammuttones». Cos'è il «mammuttónes»? È un'antichissima maschera mezzo capro mezzo diavolo. In Sardegna ancora oggi i contadini durante certe feste si ve­stono con queste pelli strane, si mettono queste campanelle

 e vanno intorno con maschere molto simili a quelle che si notano nella immagine. Vedete che sono quasi tutti dia­voli. Ecco, questo è un giullare, questo è il personaggio del Jolly, il matto (allegoria del popolo) e questo è un altro dia­volo... un altro ancora... ecco un'altra sequenza.

Foto 2. Sequenza di buffonata.

Diavoli, streghe e un frate decorativo di passaggio. No­tate un altro particolare: tutti hanno strumenti per far ru­more, perché il gioco del fracasso, del frastuono, era essen­ziale in queste feste. (Indicando un personaggio della la­strina) Questo ha addirittura un «ciucciué», o altri nomi che dànno a Napoli; sono delle membrane di cuoio che, schiacciate e tirate, emettono dei pernacchi spaventosi. (In­dica un altro personaggio) Qui c'è un altro con la gamba alzata, che non ha bisogno di strumenti: questo lo fa da sé, il rumore, è un naturalista... Questi altri emettono altri suoni. Questi personaggi mascherati si riunivano tutti quan­ti nella piazza e incominciavano a fare una specie di proces­so finto ai nobili, ai potenti, ai ricchi, ai padroni in genere. Fra i quali c'erano mercanti, imperatori, strozzini, banchie­ri... che è poi la stessa cosa. C'erano anche dei vescovi e dei cardinali.

Non ho mai capito perché, nel Medioevo, mettessero vescovi

 e cardinali insieme ai potenti e ai padroni: sono at­teggiamenti del tutto particolari che non siamo andati a verificare. Naturalmente erano falsi vescovi, falsi ricchi. Chis­sà perché, i ricchi veri non accettavano di giocare con il po­polo. Era gente del popolo che si travestiva; si organizzava una specie di processo, abbastanza violento, a base di accu­se precise. «Hai fatto questo, hai sfruttato, hai rubato, hai ammazzato...» Ma il momento avvincente era il finale. Era una specie d'inferno nel quale venivano precipitati, con finte pentole piene di finto olio bollente, con massacri, con scuoiamenti, tutti questi ricchi, questi signori.

I ricchi, quelli veri, se ne stavano in casa in quei giorni, perché magari passavano per la strada e... «Ahiddame!» «Oh scusi, credevo che fosse uno finto». Quindi, per evi­tare di essere presi per ricchi finti, se ne stavano in casa asserragliati. Anzi, si dice, lo dice malignamente un grosso storico, Bloch, che è quel francese alsaziano ammazzato dai nazisti in quanto comunista, asserisce Bloch che certamente le persiane con le imposte sono state inventate in quel pe­riodo per permettere ai ricchi di poter guardare in piazza queste manifestazioni, senza essere visti da giù.

Tutta questa gente, questi giullari, questi buffoni, alla fine della festa entravano in chiesa. La chiesa nel Medioevo rispettava il significato originale di ecclesia: cioè, luogo di assemblea. Ebbene, entravano in quel luogo d'assemblea alla fine degli otto o undici giorni, tempo di durata di que­sta buffonata che si svolgeva di dicembre e proseguiva la tradizione delle feste Fescennine romane, il carnevale dei Romani. Entravano dunque, e ad aspettarli in fondo alla chiesa, sul transetto, c'era il vescovo. Il vescovo si spoglia­va di tutti i paramenti e li offriva al capo dei giullari; il capo dei giullari saliva sul pulpito e incominciava a tenere una omelia, una predica, nella chiave esatta delle prediche del vescovo: cioè, ne faceva l'imitazione. Non soltanto l'imita­zione dei tic, dei moduli, ma di tutto il discorso di fondo: scopriva cioè tutto il gioco della mistificazione, dell'ipocri­sia: il gioco del potere.

Ed erano talmente bravi a rifare il verso e soprattutto l'imitazione dei moduli d'ipocrisia e di paternalismo, che si racconta che san Zeno da Verona, che era una persona dab­bene, fra l'altro, fu talmente fregato da un giullare, fu tal­mente imitato bene che per sei mesi, ogni volta che tentava di salire sul pulpito per tenere le proprie prediche, non riu­sciva a terminarle; dopo le prime tre o quattro battute, bal­bettava e se ne andava.

 Succedeva che cominciasse: «Miei cari fedeli, io qui, umile pastore vi por... » e giù tutti a sghi­gnazzare. «La pecorella...» «Beee!! », e il poveraccio, con­fuso, doveva andarsene.

Foto 3. «Milites», Mosaico absidale (secolo XIII

Basilica di Sant'Ambrogio, Milano.

Ora qui, in quest'altra lastrina, ci sono due personaggi. Sono due milites. È la riproduzione di un mosaico che si trova in Sant'Ambrogio di Milano, è un pezzo del mosaico

 pavimentale di Sant'Ambrogio e neanch'io, che mi ci sono trovato sotto a fare i rilievi quando facevo architettu­ra, non mi ero accorto di questo stupendo pezzo di mosaico. Sono due giullari, due giullari travestiti da milites, e lo si capisce dalla caratterizzazione teatrale dei loro gesti.

I milites venivano presi di mira abbastanza frequente­mente anche perché erano quelli più odiati dal popolo.

Ai milites appartenevano quei professionisti dell'ordine costituito che noi chiamiamo oggi questori, commissari. Se con un po' di fantasia riuscite a togliere gli abiti medievali e li sostituite con un abito moderno, vedrete che hanno cer­te espressioni abbastanza significative.

Alla vostra sinistra c'è una costruzione: ebbene, non fa parte dell'impianto scenico, fa parte di un'altra scena. In­fatti tutta questa nostra scena è inscritta dentro l'arco. Per­ché dico questo? Perché evidentemente la costruzione fuo­ri dell'arco è composta da diversi piani: sono quattro, cin­que, sei piani. Ecco, abbiamo verificato, abbiamo fatto dei sondaggi, delle verifiche storiche: nel Medioevo, le questu­re e i commissariati erano tutti ad un piano solo. Questo per evitare la dipsonomia, una malattia che colpisce molte volte i questori e i commissari: quella facilità, durante un interrogatorio, di sbagliare nel dare indicazioni. Sono tal­mente presi dal movimento agitato, dal gesto, che la sini­stra diventa la destra, la destra la sinistra, per cui dicono: «Esca pure, quella è la porta», e indicano le finestra. Que­sto sì è verificato parecchie volte... nel Medioevo!

A proposito dello scherzare su cose molto serie, dram­matiche, un compagno, ieri, un avvocato, mi ha scritto di­cendo che queste allusioni a fatti avvenuti ultimamente, ri­solti con una risata, gli avevano fatto male. Ebbene, è pro­prio quello che volevamo. Cioè, far capire che è quanto permette e permetteva (è nella tradizione del giullare) al­l'attore del popolo, di scalfire le coscienze, di far rimanere qualcosa di amaro e di bruciato. L'allusione ai roghi è del tutto casuale.

Se io mi limitassi a raccontare le angherie usando della chiave «tragica» con una posizione di retorica o di malin­conia o di dramma (quella tradizionale, per intenderci), muoverei solo all'indignazione e tutto, immancabilmente, scivolerebbe come acqua sulla schiena delle oche, e non ri­marrebbe niente.

Mi sono permesso questo inciso perché, spesso, torna dentro il discorso risentito del perché « ridere » di cose tan­to serie.

È proprio il popolo che ce lo ha insegnato: ricordiamo, a proposito del popolo, quello che Mao Tse-tung dice a pro­posito della satira. Egli dice che la satira è l'arma più effi­cace che il popolo ha avuto tra le mani per far capire a se stesso, dentro la propria cultura, quelle che sono tutte le storture e le prevaricazioni dei padroni.

Andando avanti con le lastrine, questa immagine ci fa vedere un'altra rappresentazione sacra, questa volta dram­matica e grottesca insieme.

Foto 4. «Comici ambulanti del secolo xIv». Cambral, Bibliothèque Municipale,

È una rappresentazione nelle Fiandre, intorno al 1360 (la data è segnata sul disegno). Osservate, qui c'è una don­na con un agnello in braccio. Ve lo faccio notare perché verrà di proposito durante un pezzo della rappresentazione della Strage degli innocenti.

Andiamo avanti: qui c'è un'altra immagine abbastanza importante, ed è Anversa 1465, esattamente l'anno prima dell'editto di Toledo (foto 5).

Quello di Toledo è l'editto che vietò definitivamente al popolo di rappresentare i misteri buffi. E lo capirete già da questa immagine, il perché di questa censura. Guardate: qui c'è Gesù Cristo, un attore che rappresenta Gesù Cri­sto, qui due sgherri. Qui c'è un banditore, un altro attore s'intende, e il popolo, sotto, che reagisce, replica alla bat­tuta del banditore.

E cosa dice il banditore? Urla: «Chi volete sulla croce?

Foto 5. Rappresentazione comico-grottesca nella piazza municipale di Anversa (1463).

Gesù Cristo o Barabba?» E sotto tutto il popolo risponde urlando: «Jean Gloughert!!», che era il sindaco della città. Capirete che una simile ironia un po' pesante, cosi diretta, non faceva piacere al sindaco e agli amici suoi... Ecco per­ché si incominciò a pensare: «Ma non sarebbe meglio vie­tarle?» Una rappresentazione del genere, anzi, un pochettino più violenta, se vogliamo, è questa (foto 6):

Parigi, qui siamo nella piazza del Louvre, sempre intor­no allo stesso periodo. Guardate, c'è, in questo teatrino, Ge­sù Cristo, un attore che recita la parte di Gesù Cristo, e altri attori. Qui c'è Ponzio Pilato con la bacinella già pronta, per permettergli di lavarsi le mani, e qui ci sono due vescovi, notate, sono due vescovi cattolici. Dovrebbero avere un co­stume almeno ebraico, no? con degli elementi completamen­te diversi: cappelloni «a tonda», torciglioni, abiti d'un'al­tra epoca, completamente diversi, che la gente conosceva.

Foto 6. Una «Passione» rappresentata nella Piazza del Louvre, a Parigi (secolo xv),

Invece il popolo, fingendo di non saperne niente di co­stumi, ci ha piazzato lì i due vescovi, quasi veri e nostrani. Cioè a dire: «D'accordo, il fatto è successo in Palestina, come non detto, d'accordo, non c'erano ancora i cristiani, quegli altri erano ebrei, quindi non c'entra niente, erano vescovi ebrei e, soprattutto, erano di un'altra religione, un'altra realtà! Sì, ma sempre due vescovi erano, quelli che hanno insistito tanto perché fosse mandato in croce Gesù Cristo. Il fatto è che sempre, in tutti i tempi e in tutte le epoche, i vescovi stanno dalla parte dei padroni per met­tere in croce i poveri cristi!»

E naturalmente questi discorsi non piacevano ai vescovi, ai cardinali e neanche al papa, tanto che decisero di riunirsi a Toledo e dissero: «Basta! Non dobbiamo più permettere che il popolo approfitti di questo gioco scenico, che parte dal sacro, per poi far cadere tutto in burla e in ironia».

 E cosi vietarono non soltanto di prendere come pretesto il Vangelo, ma anche la Bibbia.

Foto 7. «La sbornia di Davide» (da un codice miniato dell'Alto Medioevo).

Ecco un giullare legato alla strumentalizzazione dei rac­conti biblici. È la rappresentazione della famosa sbronza di Davide. Nella Bibbia si racconta che Davide si beccò una

 sbronza che durò sette giorni, spaventosa! Durante que­sta sbronza se la prese un po' con tutti: cominciò ad insultare suo padre, la madre, il padreterno, ma soprattutto se la prese con i propri sudditi, cioè il popolo. Diceva più o me­no: «Popolo becero, disgraziato e anche un po' coglione, ma perché credi a tutte queste storie?» E il giullare ripren­deva grottescamente quel personaggio urlando al pubblico: « Ma davvero credi che il padreterno sia sceso in terra con tutte le sue carabattole e abbia detto: "Beh, adesso basta con queste discussioni sulla divisione dei beni e dei terreni, faccio io, faccio da me. Ecco, vieni qua tu, hai la barba, mi piaci, prendi questa corona: tu fai il re. Tu, vieni qua. È tua moglie? Sei simpatica, fai la regina. Che faccia da delin­quente che hai tu, tieni... fai l'imperatore. E quello... che faccia da furbo che ha... Vieni, vieni, to', fai il vescovo, vai! A te, guarda, faccio fare il commerciante. A te, vieni, vie­ni... guarda, tutto questo spazio, tutta quella terra che va fìno a quel fiume è tutta roba tua... mi sei simpatico... e tientela stretta eh!!... Non mollarla mai agli altri, e falla lavo­rare per bene... E anche a te, prendi questa terra... È tuo parente? Bene! così la roba si tiene unita. Ed ora vediamo un po'... a te darò tutta la parte sul mare. Il diritto di pesca, invece, è per te. E voi... laggiù... miseri e striminziti... te e te e te e te, e anche le vostre mogli, lavorerete per lui, per lui e per lui, e anche per lui, e se vi lamenterete vi sbatto all'inferno, come è vero che sono Dio! E lo sono, per Dio!"»

Ecco, rappresentazioni di questo genere non piacevano a quelli che la roba l'avevano per davvero: quindi si decise, o meglio lo decisero i vescovi, che qualora un giullare si fosse permesso di recitare ancora simili obbrobri in mezzo al popolo, sarebbe stato bruciato immediatamente.

Tuttavia ci fu un tale, un certo Hans Holden (foto 8), famoso giullare tedesco, bravissimo in questo gioco dell'u­briacatura di Davide, che si permise di recitare ancora dopo l'editto: lo misero al rogo. Il poveraccio credeva che i ve­scovi scherzassero con la loro minaccia: « Figurati se mi met­tono al rogo! » Ma si sbagliava, i vescovi sono gente seria, non scherzano mai! Infatti l'hanno bruciato vivo. Finito lì.

C'era anche un modo di fare «battage» pubblicitario, di­ciamo, agli spettacoli sacri, usato nel Medioevo. Ancora og­gi, in Puglia, durante i festeggiamenti per San Nicola da Bari, un santo che veniva dall'Oriente, famoso vescovo, santo, negro, si celebrano processioni.

 negro, si celebrano processioni. Ebbene, oggi questa festa si è ridotta a una sfilata così, generica, con cartelloni che nel Medioevo servivano ad indicare i pezzi, le scene che sarebbero state rappresentate la sera stessa. Dietro c?erano dei ?battuti?. Ovvero dei flagellanti o flagellati, che andando intorno si davano delle pacche della madonna? Non per niente si trattava di uno spettacolo sacro.

Non solo, ma finito il giro di pubblicità per le strade e per le piazze della città, si mettevano intorno al palco dove si svolgeva la rappresentazione e sottolineavano, indicavano cantando, urlando, lamentandosi e respirando perfino coralmente. I tempi drammatici e grotteschi della rappresentazione. Insisto su questo particolare perché sentirete intervenire ogni tanto nelle mie esibizioni indicazioni di forma di canto corale. Il canto più o meno era questo, per esempio:

 LAUDA DEI BATTUTI

Prototipi: Pordenone, Brescia, Campagna mantovana

Ohioihi battete, battetevi! Ehiaieehie!

Compagni, mettetevi in schiera (fila),

battetevi forte e volentieri,

non abbiate doglia (non lamentatevi) di queste botte: battetevi!

Non tremate d'esser nudi,

non tremate (non abbiate paura) delle frustate che vescicano (fanno vesciche, piaghe),

carni rotte e disgiunte (dalle ossa).

Ohioihi battete, battetevi! Ehiaieehie!

Chi vuol prendersi salvezza

che si batta col flagello con il flagello

facendolo schioccare,

non fingete di darvi botte: battetevi!

ché il Signore onnipotente

fu battuto veramente.

Ohioihi battete, battetevi! Ehiaieehie!

Se volete prendere (fare) penitenza

e scontare la grande sentenza

che è prossima ad arrivare

che nessuno potrà scampare: battetevi!

che verrà addosso a noi,

ohi battiamoci con dolore.

Ohioihi battete, battetevi! Ehiaieehie!

Per salvarci dal peccato

Gesù Cristo fu picchiato,

sulla croce fu inchiodato,

sulla faccia gli fu sputato: battetevi!

e l'aceto gli fu dato a bere

e non c'era li San Pietro,

Ohioihi battete, battetevi! Ehiaieehie:

E voi signori dell'usura,

voi ne avrete malaventura,

voi che avete sputato a Cristo

 LAUDA DEI BATTUTI

Prototipi: Pordenone, Brescia, Campagna mantovana

Ohiohioh bati', bative! Ehiaiehieh!

(E) compagnon, metìf in scera,

batìf forte e volentera,

n'avi' doja d'ésti bóti: bative!

no trambìt de ves isbiot(i),

no trambìt le visigade,

carne rote e disciuncade.

Ohiohioh bati', bative! Ehiaiehieh!

Chi vol torse salvasion

c'ol se bata de rüscon

col fragel a batascioch,

no fi' mostra de daf bot: bative!

c'ol Segnor onniputent(e)

foe batüd veritament(e).

Ohiohioh bati', bative! Ehiaiehieh!

Se vorsi' tor penitensa

a scuntà la gran sentensa

c' la se proxima a rivare

che niun podrà scampare: bative!

che gnirà de contra a noj,

ohj batemose cunt doj.

Ohiohioh bati', bative! Ehiaiehieh!

Par salvarghe d'ol pecat

Jesus Xristo foe picat,

'nsu la croze foe 'nciudat,

su la facia g' foe spüdat: bative!

e l'ased g' foe dait a bevar

e no gh'era lì ol sant Pedar.

Ohiohioh bati', bative! Ehiaiehieh!

E vui segnori de l'üsura,

vui n'avrit malaventüra,

vui c'havit spüat a Xristo

 arricchendovi col malacquisto: battetevi!

voi che avete torchiato come (si torchia) l'uva

i denari a quelli che sudano.

Ohioihi battete, battetevi! Ehiaieehie!

 col sciorirve al mal acquisto: bative!

vui c'havit turciat 'm l'uga

i danari a qui(e) che süda.

Ohiohioh bati', bative! Ehiaiehieh!

 Qualche anno fa si è tenuta presso Milano, all'abbazia di Chiaravalle, una straordinaria mostra di macchine teatrali. Si trattava di splendide statue in cui tutti gli arti erano mo­bili, articolati, esattamente come nei burattini o nelle bam­bole. Il movimento era regolato da una serie di leve e di ganci che venivano manovrati da un burattinaio nascosto nell'incavo dietro la statua, che non era a tutto tondo, ma costruita solo per la metà anteriore. C'era per esempio una stupenda Madonna col bambino del 1100 in cui entrambi i personaggi si muovevano, braccia, tronco, gomiti e per­fino gli occhi, giocando anche sul trucco del dés equilibro dei burattinai fiamminghi: per esempio, nell'avambraccio, a bilanciere, a snodo dentro la mano, c'era un perno, per cui qualsiasi colpo, anche piccolo, faceva roteare la mano sul polso, prima che ritrovasse il proprio equilibrio stabile. Qualsiasi piccolo colpo faceva in modo che le mani, o un'al­tra parte del corpo, si muovessero con una grazia straordi­naria. Il che dava l'impressione di qualcosa di vivo.

Con lo stesso principio è stato costruito un altro pezzo famoso, il Cristo d'Aquileia: non lo si vede perché è vestito di una tunica che gli ricopre tutto il corpo, ma, a nudo, è tutto articolato, fino al collo.

Perché il popolo ricorreva a queste macchine per rappre­sentare la divinità, quando metteva in scena i propri spet­tacoli? Forse aveva timore di fare atto di blasfemia, di in­taccare la sacralità del personaggio divino? No! Niente af­fatto, ciò avveniva perché l'attore, il comico, voleva che l'interesse del pubblico fosse accentrato non tanto verso il divino, ma verso l'uomo: se un attore fosse entrato prima nel costume di Gesù Cristo si sarebbe presa tutta l'atten­zione, mentre una statua era soltanto indicativa, emblema­tica, e l'attore aveva agio di sviluppare la drammaticità del­la condizione umana, sottolinearla maggiormente: la dispe­razione, la fame, il dolore.

Ho fatto questo discorso sulle macchine teatrali perché il pezzo che reciterò ora ne prevede l'impiego, appunto l'impiego di una macchina che raffigura la Madonna col bambino in braccio. Con lei abbiamo in scena una donna che tiene in braccio un agnello, una pazza: ecco perché vi ho fatto notare prima quell'immagine delle Fiandre in cui si vede una donna con un agnello in braccio. È una donna alla quale hanno ammazzato il bambino durante la strage degli innocenti e ha trovato in un ovile un agnello, se l'è preso in braccio e, convinta, va a dire a tutti che quello è il proprio figlio. L'allegoria è chiara; l'agnello è l'«Agnus Dei», il figlio di Dio, quindi questa donna è anche la Ma­donna.

Questo doppio gioco del personaggio donna-Madonna è molto antico, viene addirittura dai greci; la donna può per­mettersi di dire delle cose che una Madonna vera, un'at­trice che facesse la Madonna, o meglio un attore truccato da Madonna, come si usava allora, non avrebbe mai potuto dire. Questa donna bestemmia addirittura contro Dio, con una violenza incredibile. Si mette a urlare con quest'agnel­lo in braccio: «... potevi tenertelo presso di te tuo figlio, se doveva costarci tanto patimento, tanto dolore! Verrai a comprendere il dolore degli uomini, tu che hai voluto su­bito un cambio a tuo vantaggio, per una tazzina di sangue tuo hai voluto un fiume di sangue, mille bambini per uno tuo. Potevi tenerlo presso di te tuo figlio, se doveva costarci tanto patimento, tanto dolore! Verrai a capire anche tu il dolore, la pena degli uomini, la disperazione, il giorno che verrà a morirti tuo figlio in croce. In quel giorno capirai quale tremendo castigo hai imposto a tutti gli uomini, per un peccato, per un errore! Ebbene, sulla terra, nessun pa­dre, per quanto malvagio, avrebbe avuto il coraggio di imporlo al proprio figliolo. Per quanto fosse carogna, questo padre! »

È certo la più grande bestemmia mai udita! È come di­re: «Padre, padreterno, sei la zozza della zozza! Nessun padre è tanto carogna quanto te». E perché tanto odio da parte del popolo verso il padreterno? L'abbiamo visto pri­ma. Perché il padreterno è rappresentativo di quello che i padroni hanno insegnato al popolo, è quello che ha fatto le divisioni, che ha dato terre, poteri, privilegi a un certo gruppo di persone, e invece fastidi, disperazione, sottomis­sione, umiliazione, mortificazione all'altra parte del popolo. Ecco perché Dio è odiato, perché rappresenta i padroni, è quello che dà le corone, i privilegi; mentre è amato Gesù Cristo, che è quello che viene sulla terra a cercare di ridare la primavera. E, soprattutto, la dignità. Il discorso della di­gnità è, in queste storie del popolo, ripetuto quasi a tor­mentone, con un'insistenza incredibile. La dignità.

Andremo ora alla rappresentazione della Strage degli in­nocenti. Devo indicarvi soltanto un particolare: il linguag­gio. Il linguaggio, il dialetto, sarebbe meglio dire una lin­gua, perché è il padano dei secoli XIII-XV, ma recitato da un attore, il quale si trovava costretto a cambiare paese ogni giorno. Oggi era a Brescia, domani a Verona, a Bergamo ecc. ecc., quindi si trovava a dover recitare in dialetti com­pletamente diversi l'uno dall'altro. Erano centinaia i dia­letti, e c'era una grandissima differenziazione, maggiore che quella attuale, fra un paese e l'altro, per cui il giullare avrebbe dovuto conoscere centinaia di dialetti. E allora, che cosa faceva? Ne inventava uno proprio. Un linguaggio for­mato da tanti dialetti, con la possibilità di sostituire parole in determinati momenti, e quando si trovava nell'impaccio di non sapere quale parola scegliere, per far capire qual­che cosa, ecco che subito metteva tre, quattro, cinque sino­nimi. C'è un esempio straordinario: un giullare di Bologna racconta di una ragazza che si trova ad abbracciare un uo­mo che ama. Ma di colpo ne ha paura. Ha voluto ad ogni costo far l'amore con lui, ma quando si trova nel momento delicato, ecco che subito lo allontana e dice: «Non me tocar a mi, che mi a son zovina, son fiola, tosa son e garsonetta». Ha detto tutto: sono ragazza, sono ragazza, sono ragazza e anche ragazza. Cosi ognuno si può scegliere il termine che meglio comprende. Queste iterazioni le sentirete in questo spettacolo molte volte, ma sono usate anche ad altro sco­po: raddoppiare il momento poetico e, soprattutto, nel rit­mo, ingigantire la drammaticità. E questa è una cosa sola, unica, del giullare, del teatro del popolo, cioè, la possibilità di poter scegliere i suoni più adatti al momento. Per cui si sente «croz», «cros», «crosge» ed è sempre «croce», pre­sa da diversi dialetti, per rendere il momento più adatto al valore scenico. La rappresentazione è eseguita da un solo personaggio e poi vi spiegherò il perché. Non è soltanto un fatto di esibizione, ma c'è una ragione reale di fondo. Ci sarà il gioco delle statue mobili, come vi ho già detto, il coro dei battuti, quello che inizia il canto e a un certo pun­to, vedrete, c'è un soldato che viene scannato e muore, e il coro dei battuti indica l'andamento funebre di un canto.

 

STRAGE DEGLI INNOCENTI

CORO DEI BATTUTI

Ohiohi battete, battetevi!

Eheiaiehieh!

Con dolori e con lamenti

per la strage degli innocenti,

innocenti mille bambini

li hanno scannati come agnellini,

dalle mamme stralunate

re Erode li ha strappati.

Ohiohi battete, battetevi! Ehiaiehieh!

donna Assassino... porco... non toccare il mio bam­bino.

primo soldato Lascialo andare... molla 'sto bambi­no o ti taglio le mani... ti do un calcio nella pan­cia... molla!

donna Nooo! Ammazza me piuttosto... (Il soldato le strappa il bambino e glielo uccide). Ahia... ahaa... me lo hai ammazzato, accoppato.

secondo soldato Oh, eccone qui un'altra... Fermati dove sei, donna... O v'infilzo tutte due... te e il tuo bambino.

madre Infilzaci pure, che io preferisco...

secondo soldato Non far la matta... sei ancora gio­vane tu e hai il tempo di sfornarne un'altra dozzina di bambini... Dammi qui quello... fa' la brava.

madre No... giù queste zampacce da dosso.

secondo soldato Ahia... mordi eh... e allora prendi questo (schiaffo), e lascia 'sto fagotto!

madre Pietà, ti prego... non uccidermelo... ti do tut­to quello che ho.

Il soldato strappa il fardello alla madre e si ritrova fra le mani un agnello.

 

STRAGE DEGLI INNOCENTI

CORO DEI BATTUTI

Ohioihi bari', bative!

Ehiaiehieh!

Cont duluri e cont lamenti

par la straze d'innozenti,

innozent mila fiolit

i han scanà 'me pegurit,

da le marne stralünade

ol Re Erode i ha scarpadi.

Ohioihi bati', bative! Ehiaiehieh!

DONNA                              -  Sasìn... porch... no tocà ol me fiol.

PRIMO SOLDATO             - Lasèl andà... mola sto fiol o at taj le ma­ne... at dag na pesciada in la panza... mola!

DONNA                              -  Nooo! Amàsum a mi pitòst... (Il soldato le strap­pa il bambino e glielo uccide). Ahia... ahaa... at m'l'hait amasàt, cupàtt.

PRIMO SOLDATO             - Oh, t'en chi n'oltrà... Férmet doa at seit, dona... a v'infilzi a tüti e doi... ti e ol bambin.

MADRE                              -  Infilzegh pura, che mi a preferzo...

SECONDO SOLDATO      - No far la mata... at seit anc'mo zùina ti e at hait ol temp de sfurnàn 'n'altra dunzena de bam­bin... Dam chi quel... fa' la brava...

MADRE                              -  No... giò sti sciampasc de doss.

SECONDO SOLDATO      - Ahio... a te sgagni eh... e alora cata quest... (schiaffo) e mola stu fagòtt!

MADRE                              -  Pità, at pregi... no'l me masàl... at dag tilt quel che a g'ho...

Il soldato strappa il fardello alla MADRE      -  e si ritrova fra le mani un agnello.

 SECONDO SOLDATO     - Oh, ma cos'è questo? Un pecorino, un agnello...?

MADRE                              -  Oh sì, non è un bambino, è un pecorino... io non ho mai avuto dei bambini... non sono ca­pace, io. Oh ti prego, soldato, non uccidermi que­sto agnello... che non è ancora Pasqua... e faresti un grande peccato se me lo ammazzi!

SECONDO SOLDATO      - Oh, DONNA   - ! Mi vuoi prendere per il didietro... o forse sei matta?

MADRE                              -  Io matta? No che non sono matta!

Sopraggiunge un altro soldato.

SECONDO SOLDATO      - Vieni via, lasciale l'agnello... che quella è una alla quale si è rovesciato (stravolto) il cervello... dal dolore che le abbiamo ucciso il figlio. Cosa ti prende... muoviti, che ne abbiamo ancora un grande mucchio da scannare.

PRIMO SOLDATO             - Aspetta... che mi viene da vomita­re...

SECONDO SOLDATO      - Bella forza! Mangi come una vac­ca: cipolle, montone salato e poi... vieni qui all'an­golo, c'è un'osteria... ti farò bere un bel grappotto.

PRIMO SOLDATO             - No, non è per il mangiare! è per que­sto macello, questa carneficina di bambini che ab­biamo messo in piedi, che mi si è rovesciato lo sto­maco.

SECONDO SOLDATO      - Se sapevi di essere così delicato, non dovevi venir a fare questo mestiere del soldato.

PRIMO SOLDATO             - Io ero venuto soldato per uccidere uomini nemici...

SECONDO SOLDATO      - E magari anche per sbattere river­sa anche qualche bella DONNA      -  sul pagliaio... eh?

PRIMO SOLDATO             - Beh, se capitava... ma sempre DONNA          -  di nemici...

SECONDO SOLDATO      - E scannargli il bestiame...

PRIMO SOLDATO             - Dei nemici.

SECONDO SOLDATO      - Bruciargli le case... uccidergli i vecchi... le galline e i bambini... Bambini sempre di nemici.

PRIMO SOLDATO             - Sì, anche i bambini... ma in guerra! In guerra non è disonore: ci sono le trombe che suonano, i tamburi che rullano e canzoni di batta­glia e le belle parole dei capitani alla fine!

SECONDO SOLDATO      - Oh, anche per questo macello avrai delle belle parole dai capitani.

PRIMO SOLDATO             - Ma qui, si ammazzan degli innocen­ti...

SECONDO SOLDATO      - E perché, in guerra non sono tutti

 SECONDO SOLDATO     - Ohj, ma se l'è quest? Un pegurin', un berin...?

MADRE                              -  Oh sì, non l'è un bambin, a l'è un berìn... mi ne… g'ho gimai aüdi de bambin... no so capaz, mi. Oh, te pregi, soldat, no masarme sto berin... che non l'è Pasqua... e at farìet gram pecat se at m'lo masi!

SECONDO SOLDATO      - Oh, dona! Ti me vol (voj) tor par ol de-drio... o ti è mata de cuntra?

MADRE                              -  Mi mata? Non che no'l sont mata.

Sopraggiunge un altro soldato.

SECONDO SOLDATO      - Vegn oltra, làsegh ol berin... che quela la a l'è vüna che ol s'ha ruersà ol cervel... par ol dulor che gh'em cupà ol fiolìn. 'S'te cata... moevete, che a' n'em anc'mò una gran mügia de scanà(n).

PRIMO SOLDATO             - Pecia... ch'am vegn de tra sü...

SECONDO SOLDATO      - Bela forza! At magnet me na vaca: scigul, muntun saladi e poe... vegn chi al cantun, gh'è 'n'osteria... at fagarò bevar un bel grapot(o).

PRIMO SOLDATO             - No, no l'è par ol mangià! a l'è par stu macel, sta becaria de fiulìt ch'em trait in pie, che ol me s'è ruersà el stomegh.

SECONDO SOLDATO      - Se ol savevet d'es insci delicat, no te dovevet gnì a fà stu mestè d'ol suldat.

PRIMO SOLDATO             - Mi eri gnüd suldat par masar omeni nemisi...

SECONDO SOLDATO      - E magari per sbatascià anca quai dona ruersa sul paion... eh?

PRIMO SOLDATO             - Bon, se la capitava... ma semper dona di nemisi...

SECONDO SOLDATO      - E scanag ol bestiam...

PRIMO SOLDATO             - Ai nemisi.

SECONDO SOLDATO      - Brüsagh le case... copagh i vegi... le gaìne... e i fiulìt. Fiulìt sempar di nemisi.

PRIMO SOLDATO             - Sì, anca i fiulìt... ma in guera! In guera non l'è desunor: ag son le trombe che e sona, i tamburi che i pica e canson de bataja e i bei paroli d'i capitani a la fin!

SECONDO SOLDATO      - Oh, anca par sto macel ti g'avrà d'i bei paroli d'i capitani.

PRIMO SOLDATO             - Ma chì, as masa d'i inozenti...

SECONDO SOLDATO      - E perché, in guera no i sont tüti inozenti? innocenti? Cosa ti hanno fatto a te, quelli? T'han­no fatto qualche cosa quei poveracci che uccidi e scanni col suono delle trombe? (Sul fondo passa la macchina raffigurante la MaDONNA    -  col bambino). Che mi si possano accecare gli occhi se quella non è la Vergine Maria col suo bambino che stiamo cer­cando! Andiamole appresso, prima che ci scappi... muoviti, che questa volta raccogliamo il premio, che è grosso.

PRIMO SOLDATO             - Non lo voglio questo premio schi­foso sporco...

SECONDO SOLDATO      - Bene, lo raccoglierò (prenderò) da solo.

PRIMO SOLDATO             - No, neanche tu lo prenderai... (Gli sbarra la strada).

SECONDO SOLDATO      - Ma sei diventato matto? Lasciami passare, che abbiamo l'ordine di ammazzare il suo figlio alla Vergine...

PRIMO SOLDATO             - Ci cago sull'ordine io... non muover­ti da li o ti stronco...

SECONDO SOLDATO      - Disgraziato... non hai ancora capi­to che se quel bambino resterà in vita, diventerà lui il re di Galilea al posto di Erode... che gliel'ha det­to la profezia, quello!

PRIMO SOLDATO             - Cago anche su l'Erode e la profezia, io!

SECONDO SOLDATO      - Hai bisogno di andar di corpo, tu, mica di stomaco, allora... Vai in un prato e lasciami passare... che io non voglio perdere il premio, io!

PRIMO SOLDATO             - No, ne ho abbastanza di veder am­mazzare bambini!

SECONDO SOLDATO      - Allora sarà peggio per te! (Lo tra­figge con la spada).

PRIMO SOLDATO             - Ahia... che mi hai ucciso... disgrazia­to... mi hai sfondato le budella...

SECONDO SOLDATO      - Mi rincresce... sei stato proprio un tarlocco (stupido)... io non volevo...

PRIMO SOLDATO             - Mi piscia il sangue da per tutto... oh mamma... mamma... dove sei, mamma... viene bu­io... ho freddo, mamma... mamma... (Muore).

SECONDO SOLDATO      - Non l'ho ucciso io, questo era già cadavere nel momento in cui ha cominciato ad ave­re pietà. «Soldato che sente pietà è già bello e mor­to ammazzato», lo dice anche il proverbio! E in­tanto mi ha fatto perdere l'occasione di prendere la Vergine col bambino.I battuti cantano una litania funebre. Il soldato esce trascinandosi via il cadavere del compagno. En tra la MaDONNA          - , o meglio, il manichino della Ma­DONNA   - . Alle sue spalle entra la pazza. Cosa t'han fait a ti, quei? T'han fait quajcosa sti poveraz che at copett e at scanì col sonar de trombe? (Sul fondo passa la macchina raffigurante la MaDONNA -  col bambino). Ch'am s'debia sguerciar i ögi se quela no a l'è la Verzen Maria col so bambin che sem oltra a cer­ca! 'Ndémegh a press, inanz che la ghe scapa... moevete che sta volta ag cateremo ol premi, ch'a l'è groso.

PRIMO SOLDATO             - No al voj sto premi sgaroso, sporcelento...

SECONDO SOLDATO      - Bon, al catarò mi ad zolo.

PRIMO SOLDATO             - No, ne manco ti ol catarèt... (Gli sbarra la strada).

SECONDO SOLDATO      - Ma ti è gnüdo mato? Làsame pasar, che gh'em l'orden de masarghe ol so fiol a la Verzen...

PRIMO SOLDATO             - Ag caghi su l'örden mi... no bogiarte de lì loga che at s'ciunchi...

SECONDO SOLDATO      - Disgrasiad... no t'è an 'mo capit che se a quel bambin ol resterà in vita, ol gnirà lü ol re de Gali­lea, al post d'ol'Erode... che gl' l'hait dit la profezia, quel!

PRIMO SOLDATO             - Ag caghi anco sü l'Erode e la profezia, a mi!

SECONDO SOLDATO      - At gh'hait besogn de 'ndà de corpo, miga de stomeg te, alora... Fate in d'un prat e làseme pasar(e).., che mi no voi perd ol premi, a mi!

PRIMO SOLDATO             - No, gh'n'hait abasta de vidè amazar fiulìt!

SECONDO SOLDATO      - Alora ol sarà pejor par ti! (Lo trafigge con la spada).

PRIMO SOLDATO             - Ohia... ch'at m'hait cupat... disgraziat... at m'hait sfondade le büele.

SECONDO SOLDATO      - Am rincress... at set stait impropi un tarloch... mi no vorsevi miga...

PRIMO SOLDATO             - Am pisa ol sangu da part tüt... oh ma­rna... marna... indua at sett, mama... ol vegn scür... hait frec, mama... marna... (Muore).

SECONDO SOLDATO      - No l'ho cupat mi, quest a l'era già cadaver in d'ol mument che l'ha scomenzà a 'vegh pità. «Suldat ch'ol sent pità a l'è già bela mort cupà», ol dis anca ol proverbio! E 'ntant ol m'ha fait perd l'ocasion de catà la Verzen col bambin.I battuti cantano una litania funebre. Il soldato esce tra­scinandosi via il cadavere del compagno. Entra la MaDONNA          - , o meglio il manichino della MaDONNA  - . Alle sue spalle entra la pazza.

 MADRE                             -  Non scappate, MaDONNA    - ... non abbiate paura che io non sono un soldato... sono una DONNA     - ... una mamma anch'io... col mio bambino... Nascondetevi tranquilla, che i soldati sono andati via... sedetevi, povera DONNA         - , che ne avete fatto di correre... Fate­mi guardare il vostro bambino. Oh! com'è bello e colorito!  Quanto tempo ha? Bello, bello... come è allegro... ride... bello, bello... deve avere giusto il tempo del mio... Come ha nome? Gesù? È un bel nome: Gesù! Bel­lo, bello... Gesulino... ha già due dentini... ohi che simpatico... il mio non li ha ancora tutti i denti... è stato un po' malato il mese scorso, ma adesso sta bene... è qui che dorme proprio come un angiolet­to... (Lo chiama) Marco! Si chiama Marco... dorme proprio di gusto... Oh caro, come sei bello! Sei bel­lo anche tu... Marcolino... È anche vero che noialtre mamme siamo fatte in una maniera che il nostro bambino ci sembra il più bello di tutti... può avere anche qualche difetto, ma noi non lo vediamo. Gli voglio tanto di quel bene a questo bestiolino, che se me lo portassero via diventerei matta! Se penso al grande spavento che ho avuto questa mattina, quando sono andata alla culla e l'ho tro­vata vuota, piena di sangue e il mio bambino non c'era più... Per fortuna che non era vero niente... che era solo un sogno, ma io non sapevo che era un sogno, tanto che di li a poco mi sono svegliata ancora sotto l'impressione del sogno, e tutta dispe­rata che sembravo una matta! Sono andata fuori nella corte e ho cominciato a bestemmiare contro il Signore: «Dio tremendo e spietato, - gli grida­vo, - l'hai comandato tu 'sto ammazzamento... l'hai voluto tu questo sacrificio in cambio di far venir giù tuo figlio: mille bambini scannati per uno di te (uno tuo), un fiume di sangue per una tazzina! Po­tevi ben tenerlo vicino a te 'sto figlio, se doveva costarci tanto sacrificio a noi poveri cristi... Oh, verrai a capire alla fine anche tu cosa vuol dire crepare di dolore nel giorno che verrà a morirti il figlio. Arriverai anche a capire alla fine che è stato ben grande e tremendo castigo che hai imposto agli uomini in eterno... che nessun padre sulla terra non avrebbe giammai avuto il cuore d'imporre ciò a un suo figlio, per quanto fosse malvagio! »

 MADRE                             -  No scapìt, Madona... no catèf pagüra che mi no sont un soldat... sont una dona... una mama anch mi... col me bambin... Scondìv chi loga tranquila, che i suldat i sont andat via... sentève, pora dona, che n'avit fait d'ol curir... Fèime vardà ol vostro fiolì. Oh! me l'è bel et culorìt! Quant temp ol g'ha? Belo, belo... me l'è alegher... ol rid... bel, belo... ol dev averghe giusta ol temp d'ol me... Me ol g'ha nom? Jesus? L'è un bel nom: Jesus! Belo belo... Jesulìn... ol g'ha già doi dencìt... ohi che simpatech... ol me n'ol g'ha an'mo fait i denci... l'è stait un poch malad ol mes pasat, ma ades ol sta ben... l'è chì che ol dorma propi me un angiulin... (Lo chiama) Marco! Ol g'ha nom Marco... ol dorma propi de güst... Oh cara, me t'set bel! Set bel anca ti... Marcolin... L'è anca vera che nojaltre mame a s'em fait in d'una manera che ol noster fiolìn ol ghe pare ol più belo de tüti... ol pol averghe anch quai difet, ma nünc no 1' videm miga. Ag voj tanto de quel ben a sto bestiolì, che se m'al purtàsen via a gnirìa mata! Se ag pensi al grand stremizi che g'ho üt stamatina, quand che sont andada a la cüna e la g'ho truvada svoeja, piena de sangu e ol me fiulìn ol gh'era più... Par fortüna che no l'era vera nagot... che a l'era dömà un sogn, ma mi n'ol savevi miga che a l'era un sogn, tant che de lì a poch me sont desvegiada an'mo sota l'impresiun d'ol sognament, e tüta desesperada che parevi 'na mata! Sunt andada de föra in d'la cort e g'ho scomensà a biastemà contra al Segnur. «Deo tremend e spietàt, - ag criavi, - at l'hait comandat ti sto 'mazament... a t'hait vorsüd ti sto sacrifizi in scambi de fag gni giò ol to fiol: mìla fiolìt scanat par vün de ti, un fiüm de sangu par 'na tasina! T'ol podevet ben tegnìl in presa a ti sto fiol, se ag dueva costarghe tanto sacrifizi a nün pover crist... Oh, at gnirà a cumprend in fin anca ti se ol voer di' cre­par de dulor in t'ol dì che gnirà a murit ol fioì. At gnirà anca a comprend infina co l'è stait ben grand tremend castigo che t'hait picat a i omeni in eterno... che niuno patre in su la tera no g'avarìa gimai üt ol cor de 'mporghe a un so fiol, (per) quant c'ol füdess malvaz! »  Ero là nel cortile che gridavo queste bestemmie, co­me vi ho detto, quando, di colpo, ho voltato là gli occhi e, dentro l'ovile, in mezzo alle pecore, ho sco­perto il mio bambino che piangeva... subito l'ho ri­conosciuto... l'ho preso nelle braccia... e ho comin­ciato a piangere di consolazione. « Ti domando perdono, Signore misericordioso, per queste brutte parole che ti ho gridato, che io non le pensavo... che è stato il diavolo sì, è stato il dia­volo a suggerirmele! Tu sei tanto buono, Signore, che mi hai salvato il figlio di me!... e hai fatto in modo che tutti lo prendono per un agnello-pecorino, vero. E anche i soldati non se ne accorgono, e me lo lasciano campare... Dovrò giusto stare attenta in campagna il giorno che verrà la Pasqua, che quello è il tempo che si ammazzano agnelli uguale che oggi i bambini. Verranno i macellai a cercarmelo... ma io gli metterò una cuffietta in testa e lo fascerò tutto con le pezze... che si convincano che è un bambino. Ma appresso, subito, guarderò bene che non lo deb­bano riconoscere mai più per un bambino... anzi, lo porterò a pascolare e gli farò imparare a mangiare l'erba in modo che sembrerà assomiglierà (sarà) per tutti un pecorino... Perché sarà più facile, a questo mio figlio, campare da pecora, che non da uomo, in questo mondo infame! » Oh, si è svegliato... ride! Guardate, MaDONNA  - , se non è bello da cogliere (cogliere come fosse un fio­re) il mio Marcolino... (La DONNA          -  scosta lo scialle e mostra alla MaDONNA  -  la pecorella. La MaDONNA          -  ha un malore). Oh, MaDONNA     - , vi sentite male? Fatevi forza, non piangete... che il peggio è passato... An­drà. tutto a finir bene, vedrete... Basta avere fiducia nella Provvidenza che ci aiuta tutti!

CORO                                  -  Signore, che sei tanto misericordioso da far ve­nire la follia a quelli che non sono capaci di tirarsi fuori il dolore...

MADRE                              -  (cullando l'agnello canta)

Nanna, nanna,

bel bambino della tua mamma.

La MaDONNA                    -  cullava

intanto che gli angeli cantavano,

San Giuseppe in piedi dormiva,

il Gesù bambino rideva

e l'Erode bestemmiava,

mille bambini in cielo volavano,

nanna, nanna!

 A s'eri lì-lo in dela corte che criavi ste biasteme, come v'ho dit, quand, de bot, ho voltà là i ögi e, denter al uvìl, in mez a i pegurì, ho descovrì ol me bambin che ol piagneva... de sübet ag l'ho recognosüd... l'hait catat in ti brazi... e ho scomensà a piangere de consolazio(n)... «At domandi pardon, Segnor misericurdiös, par sti brüti paroli che t'hait criati, che mi no le penzàva miga... che o l'è stait ol diavul, sì, ol è stait ol diavul, a sugerimei! Ti è tant bon, Segnor, che ti m'hait salvad ol fiol de mi!... e ti g'ha fait de manera che toti ol ciapa par on pegurin-berìn veraz. E anco i soldat no se n'incorge mi­ga e am lo làseno campare... Dovarò giüsta stag atenta in campana in t'ol dì che gnirà la Pasqua, che quel a l'è ol temp che as masa pegurit-berìn compagn che incoe bambin.

A gniràn i becari a cercamel... ma mi ag metarò na scüfieta in testa e ol faserò tiito de pesa... che as convinze che a l'è un bambin. Ma a pres, de sübet, a varderò ben che n'ol debian recognosar gimai più par un bambin... anze, ol menarò a pascolare e ag fagarò 'mparare a ma­gnar l'erba in manera che ol sembrerà somejerà par tüti un pegurin... Imparché ol vegnirà plù fazile, a sto me fiol, campar de pegura che non d'omo, in sto mundo infamat! »

Oh, ol s'è desvegià... ol ride! Vardìt, Madona, se no l'è bel de catà ol me Marcolin... (La DONNA -  scosta lo scialle e mostra alla MaDONNA          -  la pecorella. La MaDONNA            -  ha un malore). Oh, Madona, av sentì mal? Fiv forza, no piagni... che ol pejor a l'è pasat... Ol andrà tüto a fornì ben, vedarì... L'è abasta aveg fidücia in la Providenza che ghe aìda a toti!

CORO                                  -  Segnor che ti è tanto misericordiòs de fag 'gni la folìa a quei che non sont capaz de tras foera ol dolor...

MADRE                              -  (cullando l'agnello canta)

Nana, nana,

bel bambin de la tua mama.

La Madona la ninava

'tant che i angiuli cantava,

San Giusep in pie ol dormiva,

ol Gesù barnbin rideva

e l'Erode ol biastemava,

mila fiolìt in zel volava,

nana nana.

 Sempre legata al tema della dignità è la Moralità del cie­co e dello storpio. È uno dei temi più famosi e diffusi nel teatro medievale di tutta Europa; se ne conoscono versioni un po' dappertutto: più di una in Francia (foto 9), nello Hainaut belga. In Italia una versione celebre, di Andrea della Vigna, è della fine del Quattrocento.

Ebbene, a un certo punto il cieco dice: «Non è dignità avere le gambe dritte, avere gli occhi che vedono, dignità è non avere un padrone che ti sottomette». La libertà vera è quella di non aver padroni, non soltanto io, ma vivere in un mondo dove anche gli altri non abbiano padroni. E que­sto, pensate!, intorno al 1200-1300.

Naturalmente, queste sono cose che a scuola non ci in­segnano, perché far sapere ai ragazzini che già nel Medio­evo i poveracci avevano capito certe dimensioni, il signi­ficato dell'essere sfruttato, è molto pericoloso!

 

MORALITÀ DEL CIECO E DELLO STORPIO

CIECO                                 -  Aiutatemi, buona gente... fatemi la carità, a me che sono povero e disgraziato, orbo di due oc­chi, così che, per fortuna, non posso guardarmi, che io avrei tanta compassione e verrei disperato (mi dispererei) da ammattirmi.

STORPIO                            -  Oh gente di cuore, abbiate pietà di me che sono conciato in modo tale che nel guardarmi mi sento prendere da tale spavento che vorrei scappare a gambe levate, se non fosse che sono storpiato da non muovermi se non col carretto.

CIECO                                 -  Ahi che non posso andare intorno che picchio e ripicchio (a ripetizione) la testa contro tutte le colonne e nei cantoni... aiutatemi qualcuno.

STORPIO                            -  Ohi che non sono più capace di venir via (uscire fuori) da questa carreggiata, che mi si son rotte le ruote del carrettino, e finirò col crepare di fame in questo luogo, se non mi aiuta qualcuno.

CIECO                                 -  Avevo un così bravo cagnaccio che mi accom­pagnava... mi è scappato dietro a una cagna in fre­gola... almeno io credo che sia stata femmina que­sta cagna, che non ci vedo io e non posso esser si­curo... che potrebbe anche essere stato un cane porcello vizioso, o un gatto smorfioso che me l'ha fatto innamorare, il mio cane.

STORPIO                            -  Aiuto, aiuto... non c'è nessuno che abbia quattro ruote nuove da imprestarmi per il mio car­rettino? Dio Signore, fammi la grazia di avere quat­tro ruote!

CIECO                                 -  Chi è che si lamenta che vuole le ruote di Dio?

STORPIO                            -  Sono io quello, lo sciancato storpiato con le ruote rotte.

CIECO                                 -  Vieni vicino a me, da quest'altra parte della strada, che vedrò di aiutarti... No che non potrò vedere... a meno d'un miracolo... Beh, vedremo, va'!

STORPIO                            -  Non posso venire lì... Dio maledica tutte le ruote del mondo e le faccia divenire quadrate che non possano più andare in giro a rotolare.

 

MORALITÀ DEL CIECO -  E DELLO STORPIO -

CIECO                                 -  Aidème, bona zente... fàitme la carità, a mi che son povareto e desgrasiò, orbo de doj ogi, che, o meno male, no me podo vardarme, che m' gavarìa gran compassion e vegnarìa disperat a amatirme.

STORPIO                            -  Ohj zente de core, ahibèt pità de mi che sont consciat in la manera che an dol vardarme am senti catar de tanto spaventù che vararìa scapar de tüte gambe, se no fusse che sont storpiat de no moverme se no cönt ol caret.

CIECO                                 -  Ohj che no podi andà intorna che pichi a rebatón con la crapa in tüti i culoni e in di cantù... aidème quajcun.

STORPIO                            -  Ohj che no sont pü capaze de gnir via de sta caregiada, che i me sont s'cepade le rode del careti(n), a gnirò a crepare chì loga de fame, se no m'aìda quajcun.

CIECO                                 -  Gh' avevi un sì bravo cagnaso che ol me scumpagnava... ol m'è scapad arenta a una cagna in fregula... amanch mi credi che la sia stada femena sta cagna, che ag vedi miga mi e no podi es seguro... ch'ol podria anch'ess stad un can sporcel viziuso, o un gato smorbioso che am l'ha fait inamurat, ol me can.

STORPIO                            -  Aìda, aìda... no gh'è njuno che g'abia quatro ro­de nove da imprestame pol me caretì? Deo Segnor, fame la grazia d'averghe quatro rode!

CIECO                                 -  Chi è che s'lamenta che ol vole le rode de Deo?

STORPIO                            -  Sont mi quel, ol sciancat instorpiat coi rodi s'cepadi.

CIECO                                 -  Vegna arenta de mi, da sta oltra banda d'la strada, che vedarò d'aidat... No che no podarò vedar... almanch d'on miracolo... Ma ben, vedarem!

STORPIO                            -  A no podo miga gnì lilò... Deo malediga toeti i rodi del mundo e a faga gnì quadrade che i no podan pü andà intorno a rudulà.

 CIECO                                -  Oh se potessi fare in modo di venire io dritto fino a te... stai sicuro, guarda, che ci starei fino (per­fino) a caricarti sulle mie spalle tutto intero, salvo (meno) le ruote e il carrettino! Ci trasformeremmo in una creatura sola da due che siamo... e avremmo soddisfazione entrambi. Io andrei in giro con i tuoi occhi di te e tu con le mie gambe di me.

STORPIO                            -  Oh che pensata! Devi avere un gran cervel­lo tu, pieno di ruote e rotelle. Oh che il Signore Iddio m'ha fatto la grazia di imprestarmi le ruote del tuo cervello per farmi andare intorno di nuovo a domandare la carità!

CIECO                                 -  Seguita a parlare che mi orizzonto... vado be­ne in questa direzione?

STORPIO                            -  Sì, vieni tranquillo che sei sulla rotta giusta.

CIECO                                 -  Per non inciampare è meglio che mi metta a gattoni (a quattro zampe). Ehilà, vado sempre drit­to?

STORPIO                            -  Appoggia un po' a sinistra... no, esagerato! Quella è una virata... Getta l'ancora e torna indie­tro... bene... fuori i remi, su le vele... raddrizza, rad­drizza... bene, vieni sicuro adesso.

CIECO                                 -  Mi hai preso per un galeone? Allungami una mano quando ti sono appresso (vicino).

STORPIO                            -  Ma te le allungo tutt'e due le mani! Vieni, vieni, bel bambino della tua mamma, che ci sei... No! sacramento... non andare via di deriva... rad­drizza a destra... Oh, il mio barcone di salvataggio...

CIECO                                 -  Ti ho preso? Sei tu, proprio tu?

STORPIO                            -  Sono io quello, o bel guercione dorato... fat­ti abbracciare!

CIECO                                 -  Non sto più nella pelle per la contentezza, ca­ro il mio storpiato! Vieni che ti carico... montami sulle spalle...

STORPIO                            -  Ci monto sì... rivoltati all'incontrario (di spalle)... stai basso con la schiena... Issa! Ci sono!

CIECO                                 -  Ohi, non picchiarmi (piantarmi) i ginocchi nel­le reni... che mi spezzi.

STORPIO                            -  Perdonami... è la prima volta che monto a cavallo, non ci sono abituato. Ohi tu, fai attenzione a non sbattermi (farmi rotolare) di sotto, mi racco­mando.

CIECO                                 -  Stai sicuro che ti terrò caro, compagno (ugua­le) se tu fossi un sacco di rape rosse. Tu fammi la guida pulito (bene) piuttosto... da non mandarmi a pestare lo sterco delle vacche.

STORPIO                            -  Farò attenzione, va' schiacciato (rilassato, tranquillo): piuttosto, non hai un ferro da cacciarti in bocca che faccia da morso e un paio di cinghie

 CIECO                                -  Oh se as poderose far de manera de gnì mi de drisada infìna a ti... stat seguro, varda, che ag starìa fin a cargarte in sora a e spale de mi tuto intrego, salvo le ro­de e ol careti! Agh strasfurmarem in t'una criatura so­la de doj che semo... e g'avariem satisfasion intramboli. Mi andarìa intorna co i to ogi de ti e ti co i me gambi de mi.

STORPIO                            -  Ohj che pensada! Dei d'averghe on gran zervelo ti, pign de rode e rodele. Ohj che el Segnur Deo m'ha fait la grazia de 'mprestarme le rode del to zervelo per farme andare inturna de novo a dimandar la carità!

CIECO                                 -  Sigùta a parlà che me orisunti... vag ben in sta diresiun?

STORPIO                            -  Sì, vegn tranquill che at siet sora la rota giusta.

CIECO                                 -  Par no topigar a l'è mejor che am büti gatoni. Là, a vag semper de drita?

STORPIO                            -  Pogia un poc de manca... no, esagerat! Quela a l'è una virada... Büta l’ancura e torna in drio(drè)... bon... föra i remi, su le vele... driza, driza... ben, vegn siguro ades.

CIECO                                 -  At m'hait catat per un galeon? Slungame una man quando at sont apres.

STORPIO                            -  Ma te 'e slonghi tote e doie e mane! Vegn, vegn, bel fiolì de la toa mama... ch'ag set... No!... cramentu... no andar via de deriva... driza a la drita... Oh, ol me barcon de salvatagio...

CIECO                                 -  A t'hait catat? A t se' ti, proprio ti?

STORPIO                            -  A sont mi quel, o bel sguercion dori'... fat imbrasà!

CIECO                                 -  Ag stait pü in d'la pel d'la contentesa, caro ol me sturpiat! Vegn che te carego... montame su e spale...

STORPIO                            -  Ag monti sì... rivoltes a l'incontrari... sta' bas con la s'cena... Issa! Ag son.

CIECO                                 -  Ohj, no picarme i ginogi in le reni... co ti me s'cionchi...

STORPIO                            -  Perdoname... o l'è la prema voelta co munti a cavalo, no gh' sont abitüat. Ohj ti, fag atension a no sbortolame de soto, me aricomando.

CIECO                                 -  Stat seguro che at tegnirò caro, compagn ch'ai füdeset on sach de rape rose. Ti fame da guida polito pitost... de ne mandarme a pestà i buagne di vacch.

STORPIO                            -  Fagarò atensiù, va' schiscio: pitosto, no ti g'ha un fero de casciarte in boca a fag de morso e un para de da attaccarti al collo? Mi sarebbe più facile menarti (portarti) intorno.

CIECO                                 -  Oh bene: mi hai preso per un asino? Ohimè come pesi! Come va che sei così pesante?

STORPIO                            -  Cammina... non consumare il fiato... ahrii! Trotta, mio bel sguerciotto, e fai attenzione che quando ti tiro l'orecchio di sinistra, tu dovrai gi­rare a sinistra... e quando tiro...

CIECO                                 -  Ho capito! Ho capito... non sono mica un asi­no. Oh! Boia, bestia, sei troppo pesante!

STORPIO                            -  Pesante io?... Ma sono una piuma... una far­falla!

CIECO                                 -  Una farfalla di piombo, che se ti lasci cadere per terra fai un buco da trovare l'acqua sorgiva... sangue di Dio! Hai mangiato un'incudine di ferro per colazione?

STORPIO                            -  Sei matto, sono due giorni che non mangio.

CIECO                                 -  Bene, ma saranno pure due mesi che non caghi.

STORPIO                            -  Oh che spiritosaggine: Dio mi venga testi­mone... sono sei giorni appena che non vado di corpo.

CIECO                                 -  Sei giorni? Due pasti almeno al giorno fanno dodici coperti. San Gerolamo protettore dei facchi­ni, sono dietro a portarmi intorno (sto portandomi in giro) un magazzino di scorte per un anno di ca­restia. Mi dispiace ma io ti scarico qui e tu fai il sacrosanto piacere di andare a scaricare l'immagaz­zinamento illegale!

STORPIO                            -  Fermati, non senti questo fracasso?

CIECO                                 -  Sì, mi sembra di gente che grida e che bestem­mia! Contro chi è che gridano?

STORPIO                            -  Fatti un po' più indietro che cercherò di guardare... appoggia qui... Bene, adesso lo vedo... ce l'hanno con lui... povero Cristo.

CIECO                                 -  Povero Cristo a chi?

STORPIO                            -  A lui, Cristo nella persona (in persona)... Gesù, figlio di Dio!

CIECO                                 -  Figlio di Dio? Quale?

STORPIO                            -  Come: quale? L'unico figlio, ignorante! Un figlio santissimo... e dicono che fa cose mirabili, meravigliose: guarisce le malattie, le peggiori e tre­mende che ci sono al mondo, a chi le sopporta con anima gioiosa. Dunque è meglio che sbaracchiamo da questa contrada.

CIECO                                 -  Sbaraccare? E per quale ragione?

STORPIO                            -  Perché non posso accettare questa condizio­ne con allegria. Dicono che se questo figlio di Dio venisse a passare da questa parte, io verrei miraco­lato di colpo... e tu anche, nella stessa maniera... Pensaci un po', se davvero ci capita a tutti e due la cinghie de tacarte al colo? Am saria più(pi) fazile a me-narte intorna.

CIECO                                 -  Oh ben: ti m'hait catat par un asin? Ojamì come te peset! Come ol va che et così pesantu?

STORPIO                            -  Camina... scunsüma miga ol fiat... ahrii! Trota, me bel sguerciot, e fag atension che quand te tiri l'oregia de manca, ti te duarèt voltar de manca... e quando tiri...

CIECO                                 -  Hait capit ! Hait capit... sont miga un asen. Ohj'. Boia, bestia, at set trop pesantu!

STORPIO                            -  Pesantu mi?... Ma sont 'na pluma... una parpaja.

CIECO                                 -  Una parpaja de piombo, che se al lasi burlat par tera at fait un buso de trovarghe l'acqua sorgiva... sanguededio! T'hait magnà un incuden de fero a colasion?

STORPIO                            -  A ti se mato, a son doj giorni che no magno.

CIECO                                 -  Bon, ma i saran puranco doj mesi che no ti caghi.

STORPIO                            -  Ohj che sberlüsciadi: Deo me vegna a testimo­ni... ai sont sie die a pena che no i vag de corpo.

CIECO                                 -  Sie die? Doi pasti almanco al giorno ai fano dodese coverti. San Gerolamo protetor de i fachini, e son drio a portarme intorna un magaseno de scorta par un ano de carestia. Am despiase ma mi at scarego chi loga e ti am fet ol sacrosanto piaser d'andarte a scarigar ol magasinamento inlegale!

STORPIO                            -  Fermate, no'l senti sto fracaso?

CIECO                                 -  Sì, ol me pare de zente che cria e biastema! Contra a chi l'è che i vosa?

STORPIO                            -  Fait un poc pü in drio che 'ag sciaro de vardarghe... lilò pogia... Bon, adeso ol vedi... ag l'han con l’ü... povaro Cristo.

CIECO                                 -  Povaro Cristo a chi?

STORPIO                            -  A lü, Cristo in la persona... Jesus, fiol de Deo!

CIECO                                 -  Fiol de Deo? Lo qual?

STORPIO                            -  Come: lo qual? Lo unigo fiol, gniurantu! Un fiol santisim... e i ghe dise che ol fa robe mirabil, meravegiose: ol guarise e maladie, le pejor tremende co gh'è al mundo, a chi e soporta con l'anema zoiosa. Donca a l'è mejor che sbaracheme de sta contrada.

CIECO                                 -  Sbaracar? E par qual reson?

STORPIO                            -  Parché mi no podo tor sta condision con alegresa. I dise che se sto fiol de Deo ol gnise a pasar de chi loga, mi gnerìa miracolat d'un boto... e ti anca, a la misma manera... Pensaghe un poc, se davero ghe cata a disgrazia di essere liberati dalle nostre disgrazie! Di colpo ci troveremmo nella condizione d'essere obbligati a prenderci un mestiere per poter cam­pare.

CIECO                                 -  Io direi di andare incontro a questo santo, che ci tiri fuori da questa disgrazia maledetta.

STORPIO                            -  Dici davvero? Verrai miracolato, bene, e ti toccherà crcpare di fame... che tutti ti grideranno: «Vai a lavorare!...»

CIECO                                 -  Ohi che mi vengono i sudori freddi nel pen­sarci...

STORPIO                            -  «Vai a lavorare, vagabondo, - ti diranno, - braccia rubate alla galera...» E perderemmo il gran­de privilegio che abbiamo uguale ai signori, ai pa­droni, di prendere la gabella: loro allungando (in­grandendo) i trucchi della legge, noi con la pietà. I (tutti e) due a gabbare (imbrogliare) coglioni!

CIECO                                 -  Andiamo, scappiamo via da questo incontro con il santo, che io voglio piuttosto morire. Ohi mamma di me (mia)... andiamo... andiamo di vo­lata al galoppo... attaccati alle orecchie, (in modo) da guidarmi il più lontano che tu puoi da questa città! Andremo fuori anche dalla Lombardia... An­dremo in Francia o in un sito (luogo) dove non po­trà arrivare giammai questo Gesù figlio di Dio... Andremo a Roma!...

STORPIO                            -  Stai fermo, fermo, spiritato ammattito, che mi cadi in terra...

CIECO                                 -  Ohi, ti prego, salvami!

STORPIO                            -  Stai buono... che ci salveremo tutti e due in compagnia... non c'è ancora pericolo, che la proces­sione che mena (accompagna) il santo non si è an­cora mossa.

CIECO                                 -  Cosa fanno?

STORPIO                            -  L'hanno legato a una colonna... e sono die­tro a picchiarlo (stanno picchiandolo). Ohi come picchiano, 'sti scalmanati!...

CIECO                                 -  Oh povero figlio... perché lo picchiano? Cosa gli ha fatto a loro... 'sti scalmanati?

STORPIO                            -  È venuto a parlargli di essere tutti amorosi, uguale a (come) tanti fratelli. Ma tu guarda bene di non lasciarti prendere da compassione per lui, che è il più gran pericolo di (per) essere miracolati.

CIECO                                 -  No, no, non ho compassione... che per me non è nessuno, quel Cristo... che non l'ho mai conosciu­to io... Ma dimmi cosa gli fanno adesso...

STORPIO                            -  Gli sputano addosso... schifosi maiali, in faccia gli sputano...

CIECO                                 -  E lui cosa fa... cosa dice, 'sto poveraccio santo figlio di Dio? tu ti e doj la desgrazia de ves liberadi di nostri desgrazi! D'un boto ag s'trovarìam in la cundision d'es obligat a tor via un mestier per impoder campare.

CIECO                                 -  Mi a digaria d'andarghe in contra a sto santo, che ol ghe traga fora de sta sventura malarbeta.

STORPIO                            -  At dighi de bon? At gnirat miracolat, bon, e at tocherà crepar de fame... che toeti i te criaran: «Vagj a lavorar!...»

CIECO                                 -  Ohj che me cata i sudori fregi in del pensarghe...

STORPIO                            -  «Vagj a lavorar, vagabondo, - i te diserà, - brasce robade a la galera...» E a perderesmio ol gran previlez che g'avemo in pari ai siori, ai paroni, de tor gabela: lori col slongar i truchi de la lege, nojaltri con la pità. Li doi a gabar cojoni!

CIECO                                 -  Andemo, scapemo via de sto incontro col santo, che mi a vói pitosto morir. Ohj mama de mi... 'ndern... 'ndem de vulada al galop... tachete a e orege, da guidarme pi lontan che ti poli de sta cità! Andarem fora anch de Lombardia... Andarem in Franza o in un sito dove no podarà rivar gimai sto Jesus fiol de Deo... Andaremo a Roma!...

STORPIO                            -  Sta' calmo, calmo, spiritat matido, che ti me sgropi in tera...

CIECO                                 -  Ohi, te pregi, salvame!

STORPIO                            -  State bon... che ag salveremo tot doj in compa­gnia... no gh'è anc 'mo pericolo, co la procesion che me­na ol santo no la s'è anc'mo movüda.

CIECO                                 -  Ag fan cos'è?

STORPIO                            -  L'han ligat a una colona... e i è dre' a pical. Ohj come i pica, sti scalmanat!...

CIECO                                 -  Oh poer fiol... perché ol pichen? Cos ol g'ha fait a lori... sti scalmanat?

STORPIO                            -  L'è gnì a parlag de ves tüti amorosi, compagn de tanti fradeli. Ma ti varda ben de no lasarte miga catar de cumpassion par lü, che o l'è ol pü gran pericol de ves miraculat.

CIECO                                 -  No, no... no g'ho compasion... che par mi no l'è nisün quel Crist... che no ghe l'ho gimai cognosüdo mi... Ma dime cosa ag fan adeso...

STORPIO                            -  Ag spüen adoso... sgarusi purscel, in facia ag spüen...

CIECO                                 -  E lü, cosa ol fa... cosa ol dise, sto poraso santo fiol de Deo?

 STORPIO                           -  Non dice, non parla, non si ribella... e non li guarda neanche da arrabbiato, quegli scalmana­ti...

CIECO                                 -  E come li guarda?

STORPIO                            -  Li guarda con malinconia.

CIECO                                 -  Oh caro figlio... non dirmi più niente di quel­lo che va succedendo che mi sento stringere lo sto­maco... e freddo al cuore, che ho paura che debba essere qualcosa che assomiglia alla compassione.

STORPIO                            -  Anch'io sento il fiato che mi si ferma in gola e i brividi alle braccia... Andiamo, andiamo via da qui.

CIECO                                 -  Sì, andiamo a chiuderci in uno di quei luoghi dove si possa fare a meno di venire a conoscere questi fatti dolorosi. Io conosco un'osteria...

STORPIO                            -  Ascolta!

CIECO                                 -  Cosa?

STORPIO                            -  Questo gran fracasso... qui vicino.

CIECO                                 -  Non sarà mica il santo figlio che arriva?

STORPIO                            -  Oh, Dio grazia (per grazia di Dio), non mi far spaventare che saremmo perduti... là attorno al­la colonna non c'è più nessuno...

CIECO                                 -  Nemmeno Gesù figlio di Dio? Dove si sono cacciati?

STORPIO                            -  Sono qua... eccoli che arrivano tutti in pro­cessione... siamo rovinati!

CIECO                                 -  C'è qui anche il santo?

STORPIO                            -  Sì, è nel mezzo... e l'hanno caricato di una croce pesante, poveretto!...

CIECO                                 -  Non stare a perderti in compassione... sbrigati piuttosto a guidarmi in qualche luogo dove possia­mo nasconderei ai suoi occhi...

STORPIO                            -  Sì, andiamo... appoggia a destra... corri, cor­ri, prima che ci possa guardare, questo santo mira­coloso...

CIECO                                 -  Ohi, mi sono azzoppato a una caviglia... (tan­to) che non sono più capace di muovermi.

STORPIO                            -  Ti venga un cancro, proprio adesso?... non potevi guardare dove mettevi i piedi?

CIECO                                 -  Eh no che non potevo guardare... che io sono CIECO           -  e non mi posso vedere i piedi! Come non pos­so? Sì che li posso vedere... me li vedo! Mi vedo i piedi... o che bei due piedi che ho! Santi belli... con tutte le dita... quante dita? Cinque per piede... e con le unghie grossette e piccoline degradanti in fila... Oh, vi voglio baciare tutte, una per una.

STORPIO                            -  Matto... statti (stai) buono che mi rovesci.

 STORPIO                           -  No dise... no '1 parla... no '1 se rebela... e no i varda miga d'inrabìt, a quei scalmanat...

CIECO                                 -  E come i varda?

STORPIO                            -  I varda con malencunia...

CIECO                                 -  O car fiol… no me dighi pü nagota de quel che va a süced che mi am senti sgriscì ol stomego... e freg al core, che g'ho pagüra che abia ves quajcos che somegia a la compasion.

STORPIO                            -  Anch mi am senti ol fiat che am sgiungia al gargaroz e i sgrisci in d'i brasci... Andem, andem via de chi loga.

CIECO                                 -  Sì, 'ndem a serarse in quai lögu dua as poda fa' a men de gnì a cugnusar di sti robi dulurusi. Mi cognoso una hosteria...

STORPIO                            -  'Scolta!

CIECO                                 -  Cosa?

STORPIO                            -  Sto gran frecas... chi a renta.

CIECO                                 -  No sarà miga ol santo fiol che ariva?

STORPIO                            -  Oh, Deo grazia, no me farme stremire che saresimo perdüj... là intorna a la culona non gh'è pù niuno...

CIECO                                 -  Ne manco ol Jesus fiol de Deo? Dove i se son casciadi?

STORPIO                            -  I son qua... ecoi che i riva toeti in procesion... a semo ruinadi!

CIECO                                 -  A gh'è chì anco ol santo?

STORPIO                            -  Sì, a l'è in d'ol meso... e l'han cargado d'una crose pesanta, ol poareto!...

CIECO                                 -  No stat a perderte in compasione... desbregate pitosto a guidarme in quai lögu indoe ghe podemo nascon­dere ai so ogi...

STORPIO                            -  Sì, andemo... pogia de drita... cori, cori, prima che ol ghe poda vardà, sto santo miracoloso.

CIECO                                 -  Ohj che me sont inzupad in d'una cavegia... che no sont più capaz de moverme!

STORPIO                            -  Te vegna un cancaro, improprio adeso?... no ti podevi guardare in do te metevi i pie?

CIECO                                 -  Eh no che no podevo vardare... che mi sont sguer­cio e no me podo vedar i pie! Come no i podo? Sì che i podo vedar... me i vedo! Me vedo i pie... o che bei doj pie che g'ho! Santi bei... con tuti i didi... quanti didi? Cinco par pie... e coi ongi grosete e picinine disgradante in fila... Oh, voi basarve toti, a un par uno.

STORPIO                            -  Mato... staite bon che ti me stravachi. Ohj... Ohi... che mi hai accoppato... disgraziato... se po­tessi prenderti a pedate... tieni! (gli dà una pedata).

CIECO                                 -  Oh meraviglia... vedo anche il cielo... e gli al­beri... e le donne! (Come se le vedesse passare) Che belle le donne!... Non tutte!

STORPIO                            -  Ma sono stato proprio io che ti ho dato la pedata? Fammi provare di nuovo: sì... sì... Che sia maledetto questo giorno... sono rovinato!

CIECO                                 -  Sia benedetto questo figlio santo che mi ha guarito! Vedo quello che non ho mai visto in vita mia... ero stato (una) grama bestia a volermene scappare da lui, che non c'è cosa più dolce e gioiosa al mondo che valga la luce.

STORPIO                            -  Il diavolo abbia a portarselo via e con lui, assieme, quelli che gli sono riconoscenti... Dovevo proprio essere tanto maledetto sfortunato da essere guardato da quell'innamorato (uomo pieno d'amo­re)? Sono disperato! Mi toccherà morire di budelle vuote... mi mangerei queste gambe risanate belle crude, per il dispetto!

CIECO                                 -  Matto ero io, adesso lo vedo bene, a scappare dal buon cammino per tenermi su quello oscuro... che non sapevo io 'sto gran premio che fosse il ve­derci! Oh belli i colori colorati... gli occhi delle donne... le labbra e il resto... belle le formiche e le mosche... e il sole... non ne posso più che venga notte per vedere le stelle e andare all'osteria a sco­prire il colore del vino! Deo gratias, figlio di Dio!

STORPIO                            -  Ohimè (Povero me)... che mi toccherà an­dare sotto a un padrone a sudar sangue per man­giare... Oh mala sventura sventurata e porca... Do­vrò andare intorno a cercarmi un altro santo che mi faccia la grazia di storpiarmi di nuovo i gar­retti...

CIECO                                 -  Figlio di Dio meraviglioso... non ci sono pa­role né in volgare né in latino che possano dire co­me sia un fiume in piena, la tua pietà! Schiacciato sotto una croce, hai ancora in aggiunta tanto amo­re da pensare perfino alle disgrazie di noialtri di­sgraziati!... che ti m'ha copad... disgrasio... at podesi tor a pesciadi... toi! (gli dà una pedata).

CIECO                                 -  Ohj maravegia... ag vedi anca ol ciel... e i arbori... e le done! (Come se le vedesse passare) Bele, le done!... Miga tute!

STORPIO                            -  Ma sont stait propi mi che t'ho molat la pesciada? Fame provar de novo: sì... sì... C'ol sia malarbeto sto giorno... a sont roinat!

CIECO                                 -  Ol sia benedeto sto fiol santo che ol m'ha guarit! A vedi quel che no g'ho gimai vedüo in vida mia... e geri stat grama bestia a vorseme scapar de lü, che no gh'è roba pi dolza e zoiosa al mondo co valga la luz.

STORPIO                            -  Ol diavol g'habia a menarselo via e con lü, in­sema, lo quei ch'ag sont recognisenti... Dueva propi es tant malarbìo sfortuna! de ves vardat da quel inamoros? A son desesperat! Am tocherà morir de buele svoie... am magnerìa ste giambe rinsanide bele crüe, p'ol despet!

CIECO                                 -  Mato a gero mi, mo ol veghi ben, a scapare del bon camino par tegnirme su quelo scuro... che non saveva mi sto gran premio co fuse ol vederghe! Oh beli i colori coloradi... i ogi de e done... i lavri e ol rest... beli i formighi e e mosche... e ol sole... ag podi pü che vegna note par vedeg i stele e gni a l'ostaria a descovrir ol color del vin! Deo grazia, fiol de Deo!

STORPIO                            -  Ohj me mi... che 'm tocarà andar de sota a un padron a südar sangu per magnar... Ohi mala sventura sventurada sporscela... dovarò 'ndarme intorna a cerciarme un altro santo che ol me faga la grazia de storpiarme de novo i gareti...

CIECO                                 -  Fiol de Deo maraviglioso... no gh'è parole né in volgar né in latino che poden di' co l'è un fium in piena, la tua pità! Schisciad sota una crose, ti g'ha anc'mo de giunta tanto amor de pensarghe pur anco e a desgrasiò de noj alteri disgrasiat!... …lo vedete, è il personaggio sotto le frasche, e tutt'intorno il popolo festante -; Bacco; e infine la discesa di Dioniso al­l'inferno. Dioniso è una divinità greca, di origine tessalico-minoica, di quindici secoli avanti Cristo. Di lui si racconta che era talmente preso d'amore per gli uomini che, quando un demonio venne sulla terra e rubò la primavera per por­tarsela all'inferno e godersela tutta per sé, si sacrificò per gli uomini: salì in groppa a un mulo, scese all'inferno e pagò di persona, con la propria vita, pur di permettere agli uomini di riavere la primavera.Ebbene, anche Gesù Cristo, quindici secoli dopo, è quel Dio che viene sulla terra per cercar di ridare la primavera agli uomini. La primavera, come ho detto prima, è la digni­tà: lo stesso tema di un altro pezzo che vedremo dopo. In mezzo c'è Bacco, il dio dell'allegrezza, dell'ebbrezza addirit­tura, dell'andare in sgangherataggine ed essere felici.Questo incastrare le divinità l'una dentro l'altra, notate, non è casuale: è una tradizione continua, nella storia delle religioni di tutti i popoli.A raccontare questa storia, dunque, abbiamo il perso­naggio dell'ubriacone, personaggio-guida di questa giullarata. Il personaggio racconta come, andato ad una festa nu­ziale, si sia ubriacato con il vino fabbricato, inventato espressamente da Gesù Cristo. Gesù Cristo, dunque, che diventa Bacco: e che ad un certo punto viene rappresentato in piedi, sopra un tavolo, mentre urla a tutti i commensali: «Imbriaghive, gente, feite alegreza, inciuchive, feit debon». Siate felici, è questo che conta: non aspettate il paradiso do­po, il paradiso è anche qua sulla terra. Proprio il contrario di quello che ci insegnano a dottrina, da ragazzini, quando ci spiegano che, insomma, bisogna pur sopportare... siamo in una valle di lacrime... non tutti possono essere ricchi, c'è chi va bene e chi va male, ma poi tutto viene compen­sato dall'altra parte, quando saremo in cielo... state tran­quilli, state buoni e non rompete le scatole. Questo, più o meno. Ora, invece, questo Gesù Cristo della giullarata dice: «Rompete pure le scatole e state in allegria». Due sono i personaggi legati a questa rappresentazione: l'ubriaco e l'angelo. L'angelo, meglio un arcangelo, vorreb­be raccontare il prologo di uno spettacolo sacro, dentro i canoni tradizionali; l'ubriaco, carogna, gli vuol rovinare tutto quanto per raccontare la sbronza che s'è presa duran­te le nozze di Cana. L'angelo parla un veneto aristocratico, elegante, forbito; l'altro in un dialetto campagnolo, becero, pesante, e fortemente colorito. Eseguo il pezzo da solo, e non per un eccesso di esibizionismo: abbiamo provato a re­citarlo in due attori, e abbiamo scoperto che non stava in piedi. Perché quasi tutti questi testi sono stati scritti per essere eseguiti da uno solo. I giullari lavoravano quasi sem­pre da soli: ce ne rendiamo conto dal fatto che, nel testo, tutto è alluso attraverso sdoppiamenti, indicazioni. Cosic­ché, attraverso questo gioco dell'immaginazione, tutta la carica di poesia e di comicità viene raddoppiata. Proprio come succede davanti al televisore, dove, per evitare che tu faccia fatica, ti dànno tutti i particolari; e tu te ne stai li, un po' beota, ti puoi addormentare, digerire, fare i ruttini rotondi... e il giorno dopo sei pronto per an­dare a lavorare, libero di testa e pronto a farti sfruttare di nuovo. Qui, invece, bisogna far la fatica di immaginare. Allora, quando sarò da questa parte della scena (indica a sinistra), sarò l'angelo, aristocratico, con bei gesti; quan­do sarò di là (indica a destra), sarò l'ubriaco.

(fino a quando il personaggio dell'angelo rimarrà in sce­na, ne verrà proiettata sul fondo l'immagine:foto 11).

Foto 11. Un «Angelo», di Cimabue. Assisi, Triforio di San Francesco (fine secolo XIII).

 LE NOZZE DI CANA

ANGELO                            -  (al pubblico) Fate attenzione, brava gente, che io voglio parlarvi di una storia vera, una sto­ria che è cominciata...

UBRIACO                          -  Anch'io vi voglio raccontare di una sbron­za... di una ubriacatura...

ANGELO                            -  Ubriacone!...

UBRIACO                          -  Vorrei parlarvi...

ANGELO                            -  Zitto... non parlare!

UBRIACO                          -  Ma io...

ANGELO                            -  Zitto... devo sprologare io, che sono il pro­logo! (Al pubblico) Buona gente, tutto quello che vi andremo a raccontare sarà tutto vero, tutto inco­mincia dai libri e dai vangeli. Tutto quello che è sortito non è di fantasia...

UBRIACO                          -  Anch'io vi voglio raccontare, non di fanta­sia: mi sono presa una ubriacatura cosi dolce, una ubriacatura bellissima che non voglio più ubriacar­mi al mondo per non dimenticarmi di questa ubria­catura bellissima che ho addosso adesso. Che è una ubriacatura...

ANGELO                            -  Ubriacone !...

UBRIACO                          -  Vorrei raccontare...

ANGELO                            -  No! Tu non racconti... eh?!

UBRIACO                          -  Eh... ma io...

ANGELO                            -   SSSSS!...

UBRIACO                          -  Ma io... no?

ANGELO                            -  Buona gente... Tutto quello che andremo a raccontarvi sarà tutto vero, tutto è sortito dai libri e dai vangeli. Quel poco che ci abbiamo aggiunto di fantasia...

UBRIACO                          -  (piattissimo) Dopo vi racconto di una ubria­catura bellissima...

ANGELO                            -  Oh! UBRIACO          - ne...

UBRIACO                          -  Non facevo niente... solo col dito.

 

LE NOZZE DI CANA

ANGELO                            -  (al pubblico) Feite atenzion, brava zente, che mi voi parlarve de una storia vera, una storia che l'è cominzada...

UBRIACO                          -  Anco mi ve voi contare de ona cioca... de un'imbriagadura...

ANGELO                            -  'Briagon!...

UBRIACO                          -  Vorìa parlarve...

ANGELO                            -  Cito... no parlare!

UBRIACO                          -  Ma mi...

ANGELO                            -  Cito... debio sprologare mi, che son lo sprologo! (Al pubblico) Bona zente, tutto quello che andremo a contare ol sarà tuto vero, tuto recomenzao dai libri o dai vanzeli. Tuto quelo che l'è sortìo non elo de fanta­sia...

UBRIACO                          -  Anco mi voi contar, no de fantasia: me son catat un'imbriagadura sì dolza, una cioca belisima che non me vogio catar gimai più cioche al mondo per non desmentegarme de questa cioca belisima che g'ho adoso adesso... Che l'è una cioca,..

ANGELO                            -  'Briagon!...

UBRIACO                          -  Vorria contare...

ANGELO                            -  No! Ti non te conti... eh?!

UBRIACO                          -  Eh... ma mi...

ANGELO                            -   SSSSS!...

UBRIACO                          -  Ma mi... no?...

ANGELO                            -  Bona zente... Tuto quelo che andaremo a contarve ol sarà tuto vero, tuto o l'è sortìo dei libri o dei van­zeli. Quel poco che gh'em tacat de fantasia...

UBRIACO                          -  (piattissimo) Dopo ve racconto de una cioca be­lisima...

ANGELO                            -  Oh! imbriagon...

UBRIACO                          -  Non fazeva niente... solamente col dido!

 ANGELO                           -  Neanche col dito.

UBRIACO                          -  Ma non faccio rumore col dito!

ANGELO                            -  Fai rumore... rrrr...

UBRIACO                          -  Faccio rumore col dito?!... Beh, lo farò col cervello... Io penso... penso... penso... e con gli oc­chi... e loro capiscono!

ANGELO                            -  No!

UBRIACO                          -  Ma non faccio rumore col cervello...

ANGELO                            -  Fai rumore!

UBRIACO                          -  Faccio rumore col cervello? Boia!... Sono ubriaco  davvero... Maria Vergine!

ANGELO                            -  Non fiatare!

UBRIACO                          -  Come? Non posso fiatare? Nemmeno col naso?... Scoppierò! E...

ANGELO                            -  Scoppia!

UBRIACO                          -  Ah... ma... se scoppio farò rumore, eh!

ANGELO                            -  Sssss!

UBRIACO                          -  Ma... io...

ANGELO                            -  Di tutto quello che andremo a raccontare sarà tutto vero, tutto è sortito dai libri, dai van­geli: quel poco che vi abbiamo aggiunto di fanta­sia...

L'UBRIACO                       -  si avvicina all'angelo e gli strappa una piuma.

UBRIACO                          -  (pianissimo, mimando di far volare la piuma) Oh, che bella piuma colorata...

ANGELO                            -  Ubriacone!...

UBRIACO                          -  (sussulta e mima di ingoiare la piuma, tossi­sce) Eh... ma...

ANGELO                            -  Sssss...

UBRIACO                          -  Eh, ma io... non...

ANGELO                            -  Tutto quello che andremo a raccontare sarà tutto vero, tutto è sortito dai libri, dai vangeli... (L'UBRIACO  -  torna vicino all'ANGELO    -  e gli strappa delle altre piume, mima l'ammirazione per le medesime, si fa vento e si pavoneggia. L’angelo  se ne accorge) Ubriacone!...

UBRIACO                          -  Eh?... (Buttando in alto le piume) Nevica...

ANGELO                            -  Ma vuoi sortire da questo palco?!...

UBRIACO                          -  Io sortirei volentieri, se tu mi accompagni, che io non sono capace di tirare (buttare) avanti un piede... che casco, vado a sbattere il grugno per terra... Se tu sei tanto buono da accompagnarmi, poi io ti racconto di questa ubriacatura bellissima...

 ANGELO                           -  Nemanco col dido.

UBRIACO                          -  Eh, ma non fago rumor col dido!

ANGELO                            -  Ti fa'rumor... rrrrr...

UBRIACO                          -  Fago rumor col dido?... Lo fagarò col servelo... Mi ghe penso... penso... penso... e coi ogi... e loro i capise!

ANGELO                            -  No!

UBRIACO                          -  Ma non fago rumor col servelo...

ANGELO                            -  Ti fa' rumor!

UBRIACO                          -  Fago rumor col servelo? Boia!... Son imbriago da vero... Maria Vergine!

ANGELO                            -  No fiadar!

UBRIACO                          -  Come? Non podo fiadar?... Manco col naso?... A s'cioparò! E…

ANGELO                            -  S'ciopa!

UBRIACO                          -  Ah... ma... se a s'cioparò a fagarò rumor, ah!

ANGELO                            -  Sssss!

UBRIACO                          -  Ma... mi...

ANGELO                            -  De tuto quelo che andaremo a contar el sarà tuto vero, tuto o l'è sortìo dai libri, dai vanzeli: quel poc che gh'em tacat de fantasia...

L'UBRIACO                       -  si avvicina all'angelo e gli strappa una piuma

UBRIACO                          -  (pianissimo, mimando di far volare la piuma) Uhi, che bela pluma colorada...

ANGELO                            -  'Briagon!...

UBRIACO                          -  (sussulta e mima di ingoiare la piuma, tossisce) Eh... ma...

ANGELO                            -   Sssss!

UBRIACO                          -  Eh, ma mi... non...

ANGELO                            -  Tuto quelo che andaremo a contar el sarà tuto vero, tuto o l'è sortìo dai libri, dai vanzeli... (l'ubriaco torna vicino all'angelo e gli strappa delle altre piume, mima l'ammirazione per le medesime, si fa vento e si pavoneggia. l'angelo se ne accorge) 'briagon!...

UBRIACO                          -  Eh?... (Buttando in alto le piume) Nevega...

ANGELO                            -  Ma ti vol sortir da sto palco? !...

UBRIACO                          -  Mi sortarìa volentera se ti me t'accompagni, che mi no son capaz de tra' avanti un pie... ca me stravaco, a me ribalto an grugnarme par tera... Se ti et tanto bon de compagnarme, dopo mi te conto de sta cioca belissima...

 ANGELO                           -  Non mi interessa di questa ubriacatura... Fuori!... Fuori!... Ti caccio fuori a pedate veh!...

UBRIACO                          -  Ah! mi cacci a pedate?

ANGELO                            -  Sì, a pedate... Fuori!...

UBRIACO                          -  Gente!... Avete ascoltato? Un ANGELO       -  che mi vuol buttare fuori a pedate... a me! Un Angelo  - ... (Aggressivo rivolto verso l’angelo ) Vieni... vieni, angiolone... vieni a buttarmi fuori a pedate, a me! Che io ti strappo le penne come a una gallina... ti strappo le penne a una a una, anche dal culo... dal di dietro... Vieni, gallinone... Vieni!

ANGELO                            -  Aiuto... Non toccarmi... Aiuto... Assassino... (Fugge).

UBRIACO                          -  Assassino a me?!... Avete ascoltato?... Mi ha detto assassino... Io che sono così buono che mi esce bontà anche dalle orecchie... che mi si rovescia per terra, da scivolarci sopra... E come potrei non essere buono con questa sbronza bellissima che ho preso? Che io non immaginavo che sarebbe finita così bene questa giornata, che era cominciata in modo maledetto, disgraziato... Io ero invitato a un matrimonio, uno sposalizio, in un luogo qui vicino, che chiamano Cana... Cana... che apposta, dopo, gli diranno: nozze di Cana. Io ero invitato... dico... sono arrivato... c'era già tutto Il banchetto (tavolo) per lo sposalizio pronto, con la roba da mangiare sopra... e nessuno degli invi­tati che fosse seduto a mangiare. Erano tutti in pie­di che davano pedate per terra... che bestemmia­vano. C'era il padre della sposa, davanti ad un mu­ro, che dava testate... a ripetizione, cattivo!... «Ma cosa è successo?» chiedo io... «Oh, disgrazia...» «È scappato lo sposo?...» «Lo sposo è quello che bestemmia più di tutti». «E cosa è successo allo­ra?» «Oh disgrazia... abbiamo scoperto che una botte intera di vino, un tino di vino preparato per il banchetto di matrimonio, si è mutato in aceto». «Oh... oh... tutto il vino in aceto?... Oh, che disgra­zia... sposa bagnata è fortunata, ma bagnata nell'ace­to è disgraziata da schiacciare... da cacciare via!...» E tutti che piangevano, bestemmiavano, la MADRE   -  del­la sposa si stracciava (strappava) i capelli, la sposa piangeva, il padre della sposa dava testate a ripeti­zione nel muro. In quel mentre arriva dentro un giovane, un certo Gesù, uno che gli dicono... figlio di Dio, di soprannome. Non era solo, no, era ac­compagnato dalla sua mamma, una che le dicono (la chiamano) la MaDONNA          - . Gran bella DONNA           - !!! Erano invitati di riguardo che arrivavano giusto

 ANGELO                           -  No me interesa de questa cioca... Fora!... Fora!... Te descàsso fora a pesciade, veh!,..

UBRIACO                          -  Ah! me scasci a pesciade?

ANGELO                            -  Sì, a pesciade.., Fora!..,

UBRIACO                          -  Zente!... Avì ascultat? Un anzol ch'el me vol trar fora a pesciade... a mi! Un anzol!... (Aggressivo ri­volto verso l’angelo ) Vegne… vegne, anzelon… vegne a trarme fora a pesciade, a mi! Che mi te strapeno 'me 'na gaìna… at strapo i plume a una a una, anco dal cul... dal di drio... Vegne, galinon... Vegne!

ANGELO                            -  Aìda... No tocarme... Aìda... Sassinoo... (Fugge).

UBRIACO                          -  Sasino a mi?!,.. Avì scultat?.,. M'ha dit asasino... Mi che sont inscì bon che me sorte bontà fin'anco dale oregie... che me se spantega par tera, svisegarghe soravia... E come podarìa non eser bon con sta cioca belisima c'hoi catat? Che mi non imazinava mia che se sarìa finida si ben sta zornada, ca o l'era cominzada in una manèa malarbeta, desgrasiada... Mi s'eri invitado in un matrimonio, un spusalisio, in un loegu chì tacat arent, che s'ciamen Cana... Cana... che aposta, dopo, ghe digarano: nozze di Cana.  Mi s'eri in­vitato... digo... sono arivato... gh'era già tütu ol banchet per ol spusalizio impruntat, cun la roba de magnar soravìa... e gh'era nisün de invitati che füssen sentat a ma­gnare. Geren tüti in pie ch'oi deveno pesciadi par tera... ch'oi biastemava... O gh'era ol patre de la sposa, davanti a un muro, col dava testunade... a rebatùn, cativo!... «Ma cossa è süccess cosa? » dumandi mì... «Oh, disgrassia...» «A l'è scapat ul sposu?...» «Ul sposu l'è quelu col biastema più de tüti». «E cosa l'è süccessu cus'è?» «Oh, disgrassia... emo discoverto che una botte intera de vin, un tinasso de vin impruntat per ul banchet de matrimoni, ul s'è reversat in aset...» «Oh... oh... tütt el vin in aset?... Oh, che disgrassia... spusa bagnada a l'è furtünada, ma bagnada in t'ul aset l'è disgrassiada de schisciare... de casciare via!...» E tüti che piagneva, bia­stemava, la matre de la sposa la se trasciava i cavej, la sposa la piagneva, ul patre de la spusa dava testunade a rebatùn süll muro. In quel mentre riva dent un giùine, un zùvine, un Certo Jesus, vün de ghe digono... fiol de Deo de sovranome. No l’era sulengo, a no, l’era incumpagnat de la sua mama, vüna che ghe dighen Madona. Gran bela dona!! Eveno invitati de riguardo, che rivaven  con un po' di ritardo. Appena questa signora Ma­DONNA   -  è venuta a sapere di questo pasticcio che c'era in piedi (questo fatto) che si era mutato il vino in aceto, è andata vicino al suo Gesù, figlio di Dio e anche della MaDONNA - , e gli ha detto: «Tu che sei tanto buono, giovane caro, che fai delle cose meravigliose per tutti, guarda se hai il piacere di tirar fuori da questo pasticcio che ha imbaraz­zato (messo nell'imbarazzo) questa povera gente». Appena che ha parlato così la MaDONNA      - , tutti, su­bito, hanno visto spuntargli, fiorirgli sulle labbra di Gesù un sorriso così dolce, ma così dolce su 'ste labbra, che se non stavi attento, per la commozio­ne, ti si staccavano le rotelle (rotule) dalle ginocchia e tombolavano (cadevano) sui ditoni (alluci) dei piedi. Dolce 'sto sorriso!... Appena ha finito di parlare, questo giovane ha dato un bacettino sul naso alla sua mamma e ha detto: «Bene, gente, po­trei avere dodici secchie piene di acqua chiara e pulita? » È stato un fulmine, tracchete, dodici sec­chie sono arrivate lì davanti, piene d'acqua, che io, a vedere tutta quell'acqua in un colpo solo, mi so­no sentito perfino male, mi sembrava di annegare... boia!... S'è fatto un silenzio che sembrava di essere in chiesa al Santus, e questo Gesù si è stropicciato un po' le mani, dando di schiocco (schioccando le dita), e poi ha alzato una mano, con tre dita sola­mente, che le altre due le teneva schiacciate (contro il palmo), e ha cominciato a fare dei segni sopra l'acqua... dei segni che fanno solamente i figli di Dio. Io, che ero un po' in là, che (come) ho detto (prima) l'acqua mi fa impressione a guardarla, non guardavo, ero appoggiato sopra li (in disparte), rat­tristato, e di colpo mi sento arrivare dentro i buchi del naso un profumo come di uva schiacciata, non ci si poteva confondere... era vino. Boia, che vino! Me n'hanno passata una brocca, ho appoggiato le labbra, ne ho mandato giù un goccio, boia!... Oh... Oh... beati del purgatorio che vino!... Abboccato appena, amarognolo nel fondo, un poco frizzantino, salatino nel mezzo, che mandava luccichii (rosso) di garanza, bagliori dappertutto, senza fiori né bave, tre anni di stagionatura almeno, annata d'oro! Che andava giù scivolando per il gargarozzo a gorgo­gliare fin nello stomaco, si sparpagliava un pochettino, restava lì di rimpiazzo, poi, gnoch, dava un colpo, tornava indietro a rotoloni giù per il garga­rozzo, arrivava fino ai buchi del naso, si spargeva fuori tutto il profumo... che se passava uno anche a cavallo, di corsa, gniuu... bll... «È primavera!» gridava. Che vino!... E tutti che applaudivano Ge­sù, «Bravo Gesù, sei divino! » E la MaDONNA       - !... la  giusta un pu de ritard. Apena questa sciura Madona l'è vegnùda a saver de sto impiastro burdeleri che o gh'era in pie per sto fatto che s'era roversat el vin en aset, la gh'è andada visìn al so Jesus, fiol de Deo, e anca de la Madona, g'ha dit: «Ti che ti è tanto bon, zovin caro, che te fa' de robe meravigliose par tüti, varda se te ha el plaser de traj foera de impiaster burdeleri che i ha infesciat sta povera zent». Apena che l'ha parlat inscì la Madona, tüti, sübit, han vist spuntag, fiorirghe sui laver del Jesus, un suriso inzì dolzu, ma inzì dolzu in su sti làver, che se nu te stavet atentu, par la cumusiun, te se stacava i rudeli di genòcc e tumburlaven süi didón dei pie. Dolze stu surisu!... Apena l'ha finì de parlà, stu zovin el g'ha dà un bazutin sul nas a la sua mama e l'ha dit: «Bon, zente, podrìa verghe dodeze sidele impiendide de aqua ciara e neta? » L'è stat un fülmin, trachete, dodeze sidele son rivà li davanti, impiendide d'acqua, che mi, vede tuta quel'acqua in un colp sol, me sont sen­ti infin male, me pareva de negare... boja!... S'è fai un silensio che pareva de vesser in gesa al Santus, e stu Jesus l'ha insciuscicà un po' cui man, dando de s'cioch, de tiron cui dit, a s'cioch, e pö l'ha valzà su una man, cun tri dit sulamente, chi i alter dii i e tegneva schisciat, e l'ha cuminzat a far di segni suravia a l'acqua... di segni che fan solament i fiol de Deo. Mi, che eri soravia, che ho dit, l'acqua me fa impression vardarla, e non vardava, s'eri pugià sora lì, un pö tristansó, e son lì, d'un boto me senti rivà de dent i böcc del nas un parfùm cume de uva schisciada, nun pudeva cunfunderse... a l'e­ra vin. Boja, che vin! Me n'han pasat una broca, g'ho pugià i lavre, hu manda giò un gut, boja!... Oh... Oh... beati del purgatorio che vin!... Bucat apena, amareul in tul funt,'un frizzich frizzantin, saladin in tul mezz, c'ol mandava straluzz de garanza, di barbaj da par tüt, senza fiur né bave, tri an de stagiunadüra al manco, anata d'o­ra! C'ul andava giò sluzigando par ul gargozz a gorgnuà fin in dul stomighi, ul s'è spenelava un pochetin, ul restava lì do rimpiaz, peu, gnoch, ol dava un ribasón, turnava indré a rutulùn giò par ol gargozz, ol rivava fina ai böcc del nas, ol se spantegava in feura tütt el parfüm... che se pasava vün anca a cavalo, de cursa, gniuu... bll... «A l'è primavera!» el vusava! Che vin!... E tüti che aplaudiva al Jesu, «Bravo Jesus, at sei divino!» E

 MADONNA                       - , la sua mamma di lui, andava in estasi per la soddisfazione, l'orgoglio di trovarsi un figlio cosi bravo a tirar fuori (ottenere) dall'acqua il vi­no. Di lì a un po' eravamo tutti ubriachi. C'era la MADRE           -  della sposa che ballava, la sposa era giuliva, lo sposo saltava, il padre della sposa, davanti a un muro, dava testate a ripetizione, cattivo... che nes­suno lo aveva avvertito!... Gesù era montato in ci­ma a un tavolo, in piedi, e mesceva vino per tutti: «Bevete gente, fate allegrezza (siate allegri), ubria­catevi, non aspettate dopo, allegria!...» E dopo, di colpo si è accorto della sua mamma: «Oh sacra DONNA      - ! oh MaDONNA   - ! mamma! mi sono dimenticato, scusatemi, tenete un goccio anche voi, bevetene un goccio». «No, no, figliolo, grazie, ti ringrazio, ma io non posso bere, che io non sono abituata al vino, mi fa girar la testa... e dopo dico le stupidaggini». «Ma no, mamma, non ti può far male, ti porterà solamente un po' di allegria! Non ti può far male, questo vino, è vino schietto questo, è vino buono... l'ho fatto io!..,» E poi, ci sono ancora delle canaglie, maledette, che vanno in giro a raccontare che il vino è un'inven­zione del diavolo, ed è peccato, che è un'invenzione del diavolo satanasso... Ma ti parrebbe che se il vi­no fosse un'invenzione del diavolo satanasso, Gesù l'avrebbe dato da bere alla sua mamma? Alla sua mamma di lui? Che lui è preso da tanto amore per lei, che io non ho per tutta la grappa di questo mon­do! Io sono sicuro che se il Dio Padre in persona, invece di insegnarglielo al Noè, tanto tempo dopo, questo trucco meraviglioso di schiacciare l'uva, di tirar fuori il vino, glielo avesse insegnato subito, fino dal principio, all'Adamo, subito, prima dell'Eva, subito!... non saremmo in questo mondo ma­ledetto, saremmo tutti in paradiso, salute! Perché sarebbe bastato che quel giorno maledetto che ap­presso all'Adamo è arrivato il serpentone canaglia con in bocca la mela e diceva: «Mangia la mela, Adamo!... dolci, buone, dolci, rosse, buone le me­le!», sarebbe bastato che in quel momento l'Ada­mo avesse avuto vicino un bicchierotto di vino…, uht: avrebbe preso a pedate tutte le mele della ter­ra, e noi saremmo tutti salvi in paradiso! È stato lì il gramo peccato, che i frutti non erano stati crea­ti per essere mangiati, ma per essere pestati, schiac­ciati; che con le mele schiacciate si fa il buon sidro,  la Madona!... la Madona, la sua mama de lü, l'andava in strambula par la sudisfaziun, l'urguglianza de trovarse un fiolo inscì bravo a tra' foeura de l'aqua el vin. De lì un poco sevum tüti inciuchit, imbriagati. O gh'era la matri de la sposa che la balava, la sposa o l'era ciultai, ol spos ch'ul saltava, ol patri de la sposa, davanti a un muro, c'ul dava testunade a ribatón, cativo... che nessun ol gaveva vertido!... Ol Jesus a l'era montat in copa a un taulo, in pie, ul masceva vin par tüti. «Beve' gente, feit alegria, inchiuchive, imbriaghive, no aspeti dopo, alegria!...» E dopo, in d'un colpo el s'è incurgi' dela sua mama: « Oh sacra dona! oh MaDONNA          - ! mama!- me sun smentegat, scüserne, tegnevine un goto anca vui, bevetne un goto». «No, no, fiol, grasie, at ringrasi, ma mi non podi bever, che mi non sono abitùada al vino, me fa turnà la te­sta... che dopo disi i stupidadi». «Ma no, mama, no te pò far mal, te menarà solamente un po' de alegria! No te pò far mal, sto vino, a l'è vin s'ceto questo, a l'è vin bon... a l'hu fai me!...» E peu, a ghe son amò di canaja, malarbeti, che va intor­na a racontare che ol vino a l'è un'invension del diaol, e l'è pecato, l'è un'invension del diaol satanazzo... Ma te paresse che se ol vin ol füdesse un'invension del diaol satanazz, ol Jesus ghe l'avaria dato de bever a la sua mama? A la sua mama de lü? Che lü l'è ciapat de tanto arnor par le, che mi no g'ho par tüta la sgnapa de sto mundo! Mi son sicuro che se el Deo Padre in la per­sona, invece de impararghelo al Noè, tanto tempo dopo, sto truco rneravigioso de schisciare l'üga, de trar foeura el vino, ol ghe l'avesse insegnat subito, fin dal prinzipio, all'Adamo, subito, prima dell'Eva, subito!... non saresmo in sto mundo rnalarbeto, saresmo tuti in paradiso, salüt! Parché a l'era a basta che in tul zorno malarbeto che atacato, a renta a l'Adamo, a l'è arivato el serpentun canaja cont in boca la poma e ol diseva: «Magna la po­ma, Adamo!... dolze, bone, dolze, rosse, bone le pome!», basta ca in quel momento ul Adamo ul gh'aves vüt tacat, arenta, un bicerot de vin..., uht: l'avrìa catat a pesciadi tüti i pomi de la terra, e nüm seresmo tüti salvi in para­diso! O l'è stai lì ol gramo pecat, che i früti no i era stati creadi par esser magnadi, ma par eser intorcicadi, schisciadi: che co le pome schisciade se fa ol bon sidro, coi con le ciliege schiacciate si fanno le buone grappe dolci, e l'uva... è un peccato mortale mangiarla! con quella si deve fare il vino! E io sono sicuro che per quelli che sono stati onesti e savi in vita, in cielo, sarà tutto di vino! Bestemmio? No che non bestemmio no! Io mi sono trovato in sogno, mor­to. Mi sono sognato una notte di essere morto, e mi sono sognato che mi venivano a prendere, mi portavano fuori in un luogo tremendo dove c'era­no tanti bacili fondi e dentro a ogni bacile c'era un dannato, poveretto! Immerso dentro, in piedi, in un'acquaccia rossa che sembrava sangue, in pie­di! E io ho cominciato a piangere, «Oh Dio!.., son capitato all'inferno! maledetto che ho fatto pec­cati! » E intanto che piangevo, mi stracciavano di dosso tutti i vestiti e incominciavano a lavarmi, strofinarmi, a pulirmi in una maniera che così pu­lito, con l'acqua bollente, fredda, che nemmeno di Pasqua mi era mai capitato di essere tanto pulito! Una volta che ero (che sono stato) ben pulito, mi hanno calato dentro a un'acquaccia rossa, in un gran bacile... giù... giù.., giù... in questa acquaccia rossa che montava (saliva) fino alle labbra. Io ho chiuso le labbra, ma un'onda, a ridosso, è arrivata e... troc... m'è andata dentro... dentro nei buchi del naso... uff... mi è andato giù un... golone (gran sor­so)... ero in paradiso!... Era vino! Boia! E subito ho capito che meravigliosa invenzione era stata quella del Dio Padre, per i beati, che erano tutti beati là dentro, che per non fargli far fatica ai po­veri beati ad alzare ogni volta il gomito col bic­chiere col vino e riempire, aspettare di riempirselo di nuovo... li aveva immersi, tutti i beati, dentro fino alle orecchie in bicchieroni di vino, in piedi, fino alla bocca, che bastava alzare su senza fatica... alzare il labbro per dire: «Buongiorno, signori!» e gluch... e io ho cominciato a cantare: «La mia morosa vorrebbe essere vogliosa», glug... glug... Aiuto, annego... glug... che bell'annegare! Glug... glug... gaio... ga... lò... glam... glo... glo... scirese schisciade s'fai le bone sgnape dolze, e l'uva... l'è un pecat mortale magnarla! con quela s'dev fa' el vino! E mi a son sicuro che per quei che son stati onesti e savi in vita, in cielo, ol sarà tüto de vin! Biastemio? No che no biastemio mia! Mi me sont truvat in un insognamento, morto. Me sunt insugnat una nott de vesser mor­to, e me sunt insugnat che me vegneven a catà, me purtaven foeravia in un lögu tremendu dove gh'eren tanti basloti fundi e dentar a ogni basloto gh'era un danat, poverazzo! Incalcao dentar, in pie, in una rugiassa rusa, un'acquascia rusa che la pareva sangue, in pie! E mi ho cuminzà a pianser. «O Deo!... sunt capitat a l'inferno! maledetto che ho fai pecat! » E intanto che mi piangeva, me strasciaven foera tüti i pagn de dosso e incuminziava a lavarme, a sgürarme, a netarme d'una manera che cussì pulito, coll'acqua sboienta, freda, che ne manco de Pa­squa ne m'era gimai capitat de esser tanto pulito! 'Na volta ca era ben netat, m'han calat de denter a un rugias russ, un baslot... glù... glù... glù... in st'acquascia rusa ca muntava fina ai lavri. Mi ho serà i lavri, ma una onda, a rebatùn, a l'è rivada e... troc... m'è 'ndà dentar,., den­tar in di böcc del nas... uf... a me 'ndai giò un... gulun... a s'eri in tul paradis!... A l'era vino! Boia! E de subito ho capit che meravigiosa invensiun o l'era staita quela del Deo Padre, per i beati, che erano tüti beati là den­tro, che per non farghe fa' fadiga ai poveri beati a valzà ogni volta el gumbit, col bicer col vino a impienir, e specià de impienisel de novo... i aveva incarcai, tüti i beati, dentar, fina ai oregi, in biceroni de vino, in pie, fino a la boca, ca l'era basta valzà sü senza fadiga... valzà ul laver par di'; «Buondì, sciuri» e gluch... e mi ho cu­minzà a cantà: «La mia morosa vorìa ves voliosa», glug... glug... Aìda, aneghi, glug… che bel negare! Glug... glug... galò... ga... lò... glam... glo... glo...Baviera. È una testimonianza di quanto fossero importanti gli spettacoli e la figura del giullare: come vedete, erano di­pinti addirittura sui muri delle chiese.Vi reciterò ora un pezzo nuovo che ho recitato solo due volte, ieri e l'altro ieri. Ma mi fa sempre un po' d'emozione il riprenderlo, perché è un pezzo di una difficoltà estrema. Si tratta della Nascita del giullare. È un pezzo che è legato, nella propria origine, all'Oriente, ma che noi conosciamo in una versione di origine siciliana. La Sicilia era legata al­l'Oriente, non soltanto da motivi economici e commerciali, ma anche da ragioni geografico-politiche, e quindi cultural­mente. Specialmente in quel periodo, 1200, periodo in cui in Italia si comincia a ritrovare qualche documento di que­sto pezzo che io sto per recitare. Però ce n'è un altro, piut­tosto antico, del quale non si conosce con esattezza la data­zione, che è delle nostre parti, più esattamente bresciano-cremonese. Il testo ritrovato non era nemmeno intiero, ma a frammenti. Avevo l'intenzione di ricostruirlo, ma non avevo il coraggio di impostarlo. Sono andato in Sicilia pro­prio l'anno scorso e abbiamo trovato, nella biblioteca di Ragusa, grazie a un compagno che ci ha portato, l'intiero testo in siciliano, straordinario! Di una violenza incredibi­le, l'ho anche imparato in siciliano: una lingua che ci suo­nerebbe però arcaica, incomprensibile. Ne ho fatto una tra­duzione lombarda, che capirete senz'altro meglio. Che cosa racconta questa giullarata? Ci troviamo davanti a un giul­lare il quale racconta che prima di diventare giullare era un contadino e che fu Cristo a renderlo giullare. Come mai gli ha imposto questo nuovo mestiere? Aveva della terra, ma un padrone voleva portargliela via. Ma io non aggiungerò altro perché ho notato che tutto quel che dico oltre a que­sto discorso è inutile, lo capirete da voi soli. Non vi preoc­cupate se all'inizio non capirete alcune frasi, alcune parole: il senso, i gesti, il suono vi aiuteranno. Attraverso i gesti e i suoni potrete indovinare il significato che va correndo dentro questa storia.

 NASCITA DEL GIULLARE

- Oh, gente, venite qui che c'è il giullare! Giullare son io, che salta e piroetta e che vi fa ridere, che pren­de in giro i potenti e vi fa vedere come sono tronfi e gonfi i palloni che vanno in giro a far guerre dove noi siamo gli scannati, e ve li faccio sfigurare, gli tolgo il tappo e... pfis... si sgonfiano. Venite qui che è l'ora e il luogo che io faccia da pagliaccio, che vi insegni. Fac­cio il saltino, faccio la cantatina, faccio i giochetti! Guarda la lingua come gira! Sembra un coltello, cerca di ricordartelo. Ma io non sono stato sempre... e que­sto che vi voglio raccontare, come sono nato. Non che io non sono nato giullare, non sono venuto con un sof­fio dal cielo e, op! sono arrivato qui: «Buongiorno, buonasera». No! Io sono il frutto di un miracolo! Un miracolo che è stato fatto su di me! Volete credermi? È cosi! Io sono nato villano. Villano, contadino pro­prio. Ero triste, allegro, non avevo terra, no! Ero ar­rivato a lavorare, come tutti in queste valli, dappertut­to. E un giorno sono andato vicino a una montagna, ma di pietra. Non era di nessuno: io l'ho saputo. Ho chiesto: «No! Nessuno vuole questa montagna!» Al­lora io sono andato fino in cima ho grattato con le un­ghie e ho visto che c'era un po' di terra, e ho visto che c'era un filino d'acqua che scendeva, e allora ho co­minciato a grattare. Sono andato in riva al fiume, ho schiantato queste braccia, ho portato la terra (alla montagna), c'erano i miei bambini, mia moglie. È dol­ce mia moglie, bianca che è, ha due seni tondi, e l'an­damento morbido che ha, che sembra una giovenca quando si muove. Oh! è bella! Le voglio bene io e voglio parlarne. La terra ho portato su con le braccia e l'erba (cresceva velocemente) faceva: pff... e veniva su di tutto. E dài che era bello, era terra d'oro! Pian­tavo la zappa e... pff... nasceva un albero. Meraviglia era, quella terra! Era un miracolo! C'erano pioppi, ro­veri e alberi dappertutto. Li seminavo con la luna giu­sta, io conoscevo (io sapevo), e cresceva roba da man­giare, dolce, bella, buona. C'era cicorino, cardi, fagioli,

 NASCITA DEL GIULLARE

- Ahh... gent... vegnì chì che gh'è '1 giular! Giular ca son mi... che fa i salt e ca '1 tràmbula e che... oh... oh... a u fai rider, ca foi coi alt e fai vedar com'a sont groli e grosi i balon che vai d'intorna a far guere son sfigürat, o trai via el pileo e... pffs... soi sengobrà. Vegnì chì ca è ora e lögu ca'l fa '1 pajasso tütt inturna, mi a v'insegni, vegna... vegna... Ul fa el saltin, ul fa el cantin, ul fa i giüghetti! Va' la lengua 'me la gira! Ah... ah... a l'è un cultell... boja sta' a recurdat... Ma mi no a l'era sempar... quest ca voi contar, come sunt nasüo. Che mi non son nasüo giular, non son vegnù d'un fiat dal zielo, e, op! e son rivà chi: «Bondì, bonasera». No! Mi a son el frai d'on miracol! Un miracol es fait sü d' me! Vuri' credem? U l'è fait! Mi son nasüt vilan. Vilan, cuntaden propi. U s'eri tristo, alegro, no g'avevi tera, no! U s'eri rivado a 'ndà a lavurar, paréi a tüti in de sti vaj, da partütt. E un zorno u jtat vesen 'na muntagna, ma de piera. U l'era de nissün, u l'hai saüdo. U dimandat: «No! Nissün veul sta muntagna! » E mi sunt andai fin su... sun 'dait raspà cuj ung e hu vist che gh'era un po' de tera, e hu vist che gh'era un filolin di aqua co l'andeva da giò de bas­so, e alora hu scuminsà a gratare. Son andai a tacat al fiüm, hu sbrancat inscì ste brasce, hu te portat la tera, u gh'era i me fjulit, la mia mujer. U l'è dolza la mia mujer, bianca c'u l'è, u l'ha dü zine tunde, e l'andar morbido cu l'hai... cu la par 'na giunca ca meuvasse. Oh... l'è bela! A'g voj ben mi, e voj parlarne. La tera u purtà su coi brasci! e l'erba, che fasevet: pfut... e te vegneva sü tütu, E dài ca l'era belo, l'era tera d'ora! U ciapeva la sapa, u te la meteva e... zu... te nasseva un arbero. Meravegia, u l'era sta tera: u l'era un meracol! U andava piopi, u andava tüti i arbori, a roveri, andava da pertütu. I andava a semenar 'n la lüna giüsta, mi cunusseva! E vegniva roba de magnar dulza, bela, bona. U

 rape, c'era di tutto. Per me, per noi! Oh, ero contento! Si ballava, e poi pioveva sempre per dei giorni e il sole scottava e io andavo, venivo, le lune erano giuste e non c'era mai troppo vento o troppa nebbia. Era bello! bello! Era terra nostra. Bello era questo gradinone. Ogni giorno ne facevo uno, sem­brava la torre di Babele, bella con queste terrazze. Era il paradiso, il paradiso terrestre! Lo giuro. E tutti i contadini passando dicevano:

- Che culo che hai, boia, guarda: da una pietraia l'hai tirata fuori! Me disgraziato che non l'ho pensato!

E avevano invidia. Un giorno è passato il padrone di tutta la valle, ha guardato e ha detto:

- Da dove è nata questa torre? Di chi è questa terra?

- Mia, - gli ho detto, - l'ho fatta io con queste mani, non era di nessuno.

- Nessuno? È una parola che non c'è, nessuno, è mia!

- No! non è la tua! Sono andato anche dal notaio, non era di nessuno, Ho chiesto al prete, era di nes­suno e io l'ho fatta, pezzo per pezzo.

- È mia, e tu me l'hai a dare.

- Non posso dartela, padrone... io non posso anda­re sotto gli altri a lavorare.

- Io te la pago! ti do denaro, dimmi quanto vuoi.

- No! No, non voglio denaro, perché, se mi dài i soldi, poi non posso comprare altra terra coi soldi che mi dài e devo andare ancora a lavorare sotto agli altri. Non voglio io, non voglio!

- Dammela!

- No!

Allora lui ha fatto una risata ed è andato. Il giorno appresso è venuto il prete a domandare.

- È del padrone... fai il bravo, molla, non fare i capricci, guarda che quello è tremendo, è cattivo, mol­la questa terra. In Deo Domino fai il bravo!

- No! no! - gli ho detto, - non voglio, - e gli ho fatto anche un brutto gesto con la mano.

È venuto il notaio, è arrivato anche lui, sudava, boia, per venire su a trovarmi.

- Fai il bravo, c'è la legge, stai attento che non puoi, che tu non...

- No! No! - e ho fatto anche a lui (un brutto gesto con la mano), è andato via bestemmiando. Il padrone

 gh'era zicurìn, u gh'era crodi, u gh'era fazoj, rave, u gh'era tüto! Par mi, par nüm. O era cuntentu! O se balava, e pö el piueva sempar par di dì e ol sol el brüsava e mi andava, vegniva, e i lüne ereno giüsti, ne gh'era gi mai tropo vento o tropa gruma. U l'era bel! bel! U l'era tera nostra! Bela u l'era, stu gradùn. E ogni dì, u ne fazeva üni... la pareva la torre de Babele... bela cun sti gradi, u l'era ol paradis, ol paradis terestre. Ol giüri. E tüti i pasava i cuntaden e i diseva:

- Che cü ca ghet... boja, varda!Da na muntagna u l'ha tirà feura!... Me disgrassià ca nun hai pensat!

E invidia i g'aveva e un die l'è pasat ul padron. Ul padron de tüta la vale, u la vardà e l'ha dit:

- Du' l'è ca l'è nassüda sta torre? De chi l'è sta tera?

- Me, - a g'ho dit, - a l'ho faja me con sti mani, u l'era de nissün.

- De nissün?L'è na parola ca nu gh'è, nissun, a l'è la mea.

- No! nun è la tua! A sunt anda anca in dal nutar, var­da, nu gh'era. U dumandà al prevete, u l'era de nissün e mi l'ho faita, toco par toco.

- L'è mea, te me l'hai a darme.

- Non poit dar, padron... mi no poi andà sota i altri a trabajar.

- Mi t'hai paghi! at do denar, dime quanto vo'.

- No! No, non voj denar, no, parché, s' te me dài denar, dopo a no podo comprar altra tera col dinar che te me dài e devo andar a lavorar, a trabajar ancora soto i altri. Non vòi me, no vòi!

- Damela!

- No!

Alura lü l'ha fait una rigulada e l'è 'ndai. El dì appresso a l'è vegnü el prevete a dumandar.

- L'è del padrun... fa' el bravo, mola, nun te stai a far de caprissi, varda che quelo l'è tremendo, l'è cativu, mola sta tera! In Deo Domini fa' el bun...

- No! no! - g'ho di', - no voi, - e g'ho fà anca un brüt muviment cun la man.

A l'è vegnü el nodaro, u l'è vegnü anca lü, ul südava, boja, par vegnì sü a truarme:

- Fa' el bravo, gh'è la lege, sta' atento che ti nun ti pode, che ti no...

- No! No! - e g'ho fai anca a lü... u l'è andà via biastemando.

 non ha mollato, no! Ha cominciato ad andare a cac­cia, faceva passare tutte le lepri dalla parte della mia terra! Andava continuamente avanti e indietro con i cavalli e gli amici a schiacciarmi le siepi. E un giorno mi ha bruciato tutto... Era estate... era seccato. Lui ha dato fuoco a tutta la montagna e mi ha bruciato tutto, anche le bestie bruciate, la casa bruciata, ma non sono andato via! Ho aspettato... è cominciato a piovere la notte, e dopo (la pioggia) ho cominciato a pulire, a ripiantare pali, a sistemare pietre, a riportare terra, a far scendere acqua dappertutto, perché di li, boia, non mi voglio muovere! E non mi sono mosso! Solo che un giorno è arrivato lui, aveva appresso tutti i suoi soldati e rideva, noi eravamo nei campi coi bam­bini, mia moglie e io; stavamo lavorando. È venuto, è sceso da cavallo, si è tolto i calzoni, è venuto vicino a mia moglie, l'ha presa, l'ha buttata per terra, le ha strappato le gonne... Io volevo muovermi, ma i sol­dati mi tenevano, e lui le è saltato addosso, l'ha fatta come fosse una vacca. Che io e i bambini con gli occhi sbarrati, che guardavano, e io mi muovevo (con uno strattone) mi sono liberato, ho preso una zappa e ho detto:

- Disgraziati!

- Fermati, - mi ha detto mia moglie, - non lo fare, non aspettano altro, aspettano proprio questo: che tu alzi il tuo bastone, per poi ammazzarti. Non hai ca­pito? Vogliono ammazzarti e portarti via la terra, non aspettano altro, lui deve pur difendersi, non vale met­tersi contro di loro, che tu non hai onore, tu sei po­vero, sei contadino, villano, non puoi pensare a onore e dignità, quella è roba per i signori, i nobili! Che poi si arrabbiano se gli fanno la figlia, se gli fanno la DONNA            - , la moglie, ma tu no! Lascia fare. Vale più la terra che l'onore di te, di me, più di tutto. Manza sono io, manza per amore di te. E io a piangere... piangere su questo affare, ho guardato tutto e i bambini che pian­gevano. E loro, col padrone, di colpo sono andati via ridendo contenti, soddisfatti. Era un piangere tremen­do (il nostro)! Non riuscivamo a guardarci in viso l'un l'altro. S'andava in paese, ti prendevano a sassate, a pietre. Gridavano:

- Oh bue! che non hai la forza di difendere il tuo onore perché non ne hai, bestia che sei, tua moglie l'ha montata il padrone e tu sei stato tranquillo per un mucchio di terra, disgraziato!

E mia moglie andava in giro:

 Ul padron non l'ha mia molà, no! U l'ha cominzà andà a cacia, ul faseva pasà tüti i léguri da la parte de la mia tera! El 'ndava a dre con tüti i cavali e i amisi e '1 me schisciava i sciesi. E in un dì sulamente el m'ha brüsat tüt... u l'era estat... u l'era secat. E lü l'ha dait feug a tüta la muntagna e '1 m'ha brüsà tüt, anca i besti brüsà, la ca' brüsada, ma nun sunt andaj via! Hu aspeciat... e l'è vegnü a pieuver de note, e apreso hu scumensà a netar, a polir, a rimpiantar pal, a remeter roba, repurtar la tera, a sestemar le piere, a fà gnir giò l'acqua dapartüt, perché de lì, boja, no me voj movar! E no me son movüdo!

Solo che un di a l'è rivado lü, g'aveva a pres tüti i so suldat; ul rideva, nüm erum nei campi cui fiulit, la mia mujera e mi; s'erum a lavurar, a trabajar, lì. U l'è vegnü, l'è descendü da cavalo, ul s'è cavà le braghe, u l'è vegnü tacat a la mia mujer, u l'hai catada, u l'hai sbatüda par tera, e g'ha strasciat i sochi... Mi a vureva meuves, ma i me tegneva i suldat, e '1 g'ha salta' a dos, u l'ha faita, u l'ha faita cume füdess una vaca. Ca mi e i fiulit cui ögi sbarat, che i vardava e mi a me mueva, me sunt liberat, hu catait 'na sapa, hu dit:

- Disgrassià!

- Férmat, - m'ha dit me' mujer, - nol fa', no i specian oltre, i specian propi quelo, che te valset el to baston, par pö coparte. No te hai capit? I veur coparte e trar via la tera, no i specia altri, lü el debia pür difenderse, no valse meterse a sbragar con loro. Ca ti no t'hait onore, ti set po­vero, set contadin, vilan, non puoi pensar dignitat, onore, quela è roba par quei che inn sciuri! ai nobli! Che pö vegn a inrabirse se ghe fan la tosa, se ghe fan la dona, la mujer, ma ti no! Lassa far. Valse pi tera che l'onor de ti, de mi, che tüti. Manza son mi, manza per amor de ti.

E mi, a splanger. Caragnà in sü st'afari, l'hu vardà tüt, e i fiulit che piagneva... E lori peu i son andà rigulando content feuravia... u l'era un planger tremendo! Num se pudeva vardarse a presso vün cu l'alter, nun se vardava... s'andava per i paes, u te ciapaven a buciade, a sasade, a piere. Vusaven:

- Oh... beu...! No g'hai la forza de far feura onor che nu te g'hai, bestia che te set, la tua mujera a l'ha incalcada el padron e ti te se' stait tranquilo par un mücc de tera, desgrasiò!

E la mia mujer l'andava inturna:

 - Puttana, vacca! - le dicevano e scappavano. Nean­che in chiesa la lasciavano entrare. Nessuno!

I bambini non potevano andare in giro, tutti erano li, e non ci guardava più nessuno. Mia moglie è scap­pata! Io non l'ho più vista; io non so dove è andata. I bambini non mi guardano: sono venuti ammalati e manco piangevano. Sono morti! Io sono rimasto solo. Solo con questa terra! Non sapevo cosa fare. Una sera ho preso un pezzo di corda l'ho buttato su una trave, me la sono messa intorno al collo, ho detto:

- Bene, mi lascio andare, adesso!

Faccio per lasciarmi andare, impiccato, quando mi sento battere una mano sulla spalla, mi volto, c'è uno (e vedo uno) con una faccia pallida, con gli occhi gran­di che mi dice;

- Mi dài un po' da bere?

- Ma ti sembra il momento di venire a chiedere da bere a uno che si sta impiccando? Boia!

Lo guardo e (vedo che) ci aveva una faccia da po­vero cristo anche lui, poi guardo e (vedo che) ce n'e­rano altri due, anche loro con una faccia patita.

- Va bene, vi darò da bere e poi mi impicco. Vado a prendere da bere, li guardo bene:

- Più che bere voialtri avete bisogno di mangiare! Ma io sono tanti giorni che non faccio da mangiare... C'è da farlo, se volete.

Ho preso un tegame e ho messo sul fuoco a scal­dare delle fave e gliel'ho date, una ciotola ciascuno, e mangiavano, mangiavano! Io non avevo voglia di man­giare... «Aspetto che mangino e poi mi impicco», E intanto che mangiava, quello con gli occhi più grandi, che sembrava proprio un povero cristo, sorrideva e di­ceva:

- Brutta storia questa che vuoi impiccarti! Io so bene perché lo vuoi fare. Hai perso tutto, la moglie, i bambini e ti è rimasta solo la terra, bene, io so be­ne! Se fossi in te non lo vorrei fare (lo farei).

E mangiava! mangiava! Poi alla fine ha appoggiato tutto e ha detto:

- Tu sai chi sono io?

- No, ma ho avuto il dubbio che tu sei Gesù Cri­sto.

- Bene! Hai indovinato. Questo è Pietro, e il Mar­co è quello là.

- Piacere. E cosa fate qua?

- Tu mi hai dato da mangiare e io ti do da parlare.

- Da parlare? Cos'è questa cosa?

- Disgraziato! Giusto che hai tenuto la terra, giu­sto che non vuoi padroni, giusto che hai avuto la forza

 - Pütana, vaca! - u ghe disevan, e i scarpavan. Nanca in giesa la lassaven pasar. Nissün!

E i fiulit no i podeva 'ndare intorna, tüti eremo lì e no ghe guardava pü nissün. La mia mujer a l'è scapada! Mi l'hai pù vidüa; mi no so indue l'è 'ndada, e i fiulit nu me vardava: maladi son vignit, ne manco i plangeva, E son morti! E mi son restai sol. Sol cun sta tera! Nun saveva cossa che fare. Una sera hu ciapai un toc de corda, hu bütà su una trave, me la son metüda inturna al colo, hu dit:

- Bon, me lassi andà, adess!

Fo per lassam andà impicatt, u me senti pugià una manada, a me volti, a gh'è vün co 'na facia smorta, cui ogi grosi che '1 me dis:

- Me dàj un po' de bevar?

- Ma te par el mument de vegnì a dumandà de bevar a vün che fa l'impicatt? Boja!

Ul vardi e '1 g'aveva una facia de pover crist anca lü e vardi e ghe n'era altri doi, anca lor con una facia patida.

- Va ben, ve darò da bevar, dopo me impichi.

A vo' a teu par bevar, i vardi ben:

- Pü che bevar, vialtri avì besogn de magnar! Ma mi l'è tanti dì che nun fai de magnare... U gh'è de farlo, se vurì.

Hu ciapat un baslot, hu metüd in sul feug, a g'ho fait scaldare de le fave, e gh'i ho dai, un baslot per ün, e i ma­gnava! I magnava! Mi no g'aveva voia de magnar... «Speci che adess i magna e peu me impichi». E intanto ch'el ma­gnava, quel cui ög plù grandi che'l pareva propi un pover crist ul surideva e ul diseva:

- Brüta storia l'è ti che te vöret impicass! Mi so ben ul perché t'ol vòi fare. T'è perdü tüt, la mujera, i fiulit e te g'ha sojament una tera, bon, mi savie ben! Se füsse in ti no lo vorria fare.

E '1 magnava! E '1 magnava! E peu a la fin l'ha metüd giò tüt e l'ha dit:

- Ti sai chi son me?

- No! Ma g'ho avüt un dübi che ti te set Jesus Cristo,

- Bon! T'è induinat. Quest l'è Pietro, e'1 Marco l'è quel là,

- Piazer. E cussa fait qua?

- Ti te m'hait dait de magnar e mi te do de parlare.

- De parlare? Cussa l'è sta roba?

- Disgrassià, giüsta che t'hai tegnit la tera, giüsta che non te vòi de padron, giüsta che t'hai üt la forsa de no molar, giüsta…

 di non mollare, giusto... Ti voglio bene, sei forte, buono! Ma ti manca qualche cosa che è giusto che tu devi avere (abbia): qua e qua (fa segno alla fronte e alla bocca). Non rimanere qui attaccato a questa terra, vai in giro e a quelli che ti tirano le pietre digli, fagli comprendere, e fai in modo che questa vescica gonfia che è il padrone tu la buchi (possa bucare) con la lin­gua, e fai uscire il siero e l'acqua a sbrodolare marcio. Tu devi schiacciare questi padroni e i preti e tutti quelli che gli stanno intorno: i notai, gli avvocati, ec­cetera. Non per il bene tuo, per la tua terra, ma per quelli come te che non hanno terra, che non hanno niente e che devono soffrire solamente e che non han­no dignità da vantare. (Insegna loro a) Campare di cervello e non di piedi !

- Ma non capisci? Io non sono capace, io ho una lingua che non si muove di dentro (dentro la bocca), mi intoppo ad ogni parola e non ho stile (dottrina) e ho il cervello fiacco e molle. Come faccio a fare le cose che tu dici, e andare in giro a parlare con gli altri?

- Non preoccuparti che il miracolo viene adesso. Mi ha preso per la testa, mi ha tirato vicino e poi mi ha detto:

- Gesù Cristo sono io, che vengo a te a darti la parola. E questa lingua bucherà e andrà a schiacciare come una lama vesciche dappertutto e a dar contro ai padroni, e schiacciarli, perché gli altri capiscano, per­ché gli altri apprendano, perché gli altri possano ri­dere (riderci sopra, sfotterli). Che non è che col ridere che il padrone si fa sbracare, che se si ride contro i padroni, il padrone da montagna che è diviene col­lina, e poi più niente. Tieni! Ti do un bacio che ti farà parlare.

Mi ha baciato sulla bocca, a lungo mi ha baciato, E di colpo ho sentito la lingua che guizzava dappertutto, e il cervello che si muoveva e tutte le gambe che anda­vano da sole, e sono andato in mezzo alla piazza del paese a gridare:

- Venite gente! Venite qui! C'è qui il giullare! Vi faccio far satira, giostrare col padrone, che vescica grande è e io con la lingua la voglio bucare. E vi rac­conto di tutto, come viene e come va, e come Dio non è quello che ruba! È il rubare impunito e le leggi sui libri che sono loro... parlare, parlare. Ehi gente! Il padrone si va a schiacciare! Schiacciare! È da schiac­ciare!..,

 At voi ben, aite forte, bon! ma t' manca un qui cos che t'ha d'aver: qua e qua! (fa segno alla fronte e alla bocca). No star lì atchì in sü la tera, vai d'intorna e a quei che te tira piere, ti parla e dighe, faig comprender, e fai de manera che sta vesciga sgiunfiada ca l'è ol to padron, ti sbüsa cun la tua lengua e fa' andar feura l'acqua e ul sier ca vegn feura a sbrodar marscio. Ti devi schisciare sti padrun, e i previti e tüti quei che va inturna, i nodari, i avogador, quei che va d'intorna. No par ben de ti, par la tua tera, ma par quei che è come ti, ca non han tera e che non han gnente e che han de soffregare sojamente, e che non han dignità da vantare. Campar de servelo, e no de pie!

- Ma noi comprende? Mi non son capaze. Mi g'ho 'na lengua che non se move de rentra, embiscigo de par tüto e intopigo a ogni parlar... e no g'ho de stil e g'ho el servelo che u l'è fioco, molo! Come fabia a far le robe che te diset, andà intorna a parlar co i altri?

- No arpanza, che ol miracol 'gne adess.

Ul m'ha catat per la crapa, ul m'ha catat visin e peu '1 m'ha dit:

- Jesus Cristo a soi mi che t' vegna a ti a dat parlar. E sta lengua u la beuciarà e 'ndrà a schisciar 'me 'na lama da partüto vescighe a far sbrogare, a da' contra i padroni e li far schisciare parché i altri i capissa, parché i altri imprenda e parché i altri i poda rigolar. Che no è che col ridare ch'ol padron ul s' fa sbragare, che se i ride contra i padron, ol padron, da montagna ca l'è dijen colina e peu niente ca se move, Tegne! A t' do un baso che at farà parlare.

E’l m'ha basao sü la. boca, lungo el m'ha basao. E de bot ho sentit la lengua ca sbissava da partüto, e un zervei c'al se mueva, e tüti i jambi che s'andava in dar par lori, e sunt andà in mess a la piassa del paes a vusà:

- Gnìììl Zente! Vegnì chì! Giulare'. Ai fao giugar, giostrare col padron, vesciga granda o l'è e mi de lengua i vo' sbüsare! E ve raconto de tüto, come '1 vien, come '1 vaga e come el Deo nu l'è quelo che '1 roba! È '1 rubar che pre­gne e i legi süi libri che son lor... parlare, parlare. Ehi gen­te! Ol padron se va a schisciare! Schisciare! O l'è de schi­sciare!...

Foto 13. «La nascita del villano» (da un manoscritto del Trecento).

Si tratta di un'immagine tratta da una miniatura. È la rappresentazione di un pezzo di un famoso giullare; Matazone da Caligano, Matazone è un soprannome che vuol dire mattacchione (questa volta non è scurrile, come vedete ci sono delle eccezioni); Caligano, Carignano, è un paese vi­cino a Pavia. Il linguaggio, un dialetto dell'allora territorio di Pavia, è chiarissimo per noi lombardi; e, dico la verità, ho provato ad eseguirlo anche in Sicilia, ed arrivavano a ca­pire tutto. Vedete: lassù c'è un ANGELO          - , qui il padrone, il signore, il signore delle terre, e qui c'è il contadino, o me­glio il villano.

Che cosa succede in questa rappresentazione? È il mo­mento della consegna, al padrone, del primo villano creato dal padreterno.

La giullarata racconta dell'uomo che, stanco di lavorare la terra, dopo sette generazioni, va dal padreterno e gli di­ce: «Senti, io non ce la faccio più a soffrire la fatica in que­sta maniera, devi alleviare la mia fatica. Mi avevi promesso che avresti rimediato in qualche modo!» «Come non ho ri­mediato? ! - dice il padreterno, - ti ho dato l'asino, il mulo, il cavallo, il bue... » « Eh si, ma sempre io devo spingere die­tro l'aratro, - dice l'uomo, - sempre io devo andare a re­mondare la stalla, sempre io devo fare i lavori più bassi, come mettere lo sterco nei campi, mungere, ammazzare il

 maiale... Io vorrei che tu mi creassi qualcuno che mi aiu­tasse in tutto e per tutto, che mi sostituisse anzi, e io potrei finalmente riposare!» «Ah, ma tu vorresti un villano!» «E chi è?» «È proprio uno di quelli che vorresti tu... D'altra parte non lo puoi conoscere, non l'ho ancora creato! Vieni, andiamo a crearlo adesso...» E vanno da Adamo. Appena Adamo vede arrivare il padreterno assieme ad un uomo, zac! si mette le mani intorno al torace e urla: «No, basta, io di costole non ne mollo più!» «Ecco, va be', hai ragione anche tu, - dice il padreterno, - ma cosa posso fare?» In quel momento passa un asino, e al padreterno viene un'i­dea: fa un gesto con le dita, e l'asino si gonfia. Rimane in­cinto.

Ecco: da questo momento seguo il testo originale. È Matazone da Caligano che parla. Esiste un testo stampato in una forma un po' diversa da questa, che è stata rico­struita mettendo insieme vari frammenti, per dare mag­giore continuità e logica al testo.

 LA NASCITA DEL VILLANO

Si racconta in un libro ormai dimenticato che, pas­sate sette volte sette generazioni dal gramo giorno della cacciata dal paradiso, l'uomo, stufo, disperato per tanta fatica che gli toccava (fare) per campare, è andato alla presenza di Dio in persona e ha cominciato a piangere e a implorarlo che gli mandasse qualcuno a dargli una mano a fare i lavori della terra che lui da solo non ce la faceva più.

«Ma non hai forse gli asini e i buoi per quello?», gli ha risposto Dio.

«Hai ragione, Signore Padre Nostro... ma sopra l'a­ratro ci dobbiamo stare noialtri uomini a spingere co­me i dannati, e gli asini non sono capaci di potare vi­gne e non riescono a imparare a mungere le vacche per quanto gli insegni. Cosi che innanzitempo venia­mo vecchi noialtri per fatica e le nostre donne sfiori­scono, che a vent'anni sono già appassite».

Dio, che è tanto buono, a sentire queste cose si è fatto prendere dalla compassione e ha detto in un so­spiro: «Bene, vedrò di crearvi sui due piedi una crea­tura che possa venire giù a scaricarvi da questa pena».

Poi è andato di corsa dall'Adamo; «Senti, Adamo, fammi un piacere, alza la camicia che ho da tirarti fuo­ri una costola che (ne) ho bisogno per un esperi­mento».

Ma l'Adamo a sentire questa novità è scoppiato a piangere:

« Signore, pietà che me ne hai già tolta una di co­stola per far nascere la mia sposa, l'Èva traditora... Se adesso mi privi di un'altra costola ancora non ne avrò abbastanza per ingabbiarmi lo stomaco, e mi usciranno fuori tutte le frattaglie come (a) un cappone scan­nato»,

«Hai ragione anche tu, - ha biascicato il Signore grattandosi la testa, - cosa devo fare? »

In quel mentre passava di li un asino e al Signore gli è fulminata un'idea: che, per quello, lui è un vulcano!

 LA NASCITA DEL VILLANO

As reconta int'un liber ormai desmentegà, che pasadi set volt set generasiun del gramo dì de la descasciada d'ol paradis, l'omo, stüfo desperà per tanta fatiga che ghe tucava per campà, l'è 'ndait in la presenza de Deo, in la persona, e l'ha scomensà a piagnì e 'mplural che ghe mandase quajcuno a darghe una man, a fà i lavur d'la tera che lü, de par lü solengo, no ghe la faseva pù.

«Ma no ti g'ha sforse i aseni e boj, par quel? » g'ha respundit Deo.

«Ti g'ha reson, Segnor Pater Noster... ma sora a l'aratro ghe dobiemo starghe noi altri omeni a sping 'me i danati. E i aseni no i è capaz de podar vigne e no i riese a imprend a müng i vache per tanto che gh'insegni. Inscì che innanz ol temp, vegnum veci noialtri per fatiga e le nostre done sfiorisen, che a vent'ani le son de già paside».

Deo, che l'è tanto bon, a sentì sti robi ol s'è fait tor de cumpasion e la dit in un sospir; «Bon... vardarò de crearve süi do pie una creatura che av poda 'gni giò a scargarve de sta pena».

Daspo' l'è andait de corsa de l'Adamo: «Sent, Adamo, fam un plager, valza su la camisa che g'ho de trat foera 'na costula che g'ho besogn par un speriment».

Ma l'Adamo, a sentì sta noeva, è s'ciupad a caragnà:

«Segnur, pietà che te m'n'è già tolta veuna de costula per fà nass la mia sposa, l'Èva traditora... Se adess t'am privet d'un'altra costula anc'mo no g'n'avrò asè par ingabiarme ol stomego, a me sboteran foera toti i frataj 'me on capon scanat! »

«Ti g'ha reson anc ti, - l'ha biasegà ol Segnor gratandose in testa, - as g'ho de fà? »

In quel menter pasava de liloga un aseno e al Segnur g'hait fùlmenà un'idea; che par quel, lü l'è un vulcan! L'ha

 cano! Ha fatto un segno verso l'asino e quello di col­po si è gonfiato. Passati i nove mesi, la pancia della bestia era ingrossata da scoppiare... si sente un gran fracasso, l'asino tira una scoreggia tremenda e con quella, salta fuori il villano puzzolente. «Oh che bella natività! »

«Zitto tu». In quel (mentre) viene avanti un tem­porale diluvio e giù acqua a rovescio sul figlio dell'a­sino e poi grandine e tormenta e fulmini e tutti, sul corpaccione del villano, perché si faccia subito coscienza della vita che gli si presenta.

Una volta che è ben pulito, arriva giù l'angelo  del Signore, chiama l'uomo e gli dice:

« Per ordine del Signore, tu da questo momento sarai

padrone e maggiore e, lui, villano minore.

Ora è stabilito e scritto

che questo villano debba aver per vitto

pane di crusca con la cipolla cruda,

fagioli, fava lessa e sputo.

Che debba dormire sopra un pagliericcio

Ché del suo stato si faccia ben ragione.

Dal momento che lui è nato nudo

dategli un pezzo di canovaccio crudo

di quelli che si adoperano per insaccare saracche

perché si faccia un bel paio di braghe.

Braghe spaccate nel mezzo e slacciate

che non debba perdere troppo tempo nel pisciare.

 fait un segn invers a l'aseno e quel de bota ol s’è sgiunfà. Pasà i noev mesi, la panza de la bestia l'era ingrusida de s'ciupà... se sent un gran frecas, l'asen ol trà una slofa tre­menda e con quela salta foera ol vilan spüsento.

«Ohi che bela natività! »

«Cito ti! » In de quel vegn oltra un tempural dilüvi e giò acqua reversa a el fiol de l'asino e poe grandina e tor­menta e fülmeni e tüti sul curpason del vilan, parch ol se faga de sübit coscienza de la vita che ghe se presenta.

'Na volta che l'è ben netad, riva giò l'angel dol Signur, ol ciama l'omo e ol ghe dise:

« Par ordine del Segnur, ti, da sto momento, ti serà

patron e magior e lu vilan minor,

Mo est stabilicto et scripto

che sto vilan debia aver par victo

pan de crusca con la scigola crüda

faxoj, fava alesa e spüda.

C'ol debia dormir sora a un pajon

che d'ol so stato as faga ben rasón,

Da po' che lü l'è nato snudo

deighe un toco d' canovazo crudo

de quei c'as dopra a insacar sarache

parché ol se faga un bel par de brache,

Brache spacà in d'ol mezo e dislasà

che n'ol debia perd trop ol temp in d'ol pisà».

 Sembra proprio di ritrovarci con i padroni di adesso! Andando in giro per l'Italia, ci capita continuamente di in­contrarci con la realtà di fatto. Per esempio, siamo arrivati a Verona, e c’erano delle ragazze in teatro con dei manifesti che avevano anche appeso ai muri, erano in sciopero. Erano in sciopero perché il padrone aveva proibito di andare al gabinetto. Cioè, una sentiva il bisogno... «Scusi, posso?» «No... e no!» Dovevano andare tutte al gabinetto alle 11,25: driiiin, e pipi. E chi non aveva bisogno, basta, tur­no dopo. Erano in sciopero per ottenere il privilegio di fare pipi quando ne sentivano impellenza. Non so come sia an­data a finire la questione. Però, il massimo del grottesco ri­mane il fatto avvenuto alla Ducati di Bologna, una fabbrica molto grande, di grande importanza, classe internazionale. Ebbene, che cosa è successo? I proprietari, li non c'è «il padrone», ma i padroni, hanno deciso di tagliare corto col tempo concesso per andare al gabinetto. Chi ci stava sette minuti, chi quattro, no, basta! Hanno litigato anche con i sindacati, c'è stata una lotta tremenda, a un certo punto hanno deciso. Proprio un colpo secco: «Due minuti e trentacinque secondi sono più che sufficienti per fare i propri bisogni... in totale». Ora, detto cosi, sembra normale, poi uno pensa: «Beh, avranno fatto degli studi, si saranno con­sultati con dei tecnici...» Invece, vi assicuro, credete alla mia parola, è un record! Due minuti e trentacinque secon­di: un record! Tanto è vero che gli operai mica vanno co­sì... Si allenano a casa! Se voi non credete che sia un re­cord provate personalmente, prendete dei libri interessanti, aspettate una giornata buona, prendete qualche disco hawaiano, ve lo consiglio: guiahmun! Aiuta molto, Ebbene, vedrete, è impossibile! È impossibile, soprattutto quando tu hai la psicosi del toc... toc... toc... Si, perché in ogni ga­binetto della Ducati c'è un orologio. Come uno entra, su­bito toc... toc... toc... Ora il tremendo, il grottesco della si­tuazione è che uno pensa: «Come verrà stabilito il tempo? Quando scatterà?» S'immagina naturalmente che l'operaio entri nel gabinetto e (mima l'entrata) to... ta... tata... pren­de un bel fiato, aaah... come quando uno si butta nell'acqua gelata e poi... (mima) toc... toc toc toc (fischio) uhjj... gni... No! neanche per idea: perché, è logico, se scatta il conge­gno vuol dire che c'è un pulsante sotto l'asse, no? e quindi, se uno s'appoggia all'asse schiaccerà il pulsante e farà scat­tare l'orologio marcatempo. Ma il padrone sa che l'operaio è furbo, svelto, sa che non si appoggerebbe mai all'asse, ma che se ne starà sulle punte... e non tocca!... resiste delle ore senza toccare. «Eh no, allora io ti frego». Lo scatto non sarà sotto l'asse, ma sulla maniglia! E appena l'operaio ap­poggia la mano sulla maniglia, scatta il congegno elettrico, toc... toc... toc... toc... «maledette bretelle che non... orco giuda... la carta...» (fischio, poi, rivolto alla tazza); «Scusi per il disturbo». Allora ecco dove sta il problema dell'alle­namento: bisogna arrivare sciolti nei movimenti, liberi al massimo... Quindi per prima cosa: via i pantaloni. I panta­loni già piegati sulla spalla... stanno anche bene... sembra una mantellina, no? liberi! la camicia alla bajadera ( tutto è mimato), se non ci si imbraga, e soprattutto non incomin­ciare a dire: «Oh Dio... (cerca di coprirsi davanti)». Biso­gna fregarsene, senza questioni di pudore cretino.

C'è un grosso studioso tedesco, Otto Weininger, che ha fatto degli studi straordinari su questo problema: ebbene, hanno scoperto che è l'atteggiamento pudico che determina negli altri la consapevolezza che uno è nudo. È logico, uno va in giro cosi (mima uno che si copre con le mani i geni­tali e il sedere) e subito viene segnato a dito: «Oheu... uno nudo! ! Mamma guarda, uno nudo!» Ma se uno si libera di questa pudicizia idiota e se ne sta tranquillo, chi se ne fre­ga! Nudo, bello, tranquillo, sparato... la gente dice: «Oh, guarda, un conte! »

Ecco allora che l'operaio deve diventare conte, quando va al gabinetto; e deve imparare anche, oltre ai ritmi del cottimo, quello del gabinetto. Sono ben diversi, ma fonda­mentali (mima saltellando l'operaio che entra nel gabinetto e sì siede) un... due... tre... Una danza!

Ma torniamo alla storia del villano e sentiamo che cosa consiglia l’angelo al padrone del villano nel momento che glielo consegna.

 Ad insegna del suo casato gentile

mettigli in spalla vanga e badile.

Fallo andare intorno sempre a piedi nudi

che tanto nessuno dirà niente.

Di gennaio dagli un forcone in spalla

e caccialo a ripulire la stalla.

Di febbraio fai che sudi nei campi a franger le zolle

ma non darti pena se avrà le fiacche al collo,

se verrà pieno di piaghe e calli,

ne avrà vantaggio il tuo cavallo

liberato dalle mosche e dai tafani

che tutti verranno a star di casa dal villano.

Ponigli una gabella (tassa) su ogni cosa faccia,

mettigli una gabella persino a (su) quel che caca.

Di carnevale lascialo pur ballare

e pur cantare che s'abbia da rallegrare,

ma poco, che non si debba dimenticare

che è a 'sto mondo per faticare.

Anche di marzo fallo andare scalzo.

Fagli potare la vigna,

che si prenda la tigna.

Nel mese di aprile

che stia all'ovile

con le pecore a dormire,

a dormire svegliato (da sveglio),

che il lupo è affamato!

Se l'affamato lupo vuol prendersi qualche ar­mento

si prenda pure il villano che io non mi lamento.

Mandalo a tagliar l'erba

di maggio con le viole

ma guarda che non si perda (distragga)

rincorrendo le belle figliole.

Le belle figliole sane,

non importa se villane,

falle ballar distese

con te per tutto il mese.

Quando poi ti verrà a noia

 Par insegna d'ol so casat zentil

metighe in spala vanga e badil.

Fal' andà intorna semper a pie biot

che tanto niün ol te dirà nagot.

De zenaro daghe un furcun in spala e

cascialo a remundà la stala.

De febraro fa' che ol süda nei campi a franger i zol

ma no fat pena se ol g'ha i fiac al col,

se ol 'gnirà impiegnid de piaghi e cal,

ag n'avrà vantagio ol to caval

liberat di moschi e di tafan

che toti 'gniràn a stà de casa d'ol vilan.

Ponighe 'na gabela su omnia roba ol faga,

metighe 'na gabela infine a quel che caga,

De carnoval laselo pur balar

e pur cantar che ol s'abia de legrar,

ma poc, che no s' debia smentegare

co l'è a sto mundo par fatigare.

Anco de marzo falo andar descalzo.

Faghe podar la vigna

c'ol se cati la tigna.

Del mese d'avrile

c'ol stia in d'el ovile

co' e pegore a dormir,

dormire desvegiato

che ol luvo el s'è afamato.

Se l'afamato luvo vol torse qualche armento

as' tolga ol vilan pure che mi no me lamento.

Mandalo a ranzar l'erba

de majo con le viole

ma varda che no se perda

corendo le bele fiole.

Le bele fiole sane,

n'importa se vilane,

fale balar distese

con ti par tutto ol mese.

Das po' che at 'gnirà noiosa

 dàlla al villano in sposa,

in sposa già piena (incinta)

che non debba far fatica.

Di giugno a prender ciliege fai che il villano vada,

sugli alberi di prugne, di pesche e di albicocche,

ma prima, perché non debba mangiarsi le più belle,

fagli mangiar la crusca che gli stoppi (chiuda) le budelle.

Di luglio e d'agosto,

col caldo che ti manda arrosto,

per fargli passar la sete

dagli da bere l'aceto

e, se bestemmia arrabbiato,

non ti preoccupare dei suoi peccati:

che il villano sia buono o malnato (cattivo)

sempre all'inferno è destinato.

Nel mese di settembre,

per farlo ben distendere,

mandalo a vendemmiare

ma prima fagli ben pigiare

affinchè non si possa ubriacare.

D'ottobre bello, fagli ammazzare il maiale

e a lui per premio lasciagli le budelle

ma non lasciargliele proprio tutte, che vengono buone (possono servire)

per insaccare salsicce.

Al villano lasciagli i sanguinacci

che sono velenosi e intossicanti.

I buoni prosciutti sodi

lascia a quei villani,

lasciaglieli da salare,

e poi falli portare

alla casa di te (tua), che sarà un gran bel man­giare.

Di novembre e ancor dicembre

affinchè il freddo non lo debba offendere,

per farlo riscaldare

mandalo a camminare,

mandalo a tagliar legna

e fa' che spesso venga (torni),

che venga caricato

 daghela al vilan in sposa,

in sposa già impregnida

che no '1 debia far fadiga.

De zugno a tor scirese fait che ol vilan vaghi,

su i arbori de brugne, de peschi e de mugnaghi,

ma innanz parché no debia sbafarse le più bele

faghe magnar la crusca che 'ag stopi le budele.

De lulio e de l'agosto,

col caldo che at manda a rosto,

per farghe pasar la set

daghe de bévar l'azet

e, s'ol biastema d'inrabiat,

no te casciar de so pecat:

che ol vilan sia bon o malnat

sempr a l'inferno l'è destinat.

D'ol mese de setembre,

par farlo ben destendre,

mandelo a vendemiare

ma innanz fale ben schisciare

che no'l se poda imbriagare.

D'otuber bel, faghe mazà ol purscel

e a lü par premio lasighe i büdel

ma non lasarghe proprio tüte che vien bone

par sacar salsize.

Al vilan laseghe i sanguinazi

che i è venenusi e intosigazi.

I bon parsuti stagni

lasighe a quei vilani

lasegheli da salare,

da po' fali menare

a la casa de ti, che ol sarà un gran bel magnare.

De novembre e ancor dezembre

c'ol fredo no deba ofendre,

par farlo descaldare

mandelo a caminare,

mandelo a taiar legna

e fa' che speso vegna,

ch'ol vegna carigado

 che (cosi) non verrà raffreddato (non si raffred­derà),

e quando si avvicina al fuoco

caccialo in un altro luogo,

caccialo fuori dall'uscio,

che il fuoco lo rimbambisce.

Se fuori piove a dirotto

digli che vada a messa,

in chiesa è riparato

e potrà anche pregare,

pregare per passatempo,

che tanto non gli viene niente (non ne avrà pro­fitto),

che tanto non ne avrà salvamento,

che l'anima non ce l'ha

e Dio non lo può ascoltare.

E come potrebbe avere l'anima questo villano becco (cornuto)

se è venuto fuori da un asino con una scoreggia?

 che no '1 gnirà infregiado,

e quando as presa al fogü

casalo in altro lögu,

casalo fora de l'üs

che ol fogo ol rimbambis.

Se fora ol piov de spesa

digh' che vaga a mesa,

in gesa l'è riparà

e ol podrà anc pregà

pregà per pasatemp

che tanto ghe vegn nient,

che tant no gh'n'avrà salvamént,

che l'anema no ghe l'ha

e ol Deo nol pò scultà.

E come podria aveg l'anema sto vilan bec

se l'è 'gnì foera d'un aseno cun t'un pet?

 Voglio velocemente soffermarmi su un particolare; la storia dell'anima. Dice Matazone; «Tu, villano, non puoi avere un'anima in quanto sei stato partorito da un asino». Ebbene, è quasi un consiglio ad accettare questa condizio­ne, a non accettare l'anima: poiché l'anima costituisce il pretesto per il più grosso ricatto che si possa fare. È quanto sostiene Bonvesin de la Riva nel Rispetto tra l'anima e il corpo: «Ringrazia Dio, anima, di non avere il sedere, per­ché te lo riempirei di pedate: tu sei il mio piombo, io non posso volare perché mi pesi addosso». Perché, questo rifiu­to dell'anima? Perché è il più grosso ricatto cui il padrone possa ricorrere contro di noi. Nel momento della dispera­zione uno potrebbe anche dire: «Ma che me ne frega, un minimo di dignità, io la coltellata gliela do a questo padronebastardo!» E allora il padrone, o il padrone attraverso il prete: «No! Ferma! Ti vuoi rovinare? Hai sofferto tutta la vita e adesso che hai la possibilità, tra poco crepi, di anda­re in paradiso, perché Gesù Cristo te l'ha detto, tu sei l'ul­timo degli uomini e avrai il regno dei cieli... Ebbene, vuoi rovinare tutto? Calmati, stai tranquillo, non ribellarti!.., e aspetta dopo. Io si, perdio, sono rovinato! Io sono il pa­drone, per la miseria! E cosa mi ha detto Gesù Cristo? "Tu non entrerai mai nel regno dei cieli, tu sei come il cammello (o meglio il cameo, che è la fune delle navi), che non passerà mai attraverso la cruna di un ago..." L'hai capita la fre­gatura? Per forza devo farmelo qui, un piccolo paradiso. Ed è per questo che mi do da fare a tenerti sotto, a schiacciarti, a derubarti: ti porto via anche l'anima, certo! Io voglio il mio piccolo paradiso, piccolo ma tutto per me, subito, per il tempo che sto al mondo. Beato te che ce l'avrai tutto quanto, il paradiso! Dopo, è vero, ma per l'eternità!...»

Foto 14. «La Resurrezione di Lazzaro» (disegno di Dario Fo, da una sinopia rinvenuta nel camposanto di Pisa).

Passiamo ora al miracolo di Lazzaro.

Questo testo è un «cavallo di battaglia» da virtuosi, per­ché il giullare si trova a dover eseguire qualcosa come quindici-sedici personaggi di seguito, senza indicarne gli spo­stamenti se non con il corpo: nemmeno variando la voce, con gli atteggiamenti soltanto. Quindi è uno di quei testi che costringe chi lo esegue ad andare un po' a soggetto, re­golandosi sul ritmo delle risate, dei tempi e dei silenzi del pubblico. È, in pratica, un canovaccio sul quale dovrò im­provvisare di volta in volta. Motivo dominante del testo è la satira a tutto ciò che costituisce il «momento mistico», attraverso l'esposizione di ciò che il popolo intende nor­malmente per «miracolo». La satira si rivolge contro l'esi­bizione

 del miracolistico, della magia, dello stregonesco, che è una costante di molte religioni, compresa la cattolica; il fatto cioè di esibire il miracolo come un evento sopran­naturale, allo scopo di indicare che, indubbiamente, è Dio che l'ha eseguito: laddove, all'origine del racconto del mi­racolo, predomina il significato di amore e di attaccamento della divinità al popolo, all'uomo.

Qui, il miracolo è raccontato dal punto di vista del po­polo: tutto è visto e raccontato in funzione di uno spetta­colo eseguito da un grande prestigiatore, un mago, qualcuno che riesce a fare cose straordinarie e immensamente diver­tenti. Nessun accenno a quello che si pretende ci sia dietro.

In una sinopia del camposanto di Pisa è raffigurata la resurrezione di Lazzaro. (Sinopia è l'abbozzo che precede l'esecuzione dell'affresco: strappato l'affresco per un restau­ro, è venuto alla luce l'abbozzo, ben conservato). Lazzaro non appare neanche: l'attenzione è tutta concentrata, come in teatro, su una folla di personaggiattoniti, che esprimono col gesto la meraviglia per il miracolo. Un elemento grotte­sco, come grottesca è la rappresentazione, quasi che teatro e rappresentazione figurativa vadano di pari passo: c'è an­che un personaggio che infila le dita nella borsa di uno spet­tatore che gli sta vicino. Approfitta della meraviglia, dello stupore, del miracolo, per fregargli i quattrini.

  RESURREZIONE DI LAZZARO

- Scusi! È questo il cimitero, camposanto, dove vanno a fare il resuscitamento (resurrezione) del Laz­zaro?

- Sì, è questo.

- Ah bene.

- Un momento, dieci soldi per entrare.

- Dieci soldi?

- Facciamo due.

- Due soldi?! Boia, e perché?

- Perché io sono il guardiano del cimitero e voial­tri venite dentro a schiacciarmi tutto, a rovinarmi le siepi e a schiacciarmi l'erba, e io devo essere ricom­pensato di tutti i fastidi e i danni che mi impiantate. Due soldi o non si vede il miracolo.

- Bene! Sei bene un bel furbacchione anche tu, va' là!

- Due soldi anche voialtri, e non m'importa se ave­te i bambini, non mi importa, anche loro guardano. Sì, d'accordo: mezzo soldo. Vai giù, disgraziato, dal muro. Vuol vedere il miracolo gratis, il furbastro! Si paga, no?! Due soldi... no, non hai pagato. Due soldi, anche voi due soldi per venire dentro.

- Un bel furbo quello! Fa i soldi con i miracoli, Adesso bisogna vedere dov'è il Lazzaro... Ci sarà il no­me sulla tomba! L'altra volta sono venuto a vedere il miracolo di un altro, sono stato mezza giornata ad aspettare e poi il miracolo me l'hanno fatto in fondo là! Sono stato qui come un cretino a guardare. Ma questa volta che so il nome, mi sono interessato, trovo il nome sulla tomba, sono il primo! Lazzaro?!... (cer­cando) mi metto... Lazzaro?! mi metto davanti alla tomba, e voglio veder tutto dall'inizio. Guarda! Laz­zaro?! E anche se trovo la tomba con scritto Lazzaro, che non sono capace di leggere? Va beh! Indovino! Sto qui. M'è andata male l'altra volta, speriamo ades­so (che vada meglio). Chi sta venendo avanti? No, non

 RESURREZIONE DI LAZZARO

- Oh scusè! Oh l'è questo ol simiteri, campusanto, duè che vai a fà ol süscitamento d'ul Lassaro?

- Si, l'è quest.

- Ah bon,

- On mument, des palanche par entrar.

- Des palanche?

- Fasemo do.

- Doi palanche? ! Boja, e parché?

- Parché mi a sont ol guardian d'ol simiteri e vialtri a vegnit dentar a impiascicam tütu, a rüinam i sciesi e a schisciarme l'erba, e mi ho da ves cumpensat de tüti i fastidi e i scruseri che me impianti. Doi palanche o no 's vede ol miracol.

- Bon! As ben un bel furbasso anca te, va'!

- Doi palanche anca vi altri, e no me importa se avì i fiolit, a non m'importa, anca quei varden, Sì, d'acord: me­sa palanca. Vai giò disgrassiat dal mür. Al vol vede ol miracol a gratis, ol fürbaso! As paga, no?! Doi palanche... no, non hait pagat. Doi palanche, anca vui doi palanche par 'gnì dentar.

- On bel furbasso quelo! Ol fa i dané coi miracoli. Ades bisogna ved 'ndua l'è ol Lassaro... Ag sarà ol nom sü la tomba! L'altra volta son gnit a vede ol miracol d'un al­tro, sont stai mezza giurnada a speciare e pö ol miracolo a me l'hait fait in funda là! Sunt stait chì cume un babie, un baltroc, a vardag. Ma sta volta ca so al nom, me sont interesat, a treuvi ol nom in su la tumba, a sunt ol primo! Las­saro?!... (cercando) me meti... Lassaro?! me meti davanti a la tumba, a veuri vede tüt dal prinzipi. Varda! Lassaro?! E anca se treuvi la tumba cun scrit Lassaro, ca non son capaze a lezar? Bon! A beh! Induini! Sto chi. M'è 'ndai mal l'oltra volta, sperom adesso. Chi ariva intorna? No, non

 cominciamo a spingere! Sono arrivato io prima, e vo­glio stare davanti! Non m'importa se tu sei piccolo! Quelli piccoli vengono la mattina presto a prendersi il posto. Furbo, eh! È piccolo e viene davanti! Fac­ciamo la scaletta? I piccoli davanti, quelli lunghi di dietro! E poi il piccolo arriva dopo ed è come se fosse arrivato prima! Non spingere, mi fai andare dentro la tomba! Boia! Non mi importa, state indietro. Eh? Ah! Le donne, anche loro spingono, adesso!

- Non arriva? Non è ora per 'sto miracolo?

- Non c'è qualcuno che conosca questo Gesù Cri­sto, che possa andare a chiamarlo, che noi siamo arri­vati, no? Non si può aspettare sempre per i miracoli, no?

- Mettete un orario e rispettatelo, no?

- Seggiole! Chi vuole seggiole? Donne! Prendetevi una seggiola! Due soldi una sedia! Prendete una sedia per sedervi, donne! Che quando c'è il miracolo e il santo fa venir fuori il Lazzaro in piedi, che parla, can­ta, si muove, vi prendete uno spavento quando gli luc­cicheranno gli occhi (vivi) che andrete a sbattere di dietro e a picchiare per terra su un sasso con la testa e resterete ammazzate! Morte! E il santo ne fa uno solo di miracolo in un giorno. Prendetevi una sedia! Due soldi!

- Ohi, pensa proprio solo a fare soldi, eh!

- Allora, non c'è nessuno che vada...?

- Non spingere! Non m'interessa!

- Non salire sulle sedie! Ah furbo! Avete visto? Il piccolo si piazza (in piedi) sulle sedie!

- E non (ti) appoggiare che c'è la tomba (davanti) che...

- Arriva? Non arriva!

- Sardelle! Dolci le sardelle! Due soldi le sardelle! Dolci! Abbrustolite! Buone! Buone le sardelle! Che fanno resuscitare i morti! Due soldi!

- (Chiamando) Sardelle, sardelle... danne un cartoc­cio al Lazzaro che si prepara lo stomaco!

- Zitto, blasfemo!

- Buoni!

- Arriva! Arriva! È qui!

- Chi è? qual è?

- Gesù!

- Qual è?

- Quello nero? Uh, che occhio cattivo!

- Ma no! Quello è il Marco!

- Quello dietro?

 cominzum a spigner! A sont rivai mi prem, e voi stà da­vanti! No m'importa se ti sie piccolo! Queli piccoli vien la matina presto a torse el posto. Furbo eh! A l'è picolo e el vegn davanti! A fem la scaleta? I piccoli davanti, quei lun­ghi de drio! E peu el piccolo el riva dopo e l'è cuma s'el füss rivà prima! Non spigner, me fait andar dentar la tumba! Boja! No m'interessa, stiè indrio! Eh?! Ah! Le done, anca lor i spigne adesso!

- No ariva? No è ora de sto miracolamento?

- No gh'è un quai vügn ca conoss stu Jesus Cristo, che ol pò andà a ciamarlo, che nüm sem arivadi, no? 'N se pò aspeciare sempre pai miracoli, no?

- O dit un urari, o rivare, no?

- Cadreghe! Chi vole cadreghe?! Done! Cateve 'na cadrega! Doi bajochi 'na cadrega! Catè 'na cadrega par insetarve, done! Che quando gh'è ol miracolamento e ol santo el fa vegnì feura ul Lassaro in pie, c'ul parla, ul canta, ul se move, ve catè un tal stremizio, quant de li a renta, par de dre, andarì dentra a picar par tera su una bocia, un sas, cu' la testa, e restet cupadi! Morti! E ul santo ne fa ün sola­mente de miracolamento, int un ziorno, eh! Cateve! Cateve la cadrega! Doi bajochi!

- Ohi, nol pense propri che a fà dané, eh!

- Alora, a gh'è nisün che o vaga...?

- No spigner! No m'interessa!

- No muntar sü le cadreghe! Ah furbo! L'hai vist? Ol pìculu as piassa sü le cadreghe !

- E non appogiare, eh! cu gh'è la tumba che...

- Ariva? Non ariva!

- Sardele! Dolze le sardele! Doi bajochi le sardele! Dolze! Brustolide! Bone! Bone le sardele! Che fa suscitare i morti! Bone! Doi palanche!

- Sardele, sardele, daghen un cartocio al Lazzaro, ca'l se prepara ul stomego!

- Cito, blasfemo!

- Boni!

- Ul riva! Ul riva! L'è chi!

- Chi l'è? cu l'è?

- Jésus!

- Qual'è?

- Quelo negru? Uh, che ogio cativu!

- Ma no! Quelu l'è ol Marco!

- Quelo de drio?

 - Qual è? Quello alto?

- No, quello piccolo.

- Quel ragazzino?

- Quello lì con la barbetta.

- Oh, ma sembra un ragazzino, boia!

- Guarda! Ci sono dietro tutti!

- Ohe il Giovanni! Lo conosco io il Giovanni. (Chiamando) Giovanni! Gesù! Che simpatico che è Gesù!

- Oh! Guarda! C'è anche la MaDONNA        - ! C'è tutta la parentela! Ma va sempre in giro con tutta... (sta gen­te)? Oheu!...

- Non lo lasciano andare in giro solo, perché è un po' matto!

- (Chiamando) Gesù! Simpatico! M'ha schiacciato l'occhio!

- Gesù! Gesù, facci il miracolo dei pesci e dei pani come l'altra volta che erano cosi buoni!

- Zitto! Blasfemo, sta' buono!

- Silenzio! In ginocchio, ha fatto segno di mettersi in ginocchio, bisogna pregare.

- Dov'è la tomba?

- Eh... è quella là.

- Oh! Guarda! Ha detto di tirare su il tombone (la pietra tombale).

- Oh, la pietra!

- Zitto!

- In ginocchio, in ginocchio, su, giù tutti in gi­nocchio!

- Io no! Io non mi metto in ginocchio, perché non ci credo. Oh bella!

- Zitto!

- Fammi vedere.

- No! Giù di lì, giù dalla sedia.

- No! Lasciatemi salire che voglio vedere!

- Boia! Guarda! Hanno alzato la pietra, c'è il mor­to, è dentro boia, (è) il Lazzaro che puzza! Cos'è 'sto tanfo?

- Boia!

- Cos'è?

- Zitto!

- Lasciatemi guardare!

- È pieno di vermi, di tafani! Oheu! Sarà almeno un mese che è morto quello, s'è disfatto! Oh, che caro­gnata che gli hanno fatto! Uh che scherzo! Non ce la fa 'sta volta, poveretto!

- Di sicuro non ce la fa, non ci riesce! Impossibile che sia buono di (che riesca a) tirarlo fuori (resusci­tarlo)! È marcito! Che scherzo! Oh disgraziati! Gli

 - Qual'è? Quelo alto?

- No, quel picolin.

- Quel fiulin?

- Quelo lì cun la barbeta.

- Oh ma '1 par un fiulin, boja!

- Varda! Gh'è de dre tüti!

- Ohè! Giuvanni! Cugnussi mi el Giuvanni. Giuvanni! Jesus! Che simpatic co l'è ol Jesus!

- Ohè! Guarda! Gh'è anca la Madona, gh'è tüta la pa­rentela! Ma '1 và in turno sempar con tüta...? O là!...

- No '1 lasseno andà in turno solengo, parché a l'è un po' mato!

- Jesus! Sempatego! M'ha schiscià l'ögiu!

- Jesus! Jesus, fag ol miracolamento dei pessi e dei pani come l'altra völta, che i era 'sì boni!

- Cito, blasfemo, sta' bon!

- Silenzio! In genögio, l'ha fait segn de 'ndà in genögio, besogna pregà.

- 'Ndue l'è la tumba?

- Eh... l'è quela là.

- Ohia! Varda! L'ha dit de tirà sü ol tumbun!

- Oh, la piera!

- Cittu!

- In genögio, in genögio, sü, giù tüti in genögio, va!

- Ma mi no, no va in genögio parché no ghe credo! O bella!

- Cittu!

- Fam vedé.

- No, giò de li, giò de la cadrega.

- No, lasséme montar che voi vedar!

- Boja! Ohi guarda! L'ha tirà su ol tombon, o gh'è 'ol morto, ol gh'è dentro! Boja, ol Lassaro, euh che spüssa, s'o l'è stu tanfo?

- Boja!

- Cus'è?

- Cittu!

- Lassém guardà!

- O l'è impienit de vermini, de tafani. Euh! Ol sarà al­manco un mese che l'è morto quelo, ul s'è disfat! Uh, la carugnada co g'han fai! Uhia che schers! No ghe la fa sta­volta, povaretto!

- De seguro non ghe la fa, non ghe riesse! Imposibil ca l'è bon a tirar fora! O l'è marscio! Che scherso, ohh di-

 hanno detto tre giorni che era morto! È un mese al­meno! Che figura! Povero Gesù!

- Io dico che è capace ugualmente! Quello è un santo che fa il miracolo anche dopo un mese che è marcito!

- Io dico che non è capace!

- Vuoi far scommessa?

- E facciamo scommessa!

- Sì! Due soldi! Tre soldi! Dieci soldi! Quello che vuoi scommettere!

- Li tengo io? Ti fidi? Si fida! Ci fidiamo tutti? D'accordo, li tengo io questi soldi!

- Buoni, ecco, fate attenzione! Tutti in ginocchio; silenzio!

- Cosa fa?

- È li che prega.

- Zitto eh!

- Ohia! Alzati, Lazzaro!

- Oh! Glielo può dire e anche cantare, solo i ver­mi di cui è pieno vengono fuori!,,. Alzarsi?,,.

- Zitto! Si è montato (alzato, messo) in ginocchio!

- Chi? Gesù?

- No! Lazzaro! Boia, guarda!

- Ma va', impossibile!

- Fammi vedere!

- Oh, guarda! Va, va, è in piedi, va, va, cade! Va, va su, è in piedi!..,

- Miracolo! Oh! Miracolamento. Oh Gesù, dolce creatura che sei, che io non credevo!

- Bravo Gesù!

- Ho vinto la scommessa, dài qui, Uehi! non fare il furbacchione!

- Gesù, bravo!

- La mia borsa! Me l'hanno rubata! Ladro!

- Bravo Gesù!

- Ladro!

- Gesù, bravo! Gesù! Bravo!... Ladro...

 sgrassià! G'han dit tri dì co l'era morto! O l'è un mese al­manco! Che figura! Por Jesus!

- Mi digo che l'è capaz eguale! Quel l'è un santo c'ol fa ol miracolamento anca dopo un mese che l'è marscio!

- Mi digo che non è capaze!

- Vói far scomessa?

- E femo scomessa!

- Deh! Doi baiocchi! Tre baiocchi! Diese baiocchi! Quel che te vol scometer.

- I tegno mi? Ti te fidi? Se fida! Se fidemo tüti? D'ac­cordo, i tegno mi sti bajochi!

- Bon, ecco, fet atension! Tuti in genogio, silensio!

- Ul cossa '1 fa?

-U l'è'li ch'el prega!

-Cittu! Eh?!

- Ohia! Alzati, Lassaro!

- Oh! Ghe pò dire e anco cantare, sojamente i vermini che o l'è impienido ven fora!... Alsarse?.,.

- Cittu! U s'è muntà in genogio!

- Chi? Jesus?

- No, Lassaro. Boja, varda!

- Ma va', impusibil!

- Fa' vedè!

- Oh varda! ol va, ol va, l'è in pie, ol va, ol va, ol borla, ol va, ol va, su, su, ol va, ol va, l'è in piè!.,.

- Miracolo! Oeh! Miracolamento! Oh Jesus, dolze che ti set creatura, ca mi non credeva miga!

- Bravo Jesus!

- Ho vinciü la scumessa, da' chì. Uehi! Fa' mia ul fürbasso!

- Jesus, bravo!

- La mia borsa! Me l'han robada! Lader!

- Bravo Jesus !

- Lader!

- Jesus, bravo! Jesus! Bravo!... Lader...

 E arriviamo a Bonifacio VIII, il papa del tempo di Dan­te. Dante lo conosceva bene: lo odiava al punto che lo mi­se all'inferno prima ancora che fosse morto. Un altro che lo odiava, ma in maniera un po' diversa, era il frate francesca­no Jacopone da Todi, pauperista evangelico, un estremista, diremmo oggi. Era legato a tutto il movimento dei con­tadini poveri, soprattutto della sua zona, al punto che, in spregio alle leggi di prevaricazione imposte da Bonifacio VIIl, che era una bella razza di rapinatore, aveva gri­dato in un suo canto: «Ah! Bonifax, che come putta hai traito la Ecclesia! » Ahi Bonifacio, che hai ridotto la Chiesa come una puttana! Bonifacio se la legò al dito: quando finalmente riuscì a mettere le mani su Jacopone, che era fra l'altro uno straordinario uomo di teatro, lo sbatté in ga­lera, seduto, costretto a rimanere in questa posizione (in­dica), mani larghe e piedi legati, per cinque anni, incatenato sulle proprie feci. E si racconta che dopo cinque anni, quan­do usci grazie alla sopravvenuta morte del papa, questo po­vero frate, ancora giovanissimo, non riusciva più a camminare: era costretto a trascinarsi in giro piegato in due.

Quando, un anno e mezzo dopo, mori, cercarono di sten­derlo nella cassa da morto; non ce la facevano; ogni volta che lo stendevano... gniiii!, tornava alla posizione originale. Alla fine si sono stufati e lo hanno sepolto seduto.

Non era comunque il solo ad avere in odio il papa: già Gioacchino da Fiore, vissuto ancor prima di san Francesco, che può esser considerato un po' il padre di tutti i movi­menti ereticali, aveva detto più o meno: «Se vogliamo da­re dignità alla chiesa di Cristo, dobbiamo distruggere la chiesa. La grande bestia di Roma, la bestia tremenda di Roma. E per distruggere la chiesa non ci basta far crollare le mura, i tetti, i campanili: dobbiamo distruggere chi la governa, il papa, i vescovi, i cardinali». Un po' radicale, co­me atteggiamento. Fatto sta che il papa del tempo gli man­dò subito in visita un centinaio di armati che lo cercarono per le montagne dove viveva, individuarono grazie ad una spia la grotta in cui abitava, ma, loro sfortuna, lo trovarono morto: ancora caldo, ma morto. Era morto due minuti pri­ma che arrivassero: non si sa se per lo spavento d'aver vi­sto i soldati che arrivavano, o perché era un po' carogna e voleva fargli dispetto. Io credo che sia cosi: Gioacchino da Fiore era un maligno, molto maligno.

Ecco un'immagine di Bonifacio VIII (foto 15), molto realistica: lo vediamo usare come sedile il frate Segalello da Parma. Segalello da Parma era dell'ordine degli insaccati, cosi detti perché vestivano di sacco: un altro estremista, tanto per rimanere all'interno del linguaggio di questi gior­ni,

che sentiamo cosi spesso parlare di estremismi di ambo le parti, di opposti estremismi...

L'estremista che fa da sedile, dunque, era di quelli che pretendevano che il papa e la chiesa fossero poveri, estre­mamente poveri, che tutto venisse consegnato nelle mani della gente più umile: che «la dignità della chiesa, - diceva Segalello, - si fondasse sulla dignità dei poveri».

Quando tu chiesa hai al tuo interno un povero disgra­ziato che muore di fame, sei una chiesa che non può glo­riarsi di essere viva. A proposito del soprannome (il popolo lo chiamava Segarello): Segalello era di quelli che predica­vano la castità assoluta, e gli derivava evidentemente dal fatto che non lo vedessero mai andare a donne. Ebbene, questo frate dal soprannome quasi da giullare se ne andava in giro a provocare i contadini: «Ehi, voi, ma che fate? Giocate? Ah no! Vangate .la terra? Lavorate! E di chi è la terra? Vostra, immagino! No? Non è vostra? Ma come! Voi lavorate la terra e... Ma ne avete un profitto? ! Che pro­fitto? Ah... una percentuale cosi bassa? E come, tutto il re­sto se lo tiene il padrone? Il padrone di che cosa! Della ter­ra? Ah ah ah! C'è un padrone della terra? Voi credete davvero che sulla Bibbia il tal appezzamento di terra sia asse­gnato al tal dei tali... Cretini! Deficienti! La terra è vostra: loro se la sono fregata, e poi l'han data da lavorare a voi. La terra è di chi la lavora: chiaro? ! »

Pensate, nel Medioevo andare in giro a dire certe cose: la terra è di chi la lavora! È da pazzi incoscienti dirlo oggi, figuratevi nel Medioevo! Intatti l'hanno subito preso e mes­so sul rogo, lui e tutta la sua banda di «insaccati».

Scampò uno solo. Si chiamava fra' Dolcino, e si ritirò dalle sue parti, dalle parti di Vercelli: ma invece di starse­ne a casa in pace e in silenzio, visto il rischio che aveva cor­so, nossignori, andò intorno ancora a provocare i contadini, a fare il giullare. Andava e cominciava: «Ehi contadino!... la terra è tua, tientela, cretino deficiente, la terra è di chi la lavora...» E i contadini del vercellese, forse per il fatto che lui parlava il dialetto del luogo e lo capivano bene, lo guar­davano e dicevano: «Eh eh... che pazzo è quel fra' Dolcino! Però mica dice delle cose sceme! Sai, io quasi quasi la terra me la tengo... No, anzi, la terra la lascio al padrone, io mi tengo il raccolto! » E da quel giorno, ogni volta che arriva­vano i «dimandati», li prendevano a sassate. E comincia­rono a strappare anche il contratto, che si chiamava «an­gheria». Sì, il contratto che nel Medioevo univa i contadini al padrone si chiamava «angheria». Allora aveva il solo si­gnificato di contratto; poi la gente ha cominciato a capire, e si è arricchito di sfumature ; «Ah, un'angheria?...»: cioè, un contratto tra contadino e padrone. Bene, stracciavano questo contratto: ma, sapendo di non poter resistere da soli, si univano, si associavano l'un con l'altro: tutti i con­tadini della zona. Non solo, ma comprendendo che bisogna­va allargare l'unione, perché avesse più forza, si univano con gli artigiani minori, con i salariati, che nel Medioevo cominciavano ad esistere in gran numero. Fu così che giun­sero all'organizzazione di una comunità straordinaria. Fra di loro si chiamavano «comunitardi».

Sono i primi comunitardi della storia che conosciamo: come centro di organizzazione, avevano la «credenza». La credenza è oggi in tutta Italia, dalla Sicilia al Veneto, quel­l'armadio che teniamo in casa per riporvi la roba da man­giare. Il sostantivo deriva evidentemente dal verbo crede­re: credere in qualcosa. Credenza: credere nella comunità, quindi; e queste forme di comunità avevano cominciato ad esistere dal VI secolo. La prima «credenza» di cui abbiamo notizia è la «credenza» nella comunità di Sant'Ambrogio; un armadio enorme, immenso, tutto fatto a stive, con tanti sportelli di legno particolari, nei quali si conservavano i generi alimentari della comunità, il grano dall'umidità, tut­to quanto potesse servire alla comunità nei periodi di ca­restia.

Lì a Vercelli, invece, per la divisione, dei beni comuni non si aspettava la carestia: si radunava tutto quanto e lo si distribuiva a ciascuno secondo il bisogno. Secondo il bi­sogno, notate bene, non secondo il lavoro che ciascuno ave­va prodotto.

Questo modo di autogovernarsi aveva dato molto fasti­dio ai padroni: soprattutto a quelli che si sentivano «deru­bati» della terra. Uno in particolare, il conte del Monfer­rato, organizzò una spedizione punitiva, partì con i suoi sbirri, acchiappò un centinaio di comunitardi e tagliò loro mani e piedi. Era un vezzo di allora: in Bretagna, duecento anni prima, i signori avevano fatto lo stesso con i propri contadini. Mani e piedi tagliati, furono messi a cavalcioni di asini, e spinti verso la città di Vercelli ; perché i comunitardi si rendessero conto di quel che capitava ad agire con troppa libertà e «presunzione».

Quando i comunitardi videro i propri fratelli ridotti e malconci in questa maniera non si misero a piangere. Par­tirono la notte stessa ed arrivarono a Novara all'improvvi­so, entrarono in città e fecero un vero e proprio massacro degli sgherri, dei boia massacratori; non solo, riuscirono a convincere la popolazione a rendersi libera e ad organiz­zarsi a sua volta in comunità. Con una rapidità incredibile Oleggio, Pombia, Castelletto Ticino, Arona, tutta la parte a nord del Lago Maggiore, Domodossola, la zona verso il Monte Rosa, tutto il Lago d'Otra, la Valsesia, Varallo, la Val Mastallone, Ivrea, Biella, Alessandria... insomma, mez­za Lombardia e mezzo Piemonte si ribellarono. Non sapen­do più dove metter le mani, duchi e conti mandarono a Ro­ma un messo che arrivò urlando al papa: «Aiuto, aiuto... aiutaci tu, per Dio! » Davanti al per Dio, che può fare il pa­pa? « Per la miseria, per Dio, devo aiutarli... » Per sua fortu­na, e per fortuna dei signori del nord, stava per imbarcarsi a Brindisi la quarta crociata (quella di cui noi non sappiamo niente, perché ci viene passata del tutto sotto silenzio, e per «quarta crociata» ci contrabbandano quella che in realtà fu la quinta). E allora fece dire ai crociati dal messo: «Fermi tutti, scusate, ho sbagliato: gli infedeli non stanno dall'altra parte del mare, stanno lassù, in Lombardia, travestiti da con­tadini ribelli. Via subito! » A marce forzate ottomila uomi­ni, quasi tutti tedeschi, arrivarono in Lombardia, si unirono alle truppe del duca Visconti, dei Modrone, dei Torriani, dei Borromeo, del conte del Monferrato — c'erano anche due nuovi personaggi, i Savoia, che proprio allora cominciava­no a farsi strada — e diedero luogo ad un massacro ferocis­simo. Riuscirono a rinchiudere in un monte presso Biella tremila comunitardi, uomini, donne, bambini: in un colpo solo li massacrarono tutti, li bruciarono, li scannarono...

Di questa storia che vi ho cosi sommariamente raccon­tato, sui libri di testo in uso nelle scuole non si fa cenno. Ed è giusto, d'altra parte: chi organizza la cultura? Chi de­cide cosa insegnare? Chi ha l'interesse a non dare certe in­formazioni? Il padrone, la borghesia. Fin che glielo per­metteremo, è naturale che continuino a fare quello che ri­tengono giusto. Vi immaginate che questi qui, impazziti, si mettano a raccontare che nel Trecento, in Lombardia e in Piemonte, ci fu una vera e propria rivoluzione, durante la quale, nel nome di Cristo, si riusci a costituire una comu­nità in cui tutti erano uguali, si volevano bene, non si sfrut­tavano l'un l'altro? C'è la possibilità che i ragazzini si esal­tino e gridino: «Viva fra' Dolcino! Abbasso il papa! » E non si può, perdio, non si può!

Esagero, naturalmente, per amore di polemica; perché, per la verità, in qualche libro di testo un po' più avanzato, in qualche scuola di grande tradizione (il Berchet per esem­pio, la scuola che frequenta mio figlio), la notizia si trova. Magari in una nota a pie' di pagina, che suona cosi (la cito a memoria); «Fra' Dolcino, eretico, nel 1306 fu bruciato vivo insieme alla sua amica». Capito? Cosi i ragazzi impa­rano che fra' Dolcino era eretico in quanto aveva un'amica!

Eseguo adesso la giullarata di Bonifacio VIII. Inizia con un canto extraliturgico antichissimo, catalano, esatta­mente della zona dei Pirenei: durante il canto il papa si ve­ste per una cerimonia importante. Va ricordato un vezzo che aveva Bonifacio VIII; quello di far inchiodare per la lingua dei frati, ai portoni dei nobili di certe città. Poiché questi frati pauperisti e legati ai «catari», ad altri movi­menti ereticali, avevano la cattiva abitudine di andare in giro a parlar male dei signori: allora il papa li prendeva e zac... (mima l'atto di inchiodare per la lingua). Non lui per­sonalmente, che anzi aveva orrore del sangue: aveva degli uomini apposta per questo... Non era un accentratore.

Un altro episodio che si ricorda di lui, tanto per dare un'idea di che tipo fosse, è l'orgia che organizzò il venerdì santo del 1301. Tra le tante processioni che avevano luogo a Roma quel giorno ce n'era una di «catari», che approfit­tavano dei canti liturgici per insultare, con battute sotto­banco, proprio il papa. Dicevano: «Gesù Cristo era un po­vero cristo che se ne andava in giro senza neanche il man­tello: c'è invece qualcuno che il mantello ce l'ha, e pieno di pietre preziose. C'è qualcuno che se ne sta in cima a un tro­no tutto d'oro, mentre Cristo camminava a piedi nudi. Cri­sto, che era Dio, Padreterno, per essere uomo era sceso in terra: c'è qualcuno che non è nemmeno uomo, e fa tanto il padreterno, per essere dio si fa portare in giro su portan­tine...»

Per la miseria! Bonifacio, che era piuttosto sveglio, pen­sò: «Vuoi vedere che ce l'hanno con me? Ah si? E io gli faccio lo sfregio! » Organizzò un'orgia proprio di venerdì santo: chiamò aJcune prostitute, alcune signore di buona famiglia, che spesso è la stessa cosa, vescovi e cardinali, e pare che tutti assieme abbiano fatto delle cose proprio turpi e ignobili. Tanto che tutte le corti d'Europa si scandalizza­rono, anche quella di Enrico III d'Inghilterra che, secondo i cronisti del tempo, era un re piuttosto grossier.

Dicono infatti che, per far divertire i suoi baroni duran­te i banchetti, spegnesse una candela con un rutto, a tre me­tri di distanza! Qualcuno aggiunge addirittura - ma io non ci credo - che riuscisse a spegnerle addirittura di carambo­la, cioè facendo il rutto verso il muro... di sponda... (mima) tac-tac... È umorismo inglese, di cui non siamo in grado di cogliere tutte le sottigliezze, naturalmente; dobbiamo ac­contentarci, è come il cricket.

 BONIFACIO VIII

Il giullare recita il personaggio di papa Bonifacio VIII. Mima il gesto di pregare e canta

IL GIORNO DEL GIUDIZIO

APPARIRÀ COLUI CHE HA CREATO TUTTO

VERRÀ UN RE ETERNO

VESTITO DI NOSTRA CARNE MORTALE

VERRÀ DAL CIELO CERTAMENTE

IL GIORNO...

S'interrompe e si rivolge ad un immaginario chieri­co dal quale si fa consegnare la mitria. Riprende a cantare

COSI QUEL GIUDIZIO NON SARÀ

UN GRAN SEGNO SI MOSTRERÀ...

(Mima di togliersi la mitria dal capo) Oh! se è pe­sante questo! No, andiamo... devo andare a cammi­nare, io... (finge di afferrare un altro copricapo) Eh, questo va bene... (Se lo caccia in capo e ripren­de a cantare)

IL GIORNO DEL GIUDIZIO...

(S'interrompe) Lo specchio... (Mima di rimirarsi al­lo specchio) È storto, eh!... Il guanto! (Riprende a cantare mimando di infilarsi il guanto. Canta)

COSI QUEL GIUDIZIO NON SARÀ

UN GRAN SEGNO SI MOSTRERÀ...

l'altro... un guanto solo? ho due mani, no? non ho una mano sola... vuoi che me la tagli? (Canta)

IL SOLE PERDERÀ LO SPLENDORE

la terra tremerà di paura...

(Ordina) II mantello... il mantellone. (Mima di af­ferrare un largo, pesante mantello)

IL GIORNO DEL GIUDIZIO

APPARIRÀ COLUI CHE...

 BONIFACIO VIII

II giullare recita il personaggio di papa Bonifacio Vili. Mima il gesto di pregare e canta

AL JORN DEL JUDICI PARRÀ QUI AVRÀ FET SERVICI UN REY VINDRÀ PERPETUAL VESTIT DE NOSTRA CARN MORTAL DEL CEL VINDRÀ TOT CERTAMENT AL JORN...

S'interrompe e si rivolge ad un immaginario chierico dal quale si fa consegnare la mitria. Riprende a cantare

ANS QUEL JUDICI NO SERA UN GRAN SENAL SA MONSTRARÀ...

(Mima di togliersi la mitria dal capo) Oh! se ol è pesan-to questo! No, andemo... devo andare a caminare mi... (Finge di afferrare un altro copricapo) Eh, questo ol è bon... (Se lo caccia in capo e riprende a cantare)

AL JORN DEL JUDICI...

(S'interrompe) 01 spegio... (Mima di rimirarsi allo spec­chio) l'è storto, eh!... 01 guanto! (Riprende a cantare mimando di infilarsi il guanto. Canta)

ANS QUEL JUDICI NO SERA UN GRAN SENAL SA MONSTRARÀ...

L'olter... un guanto doma? g'ho do mani, no? no g'ho 'na mano sola... vói eh'me la taie? (Canta)

LU SOL PERDRÀ LU RESPLANDOR LA TERRA TREMERÀ DE POR...

(Ordina) 01 mantelo!... ol mantelon. (Mima di afferrare un largo, pesante mantello)

AL IORN DEL JUDICI PARRÀ QUI AVRÀ...

 Ohi se è pesante questo!... (Cerca di caricarselo in spalla. Chiede aiuto ai chierici)

APPARIRÀ COLUI CHE HA CREATO TUTTO

Spingete insieme, andiamo... (Canto rallentato) Ehi! Volete spingere, voialtri?... Cantatela anche! Devo far tutto da me?... cantare, spingere, portare il mantello, portare il cappello... andiamo! Fermi e ricominciamo! (Sempre rivolgendosi a chierici immaginari) E tu, canta: la prima voce! (Canta fin­gendo di impostare il canto al chierico)

... CREATO TUTTO-O-O

(Riprende dirigendo col capo)

VERRÀ UN RE ETERNO

Seconda voce. (Indica un altro chierico)

VESTITO DI NOSTRA CARNE MORTALE

Terza (Torna ad indicare il primo chierico)

VERRÀ DAL CIELO CERTAMENTE

(S'interrompe scoraggiato) Sei stonato, eh!!! Met­tiamoci a spingere insieme. (Canta salendo in acuto e blocca di scatto)

PER FARE IL GIUDIZIO FINALE

Chi è montato coi piedi sul mantello?! (Si gira im­bestialito) Sei tu, eh?! stonato! Ti faccio tirar su per la lingua, io! disgraziato... non canta e non spin­ge!... Andiamo... All'alleluiatico parti. (S'interrom­pe incredulo) Non sa neanche cos'è l'alleluiatico?... L'alleluiatico è quel ricciolo che si fa con la voce... Andiamo...

IL GIORNO DEL GIUDIZIO

APPARIRÀ COLUI CHE HA CREATO TUTTO

(Gorgheggia e tira il manto. Si arresta esausto) Ohi che mestiere da boia fare il papa! (Dà un ultimo strappo per caricarsi il manto)

VERRÀ UN RE ETERNO

VESTITO DI NOSTRA CARNE MORTALE...

(Di nuovo rivolto a un chierico) L'anello! (Alza il tono della voce) L'anello! (Sempre cantando s'in­fila l'anello. Lo rimira e dopo averci alitato sopra nel gorgheggio) Oh come luccica! (Ordina) L'al­tro... È grande questo, è per il pollice. (Infila l'a­nello nel pollice, continua a cantare)

VERRÀ DAL CIELO CERTAMENTE...

Il bastone! (Gridando) II bastone... non quello per picchiare, andiamo! quello col torciglione. (Indica la spirale. Riprende il canto)

Ohi s'o l'è pesante questo!... (Cerca di caricarselo in spalla. Chiede aiuto ai chierici)

parrà qui avrà fet servici

Spignè ansembio, andemo... (Canto rallentato) Uhei! volet spignere voialtri?... cantela anco! A debio far tüto da me?... cantare, spignere, portà ol mantelo, portà ol capelo... andemo! Fermo e recomensemo! (Sempre ri­volgendosi a chierici immaginari) E ti, canta: la prima vose! (Canta fingendo di impostare il canto del chierico)

fet serviciii

(Riprende dirigendo col capo)

un rey vindrà perpetual

Secunda vox. (Indica un altro chierico)

vestit de nostra carn mortal

Terza. (Torna ad indicare il primo chierico)

del cel vindrà tot certament

[S'interrompe scoraggiato) A seit stonat, eh!!! Demo a spignere ansembia. (Canta salendo in acuto e blocca di scatto)

per fer del setgle jugiament

Chi l'è che monta coi pie sul mantelo?! (Si gira imbe­stialito) A te se te, eh? stunat! At faghe tirar sü per la lengua mi! disgrasiò... no caNte e no spigne!... 'demo... All'alleluiatico te parti. (S'interrompe incredulo) No '1 sa nemanco cosa l'è l'alleluiatico?... l'alleluiatico l'è quel rìssul ch'as fa con la vose... 'demo...

al jorn del judici

parrà qui avrà fet servici

(Gorgheggia e tira il manto. Si arresta esausto) Ohi che mesté de boja fa lu papie! (Dà un ultimo strappo per ca­ricarsi il manto)

un rey vindrà perpetual

vestit de nostra carn mortal...

(Di nuovo rivolto a un chierico) L'anelo! (Alza il tono della voce) L'anelo! (Sempre cantando s'infila l'anello. Lo rimira e dopo averci alitato sopra nel gorgheggio) Oh come el sbarluscia! (Ordina) L'oltrò... a l'è grandu questo, a l'è par ul didon. (Infila l'anello nel pollice, continua a cantare)

del cel vindrà tot certament...

Ol bastoni (Gridando) Ol baston... No quel par picà, andemo... quel col turcicón. (Indica la spirale. Riprende il canto)

 VERRÀ DAL CIELO CERTAMENTE...

Siamo pronti? Partiamo, eh? Andiamo insieme. Non stare a spingere di colpo, disgraziato: vuoi ve­dermi stravaccato col muso nel fango? Attento a te, stonato! Facciamo bilancia, avanti: due colpi di bilancia prima di partire: un, due, su l'alleluiatico! [Canta)

I BAMBINI CHE NATI NON SARANNO

DENTRO LE LORO MADRI GRIDERANNO

DIRANNO TUTTI PIANGENDO

AIUTACI O DIO ONNIPOTENTE

Come canto bene! Dove andate, voialtri? Dove par­tite?,.. dove va tutta 'sta gente?... Mi piantate qui da solo? Sono il papa Bonifacio, io! Non sono mica un carrettiere...

Chi è? Chi?... chi è quello con la croce... Gesù?... Ah, Cristo! Gesù Cristo...

Guarda guarda... orco... com'è conciato... disgrazia­to! Adesso capisco perché lo chiamano «povero cristo»... oh boia... ohi come va in giro... Maledi­zione! andiamo che mi fa impressione guardare queste cose... (Finge di rispondere a un chierico che è di diverso avviso) Dici che è meglio che gli vada vicino?... che mi faccia vedere dalla gente che sono buono, che mi faccia vedere ad aiutarlo a por­tar la croce... Magari poi tutti mi applaudono, di­cono: «Che buono che è, questo Bonifacio»... Ma sì, facciamoli contenti 'sti minchioni... andiamo. (finge di spogliarsi) Dài, tieniti il mantello... tene­telo... il bastone... È meglio che adesso vada. Non ci crederai, mi tremano le gambe... Gesù, come va?... Gesù, non mi conosci? Sono Bonifacio... Bo­nifacio, il papa... Come, chi è il papa! Andiamo... è il pastore, quello che viene da Pietro, con tutti gli altri di fila... non mi riconosci? Ah, è per il cap­pellone... Era perché piove... Magari... (Rivolto al chierico) Vieni a levarmi via tutto... l'anello!... non far vedere che ho gli anelli... (Mima di farsi spo­gliare di ogni orpello) Non far vedere roba che luc­cica... È un fissato tremendo, quello! un originalone... Fuori, levami le scarpe... fuori! Vuol vedere la gente a piedi nudi... andiamo, fuori! Dammi qual­cosa per sporcarmi... la terra, in faccia. (Si strofina il viso con il fango) Dài, sporcami tutto: vuol ve­dere cosi! Cosa vuoi, è matto! (Si rivolge a Cristo) Mi riconosci adesso? Sono tuo figlio... Umile, che lo so che faccio pietà. Gesù... guarda, io m'inginocchio

 DEL CEL VINDRÀ TOT CERTAMENT...

A semo pronti? a partìsomo eh? Ansembia andemo. No star a spignere de boto, disgrasiò: te me voi vedar stra-vasciado col müson in la mota? Atento ti... Stunat! A femo balansa, avanti: do colpi de balansa avanti de par­tir: on, doi, su l'alleluiatico! (Canta)

LOS INFANTS QUI NATS NO SERAN

DINTRE SES MARES CRIDARAN

DIRAN TOT PLOROSAMENT

AJUDANS DEUS OMNIPOTENT

Come canto ben! Dove andì voialtre... dove partì?... do­ve va tüta sta zente?... a me impiantì chi da par mi solengo?... el papie a son! Bonifax me! mia son un careter...

Chi elo? Chi?... chi è quelo co' la crose... Jesù?... ah Cristu!... Jesus Cristo...

Guarda guarda... orcu... com a l'è cunzad... desgrasiò! Adess cumprendi parché ol ciamen «pover cristu»... oh boja... ohi come el va inturnu... Malerbétta!... andemo che mi fa impression a guardar ste robe... (Finge di ri­spondere a un chierico che è di diverso avviso) At dìseto che l'è mejor che mi ghe vago a preso... che me faga vedar par la zente che mi son bon, che me fago vedar ad ajudarlo a portar la croze... magari che tüti me plaudeno, che dicon «Ca bon ca l'è sto Bonifazio... » Ma sì, fasemo contenti sti mincioni... andemo. (Finge di spogliarsi) Dài, toite el mantelon... teinitelo... ol baston... l'è mejor che adeso vago... Non te crederà... a g'ho i trembor... Jesus, cum vala?... Jesus, non te me cognose? a sun Bonifax... Bonifacio, ol papie... Come chi è lu papie! Andemo... lu pastor... quelo co lo vien da Pietro, co i àlteri in fila... a no te me ricognose?... Ah, l'è por ol capelon... l'era parché ol piove... magara... (Rivolto al chierico) 'Egna torme fora tuto... l'anelo!... No far ve­dere che g'ho i aneli. (Mima di farsi spogliare di ogni orpello) No far veda roba che sbarlussega... oh a l'è go­tico tremendo quelo! A l'è un originalum... fora le scar­pe... fora! El vol vedar zente a pie bioti, 'demo, fora! !... dame quai cossa da sbordegar... la tera in facia. (Si stro­fina il viso con il fango) Dài, sbordegame tuto: el vor vedar cosi! Cosa vo', l'è mato! (Si rivolge a Cristo) A te me ricognoset adess? A sont ol fìol de ti... umile che mi ol so che fai pietà... Jesus... varda, mi me inginöci

 davanti a te... Io che non mi sono mai ingi­nocchiato, che tutti mi fanno i... Gesù... Gesù... Ma dammi retta un momento, orco! Ma come, io ti parlo e tu non mi dài ascolto? Benedetto, un po' di creanza, ecco! Ti dicevo... (Si arresta come se Cri­sto l'avesse interrotto) Io?... io... Che hai detto? Che io ho ammazzato i frati?... io? Che ho fatto del male? Non è vero! Sono cattiverie, sono tutte bu­gie che mettono in giro le malelingue, per gelosia che... (Additandolo con foga) Anche di .te, m'han detto delle cose! Caro! Ma io non ci credo mica! Benedetto, sono cattivi lo sai... (S'inginocchia di­sperato) Gesù! Gesù, guardami negli occhi, che io ti voglio bene... che ai frati? ma no, che gli voglio bene, io ho sempre voluto bene ai frati, io... (Ri­volto all'immaginario chierico) Manda a prendermi un frate, svelto! (Al Cristo) Io gli voglio bene... (Al chierico) Dove vai a trovarli, i frati? Ma in galera, che è piena!... (Al Cristo) Gesù, io... Gesù, guarda un frate, guarda che bello... (Mima l'abbraccio e il bacio, volta il viso disgustato) Che puzza! (Al Cri­sto) Gesù, fatti aiutare da me a portar la croce, che io sono forte, tu ti affatichi... io sono abituato... so­no un bue, io... porto certi mantelloni! lasciami... Cireneo, fuori dai coglioni!...

(Mima scacciare il Cireneo e prendere il suo posto) Io ti aiuto.,, no, non faccio fatica... no... non spin­gere! Gesù, buono... (Viene scaraventato lontano da una terribile pedata) Cristo! ! Una pedata a me?! Bonifacio! Il Principe! Ah, bene... canaglia... mal­nato... Oh se lo sapesse tuo padre... disgraziato! Capo degli asini! Senti, non ho paura a dirtelo che mi fa piacere vederti inchiodato: che oggi giusto mi voglio ubriacare, voglio togliermi il piacere di bal­lare... ballare! Andare a puttane! Perché sono Bo­nifacio, io... Principe, sono! Mantellone, cappello, bastone, anelli... tutti! Guarda come luccicano... ca­naglia... Bonifacio, sono! Cantare! (Se ne va tronfio e impettito cantando a tutta voce)

IL GIORNO DEL GIUDIZIO

APPARIRÀ COLUI CHE HA CREATO TUTTO

VERRÀ UN RE ETERNO

VESTITODI NOSTRA CARNE MORTALE

VERRÀ DAL CIELO CERTAMENTE

 devanti a ti... che mi sunt gimai ingenugiat, che tüti me fa i... Jesus... Jesus... dame a tra' un mument, orco! Ma come, mi at parlo, e ti no me dait ascolto? Benedeto, un po' de creanza, ecco! Mi at disevo... (Si arresta come se Cristo l'avesse interrotto) Mi?... mi... Co hait dito? che mi ho amazait i fraite?... mi? che ho fait de mal? No è vera!... I è de robe cative... i so de le busie che trae intor­na i malelengue par gelosia... che... (Additandolo con fo­ga) Anca de ti m'han dito de robe... caro! Ma mi no ghe credo miga! Benedeto, a i cativi, ti sa... (S'inginocchia di­sperato) Jesus! Jesus, vardame nei ogi, che mi te vojo ben...che ai fraite? ma no, che ghe vojo ben, mi g'ho sem­pre vorsudo ben ai fraiti. (Rivolto all'immaginario chieri­co) Manda a torme un fraite, svelto! (Al Cristo) Mi ghe vojo ben... (Al chierico) Dove ti va a trovarli i fraiti? Ma in preson, che gh'è impiegnide!... (Al Cristo) Jesus, mi... Jesus, guarda un fraite, guarda che bel. (Mima l'abbrac­cio e il bacio, volta il viso disgustato) Che spussa!,.. (Al Cristo) Jesus, faite ajdare de mi a portar la crose, che mi son forte, che ti te fait fadiga... che mi sont abituat... sont un boeu mi... a porto certi mantelon... laseme... Ciraneo... fora de le bale... (Mima scacciare il Cireneo e prendere il suo posto) Mi te ajdi... no, no fag fadiga... no... no spignere! Jesus, bon... (Viene scaraventato lon­tano da una terribile pedata) Cristu!! Una pesciada a mi?! Bonifax!! Lo Prense! ah bon... canaja... malnato... Ah, s'ol savese to padre... disgrasiò! Cap de' aseni!... Sente, no g'ho pagüra da ditel che me fa el piazer de vederte inciudà, ca incoo giusta am voj ciucare, a voj torme lo plaser de balare... balare! andà de pütane! par­ché sunt Bonifax a mi... prence son! Mantelon, capelo, baston, aneli... tuti!!! Va', 'me sbarlüscen... canaja,.. Bonifax sun! Cantare! (Se ne va tronfio e impettito can­tando a tutta voce)

al jorn del judici

parrà qui avrà fet servici

un rey vindrà perpetual

vestit de nostra carn mortal

del ciel vindrà tot certament

 

Testi della Passione

 IL MATTO E LA MORTE

 In una locanda alcuni sfaccendati giocano a carte con il matto.

MATTO                               -  Il cavallo su l'asino, la vergine sul vizioso e mi porto a casa tutto. Ah ah. Avete sempre avuto la convinzione che io fossi un pollo da spennare, eh? E adesso, come la mettete? (Distribuisce le carte).

I° GIOCATORE                  - Non è ancora finita la partita... aspetta un po' a (prima di) cantare!

MATTO                               -  No, che io invece canto... e ballo... Oh che belle carte. Buona sera maestà, signor re, vi dispia­ce andarmi a prendere la CORO  - na di quel bastardaccio del mio amico? (Sbatte una carta sul tavolo).

II° GIOCATORE                 - Ah ah... ci sei caduto col re, per­ché io ci sbatto (sopra) l'imperatore!

MATTO                               -  Ohi ohi, guarda cosa mi fa l'imperatore: ci picchio (ci sbatto sopra) questo (si volta di schiena appoggiando il sedere sul tavolo) e poi per giunta quest'assassino che ti ammazza l'imperatore come un maiale.

I° GIOCATORE                  - E io ti fermo (arresto) l'assassino col capitano...

MATTO                               -  E io ti faccio venir la guerra, così il capitano deve partire.

II° GIOCATORE                 - E io la carestia, il colera e la pe­ste che fanno terminare la guerra.

MATTO                               -  E tu allora prendi l'ombrello che sputo tem­pesta, sputo questo temporale... sputo pioggia e di­luvio... (Ha bevuto dalla brocca e spruzza tutti quanti).

I° GIOCATORE                  - Ohi disgraziato d'un Matazone, sei MATTO   - ?.,.

MATTO                               -  Eh si che sono MATTO          - , ah... se mi chiamate Matazone, sono MATTO       - ... e io vinco la partita a ta­rocchi con il diluvio che fa far fagotto ad ogni pe­stilenza.

 IL MATTO                         -  E LA MORTE

In una locanda alcuni sfaccendati giocano a carte con il MATTO     - .

MATTO                               -  Ol caval su l'asen, la verzen sora al vizius e am porti a casa tüto. Ah, ah. Avit sempre üt la cunvinzion ca mi füs un polastro de spenà vu, eh? E mo', com' la metìu? (Distribuisce le carte).

I° GIOCATORE                  - No a l'è finida anc'mo la partida... pecia un bot a cantà!

MATTO                               -  No, che mi a canto de contra... e a balo.,, Ohi che bele carte. Bona sira maiestà, segnor regio, av despiàse andarme a catar la CORO    - na de quel bastardasc d'ol me amig? (Sbatte una carta sul tavolo).

II° GIOCATORE                 - Ah ah... at set tumburnà col regio ca mi ghe pichi l'imperadur!

MATTO                               -  Ohi ohi, varda a ti cosa ol me cascia st'imperadur: ag pichi là quest (si volta di schiena appoggiando il sedere sul tavolo) e poe de giünta st'asasin che at copa l'imperadur 'me un porscel,

I° GIOCATORE                  - E mi at stopi l'asasin col capitani...

MATTO                               -  E mi at fag vegnir la guera che ol capitani ol dev partir.

II° GIOCATORE                 - E mi la carestia e ol culera e la peste che le guere a fan furnì.

MATTO                               -  E ti alora tö l'umbrela che sptiù tempesta, sptiù st' tempuraj... sptiù piova e delugi... (Ha bevuto dalla brocca e spruzza tutti quanti).

I° GIOCATORE                 - Ohi desgrasiad d'un Matazon, at si mat?..,

MATTO                               -  Eh sì che a son mato ah... se a me ciamit Matazon, son mato... e a me vincio 'e partide de tarochi cont al delügi che a omni pestilenza fa fà ol fagot.

 OSTESSA                           -  Smettetela per favore di far bordello (fra­casso), perché c'è gente nello stanzone che sta per mettersi a tavola.

MATTO                               -  Chi sono?

OSTESSA                            -  Non lo so... non li ho mai visti qui a Emmaus quelli lì, nella mia locanda. Li chiamano gli apostoli...

II° GIOCATORE                 - Ah! Sono quei dodici che vanno dietro al Nazareno.

MATTO                               -  Sì: il Gesù, che sarebbe quello che sta in mezzo, guardalo là... che a me è tanto simpatico! Ohè, Gesù Nazareno, ti saluto! Buon appetito! Hai visto? mi ha schiacciato l'occhio... com'è simpatico!

III° GIOCATORE               - Dodici e uno tredici... oh, si met­tono a tavola in tredici, che porta così male!

MATTO                               -  Oh, ma se sono matti! Aspetta che gli faccio una scaramanzia per scacciargli via il malocchio. (Canta) Tredici a cena scalogna non porta, maloc­chio resta tranquillo che io tocco queste chiappe! (Palpa il sedere all'OSTESSA     - ),

OSTESSA                            -  Stai buono, Matazone, che mi fai rovescia­re l'acqua bollente!

I° GIOCATORE                  - L'acqua bollente! Cosa se ne fan­no quelli?

OSTESSA                            -  Credo che vogliano lavarsi i piedi.

II° GIOCATORE                 - Lavarsi i piedi prima di mangia­re? Ohi! Sono proprio matti! Matazone, dovresti andare con loro che quelli sono i compagni fatti ap­posta per te.

MATTO                               -  L'hai detto, hai ragione: vinco 'sta partita e con i soldi che mi pagherete vado di là nello stanzone a bermeli tutti con loro... e voi non venite, voi non potete stare con i matti perché siete figli di put­tana e di ladroni.

Gli cambiano le carte.

III° GIOCATORE               - Gioca, gioca che voglio proprio godermela, questa tua vincita.

MATTO                               -  A proposito di ladroni: dove è andato a fini­re il MATTO      -  che avevo fra le mie carte?

II° GIOCATORE                 - Dategli subito uno specchio, che si possa ammirare: troverai subito la faccia del tuo MATTO - ...

 OSTESSA                           -  Deighe on taj par piazer de fà sto burdeleri, che gho zente in d'ol stanzon ch'i è renta andar a tabola.

MATTO                               -  Chi a sont?

OSTESSA                            -  No 1' sag mi... che no i g'avevi gimai vedùi chi­lo' a Emmaus queili, in la mea locanda. I ghe dise i apo­stoli...

II° GIOCATORE                 - Ah, i sont quei dodes che ag van in­torno al Nazareno.

MATTO                               -  Sì: ol Gesù, che ol seria queilo che ol sta in del mez, vardalo là... ch'ol m'è tant sempatich a mi. Ohè, Gesù Nazaren, at salüdi! Bon apetit! Hait vist, ol m'ha schisciad l'oegio... com' a l'è sempatich!

III° GIOCATORE               - Dodes e vün tredes... o i 's met a ta­bola in tredes, che ag mena sì tanto gram!

MATTO                               -  Oh, ma se i sont matochi! Pecia che ag fag 'na scaramanza par scasciarghe via ol maloegio. (Canta)

               Tredes a cena scalogna nol

            mena maloegio stà quac che at tochi sti ciapp!

(Palpa il sedere all'OSTESSA             - ).

OSTESSA                            -  Staite bon, Matazon, che am fait reversare l'ac­qua bujenta!

I° GIOCATORE                  - L'acqua bujenta, cosa an fan cos'è a queili?

OSTESSA                            -  A credi che i se vol lavase i pie.

II° GIOCATORE                 - Lavarse i pie inanze de magnar? Ohi chi è 'mpropi mati! Matazon, ti at dobiareset andarghe cont lori che a queili a sont i compagnon fadi a bela posta par ti.

MATTO                               -  A tl'hait dit, ti g'ha rezon: am vencio sta partida e cont i palanchi che am pagaret vag de là in d'ol stanzon a bevarmei tüti cont lori... e vui no vegnì miga, che vui no podit star coi mati e matazoni, che a sit fiol de putane e de ladroni.

Gli cambiano le carte.

III° GIOCATORE               - Gioega, gioega, che am voi propi goed sta tua vinciüda.

MATTO                               -  A sproposit de ladroni; 'ndua l'è 'ndad a furnì ol mat che g'l'avevi in mez a i me carti?

II° GIOCATORE                 - Deighe un spec che ol se poda mi­rar: at truaret de sübet la facia d'ol to mat...

I° GIOCATORE                 - Gioca e non perdere tempo... (gioca) cavaliere con lo spadone.

II° GIOCATORE                 - Regina col bastone,

MATTO                               -  Strega col caprone.

III° GIOCATORE               - Il bambino innocente,

I° GIOCATORE                  - Il Dio onnipotente.

MATTO                               -  La giustizia e la ragione.

II° GIOCATORE                 - Il furbo e l'avvocato.

III° GIOCATORE               - Il boia e l'impiccato.

MATTO                               -  Il papa e la papessa.

I° GIOCATORE                  - Il prete che fa la messa.

II° GIOCATORE                 - La vita bella e allegra.

III° GIOCATORE               - La morte bianca e negra.

II° GIOCATORE                 - Di carte non ne hai più: caro il mio MATTO   - , hai già perso.

MATTO                               -  Possibile! Ma come ho fatto a perdere?

I° GIOCATORE                  - Come hai fatto? Non sei capace di giocare, caro il mio Matazone coglione. Adesso pa­ga, fuori questi soldi!

MATTO                               -  M'avete pelato completamente, boia d'un gobbo... E dire che a pensarci mi sembrava proprio di averla io questa carta della morte, mi ricordo che ce l'avevo qui nel mezzo.

Sul fondo appare la Morte; una DONNA      -  bianca con gli occhi cerchiati di nero.

II° GIOCATORE                 - Ohi mamma... chi è quella?

Il MATTO                            -  volta le spalle alla Morte. È intento a con­tare i soldi.

III° GIOCATORE               - La strega... la morte! Fuggono tutti meno il MATTO - .

MATTO                               -  Sì, la morte! Proprio... ce l'avevo io! Oh che freddo... dove vi siete cacciati tutti? Ho il freddo che mi arriva alle ossa. Chiudete quella porta... [Sbircia appena la Morte) Buon giorno. È tutto chiuso, da dove viene questo freddo boia? [Vede la Morte) Buon giorno, buona sera... buona notte, ma­dama, con permesso. (Si alza per andarsene) Sic­come i miei amici sono andati... (Ha dimenticato i soldi sulla tavola) Cercate qualcuno? La padrona è

I° GIOCATORE                 - Gioega e no stà perd 'ol temp... (gio­ca) cavajer col spadon

II° GIOCATORE                 - Rejna col baston.

MATTO                               -  Strolega col cavron.

III° GIOCATORE               - Ol bambin innozente.

I° GIOCATORE                  - Ol Deo 'nipotente.

MATTO                               -  La justizia e la rezon.

II° GIOCATORE                 - Ol furbaso e l'avocat.

III° GIOCATORE               - Ol boja e l'impicat.

MATTO                               -  Ol papa e la papesa.

I° GIOCATORE                  - Ol  preite che fa mesa.

II° GIOCATORE                 - La vita bela e alegra.

III° GIOCATORE               - La morte bianca e negra.

II° GIOCATORE                 - De carte a gh' n'et pü: caro ol me mat ti gh'a perdü.

MATTO                               -  Pusibil! Ma come ho fait a perdre?

I° GIOCATORE                  - Com' l'ha fait? ! No ti è bon de ziogar, ol me car Matazon cojon. Paga mo', foera ste palanche!

MATTO                               -  M'avit pelat al cumplet, boia d'un goebo... E di' che a pensag me pareva d'averghela mi, de seguro, sta carta de la morte... am regordi che ag l'avevi chi in d'ol mez.

Sul fondo appare la Morte: una DONNA      -  bianca con gli occhi cerchiati di nero.

II° GIOCATORE                 - Ohi marna... chi a l'è quela?

Il MATTO                            -  volta le spalle alla Morte. È intento a contare i soldi.

III° GIOCATORE               - La stria... la morte!

Fuggono tutti meno il MATTO          - .

MATTO                               -  Sì, la morte, impropi... g'l'aveva mi! Ohi che frio... 'ndua av sit casciadi tüti? gh'è ol frio ch'a'm riva in d'i osi. Sarit sta porta... (Sbircia appena la Morte) Bon dì. Gh'è tüto serad... d'in dove ol vegne sto infregiamento boia? (Vede la Morte) Bon dì, bona sira... bo­na note, madama, cont permes. (Si alza per andarsene) Sicome i me amisi a sont andatt... (Ha dimenticato i sol­di sulla tavola) Scerché quaidün? La padrona l'è de là di là nello stanzone a servire in tavola gli apostoli e la catinella per lavarsi i piedi: se volete andarci, non fate dei complimenti. Oh che batto i denti!

MORTE                                -  No, vi ringrazio, ma io preferisco aspettare qui.

MATTO                               -  Bene, se vuol sedersi si prenda questa sedia, è ancora calda, l'ho scaldata io! Mi scusi, signora, ma adesso che la guardo più da vicino mi sembra d'averla già conosciuta un'altra volta.

MORTE                                -  È impossibile, che io sono una che si conosce una volta sola.

MATTO                               -  Ah sì? Una volta sola? E ha una parlata fore­stiera, che mi sembra toscana. Non lo è? È ferra­rese? Romana? Trevigiana? Di Sicilia? Nemmeno di Cremona? Che quelli lì sono i più forestieri di tutti, più forestieri dei lodigiani, che sono forestie­ri persino dentro Lodi! Ad ogni modo, signora, mi permetta di dirle che la trovo un po' giù di carreg­giata, un po' pallida, dall'ultima volta che non l'ho conosciuta.

MORTE                                -  Dici che sono pallida?

MATTO                               -  Sì, non vi offendete, spero?

MORTE                                -  No, io sono eternamente stata pallida. Il pal­lore è il mio (colore) naturale.

MATTO                               -  Pallida naturale? Ah, ecco a chi assomigliate! Voi assomigliate sputata a questa figura dipinta sul­la carta!

MORTE                                -  Infatti, sono la MORTE          - .

MATTO                               -  La MORTE     - ? Ah, siete la MORTE          - , voi? Oh guar­da che combinazione! È la MORTE             - ! Bene... piacere... io sono Matazone.

MORTE                                -  Ti faccio paura, eh?

MATTO                               -  Paura a me? No, io sono MATTO       -  e lo sanno tutti anche nel gioco dei tarocchi, che il MATTO          -  non ha paura della MORTE             - . Anzi, al contrario, la va cer­cando per far coppia maritata, che insieme vincono ogni carta, persino quella d'amore!

MORTE                                -  Se non hai paura, com'è che ti trema questa gamba?

MATTO                               -  La gamba? È perché questa gamba non è mia. La mia vera l'ho persa in un campo a guerreggiare... e allora ne ho presa una di un capitano che era morto, e la sua gamba si muoveva ancora viva co­me fosse stata la coda di una lucertola ammazzata. E dunque gli ho tagliato questa gamba e me la sono in d'ol stanzun a servig in tavola a i apostul ol baslot de lavas i pie: se a vorsì andag, no fit di cumplimenti. Ohi che barbeli!

MORTE                                -  No, av rengrazio, ma preferzo de spedare quinve.

MATTO                               -  Bon... se la vol sentarse, la s'toga sta cadrega... l'è anc'mo calda, che g'l'ho scaldada mi! Ca scüsa, ma­dama... ma indes che la vardi plü de renta am somegia d'aveg'la reconosüda n'altra voelta.

MORTE                                -  El sta imposible, ch'eo me sont una ch'as conose una volta mas solamente.

MATTO                               -  Ahi sì? una volta mas...? E la g'ha una parlada de foresta... che la me par toscania... no la è? La è feraresa? Romana? Trevigiana? De Cicilia? Ne manco de Cremo­na? Che i sont i plù foresti de tüti quei, plus foresti de i lodigiani che i son foresti infine derento a Lodi! Abomni manera, madama, am permetì de dirve che av truvi un poc giò de caregiada, un poc smortina, de l'ültema voelta che no ve g'ho cognosüda.

MORTE                                -  At dit smorta?

MATTO                               -  Si, no ve ofendit, a spero?

MORTE                                -  No, che eo a sont in sempiterna stada smorta. Che smorto e gli è el meo naturale.

MATTO                               -  Smorto al naturale? Ah, eco a chi a ghe somegia! Vu che somegì spüada a sta figura ch'è pintürada sü sta carta!

MORTE                                -  Enfacti, ch'eo sont la MORTE            - .

MATTO                               -  La MORTE     - ? A sit la MORTE     - , a vu? Oh ti varda la combinasiu'! a l'è la MORTE             - ! Bon... piazere... mi a sont Matazon...

MORTE                                -  Te fago pagüra, eh?

MATTO                               -  Pagüra a mi? No, che mi a son mato matazone, e ol san tüti che anco in d'ol ziogo de i tarochi ol mato no ol g'ha pagüra de la MORTE           - . Anze, de contra la va zercando par far copia maridada, che insema i venze omnia carta: infin quela d'amore!

MORTE                                -  Se no ti g'hai pagüra, come l'è che ti tremba sta giamba?

MATTO                               -  La giamba? A l'è perché a no l'è mia, sta giamba chi! Che la mia vera de mi me la g'ho perdüda in d'ol campo a guerezare... e alora ne g'ho catada una d'un ca­pitano... che lü a l'era morto e la soa giamba la svisigava anc'mo viva como la fuese una coa d'una luzertula cupada. E donca g'l'hait taiada, sta giamba e m'ia sont tacata attaccata da solo, con lo sputo; che, guardate, si capisce bene che non può essere la mia... è più lunga di una spanna e mi fa andare zoppo. Ohi! Sta' buona (gamba del capitano), che non si deve avere paura davanti a una signora maDONNA        -  illu­strissima così... andiamo, appoggia!

MORTE                                -  Sei ben gentile a chiamarmi illustrissima e maDONNA         - .

MATTO                               -  Oh, non lo faccio per cerimonie, credetemi, è che per me, lo giuro, voi siete illustrissima e an­che simpatica. E ho piacere che voi siate venuta a trovarmi, che voi mi piacete, tanto che vi voglio pagare da bere, se me lo permettete!

MORTE                                -  Ben volentieri! Hai detto che ti piaccio?

MATTO                               -  Certo! Tutto mi piace di voi, il profumo di crisantemi che avete addosso, e il pallore smorto della faccia, che da noi si dice: «DONNA        -  di carne fina dal colore della biacca, DONNA            -  che a far l'amore mai non si stanca».

MORTE                                -  Oh, mi fai diventare vergognosa, MATTO     -  che non sei altro, nessuno mi aveva mai fatto arrossire in questo modo.

MATTO                               -  Arrossite perché voi siete DONNA    -  vergine e purissima: è vero che parecchi uomini voi avete ab­bracciato, ma per una volta sola... ché nessuno di quelli meritava di venire a dormire stretto a voi, che nessuno vi porta amore sincero né stima.

MORTE                                -  È vero, nessuno mi stima!

MATTO                               -  Perché voi siete troppo modesta e non fate suonare corni, né battere tamburi ad annunciare la vostra venuta, con tutto che siete Regina... Regina del mondo! Alla vostra salute, Regina!

MORTE                                -  Salute della MORTE  - ? Non indovino se sei più MATTO  -  o più poeta.

MATTO                               -  Tutti e due, perché ogni poeta è MATTO       - , e viceversa. Bevete, pallidina, che vi darà un po' di colore questo vino.

MORTE                                -  Oh come è buono!

MATTO                               -  E come non potrebbe essere buono? È lo stesso che sta bevendo il Nazareno, nello stanzone di là, e quello se ne intende eccome di vino! Gran conoscitore egli è!

MORTE                                -  Qual è il Nazareno fra quelli?

MATTO                               -  II giovane seduto nel mezzo, quello con gli occhi grandi e chiari.

MORTE                                -  Oh, è un gran bell'uomo, e dolce. a mi con la spüa... che, vardit, ol se comprend ben che no la pò ess la mia... a l'è plü longa de ona spana che la me fa 'ndà zopo de strambola, a mi! Ohi, güra, che no as deve trembar de fifa d'enanze a una segnora madona lustrisema compagna... 'dem, pogia!

MORTE                                -  At set bon zentile a nomarme lustrisema e ma­dona.

MATTO                               -  Oh, n'el fag per zerimonia, credime... ca par mi, a v'al giüri, vu s'et lustrisima e infin simpatiga... e mi g'hait plazer che vui sit gnüda a trovarme a mi, che vui me piaziu, tant che av voi pagar de bevar, se am permeti!

MORTE                                -  Ben volentera... Hai dit ch' eo at plazi a ti?

MATTO                               -  Següra! Tüto am piaze de vui: ol parfüm de grizantemi che gh'i' indoso, e ol palor smorto de la facia, che de noialtri as dise; «Dona de carna fina d'ol color d'la biaca, dona che in d'ol far l'amor no l'è mai straca».

MORTE                                -  Oh che 'm fait gnire svergognosa, mato che no seit artro. Niuno me aveva gimai fata rosire in sta manera.

MATTO                               -  Rusìt imparché vui sit dona verzine et purisima: che a l'è vera che pareci omeni vui avit imbrasad, ma par una voelta sojamente... che niuno de quei ol meritava de 'gni a dormì con vui, strengiüda, che niuno av porta amor sinzer ni stima.

MORTE                                -  A l'è vera, niuno me stima.

MATTO                               -  Imparché vui set trop modesta e no fet sonar corni, ni bater tambori a nunziar la vostra vegniuda, con tüt che sit Rejna... Rejna d'ol mundo! A la vostra sa­nità, Rejna!

MORTE                                -  Sanità de la MORTE  - ? No' 'ndivino si ti è plù mato o plù poeta.

MATTO                               -  Tuti li dò: imperoché omni poeta a l'è mato, e al roerso. 'Evìt, smortina, che ol ve darà un poc d'colur sto vin.

MORTE                                -  Oh ch' l'è bon!

MATTO                               -  E come n'ol podaria es bon... a l'è isteso che l'è renta a bef ol Nazareno, in d'ol stanzun de là... e quel as n'intende e come ad vin... gran cognosidur l'è, quel!

MORTE                                -  Lo qual'è ol Nazareno in fra quei?

MATTO                               -  Ol zovin sentad ind'ol mez, quel cont i ogi grandi e ciari.

MORTE                                -  Oh gli è un gran bel'omo, e dolze.

 MATTO                              -  Sì, è un bell'uomo, ma non vorrete ingelo­sirmi? Non mi vorrete fare il dispetto di lasciar­mi solo per andare con loro?... ché mi verrebbe da piangere disperato!

MORTE                                -  Mi vuoi lusingare, eh, furbacchione?! (Si to­glie il velo nero).

MATTO                               -  Io lusingare? Lusingare una dama che non si lascia mettere in soggezione né da papi, né da impe­ratori? (La MORTE       -  appare con i capelli biondi). Oh! Che bella che sei con questi capelli, che io volen­tieri coglierei tutti i fiori della terra per buttarteli addosso da coprirti tutta sotto un gran mucchio, e poi mi butterei anch'io a cercarti sotto quel muc­chio, e ti spoglierei dei fiori... e di tutto!

MORTE                                -  Mi fai venire un gran caldo con queste pa­role, caro il mio MATTO   - , e mi spiace, ché volentieri sarei rimasta in tua compagnia e ti avrei portato con me.

MATTO                               -  Non sei venuta per quello? Per portarmi via con te? Ah! Non sei venuta per me... Ah, ah... E io che credevo... Oh, è molto ridicolo 'sto fatto, be­ne! Mi fa proprio piacere 'sto scambio, sono pro­prio contento... Ah, ah.

MORTE                                -  Ora vedo che tu eri falso e bugiardo e che fingevi di amarmi per tenermi buona, per paura della MORTE    - ... che sono io, quella.

MATTO                               -  Non hai capito, pallidina, io sono contento perché non sei venuta da me per interesse, non sei rimasta in mia compagnia per il tuo mestiere di ti­rarmi fuori l'ultimo respiro, ma solamente perché io sono simpatico a voi, non è vero? Vi sono sim­patico io, pallidina? Ditemi, cosa vi succede? ché vi gocciolano fuori le lacrime dagli occhi? Oh, que­sta è grossa, la MORTE         -  che piange! Vi ho fatto offe­sa io?

MORTE                                -  No, tu non mi hai offeso, tu mi hai addolcito il cuore solamente, io piango per malinconia di quel figlio Gesù (che è) così dolce, che è lui quello che mi tocca portarmi via a morire.

MATTO                               -  Ah, per lui sei venuta? Per il Cristo! Bene, mi spiace proprio, povero giovane, con la faccia co­si da buono che ha. E per quale accidente lo por­terai via? Malattia di stomaco? Di cuore? O di polmoni?

MORTE                                -  Malattia della croce...

MATTO                               -  Della croce? Finirà inchiodato? Oh povero Cristo, che non poteva avere un altro nome più

 MATTO                              -  Si, a l'è un bel orno, ma no me vorsarì far 'gnir gialuso... no me vorsarì far ol despet de lasarme de par mi zol par andarghe in compagnia de lori... che am vegnarìa de planger desesperat!

MORTE                                -  Ti me vol luzingare oh, furbaso?! (Si toglie il ve­lo nero).

MATTO                               -  Mi luzingar? Luzingar 'na dama che ne manco de imperador, nemanco de papa no se lasa menar in sogezion? (La MORTE            -  appare con i capelli biondi). Ohi che bela che ti è co' sti cavei, che mi volentera a cataria toti i fior de la tera per butarteli indoso de covrirte tuta soto un gran mucio, e po' am butarìa anc mi a scercarte sota a quel mucio e a spoiarte de i fior... e de tuto!

MORTE                                -  At m' fait gnir gran calor con ste parole, el meo mato, e am rincresce caro, che volentera avria vorsudo starte in compagnia e portarte seco a mi.

MATTO                               -  No ti è gnüda par quel, par portarme via con ti? Ah ah, no set gnüda. par mi... ah ah... e mi che am fi­gurava... ohj che a l'è gran ridiculaso sto fato... bon, am fa major plazer sto scambio, a sont propi content... ah ah!

MORTE                                -  Mo a vego ben che ti eri falzo... bosiardo... che ti fazevi mostra de amarme par tegnerme bona, per pagura de la MORTE             - ... che a sont eo, quela.

MATTO                               -  No, no ti g'ha capit, smortina... a mi sont content imperché vu no v'et gnüda de mi par interese... no v'et restada in compagnia de mi par ol mesté de tram foera l'ültem sospir... ma sojamente imparché mi a ve sont sempatec a vui... a l'è vera? av sont sempatic me... smor­tina? Dime. Se l'è ch'av suced? Che av gota foera i lagroem da i ogi? Oh sta l'è grosa: la mort che la piang... a v'ait purtat ofesa, a mi?

MORTE                                -  No, ti ne me g'hai ofesa... ti m'hai molcido ol cor sojamente... eo plango par malenconia de quel fiolo Jesus sì dolze... che elo quel ne tocherà de tollerme a mo­rir.

MATTO                               -  Ah, par lü at set gnüda... Par ol Crist! Ben, a me rencres anc a mi... por zovin, cont la facia inscì de bon c'ol g'ha. E par quale azident t'ol menaret via: maladia de stomec, de cor o curedela?

MORTE                                -  Maladia de la croze...

MATTO                               -  De la croz? Ol fornirà inciudad? Oh pover Crist... che n'ol podeva veg n'alter nom plù sventurat? Sent, sventurato. Senti, pallidina, fammi un piacere, la­scia che io vada ad avvisarlo che si prepari a que­sto supplizio tremendo.

MORTE                                -  È inutile che tu lo avvisi, perché lui lo sa già, lo sa da quando è nato che domani dovrà al­lungarsi in croce.

MATTO                               -  Lo sa e resta lì tranquillo a raccontarla su, e a sorridere beato coi suoi compagni? Oh, che è MATTO          -  anche lui peggio di me!

MORTE                                -  L'hai detto... e come non potrebbe essere MATTO    -  uno che ama di tanto amore gli uomini, persino quelli che lo porteranno in croce, persino Giu­da che lo tradirà?

MATTO                               -  Ah, sarà il Giuda? Quello là che sta in un angolo della tavola, che gli farà il servizio? L'avrei scommesso! Con quella faccia da giuda! Aspetta che vado di là a dargli un paio di schiaffoni a 'sto malnato e poi gli sputo in un occhio.

MORTE                                -  Lascia correre, non vale la pena, ché a tutti dovresti sputargli negli occhi, che tutti gli volteran­no le spalle, quando verrà il momento,

MATTO                               -  Tutti? Anche il san Pietro?

MORTE                                -  Lui per primo e tre volte di seguito. Vieni, non stiamoci a pensare più, vieni a versarmi del vi­no che mi voglio ubriacare, allontanare da 'sta tri­stezza.

MATTO                               -  Hai ragione, è meglio avere la MORTE          -  allegra. Dunque: beviamo e scacciamo il magone. Bella pal­lidina, vieni che stiamo allegri. Slacciati questo mantello che voglio vedere queste braccia sode del color della luna... Oh, come sono belle! E slacciati anche il giubbetto davanti che voglio vedere e lucidarmi gli occhi con questi due pomi d'argento che sembrano le stelle Diane.

MORTE                                -  No, ti prego, MATTO - , che io sono signorina e ragazzina (vergine) e mi vergogno tutta, che nessun uomo mi ha mai toccata nuda!

MATTO                               -  Ma io non sono un uomo, io sono MATTO    -  e la MORTE            -  non farà peccato a fare l'amore con un MATTO   - , con un folle pazzo come sono io. Non aver paura, ché io spegnerò tutti i lumi e ne lascerò uno solo, e andremo a ballare (balleremo) dei bei passetti che ti voglio insegnare e ti voglio far cantare di sospiri e di lamenti amorosi. smortina: fam un piaser, lasa che mi ag vaga a visal... c'ol se prepara a sto süplizi tremend.

MORTE                                -  Gli è inutil che t' l'avisi, imparché sì '1 conose.,. el sape ben de quand nascìo al mundo che diman e dobiarà slongarse in croze.

MATTO                               -  Ol sape... ol cognos e, de giunta, ol resta li loga tranquil a cuntarla sü e ghe surid beat ai so compagnon? Oh che a l'è mat anc lü pegior de mi, quel!

MORTE                                -  Te l'hait dito... e como no el podaria es mato, un che l'ama de tanto amor i omeni, imperfìno quei che el meneranno a la croze... imperfino '1 Giuda che l'anderà a trajrlo?

MATTO                               -  Ah, ol sarà ol Giüda? Quel là che e sta in un cantun a la tabola, che ag farà ol servizi? Ag-varia scumetüd... Sta facia de giuda! Specia che ag vag là a darghe un para de sgiafuni a stu malnat... e ag spüdi in t'un ogio.

MORTE                                -  Lasa corir... n'ol val la pena... che a tuti ad dovarajghe spudarghe in l'ogi, che tuti ag volterano le spalle quand le vegnerà el momento.

MATTO                               -  Tüti? Anc ol sant Pedar...?

MORTE                                -  Lo quel par el primo, e tre volte de retorno. Vien, no stamoce a pensare plù... 'egni! a versarme el vino che me voio imbriacare... slontanar de sta trestizia.

MATTO                               -  At g'hait rezon... ol meior è averghe la MORTE         -  alegra. Donca: bevemo a scaciamagon! Bela smortina,.. vegn in alegreza: slazate sto mantel che at voi vedar ste braze stagne d'ol color d'la luna... ohi che e son bele... e slazet anc ol gibot d'inanz che at voi lustrarme i ogi con sti to doi pomi d'arzento che par le stele Diane...

MORTE                                -  No, a te pregi, mato... che eo a mi sont donzela, o garzoneta e me svergogno tuta... che niuno omo el ma gimai tocata snuda!

MATTO                               -  Ma mi no sont omo... mi a sont mato... e no ghe sarà pecat par la MORTE  -  far l'amor con un foll balengo che a song mi quel... no t'g'abia pagura che mi a smor­zerò tüti i lumi... e a un solengo an lasarò... o andaremo a balar... di bei paseti che at voi 'nsegnar... at voi far cantar de sospiri e de lamenti inamorosi,

 MARIA VIENE A CONOSCERE DELLA CONDANNA IMPOSTA AL FIGLIO

Maria sta in compagnia di Giovanna e per strada incontra Amelia.

AMELIA                             -  Buon giorno Maria... buon giorno Giovan­na...

MARIA                               -  Buondì AMELIA       - , state andando a fare la spe­sa?

AMELIA                             -  No, l'ho già fatta questa mattina... devo dir­vi una cosa, Giovanna.

GIOVANNA                       -  Ditemi; con permesso, MARIA          - ...

Si appartano e parlano concitate.

MARIA                               -  Dove va tutta questa gente? Cosa sta succe­dendo là in fondo?

GIOVANNA                       -  Sarà qualche sposalizio di sicuro...

AMELIA                             -  Si, è uno sposalizio... vengo di là proprio adesso.

MARIA                               -  Oh, andiamo a vedere, GIOVANNA - , che a me piacciono tanto i matrimoni. È giovane la sposa? E lo sposo chi è?

GIOVANNA                       -  Io non lo so... credo che debba essere uno di fuori,

AMELIA                             -  Andiamo MARIA       - , non state a perdere tempo con i matrimoni... andiamo a casa, che dobbiamo ancora mettere l'acqua sul fuoco per la minestra.

MARIA                               -  Aspettate, ascoltate. Stanno bestemmiando!

GIOVANNA                       -  Oh, bestemmieranno per allegria e con­tentezza...

MARIA                               -  No, che mi sembra che lo facciano con rab­bia; «stregone! », hanno gridato... si, ho inteso be­ne... ascoltate che vanno a ripetere. Con chi ce l'hanno?

GIOVANNA                       -  Oh, adesso che mi viene in mente, non è per uno sposalizio che gridano, ma contro uno che hanno scoperto questa notte che ballava con un caprone, che poi era il diavolo.

 MARIA                              -  VIENE A CONOSCERE DELLA CONDANNA IMPOSTA AL FIGLIO

MARIA                               -  sta in compagnia di Zoana e per strada incontra Melia.

MELIA                                -  Bon di MARIA           - .. bon di Zoana.

MARIA                               -  Bon di MELIA           - , sit 'dré andar a far spesa?

MELIA                                -  No, ag l'ho d' già fatta sta matina... av g'ho de dive un rob, Zoana. zoana Disìme. Cunt parmes, MARIA            - ...

Si appartano e parlano concitate.

MARIA                               -  In doe la va tüta sta zente? cosa l'è 'dré a süced là in funda?

ZOANA                               -  Ol sarà quai sponsalizi de seguro...

MELIA                                -  Sì, a l'è on sponsalizi... vegni de là improprio ades.

MARIA                               -  Oh 'ndem a vedar, ZOANA   - , che a me piasen tanto i sponsalizi, a mi. A l'è zovina la sposa? E ol sposo chi a l’è?

ZOANA                               -  No sag mi... a credi col debia es un de foera...

MELIA                                -  'Dem, MARIA            - , no stit a perd ol tempo co' i matri­moni... 'ndemo a casa che g'avem anc'mo de metarghe l'acqua al fogo per la menestra.

MARIA                               -  Specit, 'scultì. A i è 'dré a biastemà!

ZOANA                               -  O i biastemerà par 'legrìa e contentesa!

MARIA                               -  No, che me someia... col fagan con rabia: « stregonaso», g'han criad... si g'ho intendìo ben... 'scultì co i va a repét. Contra a chi e g'l'han?

ZOANA                               -  Oh, 'des che me 'egn in mente... no l'è per un sponsalizio, che i vosa, ma contra a ün che l'han descoverto sta note che ol balava con un cavron che pö a l'era on diavulo.

 MARIA                              -  Ah, per quello gli dicono stregone?

GIOVANNA                       -  Sì, sarà per quello... ma non facciamo tar­di, MARIA - , andiamo a casa che non sono cose da ve­dere quelle, che può succedere di prendersi il ma­locchio.

MARIA                               -  C'è una croce che spunta sopra le teste della gente! E altre due croci che spuntano adesso!

GIOVANNA                       -  Sì, queste altre sono di due ladroni...

MARIA                               -  Povera gente... vanno a crocifiggerli tutti e tre... chissà la loro mamma! E magari lei, povera DONNA            -  non sa neanche che stanno ammazzando suo figlio.

Sopraggiunge correndo la Maddalena.

MADDALENA                   -  MARIA           - !Oh, MARIA           - ... vostro figlio Jesus...

GIOVANNA                       -  Ma sì, ma sì, lo sa di già lei... (A parte) Stai zitta disgraziata.

MARIA                               -  Cosa è che so già io? Cosa è capitato a mio figlio?

GIOVANNA                       -  Niente... cosa dovrebbe essergli capitato, o santa DONNA   - ? C'è solo che... ah, non te lo avevo detto? Oh, che smemorata che sono... mi era uscito dalla testa di avvisarti che lui, tuo figlio, mi aveva detto che non verrà a casa a mangiare a mezzogior­no perché deve andare sulla montagna a raccontare parabole.

MARIA                               -  È questo che sei venuta a dirmi pure tu?

MADDALENA                   -  Sì, questo, MaDONNA          - .

MARIA                               -  Che sia ringraziato il Signore... eri arrivata tanto di corsa, cara figlia, che io mi ero presa una paura di quelle... mi ero già figurata non so mica quale disgrazia... Come siamo stupide alle volte, noi altre mamme! Ci preoccupiamo per niente!

GIOVANNA                       -  Sì, ma anche lei, questa matta, che arriva correndo accaldata per venire a darti l'annuncio di queste stupidaggini.

MARIA                               -  Buona, GIOVANNA - ... non stare a sgridarla ades­so... infine è venuta per farmi il piacere di una com­missione. Ti ringrazio, figliola... come ti chiami tu, che mi sembra di conoscerli?

MADDALENA                   -  Io sono la MADDALENA     - ...

MARIA                               -  MADDALENA          - ? Quale? Quella...

GIOVANNA                       -  Sì, è lei... la cortigiana. Andiamo via, MARIA           - , andiamo a casa, che è meglio che non ci faccia­mo vedere con gente simile, che non sta bene.

MADDALENA                   -  Ma io non faccio più il mestiere.

 MARIA                              -  Ah, par quel ag disen: stregonaso?

ZOANA                               -  Sì, par quel... ma no femo tardi, MARIA       - ... 'ndem a casa che no le son robe da vedar quele, che ag pod sücedegh de catarse ol malogio.

MARIA                               -  A gh'è una crose che la sponta de sora e teste de la zente! E altre doe crose che spunta adeso!

ZOANA                               -  Sì, st'altre a son de doe ladroni...

MARIA                               -  Povra zente... i vano a 'ncrosare tüti e trie... Chi ol sa la mama de lori! E magara le, pora dona, no lo sa gnanca che i è drie a masarghe ol so fiol de le.

Sopraggiunge correndo la MADDALENA    - .

MADDALENA                   -  MARIA           - ! Oh MARIA            - ... ol vostro fiol Jesus...

ZOANA                               -  Ma sì, ma sì, ol gh'sa de già le... (A parte) State cito... 'sgrasiada.

MARIA                               -  Cos' l'è che so de già mi?... 's l'è capitat al me fiol?

ZOANA                               -  Nagota... cos'ag dovaria eserghe capitat, o santa dona? A gh'è dumà che... Ah, no t'avevi dit? Ohj che 'smentegada che sont... m'era gnid via d'la testa de 'visarte che lü, ol to fiol, m'aveva dit che no el vegnarà a casa a magnar a mezdì, che ol g'ha de 'ndare sü la mon­tagna a cuntar parabule.

MARIA                               -  A l'è quest che set gnüda a dirme anc'ti?

MADDALENA                   -  Sì, quest, Madona.

MARIA                               -  Oh, ol sia rengraziad ol Segnore... ti eri rivada tanto de corsa... cara fiola... che mi n'evi catat un stremizi de quei... me s'evi già figürat no so miga quale desgrazia... Come semo stüpide de volte noaltre mame! Ag femo preoccupade par nagota!

ZOANA                               -  Sì, ma anco le, sta balenga, che la 'riva correndo scalmanada par 'gni a darte ol nunzi de ste bagatele...

MARIA                               -  Bona, ZOANA           - ... no starghe a criar adeso... a l'infine l'è gniuda par farme un plazer d'una comission... At rengrazi, fiola... come ad ciamat ti, che mi am pare de cognosarte?

MADDALENA                   -  Mi sont la Madalena...

MARIA                               -  Madalena? La qual? Quela...

ZOANA                               -  Sì, a l'è le... la cortizana. 'Ndern via, MARIA            - , 'ndem a casa... co l'è mejor, che no ghe femo vedar con zente compagn... no '1 sta ben.

MADDALENA                   -  Ma mi no fago pü ol mester.

 GIOVANNA                      -  Sarà perché non trovi più sporcaccioni dà prendere… ma va' via, svergognata.

MARIA                               -  No, non cacciarla, povera figliola... se il mio caro Gesù se la tiene in tanta fiducia da mandarla a me per farmi delle commissioni è segno che ades­so ha messo giudizio, vero?

MADDALENA                   -  Sì, faccio giudizio adesso.

GIOVANNA                       -  Vai a crederle... la questione è che tuo figlio è troppo buono, si lascia prender dalla com­passione e lo fregano tutti! Ha sempre attorno un mucchio di poltroni, gente senza lavoro né arte, morti di fame, disgraziati e puttane... uguali a quella!

MARIA                               -  Parli da cattiva tu, GIOVANNA        - ! Lui, il mio figlio, dice sempre che è per loro, sopra ogni cosa per loro, sbandati e sperduti, che è venuto a que­sto mondo, per dargli la speranza.

GIOVANNA                       -  D'accordo, ma non capisci che in questa maniera non fa un bel vedere? Si fa parlar dietro... con tutta la gente bene allevata che c'è in città: i cavalieri e le loro dame, i dottori, i signori... che lui con il suo fare gentile, sapiente ed erudito, si troverebbe subito nella loro manica e avrebbe ono­ri, farsi aiutare se ne avesse bisogno. No, sacripan­te: va a mettersi con i pidocchiosi villani! E contro a quelli!

MARIA                               -  Ascoltate come gridano, e ridono... ma non si vedono le croci.

GIOVANNA                       -  A parte che potrebbe fare a meno di spar­lar sempre dei preti e dei prelati... quelli non la perdonano a nessuno!

MARIA                               -  Ecco di nuovo le tre croci...

GIOVANNA                       -  Quelli, un giorno gliela faranno pagare... gli faranno del male!

MARIA                               -  Far del male a mio figlio? E perché, che è cosi buono... non fa che del bene a tutti, anche a quelli che non glielo domandano! E tutti gli vo­gliono bene! Sentite... stanno sghignazzando di nuo­vo... uno di quelli deve essere caduto per terra... Tutti vogliono bene a mio figlio… non è vero?

MADDALENA                   -  Sì, anch'io gli voglio tanto bene!

GIOVANNA                       -  Oh lo conosciamo tutti, che ispirato bene gli vuoi tu, al suo figlio della MARIA      - !

MADDALENA                   -  Io non ho un amore uguale che per un fratello, per lui! Adesso...

GIOVANNA                       -  Adesso... perché prima, dunque...?

MARIA                               -  GIOVANNA  - , smettila infine di tormentarla, que­sta figliola... Cosa ti ha fatto?... Non vedi com'è mortificata? Com'è che gridano tanto? E anche se fosse che lei, questa giovane, abbia a tenere un

 ZOANA                              -  Ol sarà perché no ti trovi più smorbiosi de catar... Va', desvergognada.

MARIA                               -  No, no descasarla... povra fiola... se ol me car Jesus s'la tegne in tanta fiducia de mandam'la a mi a fam di cumision, l'è segn che ades la fa giudizi... vera?

MADDALENA                   -  Sì, a fag giüdizi ades.

ZOANA                               -  Vag a crederghe... la question l'è che ol to fiol de ti a l'è tropo bono, as lasa catare d' la compasion e ol freghen toeti! Ol g'ha sempre d'intorna un mügio de poltro'... zente senza laoro ni arte, morti de fame; desgrasiò e putane, compagn a quela!

MARIA                               -  At parlet de cativa ti, ZOANA           - ... lü, ol me fiol, ol dise sempre co l'è par loro, sovra 'gni cosa par lori, sban­dati e sperdüi, che o l'è gnudo a sto mundo a darghe la speranza.

ZOANA                               -  D'acordi, ma at cumprendi che a sta manera no ol fa un bel vardà... ol se fa parlar a dre'... Con tuta la zen­te de bonlevada co gh'è in cità; i cavajeri e soi dame, i dotori e i siori... che lü cont'ol so fare zentile savente e 'rudito a s'truaria de sübet in t'la manega e averghe ono­ri, farse aidare se ol g'avese besogn. No, cripante: ol va a meterse co i piogiat vilan! E de contra a quei!

MARIA                               -  Scolti come i vosa, e i ride... ma no se vede e crose!

ZOANA                               -  A parte che ol podria farghe a men de sparlarghe sempre a dre' ai prevet e a i prelat... che quei no gh'ia perdonano a niuno.

MARIA                               -  Eco de novo e tre crose...

ZOANA                               -  Quei un dì a g'la faran pagare! Ag faran d'ol male!

MARIA                               -  Fag d'ol male al me fiol? E parché, co l'è sì bon... no ol fa che d'ol ben a tüti, anco a quei che no ghe do­manda! E tüti i ghe vol ben! Sentit... i son dre' a sghignasar de novo... un de quei ol dua es borlad per tera... Tüti ghe vol ben al me fiol... no a l'è vera?

MADDALENA                   -  Sì, anco mi ag vol tanto ben!

ZOANA                               -  O, ol sconoscemo tüti che spirato ben at voi ti al so fiol de la MARIA         - !

MADDALENA                   -  Mi ne g'ho un amore compagn che par on fradel par lü! Adeso...

ZOANA                               -  Adeso... parché prima donca... ?

MARIA                               -  ZOANA          - , daghe un taio infina de intormentarla sta fiola... cos'l'ha t'ha fait... no ti vedi co l'è smortificada... com l'è che cria tanto... E anco ol füdese che lè, sta zoina, amore per lui, di quello che le donne normali hanno per gli uomini che gli piacciono... Bene? non è for­se un uomo mio figlio, oltre che essere Dio? Da uomo ha gli occhi, le mani, i piedi... e tutto da uo­mo, finanche i dolori e l'allegria! Dunque toccherà a lui, a mio figlio, decidere... che saprà bene lui co­sa fare, quando verrà il suo momento, se lui vorrà prendersela una sposa. Per me, quella che lui sce­glierà, io le vorrò bene come se fosse una mia figlio­la. E ci spero tanto che venga presto, quel giorno... che ormai ha compiuto trentatre anni, ed è ora che metta su famiglia... Oh che brutto gridare che fan­no là in fondo... E come è nera, questa croce! Tan­to mi piacerebbe averci per casa dei bambini suoi di lui... da far giocare, cullarli... che io ne conosco tante di canzoni da culla... e dar loro i vizi... e rac­contar loro favole, di quelle belle favole che fini­scono sempre bene, e in giocondità!

GIOVANNA                       -  Sì, ma adesso basta di stare a sognare, MARIA         - ... Andiamo, che di questo passo non mangiamo più nemmeno a sera.

MARIA                               -  Non ho fame, io... non ne scopro la ragione... Ma mi è venuta addosso una stretta di stomaco... Bisogna proprio che vada a vedere cos'è che suc­cede, là in fondo.

GIOVANNA                       -  No, non vai!... che sono cose, quelle, che fanno tristezza. Ti porteranno uno strappacuore per tutto il giorno. Tuo figlio non sarà contento. Può essere che, in questo momento, lui sia già in casa e che ci aspetti... che lui ha fame.

MARIA                               -  Ma se mi ha mandato a dire che lui non verrà!

GIOVANNA                       -  Lui può avere avuto un ripensamento. Lo sai come sono i figli. Quando li aspetti a casa non tornano... e ritornano quando non li aspetti mica! E bisogna essere sempre pronte, col mangiare sul fuoco.

MARIA                               -  Sì, hai ragione... andiamo. Vuoi venire anche tu, MADDALENA    - , a mangiare una scodella?

MADDALENA                   -  Ben volentieri, se non vi do fastidio...

Sul fondo passa la Veronica.

MARIA                               -  Cos'è capitato a quella DONNA         - , che ha un tovagliolo tutto insanguinato? Oh buona DONNA - , vi sie­te fatta male?

VERONICA                        -  No, mica io... ma uno di quei condannati che hanno messo sotto la croce, quello al quale gri­dano stregone... e che non è stregone, ma santo!... la aga a tegner un amor par lü de quei che e done de normale a gh'han par i omeni, che ghe piase... bon? No a l'è omo sforse ol m'è fiol, oltra che ves Deo? De omo ol g'ha i ogi, le man, i pie... e tüto de omo... financo i dulori e l'alegresa! Donca ag tocherà a lü, ol me fiol, a decid... co ol savrà ben lü se fa, quando gnirà ol so mument, se ol vorerà torsela una sposa. Par mi, quela che lü ol scemerà, mi ag vurarò ben 'me füdes la mia fiola... E ag speri tanto ca vegna prest quel dì... che ormai ol g'ha compit trentatri ani... e l'è ora che ol meta sü famegia... Oh che brüt crià che fan là in funda... e com l'è nera sta croze. Tanto me plazerìa averghe per casa di bambin so' de lü, de far ziogare, ninar... che mi ne so tante canzon de cu­na... e darghe i vizi... e contarghe fabole, de quele bele fabole che i finisce sempre bene... e in zocondia!

ZOANA                               -  Sì, ma adeso basta de starte a insognare, MARIA     - ... andemo che da sta banda, no magnemo pü nemanco a sira...

MARIA                               -  No g'ho fame a mi... no ghe descovro la reson... ma m'è gnit a doso un strencio de stomego... bisogna proprio che vaghi a vedar cos' l'è ca va, a là in funda.

ZOANA                               -  No, no te vaghi!... che a sont robe quele co e fano intrestizia e at menaran un s'ciopamagon par tüto ol ziorno. Ol to fiol no ol sarà contento... pò es che in stu momento ol sebia già in la casa e che a te specia... che ol g'ha fame.

MARIA                               -  Ma se ol m'ha mandà a dire che no '1 vegnarà!

ZOANA                               -  O1 pò averghe ut on respensamente. At set com'è i fioli. Quando te i speci a casa no i torna... e i retorna quando no i speci miga! E bisogna ves sempre a pronta cont ol magnar al fogo.

MARIA                               -  Sì, ti g'ha reson... andemo... At voret 'gni anco ti Madalena, a magnarne una scudela?

MADDALENA                   -  Bon voluntera, se no v' dag infesciament...

Sul fondo passa la VERONICA        - .

MARIA                               -  Cos' l'è capitat a quela dona... co la g'ha un mantin tüto insenguinat? Ohj bona dona... av set fada male?

VERONICA                        - -  No, miga mi... ma un de quei cundanat che - g'han metüo de soto a la crose, lo quelo co a ghe crieno stregonaso... e che no l'è stregon, ma santo!... Santo de Santo di sicuro, che lo si capisce dagli occhi dolci che tiene... gli ho asciugato la faccia insanguinata...

MARIA                               -  Oh DONNA   -  pietosa...

VERONICA                        - -  ... con questo tovagliolo, e ne è sortito un miracolo... lui mi ha lasciato l'impronta della sua figura, che sembra un ritratto.

MARIA                               -  Fammelo vedere.

GIOVANNA                       -  Non essere curiosa, MARIA   - , che non sta bene.

MARIA                               -  Non sono curiosa... sento che devo vederlo.

VERONICA                        - -  D'accordo, te lo faccio vedere, ma prima segnati col segno della croce... ecco, è il figlio di Dio!

MARIA                               -  II mio figlio! Oh, è il mio figlio, di me! (Cor­re disperata verso l'esterno).

GIOVANNA                       -  Cosa hai fatto... benedetta DONNA  - !

VERONICA                        - -  Ma io non credevo che fosse la sua mam­ma... di quello! seguro, che ol se capisce da i ogi dolzi ch'ol tene. A g'ho sugad la facia insanguagnenta...

MARIA                               -  Oh dona pitosa...

VERONICA                        - -  ... con sto mantin e gh' n'è sortit on miracol... ol m'ha lasad l'emprunta d'la soa figura, che ol pare un ritrat.

MARIA                               -  Fam'io vedar.

ZOANA                               -  No ves curiosa, MARIA         - , che n'ol sta ben.

MARIA                               -  No sont curiosa... a sentì ch'ol devi vedel.

VERONICA                        - -  D'acordi, at lo fago vedar, ma in prima segnat con-t'ol segn de la crose... eco, a l'è ol fiol de Deo!

MARIA                               -  Ol me fiol... ah... a l'è me fiol de mi! (Corre di­sperata verso l'esterno).

ZOANA                               -  Co t'è fat... benedeta dona!

VERONICA                        - -  Ma mi no credevi ch'a füs la sua mama... de quel!

 GIOCO DEL MATTO       -  SOTTO LA CROCE

In scena il MATTO              - , soldati e quattro crociatori. Si stende un lenzuolo dietro al quale Gesù viene fatto spogliare.

MATTO                               -  Donne! Ehi donne innamorate di Cristo, ve­nite a lucidarvi gli occhi... venite a vederlo bello nudo che si spoglia, il vostro innamorato... due pa­lanche per un'occhiata, venite donne! Oh, è cosi bello da comprarlo! Dicono che era il figlio di Dio: a me sembra che sia uguale a un altro uomo, ugua­le in tutto!... Due palanche, donne, per guardarlo! Non c'è nessuna che ha voglia di prendersi questa soddisfazione per due palanche? Bene, è giorno di festa oggi... mi voglio rovinare... Vieni qui tu, che te lo farò vedere gratis... o che smorfiosa... vieni qua! Non perdere questa occasione... non sei tu quella, la MADDALENA -  tanto innamorata di lui che, non trovando né mantello né salvietta per asciu­gargli i piedi, glieli ha asciugati con i capelli? Bene, peggio per voi: che adesso, per legge, dovremo co­prirlo, coprirlo sul posto del peccato... con un grembiulino, da farlo assomigliare a una ballerina! È pronto il capo dei comici? Tira su il telone che andremo ad incominciare lo spettacolo! Scena pri­ma: il figlio di Dio, gran cavaliere con la CORO   - na, monta a cavallo... un bel cavallo di legno, per an­dare intorno in giostra! E per fare che non cada a terra l'inchioderemo sulla sella... mani e piedi!

CAPO DEI CROCIATORI    - Smettila di fare il pagliaccio e vieni qui a darci una mano... attaccagli una corda ai polsi, una per parte, cosi si allunga per bene... ma lasciatemi libere le palme, che si possano infil­zargli i chiodi. Io ci picchierò su questa di destra, e...

PRIMO CROCIATORE     - E io quest'altra. Buttatemi un chiodo che il martello ce l'ho di mio (io).

 GIOCO DEL MATTO       -  SOTTO LA CROCE

In scena il MATTO              - , soldati e quattro crociatori. Si sten­de un lenzuolo dietro al quale Gesù viene fatto spo­gliare.

MATTO                               -  Done! Ehj done inamorate d'ol Crist, gnit a lustrarve i ogi... gnit a videl belo snudo ch'ol se sbiota, ol vostro moroso... doi palanchi par sguardada, ehnit do­ne... Oh che l'è belo de catà! A disìu che a l'era ol fiol de Deo: mi am pares col sebia igual a un altro omo, par tüto cumpagn!.,. Doi palanchi, done, par sguardal! Ag n'è niuna ch'as voia tor sto sfizi par doi palanchi? Bon, l'è dì de festa incoe... am voi ruinarme... Vegn chi te, ch'at ol fagarò vidè a gratis... ohi che smorbia... vegn scià! No perd st'ocasion... no ti è ti quela, la Madalena tanto inamorusa de lü che, no truand mantin ni salvieta par sugarghe i pie, ti g' li ha sugad con i to cavei? Bon, peg par vui: che ades, par lege, a duarem cuarcial co­verto in s'ul pecat... con t'un scusarin c'ol somegiarà a 'na balerina! L'è a l'ordin ol cap di comichi? Tira su ol telun che andarem a incomenzare ol spectacol: scena prima: ol fiol de Deo, gran cavajer cont la CORO    - na, ol monta a cavalo... un bel cavalot de legn par andò a torneo in giostra. E, par fà che n'ol borla in tera, a l'inciodarem sora la sela... man e pie!

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Móchela de fà ol paiaso e egn chi a dag 'na man... tachèghe 'na corda ai pols, vün par part, c'ol se slonga de polito... ma laseme sgumbrat e palme, ch'as poda filzaghe i ciodi. Mi ag picarò in questa de drita, e...

PRIMO CROCIATORE     - - E mi in 'st'oltra. Büteme un ciodo, che ol martel a g'l'ho del me.

 SECONDO CROCIATORE            - Oh che chiodaccio! Scommet­tiamo che in sette martellate lo picchio dentro tutto?

PRIMO CROCIATORE     - - E io ce la farei in sei, vuoi scom­mettere?

SECONDO CROCIATORE - D'accordo. Forza, allargatevi voi due che mettiamo le ali a questo angioletto (co­sì) che possa volare come Icaro in cielo.

TERZO CROCIATORE      - Tiriamo insieme... insieme, ho detto... me lo rovesciate, piano che deve restare in mezzo alla sella, il cavaliere... un po' verso di me... bene, sono sul segno, proprio sul buco.

SECONDO CROCIATORE - Io non ci sono mica, hai fatto i buchi troppo distanti... tira tu... forza... hai man­giato il formaggio a mezzogiorno? Forza!

PRIMO CROCIATORE     - - Sì, forza, ma va a finire che gli romperemo i legamenti delle spalle e dei gomiti.

TERZO CROCIATORE      - - Non ti preoccupare, non sono mica i tuoi i legamenti, tira! Eh! Eh forza!

Lamento di Gesù, contrappunto lamentoso delle donne.

PRIMO CROCIATORE     - - Ohi, avete sentito lo schianto?

SECONDO CROCIATORE - Sì, non è stato bello... è stato uno schiocco che mi fa scricchiolare le ossa... in cambio, si è giusto allungato di misura; adesso ci sono anch'io sopra il buco.

PRIMO CROCIATORE     - - Bene, tenete in tiro la corda; e tu alza il martello, che partiamo insieme.

SECONDO CROCIATORE - Stai attento a non picchiarti le dita.

Risate degli altri.

TERZO CROCIATORE      - - Allarga questo zampino che non ti faccio il solletico, te l'assicuro... oh, tu guarda questa mano, come ha segnata la linea della vita; è un segno tanto lungo che sembrerebbe che avesse il destino di campare ancora cinquant'anni almeno, questo cavaliere! Vai a credere alle balle delle stre­ghe tu!

SECONDO CROCIATORE - Ferma la lingua e alza il mar­tello,

PRIMO CROCIATORE     - - Io sono pronto.

TERZO CROCIATORE      - - Dagli allora... diamogli il primo colpo... (Tonfo). Ohioa ahh! a bucare le palme!

CAPO DEI CROCIATORI    -           - (contrappunto dell'urlo di Cri­sto) Ohoo, trema dappertutto. State calmi! Dagli col secondo tempo... Ohaoioaohh! Ad allargare le ossa!

 SECONDO CROCIATORE            -           - Ohi che ciodasc! A scumeti che in sete martelade ol pichi dentar tuto?

PRIMO CROCIATORE     - - E mi an farò in sese, at voi scumet?

SECONDO CROCIATORE - D'acordi. Forza, slarghive vui doi che ag' metum le ale a st'angiuloto, ch'al g'abia a volar 'me l'Icaro in d'ol ziel.

TERZO CROCIATORE      - - Trajem insema... insema ho dit... a m'lo stravachi pian c'ol dev restà in d'ol mez d'la sela, ol cavajer... un poc püsè a mi... bon, ag son al segn... propi in d'ol boegio.

SECONDO CROCIATORE - Mi no ag son miga, hait fait i boegi trop destanti... rüsa ti... forza... t'è magnà la furmagela a sto mesdì? Sforza!

PRIMO CROCIATORE     - - Sì, sforza, va a forni che ag sciuncarem i ligaduri de e spale e d'li gumbet.

TERZO CROCIATORE      - - Ti no te casciare, che no e miga toe le ligadure! Rüsa! Eh eh, sforza!

Lamento di Gesù, contrappunto lamentoso delle donne.

PRIMO CROCIATORE     - - Ohj, hait sentit ol s'cepp?

SECONDO CROCIATORE - Sì, no l'è stait bel... a l'è un s'ciocc col me fa sgrignì i osi... de contra, ol s'è giusta slongad de misura: ades ag sont anc mi sora al boegio.

PRIMO CROCIATORE     - - Bon, tegnit in tir la corda; e ti valza ol martel che a partisum insembia.

SECONDO CROCIATORE - Stag atento a mica picarte i didi!

Risata degli altri.

TERZO CROCIATORE      - - Slarga sto sciampin che no te fag galitigo, at seguri!... oh ti varda sta man, come la g'ha impruntat ol rigo de la vita!... a l'è un segn tant longo che ol parese eghe ol destin de campar anc'mo sinquant'ani almanco, sto cavajer! Vag a crederghe a le bagole de 'e strolighe, a ti!

SECONDO CROCIATORE - Stopa sta lengua e valza ol martel…

PRIMO CROCIATORE     - - Son prunt a mi.

TERZO CROCIATORE      - - Daighe alora... Daaighee d'ol prem bot... (Tonfo). Ohioa ahh! che a sbusa i palmi!

CAPO DEI CROCIATORI    -           - (contrappunto dell'urlo di Cristo) Ohoo, ol tremba da par tüt. Stì calmi. Daaghee d'ol segund bot... ohaoioaohh! a slarga i osi!

 Ohoh e gli sputa sangue a fiotti.

Dagli il terzo colpo,     ohahiohoh

questo chiodo t'ha sverginato.

Ohoh e le donne non le ha mai forzate,

II quarto te lo regalano i soldati    ohahiohoh

che gli hai detto di non ammazzare   ohahiohoh

e i nemici come fratelli dovrebbero amare.

Il quinto te lo mandano i vescovi della sina­goga  ohahiohoh

che gli hai detto che son falsi e maledetti  ohahiohoh

e che i tuoi saranno tutti umili e poveretti.  ohahiohoh

Il sesto è il regalo dei signori       ohahiohoh

che gli hai detto che non andranno in cielo  ohahiohoh

e gli hai fatto l'esempio del cammello.

Il settimo te lo picchian gli impostori  ohahiohoh

che gli hai detto che non conta niente se pre­gano  ohahiohoh

che sono buoni di fregare i minchioni in terra

ma il Signore, quello non lo si frega.

PRIMO CROCIATORE     - - Ho vinto io. Dovrai pagarmi da bere, ricordatelo.

SECONDO CROCIATORE - Berremo alla salute di questo cavaliere, e alla sua sfortuna! Come vi trovate, mae­stà? Ve lo sentite ben saldo nelle mani questo de­striere? Bene, allora adesso andremo in giostra, sen­za lancia e senza scudo!

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Avete slacciato la corda dai pol­si? Bravi i miei baroni... stringete ben chiusa que­sta cinghia attorno alle spalle, che non debba caderci addosso nel tirarlo in piedi, questo campione! Appresso, una volta inchiodati i piedi, glielo to­glieremo...

SECONDO CROCIATORE - Venite tutti qui... sputatevi sul­le mani che abbiamo da raddrizzare l'albero della cuccagna! Voi venite avanti con le corde e fatele passare sopra l'asse trasversale... vieni qui anche tu, Matazone: sali in cima alla scala, pronto a tenerlo.

MATTO                               -  Mi dispiace ma io non posso aiutarvi: non mi ha fatto niente, quello,

SECONDO CROCIATORE - O balengo... ma nemmeno a noialtri non ha fatto niente: l'abbiamo giusto cro­cifisso per passatempo, ah, ah, e ci hanno dato perdipiù dieci palanche a testa per il disturbo... Dài,

 Ohoh ag spuda ol sangu a gnochi.

Daighe ol terzo boto,                   ohahiohoh

sto ciod t'ha sverzenat.

Ohoh che e done no ti g'ha dimai sforzat.

El quarto t'ol regala i soldat           ohahiohoh

che ti g'hait dit de no masare           ohahiohoh

e i nemisi 'me fradeli i dovarìa amare.

Ol quinto t'ol manda i vescovi d'la senagoga  ohahiohoh

che ti g'hait dit che i sont falzi e malarbeti,  ohahiohoh

che i toi vescovi i sarà tüti umili e povareti.

Ol sesto l'è ol regalo de i segnori        ohahiohoh

che ti g'hait dit che i no anderan in zielo    ohahiohoh

e ti g'hait fait l'exemplo del camelo.

Ol setemo t'ol pica i 'mpostori         ohahiohoh

che ti g'hait dit che n'ol cunta nagot se i prega  ohahiohoh

che i è boni a fregar mincioni in tera

ma ol Segnor, quel no'l se frega.

PRIMO CROCIATORE     - - Hait venciüd me. At duaret pagam de bevar, recordes.

SECONDO CROCIATORE - Ag bevaremo a la santità do sto cavajer e a la soa sfortüna! Come av trouvit, majstà? Av sentit ben saldo in d'l mani, sto destrer? Bon, alora adeso andaremo in giostra, sanza lanza e sanza scudo!

CAPO DEI CROCIATORI    -           - G'hait slazade le corde dai polzi? Bravi i me baroni... strenzeghe ben sarada sta coreza in­torna a e spale, che nol debia borlaghe a doso in d'ol tirarlo in pie, sto campion! Daspò, na volta inciodad i pie a g'la toiaremo...

SECONDO CROCIATORE - 'Gni chi toeti... spüeve in t'i mani che a gh'em de 'ndrisar l'arbor de la cucagna! Vialtri 'gni inanze co e corde e fele pasar de soravia a la tra­versa de tranzet... Vegn scià anca ti, Matazon: monta in co' a la scala, pront a tegnil.

MATTO                               -  Me dispiase ma mi no podi aidarve: che n'ol me g'ha fait nagot a mi, quelo...

SECONDO CROCIATORE - O balengo! ma nemanco a nojaltri ol ne g'ha fait nagot... a l'em giusta incrusat par pasatem, ah ah, e g'han dait de giùnta dese palanche a testa

 dacci una mano, che dopo ti faremo l'onore di gio­care una partita a dadi con te.

MATTO                               -  A beh, se è per una partita non mi tiro mica indietro! Sono già sulla scala, guarda... potete inco­minciare!

PRIMO CROCIATORE     - - Bravo! Siamo a posto tutti? An­diamo allora... Tiriamo insieme, mi raccomando, uno strappo lungo alla volta: vi do il tempo.

Ohi issiamo                       Ehiee

questo pennone di nave               ohoho

per far da bandiera                   ohoho

gli abbiamo attaccato un MATTO, ohoho

Ohi issiamo                       Ehiee

questo palo da festa                   ohoho

cuccagna grossa                       ohoho

Gesù Cristo in coffa,                  ohoho

Ohi che cuccagna                  Ahaaa

che buca il cielo                      ohoho

ci piove sangue                       ohoho

il padre nostro piange,                 ohoho

Rallegratevi, rallegratevi         oheee

che abbiamo trovato quel bravo        ohoho

che si è fatto schiavo                  ohoho

per vestirci di nuovo,                  ohoho

Alt, è abbastanza: mi sembra che sia ben saldo. Be­ne, tira fuori i dadi che facciamo una giocata.

Il MATTO                            -  giocando a dadi e a tarocchi ha vinto la tu­nica di Cristo e la paga dei crociatori.

MATTO                               -  Se volete indietro tutti i vostri soldi io ve li lascio volentieri, compresa la collana, gli orecchini, l'anello... e guarda, ci aggiungo anche questo.

PRIMO CROCIATORE     - - E per tutta questa roba cosa vor­resti in cambio?

MATTO                               -  Quello là...

SECONDO CROCIATORE             - Il Cristo?

MATTO                               -  Sì, voglio che me lo lasciate staccare dalla croce.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Bene: aspetta che muoia ed è tuo...

MATTO                               -  No, lo voglio adesso che è ancora vivo.

PRIMO CROCIATORE     - - Oh MATTO  -  di tutti i matti... vor­resti che per giunta finissimo tutti noi quattro al suo posto?

MATTO                               -  No, non aver paura che non vi capiterà niente

 par ol desturbo... dài, daghe una man che après at fem l'onur de giügarghe 'na partida a dadi cun ti...

MATTO                               -  Ah bon, se a l'è par 'na partida no me tiri miga indré! Sont già su la scala, varda... a podì scomenzà!

PRIMO CROCIATORE     - - Brao! Sem a l'orden toti...? 'ndem alora, rüzem insema, me aricomandi... un strep longo a la volta, Av dag ol temp:

Ohj izaremo                Ehiee

sto penon de nave                       ohoho

par fag de drapo                        ohoho

gh'em tacad un mato.                   ohoho

Ohj izaremo                 Ehiee

sto palon de festa                        ohoho

cucagna grosa                           ohoho

Gesù Cristo in cofa.                     ohoho

Ohi che cucagna             Ahaa

che la sbusa ol cielo                      ohoho

ag piove sangue                          ohoho

patre nostro ol plange,                   ohoho

Legrive, legrive              Ehee

ch'em trovat chelo bravo                 ohoho

c'ol s'è fat s'ciavo                         ohoho

par vestirghe da novo.                    ohoho

Loeu, a l'è asè; me par che ol stevia ben franco, Bon... alora tra' foera i dadi che fem sta ziogada.

Il MATTO                            -  giocando ai dadi e a tarocchi ha vinto la tunica di Cristo e le paghe dei «crociatori».

MATTO                               -  Oh se vorsìt toti indré i vost palanchi, mi a ve i lasi de voluntera, cumpres la culana i uregit, l'anelo... e varda, ag tachi anc'mo quest.

PRIMO CROCIATORE     - - E par tüta sta roba cus te vorareset in scambi?

MATTO                               -  Quel là...

SECONDO CROCIATORE - Ol Cristo?

MATTO                               -  Sì, voeri che m'ol lasi stacal via de la crose.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Bon: pecia c'ol meura e a l'è to...

MATTO                               -  No, mi ol voeri ades che l'è anc'mo vivo.

PRIMO CROCIATORE     - - Oh mat de tüti i mati... at voreste che de contra a gh'abium de sfurnì inciodat tuti nünc e quatar al so rempiaz?

MATTO                               -  No, no averghe pagura, che no av capitarà nagota a voi: basterà che attacchiamo un altro al suo posto, uno della sua misura, e vedrete che non si accorgerà nessuno dello scambio... tanto sulla croce ci assomigliamo tutti.

PRIMO CROCIATORE     - - Questo è anche vero... scorticato in questa maniera poi, che sembra un pesce in gra­ticola...

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Sarà anche vero, ma io non ci sto. E poi chi avresti in mente di attaccarci al suo posto?

MATTO                               -  Il Giuda!

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Il Giuda? Quello...

MATTO                               -  Sì, quel suo apostolo traditore che si è impic­cato per disperazione al fico dietro la siepe, cin­quanta passi da qui.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Muovetevi, di corsa, andiamo a spogliarlo che avrà ancora in saccoccia i trenta denari del servizio.

MATTO                               -  No, non state a disturbarvi... che tanto quelli li ha buttati via subito in mezzo a un rovo di spini.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Come hai fatto a saperlo tu?

MATTO                               -  Lo so perché li ho presi io quei denari, uno per uno. Guardate qui che braccia graffiate che mi sono conciato.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Non m'interessano le braccia, facci vedere questi denari. Ohi, ohi, e tutti d'ar­gento... guarda che belli... come pesano... come suo­nano...

MATTO                               -  Bene, teneteveli, sono vostri anche quelli, se ci si mette d'accordo per lo scambio. Per me io so­no d'accordo...

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Anche noialtri.

MATTO                               -  Bene, allora andate a prendervi subito il Giu­da impiccato, che ci penso io a tirar giù il Cristo.

PRIMO CROCIATORE     - - E se arriva il centurione e ti tro­va nel bel mezzo dello scrociamento?

MATTO                               -  Gli dirai che è stata una mia pensata, che tan­to sono un MATTO      - . E che voi non avete nessuna col­pa. Ma non state qui a perdere tempo, andate...

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Sì, sì... andiamo, e speriamo che non ci portino sfortuna, questi trenta danari.

MATTO                               -  Bene, è fatta. Non mi par neanche vero! sono cosi contento... Gesù, tieni duro, che è arrivata la salvezza... prendo le tenaglie, eccole. Tu non lo avresti detto, eh Gesù, che sarebbe venuto a sal­varti proprio un MATTO   - ... Ah, ah... aspetta che pri­ma ti legherò con questa cinghia, farò in un momen­to... non aver paura che non ti farò male, ti farò venir giù dolce come una sposa e poi ti caricherò a vui: abastarà che ag picum su un'olter al so post, vün de la sua taja, e at vedaret che no s'incorgerà niün d'ol scambi... che intanto sü la crose a se insomegen turi.

PRIMO CROCIATORE     - - Quest l'è anco vera... inscurtegat in sta manera poe, che ol par un pess in gratiroela...

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Ol sarà vera, ma mi no ghe stago. E poe, chi ti g'avariat in ment de tacaghe d'ol rempiaz?

MATTO                               -  Ol Giuda!

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Ol Giuda? Quel...

MATTO                               -  Sì, quel so apostul traditor che ol s'è impicat pendüt per disperaziun al figo de drio a la sces, sinquanta pas de chi.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Mueves, de corsa, andem a sbiutal che ol g'avarà anc'mo in sacocia i trenta denari d'ol ser­visi...

MATTO                               -  No, no stìt a distürbav... che intant quei i ha bütad via de sübet in mez a un rosc de spin.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - 'Me fait a savel ti?

MATTO                               -  Ol sago, imparché i g'ho catat mi quei dinari, vün par vün. Vardì chi che brasi sgurbiat che am sunt cunsciat...

CAPO DEI CROCIATORI    -           - No m'interesa i brazi... faghe vedè sti dinari. Ohi ohi, e tüti d'arzenti... va' beli... me i pesa, e i sona...

MATTO                               -  Bon, tegnivei, i è i voster anca queli, se 'gnit d'a­cordi d'ol scambi. Par mi... mi ag sont d'acordi.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Anca nujartri...

MATTO                               -  Bon, alora andit de prescia a torve ol Giuda im­picat pendüt, che mi ag pensi a tirà de baso ol Crist...

PRIMO CROCIATORE     - - E se ariva ol zentürion e at cata in d'ol scrusamento?

MATTO                               -  Ag dirò che a l'è stat una penzada de mi... che poe sont un mato. E che vui non gh'avet colpa niuna. Ma no stit chi a perd ol tempo, andit...

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Sì, sì... andem, e a sperem che no ghe porten rogna, sti trenta dinari.

MATTO                               -  Bon, a l'è fada. Ohi, me par gnanca vera: sunt inscì cuntento... Gesù, tegn dur, che a l'è rivad ol salvament... töi e tenaie... ecoe. Ti no l'avareset gimai dit, ah Gesù, che ol sarese 'gnüd a salvarte impropri un ma­to... ah ah... pecia che imprima at ligarò con sta coreza, ag fagarò in un mument... no eghe pagura che no te fagarò mal, at fagarò 'gnir giò dolze 'me na sposa e poe sulle spalle, che io sono forte come un bue... e via di volata! Ti porterò giù al fiume: lì ho una barchetta e con quattro palate attraverso il fiume. E prima che faccia chiaro ci troveremo belli come il sole a casa di un mio amico stregone che ti medi­cherà e ti farà guarire in tre giorni. Non vuoi? Non vuoi lo stregone?! Bene, andremo dal medico degli unguenti, che è un mio amico fidato anche quello. Niente: non vuoi che ti schiodi? Ho capito... hai la convinzione che con questi bu­chi nelle mani e nei piedi, tutto schiantato nelle le­gature come t'hanno conciato, tu non sarai più ca­pace di andare in giro né di imboccarti da solo. Non vuoi stare al mondo a dipendere dagli altri co­me un disgraziato? Ho indovinato? Non è neanche per quello? Oh accidenti... e per quale ragione? Per il sacrificio? Cosa dici? Cosa? Il salvamento? La redenzione... Che cosa straparli? Cosa? Oh po­veraccio... sfido io... hai la febbre... senti come scot­ti... bene, ma adesso ti tiro giù, ti copro bene con la tunica... adesso scusami, se permetti sei un bel te­stone... non vuoi essere salvato? Vuoi proprio mori­re su questa croce? Sì? Per la salvezza degli uomi­ni... Oh, questa è da non crederci... e poi dicono che il MATTO           -  sono io, ma tu mi batti di mille per­tiche di lunghezza, caro il mio figlio Gesù! Ed io che sono stato a scannarmi giocando alle carte tutta la notte per poi avere questa gran bella soddisfazio­ne... ma sacramento, tu sei il figlio di Dio, no? Io lo so bene, correggimi se sbaglio; bene, dal momen­to che tu sei Dio, tu lo sai bene il risultato che avrà il tuo sacrificio di crepare crocifìsso... Io non sono Dio e neppure profeta; ma me l'ha raccontato la smortina questa notte, tra le lacrime, come andrà a finire. Dapprima ti faranno diventare tutto dorato, tutto d'oro, dalla testa fino ai piedi, poi questi chiodi di ferro te li faranno tutti d'argento, le lacrime diven­teranno pezzetti lucenti di diamante, il sangue che ti sgocciola dappertutto lo scambieranno con una sfilza di rubini luccicanti e tutto questo a te, che ti sei sgolato a parlar loro della povertà. Per giunta questa tua croce dolorosa la pianteranno dappertutto: sopra gli scudi, sulle bandiere da guerra, sulle spade, per uccidere gente come fosse­ro vitelli, uccidere nel tuo nome, tu che hai gridato che siamo tutti fratelli, che non si deve ammazzare. Hai già avuto un Giuda? Bene, ne avrai tanti come at cargarò in le spale, che a mi a sont fort me un boe... e via de vulada! At porterò giò al fiüm, che lì a g'ho un barchet, e cont quater paladi ol traversum ol fiüm... E prima che vegna ciaro as truerem beli me ol zol a casa d'un me amiso stregon c'ol te medegarà e at fagarà guarì in tri die. No ti voeret? No ti voeret ol stregon...? Bon, andarem da ol medego onguentari, co a l'è un me amigo fidat anca quelo de mi. Ne manco quelo? Se te voeret alora? Nagot... no at voeret miga che at s'ciodi?Ho capit... at g'hait la convinziun che con sti bocci in di mani e in di pie, tüt ins'cincà 'n di ligadùr 'me t'han cunsciat, no ti serà pì capaz de andà intorna, ni de imbucat de par zol. No ti vol star al mundo a dipend da i olter 'me un disgraziad? G'ho indovinat? No l'è nemanco par quelo? O sacrabiot... e par qual razon donca! P'ol sacrifizi? Se te diset cos'è? Ol salvamento? La redenzion... cos te straparlet cosa? O poveraz!.,. asfido mi… at g'hait la fever... sent 'me te bujet... Bon, ma ades at tiri giò, at quarci ben con la tonega... chì, perdonam se am permeti, ma at set un bel teston... a vores miga es sarvat? At voeret propri murir su ste trave? sì...? Par ol salvament di omeni... Oh, questa a l'è de no credarghe!... e poe a i disen che ol mato a son mi... ma ti am bati de mila pertighe a vantagio, caro ol me fìol Gesù! E mi che a sont stait a scanam a ziogar a e carte tüta la note par poe averghe sta gran bela satisfazion! Ma sacragnon, ti at set ol fiol de Deo, no? Mi al cognosci ben, fam la corezion se a sgaro; ben, donca, d'ol mument che ti è Deo t'ol savaret ben ol resultat che ol gavarà daspò sto to sacrifizi de crepare incrusat... Mi no son deo e nemanco profeta: ma m'l'ha cuntad la smortina sta note, in fra i lagrem, 'me ol 'gnirà a furnì. In prima at fagarano 'gnir tüto indurat, tüto d'oro, dal co fino ai pie, daspò sti ciodi de fero i t'ei fagarano tüti d'arzento, i lagrem egnarano tocheti sluzenti de diaman­te, ol sangu che at gota de par tüto ol s'ciambierano cont una sfilza di rubini sbarlüscenti, e tüto quest a ti, che t'hait sgulat a parlag d'la povertà. De giünta sta tua croze dulurusa e la picheran in da par tüto: sora ai scudi, sü e bandere de guera... sü e spade a copar zente, 'me i fudes videli... a copare parfin in d'ol nome de ti... ti, che t'hait criat che a semo toti fradeli, che a no se deve masare. Ti g'hait üt un Giüda giamò? me formiche di Giuda, a tradirti, ad adoperarti per incastrare i coglioni! Dammi retta, non vale la pena... Eh? Non saranno tutti traditori? Bene, fammi qual­che nome: Francesco il beato... e poi il Nicola... san Michele taglia mantello... Domenico... Caterina e Chiara... e poi... d'accordo, mettiamoci anche que­sti: ma saranno sempre quattro gatti in confronto al numero dei malnati... e anche quei quattro gatti li tratteranno un'altra volta nello stesso modo che hanno fatto con te, dopo che li hanno perseguitati da vivi. Ripeti, scusa, che questa non l'ho capita. Anche se ce ne fosse uno solo... sì, anche un uomo soltanto in tutta la terra degno di essere salvato, perché è un giusto, il tuo sacrificio non sarà fatto per niente... Oh no: allora sei proprio il capo dei mat­ti... sei un manicomio completo! La sola volta che mi sei piaciuto, Gesù, è stata la volta che sei arri­vato in chiesa mentre facevano mercato e hai co­minciato a menare tutti col bastone. Ohi che bel vedere... quello era il tuo mestiere... mica crepare in croce per la salvezza! Oh Signore Signore... mi viene da piangere... ma non crederci, piango d'ar­rabbiato.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - O Matazone, disgraziato... non l'hai ancora tirato giù quello? Cosa hai fatto fin adesso, hai dormito?

MATTO                               -  No che non ho dormito, ho avuto solo un ripensamento... non voglio schiodarlo più questo Cristo, è meglio che resti in croce.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Oh bravo! e magari adesso vor­resti indietro tutti gli ori e i denari... Ohi che fur­bastro! Ci hai mandati a fare i facchini, a prenderti questo Giuda impiccato, soltanto per farti una ri­sata? No, caro Matazone! Se tu vuoi indietro la tua roba, te la dovrai vincere di nuovo ai tarocchi! So­lo a questa condizione.

MATTO                               -  No, io non ho voglia di giocare, tenetevi pure tutto... denari, ori, orecchini, perché io non gioche­rò mai più in questa vita. Ho vinto per la prima volta questa notte, e mi è bastato... Anche per un uomo solo che ne sia degno vale la pena di morire in croce! Oh se è MATTO   - ... è MATTO - , il figlio di Dio! Bastonare, bastonare tutti, tutti quelli che fanno mercato in chiesa, ladri, truffoni, impostori e fur­bacchioni. Fuori, bastonare! Bastonare!  Bon, ti n'agarà tanti 'me furmighe,de Giüda, a traìrte e a duvrarte par impagnutà i cojoni! Dam a tra'.., no vai la pena... Eh? No saran tüti traiuri? Bon, fam inqualche nom: Franzesco ol beat... e poe ol Nicola... san Michel taja mantel... Domenic... Catarina e Clara... e poe... d'acor­do, metémeg anca questi: ma i saran semper quater gatt in cunfrunta al nümer di malnat... e anco quei quater gatt i se trovaran n'altra voelta compagni che i t'han fait a ti, dopo che i g'avaran schischiadi de vivi. Ripet, scu­sa, che questa no la g'ho capida... Anca se an füdese vün zol... si anca un omo dumà in tuta la tera degn d'es salvad imparché ol è un giusto, ol to sacrifizi n'ol sarà stait fait par nagot... Oh no: no, alora no gh'è più speranza, at zet impropi ol cap di mat... at set un manicomi intrego! La zola voelta che ti me g'ha piazüdo, Jesus, l'è stait la voelta che set rivat in gesa che i fasevan mercat e t'è scomenzà a sfruntà tüti col bastun. Ohi che bel ved... quel l'era ol to mestè... Miga ol crepà in crose par ol salvamento! Oh Segnor Segnor... am vegn de piang... a no créderghe, a piangi d'inrabit...

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Ohi Matazon, disgraziat! No tl'hait anc'mo tirà a baso a quel? S't'hait fait cos'è infina adeso, a t'hait dormit?

MATTO                               -  No che no g'ho dormit... g'ho üt dumà un ripenzament... A no vojo s'ciodarlo plù sto Cristo... a l'è mejor ch'ol resta in crose.

CAPO DEI CROCIATORI    -           - Oh bravo, e magara adeso at vorareste indrio tüta la cavagna di ori e di dinari... ohi che furbaso! ti g'ha mandadi a fare i fachini a torte sto Giü­da impicat sojamente par farte 'na ridada? No, caro Ma­tazon! Se ti voi indrio la tua roba, at la duarét venzer de novo a i tarochi! Justa... a sta zola condizion.

MATTO                               -  No, mi no g'ho voia de ziogar. Tegneve 'mpure tüto... dinari, ori, oregini, che mi no ziogarò gimai plù in sta vita... Ho vinzut par la prema voelta sta note, e me g'ha bastat... Anco par un omo zol col sebia degno ol val la pena de morir in croze! O se l'è mato... l'è ma­to, ol fiol de Deo! Picà, picà tüti, l'era ol to mestè, tüti quei che fan mer­cat in gesa: lader, balos, impustur e fürbacioni: foera, picà, picà!

 PASSIONE MARIA          -  ALLA CROCE

DONNA                              -  Andate a fermarla, sta arrivando la sua mam­ma di lui, la beata MARIA       - , non fateglielo vedere in­crociato com'è che sembra un capretto scorticato che cola sangue a fontanella dappertutto come una montagna di neve in primavera, per questi gran chiodi che gli hanno piantato nelle carni delle ma­ni e dei piedi, in mezzo alle ossa forate.

CORO                                  -  Non fateglielo vedere! Lei non si vuole fermare... arriva correndo dispe­rata sul sentiero che in quattro non la possiamo te­nere.

UOMO                                 - Se in quattro non la tenete, provate in cinque e in sei... lei non può venire, non può guardare que­sto figlio intorcigliato come una radice di olivo man­giata dalle formiche.

altra DONNA                   -  Nascondetegli, copritegli almeno la fac­cia al figlio di Dio, che non possa riconoscerlo la sua mamma... le diremo che il crocefisso è un altro, un forestiero... che non è suo figlio di lei.

DONNA                              -  Io credo che anche se lo facciamo coprire tut­to con un lenzuolo bianco il figlio di Dio, la sua mamma lo riconoscerà... basta che gli spunti fuori un dito di un piede o un ricciolo dei capelli, perché glieli ha fatti lei, la sua mamma, quelli.

UOMO                                 - Viene... è già qui la beata MARIA      - ... le farebbe meno dolore ammazzarla col coltello, piuttosto che lasciarle vedere il figlio! Datemi un sasso per tra­mortirla di colpo, che si rovesci per terra (così) che non possa guardare...

altro UOMO                     - State quieti, fatevi in là... o povera DONNA  - , che la chiamate beata... e come può essere beata con questa decorazione di quattro chiodi che gli hanno conficcato nella carne dolorosa, e ribattuto che uguale non si farebbe a una lucertola velenosa o ad un pipistrello?

DONNA                              -  State quieti, trattenete il fiato che adesso que­sta DONNA    -  l'ascolterete gridare a tutta voce, come

 PASSIONE MARIA ALLA CROCE

DONNA                              -  Andì a fermarla... l'è rent a 'gnì la soa mama de lü, la beata MARIA            - , no faghel vardà incrusat 'me l'è che ol pare un cavrett inscortegat che cola sangui a fontanela par tütt 'me na muntagna de nev in primavera per sti gran ciodi che g'han picat in ti carni di man e di pie intrames a i osi sfurà...

CORO                                  -  No feghel vardà! E no la se vol fermà... a la vegne corendo desesperada in sül sentié che in quatro no la podemo tegnir...

UOMO                                 - Se in quatro non la tegnì, provè in sinque e in sie... ei no la pol vegnì, no la pol vardà sto fiolì intorsegà cumpagn 'me 'na radis d'oliva magnada di furmighi...

ALTRA DONNA                -  Quarceghe, covrighe almanco la facia al fiol de Deo, che no 1' posa arecugnosarlo la soa mama... ag dirém che l'incrusat l'è un oltar, un foresto... che no l'è ol so fiol de lé!

DONNA                              -  Mi a creo che puranco al femo quarcià tütt con un linzol bianco, al fiol de Deo, la soa mama ol recognuserà... abasta che ghe sponta de fora un dit d'un pie o un rizzul dei cavej, imperché la g'l'hait fait le, la sua ma­ma, quei.

UOMO                                 - La vegn... l'è chì loga la beata MARIA           - ... ag faria men dulor masala de cultel, pitost che lasag ved ol fioll! Dem un sass de trasmurtila d'un bott, che la se ruersa per tera, che no la poss vardà...

ALTRO UOMO                  - Stet quacc, fev in là... oh povra dona che la ciamit beata... e cum la pol es beata con sta decurasion de quatro ciodi che g'han picat in de la carna dolorosa a rabatun, cumpagn che a no s'faria a una lüserta venenusa o a un scurbatt?

DONNA                              -  Sti quacc... mantegni ol fiat che adess sta dona la scoltarì crià de toeta vos, compagn s'l'aves squartada se l'avesse squartata il dolore, sgraziata: dolore di sette coltellate da spaccarle il cuore.

UOMO                                 - Sta là ferma, non dice niente... fate che pianga almeno un po'! Fatela gridare, che debba scoppiare questo gran magone che le soffoca la gola!

ALTRA DONNA                -  Ascoltate questo silenzio, che gran fra­casso che porta; e non serve coprirsi le orecchie. Parla, parla, di' qualche cosa MARIA   - ... oh, ti prego!

MARIA                               -  Datemi una scala... voglio salire vicino al mio bene. Mio bene... oh, mio bello smorto figlio di me (mio), stai tranquillo mio bene, che adesso arriva la tua mamma! Come ti hanno combinato questi assas­sini, macellai: maledetti, porci rognosi! Venirmi a conciare il figlio in questa maniera! Cosa vi aveva fatto questo mio tontolone, d'averlo cosi in odio, da (essere) farvi tanto canaglie con lui... ma mi ca­drete nelle mani: a uno a uno! Oh, me la paghe­rete, anche se dovessi venirvi a cercare in capo al mondo. Animali bestie disgraziati!

CRISTO                               - Mamma, non stare a gridare, mamma.

MARIA                               -  Sì, sì, hai ragione... perdonami mio bene, que­sto baccano che ho fatto e queste parole da arrab­biata che ho detto, che è stato questo stretto dolore di trovarti imbrattato di sangue, spezzato qui, su questa trave, denudato, di botte pestato... bucato nelle mie belle mani cosi delicate, e i piedi... oh, i piedi, che gocciolano sangue, goccia a goccia... oh, dev'essere un gran male!

CRISTO                               - No mamma, non stare a preoccuparti... ades­so, te lo giuro non sento più male... mi è passato... non sento più niente, va' a casa mamma, ti prego, va' a casa...

MARIA                               -  Sì, sì, andremo a casa insieme, vengo su, a ti­rarti giù da queste travi, cavarti fuori i chiodi pia­no, piano. Datemi una tenaglia... venite a darmi una mano... aiutatemi qualcuno...!

SOLDATO                          - Ehi, DONNA   - , cosa fai lassù sopra alla scala? Chi ve l'ha dato il permesso?

MARIA                               -  È mio figlio di me che avete incrociato (crocefisso)... voglio schiodarlo, portarlo con me, a ca­sa...

SOLDATO                          - A casa? Ohi che premura, non è ancora frollo abbastanza, o santa DONNA - , non è ancora ben stagionato! Bene, appena tira gli ultimi vi faccio un fischietto, e venite a prenderlo bello che impacchet­tato il vostro caro giovane... Contenta? Venite giù adesso...

MARIA                               -  No che non vengo! Non lascerò passare qui, in questo luogo la notte a mio figlio, da solo, tutto solo a morirmi. E voi non potete farmi questa pre­potenza, ché io sono la sua mamma di lui, sono la sua mamma, io! ol dulor, 'sgrasiada; dulor de sete culteladi a spacag ol cor...

UOMO                                 - La està li ferma, la dis nagot... Fit che la piangia almanco un poc! Fila criar, ch'el s'abia de s'ciopar sto gran magon che ghe suféga ol goz.

ALTRA DONNA                -  'Ntendiu, stu silensi che gran frecass ghe mena; e nol val cuerciase i uregi. Parla, parla: dig quai coss, MARIA         - ... ohi te pregit.

MARIA                               -  Déime 'na scala... a voi montarghe a rema al me nann... Nan, oh '1 me belo smorto fiol de mi, stait seguro, me ben, che 'des la riva la toa mama... Come i t'han combinat sti assasit becari. Maleditt purscel rugnusi! 'Gnim a cunsciam ol fiol de sta manera! Cosa ol 'veva fait, sto me tarloch, de véghel inscì a scann de fav tanto canaja con lü... Ma am burleri in ti mani; a vün a vün! Oh m'la pagarì, anc' duarisi 'gniv in cerca in capp al mund, 'nimal besti sgrasiò!

CRISTO                               - Mama, no stat a criar, mama.

MARIA                               -  Sì, sì, at gh'et rason... pardünam, ol me nan, sto burdeleri c'ho fait e sti parol d'inrabit che hu dit, ch'l'è stait stu strench dulur de truvate impatacat de sangu, s'ciuncat chì loga sü ste trave, sbiutat, de bott pestà... sbusà in de' i me bej man si delicat, e i pie... oh i pie, che gota sangu, gota a gota... ohj che dua es gran mal!

CRISTO                               - No mama, no sta' a casciat... des, t'el giüri, no senti pì mal... ol m'ha pasat. No senti pü nagota, va' a ca' mama, te pregi... va' a ca'!

MARIA                               -  Sì, sì anderem a ca' insema, 'egni sü, a tirat giò de ste trave... cavarte fora i ciodi piano pian... dìm un tenaj... 'gnirn a dam 'na man... aidém quaicùn...

SOLDATO                          - Ehi dona, o s'te fait lì loga de soravìa a sta sca­la? chi v'l'ha dait ol parmes?

MARIA                               -  A l'è ol me fiol de mi ch'avit incrusad... al voi s'ciodal, purtal cun mi a ca'...

SOLDATO                          - A ca'? Ohj che premura, no l'è anc'mo froll asè, o santa dona, no l'è anc'mo ben stagionat. Boj, 'pe­na che ol tira i ültem, av fo un fìs'cet e gni a teul bela che impachetà, ol vos car zovin... cuntent? 'Gni' giò 'des.

MARIA                               -  No che no' vegni, no' lasarò pasà chì loga la nott ol me fiol de per lü suleng a murime! E vui no podi miga fam sta preputensa, che mi a son la sua mama de lü, son la sua mama, mi!

 SOLDATO                         - Bene. Adesso me le hai gonfiate a sufficien­za, cara la mia mamma di lui: faremo come quando si scrollano le mele, volete vedere? Darò una bella scrollata a questa scala: e verrete giù a tonfo come una bella pera matura.

CRISTO                               - No! Oh, ti prego, soldato, che sei buono e caro! Fai a me quello che vuoi: scrolla la croce fino a lacerarmi le carni delle mani e le ossa, ma al­la mia mamma... ti prego, non farle male.

SOLDATO                          - Avete sentito, cara mia padrona, quante so­no le ore? Cosa devo fare? Per me è lo stesso la­voro: o scendete voi, e in fretta da questa scala, oppure io scrollo la croce.

MARIA                               -  No, no... per carità... aspettate che sono già giù... guardate, sono qui ai piedi della scala.

SOLDATO                          - Oh, l'avete capita alla fine questa ballata, o DONNA -  benedetta... e non guardatemi con questi occhi da bruciarmi: io non ho colpa alcuna, se il giovane si è presa questa posizione scomoda di stare con le braccia allargate... oh che non ho pena di voi? che non conosco io, il luccichio di lacrime san­guinanti che vi sudano giù dagli occhi? È ben que­sto un dolore di MADRE    -  ! Ma non ci posso far niente, che io sono comandato che vada fino all'ordine que­sta condanna, sono condannato a farvi morire il figlio, o bene altrimenti, lassù, me attaccheranno, con gli stessi suoi chiodi.

MARIA                               -  O buon SOLDATO    - cortese, tenete, vi faccio un presente di questo anello d'argento, e di questi orecchini d'oro... tenete, in cambio di un piacere che mi potete concedere.

SOLDATO                          - Quale sarebbe questo piacere?

MARIA                               -  Di lasciarmi pulir via il sangue, a mio figlio, con un po' d'acqua e uno straccio, di dargliene un po' per inumidirgli le labbra spaccate dalla sete...

SOLDATO                          - Niente di più di queste sciocchezze?

MARIA                               -  Vorrei anche che prendiate questo scialle e andiate sopra la scala a metterglielo attorno alle spalle, di sotto le braccia, per aiutarlo un po' a re­stare attaccato alla croce...

SOLDATO                          - O DONNA      - , gli volete male al vostro giovane dunque, se lo volete mantenere più a lungo in vita a farlo soffrire di questi tremendi dolori. Nei vostri panni, farei in modo che morisse subito al più pre­sto, io!

MARIA                               -  Morire? Dovrà giusto venire morto questo caro mio dolce? MORTE            -  le mani, morta la bocca e gli occhi... morti i capelli?... Ohi, che mi hanno tra­dita... Oh Gabriele, giovane dalla dolce figura, con la tua voce da viola innamorante, per primo tu, tu mi hai tradito da truffatore: sei venuto a dirmi che

 SOLDATO                         - Bon! 'Des me t'l'hait sgionfade a sufficit, ohj cara la mia mama de lü: agh farem com quand a's croda i pomi, voj vedar? agh' darò na bela scurlada a sta scala, e 'gnirì giò de stónfete 'me un bel perot marügu.

CRISTO                               - No, oh te pregi, soldat, che ti è bon e caro! Fame a mi quel che ti vol: scorla la crose de me scarparme i carni e le man e i osi, ma a la mia mama... te pregi, no farghe mal!

SOLDATO                          - Hait sentit, la mia patrona, quant inn i urì? As g'ho de fà? Per mi l'è ol stess laoro: o sciabatì vui, e de presia, de sta scala, o mi scorli la cruse...

MARIA                               -  No, no... per carità... pecì che son già giò... vardì son chì abas la scala.

SOLDATO                          - Oh! l'intendìu al termin sta balada, o dona be­nedetta... E no' vardi a mi, cun sti ogi a brüsatàm, che mi no ghe n'ho colpa niuna se ol zovin ol s'ha catat sta posision iscomuda de stag coi brasc slargadi... ohj che no g'ho pena de vui? che no cognosi mi, l'isbarluscià di lagreme sanguagnenti ch'av süda giò di ogi? Sa l'ha estu on dulor de madri! Ma ag podi fag nagot... che mi sont comandat che vaga fina a l'orden sta cundana, sont condanat a fav muri ol fioll, o ben, de cuntra, lì loga, me picheran su mi co' i stes so ciodi.

MARIA                               -  O bon suldat curtes, tegni, av fo un presenti de quest'anel d'argenti, e de sti uregiti d'ori... tegnì, in cambi d'un plager ch'am podit cunced.

SOLDATO                          - Ol saria stu plager?

MARIA                               -  De lasàm netàg via ol sangu, al me fiol, cont un poc d'acqua e un strasc, de daghen un poc de 'nbiasegass i lavri s'cepat d'la set...

SOLDATO                          - Nagot de pü che sti cialadi?

MARIA                               -  Vuraria anc'mo che cati stu scial e andit de suravla a la scala a metighel inturna a i spale de sota a i brasc, de aidài un poc a stà tacat a la cruse...

SOLDATO                          - O dona, ag vursìt mal de cuntra al vost zovin donca, s'ol vursìt guarnal pì loga in vita a fal sgranì di sti tremend duluri. Al pagn de vui, faria mesté ch'ol moera sübet al püi presti, mi!

MARIA                               -  Muri? Ol duvrà giüsta 'gnì morto sto car me dol­ce? MORTE            -  le man, morta la boca e i ogi... morti i cavej?... Ohj, che m'han tradit... Ohj Gabriel, zovin de dulza figura, con la toa vose de viola inamorosa p'ol prim ti, ti m'hait tradit de malorgnon: te set 'gnì a dime che sarei diventata Regina io... e beata, felice, in testa a tutte le donne! Guardami, guardami qui come so­no a pezzi e sfottuta, l'ultima DONNA  -  al mondo mi sono scoperta! E tu... tu lo sapevi nel portarmi «l'annuncio» che fa sciogliere dalla commozione, di farmi fiorire nel ventre il figlio, che sarei diven­tata di questo bel trono Regina! Regina con il figlio gentile e cavaliere con due speroni fatti con due gran chiodi piantati nei piedi! Perché non me lo hai detto prima del sogno? Oh, io, stai sicuro, io non avrei voluto essere riempita, no, giammai a questa condizione, anche se fosse venuto il Dio pa­dre in persona e non il piccione colombo suo spi­rito beato a maritarmi...

CRISTO                               - Mamma, o che il dolore ti ha fatto diventar matta che bestemmi? Che dici cose senza cognizio­ne? Portatela a casa, fratelli, prima che abbia a ro­vesciarsi là, riversa e stravolta.

UOMO                                 - Andiamo MARIA       - , fate consolato (contento) il figlio di voi, lasciatelo in pace.

MARIA                               -  No che non voglio! Perdonatemi... lasciatemi stare qui vicino a lui, che non dirò più neanche una parola contro suo Padre, contro nessuno. Lasciate­mi... oh, fate i buoni!

CRISTO                               - Ho da morire, mamma, e faccio fatica! Ho da lasciarmi andare, mamma, consumare il fiato che mi mantiene (in vita)... ma con te qui vicino che ti strazi non sono capace, mamma... e faccio più fa­tica...

MARIA                               -  Ti voglio aiutare, mio bene, oh, non cacciar­mi via! Fa' che ci soffochino insieme, MADRE            -  e figlio, che ci mettano abbracciati tutti e due in una tomba sola!

SOLDATO                          - Ve l'ho detto, sacra DONNA  - ! Non c'è che un mezzo se volete farlo contento: ammazzarlo di col­po!,.. Voi prendete svelta quella lancia laggiù ap­poggiata, noi soldati faremo finta di non starci con gli occhi (di non guardare), andate di corsa sotto la croce e piantategli con tutta forza, di punta, la lan­cia nel costato, a fondo nel gozzo, e, di lì a un mo­mento, vedrete, si schianta il CRISTO         - e va a morire. (La MaDONNA          -  cade a terra). Cosa vi succede? Com'è che è svenuta se non l'ho neanche toccata?

UOMO                                 - Allungatela là... fate piano... e andate via d'at­torno, che abbia a prender fiato...

DONNA                              -  Qualche cosa per coprirla, che ha i tremiti del freddo...

ALTRO UOMO                  - Io ho dimenticato il mio mantello...

UOMO                                 - Fatevi in là, aiutatemi ad allungarla...

ALTRO UOMO                  - E adesso state quieti e lasciatela ripo­sare. saria gnü Rejna mi... e beata, jucunda a cap de toeti i doni. Vàrdum, vàrdeme chì loga me sont a tochi e sberlüsciada, l'ultima dona al mundo me sont discoverta! E ti... ti ol savevi in del purtame ol nünzi deslinguent de fam fiurì in t'el ventar ol fiolì, col sares gnü a sto bel tron Rejna! Rejna col fìol zentil e cavajer con doj spe­roni fait con doj gran ciodi impiantat ai pie! Perché no te m'l'hait dit avante ol sogn? Oh mi, te sta' seguro, mi no avaria vorsüdo ves pregnida, no gimai a sta cundision, teut-anc füss gnü el Deo patre in t' la persona, e no el piviun colombo so spirito beat a maridame...

CRISTO                               - Mama, o che ol dulur ol t'hait trat föra mata che ti biasterni? Che diset robe senza cognizion?... Menila a ca', fradeli, prima che l'abia a rabatarse là ruersa e strepenada.

UOMO                                 - 'Ndem MARIA            - , fait consulat ol fiol de vuj, lasel in pase.

MARIA                               -  No, che no voj! Perdoneme... lasème istà chì loga arenta de lü, che no dirò pü nanca na parola incontra de so patre, incontra de njuno. Lasème... oh feite bon!

CRISTO                               - Hoi de muri, mama... e fag fadiga. Hoi de lasarme andar, mama, sconsurnar ol fiat che me mantegne... ma con ti chì loga a pres ch'at strazii, no son capaze, ma­ma... e fo pü gran fadiga...

MARIA                               -  Te voj aidar, me ben, oh no casarme via! Fait che ne sofega insema matri e fiol e che ne mett imbrasat toecc e doj in una tomba sola.

SOLDATO                          - V'l'ho dit, oh sacra dona! Ghe n'è che un mezi, se ol vursì fai contentu: rnasàl de bota. Vuj: cateve in prescia quela lanza lì loga impugiada, nünc suldat a farem mostra de miga stag co' i ogi... 'ndit de corsa sota via la crose e pichìghe a tüt picà de punta cun la lanza in del custat a fund in dol gozz, e de lì a un mument, vedrìt, se s'ciunca el Crist, e ol va a murir. (La MaDONNA   -  cade a terra) O s' ve pasa? O s'l'è svegnuda che no l'ho gnanc tucada?...

UOMO                                 - Slonghela lilé... fait pian... e 'nde via d'intorna che la g'abia a tor fiat...

DONNA                              -  Quajcosa de recuvrirla... ch'la g'ha i tremuri del frecc...

ALTRO UOMO                  - Mi g'ho desmentegat la mia gabana.

UOMO                                 - Fev in là, aidème e slungala.

ALTRO UOMO                  - E adess stiv quacc, lasela repusà,

 MARIA                              -  (come in sogno) Chi sei laggiù, bel giovane, che mi sembra di riconoscerti? Cos'è che vuoi da me?

DONNA                              -  Va sonnambula (parla nel sonno), DONNA   -  smarrita... ha le visioni...

GABRIELE                         -  GABRIELE    - , l'ANGELO -  di Dio, sono io quel­lo, vergine, il nunzio del tuo solitario e delicato amore.

MARIA                               -  Torna ad allargare le ali, GABRIELE             - , torna in­dietro al tuo bel cielo gioioso, che non hai niente da fare in questa schifosa terra, in questo tormen­tato mondo. Vai, che non ti si sporchino le ali dal­le piume colorate di gentili colori... non vedi fango e sangue, sterco di vacca, è tutto una cloaca? Vai, che non ti si spacchino le orecchie tanto delicate con questo gridare disperato e i pianti e l'implorare che cresce da ogni parte. Vai, che non ti si consu­mino gli occhi luminosi nel rimirare piaghe, croste e bubboni, e mosche e vermi fuori dai morti squar­ciati. Tu non sei abituato, che in paradiso non ci sono rumori né pianti, né guerre, né prigioni, né uomini impiccati, né donne violate? Non c'è né fa­me, né carestia, nessuno che suda (per il lavoro) a stancarsi le braccia, né bambini senza sorrisi, né madri smarrite e scure (per il dolore), nessuno che peni per pagare il peccato (originale) vai, Gabriel, vai...

GABRIELE                         -               - DONNA       -  addolorata... che perfino nel ventre t'ha strappato il patimento, oh, io lo conosco chia­ramente questo tormento che ti ha preso guardando il Signore giovane Dio inchiodato... In questo mo­mento vengo a conoscerlo anch'io (al) pari di te.

MARIA                               -  Lo conosci al pari mio, pari a me? L'hai avu­to tu, GABRIELE         - , nel ventre ingrossato, il mio figlio? Hai morso tu le labbra per non gridare di dolore nel partorirlo? L'hai nutrito tu? Dato il latte dalla mammella tu, GABRIELE             - ? Hai sofferto tu, quando è stato ammalato con la febbre, le macchie della ro­solia e le notti in piedi a ninnarlo (quando) che piangeva per i primi denti? No, GABRIELE      - ? Se non hai provato queste bagatelle, non puoi parlare d'a­vere il mio dolore in questo momento...

GABRIELE                         -               - Hai ragione, MARIA            - ... perdonami questa presunzione, che me l'ha dettata lo strappacuore che ho dentro (tanto) che mi figuravo di essere in cima ad ogni patimento. Ma io vengo a ricordarti che sarà proprio questa tua canzone, pianta senza

 MARIA                              -  (come in sogno) Chi set lilò, bel zovin, ch'am par aricugnuset? Cos l'è che at voit de mi?

DONNA                              -  La va in strambula, dona smarida... La g'ha i visiun...

GABRIELE                         -               - Gabriel, l'angiol de Deo, sont mi quelo, vergen, ol nünzi d'ol to solengo e delicat amor.

MARIA                               -  Torna a slargat i ali, Gabriel, torna indré al to bel ciel zojoso che no ti g'ha niente a far chì loga in sta sga­rosa tera, in stu turmento mundo. Vaj che no te se sburdéga i ali de piume culurade 'e zentil culuri... no ti vedi fango e sangu e buagna, mestà e la spüsenta d'partùto? Vaj, che no te ne sbreghi i oregi tant delicat co sto criar desasperato e i plangi e ol plorar che crese in omnia parte.  Vaj, che ne te se sconsuma i ogi lüminosi a remerar pia­ghe e croste e bugnoni, e mosche e i vermeni fora dai morti squarciadi. Ti no t'è abituat, che in d'ol paradis no g'hai rumor ni plangi, né guere, ni preson, ni omeni impicadi ni done violade!... No gh'è ni fam, ni carestia, njuno che süda a stracabrasci ni fiolì sanza surisi, ni madri smaride e scurade, njun che pena per pagà ol pecat! Vaj, Gabriel, vaj...

GABRIELE                         -               - Dona indulurada... che fin 'n'd'ol venter t'ha scarpada ol patiment, oh, mi ol cognosi ciaro sto turment che t'hait catat mirand ol segnor zóvin deo inciudat... in sto mument 'egni a cognusel anc mi, de pariment.

MARIA                               -  Ol cognoset de pariment... de pariment a mi? Ah l'hait ü ti, Gabriel, in dol venter grosì, al me fiol? At n'è sgagniat ti i labri par no criar di dulüri 'nd'ol parturìl? At l'hait nutregat ti? Dait de teta ol latt, ti, Ga­briel? Hait soffregà ti, quand l'è stait malad con la fever, i macc de la rosolia e i noti in pie a ninàl c'ol piangeva pei prem denci? No. Gabriel, si no hait scuntat ste bagatele, no podet parla d'aveg ol me dolori in sto mu­ment.

GABRIELE                         -               - At gh'hait reson, MARIA     - ... perdoname sta presonzion, che m'l'ha g'ha detat ol strapacore che g'ho in de dentro, che m' figürava ves in punta o omnia pati­ment.  Ma mi egni recurdat che ol sarà propi sta tua canzon voce, questo lamento intonato senza singhiozzi, questo sacrificio tuo e del caro figlio di te che farà squarciare il cielo, che possano gli uomini river­sarsi per la prima volta in paradiso! plangida sanza vose, sto lamento intonat sanza singülti, sto sacrifizi to e del caro fiol de ti c'ol farà squarciarse ol ciel, che poda i omeni reversarse par la prema volta in paradis!

FINE

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