Misura per misura

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WILLIAM SHAKESPEARE

WILLIAM SHAKESPEARE

MISURA PER MISURA

Commedia in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale: "MEASURE FOR MEASURE"

("... for, with that judgement ye judge, ye shall be judged: and with that measure ye mete, it shall be measured to you again"- "The Matthew Bible", VII. 2)

NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell'edizione dell'opera completa di Shakespeare curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare - "The Complete Works", Collins, London & Glasgow, 1940, pagg. XXXII - 1370), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della più recente edizione dell'Oxford Shakespeare curata da G. Welles e G. Taylor per la Clarendon Press, New York, U.S.A., 1998, pagg. XXXIX-1274. Quest'ultima comprende anche "I due nobili cugini" ("The Two Noble Kinsmen") che manca nell'Alexander.

2) Alcune didascalie e altre indicazioni sceniche ("stage instructions") sono state inserite dal traduttore di sua iniziativa, laddove gli è sembrato necessario per la migliore comprensione dell'azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente ordinata ed intesa, il traduttore essendo convinto della irrappresentabilità del teatro di Shakespeare sulle moderne ribalte; convinto perciò che coloro che oggi vanno a teatro per vedere rappresentato Shakespeare non sanno di vedere un'altra cosa.(1)

3) Si è lasciata comunque invariata, all'inizio e alla fine di ogni scena, e all'entrata/uscita dei personaggi nel corso della scena, la rituale indicazione "Entra"/"Entrano" ("Enter") ed "Esce"/"Escono" ("Exit"/"Exeunt") avvertendo, peraltro, che non sempre essa indica movimenti di entrata/uscita dei personaggi, potendosi dare che questi si trovino già in scena all'apertura della stessa, o vi restino alla chiusura.

4) I nomi dei personaggi che vi si prestino sono resi nella forma italiana.

5) Il metro è l'endecasillabo sciolto alternato da settenari, come l'abbia richiesto al traduttore lo scorrere della verseggiatura; altro metro si è usato per citazioni, canzoni, proverbi, cabalette, ecc., quando, in accordo col testo, sia stato richiesto uno stacco di stile.

6) Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzioni precedenti dalle quali ha preso in prestito, oltre alla interpretazione di passi oscuri o controversi, intere frasi e costrutti, di tutto dando opportuno credito in nota.

PERSONAGGI

IL DUCA VINCENZO(2)

ANGELO, vicario del duca

ESCALO, vecchio nobile

LUCIO, personaggio stravagante

CLAUDIO, giovane gentiluomo

DUE GENTILUOMINI, dello stesso stampo di Lucio

VARRIO,(3) gentiluomo al seguito del duca

IL PREVOSTO(4)

FRA' PIETRO e FRA' TOMASO, due frati

UN GIUDICE

GOMITO,(5) sempliciotto capoguardia

SPUMETTA,(6) gentiluomo babbione

POMPEO, buffone al seguito di Madama Spampanata

ABORRITI,(7) boia

BERNARDINO, carcerato dissoluto

ISABELLA, sorella di Claudio

MARIANA, fidanzata di Angelo

GIULIETTA, amata di Claudio

SUOR FRANCESCA, monaca

MADAMA SPAMPANATA,(8) ruffiana

Nobili, Ufficiali, Cittadini, Soldati, un Paggio, Gente del seguito

SCENA: Vienna

ATTO PRIMO

SCENA I - Il palazzo del Duca

Entrano il DUCA, ESCALO, nobili e seguito

DUCA -

Escalo!

ESCALO -

Mio signore?

DUCA -

Starvi ora a svelar le buone regole

del governo, potrebbe anche sembrare,

pretesa inutile, da parte mia,

di sfoggiare discorsi ed argomenti,

dal momento che so per esperienza

come le tue conoscenze in materia

vadan bene al di là d'ogni consiglio

io mi possa sforzare d'impartirvi;

perciò non mi rimane che far credito

alla provata vostra competenza(9)

- e i vostri meriti ve ne dan titolo -

e farla oprare a pieno suo talento.

Della natura della nostra gente,

delle nostre civili istituzioni,

delle nostre normali procedure

nel dire e amministrare la giustizia,

voi conoscete, in teoria e in pratica,

quanto chiunque altro, a nostra mente,

n'abbia tratto ricchezza di pensiero.

Questo è il vostro mandato:

dai cui termini, quali qui indicati,

non vorremmo che aveste a discostarvi.

(Gli consegna il mandato)

Fate venire innanzi a noi Angelo.

(Esce uno del seguito)

Che immagine pensate di noi

sarà capace di dare egli al popolo?

Perché dovete sapere che è lui

che di buon animo abbiam designato

alle funzioni di nostro vicario

per il tempo che resteremo assenti;

a lui abbiamo deferito, all'uopo,

ammantato di tutto il nostro affetto,

il potere d'amministrar giustizia

e di far eseguire normalmente

le leggi dello Stato,

trasferendo a codesta sua reggenza

tutti i nostri poteri. Che ne dite?

ESCALO -

Se c'è persona degna in tutta Vienna

d'una sì ampia ed alta investitura,

questa è sicuramente il signor Angelo.

DUCA -

Ma eccolo che viene.

Entra ANGELO

ANGELO -

In obbedienza sempre ai desideri

di Vostra Grazia, son qui per conoscere

il vostro gradimento.

DUCA -

Caro Angelo,

c'è come impressa nella tua persona

una sorta di scritta a grandi lettere(10)

che, a chi l'esamini con attenzione,

palesa chiaramente quel che sei.

Tu stesso e tutto che tu dici tuo

non sono sì esclusivamente tuoi

che tu ti debba tutto esaurire

nelle tue doti, e queste tutte in te.

La saggezza divina fa con noi

quello che noi facciamo con le fiaccole:

non le accendiamo per far luce ad esse

ma all'intorno; ché se le nostre doti

non s'irradiassero fuori di noi,

tanto varrebbe allora non averne.

Gli spiriti plasmati finemente

lo sono per servire a buoni fini;

né mai largì Natura

un briciolo di quanto ha di più nobile

se non, come un'avara deità,

per riservare a se stessa il vantaggio

ch'è la pretesa d'ogni creditore:

grazie e interessi insieme.(11)

Ma m'accorgo di star parlando ad uno

che mi può degnamente surrogare...

E dunque, Angelo, tieni...(12)

e sii noi stessi in tutto,

per il tempo che resteremo assenti.

E d'ora innanzi morte e grazia a Vienna

vivano sul tuo labbro e sul tuo cuore;

e tuo secondo sia il vecchio Escalo,

se pur fu primo nella nostra scelta.

Toh, prendi, è il tuo mandato.

(Gli porge il mandato di nomina, che, però, Angelo esita a prendere)

ANGELO -

Lasciate, tuttavia, mio buon signore,

che sia meglio saggiato il mio metallo

prima che venga impressa su di esso

una sì grande e nobile figura.(13)

DUCA -

Niente scuse! Nessuna scappatoia!

Abbiamo proceduto a questa nomina

dopo matura e meditata scelta.

Assumi perciò subito la carica.

Sì forte è in noi l'urgenza di partire

e sì pressanti ne son le ragioni,

che la fanno anteporre anche a se stessa

facendoci perfino trascurare

il disbrigo di affari di valore.

Vi faremo sapere per iscritto,

come gli eventi ed il nostro interesse

lo vorranno, di noi e nostre cose;

così come contiamo di sapere

da voi il corso delle cose qui.

E dunque, addio. Vi lascio, fiducioso

che assolverete al meglio al vostro ufficio.

ANGELO -

Concedetemi, almeno, monsignore,

d'accompagnarvi per un po' di strada.

DUCA -

No, grazie. La mia fretta me lo vieta.

Ma, sul mio onore, non vi fate scrupolo:

vostro scopo dev'esser quello mio,

di applicare la legge con rigore,

o con quel poco o tanto di mitezza

che vi detti, a seconda, la coscienza.

E dunque, qua la mano:

io parto da privato cittadino.

Voglio bene al mio popolo

ma non mi piace espormi a far spettacolo

agli occhi loro, se pur ciò mi giovi;

non gradisco l'applauso fragoroso

e i frenetici evviva della folla,

né stimo saggio chi se ne compiace.(14)

Perciò, di nuovo, addio.

ANGELO -

Conceda il cielo la sua protezione

ai vostri intendimenti.

ESCALO -

E v'accompagnino felicemente

nella partenza e nel ritorno a noi!

DUCA -

Vi ringrazio di tutto cuore. Addio.

(Esce)

ESCALO -

Monsignore, se me lo concedete,

vorrei parlar con voi liberamente;

mi preme di conoscer bene a fondo

quella ch'è ora la mia posizione:

so d'essere investito di poteri,

ma nessuno m'ha detto, fino ad oggi,

quali ne siano la natura e i limiti.

ANGELO -

È lo stesso per me. Perciò appartiamoci

e chiariamoci insieme questo punto.

ESCALO -

Vi seguo, Vostro Onore.

(Escono)

SCENA II - Vienna. Una strada

Entrano LUCIO e due GENTILUOMINI

LUCIO -

Se il nostro Duca e tutti gli altri duchi

non vengono ad un qualche compromesso

con il re d'Ungheria, un giorno o l'altro

quest'ultimo se li avrà tutti addosso.

1° GENTILUOMO -

Voglia il cielo donarci la sua pace:

la sua, non quella del re d'Ungheria!(15)

2° GENTILUOMO -

Amen!

LUCIO -

Tu parli come quel corsaro,

quel famoso pirata bacchettone,

che si volle portar con sé per mare

la tavola con i Comandamenti,

e poi dei dieci ne raschiò via uno.

2° GENTILUOMO -

Quale: "Non ruberai"?

LUCIO -

Sì, proprio quello.

1° GENTILUOMO -

Eh, già, quello dettava l'ingiunzione

al capitano e agli altri della ciurma

di rinunciare alla lor professione,

ch'è di mettersi in mare per rubare.

Così come da noi non c'è soldato

che al "benedicite" gradisca molto

quel versetto che prega per la pace.

2° GENTILUOMO -

Io non ho mai sentito, in verità,

un soldato che la disapprovasse.

LUCIO -

Ti credo: perché mai ti sei trovato,

penso, dove si dicono le grazie.(16)

2° GENTILUOMO -

Eh, tante volte! Almeno una dozzina.

1° GENTILUOMO -

Come, in versi?

2° GENTILUOMO -

In qualunque metro o lingua.

1° GENTILUOMO -

Lo credo, ed in qualunque religione.

LUCIO -

E perché no? La grazia è sempre grazia,

a dispetto di tutte le contese;(17)

così come, a dispetto d'ogni grazia,

tu resti un esecrabile furfante.(18)

1° GENTILUOMO -

Va' là, che tra me e te,

siamo tagliati con le stesse forbici.

LUCIO -

Sarà, ma con la stessa differenza

che c'è tra la cimosa ed il velluto.

La cimosa sei tu.

1° GENTILUOMO -

E tu il velluto!

Un bel velluto sei tu, garantito!

Un taglio di velluto a triplo pelo!

Io, per me, vorrei essere piuttosto

la cimosa d'un pannolano inglese(19)

che essere pelato come te

in conseguenza di quel tuo velluto

d'origine francese.(20) Dico bene?

LUCIO -

Credo di sì, chissà con quanta pena

però per la tua lingua!(21) D'ora in poi,

dopo questa tua stessa confessione,

se sarà che berrò alla tua salute,

starò attendo, per conservar la mia,

dall'accostar le labbra al tuo bicchiere.(22)

1° GENTILUOMO -

Ah, mi son data la zappa sui piedi

con quel velluto!

2° GENTILUOMO -

Infatti,

che tu sia infetto di quel male, o no.

Entra, dal fondo, MADAMA SPAMPANATA

LUCIO -

Oh, guarda, toh, Madama Mitiganza!

Sotto il suo tetto si son mitigati

tanti di quei malanni,

da arrivare...

2° GENTILUOMO -

A quanto? Dillo, su.

LUCIO -

Quanto lo lascio indovinare a voi.

2° GENTILUOMO -

A tremila dolori(23) all'anno?

1° GENTILUOMO -

E più!

LUCIO -

... E più una bella corona francese.(24)

1° GENTILUOMO -

Tu ti figuri sempre ch'io sia infetto

da chi sa quali brutte malattie,

ma ti sbagli di grosso: io sono sano.

LUCIO -

Eh, ma non come a dir "sano" "in salute",

ma "sonoro", come le cose vuote;(25)

le tue ossa son come canne vuote:

la consunzione ha fatto un bel banchetto

con la tua buona ciccia.

1° GENTILUOMO -

(A Madama Spampanata, che intanto s'è avvicinata)

Ehi, bellezza! Qual è delle tue natiche

quella più incarognita dalla sciatica?

SPAMPANATA -

Eh, va bene! Ma c'è uno laggiù

ch'anno arrestato e portato in prigione,

che vale cinquemila di voi tutti!

2° GENTILUOMO -

Chi è costui, di grazia?

SPAMPANATA -

Maria Vergine, è Claudio, il signor(26) Claudio!

1° GENTILUOMO -

Claudio in prigione? Ma non è possibile!

SPAMPANATA -

Diamine, ma l'ho visto coi miei occhi

proprio mentre lo stavano arrestando

e lo portavan via.

Ed in più, fra tre giorni via la testa.

LUCIO -

Eh! Non vorrei, dopo tanto cianciare,

che questo fosse vero. Sei ben certa?

SPAMPANATA -

Eccome! E vi so dire anche il motivo:

per aver messo incinta la Giulietta!

LUCIO -

Sapete che vi dico? Ch'è possibile:

perché non più d'un paio d'ore fa

ci ho parlato e m'avea assicurato

che mi sarebbe venuto a incontrare,

e invece non s'è visto.

E sì che è stato sempre di parola

puntualissimo, negli appuntamenti.

2° GENTILUOMO -

Inoltre ciò s'accorda in qualche modo

con quel che si diceva poco fa...(27)

1° GENTILUOMO -

Ma soprattutto ben s'accorderebbe

con l'editto. Beh, allora ci muoviamo?

LUCIO -

Sì, andiamo un po' a saper che c'è di vero.

(Escono Lucio e i due Gentiluomini)

SPAMPANATA -

E così, tra la febbre sudarella(28)

e la guerra, tra forca e povertà,

sono rimasta a corto di clienti.

Entra POMPEO

Che notizie mi porti?

POMPEO -

Che laggiù portano in prigione un Tizio.

SPAMPANATA -

Perché, che ha fatto?

POMPEO -

S'è "fatto" una femmina.

SPAMPANATA -

E di quale reato lo si accusa?

POMPEO -

Pesca di trote in riserva privata.

SPAMPANATA -

Che! C'è una donna incinta per sua colpa?

POMPEO -

Cioè, diciamo meglio: c'è una vergine

che per sua colpa è diventata donna.(29)

Piuttosto, non avete udito niente

del nuovo editto?

SPAMPANATA -

Editto! Quale editto?

POMPEO -

Che butteranno giù tutti i ritrovi

nei sobborghi di Vienna.

SPAMPANATA -

E quelli al centro?

POMPEO -

Quelli li lasceranno per semenza.

Avrebbero buttato giù anche quelli

se un cittadino probo e intelligente

non si fosse intromesso per salvarli.

SPAMPANATA -

Sicché tutte le case di ritrovo

nei sobborghi saranno demolite?

POMPEO -

Rase al suolo, padrona.

SPAMPANATA -

Ah, questa è grossa!

È una rivoluzione nello Stato!

Oh, me meschina! Che sarà di me?

POMPEO -

Evvia, che non avete da temere!

A buone consigliere come voi

i clienti non mancheranno mai.

E se dovrete cambiar di quartiere

non dovrete perciò cambiar mestiere.

Io sarò sempre il vostro tavernaio.

Coraggio, su, che avran pietà di voi,

voi che vi siete logorati gli occhi

nel mestiere, al servizio della gente!

SPAMPANATA -

Beh, che facciamo qui,

Tomaso Spillabotti? Andiamo via.

POMPEO -

Ecco che passa di qui il signor Claudio,

condotto alla prigione dal Prevosto.

E dietro a loro c'è Monna Giulietta.

Entrano il PREVOSTO, CLAUDIO, GIULIETTA(30) e alcune guardie.

CLAUDIO -

(Al Prevosto)

Principale, perché mi porti in giro,

esponendomi agli occhi della gente?

Portami dritto al carcere,

s'è lì che sono obbligato ad andare!

PREVOSTO -

Lo faccio non per mia malignità,

ma così m'ha ordinato il signor Angelo.

CLAUDIO -

Così il semidio Autorità

si fa pagar, da noi, per le nostre colpe,

ed a buon peso, le parole sacre:

"Per chi Egli vuole, vuole;

"per chi non vuole, non vuole"

e sempre giusto è.(31)

Entra LUCIO

LUCIO -

Oh, Claudio, come mai? Che t'è successo?

Da che ti viene questa restrizione?

CLAUDIO -

Da troppa libertà, mio caro Lucio,

da libertà... Come l'indigestione

è genitrice di lungo digiuno,

così la libertà fatta licenza

provoca la sua propria restrizione.

I nostri istinti sono come i topi

che mangiano voraci i lor veleni

sempre inseguendo il male che li asseta

e, se bevono, muoiono.(32)

LUCIO -

S'io fossi come te ammanettato,

e riuscissi a parlare così saggio,

mi chiamerei certi miei creditori...

E tuttavia, se devo dirla franca,

il ruzzar licenzioso mi sta meglio

della moralità(33) della prigione.

Ma di che colpa ti si accusa, Claudio?

CLAUDIO -

D'una che, al sol parlarne,

ci si rende colpevoli di un'altra.

LUCIO -

Cos'è, assassinio?

CLAUDIO -

No.

LUCIO -

Fornicazione?

CLAUDIO -

Chiamiamola così...

PREVOSTO -

Su, forza, amico, che dobbiamo andare!

CLAUDIO -

Sii buono, amico, una parola ancora.

(A Lucio)

Lucio, se mi permetti una parola...

LUCIO -

Anche cento, se possono giovarti.

È così sorvegliato, il fornicare?

CLAUDIO -

Con me le cose stanno in questo modo:

in seguito ad onesta pattuizione

ho posseduto il letto di Giulietta.

Tu conosci la donna,

essa è mia moglie sotto ogni riguardo;(34)

eccetto solo la pubblicazione

del matrimonio agli effetti dei terzi;

e questa abbiam deciso di non farla

per non pregiudicare la sua dote

rimasta fino ad ora custodita

presso i parenti suoi, per cui ci è parso

di tenere nascosto il nostro amore

fino a quando il trascorrere del tempo

li avesse ben disposti a favor nostro.

Senonché adesso accade che il segreto

dei nostri coniugali godimenti

sia scritto a lettere fin troppo grosse

sul corpo di Giulietta.

LUCIO -

È forse incinta?

CLAUDIO -

Sì, per mia gran disgrazia.

Ed ora il nuovo vicario del Duca,

sarà l'abbaglio della nuova carica,

o sarà forse che la cosa pubblica

è un cavallo sul quale chi sta in sella

ha le redini in mano, e là insediato,

per far sentire meglio all'animale

il suo comando dà di sprone subito;

o sarà anche che la tirannia

è peculiare della stessa carica,

o dell'eccelso rango di chi l'occupa...

- ohimè, mi ci smarrisco nei sarà...-

fatto è che questo nuovo governante

va risvegliando dal loro letargo

tutte le pene, scritte, sì, nei codici,

ma che per ben diciannove zodiaci(35)

eran rimaste tutte appese al muro

come vecchie armature ormai in disuso;

ed ora lui, tanto per fare un nome,

scarica addosso a me tutta la forza

d'una legge obliata e sonnecchiante.

Lo fa di certo per dare un esempio.

LUCIO -

Garantito: ed intanto a te la testa

ti sta così malferma sulle spalle,

che basta una lattaia innamorata,

con un sospiro, a farla cader giù.

Manda dal Duca, ed appellati a lui.

CLAUDIO -

Questo l'ho già tentato,

ma del Duca non c'è nessuna traccia.

Non si trova. Perciò ti prego, Lucio,

fammi questo favore, tu, da amico:

mia sorella Isabella

dovrebbe cominciare proprio oggi

il noviziato ed entrare in convento.

Va' da lei, dille il rischio in cui mi trovo;

implorala, per me, che cerchi il modo

come ingraziarsi il rigido Vicario;

veda ella stessa di saggiarne l'animo.

Pongo grande speranza in questo passo,

perché nella sua giovane presenza

c'è un certo muto e sommesso linguaggio

ch'ha la virtù d'intenerire gli uomini;

eppoi possiede, se vuole adoprarla,

adorna di ragione e d'argomenti,

l'arte di persuadere. Hai bene inteso?

LUCIO -

Dio voglia ch'ella vi riesca, Claudio!

Ciò servirebbe sia a ridar coraggio

a quanti sono nel tuo stesso stato

e che altrimenti avrebbero a soffrire

gravose imputazioni di reato,

sia a far che tu possa ancor godere

la tua vita, che mi dispiacerebbe

dovessi perdere sì scioccamente,

come da una partita a trick e track.

Vado da lei senz'altro.

CLAUDIO -

Ti sono grato, Lucio.

LUCIO -

Fra due ore

ci vediamo.

CLAUDIO -

T'aspetto. Guardie, andiamo!

(Escono)

SCENA III - Un monastero

Entrano il DUCA e FRA' TOMASO

DUCA -

No, reverendo padre,

cacciate dalla mente un tal pensiero:

che lo sfiaccato dardo di Cupido(36)

possa forare un petto ben temprato,

è cosa che vi prego di non credere.

Se vengo a chiedervi asilo in segreto,

è per più grave e più severo intento

che non siano le mire ed i propositi

ond'è infiammato l'ardor giovanile.

FRA' TOMASO -

Può farmene un accenno Vostra Grazia?

DUCA -

Mio reverendo amico,

nessuno al mondo sa meglio di voi

quanto io ami la vita ritirata

e quanto sempre abbia poco stimato

il ritrovarmi in mezzo ad assemblee

dove tengono banco normalmente

sfrenata gioventù, lusso sfacciato

e folle quanto vana ostentazione.

Ho perciò trasferito al signor Angelo,

uomo d'austeri e rigidi costumi

e di castigatissima condotta,

i miei poteri con tutte le cariche

dello stato; egli sa che sono in viaggio

per la Polonia: ho sparso questa voce,

infatti, nelle orecchie della gente,

e tutti quanti l'han creduta vera.

Voi mi domanderete, padre santo,

perché lo faccio.

FRA' TOMASO -

Infatti, monsignore.

DUCA -

Noi siam retti da rigidi statuti

e leggi assai mordenti,

gli uni e l'altre ritegni necessari

come lo son mordacchie, freni e briglie

a puledri(37) selvaggi e incontinenti;

le abbiam tenute, però, queste leggi

a sonnecchiare per quattordici anni,(38)

sì da averle ridotte fino ad oggi

proprio come un leone ormai decrepito

incapace perfino di uscir fuori

dalla tana nemmeno per predare.

Onde è successo a noi come a quei padri,

troppo teneri verso i loro figli

ch'hanno legato in fascio dei vincastri

a mo' di sferza sol per agitarli

in faccia ai figli come spauracchio,

talché, col tempo, sono divenuti

oggetto più schernito che temuto.

Così le nostre leggi:

rimaste inapplicate per tanti anni,

sono morte a se stesse, e la licenza

fa oggetto di scherno la giustizia,

il marmocchio percuote la nutrice,

ed ogni senso d'umana decenza

se ne va in opposta direzione.

FRA' TOMASO -

Stava a Voi, Vostra Grazia, non ad altri

slegare dal guinzaglio quelle leggi:

con voi, altro timore, altro rispetto

avrebbero ispirato ai vostri sudditi,

che non adesso, con il signor Angelo.

DUCA -

Anche troppo, ho paura.

Ma dal momento ch'era mia la colpa

d'aver lasciato al popolo le briglie,

sarebbe stato agire da tiranno

da parte mia castigarlo e vessarlo

per ciò ch'io stesso avevo consentito:

ché lasciar correre le malefatte

senza opportunamente castigarle,

è come averle ordinate noi stessi.

Ed è appunto per questo, padre mio,

che ho trasferito ad Angelo il potere;

egli adesso, al riparo del mio nome,

potrà colpire a segno e duramente,

senza esporre così la mia persona

a contrasti di sorta ed a discredito.

Ed io, per sorvegliarlo da vicino

sul modo come si comporterà,

mi son proposto appunto di osservare

nelle vesti d'un frate del vostro ordine

il principe ed il popolo.

Perciò, vi prego, fornitemi un saio

e insegnatemi come comportarmi

perch'io possa apparire un frate vero.

Altre ragioni per questo mio agire

potrò dirvi più in là, con maggior comodo.

Per ora questa sola: il signor Angelo

è uomo di costumi puritani;(39)

si tiene in guardia contro la calunnia;

e a mala pena vi confesserebbe

che gli scorre del sangue nelle vene,

oppure d'aver fame più di pane

che di pietra... Ma adesso si vedrà

se il potere davvero muta gli animi,

che cosa sono i nostri collitorti.(40)

(Escono)

SCENA IV - Un convento di monache

Entrano ISABELLA e SUOR FRANCESCA

ISABELLA -

E non godete d'altri privilegi,

voi monache?

SUOR FRANCESCA -

Non son già larghi questi?

ISABELLA -

Oh, certo. E non ne chiederei di più.

Vorrei, anzi, una regola più stretta

per le suore votate a Santa Chiara.

(Bussano)

LUCIO -

(Da dentro)

Ehi! Pace a questo luogo!

ISABELLA -

Chi è che chiama?

SUOR FRANCESCA -

Cara Isabella, gira tu la chiave

e domanda a quell'uomo cosa vuole:

tu puoi, io no; tu non hai preso i voti.

Dopo che li avrai presi, pure tu

non potrai più parlare con un uomo

se non presente la madre badessa,

ed anche allora, se potrai parlare,

non potrai far vedere la tua faccia,

e se farai vedere la tua faccia,

ti sarà proibito di parlare.

(Bussano ancora)

Chiamano ancora. Di grazia, rispondi.

(Esce Suor Francesca)

ISABELLA -

(Girando la chiave nella toppa)

Pace e prosperità! Chi chiama là?

Entra LUCIO

LUCIO -

Salute, o vergine, se tu sei tale,

come è vero che gridan quelle rose

sulle tue guance! Puoi prestarmi aiuto

e condurmi in presenza di Isabella,

una novizia di questo convento

e graziosa ed amabile sorella

dell'infelice suo fratello Claudio?

ISABELLA -

Perché "dell'infelice suo fratello"?

Tanto più che vi debbo dichiarare

d'esser io Isabella, sua sorella.

LUCIO -

Oh, gentile e graziosa,

vostro fratello vi saluta tanto.

Per non farvela lunga, egli è in prigione.

ISABELLA -

Oh, poveretta me! E per che cosa?

LUCIO -

Per cosa a punizione della quale

se fosse stato a me d'esser suo giudice,

s'avrebbe solo dei ringraziamenti:

ha messo incinta una sua convivente.

ISABELLA -

Signore, non burlatevi di me.(41)

LUCIO -

È verità. Se pure sia mio vezzo

fare il vanello con le damigelle(42)

e indurle a credere, parlando a gioco,

cose che ho sulla lingua, non sul cuore,

non è detto ch'io voglia comportarmi

così con tutte. Voi siete per me

qualche cosa di sacro e celestiale

cui si deve parlare a cuore aperto,

come foste una santa.

ISABELLA -

Schernendo me, voi profanate il sacro.

LUCIO -

Non vogliate pensarlo.

Eccovi in breve quello che è successo:

vostro fratello e la sua donna amata

si son giaciuti insieme;

e, come chi si nutre si riempie,

e la stagione della fioritura

porta il nudo maggese della semina

all'abbondante messe, così lei

mostra nella pregnanza del suo grembo

ch'egli l'ha bene arato

ed altrettanto bene coltivato.

ISABELLA -

Così c'è una da lui messa incinta?

Mia cugina Giulietta?...

LUCIO -

Ah, è vostra cugina?

ISABELLA -

D'elezione,

come usa tra le compagne di scuola

che tra loro si scambiano quel titolo

per futile e graziosa simpatia.

LUCIO -

È lei.

ISABELLA -

Allora lui la sposerà.

LUCIO -

Già, ma qui sta l'intrigo.

Perché il Duca piuttosto stranamente

è partito da qui, insalutato.

Aveva dato a molti gentiluomini,

compreso me, l'illusoria speranza(43)

d'iniziare un'azione militare;

senonché siam venuti a conoscenza

da persone che sono bene addentro

alle segrete fibre dello Stato

che le intenzioni da lui ventilate

eran lontane mille e mille miglia

dal suo vero disegno.

Al suo posto, e coi suoi pieni poteri,

governa il signor Angelo,

uno che nelle vene non ha sangue,

ma neve liquefatta; refrattario

ad ogni tentazione della carne,

al più innocente stimolo dei sensi;

capace di smussare e attenuare

l'impulso naturale dell'istinto

con lo studio e il digiuno

e le sole risorse della mente.

Egli, per scoraggiar con la paura

il malcostume ed il libertinaggio

che per tanti anni han corso indisturbati

sotto il naso dell'aborrita legge

come i topi di quello d'un leone,

è andato a riesumare un vecchio editto

in base alle cui rigide sanzioni

vostro fratello incorre certamente

nella pena della condanna a morte.

E proprio a termini di quell'editto,

dopo averlo arrestato e imprigionato,

vorrà tenersi al rigor della norma,

perché vuol fare proprio del suo caso

un esempio per tutti.

Sicché, al momento, non c'è più speranza;

salvo che non abbiate voi la grazia

d'intenerire, con belle preghiere,

il cuore di codesto signor Angelo.

È questo il succo della mia missione

presso di voi, che m'è stata affidata

da questo vostro povero fratello.

ISABELLA -

Angelo vuole dunque la sua testa?

LUCIO -

La condanna è già emessa

e, a quel che so, è già in mano al Prevosto

l'ordine per la sua esecuzione.

ISABELLA -

Oh, me infelice! E quale abilità

ho io in me per riuscire a salvarlo?

LUCIO -

Mettere a prova il potere che avete.

ISABELLA -

Il mio potere! Ahimè, dubito molto...

LUCIO -

I dubbi sono sempre traditori

e spesso ci fan perdere quel bene

che avremmo ben potuto conquistare

se avessimo rischiato di tentare.

Recatevi perciò dal signor Angelo

e fate ch'egli s'induca a capire

che gli uomini, se a chiedere è una vergine,

debbon donare, come tanti dèi;

ma se quella poi piange e s'inginocchia,

non c'è più nulla ch'ella possa chiedere

e che non debba venirle accordato,

come fosse dovuto a loro stessi.

ISABELLA -

Vedrò che cosa mi sarà possibile.

LUCIO -

Sì, ma presto, alla svelta!

ISABELLA -

Mi muovo senza un attimo d'indugio:

il tempo d'informarne la Badessa.

Non so davvero come ringraziarvi.

Portate il mio saluto a mio fratello.

Prima di notte gli farò sapere.

LUCIO -

Ebbene, mi congedo.

ISABELLA -

Addio, signore.

(Escono)

ATTO SECONDO

SCENA I - Sala in casa di Angelo

Entrano ANGELO, ESCALO, un GIUDICE,

il PREVOSTO, guardie e servi

ANGELO -

Non possiamo lasciare che la legge

sia ridotta ad un mero spauracchio,

di quelli che di solito s'apprestano

a spaventar gli uccelli predatori,

e poi si lascian là, inoffensivi,

a conservare quella loro sagoma,

finché con l'uso non si sia ridotta

da spauracchio a loro posatoio.

ESCALO -

Già, ma cerchiamo di affilare il taglio,

per incider quel tanto che ci basta,

anziché abbattere e colpire a morte.

Questo giovin signore, questo Claudio,

cui vorrei proprio salvare la vita,

aveva un padre nobile...

Si chieda solamente Vostro Onore,

ch'io stimo di rarissima virtù,

se mai, sull'empito della passione,

quando si fosser propiziati insieme

l'ora al luogo e il luogo al desiderio

e l'impeto del sangue avesse attinto

l'effetto del desiato suo proposito,

si chieda se talvolta, nella vita,

non sarebbe potuto anch'egli incorrere,

attirandosi addosso la giustizia,

nello stesso peccato della carne

per il quale condanna questo giovane.

ANGELO -

Altra cosa è sentir la tentazione,

altra è cedervi, Escalo, e cadervi.

Io non nego che in mezzo a dei giurati

chiamati a giudicare un accusato,

si possano trovare uno o due ladri

macchiatisi magari di più colpe

di colui ch'essi stanno processando;

ma la giustizia non può giudicare

che ciò ch'è manifesto alla giustizia.

Come fanno le leggi ad accertare

se sian dei ladri a giudicar dei ladri?

È chiaro(44) che se c'inchiniamo a terra

a raccattare un gioiello trovato

lì per lì, è perché l'abbiamo visto;

ma se il gioiello non l'abbiamo visto,

lo calpestiamo e non ce n'accorgiamo.

Non vale, a sminuire la sua colpa,

ch'io stesso abbia commesso un egual fallo;

mi direte, piuttosto, che se un giorno

io, che condanno lui per tal reato,

ne dovessi commettere uno simile,

questa sentenza, da me pronunciata,

varrà egualmente per la mia condanna,

senza discriminanti a mio favore.

Egli deve morire, signor mio.

ESCALO -

Sia come vuole la saggezza vostra.

ANGELO -

Dov'è il Prevosto?

PREVOSTO -

Son qui, Vostro Onore.

ANGELO -

Disponete che il prigioniero Claudio

sia giustiziato domani alle nove.

Portategli il suo padre confessore

perché sia preparato acconciamente

per la fine del suo pellegrinaggio.

(Esce il Prevosto)

ESCALO -

Ah, che Dio gli perdoni!

E perdoni noi tutti, quanti siamo!

C'è chi s'eleva a forza di peccare,

e c'è chi cade per troppa virtù!

C'è chi riesce a combinarle tutte(45)

senza renderne conto a chicchessia,

e chi, per una, paga con la morte!

Entra GOMITO con guardie che scortano SPUMETTA e POMPEO

GOMITO -

Via, portateli via!

Se son gente perbene in uno Stato

quelli che fanno altro tutto il giorno

che sfogare i lor vizi nei bordelli,

non c'è più legge. Portateli via!

ANGELO -

(A Gomito)

Ehi, là, messere! Come vi chiamate?

Di che si tratta qui?

GOMITO -

Se così non dispiaccia a Vostro Onore,

sono il bargello del povero Duca,

e Gomito è il mio nome.

Io m'appoggio alla legge, signoria,

e porto qui, davanti a Vostro Onore,

questi due celebri benefattori.(46)

ANGELO -

Benefattori!... Che benefattori?

Non saranno, al contrario, malfattori?

GOMITO -

Col beneplacito di Vostro Onore,

che pesci sono non lo saprei dire,

ma sono dei precisi(47) manigoldi,

di questo son sicuro, e sono privi

di tutta la profanazione(48) al mondo

che ciascun buon cristiano deve avere.

ESCALO -

Andiamo bene! Questo è un poliziotto

che sa quello che dice.

ANGELO -

Proseguite:

che qualità di gente son costoro?

Gomito hai detto che ti chiami?... Gomito!

Ebbene, Gomito, perché non parli?

POMPEO -

Non può, signore, è tutto sbrindellato.(49)

ANGELO -

E tu, compare, che mestiere fai?

GOMITO -

Chi, lui, signore? Lui fa il tavernaio,

e in parte anche il ruffiano.

Serve una femmina di malaffare,

la cui casa, signore, come dicono,

è stata demolita nel suburbio,

e adesso lei ha messo su un bordello(50)

ch'è anche, come penso, signoria,

una casa di molto malaffare.

ESCALO -

Come lo sai?

GOMITO -

Mia moglie, monsignore,

ch'io giuro avanti al cielo e a Vostro Onore

di detestare...(51)

ESCALO -

Diamine! Tua moglie!

GOMITO -

Sì, signore; la quale, grazie al cielo,

è una femmina onesta...

ESCALO -

E dici che per questo la detesti?

GOMITO -

Voglio dire ch'io stesso, monsignore,

detesto, come lei, che quella casa,

se non fosse una casa di ruffiana,

misericordia per l'anima sua,

perché è davvero una gran brutta casa...

ESCALO -

Come fai a saperlo, capoguardia?

GOMITO -

Eh, perbacco, signore, da mia moglie;

la quale se, poniamo, fosse stata

una donna cardinalmente(52) incline,

si poteva sentir piovere addosso

anche l'accusa di fornicazione,

d'adulterio e di tutte le sconcezze

di là dentro.

ESCALO -

Per via di quella donna?

GOMITO -

Sì, certo, di Madama Spampanata!

Ma, siccome poi lei, a questo qui,

(Indica Pompeo)

gli sputò in faccia, così lo sfidò.

POMPEO -

Vostro Onore, non è come lui dice,

non è così.

GOMITO -

Ah, no? Prova il contrario,

provalo, avanti, su, uomo d'onore,

al cospetto di questi scanagliati!(53)

ESCALO -

(Ad Angelo)

Sentitelo, costui ci cambia i titoli.

POMPEO -

Ella venne, signore, in quella casa,

ch'era incinta, ed aveva una gran voglia

- con rispetto di Vostra Riverenza -

di prugne cotte;(54) ma noi della casa

ne avevamo, al momento, appena due,

che, mi ricordo, in quel preciso istante,

si trovavano dentro una fruttiera...

sì, come dire un piatto da tre soldi:

ne avrà veduti tanti, di quei piatti,

Vostro Onore, non son di porcellana,

ma sono buoni piatti.

ESCALO -

Avanti, avanti, e lascia stare i piatti,

non importano niente!

POMPEO -

Oh, no, davvero, in ciò vi do ragione,

signore: non importano uno spillo!

Lasciamo stare, e ritorniamo al punto.

Come dico, questa Madama Gomito,

essendo, come dico, grossa gravida,

e con la voglia, ho detto, delle prugne,

e nel piatto ce n'erano due sole,

come appunto dicevo,

Mastro Spumetta, qui, sì, proprio questi,

essendosi mangiato tutte le altre,

e, come dico, avendole pagate

assai onestamente...

anzi, Mastro Spumetta, ricordate

che non potetti darvi manco il resto

di quei tre pence...

SPUMETTA -

Certo, certo, infatti!

POMPEO -

Perfetto. E voi, se ben vi ricordate,

stavate appunto schiacciando i noccioli

delle suddette prugne...

SPUMETTA -

È così, infatti!

POMPEO -

Ecco, benissimo. Ed io a dirvi,

se ricordate, che il tale o il tal altro

non c'era più speranza che guarissero

di quella certa cosa che sapete,

salvo che non avessero osservato,

come dicevo, una dieta speciale...

SPUMETTA -

Tutto vero.

POMPEO -

Benissimo. E così...

ESCALO -

Ohimè, che razza di noioso tanghero

m'è capitato! Su, veniamo al dunque:

che cosa han fatto alla moglie di Gomito,

ch'egli ha motivo di lagnarsi tanto?

Insomma, vieni a quel che le hanno fatto.

POMPEO -

Eh, no, sino a quel punto

Vostro Onore non può ancora arrivarci.

ESCALO -

No, certo, amico, né ne ho l'intenzione.

POMPEO -

Però ci arriverete, Vostro Onore,

con licenza di Vostra signoria.

E, vi supplico, Vostra signoria,

ecco, guardate qui Mastro Spumetta,

uomo da ottanta sterline di rendita,

col padre che gli è morto ad Ognissanti...

È stato ad Ognissanti,

che è morto vostro padre, non è vero,

Mastro Spumetta?

SPUMETTA -

No, fu la vigilia.

POMPEO -

Perfettamente. E spero, signoria,

che crediate sia tutta verità.

Lui se ne stava a sedere, illustrissimo,

su una seggiola bassa, come dico,

nella Saletta del Grappolo d'Uva,(55)

che poi è il vostro posto preferito,

non è vero?

SPUMETTA -

Verissimo, è così:

per via che quello è un locale all'aperto

che va bene d'inverno.

POMPEO -

Ecco, benissimo!

Queste, spero, son tutte verità.

ANGELO -

Ho capito: costui vuol farla lunga

come una notte russa

nella stagione delle lunghe notti.

Io vado, e lascio a voi di udir la causa,

nella speranza che troviate voi

la buona causa per frustarli tutti,

questi cialtroni.

ESCALO -

È quel che spero anch'io.

Buona giornata a Vostra signoria.

(Esce Angelo)

Allora, amico, su, una buona volta:

che cosa han fatto alla moglie di Gomito?

POMPEO -

Una volta, voi dite, monsignore?

Eh, non c'è niente che le è stato fatto

una volta...

GOMITO -

Vi supplico, signore,

(Indica Spumetta)

chiedete a lui quel che ha fatto quest'uomo

a mia moglie.

POMPEO -

Vi supplico, signore,

domandatelo a me.

ESCALO -

Bene, signore,

che cosa ha fatto questo gentiluomo

a quella donna?

POMPEO -

Signore, vi supplico,

guardate in faccia questo gentiluomo.

E voi, Mastro Spumetta,

guardate qui Suo Onore: è a fin di bene.

La vede Vostro Onore la sua faccia?

ESCALO -

Sì, la vedo benissimo.

POMPEO -

E non ci nota niente,

proprio niente di male in quella faccia?

ESCALO -

No, niente.

POMPEO -

Eppure giuro sulla Bibbia(56)

che quella faccia è la cosa peggiore

ch'egli possiede. E allora, vivaddio,

se la faccia è la sua cosa peggiore,

come poteva lui, Mastro Spumetta

fare del male alla moglie di Gomito?

Me lo può dire Vostra signoria?

ESCALO -

Credo che abbia ragione, capoguardia!

E voi, che cosa avete da rispondere?

GOMITO -

Prima cosa, signore, quella casa,

se vi piaccia, è una casa rispettata;(57)

secondo, questo è un tipo rispettato,

e la padrona sua

è pur essa una donna rispettata.

POMPEO -

Per questa mano, signore, sua moglie

è persona più rispettata assai

di tutti noi.

GOMITO -

Tu menti, miserabile!

Tu menti, miserabile canaglia!

Deve ancora venire

il tempo ch'ella sia mai rispettata

con un uomo, una donna od un ragazzo!

POMPEO -

È stata rispettata anche con lui,

illustrissimo, prima di sposarlo.

ESCALO -

Qui c'è da domandarsi chi è più saggio:

se la Giustizia oppur l'Iniquità.(58)

È vero tutto questo?

GOMITO -

O tu infame! O tu grande farabutto!

O tu perfido Annibale!(59)

Io, rispettato con lei, ancor prima

di sposarla? Se mai fui rispettato

con lei, o lo sia stata lei con me,

che più vossignoria non mi consideri

un funzionario del povero(60) Duca!

Provalo, questo, tu, perfido Annibale,

ch'io t'intento un'azione per violenza!

ESCALO -

Allora se costui ti dà una sberla

tu gl'intenti una causa per ingiuria?...

GOMITO -

Eh, signoria, per questo vi ringrazio.

Che volete ch'io faccia, monsignore,

di questo sciagurato manigoldo?

ESCALO -

In coscienza, bargello,

dal momento che lui si porta dentro

qualche pecca che tu saresti lieto

di scoprire, se tu ne sei capace,

lascia ch'egli persista nei suoi traffici

fintanto che non glieli avrai scoperti.

GOMITO -

Eh, signoria, per questo vi ringrazio.

(A Pompeo)

Lo vedi adesso quello che ti càpita,

fior di canaglia? Che devi persistere!

Sì, ti tocca persistere, furfante!

ESCALO -

(A Spumetta)

Dove sei nato?

SPUMETTA -

Qui a Vienna, signore.

ESCALO -

Ed hai ottanta sterline di rendita?

SPUMETTA -

Sì, con vostra licenza, monsignore.

ESCALO -

Va bene.

(A Pompeo)

E tu che fai?

POMPEO -

Il taverniere

al servizio d'una povera vedova.

ESCALO -

E qual è il nome della tua padrona?

POMPEO -

Madama Spampanata, monsignore.

ESCALO -

Ha avuto più mariti?

POMPEO -

Nove in tutto.

Spampanata è il nome del suo ultimo.

ESCALO -

Nove!... Vieni un po' qui, Mastro Spumetta.

Mastro Spumetta, non mi piace affatto

saperti accompagnato ai tavernieri:

ti tireranno in basso, e tu a tua volta

li tirerai in alto sulla forca.

Vattene, e ch'io non oda più di te.

SPUMETTA -

Grazie, eccellenza, ma per parte mia,

non entro mai in locali di taverne,

se non ci sono proprio trascinato.

ESCALO -

Non ne parliamo più. Va bene. Addio.

(Esce Spumetta)

Avvicìnati, Mastro Taverniere.

Come ti chiami, Mastro Taverniere?

POMPEO -

Pompeo.

ESCALO -

E poi?

POMPEO -

Culobasso, signore(61).

ESCALO -

Ah, sì? Perbacco! Davvero il tuo culo

è la cosa più grande che hai addosso;

sicché, per dirla in senso più bestiale,

potresti essere Pompeo il Grande.

Pompeo, tu fai il ruffiano a mezzo tempo

e lo colori poi in qualche modo

da taverniere. È vero? Avanti, su,

la verità; sarà meglio per te.

POMPEO -

La verità è che sono un poveraccio

che vuol soltanto campare alla meglio.

ESCALO -

Come "alla meglio": facendo il ruffiano?

Tu che pensi, Pompeo, d'un tal commercio?

È un commercio legale, che ne dici?

POMPEO -

Se la legge lo permettesse, sì.

ESCALO -

Ma la legge, Pompeo, non lo permette,

né qui a Vienna, né in nessun altro posto.

POMPEO -

Vostra eccellenza non ha mica in mente

di far castrare e di far capponare

la gioventù di tutta la città?

ESCALO -

Certo che no, Pompeo.

POMPEO -

Quand'è così, a mio modesto avviso,

vossignoria, ci cascheranno sempre.

Se, d'altra parte, Vostra signoria

adotterà misure radicali

contro le prostitute ed i bricconi,

non avrà più a temere dei ruffiani.

ESCALO -

Posso annunciarti che sulla materia

sono in cantiere delle buone leggi:

non vi si parla che di tagliar teste

e d'innalzare forche, caro mio.

POMPEO -

Se decidete di decapitare

o d'impiccare tutte le persone

che avranno offeso la legge in quel modo,

non passeran dieci anni, v'assicuro,

e dovrete ordinare nuove teste;

ed io, se una tal legge che voi dite

sarà in forza qui a Vienna per dieci anni,

son sicuro di prendermi in affitto

il più bello dei suoi appartamenti

al prezzo di tre soldi per balcone.

E se vivrete tanto da vederlo,

potrete dire a tutti ch'io, Pompeo,

dieci anni prima ve l'avevo detto.

ESCALO -

Grazie di tanto avviso, buon Pompeo!

E, a compenso della tua profezia,

ascolta bene quello che ti dico:

fa' di non comparirmi più dinanzi,

per nessuna querela o imputazione...

fosse pure per quella di abitare

dove abiti ora; ché altrimenti,

Pompeo Magno, io t'incalzerò

a forza di legnate alla tua tenda,

e avrai in me un Cesare spietato.

Detto in parole povere, Pompeo,

ti farò fustigare a sazietà.

Così, Pompeo, per questa volta, addio.

POMPEO -

Grazie a voi, signoria, pel buon consiglio...

(A parte)

... che seguirò come carne e fortuna

vorranno stabilire per il meglio.

Frustare me?... No, no, tu te lo sogni!

"Frusti pur la sua rozza il carrettiere:

"cuor valoroso non si fa frustare

"quando fa il suo mestiere".

(Esce)

ESCALO -

Mastro Gomito, vieni accanto a me,

avvicìnati, Mastro Capoguardia.

Da quanto tempo sei in codesto posto?

GOMITO -

Da ben sette anni e mezzo, signoria.

ESCALO -

L'avrei detto, che fosse tanto tempo,

a giudicare dalla tua solerzia

nell'esercizio delle tue funzioni.

Sette anni, hai detto?

GOMITO -

E mezzo, monsignore.

ESCALO -

Ahimè, te ne avrà date delle grane!

Ti fanno torto a importi così spesso

un tal servizio. Ma non ci sono altri,

per farlo, al tuo quartiere?

GOMITO -

Se devo confessarlo, monsignore,

son in pochi che sappiano operare

in queste cose; e quando li hanno scelti

non gli par vero di mettere me

a comandarli; io, per me, lo faccio

per guadagnarmi quel poco denaro

e andare avanti come meglio posso.

ESCALO -

Senti, dovresti procurarmi i nomi

di sei o sette uomini capaci,

i più capaci della tua parrocchia.(62)

GOMITO -

Li porto a casa vostra, signoria?

ESCALO -

A casa mia. Ed ora arrivederci.

(Esce Gomito)

Che ora avremo fatto, che pensate,

Giudice?

GIUDICE -

Son le undici, signore.

ESCALO -

Non vorreste pranzare a casa mia?

GIUDICE -

Onorato, signore, vi ringrazio.

ESCALO -

M'addolora non poco la condanna

di quel povero giovane, quel Claudio.

Ma non c'è più che fare.

GIUDICE -

Il signor Angelo è troppo severo.

ESCALO -

No, la necessità è che l'impone.

Spesso non è clemenza

quella che sembra tale agli occhi nostri.

E il perdono nutrì sempre altri mali.

Ma, nonostante ciò, povero Claudio!

Non c'è nulla da fare. Andiamo, amico.

(Escono)

SCENA II - Altra sala in casa di Angelo

Entrano il PREVOSTO e un SERVO

SERVO -

È in udienza. Verrà immediatamente.

Vado a dirglielo.

PREVOSTO -

Sì, per cortesia.

(Esce il Servo)

Voglio sapere quel che intende fare.

Forse si piegherà a misericordia.

Ah, quel ragazzo non ha trasgredito

se non in sogno!... Ma di questo vizio

san(63) tutti i ceti, san tutte le età;

e deve solo lui morir per esso!...

Entra ANGELO

ANGELO -

Che c'è Prevosto?

PREVOSTO -

È vostra volontà

che Claudio debba morire domani,

monsignore?

ANGELO -

Non ve l'avevo detto?

Non ne avevate ricevuto l'ordine?

Perché dunque tornate a domandarmelo?

PREVOSTO -

Per paura, signore,

di riuscir troppo precipitoso.

Con licenza di Vostra signoria,

più d'una volta ho visto la Giustizia

dover pentirsi della sua condanna

dopo l'esecuzione della stessa.

ANGELO -

Andate pur sicuro;

lasciate me a rispondere di questo.

Voi adempite a quel ch'è il vostro ufficio,

o altrimenti rassegnate il posto.

Di voi si potrà bene fare a meno.

PREVOSTO -

Vogliate perdonarmi, Vostro Onore,

ma che se n'ha da fare di Giulietta?(64)

Ella è lì lì per finire il suo tempo.

ANGELO -

Provvedete a che sia ricoverata

nel luogo più confacente al suo stato,

e ciò con la più grande speditezza.

Rientra il SERVO

SERVO -

La sorella del condannato è qui,

signore, e chiede d'esser ricevuta.

ANGELO -

Ha una sorella?

PREVOSTO -

Sì, mio buon signore,

una giovane donna assai virtuosa,

ch'è alla vigilia d'entrare in convento,

se non vi è già.

ANGELO -

(Al Servo)

Va bene. Falla entrare.

(Esce il Servo)

Provvedete che la fornicatrice

sia trasferita dove abbiamo detto,

e che le sia fornito il necessario,

ma senza sciali. Avrete altre istruzioni.

Entra ISABELLA in compagnia di LUCIO(65)

PREVOSTO -

(Inchinandosi per congedarsi)

Dio salvi Vostro Onore.

ANGELO -

No, restate un momento.

(A Isabella)

Benvenuta, in che posso esservi utile?

ISABELLA -

Io son solo una desolata supplice,

che chiede a Vostro Onore di ascoltarla.

ANGELO -

Bene. Qual è l'oggetto della supplica?

ISABELLA -

C'è un vizio ch'io su tutti gli altri aborro,

e sul quale vorrei che la giustizia

massimamente scagliasse i suoi colpi;

mai m'indurrei a perorar per esso,

se non vi fossi astretta dal bisogno,

né mai sarei per esso ad intercedere,

se non fosse che in me sono in conflitto

volere e non volere.

ANGELO -

Bene. Il fatto?

ISABELLA -

Ho un fratello che è condannato a morte.

Vi supplico: che sia il suo peccato

ad esser condannato, ma non lui.

PREVOSTO -

(A parte)

Che Dio ti dia la grazia di commuoverlo!

ANGELO -

Condannare il reato, e non il reo?

Ma il reato contiene già in se stesso

prima d'essere stato perpetrato

la sua condanna! A che si ridurrebbe

la funzione d'amministrar giustizia

se, dopo aver irrogato le pene

previste per ciascuno dalla legge,

lasciassimo andar liberi i colpevoli?

ISABELLA -

Oh, giusta legge... ma quanto severa!

Dunque, "avevo un fratello"; non l'ho più.

Il cielo vi protegga, Vostro Onore!

(Fa per andarsene)

LUCIO -

(A parte, a Isabella, fermandola)

No, non dovete arrendervi così!

Su, tornate da lui,

cadetegli in ginocchio, supplicatelo,

attaccatevi forte alla sua veste!

Siete d'una freddezza impressionante!

Se gli doveste chiedere uno spillo,

non lo fareste in tono più dimesso.

Su, vi ripeto, tornate da lui!

ISABELLA -

(Volgendosi di nuovo verso Angelo)

Deve morir per forza?

ANGELO -

Non c'è rimedio, purtroppo, ragazza.

ISABELLA -

Pure, niente mi toglie dalla mente

che, se voleste, potreste graziarlo

senza che d'un tal gesto di clemenza

abbia a dolersi né cielo né uomo.

ANGELO -

Non voglio.

ISABELLA -

Ma potreste, se voleste?

ANGELO -

Quel che non voglio, non posso: capite?

ISABELLA -

Ma potreste, senza far torto al mondo,

se il vostro cuore venisse toccato

dalla pietà(66) che sente il mio per lui?

ANGELO -

È condannato ormai. È troppo tardi.

ISABELLA -

Troppo tardi?... Non è mai è troppo tardi!

S'io lascio uscir di bocca una parola

la posso ritirare quando voglio.

Eppoi tenete bene a mente questo:

non c'è insegna di grado o di grandezza,

regal corona o spada di vicario,

non c'è bastone di gran maresciallo,

non c'è toga di giudice

che possan conferire a chi li porta

nemmeno la metà di quella grazia

che conferisce all'uomo la clemenza.

Se fosse stato lui al vostro posto

e voi al suo, sareste voi del pari

caduto nello stesso suo peccato;

solamente che, lui, nei vostri panni,

non sarebbe con voi stato sì crudo.

ANGELO -

Vi prego, andate.

ISABELLA -

Concedesse il cielo

che avessi io la vostra autorità,

e voi foste Isabella...

Sarebbe allora così? Niente affatto!

Saprei ben io mostrarvi che vuol dire

esser giudice ed esser prigioniero.

LUCIO -

(A parte, a Isabella)

Bene così! Toccatelo sul vivo!

È questo il tono giusto.

ANGELO -

Sprecate il fiato. Ha violato la legge

vostro fratello.

ISABELLA -

Ahimè, ahimè, quante anime

che esistono su questa nostra terra

non han violato una volta la legge!

E Colui che poteva prevalersene

meglio di tutti, per colpire il reo,

seppe trovargli invece la salvezza!

Che sarebbe di voi

se Colui ch'è il supremo giustiziere

vi giudicasse sol per quel che siete?

Oh, riflettete a questo,

e allora, come su di un uomo nuovo,(67)

aliterà pietà sul vostro labbro.

ANGELO -

Rassegnatevi, bella damigella:

è la legge, non io, ve lo ripeto

che condanna vostro fratello a morte.

Foss'anche mio parente,

fratello o figlio, sarebbe lo stesso.

Morire egli dovrà, domani stesso.

ISABELLA -

Domani! Tutto così repentino!...

Risparmiatelo ancora! Risparmiatelo!

Egli non è preparato alla morte!

Anche la selvaggina che mangiamo

la uccidiamo nella stagione giusta!

Dovremo dunque avere per il cielo

meno rispetto di quanto ne abbiamo

per le nostre funzioni corporali?

Oh, riflettete, amabile signore:

chi è morto mai per una colpa simile?

E sono tanti ad averla commessa!

LUCIO -

(A parte, a Isabella)

Ecco, brava, così! Molto ben detto!

ANGELO -

Non è che qui la legge fosse morta;

era solo in letargo.(68)

E i molti che han commesso quel reato

se ne sarebbero guardati bene,

se il primo che violò quell'ordinanza

avesse avuto la sua giusta pena.

Ora la legge è sveglia,

annota tutto quello che si fa,

e, al pari d'un profeta,

guarda dentro la sfera di cristallo(69)

quali mali futuri,

o già nati o soltanto concepiti,

o già vicini a schiudersi ed a nascere,

per colpa d'un eccesso d'indulgenza,

devono, prima ancor che si sviluppino,

esser bloccati e fatti terminare

laddove s'erano manifestati.

ISABELLA -

Eppure a volte vi sarà accaduto

di mostrare un granello di pietà.

ANGELO -

Sì, specie quando amministro giustizia,

perché allora mi muove la pietà

per tutta quella gente sconosciuta

che potrebbe restare contagiata

da un crimine rimasto non punito

fino a volersene macchiare anch'essa.

Per la stessa ragione sono giusto

con chi, chiamato a pagar con la vita

un'oscena ed immonda trasgressione,

più non potrà commetterne per sempre.

Vostro fratello morirà domani.

Converrà proprio che vi rassegniate.

ISABELLA -

Così sarete stato il primo voi

a pronunciare una tale condanna,

ed egli il primo ad esserne colpito.

Ah, è cosa eccellente

possedere la forza d'un gigante,

ma usarla da gigante, è tirannia!

LUCIO -

(A parte)

Ottimamente detto! Bene, bene!

ISABELLA -

Se gli uomini potenti della terra

potessero tuonare come Giove,

Giove stesso più non avrebbe quiete,

perché ogni petulante gerarchetto

userebbe il suo cielo per tuonare,

soltanto per il gusto di tuonare.

Tu, cielo, nella tua misericordia,

con l'aguzza, sulfurea tua saetta

spacchi piuttosto la nodosa quercia

refrattaria anche ai colpi della bietta,

che non il gracile e tenero mirto;

e l'uomo, invece, nella sua alterigia,

sebben vestito d'un potere effimero,

e tanto più ignorante della cosa

di cui dev'essere tanto più certo,

ossia la vitrea sua fragilità,

si dà, al cospetto dell'eccelso cielo,

a somiglianza di rabbiosa scimmia,

in lazzi sì grotteschi e stravaganti,

da far venire le lacrime agli angeli,

che, se fosser provvisti della milza,(70)

si muterebbero tutti in mortali,

per via che scoppierebbero dal ridere.

LUCIO -

(A parte, a Isabella)

Dài, dài, ragazza!... Alfine cederà!

Lo vedo. Sta venendo. Forza! Forza!

PREVOSTO -

(A parte)

Voglia Dio che riesca a persuaderlo!

ISABELLA -

Non possiamo pesare il nostro prossimo

con la stessa misura che noi stessi.

I grandi possono scherzar coi santi,

ché ciò che in loro è sana lepidezza

è inverecondo spirito profano

in quelli che non sono così in alto.

LUCIO -

(A parte, a Isabella)

Sei nel giusto ragazza! Va' così!

ISABELLA -

La parola che in bocca al capitano

è solamente uno sfogo di collera,

sul labbro del soldato è una bestemmia.

LUCIO -

(A parte, a Isabella)

Brava! Sai anche questo? Avanti, insisti!

ANGELO -

Perché applicate a me codeste massime?

ISABELLA -

Perché l'autorità, seppur soggetta

a cadere in errore come gli altri,

contiene in sé una tale medicina

che copre il vizio come una pellicola.(71)

Calatevi un po' dentro al vostro petto,

bussate lì e chiedete al vostro cuore

se non conosca pur esso qualcosa

ch'abbia una qualche stretta somiglianza

col fallo onde s'incolpa mio fratello.

S'esso confessa d'esser per natura

capace di peccare come lui,

che non risuoni più sul vostro labbro

condanna a morte contro mio fratello.

ANGELO -

(Tra sé)

Ella parla, ed è come se il suo senno

m'accenda i sensi...(72)

(Forte)

Bene, vi saluto.

(Si volge per andarsene)

ISABELLA -

No, gentile signore, non partite.

ANGELO -

Ci penserò. Ritornate domani.

ISABELLA -

No, è adesso ch'io voglio corrompervi.

Voltatevi, e vi dirò in che modo.

ANGELO -

(Voltandosi, sorpreso)

Corrompermi! Che dite?

ISABELLA -

Sì, con doni

dei quali il cielo vi farà partecipe.

LUCIO -

(A parte, a Isabella)

Senza di questo, sciupavate tutto.

ISABELLA -

Oh, non certo con sicli(73) d'oro schietto,

apprezzati soltanto dagli sciocchi,(74)

o con pietre, che sono ricche o povere,

secondo che le valuti il capriccio,

ma con preghiere di valore eterno

che saliranno al cielo e vi entreranno

prima che spunti il sole;

preghiere d'anime incontaminate,

di vergini in digiuno, i cui pensieri

non sono vòlti a cose temporali.

ANGELO -

Bene. Tornate qui da me domani.

LUCIO -

(A parte, a Isabella)

Su, su, che è fatta. Andiamo.

ISABELLA -

(Ad Angelo)

Che Dio conservi salvo il vostro onore.

ANGELO -

(A parte)

Amen...(75) ché sento d'esser trascinato

lungo il cammino della tentazione,

dove anche le preghiere si contrastano.(76)

ISABELLA -

A che ora domani, Vostro Onore?

ANGELO -

All'ora che volete. In mattinata.

ISABELLA -

Dio salvi Vostro Onore.

(Escono Isabella, Lucio e il Prevosto)

ANGELO -

Da te... e proprio dalla tua virtù!...

Ma che diavolo è questo! Che succede?...

Di lei la colpa, o mia?...

Chi più pecca: chi tenta o chi è tentato?

Ah, non è lei che vuol tentarmi, no!

Son io che, steso accanto alla violetta

sotto il sole, non faccio come il fiore,

ma mi corrompo come la carogna

per la virtù della buona stagione.

È mai possibile che la verecondia

in una donna insidi i nostri sensi

più che la provocante leggerezza?

Che, mentre abbiamo tanta terra incolta,

vogliam spianare al suolo il santuario

e farci una latrina?(77)

Ah, vergogna, abominio, vituperio!

Che fai tu, Angelo? Che uomo sei?

Che cos'è questo impuro desiderio

di lei, proprio per ciò che la fa pura?

Oh, suo fratello viva!

I ladri hanno diritto all'indulgenza(78)

dove i giudici rubano... Oh, diamine!

Mi son tanto invaghito di costei,

da volerla sentir parlare ancora,

e pascermi e saziarmi del suo sguardo?

O maligno nemico,(79)

che, per andare alla pesca di un santo,(80)

inneschi santi come esca al tuo amo!

La più pericolosa tentazione

è quella che ci pungola a peccare

facendoci invaghir della virtù.

Mai poté su di me la meretrice,

con tutto quel suo duplice vigore

d'arte e natura, eccitare i miei sensi;

ed ecco che ora una virtuosa vergine

mi soggioga del tutto. E fino ad oggi,

a veder gli uomini innamorati,

ho sorriso, e mi sono domandato

come questo potesse mai succedere.

(Esce)

SCENA III - La guardina d'una prigione

Entrano il DUCA, in veste di frate, e il PREVOSTO

DUCA -

Salute a voi, Prevosto!

Tale ritengo, infatti, che voi siate.

PREVOSTO -

Sono il Prevosto, infatti.

E voi, buon frate, che desiderate?

DUCA -

Per dovere di carità cristiana

ed obbedienza al mio ordine sacro,

vengo per visitar l'anime afflitte(81)

di quelli che son chiusi qui in prigione.

Vogliate darmi il solito permesso

ch'io li possa vedere

e apprendere da lor direttamente

di che natura sono i loro crimini,

e ministrare loro il mio conforto.

PREVOSTO -

Per voi, buon frate, questo e più di questo,

se necessario.

Entra GIULIETTA

Eccone qui una:

una dama affidata alla mie cure,

che s'è bruciata la reputazione

alla fiamma della sua giovinezza.

È incinta; e quello che l'ha resa tale

condannato alla pena capitale:

un giovane signore, meglio fatto

per cadere di nuovo in quel peccato

che per perder per esso la sua vita.

DUCA -

Quando deve morire?

PREVOSTO -

Domani, di buon'ora, a quanto so.

(A Giulietta)

Per voi ho provveduto al necessario:

aspettate, e vi faccio accompagnare.

DUCA -

(A Giulietta)

Ti sei pentita, bella,

del peccato di cui trascini il peso?

GIULIETTA -

Sì, buon padre, e ne porto la vergogna,

con la più docile rassegnazione.

DUCA -

Voglio insegnarti come devi fare

per chiedere ragione alla coscienza,

e sapere se questo pentimento

è sincero, o se è solo vuota mostra.

GIULIETTA -

Ed io l'apprenderò ben volentieri.

DUCA -

Ami tu l'uomo che t'ha fatto danno?

GIULIETTA -

Sicuro; almeno quanto amo la donna

che ha fatto danno a lui.

DUCA -

Allora, a quanto sembra,

questo vostro gravissimo peccato

fu consumato di comune accordo?

GIULIETTA -

Sì, di mutuo accordo.

DUCA -

Allora il tuo peccato fu più grave

di quello suo, per sua stessa natura.

GIULIETTA -

Sì, lo confesso, padre, e me ne pento.

DUCA -

Questo è bene, figliola:

a condizione che tu sia pentita

non tanto perché questo tuo peccato

t'ha ridotta in vergogna: il qual dolore

sarebbe solo per pietà di te

e non già per aver offeso il cielo,

e starebbe così a dimostrare

che rispettiamo i voleri di Dio

non per amor di Dio, ma per timore.

GIULIETTA -

No, no, mi pento perché ho fatto male,

e ne accetto con gioia la vergogna.

DUCA -

E serbati così... Il tuo compagno

deve morir domani, a quel che sento;

vado perciò da lui a prepararlo.

Dio sia con te, figliola. Benedicite!

GIULIETTA -

Deve morir domani!... Oh, amor nefasto!(82)

Che lasci a me una vita, il cui conforto

sarà sempre l'orrore della morte!

PREVOSTO -

Ah, sì, peccato, quel povero giovane!

(Escono)

SCENA IV - Stanza in casa di Angelo

ANGELO è inginocchiato. Poi si alza.

ANGELO -

Quando vorrei pregare e meditare,

preci e pensieri son rivolti altrove:

il cielo s'ha da me parole vuote,

mentre la mente mia, sorda alla lingua,

resta sempre ancorata su Isabella.

Ho il cielo sulla bocca,

quasi ne masticassi solo il nome;

nel cuore ho il male turgido e possente

del mio peccaminoso immaginare.

Perfin lo Stato, cui ho dedicato

l'amorosa mia cura fino ad oggi,

è rimasto per me come un bel libro

che, per essere stato spesso letto,

è divenuto arido e stucchevole.

Sì, la mia compassata gravità

di cui (nessun mi senta!) vado fiero,

potrei ora, con tutto mio vantaggio,

barattarla con una vana piuma

vagante in aria, sbattuta dal vento.(83)

O alto ufficio! O forma!

Quante volte con la tua pompa esterna

strappi l'applauso ai gonzi

e incateni alla tua falsa apparenza

anche gli spiriti più provveduti!

Ma tu, sangue, sei sangue!

Si scriva sulle corna del demonio:

"angelo buono", e allora quelle corna

più non faranno da cimiero al diavolo!

(Bussano)

Che c'è?

Entra un SERVO

SERVO -

Una suora, una certa Isabella,

vi chiede udienza.

ANGELO -

Mostrale la via.

(Esce il Servo)

Oh, Dio! Perché sento affluirmi al cuore

tutto il sangue, da renderlo incapace

di funzionare per sé,

e da distogliere ogni altra parte

di me stesso dal naturale andare?

Si comporta così la folla sciocca

con uno ch'è svenuto e giace a terra:

che accorron tutti intorno ad aiutarlo,

e così intanto gli tolgono l'aria

che gli potrebbe ravvivare i sensi;

e si comportano allo stesso modo

quei sudditi d'un beneamato re

che lasciano il lavoro tutti insieme

e, smaniosi d'andare ad ossequiarlo,

gli fanno ressa intorno, e non s'accorgono

che quel rozzo mostrar il loro affetto

finisce per sembrare irriverenza.(84)

Entra ISABELLA

Allora, bella giovane?

ISABELLA -

Son venuta a conoscere, signore,

il piacer vostro.

ANGELO -

(Tra sé)

Assai maggior piacere

avrei, se lo sapeste da voi stessa...(85)

(Forte)

Vostro fratello non potrà più vivere.

ISABELLA -

Ah, così!... Dio protegga il vostro onore!

(Si avvia per uscire)

ANGELO -

Nondimeno, per qualche tempo ancora

potrebbe anche seguitare a vivere...

forse anche tanto quanto voi, o io...

Sino ad ora, però, deve morire.

ISABELLA -

Per la vostra condanna?

ANGELO -

Appunto, sì.

ISABELLA -

Quando? Ditemi quando, vi scongiuro!

Perché durante questa dilazione,

breve o lunga che sia,

egli si possa così apparecchiare

che la sua anima non sia dannata.

ANGELO -

Ah, questi vizi immondi, quale schifo!

Usar clemenza a questi dissoluti,

a questi osceni, immondi licenziosi,

che coniano l'immagine di Dio(86)

servendosi di stampi proibiti,

sarebbe come perdonare a uno

che ruba alla natura un uomo fatto;(87)

perché versare del metallo fuso

in un contenitore proibito

per farne una sostanza adulterata(88)

equivale a strappare a tradimento

una vita creata onestamente.

ISABELLA -

Così sta scritto in cielo, non in terra.

ANGELO -

Ah, così dite? E allora state attenta,

vi metto subito in difficoltà.

Dite, che cosa vi starebbe meglio:

che fosse la più giusta delle leggi

a privar della vita il fratel vostro,

oppure che, a poterlo riscattare,

abbandonaste voi il vostro corpo

a quella stessa dolce impurità

della donna da lui disonorata?

ISABELLA -

Io vi rispondo questo, monsignore:

vorrei perdermi il corpo, ma non l'anima.(89)

ANGELO -

Non sto parlando della vostra anima.

I peccati che siam forzati a compiere

sono contati, ma non sono a debito.

ISABELLA -

Come sarebbe a dire?

ANGELO -

No, questo non lo posso sostenere;

perché potrei sostenere il contrario.

Ma rispondete a questo:

se io, che son la voce della legge

ufficialmente scritta e consacrata,

pronuncio una condanna capitale

contro vostro fratello,

non potrebbe vedersi nel peccato

ch'io commettessi a salvargli la vita,

un atto di cristiana carità?

ISABELLA -

Vi piaccia di commetterlo

quel peccato, lo prendo su di me

a rischio e carico della mia anima.

Non è peccato affatto: è carità.

ANGELO -

Sicché se a rischio della vostra anima

vi piacesse commetterlo,

sarebbe sempre un peso bilanciato

tra carità e peccato, non è vero?

ISABELLA -

Se per me è peccato

pregar per la sua vita, voglia il cielo

farlo pesare tutto su di me;

e s'è per voi peccato

esaudire, signore, la mia supplica,

sarà preghiera mia d'ogni mattina

ch'esso s'aggiunga al conto di mie colpe,

così che voi non abbiate a risponderne.

ANGELO -

No, no, ascoltate: il vostro ragionare

non è in linea e non segue quello mio;

o voi siete un'ingenua,

o volete sembrarlo astutamente;

e questo, francamente, non è bene.

ISABELLA -

Lasciatemi la mia ingenuità

e giudicatemi buona a nient'altro

che a riconoscere, in grazia di Dio,

di non esser miglior di come sono.

ANGELO -

È così che s'ingegna la saggezza

d'apparir più brillante agli occhi altrui:

denunciando la propria insufficienza;

così fan quelle nere mascherine

che fan pensare, sotto il loro schermo,

a una beltà dieci volte più bella

di quanto non saprebbe quella vera

palesarsi, se fosse manifesta.(90)

Ma ascoltatemi bene:

che io a farmi intendere più chiaro,

parlerò più brutale...

Vostro fratello ha da morire.

ISABELLA -

Sì.

ANGELO -

E il suo delitto, a quello che mi consta,

ha dalla legge come sua sanzione

quella pena e non altra.

ISABELLA -

Questo è vero.

ANGELO -

Supponete che vi sia un sol modo

di salvargli la vita - un'occorrenza

che avanzo solo a mo' di congettura,

perché non sarei pronto a sottoscrivere

né a questa né ad alcun'altra diversa -

e che voi, sua sorella,

scopriste d'essere desiderata

da persona il cui credito col giudice

o la cui alta pubblica funzione

potrebbe liberar vostro fratello

dalle strette pastoie della legge;

e che non esistesse, per salvarlo,

altra via fuor che quella di donare

a codesto supposto personaggio

i tesori del vostro giovin corpo,

o altrimenti lasciarlo morire...

Che fareste in tal caso?

ISABELLA -

Farei per il mio povero fratello

quanto farei per me, se fossi io stessa

sotto condanna a morte:

porterei indosso i segni della frusta

come tanti rubini,

e mi presenterei nuda alla morte,

come ad un letto da tanto bramato,

avanti di vedermi astretta a cedere

il mio corpo all'infamia.

ANGELO -

Vostro fratello allora, morirà.

ISABELLA -

E sarebbe la via meno costosa:

meglio un fratello morto momentaneo,

che una sorella morta per l'eterno

per il di lui riscatto.

ANGELO -

E non sareste allora più crudele

della sentenza tanto biasimata?

ISABELLA -

L'infamia come prezzo di riscatto

e il perdono concesso senza prezzo

sono figli di due diversi padri;

tra un atto di legittima clemenza

ed un riscatto al prezzo dell'onore

non c'è la più lontana parentela.

ANGELO -

Poc'anzi m'è sembrato, ad ascoltarvi,

che aveste l'aria di considerare

tirannia quella legge,

e trastullo innocente, non già vizio

la trasgressione di vostro fratello.

ISABELLA -

Mi sarò espressa male, perdonate;

ma càpita talvolta, monsignore,

che per avere quel che si desidera

non ci esprimiamo alla maniera giusta.

Io indulgo talora a quel che odio,

se può giovare a qualcosa che amo.

ANGELO -

Eh, sì, siam tutti fragili creature.

ISABELLA -

Che mio fratello sia pur messo a morte,

se è vero ch'è lui solo, e nessun altro,

ad avere l'eredità esclusiva

di questa debolezza del suo sesso.

ANGELO -

Ma le donne son fragili altrettanto.

ISABELLA -

Sì, come certi specchi

nei quali esse son use contemplarsi,

che son facili a rompersi

come son pronti a rendere le immagini.

Le donne!... Dio le aiuti!...

Gli uomini infamano la lor semenza

abusando di loro.

Sì, chiamateci dieci volte fragili,

perché siam molli come i nostri corpi,

e credule alle false suggestioni.

ANGELO -

Esattamente quel che credo anch'io.

E dopo questa vostra confessione

riguardo al vostro sesso - poiché penso

che anche noi non siam fatti tanto forti

che le colpe non possano scrollare

questa nostra struttura - concedetemi

d'essere ardito e prendervi in parola:

siate quello che siete, siate donna;

ché se siete di più, non siete nulla;

e se lo siete, come chiaramente

vi proclamano tutti i segni esterni,

dimostratelo qui, con l'indossare

la livrea che v'è pôrta dal destino.

ISABELLA -

Io, gentil mio signore,

non parlo e non intendo che una lingua;

ch'io vi preghi perciò d'usar con me

il linguaggio che parlavate prima.

ANGELO -

Intendi chiaro: io t'amo.

ISABELLA -

Anche il fratello mio amò Giulietta,

e voi mi dite che proprio per questo

egli deve morire.

ANGELO -

Non morrà, Isabella, tuo fratello,

se tu mi dài il tuo amore!

ISABELLA -

So bene che la vostra dirittura,

per saggiare la resistenza altrui

può concedersi certe libertà

che possono apparir più disoneste

di quanto non lo siano realmente.

ANGELO -

Credimi, sul mio onore: le parole

esprimono il mio vero sentimento.

ISABELLA -

Oh, un onore un po' troppo limitato,

per essere creduto;

e un sentimento molto pernicioso!

È finzione! Nient'altro che finzione!

Io ti denuncerò pubblicamente,

Angelo, bada, non aspettar altro!

O tu mi firmi subito la grazia,

ora, subito, qui, per mio fratello,

o me ne andrò gridando a squarciagola

che razza d'uomo sei, a tutto il mondo!

ANGELO -

E chi vorrà mai crederti, Isabella?

Il mio nome illibato,

l'austerità di tutta la mia vita,

la mia testimonianza contro te,

il mio rango ufficiale nello Stato

soverchieranno sì la tua denuncia,

che sarai soffocata dal tuo fiato,

e prenderai l'odore di calunnia.

Ma ormai ho cominciato,

e voglio adesso abbandonar la briglia

a tutta l'irruenza dei miei sensi.

Consenti a soddisfare la mia fame;

lascia da parte ogni casto riserbo,

ogni vano, pleonastico rossore,

che sanno sol negar quello che bramano;

riscatta dalla morte tuo fratello

concedendo il tuo corpo alla mia voglia...

o lui dovrà non solo andare a morte,

ma, a causa della tua ritrosità,

sarà costretto a prolungar la fine

in una estenuante sofferenza.

Dammi la tua risposta domattina;

o ch'io, per questa foga irresistibile

che mi trascina, tanto più tiranno

mi mostrerò con lui.

In quanto a te, potrai dire di me

quel che ti pare e piace: ché il mio falso

soverchierà il tuo vero in ogni caso.

(Esce)

ISABELLA -

E adesso, a chi portar la mia lagnanza?

Se lo racconto, chi mi crederà?

O bocche nate a incutere paura,(91)

che con la stessa lingua

condannate e assolvete a talento,

ordinando alla legge d'inchinarsi

alla vostra ingiunzione,

agganciando il diritto come il torto

all'arroganza del vostro appetito,

perché volgan secondo ch'esso tira!

Andrò da mio fratello:

sebbene sia caduto nell'errore

per cedere ad un impeto del sangue,

ha sempre in sé un tal senso dell'onore

che, avesse venti teste, invece d'una

da chinare sul ceppo del carnefice,

sarebbe pronto ad abbassarle tutte

prima di consentir che sua sorella

fosse costretta a chinar essa il corpo

ad un tale aborrito imbrattamento.

E tu, dunque, Isabella, vivi casta,

e muori casto tu, fratello mio!

Due castità valgon più d'un fratello!

E tuttavia da lui dovrò recarmi,

a parlagli della richiesta d'Angelo

e intanto cercherò di prepararlo

ad acconciar la sua mente alla morte,

perché l'anima sua riposi in pace.

(Esce)

ATTO TERZO

SCENA I - La prigione

Entrano il DUCA, travestito da frate,

CLAUDIO e il PREVOSTO

DUCA -

Sicché non hai perduto la speranza

d'ottenere la grazia?

CLAUDIO -

La speranza è la sola medicina.

per chi languisce. Ho speranza di vivere,

e mi sto preparando per morire.

DUCA -

Stattene alla certezza della morte:

ti saranno più dolci e morte e vita.

E alla vita di' questo:

se ti perdo, io perdo solo cosa

a cui nessuno, fuori che gli stolti,

può restare attaccato.

Tu non sei più d'un soffio, alla mercé

degli elementi che di ora in ora

affliggon l'abitacolo che ti ospita.

Tu sei solo il trastullo della morte,

perché fai ogni sforzo per fuggirla,

e tuttavia le corri sempre incontro.

Tu non hai nobiltà,

ché tutti gli espedienti a cui ricorri

sono nutriti di volgarità.

Sei totalmente privo di coraggio,

perché basta la lingua biforcuta

molliccia e tenera d'un serpentello

per metterti paura.

Il sonno è il tuo riposo più gradito,

e ad esso t'abbandoni volentieri;

e tuttavia temi, stupidamente,

la morte, che non è nulla di più.

Tu non sei quel che sei,

perché consisti di un agglomerato

d'innumeri corpuscoli di polvere.

Non sei felice, perché sempre in lotta

per ottenere quello che non hai,

dimentichi quello che già hai.

Non sei costante, ché, per tua natura,

trasmuti di continuo in strani effetti,

come cambia la luna.

Se sei ricca, sei povera,

perché sei come un asino

curvo sotto una soma di lingotti:

ti porti il peso delle tue ricchezze

per il tuo viaggio, fino a che la morte

non ti scarica. Tu non hai parenti

ché pure i nati di tue stesse viscere,

mera effusione dei tuoi stessi lombi,

che ti chiamano padre,

passano tutto il tempo a maledire

la gotta, la serpigine e il catarro

che ritardano tanto a liquidarti.

Non hai né giovinezza né vecchiaia,

ma, come immersa in quel certo torpore

che s'impossessa di noi dopo il pasto,

passi dall'una all'altra sonnecchiando,

ché tutta la tua bella gioventù

è come una vecchia innanzi tempo

e va elemosinando gli agi e i comodi

dell'età tremebonda e paralitica;

e infine ti ritrovi vecchia e ricca,

ma non hai più calore né affezioni,

né vigore di membra, né bellezza

che ti faccian goder le tue ricchezze.

Che c'è, dunque, alla fine,

in questa cosa che chiamiamo vita?

In questa nostra vita son nascoste

a migliaia le morti, e ciò malgrado,

noi abbiamo paura della morte

che fa questi diversi tutti uguali.

CLAUDIO -

Ti ringrazio. Nel reclamar di vivere,

io m'accorgo d'andar verso la morte;

e nel cercar la morte,

trovo la vita. Venga pur la morte.

(La voce di ISABELLA, da dentro)

ISABELLA -

Ehi, là! Sia pace a tutti in questo luogo,

e grazia, e compagnia di buona gente!

PREVOSTO -

(Va verso la porta)

Chi c'è?

(Apre la porta e vede Isabella)

Venite! Entrate!

L'augurio merita buona accoglienza.

Entra ISABELLA

DUCA -

(A Claudio, preparandosi ad uscire)

Fratello, tornerò da te fra poco.

CLAUDIO -

O piissimo padre, vi ringrazio.

ISABELLA -

(Al Prevosto)

Son qui per dire due parole a Claudio.

PREVOSTO -

Va bene. Siete molto benvenuta.

(A Claudio)

Ecco, signore, c'è vostra sorella.

DUCA -

(A parte, al Prevosto)

Prevosto, permettete una parola...

PREVOSTO -

Diamine! Tutte quelle che volete.

DUCA -

Vogliate accompagnarmi in qualche posto

dove possa ascoltarli non veduto.

(Escono il Duca e il Prevosto)

CLAUDIO -

Sorella mia, che conforto mi porti?

ISABELLA -

Eh, buono, come son tutti i conforti:

anzi, direi buonissimo!...

Il signor Angelo, affari in corso

con il cielo, ti vuol spedir lassù

dove sarai in eterno suo legato.

Pertanto converrà che ti prepari

in tutta fretta: partirai domani.

CLAUDIO -

Non c'è proprio rimedio?

ISABELLA -

No, tranne che, per salvare una testa,

non si voglia spaccare in due un cuore.

CLAUDIO -

Un rimedio c'è, allora!

ISABELLA -

Eh, come no, fratello! Tu puoi vivere:

il tuo giudice, infatti, s'è infiammato

di una tale diabolica clemenza,

che, se per essa tu lo implorerai,

ti farà salva e libera la vita,

ma t'incatenerà fino alla morte.

CLAUDIO -

Condanna a vita?

ISABELLA -

Sì, né più né meno:

segregazione dentro un certo spazio,

naturalmente da lui stabilito,

pur avendo per te, a tuo talento,

tutto lo spazio dell'immenso mondo.

CLAUDIO -

Che specie di condanna è mai codesta?

ISABELLA -

Tale che, se tu mai vi consentissi,

scorticherebbe l'onor tuo dal tronco

che ti riveste, lasciandoti nudo.

CLAUDIO -

Fammi capire meglio.

ISABELLA -

Oh, Claudio! Claudio!

Ho paura di te, fratello mio,

e tremo di paura al sol pensiero

che tu possa desiderar di vivere

in un perenne stato d'inquietudine,

e preferire ad un onore eterno

sei - sette inverni in più di quella vita.

Avrai il coraggio d'affrontar la morte?

Vedi: la sensazione della morte

sta molto nella sua trepida attesa;

lo scarafaggio che schiacci col piede

prova la stessa sofferenza fisica

che il gigante al momento della morte.

CLAUDIO -

Perché mi attribuisci un tale obbrobrio?

Credi tu che la mia risoluzione

possa attingere forza

da infiorate espressioni di pietà?

Se è stabilito ch'io debba morire,

andrò incontro alla tenebra

come a una sposa, e me l'abbraccerò.

ISABELLA -

Ecco, adesso ha parlato mio fratello;

la tomba di mio padre ha dato voce.

Sì, tu devi morire.

Tu sei di troppo nobili natali

per pensare di conservar la vita

al prezzo d'un indegno compromesso.

Questo vicario da santificetur(92)

che a viso duro e con parola ferma

schiaccia la testa della gioventù

e ne sommerge in acqua le passioni,

come il falco gli uccelli che ghermisce,

è, nonostante tutto, un vero diavolo:

a scandagliargli il marcio che ha nel fondo,

apparirebbe come una pozzanghera

fonda quanto l'inferno.

CLAUDIO -

Chi, Angelo il "preciso",(93) il puritano?

ISABELLA -

Ahimè, ch'è la scaltrezza dell'inferno

a rivestire, come una livrea,

quel suo corpo dannato

con frange di compunta ipocrisia!

Ci credi, Claudio? S'io volessi cedergli

la mia verginità, tu andresti libero.

CLAUDIO -

Oh, Dio, non è possibile!

ISABELLA -

Ed in cambio di questo turpe oltraggio,

lui ti darebbe perfino licenza

di seguitare a offendere la legge.

Stanotte stessa dovrei consumare

quello che aborro sol di nominare;

altrimenti domani tu morrai.

CLAUDIO -

No, no, Isabella! Tu non lo farai!

ISABELLA -

Oh, si trattasse pur della mia vita,

la getterei tranquillamente via,

come fosse uno spillo,

per ottener la tua liberazione.

CLAUDIO -

Grazie, cara Isabella.

ISABELLA -

Claudio, preparati a morir domani.

CLAUDIO -

Sì, ma davvero ci son tali passioni

da mordere la legge per il naso

nello stesso momento in cui l'impone?

Allora questo mio non è peccato;

o dei sette mortali esso è il minore.

ISABELLA -

Qual è il minore, dici?

CLAUDIO -

Questo mio.

Se dovesse portare a dannazione,

egli, ch'è così saggio,

perché vorrebbe dannarsi

pel gioco d'un momento?... Oh, Isabella!

ISABELLA -

Che dice mio fratello?

CLAUDIO -

La morte è cosa orribile, sorella.

ISABELLA -

Ed una vita di vergogna è odiosa.

CLAUDIO -

Sì, ma morire è andar non si sa dove,

giacere in gelida rigidità,

e marcire... questo mio caldo moto

dei sensi diventar terra impastata...

ed il mio spirito, che sa la gioia,

immergersi negli infuocati flutti,

o confinarsi in gelide regioni,

sopra una crosta di ghiaccio compatto...

oppure rimanere imprigionato

nella bufera di venti invisibili

continuamente trascinato intorno

alla pendula sfera della terra;

o star peggio del più malcapitato

tra coloro che inseguono ululando

dissennati pensieri... È troppo orribile!

La più squallida e odiata delle vite

che posson dare a un uomo le afflizioni,

gli acciacchi dell'età e la miseria

o la prigione è sempre un paradiso

in rispetto al pensiero della morte!

ISABELLA -

Ahimè! Ahimè, fratello!

CLAUDIO -

Sorella dolce e cara, fa' ch'io viva:

qualunque sia il peccato

che tu farai per salvar tuo fratello,

la Natura sarà così benigna

da farne una virtù.

ISABELLA -

Che bestia sei!

O tu, vile, codardo, senza fede!

O misero mortale disonesto!

Vuoi dunque tu recuperarti uomo

con la mia turpitudine?

E non è questa una forma d'incesto,

ricevere la vita

dal vergognoso agir d'una sorella?

Che devo pensar mai di tutto questo?

Che mia madre sia stata - Iddio non voglia! -

infedele a mio padre, suo marito?

Ché un innesto così distorto e spurio

non poté mai sortire dal suo sangue!

Io ti ripudio: muori! Sii dannato!

Se tutto quello che dovessi fare

per liberare te dal tuo destino,

fosse una semplice genuflessione,

lascerei che il destino si compisse!

Dirò mille preghiere

perché tu muoia! Non un parola

m'uscirà dalla bocca per salvarti!

CLAUDIO -

Oh, ascoltami, Isabella!

ISABELLA -

Obbrobrio! Obbrobrio!

Il tuo non fu un peccato occasionale:

è un mestiere. Perfino la clemenza

verso di te sarebbe una ruffiana!

È meglio che tu muori! E quanto prima!

CLAUDIO -

Oh, ascoltami Isabella!

Entra il DUCA

DUCA -

(A Isabella che sta per andarsene)

Concedimi di dirti una parola,

giovane suora.

ISABELLA -

Che desiderate?

DUCA -

Se mi puoi dedicar solo un momento

vorrei scambiar con te qualche parola;

la lieve penitenza che t'impongo

potrà tornare forse a tuo vantaggio.

ISABELLA -

Non ne ho il tempo; lo dovrei sottrarre

ad altre cose, a trattenermi ancora;

ma per un attimo vi ascolterò.

(Fanno per allontanarsi)

DUCA -

(A Claudio, piano)

Figliolo, ho udito quanto è stato detto

fra te e la tua sorella.

Angelo non ha avuto mai intenzione

di corromperla: volle unicamente

saggiar la sua virtù,

per meglio illuminare il suo giudizio

sulle attitudini delle persone.

E lei, ch'ha un senso schietto dell'onore,

ha opposto quel grazioso suo diniego

ch'egli è stato ben lieto di ricevere.

Io sono il padre confessore d'Angelo,

e posso assicurarti che è così.

E dunque tu prepàrati a morire;

non lusingarti in fallaci speranze.

Devi morir domani. Va' di là,

inginocchiati e di' le tue preghiere.

CLAUDIO -

Devo chieder perdono a mia sorella.

Son così disgustato della vita

ch'altro non chiedo che d'esserne fuori.

DUCA -

Tieniti fermo a questo punto. Addio!

(Esce Claudio)

Prevosto, ancora una parola, prego.

PREVOSTO -

(Facendosi avanti)

Eccomi, padre. Che desiderate?

DUCA -

Che andiate via come siete venuto,

e mi lasciate qui per qualche tempo

solo con questa giovane.

Quest'abito e il mio modo di pensare

vi son garanti che a star qui con me

non avrà nessun danno.

PREVOSTO -

Alla buon'ora.

(Esce)

DUCA -

La mano che t'ha fatta così bella

t'ha fatta anche virtuosa.

La virtù in arrendevole beltà

fa la beltà di ben corta virtù;

ma in te quel tocco di divina grazia

ch'è l'anima di questa tua persona,

ne serberà per sempre bello il corpo.

L'assalto d'Angelo alla tua virtù

io son venuto a saperlo per caso,

e se non fosse che di tali falli

la fragile natura umana è piena,

ne resterei davvero assai stupito.

Che cosa dunque hai in animo di fare

per contentar le voglie del vicario

e salvare la vita a tuo fratello?

ISABELLA -

Andavo appunto a dargli la risposta:

preferisco che muoia mio fratello,

in forza dell'imperio d'una legge,

che avere io un figlio contro legge.

Ma - oh! - quanto s'inganna il nostro Duca

su questo suo vicario, su quest'Angelo!

S'ei mai ritorni ed io potrò parlargli,

dato avrò invano voce alle mie labbra

se non gli avrò svelato le magagne

del malgoverno di quel suo vicario.

DUCA -

Non sarà poi gran male, dopo tutto.

Però stando le cose come stanno,

egli respingerà la tua denuncia:

volle soltanto metterti alla prova.

Perciò lega l'orecchio ai miei consigli;

all'amore ch'io porto a far del bene

s'offre un rimedio. Son portato a credere

che tu potresti, in tutta castità,

rendere un meritato beneficio

a una povera donna derelitta,

e sottrarre alla furia della legge

il tuo caro fratello,

senza macchiar la tua pia persona

e fare un gran piacere al Duca assente,

se per caso dovesse ritornare

e aver notizia di questa faccenda.

ISABELLA -

Padre, ch'io possa udir di più di questo:

son pronta a far non importa che cosa

che non appaia in aperto contrasto

con la sincerità della mia anima.

DUCA -

Coraggiosa è virtù, bontà mai pavida.

Hai mai sentito dire di Mariana,

la sorella di quel tal Federico,

il gran soldato naufragato in mare?

ISABELLA -

Ho sentito parlar di quella donna,

e il suo nome era sempre accompagnato

da parole di elogio.

DUCA -

Ella avrebbe dovuto andare sposa

al signor Angelo, che a giuramento

s'era promesso a lei; e già fissato

era stato anche il giorno delle nozze,

senonché fra la data del contratto

e quelle delle nozze Federico

fece naufragio e perì con la nave,

e andò così perduta insieme a lui

la dote di Mariana.

Pensa tu che catastrofe fu quella

per la povera donna,

che si trovò a perdere ad un tempo

un degno ed eminente suo fratello,

sempre stato con lei molto affettuoso,

e d'animo gentile e molto aperto;

e l'intero appannaggio suo dotale,

sostanza e fulcro della sua fortuna;

e con entrambi il suo promesso sposo,

quell'Angelo che pare la persona

più perbene del mondo.

ISABELLA -

Davvero?

Sicché, dopo di ciò lui l'ha lasciata?

DUCA -

Lasciata, sì, da sola alle sue lagrime,

senza curarsi d'asciugarne una

con l'offerirle il minimo conforto;

rinnegando anzi tutti i giuramenti,

con la speciosa giustificazione

d'aver scoperto prova di disdoro

nella di lei condotta.

A farla breve, le ha lasciato in dono

solo i lamenti che, per amor suo,

ella si porta ancora e sempre in petto,

mentre lui, cuor di sasso, alle sue lacrime

s'è pur bagnato, mai ammorbidito.

ISABELLA -

Che meritoria impresa per la morte

sarebbe, se portasse via dal mondo

la poveretta! E che mondo corrotto,

che lascia in vita un uomo come quello!

Ma qual vantaggio può trarre costei

da questa mia presente situazione?

DUCA -

Ebbene per tuo mezzo

si potrebbe sanare facilmente

l'avvenuta frattura fra quei due;

e se vorrai deciderti a curarla,

farai salvo non solo tuo fratello,

ma il tuo onore di donna.

ISABELLA -

Ditemi dunque come, mio buon padre.

DUCA -

La ragazza conserva ancora intatta

tutta la sua passione per quell'uomo;

perché l'ingiusta crudeltà di lui,

lungi dall'aver spento in lei l'amore,

come si può pensare

al lume d'ogni comune ragione,

l'ha reso più violento ed infrenabile,

come un ostacolo un corso d'acqua.

Allora, ecco il mio piano:

va' da Angelo, e dagli il tuo consenso

ad ogni sua possibile richiesta

con aria di plausibile ubbidienza:

accetta tutto quello che ti chiede.

Gli porrai solo queste condizioni:

primo, che il vostro incontro non sia lungo;

che il luogo sia nell'ombra e nel silenzio;

e l'ora conveniente.(94)

E poiché tutto ti sarà accordato...

il resto verrà poi di conseguenza.

Noi diremo alla giovane tradita

di mantenere lei l'appuntamento,

recandovisi lei al posto tuo.

Se l'incontro sarà provato in seguito

come avvenuto, allora il signor Angelo

sarà costretto alla riparazione;

e così tuo fratello sarà salvo,

l'onore tuo resterà senza macchia,

la povera Mariana avvantaggiata,

e il corrotto vicario smascherato.(95)

Istruirò io stesso la ragazza

su come comportarsi in questa prova.

Se ti senti di ben menare in porto

questa faccenda - e se lo vuoi, lo puoi -

il doppio beneficio che verrà

assolverà la nostra fraudolenza

da ogni biasimo. Beh, che ne dici?

ISABELLA -

Che l'idea mi rallegra già per sé,

e che il suo esito, ne ho gran fiducia,

sarà fortunatissimo.

DUCA -

Molto dipende dalla tua destrezza

nel sostener la parte.

Ora affrèttati, Angelo t'aspetta.

Se ti chiede di andare nel suo letto

questa notte, promettigli di sì.

Io nel frattempo mi reco a San Luca;

là, nel suo cascinale di campagna,

solitario, recinto da un fossato,

vive adesso la povera Mariana.

Appena fatto, raggiungimi là.

Con Angelo fa' in modo di sbrigarti,

sì da poter raggiungermi al più presto.

ISABELLA -

Grazie per il conforto che mi date,

e arrivederci dunque là, buon padre.

(Esce)

SCENA II - Strada davanti alla prigione

Entra, da un lato, il DUCA vestito da frate; dall'altro GOMITO con due guardie che scortano POMPEO

GOMITO -

Cancro! Se qui non si trova un rimedio,

e si deve per forza tollerare

che voi continuiate a compravendere

uomini e donne come tante bestie,

finiremo a veder tutta la gente

bere del vin bastardo bianco e nero!(96)

DUCA -

Oh, Dio, che roba è questa?

POMPEO -

Questo mondo non è più stato allegro

da quando, delle due specie d'usura,

quella più gaia è stata messa al bando,

e alla peggiore è stato consentito,

con apposito canone di legge,

d'indossare un cappotto di pelliccia,

per mantenersi calda;(97)

e guarnizioni di pelo di volpe

su pelliccia d'agnello,

quasi a significare che l'astuzia

essendo ricca più dell'innocenza,

è più proclive all'esibizionismo.

GOMITO -

Via, via, tiriamo innanzi, signor mio!

(Al Duca)

Che Dio vi benedica, padre frate!

DUCA -

Ed anche a te, mio buon padre e fratello.

Quale oltraggio t'ha fatto, quello lì?

GOMITO -

Caspita, padre, ha oltraggiato la legge!

E dev'essere ladro, in sovrappiù,

perché gli abbiamo rinvenuto addosso

un certo quale strano grimaldello,(98)

che abbiamo fatto avere al signor Angelo.

DUCA -

Vergognati, ribaldo d'un ruffiano,

che ricavi i mezzi per campare

dal male che secondi che si faccia!

Pensa solo a cos'è riempirsi il gozzo

o mettersi qualcosa sulle spalle(99)

coi proventi d'un vizio così immondo!

Di' a te stesso: "Da quei loro contatti,

osceni, abominevoli, bestiali,

io bevo, mangio, vesto panni e campo".

Ma come puoi pensare che sia vita

questo viver d'affari così fetidi?

Ravvediti, ravvediti!

POMPEO -

Sì, non lo nego, padre, un certo puzzo

lo si sente; però vorrei provare...

DUCA -

Provare!... Sì, se il diavolo

t'avrà fornito prove sufficienti

in favore del tuo nero peccare,

tu proverai soltanto d'essere suo...

Portatelo in prigione, capoguardia,

che correzione e rieducazione

in lui dovranno lavorare insieme,

prima che questa bestia si ravveda.

GOMITO -

Deve andare al cospetto del vicario,

signore, che gli ha dato già l'avviso.

Il vicario non tollera i ruffiani;

se risulta che egli è un paraninfo,

e viene convocato avanti a lui,

meglio per lui di starsene alla larga

almeno un miglio, per i fatti suoi.

DUCA -

Ah, se fossimo tutti senza colpa,

come certuni voglion farci credere,

o che almeno le colpe si compissero

senza ammantarle con l'ipocrisia!(100)

GOMITO -

Il suo collo, fratello,

diventerà come la vostra vita:

con una corda che lo stringa intorno.(101)

Entra LUCIO

POMPEO -

Oh, adocchio la salvezza!... Il mio riscatto!

Chiedo la libertà dietro cauzione.

Ecco qua un gentiluomo amico mio.

LUCIO -

Ehilà, Pompeo! Che, nobile Pompeo?

Incatenato alla ruote di Cesare?

Sei portato in trionfo?...(102)

Com'è? Com'è? Non c'è qui nessuna

di quelle statue di Pigmalione,(103)

uscita fresca fresca di sua mano,

da comprare così, vista e mangiata,

col solo mettere la mano in tasca

e poi tirarla fuori a pugno chiuso?(104)

Che rispondi eh?

Che mi racconti tu di questa musica,

materia e metodo dei nostri tempi?

Non si sono affogati, eh?, bagascione,

sotto l'ultime piogge? Che racconti?

Il mondo è ancora e sempre come prima?

Qual è la moda, adesso:

essere tristi e di poche parole?

O che altro? Qual è l'ultimo trucco?

DUCA -

Va sempre come prima, e sempre peggio!

LUCIO -

E come sta quel dolce bocconcino

della padrona tua?... Sempre ruffiana?

POMPEO -

In verità, signore, s'è finita

tutta la carne in conserva che aveva,

e adesso sta lei stessa in salamoia.

LUCIO -

Ma bene! È proprio quel che s'ha da fare!

Così dev'essere: puttana fresca,

e ruffiana in barile, in salamoia.

Questa è una conseguenza inevitabile.

Dev'esser così!... E tu, Pompeo,

stai andando in prigione?

POMPEO -

Sì, signore.

LUCIO -

Beh, Pompeo, non è male. Statti bene.

Va' e di' che è Lucio che ti ci ha mandato.

Per debiti, Pompeo... o per cos'altro?

POMPEO -

Perché faccio il ruffiano, sì, il ruffiano.

LUCIO -

Bene, allora mettetelo in prigione.

Se ai ruffiani è dovuta la prigione,

eh, perbacco, gli spetta di diritto!

Perché costui ruffiano

lo è da sempre, questo è garantito:

dalla nascita! Addio, bravo Pompeo.

Salutami, Pompeo, la tua prigione.

Ora sì, che farai il buon marito,

che se ne resta sempre dentro casa.

POMPEO -

Speravo proprio tanto, signoria,

che Vostra riverenza amabilissima

volesse farsi mio mallevadore.

LUCIO -

No, no, Pompeo, non lo farò: non s'usa.

Piuttosto pregherò per te, mio caro,

che ti sia prolungata la prigione.

Se non la prendi con rassegnazione,

tanto più greve ti sarà il metallo.(105)

Addio, fido Pompeo!

(Al Duca)

Benedicite a voi, fratello.

DUCA -

E a te.

LUCIO -

(A Gomito)

La Brigida che fa, si trucca sempre?...

GOMITO -

Tiriamo avanti, amico. Avanti, avanti!

POMPEO -

(A Lucio)

Niente cauzione, allora, per me, vero?

LUCIO -

Macché, Pompeo, né "allora" né adesso.

(Al Duca)

Che nuove in giro, fratello, che nuove?

GOMITO -

(A Pompeo)

Tiriamo innanzi, via, tiriamo innanzi!

LUCIO -

Va', va' al canile, povero Pompeo!

(Escono Gomito e Pompeo, con le guardie)

E del Duca, fratello, hai tu notizie?

DUCA -

Nessuna. Forse puoi darmene tu?

LUCIO -

C'è chi dice ch'è in Russia

in compagnia di quell'imperatore;

c'è chi dice ch'è a Roma.

Ma voi dove pensate che si trovi?

DUCA -

Dove sia, non lo so; ma ovunque sia,

m'auguro che stia bene.

LUCIO -

Certo, è stato un bizzarro e folle scherzo

lasciar lo Stato così di soppiatto,

e usurpare il mestiere agli accattoni,

pel quale certo lui non era nato.

Il signor Angelo, nella sua assenza,

ducheggia bene; esagera, magari...(106)

DUCA -

Fa bene a far così.

LUCIO -

Tuttavia un po' più di tolleranza

con la lussuria non farebbe male.

Troppo duro, per questo verso, frate.

DUCA -

È un vizio che si va spandendo troppo:

va curato con la severità.

LUCIO -

Un vizio, tuttavia, ch'ha gran famiglia

e vasto parentado in tutto il mondo;

ma estirparlo del tutto non si può,

finché non si sopprima il mangia e bevi.

Si dice addirittura che quest'Angelo

non fu fatto da un uomo e da una donna

al modo solito di procreare.

Credete che sia vero?

DUCA -

Come sarebbe stato fatto, allora?

LUCIO -

C'è chi dice sia stata una sirena

a partorirlo; o che sia stato il frutto

d'un amoretto tra due baccalà.

Certo è che quando fa il suo goccio d'acqua

spande fuori del ghiaccio congelato.

Questo, credete a me, lo so per certo.

E quanto a facoltà di generare,

è un pupazzo;(107) anche questo è inconfutabile.

DUCA -

Sei spassoso e di lingua sciolta, amico.

LUCIO -

Ma che razza di crudeltà è la sua

di togliere la vita ad un cristiano

per l'indocilità d'una braghetta?(108)

Se c'era il Duca, avrebbe fatto questo?

Ma quello, prima d'impiccare un uomo

per aver procreato cento figli

bastardi, ci scommetto,

lui ne avrebbe allevato almeno mille

a sue spese; di quel divertimento

s'intendeva anche lui in qualche modo,

sapeva come vanno queste storie;

e ciò l'avrebbe indotto alla clemenza.

DUCA -

Io non ho mai sentito criticare

il Duca assente per cagion di donne:

non era molto incline a certe cose.

LUCIO -

Ah, padre, v'ingannate.

DUCA -

Non è possibile.

LUCIO -

Chi... il Duca?... Ah, no?...

E quella mendicante cinquantenne,

che lui le andava quasi tutti i giorni

a mettere un ducato nella ciotola?

Eh, ce l'aveva, il Duca, i suoi capricci!

E gli piaceva pure di trincare,

se volete saperlo.

DUCA -

Lo calunni, figliolo lo calunni.

LUCIO -

Fratello, gli ero amico, intimamente.

Un tipo molto riservato, il Duca;

e credo di conoscere la causa

di questa sua scomparsa.

DUCA -

E quale potrebb'essere, di grazia?

LUCIO -

No, scusate, è un segreto

che deve rimanere chiuso in me

tra labbra e denti. Ma vi posso dire

che c'era una gran fila di suoi sudditi

che lo considerava un uomo saggio.

DUCA -

Saggio?... Su questo proprio non c'è dubbio.

LUCIO -

Ma pure un tipo un po' superficiale,

ignorante, piuttosto leggerotto...

DUCA -

Figliolo, o questo in te è malignità,

o equivoco, o demenza;

perché l'intero corso di sua vita,

e gli affari di Stato che ha guidato

e condotto felicemente in porto

dovrebbero, se fosse necessario,

meritargli miglior reputazione.

E a volerlo soltanto giudicare

dalle sue opere, la sua figura

apparirà perfino ai più malevoli,

quella d'un uomo pieno di dottrina,

d'uno statista e d'un bravo soldato.

Tu parli senza cognizion di causa,

o, se ne sai di più, le tue notizie

sono offuscate dalla tua malizia.

LUCIO -

Fratello, io lo conosco;

posso anche dirvi che gli voglio bene.

DUCA -

Il bene parla con più cognizione;

e questa parla con maggior affetto.

LUCIO -

Ma via, fratello, ch'io so quel che so!

DUCA -

M'è difficile crederti;

perché non sai di cosa stai parlando.

Ma, se il Duca dovesse ritornare

- com'è nostra preghiera e nostro augurio -

tu vorrai consentirmi di chiamarti

a risponder di questo avanti a lui;

e se quello ch'hai detto è verità,

avrai il coraggio di convalidarlo.

Io son costretto a farti convocare.

Qual è il tuo nome, prego?

LUCIO -

Lucio il mio nome, frate,

conosciuto benissimo dal Duca.

DUCA -

E ti conoscerà ancor meglio, amico,

se vivrò tanto da dirgli di te.

LUCIO -

Non mi fate paura.

DUCA -

Ah, speri allora che il Duca non torni;

o forse immagini d'avere in me,

all'occasione, un avversario innocuo.

Ma un po' di male te lo posso fare:

ti dovrai rimangiar quello ch'hai detto.

LUCIO -

Io? Ma mi faccio impiccare, piuttosto!

Frate, ti sei ingannato su di me.

Ma piantiamola lì. Parliamo d'altro.

Ecco: potresti dirmi tu se Claudio

deve morire domattina, o no?

DUCA -

Perché dovrebbe morire, fratello?

LUCIO -

Mah, per aver riempito una bottiglia

con un imbuto. Vorrei tanto che il Duca

di cui parliamo fosse già tornato;

quel castrato che lo rappresenta

ridurrà spopolato tutto il regno

col suo pallino per la continenza;

manco i passeri debbon fare il nido

sotto le gronde della casa sua,

perché dice che sono lussuriosi.

Il Duca avrebbe tenute all'oscuro

certe faccende che si fanno al buio:

mai non le avrebbe portate alla luce.

Come vorrei che fosse già tornato!

E intanto Claudio è condannato a morte

per essersi slacciato i pantaloni!...

Addio, buon frate. Pregate per me.

Il Duca - te lo dico un'altra volta -

gli piaceva mangiar carne di pecora(109)

il venerdì; ed ancora ci starebbe;

e, ti dico, non si farebbe scrupolo

a sbaciucchiarsi con una stracciona,

puzzasse pure d'aglio o pane nero.

E di' che te l'ho detto io. Addio.

(Esce)

DUCA -

Non c'è potenza né grandezza al mondo

che si possa sottrarre alla censura.

La calunnia, coi suoi morsi alle spalle

colpisce la più candida virtù.

Qual re è così potente

da strappare da calunniosa lingua

il suo veleno?... Ma chi viene qui?

Entrano ESCALO, il PREVOSTO e MADAMA SPAMPANATA in mezzo a due guardie

ESCALO -

Avanti, traducetela in prigione!

SPAMPANATA -

Siate buono con me, mio buon signore!

Vostro onore è tenuto per un uomo

caritatevole, mio buon signore...

ESCALO -

Due, tre volte ammonita,

e sempre recidiva in quel peccato!

Faresti bestemmiare la Pietà,

e costringerla a fare da tiranna!

PREVOSTO -

Una ruffiana, piaccia a Vostro onore,

da undici anni, ininterrottamente.

SPAMPANATA -

Illustrissimo, questa imputazione

contro di me viene da un certo Lucio.

Per colpa sua, Catina Fattigiù(110)

era incinta da quando c'era il Duca.

Lui le aveva promesso di sposarla;

il suo bambino compie un anno e un quarto

a San Filippo e Giacomo;

me lo son preso io da mantenere,

e lui - guardate un po' - se ne va in giro

a sparlare di me!...

ESCALO -

Quel tipo è un tipo molto licenzioso.

Fatelo comparire avanti a noi.

Intanto trasferite lei in prigione.

Andiamo, andiamo, basta con le chiacchiere!

(Escono le guardie scortando Madama Spampanata)

Prevosto, Angelo, il mio collega,

non vuol mutare idea riguardo a Claudio:

dovrà morir domani.

Gli si diano i conforti religiosi,

che possa piamente prepararsi.

Non sarebbe così con lui, di certo,

se il mio collega fosse rivestito

dello stesso mio senso di pietà.

PREVOSTO -

Questo frate è stato già con lui,

a confortarlo per la buona morte.

ESCALO -

Buona sera, buon padre.

DUCA -

Bontà e letizia a voi.

ESCALO -

Di dove siete?

DUCA -

Non di queste parti,

sebbene adesso mi si dia in sorte

di dimorarvi per un po' di tempo.

Sono un fratello d'un ordine sacro,

da poco giunto dalla Santa Sede

in missione speciale

per incarico di Sua Santità.

ESCALO -

Che notizie dal mondo?

DUCA -

Nessuna; salvo che nella bontà

c'è tanta febbre, da non più sperare

di guarirne se non con la sua morte.

Di novità soltanto c'è richiesta;

al punto ch'è così pericoloso

invecchiare in un genere di vita,

come è virtuoso mostrarsi incostante

in qualsiasi intrapresa.(111)

Non c'è più abbastanza buona fede

per garantire vita alle amicizie,

ma ci sono abbastanza garanzie

per mandare in malora le amicizie.

Su questo indovinello gira sempre

la salvezza del mondo.

Son tutte novità abbastanza vecchie,

ma son le verità di tutti i giorni.

Ma ditemi, di grazia, monsignore,

il Duca, d'indole, che uomo era?

ESCALO -

Un uomo che, al disopra d'ogni lotta,

lottava per conoscere se stesso.

DUCA -

Qual piacere cercava più d'ogni altro?

ESCALO -

Veder piuttosto un altro esser contento,

che gioire lui stesso di qualcosa

intesa a far piacere solo a lui:

un gentiluomo tutto temperanza.

Ma lasciamolo adesso ai casi suoi,

con la preghiera che gli siano prosperi;

e consentitemi invece di chiedervi

come trovaste Claudio preparato.

Secondo che m'è stato fatto intendere,

siete stato da lui a confortarlo.

DUCA -

Riconosce d'aver ricevuto

dal suo giudice non iniqua pena;

e volentieri, e con molta umiltà

s'inchina a quel che vuole la Giustizia;

anche, nella sua fragilità,

s'era formato illusorie speranze,

dalle quali, per mia buona ventura,

son riuscito a stornagli la mente.

Ed ora è pronto ad abbracciar la morte.

ESCALO -

Voi avete pagato al Cielo il debito

della vostra funzione, e al prigioniero

quello del vostro sacro ministero.

Io mi sono adoprato in ogni modo

in favore di quel povero giovane

fino all'ultima spiaggia, potrei dire,

della modesta mia autorità;

ma ho trovato il mio collega giudice

tanto severo, da vedermi stretto

a dirgli ch'egli è la stessa Giustizia.

DUCA -

Tanta severità gli starà bene

se la sua vita corrisponderà

alla rigidità del suo procedere,

ma se dovesse mai cadere in fallo,

si sarà condannato da se stesso.

ESCALO -

Vado dal prigioniero. State bene.

DUCA -

La pace sia con voi.

(Escono Escalo e il Prevosto, entrando nella prigione)

Chi la spada del cielo vuol brandire

santo quanto severo ha da apparire;

e trovare in se stesso il suo modello

per restar sempre quello,

cui, se la grazia gli venga mancare

gli sovvenga comunque la virtù;(112)

e i peccati degli altri misurare

con egual metro, né meno né più.

Vergogna a chi, con crudeli maniere,

uccide altrui per falli, il cui piacere

ei concede a se stesso di godere.

Vergogna ad Angelo che vizi in me

vuole estirpar, che coltiva per sé!

Oh, quali nefandezze può celare

colui che un Angelo si sa mostrare!

E come può ingannevole apparenza

nutrita di delitto e malvivenza

conformarsi al costume del momento

e catturar, con la sottile insidia

d'una tela di ragno e di perfidia

cosa assai ponderosa di sostanza!

Io contro il vizio adoprerò l'astuzia:

con Angelo stanotte giacerà

la ripudiata sua promessa sposa;

la finzione, in tal modo, pagherà

la finzione con falso pagamento;

e adempirà ad un vecchio giuramento!

(Esce)

ATTO QUARTO

SCENA I - Il cascinale di Mariana,(113) cinto

da un fossato, a San Luca

MARIANA è seduta, ascoltando un RAGAZZO che canta, accompagnandosi col liuto:

RAGAZZO -

"Oh, togli via da me codeste labbra,

"sì dolci e sì mendaci;

"e codesti tuoi occhi,

"che rompono la luce dell'aurora

"e sviano il mattino.

"Ma rendimi i miei baci,

"sigilli d'un amore sfortunato,

"invano suggellato".

Entra il DUCA, travestito da frate

MARIANA -

Basta. Cessa il tuo canto e fuori, presto!

Arriva l'uomo che mi dà conforto,

il cui consiglio ha spesso alleviato

la riottosa inquieta anima mia.

(Esce il ragazzo)

O padre, perdonatemi,

avrei voluto non farmi trovare

da voi sì intenta ad ascoltare musica.

Lasciate che mi scusi, ma, credetemi,

spiaceva molto alla mia contentezza,

mentre piaceva assai alla mia ambascia.

DUCA -

Ed è giusto; sebbene anche la musica

abbia a volte tal magico potere

da convertire in male ciò che è bene

e in bene ciò che è male.(114)

Venne nessuno a chiedere di me?

Perché avevo promesso a una persona

di farmi trovar qui circa a quest'ora.

MARIANA -

No, nessuno, buon padre.

Non mi son mossa di qui tutto il giorno.

DUCA -

Ti credo ciecamente.(115) È l'ora adesso.

Entra ISABELLA

Debbo chiederti di lasciarci soli

per un momento. Ti chiamo fra poco,

e vedrai che sarà per il tuo bene.

MARIANA -

Sempre obbligata, padre.

(Esce)

DUCA -

Arrivate a buon punto. Benvenuta.

Che notizie dal nostro buon vicario?

ISABELLA -

Ha un giardino recinto di mattoni,

e a lato di ponente c'è un vigneto

per accedere al quale c'è un cancello

d'assi di legno, e l'apre questa chiave,

la più grossa; quest'altra, la più piccola,

serve ad aprire una piccola porta

che dal vigneto immette nel giardino.

È lì che gli ho promesso di trovarmi

per l'incontro, nel cuore della notte.

DUCA -

Ma da sola saprai trovar la strada?

ISABELLA -

Ne ho preso attenta nota:

me l'ha mostrata lui per ben due volte,

bisbigliandomi tutte le istruzioni

con lo scrupolo più peccaminoso.

DUCA -

Avete convenuto altri segnali

ch'ella debba osservare?

ISABELLA -

No, nessuno.

Solo di presentarsi là nel buio.

Inoltre l'ho informato che l'incontro

non potrà essere che molto breve,

perché - gli ho detto - porterò con me

una serva, ad attendermi nei pressi,

convinta ch'io mi sia recata là

per cosa che riguarda mio fratello.

DUCA -

È bene architettato.

Ma a Mariana non ho ancor detto niente.

(Chiamando forte)

Ehi, tu, là dentro! Vieni, vieni fuori!

Rientra MARIANA

Mariana, ti presento questa giovane

che è qui per il tuo bene.

ISABELLA -

È questo almeno quello ch'io desidero.

DUCA -

Ma sei tu pienamente persuasa

che agisco pel tuo bene?

MARIANA -

Sì, buon padre, e n'ho avuto ben la prova.

DUCA -

Prendi allora per mano quest'amica

e appartati con lei per alcun tempo,

che ha da dirti qualcosa in un orecchio.

Aspetto qui: però non v'attardate

ché la fumida notte s'avvicina.

MARIANA -

(A Isabella)

Volete che ci allontaniamo un po'?

(S'allontanano)

DUCA -

O altezza di rango! O tu, grandezza!

Milioni d'occhi falsi su di te,

volumi di parole,

che al pari di canea falsa ed ostile,

vanno braccando su tutte le piste

quello che fai; migliaia di sortite

di spiriti bislacchi e licenziosi

che ti fan padre dei lor vani sogni,

e ti sbranano con le loro frottole!(116)

Rientrano MARIANA e ISABELLA

Alla buon'ora! Vi siete accordate?

ISABELLA -

Padre, se siete voi a consigliarglielo,

ella è disposta ad affrontar l'impresa.

DUCA -

Non è solo un consiglio: è una preghiera.

ISABELLA -

(A Mariana)

Nel separarvi da lui, dopo fatto,

direte poco o niente;

solo, con tono flebile e sommesso,

"Non ti dimenticar di mio fratello".

MARIANA -

State tranquillo, padre. Non temete.

DUCA -

(A Mariana)

Tranquilla devi stare tu, figliola,

più che noialtri. Egli è tuo marito

in forza d'un contratto pre-nuziale;(117)

farvi adesso incontrare, in questo modo,

non è peccato; infiora il sotterfugio

la legittimità del vostro titolo.

Andiamo, il nostro grano è in mietitura,

mentre la nostra decima

dev'essere tutta ancora seminata.(118)

(Escono)

SCENA II - La prigione

Entra il PREVOSTO conducendo POMPEO in ceppi

PREVOSTO -

Senti, compare: te la sentiresti

di tagliare la testa ad un cristiano?

POMPEO -

Se è uomo e scapolo, signore, sì;

ma se è sposato, no; l'uomo sposato

si dice che è la testa di sua moglie,

e tagliare la testa ad una donna

è qualcosa ch'io non potrò mai fare.(119)

PREVOSTO -

Via, via, compare, rispondimi a tono,

lascia stare i bisticci di parole!

Domani all'alba Claudio e Bernardino

devono andare a morte, giustiziati.

In questo carcere c'è solo un boia,

che abbisogna perciò d'un aiutante

per compiere a dovere il suo lavoro.

Se te la senti di dargli una mano,

la cosa ti libererà dai ceppi;

se no, dovrai scontare la prigione

per tutto il tempo della tua condanna,

e, al momento di uscire in libertà,

ti beccherai un monte di frustate,

per esser stato un notorio ruffiano.

POMPEO -

Ruffiano, sì, son stato, monsignore,

fuori legge, per non so quanto tempo;

ma stavolta sarò arcicontento

di fare il boia a termini di legge.

E sarei lieto di avere istruzioni

dall'egregio collega già in servizio.

PREVOSTO -

(Chiamando)

Ehi, Aborriti!... C'è di là Aborriti?

Entra ABORRITI

ABORRITI -

Signore?

PREVOSTO -

Qui c'è questo galantuomo

ch'è disposto domani ad aiutarti

in quella esecuzione capitale.

Se ti va a genio, accordati con lui

riguardo alla sua paga, un tanto all'anno,

e dàgli da alloggiare qui con te;

se no, lo impieghi intanto questa volta,

e poi lo lasci andare.

Questione di prestigio non può fare,

perché in passato faceva il ruffiano.

ABORRITI -

Il ruffiano, signore?... Che vergogna!

Niente, niente! Mi scredita il mestiere!

PREVOSTO -

Va' là, che siete dello stesso peso!

Basterebbe una piuma alla bilancia

per farla tracollare da una parte!

(Esce)

POMPEO -

Con vostra buona grazia, signoria,

(ché buona grazia ne dovrete avere,

malgrado quella faccia da patibolo),

voi parlate di questo vostro impiego

come di un'arte.

ABORRITI -

Un'arte, sissignore!

POMPEO -

Un'arte è la pittura, signoria,

a quanto mi risulta; e le puttane,

che son del mio settore di lavoro,

per via che si pitturano la faccia,

dimostrano ch'è un'arte pure il mio.

Ma che arte sia quella d'impiccare,

che io sia impiccato cento volte

se riesco davvero a immaginarlo.

ABORRITI -

E io ti dico ch'è un'arte!

POMPEO -

La prova?

ABORRITI -

Ecco: il vestito d'ogni galantuomo

va bene al ladro; ché se per il ladro

è troppo stretto, il detto galantuomo

lo troverà per sé piuttosto largo;

se invece è troppo largo per il ladro,

l'altro lo troverà piuttosto stretto:

sicché l'abito d'ogni galantuomo

va sempre bene per il ladro. È chiaro?(120)

Rientra il PREVOSTO

PREVOSTO -

Beh, vi siete accordati?

POMPEO -

Sì, signore, mi metto al suo servizio,

perché ho scoperto che quella del boia

è professione più penitenziale

di quella del ruffiano:

il boia chiede più spesso perdono.(121)

PREVOSTO -

(Ad Aborriti)

Prepara allora il ceppo e la mannaia:

domattina, alle quattro.

ABORRITI -

(A Pompeo)

Vieni, ruffiano, seguimi di là,

che ti istruisco nella professione.

POMPEO -

Sì, sì, ho una gran voglia d'imparare,

signore; e se dovesse capitarvi

di utilizzarmi un giorno per voi stesso,

mi troverete, spero, lesto e pronto;

perché, in coscienza, vi son debitore

d'un ottimo servizio, signor mio,

per esser stato sì buono con me.

PREVOSTO -

Andate e fatemi venire qui

Bernardino con Claudio.

ABORRITI -

Sì, signore.

(Escono Aborriti e Pompeo)

PREVOSTO -

Uno s'ha tutta la mia compassione;

ma l'altro, fosse pure mio fratello,

nemmeno un briciolo: è un assassino.

Entra CLAUDIO

Ecco, Claudio, qui c'è l'ordine scritto

per la tua morte; adesso è mezzanotte,

e per domani mattina alle otto

tu dovrai essere reso immortale.

Bernardino dov'è?

CLAUDIO -

Di là, che dorme; l'ha ghermito il sonno

nella sua morsa, con la stessa forza

dell'innocente stanchezza che impiomba

le ossa del viandante. Non si sveglia.

PREVOSTO -

E tentare di farlo è tempo perso.

Intanto andate voi a prepararvi.

(Bussano alla porta)

Ma, attenti: chi sarà?....

Il cielo dia conforto alla tua anima!

(Esce Claudio)

(Bussano ancora)

Subito!... Spero pel nobile Claudio...

che sia la grazia o magari un rinvio...

Apre la porta, ed entra il DUCA travestito da frate

Ah, siete voi, fratello? Benvenuto!

DUCA -

I migliori e più salutari spiriti

della notte vi avvolgano, Prevosto.

È venuto nessuno, qui?

PREVOSTO -

Nessuno,

dall'ora che è suonato il coprifuoco.

DUCA -

Non Isabella?

PREVOSTO -

No.

DUCA -

Vuol dire che saranno qui fra poco.

PREVOSTO -

Che speranze ci sono per quel Claudio?

DUCA -

Uno spiraglio di speranza c'è.(122)

PREVOSTO -

È spietato il Vicario.

DUCA -

Non lo direi: è solo un individuo

la cui vita vuol esser parallela,

nel tratto e nella linea,(123)

al suo supremo senso di giustizia:

egli, in santa astinenza,

mortifica in se stesso quegli impulsi

che, spronando al rigore il suo potere,

si sforza di reprimere negli altri:

ché se fosse egli stesso infarinato

di quel che vuol correggere negli altri,

allora sì che sarebbe un tiranno;

ma così stante, è solo un uomo giusto.

(Bussano alla porta)

Eccoli, sono loro, finalmente.

(Esce il Prevosto)

Questo Prevosto è umano: cosa rara

trovare un incallito carceriere

che si dimostri amico con la gente.

(Bussano ancora)

Eh, diamine, che razza di fracasso!

Dev'essere uno spirito invasato

davvero dal demonio della fretta

per mettersi a ferire così forte

una porta già tanto traballante!(124)

Rientra il PREVOSTO

PREVOSTO -

Deve restare lì fino al momento

che venga il secondino a farlo entrare.

L'hanno fatto svegliare.(125)

DUCA -

Nessun contr'ordine ancora per Claudio?

Deve per forza morire domani?

PREVOSTO -

No, nessuno, purtroppo, monsignore.

DUCA -

Prevosto, per vicina che sia l'alba,

ne saprete di più prima di giorno.

PREVOSTO -

Forse voi ne saprete più di me,

ma che venga un contrordine, non credo:

non ce n'è precedente, fino ad oggi.

D'altronde in piena corte(126) il signor Angelo

ha dichiarato d'esservi contrario.

Entra un MESSO

Oh, ecco un uomo di sua signoria.

DUCA -

È la grazia per Claudio, di sicuro!

MESSO -

(Porgendo al Prevosto un foglio)

Monsignore v'invia questo messaggio,

e, per mia bocca, quest'altra ingiunzione:

di non scostarvi da quanto c'è scritto,

nemmeno nel più piccolo dettaglio

di tempo, di sostanza o d'altro genere.

Buon mattino, ché, vedo, è quasi giorno.

(Esce)

PREVOSTO -

Obbedirò.

(Legge il messaggio)

DUCA -

(Tra sé)

La grazia, di sicuro:

comprata col medesimo peccato

in che è coinvolto chi gliel'ha concessa;

ché la colpa ha una sua celerità,

quando s'appoggia a un'alta autorità.

Quando il vizio produce la clemenza,

la clemenza si spinge a un punto tale,

che per il troppo indulgere alla colpa

arriva a farsi complice del reo.

(Forte)

Ebbene, signor mio, che novità?

PREVOSTO -

Non ve l'avevo detto? Il signor Angelo

forse pensando ch'io sia negligente

nel mio lavoro, mi dà qui la sveglia

con una pungolata affatto insolita,

e che m'appare tanto più bizzarra

in quanto prima non me ne ha mai fatte.

DUCA -

Sentiamo un po', di grazia, quel che dice.

PREVOSTO -

(Legge)

"Checché possiate udire di diverso,

"questo è per voi l'ordine che Claudio

"sia giustiziato alle quattro precise,

"Bernardino lo sia nel pomeriggio.

"Alle cinque, per mia maggior certezza,

"mi manderete la testa di Claudio.

"Curerete che sia data a quest'ordine

"puntuale e tempestiva esecuzione,

"tenendo ben presente che da ciò

"dipende più di quanto pel momento

"ci è dato di comunicare al pubblico.

"Non mancate pertanto al vostro uffizio,

"ché ne risponderete di persona".

Ebbene, che ne dite, monsignore?

DUCA -

Chi sarebbe codesto Bernardino

da giustiziare poi nel pomeriggio?

PREVOSTO -

Un prigioniero, boemo di nascita,

ma allevato e cresciuto qui da noi;

uno che sta in galera da nove anni.

DUCA -

E com'è stato che l'assente Duca

non l'aveva rimesso in libertà

né giustiziato, in tutto questo tempo?

Ho udito ch'era sempre sua maniera

di proceder così.

PREVOSTO -

I suoi amici son sempre riusciti

ad ottenergli un rinvio dopo l'altro;

e invero, fino a quando il signor Angelo

non è andato al governo, prova certa

della colpevolezza di costui

non era stata ancora mai raggiunta.

DUCA -

E adesso c'è?

PREVOSTO -

Chiarissima, palpabile,

non negata neppure da lui stesso.

DUCA -

E il suo comportamento qui in prigione

ha dato segni di ravvedimento?

Quale effetto gli ha fatto la condanna?

PREVOSTO -

È uno che ha paura della morte

non più di quanto in sogno un ubriaco:

insensibile, cinico, incurante,

senza il minimo senso di timore

per il presente, il passato e il futuro;

indifferente all'idea di morire,

tutto mortale, disperatamente.(127)

DUCA -

Forse abbisogna di buoni consigli.

PREVOSTO -

Non ne vuole sentire. Qui in prigione

ha sempre avuto libertà di muoversi;

ma apritegli le porte per evadere,

quello non se ne va: se ne sta lì,

ubriacandosi più volte al giorno,

se non continuamente tutto il giorno

per più giorni di seguito.

Abbiam provato più volte a svegliarlo

dicendogli di condurlo al supplizio,

mostrandogli un mandato contraffatto:

ma lui non s'è scomposto più di tanto.

DUCA -

Riparleremo di questo fra poco.

Prevosto, voi portate scritto in fronte:

probità, rettitudine e costanza;

se non è vero che ci leggo questo,

l'antica mia conoscenza degli uomini

vuol dire che davvero mi tradisce.

Ma, fatto ardito dalla mia sagacia,

con voi voglio buttarmi a repentaglio:

e vi dico che Claudio, questo giovane

che avete l'ordine di giustiziare,

non è più reo, a termini di legge,

di Angelo, che ha emesso la condanna.

Per dimostrarvelo con prova certa,

non vi domando che una dilazione

di soli quattro giorni,

come un favore immediato e rischioso.

PREVOSTO -

Dilazione, signore, in che, di grazia?

DUCA -

Nel differire la morte di Claudio.

PREVOSTO -

Ahimè, fratello! E come posso farlo,

se ho l'ora già fissata,

e c'è un ordine espresso e tassativo

di mandar, sotto grave punizione,

la sua testa in visione al signor Angelo?

Mi potrei ritrovare come Claudio,

se vi ponessi il pur minimo ostacolo.

DUCA -

Pei sacrosanti voti del mio ordine,

io vi posso restare qui garante,

se seguirete le mie istruzioni.

Fate in maniera che questa mattina

sia giustiziato quel tal Bernardino,

e portate il suo capo mozzo ad Angelo.

PREVOSTO -

Ma li conosce tutti e due di vista,

Angelo, e riconoscerà il sembiante.

DUCA -

Oh, la morte è una gran contraffattrice!

E poi, potete aggiungervi del vostro:

tosate il capo e radete la barba,(128)

e ditegli che è stato il condannato

a chieder d'esser così tosato

prima d'andare a morte:

è pratica comune, lo sapete.

Se per questo vi toccherà altra cosa

che non ringraziamenti e benefici,

per il santo di cui sono professo,

ve ne difenderò con la vita.

PREVOSTO -

Buon frate, perdonatemi,

ma ciò contrasta col mio giuramento.

DUCA -

Qual giuramento: quello fatto al Duca,

o al suo vicario?

PREVOSTO -

A lui e ai suoi supplenti.

DUCA -

E se fosse lo stesso vostro Duca

a garantir davanti alla giustizia

per questo vostro agire,

pensereste di non aver mancato?

PREVOSTO -

Com'è probabile che questo accada?

DUCA -

Probabile?... No, certo!

Ma poiché siete tanto timoroso,

come vedo, che né questo mio abito

né l'integro costume del mio stato,

né alcuno altro argomento vi può smuovere,

andrò più oltre che non intendessi

per estirpar da voi ogni timore.

Ecco, guardate qua: scritto di pugno

dal Duca, e il suo sigillo; i suoi caratteri

li riconoscerete, e il suo sigillo

non vi dev'esser nuovo.(129)

PREVOSTO -

Conosco gli uni e l'altro. Sono veri.

DUCA -

Beh, qui s'annuncia il ritorno del Duca;

leggetelo a vostro agio, e apprenderete

che il Duca fra due giorni sarà qui.

Angelo questo non lo sa; oggi stesso

anzi riceverà strani messaggi:

forse che il Duca è morto,

o magari ch'è entrato in monastero;

nulla, però, di quel ch'è scritto qui.

Guardate, già la stella del mattino

che dischiude le porte degli ovili,

sveglia il pastore... Non restate là

stupito a domandarmi come mai

certe cose si possano avverare:

non ci sarebbero difficoltà,

se tutto si potesse saper prima.

Fate venire dunque il vostro boia,

e via la testa di quel Bernardino.

Vado immediatamente a confessarlo

e a dargli dei precetti spirituali

per un posto migliore alla sua anima.

Però vi vedo ancora sbigottito...

Ma questo scritto vi chiarirà tutto.

Adesso andiamo: è quasi giorno fatto.

(Escono)

SCENA III - La stessa

Entra POMPEO

POMPEO -

Qui dentro ho tante buone conoscenze

come se fossi nella stessa casa

in cui esercito la professione;

si crederebbe quasi di trovarsi

in casa di Madama Spampanata,

tanti sono gli antichi suoi clienti

che ci ho trovato. Per citarne uno,

qui è il giovane mastro Svagatelli:(130)

è dentro per un debito insoluto

d'una partita di carta da imballo

e di zenzero secco,

valore circa duecento sterline,

di cui ebbe in contanti cinque marchi;(131)

ma gli successe poi, per sua disgrazia,

che lo zenzero non poté spacciarlo,

perché tutte le vecchie che l'usavano

erano morte.(132) Ho poi trovato qui

certo mastro Capriola,(133) imprigionato

a denuncia di mastro Treppelucci,(134)

il rigattiere, per quattro vestiti

lucidi satinati color pesca,(135)

che l'ha fatto "pescare" dalla legge.

E poi ci abbiamo il giovane Storditi,(136)

ed il giovane mastro Votofondi,(137)

e mastro Sprondirame,(138)

e mastro Affamaservi,(139) cavaliere

di cappa e spada, e il giovin Scroccaeredi(140)

che ha ucciso l'arrogante Budellone,(141)

e mastro Tiradritto,(142) il giocoliere,

e il valoroso mastro Allacciascarpe,(143)

un grande giramondo,

e quel forastico di Mezzabrocca(144)

che ha pugnalato mastro Boccalini,(145)

oltre ad un'altra buona quarantina:

tutti grandi ed attivi operatori

al "Dio vi renda merito".(146)

Entra ABORRITI

ABORRITI -

Ehi, tu, portami qui quel Bernardino.

POMPEO -

(Chiama)

Ehi, mastro Bernardino, sveglia, sveglia!

Devi alzarti per esser giustiziato!(147)

ABORRITI -

Ehi, Bernardino!

BERNARDINO -

(Da dentro)

Peste alle vostre ugole!

Chi di là è che fa tanto baccano?

Chi siete?

POMPEO -

Amici: il boia, signoria.

Amico, devi far la cortesia

di alzarti e andarti a far tagliar la testa.

BERNARDINO -

(Da dentro)

Via dai piedi, carogna! Sto dormendo!

ABORRITI -

Digli che deve alzarsi, ed alla svelta.

POMPEO -

Ti prego, mastro Bernardino, svegliati,

fino a che t'abbiano decapitato;

dopo potrai dormire quanto vuoi.

ABORRITI -

Va', va' dentro, e trascinamelo fuori.

POMPEO -

Sta venendo, signore, sta venendo.

Sento frusciar la paglia.(148)

Entra BERNARDINO

ABORRITI -

(A Pompeo)

Collega, la mannaia è già sul ceppo?

POMPEO -

Prontissima, signore.

BERNARDINO -

Ehi, salute, Aborriti! Come va?

ABORRITI -

Eh, compare, vorrei darti un consiglio:

di metterti a pregare a tutta forza,

perché, toh, ecco, l'ordine è arrivato.

BERNARDINO -

Alla tua faccia! Ho tracannato vino

tutta notte,(149) e non sono preparato.

POMPEO -

Oh, tanto meglio, amico!

Perché chi è stato a bere tutta notte

e al mattino per tempo è giustiziato,

poi può dormire sodo tutto il giorno.

Entra il DUCA, travestito

ABORRITI -

Ecco, guarda, compare Bernardino:

sta arrivando il tuo padre confessore.

Ci credi adesso che noi non scherziamo?

DUCA -

(A Bernardino)

Fratello, mosso dalla carità,

e avendo udito che dovrai partire

in tutta fretta, son venuto qui

per consigliarti, per darti conforto

e pregare con te.

BERNARDINO -

No, no, fratello!

Ho tracannato sodo tutta notte,

e voglio aver più tempo a prepararmi,

o mi dovranno rompere la zucca

a forza di legnate. Quel che è certo

è che oggi di morire non mi garba.

DUCA -

Ah, ma devi, fratello.

Epperciò ti scongiuro, guarda avanti,

volgi il pensiero al viaggio che t'aspetta.

BERNARDINO -

Giuro che non c'è barba di cristiano

che può convincermi a morire oggi.

DUCA -

Ma ascolta...

BERNARDINO -

No, nemmeno una parola.

Frate, se avete qualcosa da dirmi,

potete favorire alla mia cella,

perché da lì, io, oggi, non mi sposto.

(Esce)

Entra il PREVOSTO

DUCA -

Inadatto alla vita ed alla morte!

PREVOSTO -

Seguitelo, voi due,

e trascinatelo di forza al ceppo.

(Escono Pompeo e Aborriti)

(Al Duca)

Come avete trovato il prigioniero?

DUCA -

Mi pare una creatura impreparata,

inadatta per una buona morte;

e, in verità, spedirlo all'altro mondo

nella disposizione d'animo in cui è,

sarebbe proprio cadere in peccato.

PREVOSTO -

Qui, nel carcere, proprio stamattina

è morto, d'una febbre inesorabile,

un ragusino, un celebre pirata,

un tipo circa dell'età di Claudio,

capelli e barba di colore identico.

Non si potrebbe, padre, lasciar perdere

questo reprobo ora, fino a tanto

che il suo spirito sia meglio disposto,

e accontentare ugualmente il vicario

con la testa di questo ragusino,

che meglio rassomiglia al nostro Claudio?

DUCA -

Oh, questo è un dono della provvidenza!

Fatelo subito, immediatamente,

ché l'ora da lui datavi è vicina;

che sia tutto spedito ed eseguito

conforme al suo comando.

Io intanto vedrò di persuadere

questo ribaldo a morir di buon animo.

PREVOSTO -

Sarà fatto, buon padre, senza indugio.

Ma Bernardino deve andare a morte

oggi nel pomeriggio;

come faremo a tener Claudio vivo,

e a salvar me dal guaio

che può arrivarmi se mai si sapesse?

DUCA -

Fate così: mettete Bernardino

in una cella e Claudio in un'altra:

avanti ch'abbia il sole un'altra volta

recato il suo saluto quotidiano

al mondo che sta sotto i nostri piedi,(150)

avrete in mano la prova evidente

della vostra salvezza.

PREVOSTO -

Mi affido a voi con animo sereno.

DUCA -

Ora sbrigate presto la faccenda,

e mandate la testa al signor Angelo.

(Esce il Prevosto)

Adesso scrivo ad Angelo una lettera(151)

che gli farò recare dal Prevosto,

il cui tenore gli farà capire

che non mi trovo lontano da casa,

e son costretto, per gravi ragioni,

al ritorno ed a far pubblico ingresso.

Gli chiederò di venirmi ad incontrare

vicino al Sacro Fonte,

ad una lega a sud della città;

e da lì, poi, con fredda progressione,

e con perfetto equilibrio di forma,

procederemo con il signor Angelo.(152)

Rientra il PREVOSTO, con la testa del ragusino

PREVOSTO -

Ecco la testa. Gliela porto io stesso.

DUCA -

Sì, è opportuno. Ma tornate presto,

perché vorrei comunicarvi cose

che richiedono solo il vostro orecchio.

PREVOSTO -

Farò più presto che mi sia possibile.

(Esce)

LA VOCE DI ISABELLA -

(Da dentro)

Ehi, di casa! La pace sia qui dentro!

DUCA -

La voce di Isabella!

Viene a sapere se è giunta la grazia

per il fratello. La terrò all'oscuro

però del bene che le abbiamo fatto

Ma voglio ancora tenerla all'oscuro

per vedere la sua disperazione

mutata in celestial consolazione

nel momento che meno se l'aspetta.

ISABELLA s'affaccia alla porta

ISABELLA-

Oh, vogliate scusarmi!

DUCA -

Buongiorno a te, bella e graziosa figlia!

ISABELLA -

Tanto migliore a me,

se augurato da un così sant'uomo.

Dal Vicario è arrivata qui la grazia

per mio fratello Claudio?

DUCA -

L'ha liberato dal mondo, Isabella.

La sua testa è caduta,

ed è stata mandata al signor Angelo.

ISABELLA -

No, questo non può essere!

DUCA -

È così. Mostrati saggia, figliola,

e sii tacitamente rassegnata.

ISABELLA -

Oh, andrò da lui e gli caverò gli occhi!

DUCA -

Non ti faranno accedere da lui.

ISABELLA -

Povero Claudio! Misera Isabella!

O triste mondo! Diavolo d'un Angelo!

DUCA -

Questi sfoghi non fanno male a lui,

né bene a te. Trattienili, pertanto,

e affida la tua causa solo al Cielo.

Ora sta' bene attenta a quel che dico,

perché potrai riscontrarvi in futuro

precisa verità in ciascuna sillaba.

Il Duca torna domani... (non piangere,

asciugati quegli occhi), un confratello

del mio convento, ch'è suo confessore,

me lo comprova con questa notizia:

ne ha recato egli stesso, di sua mano,

l'avviso sia ad Escalo che ad Angelo;

che si preparino a venirgli incontro

alle porte, ed a rassegnar lì stesso

di nuovo a lui tutti i loro poteri.

Se ti riesce, avvia la tua saggezza

nel buon sentiero ch'io vorrei prendesse,

ed avrai modo di sfogar lo sdegno

contro quel farabutto, a tuo talento,

meritarti le simpatie del Duca,

ottenere al tuo cuore la vendetta,

e il rispetto e l'onore della gente.

ISABELLA -

Bene. Mi lascerò guidar da voi.

DUCA -

Consegna a Frate Pietro questa lettera:

è quella, con la quale egli mi annuncia

il ritorno del Duca,

ed è il segnale da noi convenuto,

che gli dirà che ho bisogno di lui

stanotte stessa, a casa di Mariana.

Là gli dirò nei minimi dettagli

del tuo caso e di quello di Mariana;

vi condurrà davanti al Duca entrambe:

e lì scodellerà, una sull'altra,

in faccia ad Angelo tutte le accuse.

In quanto alla mia povera persona,

legato come son da sacro voto,

non ci sarò. Va', porta questa lettera,

cerca di raffrenare quest'umore

che ti scende dagli occhi prepotente;

e non avere più un'ombra di fiducia

nel sacro ordine al quale appartengo,

se t'avrò messo su una falsa strada.

Ma chi viene di là?

Entra LUCIO

LUCIO -

Salute, frate.(153) Il Prevosto dov'è?

DUCA -

Non qui con noi, signore.

LUCIO -

O graziosa Isabella, ho il cuore esangue

a vederti così, con gli occhi rossi.

Ma devi aver pazienza.

Io mi contento di far pranzo e cena

ad acqua e crusca per salvar la pelle;

non oso più rimpinzarmi la pancia,

ché so che basterebbe un buon pranzetto

per darmi l'uzzolo e farmi cascare.

Ma dicono che il Duca è qui domani.(154)

In coscienza, Isabella, a tuo fratello

io gli ho voluto bene.

Se quel vecchio lunatico del Duca

invece di cercare angoli oscuri

fosse rimasto a casa, tuo fratello

a quest'ora sarebbe ancora vivo.

(Esce Isabella)

DUCA -

Signore, il Duca, ve lo posso dire,

v'è assai poco obbligato delle chiacchiere

che fate su di lui; quel che è più bello

è ch'egli in esse non si riconosce.

LUCIO -

Fratello, il Duca, tu non lo conosci

come io lo conosco: è cacciatore

miglior di quanto tu lo posa credere.

DUCA -

Va bene. Un giorno risponderete.

Per ora, addio.

(Fa per andarsene)

LUCIO -

Aspetta; t'accompagno:

te ne posso contare ancor di belle

a riguardo del Duca.

DUCA -

Me ne avete contate già fin troppe,

signore, se son vere; se non vere,

nessuna già sarebbe stato troppo.

LUCIO -

Una volta m'ha fatto incriminare

per aver messo incinta una ragazza.

DUCA -

Avete fatto questo?

LUCIO -

Eh, sì, perdio, l'ho fatto,

ma feci bene a giurare di no,

altrimenti m'avrebbero costretto

a sposar quella nespola marcita.

DUCA -

Signore mio, la vostra compagnia

è più bella che onesta. State bene.

LUCIO -

In fede mia, ti voglio accompagnare

fino laggiù in fondo al vicolo.

Se ti offende il linguaggio un po' sboccato,

non ne faremo affatto. Io sono, frate,

una specie di lappola: m'appiccico.

(Escono)

SCENA IV - In casa di Angelo

Entrano ANGELO ed ESCALO

ESCALO -

Ogni messaggio ch'egli m'ha mandato

smentiva il precedente.

ANGELO -

E nel modo più folle e più sconnesso:

come di chi sia presso alla pazzia.

Dio voglia che il suo senno non sia tocco...

E perché, poi, dovremmo andargli incontro

alle porte, e rimettergli lì stesso

tutti i poteri che ci ha delegato?

ESCALO -

Non riesco a vederlo.

ANGELO -

E perché poi dovremmo proclamarlo

un'ora prima ch'egli faccia ingresso,

sì che tutti che voglian far valere

il lor reclamo contro un'ingiustizia,

possa produrgliene lì stesso istanza

sulla pubblica strada?

ESCALO -

Di ciò ci dà egli stesso la ragione:

per esaurire - dice - ogni doglianza,

e liberare noi da ogni altra bega,

che possa riproporsi a nostro carico.

ANGELO -

Bene, allora, vi prego, provvedete

a che sia proclamato il suo ritorno;

domattina per tempo,

passerò io da voi, a casa vostra;

fate avvertire gli uomini di rango

e del suo seguito di non mancare

di venire a incontrarlo. Buona notte.

ESCALO -

Sarà fatto, signore. Buona notte.

(Esce)

ANGELO -

L'azione che ho commesso questa notte

mi scombussola tutto, mi fa vuoto

e pigro ad ogni moto della mente

Una giovane donna deflorata!

E da parte di un alto personaggio

che impone agli altri per un tal reato

il rigor della legge!

Se non fosse il geloso suo pudore

a trattenerla dal gridare in pubblico

la perdita della verginità,

me l'urlerebbe in faccia!

Ma la ragione la scoraggia a osarlo,

pensando che la mia autorità

è di tal peso e credito nel pubblico,

che per nessuno scandalo privato

si potrebbe pensare d'intaccarla,

senza rovina del diffamatore.

Poteva avere anche salva la vita

lui, ma la sua ribelle giovinezza,

infiammata di minacciosa collera,

avrebbe ben potuto in avvenire,

pensar di fare su di me vendetta,

d'aver pagato a prezzo d'ignominia

una vita così disonorata.

E tuttavia vorrei che fosse vivo!...

Ahimè! Una volta fattici dimentichi

della nostra virtù, tutto si sfascia

in perpetuo volere e disvolere.

(Esce)

SCENA V - Prati fuori della città

Entra il DUCA, nel suo vero abito,

e FRATE PIETRO

DUCA -

(Dandogli delle carte)

Queste lettere me le ridarete

al momento opportuno.

Il Prevosto conosce il nostro intento

ed il nostro disegno.

Ma una volta avviata la faccenda,

attenetevi bene alle istruzioni,

e abbiate sempre presente alla mente

lo specifico scopo cui miriamo,

pur se talvolta, in un senso o nell'altro,

vedeste di dovere discostarvene

secondo il corso delle circostanze.

Adesso andate: passate da Flavio,

e fategli sapere dove sto;

darete poi la stessa informazione

a Valentino, a Rolando ed a Crasso,

che portino alle porte i trombettieri.

Prima però mandatemi qui Flavio.

FRATE PIETRO -

Sarà fatto con ogni speditezza.

(Esce)

Entra VARRIO

DUCA -

Grazie, Varrio, sei stato ben sollecito.

Vieni, facciamo insieme quattro passi,

in attesa che vengano gli amici

a salutarci, Varrio mio gentile.

(Escono passeggiando)

SCENA VI - Strada vicino alle porte della città

Entrano ISABELLA e MARIANA

ISABELLA -

Parlar così tortuoso mi ripugna;

vorrei dire la chiara verità;

ma accusarlo così è la tua parte,

anche se il frate mi consiglia a farlo,

per mascherare - dice - il nostro scopo.

MARIANA -

Conviene farci guidare da lui.

ISABELLA -

Mi dice poi che se, per avventura,

lo sentissi parlar contro di me,

ed in favore della parte avversa,

non dovrò ritenerla cosa strana:

sarà solo un'amara medicina

somministrata per un dolce fine.

MARIANA -

Vorrei che Frate Pietro...

ISABELLA -

Oh, zitta! Viene.

Entra FRATE PIETRO

FRATE PIETRO -

Venite, vi ho trovato un posto splendido,

dove sarete così bene in vista

che il Duca non potrà passar di là

senza accorgersi che ci siete voi.

Le trombe hanno mandato già due squilli;

tutti i notabili della città

hanno già preso posto sulle porte,

e da un momento all'altro

il Duca sarà qui. Andiamo, andiamo!

(Escono)

ATTO QUINTO

SCENA I - Le porte della città all'interno delle mura

Entrano, da porte diverse, il DUCA, VARRIO, Signori; ESCALO, ANGELO, LUCIO, il PREVOSTO, guardie e cittadini

DUCA -

Ben trovato, degnissimo cugino;

e voi, vecchio e fedele amico mio,

siamo lietissimi di rivedervi.

ANGELO e ESCALO -

Un felice ritorno a Vostra grazia.

DUCA -

Molte e cordiali grazie a tutti e due!

Ci siamo ragguagliati su di voi,

e abbiamo avuto sì buoni giudizi

sul vostro modo di dire giustizia,

che il nostro cuore non può che additarvi

alla riconoscenza universale,

preludio di più larghe ricompense.

ANGELO -

Voi mi rendete sempre più obbligato.

DUCA -

Oh, i vostri meriti parlan ben alto;

ed io farei lor torto a rinserrarli

chiusi nella prigione del mio petto,

mentre son degni d'essere fissati

in capitali lettere di bronzo

in una sede ben fortificata

contro il dente del tempo

e contro l'erosione dell'oblio.

Qua, datemi la mano,

sì che i sudditi possano vedere

ed imparare come volentieri

le cortesie esteriori siano segno

di favori che serbano nell'intimo.

Anche voi, Escalo, venite qua,

e marciate con me dall'altro fianco:

voi due siete per me la buona scorta.

FRATE PIETRO e ISABELLA si fanno avanti

FRATE PIETRO -

(A Isabella)

Questo è il momento: parla ad alta voce,

ed inginocchiati davanti a lui.

ISABELLA -

(Inginocchiandosi)

Giustizia, augusto Duca!

Degnatevi chinare il vostro sguardo

su una donna oltraggiata...

che avrei tanto voluto dire "vergine"!

Nobilissimo principe,

non vogliate avvilire il vostro sguardo

col rivolgerlo verso ogni altro oggetto,

se prima non abbiate udito me,

esporvi la mia giusta lamentela!

Giustizia, degno principe, giustizia!

DUCA -

Diteci quali sono i vostri torti.

In che cosa? Da chi? Ma brevemente.

C'è qui monsignor Angelo,

e sarà lui a rendervi giustizia.

Aprite dunque a lui l'animo vostro.

ISABELLA -

Ah, voi mi proponete, degno Duca,

di chiedere la redenzione al diavolo!

Ascoltatemi voi personalmente,

perché quanto ho da dire

o dovrà spingervi a punire me,

se non sarò creduta,

o ottenermi da voi riparazione

delle offese subite.

Oh, ascoltatemi, Duca, adesso, qui!

ANGELO -

Monsignore, ho paura che il suo senno

sia malfermo: costei fu già da me

a supplicarmi per un suo fratello,

poi giustiziato a termini di legge.

ISABELLA -

A termini di legge!...

ANGELO -

E dirà cose molto amare e strane.

ISABELLA -

Sì, stranissime cose vi dirò,

ma verissime. Ecco: non è strano

dire che Angelo è uno spergiuro?

E non è strano dirlo un assassino?

E chiamarlo un adultero ladrone,

ipocrita, violentator di vergini,

non è strano, e poi strano mille volte?

DUCA -

Sì, mille volte strano!

ISABELLA -

E invece è così vero ciò che dico,

per quanto strano vi possa sembrare,

come è vero che lui si chiama Angelo.

Sì, mille volte vero,

perché la verità è la verità,

sempre la stessa, fino all'infinito.

DUCA -

Conducetela via, povera anima!

Parla così per insania di mente.

ISABELLA -

Principe, ti scongiuro!

Se tu credi che siavi altro conforto

per noi mortali fuor che questo mondo,

non passar oltre senza avermi udito,

credendo ch'io sia tocca da pazzia!

Non credere impossibile

quel che appare soltanto inverosimile.

Impossibile, infatti, non è, Duca,

che il più infame furfante della terra

riesca ad apparire timorato,

serio, giusto e perfetto come Angelo;

perché questo Angelo, malgrado ciò,

malgrado tutti i suoi paludamenti,

le cerimonie, le coccarde, i titoli,

può ben essere un arci-manigoldo.

Credilo, augusto principe,

s'egli è meno di questo, non è niente;

ma egli è assai di più, se avessi un nome

per descriver la sua malvagità.

DUCA -

Sull'onor mio, se questa donna è pazza,

come non posso creder che non sia,

c'è tuttavia nel suo farneticare

una forma stranissima di senno,

con un tal nesso fra una cosa e l'altre

che mai m'accadde udir nella pazzia.

ISABELLA -

Graziosissimo Duca,

non arpeggiate più su questa corda,

e non bandite da voi la ragione

in nome della superiorità,(155)

ma adoperatela per far emergere

la verità da dove sta celata,

e mandare a nascondervi il mendacio

che vuol sembrare vero.

DUCA -

Molti che non son matti, certamente,

son più privi di senno di costei.

Che cos'è, dunque, che volete dirmi?

ISABELLA -

Io sono la sorella d'un tal Claudio

condannato alla pena capitale

sotto l'accusa di fornicazione:

condannato da Angelo.

Io, novizia in convento, fui chiamata

da mio fratello; mi recò il messaggio

un certo Lucio dalla sua prigione.

LUCIO -

Son io quel tale, piaccia a Vostra Grazia.

Mi mandò da lei Claudio,

a dirle di tentar con le sue grazie

se potesse ottener dal signor Angelo

la grazia pel suo povero fratello.

DUCA -

A voi nessuno ha chiesto di parlare!

LUCIO -

Sì, grazioso signore,

ma nessuno m'ha chiesto di star zitto.

DUCA -

Ebbene, adesso ve lo dico io.

Siete pregato di prenderne nota.

E quando v'accadrà

che avrete da parlare in causa vostra

pregate il Cielo che vi dia consiglio.(156)

LUCIO -

Ah, ve lo garantisco, vostro onore.

DUCA -

La garanzia deve servire a voi,

e state ben attento a procurarvela.

ISABELLA -

(Indicando Lucio)

Questo signore v'ha già raccontato

un po' della mia storia.

LUCIO -

Giusto, sì.

DUCA -

Sarà giusto, ma voi siete nel torto

a interloquire prima che vi tocchi.

(A Isabella)

Avanti, proseguite.

ISABELLA -

Mi recai dunque da questo malefico

pernicioso ribaldo di vicario.

DUCA -

Questo è un parlare alquanto dissennato.

ISABELLA -

Perdonate: la frase è propria al tema.

DUCA -

Ben rimediato. Al fatto. Proseguite.

ISABELLA -

In breve, e a parte inutili dettagli

- come cercai d'usar la persuasione,

come pregai, come m'inginocchiai,

com'egli mi respinse, ed io insistetti...

perché si tratta d'una lunga storia -

m'accingo adesso a dirvi, brutalmente,

quale fu l'obbrobriosa conclusione.

Mi disse di non essere disposto

a metter mio fratello in libertà

se non in cambio del mio casto corpo

alla smodata sua concupiscenza;

ed io, dopo aver molto combattuto

- il mio profondo amore di sorella

confuta le ragioni del mio onore -

alfine gli cedetti...

Ma la mattina dopo, di buon'ora,

dopo ch'ebbe saziate le sue voglie,

trasmette l'ordine di esecuzione

per quello sventurato mio fratello.

DUCA -

E può essere questo verosimile?

ISABELLA -

Oh, fosse stato solo verosimile,

per quanto è stato realmente vero!

DUCA -

Eh, perdio, tu non sai quello che dici,

miserabile sciocca,

oppure tu sei stata subornata

contro il suo onore da chissà qual gioco

di deprecabile macchinazione.

In primo luogo, la sua integrità

è salda e intemerata,

eppoi, ripugna a qualsiasi ragione

ch'ei potesse con tanto accanimento

perseguitare in altri delle colpe

che fossero anche proprie di lui stesso;

ché se avesse a tal punto trasgredito,

avrebbe anche pesato tuo fratello

con il suo stesso metro,

e non l'avrebbe fatto giustiziare.

Certamente qualcuno t'ha istigata:

confessa, e di' per consiglio di chi

sei venuta a levar la tua lagnanza.

ISABELLA -

È questa tutta la vostra risposta?

Allora, o voi, ministri benedetti

di lassù, datemi rassegnazione,

e, quando il tempo sarà maturato,

svelate il male che sta qui ravvolto

sotto un manto d'austera ipocrisia!

Così preservi il cielo dal dolore

Vostra grazia, com'io, così oltraggiata,

m'allontano senz'essere creduta!

DUCA -

Allontanarvi?... Eh, no, è troppo comodo!

Qua una guardia, e portatela in prigione!

Dovremo noi permettere così

che una ventata infetta di calunnie

investa un uomo sì vicino a noi?

Ci dev'essere sotto un machiavello.

Chi sapeva del vostro intendimento

di presentarvi qui dinanzi a me?

ISABELLA -

Qualcuno che vorrei fosse presente:

Fra' Lodovico.

DUCA -

Un padre spirituale,

o forse solamente un suo fantasma.(157)

Chi lo conosce, questo Lodovico?

LUCIO -

Io, monsignore: è un frate faccendone,

che a me non piace affatto; fosse un laico,

l'avrei sgrugnato di santa ragione,

per certe sue parole, monsignore,

che volle dire contro Vostra Grazia

quando eravate assente.

DUCA -

Contro di me? E bravo, il degno frate!

Ed istigare questa disgraziata

contro il nostro vicario!

Questo frate dev'esser rintracciato!

LUCIO -

Io, non più tardi della notte scorsa,

monsignore, l'ho visto alla prigione,

quel frate e lei: un frate spudorato,

un tipo veramente ripugnante.

FRATE PIETRO -

(Facendosi avanti)

Benedetta l'augusta Vostra grazia!

Sono stato qui accanto, monsignore,

ed ho ascoltato come questa donna

ingannava il regale vostro orecchio.

Per prima cosa, molto ingiustamente

ella ha accusato il vostro sostituto,

il quale è così immune da contatto

o sozzura con lei, quanto lo è lei

con uno che non sia ancora nato.

DUCA -

Noi ne siamo non meno persuasi.

Conoscete quel Frate Lodovico

di cui parla costei?

FRATE PIETRO -

Sì, lo conosco come un pio sant'uomo,

per nulla degno di tanto disprezzo,

né faccendone di cose terrene

come lo dice questo gentiluomo;

e che, in coscienza, non s'è mai permesso

di parlar male, come afferma lui,

di vostra signoria.

LUCIO -

Altroché, e in maniera assai villana,

monsignore, credetelo.

FRATE PIETRO -

Bene, potrà presentarsi a suo tempo,

e discolparsi. Per ora è malato,

e di un male assai strano, monsignore.

Ed io soltanto dietro sua richiesta

- essendo egli venuto a conoscenza

che s'intendeva muovere doglianza

presso di voi contro monsignor Angelo -

sono venuto qui per riferire,

così come l'ho avuto di sua bocca,

tutto ciò ch'egli sa di vero e falso,

e ch'egli è sempre pronto, a giuramento

e a mezzo d'ogni prova, a confermare,

in qualunque momento sia sentito.

E innanzitutto, quanto a questa donna,

a difesa di questo nobiluomo,

così personalmente e volgarmente

fatto oggetto di accuse,

ora udrete come sarà smentita

sotto i suoi occhi stessi, in sua presenza,

finché non finirà per confessare.

DUCA -

Beh, sentiamo, buon frate.

(Isabella viene condotta via, sotto scorta)

Signor Angelo, e voi non sorridete

a tutto questo? Ohimè, la vanità

di gente miserabile e insensata!

Che qualcuno ci porti da sedere.

(Vengono portati dei sedili)

Signor Angelo, qua, accanto a me,

cugino. Voglio che siate voi stesso

giudice in questa causa, ch'è la vostra;

io resterò imparziale.

Entra MARIANA, col viso velato

Questa è la testimone, vero, frate?

Mostri prima la faccia, e dopo parli.

MARIANA -

Vogliate perdonarmi, monsignore,

ma io la faccia non la scoprirò

finché non me lo dica mio marito.

DUCA -

Che! Siete maritata?

MARIANA -

No, signore.

DUCA -

Siete vergine, allora?

MARIANA -

No, signore.

DUCA -

Vedova, allora?

MARIANA -

Nemmeno, signore.

DUCA -

Insomma, allora voi non siete nulla:

né vergine, né vedova, né moglie!

LUCIO -

Potrebb'esser, signore, una bagascia;

perché generalmente quelle vergini

non sono, né son vedove né mogli.

DUCA -

Lo si faccia star zitto, quel messere.

Che non gli càpiti di aver motivo

di dover chiacchierare in causa propria.

LUCIO -

Va bene, Vostro onore.

MARIANA -

Vi devo confessare, monsignore,

di non essere stata mai sposata;

confesso inoltre di non esser vergine.

Ho conosciuto(158) un uomo, mio marito,

anche se l'uomo ch'io chiamo marito

non sa d'avere conosciuto me.

LUCIO -

Allora era ubriaco, monsignore,

non può esserci altra spiegazione.

DUCA -

Ubriaco vorrei lo fossi tu,

adesso, a beneficio del silenzio!

LUCIO -

Va bene, monsignore.

DUCA -

(A Mariana)

Non vedo in ciò che c'entri il signor Angelo.

MARIANA -

Ci vengo, monsignore: quella donna

che ora accusa di fornicazione

con lei il signor Angelo,

accusa insieme e nello stesso tempo,

colui ch'è mio marito;

perché, signore, nello stesso istante

ch'ella dice si sia compiuto il fatto,

io posso dimostrarvi che son io

quella che l'ha tenuto tra le braccia,

in un completo rapporto d'amore.

ANGELO -

Che! Accusa altri uomini, oltre me?

MARIANA -

Nessun altr'uomo, ch'io sappia, signore.

DUCA -

No? Parlavate di vostro marito...

MARIANA -

Giustamente, signore; e questo è Angelo,

appunto, mio marito; il quale crede

di mai aver conosciuto il mio corpo,

ma quello d'Isabella.

ANGELO -

Questa è davvero una strana impostura!

Avanti, facci veder la tua faccia.

MARIANA -

S'è mio marito che me lo comanda,

ecco, ora mi disvelo.

(Si toglie il velo)

Ecco, crudele Angelo,

questo è il viso che tu giuravi un tempo

degno d'esser guardato; ecco la mano

che con solenne giurato contratto

fu stretta nella tua; e questo è il corpo

che al tuo convegno d'amore è venuto

a rimpiazzare quello d'Isabella,

e che t'ha offerto quello che hai goduto

immaginandoti che fosse il suo,

nella casina in fondo al tuo giardino,

DUCA -

Angelo, conoscete questa donna?

LUCIO -

Carnalmente, ella dice, la conosce.

DUCA -

Basta, ribaldo!

LUCIO -

Ho finito, signore.

ANGELO -

Sì, monsignore, debbo confessarlo,

conosco questa donna;

or son cinque anni è corsa tra me e lei,

qualche parola, sì, di matrimonio,

che poi fu rotta in parte per il fatto

che la sua dote risultò minore

della pattuita, ma principalmente

perché s'era alquanto screditato

il suo decoro per sua leggerezza.

Da allora, in tutti questi cinque anni,

io non le ho più parlato,

non l'ho più vista, non l'ho più sentita:

sulla mia fedeltà e sul mio onore.

MARIANA -

(S'inginocchia)

Principe, come è vero che la luce

ci vien dal cielo, e la voce dal fiato;

che c'è ragione nella verità,

e che c'è verità nella virtù,

io fui promessa sposa di quest'uomo,

e con nodo di fede così forte,

quanto mai poté stringere parola;

e non più tardi della scorsa notte,

nella casetta ch'è nel suo giardino,

mio buon signore, lui m'ha conosciuta

come sua moglie. Se vi dico il vero,

ch'io possa alzarmi adesso sana e salva

sulle ginocchia mie; se dico il falso,

ch'io rimanga inchiodata qui, in eterno,

come statua di marmo.

ANGELO -

Finora non ho fatto che sorridere.

Ma ora, mio amabile signore,

datemi potestà di far giustizia.

A questo punto la pazienza mia

è messa a dura prova: son convinto

che queste povere donne insensate

non son altro che semplici strumenti

di qualche personaggio più potente

che l'ha istigate. Datemi, signore,

la necessaria libertà di agire,

ch'io scopra questa torbida manovra.

DUCA -

Sì, sì, con tutto il cuore,

e di punirli a vostro alto piacere.

Tu, sciocco frate, e tu, donna malefica,

in coppia con colei che se n'è andata,

t'illudi forse che i tuoi giuramenti,

se pur tirassero giù a testimoni

tutti i santi del cielo ad uno ad uno,

potrebbero servirti ad inficiare

la sua reputazione e il suo valore,

ch'hanno il marchio dell'autenticità?(159)

Voi, signor Escalo, sedete qui,

a fianco a mio cugino;

vogliate gentilmente dargli mano

a cercar di scoprir quest'impostura

e accertare da dove essa proviene.

C'è un altro frate che le ha subornate:

sia mandato a chiamare.

FRATE PIETRO -

Anch'io vorrei che fosse qui chiamato,

mio signore; perché fu proprio lui

ad aizzarle e a farle venir qui

per presentare a voi questa doglianza.

Il Prevosto conosce dove egli abita,

e può andare e condurlo innanzi a voi.

DUCA -

(Al Prevosto)

Andate, e conducetelo qui subito.

(Esce il Prevosto)

E voi, degno e integerrimo cugino,

cui concerne veder questa faccenda;

agite come ritenete meglio,

irrogando ogni genere di pena.

Io m'allontanerò per un momento;

ma voi non vi muovete

fino a che non avrete ben deciso

su questi spargitori di calunnie.

ESCALO -

Andremo fino in fondo, mio signore.

(Esce il Duca)

Signor Lucio, non avevate detto

di conoscere quel Fra' Lodovico

per un poco di buono, un disonesto?

LUCIO -

Eh, sì: "Cucullus non facit monachum";(160)

onesto, quello, soltanto nell'abito;

e sul conto del Duca, non vi dico,

ha fatto una montagna di calunnie.

ESCALO -

Vi preghiamo di rimanere qui

finché non sia venuto,

per ripetergli in faccia queste accuse:

dobbiamo smascherare finalmente

questo celebre tanghero di frate.

LUCIO -

Non ce n'è altri a Vienna più di lui,

parola mia d'onore.

ESCALO -

Richiamatemi qui quell'Isabella:

voglio parlar con lei a faccia a faccia.

(Esce un usciere)

(Ad Angelo)

Vi prego, signor mio, per questa volta

date licenza a me d'interrogarla:

vedrete come saprò maneggiarla...

LUCIO -

Eh, in quanto a maneggiare,

mai bravo quanto lui, a sentir lei...

ESCALO -

Che avete bofonchiato?

LUCIO -

Beh, penso signor mio,

che se poteste maneggiarla voi

in privato, confesserebbe prima:

in pubblico può darsi abbia vergogna.

Rientra ISABELLA, accompagnata da una guardia

ESCALO -

Me la lavorerò copertamente.

LUCIO -

Copertamente, al buio; è la via giusta:

perché le donne fanno luce loro,

a metà della notte.(161)

ESCALO -

(A Isabella)

Su, signora, venite pure avanti.

Qui c'è una gentildonna

che smentisce ogni cosa da voi detta.

Entra il PREVOSTO col DUCA travestito da frate

LUCIO -

Eccolo, monsignore, quel gaglioffo

di cui parlavo: arriva col Prevosto.

ESCALO -

Ed al momento giusto.

Voi non gli rivolgete la parola,

finché non vi chiamiamo.

LUCIO -

Bocca chiusa.(162)

ESCALO -

Allora, frate, siete stato voi

l'istigatore di queste due donne

per far dir loro peste e vituperio

del signor Angelo? Han confessato.

DUCA -

È falso.

ESCALO -

Evvia! Sapete dove siete?

DUCA -

Tutto il rispetto all'alto vostro seggio.

E sia onorato il diavolo, talvolta,

pel suo trono di fuoco. Dov'è il Duca?

Deve ascoltar la mia deposizione.

ESCALO -

Il Duca è in noi, e in noi vi ascolterà.

Badate di parlare giustamente.

DUCA -

Arditamente, almeno.

Ma oh, voi due, mie povere animelle,

che venite a cercare l'agnellino

proprio qui, nella tana della volpe!

Potete dir davvero buonanotte

alle vostre speranze di revindica!

Il Duca se n'è andato?

Allora addio alle vostre ragioni.

È stato ingiusto, il Duca, a ricusar

di giudicare lui la vostra chiara

e precisa denuncia,

rassegnando il giudizio su di voi

alla bocca di questo farabutto

che voi siete venute ad accusare.

LUCIO -

Ecco il furfante di cui vi ho parlato!

ESCALO -

Come! Tu irreverendo e indegno frate!

Non ti basta d'avere subornato

queste due donne a levar certe accuse

contro questa degnissima persona,

ma devi ancora, con immonda bocca,

e in presenza delle sue proprie orecchie,

chiamarlo farabutto?

E poi passare dalle accuse a lui

a insinuare contro il Duca stesso,

tacciandolo d'ingiusto?

Fuori di qui! Mettetelo alla ruota!(163)

Ti strapperemo un membro dopo l'altro...

ma verremo a conoscere il suo(164) scopo!

DUCA -

Non vi scaldate tanto. Il vostro Duca

non oserebbe torcer questo dito,

più di quanto oserebbe far col suo.

Io non sono un suo suddito,

né dipendo dal padre provinciale.(165)

La mia missione in questo vostro Stato

mi ha reso osservatore scrupoloso

della vita qui a Vienna,

dove ho visto bollir la corruzione

traboccare dagli orli della pentola:

leggi contro ogni sorta di reati,

ma reati così bene protetti,

che burbanzosi articoli di legge

stan come quelle liste di infrazioni

appese nei negozi di barbiere,

più per burla che per avvertimento.(166)

ESCALO -

Ma questo è vilipendio dello Stato!

Portatelo in prigione!

ANGELO -

(A Lucio)

Quali fatti potete voi deporre

contro costui, ser Lucio? È questo l'uomo,

del quale parlavate?

LUCIO -

Sì, signore.

(Al Duca)

Fatti avanti, signor zuccapelata.

Mi riconosci, o no?

DUCA -

Vi riconosco al timbro della voce.

V'ho incontrato nel carcere

al tempo ch'era assente il nostro Duca.

LUCIO -

Ah, sì? E ricordi pure che m'hai detto

del Duca?

DUCA -

Esattamente, caro amico.

LUCIO -

Ah, davvero? Che il Duca era un ruffiano,

un donnaiolo, uno sciocco, un codardo,

come andavi dicendo ch'egli fosse?

DUCA -

Tu scambi le persone, amico mio:

tu scambi quella mia con quella tua,

se attribuisci a me quelle parole,

ché a parlare così sei stato tu;

anzi, molto di più e molto peggio!

LUCIO -

O tu, maledettissima carogna!

Ti ricordi che ti tirai pel naso,

a causa di quel tuo pettegolare?

DUCA -

Io protesto che voglio bene al Duca

come né più né meno che a me stesso.

ANGELO -

Guardate come questo manigoldo

vorrebbe ora aggiustarla a modo suo,

dopo tutti quei suoi perfidi insulti!

ESCALO -

Con certa gente è inutile parlare.

Vada in prigione! Il Prevosto dov'è?

(Il Prevosto si fa avanti)

Portatelo in prigione!

Mettetegli abbastanza ceppi addosso;

e che non parli più.

E anche quelle sgualdrinelle: via!

Con quell'altro compare della ghenga.

(Il Prevosto mette le mani addosso al Duca)

DUCA -

Adagio, signor mio. Fermo un momento.

ANGELO -

Come! Recalcitra?... Lucio, da' mano.

LUCIO -

Andiamo, amico, andiamo.

Eh, eh, zuccapelata, furfantaccio,

bugiardone! E ci porta anche il cappuccio!

Ma mostra la tua faccia da furfante,

che ti colga la peste! Fa' vedere

quella faccia di cacciator di femmine,(167)

e va' a farti due passi sulla forca!

Ohilà, non vuol venire?

(Tira via il cappuccio da frate, e appare il Duca)

DUCA -

Tu sei il primo ribaldo della terra

ch'abbia creato un duca.(168)

Per prima cosa, Prevosto, lasciate

ch'io mi faccia con voi mallevatore

di queste tre gentili creature.

(A Lucio)

Non ti squagliare, tu,

perché c'è ancora qualcosa da dire

fra te ed quel frate. Arrestatelo intanto!

(Lucio è arrestato)

LUCIO -

(A parte)

Qui per me, ho paura, va a finire

peggio che sulla forca!

DUCA -

(A Escalo)

A voi perdono quel che avete detto.

Sedete. Noi prendiamo ora il suo posto.

(Indica Angelo)

Permettete, signore.

(Angelo si alza e il Duca si siede al suo posto)

Hai tu parola, o spirito, o impudenza

cui ora far ricorso?

Se ce n'hai, ti conviene profittarne

prima ch'io faccia noto quel che so,

e non fare più oltre il sostenuto.

ANGELO -

Mio temuto signore,

sarei davvero tanto più colpevole

della mia stessa colpa,

se m'illudessi di poter sfuggire

a questo vostro sguardo indagatore,

quando m'accorgo che la Grazia Vostra,

come l'occhio di Dio,

ha tenuto sott'occhio i miei trascorsi.

Perciò, benigno principe,

non vogliate protrarre questa udienza

per giudicare della mia vergogna,

ma lasciate che tutto il mio processo

sia la mia confessione.

Una immediata sentenza di morte,

seguita da una pronta esecuzione:

questa è tutta la grazia che vi chiedo.

DUCA -

Mariana, vieni qua...

Angelo, dimmi: fosti tu promesso

un tempo a questa donna?

ANGELO -

Sì, signore.

DUCA -

Ebbene, portatela via con te,

e prenditela in moglie, adesso, subito!

Voi, Fra' Pietro, celebrerete il rito;

e, appena terminato di officiare,

me lo ricondurrete qui di nuovo.

Prevosto, accompagnatelo.

(Escono Angelo, Mariana, Frate Pietro e il Prevosto)

ESCALO -

Sono più sbalordito, monsignore,

di questa sua disonorante azione,

che non della stranezza della cosa.

DUCA -

Venite qui, Isabella.

Il vostro frate è ora il vostro principe.

E così come presi allora cura

con devozione pia del vostro caso,

poiché con l'abito non mutai l'animo,

così io resto sempre l'avvocato

pronto al vostro servizio.

ISABELLA -

Oh, perdonatemi, se, vostra suddita,

mi son servita, fino ad abusarne,

dell'incognita vostra maestà.

DUCA -

Oh, Isabella, siete già perdonata.

E adesso siate voi, cara fanciulla,

generosa del pari verso me.

La perdita di quel vostro fratello,

lo so, vi grava il cuore;

e vi domanderete stupefatta

com'io non m'adoprassi di nascosto

per salvargli la vita,

e non abbia voluto all'improvviso

rivelare il nascosto mio potere,

per non lasciarlo morire così.

Fanciulla gentilissima,

fu la precipitosa esecuzione

ch'io pensavo potesse intervenire

invece con più lenta procedura,

a impedirmi d'attuare il mio proposito,

e ad uccider la mia buona intenzione.

Ma pace alla sua anima!

Meglio una vita che ha già superato

il terror della morte, che una vita

vissuta nel continuo suo timore.

Vostro fratello ha avuto tal fortuna,

e tal pensiero deve consolarvi.

ISABELLA -

Sì, nobile signore.

Rientrano ANGELO, MARIANA, FRATE PIETRO e il PREVOSTO

DUCA -

A quest'uomo novellamente sposo,

(Indica Angelo)

che s'appressa ora qui,

la cui concupiscente fantasia

ha pur sempre oltraggiato il vostro onore,

anche se voi l'avete ben difeso,

Isabella, dovete perdonare,

per amor di Mariana;

ma come poi vi condannò il fratello...

facendosi due volte criminale:

di violare una sacra castità

e poi di venir meno alla promessa,

che doveva seguirne, di far salva

la vita al vostro fratello, la legge

per quanto voglia essere clemente,

proclama forte, per la stessa bocca

del colpevole: "Un Angelo per Claudio;

morte per morte!" Fretta paga fretta,

dilazione risponde a dilazione.

Quello che è fatto è reso.

Misura per misura.(169)

Angelo, la tua colpa è sì palese,

che se pur la volessi contestare,(170)

aggraveresti la tua situazione.(171)

Ti condanniamo a quello stesso ceppo

sul quale Claudio reclinò la testa

per morire. E con pari speditezza.

Conducetelo via!

MARIANA -

Ahimè mio graziosissimo signore,

non avrete voluto darmi, spero,

un marito così, solo per burla.

DUCA -

È lui che v'ha burlato,

vostro marito, dandovi un marito.

Consentendo a salvare il vostro onore,

m'è parso giusto il vostro matrimonio;

altrimenti la taccia diffamante

ch'egli v'ha carnalmente conosciuta

avrebbe sempre potuto pesare

come un biasimo sulla vostra vita,

e soffocarvi ogni futura gioia.

Quanto al suo patrimonio,

malgrado esso sia nostro per confisca,

lo trasferiamo interamente a voi,

a titolo di assegno vedovile,

per acquistarvi un marito migliore.

MARIANA -

O mio caro signore,

non bramo altro marito, né migliore.

DUCA -

Ma non bramate lui:

la sua condanna è ferma e irrevocabile.

MARIANA -

(Inginocchiandosi)

Gentile mio sovrano...

DUCA -

Inutile. Sprecate la fatica.

Su, portatelo al ceppo!

(A Lucio)

Ed ora a voi, compare.

MARIANA -

Mio caro e buon signore!...

Dolce Isabella, aiutatemi voi.

Prestami per poco le ginocchia,

ed io per tutti gli anni che vivrò

sarò al vostro servizio.

DUCA -

La importunate contro ogni ragione.

Se pure consentisse a inginocchiarsi

davanti a me per chieder questa grazia,

lo spirito di suo fratello morto

infrangerebbe il suo letto di pietra,

e la trarrebbe via con raccapriccio.

MARIANA -

Isabella, dolcissima Isabella,

fate soltanto l'atto

di mettervi in ginocchio accanto a me,

levate supplice in alto le mani,

senza dir nulla: parlerò sol io.

Si dice che sian gli uomini più buoni

ad essere impastati di difetti;

e che tanto più buoni essi riescono

per quanto tristi furon qualche volta.

Così colui ch'è ora mio marito.

Un ginocchio, Isabella: anche uno solo,

non vorreste prestarmelo uno solo?

DUCA -

Deve morir per la morte data a Claudio.

ISABELLA -

O mio generosissimo signore,

vogliate ancor posare il vostro sguardo

su quest'uomo che avete condannato.

Son portata a pensare che i suoi atti

furon guidati da sincerità,

finché non posò gli occhi su di me;

e se è così, non fatelo morire.

Per mio fratello fu solo giustizia,

in quanto il fatto per il quale è morto

egli l'aveva in realtà commesso;

nel caso d'Angelo, invece, il suo atto

non ha raggiunto il suo perverso intento,

e va perciò sepolto

come un intento perito per via.

I pensieri non son soggetti a legge;

e le intenzioni son solo pensieri.

MARIANA -

Sì, soltanto pensieri, monsignore.

DUCA -

La vostra supplica è del tutto vana.

Alzatevi, vi dico.

Or mi sovviene di un'altra infrazione.

Dite, Prevosto, come fu che Claudio

venne decapitato a un'ora insolita?

PREVOSTO -

Così mi fu ordinato, monsignore.

DUCA -

E riceveste un ordine ufficiale

per procedere a quella esecuzione?

PREVOSTO -

No, monsignore: un messaggio privato.

DUCA -

Per questo vi dichiaro licenziato

dal vostro ufficio. Datemi le chiavi.

PREVOSTO -

Perdonatemi, nobile signore:

io pensai che non fosse regolare,

ma non sapevo che fosse una colpa;

poi, ripensandoci, mi son pentito.

A riprova, c'è uno qui in prigione

che avrei dovuto pur mettere a morte

in base ad altro messaggio privato,

e che ho serbato in vita.

DUCA -

E chi sarebbe?

PREVOSTO -

Un tale che si chiama Bernardino.

DUCA -

Avessi agito tu così con Claudio!

Vallo a chiamare; fammelo vedere.

(Esce il Prevosto)

ESCALO -

Mi duole, signor Angelo:

un uomo sì istruito ed assennato,

come vi siete sempre voi mostrato,

scivolare così pietosamente,

prima cedendo alla foga del sangue,

e dopo per mancanza di giudizio.

ANGELO -

Mi duole d'esser causa d'afflizione;

e questo mi ferisce così a fondo

questo cuore pentito,

che bramo più la morte che il perdono.

È quello che mi merito, e la invoco.

Rientra il PREVOSTO con BERNARDINO, CLAUDIO (incappucciato) e GIULIETTA

DUCA -

Chi è di questi quel tal Bernardino?

PREVOSTO -

È questo, mio signore.

DUCA -

Mi parlava di lui un certo frate.

Mi dicono, compare,

che ti ritrovi un'anima incallita,

e non vedi più in là della materia

di questo mondo, e vivi in conseguenza.

Sei condannato a morte;

ma riguardo alle tue colpe terrene,

te le condono tutte, Bernardino,

e ti prego di usare questa grazia

a trovarti, pel tempo che ti resta,

un più giusto cammino nella vita.

Frate, lo affido nelle vostre mani:

consigliatelo voi per il suo meglio.

Ma chi è quello tutto imbacuccato?

PREVOSTO -

Un altro condannato che ho salvato,

e che avrebbe dovuto andare a morte

quando Claudio ha perduto la sua testa.

Somiglia a Claudio come Claudio stesso.

(Scopre Claudio)

DUCA -

(A Isabella)

Se tanto rassomiglia al fratel vostro,

gli faccio grazia, per amor di Claudio;

e per l'amor che di voi m'appassiona,

se mi volete dar la vostra mano,

e se dite di voler esser mia,

egli sarà un fratello anche per me.

Ma di ciò a miglior tempo.

Mi sembra di veder che il signor Angelo

s'è accorto d'esser salvo:

ho già visto il suo sguardo ravvivarsi.

Bene, il male ch'hai fatto, signor Angelo,

ti remunera, vedi, con il bene.

Cerca di amare adesso la tua sposa,

essa è degna di te.

Oggi mi sento in vena d'indulgenza;

e tuttavia c'è uno qui presente

che non posso davvero perdonare.

(A Lucio)

Tu messere, che dici di conoscermi

per uno stupido, per un codardo,

un individuo tutto lascivia,

un asino, un demente:

in che cosa ho sì bene meritato

di te, da dover tu tanto esaltarmi?

LUCIO -

In coscienza, signore, quelle cose

le ho dette solo per seguir l'andazzo.

Se mi volete impiccare per questo,

voi potete; ma mi starebbe meglio

se vi piacesse di farmi frustare.

DUCA -

Frustato prima, ed impiccato dopo.

Prevosto, fate proclamare in pubblico

se c'è una donna in tutta la città

ingannata da questo libertino

- perché ho sentito ch'egli si vantava

che ce n'è una da lui messa incinta -

che si presenti, e lui la sposerà;

ma appena celebrato il matrimonio,

sia prima fustigato e poi impiccato.

LUCIO -

Vostra Altezza, vi supplico,

non fatemi sposare una puttana.

Poco fa Vostra Altezza ha dichiarato

che io l'ho fatta duca.

Non compensatemi, mio buon signore,

facendo me cornuto!

DUCA -

Tu, sul mio onore, la dovrai sposare.

Le tue diffamazioni le perdono,

e ti rimetto pure le altre colpe.

Portatelo in prigione,

e badate a eseguire il mio volere.

LUCIO -

Sposare una bagascia, mio signore,

val quanto la tortura dello strizzo,(172)

delle frustate e dell'impiccagione.

DUCA -

Tanto merita calunniare un principe.

Claudio, tu bada a riparare il torto

a quella a cui l'hai fatto.

Mariana, gioia a te. Amala, Angelo;

l'ho confessata, e so la sua virtù.

Grazie a te, Escalo, mio buon amico,

grazie della tua grande cortesia:

t'è riservato maggior guiderdone

che questa gratitudine verbale.

E grazie a te, Prevosto,

per la tua cura e la tua discrezione;

saprò impiegarti in un più degno ufficio.

Tu, Angelo, perdonagli,

d'averti presentato, a casa tua,

il capo mozzo di quel ragusino,

gabellandolo per quello di Claudio:

la colpa si perdona da se stessa.

Per voi, cara Isabella, ho una proposta

molto importante per il vostro bene:

alla quale se presterete orecchio

con cuore ben disposto,

vostro sarà tutto quello ch'è mio,

e mio sarà tutto quello ch'è vostro.(173)

Bene, ora accompagnateci a palazzo,

"dove tra suoni e canti,

"vi mostreremo il seguito;

"vogliam che il nostro gaudio

"sia noto a tutti quanti".

FINE

NOTE:

(1) Una testimonianza recente a conforto di questa tesi è venuta dalla illustre attrice inglese Vanessa Redgrave che mentre redigiamo queste note sta recitando a Londra, al teatro "Globe", la parte di Prospero ne "La Tempesta". Gli inglesi, per le rappresentazioni shakespeariane e degli altri drammaturghi elisabettiani hanno voluto ricostruire dalle fondamenta lo stesso teatro - il "Globe", appunto - dove recitava, alla fine del '500 - principi del '600 la "Compagnia degli attori del re" ("The King's Men") della quale lo stesso Shakespeare faceva parte." Vedere una commedia qui - afferma la Redgrave - è tutt'altra cosa; nel senso che s'instaura una forte comunicazione fra attori e pubblico per via dello spazio circolare; e la gente, soprattutto quella in piedi al centro, può quasi toccare gli attori, può anche bere una birra e può parlare; tant'è vero che in certi casi al "Globe" vengon fuori battute estemporanee fra palcoscenico e pubblico". (Intervista al quotidiano "La Repubblica", 27 maggio 2000).

(2) Il nome Vincenzo non compare più nel testo.

(3) Compare solo nella scena 5a del IV atto, ma non parla.

(4) "Provost" nel testo, che altri traduce "Bargello"; ma Shakespeare il bargello lo chiama "Constable" (così in "Tanto trambusto per nulla" e anche qui, II, 1, 46. "... I am the poor Duke's constable").

(5) Il testo ha "Elbow", "gomito".

(6) Il testo ha "Froth", "schiuma", "spuma".

(7) Il testo ha "Abhorson", patronimico da "abhor", "aborrire", e "son", "figlio": uno della famiglia degli aborriti, nome che ben s'addice a un carnefice.

(8) Il testo ha "Mistress Overdone". "Overdone" è "troppo cotta", "stracotta". Una prostituta sfiorita e finita ruffiana è una "Spampanata".

(9) "To your sufficiency": "sufficiency" è qui sinonimo di "adequacy", "competenza"; ma il passaggio è ambiguo, tanto da far pensare a una lacuna tra "sufficiency" e il successivo "let them work", dove quel plurale "them" non si sa a chi riferire.

(10) "There is a kind of character in thy life": per "character" nel senso di "writing" = "carattere di scrittura", cfr. "Amleto", I, 3, 59: "And these few precepts in thy memory / look how characters".

(11) Senso: la natura, dagli uomini che ha favorito plasmandoli con più finezza degli altri, esige e s'attribuisce quel corrispettivo ch'è abituale pretesa d'ogni creditore: ringraziamenti per i beni conferiti e straordinarie prestazioni da parte dei soggetti da lei privilegiati.

Per "use" nel senso di "interesse" in Shakespeare, v. anche "Sonetti", VI, 5: "That use is not forbidden usury".

(12) "Hold therefore, Angelo...". Alcuni intendono (Praz): "Persevera, perciò, Angelo..."; ma non sembra che l'espressione s'accordi col contesto. Più plausibile è ritenere che il Duca porga ad Angelo la sua "commision" e questi esiti ad accettarla, per la ragione che dirà subito dopo; altrimenti avrebbe poco senso il successivo "Take the commision" del Duca al termine della sua tirata.

(13) Questa battuta di Angelo di smaccata e grottesca adulazione, insieme con la prima, di esagerato servilismo, son già servite a descrivere il personaggio.

L'immagine del metallo da conio è il traslato della moneta sulla quale viene impressa l'effigie del sovrano.

(14) Molti commentatori vedono, nella descrizione di questo duca così restio e schivo della folla e dei clamori, la figura del re Giacomo I, uomo notoriamente timido e modesto, e davanti al quale questa commedia fu rappresentata per la prima volta (probabilmente il 26 dicembre 1604). È probabile - come nota il Dover Wilson nel suo "New Shakespeare" di Cambridge - che questo passaggio, come quello della quarta scena del II atto, siano delle interpolazioni, inserite appositamente nel testo.

(15) I curatori vedono qui un riferimento a Mattia Corvino, re d'Ungheria e di Boemia, che nel 1606 aveva firmato una pace vergognosa col sultano turco a Zaitva-Torok. Ma il testo si comprende meglio senza questo riferimento. Il gentiluomo dice che la pace del re d'Ungheria sarebbe, per il Duca e i suoi sudditi a Vienna, una pace imposta da quel re, ed è naturale che i gentiluomini s'augurino che sia scongiurata.

(16) "Were grace as said": "grace" (al singolare) era per antonomasia una particolare preghiera che si chiudeva con queste parole: "Deus servat Ecclesiam, regem vel reginam custodiat, consiliarios eius regat, populum universum tuetur et pacem donet nobis perpetuam. Amen." ("Dio conservi la Chiesa, custodisca il re o la regina, guidi i di lei (di lui) consiglieri, protegga tutto il popolo e ci dia la pace perpetua. Amen".)

(17) Allusione alle contese di natura teologica, tra cattolici e protestanti, sul significato e sul valore della grazia divina.

(18) Cioè: sei così perverso, che non basterebbero, a cambiarti, tutte le grazie divine.

(19) "English kersey": "kersey" era il nome di una specie di panno di lana, ruvido e assai peloso, che si produceva a Kersey, nel Suffolk.

(20) Allusione alla sifilide, o mal francese. La cura mercuriale del male faceva perdere i capelli. Lucio, a quanto deve intendersi qui, è calvo.

(21) Continua l'allusione alla sifilide e alla sensazione di dolore provocata, nel parlare, dalle placche da essa prodotte sulla lingua di chi ne è affetto.

(22) Ancora allusione alla sifilide. Il testo ha: "But... forget to drink after thee", "ma scordandomi di bere dopo di te", per paura del contagio. Nei brindisi era uso passarsi la coppa del vino da uno all'altro.

(23) "Three thousand dolours": gioco di parole, intraducibile, sulla omofonia di "dolours" e "dollars".

(24) "A French crown": il cranio pelato per effetto della sifilide. Su questo significato di "crown" Shakespeare gioca spesso (cfr. "Re Lear", I, 4, 154: "Give me an egg and I'll give thee two crowns"; "Enrico V", IV, 1, 225: "But it's no English treason tu cut French crowns").

(25) Gioco di parole sul doppio senso di "sound": il 1° Gentiluomo dice: "I am sound", dove "sound" vale "sano"; Lucio intende "sonoro", che è l'altro senso del vocabolo, e dice che suona a vuoto. S'è reso il bisticcio come s'è potuto.

(26) In italiano nel testo.

(27) Quel che si son detti prima, però, non si sa. Nel testo non c'è. Secondo tutti i commentatori, deve trattarsi di alcune battute sul recente editto di Angelo contro i reati di oscenità, che sarebbero state stralciate dal copione.

(28) "The sweat", nel testo, per "the sweating-sickness", malattia mortale caratterizzata da abbondante diaforesi: assai diffusa in Inghilterra nei sec. XV e XVI.

(29) Il senso di queste tre battute è assai controverso. POMPEO, alla domanda: "Di quale reato lo si accusa?", risponde: "Groping for trouts in a peculiar river"; "groping" (o "tickling") for trouts" è espressione idiomatica per indicare lo speciale sistema di pesca della trota, che viene così descritto dal naturalista John Richard Jefferies (1848-87): "Groping for trout (or tickling)... is tracing it to the stone it lies under, then rubbing it gently beneath, wich causes the fish to gradually move backward in the hand, till the fingers suddenly close in the grills". Con lascivo ammiccamento, Pompeo paragona l'immagine del pescatore che pesca la trota col provocarle la piacevole irritazione nervosa del solletico, con quella dell'uomo Claudio che seduce Giulietta; immagine che poi sviluppa nella battuta seguente: "There is a woman with maid by him", dove "maid" è volutamente usato nel doppio senso di "vergine" e di "pesce" ("maid" è il nome di un pesce, l'alosa - "Alosa finta" - dal corpo quasi ovale) con evidente allusione all'organo genitale maschile.

Altri (Gallant) intende diversamente, e cioè che Pompeo, nella sua risposta a Madama Spampanata, nel ripetere la frase di lei, sopprime l'articolo davanti a "maid", prende il "with" in funzione strumentale, per significare: "Ha fatto con una vergine una donna". Tale interpretazione il traduttore ha ritenuta, anche se riconosce che il traslato del pesce (che si ritrova, tra gli altri, nel Praz) è più consono alla lubricità del personaggio di Pompeo; il quale è indicato, nelle istruzioni sceniche dell'in-folio, come il "clown" della commedia, degno buffone (tutt'altro che "matto") della prostituta Madama Spampanata, alla quale procura i clienti ed a questi serve vino e birra (più sotto la padrona lo chiamerà "Sor Taverniere").

(30) Giulietta non parla. Si deve dunque pensare - come nota il "New Cambridge Shakespeare" - ch'ella attraversi la scena e scompaia, senza assistere al dialogo di Lucio e di Claudio.

(31) "Thus... the words of Heaven": il potere assoluto fa ricordare a Claudio questo passaggio dell'Epistola di San Paolo ai Romani (IX, 15, 18): "... Io ho amato Giacobbe e detestato Esau. Che diremo noi dunque? Che c'è iniquità in Dio? Non sia mai. Perché egli disse a Mosè: "Io avrò mercé di colui al quale vorrò fare mercé". Così Egli fa misericordia a chi vuole, e indura chi Egli vuole". E, nell'aggiungere: "Ed è sempre giusto", Claudio esprime l'ironia del condannato, il quale non crede che la giustizia umana possa arrogarsi le prerogative e i diritti della giustizia divina.

(32) Per uccidere i topi si dà loro un veleno assetante; essi non hanno posa finché non bevono, e quando bevono scoppiano.

(33) Seguo la lezione dell'Alexander, "morality", diversa dal "mortality" dell'in-folio.

(34) "She is fast my wife", "Ella è fermamente mia moglie". Come nota J. W. Lever nell'"Arden Shakespeare", è da intendere che i due si siano sposati col rito detto "sponsalia per verba praesentium", che consisteva nel dichiararsi marito e moglie in presenza di testimoni, stringendosi la mano. Il matrimonio così contratto era vincolante, e i due non potevano contrarne altro, sotto pena di bigamia e di nullità. Claudio dunque è legittimamente maritato, e la sua condanna è illegale. Ma Angelo non ammette la validità d'un tale contratto, in causa propria, essendo anch'egli vincolato con eguale rito con la ripudiata Mariana.

(35) Il testo ha: "So long that nineteen zodiacs have gone round", "per tutto il tempo che diciannove zodiaci hanno ruotato intorno al globo", cioè diciannove anni, il sole impiegando un anno a percorrere l'ellissi delle costellazioni. Ma nella scena 3a di questo stesso atto il Duca dirà che il periodo fu di 14 anni: una delle tante sviste del copione.

(36) "The dribbling dart of love": "dribbling" si dice della freccia che sta per finire la sua corsa e non ha più la primitiva forza di penetrazione. Il Duca è avanti negli anni. La sua prima battuta lascia intendere che il frate che l'ha ricevuto in convento abbia creduto ch'egli sia andato a rifugiarvisi per fatti di donne.

(37) "Steeds" nel testo; ma l'in-folio ha "weeds", "erbacce", che però non ha nessun senso con morsi e briglie e freni. Vero è che "weed" si dice anche di cavallo di cattiva razza; ma l'uso al tempo di Shakespeare non è attestato.

(38) In verità, Claudio, nella 1a scena, aveva parlato di 19 anni (v. la nota n. 35); ma ha forse esagerato, o era male informato.

(39) "Lord Angelo is precise": "Precise" era l'aggettivo dato dai puritani inglesi a chi osservava la rigidità puntigliosa ("precision") dei loro costumi. Angelo è un loro rappresentante: inflessibile e corrotto, ipocrita amministratore di una giustizia in nome della quale perseguita e punisce negli altri le sue stesse colpe.

(40) "... what our seemers be": "seemer" è chi appare al di fuori quel che non è dentro, è l'appellativo che si dà ai bigotti, come Angelo è descritto.

(41) "Sir, make me not your story": "story", ha il senso di "fiction", "novel", "favola", l'oggetto del vostro riso. Lucio infatti risponde che non è favola, ma storia vera.

(42) "To seem the lapwing": "imitare il vanello", espressione idiomatica per "mistificatore", in toscano "trappolone", "fanfaluco". "Lapwing" è la pavoncella, detta anche "vanello" ("vanellus vulgaris") che si mette a gridare lontano dal proprio nido per stornare da esso l'attenzione degli estranei (cfr. "La commedia degli equivoci", IV, 2, 27: "Far from her nest the lapwing cries avay"). Lucio, da buon gentiluomo istruito, fa sfoggio di certi paragoni del linguaggio eufuistico.

(43) "Bore many gentlemen... in hand": per "to bear in hand" nel senso di "deludere", cfr. "Tanto trambusto per nulla", IV, 1, 302: "What! Bear her in hand...").

(44) "Tis very pregnant", letteralm.: "È del tutto intuitivo"; per "pregnant" nello stesso senso di "intuitivo", "di facile intelligenza", cfr. in "Dodicesima Notte", II, 1, 86: "... to your most pregnant and vouchsafed ear".

(45) Testo: "Some run breaks the ice". "To break the ice" si dice della nave rompighiaccio, che con la prua s'apre un varco sulla superficie ghiacciata dell'acqua; figurativamente è usata per intendere: "ottenere tutto ciò che si vuole"; la stessa immagine, al contrario, "to cut no ice", si dice per "non concludere niente". È espressione del linguaggio comune, eppure nessun traduttore italiano, a quanto mi risulta, l'ha intesa così. S'è tradotto addirittura (Antonio Meo, Garzanti, 1979): "chi sfugge alla pena del ghiaccio eterno", attribuendo a Shakespeare la visone dantesca di Cocito, che forse egli nemmeno conosceva.

(46) Gomito, il cui nome - come quello di Spumetta, di madama Spampanata e di Aborriti - abbiamo creduto di tradurre letteralmente, come sempre altrove in Shakespeare, è il cugino carnale di Dogberry/Corniola di "Tanto trambusto per nulla": è il solito personaggio che parla a strafalcioni, a parole enfatiche, spesso di senso contrario a quello che egli vuol dire, e rende facili tutti i giochi di parole e le facezie di questa scena. Escalo stesso non può far a meno di sorridere. Solo Angelo non si ciba di questo pasto a buon mercato. Shakespeare non perde occasione per satireggiare sull'ignoranza becera della polizia del tempo.

(47) Anche qui l'aggettivo "precise" ("... but precise villains they are") sul senso del quale - che Gomito usa però qui a sproposito - v. la nota n. 39.

(48) Gomito vuol dire qui, evidentemente, il contrario, ossia "timor di Dio".

(49) "He's out at elbow": "è coi gomiti di fuori". "To be out at elbow" è un modo di dire che equivale a "to be ragged", "to be in needy condition". Il nome inglese di Gomito è "Elbow", quindi egli, essendo fuori dai gomiti, è fuori di sé. Alcuni traduttori francesi suggeriscono (Koszul, Galland): "Il n'a pas coudées franches", "non può fare quello che vuole".

(50) "Hothouse", letteralm.: "bagno a vapore"; sinonimo di "bordello", "casa di malaffare".

(51) Gomito vuol dire "protest", "attestare"; e lo strafalcione dà il via alle battute seguenti, tutte impostate sullo stesso equivoco.

(52) Gomito dice "cardinally" per "carnally".

(53) "Before these varlets here": Gomito vuol dire "al cospetto di questi gentiluomini", intendendo Angelo ed Escalo; ma, come al solito, dice il contrario: "varlet" è "criminale", "malfattore".

(54) Le prugne cotte in un piatto, esposto sul davanzale della finestra, erano l'insegna dei bordelli.

(55) "In the Bunch of Grapes": al tempo di Shakespeare le varie sale e salette delle taverne avevano un nome (cfr. "Enrico IV - Prima parte", IV, 1, 27 e 36: "The Halph-Moon", the "Pomgarnet").

(56) "I'll be supposed upon a book": "The Book" è la Bibbia, il "libro" per eccellenza; e "supposed" sta per "deposed": "giuro depositando le mani su...".

(57) "Respected": Gomito vuol dire, evidentemente, "suspected"; lo strafalcione, ripetuto nelle battute seguenti, dà luogo ad un dialogo quasi demenziale, che, se poteva suscitare l'ilarità del pubblico dell'epoca, al nostro orecchio è peggio che melenso.

(58) Giustizia e Iniquità (il Vizio) erano personaggi delle antiche "Moralities": l'Iniquità è Pompeo, Gomito la Giustizia.

(59) Gomito dice "Annibal" per "cannibale". È lo stesso strafalcione che si ritrova, rivoltato, nella bocca di Pistola nell'"Enrico IV - Seconda parte", II, 4, 157: "Wich cannot... compare with Caesars and with Cannibals").

(60) Il Duca è tutt'altro che "povero"; ma Shakespeare continua a divertirsi a mettere in bocca a questo personaggio il gioco di dire una cosa per intendere il contrario.

(61) Il testo ha "Bum", deretano.

(62) La parrocchia ("parish") non era solo un'istituzione ecclesiastica; era una delle entità amministrative in cui si divideva la contea. I cittadini, agli effetti anagrafici, erano censiti per parrocchie.

(63) "All sects, all ages smack this vice": "to smack" ha qui il senso di "to flavour", "avere il sapore", "sapere".

(64) Il testo ha: "the groaning Juliet"; quel "groaning", che la traduzione ha tralasciato per evitare un pleonasmo, è il verbo che evoca le doglie della gravidanza (cfr. "Riccardo II", V, 2, 102: "Hadst thou groaned for him / As I have done...").

(65) In assenza di qualunque indicazione scenica, è da pensare che, durante il lungo colloquio che segue, tra Angelo e Isabella, Lucio se ne stia in disparte, da un lato della scena, mentre il Prevosto, che non parlerà più, se ne starà dall'altro.

(66) "Remorse": per l'uso di questo termine in Shakespeare nel senso di "pietà", v. anche sotto (V, 1, 100): "My sisterly remorse".

(67) "Like man new made"; altri intende: "Come il primo uomo creato", ossia l'uomo in tutta la sua innocenza, prima della caduta nel peccato. Ma forse è meglio intendere quel "nuovo" come "rigenerato dalla grazia". Isabella ricorda forse la frase di San Paolo: "... e siate vestiti come un novello uomo, creato a somiglianza di Dio in giudizio e vera santità" (Efes, IV, 24).

(68) Un antico brocardo latino sentenziava: "Dormitant aliquando leges, moriuntur numquam".

(69) "Glass": sta per "glassy-globe", che era lo strumento ottico di vetro, a forma di globo, di cui si servivano i divinatori (cfr. Spencer, "Fairy Queen", II, 2, 21: "The glassy-globe that Merlin made").

(70) La milza era considerata la sede del riso e dell'ira.

(71) "That skins the vice of the top"; altri intende: "che copre il vizio di chi sta al disopra". Ma il "to skin" nel senso di "ricoprire con una pellicola" si ritrova in "Amleto", III, 4, 147: "It will but skin and film the ulcerous place".

(72) "She speaks, and 'tis such sense that my sense breeds with it": Angelo usa "sense" nel doppio senso di "wisdom", "saggezza", e di "senses", "sensi", "sensualità".

(73) "Sicles", deformazione di "shekels", è il nome dell'antica moneta ebraica e babilonese. Isabella usa volutamente una terminologia biblica.

(74) Un verso intero per tradurre "fond" ("fond sicles") nel significato più fedele all'intenzione dell'Autore, che è, secondo l'"Oxford Universal Dictionary": "Valued only by fools".

(75) Angelo, fraintendendo il saluto di Isabella, che intende "your honour" come titolo onorifico, capisce come se ella avesse detto: "Dio salvi il vostro onore personale", e riferisce il suo "Amen" al proprio onore che sta dileguandosi per la tentazione di possedere Isabella.

(76) "Where prayers cross": dove la sua preghiera di possedere Isabella s'incrocia e contrasta con la preghiera di lei.

(77) "Evils": lo traduco "latrine" con lo Stevens e il Malone, e con riferimento al passo delle Sacre Scritture: "Essi demolirono il regno di Baal e fecero delle latrine fino ad oggi" ("RE", IV, 27).

(78) "Thieves for their robbery have authority": "authority" sta qui nel suo significato di "consession".

(79) "O cunning enemy": imprecazione al demonio, nemico dell'uomo.

(80) "A saint": questo attributo, che Angelo applica a se stesso, è la conferma che Shakespeare ha voluto fare di questo personaggio il prototipo del puritano.

(81) "I come to see the afflicted spirits": il Duca /Frate parla un linguaggio canonico: la stessa espressione si ritrova nella prima epistola di San Pietro (2, 19): "Onde altresì egli venne e pregò gli spiriti in prigione".

(82) Il testo dell'Alexander, seguendo l'Hanmer, ha: "O, injurious law!"; l'in-folio ha "O, injurious love"; e mi piace pensare che Giulietta imprechi al suo amore, che è "nefasto" perché è causa della morte di Claudio, e non alla legge "ingiusta". Anche perché la nozione di "ingiustizia" non c'è nell'aggettivo "injurious".

(83) "Wich the air beats for vain"; altri intende: "che l'aria agita come una banderuola", e vede un voluto bisticcio nella omofonia tra "vain", "vano", e "vane", "banderuola".

(84) Questa similitudine, piuttosto fredda e quindi stonata per il momento di estrema commozione di Angelo, non si spiega se non come una voluta smanceria a re Giacomo I, interpolazione che fa il paio con quella dei vv. 68-75 della 1a scena del I atto.

(85) Angelo dà, dentro di sé, al "pleasure" di Isabella ("I am come to know your pleasure") il significato di "piacere dei sensi".

(86) Cioè l'uomo, fatto "a immagine e somiglianza di Dio", secondo il credo cristiano.

(87) Cioè che compie un assassinio.

(88) Senso: un bastardo è come una moneta falsa, come questa risultato del versamento di un metallo dentro una forma proibita.

(89) Isabella intende "abbandonare la vita".

(90) "As these black masks...": probabile allusione alle maschere nere che le dame usavano portare andando a teatro. Il Dover Wilson crede di vederci anche un'allusione al "masque" che la Regina aveva ordinato a Ben Jonson per la notte della Befana del 1605, nel quale la stessa Regina figurò con le sue dame d'onore.

(91) "O perilous mouths" ha il testo, letteralm.: "O bocche pericolose" (in senso attivo, naturalmente, non per chi le possiede).

(92) "This outward-sainted deputy": "outward-sainted", "santificato-di-fuori" è tradotto ironicamente "santificetur" che è locuzione familiare per indicare persona "che sotto la vereconda parvenza altro nasconde" (A. Panzini, "Dizionario moderno", Hoepli, Milano, 1935, alla voce).

(93) Sul significato di "precise", che è nel testo, v. la nota n. 39. Poiché tuttavia, in italiano, l'aggettivo non ha il senso che hai in inglese, s'è dovuto aggiungere "il puritano".

(94) Nel testo dell'Alexander, che segue l'in-folio, il "luogo" e l'"ora" sono invertiti; seguo qui la lezione del Ridley, citato dall'"Arden Shakespeare".

(95) "Scaled": "to scale" è "pesare" e così l'hanno inteso molti; ma è anche "mettere a nudo togliendo intorno al corpo le scaglie" (come si fa col pesce).

(96) "Bastard" era chiamato un vino dolce di Spagna (il secco era il "canary"), di sapore simile al moscato. Qui il termine è usato in senso traslato, per alludere ai figli bastardi che la ruffianeria (Pompeo è ruffiano, al servizio d'una padrona ruffiana) favorisce che vengano al mondo.

(97) L'usura "peggiore" di cui parla Pompeo è quella degli strozzini, in contrapposto a quella delle meretrici, che invece di prestare denaro a strozzo, prestano il corpo al prezzo di mercato. Gli strozzini usavano portare la pelliccia d'agnello con guarnizione di volpe, o viceversa.

(98) "Picklock": alcuni commentatori vogliono che Gomito alluda a un qualche arnese fatto apposta per aprire fraudolentemente le cinture di castità; e lo mandi ad Angelo, pensando che questi ne abbia bisogno, essendo anch'egli fraudolento violatore di verginità. Ma è forse eccessivo attribuire tanta arguzia a un personaggio come Gomito: l'arguzia è, se mai, solo del poeta.

(99) Cioè procurarsi di che coprirsi, un vestito.

(100) Il Duca difende qui, davanti al capoguardia, la sincerità di Pompeo, che non ha remore a confessare la sua professione e quindi la sua colpa; in contrasto con individui, come Angelo, che le lor colpe ricoprono con un ipocrita perbenismo puritano.

(101) Cioè il cordiglio che cinge la vita del frate. Il Duca è vestito da frate.

(102) Escalo ha chiamato poc'anzi Pompeo "Pompeo Magno", l'avversario di Cesare; anche Lucio, continuando nell'ironica allusione, finge di vedere in Pompeo in catene che va al carcere, l'immagine del grande Pompeo, trascinato in catene dietro al carro di Cesare, come s'usava a Roma, quando i vincitori celebravano il trionfo percorrendo la Via Sacra su un carro tirato da quattro cavalli bianchi, dietro al quale venivano, in catene, a piedi, i nemici vinti.

(103) Pigmalione, celebre scultore dell'isola di Cipro, scolpì in bianchissimo avorio una figura di donna della quale s'innamorò perdutamente. Venere, accogliendo la sua preghiera, diede vita alla statua. Le "statue" che Pompeo usa sfornare "fresche fresche", sono le prostitute di cui è procacciatore.

(104) Cioè con una manciata di monete: il prezzo da pagare per possedere "vista e mangiata", "la statua".

(105) "... your mettle is the more": il metallo ("mettle") della catena o dei ceppi.

(106) "He puts transgression on it". C'è chi traduce: "è rigoroso con chi trasgredisce".

(107) "A motion": qui sta nel senso di "puppet-show", come nel "Racconto d'inverno", IV, 3, 91: "Then he compass'd a motion of the Prodigal Son".

(108) "For the rebellion of a coldpiece". "Coldpiece" era la pezza di stoffa (o di cuoio) che pendeva sul davanti delle braghe in corrispondenza dell'apertura delle gambe.

(109) "Mutton": nel testo, che vale "carne di montone", e anche "prostituta".

(110) "Keepdown": "Tienitigiù". È uno dei nomi che Shakespeare dà a certi suoi personaggi, secondo caratteristiche personali o secondo il loro mestiere.

(111) Passo assai controverso. L'in-folio ha "constant" nella seconda frase dell'endiade ("As it is virtuous to be constant in any undertaking"), che molti, con l'autorità del Dover-Wilson, intendono per "inconstant", e traducono "quanto è virtuoso essere incostante...". Si accetta l'emendamento, che sembra più consono alla logica della frase.

(112) Il passo è corrotto. Il testo dell'in-folio ha "Grace to stand and virtue to go", ed è variamente inteso, a seconda che si prenda l'"and" per un "se" (Dover Wilson, accettata dal Praz), o per una "e", e allora il senso viene ad essere: "la grazia per restare (integro moralmente) e la virtù per andare (verso gli altri)".

(113) "The moated grange": questa casa di campagna di Mariana, cinta da un fossato, più maniero solitario che fattoria, evoca - nota il Galland - lo stesso senso di solitudine che, nell'"Otello", vuole intendere Brabanzio quando dice (I, 1, 106): "This is Venise; my house is not a grange".

(114) Frase di senso oscuro. Ma è scritta così.

(115) "I do constantly believe you": "constantly" vale qui non "costantemente", ma "assolutamente", come in "Troilo e Cressida", IV, 1, 43: "I constantly believe...".

(116) Tutti i commentatori sono concordi nel considerare questa battuta moraleggiante del Duca come tutt'uno con quella della scena 2a del III atto, vv. 172 e segg., e nel ritenerle entrambe come facenti parti d'uno stesso monologo, spezzato in due dai compilatori dell'in-folio per esigenze di recitazione (qui l'esigenza era di riempire la scena nella pausa determinata dall'allontanarsi di Isabella e Marina).

(117) Il contratto di cui parla il Duca è quello della forma "sponsalia per verba futura", che, se non era un matrimonio vero e proprio, era un impegno formale a celebrarlo "sub conditione"; nel caso di Mariana, la condizione era la costituzione della dote pattuita, che, come si è visto, è andata perduta nel naufragio del fratello.

Diverso è il matrimonio fra Claudio e Giulietta, che è quello della forma "sponsalia per verba praesenti", consistente nel dichiararsi marito e moglie dinanzi a testimoni; tale matrimonio era considerato valido a tutti gli effetti della legge inglese. Tanto più crudele e persecutoria è perciò l'azione di Angelo contro Claudio, oltre che illegittima.

(118) Il Duca-frate parla in gergo canonico. La decima ("the tithe") era la decima parte dell'annuale raccolto, dovuta agli ordini religiosi. Il senso del traslato è: le cose sono ormai mature per sé, ma la parte a noi spettante (la "decima") del raccolto è ancora da seminare e spetta a noi gettare il seme e farla maturare come frutto della nostra azione.

(119) Doppio senso, piuttosto contorto: la "testa d'uomo" che il Prevosto dice a Pompeo di tagliare si dice in inglese "man's head"; ma poiché l'uomo - dice Pompeo - è la testa di sua moglie, esso è "woman's head"; e, associando "woman's head" con "maidenhead" (che letteralmente è "testa di vergine"), dice che non può tagliare una testa di donna ("a woman's head") che, essendo sposata, non ha più la sua "maidenhead", cioè la sua verginità. Il marito "capo" della moglie è così detto nella lettera di San Paolo agli Efesii.

(120) Con il suo ragionamento contorto Aborriti vuol dire, usando lo stesso argomento di Pompeo, che, come questi può affermare che il suo mestiere di ruffiano è un'arte perché le puttane, con le quali egli ha a che fare, si dipingono, cioè esercitano l'arte della pittura, così egli, che ha a che fare coi ladri, può affermare che i ladri, poiché sanno adattare a se stessi vestiti di qualunque taglia, sono come i sarti; e siccome i sarti sono degli artisti, anche l'attività del boia è un'arte.

(121) Il carnefice, prima di tagliare la testa al condannato, gli chiedeva perdono.

(122) Il testo ha: PREVOSTO - "Quale conforto c'è per Claudio?". DUCA - "Ce n'è qualcuno nella speranza".

(123) "With stroke and line": "stroke and line" si dice normalmente del "tratto di penna"; ma qui è evidente l'allusione allo "stroke", "colpo di mannaia", e alla "line", "corda del capestro", e cioè agli arnesi del boia.

(124) "Unsisting" è la lezione dell'in-folio, variamente, e abbastanza inutilmente, corretta in "resisting", "insisting", giacché "unsisting" è semplicemente la contrazione di "unresisting".

(125) È chiaro che il Prevosto si riferisce a Bernardino, che dormiva, ed è stato svegliato ("He is called up").

(126) Il testo ha "Upon the very siege of justice", letteralm.: "Da sul suo stesso scanno di giudice".

(127) "Insensible of mortality and desperately mortal": cioè, disperatamente privo di ogni senso d'immortalità (dell'anima), per quanto insensibile al pensiero di morire.

(128) Il testo ha: "Shave the head and the beard"; per assomigliare a quella di Claudio, che è giovane e non ha barba, ma - come si è visto - è anche calvo, la testa di Bernardino dev'essere liberata dei capelli - che forse sono grigi - e della barba, che un galeotto da nove anni deve aver verosimilmente lunga. Alcuni testi hanno "tie beard", che, se non è un refuso di stampa, viene a significare pressappoco lo stesso, perché "tie", tra i molti significati, ha anche quello di "to equalize", "to level", "to trimm".

(129) La figura di questo Duca, nuova ed originale nella folta compagnia dei potenti del teatro shakespeariano, non è - come osserva il Galland nella sua traduzione - quella del sognatore sentimentale, come il Duca d'Illiria nella "Dodicesima notte": egli è un "contemplatore dell'animo umano", figlio spirituale di Montaigne; uno psicologo curioso d'interpretare la natura umana, di scavarne i motivi, esplorarne le coscienze: un politico, in sostanza, che sdegna le acclamazioni della folla, preferisce la pace alla guerra, le manovre della diplomazia segreta ai plateali sfoggi d'autorità; e che si maschera per osservare da lontano quello che faranno gli altri senza di lui, e soprattutto per vedere all'opera quell'Angelo, la cui ipocrisia puritana egli ha sempre sospettato; che sotto l'abito del monaco va seguendo il corso dell'esperienza da lui stesso istituita: strano monaco, che prepara un condannato a morire senza parlargli della vita dell'aldilà, che si serve della religione come strumento di governo, senza crederci, e che non esita a mentire e a combinar un intrigo e tenerne le fila: senza passione, e con aristocratica freddezza.

(130) I nomi inglesi di questo, come degli altri personaggi enumerati di seguito da Pompeo, rispondono secondo un vezzo abituale, in Shakespeare, a certi loro connotati caratteristici. Il nome di questo è "Rash", "stordito", "svagato", "precipitoso".

(131) Per chiarire la ragione per cui mastro Svagatelli è in prigione per debiti, gioverà spiegarne il meccanismo. Egli ha ottenuto un prestito da uno strozzino per l'importo di 200 sterline, ma non ha intascato in liquido che 5 marchi (cioè circa 3 sterline: il marco valeva circa 1/3 di sterlina). Il testo ha "centonovantasette sterline", ma è chiaro che a queste bisogna aggiungere le tre ricevute in contanti, altrimenti il conto non torna. Le 197 sterline egli le ha ricevute in merce, carta da imballaggio e zenzero. Era questa una forma di strozzinaggio escogitata dagli usurai inglesi dopo che il governo, con un Act del 1571, aveva limitato gli interessi dei prestiti al 10 per cento: essi davano una piccola parte del prestito in contanti, per il resto facevano una finta vendita di merce, per lo più scadente e di difficile esito, che loro stessi s'impegnavano a vendere al meglio. La merce non si vendé, Svagatelli rimase debitore e finì in prigione, che era la pena del debitore insolvente.

(132) Lo zenzero secco, in polvere, veniva fatto bollire nel latte e serviva, soprattutto agli anziani, come cordiale.

(133) "Caper", "capriola", "piroetta".

(134) "Threepile", "tre pali".

(135) "For some four suits of peach-coloured satin, wich now peaches him a beggar": bisticcio tra quel "peach" di "peach-coloured" che vale "pesca" (frutto) e "peaches", da "to peach", verbo che vale "accusare", "proclamare colpevole". Si è risolto alla meglio con "pesca" (Colore) e "pescare" (verbo).

(136) "Dizie", "stordito".

(137) "Deepvow", "votoprofondo" (per alcuni "bestemmiatore").

(138) "Copperspur": "copper" è "rame", "spur" "sperone".

(139) "Starveylackey": "starve" è "affamare", "lackey" "lacchè", "servo".

(140) "Dropheir": "drop" è "sfruttare", "scroccare", e "heir" è "erede".

(141) "Pudding", "budello".

(142) "Forthright"; è uno che procede diritto.

(143) "Shoetie": "shoe" è "scarpa" e "tie" "allacciare", "legare", "annodare".

(144) "Halfcan": "half" è "mezzo", "can" è qualsiasi contenitore di piccole dimensioni, specialmente per liquidi.

(145) "Pots" è qualsiasi contenitore, di forma rotonda, di terracotta o metallo, usato per contenere liquidi.

(146) Cioè sono ridotti chiedere l'elemosina.

(147) Il testo ha, qui come altrove più sotto, "to be hanged", "per essere impiccato". Ma finora s'è parlato sempre di boia, di mannaia, e di teste tagliate; e siccome non si può assolutamente intendere "to hang" per "tagliare la testa", non si può che pensare ad un'altra incoerenza - e questa abbastanza grave - del copione.

(148) S'intende la paglia del giaciglio sul quale Bernardino dormiva.

(149) Come faccia Bernardino ad ubriacarsi, non si sa; non risulta che nelle carceri inglesi si somministrasse vino ai condannati.

(150) Cioè che stanno nell'altro emisfero, ai nostri antipodi. Vale a dire, prima che finisca la giornata odierna.

(151) In realtà, la lettera - come è detto nella scena 5a che segue - non è destinata ad Angelo, ma forse a Varrio; e non è recata dal Prevosto: un'altra distrazione del copione.

(152) La frase è palesemente ambigua: "Inizierem l'istruttoria a carico di Angelo, con obiettività e rispetto delle procedure di legge".

(153) Il testo ha "Good even", "buona sera"; ma poco prima il Duca e Isabella si sono scambiati tanto di "buongiorno". Un'altra distrazione del copione.

(154) Come ha fatto Lucio a sapere una cosa che sa solo il Duca, il Prevosto, e, ora, Isabella? Altra distrazione del copione.

(155) "... do not banish reason / for inequality": qui "inequality" è nel senso di "condition of superiority": "non bandire la ragione per rispetto all'ineguaglianza di condizione sociale tra me e il mio accusato".

(156) "Pray heaven you then be perfect": "perfect" vale qui "instructed", secondo il glossario dell'Alexander; e così è stato tradotto. Altri ha: "irreprensibile" e simili.

(157) "A ghostly father": bisticcio fra i due sensi del termine "ghostly" che vale "spirituale" e "simile a uno spirito, a un fantasma", quindi inesistente.

(158) "Conosciuto" in senso biblico: carnalmente.

(159) "That's sealed in approbation": si dice dei metalli preziosi, ai quali s'impone il marchio d'autenticità, e dei documenti ufficiali, ai quali il sigillo di autenticità dà efficacia.

(160) Latino per "L'abito non fa il frate". "Cucullus" è la veste con cappuccio tipica dei frati cappuccini.

(161) Qui c'è nel testo inglese, un diabolico gioco di doppi sensi, che ho potuto rendere come ho potuto, forzando un po' la lettera. ESCALO dice: "I will go darkly to work with her", dove "darkly" può significare "oscuramente" (per sottintesi, per allusioni) o anche - secondo molti - "in segreto", "a tu per tu". LUCIO intende "al buio" (che è pure letteralmente corretto) e, giocando poi sul doppio senso di "light", aggiunge che le donne "are light at midnight", dove il termine sta sia per "chiare", "lucenti" (non hanno bisogno di luce, quindi il buio sta loro bene), sia anche "leggere" ("generose" in senso morale, e "senza vesti", in senso materiale).

Per dare un qualche senso al testo italiano, ho dovuto mettere in bocca a Lucio quel "buio" che egli ha inteso abbia detto Escalo col suo "darkly".

(162) Il testo ha semplicemente: "Mmmm...", che è la mossa che fa l'attore, chiudendosi le labbra con due dita, ma che, alla lettura, non dice niente.

(163) "To rack": era una forma di supplizio consistente in una cornice quadrata di legno o di ferro con due rulli alle estremità; la vittima veniva legata a questi rulli per i polsi e le caviglie, e aveva le membra strappate dal loro movimento.

(164) Il testo ha "his", nell'in-folio. L'"Arden Shakespeare" spiega il passaggio alla terza persona col fatto che la frase è rivolta non più al Duca/frate, ma agli altri presenti.

(165) Gli ordini monastici sono organizzati in "province", che non corrispondono sempre alle omonime circoscrizioni amministrative, e a capo di ciascuna delle quali c'è un "padre provinciale".

(166) "(Like) forfeits in a barber shop". Passo controverso. Il Lodovici, seguendo, credo, lo Hart (A. Hart, "Vocabulaires of Shakespear's Plays", in "Review of English Studies", XIX, 1943), traduce: "come le filze di denti impiccate a un filo nelle botteghe dei barbieri" (i barbieri facevano anche i cavadenti, all'epoca); ma la nozione di "denti cavati" è impossibile trovarla nel termine "forfeit" che ha il significato ben preciso di "liste di atti sconvenienti (quindi proibiti) con le relative pene comminate". Così l'hanno intesa gli Autori dell'"Arden Shakespeare", e così mi pare di poter dire l'abbia voluta intendere Shakespeare. Altri (Galland) intende "forfeits" per le penalità, consistenti in un gotto di birra, cui erano condannati tutti coloro che osavano interrompere il barbiere nei suoi discorsi coi clienti che stava servendo.

(167) "Ship-biter" è il cane da pastore che morde le pecore della mandria per intimorirle. Figurativamente si dice di uomo donnaiolo: è l'equivalente di "marmonger".

(168) Lucio ha "creato" un duca, perché, strappando il cappuccio al frate, ha fatto venir fuori il Duca.

(169) È il motto, di origine biblica (v. la pagina di frontespizio) che giustifica il titolo della commedia.

(170) Il testo ha "Though you wouldst deny", ma Angelo la sua colpevolezza l'ha già confessata, quindi non la può "negare"; ma solo contestare la pena corrispondente, secondo legge.

(171) Il testo ha: "Denies the vantage": "negheresti (a te stesso) un vantaggio".

(172) Sistema di tortura consistente nel premere sulla vittima, fino a schiacciarla a morte.

(173) Antonio Meo fa seguire alla sua traduzione di quest'opera (Garzanti, "I grandi libri", 1977) questa acuta nota, che m'è sembrata quanto mai pertinente:

"Mi sono sempre domandato che ragione avesse Shakespeare di far fare questa proposta di matrimonio al vecchio duca. In "Come vi piace" (scena 2a, atto III) Touchstone (Pietraccia, n.d.t.) rimprovera al pastore Corin (Corinno, n.d.t.) "di consegnare a tradimento una pecorella di un anno ad un vecchio montone cornuto dal muso storto, un accoppiamento assolutamente irragionevole" (e innaturale - dice Touchstone, n.d.t.). Qui il vecchio montone non ha bisogno di ruffiano, fa tutto da sé. E Isabella che dirà? Subirà, o sfiderà le ire del potente con un rifiuto? Non è un sopruso del vecchio duca? Penso alla povera Caterina Howard, vent'anni, sposata a Enrico VIII, cinquantenne e impotente, fatta decapitare dal marito "per condotta immorale".

"Mi sa d'uno sberleffo del poeta a tutti i vecchi potenti impotenti, che mettono delle tenere fanciulle in gravi alternative. O le vociferazioni di Lucio hanno un fondamento? O forse per Isabella una clausura varrà l'altra? Comunque quella del duca è una proposta "assolutamente irragionevole" (e innaturale - aggiungo io, n.d.t.).

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