Molti scintillii albani

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MOLTI SCINTILLII ALBANI

di

Giacomo Ceccarelli

Sul palco una piramide a scale; in cima, solo, un grande albero con una grossa spaccatura nel tronco.

Dietro il Monte Albano in tutta la sua naturale indifferenza.

Elementi praticabili che ai due lati del palco serviranno da pulpito.

Personaggi:

Musicista

Fantasma

Andrea

Anita

Leonardo

Silvana

Padre di Anita e di Leonardo

Padre di Andrea

Tedeschi e Parenti

Poeta (voce fuori campo)

Quadro 1

.

Una luce magica investe l’albero che inizia a muoversi dolcemente come da una leggera brezza. Con naturalezza quasi senza farsene accorgersene.

Esce dalla spaccatura del tronco una donna, porta in mano una viola; scende le scale e arriva fin davanti al pubblico, si inchina e si va a sedere sul proscenio, su un lato della scena dove è già montato un piccolo leggio in metallo.

La sua musica sarà un canto, un corale, che accompagnerà la recitazione come uno sguardo dolce, materno. La sua presenza sarà compresa solo dal fantasma (la musica dovrà sottolineare ciò che normalmente noi non cogliamo, ma che Quinto Martini sentiva benissimo; il suono del vento, dell’acqua, della luce all’imbrunire, la dolcezza d’un momento o l’ansia di uno sguardo). La donna si accomoda dove abbiamo detto ed inizia a suonare una melodia d’introduzione, quando, dall’albero, esce un fantasma con dei sonagli ai piedi (tipo campanelli, di quelli tondi che si mettono al collo dei gatti, che fanno un suono lento, morbido), ed un lenzuolo bianco sulla testa.

Scende le scale armoniosamente; vediamo sotto un corpo di donna; si avvicina alla musicista; con un gesto saluta la donna (sbuca improvvisamente da sotto il lenzuolo una mano che gioiosamente sventola verso la musicista) e poi rivolto al pubblico, inaspettatamente , giosamente, si libera del lenzuolo:è una donna, sorridente, cosciente del pubblico davanti a sé; saluta, ed emozionata, allegra, come se stesse recitando una poesia di Natale, inizia a raccontare:

Fantasma

-Cos’è che fa emozionare le foglie, rendendole vive nel loro movimento in un giorno qualunque, ad un’ora qualunque, senza un motivo, senza un briciolo di vento od un perchè qualunque?

E’ quasi estate, un’estate qualunque, forse come quella che sarà...

E’ quasi estate, ed è sera. Non c’è vento ma l’aria è fresca ed il profumo che si sente è quello di verde, (inspira) di erba che finalmente, dopo la calura del giorno, respira. Non fa caldo ma questa calma e questo silenzio umano creano la temperatura ideale per una qualsiasi di queste passeggiate.

Dunque... uno cammina... (precisando) tu cammini... (un po più seria) Quinto, tu cammini passando al di sotto di uno qualunque di questi olmi ed improvvisamente le foglie dell’albero prima quiete ed assopite iniziano a muoversi, dolcemente, prima l’una poi l’altra, (aumenta il ritmo) lentamente, vibrano, tremano, tutte quante, strisciano sbattono cantano urlano!

Cos’è che ha fatto emozionare le foglie? La brezza, il vento, un uragano?

Tu cammini, cappello in testa, bastone in mano e vedi... ...ora si sono fermate.

Quinto Martini alza gli occhi ai rami, pensa: "cos’è che ha fatto emozionare le foglie? E’ stata forse solo un’impressione?"

Ora si sono fermate.

Cammina, tira dritto che già non ci pensa più.

Ora sono ferme.

Cos’è che fa emozionare le foglie in un giorno qualunque, ad un ora qualunque, senza un briciolo di vento, od un motivo qualunque?

Cos’è che ha fatto emozionare le foglie?

(esce indietreggiando lentamente) Sei stato tu Quinto, (quasi sottovoce) sei stato tu! (rientra nel cavo dell’albero).

Quadro 2

La musica lentamente si spenge e l’albero torna immobile.

Esce un uomo da dietro l’albero, vestito anni quaranta con un cappello sulla testa ed un bastone da passeggio in mano; si guarda intorno, come se cercasse qualcosa. Passa vicino all’albero che, quasi per magia, inizia a muovere i suoi rami assieme ad una sottilissima e dolcissima musica.

L’uomo si avvicina con circospezione, incuriosito; l’albero si ferma lasciandosi osservare. L’uomo si sposta proprio sotto ai rami e col bastone (la musica s’interrompe col colpo del legno) picchia su uno di essi.

Nessuna risposta.

L’uomo si allontana e, mentre è di spalle, quasi per magia l’albero rinizia a muovere i suoi rami.

L’uomo si ferma tra il pubblico e l’albero leggendo sulle nostre facce ciò che gli accade alle spalle. Un secondo solo per esserne certo e si volta per tornare sotto a quelle fronde.

Poeticamente la Viola ricomincia a suonare; ritorna alla memoria la storia raccontata prima dal fantasma, tutto è poesia e la musica è dolcissima, i campanelli tengono il tempo, ma le note vengono subito smorzate appena l’uomo comincia a gridare:

Vecchio -Ti ho trovato! Brutto vigliacco che non sei altro! (inveisce col bastone)

Scendi! Ti ho detto scendi! Per l’amor di Dio e di quella bravadonna di tua

madre! (batte forte e ripetutamente un ramo col bastone finché non si

stanca il braccio) Ti ho detto scendi!

Andrea -(si sente una voce tra i rami secca e decisa) -No! Ti ho detto di no babbo!

Vecchio -(riparte a battere) Di no?! Come se tu potessi scegliere! (ancora arrabbiato

tenta di disiscastrare il bastone che gli era rimasto tra i rami) Avanti scendi!

Andrea -T’ho detto di no!

Vecchio -Ed io invece ti dico di sì! Che non sarà certo mio figlio a farmi passare

per...

Andrea -Ho detto non scendo!

Vecchio -Non ti permetterò di farmi fare la figura del padre sciagurato!!

Andrea -Ma babbo! Io non ho fatto nulla!

Vecchio -A no (riprende a battere col bastone)?!

Andrea - Non ho fatto proprio nulla t’ho detto!

Vecchio -Lo dirai domani davanti al prete!

Andrea -Non vedrò nessun prete domani!

Vecchio -Come no! Vedrai!

Andrea -No! T’ho detto che tanto non la sposo!

Vecchio -E invece sì! Te lo, dico io! Che se avevo dieci anni di meno te lo facevo

vedere io se mi parlavi così! (stizzito tira un colpo di bastone e qualche

calcio al tronco dell’albero)

Andrea - Ma se non ci siamo neanche mai baciati!

Vecchio - Non importa! è una promessa che devi mantenere!

Poeticamente e un po’ divertita la viola ricomincia a suonare e si fa più decisa e forte, tanto da coprire le voci dei due uomini. Dura alcuni secondi, in modo da farci gustare il litigio tra il padre e il figlio che ora subisce una fitta sassaiola ad opera del padre; la musica si fa più dolce quando il vecchio, ormai stanco, esce e si sente il suono della voce fuori campo.

Quadro 3

Maschile e decisa è la voce di un poeta che recita la poesia in modo molto intellettuale, ampiamente in contrasto col parlare dei personaggi, ma non certo con la musica che accompagna le parole.

Luci, parole e suoni sono in odore di pioggia, di vento, come di presagio per una notte che deve arrivare

Poeta

-Molti scintillii albani ho in me questa sera.

E li sento nell’aria

che mi avvolge

e li sento nel petto

e nel cuore che batte.

Molti scintillii albani ho per me stasera

ma non importa chi sono

e non m’ importa quanti.

Sono solo e loro son tanti.

Molti scintillii albani ho con me questa sera

perché la notte si allarga

e tu,

solo,

ascolta,

che la notte

li accende.

Verso la metà della poesia si vede il fantasma che porta verso la musicista un piccolo braciere ed una coperta come per ripararsi dal freddo (ogni tanto guarda anche verso l’alto, come se si aspettasse che debba incominciare a piovere da un momento all’altro, fa cenno al pubblico scherzando sul fatto che si bagneranno tutti; si ode oltre alla musica il soffio del vento). Arriva fino all’altra donna e accende il fuoco come a creare un bivacco.

Tutto questo dovrebbe accentuare il senso di attesa delle parole del poeta.

Quadro 4

L’albero continua a troneggiare il palco. Di tanto in tanto si muove qualche ramo come se ci fosse qualcuno che sale tra i rami, come a raccoglierne i frutti. In un momento di indecisione la musicista, (che non ha notato il movimento dei rami), decide di alzarsi in piedi e di iniziare a suonare, così, tanto per rompere l’imbarazzante silenzio sul palco. La melodia viene immediatamente uccisa sul nascere da uno sparo di fucile. La musicista, indispettita, si lamenta a gesti col fantasma che le sta vicino; il suo spazientimento sembra voler dire: "ma così non si può lavorare", prende in mano il copione dal leggio per far vedere che l’errore non era suo. In risposta c’è il gesto affettuoso del nostro fantasma che è, evidentemente, incline alla pazienza e con la mano accompagna nuovamente lo spartito sul leggio.

Subito dopo un altro sparo appaiono due uomini (padre e figlio) che corrono fino in mezzo al palco guardando l’albero.

Leonardo - L’hai preso?!

Padre -Non credo, sarebbe caduto penso!

Un ramo dell’albero si muove lentamente, ma diversamente da prima: Noi capiamo che qualcuno lassù sta tentando di allontanarsi senza dare nell’occhio. I due uomini se ne accorgono, e uno fa un verso indicando il ramo mentre l’altro spara un altro colpo. Il fantasma e la musicista assistono alla scena divertite tappandosi le orecchie per lo sparo. La musicista si è lasciata andare e piano piano sorride della scena scordandosi del malumore di un’attimo prima.

Leonardo -Stavolta l’hai preso!

Padre -Penso di si!

Leonardo -Ma non cade.

Padre -No.

Leonardo -Sarà un papero?

Padre -Boh!?

Leonardo -O un fagiano?

Padre -I fagiani non stanno sugli alberi... credo!

Leonardo -(avido) Magari è un tedesco!

Padre -Ci mancherebbe quello!

Leonardo -Allora, se è un uccello, perché non è caduto a terra?

Padre -Forse non l’ho preso!

Leonardo -Ma a questo punto sarebbe volato via!

Padre -Può darsi sia un tedesco davvero, e magari l’ho solo ferito.

Leonardo -E che ci fa un tedesco su un albero?

Padre -Mah! Forse si nasconde!

Leonardo -Si? e da chi!?

Padre -Dai fascisti!

Leonardo -(sorridendo) E perché mai un tedesco dovrebbe nascondersi dai

fascisti?

Padre -Forse ha disertato!

Leonardo -Spariamo di nuovo!

Padre -No tre colpi passano, quattro e arriva la milizia!

Leonardo -Tiriamogli un sasso!

Padre -E se è davvero un tedesco?

Leonardo -Lo sentiremo gridare!

Padre -(preoccupato) Potrebbe essere anche un brigante!

Leonardo -Allora bestemmierà in italiano!

Padre -Speriamo sia solo un papero col collo incastrato tra i rami! Così

finalmente...

Leonardo -Si torna a casa!

Padre -Anita avrà il suo bel matrimonio con un bel banchetto!

Leonardo -(ridendo) Speriamo sia un tedesco così Anita avrà il suo matrimonio

ed io avrò qualcosa da festeggiare!

Padre -Non scherzare, già lo sai che è pericoloso girare col fucile... (il figlio

scherza sulle preoccupazioni del padre) senza averlo dichiarato!

(cercando una scusa) E poi il sole non è ancora sorto e non si vede

bene!

Leonardo -Oh babbo! Sei voluto venire te a caccia così presto!

Padre -E quando dovevamo andare se non ci fanno più neanche tenere i

fucili!

Leonardo -Tua figlia si poteva accontentare anche di qualcosa come di un

insalata, ad esempio, invece che spedirci a sparare ai disertori.

Padre -Ma che sciocchezze! Avanti lo sai che non è per lei... (fiero) Mai

nessuno dei miei figli ha avuto solo verdure al banchetto del suo

matrimonio!

E tu mi pare che al tuo di paperi e beccacce ne hai voluti diversi!

Leonardo -Ma non c’era la guerra!

Padre -Non permetterò a questi... ...signori di rovinare il matrimonio di tua

sorella! Prendi un paio di sassi e mira al ramo. Io lo tengo sotto tiro

...che non si sa mai!

Leonardo -(scherzando) Che forse i tedeschi non siano commestibili?!

Padre -Cretino! Avanti tira che si fa tardi!

Lancia il sasso che finisce tra i rami dell’albero poiché vediamo le foglie muoversi in quel punto. Un altro lancio e si sente un grido di dolore fra le fronde.

Quadro 5

Immediatamente dopo sentiamo, fortissime, delle sirene d’allarme (tipo portatile a manovella) e dei fari che come quelli di una torretta di guardia scrutano nel buio cercando qualcosa.

Dopo un po’ di confusione:

Padre -Porca Miseria la milizia! Scappiamo Leonardo!

Leonardo -No! Babbo scappa tu e dammi il fucile! A me non faranno niente!

Padre -Ma che dici !

Leonardo -Avanti tu sei già stato segnalato, non hai nemmeno la tessera!

Padre -Avanti non fare il fesso andiamo!

Leonardo -Tanto ci prenderebbero lo stesso non c’è un posto per nascondersi! E

se non trovano nessuno...

Padre -Ma che dici, andiamo, non ti lascio solo!

Leonardo -Lascia stare babbo, ti ho detto vai! Io sono a posto!

Padre -Scappiamo! Non sarà certo la tua centrale elettrica a difenderti!

Leonardo -Sono un tecnico, ed iscritto al partito (gli leva il fucile di mano);

mica vorranno lasciare le loro famiglie al buio... (Triste guardando

l’arma) …tutt’al più perderemo il fucile!

Padre -Chi se ne frega di qesto ferro vecchio!

Leonardo -Vai via!

Padre -Va bene! Ma rimarrò dietro all’albero!

Leonardo -T’ho detto vai via babbo!

Arriva un gruppo di militari, il giovane si volta verso di loro con le braccia allargate aspettando che arrivino; il padre si nasconde dietro l’albero.

Ancora il ragazzo sorride quando gli uomini gli si fanno davanti; prima che si riesca a vedere l’uniforme i soldati gli gridano in tedesco e lui capisce che non è la milizia.

Leonardo -Cazzo!

I soldati gli si fanno intorno a fucili spiegati. Lui alza vistosamente le mani.

Leonardo -Salve! (giustificandosi molto nervosamente) Lo so non dovevo

sparare

ma ho trovato il fucile intorno a quegli alberi e per curiosità ho

voluto vedere se funzionava... non mi sono accorto che era carico.

Naturalmente lo avrei consegnato alla prima caserma che...

I soldati cominciano a gridargli in faccia, gli strappano il fucile dalle mani, lo spintonano, qualcuno ride. Lui si difende verbalmente, dice che c’è un errore, che non è un sovversivo, che abita lì vicino che lo conoscono tutti, che lavora alla centrale elettrica e che possono chiedere informazioni a Poggio; fa per mettere la mano nel taschino per tirare fuori la tessera del partito ma uno dei tedeschi lo ferma con la punta del fucile e gliela prende, la mostra ai compagni che ridono e la butta a terra. Leonardo lancia anche qualche parola in tedesco a dimostrare che non è un nemico.

Tutto sommato sembra davvero esagerata la reazione dei tedeschi; sembra semmai che si vogliano divertire un po’.

Lo stanno per portare via ed in quel momento esce da dietro l’albero il padre che disperatamente ed inutilmente tenta di convincere i tedeschi a lasciare andare il figlio. Indubbiamente, il padre, comparso così dal nulla, desta attenzione ed ai soldati non pare il vero di divertirsi un po’ anche con lui. Dopo un po’ si fermano e fanno per portare via anche il vecchio.

Scende dall’albero un ragazzo (il nostro Andrea) che di corsa raggiunge il gruppo e preso per un braccio il vecchio inventa una scusa in perfetto tedesco e dissuade i militari a lasciare libero l’uomo.

I soldati se ne vanno via un po' confusi (probabilmente dalla scusa che il giovane ha inventato su due piedi) portandosi via il giovane cacciatore. Noi abbiamo quasi l’impressione che i soldati portino rispetto ad Andrea, quasi fosse una persona importante.

Quadro 6

I due uomini rimasti soli si voltano per tornare sconsolati verso l’albero quando vedono arrivare (è cambiata la luce, come per sottolineare un salto temporale) due donne verso di loro

.

Inizia la musica, prima piano, poi sempre più forte.

Una delle donne è Anita, che si sposerà il giorno dopo col giovane che era sull’albero (sarà la prima ad abbracciare il vecchio); l’altra è Silvana moglie di Leonardo che abbraccerà il suocero chiedendo, agitata, dell’accaduto non appena Anita lo lascerà per andare ad abbracciare il suo futuro marito.

Anita -Babbo, babbo cos’è successo! Dov’è Leonardo! (abbraccia il padre

dal quale non avrà però alcuna risposta e corre da Andrea)

Andrea -L’hanno preso i tedeschi, per via del fucile.

Dal racconto del padre (non sentito dal pubblico poiché la musica della viola coprirà in volume la voce degli attori ma compreso grazie ai gesti) Andrea, passa per quello che lo ha salvato non potendo "aimè" far più nulla per il povero Leonardo.

Come un temporale che lentamente arriva, la melodia è cominciata con delle leggere gocce; un’avvisaglia che nemmeno può far pensare alla tempesta futura (in questo momento parlano le donne). Ancora permette di poter udire distintamente le parole delle persone, ma poi, a poco a poco, cresce per volume ed intensità (il vecchio sta già raccontando) tanto da rendere difficile capire il senso del dialogo. All’incirca quando, intuitivamente, il pianto fa la sua naturale comparsa tra i personaggi, ecco che la musica, come una tempesta di note, un temporale di emozioni, scoppia in tutta la sua forza.

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Quadro 7

La musica, indifferente e bella, ormai, vive per conto suo (i personaggi sono chiusi in un abbraccio), perdendo, interesse per ogni vicenda umana.

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La musicista è tutta impegnata a suonare ed il fantasma si rende conto che non è più il catalizzatore della storia (guarda prima la musicista poi i personaggi, poi il pubblico), e risoluto ed anche un po' offeso, prende da un sacco un ammasso di pizzi e merletti e lo butta a terra tra le due donne, quasi con cattiveria, come per sfida. I due fidanzati non si sposeranno più per amore ( forse per Andrea non era mai stato così) ma ormai per dovere; anche per non permettere a questi ...signori di poter distruggere così facilmente le loro vite.

Bisogna precisare che il fantasma è come se fosse geloso dell’attenzione da noi rivolta per i fatti narrati sulla scena, fatti che vivono solo ed esclusivamente grazie a lui. Vuole essere sempre lui il protagonista dello spettacolo nonché il depositario della verità e del senso della storia. E’ lui che racconta e quindi il suo compito è principalmente quello di condurci per mano attraverso questo racconto senza permettere distrazioni di sorta e o pensieri che ci possano portare fuori dal suo disegno originale. E’ suo lo spettacolo; questo è il suo momento di gloria, è la volta, in cui, finalmente, può essere al centro dell’attenzione e non permetterà certo ad una scena troppo lunga o triste di farci in qualche modo scordare della sua figura.

La musicista ha già ripreso il controllo del suo strumento e lentamente (mentre la donna si veste) il temporale che avevamo sentito prima si trasforma, disorientato, in suoni e note emesse a caso, come se la viola stessa tentasse di accordarsi; come se un’intero quartetto di archi stesse accordandosi. Come se la musica, raggiunto il culmine della sua carica emozionale avesse tentato di andare oltre, costretta a reinventarsi una sua nuova teoria; non in grado di farlo, si perde, senza riuscire più a controllare le note che ormai escono dallo strumento per conto loro...

Note e suoni, di archi, emesse a caso.

Anita visto l’abito a terra inizia a vestirsi da sposa aiutata da Silvana.

Dopo è in piedi, sulla sinistra del palco; vestita di tutto punto ma con una fascia da lutto al braccio, il futuro marito sull’altro lato della scena.

Le note, emesse a caso dalla viola armoniosamente si fondono tra loro, ritrovano una certa armonia, lentamente, per trasformarsi poi nella marcia nuziale d’ingresso.

Si fa finalmente silenzio come in chiesa; una voce fuori campo,quella del poeta, dice:

Poeta -E tu, Anita, vuoi sposare il qui presente Andrea e vivere con lui tutta la

vita, nel bene e nel male nella salute e nella malattia così e sempre fino

a che morte non vi separi?

Anita -Si lo voglio!

La musicista al suono del Si si alza bruscamente in piedi come ferita dalla risposta e inizia, freneticamente, a riporre lo strumento. Guarda negli occhi il pubblico, come a cercare complicità.

Il fantasma non la vede poiché è di spalle a gustarsi la scena del matrimonio. E’ nel mezzo agli sposi, al posto del prete, più vicino a noi rispetto a loro e sicuramente un gradino più basso.

Poeta -Bene allora grazie al potere da me conferito vi dichiaro marito e moglie!

Il fantasma sempre nel mezzo, senza voltarsi, chiama con un gesto del braccio la musica che dovrebbe siglare l’unione avvenuta, ma siccome la musicista a questo punto sta già per uscire, la musica non arriva ed il fantasma si volta verso il bivacco per vedere cosa sia successo.

Quadro 8

La musicista sta andando via ed il fantasma, preoccupato, lascia tutto e la ferma abbracciandola proprio un attimo prima che questa esca di scena. Dietro, i due sposi stanno abbracciando alcuni invitati.

Il fantasma dunque riaccompagna l’altra donna un po' riottosa nuovamente al bivacco. Il nostro fantasma sorride, forse dell’ingenuità della musicista.

Gli rivolge queste parole:

Fantasma

-No, non puoi andare, non tu, non ora (la musicista come una bambina si lascia prendere e riaccompagnare al posto). Non sono loro, non ti emozionare, non è la storia che stiamo a raccontare; ma è questo posto, questa montagna; questo segreto (si tocca il cuore), il tuo respiro. E’ la terra sulla quale viviamo, quest’erba che calpestiamo, è questo vento che ci attraversa indifferente.

(lasciando la musicista al bivacco ed avvicinandosi agli spettatori) Camminavo, qui per questo campo, ed ho visto l’ardore (quasi meravigliata di aver trovato una rima così azzeccata) di due serpi in amore.

Mi sono avvicinata a queste che non smettevano, tutte prese com’erano dalla passione. Io sola, nel campo, davanti a quel silenzioso e clandestino e solitario fuoco mi sono commossa.

E’ questo il fatto (si sfila dal petto un delicato fiore di carta), in questo piccolo sentimento che ci bagna gli occhi e alle volte ci coglie improvviso senza avvertire, senza chiedere permesso, che ti ritrovi addosso, dentro, senza capire perché proprio questa volta ha scelto te.

Ecco è proprio qui la storia. Credo che non sei mai tu a commuoverti a creare in te questo sentimento, ma penso che la commozione sia come questo piccolo fiore di carta (ammirandolo) che cresce spontaneo tra queste terre, fra queste facce; alle volte semplicemente passandoci accanto ne sentiamo il profumo, altre veniamo attirati da una piccola macchia colorata che si lascia raccogliere fra l’erba, una piccola commozione che improvvisamente scopriamo dentro di noi.

Ma non sempre è un caso, e alle volte abbiamo bisogno che qualche serpe ci faccia l’amore accanto oppure che un bimbo rida fra le braccia del padre (indicando la statua alle spalle degli spettatori), o che un oste ci aspetti, seduto sull’uscio, a braccia conserte (indicando dietro l’altra statua) per vederlo, per amarlo, per trovarglielo (guardando il fiore) addosso.

Le emozioni, qui, sono come magie, tante piccole scintille colorate, un campo vivo di lucciole innamorate. Ci sono e ci stanno da sempre, e chiunque si è trovato a passare per questi campi e ne ha voluto sentire l’odore ed ha trovato l’amore, bene, allora si ricorderà di queste terre, del profumo, dei suoni e di queste persone importanti, e dei loro mazzi di fiori di carta raccolti.

Verso la fine del discorso la musicista trasforma la melodia che, convinta dal fantasma aveva iniziato a suonare in una musichetta veloce, un giro di accordi che danno l’idea di lavoro, di fermento; un po' come potrebbe essere in un alveare.

Quadro 9

Dietro alle due donne, sul palco, tornano in posizione i due sposi, vestiti ambedue da lavoro. Lui correrà sui suoi passi, lei laverà degli stracci in un catino. Ha ancora la fascia nera al braccio.

Corrono, lavorano, la luce li investe.

Andrea improvvisamente smette di correre, lei continua a lavare, lui si leva le scarpe, le appoggia accanto a sé. La musica si abbassa.

Andrea -Ciao amore!

Anita -Ciao (non smette di lavare i panni)!

Andrea -Cosa c’è per cena?

Anita -Cime di rapa lesse!

Andrea -Anche stasera?

Anita -Lo sai!

Andrea fa una faccia rassegnata e triste guarda per terra come se stesse cercando qualcosa per distrarsi. Piano piano, forse la trova o forse no, rincomincia a correre scalzo stando fermo sui suoi passi. La musica cresce insieme alla sua corsa.

Guarda il pubblico dritto negli occchi sempre correndo ed incomincia a raccontare.

Andrea

-La guerra ormai era sul consumarsi; i tedeschi avvertivano nell’aria odore di sconfitta. Gli americani stavano premendo da sud.

Piano, sottovoce, sentivamo i nomi dei paesi che andavano via via liberandosi mentre ancora noi sopportavamo l’occupazione di questi mostri.

Piano, sottovoce, sentivamo i nomi di quegli eroi che andavano via via combattendo mentre ancora noi sopportavamo di vivere chiusi nelle case, come se della liberazione non c’importasse niente.

Eravamo rimasti in pochi di uomini in paese, la maggior parte deportati chissà dove, altri incarcerati a Firenze e quasi tutti i miei amici scomparsi, alla macchia sull’Albano.

Qui ero rimasto quasi solo; mia moglie che per una promessa fatta alla Madonna avrebbe continuato a cucinare solo cime di rapa fino a che suo fratello non sarebbe stato liberato. La moglie di suo fratello, che, accettato con entusiasmo il voto delle rape, si era chiusa in silenziosa e disperata attesa. Mio suocero, che cercando di scaricare su di sé tutta la colpa dell’arresto, non ci riusciva e mi guardava con sospetto poiché ero riuscito a salvarlo solo grazie al mio perfetto tedesco. La tomba di mio padre, ormai muta silenziosa e fredda, bagnata con la pioggia e schioccante al suono del suo eterno bastone.

E poi restavano le lettere di mio cognato Leonardo, arrestato, rapito, ingannato, che ci riempivano di brucianti menzogne:

Si ferma improvvisamente (e con lui la musica) mentre si spenge la luce su di lui e si accende alle sue spalle, dove su di un altro scalino ci sta il cognato con due guardie ai fianchi come angeli custodi.

Quadro 10

Sorride, sembra contento nonostante le catene ai polsi ed alle caviglie.

Leonardo

-Cara Silvana amore mio, non preoccuparti per me che sto bene ( i due tedeschi si passano sigarette accendendosele a vicenda come se lui non esistesse) il carcere è duro ma grazie al mio lavoro alla centrale mi trattano bene e mi mandano sempre a giro per le caserme ad aggiustare gli impianti difettosi, quindi vedo tantissima gente e questo (i soldati non sapendo cosa fare iniziano a punzecchiarlo, prenderlo in giro e a tirargli botte; tutto questo mentre lui parla alla moglie) mi fa passare il tempo più velocemente. Non vedo l’ora di riabbracciarvi tutti quanti.

Salutami mia sorella Anita e di al babbo di non preoccuparsi che non mancherà molto che torneremo a caccia di paperi, e di giorno stavolta! Così riusciremo finalmente a prenderne qualcuno.

Non vedo l’ora di fare un bel pranzo, con tutti voi, magari anche con don Francesco il quale mi saluterai senz’altro.

Un bel pranzo mi raccomando! Di quelli che ci si alza da tavola alle quattro del pomeriggio.

Ti saluto e ti penso tanto, tuo Leonardo. Post scriptum (serissimo): Di’ ad Andrea che gli voglio bene e soprattutto che sia vigile.

Si rispengono le luci su di lui tra le percosse dei soldati mentre si riaccendono su di Andrea che ricomincia a correre a tempo di musica.

Quadro 11

Andrea

-Vigile... Ti voglio bene... E perché mi chiamava in causa? A me sembrava di aver fatto già abbastanza salvandogli il padre. Sii vigile... Si va bene! Sii vigile ed intanto mangia cime di rapa lesse mentre tutti i tuoi amici stanno ora, fieri, stringendo l’acciaio coi denti, lassù fra le montagne.

La guerra era sul finire ed io non vi avevo preso parte. Ormai tutti i miei amici erano andati ed io solo a dover restare qui, vigile.

La guerra era sul finire ed il mio parlar tedesco era preziosissimo.

La guerra era sul finire ed io ero ancora qui in paese legato ad una responsabilità che non avevo cercato.

Pensavo che un giorno un mio amico sarebbe sopravvissuto e mi sarebbe venuto incontro ed abbracciandomi mi avrebbe detto: "Ce l’abbiamo fatta Andrea ci siamo riusciti!" Ed io con quale sguardo, con quale faccia sarei riuscito a chiedere dove erano finiti tutti gli altri?

La guerra era sul finire ed avevo permesso che tutti i miei amici partissero senza di me.

La guerra era sul finire ed io non volevo restare solo, qui, vigile.

Rallentando la corsa per arrivare a fermarsi. Accanto si riaccende la luce sulla moglie che sta ancora lavando; queste parole sono rivolte a lei con una dolcezza straziante; però, lei, sembra non sentire:

Andrea -Ti voglio bene Anita, sii vigile e pensa, se puoi, anche a tuo padre e

alla Silvana. (si infila le scarpe e torna a parlare con voce piuttosto

fredda) Cosa c’è per cena?

Anita -Rape, rape lesse.

Andrea -Io Esco!

Anita -Non fare tardi!

Andrea -Cercherò!

Scende dallo scalino ed esce dalla scena; si spengono le luci che illuminavano i due sposi, per andare ad illuminare nuovamente Leonardo sempre incatenato e sempre fra i due soldati. Stavolta però è molto malridotto e con i vestiti sporchi e strappati.

Quadro 12

Legge come prima una lettera che è sempre e solo scritta nella sua testa:

Leonardo

- Reverendo, caro Don Francesco la prego di fare lei, a suo tempo, questa triste comunicazione a mia moglie ad alla mia famiglia, ma non subito, che il peso di questi giorni non gravi ulteriormente.

Sono stato per un errore ricollegato ad un gruppo di partigiani presi durante un rastrellamento tra le nostre montagne ed a nulla sono servite le mie e le loro spiegazioni.

Domani alle ore 17 ci sarà la mia fucilazione.

Me ne vado tranquillo e poiché ho tanto amato sono sicuro che il Signore mi prenderà con sé in Paradiso.

A momenti arriverà il Cappellano per la comunione e la confessione, darò a lui questa lettera in modo che ve la faccia recapitare.

Vi prego non date ora questa notizia a mia moglie tanto più che sta aspettando un bimbo e potrebbe provocarle male. Le direte poi in seguito di educarlo come meglio può e di farsi coraggio e che io la veglierò dall’alto dei cieli. Ditele anche che muoio pensando a lei che ho tanto amato e di non scordarmi mai, e di parlare di me a mio figlio o figlia che sarà dicendogli di essere fiero del babbo che è morto guardando dritto negli occhi l’assassino. O se non vorrà dirglielo che faccia lei che ha sempre fatto bene.

Caro Don Francesco la prego di immedesimarsi nella situazione e di far sapere questa notizia il più tardi possibile a mia moglie.

suo Leonardo

e preghi per me che ne ho tanto bisogno

In questo momento scrivo anche a mia moglie ma senza dirle nulla:

Silvana, dolce amore, in fretta e furia ti posso scrivere queste poche righe dopo tanto silenzio. Se in seguito non avrai notizie non preoccuparti troppo, perché non mi sarà possibile scriverti. Per molto tempo non ci vedremo perché sono trasferito in un carcere del nord. Fatti quindi coraggio, non avvilirti, sii sempre forte e trova conforto nel bimbo che hai con te. Pensa anche all’Anita e al babbo ed anche ad Andrea, che ti aiuteranno certamente a superare questo momento.

Ricorda che su nel baule c’è il libretto postale con i miei risparmi; ci sono quasi settemila lire; questo te lo dico perché non si sa mai e perché potresti averne bisogno. Ti amo tanto e per sempre! Ciao, prega per me che ne ho bisogno. Ciao amore, tesoro. Tuo, che tanto ti vuole, Leonardo.

Si spenge la luce su di lui mentre si allontana tornando tra le grinfie dei tedeschi che lo portano via (forse un po’ di musica).

Quadro 13

La luce si riaccende su di Anita che sta ancora lavando i panni quando improvvisamente arriva tutta di corsa Silvana, felice, e con un biglietto in mano va ad abbracciare la donna.

Silvana - (piangendo di gioia) L’hanno liberato! Anita l’hanno liberato!

Anita - (facendo cadere il catino con l’acqua) Chi? Quando!?

Silvana -I partigiani! Hanno liberato tutti! (mangiandosi le parole dall’emozione)

Hanno assaltato il convoglio che li stava portando... oh Dio! (quasi

sviene) ...che li stava portando su, in quel carcere su al nord!

Anita -(si abbracciano strette) Oh Dio ti ringrazio! (si leva la fascia nera e

La butta a terra)

Silvana -(piangendo) I partigiani... sono stati i partigiani... Hanno dato la loro

Vita per il mio Leonardo

Anita -(bloccandosi) I partigiani! Quanti erano!? ed ora dove sono, come

stanno?

Silvana -Non so! Leonardo è con loro, insieme a tutti gli altri; li stavano per

fucilare quei porci!

Arriva il padre, triste con un foglio aperto in mano. La Silvana lo vede e lascia Anita per correre verso il suocero.

Silvana -E’ di Leonardo vero ?!

Strappa dalla mano del vecchio il biglietto e corre a leggerlo dall’altra parte del palco.

L’uomo sempre triste, non fa caso alla nuora (che in questo momento legge e si stringe al petto la lettera, legge un altro po' e se la ristringe al seno) e lentamente va verso la figlia. che è rimasta con un’espressione smarrita, si guardano; l’uomo si ferma; Anita lentamente capisce e dopo due secondi raccoglie da terra la fascia nera e tenta di riannodarsela al braccio.

L’uomo si avvicina e l’aiuta. Una volta fatto il nodo si abbracciano senza dire una parola.

Sull’altro lato del palco Silvana continua a leggere sorridendo (fa qualche passo in avanti per attirare su di sé l’attenzione) finché non trova le parole che annunciano la morte di Andrea. Cambia immediatamente espressione e rivolge lo sguardo alla cognata ed al suocero ancora stretti nel nodo dell’abbraccio. Tre secondi e li raggiunge.

La viola inizia con questo abbraccio a suonare dolcissimamente, lentamente, la canzone partigiana "Fischia il vento Urla la bufera". Appena ne abbiamo abbastanza il fantasma sale anche lui sul palco ed abbracciandoli tutti e tre li porta fuori dalla scena.

Quadro 14

Mentre la luce e la musica cala (rimane luce solo sull’albero e piccolissima sul bivacco dove la musicista continua a suonare una magica melodia) si riode la voce del poeta:

Poeta

-Molti scintillii albani ho incontrato stasera

e ne tengo il ricordo

ed il profumo lo sento

molti scintillii albani mi hanno cercato stasera

e che mi hanno trovato

questa terra ringrazio

molti scintillii albani ho riunito qui nel mio cuore

un battito è per ognuno di loro

ma non basta il tempo e non bastano i cuori

molto grande è la terra e sono tanti i suoi fiori.

Incalza la musica a terminare la poesia e mentre poi si spegne l’albero torna a muoversi magicamente come all’inizio dello spettacolo.

Ne esce dal tronco il fantasma che avvicinandosi agli spettatori inizia a raccontare.

Quadro 15

Questo è un racconto che il fantasma fa direttamente al pubblico, muovendosi, catturando la loro attenzione in modo da non lasciarli "soli" neanche un istante.

Porta in mano un fiore di carta che metterà poi dietro all’orecchio della musicista.

Fantasma

- Mi manca, eccome se mi manca. Ancora lo rivedo quando per la prima volta si accorse di me. Tornava a casa, di sera, passeggiando spensierato lungo il greto della Furba; fra i canneti, i suoi pensieri, gli sgocciolii dell’acqua, ed i fruscii del vento. Passava spesso da lì, passeggiando, forse per ascoltare meglio il suo spirito, imbevuto di quei profumi, di quelle voci, o forse semplicemente perché amava osservare il sole, che nel suo cammino lasciava la nostra valle al buio e all’imbrunire.

Mi manca.

Stava tornando da una di queste passeggiate quella sera. Non so, forse quel giorno era stato per lui particolare, forse a Firenze gli avevano dato una commessa speciale, o forse ancora, più semplicemente, quella sera non aveva niente per la testa e camminava soltanto, respirando l’aria ed ascoltando i suoi passi nell’erba.

Quella sera, ma come quasi tutte le altre sere, vidi sbucare Quinto Martini dal greto del torrente e venirmi incontro.

Mani in tasca, cappello, occhi acquosi e sorriso perso chissà in quale mulinello della sua mente; come quasi tutte le sere, stava tornando a casa attraversando quel campo di olmi che sta sul sorgere dell’Albano.

Io, fantasma di questo campo, costretta a vivere legata a questo spiazzo di terra da chissà quale maledizione e per chissà quanto tempo ancora, come tutte le sere, lo stavo aspettando.

Non poteva vedermi.

Non si vedono i fantasmi.

Tutte le volte che passava per il mio luogo, mi avvicinavo a lui, e, fino a dove mi era permesso, camminavamo l’una accanto all’altro; in silenzio perché certo non mi sentiva.

Quelle mute passeggiate erano per me una festa, una intima festa col mondo che ormai mi aveva scaricato, incarcerato, relegandomi in questo lembo di terra, dimenticato da Dio e dagli uomini.

Era l’unico a passare da quelle parti e fu quindi facile per me, che non potevo vedere nessun altro, affezionarmi a quell’uomo innamorato, silenzioso e strano, che senza saperlo veniva a farmi visita di tanto in tanto, se lo permetteva il tempo.

Si; fu facile per me affezionarmi, tant’è che qualche sera, mentre passeggiavamo, io, con timore, stupidamente, come se potessi essere scoperta, come se potesse sentirmi o come può fare un amante al mattino, con la paura di svegliarlo, con il cuore in gola, silenziosamente, gli prendevo la mano o gli accarezzavo il viso. Il fatto che non se ne accorgesse mi tranquillizzava il cuore e mi permetteva di gustarmi appieno quei pochi metri per me magici.

Fu una di quelle sere, che forse presa furiosamente dalla malinconia, dal mio ego, (sottolineando divertita la rima) dalla nostalgia, gli lasciai la mano e due passi avanti a lui mi bloccai sicura, immobile sul suo cammino.

Il mio spirito attraversò il suo corpo.

E’ indescrivibile la sensazione che prova un fantasma attraversando il corpo di un vivente: No, non è certamente legata alla possessione come in molti vogliono far credere. E’ qualcosa più legata a profumi, a odori, a stati d’animo. E’ come quando stai congelando, e sei lì bagnato e nudo, con la pelle viola ed i muscoli di granito, tanto che non sai se muoverti o contrarli ancora di più per scampare al freddo, che, inaspettatamente, una ventata calda colma di odori e di voci familiari, improvvisamente ti investe ti avvolge e ti scioglie immediatamente. Un abbraccio caldo morbido ed asciutto. E’ come trovarsi improvvisamente in un nuovo luogo, con i suoi profumi, i suoi nuovi sapori.

Il mio spirito attraversò il suo corpo.

Io ero appena ora stata dentro di lui.

Ero li immobile; gli davo le spalle, tentando di riprendere fiato commossa da quel calore mai più sentito, che mi voltai per vederlo sfilare via come nulla fosse, attraversata, rassegnata a quella relazione univoca concessa solo a me a alla mia fantasia.

Per vederlo sfilare via mi voltai, aspettandomi il suo passo lento e le sue spalle indifferenti e lontane.

Mi voltai.

Quinto era fermo dinanzi a me e mi guardava.

Ancora lo rivedo quella volta che si accorse di me.

Era fermo immobile gli occhi aperti attenti, fiutava l’aria come un cane da caccia che ha sentito un lieve rumore. Immobile si guardava intorno tentando di riprendersi sorpreso da quella sensazione che l’aveva sfiorato.

Io ero più immobile di lui. Impaurita. Sentivo le mie gambe tremare, non sapevo se di lì a poco mi avrebbe ucciso la sorpresa oppure il panico. La mia vita che fino ad adesso si era rassegnata, aggrappata a quell’irreale, flebile fantasia, ora aveva una prova certa della sua vera esistenza.

Mi trovai terrorizzata.

Immediatamente ebbi la certezza che Quinto Martini non sarebbe mai più passato di qui.

Mi prese il panico, ricordo il vento, la confusione, i rami, le luci e le foglie che giravano intorno. In un mulinello di paure forse svenni, scoprendomi ancora più umana di quanto non pensassi.

Qualche giorno dopo come sempre io ero lì puntuale di sera. Guardavo le luci che cominciavano ad accendersi laggiù verso la Calvana quando vidi il mio Quinto Martini sbucare dal greto del fiume e venirmi incontro.

Era diverso; due occhi, non più spensierati, erano ora attenti a guardarsi intorno tradendo curiosità e forse agitazione. Il passo era svelto, ansioso. Io rimasi senza respiro; lui si fermò in mezzo al campo ascoltando l’aria intorno.

Mi feci coraggio e mi avvicinai. Non poteva vedermi. Si guardava intorno roteando su un piede fiutando l’aria. Normale, naturale, soliti profumi. Piano piano un sorriso prima indeciso diventava concreta certezza. Semplicemente molto umilmente mi stava dimenticando, scordava quel primo istante, quella sensazione fantastica che ci aveva colti impreparati un po' di tempo prima.

Da lì a poco non sarei più esistita neanche nella sua fantasia.

Feci una cosa stupida, senza pensarci: lo baciai.

Immediatamente si ritrasse e sgranò gli occhi sfiorandosi la guancia dove sicuramente aveva sentito qualcosa. Quegli occhi, un attimo prima sorridenti e sinceri di umana sapienza, ora trasparivano ignota certezza. I suoi muscoli immobili e tesi trapelavano attenzione. Un silenzio durò un attimo, oppure un’ora.

"Dunque esisti"

Queste furono le parole che un uomo, di sera, da solo, pronunciò ad un campo di erbacce ed ad un vento che per caso soffiava a quell’ora fuori dall’abitato di Seano in Prato.

Senza testimone alcuno parlò a quell’erba che, immobile e disperatamente emozionata, lo stava ad ascoltare.

Chissà, forse per uno scherzo della natura, o per una dolce concessione all’umana Pietà, quell’uomo, quell’artista, quella sensibile anima che per caso, a quell’ora navigava tra Capezzana e Carmignano, da quella sera fu in grado di sentire la mia presenza.

Non gli parlavo; non poteva sentirmi; era lui curioso a fare domande; e semplicemente sfiorandolo o toccandolo era in grado di percepire i miei pensieri, i miei sentimenti.

Da quella sera finalmente anch’io esistevo; registrata all’anagrafe di un’umana memoria; e non importa degli amici che lui portò in seguito sperando che anch’essi fossero in grado di ascoltarmi o soprattutto capaci di distrarmi da quell’eterna solitudine.

Nessuno al mondo oltre che lui meritava od era capace di sentire, in questo pezzo di terra, il suono che fa la luce all’imbrunire.

Nessuno al mondo, da quella sera, oltre che lui, aspettavo passasse per il mio campo. E mi aspettavo domande semplici, su come era stata la giornata, sul sole o sulle nuvole su come secondo me sarebbe andato il raccolto, poiché alcuni suoi amici avevano investito tutto su alcune colture.

Mi amava?

Durante la notte, quando tutto il carmignanese dormiva, giocavo a pensare di sì.

Amavo credere che quel suo arrivare, a volte di corsa ma in orario, al nostro appuntamento (l’imbrunire) fosse dettato da un sentimento particolare, più forte di un’amicizia, certamente più debole, è chiaro, dell’amore che ricordavo, ma senz’altro sincero.

Fu mentre facevo questi pensieri, che una sera, mentre guardavo rapita la sua figura che tutto di lui esprimeva, sentii queste parole:

"A momenti non sarò più in grado di venirti a trovare"

Un fantasma non può dire di sentirsi morire; fu qualcosa di peggio.

Fu qualcosa che mi lasciò senza fiato, e lui se ne accorse, perché non sentendo più niente, senza più dire una parola se ne andò tornando quella sera a casa, qualche minuto prima.

Da quella volta non ci parlammo più come un tempo (era la fine degli anni ottanta) e mi rimase nel cuore solo la cicatrice di un amore che sicuramente non era mai esistito.

Tempo addietro vidi una mattina, arrivare su dalla Baccheretana, un corteo di ruspe e di trattori ed un uomo che era stato il mio eroe, il mio ultimo compagno, con un elmo colorato di plastica rigida in testa guidare quel rumoroso convoglio, come per conquistare il mio piccolo spazio di terra.

Mi fidai lasciandoli passare.

"A momenti non sarò più in grado di venirti a trovare ma lascio questo parco, così che molte altre persone siano in grado di incontrarti"

Mi manca. Eccome se mi manca.

Ancora lo rivedo quando, ormai vecchio, per l’ultima volta mi salutò.

Tornava a casa, stanco, lasciandomi nel suo Parco Museo.

Lo fece per me? A me piace pensare di sì.

Ne ho quasi la certezza la domenica mattina quando il parco si riempie di famiglie e di ragazzi diventando di una bellezza estrema, o quando vedo che qualcuno arriva solitario col giornale, probabilmente per godersi un po’ di silenzio e si siede su di una panchina e non riesce a leggere perché si mette a guardare i bambini col pallone; no, ne sono certa!

Ed io giro fra queste persone finalmente non più sola, e lo cerco e mi illudo (o forse no) di ritrovarlo nelle grida dei bimbi o nei giornali non letti lasciati sulle panchine, o nelle donne con la busta della spesa che tagliano la strada incespicando su questa spessa ghiaia.

Dentro questi ritratti di bronzo scuro alle volte mi nascondo e se ho fortuna, e spesso mi succede, alla persona libera, in visita, che finalmente mi guarda, attraverso quel bronzo freddo che al sole si riscalda (indicando la statua "Ragazza seanese dormiente"), io strappo un sorriso od una carezza.

(Si allontana camminando all’indietro, dice le ultime battute quasi sottovoce, proprio mentre esce di scena), Sei tu Quinto (allargando le braccia come se fosse il centro dell’universo), sei stato tu... (scompare dentro l’albero)

Si spengono tutte le luci sul palco tranne che per la musicista che dopo qualche secondo, finalmente, finisce di suonare. Fa un inchino ed esce.

FINE

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