Muri di vita

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MURI DI VITA

MURI DI VITA

di

Davide Monti



ATTO PRIMO
Scena prima

Il palco è diviso in tre settori da due muri sottili e rimarrà così per tutta la rappresentazione.
I primi due settori da sinistra sono illuminati e rappresentano le due metà di un salotto di una casa di classe media. Il terzo settore è al buio. Nel primo settore c’è una scrivania appoggiata alla parete di sinistra con sopra una lampada accesa e mezzo tavolo circolare appoggiato alla parete di destra (finirà poi nel settore centrale). Massimo è vestito in giacca e cravatta, è appena tornato dall’ufficio. È seduto sulla sedia della scrivania con i gomiti sulle ginocchia, le mani giunte e guarda per terra. Per terra accanto alla sedia c’è la sua ventiquattrore. Enrica, sua moglie, è in piedi nel settore centrale, ha un vestito leggero da casa. È voltata contro la parete di destra, tiene le spalle curve, con il mento appoggiato su una mano, guardando pure lei per terra. Vicino a lei, appoggiato alla parete di destra, c’è un comò con un telefono sopra ed una sedia di fianco. Nella stanza c’è aria di tensione.

ENRICA (girandosi di scatto verso il marito) Beh, non hai niente da dirmi? (pausa) Non lo sopporto quando te ne stai li, come una mummia. Non dici niente, guardi nel vuoto, come (pausa) come se tu fossi l’unico uomo a riflettere sulla terra.
MASSIMO (impassibile) A quanto pare sono molte le cose che non sopporti di me.
ENRICA Ma no, no. Per favore non iniziare a fare il patetico ora. Certo che ci sono delle cose che non mi piacciono del tuo carattere, (pausa) ma il fatto che ce ne siano diverse, non ti dovrebbe dispensare dal cercare di correggerle. Almeno una per volta.
MASSIMO Credo che ormai sia comunque già troppo tardi. (rivolgendosi verso la moglie con cattiveria) Non è forse vero, signorina maestra? Non sono ormai già stato bocciato?
ENRICA (più timorosa) Nessuno ti ha bocciato Massi. Casomai ti sei bocciato da solo…
MASSIMO (urlando ed alzandosi dalla sedia) Rispondi per favore. Non è forse già troppo tardi?
ENRICA Mi spieghi cosa ci guadagni ad alzare la voce? Perché nessuno ti ha insegnato le mezze misure? O te ne stai li da una parte, fermo e zitto come un sasso, oppure sbraiti come un tarantolato. Non si può parlare con te.
MASSIMO (con voce tranquilla, ma ferma) Mi vuoi rispondere per favore?
ENRICA Si… (e poi più forte) Si!
MASSIMO Si cosa?
ENRICA Si, è già troppo tardi. (Massimo si gira di scatto e le da le spalle) Ma se è troppo tardi per noi due, questo non vuol dire che sia già troppo tardi per te. Per la tua vita futura, magari…
MASSIMO (interrompendola) Ti rendi conto da quale dannato pulpito stai facendo la tua predica. Te ne stai rendendo conto, oppure ti sei già dimenticata che, tra noi due, chi ha un amante… (urlando) sei tu!
ENRICA Ah! Ecco, siamo arrivati al moralismo ottocentesco. Da te non me lo sarei mai aspettato. (con voce canzonatoria) La persona moderna, al passo con i tempi. Quello che è sempre pronto a difendere tutti i sui amici. A giustificare tutte le loro scappatelle. “D’altra parte siamo nel ventunesimo secolo!”. E chissà se così dicendo non volessi giustificare pure te stesso. (pausa) E poi ricorda, in queste situazioni la colpa non è mai da una parte sola. Se uno sente la necessità di farsi un’amante, molto probabilmente è perché qualcosa gli è venuto a mancare da parte del partner.
MASSIMO Certo, da buoni sposini dobbiamo dividere tutto. Anche e soprattutto le responsabilità e le colpe. (in tono canzonatorio) D’altra parte a cosa serve altrimenti il matrimonio? (pausa) E poi si da il caso che nessuno dei miei amici abbia mai avuto un’amante fissa da quasi un anno. E men che meno io! E comunque…(in tono canzonatorio) nessuno di loro si è mai fatto mettere incinta da una delle sue amanti.
ENRICA Quando ci metti impegno sai veramente essere crudele. Anzi no, sai veramente essere ridicolo. Ma cosa credi che sia stata una cosa voluta? Credi che per me adesso sia una cosa semplice portare avanti questa gravidanza? Potevo benissimo non dirtelo. Tanto ancora non si vede. Potevo benissimo lasciarti senza metterti al corrente dell’esistenza del bambino. Ma ho pensato che dopo tanti anni passati insieme…
MASSIMO (interrompendola ancora) Cosa fai adesso cerchi compassione?
ENRICA Ah! Figuriamoci. Compassione da uno come te. (pausa) Mi aspettavo solo un po’ più di comprensione. E pensare che un tempo ti credevo un uomo sensibile. (con tono di auto commiserazione) Credevo di aver sposato l’uomo più sensibile della terra.
MASSIMO Certo ora sono passato al secondo posto.
ENRICA Uh, uh. Se sapessi in che posizione sei sceso non staresti qui a farti problemi per una gravidanza di troppo.
MASSIMO Una gravidanza di troppo? E cosa dovrei fare adesso, eh? Far finta di niente? Magari dovrei passarti pure gli alimenti per crescere il marmocchio di un altro, per non mancare di sensibilità?
ENRICA (con voce triste) Nessuno ti ha chiesto dei soldi. Ti ho chiesto solo un po’ di comprensione. La conosci la parola oppure non rientra nel tuo vocabolario? (pausa) Non ti preoccupare, me ne andrò dalla tua casa. Me ne andrò dalla tua vita. Ho il mio lavoro. Io e Andrea ce la caveremo benissimo anche senza il tuo aiuto.
MASSIMO Anche senza la mia comprensione suppongo.
ENRICA Non fare allusioni ridicole!
MASSIMO Dopo tutto è quasi un anno che andate avanti benissimo senza il mio aiuto o comprensione come lo vuoi chiamare. Oltretutto alla luce del giorno adesso sarà tutto più semplice, non è vero forse? (pausa) E così si chiama Andrea.
ENRICA Si, Andrea.
MASSIMO E poi?
ENRICA Che vuoi dire con “e poi”?
MASSIMO Lo sai benissimo. Ha un cognome suppongo. Ne danno uno anche ai trovatelli. Ai bastardi.
ENRICA Non è un bastardo. Non ti permettere. (pausa) Non ti preoccupare del suo cognome. Non è argomento di discussione in questo momento.
MASSIMO (canzonatorio) Oh, oh! Non è all’ordine del giorno! (minaccioso puntando l’indice contro sua moglie) Guarda che questa non è una delle tue stupide riunioni scolastiche. Io non sono in vena di ascoltare scuse idiote. Pretendo di sapere il suo dannato cognome, e basta.
ENRICA Non ti rivolgere a me con quel tono, per favore. Lo saprai quando sarà il momento, non ti preoccupare.
MASSIMO Quando sarà il momento(pausa, si rivolge al pubblico e inizia a spogliarsi) Quando sarà il momento, dice. Ma bene! Vedete, (pausa) un giorno qualsiasi, (pausa) dopo una giornata di lavoro qualsiasi, (pausa) nel solito ufficio qualsiasi (pausa) e una buona mezz’ora di traffico qualsiasi (pausa) nella solita città, una città qualsiasi, (pausa) rientro finalmente a casa e, (pausa) prima di avere anche solo il tempo di appoggiare la ventiquattrore, (pausa) vedo uscire mia moglie dalla cucina con una faccia lunga fino ai ginocchi, (pausa) mi si ferma davanti, (pausa) sono ancora sul portone d’ingresso. (pausa, è rimasto in canottiera e mutande) Vengo a sapere che è incinta. Vengo a sapere che il padre, naturalmente, non sono io. Vengo a sapere che il padre quindi è un altro. E vengo a sapere quindi che, logicamente, c’è un altro. Vengo a sapere che c’è, si, ma ormai c’è già quasi da un anno. Vengo a sapere che, e meno male, mia moglie da me vuole solo comprensione, ma che, se proprio deve, può fare a meno anche di questa. Vengo a sapere, e solo adesso, che ci sono un sacco di cose di me che non le piacciono e non le sono mai piaciute. Vengo anche a sapere che sono sceso, non so in quale posizione, nell’importantissima hit parade della sensibilità. Vengo a sapere che, molto probabilmente, al primo posto c’è un certo Andrea. (si rigira verso la moglie e cammina verso il muro divisorio) Ovviamente mi viene caldo. I vestiti da lavoro che ho indosso non li sopporto più, sono vestiti qualsiasi, decido di toglierli. Visto che siamo in casa mia, non mi devo fare troppi problemi che questo sia all’ordine del giorno. (pausa) Ma non posso sapere (pausa) quale sia il cognome di questo fantomatico Andrea. Perché? Perché lo saprò quando sarà il momento. Non mi devo preoccupare. (alzando la voce e inveendo contro la parete dietro la quale c’è la moglie) E invece io mi preoccupo. Voglio sapere quel cognome ora. In questo preciso momento. Perché sono già preoccupato. Tremendamente preoccupato.
ENRICA Ti ho detto di non alzare la voce. Non vedi quanto ti rendi ridicolo? Cosa credi che i vicini non siano già tutti con i padiglioni attaccati alle pareti? Ma non hai un minimo di orgoglio.
MASSIMO Tu, tu mi vieni a parlare di orgoglio! Tu che non hai avuto il coraggio di dirmi che non ti piacevo più e che c’era un certo Andrea chissà chi nella tua vita, fino a quando non ti sei impaurita per una stupida gravidanza e non hai saputo più dove sbattere la testa. Tu non sai neppure cosa sia l’orgoglio. L’orgoglio è quello che mi fa andare tutti i giorni a lavoro, perché non ci manchi mai niente. Questo è l’orgoglio. Io sono sempre stato orgoglioso della mia vita. Così come sono sempre stato orgoglioso di te. (urlando) Ma cosa ne vuoi sapere tu.
ENRICA Va bene. Fa come vuoi, urla pure se preferisci. Tanto chi ci rimette sei soltanto tu. Ma non dire che non so dove sbattere la testa, perché non è assolutamente vero. (pausa) Ho un lavoro, un compagno e pure una casa dove andare a stare. Cosa credi? Credi di essere l’unica persona in grado di sopravvivere? Ho sempre cercato ed ottenuto la mia indipendenza proprio per non dover ricorrere a nessuno in casi di bisogno, ed ora tu mi vieni a dire che non so dove sbattere la testa.
MASSIMO E allora perché non te ne sei semplicemente andata quasi un anno fa? Quando hai capito che ti mancava qualcosa e ti serviva un amante? Hai dovuto convincere lui a renderti indipendente da me forse? O magari ti sei voluta solo divertire ad umiliarmi.
ENRICA Tanto con te non c’è vittoria. Non vuoi capire. Non è stata una decisione così leggera sai? Ci sono cose complicate anche fuori dalla grande finanza mondiale, caro. (pausa) E poi con te qualsiasi cosa avessi fatto non sarebbe stata quella giusta. (puntando l’indice contro la parete dietro la quale c’è il marito) La verità è che non riesci ad accettare che le cose non vadano più come tu le avevi pianificate.

Pausa. I due si ignorano e vagano un po’ per i rispettivi settori, fino a che non si fermano guardandosi.

MASSIMO Le cose non vanno più! In nessun modo, pianificate o meno.
ENRICA Sei sempre stato troppo quadrato. Hai sempre pensato che con il tuo buon lavoro e la tua buona reputazione avresti potuto ottenere qualsiasi cosa. Balle. (pausa) Lo so cosa pensi. Pensi che adesso la maggior parte della gente metterà me all’indice, come la troia che ha distrutto la nostra famiglia. E coccolerà te, come il povero marito tradito e abbandonato. E allora crederai di aver vinto. (pausa) Quanto ti sbagli caro. Certo andrà così. E nella tua mente ottusa potrà anche essere una vittoria. Ma tu nemmeno ti rendi conto di quanto siano insignificanti per me tutte le belle opinioni di persone incapaci di vedere più in la del proprio naso. Se ci sarà anche soltanto una persona sulla terra. Soltanto una. Capace di comprendere il mio gesto. Capace di capire che ci possono essere delle situazioni che giustificano anche scelte dolorose. La vittoria sarà mia. Avrò un motivo in più di sperare che il mondo in futuro sarà diverso e le persone migliori.
MASSIMO Ma che belle parole. (in tono canzonatorio) “… anche soltanto una persona sulla terra”! La tua presunzione è tale da portarti a credere che le altre persone siano tanto interessate alle tue scappatelle più che ad un qualsiasi altro pettegolezzo! (pausa) Ricordati una cosa Eri. Il mondo andrà avanti comunque per la sua strada e non cambierà una virgola dopo questa tua bella bravata. Non cambierà per tutta quella gente che ritieni tanto miope, così come, con il tempo, non cambierà neppure per me. (pausa) Quella che tu chiami la tua vittoria, non sarà altro che un nuovo evento che andrà ad aggiungersi agli infiniti eventi che sono già stati e a quelli altrettanto infiniti che saranno. Certo sarà un’esperienza in più, ma credere che possa cambiare il mondo…
ENRICA (interrompendolo) Perché continui a chiamarle scappatelle? Perché le uniche cose serie devono essere quelle che, in qualche modo, riguardano te? Io sto parlando di Amore. Di quello con la a maiuscola. Ma tu cosa ne vuoi sapere? (pausa) Sto parlando dell’amore che prima provavo per te. Per le tue qualità per il tuo modo di essere. Sto parlando di quell’amore che è scomparso quando sei cambiato, quando hai iniziato a dare per scontato il nostro rapporto, quando hai iniziato a trattarmi come una parente qualsiasi. Come qualcosa che ti sei trovato vicino e non puoi far niente per liberartene. Qualcuno con cui convivere per salvaguardare il tuo buon nome.
MASSIMO Ah ecco! Quindi tu per me saresti solo un peso? Ma sai che non lo sapevo. Grazie per l’informazione. Quindi hai trovato tu il modo di liberarmi. Lo hai fatto per altruismo. Grazie mille. (pausa) La verità è che se io stavo… Sto insieme a te, è perché ti amo. Ma al giorno d’oggi questo non basta più. Occorre amare in un modo preciso. Ci sono dei canoni da rispettare. Non sei più libero di mostrare i tuoi sentimenti come meglio credi.
ENRICA Ma non farmi ridere! Vorresti dirmi che mi hai sempre amato alla follia e che io non me ne sono accorta? Ah, ah.
MASSIMO Non fare dell’ironia sui miei sentimenti, per favore. Sei libera di pensarla come vuoi, ma non venire poi ad accusare me di mancanza di sensibilità. Almeno non dopo quello che hai fatto. (pausa) Io ti ho dato tanto. E comunque non puoi dire che non ci abbia provato.
ENRICA Provarci non è sufficiente…
MASSIMO (interrompendola) Bisogna essere dei campioni. Come il tuo Andrea. Almeno fino a quando anche lui non scenderà nella classifica. E non potresti essere così gentile da insegnarci tu professoressa?
ENRICA Fammi finire per favore. Provarci non è sufficiente se non si è capaci di accettare i nostri limiti. Se non si è capaci di correggere i propri errori. Se non si è capaci di ascoltare i consigli e le lamentele altrui. (pausa) Mi dispiace Massi, ma tu non ci hai neppure provato. I rapporti di coppia non basta iniziarli. Occorre coltivarli e alimentarli continuamente. Occorre rinnovarsi, dare nuovi stimoli, portare nuova freschezza. Io non sono una macchina. Una volta che mi hai comprata non sufficiente mettermi benzina e farmi una buona manutenzione periodica.
MASSIMO E tu sei sicura di avermi dato la possibilità di provarci? Sei sicura che se avessi voluto avrei saputo come accontentarti. Hai messo il tuo impegno in questo processo di rinnovamento? Come nuovo stimolo per la coppia hai pensato di inserire un terzo incomodo. Ottimo direi…

Squilla il telefono. Enrica si agita e guarda l’ora. Ma non risponde subito.

Avanti, cosa stai aspettando? (pausa e poi in tono perentorio) Enrica rispondi per favore!
ENRICA (alzando la cornetta) Pronto? (pausa) Si, ciao. (pausa) No, ora no. (pausa) Ascolta, ti chiamo io più tardi, ok? (pausa) Va bene, ma adesso no. Per favore.
MASSIMO Chi è, il nostro amatissimo Andrea “non so come”?
ENRICA (rivolta al marito con una mano sulla cornetta) Fai silenzio per favore. (di nuovo al telefono) Si, si. Cioè no. Per favore Andre. Ti richiamo io più tardi dai.
MASSIMO (alzando la voce) Ci voglio parlare! Passamelo. Forse lui mi saprà dire il suo cognome.
ENRICA (rivolta al marito con una mano sulla cornetta) Ho detto fai silenzio…
MASSIMO (alzando la voce ancora di più) E io ho detto di passarmelo. Siamo in casa mia e quello è il mio fottutissimo telefono.
ENRICA (al telefono) Si tutto bene Andre, non ti preoccupare. (pausa) Si ti ho detto che va tutto bene. Ti richiamo io più tardi. Ciao. (pausa) Ciao.

Enrica riaggancia la cornetta e si mette una mano sugli occhi alloggiandosi alla parete di destra.

MASSIMO E così mister anonimo è voluto rimanere tale. Ma bene. Cosa pensate che prima o poi non lo verrò a scoprire chi è questo bastardo?
ENRICA (in tono dimesso) Per favore. Te lo chiedo per favore. Mi sta scoppiando la testa. Perché non cerchi di capire la situazione?
MASSIMO E tu perché non cerchi di spiegarmela un po’ meglio? Sei tu la maestra qua. O sbaglio. Io sono solo un misero consulente finanziario. (pausa) Prova a spiegarmi il classico “cosa ha Lui che io non ho”. O non potrei avere.
ENRICA Lascia perdere le frasi fatte.
MASSIMO Ok, niente frasi fatte. Ma ci sarà qualcosa in lui che ti piace e che in me non hai trovato.
ENRICA E va bene, lo vuoi proprio sapere? La freschezza Massi. Lo spirito d’iniziativa. La voglia di fare, di cambiare, di migliorare. Se stesso e gli altri. (pausa) È una persona viva che mi fa sentire viva. È una persona giovane che mi fa sentire giovane. (pausa) È un uomo innamorato che mi fa sentire innamorata. Ti è sufficiente?
MASSIMO Non ti sei mai lamentata di tutto questo prima.
ENRICA Massimo, sei vecchio. E non mi riferisco all’età anagrafica. Stai invecchiando sempre più velocemente. Stai facendo invecchiare anche me con te. (pausa) Non mi sono mai lamentata di questo. È vero. Ma semplicemente perché non lo capivo. Ero un fossile tale, che non mi rendevo neppure conto della mia situazione. (pausa) Fino a che non ho conosciuto Andrea.
MASSIMO (in tono triste) Come vi siete conosciuti?
ENRICA Per caso. Stavo facendo delle ricerche per un compito. Sono andata in biblioteca. Lui fa il bibliotecario.
MASSIMO (in tono sempre più triste, sedendosi alla scrivania) Un bibliotecario. Addirittura.
ENRICA Cosa vorresti dire ora? Credi tutti giudichino le persone dalla busta paga come fai tu?
MASSIMO A dire la verità. Non credo più niente.
ENRICA Andrea ha una cultura ben più ampia delle nostre due messe insieme. Nonostante sia più giovane. Ed ha buone prospettive. Un giorno farà lo scrittore. Ne sono sicura. Ha le capacità per farlo. (pausa) E poi lui, nonostante il salario più magro, non ha avuto paura di darmi un figlio.
MASSIMO (alzando la testa di scatto) E io avrei avuto paura di darti un figlio? Ma cosa stai dicendo? Non era una decisione che abbiamo preso insieme? Mi pareva che fossimo d’accordo. Dicevi pure tu che non era ancora il momento per un bambino. (pausa) E poi, non avevi detto che non era stata una cosa voluta? Sei diventata pure bugiarda adesso?
ENRICA Non ho detto che è stata una cosa voluta. (pausa) Solo che con lui non c’è quel clima di terrore che c’è con te. Quell’attenzione morbosa a prendere tutte le precauzioni possibili, come se un figlio fosse una malattia venerea. (con tono sognante) Con lui è tutto molto meno programmato, molto più spontaneo. (pausa) E poi. La nostra, “decisione comune”come la chiami tu, di non avere figli per il momento è sempre stata tua. In certe questioni è necessaria l’unanimità ed io ho sempre acconsentito.
MASSIMO Ora ti fa comodo dire così, certo. Non potevi provare a dirmi che un figlio tu lo volevi?
ENRICA Non è così semplice sai? Sarebbe stato inutile, non è facile remare contro una corrente di regole precise già scritte. E poi sarebbe stata comunque una forzatura. A te a letto è sempre mancata la spontaneità.
MASSIMO E così scopriamo che questo Andrea è anche più bravo a letto. Mi sembra di capire che non ci sia proprio partita?
ENRICA Non ho detto questo. E non stiamo parlando di una stupida partita. Perché devi vedere sempre tutto come una sfida, in cui naturalmente il vincitore devi essere tu. È semplicemente la nostra vita ed è molto più importante di qualsiasi contesa tu possa immaginare. (pausa, in tono colpevole) E comunque è vero.
MASSIMO È vero cosa? Che non c’è partita o che è più bravo a letto?
ENRICA (voltandosi verso il telefono con aria colpevole) È vero. (pausa) Tutt’e due le cose.
MASSIMO (alzandosi) Bene (pausa). Visto che non posso sapere il cognome, posso sapere almeno quanto lo ha lungo. Oppure quanti minuti dura. Forse su questo sei più preparata.
ENRICA (girandosi verso il marito) Non diventare volgare e offensivo. Non sai niente di cosa è veramente importante per me. Non sai un sacco di cose, caro mio. Nonostante la tua presunzione.
MASSIMO Allora è un preliminarista! Di quelli che ti fanno avere un orgasmo prima di iniziare, Eh?
ENRICA (con cattiveria) Come sei patetico. Hai proprio ragione. Non c’è partita!
MASSIMO Ok, ok. Chiuso il discorso, ma voglio conoscere questa specie di superman. Non mi dire il cognome se non vuoi, ma io lo voglio conoscere di persona.
ENRICA Impossibile!
MASSIMO Possibilissimo!
ENRICA Ti dico che non lo conoscerai mai! Non accetterà mai di incontrarti.
MASSIMO Lo sapevo, un coniglio. Non sapevo che preferivi quelli veloci e ripetitivi!
ENRICA (arrabbiata) Smettila di fare della stupida ironia. Non fai ridere nessuno.
MASSIMO Allora siamo d’accordo. Dobbiamo soltanto stabilire quando ci incontriamo per questo menage a trois. Potremo fare qui a casa nostra. A casa mia anzi. Visto che non volete farmi vedere dov’è il vostro nido d’amore. O forse è meglio dire, la vostra tana d’amore.
ENRICA Tu sei pazzo.
MASSIMO Può anche essere. Ma sei stata tu a dire che io non provo a migliorare i miei difetti. Quindi da oggi voglio iniziare ad applicarmi. Per prima cosa voglio imparare dal mio avversario. Non è forse lui che mi ha soffiato la moglie? Come minimo pretendo di imparare da lui come poterla soffiare a qualcun altro.
ENRICA Tu stai impazzendo sempre di più. Non ti rendi neppure conto di quello che stai dicendo.
MASSIMO Può darsi, ma mettiamola così, tu sei pur sempre mia moglie. Io ho promesso solennemente di proteggerti nella buona e nella cattiva sorte. (in tono canzonatorio) Non vorrei che tu finissi nelle mani della persona sbagliata. Non rispetterei i miei doveri coniugali di fronte a Dio e di fronte agli uomini.
ENRICA Non farò mai conoscere una persona malata di mente come te al mio amante.
MASSIMO E invece si piccola mia. Perché se non lo farai tu, come ti ho chiesto, lo andrò a conoscere direttamente all’uscita della biblioteca. E non ti assicuro niente su quello che potrebbe succedere. Sai in centro. Chissà quante persone ci saranno a quell’ora in giro per negozi. Sarebbe veramente noioso mettersi a litigare, non credi?
ENRICA Tu sei pericoloso! Possiamo andare alla polizia e chiedere che ti tengano lontano, sai?
MASSIMO E sulla base di cosa? È reato forse voler conoscere una persona? È reato andare a prendere un libro in prestito alla biblioteca comunale e chiedere al bibliotecario se per caso conosce mia moglie?
ENRICA Sei abituato ad ottenere sempre tutto, non è vero? Con la forza o con i ricatti, se necessario. Sei veramente un uomo meschino. In queste occasioni mi fai veramente schifo.
MASSIMO (con aria di sufficienza) Ci sono cose che ti riguardano, e che solo adesso io riesco ad immaginare, per le quali, se solo tu sapessi quanto riesci a farmi schifo, ti vergogneresti di te stessa. (pausa) Ma lasciamo perdere le inutili opinioni reciproche. A quando questo incontro?
ENRICA Ma a cosa ti serve incontrarlo? Credi che questo risolverà qualcosa tra di noi? Non sarebbe più dignitoso se tu abbandonassi l’idea di stare con me ed iniziassi già da adesso a rifarti una vita?
MASSIMO (con rabbia) Non ti preoccupare della mia vita per favore! A quella sono capace di pensarci da solo. Tu devi soltanto pensare a combinare questo incontro. (pausa) A questo punto aspetto che tu mi comunichi il giorno che questo stallone verrà a trovarci. Per il resto, per quanto mi riguarda, la nostra conversazione può finire qui.
ENRICA È no. Ora la nostra conversazione non finisce qui. Proprio no. Io voglio sapere qual è il vero motivo per cui vuoi incontrare Andrea e soprattutto quello che gli dirai.
MASSIMO Non ti preoccupare Eri. Non farò del male al tuo uomo, se lui si comporterà bene. Non posso dirti ancora cosa gli dirò. Anche perché non l’ho ancora deciso. Avrò un po’ di tempo per pensarci spero. Oppure adesso ti è venuta un’improvvisa fretta di farci incontrare?
ENRICA Non ho nessuna fretta. Ma lo sai che divento ansiosa in queste situazioni.
MASSIMO Eh, si. Hai un bel difetto pure tu. Nella vita non si può sempre sapere come andranno le cose. Noi ne siamo un bell’esempio mi pare, no? (pausa) O forse tu hai sempre saputo come sarebbe finita la nostra storia. Forse è per questo che non mi sei mai sembrata particolarmente ansiosa.
ENRICA (in tono sarcastico) Non ti sono sembrata particolarmente ansiosa? Il fatto che tu non ti accorga dei miei stati d’animo è soltanto una conseguenza del tuo menefreghismo nei miei confronti. Certe volte se non mi lamento è soltanto perché voglio evitare di essere troppo noiosa. (in tono ironico) E perché di solito tu riesci a lamentarti sempre per primo. Ma soprattutto, perché vorrei che il mio uomo si accorgesse da solo dei miei stati d’animo. Si chiama affinità di coppia. E molto probabilmente noi non ce l’abbiamo mai avuta.
MASSIMO Hai detto bene. Noi. Perché non mi pare che da parte tua ci sia mai stata questa attenzione ai miei problemi.
ENRICA Ah, ma tu non hai mai avuto difficoltà a rendermene partecipe. Quando c’è qualcosa che non ti va sei capace di iniziare a lamentarti già sull’ascensore. Non so se te ne sia mai accorto, ma siamo un tantino diversi di carattere Massimo.
MASSIMO Ma cose ne vuoi sapere tu? Non sono certo quelli di cui mi lamento i miei veri problemi. Cara saputella. Voi donne pensate di essere le sole ad avere una qualche psicologia. Dei pensieri profondi. Noi maschi, per voi, siamo soltanto una serie di manifestazioni esterne. Parole e azioni stereotipate, che credete di conoscere da secoli. (pausa) I nostri problemi sono l’auto che non va, il mal di schiena, il collega antipatico. Voi vi sentite incomprese, voi avete la vita che vi sfugge, voi dovete ritrovare voi stesse…
ENRICA (interrompendolo con tono serio) Io eviterei di allargare il nostro problema familiare all’eterna e noiosa lotta fra i sessi, Massimo. (pausa) Il femminismo è morto ormai da anni. Per fortuna, dico io. E sono una donna! Oggi siamo forti abbastanza da poter badare a noi stesse individualmente. Non abbiamo più bisogno di essere raggruppate come pecore dietro ad una bandiera. E non vogliamo neppure raggruppare gli uomini dietro un’altra. Ogni donna è una storia a parte. Ogni realtà deve essere affrontata singolarmente. E questo rende tutto ben più complicato, ma più giusto. (pausa) Anche per te, ultimo avamposto del maschilismo subdolo e meschino, è più difficile saper affrontare una singola donna con i suoi problemi e la sua psicologia particolare. Hai bisogno di generalizzare per sentirti più nel giusto. Il povero Massimo Fogli da solo contro tutto il genere femminile! Non è più così semplice caro. Oggi devi guardarmi negli occhi, devi ascoltare quello che ho da dire e valutarlo nella sua unicità. Non ti puoi permettere di catalogarmi come “una donna”.
MASSIMO Può anche essere che quello che dici sia vero. Ma com’è che queste cose ti sono venute in mente soltanto adesso? Sono cinque anni che siamo sposati. Sono cinque anni che discutiamo, qualche volta litighiamo e infine troviamo sempre un accordo. E non ci credo che tu abbia sempre acconsentito, pur essendo contraria, per garantire l’unanimità. Perché se così fosse, saresti tu la persona debole che non riesce ad affrontare un uomo solo, nonostante la sua mancanza di psicologia. (pausa) Guarda caso hai preso coraggio solo quando ti sei trovata con le spalle coperte da un’altra relazione. Con un altro uomo! Alla faccia della donna capace di badare a se stessa!
ENRICA Io non ho mai detto di essere forte. Ho soltanto detto che tu non mi hai mai compreso veramente. (pausa, con voce triste) Io avevo bisogno di te. E non c’entra niente l’indipendenza femminile. Io individuo, Enrica, ho bisogno di avere vicino una persona che mi capisca e che mi aiuti nei miei momenti di debolezza. E non importa di quale sesso sia. (pausa) E tu, non gli uomini tutti, non sei mai riuscito a darmi la sicurezza di cui avevo bisogno.

Massimo si appoggia alla parete divisoria come a volerla oltrepassare. Con i palmi delle mani e l’orecchio sinistro appoggiati al muro. Sospira.

MASSIMO E allora tu, non hai mai pensato che io potessi essere troppo debole a mia volta? Non hai mai pensato che forse dietro una corazza di uomo duro e menefreghista potessero nascondersi insicurezze e debolezze tali da non permettermi di aiutare te?
ENRICA È tardi Massimo. Non mi fido più di te. Non riesco più a crederti. Forse sarà un errore, chi può dirlo. Forse me ne pentirò per il resto dei miei giorni. Ma non riesco più a tornare indietro.
MASSIMO Tu non mi conosci veramente. E la colpa di questo non è soltanto mia. (pausa) Sarei disposto anche a crescere vostro figlio, se me lo chiedessi. Non posso credere che tutti gli anni passati insieme non significhino più niente per te. (pausa, intanto anche lei si accosta alla parete divisoria nella stessa posizione del marito) Abbiamo trascorso momenti bellissimi. Insieme abbiamo viaggiato. Abbiamo conosciuto posti splendidi e persone interessanti. (pausa) È la vita che corrompe l’amore Eri. Non siamo noi. Siamo soltanto delle vittime del grigiume che ci circonda. I sogni, al risveglio, devono necessariamente finire Eri. L’importante è ricordarli, magari scriverli, perché rimangano indelebili nei pensieri. Affrontare la vita reale in apnea con il loro aiuto, sapendo che ci sono stati e che ritorneranno. Aspettando con ansia il sogno successivo e poi quello dopo ancora. (pausa) Non esiste una vita fatta solo di magia. Non esiste neppure la magia. Esistiamo noi, esistono le nostre azioni, esistono le nostre parole e i nostri sguardi, i nostri pensieri. Tutto questo può essere magia, se solo lo si vuole veramente. Ma non lo sarà mai per sempre. (pausa) Dopo un incantesimo ce ne vogliono sempre degli altri, ed altri ancora, non ce ne sono di eterni. Non ci possiamo arrendere. Non possiamo lasciarci morire. Io sono tuo marito e tu mia moglie. Questa è la nostra casa ed il nostro salotto. E tutto questo ci apparve come la prima magia. E poi ce ne sono state altre. Perché non continuare a sperare? A mettere insieme gli ingredienti giusti per riuscire ancora a stupirci? Non è vero che sto invecchiando. (pausa) Enrica, vorrei anch’io che tutto si rinnovasse continuamente, te lo giuro. Vorrei anch’io una vita più fresca e brillante, ma non è semplice e non posso riuscirci da solo.
ENRICA (quasi in lacrime) Massi, la tua magia è diversa dalla mia. La tua è la magia della pace e dell’armonia la realtà. Io ho bisogno di evasione, capisci. Ho bisogno di stress, di stress positivo. (pausa) Ascoltami per favore. Per noi è tutto finito. La tua magia, se veramente ci credi potrà tornare. Ma non tornerà tra di noi. (pausa) Non smettere di crederci. Ti sarà sicuramente di aiuto. La nostra storia è stata un’esperienza che nel bene e nel male ci ha arricchito. Ci renderà più vigili per il resto della nostra vita. Dobbiamo essere in grado di reinventarci, di adattarci, di andare al di la del passato. L’uomo è un animale estremamente adattabile ed è sempre stata questa la sua forza. Ce la faremo entrambi. Ne sono sicura.
MASSIMO (Dopo una pausa, staccandosi dalla parete, con voce fredda) Ben detto. Credo che ora me ne andrò a fare una bella doccia. Ricordati di fissare il nostro incontro con il tuo amico. Non te lo dimenticare. Sono proprio curioso. Si sono veramente curioso.

Massimo si allontana dalla parete, raccoglie tutti i suoi vestiti, va verso la parete sinistra del suo settore ed esce da una porta sbattendola.
Enrica si appoggia con la schiena alla parete divisoria e guarda nel vuoto. Quindi, dopo un pausa, si incammina verso il comò e si lascia cadere sulla sedia. È pensierosa.

ENRICA (parlando da sola) Perché? Perché non mi sento veramente sollevata?

Alza la cornetta del telefono e compone un numero. Nel frattempo si accendono le luci sul terzo settore del palco sulla destra. Si vede una scrivania con un computer portatile e una montagna di libri e fogli sparsi. A lavoro sul computer c’è un uomo in jeans e t-shirt bianca. Andrea è brizzolato, porta i capelli un po’ lunghi.
Gli squilla il telefono. Lo cerca affannato sotto una montagna di fogli e risponde.

ANDREA (in affanno) Si, pronto?
ENRICA (quasi sottovoce) Pronto. Ciao Andre, sono io.
ANDREA Io chi?
ENRICA (con voce scocciata) Dai scemo. Io chi! Sono Enrica.
ANDREA Ah, ciao Enrica. Non pensavo che mi chiamassi così presto!
ENRICA E invece… Guarda sono distrutta. Anche se devo dire di essermi tolta un bel peso.
ANDREA È andata bene allora. Tutto risolto?
ENRICA Non proprio tutto. Ma almeno ora non devo più vivere con la paura che scopra qualcosa.
ANDREA (in tono scherzoso) Accidenti. Come faremo adesso senza il nostro clima di clandestinità?
ENRICA Dai non ti mettere a scherzare. Non abbiamo più tanto l’età per certi giochetti.
ANDREA Parla per te!
ENRICA Va bene, dai. Comunque non è che sia proprio tutto risolto.
ANDREA Non mi dire che adesso mi toccherà litigare. Lo sai che non sono il tipo.
ENRICA No amore, no. Non dovrai litigare con nessuno, ma…
ANDREA Ma?
ENRICA (in tono perentorio) Ti vuole conoscere!
ANDREA Chi vuole conoscere chi?
ENRICA Si Andre, hai capito. Massimo ha insistito per conoscerti. (pausa di silenzio, lui si mette una mano sulla fronte) Mi ha detto di combinare un incontro qua a casa nostra. A casa sua. Tutt’e tre. (pausa) Ho dovuto accettare. Ha minacciato di venirti a cercare in biblioteca e di fare una scenata. (pausa, in tono preoccupato) Ma vuoi dire qualcosa? (pausa) Ok, dai. Ci dobbiamo vedere così ne parliamo. Ti va bene se vengo da te domani pomeriggio?
ANDREA Per me va bene.
ENRICA Va bene allora, ci vediamo domani ora ti devo lasciare. (pausa) Ti mando un bacio amore, e stai tranquillo. (pausa) Beh, ciao cucciolo.
ANDREA Ciao Eri.

Riagganciano entrambi. Si alzano e fanno pochi passi verso il pubblico. Si girano l’uno verso l’altra e si siedono per terra, con le gambe incrociate, davanti alla parete che li divide. Entrambi appoggiano una mano sulla parete come per toccarsi.

Sipario

Scena seconda

Il primo settore da sinistra è oscurato. Sono illuminati il secondo ed il terzo settore e rappresentano le due metà di una camera. Nel primo settore c’è la scrivania di Andrea sullo sfondo, con il portatile aperto e tutto il suo disordine sopra. Andrea, con i soliti jeans e una t-shirt rosa, è seduto sulla sedia, con una gamba piegata sull’altra, rivolto verso il terzo settore. In terra dietro alla sedia di Andrea c’ un piccolo stereo ed alla destra della scrivania c’è una scopa appoggiata al muro. Nel terzo settore si vede un letto sfatto e pieno di vestiti appoggiato sul fondo, i vestiti sono sparsi anche per terra. Enrica, vestita con un talieur di pantaloni blu e una camicetta celeste, sta seduta sul letto con le mani tra le ginocchia e con un piede sposta un po’ di roba sul pavimento.

ENRICA (con aria stanca) Questo è tutto quello che è successo ieri. (pausa) Cosa ne pensi? (tra sesottovoce) Ma si può vivere così? Mah!
ANDREA (impassibile, dopo un po’ di riflessione) Non posso certo dire di essere entusiasta. (pausa) Venire a casa vostra…
ENRICA (interrompendolo) Sua! È soltanto casa sua. Non è più casa nostra. (tra se sottovoce) E comunque troverai più ordine, questo è certo.
ANDREA Va bene. (pausa) Ma la cosa non cambia molto. Saremo tutti e tre li. (pausa) Sai come si dice no? Tra moglie e marito non mettere il dito.
ENRICA Andre, non dire scemenze. Tu hai messo il dito già da un po’.
ANDREA Si. Ma è diverso. Io ho messo il dito sulla moglie, ma mai tra lei e il marito.
ENRICA Cerca di essere serio, ti prego. Non è ora il momento di giocare. E poi non potresti una volta tanto fare un po’ di ordine in questa casa?
ANDREA (ignorando l’ultima osservazione) Sono serissimo. Quello che voglio dire è che non è proprio la stessa cosa stare con una moglie sapendo che c’è un marito da qualche parte e stare proprio fisicamente tra i due. (pausa) Sai un sacco di persone si comportano in maniera diversa a seconda delle situazioni e delle persone che hanno di fronte. (pausa) Non posso sapere come ti comporterai in presenza di tuo marito. E non posso sapere neppure io come mi comporterò in sua presenza. E men che meno come si comporterà lui.
ENRICA Ma come vuoi che ci comportiamo? Dovremo soltanto andare li, una bella qualche ramanzina moralista su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, dire che ci dispiace per come sono andate le cose, qualche frase di circostanza, e infine salutare una volta per tutte.
ANDREA (pensieroso) Strana questa tua freddezza. Quasi non ti riconosco. Sembravi molto più timorosa e insicura giorni fa. (pausa) Mi pare di capire che non hai una grande opinione di tuo marito.
ENRICA (spazientita) Ho deciso di lasciarlo Andre! Secondo te che opinione dovrei avere? E poi ora che gli ho detto tutto mi sento molto più sicura. (fra se sottovoce) Forse.
ANDREA Cosa vuol dire questo? È un anno che lo tradisci e non ne hai mai parlato così male. Hai sempre detto che il vostro rapporto si è logorato, ma non mi hai mai detto di aver sposato una persona particolarmente ottusa e banale. Non vedo perché il sentirsi più sicuri deve autorizzare a gettare fango.
ENRICA Ma quale ottuso e quale fango, dai. Non stiamo a parlare di lui adesso. Il problema è soltanto che dobbiamo incontrarlo una volta per tutte. Che ci piaccia o no.
ANDREA Non sono molto convinto.
ENRICA (sempre più alterata) Di cosa non sei convinto adesso?
ANDREA Non sono molto convinto. (pausa) Non sono molto convinto di questo incontro.
ENRICA Neppure io Andre. Ma dobbiamo farlo. Per toglierci tutte le noie. (pausa) Poi sarà tutto finito.
ANDREA Finito cosa, scusa?
ENRICA Massimo. Fare tutto di nascosto. La doppia vita…
ANDREA (in tono scherzoso) Dobbiamo ucciderlo, forse?
ENRICA Andre è l’ultimo sforzo. Facciamo questa e poi saremo solo noi due. (pausa, guardandosi la pancia) E lui.
ANDREA Non mi piace comunque che tu non voglia essere sincera con me.
ENRICA Ma cosa stai dicendo. Io sono sempre stata sincera con te. Ti ho sempre detto tutto.
ANDREA Mi hai sempre detto tutto quello che facevi. (pausa) Ma non mi hai sempre detto tutto quello che pensavi. (pausa) Prima di incontrarlo voglio che tu mi chiarisca, una volta per tutte, quale è, e qual è stato il tuo rapporto con Massimo. Non sei mai stata sincera su questo. (pausa) O almeno hai sempre pensato bene di omettere.
ENRICA Non capisco. Hai bevuto Andre?
ANDREA Non più del solito.
ENRICA Il mio rapporto con Massimo è finito. Chiuso. Morto e sepolto. E questo basta. Perché adesso vuoi creare dei problemi? Come se non ce ne fossero già abbastanza!
ANDREA Forse per te è sufficiente aver chiuso un rapporto che ti stava stretto. Ma il vostro rapporto non è sempre stato così. Avrete avuto dei momenti felici no? Se lo hai sposato, tuo marito non deve essere sempre stato così male. (pausa) Non mi hai mai parlato di lui veramente. Di cosa ti piaceva di lui. Delle esperienze fatte insieme. (pausa) Non che io te lo abbia mai chiesto. D’altronde non erano affari miei. Ma adesso lo diventano.
ENRICA Non ho mai pensato che ti interessasse veramente. Mi pareva poco delicato parlare con il mio amante dei pregi di mio marito. O dei momenti felici passati insieme. Ecco perché non te ne ho mai parlato.
ANDREA Forse sarebbe stato poco delicato. Ma potevi almeno provarci.
ENRICA Ma non ci ho neppure mai pensato. Andre, il tempo che abbiamo passato insieme in quest’ultimo anno non è stato poi tanto. Non abbiamo avuto modo di parlare di un sacco di cose, se è per questo. Non abbiamo neppure deciso il nome per il bambino.
ANDREA Giacomo o Chiara.
ENRICA Come?
ANDREA Giacomo o Chiara. I nomi del bambino o della bambina.
ENRICA Bah! A me Giacomo non piace. (pausa) Comunque, non cambiare discorso. Cosa stavamo dicendo?
ANDREA (alzandosi di scatto) Stavamo dicendo che io ho paura di trovarmi davanti a una persona che non conosco. Totalmente diversa da come me la sono sempre immaginata in questi mesi. Magari perfino migliore. (pausa) Magari migliore di me.
ENRICA Secondo te, se Massimo fosse migliore ti te lo lascerei per vivere in questa specie di magazzino?
ANDREA Non intendo migliore di me dal tuo punto di vista. Voglio dire migliore di me dal mio punto di vista. (pausa) Magari scopro che ha veramente ragione lui.
ENRICA (interrompendolo) Non c’è da dare ragione a nessuno. Così come non c’è da dare torto a nessuno. Non stiamo vivendo uno dei tuoi fumetti Andre. Non c’è nessun supereroe e nessun mostro da sconfiggere. Questa è la realtà Andrea. (pausa) Le cose vanno in un certo modo. E non ci sono buoni e cattivi. Ma solo esseri umani che subiscono certe situazioni, che altri esseri umani hanno determinato. (pausa) Tutto qua.
ANDREA Quindi Massimo è quello che subirà la distruzione della sua famiglia e noi quelli che la determiniamo. Non è così?
ENRICA No! Andrea, no. In questo caso tutti e tre dovremo subire dei cambiamenti nella nostra vita, che tutti e tre abbiamo, in qualche modo, causato e voluto.
ANDREA (dopo una pausa, si alza e va verso il muro che li divide) Parlami un po’ di lui.
ENRICA Cosa vuoi che ti dica? Sai quasi tutto.
ANDREA Non è vero. So come è fatto fisicamente, perché l’ho visto. So che lavoro fa e che auto ha. So per quale squadra tifa e che non mangia pesce. (pausa) Ma non so niente delle sue idee. Del suo carattere.
ENRICA (spazientita) Ma cosa vuoi che ti dica? Non abbiamo molto tempo.
ANDREA Non so. Magari semplicemente quali aspetti del suo carattere ti piacevano quando hai deciso di sposarlo. E magari quali aspetti del suo carattere ti piacciono ancora.
ENRICA Non lo so. Non riesco più a pensare a qualcosa di buono legato a lui. Tanto più dopo la scenata di ieri. (pausa, Andrea è in piedi davanti al muro divisorio che la fissa) Massimo è una persona molto concreta. I problemi di tutti i giorni non lo impensieriscono minimamente. (pausa) Non so, con lui ti puoi permettere di perderti nei tuoi sogni. (pausa) Nei tuoi progetti. Tanto sai che ci sarà qualcuno che penserà a pagare le bollette o a chiamare l’idraulico. (pausa, si sdraia sul letto) Forse è anche per questo che ho sempre avuto il tempo di sentirmi insoddisfatta. (pausa) E poi le sorprese. Mi ha sempre fatto un sacco di sorprese. (pausa) Voglio dire, magari fingeva di dimenticarsi il nostro anniversario di matrimonio. Ma era capace poi di venirmi a prendere all’uscita da scuola per portarmi a pranzo fuori, e poi mostrarmi due biglietti per un fine settimana a Barcellona. (pausa) È la mia città preferita Barcellona. (pausa) Piace molto anche a Massimo. (pausa) Ad essere sincera, anche a letto non è male. Non sono molte le mogli che dopo cinque anni di matrimonio possono dire di farlo ancora tra volte alla settimana. E di farlo bene, oltretutto. (pausa, poi con un o scatto si alza in piedi) Ma tutto questo è noia. Tutto questo è routine. È come. È come aver sposato un elettrodomestico. Un computer. Magari di quelli tedeschi iperefficienti ed iperaffidabili, ma poi tutto era come già scritto. Scritto molto bene da lui per entrambi. (pausa) Io voglio un ruolo da protagonista nella vita. Sono stanca di fare solo la comparsa.
ANDREA (pensieroso) E quindi hai deciso di vivere insieme ad un’altra comparsa in un filmetto di serie B. Mal comune mezzo gaudio!
ENRICA Ma cosa stai dicendo. Io credo che tu sia un protagonista al pari se non migliore di Massimo. E la tua vita sia dignitosa al pari di tutte le altre. Ma soprattutto sono convinta che lascerai a me e a nostro figlio due ruoli altrettanto importanti del tuo.
ANDREA Non è che stai riponendo in me eccessive speranze?
ENRICA Io ho fiducia in te Andrea. Mi piaci così come sei. E poi so che un giorno finalmente diventerai uno scrittore. Ed io sarò sempre la tua prima sostenitrice e la tua prima fun. Ci credo davvero e tu dovrai metterci tutto l’impegno possibile per non deludermi.
ANDREA (con aria dubbiosa) Si certo. Diventerò uno scrittore. Magari anche famoso. (pausa) E poi sarò circondato da mille attenzioni. (pausa) E decine di giovani aspiranti scrittrici mi tempesteranno di inviti a cena. E chissà cos’altro. E allora cosa me ne farò di te e del bambino? Sarete solo di impiccio!
ENRICA Se non sapessi che stai scherzando ti ucciderei. (pausa) Amore. Abbiamo soltanto un ultimo ostacolo da superare. Dopo di che la vita sarà soltanto nostra.
ANDREA E a pagare le bollette chi ci penserà?
ENRICA Ci penseremo insieme. Ce le divideremo.
ANDREA E l’idraulico chi lo chiama?
ENRICA E chi se lo può permettere un idraulico? Ci penseremo noi a aggiustare quello che si romperà in casa. Con un po’ di pratica non sarà poi così difficile.
ANDREA E niente Barcellona. Suppongo.
ENRICA Ci sono già stata tre volte a Barcellona. Rimini andrà benissimo.
ANDREA E che mi dici del sesso?
ENRICA Quello non mi sembra sia un nostro problema cucciolo. Quando ci incontriamo quasi non facciamo altro!
ANDREA Ma ora ci incontriamo raramente. E poi non sono cinque anni che ci conosciamo.
ENRICA Lascia fare a me. Non ci saranno problemi neppure da questo punto di vista. (pausa) E poi non dicono sempre tutti che i poveri fanno sesso più dei ricchi? È il modo più economico per divertirsi, no?
ANDREA (sempre più pensieroso) Bisogna comunque incontrare tuo marito. (pausa) Era questa la questione iniziale, se non sbaglio.
ENRICA Si, era questa. Ma non c’è di che preoccuparsi. È come quando da giovani ci andavamo a confessare e dicevamo al prete di aver fatto sesso prima del matrimonio. Tutti sapevamo che lo avremmo fatto di nuovo, e pure lui, ma accettavamo la ramanzina, facevamo la penitenza e la vita poi riprendeva come prima.
ANDREA Io ho smesso di confessarmi prima di iniziare a fare sesso.
ENRICA Allora immaginatelo. Sei o non sei uno scrittore?

Andrea si siede alla scrivania e spenge il computer chiudendolo. Poi appoggia i gomiti sulle ginocchia e la fronte sui pugni.

ANDREA (in tono affranto) No Eri, non sono uno scrittore! Sono un bibliotecario. Ho come l’impressione che te ne stia dimenticando. O che te ne voglia dimenticare.
ENRICA No amore, non è così.
ANDREA Io non sono altro che un bibliotecario che non riesce ad accettarsi per quello che è. Sono un sognatore incallito. E con te mi pare facciamo due. (pausa) Lui è un consulente finanziario convinto. Conosce la sua strada. Si è costruito la sua vita, fondata sulle sue certezze. (pausa) Che diritto abbiamo noi di distruggergli tutto? Forse siamo soltanto invidiosi. Della sua sicurezza. Della sua forza. Della sua vita. (pausa) Non credi che forse non stiamo facendo proprio la cosa migliore?

Enrica si lascia cadere sul letto e guarda verso Andrea.

ENRICA Andrea, ascoltami bene. (pausa) Mi stai ascoltando? (pausa, in tono perentorio) Alza la testa e ascoltami, per favore! (Pausa, Andrea alza la testa e si gira guardando verso Enrica) Non ti provare a farti venire dei dubbi adesso. Se hai paura o sei teso per questo incontro, posso provare a evitarlo, ma non accetto che tu parli come se la nostra decisione di vivere finalmente insieme non sia quella giusta. (pausa) È troppo tardi per farsi venire dei dubbi. Io ti amo Andre, e ne sono sicurissima. E credo che anche tu mi ami. (pausa) Non è vero forse? (pausa, in attesa della risposta) Mi rispondi per favore?
ANDREA Si che ti amo Eri. Certo.
ENRICA Questo è sufficiente per rassicurarci che stiamo facendo la cosa giusta, ok? (pausa) Va bene Andrea?
ANDREA Va bene, va bene.

Andrea si alza va verso il piccolo stereo appoggiato per terra e schiaccia il tasto play. Inizia a suonare una musica di chitarra jazz. Andrea prende la scopa che è appoggiata alla parete e simula di suonare la chitarra vagando per la stanza.

ENRICA Non ti mettere a fare il buffone adesso.
ANDREA E perché no? (pausa) Non stiamo forse cercando tutti disperatamente di non invecchiare? Giocare fa tornare un po’ bambini. Aiuta a non crescere troppo in fretta. (pausa) E poi scarica la tensione. Distende i nervi. Se tutti nel mondo giocassero un po’ di più non sentirebbero il bisogno di scannarsi così… così seriamente. (pausa) Dai giochiamo un po’. Dopo tutto chi ha deciso che esiste un’età per il gioco ed una per il non gioco. O forse cambiano soltanto le tipologie di gioco a cui è consentito giocare. (pausa) Il problema più grande è l’impegno. Arriva un’età in cui puoi fare qualsiasi cosa, o quasi, ma ci devi mettere impegno. Costanza. Convinzione. (pausa) Non puoi più giocare finché ne hai voglia. Questo no. Devi scegliere un gioco e giocare fino alla morte. (pausa) La Morte. Che sia soltanto la fine di un gioco? Che sia seguita poi dall’inizio di un altro? E chi può dirlo. È un mistero, la morte (pausa) La vita oramai è come svuotata del mistero. Il mistero è pesante. È più pesante dell’esistenza, più pesante del tempo. È per questo che si è accumulato tutto sul fondo. Come sabbia sospesa in una bottiglia. Pian piano si è depositato alla fine. (pausa) Ecco il perché di tanti suicidi negli ultimi tempi. Voglia di mistero. Voglia di emozioni forti. Come la paura. Anche lei con il tempo si è accumulata sulla morte. (pausa) Ma a dir la verità invece, qualcuno deve averla rimescolata. In realtà ci sono mille paure oggi anche nella vita. Non è più solo la fine che ci terrorizza. Temiamo la povertà. Temiamo anche soltanto la non ricchezza. Temiamo le opinioni della gente. E gli sguardi, della gente. Siamo terrorizzati dalla solitudine. Dall’idea che alla gente possa non interessare quello che abbiamo da dire. E così finiamo per diventare tanti burattini tristi nelle mani di nessuno. (pausa) Non ci rendiamo conto che basterebbe allontanarsi solo un poco. Fare un passo indietro o laterale. Per riuscire a vedere come realmente siamo noi stessi. E questo potrebbe essere un bel mistero da vivere. (pausa) Ma è difficile, e fa soffrire. La morte è sicuramente più semplice. È come dire non ho più voglia, non gioco più. Sono stufo delle costruzioni, voglio giocare con le macchinine. E se poi le macchinine non ci sono? E se poi non c’è nessun altro gioco a cui giocare? (pausa) Beh! Tanto ero stufo delle costruzioni. Non ne potevo più. Meglio riposarsi, meglio il niente. I bambini non giocano se non ne hanno voglia o se il gioco non gli piace. Gli adulti spesso vivono anche se non conoscono il perché.
ENRICA (avvicinandosi alla parete divisoria e toccandola) La nostra storia non è solo un gioco. Ma se la vuoi vedere così, per me va bene. Però se proprio dobbiamo giocare, dobbiamo farlo con il massimo entusiasmo possibile.
ANDREA Certo, certo. Impegno. Costanza. Convinzione. (pausa) Ed entusiasmo.
ENRICA E se proprio ti è di aiuto, puoi vedere come un gioco anche l’incontro con Massimo. Sarà veramente soltanto un gioco e non avrai neppure il tempo per stancarti.
ANDREA ( rivolto al pubblico) Un bel gioco al massacro.
ENRICA (rivolta anche lei al pubblico) Non necessariamente
ANDREA Un gioco senza vincitori
ENRICA E senza vinti
ANDREA O con vinti soltanto
ENRICA Noi non saremo vinti
ANDREA Noi saremo carnefici sopravvissuti
ENRICA Saremo dei pionieri sopravvissuti
ANDREA Del senso di colpa
ENRICA Ne saremo superiori
ANDREA Abbatteremo il muro del rimorso
ENRICA Abbatteremo tutti i muri
ANDREA E ci ritroveremo al di la
ENRICA Al di la di tutti gli schemi
ANDREA Immersi in tutt’altre certezze
ENRICA Saranno le nostre certezze
ANDREA Saranno le tue certezze, e le mie
ENRICA Accompagneranno il nostro bambino
ANDREA Per crescerlo a nostra immagine e somiglianza
ENRICA Si, a nostra immagine e somiglianza
ANDREA Finché la morte non ci salverà tutti
ENRICA Finché la morte non ci separerà
ANDREA Si, finché la morte.

Andrea chiude gli occhi ed alza la testa ascoltando la fine della musica che si alza sempre di più. Enrica si tappa le orecchie con le mani per il fastidio della musica troppo alta. A un certo punto entrambi emettono un urlo tanto forte da coprire la musica stessa che lentamente si abbassa mentre si chiude il sipario.

Sipario

ATTO SECONDO
Scena prima

Le luci si accendono sui primi due settori. È l’interno di una camera un po’ squallida. Nel primo settore Massimo è in piedi davanti ad un comò che si guarda allo specchio allacciandosi la cravatta. Nel secondo, su una vecchia poltrona, è seduta una donna in sottoveste, con un boa di piume intorno al collo, truccata pesantemente. Ha l’aria stanca. Sta maneggiando un mazzetto di banconote.

PROSTITUTA Non sei andato male per essere la prima volta, tesoro.
MASSIMO E chi ha detto che era la prima volta? E non chiamarmi tesoro per favore.
PROSTITUTA Ti piace vivere in questa città, tesoro?
MASSIMO È la mia città.
PROSTITUTA Che razza di risposta è?
MASSIMO Molto probabilmente se ho scelto di vivere in questa città vuol dire che mi piace viverci.
PROSTITUTA Non è poi così scontato quello che dici, sai tesoro?
MASSIMO Non so. Ti ho detto di non chiamarmi tesoro.
PROSTITUTA (pensierosa) Hai mai conosciuto un killer di professione… Com’è che ti chiami scusa?
MASSIMO Perché lo vuoi sapere?
PROSTITUTA Non per farmi gli affari tuoi, ma se non posso chiamarti tesoro, in qualche modo ti dovrò pur chiamare, altrimenti che conversazione è. (pausa) Comunque se non me lo vuoi dire fa lo stesso.
MASSIMO Non sono qui per fare conversazione. Me ne sto per andare.
PROSTITUTA E va bene, come vuoi… Amico. Io comunque l’ho conosciuto un killer vero.
MASSIMO (in tono canzonatorio) Ma non mi dire?
PROSTITUTA Si e ti dirò, mi ha pure confessato un delitto.
MASSIMO La fantasia è un tuo dono di natura oppure l’hai acquistata conversando con i clienti?
PROSTITUTA Ti giuro che è la verità. (pausa) Sai, mi ha detto che per lui le puttane sono un po’ come i preti. Soltanto più carine e pure più disponibili.
MASSIMO Anche più care, direi.
PROSTITUTA Mi disse che tanto, anche se lo avessi denunciato, chi avrebbe creduto ad una come me.
MASSIMO Un gentiluomo.
PROSTITUTA Forse no. Ma dopo tutto aveva ragione. E comunque io non avevo la ben che minima intenzione di denunciarlo. Era così intrigante avere un segreto simile da mantenere.
MASSIMO Perché era? Hai deciso spifferarlo?
PROSTITUTA Certo che no! Ma adesso non mi intriga più.
MASSIMO A te piace questa città?
PROSTITUTA (ridendo) È la mia città, amico.
MASSIMO Sei nata qui?
PROSTITUTA Oh, no. Non avrei mai potuto rimanere nel paese in cui sono nata.
MASSIMO Troppa gente che ti conosceva, eh?
PROSTITUTA Non ho sempre fatto la puttana, sai amico?
MASSIMO Non intendevo questo.
PROSTITUTA E cosa allora?
MASSIMO Niente, lasciamo perdere.
PROSTITUTA (dopo una pausa) Dopo tutto hai ragione. C’era troppa gente che mi conosceva. Tutti ci conoscevamo, più o meno.
MASSIMO Era un paese piccolo?
PROSTITUTA Si tremendamente. Anche tu vieni dalla provincia, amico?
MASSIMO No, io sono nato qui.
PROSTITUTA Allora non hai scelto tu di vivere in questa città. È lei che ti ha scelto.
MASSIMO (un po’ alterato) Lei chi?
PROSTITUTA La città, amico. La città.
MASSIMO (più calmo) Diciamo che ci siamo scelti a vicenda. Un accordo tra le parti. Il miglior compromesso. (pausa) È la mia città.
PROSTITUTA Diciamo che il destino vi ha voluto tenere insieme.
MASSIMO Se preferisci.
PROSTITUTA Tu credi in Dio, amico?
MASSIMO Credo di si.
PROSTITUTA Che buffo. Come si fa credere di credere in qualcosa?
MASSIMO Abbiamo appena finito di parlare del destino, no?
PROSTITUTA Si è vero. Ma il destino non può essere un altro nome per chiamare Dio?
MASSIMO In realtà non sono proprio la stessa cosa. Almeno non ufficialmente Il destino è casuale. Mentre Dio fa accadere le cose secondo un suo disegno ben preciso.
PROSTITUTA E quale sarebbe questo disegno?
MASSIMO È proprio il fatto che noi questo disegno non lo conosciamo che ci porta a credere che Dio sia una specie di destino.
PROSTITUTA Beh, ma allora che differenza fa, amico.
MASSIMO Probabilmente nessuna, all’atto pratico.
PROSTITUTA È bello pensare che il destino, oppure Dio, possano da un momento all’altro far cambiare le nostre vite. E noi non lo sapremo se non nel momento stesso che cambiano.
MASSIMO Già.
PROSTITUTA Magari un giorno ce ne dovremo andare da questa città. Partire per nuove avventure. (pausa) Anche il tuo accordo tra le parti potrebbe saltare e tu potresti dover cambiare città. O volere, chissà?
MASSIMO Già.
PROSTITUTA Anch’io un giorno potrei accorgermi che ci sono troppe persone che mi conoscono anche qui.
MASSIMO Già.
PROSTITUTA Già.

Rimangono un po’ pensierosi. Poi Massimo si volta verso la parete che li divide.

MASSIMO Di’ un po’. Ma il tuo amico killer è di queste parti?
PROSTITUTA Non ti ho detto che siamo come i preti? E poi non è un mio amico. (pausa) Lui si lasciava chiamare tesoro.
MASSIMO Non voglio sapere chi sia. Ho chiesto soltanto se è di questa città?
PROSTITUTA È la sua città.
MASSIMO (pausa, con lo sguardo perso nel vuoto) La morte.
PROSTITUTA Come dici, amico?
MASSIMO Pensavo. (pausa) Come deve essere lavorare sempre a contato con la morte.
PROSTITUTA Bah, prova a chiederlo a un becchino.
MASSIMO Ma no. Io intendo la morte come azione. Come il momento del passaggio. Ci sono. Non ci sono più. Oplà, un attimo e tutto è finito.
PROSTITUTA Non so se mi piacerebbe. Preferisco la vita.
MASSIMO Ma la morte è uno degli strumenti principali del destino.
PROSTITUTA Allora non credi in Dio.
MASSIMO Tu non lo sai quando è il momento di morire. Poi ad un tratto tutta la tua vita cambia. Anzi scompare. E fino all’ultimo tu non lo puoi sapere. E non lo saprai mai.
PROSTITUTA Non mi piace questo argomento, amico.
MASSIMO Non hai parlato con il tuo amico killer?
PROSTITUTA Ti ho detto che non è mio amico.
MASSIMO E di cosa avete parlato?
PROSTITUTA Non mi ricordo. Non posso ricordarmi di cosa parlo con tutti i miei clienti. 
MASSIMO Ti ha detto cosa prova quando vede la sua vittima cadere? Ti ha parlato del gusto macabro di vedere un respiro arrestarsi e sapendo di esserne la causa?
PROSTITUTA No, e neppure mi interessa, amico.
MASSIMO Ti ha parlato degli attimi precedenti. Dei preparativi. Dei progetti che realizzerà con i soldi che avrà guadagnato? Se farà mai un brindisi alla persona che è morta per quei suoi progetti?
PROSTITUTA No, amico. Per favore.
MASSIMO Ti ha detto se prova dei rimorsi. O se si sente sollevato dopo un lavoro ben fatto? Se ha mai pensato che alcune delle sue vittime meritassero veramente di morire e le avrebbe uccise anche gratis?
PROSTITUTA (alzandosi in piedi di scatto) Ora basta, amico. Ti proibisco di parlare ancora di queste cose in casa mia.
MASSIMO Secondo te, secondo te esistono persone che meritino di morire?
PROSTITUTA No amico. Non esistono persone che meritino di morire. Ma esistono persone che meritano di essere ignorate. E questo ti assicuro può essere una punizione ben peggiore.
MASSIMO Si è fatto tardi.
PROSTITUTA Si, credo che tu debba tornare a casa.
MASSIMO E tu?
PROSTITUTA Io sono a casa, amico.
MASSIMO Aspetti nessuno?
PROSTITUTA No per oggi ho finito.
MASSIMO Non intendevo dei clienti. Amici, parenti.
PROSTITUTA (in tono amaro) Ah, per quelli sono degli anni che ho finito, amico. (pausa) La solitudine è il prezzo da pagare per rimanere veramente se stessi.
MASSIMO E non ne soffri?
PROSTITUTA Può darsi.

Si avvicinano entrambi alla parete che li divide e vi appoggiano una mano come per toccarsi.

MASSIMO Beh, allora ti saluto.
PROSTITUTA È stato un piacere, amico.
MASSIMO Anche per me, grazie.
PROSTITUTA Per essere la prima volta non sei andato male. Spero che non sia anche l’ultima.
MASSIMO Credo invece che rimarrà l’unica. (pausa) Conosco la strada, addio.

Massimo esce da una porta sulla parete di sinistra. La prostituta lentamente torna a sedersi sulla poltrona.

Sipario

Scena seconda

Finalmente è il giorno dell’incontro. Appartamento di Massimo. Nel primo settore c’è la sua scrivania, nel secondo il comò con il telefono e nel terzo un divano con un tavolino da fumo di fronte. Si apre il sipario è si vedono Enrica nel settore centrale che cammina nervosamente vestita con un vestito leggero da casa. Nel settore di destra c’è Andrea seduto sul divano, intento a sfogliare una rivista di auto. È vestito in jeans e t-shirt nera.

ENRICA (guardando l’orologio) Ma cosa sta facendo? È già in ritardo di dieci minuti.
ANDREA (in apparenza per niente preoccupato) E che sarà mai per dieci minuti!
ENRICA Se fossi tu non mi preoccuperei, ma Massimo è sempre puntuale, specialmente per le occasioni importanti.
ANDREA Magari per lui non è poi così importante.
ENRICA Figuriamoci! Ha voluto tutto questo teatrino ed ora viene fuori che per lui non è importante?
ANDREA (soprappensiero) Certo che fortuna non avere un’auto!
ENRICA Ma cosa stai dicendo? Massimo ce l’ha l’auto.
ANDREA Non stavo parlando di Massimo. Parlavo di me. Guarda qua quanto costa mantenerle.
ENRICA Io credo che prima o poi ne avremo bisogno.
ANDREA Vuoi scherzare!
ENRICA Non voglio scherzare, ma dovremo portare in giro il bambino, dovremo fare la spesa. Un’auto al giorno d’oggi è necessaria.
ANDREA Già, che sfiga.
ENRICA Sei tranquillo Andrea?
ANDREA Certo
ENRICA Bene, bene.
ANDREA E tu?
ENRICA Si, si. (continuando a camminare nervosamente) Certo se arrivasse potremmo toglierci il pensiero.
ANDREA Allora sei preoccupata.
ENRICA Ma no, figurati.
ANDREA E quale pensiero vuoi toglierti allora?
ENRICA Non credo che tutti e tre abbiamo tempo da perdere con queste cose, non credi? (arriva qualcuno, si sente sbattere una porta in lontananza) Eccolo finalmente. (Andrea scatta in piedi, ed inizia a camminare agitato per il suo settore) Cosa c’è adesso, stai tranquillo.
ANDREA Niente, niente. Dovrò pure salutarlo, è casa sua no? Mi sono alzato per salutarlo, tutto qui.
ENRICA Non è il Papa Andrea. Mantieni la calma.

Poi si apre la porta laterale del primo settore ed entra Massimo con aria stanca. Getta le chiavi sulla scrivania e si blocca al centro del settore con le mani sui fianchi rivolto al pubblico.

MASSIMO Comodi, comodi. Sedete pure. Fate come se foste a casa vostra.
ENRICA Ciao Massimo
ANDREA Buona sera signor Fogli
MASSIMO Oh, ma che accoglienza! Molto gentili ed educati. Un po’ impacciati magari, ma educati e gentili. (pausa) Sembrate, sembrate due fidanzatini che stanno per chiedere al padre di lei l’autorizzazione a sposarsi. C’è quell’aria di tesa felicità pronta ad esplodere una volta fuori di qui. Un po’ come un esame di cui se ne conosca già l’esito positivo. Ma sedetevi pure. Vedo che lei signor…
ANDREA Sonetto, Andrea Sonetto.
MASSIMO Finalmente! (guardando la moglie con aria soddisfatta) Finalmente vengo a sapere il suo cognome. Mai una semplice parola è stata più sofferta.
ENRICA Non era giusto che te lo dicessi io Massimo.
MASSIMO Giustissimo, per la tanto desiderata legge sulla privacy. Comunque stavo dicendo. Vedo che lei signor Sonetto stava sfogliando la mia rivista di auto, deve per caso cambiare la sua?
ANDREA No, io non ho un’auto. A tutti gli effetti non mi è mai servita. Stavo solo sfogliando quella rivista per curiosità. Così per ammazzare il tempo.
MASSIMO Certo, mi rincresce di avervi fatto aspettare tanto.
ENRICA Beh, Massimo. Allora cos’è che ci volevi dire? Vediamo ti fare in fretta. Non credo che abbiamo tempo da perdere.
MASSIMO Ma come cara. Io ho tutto il tempo che voglio questa sera. (rivolto ad Andrea) Lei signor Sonetto? Da quel poco che la privacy ha permesso di dire a mia moglie, non mi pare una persona che non abbia tempo da perdere. Oppure mi sono sbagliato.
ANDREA Non esistono persone che abbiano tempo da perdere signor Fogli. La vita è così breve!
MASSIMO E nonostante questo per qualcuno risulta tremendamente lunga ed insopportabile.
ANDREA Certo, anche questo è vero. Tuttavia io non stavo parlando della lunghezza totale della vita, ma di quella parte della nostra esistenza che ciascuno di noi si ritaglia per svolgere delle azioni particolari.
MASSIMO Lei ha delle azioni particolari da svolgere questa sera?
ANDREA Non questa sera.
MASSIMO (rivolto a Enrica) E tu, hai delle azioni particolari da svolgere?
ENRICA Ma fatela finita tutti e due. Non siamo qui a parlare di quello che abbiamo da fare e di quando lo vogliamo fare. Io credo che sia un bene per tutti se sbrighiamo questa azione particolare il più in fretta possibile.
MASSIMO Mi devi perdonare cara, ma dovresti conoscermi abbastanza bene per sapere quanto io sia abituato a fare qualsiasi cosa, o azione, nel miglior modo possibile. E tu sai anche che la fretta è cattiva consigliera.
ENRICA Massimo per favore, non credi che sia meglio per tutti se ci salutiamo. Il cognome lo hai avuto, cos’altro ti può interessare?
MASSIMO (ignorando la moglie) Signor Sonetto…
ANDREA Mi chiami pure Andrea, e mi dia del tu se non le dispiace. Non sono abituato a tanta referenza.
MASSIMO Certo Andrea, tu continua pure a darmi del lei. Io sai ci sono abituato. (pausa) Comunque Andrea, credo che tu sappia che mia moglie è in cinta?
ANDREA Si, certo che lo so.
MASSIMO Bene. E saprai anche che il padre sei tu?
ANDREA Si.
MASSIMO Quindi sai benissimo che io non c’entro niente in questa vostra storia.
ANDREA Nessuno ha mai detto il contrario, signor Fogli.
MASSIMO Lei ha una casa. Scusa. Hai una casa. Intendo una casa in cui poter crescere una famiglia di tre persone?
ANDREA Non è un problema.
MASSIMO Non ti ho chiesto se è un problema mi pare. Ti ho chiesto se hai una casa dove poter crescere una famiglia di tre persone.
ANDREA Il fatto che non sia un problema, signor Fogli, presuppone che la suddetta famiglia potrà crescere in tutta tranquillità. Certe volte ho l’abitudine ad andare un po’ oltre con i pensieri. Credo che alla fine fosse questo che le interessava. Mi sbaglio signor Fogli?
MASSIMO Mi verrebbe da dire che in realtà mi interessava solo la questione della casa, ma supponiamo che la sua risposta sia sufficiente.
ENRICA Massimo, guarda che non sei mio padre. Quella che sarà la nostra vita non ti riguarda.
MASSIMO Vuoi dire che dobbiamo chiamare qui tuo padre?
ENRICA Lascia perdere, non scadere del ridicolo.
MASSIMO Credi che tuo padre sarebbe stato felice di questa situazione? Eh? Vuoi che facciamo una seduta spiritica per sapere cosa ne pensa?
ENRICA Ho detto non scadere nel ridicolo, per favore?
MASSIMO (ignorandola) Ci manca una quarta persona per fare una seduta spiritica credo. Tu Andrea sei pratico di sedute spiritiche?
ANDREA No, per niente.
MASSIMO Che peccato, dovremo rinunciare.
ENRICA Non mi vuoi proprio ascoltare
MASSIMO Perché tu sei forse pratica di esoterismo?
ENRICA Sei soltanto un buffone

Andrea si risiede sulla poltrona con aria di disinteresse

MASSIMO Veniamo a te Andrea. Non voglio che ti annoi. Sai la nostra vita è sempre stata un po’ noiosa. Non è vero cara? Non è per questo che hai cercato una botta di vita? (pausa, Enrica gli da le spalle offesa) Ma veniamo a te. Che idee politiche hai Andrea?
ENRICA Ma cosa c’entra la politica…
ANDREA (interrompendola) Non ne ho.
MASSIMO Cosa vuol dire non ne ho. Mi vuoi far credere che non ti interessano le sorti del paese in cui tuo figlio dovrà crescere?
ANDREA Non ne ho nel senso che credo intendesse lei.
MASSIMO E quale sarebbe questo senso?
ANDREA Non ho una parte politica preferita, non vado a votare e non mi troverà mai ad un bar a discutere sulle scelte del governo.
MASSIMO Oh, e tutto questo ha una spiegazione, oppure è soltanto pigrizia?
ANDREA Non saprei. Certo la pigrizia fa la sua parte, ma diciamo che preferisco impegnarmi per altre questioni. credo che la politica sia ormai diventato solo un fenomeno di costume.
MASSIMO Quale costume, spiegami.
ANDREA Qualcosa che ha a che fare con il folclore. Non ha anche lei l’impressione che tutte le volte che ci sono delle elezioni, sia un po’ come una specie di palio di Siena nazionale?
MASSIMO Non ti seguo
ANDREA Una rivisitazione delle lotte del passato per la conquista del potere. Quando ancora il potere politico aveva un significato che andava al di la di uno stipendio da parlamentare.
MASSIMO Credi che la politica sia inutile?
ANDREA Lo credo e lo credono anche la maggior parte dei cittadini. Si limitano a fare il tifo per l’una o l’altra parte, senza preoccuparsi minimamente di cosa questo significhi.
MASSIMO Siamo un popolo di calciofili.
ANDREA Si, forse. Ma credo che non sia un problema della sola Italia.
MASSIMO Beh, devo dire che mi hai risposto abbastanza bene.
ANDREA Grazie signor professore.
MASSIMO (incupito) Vedi Andrea, io non sono qui per interrogarti, per giudicare la tua vita. Ma per capirla. (pausa) Credi che sia facile per un uomo essere abbandonato dalla propria moglie dopo cinque anni di matrimonio? Hai mai provato qualcosa di simile?
ANDREA No, non l’ho mai provato.
MASSIMO Io non sono uno stupido, anche se magari mia moglie lo pensa. Io sono una persona capace di capire anche ciò che esula dalla propria vita.
ENRICA Io non ho mai pensato che tu fossi uno stupido
MASSIMO (ignorandola) È per questo che ti faccio queste domande, per capire dove ho sbagliato io, tanto da far scappare mia moglie. E dove ha sbagliato mia moglie nello scegliere me.
ENRICA Prova ad iniziare con l’ignorarmi un po’ meno.
MASSIMO Cosa scrivi di bello Andrea? Ho saputo che sei uno scrittore?
ANDREA Non sono uno scrittore. Sono un bibliotecario.
MASSIMO E non scrivi?
ANDREA Si scrivo. Ma come tutti i non scrittori, scrivo un po’ di tutto.
MASSIMO Anche poesie suppongo, con un cognome così!
ANDREA Si certo anche poesie.
MASSIMO Credi di avere buone possibilità di riuscire a pubblicare qualcosa in futuro?
ANDREA Non sono uno scrittore, come le ripeto, sono un bibliotecario. E i bibliotecari non pubblicano niente, né ora né in futuro.
MASSIMO Ah, avevo capito diversamente.
ENRICA Andrea è soltanto modesto. In realtà scrive delle cose bellissime e presto qualcuno se ne accorgerà.
MASSIMO (in tono ironico) Per adesso te ne sei accorta tu. Hai letto qualcosa di suo?
ENRICA Certo che…
ANDREA (interrompendola) No che non ha letto niente. Niente di importante. Ha letto qualcosa di superficiale, ma quello che scrivo veramente non lo ha ancora letto nessuno.
ENRICA Ma cosa dici Andre? E tutte quelle cose che mi hai fatto leggere? Poesie, racconti. Mi sono piaciuti un sacco.
ANDREA Erano soltanto una parte, alcune non erano neppure mie. Enrica, lascia perdere per favore. E poi tu non sei certo un critico letterario, ne tanto meno un editore.
ENRICA Cosa vorresti dire che sono ignorante? Che non sono capace di riconoscere una cosa buona se la leggo? È questo che vuoi dire?
ANDREA Si, cioè no. Non sei ignorante, ma non sono sicuro che tu sappia riconoscere una cosa veramente buona. Magari sai riconoscere una cosa che ti piace, ma questo non vuol dire che piacerà anche ad altri o che sarà vendibile.
ENRICA Certo tu aspiri a farti leggere soltanto da esperti critici letterari. Sappi che allora guadagnerai sempre poco, perché in genere i critici neppure li pagano i libri.
ANDREA Non hai capito.
ENRICA Adesso sono anche dura.
MASSIMO Hei, hei. Non avrete mica intenzione di mettervi a litigare in casa mia? Manteniamo la calma per favore.
ENRICA Presuntuoso snob!
ANDREA Non hai capito Enrica.
ENRICA Ancora, insisti.
ANDREA Ok, non mi sono spiegato. Così va bene?
ENRICA E non mi trattare con sufficienza.
ANDREA Ma non è proprio possibile parlare con te.
MASSIMO Insomma ragazzi, facciamola finita. Di queste cose ne potete parlare in privato ok?
ANDREA Va bene. Insomma, io sono un bibliotecario e non faccio altro che il bibliotecario.
ENRICA Se preferisci così? Ti facevo un po’ più ambizioso.
ANDREA L’ambizione non presuppone la presunzione.
ENRICA Non devi essere presuntuoso Andrea, ma credere nelle proprie qualità non è presunzione.
MASSIMO Sperare nelle proprie qualità non è presunzione, cara. Credere nelle proprie qualità implica già il pensare di averle. È un po’ presunzione.
ENRICA E tu non ti immischiare. Cosa ne vuoi sapere? Hai mai avuto una passione nella tua vita? Hai mai sognato qualcosa di diverso dalla tua bella vita di agi e tranquillità? Vivere un’utopia può essere altrettanto meritevole di non far mancare i soldi in casa, sai. E sicuramente si colloca ben più in alto.
MASSIMO Ha si? E la tua utopia sentiamo, quale sarebbe?
ENRICA Io voglio una vita degna di essere vissuta. In cui non ci sia la routine, in cui si susseguono sempre persone, luoghi e fatti diversi. Voglio conoscere il mondo. Che è diverso da girare il mondo. Voglio conoscere anche il mondo che mi circonda, cercando di andare al di la delle apparenze. Voglio andare al di la delle mie poche conoscenze e vivere immersa nelle esperienze altrui, nelle vite altrui, per carpirne i segreti.
MASSIMO Hai sentito Andrea? (Andrea è seduto sulla poltrona con lo sguardo basso) Ecco cosa vuole questa donna.
ENRICA E non dire “questa donna” per favore.
MASSIMO Hai sentito Andrea cosa vuole? Credi di essere veramente in grado di soddisfarla? Guardami negli occhi su, non ti vergognare.

Pausa, Andrea rimane con lo sguardo in terra, gli altri due lo fissano in piedi. Dopo un po’ Enrica si gira di scatto verso il marito.

ENRICA Certo che lui mi può soddisfare. Mica è meschino e falso come te. Tu ci hai chiamati qui per cercare di mettere scompiglio tra di noi, ma non ce la farai. Quando due persone sono innamorate non c’è modo di tenerle lontane.
MASSIMO È vero questo Andrea?
ENRICA Lascialo in pace. Lo vedi che non gliene può fregare di meno delle tue insinuazioni? Non ti rendi conto che stai parlando soltanto per te stesso?
MASSIMO Posso sentire ancora la tua voce Andrea, oppure da ora in aventi hai delegato il tuo avvocato a parlare per te?

Di nuovo silenzio. I due coniugi fissano Andrea che lentamente si alza dalla poltrona con la rivista di auto in mano ed inizia a camminare per il suo settore.

ANDREA Che macchina hai Massimo?
MASSIMO Non mi dare del tu per favore.
ANDREA No, no. Non mi interessa che macchina hai. Mi interessa solo il valore. Costa più o meno di venti mila euro?
MASSIMO Ti ho detto di non darmi del tu.
ANDREA Non mi sembra una risposta.
MASSIMO Non è una risposta.
ANDREA Non ti hanno insegnato l’educazione da piccolo?
MASSIMO Senti chi parla di educazione!
ANDREA A me hanno insegnato a rispondere quando qualcuno fa una domanda.
MASSIMO Ma ti avranno anche insegnato che ci si rivolge dando del lei alle persone con cui non si è in confidenza. Almeno che non siano loro a concederti l’uso del tu.
ANDREA Ma io ormai sono in confidenza con te Massimo! Come puoi dire di no. Siamo qui in casa tua che discutiamo di auto, di politica, di letteratura. Abbiamo frequentato la stessa donna, abbiamo scopato la stessa donna. E tu mi vieni a dire che non siamo in confidenza? (pausa) Costa più di ventimila euro eh?
MASSIMO Si di più.
ANDREA E ce ne deve volere per mantenerla, leggo qui.
MASSIMO Certo, niente che non possa permettermi.
ANDREA E ti costa di più la tua macchina o tua moglie.
ENRICA Andrea ora stai esagerando
MASSIMO Credo la macchina, visto che la moglie comunque uno stipendio lo riporta a casa.
ANDREA Certo come no. La moglie si arrangia.
ENRICA Non mi piacciono questi discorsi.
ANDREA Vedi Massimo. Io non guadagno molto. Non ho un’auto, come ti ho già detto. Per fortuna, da quel che leggo qui. Ma presto avrò un bambino ed una compagna. La quale compagna comunque uno stipendio lo riporta a casa. (pausa) Ma vedi, la stessa compagna dice che avremo bisogno di un’auto. Che come tu sai non riporta niente. (pausa) Tutto questo per dirti che, tutto sommato, per me questa faccenda non rappresenta un gran guadagno. E tu che hai un po’ di dimestichezza con l’economia, non potrai che confermarmelo. (pausa, sempre con lo sguardo in terra) Però, c’è una particolarità che tu non prendi in considerazione. E cioè che ci sono persone abituate a vivere di rinunce, di attenzione alle spese, di passioni meno costose. Inoltre, come dicono, quando due persone si amano, i problemi economici passano in secondo piano. Continuano ad esistere certo, ma si superano in un modo o nell’altro. Anche magari rinunciando ad un viaggio a Barcellona. E per questo (rivolto a Enrica) non è necessario diventare scrittori di best seller (pausa, rivolgendosi ancora a Massimo) Quindi, se il tuo intento, invitandoci qui, era quello di metterci di fronte alle nostre difficoltà finanziarie, come vedi, le abbiamo già ben presenti e non credo, a questo punto, che sia necessario rimanere ancora. Se hai altro di cui parlarci allora possiamo anche continuare, altrimenti…
ENRICA (interrompendolo) No che non possiamo continuare. Massimo noi non ne possiamo più di questa messa in scena. Vediamo di finirla qui.
MASSIMO Un momento, un momento. Forse non sono stato chiaro. A me non importa un bel niente delle vostre difficoltà finanziarie.
ENRICA Si, ma noi è meglio se ce ne andiamo lo stesso.
MASSIMO (rivolto a Andrea) Quello che volevo avere presente è che tipo di coppia siete. E soprattutto per quale motivo mia moglie ha deciso di abbandonare il tetto coniugale per uno come te. (pausa) Perché si da il caso, che forse ti sfugge che questa donna piace pure a me. E che, anche se mi costa un’enorme fatica dirlo, io sono ancora innamorato di lei. (pausa) E quello che non capisco è come sia possibile che l’amore può far superare i problemi finanziari, ma non può soddisfare una donna insoddisfatta.
ENRICA Ti odio quando parli di donne come se fossero una marca di telefonini. Sei veramente maschilista nell’anima.
MASSIMO (ignorandola) Vedi Andrea l’amore non riesce a sconfiggere il mio maschilismo. Ad estirparlo dalla mia anima. Ma riesce benissimo a pagare i pannolini.
ENRICA Forse perché il tuo non è vero amore. Non te lo sei mai posto questo problema?
MASSIMO (ignorandola) Andrea tu sai riconoscere il vero amore, quando lo provi?
ANDREA Non so, credo di si.
MASSIMO Cosa provi di preciso?
ANDREA Non saprei…
MASSIMO Tachicardia?
ANDREA Non so, non credo.
MASSIMO Ginocchia deboli?
ANDREA Mah!
MASSIMO Sudorazione eccessiva?
ANDREA Ma non so! Non te lo saprei dire.
MASSIMO Come fai a dire che siete innamorati allora? Forse è soltanto lei che è innamorata di te e non viceversa. O forse neppure lei è innamorata di te, ma è soltanto un unico grande gioco divertente.
ENRICA Io sono sicurissima di essere innamorata di lui e credo che anche lui lo sia di me. Non ti preoccupare.
MASSIMO Ha si? E da cosa lo avresti capito?
ENRICA Non sto certo qui a spiegarlo a te.
MASSIMO Certo che siete un po’ strani
ENRICA Non siamo strani Massimo, siamo al di fuori dei tuoi schemi di ragionamento.
MASSIMO Può darsi, ma non mi sembra che il tuo amico sia poi così convinto.
ENRICA Lui è convintissimo, non ti preoccupare.
MASSIMO Perché non lasci mai che risponda lui? Hai qualcosa da temere?
ENRICA Non ho niente da temere, ma io ti conosco bene e so che quando ti ci metti sai essere una iena. Lui non ti conosce ancora.
MASSIMO Ma se ha già deciso di darmi del tu! Allora come sta la questione Andrea? Ci conosciamo oppure no? (rivolto alla moglie) E per favore fa rispondere lui.
ANDREA (dopo una pausa) Si che ci conosciamo.
MASSIMO Come vedi quando vuole sa rispondere.
ANDREA Certo che so rispondere, ma cosa credete? Ho come l’impressione di essere stato chiamato per farvi divertire. Per dar vita ad una bella scenata familiare che da soli non sareste stati in grado di metter su. Forse vi serviva un diversivo? Uno stimolo?
ENRICA Lo sai benissimo che non è così Andrea.
ANDREA Lo so benissimo dici? Io forse so molte meno cose di quanto tutti e tre pensiamo.
ENRICA Cosa intendi?
ANDREA Lascia perdere. Non ne vale la pena.
ENRICA (rivolta al marito) Hai visto? Sarai contento adesso.
MASSIMO Ho visto cosa, Enrica.
ENRICA Sei riuscito a farlo dubitare di me.
MASSIMO Sono riuscito a farlo dubitare di te?
ENRICA E non ripetere quello che dico
MASSIMO Se è bastato così poco a farlo dubitare di te…
ENRICA (si gira verso Andrea) Andre, forse è meglio se ce ne andiamo. (si gira verso il marito con tono di canzonatorio) Siamo rimasti anche troppo a far divertire il bambino.
MASSIMO Un momento, un momento. Che fretta avete. Proprio adesso che iniziavamo a divertirci. Sai Andrea? Anch’io in gioventù ho sognato di diventare un’artista.
ANDREA Ma non mi dire?
ENRICA Non vorrai tirare in ballo la storia della chitarra, spero. Andiamo Andre è già abbastanza tardi e…
ANDREA (la interrompe) No aspetta, questa voglio proprio sentirla.
MASSIMO Troppo gentile. Come vedi con mia moglie non è poi così semplice fare conversazione. E comunque c’è ben poco da dire. È stato tra i venti e i venticinque anni. Suonavo la chitarra, sia classica che elettrica. Non ero male, avevo imparato da autodidatta. Tutto da solo.
ANDREA Suonavi da solo o avevi un gruppo
MASSIMO Avevamo messo su un gruppetto con degli amici. Ed eravamo riusciti anche a fare qualche serata in giro.
ANDREA Cover o roba vostra?
MASSIMO Soprattutto cover, ma ultimamente io mi ero messo a scrivere qualcosa. Sia come testi che come musica. Anche se devo dire era molto difficile armonizzare le due cose.
ANDREA E poi?
MASSIMO E poi, ho deciso di appendere le chitarre al chiodo.
ANDREA Così, senza un motivo?
MASSIMO Quasi senza un motivo. Di sicuro senza un motivo preciso. (pausa) Il mio rapporto con la chitarra è stato del tipo amore odio. Non so se ha presente, quando una donna che ami e con cui vorresti passare il resto della tua vita ti lascia chiedendoti di rimanere amici. In quel momento la grande frustrazione e la rabbia che provi trasformano tutto il tuo amore in odio. Non riesci a contemplare l’amicizia tra voi due. Vedi soltanto tristezza ed umiliazione. E te ne vai sputando per terra con disprezzo. La mia storia con la chitarra è stata qualcosa di simile. Avrei voluto diventare un chitarrista, ma troppe cose me lo impedivano. L’ambente familiare, i miei mi sognavano laureato, in giacca e cravatta, con un lavoro sicuro dietro a un computer. Le amicizie, i mie compagni del gruppo non avevano intenzione di provare a fare il salto di qualità e forse non ne avevano le capacità. Il mio carattere, insicuro e poco propenso al rischio. (pausa) E forse, dopo tutto, non è che avessi un gran talento. (pausa) Insomma la chitarra mi stava chiedendo di rimanere amici, di laurearmi, di fare il mio lavoro sicuro e di continuare a suonarla nel tempo libero.
ENRICA Ma che bella storiella. Sei riuscito a raccontarla ancora una volta. Ora possiamo andare?
ANDREA Tutto questo è molto triste sai?
MASSIMO Niente in confronto a perdere un amore vero.
ANDREA (con aria colpevole) No, certo.
MASSIMO Vedi Andrea, nella vita succede spesso di dover non rimanere amici, per non impazzire.
ANDREA Ne sono convinto.
MASSIMO Ma naturalmente non tutti siamo uguali. Quello che ho detto può non valere per altri.
ANDREA Certo, ma io credo di capirti.
MASSIMO Tu sei amico della tua scrittura, oppure stai ancora cercando di convincerla a sposarti?
ANDREA La seconda che hai detto, ma. (pausa) Non ti nascondo che potrei anche rimanerle amico.
MASSIMO Come dicevo, non tutti siamo uguali.
ANDREA Il mio rapporto con la scrittura è più come quello con una prostituta.
MASSIMO Ma dai?
ANDREA Sai di quelle con cui puoi anche parlare? Di quelle abituali, con le quali finisci per confidarti più che con la tua donna.
ENRICA Andre cosa stai dicendo…
ANDREA (ignorandola) Sai di quelle che definiresti amiche, ma che ogni tanto ti danno qualche soddisfazione in più.
ENRICA Andrea, mi vuoi rispondere, per favore?
ANDREA Potresti anche rimanerle amico per sempre, incontrandola ogni tanto, ma potresti anche finire per sposartela.
ENRICA Come lo odio quando fa così!
ANDREA Enrica, è soltanto una metafora. L’unica prostituta che frequento è la mia ispirazione.
MASSIMO Bravo, forse il rapporto che hai tu con l’arte è migliore del mio.
ANDREA Credo che dovresti rivedere pure il tuo.
MASSIMO Vuoi dire che mi dovrei trovare un’amica puttana?
ANDREA Proprio così. Dovresti riprendere la chitarra e scopatela ogni tanto. Poi dimenticala, quando sei troppo impegnato, ti allieterà comunque i sogni.
MASSIMO Forse la fai un po’ troppo semplice, ma dopo tutto di tempo adesso ne avrò.
ANDREA Certo, il tempo.
MASSIMO Il tempo si. Non credi che sia la cosa che manca di più nella vita?
ANDREA È vero, buttiamo sempre tanto di quel tempo.
MASSIMO Poi ce ne accorgiamo quando è troppo tardi, non è vero?
ANDREA Verissimo, ci rendiamo conto che potevamo usarlo meglio, quando è ormai trascorso.
MASSIMO Il problema è che è molto difficile rendersi conto di quanto tempo ci rimane, mentre è sempre troppo facile sapere quanto ne abbiamo sprecato.
ENRICA Mi pare che stiamo sprecandone abbastanza ragazzi, eh? Vediamo di chiudere la conversazione qui ed andiamocene.
MASSIMO (rivolto alla moglie) Ma non ero io quello quadrato?
ENRICA È soltanto che non credo che sia il momento di parlare di certe cose.
ANDREA Ma non capisci Enrica.
ENRICA Cosa non capirei? Certo che capisco, ma non mi va di parlarne adesso.
ANDREA Ti rendi conto che le persone passano la maggior parte del loro tempo a parlare dal passato e parlano pochissimo del futuro?
ENRICA Questo non è sempre vero Andrea.
ANDREA Abbiamo paura del futuro, e ci consoliamo con il passato che non ci riserverà mai sorprese.
ENRICA Ma se noi abbiamo passato serate intere a parlare del nostro futuro, della nostra vita insieme. A parlare di come trasformeremo il tuo appartamento, di cosa compreremo al bambino…
ANDREA Tu hai passato il tempo a parlare di questo, io ti ho ascoltato.
ENRICA Vuoi ferirmi? Perché?
ANDREA Nessuno vuole ferirti, stiamo soltanto facendo conversazione.
ENRICA Non c’è bisogno di distruggere le mie speranze. I miei sogni.
ANDREA Enrica non si può vivere di soli sogni.
ENRICA Ma sei tu che mi hai insegnato a farlo?
ANDREA E sono io adesso a dirti che non si può.
ENRICA Non vuoi più stare con me? Andrea cerca di essere sincero.
ANDREA Certo che voglio stare con te.
ENRICA E allora cosa ci guadagni a parlare di queste cose davanti a mio marito?
ANDREA Tuo marito. Tuo marito è una persona come un’altra. Magari è diverso da me, e da te, ma nel mondo per fortuna non esiste un solo modello di persona per bene.
ENRICA Nessuno ha mai detto il contrario.
ANDREA E allora perché non dovrei parlare con lui di certe cose?
ENRICA Perché sei il mio amante forse?
ANDREA Non essere medioevale.
ENRICA Non sono medioevale, ma la modernità no può giustificare tutto.
ANDREA La modernità apre le menti.
ENRICA La modernità uccide il mistero.
ANDREA La modernità crea altri misteri.
ENRICA Tu tiri in ballo la modernità come un alibi per la tua vita.
ANDREA Come un alibi?
ENRICA Si, come certi pittori usano l’astrattismo.
ANDREA Io sto parlando di cose concrete.
ENRICA Su questo ho dei dubbi. Comunque la mia era una metafora.
ANDREA Perdonami, sentiamo.
ENRICA Tu non sei capace di capire il tuo tempo e di dare giudizi, ecco perché accetti tutto dicendo che l’essere moderno lo giustifica. Per te la modernità rende tutto lecito, soltanto perché non vuoi impegnarti a scoprire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
ANDREA Forse Enrica hai ragione. (pausa) Forse io non sono in grado di dare giudizi. Ma forse sono soltanto umile e non ho la presunzione di darne.
ENRICA Non devi pretendere che le tue idee siano accettate da tutti, ma devi comunque averne di idee.
MASSIMO Certo ragazzi, non avrete modo di annoiarvi. Mi pare che argomenti di discussione ne avete fin troppi.
ENRICA (rivolta al marito con rabbia) Non ci chiamare ragazzi! Non sei tanto più esperto di noi, sai?
MASSIMO Mai detto questo, sono io il cornuto qui, se non sbaglio.
ENRICA Appunto, quindi fai silenzio.
MASSIMO Questa è la casa del cornuto cara.
ENRICA Ed è per questo che noi ce ne andiamo, ma per favore non ci fermare più. Se ti senti solo, prenditi un cane. (rivolta ad Andrea) Andiamocene da qui.
MASSIMO Ciao Andrea, è stato un piacere, se vuoi ripassare per fare due chiacchiere.
ANDREA Certamente, magari mi fai ascoltare qualche tuo pezzo.
MASSIMO Può darsi, ma ci devo ancora pensare. Sennò puoi venire a trovare il mio cane.
ANDREA (sorridendo) Certo, magari.
ENRICA Non fare tanto lo spiritoso.
MASSIMO Arrivederci, mia signora.

Enrica si volta stizzita verso la porta sul fondo del suo settore ed esce con passo deciso. Massimo e Andrea rimangono in piedi l’uno di fronte all’altro a guardarsi.

Sipario

ATTO TERZO
Scena prima

Il palco è ancora diviso in tre settori. Quando si alza il sipario, l’unico illuminato è il primo in cui si vede il salotto delle casa di Massimo. Massimo, con una maglia grigia ed un paio di pantaloni di tela marroni, è seduto con i gomiti appoggiati sul piano della scrivania e ha la testa tra le mani in atteggiamento di disperazione. Appoggiata al muro c’è una chitarra. Dopo qualche secondo rialza la testa, immediatamente squilla il telefono cordless che è appoggiato sulla scrivania. (come se lo aspettasse).

MASSIMO Pronto? (pausa) Si sono io mamma. (pausa) Bene, bene. (pausa) Certo che sono solo in casa, con chi dovrei essere? (pausa) No, grazie mamma, sto bene così. (pausa) Non posso venire da voi. (pausa) Ma perché non posso e basta. (pausa) Per favore non insistere. (pausa) Devo tenere alla casa. (pausa) No non voglio che tu venga a stare qua. (pausa, spazientito) Mamma, mi pare di averti detto che sto bene, no? (pausa) Il cane? Quale cane. (pausa) Ah, il cane. No mamma non l’ho ancora comprato. (pausa) Quando, quando non lo so, forse anche mai. (pausa) Si ti avevo detto che lo volevo, ma non ho tempo. (pausa) Si per fortuna. (pausa) I mercati si stanno riprendendo è vero. (pausa) Per caso papà vuole investire qualcosa? (pausa) No mamma, no. (pausa) Era solo una domanda, ne ho fin troppi di clienti. (pausa) Domenica vengo, si. (pausa) Non sto tutti i giorni da solo, ogni tanto esco. (pausa) Come con chi, mamma, credi che non abbia amici? (pausa) E cosa ne posso sapere io? (pausa) No, non l’ho più rivista. (pausa) Non mi manca, non più. (pausa) No che non ci penso più. (pausa) Certo meglio così. (pausa) Anch’io devo cucinarmi qualcosa. (pausa) Cosa ancora non lo so. (pausa) Non è tardi mamma. (pausa) Cosa vuol dire? Non esiste un’ora di cena. (pausa) Non in casa mia, mamma. (pausa) Certo, ma voi fate bene, siete abituati così. (pausa) Stasera guarderò un po’ di tv. (pausa) No, non so cosa c’è di bello. (pausa) Si, ma io non guardo i varietà. (pausa) Non so, magari leggerò un po’. (pausa) Si avevo detto che la guardavo, ma se deve crearti un problema. (pausa) Lo so, anch’io ti voglio bene, ma non ho bisogno di qualcuno che mi dica come passare il tempo mamma. (pausa) Ok. (pausa) Torna da papà adesso, che magari si è già addormentato sulla poltrona. (pausa) Ah, mai prima di cena? (pausa) Allora magari è li che non vede l’ora di cenare per poi addormentarsi sulla poltrona. (pausa) No mamma, era solo una battuta. (pausa) Vado a cucinare qualcosa, si. (pausa) Salutami anche papà. (pausa) Certo, anch’io. (pausa) Un bacio a tutt’e due. (pausa) Ciao ma’.

Riattacca e rimane per un po’ soprapensiero. Poi si alza e inizia a camminare per il settore a testa bassa, meditabondo. Poi si avvicina alla chitarra, la guarda per qualche secondo, poi la prende e si risiede imbracciandola. Prova qualche accordo.

MASSIMO Un cane? Forse un cane sarebbe capace di apprezzare il mio talento? Certo un cane ti ascolta, si accuccia ai tuoi piedi fedele e non si muove fino a che non hai finito di suonare, di più, non si muove neppure dopo se non glielo dici tu. (amaro) Neppure se ne accorge se stai ancora suonando o se hai già finito. (pausa) Bell’amico che è il cane. Non gli puoi chiedere un consiglio, un aiuto, non ti da un parere, niente. E poi dicono che è il miglior amico dell’uomo… condizione invidiabile per l’umanità! (pausa, prova ancora qualche accordo) Però quando ha fame te lo fa capire eh? Anche quando vuole fare la sua passeggiata alle ore più impensate te lo fa capire. (ironico) Amico un po’ egoista il cane, mi pare. Ha una vita un po’ troppo essenziale per essere un amico. Manca in profondità, manca di originalità. Manca di una ragione per esistere (pausa, appoggia la chitarra sulla scrivania, guarda per terra sul lato destro della scrivania con faccia schifata) Oltretutto (pausa) Un amico di facile decomposizione, mi pare.

Si alza, prende un grosso cestino da dietro la scrivania e lo porta al centro del settore, con una mano si tappa le narici e con l’altra estrae il cadavere di un cane per una zampa. Inizia a parlare con il cane tenendolo sospeso.

MASSIMO Non ce l’avere con me mio grande amico. Non sono io ad essere cattivo, è la vita che è fatta così. Sai io avevo bisogno di un amico intelligente, uno che sapesse capirmi, che mi potesse dare una mano a ritrovare me stesso. Un amico che mi sapesse consigliare sugli accordi migliori, per esempio. Un amico utile, per farla breve (pausa) Mi avevano detto che voi cani siete animali intelligenti, ma non abbastanza evidentemente. (pausa) Viviamo tempi difficili amico, sopravvivono solo i migliori. Non c’è spazio per la buona volontà. Non c’è spazio per la fedeltà. C’è bisogno di abilità, di capacità, di superiorità. E tu, diciamo le cose come stanno, eri un po’ scarso. (pausa) Siete sfortunati voi cani. Non avete giudici e pronti a battersi per voi in nome della giustizia. Ma credimi, se l’uomo non avesse inventato i giudici e la giustizia, la tua stessa sorte toccherebbe a tanti esseri umani. Bada bene, non intendevo la Giustizia, quella con la G maiuscola. Quella non l’ha inventata nessuno, ed infatti non esiste. (Pausa, urlando in direzione del cane) Ma quale dannato senso civico. Non ti rendi conto di quanti di noi sono ancora vivi solo perché protetti dalle leggi contro gli omicidi? Se ancora non te ne fossi accorto, la vita non è regolata dai sentimenti, è regolata dalle leggi. Cosa vuoi che conti il tuo stupido affetto? Ciascuno di noi sopravvivrebbe solo nell’utilità. Non esisterebbero i deboli, non i pazzi, non esisterebbero i poveri e neppure i vecchi. (pausa) E tu, che cammini a quattro zampe, che emetti suoni incomprensibili e magari neppure degni di essere compresi, pretendevi di vivere, di occupare spazio su questa terra, come se non fosse già troppo affollata di esseri inutili? Che stupido illuso. (pausa, Getta di nuovo il cane nel cestino e continua a guardarlo dall’alto) Se esiste un Dio? Ma se neppure lui si cura di voi bestie. Non potete neppure sperare in un’illusione falsa come la religione. Non avevi proprio scampo. Il tuo destino era ormai segnato. (pausa) Dovresti solo ringraziarmi per averti accelerato i tempi, chissà quanto tempo avresti sprecato in stupidi scodinzolamenti.

Torna a sedersi alla scrivania. Riprende la chitarra in mano e prova ancora qualche accordo. Poi si ferma e scoppia in singhiozzi.

La luce lentamente si spenge sul primo settore e si illumina il secondo settore. In questo si vede Enrica distesa su un tavolo operatorio con la testa verso il pubblico. Ha le gambe divaricate e sta per partorire, ha il respiro affannoso, ma è ancora tranquilla. Durante la scena si sentiranno le voci del dottore e dell’infermiera, ma non li si vedranno mai.

ENRICA Va bene così la posizione?
INFERMIERA Questo lo deve dire lei, signora.
ENRICA Io non sto molto comoda.
INFERMIERA Allora provi a cambiare posizione, ma non muova troppo le gambe.
ENRICA Allora mi dovrò rassegnare a stare scomoda.
INFERMIERA Non ci vorrà molto, non si preoccupi.
ENRICA Il dottore dov’è?
INFERMIERA Sta arrivando, è ancora presto.
ENRICA È ancora presto?
INFERMIERA Si, arriverà quando le sue contrazioni aumenteranno.
ENRICA Ma le mie contrazioni sono fortissime.
INFERMIERA Intendo come frequenza.
ENRICA Ma non aveva detto che non ci voleva molto?
INFERMIERA Certo signora, vedrà.
ENRICA Cosa sta facendo il dottore?
INFERMIERA Altre cose in attesa che io lo chiami.
ENRICA Altre cose? Cosa vuol dire?
INFERMIERA È tutto apposto signora, non è lontano, arriverà in un minuto quando lo chiameremo.
ENRICA E allora chiamiamolo.
INFERMIERA Non ancora, è troppo presto.
ENRICA (ha una contrazione) Dice che è troppo presto?
INFERMIERA Si è ancora troppo presto.
ENRICA Cosa sta facendo di preciso il dottore?
INFERMIERA Non saprei, starà visitando qualche altra paziente.
ENRICA (allarmata) E allora, quando lo chiamiamo non potrà lasciare l’altro paziente abbandonato a se stesso e correre da me.
INFERMIERA Ma certo che lo può fare, lascerà l’altro paziente al suo assistente.
ENRICA (poco convinta) Già.
INFERMIERA Vuole che le chiami suo marito? È rimasto fuori in sala d’attesa.
ENRICA No, non lo sopporterebbe. È facilmente impressionabile.
INFERMIERA Veramente? Eh, non ci sono più gli uomini di una volta!
ENRICA Ci sono, ma sono diventati vecchi.
INFERMIERA (sorride) Vedo che lo spirito non le manca, molto bene.
ENRICA (ha una contrazione) Vedrà che se ne andrà alla svelta.
INFERMIERA Comunque bisognerebbe fare attenzione nello scegliere l’uomo da sposare. Non si sa mai, in qualsiasi momento della vita potremmo avere bisogno di una mano. (fa una pausa, ma Enrica non dice niente) Capita ogni tanto di avere bisogno di un uomo forte che ci stia vicino e ci risolva i problemi. (pausa) Io l’ho sempre detto anche a mia figlia: non ti sposare uno di questi ragazzi rammolliti di oggi. Tutti pseudo artisti, tutti truccati come modelli, vestiti come tanti gay, e magari sa? Sotto, sotto, un po’ lo sono anche. (pausa) Insomma dico, uno che non abbia paura di assistere ad un parto, per intenderci.
ENRICA (ha una contrazione) Lui non è mio marito.
INFERMIERA Come dice scusi?
ENRICA Ho detto che l’uomo che è in sala d’aspetto non è mio marito.
INFERMIERA Ah! E suo marito dov’è?
ENRICA A casa suppongo.
INFERMIERA Peggio ancora! Ancora peggiori sono gli uomini menefreghisti. Sa, quelli che ti dicono sempre: “Fai pure come vuoi cara, non ti preoccupare per me”. E non si rendono conto che tu non avevi bisogno del loro permesso, ma casomai del loro appoggio. Ti ritrovi da sola, con la sua benedizione. (pausa) Devo dirlo a mia figlia, neppure uno di questi uomini menefreghisti che ti fanno sentire libera magari, ma anche tanto sola. (pausa) Insomma uno che abbia almeno interesse alla nascita di suo figlio, per intenderci.
ENRICA (ha una contrazione) Non è suo figlio.
INFERMIERA Come dice scusi?
ENRICA Ho detto che il bambino che sto per partorire non è di mio marito.
INFERMIERA Oh, mammamia!
ENRICA Non vorrà ora farmi una ramanzina? Non sono sua figlia sa?
INFERMIERA No, no. Si figuri. Ognuno è libero di fare le proprie scelte.
ENRICA Ecco appunto. (pausa) Il dottore non lo chiamiamo?
INFERMIERA Guardi che il dottore è felicemente sposato.
ENRICA Sono contenta per lui, ma io devo partorire.
INFERMIERA È ancora troppo presto.
ENRICA Ne è sicura?
INFERMIERA Non è il primo parto che seguo.
ENRICA Bene.
INFERMIERA (dopo una pausa) Ma non poteva abortire?
ENRICA (indispettita) Ma cosa dice?
INFERMIERA Dico, non poteva abortire, quando era ancora in tempo naturalmente.
ENRICA (ha una contrazione) E perché mai?
INFERMIERA Ma, non so. Far nascere un bambino così, fuori dal matrimonio. (pausa) Io l’ho detto anche a mia figlia. I figli devono nascere nelle migliori condizioni, altrimenti meglio abortire. (pausa) Insomma, ci vuole una famiglia solida alle spalle, per intenderci.
ENRICA La mia famiglia è solidissima.
INFERMIERA Come dice, scusi?
ENRICA Ho detto che io e il mio nuovo compagno saremo un’ottima famiglia per il bambino.
INFERMIERA E il suo compagno sarebbe il signore che l’aspetta fuori?
ENRICA Si è lui.
INFERMIERA Andiamo bene!
ENRICA (ha una contrazione) Cosa vuole dire?
INFERMIERA Niente, niente. Ma non ha neppure il coraggio di assistere alla nascita di suo figlio. Non mi sembra un buon inizio.
ENRICA Le ho dato un po’ di spunti per le raccomandazioni a sua figlia, non è vero?
INFERMIERA No, ma cosa dice. Mia figlia è una ragazza responsabile. Ha la testa sulle spalle lei. È un’ottima studentessa sa? E non credo mi darà mai delusioni simili.
ENRICA (ha una contrazione, poi in tono sarcastico) Grazie mille signora.
INFERMIERA No, non mi fraintenda. Non ho niente contro di lei.
ENRICA (in tono amaro) Non si preoccupi, si capisce benissimo.
INFERMIERA Dico, magari non è neppure colpa sua.
ENRICA Non è colpa di nessuno.
INFERMIERA Ci sono donne che vengono abbandonate e che non sanno più dove sbattere la testa.
ENRICA (ha una contrazione) Nessuno mi ha mai abbandonata.
INFERMIERA Certo. D’altra parte è difficile lottare contro una società ancora così maschilista. Ci sono donne che non fanno vita in famiglia e sono costrette a dare un taglio. (pausa) Non so se mi spiego. Cercano di cambiare il proprio destino. E immancabilmente poi fanno degli errori, ma sono giustificabili.
ENRICA (ha una contrazione) Io non ho fatto nessun errore.
INFERMIERA Anche l’educazione familiare è importante, sa?
ENRICA (ha una contrazione) Ottima cosa l’educazione. Potrebbe chiamare il dottore?
INFERMIERA Lei è anche professoressa, non è vero?
ENRICA (ha una contrazione) Si, lo sono. Può chiamare il dottore?
INFERMIERA Poi sa, ognuno è padrone della propria vita.
ENRICA (ha una contrazione) Ben detto, ma può chiamare il dottore, per favore?
INFERMIERA Il mondo è bello perché è vario.
ENRICA (ha una contrazione) Ancora meglio, ma io ho bisogno del dottore signora.
INFERMIERA Anche mia figlia vuole fare la professoressa sa?
ENRICA (ha una contrazione, urlando) Signora, vuole chiamare questo dannato dottore?

Si spengono le luci sul settore centrale e si accendono su quello di destra. In questo settore si vede una sala d’attesa di un ospedale. Ci sono tre sedie sui tre lati, un cestino per terra sul lato di sinistra accanto alla porta della sala parto e una porta sul lato di destra con su scritto WC. Sulla sedia sul fondo ci sono delle lenzuola ripiegate, in alto corrono due tubi dell’acqua che vanno dal WC alla sala parto. Si apre la porta del WC ed esce Andrea, ha un paio di jeans e una t-shirt viola, ha una borsa a tracolla ed è visibilmente nervoso. Apre la borsa e prende un pacchetto di sigarette. Ne estrae una e si ferma a guardarla per un istante.

ANDREA (parlando tra se) In questo posto non si può nemmeno fumare.

Ripone la sigaretta nel pacchetto ed il pacchetto nella borsa. Inizia a camminare nervosamente, poi si ferma ancora e riapre la borsa, riprende il pacchetto, estrae un’altra sigaretta, se la mette in bocca e rimette il pacchetto nella borsa.

ANDREA (tolta la sigaretta di bocca) Tanto, basta che non l’accenda.

Inizia a camminare per il settore facendo finta di fumare una sigaretta spenta.

ANDREA Così non fa male hai polmoni. (pausa) Si risparmia anche. (pausa) Se pensi a quanto può durare una sigaretta.

Continua a camminare per un po’ con aria meditabonda; quindi si blocca in mezzo al settore e si toglie la sigaretta di bocca, se la porta davanti agli occhi e la fissa per un po’.

ANDREA (gettando la sigaretta per terra, in tono allarmato) Devo essere impazzito. (affrettandosi a raccoglierla, ancora più allarmato) No, no. Non per terra. (si guarda intorno) Non c’è neppure un posacenere in questa stanza. (pausa) Anche perché non si può fumare. (guarda verso il cestino) No, nel cestino no, rischio di provocare un incendio.

Apre la porta del WC e sparisce dentro. Si sente il rumore dello sciacquone. Poi esce di nuovo dal WC.

ANDREA (portandosi una mano alla fronte) Sto veramente impazzendo.

Si siede sulla sedia vicina alla porta, estrae dalla borsa un piccolo registratore. Rimane un po’ in meditazione.

ANDREA (parlando nel registratore) Era la ragazza più guardata ai tempi del liceo, (pausa) magari non la più bella, ma la più guardata sicuramente. (pausa) Era magnetica e molto particolare, diceva, e lo è ancora. Assomiglia come ad una goccia d’acqua ad un’attrice famosa. (pausa) Ma ai tempi del liceo era strano come per ognuno di noi fosse un’attrice diversa ad assomigliarle. (pausa) Solitamente la nostra preferita. (pausa) No, niente “solitamente la nostra preferita”. (pausa) Molto probabilmente dipendeva da come si vestiva o da come si acconciava i capelli, chi poteva dirlo? (pausa, spegnendo il registratore) Mah, lasciamolo così. (pausa, alza gli occhi al celo per un attimo, poi riaccende il registratore) Quando Lucio si metteva a parlare della sua ragazza era impossibile distrarlo (pausa) e tanto meno cambiare argomento. (pausa) Chiara si chiamava lei. (pausa) Aveva una sorta di adorazione per quella ragazza. (pausa) Non che fosse tutta la sua vita (spenge il registratore) No, meglio non sminuire. (pausa) In niente metteva tanta passione come nel raccontare di lei. Ecco, così è già meglio (riaccende il registratore) In niente metteva tanta passione come nel raccontare di lei (pausa) Ci aveva raccontato mille volte come fosse tra le prime della sua classe, non la migliore, questo no, ma era comunque molto brava. (pausa) Aveva anche altri interessi nella vita e non passava tutti i pomeriggi a studiare come le altre sue amiche. (pausa) Le piaceva avere molti amici, andare in giro, rimanere a dormire fuori. (pausa) Amava fare lunghe passeggiate per il parco, col suo cane. Ugo si chiamava. Il cane dico, si chiamava Ugo. (pausa) Adesso purtroppo è morto. (pausa) Una malattia, ma era comunque molto vecchio. Lei c’è rimasta molto male, ha pianto per giorni. (pausa) Certe volte Lucio si perdeva in particolari inutili, ma che finivano sempre per interessarci di più della storia nel suo complesso. (pausa) È una ragazza molto disponibile verso gli altri, diceva. Sempre gentile e sorridente, anche quando è nervosa. È ricca. Cioè suo padre è ricco, ma non ricchissimo. Diciamo un po’ più che benestante, ma poi cosa vuol dire? (pausa) Quello che conta è che non sia di quei genitori talmente ricchi da farti sentire disadatto. È comunque una persona semplice diretta, piacevole nella conversazione, anche se terribilmente geloso della figlia. (pausa) Ultimamente era diventata esperta di internet. O almeno le piaceva molto navigare. Lucio ci raccontava di come passasse le giornate a chattare. (pausa) Credo che sia l’aspetto più costruttivo della rete, diceva lui, quello di poter scambiare opinioni con persone anche molto lontane da noi. (pausa) Persone di altre culture, di altri paesi. (pausa) A dire la verità, era proprio su una di queste chat room che la sua ragazza aveva conosciuto una volta un altro. (inizia a raccontare con più passione) Raccontava Lucio di come lui non avesse mai saputo neppure il suo nome, ma per un po’ aveva rischiato che questo internauta gliela portasse via. È stato solo un momento buio, diceva. Ora è comunque passato. Ci aveva messo diverso tempo a riacquistare la fiducia che aveva in lei, ma adesso sembrava molto più attento a quello che lei faceva.

Spenge il registratore e si guarda un po’ intorno. Si alza, appoggia il registratore sulla sedia e si avvicina alla porta sulla sinistra. Appoggia l’orecchio come per origliare, ma non riesce a sentire niente. Torna a sedersi.

ANDREA Che ore saranno? (pensa un po’ quindi riaccende il registratore) Di matrimonio ancora non parlava. Lei deve finire l’università, diceva. Poi il nostro rapporto è così bello, così com’è (pausa) Non credeva che lei fosse fatta per il matrimonio. A me piacerebbe ed anche a mia madre, diceva Lucio (pausa) Anche ai suoi sono sicuro che piacerebbe, anche loro sono molto cattolici e ci tengono a certe cose. (pausa) Avvolte attaccava a dire come gli sembrasse strano che una ragazza come lei potesse stare con uno come lui. (pausa) Non che io sia brutto, diceva. Non sono neppure proprio stupido, ma chissà? (pausa) Diceva queste cose con una tale aria da saputello navigato, traboccante di falsa modestia, da rendersi quasi insopportabile per la maggior parte di noi del magazzino. (pausa) Per il resto non parlava molto, anzi, non parlava praticamente mai. Nessuno sapeva niente di lui, ma ognuno di noi, oramai, conosceva benissimo la sua ragazza. (spenge il registratore) Questa storia mi sta facendo venire sonno anche solo a pensarla. (rimane per un po’ soprapensiero poi riaccende il registratore) Un giorno Lucio smise definitivamente di parlare con chiunque. Arrivava in fabbrica prima di tutti e se ne andava anche prima di tutti, per evitare le conversazioni da spogliatoio. dopo due settimane si licenziò e nessuno di noi lo ha più visto. (pausa) Successe tutto un giorno in cui lui non era a lavoro. (pausa) Aveva preso un giorno di permesso, per fare compere con la fidanzata, disse. Per un malaugurato intoppo al programma di gestione del magazzino, qualcuno di noi lo chiamò a casa per chiedergli una password che soltanto lui conosceva. (pausa) Rispose sua madre e disse che non era in casa. Le fu detto che era una cosa un po’ urgente e se potesse darci il numero di telefono della sua ragazza per poterlo rintracciare. La sua ragazza? Chiese lei. Ma mio figlio è andato a pesca con mio marito e comunque non ha nessuna ragazza (pausa) e che io sappia non ne ha mai avuta una.

Spenge il registratore e lo rimette in borsa. Si alza fa un grosso respiro.

ANDREA (in tono triste) Ho creato uno sfigato. Terribile.

Si mette le mani sulla pancia con un’espressione di dolore, resiste per un po’, poi si precipita in bagno. La luce si spenge nel terzo settore

Si riaccende sul primo settore in cui Massimo è ancora seduto alla scrivania con la chitarra in braccio. Sta provando alcuni accordi.

MASSIMO Chissà se avrei potuto diventare veramente qualcuno. (pausa) Avrei dovuto essere più intraprendente. Avrei dovuto avere più forza di volontà. Lottare per il mio talento. Non guardare in faccia a nessuno se non per sputare. Essere più cattivo. Di una cattiveria vigile. Trasformare tutta la rabbia e la frustrazione dentro di me in potenza mentale. Sfidare senza paura gli altri pretendenti alla gloria. Ricorrere a colpi bassi e falsità. Soffocare alla nascita ogni senso di colpa. Stingere con la volontà il rossore della vergogna. Urlare agli uomini l’inutilità delle loro esistenze. Presentarmi come colui che li farà scomparire nella loro banalità. Colui che li metterà di fronte al vuoto che rappresentano. Farli sentire morti, così come sono veramente. Convincerli che il suicidio è l’unica via di uscita da un’armatura che si fa sempre più rovente.

Inizia a suonare un gingle semplice sul quale inizia a recitare una poesia.

MASSIMO Come il blu del cielo
che di notte si fa nero
un grave vuoto nel cervello
dal tuo vestito leggero.
Sei uscita dalla mia terra
con la crudeltà dei vincenti
lassù sul podio più alto
per non sentire i miei lamenti.
È giusto tutto questo
se vuoi tornare in vita
il dovere della rivalsa
soffoca i cuori e schiaccia le dita.
Ma le guerre non finiscono
non dietro a una battaglia
non c’è pace o amenità
se una delle vite non si taglia.
Solo una fine può cessare
una scena già compromessa
l’ira incontrollata dell’umiliazione
vendicherà presto la viltà commessa.
Ed io paladino del ritorno
schiaccerò ad arte il peccatore
che sia chiaro all’umanità
chi della storia è vincitore.

Si mette la chitarra a tracolla, si alza dalla sedia ed inizia a suonare camminando per il settore e accompagnandosi con la voce a bocca chiusa. La musica è quella di “No woman no cry”, ma è suonata in modo orribile, stonando spesso. La luce si spenge lentamente nel primo settore. Quando il primo settore è completamente buio si sente un grido e un botto come di una chitarra sbattuta per terra.

Si illumina il secondo settore. È uguale a prima, si vede sempre Enrica sul lettino.

ENRICA (ha una contrazione) Dottore ci siamo vero?
DOTTORE Certo che ci siamo, ormai manca poco.
ENRICA Bene, meno male.
DOTTORE Ora respiri profondamente e cerchi di rilassarsi
ENRICA È un problema rilassarsi in questa situazione, sa?
DOTTORE Certo che lo so, ma è un modo di dire.
INFERMIERA Il dottore sa quello che fa signora, non si preoccupi.
DOTTORE Grazie infermiera, mi metta i guanti per favore.
INFERMIERA Certo subito.
ENRICA (ha una contrazione) Dottore il bambino sta bene?
DOTTORE Come posso saperlo? Ma certo che sta bene. Stava bene nell’ultima ecografia.
ENRICA E non potrebbe aver subito danni negli ultimi giorni, vero?
DOTTORE Questo è lei che dovrebbe dirlo a me. È rimasta in casa tranquilla?
ENRICA (ha una contrazione) Si, sono rimasta in casa, ma tranquilla… Dipende da cosa intende dottore.
DOTTORE Non ha fatto movimenti eccessivi, per esempio.
ENRICA No, quelli no.
DOTTORE Non si è stressata troppo.
ENRICA (ha una contrazione) Ecco questo non potrei proprio dirlo con sicurezza.
DOTTORE Cos’è che l’ha preoccupata, signora?
ENRICA È difficile da dire.
INFERMIERA Sa dottore la signora non vive con suo marito
DOTTORE E con questo?
INFERMIERA E il bambino non è di suo marito.
DOTTORE E allora?
INFERMIERA No, dicevo così per informazione.
ENRICA Ma si vuole fare gli affari suoi, per favore? (ha una contrazione) Comunque dottore l’infermiera ha ragione. Non è che sia una situazione molto tranquilla la mia.
DOTTORE Ma non dica sciocchezze, non sarà certo questo a dar fastidio al piccolo.
ENRICA Però dottore io certe volte provo dei forti rimorsi.
DOTTORE Ma, non c’entra con il bambino.
ENRICA Ma sento come delle fitte allo stomaco.
DOTTORE Sono normali reazioni nervose.
ENRICA (dopo una pausa, ha una contrazione) Certe volte ho paura che mio marito mi possa… come dire?
DOTTORE Suo marito la infastidisce?
ENRICA No, questo no, ma ho paura che possa…
INFERMIERA (interrompendola) La signora forse teme che suo marito possa rivendicare il piccolo.
ENRICA Ma no, non questo. Ho paura che lui possa mandarci una maledizione. Ecco di cosa ho paura. Mi sento così indifesa certe volte.
DOTTORE (sorridendo) Non sia sciocca signora e respiri forte. Non esiste nessuna maledizione contro il suo bambino.
ENRICA E lei come fa a saperlo.
DOTTORE Respiri e spinga a tempo signora. Lo so perché ne ho fatti nascere tanti di figli illegittimi.

Enrica da ora in avanti parlerà mentre respira profondamente e si sforza per spingere.

ENRICA Lei dottore crede che mio figlio sia illegittimo?
DOTTORE Non sono io a crederlo, è la definizione giuridica. Spinga forte.
ENRICA E lei cosa crede?
DOTTORE Niente, io non sono abituato a dare giudizi su situazioni che non conosco. (in tono perentorio) Infermiera le asciughi il sudore su.
INFERMIERA Certo dottore, subito.
ENRICA E se fosse stato tutto un errore?
DOTTORE Signora, non è questo il momento di farsi venire i dubbi. Su spinga più forte.
ENRICA Dottore non sono sicura che il mio compagno voglia veramente questo bambino. (pausa) E a dire la verità non sono neppure sicura che mi ami veramente.
INFERMIERA Oh! Dio santissimo.
DOTTORE Infermiera, non si distragga.
INFERMIERA Si, dottore.
ENRICA Ha capito dottore?
DOTTORE Certo che ho capito signora. Spinga più forte. Lei lo vuole questo bambino oppure no?
ENRICA Io? Ma certo che lo voglio.
DOTTORE Ne è sicura?
ENRICA È il sogno della mia vita dottore. Lo scopo della mia vita.
DOTTORE Ecco, bene. Allora lasci perdere tutti gli altri suoi problemi e si concentri su quello che è adesso il suo compito di madre.
ENRICA (in tono preoccupato) Perché ci sono problemi dottore?
DOTTORE No nessun problema, signora. Vorrei evitare di farci notte.
ENRICA Ci sto mettendo troppo. Forse mi sento troppo male. Non ce la faccio.
DOTTORE Lei è sin troppo vigile signora. Dovrebbe solo metterci un po’ più di impegno.
ENRICA Ma io mi sto impegnando.
DOTTORE Ok, ok. Vediamo se ce la facciamo.
ENRICA È un uomo fantastico sa?
DOTTORE Chi signora, suo marito?
ENRICA No, non lui. Il mio compagno.
DOTTORE Ah, già. Scusi. Spinga più forte.
ENRICA Spingo, spingo, non si preoccupi.
INFERMIERA Sarà anche straordinario, ma intanto è di la e non ha nemmeno il coraggio di assisterla.
DOTTORE Non ci si metta pure lei adesso.
INFERMIERA (in tono dimesso) Scusi dottore.
ENRICA È soltanto un po’ impressionabile. Ma, mi creda, se lo conoscesse, se ne innamorerebbe pure lei.
INFERMIERA (con voce stizzita) Non credo proprio.
ENRICA Sarà un bambino proprio in gamba il nostro.
DOTTORE Certo signora, spinga più forte.
ENRICA Quando lo vedrà si convincerà che saremo una bellissima famiglia.
INFERMIERA Non vedo come, senza essere sposati.
ENRICA Ma come si fa ad essere tanto ottusi.
INFERMIERA Ci sono delle regole morali che andrebbero rispettate, sa?
DOTTORE (alterato) Per favore signore facciamola finita.
INFERMIERA (umilmente) Certo dottore, certo.
ENRICA (ridendo come in estasi) Viva la libertà dalle regole morali.
DOTTORE Spinga ora signora.
ENRICA (in delirio) Viva la libertà.
DOTTORE (urlando) Spinga.
ENRICA (in delirio) Viva la vita.
DOTTORE (urlando) Spinga ancora.
ENRICA (in delirio) Viva l’amore.
DOTTORE (urlando) Spinga forte.
ENRICA (in delirio) Viva l’odio
DOTTORE (urlando) Spinga, spinga.
ENRICA (in delirio) Viva la morte.
DOTTORE (urlando) Spinga così.
ENRICA (urlando) Viva!

La luce si abbassa sull’urlo finale di Enrica e si inizia a sentire il pianto di un bambino. Il settore centrale si oscura e si illumina il settore di destra.

Si sente il rumore dello sciacquone dal WC e subito dopo esce Andrea con un’espressione sempre più tetra. Si avvicina alla sedia sulla quale è appoggiata la sua borsa, prende il pacchetto di sigarette, ne estrae una e se la mette in bocca. Riflette per un po’ quindi prende l’accendino e l’accende. Inizia a girare per il settore fumando.

ANDREA (in tono triste) Un’ultima sigaretta non si nega a nessuno. Neppure ad un assassino condannato a morte.

La fuma con più gusto soffiando il fumo verso l’alto. Si sofferma a guardare le tubature dell’acqua.

ANDREA Tubi dell’acqua. (pausa) Due, uno per l’acqua calda ed uno per quella fredda. Semplice. (pausa) Che bisogno c’è di chiamare gli idraulici.

Si rimette seduto sulla sua sedia e guarda fisso la porta della sala parto davanti a lui.

ANDREA (fumando) Sai Enrica, amore mio? Ho risolto il problema dell’idraulico. (pausa) È semplice. Ci sono due tubi, uno per l’acqua calda e uno per l’acqua fredda. Tutto qua. (pausa) Per quanto riguarda le bollette. (pausa) Non saprei, non ci ho ancora pensato, ma credo che l’unico problema sia avere i soldi per pagarle. (pausa prolungata, in tono sconsolato) Ma un’auto proprio no. Non ce la possiamo fare a comprarcela. E poi a mantenerla. No proprio è impossibile. (pausa, in tono più allegro) Che bello però, avremo un bambino nostro. Un marmocchio tutto per noi. (pausa) Con le sue risatine, le gambine cicciute e tutto il resto. (pausa, più cupo) Tutto il resto si. (pausa) Tutto il resto cosa vuol dire? Tutto il resto sono le preoccupazioni, d’altra parte si sa un figlio non è solo rose e fiori. (pausa) Non solo. Ci sono anche le spine. Comunque sono tutte esperienze. Dicono che niente fa crescere e maturare più di un figlio. Mah!

Si alza e si avvicina alla porta della sala parto. Getta la sigaretta per terra e la schiaccia con un piede.

ANDREA (rivolto alla porta) Si, lo so che non si fa. Ma questa volta era accesa e non potevo davvero buttarla nel cestino. Non si potrebbe nemmeno fumare è vero, ma un’ultima sigaretta… nemmeno al più feroce degli assassini. (pausa) Com’è che avevamo detto di chiamarlo questo bambino? Lo sai che proprio non me lo ricordo? (pausa) “Se di una cosa mi sono dimenticato, è perché se lo meritava”. Ha detto una volta qualcuno. Non ricordo neppure chi sia stato. Curioso. (in tono finto solenne) “Non sarai tu ad essere ricordato, ma ciò che di meritevole sarà uscito dalla tua mente”. Questa l’ho detta io. (pausa, in tono allarmato) Cosa significa questo? Forse che nostro figlio merita di essere dimenticato? Così, prima ancora di essere venuto al mondo? (pausa, in tono triste) Ma tu Enrica… vuoi veramente crescere? Sei sicura di voler maturare? (pausa, più pimpante) Un altro, anche lui indegno di essere ricordato, diceva che maturare vuol dire farsi una ragione delle cose. Di tutte le cose. (pausa, lentamente) Anche di quelle che non ne hanno di ragione. E perché quindi? (pausa, con rabbia) Perché quindi? Perché ci è chiesto di maturare? Perché occorre dare una ragione a ciò che non lo merita? No, non è giusto. Dobbiamo continuare a scrutare, a sperimentare, a curiosare, a sbagliare. Non farsi una ragione delle cose, ma scoprire se ce n’è veramente una. (pausa, calmo) E quale.

Si allontana dalla porta della sala parto e si avvicina alla sedia con i lenzuoli ripiegati. Si accuccia, prende un lembo si lenzuolo e inizia a strofinarselo sul viso.

ANDREA (in tono calmissimo) Senti come è liscio? Vedi come è bianco? Viene voglia di dormire. Di staccare per un attimo la corrente e rilassarsi. Si, come farsi una ragione della vita intera. La sua ragione più semplice. Che ogni tanto finisce.

Si affievolisce la luce fino all’oscurità su Andrea che rimane con il lembo di lenzuolo accostato alla guancia.

Si accende la luce sul primo settore dove per terra c’ una chitarra rotta. Massimo è seduto e sta pulendo e rimontando una pistola. Tutti i pezzi sono sistemati sul piano della scrivania.

MASSIMO E no, bambini miei. Il gioco è finito. Non mi si può prendere in giro in questo modo e farla franca.

Fa una pausa portando in alto la canna della postola e guardandoci dentro

MASSIMO Cosa pensavate, che il vecchio Massimo avrebbe accettato le bizze di due ragazzini troppo cresciuti bruciati dalle soap-opera? Poveri illusi!

Finisce di rimontare la pistola, è una pistola a tamburo, se la rigira tra le mani con soddisfazione.

MASSIMO Mi è costata un occhio, ma ne valeva proprio la pena. È veramente bellissima.

Apre il tamburo e inserisce sei munizioni (in realtà saranno bozzoli vuoti) Si alza in piedi, cammina un po’ in torno e si ferma davanti al pubblico.

MASSIMO (tiene la pistola puntata davanti a se simulerà un dialogo con i due amanti) Avete proprio sbagliato persona per fare gli eroi, cari miei.
(con voce femminile) No, ti prego caro non lo fare.
(con voce normale) E perché mai? Credi di meritare di vivere?
(con voce femminile) Pensa ai bei momenti passati insieme.
(con voce normale) Passati, appunto. Ora è il presente.
(con voce femminile) Pensa al bambino e al suo futuro.
(con voce normale) Lui vivrà. Come un bastardo e pagherà per le vostre colpe. Ecco cos’è il futuro.
(con voce maschile, ma non la sua) Massimo ragiona pensa alla tua arte.
(con voce normale) L’arte nasce dal dolore, come la rabbia. Solo che la rabbia è molto più forte.
(con voce maschile, ma non la sua) Il cane, Massimo. Hai preso il cane?
(con voce normale) È morto. Ha fatto la vostra stessa fine, prima di voi.
(con voce femminile) Che ne sarà della tua vita, il tuo lavoro, la tua reputazione…
(con voce normale) Non hai mai capito niente Enrica, e adesso non hai più nemmeno il tempo per capire. (urlando) Muori!

Spara due colpi verso il pubblico che però – chiaramente – fanno cilecca. Quindi scoppia in una risata, si risiede alla scrivania, apre un cassetto dal quale estrae una scatola di munizioni e cambia quelle dentro il tamburo con quelle nuove. La luce si spenge sul primo settore.

Si accende sul settore centrale. Nello stesso momento parte una musica molto melodica di sottofondo. Enrica è nello stesso letto, ma questa volta e rivolta verso il pubblico, appoggiata alla spalliera e tiene in braccio il bambino in fasce. È visibilmente provata.

ENRICA (con voce stanca ma felice) E così eccoti qua. Ma come sei piccolo! Tutta questa fatica, tutti questi casini per un affarino come te! A no, scusami, “casini” non si dice. Non imparerai le parolacce vero? Cioè le imparerai più tardi possibile, me lo prometti? (sospira stanca) Tra poco vedrai il tuo papà sai? È nell’altra stanza che ci aspetta. Chissà com’è nervoso? (sospira ancora) Ah, se solo potesse capire quello che si prova. È una cosa indescrivibile sai? Ti senti come il padrone del mondo. Hai l’impressione che qualsiasi cosa ti potrebbe riuscire facilmente. (sospira ancora) È la magia della vita, della vita che nasce e che si prepara ad affrontare il mondo, tutto grazie a te. (ridendo) Ma come faresti senza di me? Con quei braccini e con gli occhi ancora chiusi. Non andresti molto lontano.

Alza la testa e si guarda in torno

ENRICA Infermiera, venga, non le sembra un amore?
INFERMIERA (ancora un po’ acida) Certo signora, nonostante tutto è comunque bellissimo.
ENRICA Ma la vuole smettere di essere così acida per una volta?
INFERMIERA (con voce più gentile) Ha ragione signora, mi scusi. I bambini hanno la capacità di riappacificarti con il mondo, non è vero?
ENRICA (con tono sognante) Certo, certo. Hanno la capacità di farti dimenticare i problemi e di scaricarti lo stress.
INFERMIERA Ha proprio ragione signora.
ENRICA (sorridendo) Forse perché te ne creano altri di problemi?
INFERMIERA Anche questo è vero signora, ma si sopportano volentieri i loro piccoli problemi.
ENRICA Come ha ragione! Per favore signora può chiamare mio marito per favore?
INFERMIERA Come suo marito?
ENRICA No, no. Mi scusi. Sa sono un po’ stanca. Il mio compagno, Andrea. Gli potrebbe dire che adesso è tutto finito e che può benissimo venire a conoscere suo figlio Alberto?
INFERMIERA Certamente vado subito.
ENRICA Sa a lui sarebbe piaciuto il nome Giacomo.
INFERMIERA Sono carini entrambi.
ENRICA Si forse, ma a me Giacomo non piaceva. Poco importante, non trova?
INFERMIERA Se lo dice lei?
ENRICA Ah, ma non sarà certo questo a togliergli l’istinto paterno! Lo chiami per favore, gli dica che io e Alberto siamo impazienti di vederlo.
INFERMIERA Vado subito, signora.

La musica continua mentre Enrica culla il bambino seguendo il tempo. Lentamente la luce va spengendosi fino al buio completo.

A un tratto si ferma la musica e si sente il grido di terrore dell’infermiera. La luce di accende come di colpo nel terzo settore. Nel settore si vede in silouette un uomo che dondola impiccato con un lenzuolo ai tubi dell’acqua, per terra una sedia caduta.

Sipario

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