No gh’è pace in amor

Stampa questo copione

GARBÙI D’AMOR

NO GH’È PACE

IN AMOR

(ci no barùfa fa la mufa)

Commedia in dialetto veronese

Testo di

Luigi Zanon

Traduzione dialettale di

Silveria Gonzato

PERSONAGGI

SGANARELLO, cornuto immaginario

COSTANZA, moglie di Sganarello

GORGIBUS, vecchio ricco e taccagno

CELINA, sua figlia

LELIO, innamorato di Celina

DORIMENA, giovane meretrice

VALERIO, innamorato di Dorimena

ZINGARA

Una popolana

Opera tutelata. Posizione S.I.A.E. N° 887828A

Liberamente tratta da ” Sganarelle ou le Cocu imaginaire” e “Le Mariage forcé “ di Molière

NO GH’È PACE IN AMOR

(ci no barùfa fa la mufa)

PRIMO ATTO

Scena Prima

  (Una piazza con varie case e un grande pozzo in mezzo. A destra, davanti, la casa di Gorgibus. A

sinistra, davanti, la casa di Sganarello, con finestra praticabile al secondo piano. Una popolana

sta finendo di stendere dei panni ad un filo teso sul fondo. La Cameriera sta scopando davanti alla

porta di Gorgibus. Musica di sottofondo)

COSTANZA   -  (entra dal fondo e si dirige diritta verso la sua casa. Vuole entrare ma la porta è chiusa.

                        Batte alcuni colpi sulla porta. Seccata, sottovoce) Vèrzeme!.... Sganarèl, vèrzeme!...

                          (La popolana esce dal fondo e la cameriera esce in casa Gorgibus. A voce alta)

                          Sganarèl!... Vèrzeme sta porta!.. Ehi, sito diventà anca sordo?... Sganarèl!(Tra sé) E

                          sì che l’è on casa. El lo fa par farme dispèto… (A voce alta) Sganarèl, vèrzi sta porta!

                        Són mi, to moiér!

SGANAREL   -  (si affaccia alla finestra; come parlasse tra sé, pacatamente) Ma varda, varda… Me moiér

                           l’è restà serà fóra!... Indóe saràla stà tuto sto tempo?

COSTANZA   -   A reméngo! Vèrzi subito sta porta e fate i afàri toi.

SGANAREL   -  Che la sia andà a catàr qualche spasimante?

COSTANZA   -  Varda che ò sentìo, sèto. Nó gh’è nissùni che spasima. E a mi le óie le m’è passà da ‘n 

                          pèsso. Basta che pensa a ti e me smòrso subito…. Par sofegàr i fóghi d’amor, te funsióni

                          mèio de ‘na brènta de àqua: va tuto in vapór.                        

SGANAREL   -  Ah!... Mi no me fasso imbroiàr!... A le so ciàcole mi no ghe credo gnanca ‘na s-ciànta.                      

COSTANZA   -  (sempre più arrabbiata) Basta co’ ste sempiàde! Vèrzeme subito!

SGANAREL   -  Oh, no stà mia ben che ‘na dòna sposàda la vaga in òlta da par éla sola. In casa la g’à da

                          stàr!... A far la calsa, a pareciàr el disnàr a far i mestieri e a contentàr so marì, che l’è la

                          roba piassè importante, un sacrosanto dovér.

COSTANZA   -  (in parte) No me resta che far la rufiàna! (Tenera e melensa) Oh, sì! Te gh’è resón, caro

                          marì. Te domando pardón…. Scùseme se….

SGANAREL   -  (sempre con “distacco”) Sèita, va avanti, no stà fermàrte.

COSTANZA   -  (ha una smorfia di disgusto) Perdóname se ò passà massa tempo fóra de casa… Se no

                          són tornà prima… Ma te prométo…

SGANAREL   -  Cosa?....

COSTANZA   -  Te prométo de no farlo più. Sènsa de ti no metarò più pié fóra da sto usso. Sito contento?                        

SGANAREL   -  Così la g’à da parlar ‘na bràa moiér!

COSTANZA   -  E te prométo anca, luce dei me òci.. (Tra sé) sperémo che Dio no ‘l me orba.. (A voce alta)

                          che te cavarò tute le óie.

SGANAREL   -  (tra sé) Ah, bisso velenoso! Te me tenti e te me ilùdi par farme cascàr ai to pié come ‘n

                          figo stradelà de maùro…

COSTANZA   -  Èto capìo? Te cavarò tute le óie… Proprio tute!... Subito!.. Adesso…

SGANAREL   -  (stupito) Lì fora?

COSTANZA   -  Ma nò in strada…. Debòto… Apéna el tempo de seràrme la porta dedrìo a la schéna.                       

SGANAREL   -  (c.s.) “Va’ de retro, Satana!”

COSTANZA   -  Adesso fa el brao, vèrzeme!

SGANAREL   -  (alla moglie, con decisione) Te vèrzo solo se te mantègni le promesse che te m’è fato.

COSTANZA   -  A proposito de cosa?

SGANAREL   -  De le òie, òstrega!... Te fèto vegnér ancora el mal de testa?

COSTANZA   -  Fasso quel che te vól anca se me se spaca i çarvèi. Lo giuro su la tomba de me pare, de

                          me mare, de tuti i parenti che g’ò sóto tèra… E anca de la me sàntola.

SGANAREL   -  Se questi iè i pati... vègno a vèrzarte subito! Spèteme!

COSTANZA   -  (seccata, tra sé) De pèzo no podéa intivàr: ò sposà ‘na bestia, ‘n sucón. Maledéto quel                 

                          “sì”.  Ma sta òlta el la paga cara assè. Cavàrghe le óie? Quei tri penòti ch’ el g’à in testa

                          ghe cavo! Uno a uno e pian pianìn. (Si nasconde in parte, nell’angolo sinistro della casa

                          ad aspettare Sganarello; breve stacco musicale)

SGANAREL   -  (apre la porta ed entra) Costànsa!... Costànsa!... Ma indóe te sito ficà?....

COSTANZA   -  Tò! (Getta prepotentemente il mantello sulla testa di Sganarello che barcolla) Fiól de‘n                              

                          can!… T’ò cavà la prima óia!... Carogna! (Esce di corsa dalla porta di casa)

SGANAREL   -  (si toglie a fatica il mantello e dopo essersi guardato attorno, confuso) Ma che rassa de

                          schèrsi èi?... (Si avvicina alla porta per entrare in casa) Costànsa… Costànsa…

                          (Si accorge che la porta è chiusa a chiave. Irritato) No! No! L’à inciavà la porta quéla

                          maledéta, dovéa imaginàrmelo! (Batte i pugni sulla porta)  Che baùco che són stà! Che

                          stupido! Come avénti fato a crédar a tuti quei molegatéssi! (Batte ancora sulla porta)

                          Vèrzeme!... Costànsa, vèrzeme!

COSTANZA   -  (si affaccia alla finestra; quasi tra sé, con calma) Ma varda,ciò… Me marì l’è restà serà   

                          fóra!... Cissà indóe l’è stà tuto sto tempo!...

SGANAREL   -  (rassegnato) Oh, bisso velenoso!... Vèrzeme la porta!...

COSTANZA   -  El se lo insògna che ghe vèrza… Quel el me le mòla… E mi no g’ò nissùna  intensión de

                          ciapàrle.

SGANAREL   -  (quasi parlasse tra sé) Oh, sì! Questo l’è póco ma sicuro. Quando te brinco te spaco la

                          testa.

COSTANZA   -  ‘N bòn marì el g’à da èssar rispetóso e pién de galanterie par la so sposa…

SGANAREL   -  (quasi tra sé, a denti stretti, curvo, con i pugni chiusi per contenere la propria rabbia) Par

                          ti, de rispèto e de galàntarìe ghe n’ò anca massa!

COSTANZA   -  ‘N òmo maridà no ‘l trata in sto modo la so sposéta!....

SGANAREL   -  (implorando) Costànsa, te lo domando par piasér, vèrzeme! (Guardandosi in giro,

                          preoccupato) Cissà se la pensarà la gente che ne sente!.... Che figuràssa!                       

COSTANZA   -  (noncurante) ‘N bòn marì el sa perdonar e farse perdonar…

SGANAREL   -  (si mette le mani alle orecchie) Basta! Basta!... Va drénto e sèra quéla finestra: no vói

                          più védarte… (gridando) e gnanca sentìrte.

COSTANZA   -  Oh, benón! Benón! Farò come te disi… E con piasér anca… (Esce e chiude la finestra)

SGANAREL   -  (rassegnato) Maledéta ti e tuti quei che fa par ti! Bruta carogna!... Ma la me stà setà!...

                          Òrpo se la me stà setà! Sì, parché : “ci caréssa la mula, ciàpa le  scalsàde”… E più mula

                          de quéla no ghe n’è. (Esce a sinistra davanti; musica di sottofondo)

Scena Seconda

CELIA            -  (uscendo di casa in lacrime, seguita dal padre) Oh, non dirò mai di sì!

GORGIBUS   -  (seguendola, irritato) Dove vai, piccola impertinente? Vorresti mandare all’aria quello

                           che io ho deciso? E con quali sciocchi argomenti il tuo minuscolo cervellovorrebbe

                          dettar legge alla mia volontà? Dimmi: chi di noi due ha il diritto di comandare all’altro?                         

CELIA            -  Voi, padre mio. Ma, io…

GORGIBUS   -  E chi può giudicare meglio, secondo te, quel che più ti conviene?.. Perdiana! Stai

                          attenta a non riscaldarmi troppo la bile perché potresti trovarti, in quattro e quattr’otto,

                          in una confusione di sberle.

CELIA            -  Perdonatemi, padre. Ma io non voglio…

GORGIBUS   -  (alzando ancora di più il tono della voce) Il miglior partito per te, signorina testarda, è

                          quello di accettare senza tante storie lo sposo che ti è destinato.

CELIA            -  Ma come posso amarlo se non lo conosco?

GORGIBUS   -  Lo conoscerai… Lo conoscerai una volta sposata. E quando, un giorno, gli toccheranno

                          le sue grandi ricchezze in eredità non dovrai temere più nulla.

CELIA            -  Come “nulla”?

GORGIBUS   -  Un marito che ti porta quattromila bei ducati, non è abbastanza affascinante forse? Bello o

                          brutto che sia, con tutti quei soldi, è una sicura garanzia.

CELIA            -  Non è vero!

GORGIBUS   -  Non è vero, cosa?

CELIA            -  Che sia una garanzia! E poi, non esistono solo i soldi…

GORGIBUS   -  Fammi perdere la pazienza e vedrai… (Asciugandosi la fronte)  Ecco cosa succede a

                          leggere romanzi da mattina a sera: la testa si riempie di scemenze amorose. Brucia tutte

                          quelle cattive opere e leggi, come faccio io, “La guida dei peccatori”: in poco tempo

                          imparerai a vivere come si deve.

CELIA            -  Ma, padre mio, volete dunque che dimentichi il mio affetto per Lelio? Avrei torto se senza

                          di voi disponessi di me ma siete stato voi ad approvare la parola che gli ho dato.                   

GORGIBUS   -  Anche se ti fossi impegnata mille volte, adesso è arrivato un altro e i suoi soldi sciolgono

                          ogni impegno. Lelio è un bel ragazzo ma non possiede niente. Il denaro dà anche ai più

                          brutti un notevole fascino. Ascanio, non ti piace, lo so; ma se non ti piace da fidanzato ti

                          piacerà da sposo. L’amore, spesso, è un frutto del matrimonio.                      

CELIA            -  Ma, avete dato la vostra parola a Lelio!

GORGIBUS   -  Basta, per piacere! Non voglio più sentire le tue stupide lamentele. Tra non molto ti farò

                          conoscere il tuo futuro marito e provati a non accoglierlo come si deve… Basta! Non voglio

                          dire altro. (Accenna ad uscire e incontra sulla porta la cameriera, Teresa) Sempre lì a

                          origliare, tu! (Esce in casa)

CAMERIERA -  (entra dopo essere stata sulla porta a sentire con in mano un cesto della biancheria)

                          Perdonème, siór parón, se anca mi g’ò le réce che ghe sente… (A Celia) Signorina Celia…

CELIA            -  (abbraccia la cameriera, commossa) Oh, Teresa… Hai sentito?

CAMERIERA -  Ma paronçìna, come podìo impontàrve in sto modo a dir de nò? ‘N’ altra, al vostro posto,

                          la se basaria le mane drite e roèrse.

CELIA            -  Ma io non posso! Lo capisci?

CAMERIERA - I ve fa ‘na proposta de matrimonio e ve metì a piansotar?.. Cosa spetèo a dir ‘n bel “sì”,

                          col vostro sestìn, co’ la vostra gràssia?

CELIA            -  Ma io non voglio sposare quel Ascanio.

CAMERIERA -  Ah, mondo roèrso! A ci massa e a ci gnénte! A mi no gh’è nissùni che me domanda de

                          sposàrme. Són qua che strangósso. Altro che farme pregar par dir ‘n “sì”! Mi ghe ne diréa

                          dódeze de “sì”. (Si fa aiutare da Celia a piegare un lenzuolo)

CELIA            -  Ma tu sai che io amo solo Lelio!

CAMERIERA -  Ma Leliov’alo domandà de sposarlo?... No!

CELIA            -  Ma mi ha giurato eterno amore!

CAMERIERA -  Ah!...Scoltème mi, no fasìve scapàr sta ocasión. Quando el me Martìn, pace a l’ànema

                          sua, l’éra ancora vivo, mi g’avéa le ganàsse del color de ‘n pèrsego, s-ciopàa de salute e

                          s’era felice e contenta, come ‘na Pàscoa col bel tempo.                         

CELIA            -  Ma tu l’amavi!

CAMERIERA -  Sì! Ma credìme! No gh’è gnénte de mèio de corgàrse vissìn a ‘n tòco de marì; no fusse

                          altro che par farse scaldàr i pié ingiassè.

CELIA            -   (tra sé, in parte) Solo se fosse Lelio.

CAMERIERA -   E mi adesso, cara la me paronsina, me tóca nar a dormìr co’ le calse de lana e... gnanca

                          istésso me scaldo! Ghe vól i pié de ‘n òmo!..                          

CELIA            -  Tu mi consiglieresti di commettere l’infamia di abbandonare Lelio e di prendere uno

                          sconosciuto arrogante e prepotente che…

CAMERIERA -  (decisa)Ma anca el vostro Lelio no ‘l g’à mia tute le fassìne al coèrto!... L’è ‘na mùcia de

                           tempo che l’è via, a raméngo par el mondo….

CELIA            -  Doveva tornare qualche giorno fa ma…

CAMERIERA -  Ma e mo… Vedìo che g’ò resón? Sto ritardo no ‘l me dise gnénte de bòn: me sà che l’à

                          cambià idea, cara la me paronçìna.

CELIA            -  (mostrandole il ritratto di Lelio) Ah, non uccidermi con questo triste presagio. Guarda bene

                          i lineamenti del suo viso: essi mi giurano amore eterno.

CAMERIERA -  (tra sé, ironica) Anca i lineamenti giùreli?

CELIA            -  Io credo che non mentano…

CAMERIERA -  I lineamenti?  (Perplessa) Eto capio ciò!…

CELIA            -  E, siccome questo è il suo vero ritratto, anche la sua fedeltà non mi inganna.

CAMERIERA -  Se g’ò da dir la verità, el g’à ‘na gran bèla fàcia… E anca onesta… El se lo merita tuto el         

                          vostro amor… Ma lo savì ben come le va le robe a sto mondo. “La lontanànsa l’è fióla de

                          dimenticànsa”, cara la me paronçìna.

CELIA            -  (si sente svenire) Perché mi dici questo?... Lelio è… io lo am... am... Mi sento male!

                          (Lascia cadere il ritratto di Lelioe sviene)

CAMERIERA -  Cosa ve sucéde, paronçìna?... Me spaentè!.. Dio del cél, l’è andà in svaniménto! Maledéta

                          la me léngua!... Paronçìna, Celia, Maria Vergine, l’è proprio svanìa! (Grida) Aiuto, gente!...

                          Aiuto!... No gh’è nissùni che vègna a giutàrme?

SGANAREL   -  (entra da sinistra davanti di corsa) Cosa gh’è? Cosa sucéde?

CAMERIERA -  La me paronçìna l’è svanìa.

SGANAREL   -  E gh’è da far tuto sto ciàsso? No l’è mia morta! A sentìrte sigàr in quel modo, credéa de

                          trovàr de pèzo.

CAMERIERA -  G’avìo óia de schersàr, siór Sganarèl?... Stasì fermo qua, vago in casa a tór i sali. (Esce)

SGANAREL   -  Sì., sì, ghe bado mi. (Passandogli la mano sul viso e sul collo) L’è fréda dapartùto… nó

                          rièsso a capir. No la sarà mia morta, èra? Sentémo se la respira (Si china sul volto di Celia)

                         Òrpo! No sento gnénte! (Con l’orecchio poggiato sul petto) Proémo a sentìr se ‘l cór el bate.

COSTANZA   -  (affacciandosi alla finestra) Ah, cosa védeli i me òci?! Me marì el me tradìsse quel

                          sporcación!  Ma adesso ghe penso mi: vago zó subito così el becó in fragransa! (Esce)                         

 SGANAREL  -  El cór el bate… ‘na s-ciànta a sangiòto… Ma el bate! (Alla cameriera che sta entrando)

                          L’è ancora viva!

CAMERIERA -  Signor, te ringràssio! (Fa annusare i sali a Celia) Èco i sali!... Signorina Celia, paronçìna,

                          sveiève, ve lo domando par piasér… Verzì i òci!

SGANAREL   -  El saréa proprio ‘n pecà se la morisse: l’è così zóena e bèla!... (Rivolto verso la sua casa)

                          Stasì ben sicuri che le brute no le crepa mai, gnanca se te le stròssi.

CAMERIERA -  Ma tasì ‘na s-cianta! Ècola, la stà rinvegnéndo!... Presto, giutème a portarla in casa…

                          (Cerca di sollevarla)

SGANAREL   -  Ai vostri comandi, sióra! (Aiuta la cameriera a sollevarla. La portano in casa)

CAMERIERA -  Pianìn, fasì pianìn… (Escono in casa. Musica di sottofondo)

Scena Terza

COSTANZA   -  (entra dalla sua casa) L’è za andà via, quel malingréto! Ma el m’à tradìo, no g’ò dubi:

                          quel póco che ò visto l’è za tanto… Adesso o capio parchè l’è ‘n bel po’ de tempo che ai

                          me “inviti” el risponde come ‘n tòco de giàsso: le so “carésse” el le conserva par le altre…

                          cosìta le so polastre le se cava la fame e mi resto a disùn.

                          (Rivolta al pubblico)L’è così che i se comporta tuti i marì: i strangóssa par le robe proibìe

                          e quel che gh’è permesso no ‘l ghe piàse mia…Tuto scomìnçia con rose e fiori, el pàr

                          ch’el cór el ghe s-ciòpa d’amor, i pàr adoràrne come madòne, ma dopo, quei slandróni

                          i se stufa de so moiér e i cambia pietànsa, i córe a pociàr da ‘n’altra parte e i va a far co’ le

                          altre quel che i dovaréa far co’ la moiér. Bisognaréa che ghe fósse ‘na lége che la ne

                          perméta de cambiar marì come se se cambia la camìsa! Ma vala a trovar ‘na lége giusta!

                          Che bèla comodità che la saréa! E qua, mi ghe ne conósso qualcuna (Rivolta al pubblico

                          femminile) che, come mi, la lo faréa volentiéra: anca dó òlte al dì la se cambiaréa la

                          camìsa. (Ritornando in sé) Sganarèl… Sganarèl… G’ò indosso ‘na ràbia che lo coparéa.

                          (Raccogliendo il ritratto che Celia aveva lasciato cadere) Cosa èla sta maravéiache la

                          fortuna la m’à messo sóto ai òci. L’è ‘na roba pressiósa! El smalto l’è bèlo assè e l’è anca

                          ben laorà. El me pàr ‘n medaión; proémo a vèrzarlo.                         

SGANAREL   -  (entrando e credendosi solo) La paréa morta quéla butèla, ma no l’éra gnénte. Tuto a

                          posto, adesso la stà benón…

COSTANZA   -  Ma varda… varda…

SGANAREL   -  (vede la moglie) Ah, èco quéla carogna de me moiér..

COSTANZA   -  Oh, santo paradiso! L’è ‘na miniatura! E che bel giovànoto che gh’è in sto litràto!

SGANAREL   -  (tra sé, guardando sopra le spalle della moglie) Cosa èla drìo a vardàr con così tanta

                          atensión? On litràto de on òmo?...

COSTANZA   -  (senza accorgersi del marito) In vita mia, no m’è mai capità de védar ‘na roba così bèla!

SGANAREL   -  Me rùmega drénto ‘n sospèto che ‘l me smóe tuto da la testa ai pié.

COSTANZA   -  La lavorassión l’è più pressiósa de l’oro. Uhm, e senti che parfùmo ch‘el sa!                         

SGANEREL   -  (c.s.) Cosa? La lo basa!... Sta òlta l’ò ciapà co’ le mane nel saco!

COSTANZA   -  (c.s.) Gh’è da pèrdar la testa se ‘n’òmo zóeno e bèlo come sto qua el te fa la corte. Se

                          sta fortuna la me tocàsse a mi, no sò se resistaréa a la tentassión de ‘na sbrissiàda.

SGANAREL   -  (c.s.) Adesso ghe penso mi!

COSTANZA   -   Ah, parché no m’èlo capità anca a mi ‘n marì così, invésse de quel tàngaro spelumà…

                          In testa gh’è restà sì e nò tre sparasìne.

SGANAREL   -  (strappandole il ritratto) Ah, e così mi saréa ‘n tàngaro spelumà? Bruta stria! Sta òlta t’ò

                          vista coi me òci!

COSTANZA   -  Sito qua, traditor?…

SGANAREL   -  Ah, e così ti te te meritaréssi ‘n òmo zóeno, bèlo, siór e co’ ‘na scaveiàra da farghe invidia

                          a ‘na pégora?

COSTANZA   -  Va a l’inferno scarpe e tuto!

SGANAREL   -  Ma te sito montà la testa?... Ci crédito de èssar?... Ma sul serio te sì convinta de meritàrte

                          ‘n marì mèio de mi?...

COSTANZA   -  (adirata) No ghe vól mia tanto a èssar mèio de ti!

SGANAREL   -  Cosa gh’èto da rimproveràrme?... No sónti mia bòn de contentàrte?...

COSTANZA   -  (fa una smorfia) Ah, te me fè angóssa!

SGANAREL   -  Par impenìrte el stómego óltre a la minestra e al companàdego, g’avéito bisogno anca

                          de ‘na féta de torta co’ la sireséta sóra?

COSTANZA   -  Va là, sémpioto!

SGANAREL   -  Óltre al marì, te ocoréa anca l’amante?

COSTANZA   -  Ó capìo subito indóe te vól rivàr co’ sta paiassàda! Crédito fòrsi che no t’àbia mia visto

                          con quéla butèla che gh’éra oltà lì!

SGANAREL   -  (interrompendola) No stà oltàr el butìn in te la cuna! No te pó dir che no l’è vera: ècola

                          qua la prova (Mostra il medaglione)                         

COSTANZA   -  Són za bastànsa inrabià e no porto più gnanca ‘na s-ciànta de passiènsa. Ghe n’ò assè

                          de le to ofése..

SGANAREL   -  Te ghe ciàmi  “ofése”?

COSTANZA   -  E dato che le robe le sta così, dame subito el medaión, se nò te…

SGANAREL   -  Se nò te dago ‘na fraca de legnàde da rompàrte l’osso del còl!...

COSTANZA   -  Maledéto! Ma te…

SGANAREL   -  (guardando il ritratto di Lelio; minaccioso) Ah, se me vegnésse tra le mane sto butèl…

COSTANZA   -  Te la ciaparéssito anca co’ uno che no ‘l g’à nissùna colpa?

SGANAREL   -  Ah, no?... E ci dovaréa ringrassiàr, alóra, par ste do robéte che me stà sbrocàndo su la

                          testa? (Si mette la mano in testa fingendo di avere le corna)                             

COSTANZA   -  Ma ti te sì andà de mal!

SGANAREL   -  Ècolo qua el moscardìn, el desgrassià, el ganzo che…

COSTANZA   -  Che… Va avanti!...

SGANAREL   -  Te lo sé anca massa ben, sióra carogna. Nissùn me ciamarà più Sganarèl… Ma tuti… i

                          me ciamarà Cornudèl!... Butà via così el me onor!…

COSTANZA   -  Séto indrìo?

SGANAREL   -   Me sento come ‘n çésto de bogóni coi corni fóra…

COSTANZA   -  Ma come te permétito de parlàrme in sto modo?

SGANAREL   -  E ti come te permétito de far çèrte robe?

COSTANZA   -  Cosa vuto dir? Parla ciàro e buta fóra tuto quel che te gh’è da dirme!

SGANAREL   -  Ormai…no serve a gnénte piànsar! Nissùni pól cavàrme sta onoreficènsa che m’avì messo

                          in testa. Oh, che beléssa! Che maravéia!

COSTANZA   -  Cosa?... E così, dopo avérme fato la pèzo assión che se pó farghe a ‘na moiér, te fè finta

                          de èssar ti l’imbestià, l’oféso!

SGANAREL   -  Ma de son, òstrega!

COSTANZA   -  Co’ la to ràbia, crédito fòrsi de fàrme tasér? Ah! Te pàrelo questo el modo de far? Se lagna

                          el traditor invésse del tradìo.

SGANAREL   -  Fàcia de tòla che no te sì altro! Volaréssito farme crédar de èssar sènsa pecàto come

                          l’Imacolàta?

COSTANZA   -  Se te vól la resón a tuti i costi, tièntela e va a l’inferno! (Gli strappa il ritratto a scappa via

                          dal fondo) Questa no l’è mia roba tua!

SGANAREL   -  Scapa!... Scapa, tanto, prima o dopo te riciàpo e te le fasso pagàr tute.

                          (Esce dalla sua casa. Musica di sottofondo. Buio.)

Scena Quarta

                          (La Cameriera è in scena e sta attingendo acqua dal pozzo)

GORGIBUS   -  (entra; si guardo intorno; si sistema la giacca; alla cameriera) Teresa, vado a sbrigare una

                          faccenda e torno subito!..

CAMERIERA -  (borbotta) Va ben...

GORGIBUS   -  Tu, fai bene attenzione a mia figlia.

CAMERIERA -  (c.s.) Va ben…

GORGIBUS   -  E, mi raccomando, se portano soldi, vieni a cercarmi; se vengono a chiederne, sono

                          uscito, e non sarò di ritorno fino a notte inoltrata. (Accenna ad andarsene).                                                 

CAMERIERA -  (implorandolo) Siór parón!... Siór parón!... G’ò da  parlàrghe.

GORGIBUS   -  Devi parlarmi... E di cosa?                        

CAMERIERA -  De vostra fióla...

GORGIBUS   -  E che cosa ha fatto mia figlia?... Parla!

CAMERIERA -  Prima la s’à sentìo mal, l’è andà in svaniménto… La g’avéa i òci tuti bianchi… roersà…

                          I paréa du ovéti de usèl… La faséa impressión…

GORGIBUS   -  Vuoi che chiami un dottore?

CAMERIERA -  No, no… Vostra fióla no l’è mia malà: par mi la g’à solo tanta malinconia, la g’à ‘n magón

                          ch’el continua a narghe su e zó come ‘na scunaróla.

GORGIBUS   -  Ma perché?...

CAMERIERA -  Parchè la g’à bisogno de cocoléssi, poaréta, e de tanta comprensión.                        

GORGIBUS   -  Ah, se è per questo... Il matrimonio metterà le cose a posto: suo marito le darà affetto e

                          comprensione in abbondanza.

CAMERIERA -  De qual marì parlèo?

GORGIBUS   -  Il giovane Ascanio!...  Suo padre è d’accordo e lui è impaziente: non desidera altro...        

                          (Entra dal fondo la popolana con una cesta in vimini e raccoglie i panni poi esce)

CAMERIERA -  (in parte, sussurrato) Ma la paronçìna lo savì ben, la g’à za promesso el so amor a…

GORGIBUS   -  Lelio?... Quel giovane non ha un soldo e come ben sai se n’è andato via, per sempre.

                          Quindi, non le resta che sposare Ascanio?

CAMERIERA -  (a testa bassa accenna ad uscire) Oh, pòra la me Cèlia, te spèta giorni bruti assè.

GORGIBUS   -  Poi, sistemata Celia, lo faro anch’io…

CAMERIERA -  Cosa èlo che volì far?

GORGIBUS   -  (sottovoce, dopo essersi guardato attorno) Promettimi di non far parola con nessuno.                        

CAMERIERA -  Sarò muta come ‘n pésse, come ‘na tomba!

GORGIBUS   -  Non c’è niente di peggio delle malelingue.

CAMERIERA -  G’avì resón da vendar, siór parón: gh’è léngue che tàia e cuse sènsa retégno!                         

GORGIBUS   -  Ebbene, voglio prendere moglie.

CAMERIERA -  (trattiene una risata) Cossa? Volì ma-ri-dàr-ve???... Oddio!.. Me manca el fià!...

                         (Estrae dalla tasca un fazzoletto per farsi vento)

GORGIBUS   -  Ma, cos’ hai?...

CAMERIERA -  El fià!... El fià!... (A fatica) Ma… ma, dalbòn, sior paron, el vol… lu, el vol… ma-ri-dàr-se?

 GORGIBUS  -  Sì! Perché? Che c’è di male?

CAMERIERA -  Mi volarìa solo domandàrve, con tuto el me rispèto, quanti ani g’avì.?

GORGIBUS   -  Che c’entra l’età, accidenti!... Ho già passato la cinquantina, se questo può voler dire

                          qualcosa…

CAMERIERA -  (quasi tra sé, ironica) “Co ‘l cavel trà al bianchìn, lassa la dòna e tiènte el vin”.

GORGIBUS   -  (seccato) Che cosa dici?

CAMERIERA -  Col vostro permesso, mi digo ch’el matrimonio no ‘l me pàr mia ‘na roba par gente de la

                          so età. L’òmo no l’è mia come el vin, che col tempo el diventa piassè bòn, l’òmo el

                          svàpora, el perde el saór… e anca qualcos’altro.                     

GORGIBUS   -  Non è affar mio, dici?

CAMERIERA -  El matrimonio l’è fato par i zóeni, par quei che g’à el sangue che bóie. No stasì ofèndarve,

                          ma a la vostra età, bóie solo quel che metì sul fógo: àqua, late e bródo.                       

GORGIBUS   -  Mica sono un vecchio bacucco!

CAMERIERA -  Mi són ‘na dòna s-cèta, siór parón, quel che g’ò nel cór ghe l’ò anca su la bóca e ve digo

                          che l’è mèio che lassì perda ste robe, par el vostro ben, par quel de vostra fióla e… e par

                          no farve rìdar drio, órpo!  

GORGIBUS   -  E io ti dico che ho deciso di sposarmi, e non sarò per niente ridicolo con la donna che ho

                          scelto. Lei mi piace ed io l’amo con tutta l’anima.

CAMERIERA -  L’amè con tuta l’ànema?... (Tra sé) Metìghela proprio tuta, parché no g’avì altro da

                         zontàrghe.

GORGIBUS   -  (seccato) Ma, Teresa! (Spinge Teresa in parte a destra per parlargli sottovoce)

SGANAREL  -  (si affaccia dalla finestra e si guarda attorno; tra sé, impaziente) Costànsa... Costànsa…

                         Andó saràla andà, quela pèste de dona! (Esce)

CAMERIERA -  (a voce alta) E va ben… se le robe le stà così…

GORGIBUS   -  Sì, e ci sposeremo il giorno seguente il matrimonio di mia figlia… Celia andrà ad abitare

                          a casa del genero e il suo posto verrà occupato dallo sventurato cugino della mia futura

                          mogliettina, Valerio.

CAMERIERA -  (stupita)  ”El cusìn sventurà” el vegnarà a stàr co’ noàltri?

GORGIBUS   -  Ahimè, sì! Non lo possiamo abbandonare! Lei, vuole starle accanto.                       

CAMERIERA -  E, se no ve despiàse, podarìa savér ci l’è la fortunà?                       

GORGIBUS   -  E’ una giovane… una giovane carina e cortese.

CAMERIERA -  Ah! L’è zóena e carina… (Tra sé) E una così la volarìa tórse sto stracampìo?

GORGIBUS   -  Sarà una buona moglie, fedele e devota.

CAMERIERA -  (c.s.) Mi vedo za du bèi corni spuntàrghe su la suca!

GORGIBUS   -  Ma, che stai mormorando? Parla chiaro…

CAMERIERA -  Stavo diséndo che no m’avì gnancóra dito ci l’è sta butèla, come la se ciàma... 

GORGIBUS   -  Si chiama Dorimena…

CAMERIERA -  (pensierosa) Do-ri-me-na…

GORGIBUS   -  (cambiando tono) Oh, ma perché dovrei soddisfare la tua curiosità! Bada invece che non

                          ti scappi di bocca una sola parola di quanto ti ho detto, altrimenti assaggerai il mio bastone.                         

CAMERIERA -  Siorsì, muta che piassè no se pól, ve l’ò za promesso…

GORGIBUS   -  (interrompendolo) Ora basta!.. Non hai niente da fare?

CAMERIERA -  Són al vostro servìssio, siór parón...

GORGIBUS   -  Allora, fai una cosa per me. Vai all’oreficeria del signor Marcello a prendere… Lui lo sa.

                          Digli che ti mando io e che lo pagherò la prossima settimana.

CAMERIERA -  Come comandè, siór parón.

GORGIBUS   -  E non fermarti in piazza a chiacchierare.

CAMERIERA -  (mentre esce dal fondo) Ma figurève se mi me fermo a ciacolàr! Córo come ‘na sdinsa.

GORGIBUS   -  (tra sé) Tutte uguali, quando si tratta di perdere tempo!

                         

                          (Musica di sottofondo. Si siede e annusa del tabacco; pensieroso. Ricompare per qualche

                          attimo Sganarello alla finestra: si guarda attorno e poi rientra in casa borbottando)

Scena Quinta

GORGIBUS   -  (riflettendo su quanto detto dalla Cameriera) Io, vecchio?... Vecchio lo è chi si sente!...                        

LELIO            -  (entra, dal fondo, affrettatamente e si tiene sul lato sinistro della scena; tra sé) Són straco

                          morto, g’ò i ossi in tòchi… Sto viàio fato in tuta prèssia el m’à sassinà. Ma no podéa far

                          altro… dovéa partìr subito par védar coi me òci se le ciàcole che m’è rivà a le réce i è

                          vere… Spèta che me sòro! (Si rinfresca con l’acqua del pozzo)

GORGIBUS   -  Un uomo di trent’anni, è forse più agile e virile di me?..  Sono ancora capace di toccarmi

                          la punta delle scarpe senza piegarmi!... (Esegue l’azione molto goffamente ma non vi

                          riesce; sente un forte dolore alla schiena) Ohi, ohi, maledizione!...

LELIO            -  (c.s.) Se le robe le stasésse così, no vói più ciamàrme Lèlio, vói ciamàrme desperà!...       

                          Mi a Celia, ghe vói ben con tuto el cór e no podaréa mai védarla sposà co’ ‘n altro òmo…

                          E adesso vói védarghe ciàro… (Si avvicina alla casa di Celia ma quando vede Gorgibus

                          indietreggia) Porca miseria, so pare de Celia!... No vói mia ch’el me riconóssa…

GORGIBUS   -  (vede Lelio senza riconoscerlo) Ehi, giovanotto… Dico a voi!... Sì, a voi!...

LELIO            -  (cercando di non farsi riconoscere, rimane in parte e camuffa la voce fingendo di essere

                          balbuziente) P-p-parlèo con m-m-mi, siór’?

GORGIBUS   -  E con chi senò?... Vorrei chiedervi un parere…

LELIO            -  Pa-pa-pa-re-re?

GORGIBUS   -  Sì! E dovete dirmi cosa ne pensate voi, sinceramente…

LELIO            -  C-c-cosa g-g-ghe ne penso mi? (Tra sé) Za, a parlar così, me se ingrópa la léngua… e sto

                          qua el vól anca che pensa.

GORGIBUS   -  Ma perché parlate così?... Vi è successo qualcosa?

LELIO            -  (con il palmo della mano accenna ad una statura bassa) Co-co-co…

GORGIBUS   -  Cosa?

LELIO            -  Pi…pi…pi…

GORGIBUS   -  Pì-pi?... Ah, quando eravate piccolo?

LELIO            -  (c.s.) Sì!... Sì!... Sono ca-ca-ca…

GORGIBUS   -  Ca-ca?.. Ah, siete caduto?

LELIO            -  S-s-s-sì!... Da-da-…

GORGIBUS   -  Dalle scale?

LELIO            -  N-n-n-no. Da-da-…

GORGIBUS   -  Dal lettino?

LELIO            -  N-n-n-no. Da-da…

GORGIBUS   -  (spazientito) Oh, madre, e da cosa?

LELIO            -  (fa cenno di sì con la testa, felice che Gorgibus ci abbia indovinato) Sì!... Sì!...

                          (Incrocia le braccia e finge di cullare un neonato in braccio) Ni-ni-ni-na-na... ni…

GORGIBUS   -  Madre!.. Ho capito: siete caduto dalle braccia di vostra madre!... Mi dispiace!.. Ma, ora

                         ditemi: secondo voi, io sono vecchio?...

LELIO            -  (tra sé, ironico) Machè: l’è on buteléto!

GORGIBUS   -  (continua sullo stesso tono) Perché vedete,io mi sento ancora un giovanotto…

LELIO            -  (c.s.) L’è convinto!                         

GORGIBUS   -  …sono ancora agile e non ho bisogno diuna portantina per recarmi in qualche posto!

                          E… e ho ancora tutti i miei denti. (Apre la bocca e mostra i denti)

LELIO            -  (c.s.) Da late, magari!             

GORGIBUS   -  Mi faccio i miei quattro abbondanti pasti ogni giorno, e non credo si possa trovare uno

                         stomaco più regolare del mio: vado di corpo tutti i santi giorni, alla stessa ora!...

LELIO            -  (c.s.) Se pol dighe “on cagon de precision”!

GORGIBUS   -  (tossisce per ridestare l’attenzione di Lelio) Ehi, ma cosa dite?                        

LELIO            -  Che… g-g-g’avì proprio resón! Piassè in gamba de così se móre.

GORGIBUS   -  Quindi, non vi sembrerebbe tanto strano se io decidessi di sposarmi?

LELIO            -  Cosa?... (Ritornando a fingere) N-n-no, fa-fa-fasì b-b-ben-benon!

GORGIBUS   -  Sono veramente lieto e vi ringrazio per la vostra sincerità.

LELIO            -  E vo-vo-vostra fi-fi-fióla co-co-cosa faràla?

GORGIBUS   -  Voi conoscete mia figlia?

LELIO            -  Ghe n’ò se-se-sentìo pa-pa-parlar…

GORGIBUS   -  Celia è già sistemata.

LELIO            -  E podaréa savér co-co-con ci?

GORGIBUS   -  Con il signorino Ascanio!... Ma perché vi interessa tanto?

LELIO            -  Vo-vo-voléa co-co-congratulàrme…

GORGIBUS   -  Ho capito!.. Ho capito! Siete curioso anche voi!... (Accenna ad entrare in casa) Arrivederci..

LELIO            -  E Lelio?...

GORGIBUS   -  (si ferma sulla porta di casa; perplesso) Lelio?

LELIO            -  Ò sentìo di-di-dir che vo-vo-vo-stra fióla lo amava.

GORGIBUS   -  (soprapensiero) Lelio era un poveraccio e poi se n’è andato chissà dove… Arrivederci…

                         (Esce in casa. Nel frattempo Costanza entra dal fondo ed esce, senza farsi notare, in casa)

LELIO            -  (adirato) Diàolo maledéto!.. Miseria ladra!.. Bruto vècio mato e piocióso!... M’avéi promes-

                         So Celia in spósa! Busiàro!... Rufiàn!... Malcunà!... Vói védar Celia! Subito! Vói che la sia

                         éla a spiegàrme tuto! Ghe n’ò el dirìto! (Cammina avanti e indietro davanti alla casa di

                         Gorgibus. Si sentono dei rumori e delle grida provenienti dalla casa di Sganarello)

Scena Sesta

SGANAREL   -  (entra dalla sua casa, senza vedere Lelio, tenendo in mano il ritratto. Si sistema la

                          giacca) Te sì ne le memane, maledéto litràto! E adesso posso vardàr mèio sta fàcia  

                          da sberle che la m’à ruinà la reputassión! Che vergogna!...

LELIO            -  (in parte) E questo ‘sa gàlo?

SGANAREL   -  Ma mi, sto qua, no l’ò mai visto! Ci saràlo?...

LELIO            -  (c.s.) ...‘sa vólo?

SGANAREL   -  A la me dòna no la ghe basta più la gente del lògo, la va in çérca anca de quéla foresta.

                          Ghe piàse cambiàr.                    

LELIO            -  (a parte, dopo aver visto Sganarello) Sa védeli i me òci? Se quel l’è el me litràto, mi no so

                          più sa pensàr.

SGANAREL   -  (c.s.) Ah, pòro Sganarèl, indoèla finìa la to reputassión?... In malora l’è finìa!...

LELIO            -  (c.s.) El me litràto in man de estranei?... No posso che avérghe dei bruti sospèti.

SGANAREL   -  (c.s.) Pòro Sganarèl, bisogna che te te rassègni, che te te ne fassi ‘na resón: tuti, par la

                          strada, i slongarà el déo verso de ti e i te riconossarà da sta vergogna che to moiér la t’à

                          messo in testa.

LELIO            -  (c.s.) E se me sbagliesse?

SGANAREL   -  Du pali la m’à messo… E sènsa végne da tegnér su.

LELIO            -  (c.s.) El pol anca somearghe a nantro!

SGANAREL   -  (c.s.) Ah, maledétto! Te gh’è avù el coràio de métarme i corni adesso, che són ancora

                          zóeno e gaiàrdo? Ma come? ‘Na moiér co’ ‘n marì come mi, g’avéela proprio bisogno de

                          uno come ti, che no l’è gnancóra né osèl, né bestia? (Gli passa davanti in modo che Lelio

                          possa vedere bene il ritratto)                        

LELIO            -  (a parte, guardando bene il ritratto) Són proprio sicuro, l’è el me litràto.

SGANAREL   -  (voltandogli le spalle) Ma varda sto qua che curioso che l’è!

LELIO            -  (a parte) Padreterno! No ghe credo ai me oci!... Vedémo se rièsso a tacàr botón. (Ad alta

                          voce mentre Sganarello cerca di allontanarsi) Ehi, par piasér, solo ‘na parola!

SGANAREL   -  Disìo a mi?

LELIO            -  Sì! Podaréa savér in che modo sta miniatura l’è capità ne le vostre mane?

SGANAREL   -  (a parte ma scrutando ora Lelio ora il ritratto che ha in mano) Parché volìo savérlo?... Ma

                          varda, varda, ciò… (Confronta Lelio con il ritratto) Ah, adesso capìsso el parché! Ècolo

                          qua el me òmo, o mèio, l’òmo de me moiér.

LELIO            -  (c.s.) Elo tuto sémo!

SGANAREL   -  L’oselèto l’à perso el bondolón e l’à messo le péne.                         

LELIO            -  Sentì, sior!... Par piasér, cavème sto peso dal cór!... Disìme ci l’è che ve l’à dato...

SGANAREL   -  Ah, adesso ò capìo cosa l’è che ve ruma drénto! Sto litràto, ch’ el ve stà tanto a cór e ch’el

                          ve soméia, l’éra ne le mane de ‘na sióra che conossì benón.

LELIO            -  (quasi tra sé) Alora l’è vera!

SGANAREL   -  E i fóghi d’amor vostri e de la vostra dama…

LELIO            -  Fóghi d’amor?....

SGANAREL   -   …I è robe che conossémo ben. E ve digo che sta storia la g’à da finìr, e subito anca.

LELIO            -  (impaziente) Quale storia, òstrega?

SGANAREL   -  ‘N marì nól pól soportàr ‘na roba compagna…                         

LELIO            -  ‘N marì?...

SGANAREL   -  E tegnìve inaménte, siór, ch’el matrimonio l’è ‘na roba sacra…                      

LELIO            -  Come?... Cosa?... La dòna che la g’avéa sta miniatura…

SGANAREL   -  L’è me moiér, e mi són so marì.

LELIO            -  So marì?

SGANAREL   -  Sì, so marì, ve digo, ‘n marì che piassè malmaridà de così no se pól, e savì ben el parché!

LELIO            -  (tra sé, rattristato) Ah, pòro mi!... Che ciavàda o ciapà!                         

SGANAREL   -  E adesso vago subito a contàrghe tuto ai so parenti… Che i lo sàpia anca lóri che cao de

                          roba che i m’à rifilà. (Esce dal fondo)

LELIO            -  (affranto) I me l’avéa dito… E mi, gnòco, che no voléa crédarghe… Ah, malengréta!.

                          Mile òlte te m’è giurà amor eterno! Busiara! Come èto poduo far  ‘n’assión così viliàca e

                          vergognosa?

COSTANZA   -  (v.f.c.) Malegnàsso!... Vigliàco!...

LELIO            -  Ah, destìn maledéto! Me sento mancar el fià… Sta ofèsa e la strachéssa del viàio le m’à

                          copà… e le me pòre gambe no le me tien più su. (Si accascia vicino al pozzo)                                               

COSTANZA   -  (entra; credendosi sola) El gh’è riussìo a tórme el litràto che avéa catà!... (Vedendo Lelio)

                          Oh, Signor benedéto, sa sucéde? Siór, ve vedo na‘s-ciànta malcónso, g’avì ‘na siéra che

                          no me piàse gnénte. Stasìo mal?                         

LELIO            -  (parlando a fatica) Tuto de ‘n colpo me són sentìo ‘na roba che no sò gnanca spiegar…

                          ’n malèssar… ’n sfinimento…

COSTANZA   -  Da quel che ghe ne sò mi, de solito ste robe le ghe sucéde a le dòne incìnte…. 

LELIO            -  Ma mi son on omo!                      

COSTANZA   -  Ve vedo, ospia!.. Ma, dai passi che si, no me maraveiaréa se andassi in svaniménto. Vegnì

                          in casa mia a béa ‘n gósso de acqua, vedarì che ve passa ‘n pressia.

LELIO            -  (c.s.) Gràssie sióra. Acèto el vostro invìdo, ma solo du minuti: no vói disturbar.

COSTANZA   -  No stasì tórve preocupassión… Fòrsa, posève a mi. (Escono in casa. Musica di sottofondo)

Scena Settima

DORIMENA   -  (entra dal fondo seguita, dopo un po’, da Valerio) Valerio… Valerio…

VALERIO       -  (entra sbuffando; ha in mano una borsa) Manco mal che sémo ‘rivè!... (Appoggia la borsa

                          per terra)

DORIMENA   -  Oh, fala finìa, par piasér!

VALERIO       -  (ironico) Ma sèntela… sèntela la signorina da le bòne intensión…                          

DORIMENA   -  Métela in móia! (Si rinfresca al pozzo)

VALERIO       -  … la vól sposar ‘n vècio pien de schèi come ‘n óvo sènsa volérghe gnanca ‘na s-ciànta

                          de ben…                      

DORIMENA   -  Valerio, t’ò za dito de farla finìa!

VALERIO       -  (continua sullo stesso tono) Da quel che la dise, la saréa inamorà de mi, che g’ò avù la

                          desgràssia de perda la testa par éla e de ilùdarme de èssar ricambià. Se ghe zontémo el

                          fato che no son parón gnanca de le scarpe che g’ò indosso… sémo proprio a posto.                         

DORIMENA   -  Te sì solo geloso! Èco sa te sì! Crédito, fòrse, che mi me goda? Sto passo che ò deciso de

                          far el me costa assè!... La me vita la sarà ‘n martirio!

VALERIO       -  Vuto veda che te diventarè ‘na santa… ’na santa vergine e martire!... La santa protetóra

                         dei vèci imbalonè!

DORIMENA   -  Ma va là sempioto!

VALERIO       -  Se veramente sto passo el te costasse tanto… te faréssi marcia indrìo! Ma ti, cara mia, no                                           

   te sì bòna de far de manco de sti lussi e de sti caprìssi qua!

DORIMENA   -  Ghe nèto par tanto?...

VALERIO       -  Ècola qua la prova dela to vóia de schèi. Par ‘n fiochéto da pontàrte sul petoràl, te

   saréssi bóna de venda anca to mare! 

DORIMENA   -  Ò tòlto ste quàtro “straséte” parché penso che al vècio ghe piasarà avérghe vissìn ‘na

                          dòna véstia elegante.

VALERIO       -  Séto convinta?

DORIMENA   -  La sarà de çèrto la sola roba ch’el podarà gòdarse: “ci g’à el pan, ghe manca i denti ”…                         

VALERIO       -  Vedarémo se, oltre a la to elegànsa, ghe piasarà anca quel che i ghe costarà tuti i to

                         caprìssi!

DORIMENA   -  Par piasér, basta con ste sempiàde! Cata su quel che t’è butà par tèra e némo da lu.

VALERIO       -  Mi resto qua! Preferìsso star a l’aria, a sponsarme… (Si sposta dalla parte opposta)

DORIMENA   -  Valerio, tó su… e némo dal vècio!

CAMERIERA -  (entra dal fondo; vede i due giovani abbracciati; meravigliata)  E quéla la saréa la futura

                          spósa del me parón?... Andémo proprio ben… Dir che sento spussa de brusà l’è póco…

                          Sta òlta la spussa la vedo parfìn…

DORIMENA   -  (implorando) Valerio…

CAMERIERA -  Sarà mèio che me scónda a scoltàr sa i dise… (Si nasconde in parte, a destra, ad origliare)

DORIMENA   -  Valerio, par piasér… Te lo sé che me stò sacrificando par el ben de tuti du.

VALERIO       -  Ma, se te andarè da lu… Se te lo sposarè, me dìto che fine el farà el nostro amor?...

DORIMENA   -  (gli chiude la bocca con la mano) Ssssss… Parla a pian!... Vuto sassinàr tuto?... No

                          cambiarà gnénte! Te lo digo mi.

VALERIO       -  Te andarè a dormìr con quel vècio rimbambito e te me disi che no cambiarà gnénte?

DORIMENA   -  Gnente!

VALERIO       -  A mi me pàr che de cambiamenti ghe ne sarà assè... Me vien da gomitàr solo a pensàrghe!                                                

DORIMENA   -  E no stà miaa pensàrghe! No te ghe vè mia ti a dormir col vècio. Cosa te importa? Quel

                          vècio,no lo spóso mia par amor…

VALERIO       -  Ghe mancarea anca quela!

DORIMENA   -   Me lo tógo solo par i so schèi. Mi no g’ò gnénte de mio, e ti gnanca, e te lo sé mèio de mi

                          che ci no g’à gnénte no l’è gnénte…

VALERIO       -  Sì, ma par…

DORIMENA   -  Par avérghe qualcosa, bisogna rangiàrse e dopàrar quel póco che se g’à.                           

VALERIO       -  Ma l’è proprio quel “póco” che te gh’è da “dopàrar” ch’el me dà fastidio…                                                  

DORIMENA   -  Sto matrimonio el sarà la nostra sistemassión…

VALERIO       -  … e la me disperassion!

DORIMENA   -  E son sicura che sto matrimonio no ‘l durarà piassè de la neve marsolìna.

VALERIO       -  (dubbioso) E se invesse?...

DORIMENA   -  Ma, quanto vuto ch’el possa ancora campar?... Te vedarè che fra sié mesi l’è za sóto tèra.                         

CAMERIERA -  (in parte, sottovoce) Maria Vergine, cossa i dir!

VALERIO       -  E se invésse el campàsse ancora tanto?... S’el fósse come ‘n gato che i g’à sete vite?...

                          Sèto che bèla fregada, che bel piasér… (Accenna ad uscire) Té salùdo!

DORIMENA   -  Valerio, basta! Te lo sè ben che mi no te lassarò mai!

VALERIO       -  (torna indietro) Séto sicura?...

DORIMENA   -  I pati i è ciàri: lu, el vècio, el te crede me cusìn e quando so fióla la se maridarà e la andarà

                          fóra dai pié, ti te ciaparè el so posto e te podarè vìvar con mi sóto al stesso coèrto!...

                          Capìssito, caro “cusìn” Valerio?... Ne la stessa casa!…                          

VALERIO       -  A tegnér su el mòcolo! 

CAMERIERA -  (c.s.) Èto capìo? Altro che “cusìn”…

DORIMENA   -  (lo accarezza) Dime che te sì contento!...  

VALERIO       -  (sconsolato) Da morìr!.. Mèio de così no la podéa andàrme… Da quando te conósso, t’è

                          sempre fato de testa tua… e mi, g’ó da far sempre quel che te vól ti!.. E adesso rangiàte!

                          (Accenna ad uscire)

CAMERIERA -  (c.s.) L’è meio che scapa on casa! (Cerca di entrare nella casa di Gorgibus senza farsi

                          notare ma viene vista da Dorimena)   

VALERIO       -  (tra sé) Sa avénti fato par meritàrme tuta sta fortuna?...                   

DORIMENA   -  Ehi, tu… Indóve vai?

CAMERIERA -  (impaurita perché crede di essere stata scoperta a spiare; voltandosi) Disìo a mi?

DORIMENA   -  Conóssi il siór che abita in sta casa?

CAMERIERA -  L’è el me parón, sióra.

DORIMENA   -  Bene, alóra fami il piasére di narlo a ciamàre. Dighe che l’è Dorimena che vuole parlare

                          con lu.

CAMERIERA -  Ai so comandi, sióra.

DORIMENA   -  Subito, mi racomàndo… In prèssia….

CAMERIERA -  Subito!… Subito!… Me désfo!… (Esce in casa di Gorgibus)

VALERIO       -  Ma come pàrlito?

DORIMENA   -  In stampatelo!... No se sente mia? Bisogna che me daga ’n tono alto… Sarò la so parona…

                          No vói mia far la figura de l’ignorante….

VALERIO       -  (ironico) Ah, o capio… “lustrissima madama”… (Esegue un goffo inchino)

DORIMENA   -  Basta far paiassàde!

GORGIBUS   -  (entra, emozionato) Oh, mia dolce piccina… mia adorata sposa, che gioia vedervi.

DORIMENA   -  (le dà un bacio sulla guancia) Oh, mio grassióso e gentil spóso, siete contento dalbòn di

                          vedermi?

GORGIBUS   -  Contentissimo, mio passerottino!

VALERIO       -  (tra sé; ironico) Che stomeghéssi!

DORIMENA   -  Ò crompàto qualcoséta… Mio cugino si è ofèrto di farmi da facchìn.                        

GORGIBUS   -  Gentile, vostro cugino…

VALERIO       -  (accenna un inchino) Siór… (Tra sé, mentre si siede accanto al pozzo) Solo el fachìn me

                          restàa da far!.. 

DORIMENA   -  Non vi dispiace, vera, se ci ò lassiàto dito che passerete voi a pagare?

GORGIBUS   -  Dovrò passare a pagare?… Ah! Ah!... Ditemi che vi state burlando di me?...

DORIMENA   -  Par cosa dovaréa burlarmi di voi?... Se mi volete bene mi farete la gràssia di pagare queste

                          robéte qua e anca altre speséte.

GORGIBUS   -  (preoccupato) Queste?… e altre?...

VALERIO       -  (c.s.) Esémo solo a l’antipasto!...

DORIMENA   -  Tutto quel che l’è mio el sarà anca vostro! (Si tocca i fianchi)

GORGIBUS   -  Che grazia!...

DORIMENA   -  E tutto quel che l’è vostro el sarà anca mio!

GORGIBUS   -  “Tutto”?...  Forse, non tutto, vero?...

VALERIO       -  L’a cambià siéra!

DORIMENA   -  Lo sapete che ve vói ben, che stravedo da la óia de passar tuta la mia vita in te le vostre

                          coste…

VALERIO       -  (c.s.) No dovéeli mia èssar sié mesi?..  

DORIMENA   -  Pensè che belo che l’è… Insieme… Noantri dù…

GORGIBUS   -  Che bello!

DORIMENA   -  Ogni giorno, con vù…

GORGIBUS   -  Sì!...

DORIMENA   -  Ogni nòte, con vù…

GORGIBUS   -  Sì!... Sì!... Anch’io, lo voglio!

VALERIO       -  (c.s.) L’è còto come ‘n óvo duro!

GORGIBUS   -  Allora, vuol dire che siete felice di concedermi la vostra mano?

VALERIO       -  (c.s.) Se ’n cambio ghe dasì el portafòio!

DORIMENA   -  Sì, lo sono… E lo vói piassè di ogni altra cosa.

GORGIBUS   -  Voi mi fate l’uomo più felice del mondo!

VALERIO       -  (c.s.) El morirà contento, almanco!

DORIMENA   -  Sono stufa agra de le cativèrie di mio padre che mi tiene seràta in casa a laoràre da

                          quando sono nata. Vardè che patìa che sono.

GORGIBUS   -  Via, un padre ha da custodire una figlia.

DORIMENA   -  Ma ora vói sposarme e fare quel che mi pàr e piàse!

GORGIBUS   -  (un po’ perplesso) Volete fare quello che?... Ma, sono io il padrone!

VALERIO       -  (c.s.) Hai, hai! Sta òlta l’è scapussà.

DORIMENA   -  (continuando) Ringrassiàndo Dio e tuti i santi del paradiso, siete rivàto voi, proprio giusto.

                          Con voi, podarò guadagnar tuto il tempo perso.

GORGIBUS   -  Ecco, “guadagnare”: questa è una parola che mi piace! Per il resto…

DORIMENA   -  (c.s.) Voi siete un galantòmo che sa vivere e godersela! Io adoro il ballo, le visite, la

                          compagnia, i regali e le passegiàte; par farla córta, tute le robe che ghe piace a le dòne.                      

VALERIO       -  (c.s.) Piassè ciàro de così! No se pól de çèrto dir che la conta bale.

DORIMENA   -  Sarete felice di avere in te le coste una dòna con così bòne intensióni.

GORGIBUS   -  “Buone intenzioni”, dite?...

DORIMENA   -  E non sarete mai secàto da sospèti e gelosie parché tuti du saremo liberi di fare quel che

                          ci pare. 

VALERIO       -  (c.s.) Questo el se ciàma métar le mane avanti!

DORIMENA   -  Ma, cosa g’avéte? Mi sembrate ‘na s-ciànta spaìso.

GORGIBUS   -  Niente: un po’ di sangue alla testa.

DORIMENA   -  L’è un male che ci hanno in tanti, de sti tempi. 

VALERIO       -  (c.s.) El se taca ai marì de tute le età!

DORIMENA   -  Ma disìme: avete deciso il giorno de le nòsse per vostra fióla?

GORGIBUS   -  No!... Anzi, sì!… Ma, non… (Cambiando tono, sconsolato) Non mi sento bene! Sono un po’

                          confuso in questo momento: mi gira la testa, non sto bene! (Si asciuga il sudore in fronte)

VALERIO       -  (c.s.) Ghe ven i sudorini!

DORIMENA   -  (simavvicina a Valerio, sottovoce) Te l’o dito che el mori onpressia! (Torna da Gorgibus)

VALERIO       -  (ironico, all’indirizzo di Dorimena) L’è éla el velen!

DORIMENA   -  Ricordè, vèra: prima la g’à da sposarsi vostra fióla… Io, sono buona anca di spetàre... Non

                          ci ò prèssia… Però, vi prego con tuto il cuore, non lassiàte fiapìre il fiore del nostro amore.                          

GORGIBUS   -  (confuso) Sì! Sì!..L’amore del fiore non appassirà il mio cuore.

VALERIO       -  (c.s.) L’è andà de òco!

DORIMENA   -  Sarà mèlio che vi sponsàte una s-ciànta. Intanto, io vado a fare de le altre speséte. E dopo

                          vi mando i botegàri. A presto, mio bel giovanòto. (Le dà un bacetto sulla guancia)

GORGIBUS   -  A presto, mia cara…

DORIMENA   -  (a Valerio) Seguìme par dedrìo, cugino… (Esce dal fondo)

VALERIO       -  (accenna un inchino) Siór Gorgibus, ve fasso le me felicitassióni… (Raccoglie i pacchi ed

                          esce dietro a Dorimena)

GORGIBUS   -  A presto… A presto… (Prende fiato) Non c’è mai stato uno più nei guai di me?... Mi

                          sembra di trovarmi su di un vascello sopra un mare in tempesta… (Si siede sullo sgabello

                          vicino a casa) Acquisti… Fornitori…Il gioco… I regali… Le compagnie… E i sospetti...

                          E le gelosie... Mi stanno venendo dei dubbi sul mio matrimonio. (Annusa del tabacco

Scena Ottava

ZINGARA      -  (entra dal fondo cantando e suonando un tamburello a sonagli) Passato, presente e futuro /

                          niente più misteri!... La mano vi leggerò / la vita vi svelerò /… Passato, presente e futuro…                       

GORGIBUS   -  (tra sé, vedendo la zingara) Ah! Ma ecco una zingara, mi farò leggere la mano così potrò

                          sapere quale sarà il mio avvenire…

ZINGARA       -  …niente più segreti!... La mano vi leggerò / la vita vi svelerò /…

GORGIBUS   -  (si alza) Ehi, voi, venite qua…

ZINGARA       -  Sì, mio bel signore! Eccomi, per servirla!..

GORGIBUS   -   Potete dirmi la buona ventura?

ZINGARA       -  Ma certo! Voi dovete darmi solamente la mano, con una monetina dentro, ed io vi dirò

                          qualcosa che vi sarà utilissima.

GORGIBUS   -  (porge una monetina nella mano) Eccola, ma ditemi… ditemi cosa leggete!

ZINGARA       -  (legge la mano) Voi avete una buona linea, mio bel signore… una buona linea…                         

GORGIBUS   -   Sì, ma cosa vuol dire?

ZINGARA       -  La linea di un uomo che un giorno sarà qualcuno.

GORGIBUS   -  Quale giorno?

ZINGARA       -  Un bel giorno… Un giorno di festa…

GORGIBUS   -  Il mio matrimonio?

ZINGARA       -  Sì, mio signore! Vi sposerete fra pochissimo… fra pochissimo.

GORGIBUS   -  Sì! Ma è vero?.. L’avete letto nella mano?

ZINGARA       -  Vostra moglie sarà una donna graziosa, una donna “preziosa”.

GORGIBUS   -  Dite il vero, sì!?

 ZINGARA      -  Una moglie che sarà corteggiata e amata da tutti.

GORGIBUS   -  (dubbioso) Da tutti, dite?

ZINGARA       -  Una moglie che vi procurerà tanti amici, mio buon signore…

GORGIBUS   -   (c.s.) Beh, speriamo non troppi.

ZINGARA       -  Una moglie che farà venire l’abbondanza nella vostra casa... che vi procurerà una grande

                          fama.

GORGIBUS   -  Fama? Ma che sorta di fama?

ZINGARA       -  Sarete tenuto in gran conto in virtù sua, mio bel signore. Rispettato…

GORGIBUS   -  Meno male!

ZINGARA       -  Riverito…

GORGIBUS   -  Sì!... Sì!... Tutto questo va bene;  ma ditemi un po’, c’è pericolo ch’io diventi… becco?                        

ZINGARA       -  Becco?... (Lascia la mano di Gorgibus)

GORGIBUS   -  Sì, becco.

ZINGARA       -  Voi?..

GORGIBUS   -  Ma, sì! C’è il pericolo che io lo diventi?

ZINGARA       -  Non si può dire... (Se ne va via)

GORGIBUS   -  (irritato) Per tutti i diavoli! Rispondetemi!... Venite qui!

ZINGARA       -  (si allontana cantando e suonando)  Passato, presente e futuro…  

GORGIBUS   -  (con più impeto) Lo sarò o non lo sarò?.. Me lo volete dire, zingara accattona!..

ZINGARA      -  (esce dal fondo) … niente più misteri!... La mano vi leggerò / la vita vi svelerò… Passato,

                          presente e futuro…

GORGIBUS   -  Ehi, voi! Ridatemi la mia moneta!... (Avvilito) Razza di bestia che mi lascia nei pasticci…

                          Mi è passata la voglia di prender moglie. Credo che farò meglio a rompere il fidanzamento.

                          Ci ho già rimesso un po’ di denaro, ma è meglio perdere qualche soldo ora che andare

                           incontro a qualcosa di peggio dopo… “ E’ meglio avere i corni in tasca che in testa!”..

                          (Esce in casa. Musica di sottofondo. Buio)

Scena Nona

SGANAREL   -  (entra dal fondo; pensieroso, tra sé) L’è vera, bisogna andàr coi piè de piombo. I so

                          parenti no i ghe crede mia e i vól de le prove sicure. Mi saréa piassè contento de lóri se no

                          fósse vera gnénte… Sì! Fòrsi l’idea de avérghe za i corni in testa la m’è vegnùa massa in

                          prèssia. In fin dei conti, sto litràto ch’el m’à tanto spaentà no ‘l próa ‘n bel gnénte! Vedémo

                          alóra de far in maniera che…

COSTANZA   -  (entra seguita da Lelio) G’avì massa prèssia, caro el me bel butèl; riposeve ancora

                          on poco.                         

SGANAREL   -  (vede sua moglie Costanza e Lelio. Senza farsi notare, a parte) Cosa… Cosa vèdeli i me

                          òci?.. Quel là no l’è mia ‘n litràto… L’è lu in carne e òssi!…                          

COSTANZA   -  Ma, podaréa vegnérve mal ‘n’altra òlta. G’avì ancora la çiéra del color de ‘n péro cruo….                      

LELIO            -  No, no, ve ringràssio con tuto el cór… Avì za fato anca massa….

SGANAREL   -  (tra sé) Varda, varda quanti molegatéssi quéla squìnsia sènsa pudor la ghe fa a quel

                          slangorìo! 

LELIO            -  Grassie… grassie tante!

COSTANZA   -  Par mi l’è stà ‘n piasér… Spero de rivédarve. (Esce in casa)

SGANAREL   -  (c.s.) Te lo dago mi el piasér… te vedarè! Te dago ‘na soràda che, quando te vedarè ‘n

                          òmo, te scaparè co’ le gambe che te tóca el dedrìo....

LELIO            -  (vede Sganarello; tra sé) Ancora quel òmo!... G’ò za el sangue ch’el me va in bóio!....                                                    

SGANAREL   -  (vede Lelio) El  m’à visto!... Vedémo s’el el g’à el coràio de dirme qualcosa..

LELIO            -  (c.s.) Ma, no l’è mia giusto che me la ciàpa con lu! Se me tróvo a sti passi, la colpa no l’è

                          mia sua..                         

SGANAREL   -  (c.s.) Altro che parlàrme!... Quel el se le fa adosso da la paura.

LELIO            -  (c.s.) L’òmo ch’el g’à la bòna sorte de èssar amà da Celia l’è solo da invidiàr.

SGANAREL   -  La zà capìo che con mi gh’è póco da schersàr.                        

LELIO            -  (passando accanto a Sganarello) Come sì fortunà a avérghe ‘na dòna così bèla!... Sì el

                          spóso e el parón de ‘na creatura che la merita l’amirassión e l’amor de tuti. (Fa un inchino

                          di saluto ed esce dal fondo) I me ossequi…                                                

SGANAREL   -  (un attimo impietrito) L’amor de tuti?.. Sposo e paron… che merita amirassion… (Verso il

                          fondo dove è uscito Lelio; gridando) Ehi, siór, ve pàrelo questo el modo de far?... Sa volee

                          dir?... No capisso?... Sior…

CELIA            -  (esce dalla sua casa e vede Lelio che se ne va. Accenna  a rincorrerlo ma poi si ferma e

                          ritorna sui suoi passi) Ma, sì! Qello era Lelio!

SGANAREL   -  ‘N modo de far così strambo el me lassa sènsa parole; no volaréa avérghe za du bei corni.

CELIA            -  (tra sé) Ma, allora?.. Perché non mi hanno detto del suo ritorno?                       

SGANAREL   -  (ritornando indietro; tra sé) …“spóso e parón de ‘na creatura che la merita l’amirassión

                          e l’amor de tuti”… ’N pòro desgrassià de marì són…

CELIA            -  (c.s.) E perché se n’è andato via?

SGANAREL   -  El marì de quéla papatàsi sènsa vergogna no ‘l pól èssar che stradelà de desgrassià!

CELIA            -  (tra sé, vedendo Sganarello) Quell’uomo era con Lelio! Forse saprà qualcosa. (A poco a

                          poco si avvicina a Sganarello)

SGANAREL   -  (c.s.) E mi, dopo ‘n assión compàgna, resto qua come ‘n saùgo?

CELIA            -  (a Sganarello) Ehi, signore….

SGANAREL   -  … molàrghe ‘n catasù da desfàrghe el naso… (Finge di colpire con un pugno il rivale che

                          immagina dietro a sé ma rischia di prendere Celia) Oh, la me scusa, signorina.. Par on pel..                        

CELIA            -  (interrompendolo) Conoscete quel giovane che vi stava parlando?

SGANAREL   -  M’è sucèsso ‘na desgràssia, signorina.

CELIA            -  Ed è per questo che siete disperato?

SGANAREL   -  Se me despéro, no l’è  de çèrto par ‘na pàia; e volarèa védar se ‘n altro, al me posto, el

                          patiréa manco.

CELIA            -  Ma qual è la causa?...

SGANAREL   -  Al pòro Sganarèl i g’à sgranfignà la moiér e anca l’onor: i g’à sassinà par sempre la

                          reputassión, che l’éra la roba che ghe tegnéa piassè.

CELIA            -  In che modo?

SGANAREL   -  Quel viliàco de butèl, co’ rispèto parlando, el m’à fato béco.

CELIA            -  Ne siete certo?

SGANAREL   -  Proprio ancó ghe n’ò avù la prova, ò visto mi, coi me òci, sa el fa quel là con me moiér

                          apéna mi òlto le spale.                        

CELIA            -  Quel giovane che era qui poco fa…

SGANAREL   -  Sì, sì, l’è par colpa sua che mi són disonorà. L’à perso la testa par me moiér e me moiér

                          l’à la persa par lu!                         

CELIA            -  Ah! Ecco la ragione del suo ritorno segreto: era per nascondere questa tresca.

SGANAREL   -  L’è proprio trista!

CELIA            -  (tra sé) Sono profondamente colpita… (A Sganarello) E, mi dispiace anche per voi,

                          buon uomo.                          

SGANAREL   -  Sì massa bòna. Cissà in quanti i à za savù de la me desgràssia e, invésse de proàr

                          compassión, i me sgògna e i  me ride dedrìo a le spale.

CELIA            -  (quasi tra sé; agitata) Ah, traditore! Scellerato! Ipocrita ed infedele!... No, no, l’inferno

                          non ha abbastanza tormenti per punirti da ciò che hai fatto!

SGANAREL   -  Parole sante! Così me piàse sentir parlar!

CELIA            -  Trattare così una persona onesta e perdutamente innamorata!

SGANAREL   -  (sospira profondamente) Poaréto mi! Sì!...

CELIA            -  Un cuore che non ha mai commesso il minimo peccato non può meritarsi un simile affronto!                        

SGANAREL   -  Sacrosanta verità! No ho mai fato niente de mal, mi!

CELIA            -  No, no! E’ troppo!... Al solo pensiero mi sento morire dal dolore!

SGANAREL   -  No stasì svegna nantra olta, signorina.

CELIA            -  No, no!.. E’ solamente rabbia la mia! Impostore!

SGANAREL   -  No avaréa mai pensà che la me desgràssia la ve fasésse proàr ‘n despiasér così grando.

                          Vardè, són parfìn comòsso… me vien da piànsar.                        

CELIA            - Ma non mi arrenderò: il mio cuore sa cosa fare per vendicarsi! Traditore! Agirò subito,

                          senza perdere tempo… e nessuno potrà impedirmelo! (Esce dalla sua casa decisa.

                          Musica di sottofondo)                        

SGANAREL   -  Che el cèl el ve benedìssa e ch’el ve renda tuto el ben che meritè!.... La me vól vendicar,

                          quèla santa creatura.La so comprensión e el so rancór i me méte in agitassión e i me

                          spinze a far quel che g’à da èssar fato. No se pól mia ciapàr scufiòti compagni e tasér:

                          corémo alóra a çercàr quel farabùto e metémolo a posto. Te impararè, saltrón, cosa ghe

                          spèta a ci se góde a spese dei altri faséndoli béchi!...

                          (Si avvia per uscire, si ferma e ritorna) Pian, on momento… Quel là, come el g’avù el

                          coràio de métarme i corni, el podaréa anca scavessàrmeli a fòrsa de legnè! Sèto che bèla

                          sodisfassión che la saréa!... Par come la penso mi, l’è mèio èssar béchi che morti. Se me

                          moiér l’à sbalià, dovaréa èssar mi el castigà?... Ma, se no me vendico, i dirà che són ‘n

                          inseminìo!.. Cosìta, me sento in dover de far l’òmo, invésse del viliàco. E alora, trema,

                          farabùto, tra póco Sganarèlel te farà ‘n tassèl ne la pansa!

                          (Esce davanti a sinistra. La musica di sottofondo sfuma. Buio)

                        

FINE PRIMO ATTO

SECONDO ATTO

Scena Prima

                        (Musica di sottofondo. Celia cammina di qua e di là preoccupata. Una popolana sta 

                          lavando della verdura al pozzo. Si sentono dei rumori fuori campo provenienti da

                          sinistra davanti: è Sganarello che sta costruendosi una buffa armatura.)

COSTANZA   -  (apre la finestra di casa e grida verso sinistra a Sganarello) Mochèla de far bacan!

SGANAREL   -  (v.f.c.) Tasi, comaróna!

                          (si richiude la finestra di Costanza e si apre quella di Gorgibus, dalla parte opposta)

GORGIBUS   -  (si affaccia alla finestra e vede Celia; preoccupato) Celia… Celia… (Richiude la

                          finestra in tutta fretta. La popolana esce mentre entra Gorgibus e subito dietro la

                          Cameriera con in mano un cesto di vimini con dentro dei gomitoli di lana. La musica

                          sfuma) Ma, Celia, cosa fai qui?

CELIA            -  Padre mio, ho deciso: farò quello che mi avete detto!

GORGIBUS   -  Dici davvero?

CELIA            -  Sì! Disponete pure di me. Fissate quando volete la data delle nozze. Sono pronta a fare

                          il mio dovere.

GORGIBUS   -  Ecco: così mi piace sentirti parlare.

CELIA            -  Saprò dominare i miei sentimenti e sottomettermi in tutto e per tutto ai vostri comandi.                       

GORGIBUS   -  Mi dai una gioia così grande che mi metterei a fare delle capriole se non fosse ché ho

                          un po’ di mal di schiena.

CAMERIERA -  (tra sé, ironica) “Mal de schéna”… A quéla età lì, l’è mèio ch’el staga chièto… in tuti

                          i sensi.

GORGIBUS   -  Avvicinati… Vieni qui che ti abbraccio. Non si scandalizza nessuno: sono tuo padre.                         

CELIA            -  (abbracciandolo) Vi chiedo scusa dei capricci… e, sposerò Ascanio, se questo volete.

GORGIBUS   -  La gioia di vederti così obbediente mi fa ringiovanire di dieci anni….

CAMERIERA -  (a parte) Sa èla sta novità?....Celia la vól sacrificàrse. Parché?...

GORGIBUS   -  Vado subito a dirlo al padre di Ascanio. Non c’è tempo da perdere… (Esce dal fondo)                        

CAMERIERA -  (a Celia, preoccupato) Celia... Oh, la me paronsìna! Parché, tuto de ‘n colpo, avìo ciapà

                          sta decisión?

CELIA            -  Aspetta di conoscere la causa e mi darai ragione.

CAMERIERA -  Fòrsi fè bèn. Ma no ve importa pì gnénte de Lelio?

CELIA            -  Lelio ha ferito il mio cuore con una infamia. Non è tornato per me, ma per un’altra!                       

CAMERIERA -  Mi credo che ve sbaliè! Lelio el ve ama ancora!

CELIA            -  No, Lelio ama un’altra donna!

CAMERIERA -  No, cara paronsìna!... No savì gnénte de quel che gh’è sucèsso a Lelio e gnanca

                          imaginè le intensión che g’à vostro pare. 

CELIA            -  Perché mi dici questo?... Perché parli di mio padre?... 

CAMERIERA -  Oh, Celia, gh’è tante robe che no savì!… Ma mi sì che le so!..

CELIA            -  Che cosa sai? Parla, dimmi tutto!

CAMERIERA -  ‘Na roba par òlta!… Prima ò visto Lelio. El m’à dito ch’el vól védarve parché el g’à

                          da parlàrve.

CELIA            -  No, non voglio né vederlo né parlargli.

CAMERIERA -  El ve spiegarà tuto se ghe darè el modo de parlàrve!

CELIA            -  E’ inutile!

CAMERIERA -  Podì sentir cossa el gh’à da dir, almanco…Vago a ciamàrlo! Spetème qua!

                          (Esce dal fondo)

CELIA            -  Teresa, fermati!… Teresa… (Breve stacco musicale) Dunque non mi sono sbagliata:

                         quello che ho visto era davvero Lelio!... Mi turba molto vederlo… Ma, voglio proprio

                         sentire quali argomentazioni esporrà a sua discolpa… Voglio proprio sentire!              

LELIO            -  (entra dal fondo con passo spedito seguito dalla Cameriera; a Celia) Con parmesso,

                          scusème…

CELIA            -  Ah, siete già qui!

LELIO            -  (adirato) Son chi parchè, prima de sparir par sempre da la vostra vita, volaréa dirve

                          tuto quel che ve meritè!                                                 

CELIA            -  Come? Voi, volete dire a me... Voi, avete il coraggio di minacciarmi?

LELIO            -  Sì! El coràio el me vien da la resón.

CAMERIERA -  (a parte) Lassémoli ‘na s-ciànta sfogar: ‘na sigàda ogni tanto la fa benón. (Si mette in

                          parte seduta, a destra a lavorare la lana)                         

CELIA            -  Cosa dite?... Io ho piena ragione di considerarvi un traditore!

LELIO            -  Mi ‘n traditor?... Come podìo dir ‘na roba compagna?...  (Rassegnato) Ma sì! Sa stago

                          qua a tórmela tanto! Ormai l’è inutile che me méta a rimproveràrve par quel che avì

                          fato. Desmenteghève de mi e fasìve la vostra vita, che ve auguro felìsse, vissìn

                          a ‘n spóso ch’el ve adora. (Accenna ad uscire) Addio!...

CAMERIERA -  (c.s.) Lu el crede che la sia sposà.

CELIA            -  Sì, vivrò felice accanto al mio sposo ma la mia più grande gioia sarà di veder che

                          gelosamente ne soffrite.

LELIO            -  Ma parché g’avìo così tanto velén contro de mi?

CELIA            -  Come? Vi sorprendete anche? E fingete di non sapere il perché?

LELIO            -  Sì, disìme el parché… spiegheme…

CELIA            -  Non avete rispetto per nessuno: ve la spassate con donne sposate, voi!

CAMERIERA -  (c.s.) Éla la crede che lu el la tradìssa co’ la moiér de Sganarèl!.

LELIO            -  (con più vigore) Ma sa disìo? Ci èlo che v’à messo in testa ste cativèrie?

CELIA            -  Nessuno!

LELIO            -  Come, nissùni? Disìme ci è stà?

CELIA            -  Ve l’ho già detto! Siete sordo?

CAMERIERA -  (smette di lavorare e va a mettersi in mezzo ai due “galéti”) Ehi, ehi! Adesso basta!

                          Fòrsi l’è rivà el momento de paràr via ‘na s-ciànta de nèbia e de védarghe ciàro, parché

                          qua se stà faséndo ‘na gran confusión!

LELIO            -  (con rabbia) Ma éla l’è bugiarda!

CELIA            -  (con altrettanta rabbia, sovrapponendosi a Lelio) E lui è un traditore!

CAMERIERA -  (a Lelio, alzando la voce) Tasì, par le madone!... (A Celia)  Éla, parosina, no la sà

                          gnénte, e lu… (A Lelio) manco ancora.              

Scena Seconda

SGANAREL   -  (entra da sinistra davanti: indossa una  “armatura” rudimentale, fatta con le proprie

                          Mani; impugna una spada curva e arruginita) Guèra! Guèra! A morte! A morte, quel

                          farabùto che sènsapietà l’à macià el me onor!

CELIA            -  (a Lelio, indicando Sganarello) Guardate! E’ stato qell’uomo a raccontarmi tutto!

LELIO            -  (incredulo) Ma, vólio torme in giro?

CELIA            -  Ma no! Vi dico che è stato lui!

SGANAREL   -  Apéna el càto lo sbuèlo!... ( Vede Lelio; deciso gli punta la spada) Ah, sì qua!                        

LELIO            -  (a Sganarello con fermezza) Con ci ghe l’avìo?

SGANAREL   -  (se la fa sotto dalla paura; tremante) Mi? Co’ nissùni!

LELIO            -  E sa sèrvela quéla? (indicando la spada)

SGANAREL   -  (confuso) La spada? La serve par… par paràr via le mosche!... Come la cóa de ‘na

                          vaca. (Finge di spaventare le mosche nell’aria)

LELIO            -  (seccato, tra sé; si rigira) Ma varda che sécada!

SGANAREL   -  (a parte) Dov’èlo finìo el me coràio, òstrega?...

CAMERIERA -  (a Celia e Lelio) Végnì chi tuti dù!... Ma, volìo barufàr ancora par tanto?

LELIO            -  L’è éla che…

CELIA            -  (sovrapponendosi a Lelio) E’ lui che…

CAMERIERA -  (decisa) Mochèla! (Tra sé)  Sacranon che du pioci! (Rivolta a Lelio) Ma, parché sior, no

                          ghe disì tuto el ben che ghe volì? Versìghe el vostro cór e mostrèghe quel grando

                          sentimento che gavì drénto!                                                  

SGANAREL   -  (si mette in posa per duellare con Lelio) Ehi, fate sóto! (Tocca Lelio sulla spalla con la

                          punta della spada)                      

LELIO            -  Ancora!...  (Voltandosi, seccato)  Adesso basta! Sa volìo da mi?

SGANAREL   -  (inguaina la spada) Mi? Mi gnénte. No ò gnanca bufà.

LELIO            -  E alora laseme on pace! (Ritorna dov’era prima)

SGANAREL   -  (a parte) Ah, no gh’è gnénte da far, tremo da la paura. Són pèzo de ‘n cunèl!                          

CAMERIERA -  (a Lelio, supplicandolo) Alora, ghe lo disìo?

LELIO            -  Quel che g’avéa da dirghe ghe l’ò dito. L’è inutile continuar a…

CAMERIERA -  (c.s.) Disighelo! (Si sposta in parte a destra)

CELIA            -  (interrompendolo; indicando Sganarello) Voi, sapete bene chi è quell’uomo, vero?                        

LELIO            -  Sì, e vardàndolo, me vien inaménte che ve sì macià del pèzo tradimento.

SGANAREL   -  (a parte) Ma parché no me vien gnanca ‘na s-ciànta de coràio, òstrega?

CELIA            -  Ah, vigliacco! Risparmiatemi almeno la crudele insolenza delle vostre parole!

CAMERIERA -  (a parte) Ci se bàte se ama.

SGANAREL   -  (c.s.) Coràio! Bùtete! Cópelo fin ch’el te òlta el dedrìo! (Va deciso verso Lelio)                        

LELIO            -  (muove due o tre passi verso sinistra, facendo così indietreggiare Sganarello che deve

                          rinunciare al duello) Se le me parole le ve fa imbestiàr, g’ò da dirve alóra che són

                          contento de quel che avì fato e me congratulo de cór par la vostra bèla sèlta.

CELIA            -  Ma certo! La mia scelta è ottima.

LELIO            -  Brava, fasì proprio ben a difèndar quel òmo!

SGANAREL   -  (interviene con coraggio, a Lelio) Çerto che la fa bene a difèndar la me causa! El vostro

                          comportamento, caro siór, no l’è corèto… E digo “corèto” par no dir de pèzo!

LELIO            -  (incredulo) Ma, sa disìo?...

SGANAREL   -  Digo, che… se no fosse ’n òmo pien de bòni sentimenti, qua sucedaréa ‘n spegàsso.                        

LELIO            -  El me scusa, siór, a che titolo fìchelo el naso in afàri che no iè sói?..

CELIA            -  (indicando Sganarello) Perché ve la prendete con lui?                        

SGANAREL   -  (si sente insultato e prende vigore; gli punta la spada deciso) Adesso l’è ora de farla finìa!

                          La vostra cossiènsa, se ghe n’ avì una, la dovéa farve vèrzar i òci…

LELIO            -  Ah, mi dovarea…

SGANAREL   -  …e g’avéi da savér che me moiér l’è me moiér..

LELIO            -  Vardè che questo mi no l’ò mai dubità: el me pàr pì che ciàro.

SGANAREL   -  … e che farla vostra a la fàcia mia, no l’è ‘n comportamento da bòn cristiàn!

CAMERIERA -  (c.s.) Par le madòne, sarà dura vegnarghene fóra!

LELIO            -  Acusàrme de questo l’è ‘na roba ingiusta e ridicola!

SGANAREL   -  Ridicola, eh!…

LELIO            -  Quanto a vostra moiér, stasì chièto che no g’ò nissùna intensón de portarvela via!

CELIA            -  Ah, siete proprio bravo a fingere, traditore!

LELIO            -  Ma come?... Anca vu sì contro de mi e me credì bòn de far ‘ste robe? Mi g’ò la cossiènsa

                          a posto e no g’ò gnénte da rimproveràrme…

CELIA            -  Spiegatele a lui le vostre ragioni! Lui vi saprà dire le sue e ciò che ben vi meritate.                       

SGANAREL   -  (a Celia) Cara signorina, me difendì mèio de quel che savaréa far mi, ma... (puntandogli

                          deciso la spada) el destìn de sto òmo l’è bèlo che segnà: sta spada qua la andarà a

                          védarghe le buèle... (Deciso a colpirlo)

LELIO            -  (impaurito) Ma èlo mato?

SGANAREL   -  Basta! L’è la to ora! (Cerca di colpire Lelio che scappa impaurito)

Scena Terza

COSTANZA   -  (entra dalla sua casa e con determinazione si mette tra Lelio e Sganarello; al marito)

                          Ma sa vuto far ti, cagasoto?! No te gh’è gnanca el coràio de studiar ‘n polàme.

SGANAREL   -  (indispettito, alla moglie) Va via de chi!

COSTANZA   -  Méti via quéla spada che te si solo bon de taiàr le angurie.

SGANAREL   -  (c.s.) Tasi! Va via!

COSTANZA   -  Varda invésse de no farte mal… te sì così baùco, che te saréssi bòn de far anca quel.                                                 

SGANAREL   -  Olta el dedrìo e va a casa se no te sfrincio!

COSTANZA   -  (c.s.) Méti via quéla spada, t’ò dito, o vùto finìr in galera par vint’àni?

SGANAREL   -  (desiste) Va ‘ia, comaróna! (Si mette in disparte)

COSTANZA   -  (a Celia) Signorina, no g’ò nissùna intensión de far ‘na ciassàda par gelosia de sto bel

                          capitàl!

CAMERIERA -  (tra sé) Oh, de sti tempi, no ghe saréa proprio da meraveiàrse!

COSTANZA   -  Ma, no són mia stupida e ò capìo come le stà le robe. Çèrti caprìssi d’amor i me pàr

                          proprio fóra posto.

CELIA            -  Cosa state dicendo? Non capisco...

COSTANZA   -  Ah, no? Alóra sarò piassè ciàra: dovaréssi far qualcosa de mèio invésse che star lì a

                          sculetàr e a far i òci dólsi par portàrme via el marì.

CELIA            -  Io?...

COSTANZA   -  Mi pensàa ch’el no ghe fasésse vegnér le vóie a nissùna, ma me sbaliàva.                         

CELIA            -  Trovo molto offensivo quello che mi state dicendo, signora.

SGANAREL   -  (alla moglie) Carogna! Va via, t’ò dito!

COSTANZA   -  Taséto!

SGANAREL   -  Te ghe disi su parché la me difènde e te gh’è paura che la te roba el to spasimante.                       

CELIA            -  Oh, se è per questo non crediate che io sia invidiosa. Potete tenervelo il vostro spasi-

                          mante. (A Lelio) Vedete bene che non era una menzogna; me ne compiaccio davvero.

LELIO            -  Ma, cosa volìo darme da intendar? Fòrsi no conósso ben tuti i fati?... Gh’è qualcosa che

                          no sò?...

CAMERIERA -  (interviene con prepotenza) Basta! Basta, così!... Qua la comèdia la stà andando massa

                          par le lónghe. Lassè che sia mi a parlar e vedarì che sarò bòna de farve capìr come le

                          stà le robe.

LELIO            -  Se sì bòna de farlo!... Mi no capìsso più gnénte.

SGANAREL   -  (quasi tra sé) No l’éra mia bastànsa me moiér… ghe voléa anca sta betònega!     

CAMERIERA -  (si mette fra Lelio e Celia) Lassème parlar e rispondì uno a la òlta. (A Lelio) Siór Lelio:

                          sa avaréssela fato de mal la me paronçìna, Celia?

LELIO            -  No la m’è stà fedele: la g’à avù el coràio de lassàrme par ‘n altro. Apéna ò savù de sto

                          maridòsso infame, són corso qua con quante gambe g’avéa. Séra fóra de mi parchè

                          no voléa crédar che la fósse bòna de desmentegàrme… E, invésse, l’ò trovà maridà.                            

CELIA            -  (stupefatta) Sposata? Io?

CAMERIERA -  (stupefatta pure lei) Maridà? E con ci, senten?

LELIO            -  (indicando Sganarello) Con lu!

CAMERIERA -  Con lu? (Indicando Sganarello) 

SGANAREL   -  Con mi?

LELIO            -  (c.s.) Con lu! Con lu, sì!

CAMERIERA -  E ci èlo che ve l’à dito?

LELIO            -  Lu in persona, ancó.

CAMERIERA -  (a Sganarello) Èlo vera?

SGANAREL   -  Mi? Mi ò solo dito che son sposà con me moiér.

LELIO            -  V’ò visto co’ sti òci e sentìo co’ ste réce: póco tempo fa, stavi vardàndo el me litràro

                          e disévi ‘n saco de parolasse contro vostra moiér e contro de mi.                       

SGANAREL   -  L’è vera: ècolo, el vostro litràto. (Mostra il medaglione) 

LELIO            -  (a Sganarello) E m’avì dito anca che l’avéi portà via da le mane de vostra moiér.

SGANAREL   -  (indicando Costanza) Proprio così, l’è la verità. Ghe l’ò tirà fóra da le mane. Sènsa sta

                          prova, no me saréa mia inacòrto de èssar béco.

COSTANZA   -  Ma de cosa sito drio a parlar? L’avéa trovà par caso, par tèra; e, dopo la to paiassàda,

                          ò fato vegnér in casa quel butèl (indica Lelio) parché el stava mal, poaréto. Ma… no me

                          són mia incòrta che l’éra la stessa persona del litràto.

CELIA            -  E’ mia la colpa di questa storia poiché il ritratto mi cadde di mano quando svenni…

                          (a Sganarello) Poi, voi mi aiutaste ad entrare in casa.

CAMERIERA -  Avìo visto? Se no fosse stà par mi, saréssi ancora qua a far bordèl e a barufàr par

                          gnénte!

SGANAREL   -  E noàltri dovaréssino béarse sta spiegassión come se la fosse ‘na verità sacrosanta?...

COSTANZA   -  Gnanca mi són convinta dal tuto; me piasaréa assè crédarve, ma g’ò paura de restar

                          busarà.

CAMERIERA -  Volìo proprio farve del mal?... (Musica di sottofondo. A questo punto la Cameriera, Celia

                          e Lelio si immobilizzano come statue nel punto in cui si trovano finché non usciranno di

                          scena Costanza e successivamente Sganarello)                        

SGANAREL   -  (a Costanza) Forsi la gh’a reson la cameriera…

COSTANZA   -  (a Sganarello) Eto za calà le braghe!

SGANAREL   -  Ma dai, sa ne costa?.. Proémo almànco ‘na òlta a fidàrse…

COSTANZA   -  Che parte sito drìo recitar? Quéla del pentìo o quéla de ci no g’à nissùna colpa?                         

SGANAREL   -  Varda che, tra i du, quel che rìs-cia piassè són mi! Te convien acetàr sènsa tante storie

                          e far la pace.

COSTANZA   -  E va ben! Ma stà atènto al me bastón, se vègno a savér qualcos’altro, no te la passi pì

                          lìssia!.. Te paghi anca par questa!..

SGANAREL   -  Sì! Ma, fila rénto on casa senò te spóncio el dedrìo! (Rincorre la moglie per infilzarla)                          

COSTANZA   -  Proéte, se te si bon!... (Costanza esce nella sua casa)

 SGANAREL  -  Fila!... Fila ‘rento!... (Al pubblico) Avìo visto ancora ‘n òmo piassè convinto de mi de

                          èssar béco? Ve giuro che me sentéa pèzo de ‘n multón. E adesso giudichè voàltri come,

                          in fato de corni, quéla che la pàr la verità la te imbròia piassè de ‘na busìa dita ben. Fasì

                          tesoro de quel che n’è capità a noàltri e se ve sucedarà de crédar de avérghe sóto ai òci

                          la verità, no stasì crédarghe, scoltème mi che g’ò spariènsa… (Accenna ad uscire; poi

                          rientra) Che bèla sensasión! Me sento la testa lìssia come ‘n pómo!... (Esce nella sua

                          casa. Gli altri personaggi in scena si rianimano; la musica sfuma)                  

CAMERIERA -  E adesso, tóca a voàltri du, cari i me colombi, che invésse de tubar i se ciàpa a becàde.                         

CELIA            -  Oh, Dio! Se davvero le cose stanno così che cosa ho mai fatto!…

LELIO            -  Anca mi, ho fato le mie!...

CAMERIERA -  (tra sé) I sa za péntii tuti dù! Sa vùto piasè!

LELIO            -  Adesso, no ne resta che desmentegàr quel che è sucèsso.

CELIA            -  (a Lelio) Lo vorrei tanto ma, purtroppo, ora dovrò pagare le conseguenze della mia rabbia.                       

LELIO            -  Parchè?... Sa avìo combinà?...

CELIA            -  Credendomi tradita, ho deciso di vendicarmi, accettando un matrimonio che avevo

                         sempre respinto.

LELIO            -  (preoccupato) Cossa?

CELIA            -  Ho detto sì a mio padre e ora non posso più..

LELIO            -  Maledission… Ma, el m’à dato la so parola e el g’à da mantegnérla…

CELIA            -  (in parte, a destra, accanto a Lelio) Sì, ma non sarà facile…

Scena Quarta

GORGIBUS   -  (entra dal fondo borbottando tra sé) Sì!... Sì!... E’ più prudente ch’io aspetti a maritarmi...

CAMERIERA -  (vede Gorgibus entrare) Ècolo ch’el riva…

GORGIBUS   -  (quando è in mezzo al palco alza lo sguardo verso destra; stupito) Che succede?...

                          Perché siete qui fuori?...  Celia… Teresa… (A Lelio) E voi? Cosa ci fate qui?                        

LELIO            -  Siór, ve domando, par piasér, de scoltàr le me resóni, resóni che le me vien dal cór.

GORGIBUS   -  (stupito) Ma… ma voi… voi, prima, non parlavate così!... Quella caduta da bambino che

                          vi ha reso… balbuziente… Ma, ora, siete guarito?...                       

CELIA            -  Ma cosa dite, signor padre?

LELIO            -  Celia, vostro pare el g’à resón. Stamatìna ne sémo incontrè e, parché no’l me

                          riconosésse, ò fato finta de incoconàrme.

GORGIBUS   -  Allora, mi avete ingannato!

LELIO            -  Sì, e ve domando pardón!

GORGIBUS   -  Ed io che mi sono fidato di voi chiedendovi un parere...

LELIO            -  Ve domando perdón dó òlte.

GORGIBUS   -  Ma, perché vi siete preso gioco di me?

CAMERIERA -  (non riesce a trattenersi) Eh, el lassa pèrdar, siór parón, in fin dei conti, no v’à mia

                         smorsegà ‘n can rabióso! Scoltè invésse quel che el g’à da dirve!... (A Lelio) Avanti,

                         fasìve coràio, disìghe quel che ve stà a cór!

LELIO            -  (a Gorgibus) Siór Gorgibus, se no m’avì riconossù, l’è parchè me scondea la facia e…

                         parché… l’è da tanto tempo che són via lontàn…

GORGIBUS   -  (stupito) Ma… ma voi, siete Lelio?

CAMERIERA -  (tra sé) El gh’è rivà!

LELIO            -  Sì, són Lelio, e són tornà coi stessi sentimenti de quando són partìo.

GORGIBUS   -  Mi dispiace, signore, ma i vostri sentimenti non verranno corrisposti. Mia figlia l’ho

                          pocanzi promessa in sposa al figlio del signor Argante. Questa sera stessa conclude-

                          remo il contratto. Tanti umilissimi saluti. (Accenna ad uscire in casa) Celia, seguimi…                        

LELIO            -  (deciso) Ma come, siór. Èlo così che mantegnì le vostre promesse?

GORGIBUS   -  Quali promesse?..

LELIO            -  Quelle che m’ avì fatto!

GORGIBUS   -  Ho fatto... ho fatto… Io faccio quello che credo giusto per mia figlia. E lei, non fa che

                          il suo dovere.

CELIA            -  (con coraggio, al padre) Il mio dovere mi impone, padre mio, di mantenere la vostra

                          promessa fatta a Lelio.

GORGIBUS   -  (adirato) E’ così che si comporta una figlia con il proprio padre?

CAMERIERA -  (c.s.) Bruto vècioprepotente e sucón!

GORGIBUS   -  Hai fatto presto a cambiare le tue buone intenzioni. Poco fa mi avevi detto di voler

                          sposare il figlio di Argante.

CAMERIERA -  (interviene decisa) Quel Ascanio, el fiól de Argante, l’è ‘n póco de bòn, siór.

GORGIBUS   -  Come ti permetti?...

CAMERIERA -  (sicura) I lo sà tuti, in paese, che ghe piàse ‘na s-ciànta massa star “vissìn al lèto” de

                          la so marégna.

GORGIBUS   -  Ma…

CAMERIERA -  E no gh’è nissùn ch’el crede ch’el staga lì par contàrghe le rosàrie!... Bóca mia tasi, senò

                         ghe ne vien fóra de massa grosse!                        

GORGIBUS   -  Ma cosa dici? Sono solo pettegolezzi di gente invidiosa!

CAMERIERA -  Èi bagoléssi? Èla invidia? Mi no lo sò mia… Quel che sò l’è che mi no volarìa mai che

                          me fióla la g’avésse da divìdar el so lèto co’…

GORGIBUS   -  (interrompendola, irritato) Basta! Ti proibisco di dire ancora una sola parola contro il

                          figlio del signor Argante. (Pensieroso, camminando avanti e indietro; tra sé) Figlia da

                          maritare, ossa dure da rosicchiare!... (A Celia) Ma dove lo trovi, figliola mia, uno sposo

                          con quattromila ducati di dote?...

LELIO            -  La l’à za trovà, siór! Ghe l’avì qua davanti, in persona!... Són mi!

GORGIBUS   -  Cosa? Non vi è bastato prendermi in giro una volta?

LELIO            -  No g’ò nissùna intensión de tórve in giro, siór. Par tuto sto tempo, són stà a Firènse par

                          narghe drìo a me sio, poaréto, che l’éra tanto malà.

GORGIBUS   -  Ed ora, è guarito?

LELIO            -  No, l’è morto, pace a l’ànema sua.

GORGIBUS   -  Mi dispiace!.. Ma cosa c’entrano le disgrazie della vostra famiglia?

LELIO            -  Le ghe c’entra parché me sio el m’à lassà in eredità ‘n capitàl de sinquemila ducati.

GORGIBUS   -  Ho capito bene?

LELIO            -  Sinquemila ducati, siór, nò sìnsole.

CAMERIERA -  (in parte) Scometémo che adesso el cambia idea?

GORGIBUS   -  Se le cose stanno così non vedo perché un padre debba impedire alla propria figlia di

                          essere felice e di decidere della propria vita.

CAMERIERA -  (c.s.) L’à cambià idea… èto visto!

GORGIBUS   -  Non ho forse ragione? 

CAMERIERA -  G’avì sinquemila resóni, siór parón!  

CELIA            -  (felicemente commossa) Oh, signor padre, mi fate tanto felice.

GORGIBUS   -  E siccome io sono un uomo perbene, di parola, mi sento obbligato a rispettare la

                          promessa che feci tempo addietro al signor Lelio… un giovane ricco di virtù…

CAMERIERA -  (in parte) Sinquemila!

GORGIBUS   -  …e di do-te… che dico… do-ti.

CAMERIERA -  (c.s.) Emo capìo sa ghe ‘nteressa!

GORGIBUS   -  Al signor Argante ci parlerò io e sistemerò tutto, vedrai.

CELIA            -  Grazie, signor padre! Sono commossa!

LELIO            -  Sta decisión la me piàse assè, siór.

GORGIBUS   -  A patto, mio caro, che mia figlia venga ad abitare con voi.

LELIO            -  Questo l’è póco ma sicuro. L’è quel che vói de pì! Me sio el m’à lassà ‘na casa in mèzo

                          ai campi che l’è ‘n spetàcolo.

GORGIBUS   -  Benissimo! Allora, facciamo festa: balliamo e cantiamo in allegria perché domani si

                          celebreranno le nozze.

TUTTI            -  Evviva!... (Musica allegra. Tra baci e abbracci festosi tutti ballano e cantano allegramente.

                          Entrano Costanza e la Popolana ed entrambe si uniscono nel ballo. Sganarello si affaccia

                          alla finestra e vede Costanza ballare con la Popolana: adirato, si affretta a chiudere la  

                          finestra e a scendere in piazza per riportare la moglie in casa. Intanto il ballo prosegue.

                          Dopo qualche secondo entra Sganarello che deciso va a riprendere Costanza: a fatica

                          riesce a trascinarla in casa; entrambi escono. La musica cessa di colpo quando, dal

                          fondo, fanno capolino Dorimena e Valerio. La Popolana esce dal fondo in tutta fretta)                        

CAMERIERA -  Fermi tuti! “La comèdia” no l’è gnancóra finìa. L’è ‘desso che riva el bèlo.         

                                                                                                    Scena Quinta

DORIMENA   -  Saluto la bèla compagnia.

VALERIO       -  …Anca mi. (Si siede in parte a sinistra a mangiare una mela)

GORGIBUS   -  Oh, mia dolce Dorimena, siete la benvenuta.

DORIMENA   -  Signori, posso imaginàre, dal vostro borésso, che sì drio a festeiàre ‘na roba importante.

GORGIBUS   -  Avete perfettamente ragione, mia cara. Poco fa mia figlia, Celia, s’è fidanzata con il

                          giovane Lelio.

DORIMENA   -  (a Lelio e Celia) Ah, che bèla notìssia, congratulassióni.

LELIO            -  Gràssie!... Gràssie tante!.

DORIMENA   -  (a Gorgibus) A quando il maridòsso dei colombini?

GORGIBUS   -  A domani… domani, sì…

VALERIO       -  (tra sé) Gnénte brodi longhi…

DORIMENA   -  (fa delle moine a Gorgibus) Cosìta siete stato di parola, caro el mio tesoro grando….

CELIA            -  (tra sé; dubbiosa) “Caro il mio tesoro”?

GORGIBUS   -  Sono un uomo di parola, io!

DORIMENA   -  Sarì sodisfàto finalmente: gnénte ne impedìsse più di èssar felici insieme.

CELIA            -  (a Gorgibus) Padre, non capisco questi discorsi. Volete spiegarmi?

GORGIBUS   -  Ti spiegherò tutto più tardi, figliola.

DORIMENA   -  Non c’è mia tanto da spiegare, signorina: vostro padre e io ci amiamo e volémo sposarci.                        

CELIA            -  E’ vero, signor padre?...

GORGIBUS   -  (confuso) Sì!... Forse…

VALERIO       -  (c.s.) Ai… ai… ai…

GORGIBUS   -  Può darsi…

DORIMENA   -  Cosa? Parché dicéte “può darsi”?

GORGIBUS   -  Vedete, Dorimena, forse è meglio aspettare ancora un po’…                      

VALERIO       -  (tra sé) Questo sì che l’è ‘n bel colpo de sèna!

DORIMENA   -  Ma, cossì, fasì fiapìre el nostro amore?

CELIA            -  (in parte, a denti stretti, alla Cameriera) Non mi piace quella donna!

LELIO            -  (a Celia) Gnànca a mi!

GORGIBUS   -  Io vi voglio bene e, per questo, vorrei sposarvi… Però…

CAMERIERA -  (a Celia, in parte) Èco, adesso savì quài i era i  “progràmi” de vostro pare!

GORGIBUS   -  (a Dorimena) Però,mi sento un po’ confuso, incerto… Ma, forse, sono troppo vecchio

                          per queste cose!

DORIMENA   -  Ma parché dite ste robe? No è l’età che conta.

VALERIO       -  (c.s.) L’è el “conto” che conta!

DORIMANA   -  Voi siete come ‘n butèl, pieno di vita, con il fógo ancora ne le vene.

GORGIBUS   -  Questo è vero, ma…

CELIA            -  (interviene decisa) Signor padre, se mi volete sposata per poi sottomettervi alla volontà

                          di questa donna… beh, allora sappiate, che ho deciso di non sposarmi più!                       

LELIO            -  (a parte, sconsolato) Ghe voléa anca questa?..

DORIMENA   -  (seccata, quasi tra sé) Carògna màrsa!

GORGIBUS   -  (a Celia) Ma, come sarebbe?.. E’ questo il rispetto che hai per tuo padre?

LELIO            -  (a Celia, a denti stretti) Celia, no stasì contradìr vostro pare!

CELIA            -  E’ l’amore che vi voglio, padre, che mi spinge a dire queste cose.

VALERIO       -  (c.s.) No la ghe le manda mia a dir!

GORGIBUS   -  (a Celia, severo) Ora, basta!.. Domani ti sposerai con il signor Lelio e poi deciderò, con

                          calma, il mio futuro.

DORIMENA   -  (prova “a giocare un’altra carta”) Ma, avìo pensato, caro il mio tesoro, che se vostra fióla

                          la si spósa voi resterè da solo?... Solo come ‘n can?…

CAMERIERA -  (tra sé) Éla sì che l’èon can famà!

DORIMENA   -  Che tristéssa!… Che désgrassia!...

GORGIBUS   -  Sì! Avete ragione! Sarebbe una disgrazia!...

DORIMENA   -  Invece, insieme a…

GORGIBUS   -  …a voi e a vostro cugino non mi sentirei più solo. E’ vero! Sì!...

CELIA            -  (stupita) Quale cugino?

CAMERIERA -  (sottovoce, a Celia) Maché, cusìn! Ascoltème… (Le parla all’orecchio, in parte)

DORIMENA   -  Mai più solo di giorno e, soratùto, di nòte!

GORGIBUS   -  Con questi discorsi, mi avete fatto tornare la voglia di sposarmi.

DORIMENA   -  E, alóra, parché spetàre ancora? Sposiamoci domani, insieme ai colombini!

GORGIBUS   -  Domani?...

DORIMENA   -  Si podaréa sparagnàre ‘n saco di ducati: due maridòssi al costo di uno!

VALERIO       -  (c.s.) Colpìo e afondà!

DORIMENA   -  Una sola cerimonia, invésse de due!... ‘N solo banchéto, invésse di due!... E ‘na sola

                          festa grande!                          

GORGIBUS   -  E’ una bella idea! Risparmiare, perché no? Se si può!

CELIA            -  (severa) Padre mio, ascoltatemi…

DORIMENA   -  Allora, fasémo dóman, par le diése?

CELIA            -  Scusatemi, signor padre, ma vi torno a dire che ho deciso di non sposarmi più!

VALERIO       -  (c.s) L’è sùcona ben, èh!

LELIO            -  Celia, ancora con sta menàda?                       

CELIA            -  E non permetterò, padre, che dividiate la vostra vita con una donna che con l’inganno

                          mira solamente ad impossessarsi dei vostri soldi.

VALERIO       -  (c.s.) Dìghe stupìda…

GORGIBUS   -  (adirato) Ora basta, ti proibisco di dire una sola parola contro Dorimena!...

CAMERIERA -  (tra sé) Ma che pampalùgo de vecio!

GORGIBUS   -  E se io, la voglio sposare, nessuno me lo può impedire! Sono io il padrone!                       

CAMERIERA -  Basta! Basta co’ ste sempiàde!.. Questa l’è na farsa come quéle de…come se ciàmelo

                         quel commediante francese?...

CELIA            -  Molière!

CAMERIERA -  Proprio quel!

GORGIBUS   -  (severo) Teresa, hai perso il senno?

CAMERIERA -  Siór parón, mi no ò perso gnénte: el me sén l’è ancora ben tacà!...

GORGIBUS   -  (disgustato; quasi tra sé) Oh, che coraggio!

CAMERIERA -  Mi me sento in dovér de desbroiàr sta facènda parchè, come l’à dito el Signor,  l’è la

                          verità che ne rendarà liberi.

DORIMENA   -  (a Gorgibus) Per favore, fatela tacere!

CAMERIERA -  Lassème parlar ancora ‘na s-ciantinìna che ve la digo mi la ve-ri-tà!

LELIO            -  Se gh’è qualcosa che no savémo, scoltèmola.

GORGIBUS   -  Bada a te, Teresa!...

CELIA            -  Parlate, allora!

CAMERIERA -  Benón!...

VALERIO       - (c.s.) Adesso le ven fora tute!

CAMERIERA -  Dovì saver che la vostra promessa spósa no l’è altro che la fióla del siór Gastón, quel che

                          i ghe dise el  “Gatón”; che, póchi ani fa l’à cognèsto scapàr come ‘n léoro dal paese

                          parché i creditori i ghe coréa drìo! Ve ricordèo?

GORGIBUS   -  Sì, mi ricordo!... (Quasi tra sé) Mi deve ancora 30 ducati!

DORIMENA   -  (alla cameriera; seccata) Sa sàla éla de me pare?

CAMERIERA -  Lo sò, parché ve són vegnùa drìo come ‘n’ombra, ò visto indó stasì de casa e me són

                          ben informà!...

GORGIBUS   -  …Che è quello che sai fare meglio!

CAMERIERA -  Ma no l’è mia tuto, siór parón. La cosa piassè scandalosa l’è sto butelòto… (Indica

                          Valerio) che no l’è proprio par gnénte so cusìn.

VALERIO       -  (c.s.) L’avéa dito mi che la finìa mal.

GORGIBUS   -  E chi è allora?

CAMERIERA -  Ci l’è?... L’è el só inamorà, siór parón. I vive insième da àni e, sicóme no i se le passava

                          mia tanto bèn, i à pensà de busaràr e de far béco qualchedun credulón e pien de schei.

CELIA            -  (rivolgendosi a Dorimena, tra sé) Mentitrice!

DORIMENA   -  No stasì  scoltàrla, mio signore: iè tute busìe.                         

CAMERIERA -  (a Gorgibus indicando Valerio) Domandèghelo a lu, siór parón, se iè busìe!

GORGIBUS   -  (chiamando accanto a sé Valerio) Voi! Venite qua! Venite!...

VALERIO       -  Ècome!

GORGIBUS   -  E’ vero quel che si dice di voi?... E’ vero che volevate vivere sulle mie spalle?...

VALERIO       -  Siór, mi…

GORGIBUS   -  (continuando con decisione) E’ vero che volevate farmi becco proprio sotto il mio tetto?...

VALERIO       -  Siór, sì tanto bòn…

GORGIBUS   -  (severo) Sono anche molto cattivo, quando perdo la pazienza!

VALERIO       -  La me sola colpa, se così se pól ciamàrla, siór, l’è quéla de amar con tuto el cór la dòna

                          che volì sposar.

GORGIBUS   -  E’ tutto vero, allora!

VALERIO       -  Dónca, ve lasso imaginàr quanto són felìsse de savér che fòrsi no la sposarè più.

GORGIBUS   -  Ma certo che non la sposerò più: sarei un pazzo, uno squilibrato se lo facessi!                         

CELIA            -  Sia lodato il cielo! (Abbraccia Lelio; alla cameriera) Grazie, Teresa.

LELIO            -  (tra sé, felice) Che sia la òlta bona?

CAMERIERA -  Èco tuta la verità!… E, con questo, ho finio.

DORIMENA   -  (a Valerio, in parte) Séto contento, ‘desso?

VALERIO       -  Te l’avea dito che la finiva mal!

GORGIBUS   -  (tra sé) Andarsi a fidare delle donne: la migliore di loro è un mostro di malizia! 

Scena Sesta

                          (Breve stacco musicale. Entra Costanza; accenna ad uscire dal fondo ma deve ritornare

                          sui suoi passi perché il marito le vuol parlare; Sganarello si affaccia alla finestra)

SGANAREL   -  (gridando minaccioso a Costanza) Costansa…Costansa, férmete! Indóe vèto?...

COSTANZA   -  (a Sganarello) On malóra!... (Al pubblico) Che tavàn de omo! (Esce dal fondo spedita)

SGANAREL   -  Spèteme!... Costansa… (Entra richiudendo la finestra e dopo un po’ esce per rincorrere

                          Costanza; esce dal fondo) Costansa…             

CAMERIERA -  (a Dorimena) Signorina Dorimena, no g’avìo gnénte da dir?...

DORIMENA   -  (affranta) Ma coša volìo che diga?

CAMERIERA -  Provè a domandar almànco pardón… A le òlte, no se sà mai indóe la compassión la pól

                          rivàr…

DORIMENA   -  Ma no serve gnente…

CAMERIERA -  (decisa) Proè, ve digo!!!                        .                        

DORIMENA   -  (a Gorgibus) Siór… Sior Gorgibus, ve domando perdón se col me comportamento v’ò

                          oféso o v’ò fato del mal…

GORGIBUS   -  (imbronciato) Non basta! E’ grave l’offesa che mi avete fatto.

CAMERIERA -  (sottovoce, incitando Dorimena) Continuè!… Continuè!…

DORIMENA   -  Me tróvo in ‘na situassión così de bisogno, che ò pensà a sta sempiàda de imbròio:

                          sposàrve par avérghe anca mi quel che no g’ò mai avù!

GORGIBUS   -  Ah, sì! Una bella idea avete avuto!

DORIMENA   -  Ma, credìme, l’ò fato sènsa cativèria e ve avarèa servìo ben.                       

GORGIBUS   -  (borbottando) Senza cattiveria, eh?... E i miei soldi?… E la mia reputazione?…

DORIMENA   -  G’avì resón, ò fato ‘na roba bruta assè. Adesso lo capìsso e són pentìa. Perdonème!...

GORGIBUS   -  E la storiella del “caro” cugino?

DORIMENA   -  L’è vera, mi són inamorà de Valerio, e no podèa destacàrme da lu!

VALERIO       -  Gnanca mi podéa.                       

DORIMENA   -  L’è con lu che vói vìvar la me vita! (Va a stringere le mani a Valerio)

CAMERIERA -  (a Gorgibus) Avìo sentìo, siór parón?... La butèla la v’à domandà perdón!

GORGIBUS   -  (imbronciato) Ah, sono troppo in collera… Se penso al rischio che ho corso…

CELIA            -  Signor padre e voi tutti, ascoltatemi. Ognuno di noi ha qualcosa da rimproverarsi! Ma,

                          ora che tutto s’è chiarito, possiamo ammettere che è stata una bella lezione per tutti!   

CAMERIERA -  De quéle ciòsse asè!                                      

GORGIBUS   -  (a Celia) Forse, hai ragione tu, mia cara figliola! E’ stata davvero una lezione per tutti.                      

CAMERIERA -  E alóra, ciapémola co’ fisolofìa… Se dir così, no?!…

CELIA            -  Teresa ha ragione: dimentichiamo ciò che è accaduto.

CAMERIERA -  E, anca in sta comèdia, come in quéle de quel siór là.. che no me vien inménte el nome...                        

CELIA            -  Molière!

CAMERIERA -  Quel!... Nó pól mancàr ’n finàl che lassa tuti contenti.

LELIO            -  Spero ben! E qual èlo?

CAMERIERA -  Domàn, insieme a Celia e Lelio, anca Dorimena e Valerio i se sposarà.

GORGIBUS   -  Facciano pure. Ma, chi pagherà per loro?

CAMERIERA -  Vu, siór parón; du matrimoni al prèsso de uno! L’è ‘n bel sparagnàr!

                          (Musica allegra: tutti si abbracciano e si baciano contenti e felici. Le luci lentamente si

                          abbassano. Buio)                                      

SIPARIO

LUIGI  ZANON - Via Vittorio Veneto, 15/A - 37064 - POVEGLIANO V.SE (VR)

Cell: 347 9240801 - lui.za@libero.it  (www.laburla.it) - Posizione S.I.A.E. n° 164671

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 1 volte nell' ultimo mese
  • 6 volte nell' arco di un'anno