Non gli ho detto neanche arrivederci

NON GLI HO DETTO NEANCHE ARRIVEDERCI

di

Angelo Callipo


PERSONAGGI

BRUNO

IAN

SARA, sorella di Ian

Lazione si svolge in una citt europea. Importa davvero quale? Siamo gli inizi degli anni 90. Bruno, Ian e Sara hanno poco pi di cinquantanni a testa.


PRIMA SCENA

Lo studio di Bruno. Libri dappertutto. Sugli scaffali come a terra, impilati con cura o lasciati in un angolo distrattamente. Bruno siede su una comoda poltrona alla luce di una lampada, lambiente soffuso e caldo, le uniche luci accese sono la lampada accanto alla poltrona e unaltra lampada che si trova sullo scrittoio, sul fondo della stanza. Lintero arredamento borghese, sobrio e accogliente. Bruno legge con attenzione, sottolinea e prende appunti ai margini delle pagine. Dimprovviso si ferma. Vuole rileggere meglio quello che ha appena letto. Colto da unintuizione si alza e si avvicina a uno scaffale, scorre con gli occhi i titoli dei libri, trova quello che cerca, lo prende e torna alla poltrona. Sfoglia velocemente le pagine del libro appena preso e, di tanto in tanto, controlla sul libro che stava leggendo in precedenza. Come a cercare una comparazione. Ecco, riuscito a rintracciare il punto che cercava. Legge ad alta voce.

Nella stufa arde un fuoco,

nella stanza fa caldo.

Il rabbino insegna ai bambini

lalfabeto.

Osservate, bambini, ricordate cari,

che cosa imparate qui.

Imparate, bambini, con grande diligenza,

che cosa io vi dico.

Chi di voi imparer a leggere pi velocemente

diventer una bandiera.

Voi crescerete, bambini,

e allora capirete tutto,

quante lacrime stanno in queste lettere,

quanti pianti!


Quando voi, bambini, vagherete nellesilio,

quando sarete tormentati,

allora troverete conforto in queste lettere,

ripetetele sempre

e se non potete con la bocca,

ripetetele sempre dentro il vostro cuore.

Chiude il libro. E stanco, toglie gli occhiali e si massaggia gli occhi. Resta cos, con gli occhi chiusi, per alcuni istanti, poi, sempre mantenendo chiusi gli occhi, comincia ad intonare una nenia.

Oyfn pripetshik brent a fayerl,

Un in shtub iz heyes

Un der rebe lernt kleyne kinderlekh

Dem alef-beyz

Zet zhe kinderlekh gedenkt zhe tayere

Vos ir lernt do

Zogt zhe nokh a mol un take nokh a mol

Komets-alef: o!

Ancora con gli occhi chiusi, ripescando fatti e circostanze dalla sua memoria, tenta di ricomporre un elenco di nomi e fatti.

Davide suo padre non mai tornato da Auschwitz

Joseph e Andrea deportati con i loro genitori, non ne hanno pi saputo nulla


Sonia sua sorella, suo padre e sua madre sono saliti sullo stesso convoglio, suo padre non tornato

Elia sua madre stata deportata e non tornata

Raffaele suo padre ritornato, sua madre no

Sara madre e padre deportati, nessuno dei due tornato

Elena e Luisa nonni, genitori e fratellino facevano parte dello stesso convoglio, nessuno di loro tornato a casa

Giona sopravvissuto a tutta la sua famiglia da solo

Apre gli occhi e si guarda il libro tra le mani, quello che aveva preso poco prima. Si alza e va a rimetterlo al suo posto. Bussano alla porta.

SECONDA SCENA

BRUNO E aperto.

Entrano Ian e Sara. Bruno indaffarato allo scaffale dove ha posato il libro e ne sta sfogliando altri. D loro le spalle. Ian indossa un cappotto nel quale si nasconde, il bavero alzato, i bottoni tutti chiusi, le mani sprofondano nelle tasche. Anche Sara ne indossa uno, ma un cappotto evidentemente fuori moda, logoro per il troppo uso. I capelli sono raccolti sulla nuca, probabilmente dimostra pi della sua et. Ian attratto dai libri e si avvicina a guardarli incuriosito, Sara rimane ferma sulla soglia, spaesata, quasi non osa muoversi.

BRUNO (continuando a dare le spalle) Si accomodi, prego.

Ian resta in silenzio e continua a guardarsi intorno. Poi si decide a parlare. Lo fa lentamente, sillabando quasi le parole.

IAN Lei uno scrittore

BRUNO Gi

IAN Si vede.


BRUNO Non si pu nascondere il proprio mestiere.

IAN Non si pu nascondere quasi niente.Eun lavoro interessante il suo?

BRUNO Dipende

IAN Da cosa?

BRUNO Da quello che scrivo. A volte pu essere doloroso.

IAN A volte pu essere doloroso anche quello che non si scrive.

Bruno si gira verso di lui. Si accorge della donna, imbarazzato, non si aspettava anche la sua presenza. Decide di rivolgersi solo a Ian.

BRUNO Non si vuole sedere?

IAN No, grazie non per il momento dopo forse(rivolgendosi a Sara conestrema dolcezza) vuoi sederti?

Sara non risponde.

BRUNO (a Sara, indicando la poltrona di fronte a quella dove era seduto) Ma s, laprego

Sara non si muove, ancora ferma sulla soglia.

IAN (a Sara sempre con grande dolcezza) Quando sarai stanca, ti siederai. Me loprometti?

Sara fa un impercettibile segno di assenso con la testa.

BRUNO (a Ian) Non era necessario che venisse fin qui diconel mio studioavremmo potuto incontrarci in qualsiasi altro posto.

IAN Preferisco qui, se non le dispiace.

BRUNO Per me va bene.

Bruno torna a sedersi sulla sua poltrona, Ian muove qualche passo nella stanza e osserva i libri, di tanto in tanto lancia unocchiata anche a Sara.

IAN La mia casa piccola, non saremmo stati abbastanza comodi.

BRUNO Non mi riferivo a casa sua.


IAN E dove? In un caff? Non credo che lei avrebbe voluto parlare di certe cose in uncaff, tra tazzine, camerieri che prendono ordinazioni, signore che fumano

BRUNO No, ha ragione. Un caff non sarebbe stato lideale.

IAN (fermandosi allimprovviso e girandosi in direzione di Bruno)Mi scusi lamaleducazione non mi sono neanche presentato

BRUNO Il suo nome lo conosco

IAN (diretto e quasi aggressivo) Lo so. Ma non per dire il proprio nome che ci sipresenta (pausa). Mi scusi di nuovo, non voleva essere un rimprovero il mio. Sono parole di mio padre, mi vengono fuori nei momenti pi inaspettati mi chiamo Ian

BRUNO (si alza per stringergli la mano) Bruno.

Si stringono la mano restando in silenzio per un lungo attimo.

IAN Mia sorella Sara

Sara sorride a Bruno.

IAN Cosa lha spinta a cercarmi?

BRUNO Voglio scrivere un libro che non sia un romanzo. Sono stufo di inventarestorie. Non si preoccupi, prima di cercare lei ho dovuto cercare innanzitutto me stesso.

IAN Lo immagino. La sua storia non devessere molto diversa dalla mia.

BRUNO Non molto, no.

IAN E allora? Non le bastava la sua? Che cosa sta cercando?

BRUNO (sorridendo) E se le dicessi che non ne ho la pi pallida idea? Rimarrebbedeluso? O piuttosto sorpreso? Mi dica sinceramente, non rimarrebbe sorpreso che io, uno scrittore, non sappia esattamente ci che voglio scrivere? E come se non bastasse la faccio venire da me e le chiedo di raccontarmi la sua storia?

IAN Beh, certo, sarebbe strano da parte sua, bizzarro almeno.

BRUNO Allora diciamo che per il momento mi accontento di ascoltare.

IAN Vuol dire che lei non prender appunti n registrer quello che dico?


BRUNO No,glielhodetto, voglio solo ascoltare.

IAN Guardi che se fosse necessario registrare lo capirei

BRUNO (interrompendolo) Non necessario, glielo ripeto. Lei piuttosto. Perch haaccettato questo incontro?

IAN Non so non saprei dire per quale ragione precisamente forse non volevosottrarmi, intendo dire non volevo sottrarmi ancora una volta al mio passato forse no, forse non questo il vero motivo

BRUNO E quale sarebbe allora il vero motivo?

IAN Un motivo molto pi pratico. Forse. Aiutare la sua ricerca. Me ne hanno parlato,sa? Allora mi sono detto forse devo partecipare anchio s, ecco, potrebbe essere questa la spiegazione come quando ti dicono che un amico ha bisogno di sangue per una trasfusione e tu dici a te stesso vado, mio dovere

BRUNO Nessuno la costringe

IAN Come lamicoin ospedale, daltronde. Lui non potrebbe mai costringermi, maquesto non significa che non lo farei. Lo farei, glielassicuro, lo farei. Dunque sono qui

BRUNO Sietequi

I due si voltano verso Sara, che rimasta nella sua posizione e nel suo spaesamento.

BRUNO (ritornando a Ian)Bene, mi dia almeno il cappotto

Ian si toglie il cappotto, Bruno lo sistema ad un attaccapanni e fa cenno a Ian di sedersi alla poltrona di fronte alla sua. Ian, invece, continua a rimanere in piedi. Bruno torna alla poltrona. Su queste azioni gi iniziata la battuta di Bruno.

BRUNO Non c fretta,le spiegherdallinizio. A scuola, uno degli insegnanti di miofiglio un giorno ha detto alla classe i bambini ebrei, nonostante tutto quello che avevano subito, ne erano usciti bene allinizio, non lo nego, ho provato una certasoddisfazione a sentire queste parole

IAN Soddisfazione?

BRUNO Ma s, ho pensato, vero, siamo stati forti, ne abbiamo viste tante, neabbiamo superate tante non lo pensa anche lei?


IAN (distinto) No. (correggendosi) Mi scusi, non volevo.

BRUNO Lei ha tutto il diritto di pensarla diversamente.

IAN Non si tratta di questo. Vorrei non essere frainteso. Lei ha ragione, noi noisiamo stati bravi, ne siamo usciti bene. E cos che ha detto linsegnante di suo figlio, no? Solo che io non riesco a vederci nessuna soddisfazione, anzi sar sincero ho limpressione che si tratti solo di stupido orgoglio, non c nessun senso in quelle parole

BRUNO Lopenso anchio, quelle parole non hanno nessun senso

IAN (sorpreso) Mi era sembrato di capire

BRUNO In un primo momento, come le ho detto, non nego di aver provato unacerta soddisfazione, ma poi dentro di me cresciuto uno strano miscuglio di tristezza, rabbia e perfino rivolta. S, proprio di rivolta. E troppo facile parlare in questo modo, ho pensato, troppo facile, questo non altro che un modo per negare tutti i traumi che abbiamo subito o nel migliore dei casi per minimizzarli. Intendiamoci, non voglio dire che quellinsegnante avesse avuto davvero la volont di fare questo, cio di negare o minimizzare, no, probabilmente, come tanti altri, avr parlato spinto dalle migliori e pi nobili intenzioni, solo che a volte anche le pi nobili intenzioni non bastano. Non bastano a raccontare tutto. Tutto quello che abbiamo visto, tutto quello che ha divorato la nostra pelle, le viscere e finanche la memoria. Gi, la nostra memoria. Il punto questo, vede, quelle parole con cui linsegnante si rivolto a mio figlio e agli altri seduti tra i banchi, quelle parole mi hanno fatto pensare che spesso noi che eravamo allora bambini, che abbiamo attraversato quegli anni senza poterci sedere, noi, ad un banco in una classe, proprio noi abbiamo fatto di tutto per rigettare quellesperienza. Labbiamo resa estranea, come se non ci appartenesse, come se fosse accaduta fuori di noi. Labbiamo coperta con un assurdo velo di reticenza o labbiamo relegata, nel migliore dei casi, al silenzio. Ho provato a parlare di questi miei dubbi con un caro amico, uno che, come me, non ha pi visto tornare il padre partito per il campo di Buchenwald mi ha detto non parlare di questo passato, sai, non vuol dire cancellarlo, anzi, forse vuol dire conservarlo nel pi profondo di se stessi, come un segreto che non si divide con gli altri subito gli ho dato ragione ha ragione, mi sono detto,se limmagine dituo padre e tua madre nel tempo va sfumando e non resta neanche una fotografia per recuperare quellimmagine, allora il silenzio lunica eredit che essi hanno


potuto lasciarti s, cos deve essere cos poi, per, successa una cosa strana, quella sera stessa una persona ha chiesto al mio amico di dove sei?... e lui ha risposto di Buchenwald e l ho capito

Ian scambia velocemente uno sguardo con Sara, poi torna su Bruno.

BRUNO (fissando Ian)Prima o poi ognuno torna al suo passato

IAN (dopo una lunga pausa) Allora, da dove vuole che cominci?

BRUNO Da quando era un bambino

TERZA SCENA

Ian continua a muoversi per la stanza

IAN Mio padre nostro padreera caposquadra in una fabbrica, con il furgone glicapitava di andare spesso fino al deposito e a met strada tra la fabbrica e il deposito cera la nostra casa. Ogni volta che passava sentivamo il clacson suonare due volte. Due colpi di clacson. Era il suo saluto. Qualche volta, se non avevo troppi compiti per la scuola, correvo fuori, mi mettevo al suo fianco e andavo con lui. La scuola, gi, potrei dire che ogni cosa iniziata l. Erano i primi giorni di ottobre primi giorni di ottobre del 1943... s, non mi posso sbagliare, nellottobre di quellanno entro come interno in un collegio per frequentare la classe sesta. Sono gi obbligato a portare la stella gialla, cos durante la ricreazione gli altri mi insultano, a volte mi picchiano anche. Non mi lamento, aspetto solo che finisca quella prima settimana di scuola, torner a casa, racconter a mio padre e a mia madre quello che succede nel collegio e loro non mi ci faranno ritornare, sicuro. Il sabato le lezioni finiscono a mezzogiorno e a quellora siamo gi tutti in cortile, i pi fortunati se ne vanno subito, io invece sono ancora l che aspetto mio padre, quando arrivano i tedeschi, escono da due macchine e salgono nellufficio del direttore, due di loro per restano di sotto e si accendono una sigaretta c uno accanto a me che dice vedrai, adesso i tedeschi chiuderanno il collegio e non potremo pi tornarci bene, penso io, quello che voglio, non mettere pi piede in questo posto quello che voglio, ma non apro bocca, anche perch c uno dei bidelli che arriva correndo, non lho mai visto prima ma ha indosso il camice della scuola lascia qui tutte le tue


cose, ragazzo mio, corri nel bosco pi lontano e pi in fretta che puoi, e soprattutto non fermartiio non capisco e non muovo un passo, allora lui, allimprovviso,comincia a tirarmi calci e mi spinge via con violenza, cosa gli avr mai fatto?, mi chiedo, ma lui non la smette e soprattutto non la smette di guardare i due tedeschi che sono rimasti a fumare, io continuo a non capire ma sono stufo di prenderne ancora e scappo verso luscita, mi giro un attimo, e se mi stesse inseguendo?, vedo invece che si calmato, mi sorride adesso, anche se continua a guardare quei due tedeschi di guardia, perch?, cosa vuol dire tutto questo?, non capisco, non capisco, invece corro, corro, la rabbia che mi fa correre nel bosco aspetto che arrivi sera per tornare a casa, mi sembra pi sicuro sono stanco, ho fame, ho freddo per sto attento, mi mantengo vicino alla strada, ma appena sento il rumore di unautomobile o di una motocicletta mi ributto tra gli alberi poi sulla sua motocicletta vedo passare il veterinario, quello che abitava di fianco la nostra casa, lo fermo, non affatto sorpreso di vedermi, io invece s, non potevo immaginare che stesse cercando proprio me, mi dice di salire in fretta, io salgo giusto in tempo una pattuglia di tedeschi ci sorpassa proprio in quel momento non posso portarti a casa tua, la prima cosa chemi dice

BRUNO Perch no?

IAN I tedeschi avevano gi preso mio padre e miamadre(tornando a dialogare conil veterinario) e Samuele? Mio fratello, bisogna andare subito da lui E troppo pericoloso farsi vedere in giro, faremo passare prima la notte cosa far lui da solodi notte? sta tranquillo, domani penseremo ad una soluzione

BRUNO E Sara? Lei non ha chiesto anche di Sara.

IAN (guardando Sara) No, di lei non ho chiesto.

BRUNO Non era preoccupato per sua sorella?

IAN (sulla difensiva) Certo che lo ero, ma Samuele aveva solo quattro anni.

BRUNO Aveva?

IAN I tedeschi erano arrivati di mattina ea quellora Sara doveva essere ancora ascuola, Samuele no, lui era ancora troppo piccolo per la scuola

BRUNO Il veterinario non aveva voluto dirle la verit, comprensibile dopo tutto. Itedeschi avevano preso anche suo fratello?


IAN No, non erano stati i tedeschi a prenderlo. Anna, la vecchia del pian terreno, lasua porta dava sul retro, di solito la lasciava aperta quando Samuele era fuori a giocare, lo teneva docchio insomma, cos la mamma era pi tranquilla, Anna si era accorta subito dei tedeschi, il suo primo pensiero era stato per Samuele, dietro la casa un sentiero si inoltra nel bosco, vede una donna che passa, la chiama e le affida mio fratello ecco, questa la verit non ho mai saputo chi fosse quella donna e di Samuele, a sera, si era gi persa ogni traccia, probabilmente il veterinario pensava che il giorno dopo lavremmo ritrovato, era in buona fede, ne sono sicuro

BRUNO E poi cosa accadde?

IAN Non poteva portarmi da lui, era controllato, sospettavano che appartenesse allaresistenza (tornando a dialogare con il veterinario) La resistenza? Che cos la resistenza? Non c tempo per le spiegazioni, ragazzo, sappi solo una cosa, ci sono persone che meglio evitare e persone di cui invece ti potrai fidare, sar sempre cos, adesso come per il resto della vita sono parole che non ho mai dimenticato e poi togliti questa stella gialla, vuoi farti riconoscere subito? La stella gialla! Ecco chipu aiutarci, la settimana scorsa la mamma and a fare visita ad una famiglia che non portava la stella gialla come noi, insistette perch laccompagnassimo anche io e mio fratello sono stati molto gentili con noi la loro casa deve essere lungo la strada che dalla piazza arriva fino alla stazione

BRUNO Ci siete andati subito?

IAN S, immediatamente(sente dimprovviso unenorme stanchezza) Possosedermi?

BRUNO Prego(gli indica laltra poltrona)se sente il bisogno di farlo

IAN (guardando Sara)S arrivato il momento

QUARTA SCENA


Ian va alla poltrona e anche Sara, quasi si fosse trattato di un segnale convenuto, si siede allo scrittoio. Bruno osserva il movimento di entrambi con attenzione. Una volta seduto, Ian comincia a tradire un nervosismo crescente e in tutta la scena si


mostra incalzante, spazientito e a tratti aggressivo. Bruno invece mantiene un atteggiamento equilibrato.

IAN Lei sa il perch di tutto questo?

BRUNO No.

IAN Perch nel mondo intero solo pochi hanno sentito le nostre grida di agonia?Solo pochi si sono opposti, hanno lottato contro la distruzione di un popolo, contro il suo sterminio totale?

BRUNO Io non so rispondere

IAN Perch questo rifiuto di vedere, di sentire? S, perch, perch, perch? A chi, acosa ci possiamo mai attaccare? Se gli uomini lo hanno permesso una volta, perch non due?

BRUNO Le sue non sono domande.Hanno tutta laria di esserlo, ma non lo sonoaffatto. Non lo possono essere, per il semplice fatto che ad esse non si pu dare alcuna risposta.

IAN E cosa sono allora?

BRUNO Il suo un grido, il grido di chi rifiuta di accettare che il mondo, ancoraadesso, resti cieco e sordo, cos come in fondo lo stato allora la stessa disperazione

IAN Chi grida lo fa sempre perch disperato. Lei invece sembra cos calmo.

BRUNO Anche la calma pu tradire un senso di disperazione

IAN (interrompendolo) Perch fa tutto questo? Voglio dire, perch raccoglie le storiedi quelli che hanno perso i genitori nei campi di concentramento?

BRUNO Perch? Finalmente una domanda facile. Lo faccio per mio figlio.

IAN (spiazzato dalle parole di Bruno) Non capisco. Forse perch non ho figli. Diciamopure che non ne ho mai voluti avere

BRUNO Invece proprio per questo che dovrebbe capire. Io posso facilmenteintuire il motivo per cui lei non ha voluto figli, mi creda, ma altrettanto facile capire perch io faccia tutto questo per mio figlio. Sa cosa diceva Freud? Per vivere, come per morire, un padre ebreo ha il bisogno imperioso di sapere assicurato


lavvenire del proprio figlio. E mi creda, lavvenire di mio figlio dipender molto dalla conoscenza di tutto questo, ne sono pi che convinto. Dopo la guerra, quando ancora andavo a scuola, raccontavo che mio padre era morto fucilato dai tedeschi e sa perch?

IAN Uninnocente bugia di bambino

BRUNO Non tanto innocente. Raccontavo che era stato fucilato, perch misembrava una morte pi nobile dei forni crematori.

IAN (sorpreso) Gi, ma anche di questo, dei forni crematori voglio dire, lei non puesserne sicuro.

BRUNO Infatti. Dov morto? Nei vagoni piombati? Nel campo stesso? E statoselezionato appena arrivato? E morto di sfinimento, di freddo, di fame, sotto i colpi, nelle camere a gas?

IAN Non serve a niente saperlo.

BRUNO No, non serve a niente.Eper questo che io non ho mai fatto ricerche, nonho mai scavato nei documenti, n rovistato archivi. Non mimporta di saperlo, dal momento che non gli ho potuto dire neanche arrivederci

IAN Perch dovrebbe importare a suo figlio allora?

BRUNO Mio figlio deve sapere che esiste sempre la possibilit nella nostra storia diuomini che perfino una semplice parola come arrivederci potrebbe esserci negata

successo a me, a lei e agli altri che vengono a raccontarmelo qui

IAN Altri? Quanti siamo?

BRUNO Tanti. Ma non tutti hanno la forza di raccontare. Lei lundicesimo che lo fa,se vuole farlo ancora

IAN (facendo un cenno di assenso con la testa) La mia storia non ancora finita


QUINTA SCENA

IAN Insieme al veterinario trovo la casa di quella famiglia che pochi giorni prima miera sembrata cos gentile con noi, ma qualcosa deve essere cambiato. Suoniamo ed

gi un miracolo che non ci sbattano la porta in faccia, per fortuna il veterinario insiste, dice che una sistemazione solo momentanea, che il giorno dopo trover lui la soluzione pi adatta e sicura loro non vogliono, anzi mi guardano con aria di rimprovero, come se io fossi dimprovviso diventato la causa di ogni loro problema, ma soprattutto del loro problema pi grande essere arrestati per aver dato ricovero ad un bambino ebreo alla fine accettano di ospitarmi per una notte, ma proprio quando stanno per lasciarmi entrare la situazione si complica spunta dallangolo di fronte mia sorella che, non so come, riuscita ad arrivare l da sola, in bicicletta dico che la situazione si complica, perch adesso ricominciano le resistenze addirittura due? No, non proprio possibile, troppo pericoloso ci domandano se abbiamo idea di quale sia il guaio in cui si stanno cacciando a causa nostra domandano questo a due bambini ancora oggi mi chiedo quale risposta per davvero si aspettassero guardo Sara, stanca quanto me, ha freddo, batte i denti e sicuramente ha una gran fame, la conosco bene mia sorella Sara, dove sei stata tutto questo tempo?

Sara si alza e scioglie i capelli, che adesso lunghi le ricadono sulle spalle. Si toglie il cappotto e lo appoggia sulla sedia, rimanendo con una camicia da notte bianca che la riporta, improvvisamente, ad una condizione infantile. Anche le battute sono pronunciate con quella sicurezza e insistenza petulante che let matura inevitabilmente cancella.

SARA In giro, perch? Come mai tu non sei in collegio?

IAN Mi hanno detto di scappare e io lho fatto.

SARA Neanche il collegio sicuro? Credevo che l saresti stato in salvo. Il collegionon una casa qualsiasi, i tedeschi non ci possono entrare sfondando la porta come fanno di solito

IAN E invece lhanno fatto anche l, ma adesso lasciaperdere il collegio, raccontamicosa successo a casa stamattina


SARA Stavo tornando da scuola,appena svoltato langolo, la vicina, quella che vivein casa del fabbro, mi corsa incontro e mi ha detto di non avvicinarmi, di non fare un passo oltre ma da lontano ho visto i tedeschi erano almeno dieci, gridavano, qualcuno ha sparato anche colpi in aria, facevano molto rumore con gli stivali, cera grande confusione da casa uscito prima il signor Semel, aveva una corda intorno al collo e un soldato tedesco lo trascinava per non restare soffocato il signor Semel affrettava il passo, sembrava un cagnolino tirato per il collare gli altri ridevano

IAN Chi? I soldati?

SARA No, quelli no, quelli non ridevano, quelli sbraitavano no, erano quelliaffacciati alle finestre, di fronte, di lato, oppure fermi con le biciclette in mezzo alla strada quelli senza la stella gialla, ridevano e fischiavano, come si fischia durante una partita poi il signor Semel

IAN Non mimporta niente del signor Semel Sara, voglio sapere di mamma e pap.

SARA (incurante delle parole del fratello, riprende da dove aveva interrotto) poi ilsignor Semel non riuscito a tenere il passo, inciampato ed caduto, ma il tedesco che teneva la corda non ha mollato, ha tenuto la corda tesa come se lo stesse ancora tirando, invece il signor Semel era a terra la corda gli stringeva il collo, gli mancava il respiro, allora il soldato quello della corda gli ha gridato qualcosa, forse una domanda, ma non ha aspettato che il signor Semel gli rispondesse come poteva rispondere poveruomo, riusciva a mala pena a respirare, cos un altro soldato ha fatto un passo avanti e ha sparato un colpo non in aria, ma qui, qui in mezzo agli occhi nessuno ha pi fischiato tutti hanno chiuso le finestre, come quando non c pi niente da vedere

IAN E tu che hai fatto?

SARA (ignorando la domanda di Ian) la vicina mi spingeva sempre pi lontano, ionon volevo muovermi, allora mi caduta la bicicletta, lei si chinata per rimetterla in piedi ed stato in quel momento che li ho visti non un attimo prima, non un attimo dopo anche la vicina li ha visti, ha abbassato lo sguardo, mi ha messo il manubrio tra le mani e si avviata dallaltra parte della strada

IAN Sei proprio sicura che fossero loro?

SARA Certoio stavo per chiamarli, avevo gi aperto la bocca per dire mamma,pap, sono qui, quando la mamma mi ha guardato, mi ha guardato spalancando gli


occhi come fa quando sta per dirmene quattro per esempio ieri, tu non lo sai, eri ancora in collegio, tornando da scuola mi sono fermata alla fontana con Sonia, abbiamo giocato, ci siamo tirate lacqua addosso e sono arrivata a casa bagnata fradicia la mamma allora me ne ha dette di tutti i colori, ma prima ha spalancato gli occhi, perch quando arrabbiata fa cos ti dico che mi ha guardato, un attimo solo ma mi ha guardato, ha spalancato gli occhi e io ho avuto paura che volesse rimproverarmi per qualcosa, ma io non avevo fatto niente non mi ero mica fermata unaltra volta alla fontana? Ian, te lo giuro, non mi sono fermata alla fontana con Sonia stamattina puoi dirlo tu alla mamma per favore? A te ti creder

IAN S, Sara, non preoccuparti, lo dir io alla mamma,lo dir io

SARA Perch hanno sparato al signor Semel? Perch gli avevano messo quella cordaintorno al collo?

IAN E mamma e pap? Ce lavevano anche loro una corda al collo?

SARA No, sono usciti fuori con le mani appoggiate sulla testa, mi hanno fatto ridere,sembravano in castigo come a scuola poi la mamma mi ha guardato in quel modo e mi passata la voglia di ridere si sono fermati davanti al signor Semel, la mamma lo ha preso per le braccia e pap per le gambe, lo hanno alzato in piedi, ma dovevano sorreggerlo perch da solo non riusciva a tenersi, il tedesco tirava ancora la corda, lha passata intorno ai tubi di ferro del giardino, quelli che la signora Mosse usa per i panni ha passato la corda intorno a quei tubi, ha fatto un nodo, ha tirato ed ecco che il signor Semel adesso si reggeva, solo la testa gli penzolava in avanti e i piedi non toccavano del tutto a terra

IAN Sara, il signor Semel era morto

SARA Oh, lo so,che credi, non devi trattarmi sempre come una bambina scioccasolo che il signor Semel se ne stava in piedi l, in quella strana posizione i soldati tedeschi continuavano a gridare, ma a quel punto uno di loro corso al furgone ed tornato che aveva tra le mani un pezzo di cartone rettangolare, con il coltello ci ha fatto due buchi e ci ha passato dentro una cordicella che ha preso dalla tasca, si avvicinato al signor Semel e glielha appeso al collo solo allora ho visto che sopra cera scritto qualcosa, ma io non conosco una parola di tedesco poi sempre lo stesso soldato ha dato allimprovviso, cos senza motivo, uno schiaffo a pap che ha abbassato la testa senza dire niente


IAN Uno schiaffo a pap? Perch?

SARA Te lho detto senza motivo per pap ha abbassato la testa senza direniente, ha fatto solo un piccolo movimento con la testa come per dire di s, che aveva capito insomma lui e la mamma si sono messi a destra e a sinistra del signor Semel, ne hanno preso un braccio per uno e se lo sono passati sulle spalle ora si vedevano bene tutti e tre il signor Semel al centro con la testa penzoloni e il cartello al collo, mamma e pap da una parte e dallaltra abbracciati come buoni amici a quel punto li ho sentiti ridere per la prima volta

IAN Chi?

SARA I soldati tedeschi,hanno cominciato a ridere e in effetti erano un po buffi inquella posizione la mamma, pap e il signor Semel

IAN (rimproverandola)Sara

SARA Tu non ceri, non lo puoi sapere. Insomma ti dico che erano buffi sistemati aquel modo.

IAN Sara, non ti permetto di parlare di loro in questi termini.

SARA (sbottando, come solo una bambina pu fare) Cosa vuoi? Tunon ceri, nonceri, non ceri. Eri nel tuo stupido collegio, erano buffi, s erano proprio buffi. Ma non mi hanno fatto ridere per niente. Ho pianto, invece, s, ho pianto. Volevo correre da loro, volevo dire a tutti basta, che se quello era un gioco ora bisognava finirlo. Ma il gioco andato avanti e io sono rimasta a guardare.

IAN (con pazienza)Cos successo dopo?

SARA Il tedesco che aveva sparato al signor Semel ha preso dimprovviso la mamma,le ha tolto il cappotto e ha frugato nelle tasche, ha trovato un fazzoletto, era ben piegato sai come la mamma ci tiene a queste cose lui lo ha aperto e ci ha sputato dentro, poi le ha dato una spinta e mamma si trovata per terra, le ha tirato il fazzoletto in cui aveva appena sputato mamma lo ha raccolto e ha cominciato a strofinarlo sui suoi stivali gli stivali del soldato ogni tanto passava il fazzoletto al soldato, lui ci sputava di nuovo dentro e lei ricominciava a pulirgli gli stivali intanto dalla casa sono usciti anche la signora Mosse, il signor Polak, la vecchia Anna che sta al piano terra, Amos il panettiere tutti con le mani sulla testa, li hanno fatti salire


sul furgone, poi hanno fatto salire anche pap e per ultima la mamma che aveva finito di strofinare quando il furgone partito, io mi sono avvicinata

IAN Che hai fatto? Poteva essere pericoloso, perch non sei montata sulla biciclettae sei fuggita?

SARA Dovevo fare una cosa

IAN Cosa cera di tanto importante da fare?

SARA Prendere questo da terra.

Dalla tasca del cappotto estrae un fazzoletto sporco che mostra a Ian. I due si guardano, Ian prende il fazzoletto dalle mani di Sara, lo osserva a lungo, poi con dolcezza glielo restituisce. Infine, sempre con grande premura, la fa sedere di nuovo.

SESTA SCENA

BRUNO Dunque, sua sorella che ha visto tutto?

IAN S, Sara.

BRUNO Mi perdoni, le devo chiedere qualcosa di molto personale. Pu scegliere serispondere oppure no.

IAN Ormai sono qui, se non avessi voluto parlare, probabilmente non sarei maivenuto.

BRUNO Ecco vorrei sapere negli anni successivi alla guerra, ma anche negli ultimitempi, sua sorella le ha mai ripetuto il racconto di quella sera? E se lo ha fatto, lo ha ripetuto con le stesse parole? Con la stessa emozione di allora? Oppure lei ha potuto rendersi conto che il tempo le ha in qualche modo cambiato la percezione di quei fatti.

IAN (pausa)Io non posso rispondere a questa domanda

BRUNO Mi scusi. Avevo premesso

IAN (interrompendolo) No, non come crede. Io non posso rispondere, anche sevorrei. (guarda Sara) Nel corso degli anni le si sono manifestati sintomi sempre pi


acuti di schizofrenia, per cui stato necessario ricoverarla permanentemente in una casa di cura.

BRUNO (guardando anche lui Sara) Mi dispiace, non potevo immaginare.

IAN Dopo tutto quello che abbiamo visto allora non c pi niente cheoggi possiamoimmaginare. Siamo troppo pieni di realt. E la realt non consente immaginazione. Tutto cominciato quando siamo arrivati da nostra zia.

BRUNO Sua zia?

IAN Gi. Dopo aver dormito una notte in casa di quella famiglia, il mattino seguente,come promesso, il veterinario torn a prenderci, nostro fratello Samuele era al sicuro, ci disse, in casa di una donna fidata, non avremmo dovuto preoccuparci, tutto questo lo disse in fretta mentre gi ci trascinava fuori. (pausa) Era la fretta di chi mentiva. Ci port lontano, in campagna, da contadini noi abbiamo avevamo una zia, la moglie del fratello di mio padre, lei non era ebrea, ma cattolica, e quella sera stessa le abbiamo scritto di venirci a prendere, dopo quella abbiamo spedito altre due lettere, ma lei non mai arrivata. Cos quei contadini, che non potevano pi tenerci con loro, ci hanno consigliato di raggiungere nostra zia, allora io e Sara siamo saliti su un treno e con un po di fortuna siamo arrivati da lei. L siamo stati fino alla fine della guerra e alla liberazione.

BRUNO Le cose non andavano bene in casa di sua zia?

IAN Mettiamola cos, avevamo da mangiare e da dormire, ma non eravamoesattamente i benvenuti. Mi creda, non gliene voglio, i tempi erano duri, difficili, il pericolo sempre dietro langolo. Posso dire oggi che comprendo la sua diffidenza di allora. Spesso ci picchiava, per un niente, anche una sedia non rimessa a posto era motivo di punizione, cos una sera Sara scappata di casa. Mia zia dice che non bisogna cercarla, che si arrangi pure da sola visto che stata cos stupida da andarsene in giro con il rischio di farsi scoprire. Io per mi sono messo a cercarla, non conoscevo la citt, uscivamo poco per evitare inutili pericoli, cos lho trovata solo dopo due giorni. Da quel momento ha cominciato a parlare sempre meno.

BRUNO Un silenzio a protezione di se stessa probabilmente.

IAN Probabilmente. La vita da mia zia era dura, glielho detto, e ognuno reagiva asuo modo. Io ero pi grande e anche pi furbo se vuole, lei invece, quando non ne


poteva pi, scappava. Ma tutto precipitato la mattina in cui arriv una lettera dei miei genitori.

BRUNO S, poteva accadere, perlopi venivano gettate dai treni e raccolte daferrovieri che le davano a quelli della resistenza. In qualche modo poi, di mano in mano, arrivavano allindirizzo giusto.

IAN Devessere andata cos anche nel nostro caso. Mia zia ci fece vedere la lettera,ma ci imped di leggerla. Si limit solo a commentare con due parole. Destinazione Auschwitz. Questo ci disse. Da allora Sara non ha pi parlato.

SETTIMA SCENA

IAN Sara rimaneva in silenzio ora dopo ora, giorno dopo giorno, io invece mirifugiavo nella preghiera. Non ce lavevo con Dio, no, ce lavevo con il fatto di essere ebreo. Pregavo perch i miei genitori tornassero prima possibile, mi dicevo che era solo una questione di tempo, tuttavia nelle mie preghiere avevo promesso a Dio che se fossero tornati mi sarei convertito. Se fossero tornati sarei certamente diventato cattolico e nessuno avrebbe pi potuto dirmi che ero ebreo. S, questa era la soluzione, lunica soluzione davvero possibile. Poi la guerra finita, a quel punto ho aspettato, ho aspettato a lungo, senza risultato. Ogni sera, alla radio, ascoltavo lelenco dei reduci, se per caso non ho mai pi rivisto i miei genitori, non ho neanche potuto dirgli arrivederci

Ian ha terminato il suo racconto, si rimette il cappotto e si avvicina a Sara. Laiuta a rivestirsi e con estrema dolcezza le sistema nuovamente i capelli sulla nuca. Insieme si avviano alluscita. Bruno ha osservato tutti i loro movimenti e solo poco prima che i due escano si decide a parlare.

BRUNO Sara

Ian e Sara si voltano verso di lui.

BRUNO Non voglio disturbarla, non voglio indurla a parlare

IAN (con cortesia, ma sostituendosi alla sorella) La nostra storia finita. Altribusseranno a questa porta, si siederanno qui e risponderanno alle sue domande. In


questo modo lei potr terminare il libro, il libro che non un romanzo, ma la nostra storia, mi creda, davvero finita.

BRUNO Di parole ne ho sentite tante, forse troppe, ora per mi rendo conto chesolo il silenzio di sua sorella pu essere la giusta conclusione al lavoro che ho cercato di portare avanti. Il silenzio non come mettere la parola fine ad una storia, il silenzio lascia tutto in sospeso, raccoglie quello che c gi stato e lo trattiene. Per mettere la parola fine, invece, tutto quello che abbiamo raccolto dobbiamo lasciarlo andare, disperderlo

Sara, incuriosita dalle parole di Bruno, si avvicina. Bruno le va incontro, laiuta a sfilarsi di nuovo il cappotto e le libera i capelli. Poi la fa sedere sulla poltrona dove era stato seduto suo fratello. Ian rimane sulla soglia.

BRUNO Curioso, no? Prima fatichiamo a cercare, a raccogliere e poi, una voltascritta la parola fine, ci accorgiamo che tutto deve nuovamente essere disperso. Il silenzio no, il silenzio trattiene. Io sono partito proprio da qui, dal silenzio, dal chiedermi perch tanti di noi, bambini che hanno visto scomparire i loro genitori nei peggiori carri bestiame che la storia abbia mai escogitato, nel tempo si siano chiusi in un ostinato silenzio. Allora ho fatto parlare Davide, Elia, Sonia, Giona e altri, mi hanno spiegato, mi hanno detto Davide ha aspettato suo padre sul ciglio di una strada, sarebbe passato a prenderlo per lasciare la citt, ma non mai arrivato il padre di Elia sceso a fare una commissione, non pi tornato Sonia dalle finestre della vicina ha visto i genitori uscire di casa scortati dalle SS Giona salito sullo stesso convoglio di sua padre e sua madre, ma il suo posto era in un vagone diverso ora torno al silenzio, al suo silenzio Sara al silenzio che lascia tutto immobile, immutato come il vestito che ha indosso, ancora quello di allora vero? E i capelli? Era cos che li portava? Nulla cambiato, nulla stato toccato. Io non so dire dove sia il giusto, se parlare o tacere, quando telefono a Giona o Elia o Sonia ho limpressione che dopo aver parlato con me si sentano meglio, allora mi dico che giusto cos, altre volte ripenso a quel mio caro amico che considera il silenzio come lunico modo per preservare la memoria e mi dico che anche lui ha ragione. E un paradosso, lo so, cercare chi ha ragione di qualcosa che allora aveva smarrito qualsiasi ragione perci il suo silenzio, il fazzoletto che stringer sempre tra le mani, tutto questo pu spaventare suo fratello, ma non me come le ho detto il suo silenzio mi sembra la giusta conclusione a quello che ho fatto. La giusta conclusione, ma non la fine. Bene, non intendo approfittare oltre della sua pazienza.


Bruno si allontana, volta le spalle alla donna e sembra cercare qualcosa tra gli scaffali. A questo punto Sara si alza e si avvia alla porta. Ha lasciato il suo cappotto sulla poltrona.

SARA Mi scusi

BRUNO (sorpreso si gira e scambia uno sguardo con Ian a sua volta sorpreso) S?

SARA Lei ha detto tante cose ed io

BRUNO Lei?

SARA (sorridendo)Io non le ho detto neanche arrivederci

BRUNO (ricambiando il sorriso) Arrivederci Sara

SARA Arrivederci

Ian va alla poltrona, prende il cappotto di Sara e glielo appoggia semplicemente sulle spalle. Poi escono insieme.

Bruno resta in piedi tra i suoi libri. Lo sguardo rivolto ai due appena usciti.

Buio.

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