Non tradire

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NON TRADIRE

Commedia in tre atti

di VINCENZO TIERI

PERSONAGGI

MARIO MONCALVO

STE­FANO VENTURA

LEARCO VIALE

CIPRIANO ROSSO

IL GIUDICE GRIFFA

L'AVVOCATO PIANA

L'AVVOCATO ARPI

UN CAMERIERE

IL SUGGERITORE

IL CANCELLIERE

DARIELLA ALGA

ROBERTA

EMMA

PAOLA SEREMBE.

Una voce dalla platea - Una voce dall'interno.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Tempi moderni

(Quando si alza la tela, sul palcoscenico si sta facendo la prova generale di una nuova commedia di Stefano Ven­tura. Siamo al secondo atto. La scena rappresenta un piccolo salotto molto elegante, con una porta a sinistra e una a destra. Divani, poltrone e mobili complementari. La prima attrice, Dariella Alga, entra in fretta dalla si­nistra, seguita dal primo attore, Cipriano Rosso, che si mostra nervosissimo. Essi interpretano, rispettivamente, i personaggi di Sergia e di Andrea),

Cipriano                        - Adesso non dirai più che….

Dariella                         - (energica) Chiudi!

Cipriano                        - No, non chiudo. Se ci sentono, peggio per te. E forse è giunto il tempo che qualcuno ci senta.

Dariella                         - (andando a chiudere la porta) Perché? Ti piacerebbe lo scandalo?

Cipriano                                   - Si.

Dariella                         - (con una mano sulla maniglia della porta) Ah, bene! (Poi, riaprendo con violenza la porta) E allora, ecco. Parla, grida, fatti sentire.

Cipriano                        - (sordamente, stringendo i denti) Mi sfidi, eh? Sei diventata improvvisamente coraggiosa?

Dariella                         - (con sarcasmo) Sei tu a infondermi tutto questo coraggio. (Poi, con altro tono) Del resto, se non hai paura tu, perché dovrei averne io? Io sono libera: libera come l'aria. Tu, invece...

Cipriano                        - Eppure, tu sei meno libera di me.

Dariella                         - Ah, si? Mi sono maritata oggi?

Cipriano                        - E' come se ti fossi maritata...

Dariella                         - E con chi?

Cipriano                        - (frenando un gesto di violenza) Va', va', non li voglio più vedere.

Dariella                         - Meglio! (Fa l'atto di uscire).

Cipriano                        - (chiamandola, con vigore) Sergia!

Dariella                         - (voltandosi) Non m'hai detto che non mi vuoi più vedere?

Cipriano                        - (disperatamente, quasi fra se) Bisogne­rebbe! (Una pausa).

Dariella                         - (poco dopo, avvicinandoglisi, con tono quasi materno) Vedi, Andrea : per colpa tua noi stiamo sciu­pando i giorni più belli della nostra vita...

 Cipriano                       - (come se volerne, piangere) Ecco: adesso la colpa è anche mia...

Dariella                         - (c. s.) E' tua, caro, perché non ti vuoi ren­dere conto di questa cosa semplicissima : che io debbo aver l'aria di non respingere la corte di nessuno, pro­prio per evitare che la gente mi creda impegnata. Se la gente mi credesse impegnata, a chi penserebbe? A te. Troppo si è parlato di me e di te, della simpatia che ci legava, dell'amicizia che correva fra di noi prima del tuo matrimonio...

Cipriano                        - Tu sai che io volevo sposarti.

Dariella                         - Ma si, lo so. Perché vogliamo ripeter-ci sempre la «tessa cosa? Tu volevi sposarmi, io non ho voluto... E con questo? Il problema, adesso, è un altro...

Cipriano                        - (interrompendola) No, no, non è un altro. E' sempre quello. E' che io non posso vivere senza di te; è che non posso tollerare di vederti tentata e assediata in mille modi; è che sono diventato stupidamente geloso di tutti; è che sono deciso ai passi estremi...

Dariella                         - E quali sarebbero i passi estremi...?

Cipriano                        - (ritornando nervosissimo, violento) Almeno non farmi queste domande, sai! Se no, perdo la testa e non rispondo più dei miei atti!

Dariella                         - Ma andiamo, su, calmati.

Cipriano                        - La verità è che tu sola, fra noi due, puoi essere calma, perché tu non mi ami.

Dariella                         - Ah, non ti amo?

Cipriano                        - E che amore è il tuo?L'amore che respinge il matrimonio? L'amore che si lascia insidiare e corrompere da tutte le tentazioni? L'amore che ha paura di es­sere scoperto?

Dariella                         - (sorridendo) Be', intanto, quando io re­spinsi il matrimonio, come tu dici, non ti amavo. Mi eri simpatico, stavo volentieri con te; ma da questo all'amore ci correva. Tu sai che soltanto dopo mi sono lasciata prendere da quelle che io chiamo le tue virtù spirituali e che, devi ammetterlo, io non potevo indo­vinare quando tu eri scapolo; uno scapolo chiuso, scon­troso, taciturno... Si vede che la donna che hai sposata è riuscita a far diventare farfalla la crisalide... Quanto al fatto che io mi lascerei insidiare e corrompere, come tu dici, l'esagerazione è evidente. Chi m'insidia? Chi mi corrompe? Che io abbia paura d'essere scoperta, questo sì, è vero; ed è proprio per questo, te l'ho già detto, che io debbo tollerare la corte degli altri. Ma che colpa ho io, se tu ti sei ammogliato e se per questo mi è proi­bito di amarti?

Cipriano                        - (un po' infantile) Mi sono ammogliato per vendicarmi del tuo rifiuto, per farti dispetto...

Dariella                         - Devi ammettere che la ragione è un po' infantile... Ma, insomma, ti sei ammogliato: il fatto è questo. Distruggere questo fatto non si può. Tanto meno si può distruggere - almeno io non ci riesco - questo -come dire? - questo sentimento del peccato, questa co­scienza del peccato, che amareggia il mio amore...

Cipriano                        - (ride) Be', andremo all'inferno...

Dariella                         - Eppure con questo mio sentimento non do­vresti scherzare, sai. Adesso ti dico una cosa infantile anch'io. Non prenderla a gabbo. E' infantile, ma è seria. Mi dà qualche preoccupazione, e forse un po' di tor­mento. Perché tu sai che io sono credente, sono cat­tolica...

Cipriano                        - (ride ancora, interrompendola) Cattolica, apostolica, romana.

Dariella                         - Non ridere! Non c'è da ridere. Sono sei mesi che non vado a confessarmi, perché ho paura che il confessore non imi assolverebbe.

Cipriano                        - (sorridendo) Non ti assolverebbe perché sei innamorata di un uomo ammogliato?

Dariella                         - (a testa bassa) Si. Anche per questo. So­prattutto per questo.

Cipriano                        - E tu non glie lo dire!

Dariella                         - (con doloroso disagio) Ma perché dici codeste cose sacrileghe?

Cipriano                        - (la guarda, colpito dalia sincerità di lei) Oh, scusa.

Dariella                         - Qualche cosa di simile capitò una volta a una mia amica. Me ne ricordo sempre. Era il giorno di Pasqua, La mia amica doveva farsi la comunione, an­che per voto. Andò dal confessore, gli disse il peccato; un peccato, diceva lei, del quale non riusciva a pen­tirsi completamente; del quale ormai non poteva più fare a meno. TI confessore si rifiutò di assolverla. Oh, che giornata! Passò di chiesa in chiesa, girò tutta Roma, s'inginocchiò cento volte, pregò, scongiurò. Niente. Nes­suno voleva assolverla. Io l'accompagnavo, camminavo con lei, mi stancavo con lei, soffrivo con lei come per un presentimento. E’ una vera « via crucis »...

Cipriano                        - (sempre più colpito) E poi?

Dariella                         - Poi, alla Chiesa del Gesù, trovò un peni­tenziere il quale, 'finalmente... (Una lunga pausa. Poi) Ho piacere che tu non abbia più la forza di ridere. Vuol dire che mi capisci.

Cipriano                        - (prendendole le mani) Si, ti capisco. Ma è la prima volta che tu mi parli così. Credevo che certi problemi dello spirito...

(E' il principio di una lunga battuta della commedia che si sta provando. L'attore l'ha detta malissimo. Im­provvisamente dal buio della sala si ode la voce alta di Stefano Ventura, autore della commedia, il quale pro­testa contro il tono errato dell'attore).

Stefano                         - (dal fondo della sala, andando verso il palco­scenico) No, no! E' ancora peggio di ieri. Manca l'in­timità, la tenerezza, tutto! (Sale per una scaletta laterale sul palcoscenico) Mi dispiace, caro Rosso ; ma non ci siamo affatto. Questo è il momento più delicato della commedia, lo so dove andate a finire col vostro tono...

Cipriano                        - (seccato) Io non so far meglio.

Stefano                         - Ma come, non sapete? Non siete mica un novellino. Tuttavia, dal modo con cui mi Cipriano (amaro) trattate...

Stefano                         - Qua non si tratta di modi, caro Rosso. Non vorrete che alla vigilia della prima rappresenta­zione do vi batta le mani se-non sono contento. D'altra parte l'interesse mio di autore è strettamente legato al vostro di attore. Se cado io, cadiamo tutti.

Cipriano                        - Io, finora, non sono caduto mai.

Stefano                         - E io, invece, sì.

Cipriano                        - Per colpa vostra!

Stefano                         - E appunto per questo ho il diritto di non cadere anche per colpa altrui! (Una pausa) Del resto, siamo in tempo a levare la commedia. (Guardando nel buio della sala) Dov'è Moncalvo?

Una voce                       - (dalla platea) II signor Moncalvo è uscito,

Stefano                         - (disperandosi) Ah, be'! allora... Se se ne infischia anche lui, infischiamocene tutti, e buona notte! Signori, vi ringrazio e vi saluto! '(Fa l'atto di uscire dalla sinistra. Contemporaneamente, entra dalla sinistra Learco Viale, caratterista della Compagnia, truccato con un paio di baffetti grigi per la prova generale).

Learco                           - Ma che c'è? Ch'è successo?

Stefano                         - (fermandosi) E' successo che io ritiro la mia commedia.

Learco                           - E perché?

Cipriano                        - Perché sarebbe tempo che gli autori non venissero alle prove!

Stefano                         - (a Cipriano) Ah, sì? Per farsi massacrare?

Dariella                         - (che finora s'era tirata in disparte) In­somma, ragazzi, non facciamo storie. Un po' di calma. Non è la prima volta che alla prova generale succede così, e poi...

Stefano                         - (con modi più urbani; ma sempre nervosi) Già; ma appunto perché è la prova generale, cara signo­rina, non c'è più niente da fare. Proviamo da un mese, perbacco! Questa battuta è diventata il ponte dell'asino. Il signor Rosso pretende di dirla come se recitasse in un'arena...

Cipriano                        - (fremendo) Bah! E' meglio che me ne vada. Se no, qua finisce male! - (Esce in fretta, dalla destra).

Learco                           - (correndo dietro a Cipriano) Ma un mo­mento, Cipriano, senti... (Esce anche lui dalia destra).

Stefano                         - (a Dariella) Mi dispiace per voi, signorina.

Dariella                         - Oh, per me...

Stefano                         - Voi siete tanto attenta e brava, fate tanto bene...

Dariella                         - Faccio del mio meglio.

Stefano                         - Se non fosse per voi, veramente ritirerei la commedia. A voi sola debbo del riguardo, perché... la commedia... l'ho scritta per voi.

Dariella                         – (fredda) Grazie.

Stefano                         - Non voi dovete ringraziare me; ma io voi. Non vorrei essere così agitato, in questo momento, per dirvi che... vi considero, come dire?, la mia ispiratrice. Del resto, voi lo sapete.

Dariella                         - (sorridendo) Per la verità, non lo sapevo; ma... dal momento che me lo dite...

 Stefano                        - (la guarda) Vi dispiace?

Dariella                         - (sempre sorridendo; ma fredda) No. Anzi... Fa sempre piacere essere l'ispiratrice di un poeta... sia pure involontaria...

Stefano                         - (amaro) Già! Involontaria... (Una pausa; poi, nervosamente) Ma dove si sarà cacciato Moncalvo? Almeno se venisse lui... (Rumori nell’interno, dominati dalla voce di Ciprano).

Cipriano                        - (dall’interno) E da oggi in poi vorrò pro­vare soltanto alla presenza del direttore, e basta!

Dariella                         - Ma che succede? (Esce per la destra).

Stefano                         - (fra sé) Non s'è mai vista tanta ostinazione e tanta presunzione!

Learco                           - (rientrando dalia destra) Ah, che tempi! che tempi, benedetto Iddio! (E poi, a Stefano, come per di­fendere Cipriano) «La verità                                                          - (è che bisognerebbe non farsi prendere dai nervi, signor Ventura.

Stefano                         - Ma bisognerebbe anche saper recitare, quando si fa l'attore, signor Viale.

Learco                           - Tutti possiamo sbagliare.

Stefano                         - E voi, perché non sbagliate? La signorina Alga perché non sbaglia?

Learco                           - Vi ringrazio del complimento, anche a nome della signorina Alga; ma volevo dire che c'è modo e modo. Io non ho seguito l'incidente dal principio perché ero in camerino e mi stavo truccando - e anche perché- (con sdegnata amarezza) io penso a fare il mio dovere e... i capricci degli uomini, alla larga! Ma sarà stata la solita famosa battuta ad accendere gli animi. Una battuta, bisogna riconoscerlo, non facile. (Ripetendo la battuta) «Sì, ti capisco; Ima è la prima volta che tu...».

Stefano                         - Ecco: la sapete tutti a memoria, tanto ne abbiamo parlato!

Learco                           - Bisogna non suggestionare gli attori, caro si­gnor Ventura; specialmente quando sono ancora giovani. Voi, forse, avete un po' suggestionato il mio collega Rosso; il quale, d'altra parte, debbo dirlo a onor del vero, non è stato aiutato abbastanza dal signor Moncalvo. (Nomina Moncalvo con malcelato rancore) Il signor Moncalvo, come direttore, avrebbe dovuto lui... (Dalla destra, come un fulmine, entra Paola Serembe, giovanis­sima, trincata anche lei per recitare una parte di ado­lescente).

Paola                             - (affannosamente) Oh, scusate! Toccava a me? Avete interrotto per me?

Stefano                         - (seccato, quasi fra se) Eccola qua! Ci man­cava l'« enfant-prodige »!

Paola                             - (recitando, come se veramente toccasse a lei, e rivolgendosi a Learco) Buona sera, signor zio! Sono stata dal confessore. Gli ho detto che ti ho rubato cento lire e che tu hai accusato la cameriera. Allora il con­fessore m'ha detto che non mi dà l'assoluzione se io non salvo l'innocente accusata per colpa mia ».

Learco                           - Ma no, ma no!

Paola                             - Non va bene così?

Learco                           - Sì, va bene! Ma io adesso stavo parlando col signor Ventura.

Paola                             - Ah, capisco. Scusate. Credevo che toccasse a me. Siccome l'altra volta, quando ho fatto scena vuota, il signor Moncalvo Mi ha messo una multa...

Stefano                         - (con rabbiosa amarezza) Oh, questo peri­colo oggi non c'è, perché il signor Moncalvo è assente... (Poi a Learco) Anche il signor Moncalvo l'ho suggestio­nato io perché alla prova generale abbandoni gli attori al loro destino?

Learco                           - Parola non ci appulcro. (Poi, pentito) Ho sentito dire, per la verità, Che il signor Moncalvo è usci­to un momento, chiamato d'urgenza... (Si ode improvvi­samente, dall'interno di destra, la voce di Mario Mon­calvo, direttore della Compagnia).

Mario                            - (dall’interno, chiamando) Sandri!

Leahco                          - Eccolo. (Allude a Mario e si ritira in fretta dalla sinistra per non incontrarlo).

Mario                            - (sempre dall'interno) Ma dov'è Sandri? (En­tra, guarda Stefano e Paola) Be'? Ch'è successo?

Paola                             - (comica, facendo Fatto di ritirarsi) Scusate, signor Moncalvo.

Mario                            - (meravigliato) Scusate, che cosa?

Paola                             - (impappinandosi) Credevo che toccasse a me... e invece non tocca a me... e allora...

Mario                            - (guardando ancora Stefano, poi il sipario, poi il suggeritore) E' già finito il secondo atto?

Il Suggeritore                - (dalla buca) No, signor Moncalvo. Abbiamo interrotto.

Mario                            - E perché?

Stefano                         - (nervoso ma riguardoso) E' successo un incidente spiacevole, caro Moncalvo.

Mario                            - Cioè?

Stefano                         - Eravamo arrivati a quella famosa battuta; il signor Rosso aveva cominciato a dirla come al solito...

Mario                            - (che ha capito, a Paola) Signorina, voi po­tete andare.

Paola                             - (timidissima) Posso andar via... a casa?... de­finitivamente?

Mario                            - Per l'arte drammatica sarebbe una fortuna.

Paola                             - (prorompendo in un pianto esagerato) Signor Moncalvo, voi forse non siete contento di me?

Mario                            - No.

Paola                             - Ma io imparerò.

Mario                            - A fare che cosa?

Paola                             - A recitare.

Mario                            - Non credo. (Paola, piangendo dirottamente, esce per la sinistra. Si odono dall'interno voci che la con­solano. Mario, nell’udire quelle voci, grida energicamente) Silenzio! (E poi, quando il silenzio si è ristabilito, a Stefano) Io vi chiedo scusa, «aro Ventura. Mi son do­vuto allontanare improvvisamente perché... (Si ferma; poi con altro tono) Be', insomma, vediamo un poco. (Chiama) Signorina Alga, signor Rosso! (Rientrano dalla destra Dariella e Cipriano. Mario, rivolgendosi a loro, continua) Chiedo scusa anche a voi della mia assenza; ma... (Si ferma nuovamente, rannuvolandosi; poi, con altro tono) Dove eravate arrivati?

Cipriano                        - (umile) Riconosco che è colpa mia; ma non riesco a far meglio, ecco.

Mario                            - (cordiale, incoraggiante) Ma no, ma no! Fa­rete benissimo, caro Rosso. Un po' di pazienza. Si tratta di semplicità, dopo tutto. A quel punto vi viene meno la facoltà di essere semplice. Forse dipenderà dalle pa­role... (guarda St0fano) scusate... un poco letterarie... (Sorride) Il teatro è nemico della letteratura. Anche per questo, i cosiddetti letterati sono nemici del teatro. Ve­diamo. Mi provo io, a dire quella battuta. Va bene?

Cipriano                        - (con un gesto pieno di umiltà e di assenso) Prego. (Si inette di lato, per ascoltare).

Dariella                         - (riprendendo la posizione che aveva nella scena recitata) Dove volete che attacchi? (Stefano si mette in un angolo del fondo).

Mario                            - (a Dariella) Dove vi piace. Un paio di bat­tute prima. (Poi a Stefano, sorridendo) Non vorrei de­ludervi anch'io, adesso...

Stefano                         - Oh! (Come per dire: «.Non è possibile »).

Mario                            - Eppure, una volta, quando recitavo, mi ca­pitò. (Si rannuvola nuovamente; fa distrattamente un ge­sto con la mano, come per cacciar via un ricordo dolo­roso; si ferma a guardare nel vuoto. Una pausa).

Il Suggeritore                - (dalla buca) Attacco a pagina 44?

Mario                            - (distratto) Come? (E poi, riprendendosi) Ah, sì, scusate. (Poi, come fra se) E' curioso che oggi... mi distraggo così facilmente... (Sospira) Be', pazienza. Prego, signorina.

Dariella                         - (chinandosi verso il suggeritore) Dove at­tacchi?

Il Suggeritore                - (dalla buca) «Ho piacere che tu non abbia più la forza di ridere... ».

Dariella                         - No. E' meglio prima... (e poi, a Mario) se permettete.

Mario                            - Prego!

Dariella                         - (indicando l'attacco al suggeritore) « Fu una vera « via crucis ». (Poi, a Mario) Va bene?

Mario                            - Benissimo.

Dariella                         - (recitando) Fu una vera «via crucis»...

Mario                            - (recitando anche lui) E poi?

Dariella                         - Poi, alla Chiesa del Gesù, trovò un peni­tenziere il quale, finalmente... (Una lunga pausa; poi) Ho piacere che tu non abbia più la forza di ridere. Vuol dire che mi capisci.

Mario                            - (prendendole le mani) Sì, ti capisco. Ma è la prima volta che tu mi parli così. Credevo che certi problemi dello spirito e della coscienza non ti apparte­nessero. Tu, dunque, pensi a queste cose? (Le lascia le mani, l'abbraccia) Abbiamo vissuto tanto tempo vicini senza capirci, forse senza vederci. E ora che ci vediamo... Mi ricordo che quando tu mi dicesti di amarmi, ebbi l'impressione che tutto mi sorridesse intorno. Il sole scese nella mia anima, mi fere credere per la prima volta a Dio. Ora. come può essere che attraverso le tue parole Dio mi rimproveri? Come può essere che l'a­marti e l'essere amato da te sia un peccato indegno di perdono? Che l'amore sia un sentimento divino e infame nello stesso tempo? Eppure è così. Tu e io abbiamo la stessa paura... E vogliamo essere spietati? Vogliamo dire tutto fino in fondo? Tu non ti confessi e io non mi confesserei non per non umiliarci dinanzi all'interprete della legge di Dio, ma per il timore di sentirci dire che potremmo essere perdonati ' solo a patto di rinunziare... Rinunziare io a te, tu a me, per sempre. Ed è mai possibile questo? No, no! (Le si av­vicina, l'abbraccia) Dimmi che non è possibile. Dimmi che l'amore può essere sempre perdonalo. Dimmi che mi ami come ti amo io... (Un lieve, lapido, ma vero turbamento serpeggia, come inatteso, nell'abbraccio dei due attori. Mario se ne accorge, si allontana, dice subito sorridente) Va bene così, Ventura?

Stefano                         - Benissimo.

Mario                            - (ride) Sarebbe un bel fatto che all'età mia potessi ancora fare le parti d'amore!

Dariella                         - (turbatissima) E perché no?

Mario                            - (sempre ridendo) Grazie! Ma... (E poi a Cipriano, con altro tono) Sono sicuro, Rosso che voi farete molto meglio di me.

Cipriano                        - Non credo...

Mario                            - Forse perché sono parti - scusate, Ventura un po' all'antica. Per lo meno, dicono che l'amore, ades­co, si esprima in altro modo; e voi, Rosso, siete gio­vane... Be', facciamo una cosa. Rimandiamo la prova a domani. Tanto, la commedia domani non può andare.

Stefano                         - Perché?

Mario                            - (cercando le parole) E' un piacere che ho chiesto io - che ho dovuto chiedere io alla direzione del teatro... Domani sarò fuori... Mi dispiacerebbe non essere presente. Non è mia abitudine mancare alle prime. Vuol dire che domani farete ancora una replica del lavoro di stasera.

Stefano                         - Del resto, forse è meglio.

Mario                            - Ma sì. E' meglio. Rosso avrà tutto il tempo di ripensarci... (Affettuoso) Vero, Rosso? Su, su, abbiate fiducia. E andate. E dite, per favore, a Sandri, che per oggi metta in libertà gli attori.

Cipriano                        - Grazie. Buongiorno.

Mario                            - Anzi, ditegli che desidero vederli, gli attori, prima che vadano via.

Cipriano                        - Va bene. Con permesso. (Esce per In destra).

Dariella                         - (a Mario) Allora, a più tardi, signor Moncalvo.

Mario                            - A più tardi, signorina. (Dariella esce per la sinistra).

Stefano                         - Debbo fermarmi anch'io?

Mario                            - No; anzi! Forse è meglio che voi non ci siate. Parlerò da solo agli attori.

Il Suggeritore                - (dalla buca) Avete bisogno di me, signor Moncalvo?

Mario                            - (al suggeritore) Arrivederci.

Il Suggeritore                - Buongiorno.

Mario                            - (parlando al suggeritore che esce per il di sotto del palcoscenico) E state attento a non farvi male come l'altra volta. (Poi a Stefano, spiegando) L'altra volta ha inciampato in un gradino del sottopalco e per poco non mi si è messo a letto per una ventina di giorni. Francamente, non vorrei essere costretto a sostituirlo io... (Ride) Che volete, caro Ventura? Quest'anno la Compagnia non è quella che io m'aspettavo. Non ho nemmeno un aiuto del suggeritore... E, quanto a quel Rosso, è un giovine che... si farà, si farà... Biso­gna aver pazienza.

 

Stefano                         - Che cosa ve ne pare, adesso, della mia commedia?

Mario                            - Oddio! E’ una commedia ben fatta, inte­ressante. Ma... le commedie son cocomeri, si diceva una volta. Vedremo. Prima che in teatro ci sia il pubblico, nessuno può dir niente.

Stefano                         - L'essenziale, per me, è che venga fuori, evidente, il problema che si agita nella mia commedia: il problema della coscienza. In senso morale, naturalmente, non in senso psicologico o metafisico.

Mario                            - (nuovamente oscurandosi) Capisco.

Stefano                         - I protagonisti della mia commedia, inna­moratissimi l'uno dell'altro, a un certo momento sono portati, dal risvegliarsi della coscienza, a valutare mo­ralmente i loro sentimenti amorosi, la loro passione; e da questa valutazione nasce il conflitto, nasce il dram­ma... Non mi seguite?

Mario                            - (distratto, pensieroso) Sì. sì, vi seguo.

Stefano                         - Il dramma dei miei protagonisti tanto più è grave e profondo, quanto più è di natura religiosa. Non è tanto la paura del giudizio del mondo che li pre­occupa, quanto la paura del giudizio divino».

Mario                            - (quasi macchinalmente, riprendendo il tono dell'interlocutore) La paura di Dio. (Improvvisa­mente dalla sinistra entra Emma Tebaldi, donna di una quarantina d'anni, che fu bella e elegantissima ma che ora le sofferenze spirituali e il vizio del bere hanno ridotto in uno strano disordine della persona e dei vestiti. Ella parla sempre come se fosse un po' ubriaca, un po' svanita).

Emma                            - Mario!

Mario                            - (sobbalzando) Emma! (E poi, con ira) Ma perché sei venuta qui?

Emma                            - Mi ero dimenticata di dirti una cosa.

Mario                            - (irritatissimo) Ma non qui! In camerino! Va', aspettami in camerino!

Stefano                         - (stimando inopportuna la propria presenza) Prego, prego. Io vado. A domani. (Esce, rapido, senza che Mario e Emma se ne accorgano).

Emma                            - No, in camerino no. Tu sai che i camerini mi fanno impressione.»

Mario                            - (seccato e imbarazzato, mentre ella parla, corre verso la destra, dice nell'interno) Sandri! Sandri! Dite agli attori che possono andare. Non voglio vedere nessuno.

Emma                            - (sedendo su una poltrona) Qua è meglio. In palcoscenico. Mi sembrerà di recitare. Ti ricordi che io volevo recitare e tu non hai voluto?

Mario                            - (chiudendo le porte) Ti avevo proibito di venire qui!

Emma                            - (con un sorriso quasi da ebete) Chiodi le porte come se fossero porte vere (Ride).

Mario                            - A quest'ora tu dovevi essere già partita. Perché non sei partita?

Emma                            - Ti ricordi quella sera che m'hai fatto lare una particina di cameriera?

Mario                            - Avanti! Sbrigati. Che cosa vuoi?

Emma                            - (dolorosamente) Non trattarmi così! Lo so, che non mi ami più. Tu non mi ami più; ma io ti amo ancora. Io ti ho sempre amato. Ti sono stata fedele. Anche quando ero giovane e bella, ti sono stata fedele.

 

Mario                            - (disperato) Insomma, dimmi: dimmi che «osa vuoi. Non ho tempo da perdere. E poi tu sai be­nissimo che nella mia Compagnia.»

Emma                            - C'è Learco Viale. Lo so.

Mario                            - Ecco! E, dal momento che lo sai, dimmi se è il caso che tu ti faccia vedere da lui!

Emma                            - Solo a lui sono stata infedele. Per te. Ma io non ho rimorsi perché ti amavo.

Mario                            - (seccato) E' un milione di volte che sento dire la stessa cosa. Non ne posso più.

Emma                            - Eppure ci siamo rivisti dopo dieci anni, per un quarto d'ora solo, poco fa...

Mario                            - E in questo quarto d'ora hai trovato il modo di dirmi un milione di volte la stessa cosa! Ora ti do­mando se non ti pare ridicolo che dopo tanti anni, all'età nostra, si parli ancora di amore, di non amore, di fedeltà, d'infedeltà, e del diavolo che si porti tutta questa zavorra di letteratura! Io, perfino, non reciterei più, per sfug­gire alla letteratura! Figuriamoci se debba tollerarla an­che nella vita!

Emma                            - Mi dispiace che tu t'arrabbi, perché può farti male. Ma quanto tu t'arrabbi, mi ricordo dei tempi che l'arrabbiarti ti rendeva più bello... (Una pausa. Mario fa segni d'impazienza e di esasperazione. Poi Emma ri­prende) Per fare così, intanto, mi fai dimenticare delle cose essenziali. Ti dovevo dire che nostra figlia... (Pro­fondo turbamento e stupore di Mario, al ricordo. Emma se ne accorge, lo guarda) Ecco: vedi: te n'eri dimenticato anche tu...

Mario                            - (con un nervosismo che vuol nascondere il suo turbamento) Io non me ne sono mai dimenticato. Ho sempre provveduto alla sua vita, come alla tua.

Emma                            - E credi che basti?

Mario                            - (colpito dalla domanda; ma riprendendo subito il tono di prima) Basterebbe, se tu facessi una vita più normale; se, invece di riempirti di alcool, ti met­tessi in grado di farla vivere con te, in casa tua; e non in un collegio lontano, dove a diciassette anni corre il pericolo di ammuffire.

Emma                            - (piagnucolando in maniera pietosa e comica) Sei tu che non hai voluto farla vivere come me. Né con me, né con te...

Mario                            - Con te, a imparare il vizio del bere? Con me, a fare vita randagia in mezzo a gente che avrebbe potuto deviarla? Meglio sorvolare questa discussione pe­nosa, cara Emma. (Una pausa; poi con altro tono) Del resto mi ripromettevo di andarla a trovare proprio do­mani. (Un'altra pausa) Avevi da dirmi qualche cosa di lei?

Emma                            - Sì, questo: che ti voleva vedere.

Mario                            - Ebbene, la vedrò. Adesso, vattene. E' tardi. (Guarda l’orologio) Non c'è che mezz'ora per il tuo treno. (Va alla destra, apre la porta, parla nell'interno) Sandri! sono andati via gli attori?

Voce dall'interno          - Ancora non tutti, signor Moncalvo.

Mario                            - (a Emma, sottovoce) Allora vieni, esci da quest'altra parte. (Indica la destra).

Emma                            - (alzandosi) Quando ti rivedrò?

Mario                            - (stringendosi nelle spalle) Non so, adesso. Te Io farò sapere.

Emma                            - Io ti amo sempre, Mario.

Mario                            - (seccato) E amami! L'essenziale è non farmi più di queste sorprese. (Poi, parlando nell'interno) Sandri, accompagnate la signora all'ingresso del teatro. (Fa un passo indietro, perché improvvisamente sulla destra è apparso Learco Viale, il quale non ha più i baffi che si era messi per la prova) Oh, voi!

Learco                           - Chiedo scusa. Volevo dirvi, signor Moncalvo... (Parlando, ha visto Emma, l'ha riconosciuta).

Mario                            - (imbarazzato; ma dominandosi) Prego, prego. Dite. (Gli fa cenno di entrare. Learco entra, fissando Emma, che, rapida, senza alzare gli occhi; varca la so­glia, se ne va. Una pausa piena d'imbarazzo. Poi Mario dice a Learco) Dicevate, caro Viale?

Learco                           - (penosamente assente) Non ricordo. Scusate.

Mario                            - (dopo averlo guardato) Del resto, meglio non ricordare, caro Viale. Gli anni sono passati non meno per voi che per me... e, come avrete visto (accennando a Emma) anche per lei. Se fra me e voi ci fosse ancora quella donna, come era allora... chi sa... forse... forse varrebbe la pena che voi mi odiaste. Ma quella donna, oramai, è un'ombra... non soltanto dentro di me... (Una pausa) Io, certo, ho il torto di non avervi mai chiesto scusa esplicitamente, come faccio ora. Ma non è stato per mancanza di contrizione o di umiltà. Contrito e umile  voi lo sapete - mi sono sempre mostrato' a voi nei nostri rapporti artistici, che per fortuna non si sono interrotti mai... Non vi pare tempo che come uomo io possa chiedervi finalmente l'onore di stringervi la mano?

Learco                           - (come se le parole di Mario non fossero state rivolte a lui) Volevo chiedervi il permesso, signor Moncalvo, di non mettermi i baffi per la novità di Ventura. Con i baffi finti recito sempre a disagio, certamente peggio di quanto io non sappia...

Mario                            - (ritirando la mano, con un sorriso allusivo tra amaro e ironico) Voi recitate sempre molto bene, signor Viale. Con i baffi e senza. Comunque... (Allarga le braccia in segno di assenso).

Learco                           - Grazie. Buona sera. (Esce per la destra. Mario lo segue con lo sguardo e rimane profondamente colpito dall'orgoglio di lui. Dalla sinistra entra Dariella, pronta per uscire).

Dariella                         - Allora domani si prova senza di voi, signor Moncalvo?

Mario                            - Come?

Dariella                         - Volevo dire che provare senza di voi è quasi inutile. Meglio rifare la prova generale dopo­domani nel pomeriggio, prima della recita.

Mario                            - No, no. Bisogna provare anche domani. Non ci sarò io ma ci sarà l'autore; dunque...

Dariella---------------- - Lo dicevo, perché avrei ancora qualche cosa da fare con la sarta. Ma., pazienza. Dal momento che lo ritenete utile, proveremo anche domani. (Fa l'atto di andare; si ferma) Però, vorrei permettermi di dirvi una cosa, signor Moncalvo.

 

Mario                            - Prego.

Dariella                         - (con imbarazzata civetteria) Se non fosse troppo tardi e se io fossi l'autore... vorrei che foste voi, a fare la parte di Andrea...

Mario                            - (dopo una breve riflessione, con un'alzata di spalle) Oh!

Dariella                         - Eppure io lo dico per due ragioni. Una ragione è obbiettiva, e riguarda le sorti della commedia. Capirete che con voi sarebbe tutta un'altra cosa. L'altra ragione, se permettete, è soggettiva, addirittura egoistica da parte mia. Io, con voi, reciterei molto meglio,

Mario                            - (sorridendo) Cara signorina! Credete che all'età mia si debba proprio aver perduto il senso del ridicolo?

Dariella                         - E in che cosa consisterebbe il ridicolo?

Mario                            - Ma andiamo! Io, in una parte giovanile?, in una parte d'amore?... Cedo, qualche volta, a questa... vanità, quando si tratta de' miei vecchi lavori; e Dio solo sa lo sforzo che mi costa... Ma in una commedia nuova! Per carità!

Dariella                         - Io potrei opporvi un argomento; che poi non è neanche mio ma vostro. Voi, oggi, alla prova, dopo aver detto - tanto bene - la famosa battuta del secondo atto, vi siete lasciato andare a una considerazione... per­fino un po' critica nei riguardi dell'autore. Avete detto: « sono parti un po' all'antica ». Potreste far conto, dun­que, che si tratti di un vecchio lavoro... Ma, in verità, qual è il vecchio e qual è il nuovo per voi? Quando voi recitate...

Mario                            - (interrompendola) Ma no, ma no! Buona sera, signorina!

Mariella                         - Allora mi permettete di dirvi un'altra cosa?

Mario                            - (con risolutezza, appena cortese) Dello stesso genere, no.

Dariella                         - Di un altro genere.

Mario                            - (come rassegnato) Sentiamo.

Dariella                         - (cercando le parole) Per la prima volta, oggi... giunta a quel punto della commedia... io... ho provato... un'emozione... quasi un brivido...

Mario                            - Rallegratevene con l'autore.

Dariella                         - E con voi no?

Mario                            - Con me?

Dariella                         - Io... l'ho provato... per voi... attraverso la vostra voce... nelle vostre braccia...

Mario                            - (la guarda; poi dopo un breve silenzio) Io ho compiuto i cinquant'anni, signorina. Da un pezzo. E già prima di compierli avevo provato uno strano pudore, quasi una vergogna delle parole e dei gesti dell'amore. (Si ferma, la guarda ancora) Vedete un poco a quale confessione mi trascinate! (Una pausa) Io non so se ad altri uomini della mia età sia successo quello ch'è suc­cesso a me. Improvvisamente, un giorno, guardandomi nello specchio, trovando nei miei capelli il primo filo bianco, mi sono sentito privato, come derubato, della mia facoltà di amare. Non della facoltà fisica o della facoltà spirituale, no. Non mi ero mai sentito fisicamente e spiritualmente, più forte di allora. Ma della facoltà di parlare dell'amore, di confessarlo, di professarlo. E' il mio piccolo dramma, che l'età inasprisce. Fra me e il lin­guaggio d'amore s'è creata una barriera. Io posso amare; e provo la paura di dirlo, come se fossi un timido. Io m'innamoro, non meno che a vent'anni, forse meglio che a vent'anni; e mi pare che un sorriso ironico, dall'ombra, accompagni i miei innamoramenti: « Che fai? E' tardi. Nessuno ti crede ». Ora voi capite che il mio dramma è complicato dalla mia professione. Sì, nella vita, io potrei anche essere un primo attore: non dico un primo attor giovine (sorride) ma insomma un primo attore. Ci sono tanti uomini con capelli grigi o senza capelli, con occhiali a stanghetta e con un po' di pin­guedine, che hanno successi amorosi, amanti alte e ma­gre, giovani donne di lusso, al cui fianco si pavoneggiano come guerrieri recanti il loro bottino... Ma, trasportati 6ulla scena cosi come sono, essi farebbero ridere, nes­suno li prenderebbe sul serio. E io sono un poco vittima di questa convenzione scenica, anche nella vita... forse anche perché s'è creata un po' di confusione fra la mia vita d'uomo e la mia vita d'attore. Vedete che vi ho parlato come attore e come uomo. Sono stato forse poco chiaro?

Dariella                         - Chiarissimo.

Mario                            - (sorride) Del resto, il caso ha voluto che io vi parlassi, come uomo, su un palcoscenico, perfino entro uno scenario già costruito... Il caso, se non unico, è piut­tosto raro... (Una pausa) Ma già, oggi, le tavole del pal­coscenico sono un poco avventurose per me. Poco fa vi è passato un mio vecchio dramma, un dramma vero...

Dariella                         - (dopo un brevissimo silenzio) Volete rac­contarmelo?

Mario                            - (come risvegliandosi da un sogno) No! (E poi cambiando subito discorso) Dove andate, adesso? Dalla sarta?

Dariella                         - Dovrei andare dal parrucchiere; ma non ne ho più voglia. Preferisco non uscire. Mi farò portare una piccola cena in camerino.

Mario                            - Allora... buon appetito!

Dariella                         - (si muove un poco, lentamente, meditando, poi ritorna sui suoi passi) Scusate. Un minuto fa, alla vostra domanda « sono stato chiaro? », io ho risposto «chiarissimo». E invece non è vero: non siete stato chiaro. Per lo meno, io non ho capito. Il fatto che voi evitiate le parti d'amore tanto sulla scena quanto nella vita... vi ha ridotto... alla solitudine?

Mario                            - Scusate anche voi. Ma adesso non capisco io.

Dariella                         - Voglio dire che... siete solo?... 'Non avete una donna?

Mario                            - L'ebbi. Passato remoto.

Dariella                         - E ora?

Mario                            - (guardandola, con malizia) A vent'anni, le donne si cercano. All'età mia, si aspettano.

Dariella                         - (ride) E... arrivano?

Mario                            - (sorridendo) Qualche volta... sì.

Dariella                         - E voi... le accogliete comunque siano?

Mario                            - Comunque, no. Bisogna che mi piacciano.

Dariella                         - E come debbono essere perché vi piac­ciano?

Mario                            - (improvvisamente serio) Sentite, Dariella. Io so qual'è la risposta che si dà alla vostra domanda. Il nostro è un dialogo che ho recitato tante volte... Ma oggi ho riveduto la donna per la quale tanti anni fa ho commesso... non so se qualche pazzia... ma certamente una scorrettezza. Una scorrettezza non solo nei riguardi dell'uomo al quale la portai via ma anche nei riguardi di lei perché io l'abbandonai quando era già madre. Ora io l'ho riveduta in un momento critico del mio spirito, attraverso una crisi di coscienza, alla quale forse la commedia che stiamo provando non è completamente estranea. E non mi sento la forza di ripetere un errore antico... sebbene non sia insensibile alla vostra grazia...

Dariella                         - Mi permettete di dirvi che non siete an­cora molto chiaro?

Mario                            - Ditemelo.. So te ne che sarei molto più chiaro se vi abbracciassi. Ma io vi indovino, seppure non vi conosca; e comprendo che per voi l'amore non può ridursi a un puro esercizio fisico.

Dariella                         - Vi chiedo la spiegazione di tre punti della vostra... confessione.

Mario                            - Ah, ah! Troppi!

Dariella                         - Voi 'dite di attraversare una crisi di coscienza. Quale?

Mario                            - Mi sono accorto - un po' tardi - che bisogna governare i propri sentimenti come si governa il pro­prio corpo; che abbandonarsi agl'impulsi come si può far da giovani è un errore e un peccato, da cui un pen­timento tardivo non sempre può salvare.

Dariella                         - Capisco. E perché la commedia che stiamo provando non è estranea alla vostra crisi di coscienza?

Mario                            - Perché si pone appunto di tali problemi, e l'arte sarebbe inutile se non c'illuminasse.

Dariella                         - E perché, infine, io sarei qui a tentarvi di ripetere quello che voi chiamate un errore antico?

Mario                            - Ve l’ho detto: perché quando ero giovane io portai via a un altro uomo la donna della quale mi ero innamorato.

Dariella                         - Allora ci sarebbe un altro uomo anche nella mia vita?

Mario                            - (reticente) Non lo so. Suppongo.

Dariella                         - E' curioso che voi ne siate informato meglio di me... Vi autorizzo a farne il nome.

Mario                            - (la guarda) Non vi siete accorta nemmeno di essere corteggiata?

Dariella                         - Sì. Genericamente. Da Stefano Ventura. Ma il mio spirito è lontano mille miglia dal suo.

Mario                            - (dopo un breve silenzio) Ho capito. Vi cre­do. (Una pausa. Nel silenzio, improvvisamente, si odono alcuni colpi di martello dei macchinisti del teatro. Ma­rio, ch'era distratto, sobbalzando, chiede) Che c'è?

Dariella                         - Sono i macchinisti che levano la scena. (E poi, con intenzione) Ci mandano via... Insieme...

Mario                            - Dal momento che i macchinisti vogliono così... Andiamo. (Sorridendo, si avvia con Mariella, mentre i macchinisti incominciano a levare la scena).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

 (Una camera d'albergo molto elegante, tipo salotto, con due porte laterali e un'alcova nel fondo. Una grande tenda di velluto divide l’alcova dal salotto; nel quale è - fra gli altri mobili propri dell'ambiente  un tavo­lino. Sul tavolino, l'occorrènte per scrivere, qualche libro e molti copioni di commedie. Ore sei di un pome­riggio autunnale. Quando si alza la tela, la scena è al buio) .

Dariella                         - (entra dalla sinistra, gira l'interruttore della luce, butta la borsetta e il cappellino su una poltrona, ai leva il mantello, poi cade a sedere, stanchissima) Una prova massacrante, quella di oggi.

Mario                            - (che è entrato dopo di lei, getta un copione sul tavolino, poi lo riprende, poi lo rigetta sul tavolino, dicendo) Lo lascio qua. (E si avvia verso la porta di destra).

Darieixa                        - Però, cinque ore di prova sono troppe.

Mario                            - (che è arrivato alla porta di destra, fa l'atto di aprirla ma si accorge che è chiusa a chiave dall'altra parte, e dice ironicamente) Ah! bene! (Ritorna sui suoi passi per uscire dalla sinistra).

Darieixa                        - Esci subito?

Mario                            - No, vado in camera mia. Quella sciocca della cameriera ha chiuso a chiave dall'altra parte

Darieixa                        - Allora non esci?

Mario                            - Uscirò più tardi. Voglio riguardare quella scena. (Esce per la sinistra. Subito dopo si sente bus­sare alla porta di sinistra).

Darieixa                        - Avanti. (Entra un cameriere dell'albergo, che reca «re vassoio con tè e cognac).

Il Cameriere                  - Buona sera. (Mette il vassoio su un tavolinetto, che avvicina alla poltrona dov'è seduta Dariella; poi saluta nuovamente) Buona sera. (Ma, quan­do è arrivato alla porta di sinistra per uscire, si ferma) Mi dimenticavo, signorina, di dirvi a nome del signor direttore dell'albergo, che più tardi avrete un piccolo fastidio in questa camera.

Dariella                         - Cioè?

Il Cameriere                  - In questa camera sarà fatto un so­pralluogo della giustizia.

Dariella                         - Un sopraluogo della giustizia?

Il Cameriere                  - Non per voi, si capisce. Ma un anno fa, appunto in questa camera, avvenne un fatto incre­scioso... Una signora... maritata... si trovò qui... non so se per caso... con un signore che non era suo marito... e... come dire?... fu fatta segno a un colpo d'arma da fuoco da parte del marito, che, per caso, abitava nella camera attigua,  (accenna alla camera di destra).

Dariella                         - (con un brivido) Oh, perbacco! E non po­tevate darmi un'altra camera?

Il Cameriere                  - L'avete scelta voi, questa camera, signorina. Del resto, è la più bella della casa; e tutto li è stato cambiato, da allora: perfino la tappezzeria. Ma non bisogna spaventarsi per questo. Tutte le camere d'albergo hanno una loro storia, e basta passarvi con la coscienza tranquilla per non avvertirne né i ricordi nè i sentori. Debbo dirvi, a ogni modo, che quella signora non morì qua dentro. Morì in una clinica, molti giorni dopo... forse innocente.

Dariella                         - E perché questo sopraluogo, stasera?

Il Cameriere                  - Si sta facendo il processo, in Corte d'Assise. Stamane, appunto, la difesa ha chiesto un so­praluogo e la Corte ha accolto la richiesta. Il sopra-luogo dev'essere fatto proprio nell'ora in cui avvenne-. l'increscioso incidente.

Dariella                         - E' una bella seccatura!

Il Cameriere                  - Una seccatura di qualche minuto, signorina. Vogliate scusare. Buona sera. (Esce per la sini­stra. Si sente girare una chiave nella toppa della porta di destra; e per la destra rientra Mario, che s'è levato il cappello e il soprabito. La porta rimane aperta).

Dariella                         - (a Mario) Prendi il tè?

Mario                            - (andando a sedere al tavolino) No, grazie.

Dariella                         - (servendosi il tè) Sai che fra poco avremo una visita della giustizia?

Mario                            - (che stava aprendo il copione, fermandosi) -Della giustizia?

Dariella                         - Già. Pare che ci debba essere un sopralluogo per un fatto accaduto in questa camera un anno fa.

Mario                            - Che fatto?

Dariella                         - Non so... Una signora ferita dal marito...

Mario                            - (aprendo il copione) Ah! C'è ancora qualche marito che ferisce?  (Si mette a leggere).

Dariella                         - Non ti fa impressione?

Mario                            - A me, no. (Una lunga pausa; poi, battendo un dito sulla pagina del copione) Vedi dov'è il punto. L'interesse della commedia cala qui. E' inutile che poi Ventura se la prenda col solito Rosso. L'altra volta, magari, aveva ragione. Ma adesso... Non si possono vi­vificare le parole che non hanno vita. O la vita è nelle parole, o l'attore non può soffiarvela dentro.

Dakiella                         - (bevendo il tè) Lascialo stare, adesso, quel copione!

Mario                            - E' perché voglio vedere, capisci?, se la mia osservazione sia giusta. Non è la prima commedia che leggo su questo argomento. Capisco che c'è modo e modo di trattarlo. Ma Ventura non avrà creduto di scoprire il mondo. C'era più novità, in un certo senso, nel problema della coscienza, di cui si occupò nell'al­tra commedia.

Dariella                         - In quella che ci fu galeotta come il libro di Paolo e Francesca? (Ride).

Mario                            - (dopo averla guardata) Oltre tutto, quello era un problema importante; e anche difficile da trat­tare, almeno sul teatro, dove le cose che si sentono bisogna dirle, qualche volta, anche quando sono segrete, e gelose, e nascoste dal pudore di chi le prova.

Dariella                         - Fu per quel caso di coscienza che tu pretendesti da me la confessione di essere libera... (Ha detto queste parole con un tono mezzo falso che induce nuovamente Mario a guardarla).

Mario                            - (dopo averla guardata nuovamente) Qua, in­vece, è la questione del tradimento: vecchia storia. Le cause del tradimento sono tantissime. E che tradisca la moglie, si capisce almeno in molti casi; che tradisca l'a­mante, per un uomo più ricco o più potente o più bravo o più giovane, «i capisce anche. Ma questa donna che tradisce così, per tradire, senza che vincoli di alcuna Datura la leghino all'uomo, con la possibilità più ampia di dire al proprio uomo « non ti amo più », deve pur dire qualche cosa d'importante per farsi comprendere, per farsi credere. Non ti pare?

Dariella                         - (falsa) Certo.

Mario                            - E' come se tu tradissi me. Ecco. Tu puoi abbandonarmi, non tradirmi. Puoi venire un giorno da ne e dirmi: «Ho sbagliato, mi sono pentita, non ti voglio più bene » ; perché tu non sei mia moglie, non ti aspetti da me né gloria né denaro; non hai bisogno di ricorrere né alla menzogna né all'ipocrisia. Non ti pare? (Una pausa) O c'è un'altra ragione per cui la donna tradisce, e io non la conosco?

Dariella                         - Lui, forse, crede che ci sia.

Mario                            - Lui, chi?

Dariella                         - Ventura.

Mario                            - Ma nella sua commedia non lo dice! Ecco il punto morto della commedia; ecco dove io dico che l'interesse cala. (Una pausa) Scusa se io faccio ancora il paragone fra me e te. Io ero, in un certo senso, tran­quillo. L'età, la mia crisi di coscienza, il mio timore del ridicolo e tutti quegli altri sentimenti di cui ti ho parlato mi tenevano lontano dal tentare una donna come te, che pure mi piaceva...

Dariella                         - (interrompendolo) Ti piaceva? (Poggia sul tempo del verbo).

Mario                            - Lascia andare, adesso, il tempo dei verbi; fammi finire...

Dariella                         - (interrompendolo ancora) Perché? II tempo dei verbi, per te, non ha importanza?

Mario                            - Fammi finire, scusa. Io ero tranquillo; vo­glio dire me ne stavo per i fatti miei. Me ne stavo per i fatti miei fino al punto che la tua prima «avance » ... come dire in italiano?... la tua prima proposta - ma non è esatto - mi lasciò perplesso, anche perché io ti pensavo impegnata, legata a qualcun altro. Ora che ragione ci sarebbe che tu, libera come sei di disporre di te stessa, mi facessi fare la figura del...

Dariella                         - Allora se io ti dicessi di non amarti più, tn accetteresti la mia dichiarazione senza protestare?

Mario                            - (la guarda nuovamente) Che c'entra! Ora non stiamo parlando di me, stiamo parlando di te.

Dariella                         - Ma tu perché non rispondi alle mie do­mande?

Mario                            - Che c'entrano le mie risposte? Centrano le  tue. Il processo è fatto alla donna, in questo momento; non all"uomo.

Dariella                         - Ma le risposte dell'uomo hanno la loro importanza.

Mario                            - Perché?

Dariella                         - Perché può darsi, per esempio, che l'uomo, nel caso che tu dici, soffra del tradimento della donna, e la donna preferisca tradirlo...

Mario                            - (interrompendo) Per non farlo soffrire? Ah, be'! (Si alza; ci ripensa) Intanto cominciamo col dire che desiderare di non far soffrire un uomo è già volergli un po' di bene. E tradire la persona alla quale si vuol bene non dovrebbe essere 'facile, o lecito. Ma io facevo il caso, più semplice, della donna che tradisce l'uomo perché non gli vuole più bene, e che non ha doveri di sorta verso di lui; come te, appunto, nei rapporti con me, perché io non sono tuo marito, non ti dò da vivere, non ho possibilità di migliorare la tua carriera. Che bi­sogno ci sarebbe che tu mi tradissi, invece di [salutarmi e andartene per la tua strada?

Dariella                         - Scusa; ma debbo ripetere la mia do­manda. Tu soffriresti di questo?

Mario                            - (irritato) Non c'entra, ti dico! Che io soffra o non soffra non ti riguarda. Perché, se ti riguardasse, vorrebbe dire che tu mi vuoi ancora bene, e tradire la persona a cui si vuole bene è un non senso.

Dariella                         - Tu continui a dire « voler bene », invece di « amare », che sono due cose diverse. Io posso voler bene a un uomo, e tuttavia tradirlo, in senso amoroso. E tradirlo perfino se lo amo. Ma, che gli voglia bene o lo ami, è sempre importante per me, nello stabilire la mia condotta, sapere se egli soffrirebbe del mio con­gedo. Perché se egli non ne soffre, io posso dirgli tran­quillamente addio; ma se egli ne soffre, può darsi che io preferisca non dirglielo. (Una pausa) Rispondi: tu ne soffriresti?

Mario                            - (dopo un breve silenzio) Non ci siamo intesi.

Dariella                         - Non ci siamo intesi, perché tu non vuoi rispondere alla mia domanda. La tua risposta è impor­tantissima. Se tu ne soffri, io posso ricorrere al tradi­mento sia per non darti un dispiacere, sia perché ho paura - mettiamo - delle reazioni della tua sofferenza.

Mario                            - Che paura? Che reazioni?

Dariella                         - Paura - mettiamo - di essere uccisa. Perché la tua sofferenza - mettiamo - può trascinarti al de­litto. Chi ti dice, per esempio, che la moglie uccisa in questa camera un anno fa non trovasse la forza di con­fessarsi disinnamorata del marito, non tanto per riguardo ai suoi doveri legali quanto' per paura di quelle con­seguenze che poi realmente si avverarono? (Una pausa) Ma è curioso che tu, intanto, alla mia domanda non vuoi rispondere...

Mario                            - (ritorna al tavolino, riprende il copione) Sarà; ma io credo che a questo punto ci vorrebbe un» battuta esplicativa.

Dariella                         - Allora non mi rispondi?

Mario                            - Che cosa ti debbo rispondere?

Dariella                         - Mah! Se non te ne ricordi...

Mario                            - Non capisco la tua insistenza.

Dariella                         - Eppure in tutti questi mesi non mi hai detto una sola volta se mi «mi.

Mario                            - (alzando le spalle) Non stiamo mica reci­tando una commedia...

Dariella                         - Dovrei pensare che non mi ami.

Mario                            - (ride, soddisfatto).

Dariella                         - E perché ridi?

Mario                            - Che cosa vuoi che faccia?  (Un'altra pausa).

Dariella                         - Che hai deciso allora? Non esci?

Mario                            - Più tardi. Adesso vorrei parlare con Ven­tura. (Guarda l'orologio) Tanto, mia figlia non è ancora venuta.

Dariella                         - Io vado un momento dalla sarta. (Si ri­mette il cappello e il mantello).

Mario                            - A che ora torni?

Dariella                         - Presto, credo. Ti ritroverò?

Mario                            - Adesso che scendi, se vedi Ventura, digli che salga da me.

Dariella                         - Telefonagli...

Mario                            - Telefonagli tu, per piacere,

Dariella                         - (al telefono) Il signor Ventura. (Una pausa) Pronto? Sono la signorina Alga. Moncalvo desi­dera vedervi. No, è qui, in camera mia. (Ascolta; poi de­pone il microfono e dice) In questo momento dice che non può. Fra poco. (Gli passa sulle labbra il dorso della propria mano perché egli lo baci) A più tardi. (Immerso nella lettura, Mario non risponde. Dariella esce per la sinistra. Poco dopo, dall'interno di destra si ode la voce di Roberta, figlia di Mario, diciassettenne, vivida).

Roberta                         - (dall'interno di destra) Papà!

Mario                            - Vieni, Roberta.

Roberta                         - (entra per la porta di destra, ch'è aperta) Papà, è la seconda volta che ti trovo nella camera della signorina Alga invece che nella tua!

Mario                            - Sto lavorando.

Roberta                         - E perché lavori nella camera della signo­rina Alga?

Mario                            - Perché si tratta, in fondo, di un lavoro co­mune a me e a lei; e allora, capisci?, per non perdere tempo...

Roberta                         - Ah, per questo?

Mario                            - Naturalmente. (Ma, quando ha giù risposto, la guarda; e poi) Per che altro, se no?

Roberta                         - Oh, per niente, scusa. Del resto, anche se fosse per altro...

Mario                            - Be'! Che vuol dire?

Roberta                         - Niente.

Mario                            - Per che altro potrebbe essere, secondo te?

Roberta                         - (ride) Papà! Ma che credi! Che me ne meraviglierei?

Mario                            - (un po' irritato) Di che cosa?

Roberta                         - Non ho mai pensato che tu fossi tanto vec­chio da...

Mario                            - Ma che dici, Roberta?

Roberta                         - (ride ancora) Dico che ho diciassette anni, papà. O tu mi credi ancora una bambina? Tu sei solo; diviso dalla mamma; dunque...

Mario                            - (meravigliato e turbato) Oh, guarda guarda! (Si alza; cammina un poco per la stanza).

Roberta                         - (che lo ha seguito con Io sguardo) Se as­sumi quell'aria, papà, mi levi anche la forza di parlare...

Mario                            - (voltandosi, rapido) Perché? Hai qualche cosa da dirmi?

Roberta                         - (gli si avvicina, gli butta le braccia al collo) Papà, non farmi quella faccia...

Mario                            - (allontanandola affettuosamente) No, no, non ti farò nessuna faccia. Dimmi.

Roberta---------------- - Adesso che m'hai levata dal collegio, non vorrai mica farmelo rimpiangere….

 

Mario                            - Tutt'altro, mi pare. Ti ho permesso perfino di seguirmi.

Roberta                         - Be', e allora senti. (Siede su una poltrona; ride) Ti avverto che so anche recitare, sai? In collegio già recitavo; ora, poi, assistendo alle tue prove.... Anzi, aspetta, ho sbagliato. (Si alza) Ti ho detto: «senti»; e mi sono messa a sedere, Questo, recitando, non si fa, vero? Se no, uno pensa: «oddio, s'è seduta, chi sa che discorso lungo e noioso ci farà ». Dico bene? (Ride ancora).

Mario                            - (stringendosi nelle spalle) Fa' tu! Che cosa vuoi che ti dica? Tu non sei più una bambina, tu sai già recitare... Fa' tu!

Roberta                         - T'arrabbi un'altra volta?

Mario                            - (nervoso) No, non m'arrabbio. Aspetto. Aspetto di poter sentire quello che devi dirmi.

Roberta                         - (assumendo un comico tono di serietà) Al­lora siedo nuovamente. Anche se è contro le regole. Dun­que... (Si ferma) E' un po' imbrogliato, sai, quello che devo dirti... Forse perché non è una cosa sola. Incomincio dalla più imbarazzante. Imbarazzante forse per te, sai, non per me. Perché riguarda la tua vita privata di nomo, e io non ci dovrei entrare. Anche una mia compagna di collegio aveva i genitori divisi l'uno dall'altro e diceva sempre: «Che c'entro io? Tanto, io sono già nata...».

Mario                            - (sbalordito) Ah, sì? E non diceva altro, la tua compagna di collegio?

Roberta                         - Vedi, papà. Adesso non devi recitare tu...

Mario                            - Recitare io? Ma insomma, Roberta, dove vuoi arrivare?

Roberta                         - Vorrei arrivare a un colloquio fra di noi senza recitare: ecco. Perché se tu reciti la parte di padre e io quella di figlia - come avviene sempre fra un padre e una figlia che abbiano qualche cosa da dirsi - addio coraggio. Non è vero che nella vita si recita sempre un poco?

Mario                            - Roberta, cerca di sorvolare queste... « massi­me eterne»! Vieni al sodo.

Roberta                         - Non si tratta di massime eterne, papà. Io faccio una constatazione e una riflessione; sia pure di seconda mano. Sono intelligente, sai. Quasi quanto te. (Ride; poi, diventando seria) Dunque, io mi sono inna­morata... (Lo guarda con la coda dell'occhio).

Mario                            - Se non si tratta che di questo... (Una pausa) E di chi?

Roberta                         - Del più giovane attore della tua Compagnia.

Mario                            - Giorgio Levrera? (Una pausa) Troppo gio­vane, mi pare.

Roberta                         - Be', io ho diciassette anni: dunque... (altra pausa) Non ti dispiacerà mica che io sposi un attore? Temi che con un attore io possa non essere felice?

Mario                            - (lo guarda) Incomincio a capire dove vuoi arrivare, - vedi, dunque, che non recito la parte di padre;  perché prima di dirmi questo, avevi incominciato col ricordarmi che io sono diviso da tua madre. Allora incomincia anche tu a non recitare la parte di figlia, e dimmi quello che sai di questa... divisione.

Roberta                         - (abbassando gli occhi) Adesso... mi sento in imbarazzo.

 

Mario                            - Dimmi, dimmi. Non aver paura delle parole. H mio stupore dinanzi alla tua maturità - che poi, forse, è apparenza di maturità - è già passato. Ti permetto di parlarmi come una donna, lo stesso intendo parlarti come a una donna. Aboliamo tutt'e due le ipocrisie. (Siede; la guarda) Ti hanno detto che io e tua madre non siamo sposati?

Roberta                         - Questo, lo sapevo già. Un giorno, al colle­gio, ho visto il mio atto di nascita. Io sono figlia tua... e di madre ignota. Forse mia madre era già sposata con un altro...

Mario                            - Con Learco Viale.

Roberta                         - L'attore ch'è nella tua Compagnia?

Mario                            - Sì.

Roberta                         - E lui sta nella tua Compagnia, ed è tuo amico, sapendo tutto?

Mario                            - Sì. (Una pausa).

Roberta                         - E allora?

Mario                            - E allora bisogna che tu, prima di tutto, ti renda conto delle leggi un po' singolari che governano la vita di alcuni attori. Alcuni attori non vivono alla ma­niera borghese, per molte ragioni, che adesso sarebbe lungo spiegarti. Si potrebbero paragonare a quelle cate­gorie sociali che sono più alte o più basse della borghesia. Si potrebbe dire che per molti aspetti hanno una morale a se, che ora non è il caso di discutere ma che ha la Bua importanza quando si parla di matrimonio. Per alcuni attori il matrimonio ha un valore puramente for­male: lo celebrano e lo sciolgono senza dramma, perché il dramma per loro è soltanto nell'amore, e l'amore è spesso una passione infetta, caduca. (La guarda) Mi di­spiace di dover colpire in le una delle più belle illu­sioni giovanili; ma tu hai preteso che io ti parlassi da uomo... (Poi, riprendendo il tono di prima) In un certo senso, gli attori hanno raggiunto - nei rapporti d'amore -una loro curiosa perfezione, per cui possono lasciarsi, quando non si amano più, senza complicazioni sociali o morali e senza dolore. Non li giudico moralmente, ora. Dico soltanto: ma allora a che serve sposarsi?

Roberta                         - (ingenua) Vorresti dire che sarebbe me­glio, fra me e Giorgio Levrera, amarsi senza sposarsi?

Mario                            - (ridendo della ingenuità di lei) E' meglio che io rida. (Si alza) Ma non è il caso di ridere, ora, Ro­berta.  Pensa a quello che t'ho detto, prima di decidere. Dopo tutto, non c'è fretta: sei ancora tanto giovane. Mal­grado le tue arie, sei una bambina. (Una pausa).

Roberta                         - (cercando le parole) E tu... ti sei diviso da mia madre perché non l'amavi più? (Mario non ri­sponde. Una pausa) E mia madre si era divisa da suo marito perché non l'amava più? (Mario non risponde. Un'altra pausa) Lei, insomma, ha tradito suo marito, e tu hai tradito lei...

Mario                            - Io non l'ho tradita. (Cercando le parole, reticrnie) Non... andavamo d'accordo, ecco.

Roberta                         - Non l'hai tradita; ma (con malizia) lavori nella stanza della signorina Alga...

Mario                            - (irritato) Ti dispenso da codesto linguaggio equivoco. Intanto, anche se fosse come dici tu, si tratterebbe di cosa avvenuta in un secondo tempo, molto tempo dopo. Anche un vedovo si può riammogliare, senza per questo aver tradito,  (Una pausa) E poi, non facciamo confusioni! Ora bisogna che tu pensi a te stessa, non agli altri! Siamo intesi?

Roberta                         - (a testa bassa) Sì, siamo intesi, papà. Ri­fletterò su quello che m'hai detto. Sia per quello che riguarda me, sia per quello che riguarda te.

Mario                            - Perché? Hai da riflettere anche su quello che riguarda me?

Roberta                         - No. Forse mi sono espressa male. Pensavo alla mamma, più che a te. perché la mamma è migliore di quello che pare, sai. Anche fisicamente. Si è un po' sciupata perché... beve... ma io l'ho costretta a farsi vi­sitare dal medico del collegio e il medico l'ha trovata sanissima, ha detto che si sentirebbe lui di toglierle in un mese quel brutto vizio e farla rifiorire. Lei stessa, poveretta, non chiederebbe di meglio; e me l'ha detto, me l'ha giurato. Ma che cosa 'deve fare senza di te?

Mario                            - (turbato, ma dominandosi) Faresti bene a non occuparli di queste cose.

Roberta                         - Me ne occupo, perché voglio bene alla mamma, non meno che a te. E poi perché... vedi che cosa succede quando non si è sposati...

Mario                            - Ti potrei rispondere: vedi che succede anche quando si è sposati...

Roberta                         - Intendi parlare del primo matrimonio della mamma?

Mario                            - Del primo! Dell'unico. Non ci si può mica «posare due volte!, a meno di essere vedovi.

Roberta                         - Vuoi dire che se la mamma non fosse già sposata, tu la sposeresti?

Mario                            - (irritato) Voglio dire che bisogna pensarci al matrimonio, prima di sposarsi! E questo lo dico per te, hai capito? Intanto, non ho più tempo da perdere. Debbo uscire. Accompagnami. (Esce, rapido, per la destra).

Roberta                         - Sì, papà. (Ma si ferma; corre al telefono, chiede un numero) Signorina, per favore, il 431-134... Pronto?... Sì, sono io, Giorgio. Ho parlato; poi ti dirò. Ma vedrai che tutto andrà bene, perché io non potrei vivere senza di te e ti amo, ti amo, ti amo...

Mario                            - (dall'interno) Andiamo, Roberta.

Roberta                         - Eccomi, papà. (E poi, ancora in fretta, al telefono) Hai capito che ti amo? (Depone il microfono, esce correndo per la destra; chiude dietro di sé la porta. Contemporaneamente dalla sinistra entrano Dariella e Stefano).

Dariella                         - (dopo aver guardato intorno) Dev'essere già uscito. (Va verso destra, apre la porta, guarda nell’interno, richiude) E' uscito. Doveva andare alla stazione per un bagaglio che pare si sia smarrito... Vedrete che tornerà presto.

Stefano                         - (le si avvicina, la prende dolcemente per le braccia) Vedete che il destino congiura in nostro favore.»

Dariella                         - (scostandosi) No, vi prego.

Stefano                         - Dovrei essere triste, oggi, perché la vostra simpatia per me sembra aver fatto un passo indietro; ep­pure nel vostro respingermi c'è qualche cosa che ci uni­sce più di ieri, più dell'altro ieri, più di tutti i giorni che vi ho detto di amarvi. Voi, forse, mi respingete per paura di dovermi cedere, e io dovrei essere cieco e in­sensibile per non vedere e per non sentire che la vo­stra è già una prova d'amore.

I)Ariella                        - (sorridendo e voltandosi dall’altra parta per nascondere il sorriso) Presuntuoso!

Stefano                         - Adesso, per esempio, ho avvertito un «or-riso nella vostra voce. L'ingiuria sembra una carezza. Il vostro atteggiamento mi dà ancora una volta ragione. Ha già, perché io parlo dei vostri sentimenti e non dei miei?

Dariella                         - (senza voltarsi) Ecco: appunto.

Stefano                         - Vi piace che io ne parli?

DAriella                        - (fingendo) Oh! Mi è indifferente.

Stefano                         - Allora debbo non parlarne?

Dariella                         - (si volta, e sempre fingendo) Forse è meglio.

Stefano                         - Forse?

Dariella                         - Be', allora è meglio. (Siede) Sedete, e par­liamo della vostra commedia.

Stefano                         - (sedendo anche lui) Parliamone. Ma debbo pur dirvi che il mio egoismo d'autore, la mia «misurata vanità di autore, per la prima volta cede al bisogno, che ho, di dirvi tutto quello che provo per voi.

Dariella                         - Avanti, ditemelo, purché siate breve.

Stefano                         - Si può essere tanto brevi, nelle mie con­dizioni, da cavarsela con tre sillabe: ti amo. Ma l'amore, quando è vero e forte, non è mai così... sintetico.

Dariella                         - Credete? Eppure, nella vostra nuova com­media l'unica scena d'amore non conta più di tre o quattro battute.

Stefano                         - E non immaginate perché?

Dariella                         - No.

Stefano                         - Perché l'attrice che dovrà recitarla siete voi; ma l'attore che dovrà recitare con voi non sono io. Piano piano, l'attrice e la donna, in voi, sono diventate per me un essere solo; e soltanto io vorrei parlarvi d'a­more. Non so se riesco a rendervi conto di questo mio sentimento, Dariella. E' un sentimento meno banale delle sue apparenze. Unifica, nel mio spirito, la vostra perso­nalità. Non lascia campo a sdoppiamenti, fa di tutta voi, di tutte le vostre virtù e perfino di tutti i vostri difetti, l'oggetto indivisibile del suo desiderio e della sua malinconia.

Dariella                         - Dovrei pensare che siete geloso di Rosso (Sorride).

Stefano                         - Ma non di lui, no. Né di lui né di nessun filtro. In ogni caso preferirei che Rosso fosse tanto bravo nel dirvi le mie parole d'amore da renderle più belle; e mi sembrerebbe di dirvele io stesso. Tuttavia provo un disagio indefinibile nel vedervi recitare, adesso che vi amo. Mi sembra di perdervi ogni volta un poco, in­ vece di trovarvi ogni volta di più. Le luci della ri­balta vi rendono irraggiungibile dalla mia ansia. Se io non potessi precipitarmi nel vostro camerino, alla fine di ogni atto, proverei soltanto l'impressione di vuoto che prova chi si sia svegliato da un sogno bellissimo.

Dariella                         - (dopo un breve silenzio) Mi permettete una domanda?

Stefano                         - Ve ne prego.

Dariella                         - Ve la faccio con parole meno... adorne delle vostre                             - (sorride) perché io sono», meno letteraria di voi...

Stefano                         - Anche voi, come Moncalvo, mi accusate di letteratura? Io non so se sia letteratura, la mia. So che le passioni, nella vita come nel libro, sono per loro natura eloquenti, possono perfino toccare i vertici del canto.

Dariella                         - Ammettiamolo, per non andare a finire in una discussione che ora sarebbe inutile; e del resto quella che voi chiamate la vostra eloquenza non mi di­spiace affatto. Ma io vi stavo rivolgendo una domanda.

Stefano                         - Vi ascolto.

Dariella                         - E' una domanda suggeritami da... - come dire? - da un brano della vostra eloquenza.

Stefano                         - Quale?

Dariella                         - Quello in cui avete detto: «preferirei che Rosso fosse tanto bravo nel dirvi le mie parole d'amore da renderle più belle; e mi sembrerebbe di dirvele io stesso ».

Stefano                         - Ebbene?

Dariella                         - Se me le dicesse, per esempio, Moncalvo, che è molto più bravo, provereste la stessa impressione?

Stefano                         - (la guarda) Capisco la lettera della vostra domanda; ma non lo spirito. (Guarda la porta di destra; poi la donna; poi ancora la porta di destra; e infine ancora la donna; si alza) Già! Ecco una cosa alla quale non avevo pensato. Riconosco che avete scelto un modo molto, delicato per informarmene. Credevo che i rap­porti fra voi e lui fossero soltanto rapporti di lavoro. Adesso capisco. (Dariella è rimasta seduta, a capo basso. Una lunga pausa) Ma perché non me lo avete detto subito?

Dariella                         - (lo guarda) Che cosa avreste fatto se re lo avessi detto subito?

Stefano                         - Non so. Ora non so. Forse vi avrei taciuto i miei sentimenti... (S'è voltato dall'altra parte).

Dariella                         - Sono, dunque, così deboli i vostri senti­menti da...?

Stefano                         - (rivoltandosi, con impeto) Ah, no! No. (Le si avvicina, la riprende per le braccia, la costringe ad alzarsi) Io vi avrei taciuto i miei sentimenti per paura di vederli respinti; non per altra paura; e tanto meno per disconoscimento della loro natura forte e profonda. Perché io vi amo -fortemente, profondamente, non saprei più lavorare senza di voi, non capisco che voi possiate essere d'altri che mia... mia... mia... (Ella si è abbandonata a lui, si sente felice. Ma un colpo alla porta di sinistra rompe l'incanto. Essi si staccano; guar­dano tutt'e due alla porta e si guardano come per doman­darsi « chi è? ». Poi Dariella trova la forza di parlare).

Dariella                         - Avanti! (Entra il cameriere).

Il Cameriere                  - Chiedo scusa, signorina. Ma... ci sono quei signori che…..

Dariella                         - Quali signori?

Il Cameriere                  - I signori della giustizia,

Dariella                         - Ah, già! Prego.

Il Cameriere                  - (guardando verso l’interno) Prego, si­gnori.

Stefano                         - (a Dariella) Chi sono? (Ma Dariella non ho il tempo di rispondere. Entrano il giudice Griffa, Vav~ vacalo Piana, l’avvocato Arpi, il cancelliere Ruina).

Griffa                            - (a Dariella) Chiediamo molte scuse, signo­rina; ma... (Si presenta) Permettete? Giudice Griffa. (Poi, presentando gli altri) L'avvocato Piana, l'avvocato Arpi, il cancelliere Ruina. (Inchini).

Dariella                         - (presentando a tutti Stefano) Stefano Ven­tura.

Griffa                            - Ah! L'autore della commedia che si è data l'altra sera?

Stefano                         - (sorridendo) Non posso negarlo.

Griffa                            - Bello spettacolo e bella interpretazione! Il problema della coscienza, eh? (Sorride) E' il problema di noialtri giudici. Continuo. Noi dobbiamo applicare le fredde leggi brancolando nel buio dello spirito umano. Ogni nomo, una notte fonda. Magari avessimo a fare con personaggi di commedie, che sono sempre così chiari... (Con altro tono) Ma il nostro mestiere non ammette di­gressioni. Permettete? (Poi, voltandoti verso l'alcova) Quella dovrebbe essere l'alcova. (Si volge a Dariella) Ora, immagino, la vostra.

Dariella                         - Sì.

Griffa                            - Scusate la violazione. (Poi, al cameriere) Cameriere, volete aprirla?

Piana                             - (rapido) Un momento, signor giudice. Biso­gnerebbe prima 6aipere se questa tenda è la stessa che c'era la sera del delitto.

Arpi                               - Ma che importanza ha questo particolare?

Piana                             - Per la difesa ha un'importanza essenzialissima.

Arpi                               - Illusioni, illusioni, caro collega! Non è la stoffa o il colore della tenda che salverà dal giusto ca­stigo un assassino!

Piana                             - E credete voi, egregio collega, che potrà forse riabilitare una donna infedele?

Griffa                            - Un momento, un momento, signori avvo­cati. Il particolare, serva o non serva, lo chiedo io al personale dell'albergo per dare tutti gli elementi di giudizio alla giustizia. (Poi, al cameriere) Per piacere, questa tenda è quella stessa che copriva l'alcova un anno fa, e precisamente la sera del delitto?

Il Cameriere                  - (imbarazzato per aver detto il contrario a Dariella) Sia la tenda, sia tutto il resto dell'appar­tamento è nelle stesse condizioni in cui si trovava al­lora... (Reazioni opposte da parte dei due avvocati e sguardo di Dariella al cameriere).

Griffa                            - Benissimo. E poiché tutto quello che c'inte­ressa avvenne a tenda chiusa, possiamo anche lasciare la tenda com'è e andare a fare il nostro sopraluogo nell'alcova. Così la signorina Alga, che dev'essere certa­mente seccata della nostra visita e delle nostre grida, avrà meno emozioni... (Sorride a Dariella, poi dice) Con permesso. (Ed entra per il primo nell'alcova, seguito da Piana, Arpi e Ruina. La tenda si richiude dietro di loro. Il cameriere esce).

 

Stefano                         - (a Dariella) Ma di che si tratta?

Dariella                         - (a bassa voce, turbatissima) Una donna infedele è stata uccisa, un anno fa, in quell'alcova. (Un lungo silenzio. Poco dopo si apre la porta di destra ed entra Mario).

Mario                            - Oh! Caro Ventura. Scusate se v'ho fatto aspet­tare. Avevo da rintracciare un mio bagaglio... (Poi, a Dariella) Era alla stazione, naturalmente. Siccome la pioggia aveva staccato il cartellino .dell'indirizzo... Per fortuna, s'è trattato di due minuti. (Va al tavolino, prende il copione) Dunque, ecco ,qua, caro Ventura. (Lo guarda)-Siete di cattivo umore?

Stefano                         - (con uno sforzo) No.

Mario                            - Volevo ben dire. Non è la prima volta che lavoriamo insieme. Io, poi, vi dico le mie impressioni ss fin dì bene. Poco fa, appunto, parlandone con la signo­rina Alga... (Guarda Dariella) Olà! Siete di malumore anche voi?

Dariella                         - No. Scusate. Dipende dal fatto che sono entrati, poco fa, quei signori del sopralluogo...

Mario                            - Quali signori?

Dariella                         - Quelli del processo. Ve l'ho detto, no? Sono di là, nell'alcova.

Mario                            - Ah, già! (Guarda l’alcova) E chi sono?

Dariella                         - Un giudice, due avvocati, un cancelliere».

Mario                            - (scherzoso) Purché non ce l'abbiano con noi (E poi, dopo aver guardato di nuovo il copione) Vo­gliamo aspettare che siano usciti?

Stefano                         - No, no. Dite pure.

Mario                            - Del resto, siamo in tema d'infedeltà femmi­nile, mi pare. (A Dariella, alludendo al processo) No» si tratta dell'uccisione di una donna infedele?

Dariella                         - Sì.

Mario                            - (a Stefano) Come vedete, tempre la tessitoria. Ora il teatro dico il vostro teatro, che pre­dilige l'argomento - dovrebbe andare un poco più in là del già visto e del già udito.

Stefano                         - (un po' seccato) Tutti i fatti si somigliano, a guardarli superficialmente; e poi, invece, non ce ne sono mai due perfettamente eguali.

Mario                            - (che ha notato il tono risentito di Stefano) Ma io spero che voi non vi vogliate fermare ai fatti.» Nella vostra commedia, mi pare, non si vuol dar peso ai fatti. Ma piuttosto ai sentimenti da cui i fatti sono generati. O sbaglio? (Lo guarda) Se «baglio, ditemelo. Io non ho la presunzione dell'infallibilità. Faccio le mie osservazioni; alle quali voi potete rispondere con! vostre.

Stefano                         - Scusate, Moncalvo. Questa faccenda del sopraluogo... mi ha un poco turbato... (Sorride a stento) Forse avete ragione voi. E’ meglio parlarne quando quei signori saranno usciti...

Mario                            - (non convinto; e turbato a sua volta) Bene. (Butta il copione sul tavolino; fa alcuni passi verso l'al­cova; si volta) Ma non dovete credere che ci sia da par­lare per un'ora. Bastano pochi minuti. Io ne ho già ac­cennalo alla signorina Alga... la quale, per la verità, non mi è stata di grande aiuto... (La guarda).

Dariella                         - (non sapendo che dire, senza guardarlo) Oh, io-

Mario                            - Voi? (Dariella alza le spalle significando: « Che cosa volete che dica io? ». Mario, ancora più tur­balo dall'atteggiamento di lei, continua) Voi siete una donna e potete aiutare. (Poi, volgendosi ancora a Ven­tura) Dopo tutto si tratta di indicare la ragione, per me inimmaginabile, per cui una donna unita a un uomo liberamente ricorre al tradimento, invece di dire a quest'uomo, con possibilissima lealtà, « Non ti voglio più bene ». (Nessuno risponde, nessuno si muove. Mario, do­po un breve silenzio, continua) Io, nei panni dell'uomo tradito, direi a questa donna: «Perché tradisci? Abbi il coraggio di dire che non mi ami più. Alla fine, l'amore non è eterno. Nel non amare più non c'è diso­nestà. La disonestà incomincia quando si ricorre alla doppiezza, alla menzogna ». (Li guarda, tace ancora un poco. Poi) Ora bisognerebbe che la protagonista della vostra commedia, «aro Ventura, a questo punto parlasse. Dicesse: «Mi son servita della menzogna per questo; ho tradito per questo... ». Lo dicesse lei, o lo lasciasse indovinare e dire da altri; insomma non abbandonasse lo spettatore nel limbo delle supposizioni...

Stefano                         - Va bene, va bene, Moncalvo. Cercherò la ragione...

Mario                            - (che ha ascoltato con la più vigile attenzione) Ah! Dovete cercarla... Non la sapete ancora... Avete scrit­to un po' alla cieca... (Turbatissimo, fa qualche passo, si avvicina al tavolino, fa l'atto di riprendere il copione, lo lascia, dice) Mah! (E dal tavolino si avvia lentamente all'alcova; ma a mezza via si rivolta, dice a Ventura) Ce l'avete con me?

Stefano                         - Io? No.

Mario                            - (a Dariella) Voi nemmeno, spero.

Dariella                         - Ma che dite? Moncalvo?

Mario                            - (a tutt'e due) Perché è la prima volta, mi pare, che un nostro colloquio diventa una specie di soli­loquio mio.

Dariella                         - Ve l'ho già detto: questa storia del de­litto, mentre eravamo qui, tranquilli, a parlare d'altro...

Stefano                         - Appunto!... Stavamo parlando della com­media...

Mario                            - Ho capito. (Dice questo « Ho capito » con una voce che oramai è piena di presentimento e di am­bascia; torna ancora una volta lentamente sui suoi passi, arriva all'alcova, scosta la tenda per guardare. Contempo­raneamente i quattro uomini che sono nell'alcova si ac­cingono a uscire. Mario si scosta per lasciarli passare; e rimane presso la tenda, non visto o non notato da co­loro che escono).

Griffa                            - (a Dariella) Si trattava, in fondo, di una cosa meno complicata di quanto sembrasse. Ma gli avvo­cati non sono mai contenti e allora...

Piana                             - (amarognolo) Mi permetterei di preferire me­no commenti da parte del signor giudice Griffa...

Arpi                               - (allegro) Ma andiamo, collega! Se sono cose visibili a occhio nudo!

Griffa                            - (che s'è avvicinato a Dariella, sottovoce) Non date retta, signorina. Fingono, di litigare. Ma sono tutt'e due dello stesso parere, che poi è il mio, cioè quello della Giustizia... (Poi, ad alta voce, cambiando tono) E quando avremo il piacere di ammirarvi in un'altra commedia del signor Ventura?

Dariella                         - Presto; presto.

Griffa                            - (a Stefano) Quanti spunti avrei da darvi io, signor Ventura, in fatto di psicologia femminile! Ve­nite, venite, qualche volta, nella Casa della Giustizia! (Sorride) Come spettatore, naturalmente... non come parte civile e tanto meno come imputato. Voi conoscete troppo le donne per lasciarvi trascinare nei gorghi del loro com­plicato sentire... Buona sera, signori. E molto lieto! (In­chini di tutti. Griffa, Piana, Arpi e Ruina escono per la sinistra. Mario è sempre presso la tenda, ha seguito la scena senza muoversi. Una pausa).

Stefano                         - Be', allora, mi proverò a fare qualche cosa domani, Moncalvo. Se non vi dispiace.

Mario                            - (senza muoversi) Come volete.

Stefano                         - Arrivederci, signorina. Buona sera, Mon­calvo. (Fa l'atto di uscire per la sinistra).

Mario                            - (deciso a sapere) Badate, comunque, che io mi sono permesso d'intervenire non solo per la vostra commedia, e quindi per voi; ma anche per lei...

Stefano                         - (che s'è fermato) Per chi?

Mario                            - Per la vostra interprete. Per la signorina Alga.

Stefano                         - Non capisco.

Mario                            - Voi, le commedie, le scrivete per lei; ma bisogna pure che le diate la possibilità di manifestare tutte le sottigliezze della sua arte...

Stefano                         - E che c'entra questo, ora?

Mario                            - Voi le affidate le parti di donna infedele: ma le ragioni - per futili o importanti che siano - della sua infedeltà - voglio dire dell'infedeltà dei suoi perso­naggi - bisogna che vengano fuori molto chiare perché lei reciti bene...

Stefano                         - (guardandolo) Si direbbe che adesso siate voi di cattivo umore, Moncalvo...

Mario                            - Ah, sì? (Ride falso) Vuol dire che il mio tono è andato al di là delle mie intenzioni... (Poi serio, calmo) Ma, che, ragazzi, che succede stasera? Per poco non ab­biamo l'aria di voler litigare... (Ride nuovamente; poi si avvicina a Stefano, gli porge la mano) Ciao, Ventura. Riprenderemo il discorso domani, a mente serena... (Nota che Stefano gli ha dato la mano quasi a stento; l'abban­dona, continua) Del resto si sa. Dopo cinque ore di prova... ci si stanca un poco. La signorina Alga, poco fa, era tanto stanca. Giustamente. Poi ci si è messa anche la visita della magistratura... (Li ha guardali tutt'e due, parlando; perde improvvisamente il controllo di sé; grida con irritazione) E insomma, che cos'è questo si­lenzio? Parlate! (Ora Stefano e Dariella lo guardano con sgomento. Egli è diventato pallidissimo, terribile; ma lentamente i pugni, che aveva chiusi e alzati nel pro­nunziare quel violentissimo « parlate », cadono, schiuden­dosi, lungo la persona. Dopo un lungo silenzio, quasi come uno che si riabbia da un accesso epilettico, spiana lentamente le linee del viso, si sforza a sorridere, dice a bassa voce) Vi chiedo scusa. Buona sera. (E quasi barcollando si avvia verso la destra per uscire).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

  (La camera di Mario Moncalvo nello stesso albergo del secondo atto. E' simile a quella di Dariella con la quale comunica per mezzo della porta di sinistra, mentre la porla di destra dà nel corridoio. Anche qui un'alcova, nel fondo, con tenda. I soli mobili sono diversi. Fra il secondo e il terzo atto sono passati pochi minuti. Quando si alza la tela, Mario è seduto su una sedia, presso un tavolo che è nel centro).

Mario                            - (dopo qualche attimo di meditazione, cerca in un taccuino un numero telefonico, stacca il ricevitore del telefono e dice) Per piacere, signorina, cercatemi il signor Sandri all'albergo del Sole. (Attende; poi) Pronto?... Sandri, parla Moncalvo. Avete l'indirizzo di Viale?... Ditegli, per favore, che venga da me, qui, in albergo, possibilmente presto: ho da dirgli qualche cosa di urgente intorno alla sua parte nella nuova commedia. Grazie. (Depone il ricevitore. Dalla sinistra entra Da­riella, con un copione alle mani, simulando disinvoltura),

Dariella                         - Hai dimenticato il copione in camera mia. Eccolo. (Lo mette sul tavolo).

Mario                            - (senza alzare gli occhi) Grazie.

Dariella                         - Vieni in teatro stasera?

Mario                            - Non so. Forse.

Dariella                         - (dopo un breve silenzio) Che  cosa avevi poco fa?

Mario                            - Niente. Ero un po' stanco.

Dariella                         - In realtà, credo che tu abbia bisogno di un po' di riposo. Lavori troppo. Alle nuove commedie ti appassioni con uno zelo eccessivo, come se fossero tue. Dopo tutto, se gli autori vogliono insistere nei loro errori, peggio per loro. Ventura mi stava dicendo ap­punto, prima che tu venissi... Non mi segui?

Mario                            - (alza gli occhi, la guarda con intenzione) Che cosa ti stava dicendo Ventura?

Dariella                         - (inventando) Che... secondo lui... troppe spiegazioni non servono a niente... Bisogna lasciare un margine anche alla fantasia dello spettatore... La gente preferisce piuttosto indovinare che sapere...

Mario                            - Sei del suo parere anche tu?

Dariella                         - Mi sembra un parere come un altro. Ha del buono il suo, come ha del buono il tuo.

Mario                            - Insomma, tu stai per la via di mezzo...

Dariella                         - (sorride) Potrebbe essere la più sag­gia, no?

Mario                            - (alzandosi) Detesto la via di mezzo. (Poi, dopo un breve silenzio) E la detesto in tutto, capisci?

Dariella                         - Non.... capisco.

Mario                            - Anche nei nostri rapporti.

Dariella                         - Che vuol dire?

Mario                            - Vuol dire che sono nato così, e invecchiando posso peggiorare, non migliorare; o migliorare e non peggiorare, a seconda dei punti' di vista.

Dariella                         - Ti prego di spiegarti.

Mario                            - Credo di essermi spiegato abbastanza.

Dariella                         - Per me, non ti sei spiegato affatto.. Co­munque... Buona sera.

Mario                            - Buona sera. (Dariella esce rapida per la sinistra... Istintivamente, egli fa un passo verso la porta, come per richiamare la donna; ma si ferma, si domina, e dopo essersi dominato s'accascia, perché soffre. Bussano poco dopo alla porta di destra. Egli si riscuote; e, pensando che si tratti di Learco, dice) Avanti, Viale. (Non è Learco. E' Stefano. Egli lo guarda sorpreso; poi dice) Ah, siete voi.

Stefano                         - (entrando) Scusate se mi permetto di di­sturbarvi... Ma... ci siamo lasciati in un modo così strano che... Non so nemmeno io come sia potuto accadere. Forse avete ragione: eravamo tutti un po' stanchi... Ora, non soltanto son venuto per chiedervi scusa; ma anche per dirvi che ho ripensato alle vostre parole.. Quella battuta esplicativa è veramente necessaria, lo la farò stasera stessa, in modo che domani possa essere provata. A che ora mettete la prova?

Mario                            - (che lo ha ascoltato fissandolo) Alla solita.

Stefano                         - (imbarazzato) Cioè alle tredici.

Mario                            - Naturalmente.

Stefano                         - (che vuole attaccar discorso per capire lo stato d'animo di Mario) io credo di aver capito quello che voi dite. Si tratta di stabilire la ragione per cui la pro­tagonista della mia commedia tradisce... Non vi nascondo che la ragione non è facile da trovare; appunto per quello che voi stesso avete detto. Lidia Parco, nella mia com­media, non ha, apparentemente, ragione di tradire. Non è moglie di Marco Serembe, vive con lui liberamente, sa di potergli annunziare impunemente di non amarlo più... Ma io mi fidavo del fatto che la donna, come l'uomo del resto, tradisce spesso senza ragione, o per lo meno senza una ragione visibile, plausibile, accettabile. Tradi­sce per volubilità, per incostanza, per incoerenza... non so. Non vorrei che quando io avessi trovato una ragione, questa ragione apparisse troppo futile. E' vero che nella vita a grandi effetti corrispondono molte volle piccole cause; ma pare che a teatro la ricerca e la rappresenta­zione della vita con tutte le sue piccinerie e incongruenze vada bene solo quando fa comodo ai giudici... (Si ferma, guarda Mario) Per la verità io, nella mia commedia, mi soffermo, come voleva, piuttosto sul tradimento in sé che sulle ragioni del tradimento. Direi quasi che Lidia Parco tradisce Marco Serembe pur amandolo...

Mario                            - Chi ama non tradisce. (Una pausa) Ma è cu­rioso che ho sentito, oggi stesso, qualche cosa di simile a quello che avete detto voi: tradire pur amando. Deve averlo detto la signorina Alga.

Stefano                         - Vedete, dunque, che se lo ha detto una donna... Direi perfino, se non sembrasse troppo cavilloso, che è vero tradimento solo quello fatto all'amore. Perché è l'amore quello che è sempre tradito. Fra due uomini, una donna tradisce sempre qualcuno che ama: o il se­condo contro il primo o il primo contro il secondo, so­prattutto quando l'uno ignora l'esistenza dell'altro; e quindi è l'amore come sentimento che ne esce offeso... Forse non è chiaro?-

 

Mario                            - No.

Stefano                         - Be', insomma, ci penserò. L'essenziale è che ora sia diradata quella strana ombra nata fra di noi poco fa.

Mario                            - Speriamo che l'ombra non rimanga nella vostra commedia.

Stefano                         -                                                                                                               - (Non so perché me lo diciate con un tono così darò. E' la prima volta... o forse la seconda, se debbo tener conto di qualche scatto che aveste nella camera della signorina Alga...

Mario                            - (lo guarda a lungo) Ventura, siete venuto per avere delle spiegazioni, o per darmene?

Stefano                         - Come volete.

Mario                            - Ah, ceco. Non mi sbagliavo, dunque. una pausa) Io non ho spiegazioni da darvi. La mia posizione è chiara come quella del protagonista della vostra com­media, almeno fino al punto in cui la vostra commedia è ancora chiara. Amavo una donna senza averla tolta ad alcuno. Il tradito, dunque, sarei io, senza che finora mi sia dato di capire la ragione di questo tradimento. Sa­preste voi trovarla almeno nella vita, dal momento che non riuscite a trovarla nell'arte?

Stefano                         - Per quello che mi riguarda, debbo dirvi due cose. La prima è che... nessun tradimento è stato ancora compiuto ai vostri danni. La seconda è che io mi tono innamorato di una donna senza sapere che vi appar­tenesse. L'ho saputo soltanto dopo; e dal momento che voi mostrate di soffrirne...

Mario                            - (nervosissimo ma dominandosi) No, non ne offro. Vi risparmio, dunque, qualsiasi atto di generosità. Potete continuare... (Vuol dire: « Potete continuare ad «mare quella donna ») Ma voi sapete - o per lo meno potete immaginare - che gli uomini traditi, o non hanno nessuna sensibilità per avvertire la propria sventura, o ne hanno una così acuta che somiglia a quella del rabdo­mante quando cerca con la bacchetta l'acqua del sotto­suolo. Io so di essere arrivato, poco fa, in quella stanza, quando era già tardi perché mi fosse risparmiata un'of­fesa; e voi avete voluto aggravarla - voi e lei - aspettando che l'iniziativa di parlare partisse da me. Non vi sembro umilialo abbastanza?

Stefano                         - Vi chiedo scusa.

Mario                            - (scattando) Non mi chiedete scusa! Gridate almeno di amarla! Che scusa? (Che scusa? Anche io, un giorno, ho chiesto scusa a un uomo; e ora l'ho mandato a chiamare perché egli mi perdoni non più l'avergli por­tato via una donna, ma l'avergli chiesto scusa. Bisogna avere il coraggio di gridare il proprio amore, se l'amore «'è, o c'è stato.

Stefano                         - Voi mi volete porre dinanzi a un caso di coscienza ehe è vostro, non mio. Perché io, finora, nei vostri confronti, non ho commesso nessuna colpa grave. Tutt'al più una colpa intenzionale; e quando - vi ri­peto - non sapevo nemmeno che voi poteste soffrirne fino a questo punto. (Una pausa) Ma alla fine credete che valga la pena di soffrire tanto?

Mario                            - (abbattendosi su una sedia) All'età mia, for­te, sì.

 

Stefano                         - (lo guarda) Non avete l'aria di essere un uomo finito.

Mario                            - Si può essere finiti per certe timidezze e pò-dori che portano con sé gli anni...

Stefano                         - Eppure, malgrado questo, avete conquistati una donna che non è l'ultima venuta. L'avete conquistata da poco, anzi; perché nessuno, finora, immaginava o sa-peva che... Io stesso, che pure da tempo la tenevo d'oc­chio, non mi ero mai accorto... Se per esempio i vostri rapporti con lei fossero incominciati dopo l'andata in iscena di quell'altra mia commedia, si dovrebbero addi­rittura invertire le nostre parti; e voi, finora, sareste il vincitore...

Mario                            - Vincere presuppone una lotta. Io non ho lottato.

Stefano                         - (trepidante) E' venuta lei a voi? (Una pausa) Ecco uno 6tudio interessante, allora, che può» per lo meno attenuare... l'asprezza del nostro attrito. Perché s'è innamorata di voi e perché stava per inna­morarsi di me?

Mario                            - (guardando nel vuoto come se vedesse in essa il principio di una luce) Di me... s'innamorò... quei giorno che io... provai la parte del primo attore in uni commedia vostra...

Stefano                         - Ah! ecco...

Mario                            - Aspettate... Lasciatemi ricordare... La sentii tremare fra le mie braccia... Poi aspettò che fossi solo.» Io allora uscivo da un incontro per me doloroso... (Una pausa) Da quel giorno io non ho fatto niente che po­tesse dispiacerle... Ero sempre vicino a lei, in teatro i trasfondere in lei tutto il meglio della mia esperienza d'attore, in casa a lavorare con lei perché ogni attim» della sua fatica fosse fortunato e felice... Andate, per piacere, Ventura. Lasciatemi solo, un momento...

Stefano                         - Come volete. Ci rivedremo domani ali» prova. Senza rancore... Arrivederci. (Esce per la destro. Appena Stefano è uscito, Mario ha un lampo di premedi­tazione negli occhi e corre subito alla porta di sinistra. L'apre, chiama Dariella).

Mario                            - Dariella!

Dariella                         - (dall'interno) Dimmi.

Mario                            - Puoi venire un momento di qua?

Dariella                         - Mi sto provando il vestito per la nuovk commedia.

Mario                            - Meglio. Vieni col nuovo vestito.

Dariella                         - (entrando con un nuovo vestito) Ti piace?

Mario                            - (fingendo) Mi piace prima di tutto che tn non abbia dato valore al mio tono di poco fa. Vuol dire che hai capito che si trattava di un momento di ma­lumore...

Dariella                         - E il mio vestito non ti piace?

Mario                            - (guardandola appena) Sì, sì...

Dariella                         - E' quello del terzo atto.

Mario                            -                                                                                                               - (Tanto meglio. Io ti ho chiamata perché vor­rei riguardare con te proprio quella scena del terzo atto. Non tanto per soffermarmi ancora su quella lacuna di cui parlavamo... - che del resto potrebbe avere meno im­portanza di quel che pensassi... - quanto per rendermi conto di certi tuoi toni... Ti dispiace di provarla un mo­mento con me?

Dariella                         - (sorridendo) Oh! Quale onore.

Mario                            - Hai la tua parte? O vuoi servirti del copione?

Dariella -                       - Non c'è bisogno. La so a memoria. Tu piuttosto...

Mario                            - L'ho sentita e letta tante volte, che la so a memoria anch'io. Comunque mi servirà da guida il co­pione. (Va a prendere il copione) E poi, io la dico, più che recitarla. Non si tratta della parte mia, ma della tua.

Dariella                         - Be', non ci sarebbe niente idi male che anche tu la recitassi, come se dovessi farla proprio tu. Tu sai che mi piace di sentirti recitare.

Mario                            - (la guarda) 'Già. Ma debbo ripeterti ancora una volta... quello che ti dissi quel giorno?

Dariella                         - Che cosa? Non mi ricordo.

Mario                            - Il disagio che io provo nelle scene d'amore.

Dariella                         - (guardandolo anche lei) Per questo, non mi dici mai una parola d'amore anche nella vita?

Mario                            - (colpito, incominciando a capire) Perché? Non lo sapevi?

Dariella                         - Si, lo sapevo. Non ci pensavo. Mi pareva che mi mancasse qualche cosa, vivendo con te; e non pensavo che fosse questo...

Mario                            - (dopo un breve silenzio) Allora attacchiamo a questa battuta: «Ti dico che mi sono pentita...».

Dariella                         - (recitando) Ti dico che mi sono pentita. Perché non vuoi credermi?

Mario                            - (recitando anche lui) Bisognerebbe che tu me ne dessi la certezza. Bisognerebbe soprattutto che io potessi credere alla irrevocabilità del tuo pentimento. Invece viviamo come due mondi lontani, l'uno all'altra più estranei che se non ci fossimo mai conosciuti o incontrati. Io non so niente di te, dei tuoi pensieri, di quello che si agita nel tuo spirito quando mi parli e quando mi baci, dell'ombra che s'addensa nei tuoi occhi quando io ti dico di amarti...

Dariella                         - (recitando) Ma come debbo fare a disper­dere il tuo dubbio?,

Mario                            - (recitando) Non lo so, non lo so. Il mio amore vive calato in questo dubbio come in un mare di nebbia. Più ti amo e meno ti comprendo. Ti sogno lim­pida, serena, luminosa come un'alba primaverile; vorrei poter leggere dentro di te come in un libro aperto, co­noscere tutto del tuo spirito come conosco tutto della tua pelle, il colore de' tuoi occhi, lo splendore o la tri­stezza di certi tuoi sorrisi, il brivido delle tue mani…Ma come farò, ora, a dimenticare che tu sei stata di un altro, che tu hai potuto mentirmi? Perché? Perché mi hai mentito?

Dariella                         - (smettendo di recitare) Quanto bene mi fa la tua voce, quando mi dice queste cose!

Mario                            - (fissandola) Quando te le dice la mia voce? o qualunque voce?

Dariella                         - (con un sommesso sgomento, fissandolo anche lei) Perché, ora, mi fai questa domanda?

Mario                            - Per capirti. Per aiutare te stessa a capirti. Si direbbe che tu cerchi nella vita quello che trovi nel teatro, nella letteratura: parole, frasi, retorica... Dovresti es­serne stanca ; e invece ne sei avida come se non ne avessi sentite mai. Per questo, m'hai tradito.

Dariella                         - No, Mario, non t'ho tradito. Quello che tu mi dici m'illumina; mi fa capire di essermi lasciata ubria­care dal suono di parole altrui; ma... non t'ho tradito.

Mario                            - Sei stata per lo meno sul punto di tradirmi... E poi neanche sul punto, mi hai realmente tradito, perché con i pensieri si tradisce più che con gli atti.

Dariella                         - (disperata) Ma no! Ma no! 'Come faccio a dirti questo bisogno che ho di parole d'amore, di tene­rezze verbali; questo bisogno di sentirmi accarezzare piut­tosto dalla voce che dalle mani d'un uomo?... Forse a te sembra piccolo e futile tutto questo; ma non è, bada, non è. Tu mi ami, so che mi ami; ma il tuo amore silen­zioso, anche se è profondo, non mi basta. Non sono io la sola donna a pensare cosi, a sentire così. .E' Dio o la natura che ci ha fatte a questo modo, al modo «tesso dei fiori che «otto la vampa del sole hanno bisogno della carezza del vento. Tu dici «< parole » ; eppure i senti­menti si illuminano solo della luce delle parole. Non c'è bellezza che risplenda al buio, non c'è passione che non «i sciolga in canto. Io ho finito col sentirmi donna solo nella vita fittizia della scena, appunto perché solo la scena placa la mia ansia. Io mi sono innamorata di te appunto perché recitando tu sei il più bravo a darmi questa gioia di cui il mio spirito è avido. Mi comprendi? Mi com­prendi?

Mario                            - Sì, sì, ti comprendo. (altra pausa) Solo, avrei dovuto capirlo prima. Perché non me l'hai detto? Io con te ero stato sincero, ti avevo detto quello che forse non avrei mai detto a nessuno. Avevo acquistato per lo meno il diritto alla tua lealtà.

Dariella                         - Prima non mi conoscevo bene...

Mario                            - (amaro) Era, dunque, necessario che ci met­tessimo in due, per aiutarti a conoscere te stessa... Ma intanto qual è il risultato? Che adesso siamo in due a soffrire; e forse in tre; perché anche tu certamente soffri.

Dariella                         - (più con i gesti che con la voce) Sì.

Mario                            - Bisognerebbe saper soffrire per evitare la sofferenza altrui; almeno quando si ama. (Con amarezza, alzando le spalle) Ma questo per tuia donna è forse trop­po difficile. (Una, pausa) Pazienza! (Improvvisamente entra dalla destra Roberta).

Roberta                         - (festevolissima) Buona sera, papà,  (ho bacia; e poi a Dariella) Buona «era, signorina. (La guar­da; poi guarda il padre e dice con malizia) Forse di­sturbo?

Mario                            - (dominandosi) No. Avevamo finito di provare una scena della commedia che oggi non andava bene.(E poi a Dariella) Allora a domani, alla prova, signorina. E grazie.

Dariella                         - Buona seera. (Esce per la sinistra).

Roberta                         - (dopo un breve silenzio) Perché? Non è brava la signorina Alga? A me piace tanto.

Mario                            - Sì, è bravissima. Ma... sai... tante volte

Roberta                         - A te, non t'ho mai sentito recitare, papà. Immagino che reciti benissimo.

Mario                            - Così...

Roberta                         - Anche le parti d'amore?

ì

Mario                            - Oh, per quelle, oramai, son vecchio...

Roberta                         - Ma quando eri più giovane ti piaceva di recitarle?

Mario                            - Non tanto.

Roberta                         - Oh, bella! E perché? A me, se fossi at­trice, piacerebbe di recitare sempre parti d'amore. E' tanto bello dire e sentirsi dire le parole d'amore. Chi sa come fanno gli autori a pensarle. Io tante volte ci metto tanto impegno per pensarle, e non ci riesco. Mi vien fatto di dire «ti amo». E poi ancora «ti amo, ti amo, ti amo », e basta. (Poi con un sospiro, inge­nuamente) Chi sa se ne sa dire Giorgio Levrera! A proposito, papà. Ho pensato, poi, a quello che mi hai detto. Attore o non attore mi conviene di sposarlo... (lo guarda con la coda dell'occhio) ... se tu permetti. Dopo tutto, se la mamma fosse stata tua moglie legittima, tu forse non ti saresti diviso da lei... io comunque lei... prima di tutto avrebbe potuto vivere con me, e io, gira e rigira, vi avrei fatto fare la pace; in secondo luogo oggi la sua posizione di donna, sia pure divisa dal ma­rito, sarebbe... come dire?... più decorosa. Ma poi, te l'ho detto: la mamma è tanto buona; e ti vuol tanto bene. Quando parla di te, gli occhi le si fanno- più lu­minosi. Dice sempre: «tuo padre, magari, è un caratte­raccio, un temperamento troppo chiuso; ma quando era­vamo insieme riempiva, con la sola sua presenza, la mia vita ». lo, questo, lo capisco. Anch'io... quando sono vicino a Giorgio Levrera... mi sento felice. E bada che anche lui è iun uomo che non parla, sai. O parla poco, parla breve. Figurati che m'era venuto il desiderio di chiederti un piacere: quello di fargli fare qualche volta una parte d'amore per sentire come se la cava... (Una pausa) Forse ti annoio?

Mario                            - No, no. Ma è meglio che tu vada a pranzo da «ola... Io aspetto... una persona e...

Roberta                         - Posso aspettare anch'io, papà.

Mario                            - E' meglio che tu vada. Io ti raggiungerò.

Roberta                         - (con malizia) E' un uomo?... o una donna? (Bussano alla porta di destra).

Mario                            - Avanti. (Entra Learco Viale).

Learco                           - Buona sera.

Mario                            - Buona sera, Viale.

Roberta                         - Allora io t'aspetto dalla signorina Alga, papà. (Rapidamente, bussa alla porta di sinistra. Dice) Permesso?  (E via).

Mario                            - Accomodatevi, Viale, vi prego.

Learco                           - (con tono sostenuto) Grazie. Ho fretta. Sono venuto, perché m'hanno detto che voi, a proposito della mia parte nella nuova commedia...

Mario                            - Sì, infatti... ma... posso chiedervi il piacere di vedervi seduto in camera mia... per qualche minuto?

Learco                           - (lo guarda) Signor Moncalvo, se mi aveste chiamato per ragioni... non di servizio... sarei costretto, mio malgrado, a togliervi il 'fastidio della mia presenza.

Mario                            - (dopo un attimo di riflessione) Vorrei dirvi che io intendo perfettamente il vostro orgoglio e il vostro dolore...

Learco                           - Orgoglio, sì. Il dolore, non lo conosco.

Mario                            - Ve lo auguro e me lo auguro. Ma io conosco l'uno e l'altro, oramai. La vita si vendica sempre. Se gli uomini vivessero meno distrattamente e tenessero nota anche delle loro azioni, si accorgerebbero che la par­tita si chiude sempre in pareggio. Tanto male si fa, e tanto male si riceve; né importa che il male ci sia resti­tuito proprio da quelli a cui noi l'abbiamo fatto. Ce lo restituisce qualcun altro, la maggior parte delle volte; ma duole lo stesso, e la giustizia è compiuta. (Una pausa) Posso pregarvi nuovamente di sedere?

Learco                           - Non ho nessun desiderio di apprendere se altri vi abbia restituito il male che avete fatto a me. E non vi dico che di questo male io mi sia proprio dimen­ticato: ma... faccio di tutto per non pensarci; che mi sembra un buon modo di essere cristiano. Volete par­larmi, dunque, della mia parte?

Mario                            - (mentendo) Sì, vi prego, accomodatevi. (Learco siede. Mario siede vicino a lui) Dunque... voi la vostra parte la fate benissimo... come sempre del resto.

Learco                           - Grazie.

Mario                            - Direi, se permettete, che la vostra dirittura di uomo si rispecchia nella vostra virtù di artista.

Learco                           - Non è una legge costante... Siete un ottimo artista anche voi...

Mario                            - Ecco, bene! Così. Siate finalmente un po' acre. Datemi la possibilità di parlare a voi con un tono che sia meno umile. Io sono stanco della mia umiltà. Ho commesso contro di voi un'azione indegna ma l'ho commessa per amore. Non me ne vanto; ma non voglio più chiederne scusa!

Learco                           - Tutte le azioni indegne si commettono per qualche ragione, signor Moncalvo; e qualche volta anche per amore. Ma l'amore di chi le commette dovrebbe tener conto anche dell'amore di chi le subisce.

Mario                            - Lo so. Un po' tardi; ma l'ho imparato anch'io. A mie spese. (Una pausa) Ora io... (cerca le parole, soffrendo) ... io amo ancora Emma Tebaldi...

Learco                           - L'amate da lontano, immagino. Perché io so che da molti anni voi siete diviso da lei...

Mario                            - Forse la vita ha voluto che io mi dividessi da lei perché anche lei potesse avere la sua parte di pena dopo la colpa. In fondo, siamo tutti puniti. Ma... ecco appunto quello che volevo dirvi. Oramai, dopo tanti anni, con una figlia che s'è fatta grande, io vorrei definitivamente riparare al mal fatto...

Learco                           - Ah!

Mario                            - La riparazione sanerebbe tutto. Anche l'offesa che vi è stata arrecata. Perché, così com'è, voi certa­mente non la riprendereste; e allora è meglio io credo - che anche voi possiate riacquistare la vostra libertà completa.

Learco                           - Ho capito. (Una lunga pausa) L'annullamen­to del mio matrimonio. (Un'altra lunga pausa) La riesu­mazione -di un vecchio motivo che turbò la mia convi­venza con Emma Tebaldi... una pratica lunga, complicata; disseminata di particolari umilianti per me e per lei... (Un'altra pausa) No, signor Moncalvo.

Mario                            - (lo guarda) Non mi rendo conto' del vostro rifiuto...

Learco                           - Non è per voi, signor Moncalvo. (Con ran­core) Ma per lei, sì.

Mario                            - Tanto l'amavate?

Learco                           - Tanto sono offeso che mi abbia tradito.

Mario                            - Vi comprendo. (Si alza; fa alcuni passi lungo la camera) Abbiamo recitato tante commedie in cui que­sto vecchio e rancido problema è dibattuto; la vita è piena fino alla nausea di casi che somigliano al vostro e al mio; sono state proposte e adottate soluzioni di tutti i generi fra gli uomini e fra quelle loro ombre che si agitano sui palcoscenici e nelle pagine dei libri; ma noi due siamo qua, offesi alla stessa maniera, traditi alla stessa maniera. Si potrebbe riderne o piangerne; e la vita non farebbe un passo più in là. Perché noi siamo verniciati di civiltà, d'intelligenza, di sprezzo delle anti­che passioni e convenzioni e superstizioni; ma sotto e dentro siamo allo stato primordiale, abbiamo le stesse virtù e gli stessi difetti dei nostri più remoti antenati. Siamo due traditi, e possiamo considerarci indifferente­mente o infelici o felici, o sfortunati o fortunati, ma l'of­fesa ci duole fino a consigliarci la crudeltà. Vi com­prendo, Viale. Vi comprendo, perché mi vedo come se vedessi un altro nei panni miei. (Esaminandosi, deplo­randosi) Io vi ho chiesto quello che v'ho chiesto non perché ami colei che fu vostra moglie e non perché io senta pietà di lei; ma perché sono caduto da una pas­sione recente come un fallito, e ora ho bisogno di fare qualche cosa che appaghi il mio orgoglio, che mi dia ancora l'impressione di poter governare il mio destino. Figuratevi che mi ero innamorato di una donna la quale ha bisogno di essere cullata, accarezzata, esaltata dalle parole d'amore; e io non so dirne una sola senza pro­varne disagio e pena. Il primo dicitore o conferenziere o cantore che si fosse presentato a lei poteva vincermi, e io non lo sapevo. Per quanto conoscessi la mia inferiorità, non avevo il più lontano sospetto che i miei sen­timenti potessero essere sopraffatti dalle parole altrui. La donna soffriva presso di me perché io non ero un innamorato loquace, e io non me ne avvedevo, e bran­colavo nel buio delle supposizioni per capire la sua scontentezza o la sua ironia. Ella forse mi amava, era forse decisa a trovare un gancio per non distaccarsi dal mio amore, e io invece di parlarle dei suoi occhi o delle Bue vesti mi preoccupavo solo di renderla più brava, più ammirata, più felice. Ora che cosa occorreva per rime­diare a tutto questo? Parlarsi, confessarsi, trovare un punto d'intesa. No. La via più bassa è quella che alletta di più: tradire. Ed eccomi qua: in condizioni peggiori delle vostre, a mendicare una soluzione esterna, sciocca, a questo mio soffrire. Volete dunque, che non vi com­prenda, Viale? Eppure noi due possiamo essere strumenti dì una giustizia più alta delle nostre intelligenze, e per­fino il nostro piccolo orgoglio, i nostri rancori meschini, la nostra impotenza a rendere ragionevole la vita possono servire a questa giustizia. E' una circostanza umile, infinitesimale; ma non siamo forse molecole della gran­dezza divina? Lasciate che io sposi la donna che vi ha fatto soffrire e che io ho fatto soffrire. Ridate la madre a mia figlia.

Learco                           - (alzandosi) Per vostra figlia, che non ne ha colpa, sia fatta la volontà di Dio. Ma è un pessimo esem­pio, quello che diamo alla donna che tradisce. Ricorda-tevelo. Buona sera. (Learco esce lentamente per la destra. Mario, colpito dalle parole di lui, lo segue con lo sguardo senza trovare la forza dì parlare. Una pausa. Si apre uno spiraglio della porta di sinistra. Appare Roberta).

Roberta                         - Hai finito papà?

Mario                            - (senza muoversi, ripensando alle parole di Learco) Non so se ho' già finito.

Roberta                         - (avvicinandosi) Non sai? Attendi qualcun altro? (Una pausa) Se attendi qualcun altro, io vado. Ritornare dalla signorina Alga non mi va. Tutto il tempo che sono stata con lei, ha pianto.

Mario                            - (interessandosi) Ha pianto?

Roberta                         - Forse perché le hai rimproverato di non far bene la sua parte.

Mario                            - Riconosco di aver fatto male a rimproverarla. Nessuno di noi, forse, fa bene la sua parte. Ma se lei ha pianto vuol dire che migliorerà.

Roberta                         - Diglielo, allora. Le farà piacere.

Mario                            - Diglielo tu, per me.

Roberta                         - Io? E che autorità ho io per...?

Mario                            - Già. E' vero. (Poi, con un sospiro) Glielo farò dire da Ventura.

Roberta                         - Da Ventura?

Mario                            - Sai, si tratta, dopo tutto, di una commedia sua. Per di più lui è giovane come lei. E' anche oratore. S'intenderanno meglio. Quanto a me, non ne avrei nean­che il tempo, ora. Debbo partire.

Roberta                         - Parti?

Mario                            - Per un paio di giorni. E tu vieni con me. Andiamo a prendere la mamma.

Roberta                         - (lietissima) Davvero?

Mario                            - Ho parlato appunto per questo con... (Allude a Learco).

Roberta                         - (commossa, riconoscente) Papà!

Mario                            - Poiché lei si contenta di me così come sono...

Roberta                         - (abbracciandolo, baciandolo) Oh, papà! che dici! (Cori espansiva gioia infantile, lo bacia più volte rumorosamente in viso).

FINE

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