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Ambientazione

NONNO GENGIO

di BARNI Fulvio e CECCUZZI Maria Letizia

Ambientazione

La vicenda si svolge alla fine degli anni cinquanta, periodo in cui il boom economico italiano, iniziato nel 1951, si è consolidato. Con l’abbandono delle campagne da parte dei contadini, per andare a lavorare nelle fabbriche e nei portierati delle grandi città, si rafforza anche il decadimento del potere, sia temporale, sia economico, delle famiglie dei grandiproprietari terrieri.

La Vicenda

Protagonisti della vicenda sono due nuclei familiari, uguali per numero di componenti, ma  completamente diversi per possibilità economiche e modo di vivere. Il primo è quello di un proprietario terriero, il conte Eugenio che, nonostante la sua pur sempre consistente stabilità economica, vive con  angoscia l’abbandono dei propri poderi da parte dei mezzadri. Con la moglie Maria ha due figli, Ortensia e Dante. Il secondo è quello del suo domestico, Ghino, che è il tuttofare di casa. Presta la propria opera insieme a lui, la moglie Mafalda. Hanno due figli: Caterina e Italo. Vive con loro il vecchio padre vedovo, Gengio, che a suo tempo è stato domestico nella stessa casa per i genitori dell’attuale padrone.

Nella famiglia del conte Eugenio, sia per i pensieri che lo affliggono, sia per le sue idee antiquate, non c’è molta armonia.. Altra cosa è per quella di Ghino, che non sta vivendo, a differenza di tante altre, il travaglio della decisione di abbandonare la terra ed emigrare in cerca di un lavoro più remunerativo. Tra i figli di entrambi, che hanno più o meno la stessa età, sembra non esserci quella differenza che il diverso ceto sociale imporrebbe. I figli del domestico, in pubblico,  si  rivolgono ai padroncini dando loro del lei e chiamandoli signorino e signorina, ma sono amici. Dante, addirittura, ha una seria relazione con Caterina, che nel frattempo si è accorta di aspettare un figlio da lui . Legame che fino ad ora erano riusciti a tenere nascosto.   Soltanto Mafalda, madre di Caterina, viene a sapere in modo del tutto casuale di questo loro rapporto.

Il giovane, che le vuole veramente bene ed è intenzionato seriamente,  trova il coraggio per dirlo al padre e alla madre, anche se è certo che si scatenerà un terremoto. Il conte Eugenio, nonostante sia molto affezionato a Caterina, essendo lei nata e cresciuta in quella casa, non vuole accettare  la decisione del figlio di sposarla. La sua mentalità è quella di un vecchio nobile e come tale vuole che suo figlio sposi una del suo stesso ceto: se non ricca, almeno blasonata. Per questo tenta in tutte le maniere di imporre la propria volontà al figlio. Con alcuni espedienti, persino offensivi, cerca di allontanare Caterina, ma i due giovani non cedono………………………


Personaggi:

Conte Eugenio: proprietario terriero

Contessa Maria: moglie di Eugenio

Ortensia: figlia di Eugenio e Maria

 

Mafalda: domestica, moglie di Ghino

Dante: figlio di Eugenio e Maria

Ghino: domestico

Gengio: padre di Ghino

Cerboni: fattore della tenuta

Bizza: Contadino

Biascichino: Contadino

Caterina: figlia di Ghino e Mafalda

Italo: figlio di Ghino e Mafalda

Maccabei: commerciante

Mons. Bittarelli: Arciprete, amico del conte Eugenio

Nicche: falegname

Tito: operaio di Nicche

Atto primo

Siamo nel soggiorno della casa padronale. Sono circa le nove del mattino. Il conte è già alzato e siede in poltrona leggendo il giornale. Aspetta i familiari per fare colazione. Camminerà sorreggendosi con un bastone per la slogatura di una caviglia. Entra la contessa Maria.

Maria: Buongiorno Eugenio.

Eugenio: Oh, buongiorno Maria. Come hai riposato questa notte?

Maria: Non molto bene. (si tocca una spalla con smorfie di dolore e va a sedersi in poltrona) Sono alcuni giorni che il dolore a questa spalla si fa risentire…………. e questa notte in modo particolare. Credo proprio che dovrò decidermi e andare a San Casciano per fare un po’ di fanghi. Ho l’impressione che tutte quelle pomate e medicine che mi ha rifilato il dottore, lascino il tempo che trovano

Eugenio: (mentre sfoglia il giornale) Cara mia, i fanghi potranno soltanto lenire le tue sofferenze. Eppure conosci il vecchio proverbio che dice: i dolori sono come i soldi, chi ce l’ha  li tiene. D’altra parte, tutto ciò, è conseguenza della tua testardaggine: volesti montare a tutti i costi quel cavallo baio appena domato.( ridendo divertito) Pensavi di essere un buttero maremmano ed invece ti disarcionò come un pivello.

Maria: (stizzita) Ti diverti sempre a fare dell’ironia gratuita nei miei confronti. Eppure sai benissimo che so cavalcare molto bene e sai anche che la colpa fu di quel maledettissimo cane del fattore che si mise ad abbaiare davanti al cavallo.

Eugenio: (accondiscendente) Va bene, mettiamola come vuoi tu. Ma ricorderai che sia io che il fattore ti sconsigliammo di farlo. E quante volte poi te lo ripeté il vecchio Gino? Sono cinquant’anni che sta in mezzo ai cavalli e se insisteva lui……………..

Maria: La tua caviglia come sta?

Eugenio: Molto meglio grazie. (scherzoso) Mi dispiace per te, ma anche per questa volta non morirò. 

Ortensia: (entra stiracchiandosi) Buongiorno papà, buongiorno mamma.

Eugenio: Buongiorno, bella signorina.

Maria: Buongiorno cara, tutto a posto?

Ortensia: (un po’ stizzita) Certo che è tutto a posto. Perché mi fai questa domanda? Cosa dovrebbe esserci secondo te?

Maria: Sono un po’ di giorni che tu e tuo fratello avete dei musi lunghi. Sembra quasi che qualche problema vi affligga.

Ortensia: Ma no mamma, stai tranquilla, (abbracciandola e facendogli moine) quali pensieri potrebbero affliggerci. In questa famiglia non ne avremmo neanche se andassimo a cercarli. (va a sedersi al tavolo della colazione)

Maria: Questa mattina Mafalda deve essersi dimenticata di alzarsi! (si alza dalla poltrona) Non ha apparecchiato per la colazione………… Mafalda…………….Mafalda………

Mafalda: (da fuori scena) Arrivo signora contessa, arrivo subito. (entra accennando un inchino, ha in mano un vassoio con le tazze) Buongiorno signori, bene alzati.

Tutti i presenti: Buongiorno Mafalda. (Il conte e la contessa vanno sedersi al tavolo)

Mafalda: Scusatemi pel ritardo ma s’è dovuto chiamà’ il dottore pel mi’ sòcero. Il vecchio Gengio  non respirava bene per niente. Il dottor Bruni è andato via pochi minuti fa.

Eugenio: Che cosa ha detto il medico? Niente di preoccupante, immagino.

Mafalda: O che vuole che abbia detto, sor conte. Ha detto che pe’ la vecchiaia ‘un c’è medicina. Lui, poi, ‘un si riguarda per niente, girella sempre tutto spettorato e per forza che dopo la bronchite ‘un lo lascia mai. ( esce per prendere il caffè, il latte ed altra roba per la colazione)

Eugenio: (quasi tra se e se) Povero vecchio Gengio. Credo proprio che quando verrà a mancare, per me sarà come perdere uno di famiglia. Mi ha visto crescere e l’ho visto servire questa casa con fedeltà e devozione……. Come sta facendo adesso suo figlio Ghino del resto.

Maria: Speriamo che non prenda anche a loro la smania di andarsene a cercare lavoro al nord. Ormai, per i contadini, sembra quasi stia diventando una moda.

Ortensia: Io non chiamerei, moda, il fatto di strappare le proprie radici dalla terra in cui si è nati. Abbandonare parenti, amici, affetti. Io lo chiamerei, piuttosto, coraggio. Coraggio di affrontare un mondo nuovo, sconosciuto, per ricominciare tutto da capo. Per dare a se stessi ed ai propri figli una vita molto più dignitosa.

Maria: (risentita) Ortensia, parli come un qualunque dirigente comunista che incita alla rivolta i contadini e gli operai……… Ma ti rendi conto Eugenio di che cosa dobbiamo ascoltare! Dovresti vergognarti ad esprimerti così.

Ortensia: E di cosa dovrei vergognarmi? ……….. Sono sicurissima che se fossi una di loro …… con il pianto nel cuore ………. ma farei la stessa cosa.

Eugenio: Ortensia! (arrabbiatissimo) Adesso basta! Tu sei liberissima di esprimere questi pensieri, ma fuori di qui. In questa casa, dove da sempre la nostra famiglia ha cercato di trattare i contadini nel miglior modo possibile, non te lo permetto.

Ortensia: Vi chiedo scusa, quello che ho detto, naturalmente, non era riferito alla nostra famiglia.

(entra Dante insieme a Mafalda mentre l’aiuta a portare qualcosa).

Mafalda: No, signorino Dante, non si scomodi, faccio benissimo da sola.

Dante: Andiamo, fammi allenare. Chi può negarlo che giorno anch’io dovrò rimboccarmi le maniche e lavorare sodo se vorrò mangiare………. Buongiorno a tutti.

Tutti i presenti: Buongiorno Dante.

Eugenio: Questa mattina tu e tua sorella assomigliate molto a due rappresentanti del sindacato operaio.

Dante: Non capisco! ….. Perché hai detto questo? …... (guardando interrogativo la sorella e i genitori mentre si siede a tavola)

Eugenio: (come per allontanare Mafalda) Mafalda, puoi andare, grazie …………… Anzi, no, aspetta un momento, devi farmi un favore.

Mafalda: Comandi, sor conte.

Eugenio: Devi dire a Ghino che venga subito da me. Ho bisogno di parlargli.

Mafalda: Appena ritorna sor conte. In questo momento non c’è, è andato a apri’ i magazzini. Poco fa so’ arrivati i contadini con i carri per caricà’ il grano pe’ la semina.

Eugenio: Va bene, non appena rientra. (Mafalda esce)

Maria: (acida) E cerca di non dimenticartene.

Dante: Mi volete spiegare che cosa è successo? (nessuno risponde, poi rivolto alla sorella) Dimmi almeno qualcosa tu

Ortensia: Ma non è successo niente di grave………….

Eugenio: Te lo dico io cosa è successo. Tua sorella, tutto ad un tratto, si è messa a difendere i contadini. (alza la voce) E le pare persino giusto che abbandonino le campagne. È convinta che così facendo avrebbero una vita molto più dignitosa………….. (ironico) Poi, a sostenerla arrivi tu, mentre cerchi di alleviare le sofferenze del lavoro a chi è  pagato per farlo.

Dante: Ma dai, papà, è stato solo un gesto cortese nei confronti di Mafalda. Mi ha visto nascere e crescere.

Eugenio: Gesto cortese o no, voglio che a te e tua sorella vi sia chiaro un concetto: noi in questa casa abbiamo un ruolo diverso da quello della servitù.

Dante: Ma i tempi stanno cambiando, papà. Sono in continua evoluzione.

Eugenio: Per colpa di gente che la pensa come te e tua sorella.

Dante: Allora, sai cosa ti dico?……..Se voi proprietari terrieri non concederete qualche cosa in più ai mezzadri, tra qualche anno lo spopolamento delle campagne sarà totale.

Eugenio: Se io e vostra madre ragionassimo come voi, in pochissimo tempo manderemmo al diavolo tutto ciò che i nostri avi sono riusciti a costruire e mantenere per secoli.

Ortensia: Purtroppo per voi, è vero l’esatto contrario. È soltanto per il vostro modo di agire ed affrontare i problemi che non riuscirete nel tempo a mantenere intatto il vostro capitale. Verrà un giorno, non lontano, che tutta la terra che possedete non varrà più nulla.

Maria: Ascoltando queste parole, io e vostro padre, dovremmo dedurre che a voi della nostra tenuta non importa un fico secco.

Dante:È proprio perché ce ne importa, invece, che parliamo così. Ma è possibile non riusciate a comprendere. Tra non molto dovrete scendere a patti con i contadini. E non è remoto il momento in cui anche voi, avvicinandovi alle case dei contadini e degli operai, dovrete salutare i loro figli dicendo: buongiorno dottore, buongiorno ingegnere…………………

Eugenio: Questo penso proprio non accadrà mai. (molto ironico) Tu hai idea di quanto costi mantenere un figlio all’università?

Dante: Ti posso rispondere che una vaga idea ce l’ ho! ……… E credo anche mia sorella.

Ortensia: Ma non è litigando con noi che risolverete il problema. I cèti meno abbienti sono in fermento, e quando partiranno con la protesta niente e nessuno riuscirà a fermarli.

Dante: Ma come fate a non capire! Ormai non si tratta più soltanto di semplici rivendicazioni sindacali, ma di vera e propria voglia di potere operaio.

Ortensia: E quando se ne saranno impossessati, avranno anche loro il diritto allo studio…….. Giustamente!

Maria: (si alza arrabbiata dalla sedia) Ma voi dovete essere diventati pazzi. Io non intendo assolutamente restare qui ad ascoltare simili idiozie.

Eugenio: (arrabbiatissimo) Dante, Ortensia! Adesso basta! Non vi permetto più di pronunciare certi discorsi in mia presenza.

Maria: (rincara la dose) Questa generazione ci porterà alla rovina.

Dante: Scusatemi, non era mia intenzione offendervi. Non succederà più, ve lo assicuro. (imbarazzato) Adesso però devo andare, ho un impegno con Italo, ci vediamo dopo. Arrivederci.     ( esce)

Ortensia: (anche lei, imbarazzata, non ha intenzione di rimanere) Anche io avrei da fare. Ciao mamma, ciao papà. (esce)

Eugenio: (deluso dall’accaduto si alza da tavola e si siede in poltrona) Chi lo avrebbe mai detto: i miei figli che stanno dalla parte dei  contadini.

Maria: Non sarà proprio come hai detto tu, ma credo che dovremmo preoccuparci seriamente. (rientra mafalda)

Mafalda: I signori hanno finito? Posso sparecchià’?

Maria: Si, e muoviti che devi andare a rifare le camere.

Eugenio: (mentre Mafalda sta lavorando) Mafalda? Scusami, hai avvertito Ghino? (il conte ha ripreso a sfogliare il giornale )

Mafalda: Certo sor conte, dovrebbe esse’ qui a minuti.

Eugenio: (rivolto alla moglie) Tu a che ora devi essere dal parrucchiere?

Maria: Ho appuntamento alle undici.

Eugenio: Ti farai accompagnare da Italo. Ghino non può, deve fare delle commissioni per me.

Maria: Per me va bene lo stesso, ma Italo dovrebbe essere andato via con Dante. Non hai sentito poco fa quando lo ha detto? Quei due sono sempre insieme. Che cosa mai li legherà!

Mafalda: ( ha finito di sparecchiare) Ovvìa, se i signori ‘un comandono altro io vò’ di sopra a rifà’ i letti.

Maria: Si, vai pure…………. (Mafalda fa per uscire) Ah! Mafalda, aspetta un attimo.

Mafalda: Dica, signora contessa.

Maria: Voglio che tu trovi il tempo per riordinare i guardaroba. Vorrei cominciare a togliere gli abiti estivi e tirare fuori quelli invernali.

Mafalda: Ma per quelli invernali sarà un po’ presto, noo.

Maria: Tu non ti preoccupare e fai quello che ti dico. Voglio che stiano all’aria. Non sopporto che puzzino di naftalina. E per il prossimo anno ricordati di comperare qualcuno di quei nuovi prodotti antitarme. Adesso esistono con un’infinità di aromi.

Mafalda: Va bene signora contessa, non dubiti. (fa per andarsene nuovamente)

Maria: (molto acida) Aspetta, non ho finito……… Spazza bene sotto ai letti e cerca di togliere tutta quella lanugine che si forma …….Quante volte ti avrò detto che sono allergica.

Mafalda: Sarà fatto signora contessa. (mentre sbuffa e fa gesti d’impazienza esce di scena. Entra Ghino)

Ghino: Buongiorno signori ………

Eugenio e Maria: Buongiorno Ghino.

Ghino: Mi ha cercato signor conte?

Eugenio: Si! Avrei bisogno che tu andassi in farmacia a ritirare una pomata per questa caviglia. Il dottore mi ha promesso che l’avrebbe preparata per stamattina.

Ghino: Va bene signor conte. Tanto devo andà’ in paese per altre cose.

Eugenio: Il fattore Cerboni è arrivato?

Ghino: Si sor conte, è ne lo scrittoio.

Eugenio: Allora passa da lui e digli che non appena arrivano quei contadini che vogliono parlare con me, li accompagni qui. Oggi è meglio che non faccia le scale, se no questa slogatura non guarisce più.

Ghino: Senz’altro signor conte, stia tranquillo. (Ghino esce di scena)

Maria: (molto sorpresa) Ma sei impazzito?Adesso ricevi i contadini in casa? ……… Siamo arrivati ad buon punto!

Eugenio: Piantala per favore, Maria. Mi sembra che oggi tu sia molto nervosa. Se li ricevo in casa è soltanto per mia comodità.

Maria: Fai come ti pare ……… Io salgo di sopra, faccio un bel bagno e poi mi preparo per andare dal parrucchiere.

Eugenio: (piuttosto freddo) Va bene, ci vediamo oggi a pranzo, ciao.

Maria: Ciao. (mentre esce con fare ironico) E cerca di non maltrattare troppo i tuoi contadini, altrimenti dovrai vedertela con i tuoi figli.

Eugenio: (tra se e se)  Non credo che le cose stiano proprio come hanno detto Dante e Ortensia, però non c’è da stare per niente tranquilli. (entra con una scopa, paletta e straccio per spolverare)

Caterina: Buongiorno sor conte.

Eugenio: Buongiorno Caterina.

Caterina: (guardando in giro) O con chi parlava, che qui non vedo nessuno?

Eugenio: (imbarazzato) Io?………… Parlavo?…………….. Ah, no …… no, canticchiavo.

Caterina: (comincia a spazzare e spolverare) Allora se cantava vòl dì’ che stamani è allegro. Meglio così. “gente allegra Dio l’aiuta”.

Eugenio: Tu, sei sempre allegra ……. Èh, cosa vuol dire non aver pensieri.

Caterina: Non è proprio come ha detto lei, ma se la vòle pensà’ così, faccia pure.

Eugenio: E quali problemi potrebbe avere una donna giovane come te.

Caterina: I problemi che più o meno hanno tutte le persone di questo mondo, sor conte.

Eugenio: Per esempio?

Caterina: Se gli dovessi dì’ quello che in questo momento mi sembra  il  più importante………… è……… che vorrei sposarmi.

Eugenio: Non mi sembra proprio, un grande problema.

Caterina: Forse per sua figlia potrebbe non esse’ un problema. Per me, ‘nvece, è, e grosso. Che vòle, sor conte, ‘l mi’ babbo e la mi mamma lavorono per lei e sa bene quanto riscotono. Il mi’ fidanzato……..poi…. ancora ‘un guadagna niente………….

Eugenio: (curioso) Ah! Già, a proposito……. Chi sarebbe il fortunato?

Caterina: (imbarazzata) Preferirei non lo dì’, sor conte. Ancora mica si sa come va a finì’.

Eugenio: Nemmeno tuo padre e tua madre lo sanno?

Caterina: No, no, e  finché ‘un siamo sicuri di sposacci, s’è detto che ‘un si dice a nessuno.

Eugenio: (sempre più curioso) Non me lo dici nemmeno se insisto?

Caterina: No sor conte. Vorrei che ancora restasse un segreto.

Eugenio: Dimmi almeno se lo conosco?

Caterina: Certo che lo conosce! Qui ne la zona ci si conosce tutti ……… Ma la prego, ‘un ne’nsista.

Eugenio: Hai ragione. Me lo dirai quando sarà il momento……… Per le tue nozze ti farò un bel regalo.

Caterina: La ringrazio tanto sor conte, ma ho paura che dovrà aspettà’ parecchio. (Entra Gèngio. Tossisce per la bronchite)

Gengio: ( cammina appoggiandosi ad un bastone) Permesso? Buongiorno sor conte.

Caterina: Nonno, ma perché ti sei alzato? Il dottore t’ aveva detto di rimané’ al letto.

Eugenio: Gengio, Mafalda mi ha detto che stanotte li hai fatti preoccupare. Hanno dovuto chiamare il medico.

Gengio: E di che si so’ ‘mpauriti?……… Questi, sor conte, so’ mali che ‘un ci si mòre. (tossisce ancora) Dura tossina, perché finché duri te duro anch’io.

Eugenio: Se tu stessi un po’ riguardato però la tosse ti passerebbe.

Gengio: (rivolto al conte) Ma mandato ‘l fattore Cerboni per divvi se po’ venì’ su. So’ arrivati ‘l Bizza e Biascichino. I contadini che volevono parlà con voi.

Eugenio: Ah! Si, li stavo aspettando. Digli pure al fattore che può entrare.

Gengio: Va bene, le fò’ passà’………… Arivederci sor conte.

Eugenio: Ciao Gengio. Curati però, non fare tutto di testa tua, dai retta al dottore qualche volta.

Gengio: (mentre esce) State tranquillo sor conte che mi voglio bene. (quasi tra se) Io, poi, ‘un so’ manco se morirò mai.

Caterina: Io avrei finito, sor conte, se ‘un comanda altro……………

Eugenio: No, no, vai pure……. Ah, senti la signora se ha bisogno di niente. È in camera sua.

Caterina : Salgo subito. Arrivederci.

Eugenio: Ciao Caterina.

Fattore: ( fuori scena) è permesso, signor conte?

Eugenio:Avanti, avanti, si accomodi Cerboni. Venga pure

Fattore: (sull’arco della porta rivolto ai contadini) Voi aspettate qui. Vi chiamo io uno alla volta. (va verso il conte per stringergli la mano ) Buongiorno signor conte, come va?

Eugenio: Abbastanza bene, grazie. Stamani non sono sceso perché voglio riposare la caviglia.

Fattore: Ha fatto benissimo. Con le slogature non si scherza. Se si trascurano diventano cose lunghe e fastidiose.

Eugenio: (impaziente) Va bene, va bene, Cerboni ……. però cominciamo subito. (indicando una piccola scrivania) Lei si accomodi là, così se ha bisogno di scrivere, troverà l’occorrente. Faccia entrare il primo.

Fattore: Bizza…….Bizza, vieni avanti.

Bizza: (entra con in mano un paniere coperto da una stoffa, dal quale fa capolino il collo di una bottiglia. Si toglie il cappello e quando è vicino al conte accenna un leggero inchino) Si pole? Bongiorno sor conte,‘sta robba ve la manda la mi’ Giovanna. La mangerete e beverete co’ la vostra famiglia a la nostra salute.

Eugenio: Grazie Bizza. Quando te ne vai la lasci a Mafalda in cucina. E ora sentiamo che cosa devi dirmi.

Bizza: (togliendo da una tasca della giacca il libretto colonico). Mi ci vorrebbero ‘n po’ di soldi, sor conte. Ho venduto du’ scrofe pe’ la fiera di San Simone e vorrei fa’ i conti.

Eugenio: E per fare i conti vieni a parlare con me? C’è il fattore per questo. Dico bene Cerboni?

Fattore: È vero, signor conte, ma non è soltanto per i conteggi che voleva parlarle il Bizza. Ha una cosa molto più importante da dirle, e soltanto lei può decidere.

Eugenio: Mi sembra, però, a detta del fattore, che tu voglia fare troppo spesso questi conti ….. Ma con l’amministrazione dove eri prima……….Voglio dire ………. Adesso mi sfugge il nome….….. non ricordo più con chi eri……….

Bizza: Ero sotto l’amministrazione del Barone Baccetti. (con il tono di voce appena più basso e rivolto al pubblico) Dio gli mandi settemila paralisi.

Fattore: Mi sembra di capì’ che ti avevano abituato male, èh?

Bizza: C’era quel canchero del fattore che i conti un l’avrebbe mai fatti. (rivolto al conte) Èh, sor conte, ma che razzaccia saranno i fattori, èh?…… Che se gli potessi mandà’ ‘l colera per posta e a esse’ sicuri che morissero tutti, ci spenderei anche centomila lire di francobolli.

Eugenio: Bizza! (alterato nella voce) Stiamo calmi, èh, altrimenti non ti faccio parlare più e ti mando via immediatamente.  Ci siamo intesi?

Bizza: Scusate tanto sor Padrone. Scusate sor fattore.

Fattore: Vai avanti, forza, che il conte non ha mica tempo da perdere con te.

Bizza: ‘Nsomma, ste soldi mi ci vogliono ‘n tutt’i modi, ‘un ne posso fa’ a meno.

Eugenio: Allora sentiamo questa cosa importante che devi dirmi

Bizza: (rivolto al conte) Voi ve le ricordate le mi’ sorelle? Que le due che mi sò’ rimaste ‘n casa voglio dì’, perché quell’altre so’ tutte sposate.

Eugenio: Si, me le ricordo. Vai avanti

Bizza: Una di que le due, forse, mi sarebbe riuscito di falla sposà’………. Quella più bellina certo….. Perché quell’altra (grattandosi la testa pensieroso)………. ho paura che ci sarà da fa’ per piazzalla.

Fattore: (ironico) Èh, Bizza, quale sarebbe quella più bellina? Quella che ci ha due occhi come ‘na giovenca e la gobba, oppure quella che ci ha i baffi e le gambe torte che ci passerebbe in mezzo una scrofa con una zucca in bocca?

Bizza: La Dinda, sor fattore, no la Marietta……….. Quella co’ baffi che avete detto ora.

Fattore: Auh!

Bizza: Ma ora mica ce l’ha più i baffi, èh.

Fattore: Ah, no? S’è fatta cresce la barba?

Bizza: (convinto di quello che dice) Ma proprio! Doppo che ha saputo che si sposa, se le fa tutte le mattine col mi’ rasoio……. E anche le gambe gli si so’ parecchio ‘ndrizzate……si, si……. Vedessevo come gli so’ venute………(con aria soddisfatta) Ma manco gli ci fossi passato sopra io col carro.

Eugenio: Ah ecco! …… Èh, certo, adesso ci terrà un po’ di più alla propria persona…… Eeee…… chi sarebbe ………quest’uomo baciato dalla fortuna?

Bizza: Tonio del Tassi …… ‘Un mi dite che ‘un conoscete Tonio del Tassi che sta al Trascino, èh. È sempre de la vostra amministrazione.

Eugenio: Lo so! …… Ma …. Questa cosa, voglio dire, è stata decisa da tempo, oppure c’è qualcosa di urgente in mezzo? (mimando il pancione di chi è incinta)

Bizza: Di urgente ‘un c’è niente, sor conte, solo che se s’aspetta parecchio, ‘l figliolo gli nasce da signorina.

Fattore: (a Bizza) Allora lo vedi che c’è l’urgenza.

Bizza: Ma la mi’ urgenza ‘un è tanto pel figliolo………

Eugenio: Ah, no?  E allora per quale ragione.

Bizza: La ragione sarebbe che se Tonio ci ripensa so’ del gatto.

Fattore: Che vorrebbe dì’, se Tonio ci ripensa?

Bizza:  (guardandosi intorno, quasi mettesse al corrente i suoi complici) ‘Un è stato mica lui a mette’ la in cinta la Dinda.

Eugenio: Non è stato lui? E allora chi è stato?

Bizza: O che ne so! A me mi sa che bene, bene ‘un lo sa manco lei.

Fattore: No, scusa, fammi capì’ bene. Ma la tu’ sorella dov’era quando è successo il fatto? Da un’altra parte?

Bizza: Se vi dico che ‘un lo sa manco lei, credetici, no. Mica vi racconto le storielle………. Però, se mi fate parlà, vi spiego come si so’ svolti i fatti’……………….

Eugenio: Basta che tu faccia alla svelta. Sentiamo.

Bizza: Allora………… C’era bisogno d’andà’ a fa’ ‘n po’ d’erba pe’ coniglioli, no………..

Fattore: C’era bisogno o no?

Bizza: C’era bisogno, si.

Fattore: E allora perché ha’ detto, no?

Bizza: Voi avete detto, no, io ho detto, si.

Eugenio: Fattore, per favore, avrei un po’ di fretta, su.

Bizza: Allora la mi Giovanna da ‘na voce a la Dinda che era nell’aia a stende’ ‘l bucato e gli fa: (mette le mani ai lati della bocca e urla. Gli altri due si tappano le orecchie) “ Dinda, ci ‘ndaresti a fa ‘n fascio d’erba per que coniglioli che ‘n ci hanno più niente da mangià’?”  E la Dinda gli risponde: (urlando come prima) Te l’avevo detto di falli arrosto uno al giorno così ‘un c’era più bisogno di governalli”.

Fattore: Bizza, ‘un urlà’ per favore, via.

Bizza: Ma se un’urlavono mica si sentivono…….

Fattore: Ma noi ci si sente bene tutt’e due, vero sor conte? (il conte annuisce)

Bizza: ‘Nsomma, la Dinda chiappa la falce, la corda e parte.

Fattore: Però, Bizza, mica pòi comincià’ a raccontà da quando nacquero Adamo ed Eva, èh, se no si sta’ qui tutta la mattina con te.

Bizza: (lo guarda interrogativo perché non ha capito) Ma Adamo e Eva chi sarebbero? A me mi sa che mica le conosco …….

Eugenio: Lascia perdere, Bizza, non ti preoccupare. Signor Cerboni, per favore, non interrompa più se no facciamo notte. Vai avanti, Bizza, su.

Bizza: (al fattore) Dov’ero arrivato?

Fattore: (scocciato) La Dinda Chiappa la falce, la corda e parte.

Bizza: Ah, si!  Va giù in una di que le prese che ci s’ha ‘n Chiane, e comincia a taglià…………. Taglia, taglia arriva ‘n cima che n’aveva fatta ‘n fascio. Lo lega e lo carica ne le spalle.

Eugenio: E fin qui ci siamo, vai avanti

Bizza: (mimando l’atto) Lo carica ne le spalle, ma tutt’a’’n tratto, tum! Sente ‘n tonfo che arriva da dietro…..Perde l’equilibrio e casca sopra al fascio a buco ritto.  Sta per rialzassi, ma ……..

Fattore ed Eugenio: Ma? ……………

Bizza: Però’ sete curiosi tutt’e due, èh? ………….Ma sente uno che comincia a sfrughicchià.

Fattore: (al conte) Dev’esse’ stato uno allupomanarito, altro che di bòna abboccatura ………..

Bizza: Come avete detto sor fattore?

Fattore: Dicevo, ma lei ‘un reagì’?

Bizza: Ma proprio! (mima la posizione) M’ha detto che si mise ferma come ‘na chioccia che cova.

Fattore: (al conte) Mica strulla la ragazza! Avrà pensato: ora se reagisco e mi vede, (ridendo) questo scappa come un lepre, e chi lo rivede più.

Bizza: ‘Nsomma, doppo fatta la faccenda, la Dinda viene a casa e lo racconta subito a la mi’ moglie. La mi’ moglie mi viene a cercà e lo racconta a subito a me.

Eugenio: Povera Dinda …… Scommetto che si era molto impaurita?

Bizza: ‘Mpaurita, sor conte? Per me era contenta ‘n citto che era stato a vedé’ ‘l circo. Altro che ‘mpaurita.

Bizza: ‘Nsomma la mi moglie mi fa: “Bizza, devi venì’ subito a casa perché è successa ‘na gran disgrazia”…………. O che s’è ‘mpicco qualcuno? Fò’ io…..”Era meglio!” fa la mi’ moglie…...È successa ‘na disgrazia che manco quando passò la bolla di Casa Bebi, che ‘n un ora ammazzò trentasei cristiani.

Fattore: La bolla di che cosa?

Bizza: ‘Un l’avete mai sentita dì’ la bolla di Casabebi? ……….. Era ‘na malattia che ‘n so’ mai riusciti a capì’ che era.

Eugenio: (ridendo di gusto) Se devo dire la verità, nemmeno io ci ho capito niente.

Bizza: L’avevono visto che la mi’ Dinda era ‘n bel bocconcino, èh……….” La colpa è la nostra, èh, perché bisognava avella badata di più “.

Fattore: Tutto sommato, Bizza, ti è andata meglio così.

Bizza: Come sarebbe a dì’?

Eugenio: Cerboni voleva dire che non è facile maritare una ragazza attempatella come tua sorella.

Bizza: Comunque…………. Fatto sta che avevo sentito dì’ che Tonio del Troscino cercava moglie. ‘Na sera ci andai a parlà e si fece ‘l pataracchio.

Fattore: E a lui, è stato tutto bene? Voglio dire, anche quel piccolo difetto ……. di esse’ ‘ncinta?

Bizza: Ma di quello manco gli ho detto niente. (con fare da furbo) Ma di che s’accorge………. Tonio è più coglione del lume a mano………. Io però ( battendo una mano sul petto) so’ ‘n òmo onesto e ‘un lo volevo fregà’………….

Fattore: A me mi sa che l’hai gia fregato.

Bizza: Quando esce di casa…… come corredo, a la mi’ Dinda, gli volevo dà’  un paiolo, du’ lenzoli, qualche ‘sciugamano ……..

Eugenio: Hai ragione Bizza. Te sei una persona onesta, e le persone oneste si troveranno sempre bene. Ora però ascoltami: te ritorni a casa, io intanto mi consiglio col fattore e presto ti farò sapere che cosa ho deciso………… Tuttavia stai tranquillo, una soluzione la troveremo senz’altro.

Bizza: Sor conte, io ‘un ho parole per ringraziavvi. ? ’N dubitate, èh, che vi ricompenserò senza meno.

Fattore: Bizza, ora vai, su, che abbiamo da fare con gli altri. (facendo cenno con la mano) Vai.

Bizza: Grazie, grazie, arrivederci. (facendo inchini mentre esce)

Fattore e conte: Arrivederci, Arrivederci.

Eugenio: Cerboni, faccia passare il prossimo.

Fattore: Sor conte, prima di fa’ entrà’ Biascichino, glie ne vorrei raccontà’ una bellina.

Eugenio: Racconti, ma faccia alla svelta.

Fattore: Se lo ricorda quando a gennaio, il capoccia del podere della Buca di Sotto, venne a chiede’ con insistenza di mettigli ‘na finestra ‘n cucina, al posto dello sportellone che ci avevano?

Eugenio: Me lo ricordo si! Saranno venuti cinquecento volte.

Fattore: ‘Nsomma, dai, dai gliela feci mette’…….. Dal giorno doppo era ‘n continuo venì’ a lo scrittoio, per chiede’ di cambià’ i vetri a la finestra. Siccome ‘un mi riusciva di capì’ come facessero a rompisi ‘ste vetri, ci sono andato a vedè’ di persona.

Eugenio: Si rompevano da soli?

Fattore: Ma proprio sor conte! Era la massaia di casa che le rompeva. E lo sa come faceva?

Eugenio: No, me lo dica Cerboni.

Fattore: Abituata com’era prima co lo sportellone aperto a buttà’ fòri tutta la spazzatura, direttamente nella concimaia, lo continuava a fa’ anche con la finestra. Quando la trovava aperta, andava bene. Se la trovava chiusa: partiva il vetro. 

Eugenio: (sorridendo divertito) Lasci perdere. Prima o poi si abitueranno anche lei……..Ma  già che ci siamo gliela voglio raccontare una anche io.

Fattore: Una barzelletta o una cosa che è successa per davero?

Eugenio: Accaduta a me personalmente………………. Tempo fa, mandai Ghino a chiamare Torello, il contadino che sta al Calcinaio.

Fattore: Ah! Si, ho capito.

Eugenio: Il giorno dopo, arriva puntuale. Entra e mi fa: “ sor padrone buongiorno, m’avete fatto chiamà? “ Certo faccio io.Vorrei farti vedere una cosa, vieni con me. Prima di uscire prendo sopra il mobile la borsetta con dentro il binocolo e insieme andiamo alla piazzetta dell’Olivazzo. Arrivati lì, prendo il binocolo e mentre  glielo metto in mano gli dico: “ Torello, con questo aggeggio ti ho visto mentre rubavi le spighe nel granturcaio ”.

Fattore: Certo, da lassù si vede il podere dove sta Torello.

Eugenio: “ Ma possibile sor padrone “, fa lui, “da qui appena si vede la mi casa “. Guarda tu stesso se dico bugie, e glielo piazzo davanti agli occhi. Lui guarda qualche attimo e poi imbarazzato mi dice: “ Ma quante ne ‘nventeranno sor padrone, èh? ‘N si po’ sta mai tranquilli “. Non farlo più, perché se ti ripesco un’altra volta ti mando via dal podere. Mi sono spiegato. A questo punto, molto a disagio, Torello mi chiede mille volte scusa e mi promette che non l’avrebbe più fatto.

Fattore: Non lo farà più, stia tranquillo. Ormai è stato scoperto

Eugenio: (alzando una mano come per zittire il fattore) Ascolti il finale……. Mi saluta e se ne va, ma fatti pochi passi, si ferma e fa: “ Scusatimi tanto, sor padrone, voi lo sapete che io so’ curioso, èh, Ma co’ ‘sto cosino ci si vede anche di notte? “…………. No Torello, di notte è impossibile, rispondo io……… E lui di rimando: “ Ah ecco!……….. e mentre riprende a camminare dice: state tranquillo sor padrone, che nel granturcaio ‘un mi ci rivedrete più “……….. Lei, dalla frase di Torello che cosa ne dedurrebbe?

Fattore: Che Torello d’ora in poi, a rubba ‘l granturco, ci andrà sempre di notte.

Eugenio: Bravo Cerboni!………. E ora faccia passare Biaschino.

Fattore: Biascichino, vieni ………. vieni pure. (entra togliendosi il cappello)

Biascichino: (con tono dimesso e malinconico) Salute a voi Sor padrone.

Eugenio: Anche a te……….. Sentiamo, che cosa hai da dirmi.

Biascichino: Io, sor padrone, ‘un so manco da che parte fammi per comincià’.

Eugenio: Comincia dalla cosa che ti sembra più importante.

Biascichino: ( ha un attimo di esitazione)Io ‘un ce la fò più a mandà’ avanti la famiglia con quello che mi da ‘l podere.

Eugenio: Non vorrai mica dare la colpa a me.

Biascichino: Per carità sor conte, io ‘un voglio mica dì’ questo. È che i guadagni so sempre meno. Quest’anno poi ‘un s’è ricavato niente ne coll’olio e ne col grano, e mi sa che ricaveremo  poco anche coll’uva ………. Io ‘un so più come fa’ a ‘ndà’ avanti……. A lei poi gli pare niente la disgrazia di que la giovenca che s’è mi se scosciata e m’è toccato di facci ‘l Sant’Antonio …….. (quasi disperato) Era la più bella di tutta la stalla.

Fattore: (molto acido) E allora ‘l conte che dovrebbe fa’, Mantenerti la famiglia?

Eugenio: Cerboni, per favore, lo lasci parlare.

Biascichino: In casa mia, lei lo sa, siamo ‘n otto. Io, la mi’ moglie, quattro figlioli, ‘l mi’ babbo e la mi’ mamma.

Fattore: Se ‘un  mi sbaglio, l’ultima volta che ha partorito, a la tua moglie gli facesti fa’ paio.

Eugenio: (stizzito) Signor Cerboni, vorrei che stesse zitto, voglio ascoltare Biascichino.

Fattore: Scusi tanto, sor conte.

Biascichino: ‘L mi’ babbo e la mi’ mamma fanno quello che possono. Ormai so’ vecchi e ci posso fa’ poco conto. La mi’ Santina e mi’ citti più grandi  m’aiutono, ma…………..(reclina e scuote la testa) ‘Un s’arriva……… ‘Un s’arriva mai co’ la pezza al rotto.

Eugenio: E da me che cosa vorresti?

Biascichino: Un aiuto sor conte. Un aiuto perché io ‘n ci voglio ‘ndà’ via da qui. ‘N ci voglio ‘ndà’ a lavorà’ a Torino, o a Prato, o a Roma, come fanno tanti. 

Eugenio: E quale genere di aiuto dovrei darti?

Biascichino: A me, per ora, mi basterebbe che mi levasse l’obblighi e potessi tené’ i soldi di quel Sant’Antonio che ha preso ‘l macellaio…….. Ma mica gratisse è……..  poi ve le ridò, ci mancherebbe ……….  magari ‘n pochi a la volta……...

Fattore: No, no ……. ‘un si pò fa’ ……. che direbbero l’altri coloni se lo sapessero.

Eugenio: (facendo cenno con la mano al fattore di tacere) E quali sono gli obblighi che mi devi?

Biascichino: Dunque………….(enumerando con le dita)  Du’ capponi a Natale. Che l’ultima volta ‘l fattore perché ‘un erono quattro chili precisi, ma tre chili e otto m’addebitò quattro etti……..Sei galline a Carnevale……….otto galletti e quattro conigliuli a ferragosto e venti coppie d’ova al mese.

Eugenio: Ma se anche ti togliessi questi obblighi e ti lasciassi i soldi del Sant’Antonio, che cosa rimedieresti? Non sono poi una grossa cifra.

Biascichino: Per lei no, sor padrone. Ma per me so’ ‘n capitale.

Eugenio: Va bene, ora puoi andare. Ci penserò e ti farò sapere tramite il fattore che cosa ho deciso.

Biascichino: (inchinandosi) Grazie sor padrone, grazie e arrivederci. Arrivederci sor Fattore.

Eugenio e fattore: Arrivederci, arrivederci.

Eugenio: Credo proprio che Biascichino sia messo molto male. (si alza dalla poltrona, prende un bicchiere e offre da bere al fattore) Cerboni, gradisce?

Fattore:Grazie, sor conte, volentieri…………………… io dico che ‘un si po’ fa’ quello che gli ha chiesto……….. Chi le sentirebbe l’altri mezzadri?

Eugenio: E agli altri mezzadri chi andrebbe a dirlo?…….. Forse lei?…… Biascichino non credo proprio.

Fattore: Ma vòle levargli davero l’obblighi e lasciagli i soldi della giovenca?

Eugenio: Solo sospenderli signor Cerboni ……… solo sospenderli. Glielo dica a Biascichino non appena lo rivede.

Fattore: Io ‘un sarei d’accordo ma……….. il padrone è lei.

Eugenio: Appunto!……….  Questa mattina ho avuto una discussione con i miei figli. Loro sostengono che, tra non molto, se noi proprietari terrieri non rinunceremo a qualche privilegio nei confronti dei contadini, lo spopolamento delle campagne sarà inarrestabile.

Fattore: Mi dispiace per lei da’ ragione a’ su’ figlioli, sor conte, ma purtroppo è così. I contadini che lasciono i poderi per andà’ a lavorà’ ‘n fabbrica so’ sempre di più e quelli che so’ rimasti, incitati da’ sindacalisti, so’ ormai in rivolta ‘n tutt’Italia.

Eugenio: E secondo lei hanno  buone ragione per ribellarsi?

Fattore: Io ‘un so che rispondigli. Poco fa m’ha detto che il padrone è lei. (entra Ghino)

Ghino: Signor conte, scusi, ho portato la pomata, gli serve subito?

Eugenio: No, portala su in camera mia, grazie. Appena ho finito con il fattore vado a stendermi un po’sul letto.

Ghino: Va bene signor conte.

Eugenio: Grazie Ghino, puoi andare. (esce di scena)

Eugenio: Sono cinque i poderi rimasti vuoti, vero signor Cerboni?

Fattore: Purtroppo si, signor conte.

Eugenio: Non rimane che sperare che sia finita qui …… Ma non ci giurerei.

Fattore: Se ‘un comanda altro io tornerei nello scrittoio. Ci ho da sistemà’ ‘n po’ di conti che ho interrotto per venì’ da lei.

Eugenio: (mentre lo accompagna alla porta) Vada, vada pure …… Grazie, Cerboni.

Fattore: Ah! ‘Nalro po’ mi scordavo. Ha telefonato ‘n’altra volta quel commerciante di Roma per que la partita d’olio. Che gli devo dì’?

Eugenio: Gli dica che è disponibile, ma per il prezzo che ho chiesto io, altrimenti non se ne fa nulla.

Fattore: Benissimo! ……… Arrivederci.

Eugenio: Arrivederci. (entra Mafalda)

Mafalda: Sor conte, che gli preparo oggi da mangià’?

Eugenio: (Eugenio va a sedersi alla scrivania dove era il fattore) Quello che vuoi tu. Io mangio tutto quello che prepari. Sai benissimo che sei un ottima cuoca.

Mafalda: ‘Un mi dica così, sor conte, se no mi fa diventà’ rossa.

Eugenio: Non sai mica dov’è Italo?

Mafalda: (mentre esce) So che ‘ndava col signorino Dante ‘n cantina. Ho sentito che dicevono che dovevono fa’ ‘n po’ di prove col vino. (entra Gengio)

Gengio: (ha un foglio in mano) So ‘n cantina, sor conte che fruzzicono ‘n una botte, l’ho visti io…. Fateli smette…… Loro mica lo sanno che ‘l vino è ‘na cosa delicata….. ’Un ci si mettono dentro ‘l vino tutti che troiai che ci mettono loro.

Eugenio: Gengio, Dante sta studiando scienze agrarie, e sa benissimo quello che fa.

Gengio: Fate come vi pare, ma ne ‘sto periodo la luna ‘un è bòna…………. C’è da vedello rivulticà come niente…….. Guardate che doppo ‘un è bono manco per condicci l’insalata, èh.

Eugenio: Stai tranquillo Gengio, ti ho detto che Dante sa il fatto suo.

Gengio: A’ mi’ tempi bastava ‘na solfata e via………..

Eugenio: Gengio, ormai tutto deve camminare di pari passo con la scienza e con la tecnica.

Gengio: Si, si, fate ‘n po’ come vi pare, tanto ‘l vino è ‘l vostro………. Ma mi sembra a me che qui l’azzi ‘n so’ belli per niente……….. Ma avete visto?………. Doppo che hanno mandato lassù lo sputinicche (indicando con una mano in alto) le stagioni ‘un so’ più quelle.

Eugenio: O su, Gengio, non farmi ridere. Ora dimmi che cosa centrano le stagioni con lo SputiniK che i russi hanno mandato nello spazio?

Gengio: C’entra, c’entra, date retta a me, sor conte… So’ voluti ‘ndà’ su, ma hanno scompuzzolato ‘gni cosa.

Eugenio: Gengio, ti ripeto che non c’entra nulla quello che dici tu con le bizze delle stagioni.

Gengio: Allora ditimi che bisogno c’era di mandacci ‘n cane lassù? Mica ci so’ i lepri, èh.

Eugenio: (ridendo divertito) No, non ci sono lepri, di questo hai ragione tu. Però sono conquiste che in seguito torneranno utili a tutta l’umanità. 

Gengio: Noe, noe, per Dio… Datemi retta sor conte, quelli rivulticheranno ‘l mondo ………..

Eugenio: Io lo spero che il mondo venga cambiato per davvero.

Gengio: (indicando la televisione) Ora ditimi voi com’ è possibile caccià’ dentro que la scatoletta tutti che cristiani? ( tra se e seminando l’atto di ballare)……… Che poi si mòvono anche.

Eugenio: Di quale scatoletta parli?

Gengio: Quella che v’hanno portato tempo fa, con quel vetro davanti.

Eugenio: Ah!…. Ho capito, ti riferisci alla televisione.

Gengio: Boh! E che ne so come si chiama…….. A mi tempi s’ascoltava ‘l bollettino a la radio……. Ma lì, si che le dicevono le cose per bene.

Eugenio: (divertito) E la radio, secondo te, non era una diavoleria moderna.

Gengio: ( meravigliato)Èh, noe, per Dio, quella l’aveva ‘nventata un cristiano.

Eugenio: Perché, secondo te, la televisione chi l’avrebbe inventata?

Gengio: (indispettito) ‘Un lo so e manco lo voglio sapé’…………… E tutte que le medicine che t’appiccica ‘l dottore ……… Prima mica era così, sapé’. Oggi se ti viene ‘n dolorino e vai all’ambulatorio dal dottore sé’ bell’e fregato.

Eugenio: Io penso che le medicine di oggi siano più efficaci di quelle che facevi voi con le erbe.

Gengio: ( scuotendo la testa) Ma proprio……… Vai lì, appena ti vede ‘n ti fa manco fiatà’: mette ste supposte……Fa’ ste ‘nizioni ………… Piglia ‘ste pasticche ………. Butta giù ‘sto sciroppo. Che poi le devi piglià sempre all’ora di pranzo o di cena e va a finì’che anche se ‘un mangi niente è uguale, tanto sé’ bell’e pieno.

Eugenio: Non è così come dici tu, Gengio.

Gengio: Ah noo! Ma manco come ci vorrebbero fa’ crede’ que’ zucconi che so’ sempre a legge’ ne’ libbri.

Eugenio: Va bene Gengio, ho capito che tanto non riuscirei a convincerti neanche se continuassimo fino a domani.

Gengio: Arivederci, sor conte. (Gengio fa per uscire poi ci ripensa) Oh, madonnina, ‘n altro po’ mi scordavo……… E sa’ ch’ero venuto apposta…….. ….C’è stato ‘l dottore a guardà’ que’ la cagna de la sora contessa.

Eugenio: ( che non sa se ha capito bene) Come hai detto?

Gengio: (si è accorto di essersi espresso male) Scusate sor conte,‘un volevo offende la signora………. Volevo dì’ che c’è stato il vetrinario a visità’ la Stellina, la canina de la signora.

Eugenio: (sorridente) Ho capito Gengio, non ti preoccupare. Però se mia moglie fosse stata qui, non l’avresti passata liscia.

Gengio: Questa è la ricetta che ha lasciato. Leggetela e ditimi se devo andà’ ‘n farmacia.

Eugenio: (dopo aver letto) No Gengio, non ce n’è bisogno. Ha scritto di darle due cucchiai di olio di ricino al mattino e sostituire l’acqua da bere con dell’acqua di muraiola.

Gengio: Avete visto che avevo ragione io? Questo è ‘n dottore che ci capisce. Ovvia, allora vò’ a fa’ ‘sta faccenda. (mentre esce incontra Mafalda)

Mafalda: Perché ‘un sete rimasto al letto? Che v’ha detto ‘l dottore stamani? Però séte duro, èh!

Gengio: Aritonfa Bitona. E cinque!…………..  Co’ ‘sto letto a me m’hanno bell’ e gonfio i corbelli……… Ora va a finì’ che avanti notte la dò ‘na croccinata a qualcuno, èh. (alzando il bastone) Io ci ho da fa’ le mi faccende, ‘un posso sta a letto a perde’ tempo.

Eugenio: Mafalda, io vado a stendermi un po’ sul letto. Provo se riesco a far riposare la caviglia. Scenderò per il pranzo. (mentre se ne va) Però non vorrei essere disturbato, se fosse possibile.

Mafalda: Come desidera sor conte. Stia tranquillo. (Mafalda esce. Entra Caterina)

Eugenio: Caterina eri sopra? Nelle camere?

Caterina:Si, signor conte.

Eugenio: Mia moglie è sempre su?

Caterina: Si, si prepara per andà’ dal parrucchiere.

Eugenio: Tuo fratello l’hai visto? E’ sempre in cantina con Dante?

Caterina: Non lo so, sor conte. L’ho visto stamattina presto e m’ha detto proprio che ci aveva da fa’ col signorino Dante.

Eugenio: Volevo fargli fare una cosa………. Ma non fa niente, nel pomeriggio va bene lo stesso.

Caterina: Mamma…..Mamma.

Mafalda: (rientra in scena) Che vòi? Hai fatto di sopra tutto quello che t’ avevo detto?

Caterina: È tutto a posto mamma! Ho aiutato anche la signora a fa’ ’l bagno. M’ ha chiesto di lavagli la schiena.

Mafalda: (prima guarda in giro poi si rivolge alla figlia in confidenza) Certo che la signora è ogni giorno più scorbutica, èh. ’Un gli va mai bene niente…………. Mafalda fa’ questo, Mafalda fa’ quest’altro………..Ogni cinque minuti gli parte ‘n treno.

Caterina: E a te che t’importa, fa’ le tua e lascela sta’.

Mafalda: Il conte è ‘na pasta d’òmo. Educato, gentile con tutti…………. Ma lei è ‘n canchero, per Dio.

Caterina: Èh, certo che tra lei e ‘l conte c’è differenza quanto ‘l giorno e la notte…….

Mafalda: È proprio vero ‘l proverbio che dice: “ Se vò’ fa’ ‘n dispetto a Cristo chiappa ‘n povero e fallo ricco “. Perché a la  famiglia de la signora, di ricco, quando l’ha sposata ‘l conte, gli c’era rimasto ‘l titolo di nobili e basta……… E da parecchio tempo ormai.

Caterina: Che fò’? Tanto so’ qui  apparecchio?

Mafalda: Sarà ‘n po’ presto ……. ma, apparecchia, va’, che quando s’è fatto ‘un ci si pensa più.

Caterina: Quanti so’ a mangià’ oggi?

Mafalda: A me ‘un m’hanno detto niente, sicché dev’essero loro soli.

Caterina: Meno male, perché quando ci hanno l’ospiti tocca sempre stracannassi.

Mafalda: Io ritorno di là ‘n cucina, che sennò stamani, mì’……….Piticchia, piticchia, ‘n fò’ ne pe’ l’anima ne pel corpo. (Mafalda esce )

Caterina: (mentre comincia ad apparecchiare canticchia “ Volare “) Penso che un giorno così non ritorni mai più………………. (entra suo fratello Italo che si ferma sulla porta ad ascoltare)

Italo: Se ti sente Modugno come gli strazi ‘sta canzone ti denuncia subito a’ carabinieri.

Caterina: (ha un sussulto) Uh, madonnina che paura! ………Allora te dovresti esse’ gia ‘n galera da parecchio, quando canti sembri ‘na gatta stretta all’uscio.

Italo: A proposito di musica: sabato sera ballono al teatro. Ci vieni?

Caterina: No, grazie, non mi interessa. Rimango a casa.

Italo: Io ancora ‘n so’ riuscito a capì’come mai, tutto ad un tratto, da quasi un anno, ti sei chiusa ‘n casa e ‘un sei più voluta uscì’.

Caterina: Bugiardo,‘un’ è  vero, qualche volta esco.

Italo: Ma che c’entra. Io volevo dì’ a ballà’, ‘na volta ogni tanto al cinema, a veglia da qualcuno. Ci so’ la Paola, l’Anna, Francesco, mi domandono sempre di te, vogliono sapé’  perché non esci più.

Caterina: (cerca di cambiare discorso) Prima, t’ha cercato il signor conte. Ma ‘un m’ ha detto che voleva. Ora è andato a riposassi. Nel pomeriggio, però, fatti vedé perché ti deve fa’ fa’ ‘na cosa.

Italo: Te vòi cambià discorso, t’ho capito. E…….. allora……….lo vòi sapé come la  penso?

Caterina: Sentiamo che mi dice lo stroligo di Brozzi.

Italo: Che te hai preso una bella cotta per qualcuno. No, anzi, ormai ‘un po’ esse’ più ‘na cotta. Ci hai un fidanzato e ‘un lo vòi dì’.

Caterina: Ma, ‘un dì’ scemenze che ‘un è vero.

Italo: Allora se ‘un è vero lo sai che ti dico: se te vòi fa’ la suora di clausura falla pure. Io vorrà dì’ che seguito a fa’‘l frate da cerca ………… Ciao, forse ci si vede a pranzo.

Caterina: Ma che eri venuto a fà’, che riparti subito?

Italo: Ero venuto per chiede’ ‘na cosa al conte da parte del Signorino Dante. Ma se ‘un c’è………. (esce di scena)

Caterina: Ciao, e ricorditi del conte, oggi pomeriggio.

Italo: (da fuori scena) T’ho detto di si, ‘un esse’ noiosa……….

Gengio: (da fuori scena) Permesso sor conte, si pole?

Caterina: Nonno, sei te? (entra Gengio seguito da un uomo)

Gengio: Che vorresti dì’ che ‘un mi riconosci più manco a la voce?

Caterina: T’ho riconosciuto, si. Ho fatto per fatti sapé’ che c’ero io.

Gengio: Sie, che tanto ‘n t’avrei visto……… È vero che la vista mi s’è abbassata, ma ancora a te ti vedo bene ……… ‘L conte ‘un c’è?

Caterina: No, nonno, è andato un po’ sopra al letto. Che volevi?

Maccabei: Il conte non c’è? ……. Oh povero me ….. Ho fatto tutta questa strada per niente.

Gengio: (rivolto al pubblico) Oh, ma questo è tignoso, èh! Gli ho detto d’aspettà’ che lo annunciavo al conte e ‘nvece è voluto entrà’ lo stesso.

Caterina: (a Maccabei) Mi dispiace signore, ma il conte è andato a riposassi. Ha una caviglia dolorante e il dottore gli ha detto di non sforzarla.

Maccabei: ( si è siede sulla poltrona e si asciuga il sudore) E chissà quando potrò parlargli?

Gengio: (al pubblico) Ora chi gliel’avrà detto di mettisi a sedé’ …… Mmmm! …. A me questo ‘un mi rimane simpatico per niente.

Caterina: Non saprei. Scenderà sicuramente per il pranzo, però non ho proprio idea di quando potrà riceverla.

Maccabei: Non potreste chiedere se posso parlargli? Credo che quello che dovrei dirgli sia una cosa che interessi anche lui.

Caterina: Posso chiedere a mia madre …….. Aspetti un attimo. (va in cucina)

Maccabei: Grazie, signorina, siete molto gentile.

Gengio: Avete provato a parlà’ col fattore?

Maccabei: Si, ma mi ha detto che certe decisioni può prenderle soltanto lui.

Gengio: Allora mi sa che avete fatto come quello che lavava ‘l capo a la somara.

Maccabei: Come sarebbe a dire?

Gengio: Sarebbe a dì’ che sprecava ‘l  tempo e ‘l sapone …. ‘l conte, quando riposa, ‘un vòle esse’ disturbato assolutamente. (rientra Caterina)

Caterina: Sono desolata signore, ma mia madre dice che il signor conte ha lasciato detto che non ci sarebbe stato per nessuno.

 

Maccabei: (comincia a fare il galletto) Voi siete sua figlia, immagino.

Caterina: (ridendo divertita) No…….. No, non sono sua figlia.

Maccabei: Siete sua moglie forse?

Caterina: Neanche.

Maccabei : Ho capito: siete la sua segretaria!

Caterina: (sempre sorridendo) Nemmeno.

Gengio: (seccamente, perché proprio non lo sopporta) O vediamo se ‘ndovino io……. Voi ‘nvece siete della polizia……. Fate troppe domande!

Maccabei: Io sono un commerciante di cereali e vengo da Roma.

Gengio: Ma prima di fa’ ‘l commerciante eri nella polizia.

Maccabei  (quasi seccato) Ma perché dovrei essere per forza un poliziotto.

Gengio: Allora siete proprio così …. curioso di vostro. (facendo cenno col bastone) Gnamo, signor commerciante di Roma. (battendo il bastone sopra a qualcosa) Si riparte.

Maccabei: E dove andiamo?

Gengio: Vi riaccompagno fòri. Perché con tutte ‘ste porte e ‘ste scale, che ci so’ ne la villa è domattina e voi ‘ncora girellate là per casa.

Caterina: Nonno, ma se ci hai da fa’, vài, l’ accompagno io il signore.

Gengio: Io? E che ci ho da fa? Niente! (si mette a girellare per la stanza facendo finta di curiosare)

Caterina: E allora rimani.

Maccabei: Grazie signorina, siete molto gentile ……Scusate se insisto ancora …… Ma…….siete per caso la cameriera?

Gengio: (che si è allontanato) Si ricomincia a fa’ ‘l curioso?

Caterina: Non sono proprio la cameriera. Mio padre e mia madre sono a servizio del conte e così, quando posso do una mano.

Maccabei: Ve lo ha mai detto nessuno che avete degli occhi stupendi.?

Gengio: (come se non rispondesse a lui)  Qualche volta l’oculista quando è andata a misurassi la vista.

Caterina: (imbarazzata) Ma se mi dite così, mi fate arrossire.

Maccabei: E non solo gli occhi…… Anche il colore dei capelli…….. le mani …Siete proprio bella.

Gengio: (scatta come una molla) Caterina, lo senti che ti chiama la tu’ mamma………. và’ subito ‘n cucina ……….. Scarabei, gnamo (lo alza letteralmente dalla poltrona) che io ci ho da fa’ e ‘un ci ho da perde’ tempo con voi.

Maccabei: (rivolto a Gengio) Le ho detto che mi chiamo Maccabei, ha capito, Maccabei, non Scarabei. (s’ incammina seguito da Gengio) Arrivederci……… Spero di rivedervi presto.

Gengio: Si! La mattina appena fa giorno. …… Gnamo, gnamo, che ho fretta. ( Maccabei esce spintonato da  Gengio)

Caterina: Riprovate nel pomeriggio, può darsi che il conte vi possa ricevere ….. Arrivederci signore.

Maccabei: Arrivederci e Grazie. Farò proprio come avete detto voi.

Caterina: ( finisce di apparecchiare e pensa a voce alta) Proprio un bel tipo quel Maccabei …… Certo che non perde tempo. Aveva cominciato subito a farmi la corte. Ma nonno Genio, furbo, ha capito subito

Dante: (che entra in quel momento) Chi è che stava facendoti la corte?

Caterina: Signorino Dante.

Dante: (si guarda in giro e parla sottovoce) Ma quale signorino Dante …… Sei sola?

Caterina: (anche lei sottovoce) C’è la mamma di là in cucina.

Dante: (mentre l’abbraccia e la stringe a se) Quanti giorni sono che aspettavo di abbracciarti.

Caterina: (divincolandosi) Sei diventato pazzo? Se entra qualcuno siamo rovinati. (in quel momento entra Mafalda, si accorge dei due ragazzi e si ferma, non vista,  ad ascoltare)

Dante: Io credo che sia giunto il momento di parlare con le nostre famiglie. Che dici, Caterina?

Caterina: Hai detto bene, Dante, parlare, non farci scoprire come fossimo due amanti.

Dante: Questa situazione è ormai diventata insopportabile. Per te non è la stessa cosa?

Caterina: Anche per me è diventata insostenibile, credimi. Ma non bisogna far precipitare le cose.

Dante: Parlerò da uomo a uomo con mio padre e sono sicuro che capirà.

Caterina: Non dire scemenze, Dante. Sai benissimo che tuo padre e tua madre non acconsentiranno mai al nostro matrimonio.

Dante: E allora secondo te cosa dovremmo fare?

Caterina: Prendiamoci ancora un po’ di tempo, una soluzione la troveremo.

Dante: Ma quale tempo?………………. Tra non molto il tuo stato sarà più che evidente.

Caterina: (si fa prendere dallo sconforto) Oddio, Dante, che cosa abbiamo fatto.

Dante: (cerca di consolarla) Non abbiamo fatto niente di cui ci si possa vergognare…….. (risoluto) non ti preoccupare, quando nostro figlio nascerà, ci troverà insieme.

Caterina: (piagnucolante) Vedo già mia madre e mio padre che strillano e inveiscono contro di me………….

Dante: Non lo faranno, Caterina, stai tranquilla, Capiranno.

Caterina: Tuo padre e tua madre che mi tratteranno come una puttana.

Dante: Ma che cosa dici, non arriveranno a tanto. Ora calmati, su

Caterina: Ho tanta paura Dante. Che fine farà nostro figlio?

Dante: (deciso) Basta, non voglio che tu soffra ancora un minuto di più. Parlerò oggi stesso con i miei  e con i tuoi genitori.

Caterina: Penso sarebbe meglio se a mio padre e mia madre parlassi prima io.

Mafalda: (esce allo scoperto in quel momento) Signorino Dante, se ne potrebbe parlà’ subito, noo?  Se ci ha tempo, naturalmente.

Dante: Mafalda! ( sorpreso) Hai sentito tutto?………… Ci stavi spiando?

Mafalda: ( con un sussulto di orgoglio) No signorino Dante, non stavo spiando nessuno………….. Lei forse non ci crederà, ma io ‘un ci ho l’  abitudine di spià’ la gente per poi facci pettegolezzi. So che le domestiche per voi ci hanno ‘sta reputazione. Ma con me si sbaglia. ‘Un s’ immagina neanche quante cose ho visto e sentito ne ‘sta casa. Però so stà’ al mi’ posto, stia tranquillo, ma ‘sta volta si tratta de la mi’ figliola e penso di avé’ ‘l diritto di mettici bocca.

Dante: Mafalda, mi dispiace ………..Mi sono espresso male……Non volevo offenderti…… Non è come credi tu. Io a Caterina voglio bene davvero. (rivolto a Caterina) Caterina, diglielo anche tu.

Caterina: (impaurita) E’ vero mamma, Dante mi adora e anche io gli voglio bene.

Mafalda: Se il signorino Dante t’avesse voluto bene per davero, avrebbe pensato che la vostra sarebbe stata ‘na relazione impossibile. Da che mondo è mondo, tra ‘l padrone e la serva, ci possono esse’ solo certi rapporti, mai legami seri.

Caterina: Mamma, mi tratti come una puttana, non è giusto. Prima di accettà’ Dante ci ho pensato parecchio. ‘Un mi so’ buttata addosso a lui al primo complimento.

Dante: Mafalda, non volevo divertirmi con Caterina, credimi.

Mafalda: Io sò abituata a ‘un giudicà’ nessuno…………Anche perché la mi’ posizione ‘un me lo permetterebbe. Ma so riconosce’ l’evidenza de’ fatti. Lei, signorino Dante, spero se ne renda conto, nel modo che ha  agito ha rovinato per sempre l’esistenza de la mi’ figliola.

Caterina: Mamma, ma perché ‘un ci vòi crede’,  ragiona un attimo. Io so’ sicurissima dell’amore di Dante.

Dante: Mafalda, io non abbandonerò Caterina. Ci sposeremo, con o senza il consenso dei miei e di voi.

Mafalda: (come se non li stesse ascoltando) Io ci avevo tanta stima di lei signorino Dante. ‘Un avrei mai pensato che sarebbe arrivato a tanto.

Dante: Mafalda, ti dimostrerò che non è come dici tu.

Mafalda: Bene che andranno le cose per voi due, so’ sicura che ‘l lavoro mio e del mi’ marito, ‘n questa casa, finirà appena il conte verrà a sapé’ quello che è successo.

Caterina: Ma non sarà così, mamma. Te e ‘l babbo non c’entrate niente. Il conte vi vòle bene.

Mafalda: (come stesse parlando da sola) Ora lo dovrò dì’ al tu’ babbo. E ‘n so nemmeno da dove comincià’.

Dante: Mafalda, aspetta a dirlo a Ghino, fammi parlare prima con i miei.

Mafalda: ‘Un ci ho mai avuto segreti pel mi’ marito e ‘un voglio comincià’ a avecceli  proprio ora.

Caterina: Dante ‘un ha detto che ‘l babbo ‘un lo deve sapé, ha detto solo di aspettà’.

Mafalda: (mentre esce di scena) È proprio vero quello che dicevano i vecchi: è meglio puzzà’ di tutto meno che di povero!

Secondo atto

Siamo sempre nel soggiorno della casa padronale. E’ pomeriggio inoltrato e il conte e la contessa sono seduti in poltrona. Lui legge il giornale e commenta le notizie di politica e di cronaca parlandone con la moglie. Lei si aggiusta le unghie.

Eugenio: Non so quale sia la notizia più sensazionale: “ Ieri sera alle 22 e 02 un astronave sovietica, chiamata Lunik II, è allunata in una zona della sfera lunare compresa tra il mare della serenità, il mare della tranquillità e il mare dei vapori”. L’altra, invece, è la notizia della partenza da Mosca di Nikita Krusciov per incontrare direttamente il presidente americano Eisenhower. È sua intenzione proporre all’assemblea generale dell’ONU il disarmo mondiale.

Maria: Stai pur certo, che sarà più facile che l’uomo raggiunga  di persona la luna, che la Russia e gli Stati Uniti riescano ad accordarsi sul disarmo totale.

Eugenio: Credo anch’io che sarà così. Il disarmo totale è solo una pura e semplice utopia. Non credo proprio avverrà mai. (entra Dante)

Maria: Dante! Ma non saresti dovuto andare da quel tuo amico a Chianciano?  Perché non sei andato più?

Dante: Papà, mamma, avrei bisogno di parlarvi…………….. Seriamente.

Maria: Che cosa è accaduto? (apprensiva) Oddio, Dante! Non farmi preoccupare.

Eugenio: Siediti, (indicando una poltrona) ti ascoltiamo.

Dante: (si siede davanti a loro e dopo una breve pausa) Avrei deciso di sposarmi………. Anzi……Devo sposarmi.

Maria: (esterrefatta) Ma cosa stai dicendo? …….Ma se non sei nemmeno fidanzato.

Eugenio: (mentre ripiega il giornale con calma) E……….Quel…….Devo sposarmi……Ha un significato ben preciso, suppongo.

Dante: Esattamente, papà. E’ proprio come hai immaginato.

Maria: Oh, no, Dante, perché ci hai fatto questo…………….. che dispiacere!

Dante: Mamma, per favore, non cominciare con i tuoi soliti piagnistei. Non c’è niente di strano in quello che ho detto. Sono un uomo ormai e riesco a badare a me stesso.

Eugenio: Se devo essere sincero, non approvo nemmeno io il modo con cui sei arrivato al matrimonio, tuttavia, penso che dovrai senz’altro onorare il tuo comportamento..

Maria: Ma non potevi dircelo che ti eri fidanzato. Pensi che non avremmo approvato?

Eugenio: La cosa non avrebbe potuto darci altro che gioia.

Dante: Non credo proprio che avreste capito …… o meglio …….. approvato.

Maria: Perché dici questo? Sei un uomo ormai, lo hai detto tu stesso, e quindi pronto per avere una tua famiglia.

Dante: Non è questo il punto mamma. Voglio dire che non avreste accettato la persona con cui ho deciso di dividere la mia vita.

Eugenio: E chi sarà mai, (scherzoso) forse una nostra contadina?

Dante: (alterato) Anche se fosse, che cosa cambierebbe? Quando due persone si amano, si capiscono e sono fatti l’uno per l’altra, il resto non conta.

Maria: Dante, non ricominciare con le tue solite idee progressiste, èh. Non voglio più ascoltarle. Mi sembra di essere stata chiara stamattina………………

Eugenio: (interrompendo la moglie) Vorrei che tu mi spiegassi che cosa significa quel…”anche se fosse”……. È racchiusa dentro quella frase, la risposta alle domande mie e di tua madre………..Vero Dante?

Dante: (annuisce a testa bassa) Hai detto proprio giusto, papà.

Maria: (quasi isterica) Oddio, Gesù, aiutami. Che vergogna!

Eugenio: Taci Maria, non è il momento di fare isterismi. Manteniamo la calma. (rivolto a Dante) A questo punto ……… credo sia giunto il momento……..che tu faccia………il suo nome. (Molto ironico) Sono proprio impaziente di conoscere il nome della mia futura nuora.

Maria: (isterica) Chi è?...... Avanti dillo, abbi il coraggio di fare il nome di questa sgualdrinella.

Dante: ( con tono altrettanto arrabbiato) Mamma, non ti permetto di definirla in questa maniera. Lei non è una sgualdrina.

Eugenio: Non ti permettere nemmeno tu di rivolgerti a tua madre con questo tono………(sempre più ironico) Vai avanti, fai il nome di questa santa donna.

Dante: (deciso) Caterina papà, la figlia di Ghino e Mafalda.

Maria: (come indemoniata) No!….. No!….. No!…. Che scandalo quando lo sapranno i nostri amici. (scoppia a piangere singhiozzando)

Eugenio: (si alza e va a versarsi da bere)  Caterina!………..Hai capito?…….. Chi lo avrebbe mai detto!…… La piccola, cara Caterina ……….. Non l’avrei creduta capace di tanto.

Dante: Che cosa sarebbe stata capace di fare secondo te? Di raggirarmi? Di tirarmi un tranello in cui io sarei cascato?…….. No caro papà, (ironico anche lui) finché voi nobili non smetterete di credere che nelle vostre vene scorre sangue blu, non si colmerà mai l’abisso che vi divide dalla gente normale. Da quella gente che ha il sacrosanto diritto di condividere i propri sentimenti con chiunque voglia…….. Senza distinzioni.

Eugenio: (mentre passeggia per la stanza) Hai detto una cosa giusta. Ma ti sei chiesto se noi “nobili”, come tu ci definisci, vogliamo che questo abisso si colmi? E…… in quanto a condividere i sentimenti con chi ritengono opportuno, si da il caso che sono liberi di farlo tranquillamente ……………Forse siamo noi che non desideriamo affatto farlo con loro.

Dante: Che peccato papà. Sei stato per molti anni il mio punto di riferimento. L’uomo da imitare e da eguagliare………….Che delusione!

Eugenio: La delusione è reciproca, caro Dante. Anch’io ho sognato per te cose diverse da quelle che tu ora stai manifestando. Ma non ne faccio un dramma. Sei liberissimo di fare quello che vuoi. (con il tono della voce sempre più alto) Quello che invece non ti permetterò mai, è di sposare Caterina ……………….. La figlia della mia serva.

Maria: (che è sempre sul divano e singhiozza) Che dispiacere mi hai dato Dante…….. Saremo gli zimbelli di tutti.

Eugenio: Maria calmati. Non saremo oggetto di scherno per nessuno, stai tranquilla. Aggiusterò tutto io. Vedrai che nessuno saprà dell’accaduto.

Ortensia: Che cosa è successo? (accorrendo verso la madre) Mamma perché piangi, stai male? (poi guardando il padre e il fratello) Volete dirmi che cosa è capitato? (un attimo di silenzio poi quasi urlando) Vi decidete  a dirmi che cosa sta succedendo?

Eugenio: Come, neanche tu sapevi niente? Tuo fratello Dante sta per sposarsi e non ha detto niente nemmeno a te?

Ortensia: (sorridendo rivolta alla madre) Ah ! Ho capito. Sono lacrime di gioia.

Dante: No Ortensia, sono lacrime amare, per mamma e papà.

Eugenio: Tuo fratello si è voluto divertire, ma non è stato così furbo da scappare in tempo e si è fatto incastrare.

Ortensia: Vuoi spiegarmi qualcosa tu? Chi è questa donna che hai messo incinta?

Dante: Tu la conosci bene: si tratta di Caterina.

Ortensia: Caterina ……. la nostra Caterina?

Dante: Si ……….. Si, la nostra Caterina.

Eugenio: E pensare che proprio stamani parlavo con lei di matrimonio………. E quando le ho chiesto più volte, per curiosità certo, non perché sospettassi qualcosa, chi fosse il suo fidanzato, mi ha pregato di non insistere………….. Ah!….. No…….. In una cosa è stata sincera: ha detto che lo conoscevo benissimo.

Dante: Ma perché non volete credere alla serietà delle nostre intenzioni…… Caterina ha colpa quanto me di quello che è accaduto……… Non ha voluto intrappolarmi…….. Sono stato io per primo a dirle che l’amavo. Lei non ha mai fatto niente perché io potessi almeno intuire.

Ortensia: E ora che intendi fare? Abbandonarla al suo destino immagino? Come farebbe il peggiore dei delinquenti.

Dante: Ma cosa stai dicendo. Io voglio sposare Caterina. Ero venuto apposta per parlarne con mamma e papà.

Ortensia: E naturalmente loro hanno negato il proprio assenso……. Dovevi aspettartelo.

 

Eugenio: Ortensia, non cercare di far passare come una cosa ovvia, ciò che comunque andranno le cose, sarà un grosso scandalo per la nostra famiglia……… Non essere ipocrita.

Ortensia: (come un fulmine) Tu osi accusare me d’ipocrisia? Ma se stai soltanto parlando dello scandalo che potrebbe rovinare la reputazione del tuo casato. Non osi nemmeno pensare per un attimo al bambino che Caterina porta in grembo.

Eugenio: (urla) Ortensia, mi era sembrato di essere stato chiaro con te e tuo fratello stamattina.

Ortensia: E allora sappi una cosa, (con ironia) caro signor conte, che tu lo voglia o no, il bambino che deve nascere è tuo nipote. Potrai rinnegarlo, far finta di non conoscerlo, ma rimarrà sempre il figlio di tuo figlio.

Eugenio: (indicando la porta ad Ortensia)Esci immediatamente da questa stanza e non osare mai più rivolgerti a me con questo tono. Fuori! …… Sparisci!

Maria:  (accennando svenimenti) Sto male………Sto male…….. Chiamate il dottore.

Ortensia: Non è niente mamma, sei soltanto agitata…… Vuoi che ti aiuti a salire in camera tua? Ti stendi un po’ sul letto…….. Poi  chiameremo il medico, se pensi di averne sempre bisogno.

Maria: Si ……. si. Grazie Ortensia. (rivolta a Dante mentre gli passa davanti) Dovresti vergognati per quello che ci hai fatto!  (Ortensia e Maria escono)

Eugenio: Mafalda e Ghino sanno già?

Dante: Mafalda si, ma penso che a quest’ora anche Ghino lo abbia saputo.

Eugenio: (tra se e se) Non è trapelato nulla da Mafalda mentre serviva a tavola; nessun gesto, nessun cenno che manifestasse nervosismo ………………….

Dante: (interrompendo il padre) Hai sempre pensato che certa gente non avesse dignità.

Eugenio: (come se non avesse udito le parole del figlio) Vai a chiamare Ghino e Mafalda. Digli che ho bisogno di parlargli immediatamente……… e quando parlo con loro tu non ci devi essere, ci siamo intesi?

Dante: Papà, tu potrai minacciare e intimorire chi vuoi, ma sappi che Caterina la sposerò comunque, che vi piaccia o no.

Eugenio: Questo lo vedremo. Intanto fai quello che ti ho detto.

Dante: Credi che non sarò capace di mantenere la mia famiglia da solo? Farò qualsiasi lavoro, anche umile, purché mi consenta di restare accanto a Caterina e a mio figlio.

Eugenio: (urlando) Adesso basta! Non ho più voglia di starti a sentire. Vai a chiamare Ghino e Mafalda!

Dante: Lo faccio soltanto per non inasprire ancora di più il nostro rapporto. (Dante esce)

Ortensia: Papà, puoi salire un attimo? Mamma vuole parlarti.

Eugenio: Come sta adesso? Si è calmata?

Ortensia: Tra non molto starà meglio, gli ho fatto prendere un po’ delle sue gocce. (fa per andare)

Eugenio: Ortensia…………

Ortensia: ( Si ferma senza voltarsi) Si, papà.

Eugenio: Mi dispiace per prima, ma tu non devi rivolgerti a me con quel tono. Dai miei figli esigo il massimo rispetto.

Ortensia: (si volta verso il padre) Il rispetto papà, deve essere una cosa reciproca.  Non si può pretenderlo soltanto.

Eugenio: Io ne ho moltissimo per te e tuo fratello.

Ortensia: Ho l’impressione che tu faccia un po’ di confusione, papà. Rispetto significa soprattutto tenere in considerazione le idèe, i pensieri, i propositi altrui. Non imporre a tutti i costi la propria volontà ………………Vai da mamma, ti aspetta.

Eugenio: Tra poco, adesso sto aspettando Ghino e Mafalda. (entra Mafalda)

Mafalda: Permesso? Mi voleva signor conte?

Eugenio: Ortensia, per favore lasciaci soli

Ortensia: Ciao Mafalda.

Mafalda: Arrivederla signorina Ortensia.

Eugenio: Perché Ghino non è venuto?

Mafalda: ‘Un era ‘n casa, ma Italo è ‘ndato a chiamallo, arriverà subito.

Eugenio: Siedi! (indicando una poltrona)

Mafalda: Grazie signor conte ma preferisco restà’ ‘n piedi, ci so’ abituata.

Eugenio: Fai come vuoi!…………………. Penso immaginerai quale sia il motivo per cui vi ho fatto chiamare?

Mafalda: Credo di si. (entra Ghino)

Ghino: Permesso?

Eugenio: (il tono è brusco) Hai fatto bene ad arrivare, Ghino. Avevo appena iniziato a parlare con Mafalda, così eviterò di ripetermi ……Anche tu  presumo sappia perché vi ho fatto chiamare vero?

Ghino: Immagino signor conte.

Eugenio: Voglio soltanto dirvi poche e semplici parole……….Per cui sarò brevissimo…………

Una cosa deve essere chiara fin da subito, e vorrei che vi rimanesse ben fissa nella mente: (come sottolineando le parole) non acconsentirò mai al matrimonio tra Dante e Caterina.

Ghino: Questo è quello che ci s’immaginava anche noi signor conte.

Eugenio: Troppe cose, che io ritengo indispensabili per la riuscita di un’ unione, li dividono: il diverso ceto sociale, il grado di cultura, il differente modo di vivere.

Ghino: Io, signor conte, ci ho parlato co’ ragazzi. Loro vogliono sposassi a qualunque costo. Anzi, ‘l più convinto è proprio il signorino Dante.

Eugenio: (come non volesse parlare dell’argomento) Naturalmente sono cosciente del fatto che una parte di colpa, per l’accaduto, è anche di mio figlio. Quindi è mia intenzione riparare.

Mafalda: Mi sembra che ormai ‘un ci sia niente da riparà’, signor conte

 Eugenio: Disporrò che una congrua cifra venga depositata in un libretto bancario intestato a Caterina, e per quanto riguarda il bambino, invece, sono disposto a mantenerlo fino alla maggiore età. ………Ma sia la mamma, sia il bambino, dovranno risiedere lontano da qui.

Mafalda: Mi dispiace deludela signor conte. Ma credo che i su’ desideri ‘un saranno esauditi. So’ sicura che Caterina ‘un accetterà mai ‘na proposta del genere. Anzi, io e ‘l mì’ marito gli diremo di ‘un accettà’…….. Vero Ghino?

Ghino: Certo!…………Noi siamo gente povera signor conte, lei lo sa, ma dove si mangia ‘n cinque riusciremo a mangià’ anche ‘n sei……… Poi, comunque, sta a loro decide’ che vorranno fa’. So’ grandi e responsabili per fallo.

Eugenio: Non mi sembra che siano stati avveduti nel valutare le conseguenze possibili della loro relazione.

Mafalda: Non stia a lambiccassi ‘l cervello per trovà’ ‘na soluzione a ‘sta cosa, signor conte ……….Noi s’apprezza, ma se per Caterina non fosse proprio possibile sposassi, vorrà dì’ che l’aiuteremo noi. Si so’  tirati su due di cittini, tireremo su anche ‘l terzo.

Ghino: Se ha pensato di allontanà’ la mi’ figliola solo pel fatto di evità’ ‘no scandalo, stia tranquillo, nessuno di noi parlerà. E dorma pure tra quattro guanciali………neanche in seguito nessuno pretenderà niente.

Eugenio: Con chi ne avete parlato del fatto?

Mafalda: Con nessuno signor conte, neanche a Italo s’è detto. Però glielo diremo senz’altro. Fa parte della nostra famiglia……… Finché sarà possibile risparmieremo un dolore al vecchio Genio.

Eugenio: Fate come volete, ma io vi consiglierei di far ragionare vostra figlia. Parlatene insieme a lei  della mia offerta. (cinico)  E fatele capire che non è il caso di dare un calcio alla fortuna.

Mafalda: (stizzita) Se il signor conte non comanda altro io ci avrei da fa’.

Eugenio: No, puoi andare.

Mafalda: Arrivederci. ( esce)

Ghino: Io…signor conte……come mi devo comportà’?…….. Per il nostro rapporto di lavoro, voglio dì’. Lo vorrei sapé subito se dovrò cercammi ‘n altro lavoro.

Eugenio: Questa è una decisione che spetta a te Ghino. Se te la senti di rimanere, rimani, altrimenti puoi andartene quando vuoi.

Ghino: Arrivederci signor conte.

Eugenio: Arrivederci.

Gengio: ( s’ incontra con Ghino) Permesso? Si pole? Mì! Ghino, c’è ‘l sor conte?

Ghino: (con tono duro) C’è, c’è, il signor conte………..

Gengio: (rivolto a Ghino) O te! Ma  ‘un pòi risponde’ meglio? Che t’ha pizzico la Tarantula? 

Sor conte è desiderato……… C’è ‘n commerciante di Roma che vorrebbe parlacci.

Eugenio: In questo momento non posso. Fallo accomodare ugualmente, sarò qui tra pochi minuti. Intanto tienigli compagnia tu finché non ritorno.

Gengio: O sor conte? (tenendo una mano di fianco alla bocca come per nascondere quello che dice) State attento quando doppo ci parlate, perché questo è ‘n tipo ,n po’ strano e è più curioso de le cecche.

Eugenio: (accennando un sorriso) Grazie, Gengio, hai fatto bene a dirmelo. (Eugenio esce di scena)

Gengio: Signor Gallilei, venga, venga, s’accomodi. (Maccabei entra. Gengio gli indica una poltrona perché si sieda)

Maccabei: (precisando) Maccabei ………. mi chiamo Maccabei.

Gengio: (si siede anche Gengio) O madonnina ora quanto la fate lunga! Maccabei.…. Gallilei o ‘un è lo stesso. Ho visto che avete capito uguale, m’avete risposto.

Maccabei: Preferisco che mi chiamiate Maccabei……… ( quasi scusandosi)  Se non vi dispiace.

Gengio: Ma figurativi, quando posso fa’ ‘n piacere…….. Poi se ‘un dispiace a voi che vi ci chiamono ……….  Il conte arriva tra pochi minuti. Intanto vi fò compagnia io, séte contento?

Maccabei: Certo che sono contento…………….(schioccando le dita come per ricordare il nome) Come avete detto che vi chiamate, che non mi ricordo?

Gengio: Veramente ‘un ve l’ho detto, ma se ci tenete tanto a sapello ve lo dico ora: mi chiamo Gengio.  (intanto ha messo in bocca un sigaro e cerca i fiammiferi nelle tasche)

Maccabei: Gengio……….Gengio……sta per …………….(vorrebbe sapere di quale nome è il diminuitivo)

Gengio: Gengio starebbe per accende’ un sighero ma ‘un gli riesce a trovà’ i solfini.

Maccabei: Non volevo sapere che cosa stavate per fare. Vi chiedevo di quale nome fosse il diminuitivo, Gengio,

Gengio: (che non capisce) Io ‘un ho mica capito che volete sapé’, èh?

Maccabei: Facciamo così …….. quale è il vostro vero nome?

Gengio: E spiegativi, noo. ……… Prima volete sapé’ che sto per fa, poi volete sapé’ che diminuisce Gengio, poi volete sapé’ come mi chiamo …...

Maccabei: Guardate che sen me lo volete dire, come vi chiamate, per me fa lo stesso, èh.

Gengio: Ma ve lo dico si, per Dio, mi chiamo Averino ……… C’è bisogno di falla tanto lunga……

Maccabei: E Gengio che attinenza ha con Averino.

Gengio: Guardate che se voi ‘un parlate più pulito, io mica vi capisco, èh.

Maccabei: (quasi spazientito) Vi stavo chiedendo che cosa c’entra Averino con Gengio. Sono due nomi che non sembrano neanche parenti.

Gengio: Io bo! (al pubblico) A me questo mi sembra scemo….. Ma che chiacchierate?…… Ci credo che Gengio e Averino ‘un so’ parenti, so sempre io.

Maccabei: Lasci perdere …….. Non fa niente.

Gengio: Sie, sarà meglio, tanto io e voi ‘un ci si capisce …….. E ditimi  ‘na cosa, signor …….signor?….

Maccabei:  (spazientito)  Maccabei ……. mi chiamo Maccabei.

Gengio: Certo che è difficile ricordasselo ‘sto nome, èh. Ma ‘un ve lo potevono mette’ uno ‘n po’ più facile?

Maccabei: Ma cosa avete capito. Maccabei è il mio cognome, non il nome.

Gengio: Ah ecco! Allora chissà come vi chiamerete di nome?

Maccabei: Ho un nome normale, come ce ne sono tanti …….

Gengio: ‘Un ci credo! ……. Comunque sentiamo, su.

Maccabei: Mi chiamo Gaspare.

Gengio: Auh ! Che v’ avevo detto! Anche col nome si va nel difficile, éh? Però ci ho n’amico che si chiama come voi. Se vedessevo quanto è secco ……….. Ma  vi dico secco……….. Come ‘l cane del poro Toniolo, che quando lo portava a caccia, per abbaià’, s’appoggiava a’ quercioli perché ‘un ne stava ritto.

Maccabei: Scusate ma io non conosco questa gente. Chi sarebbe quello magro? Gaspare o Toniolo?

Gengio: Gaspare! Però state attento quando parlo perché a me ‘un mi piace di le cose tante volte, èh.

Maccabei: Scusatemi, forse è perché parlate ‘un po’ in fretta.

Nicche: (da fuori scena) Permesso? Si pole?

Gengio: (rivolto a Maccabei) Questa mi sembra la voce di Nicche, ‘l falegname……… Avanti.

Nicche: (entra insieme ad un operaio) Mi’! Gengio, Proprio te.

Gengio: Ora che vòi. Perché a te te ti manca sempre ‘l sole e la merigge.

Nicche: M’ha detto la Mafalda che c’è da aggiustà du’ cassetti nel mobile del salone, te lo sai quale so’?

Gengio: O Nicche!…….. Ora ‘n ti vestì da coglione, èh… Di mobili co’ cassetti nel salone ce n’è uno solo e a forza di spizzichi e bocconi a momenti l’hai rifatto nòvo……. Vacci a vedé’ da te. (rivolto a Maccabei) Oh ragazzi, mi tocca fa’ da babbo a tutti, èh. (Nicche sta per andare via).

Tito: (ha in mano la cassetta per gli attrezzi) Te lo dico sempre o no che perdi sempre l’occasioni. (rivolto a Tito).

Nicche: Che occasioni perderei? Sentiamo!

Lillo: L’occasioni pe’ sta’ zitto ……….. Te se ‘n pigli del coglione almeno due o tre volte al giorno ‘un poi sta’.

Nicche: (facendo il verso di tirargli un manrovescio) O te, cosino, ti do ‘n pappone che ti rivultico, èh. Mica so’ ‘l tu’ fratello sa’. Camina va a bottega, e ‘n ti move di lì finché un ritorno io.

Genio: Noe, Nicche, ‘un lo mandà via Tito, tiello sempre vicino, che mi sa che è più furbo di te.

Nicche: O ‘namo a vedè ‘ste cassetti, via, se no famo notte. (spronando Tito) Su, su, ‘n si famo magnà ‘l lillino da le mosche, via. (fanno per incamminarsi)

Genio: Nicche, viene qua, ‘un andà’ via……….

Nicche: Ora si pòle sapè’ che vòi?

Gengio: Raccontigli a ‘sto signore che t’ha fatto ieri mattina Dando.

Nicche: Ora lo vò fa’ sapé’ anche a lui, noo?

Gengio: Tanto ormai lo sa tutto ‘l paese.

Tito: (indicando Maccabei) Ma se glielo deve raccontà’, si vede che lui ‘un lo sapeva.

Gengio: Ma lui ‘un è mica di qui, è di Roma.

Tito: Allora mi zitto! (a Nicche) O forza, comincia che poi ‘namo a vedé’ ‘ste cassetti.

Nicche: (a Tito) Ma te le fai le tua, o no? Ma che sei ‘l mi’ segretario?

Gengio: Voglio che tu gliela racconti perché mi ci diverto quando fregono uno che si crede furbo.

Nicche: Nòe, via, fammi ‘n dà’ a vedé’ ‘ste cassetti.

Gengio: Raccontiglielo t’ho detto, tira via, ‘n la fa’ lunga.

Tito: O raccontiglielo, su. ‘Un lo fa ‘l prezioso. Tanto ormai ‘n te la salva manco Domine Dio.

Nicche: T’ho detto di fatti l’affari tua. Tanto vedrai se avanti stasera ti do quattro scoppole.

Tito: (con fare di sfida) Èh noo! Te ci hai a provà, mi. Così io doppo lo dico a la tu’ moglie e lei te le ridà’ co’ l’avanzo.

Nicche: Ovvia, su, lo racconterò……… Tanto se no mica mi date pace………(Rivolto a Maccabei) Allora, l’ altra sera, ‘ntanto che si faceva ‘n tre sette all’osteria, mi s’avvicina  Dando e mi fa’…..

Maccabei: Scusate, chi sarebbe Dando?

Gengio : Ah! Già, avete ragione, voi ‘n lo conoscete. Dando sarebbe un vecchio sensale, che ora è ‘n pensione (facendo il verso con le braccia) È ‘n òmo ‘n po’ gravacciano ……….

Tito: Ci ha ‘na trippa che sembra ‘na somara pregna.

Nicche: Allora mi fa…….Èh Nicche, domattina vò’ venì’ a caccia con me?.... Se chiappamo ‘l lepre lo magni te perché tanto a me ‘un mi piace………

Tito: E siccome a lui ‘l lepre gli piace e sa che Dando co’ lo schioppo ci chiappa, gli disse di si……

Nicche: Ieri mattina a le sei e mezzo precise mi fò trovà’ sotto casa di Dando. Lui scende, apre la porta de la cantina e mi fa: “ senti Nicche, tanto che si và giù ‘n chiane, la caricheresti sta tavola ne le spalle, che ci ho da portalla a ‘n contadino che glie l’avevo promessa?”

Tito: (a Maccabei) State attento perché ora comincia ‘l bello, èh.

Nicche: Come no, fò io! Carico la tavola ne le spalle, che da quanto era pesa appena la potevo, e si parte. Quando si fu giù ‘n chiane, ogni volta che si ‘contrava ‘n fosso mi diceva: “ Nicche, mette giù ‘sta tavola che passamo meglio per attraversà’ ‘l fosso”.

Tito: (a Maccabei) Ora ditimi voi se questo è uno che pòle andà’ al giro da solo.

Nicche: (a Tito) Ti zitti o no? …… ‘Nsomma, io ‘n facevo pari a mette’ giù la tavola e a ritirà’ su la tavola……… Tutta la mattina ‘sta storia………. Si fece mezzogiorno senza avè’ manco scaricato ‘l fucile.

Tito: Che cacciatori ….auh!

Nicche: T’ho detto zittiti! A ‘n certo punto Dando mi fa’: “ S’andà’ a casa? Tanto ormai mica ‘n s’impenna più.

Maccabei: Non si fa, che cosa?

Tito: ‘N s’impenna, vol dì’ ‘n si chiappa più niente.

Gengio: (a Tito indicando Maccabei) Lui ci ha capito quant’e prima!

Nicche: ( aTito)  Allora? …. Racconti te o racconto io… Te me lo devi dì’ perché così mi zitto e parli te.

Gengio: Oh, Madonnina come sarai, ragazzi! Rizzi subito ‘l buco, èh, ‘un ti si pole dì’ niente.

Tito: (A Gengio) Lui è come la pora Cagnona, che le pigliava tutte per se. (a Nicche) Va’ avanti, forza.

Nicche: Allora gli fò io, ma ‘n la portamo ‘sta tavola dal contadino? “ Ma ormai è tardi, disse Dando, bisognerebbe portalla lassù “, e mi fece vedé ‘na casa, lontana, ma lontana che appena si vedeva da dove s’era noi……..” Gliela porterò ‘n’ altra volta.

Tito: E pel ritorno gli fece rifà la solita solfa ….. mette giù la tavola, tira su la tavola ……

Gengio: (scotendo il capo) Poro torso!

Tito: (A Gengio) E poi ‘un mi vorrebbe portà dietro! Se ‘n ci fossi io, qualche volta, manco le mutande riporterebbe a casa.

Nicche: A la fine s’arriva a casa di Dando e da ‘n fondo a le scale lui fa un fischio a la su’ moglie perché gli tirasse giù le chiavi de la cantina……. Lei s’affaccia e quando mi vede co’ la tavola ne le spalle, gli fa al su’ marito: “ Mì’! L’ha’ trovato anche oggi ‘n coglione che t’ha portato la tavola? ” ……………………E a me ‘n quel momento mi si gelò ‘l sangue, mi si gelò!

Tito: Quando la disgrazia parte c’è sempre ‘n coglione che la para.

Gengio: Gli c’eri rimasto te e basta da fregà. Ormai c’erono cascati tutti.

Nicche: (a Maccabei) Avete sentito che aveva studiato quel trippone? …… Ma prima di andà’ via gliele dissi quante a ‘n funaio, sa’.

Maccabei: È stata proprio una bella beffa, non c’è che dire.

Gengio: Ovvia, Nicche, ora va a vedé d’accomodà ste cassetti, su, che se viene ‘l conte e ti trova a chiacchiere sentirai te che musica mette su…… Và’, và’.

Nicche: (rivolto a Gengio) Prima mi dici sta’ qui e racconta, poi mi dici che devo andà’ via perché se viene ‘l conte s’ arrabbia. ‘Nsomma, si pole sapè di preciso che vòi ?

Gengio: Io ‘n voglio niente, ma se a te ogni tanto un ti si dice arrilà, fai sempre ‘l giro  pe’ Scansano. (facendo cenno con la mano di andare) Ciao, ciao.

Nicche:  (a Tito) O ‘namo a vedé’ ste cassetti và’, se no questo sa’ quanto la munge…… Arrivederci.

Maccabei: (accenna ad alzarsi per salutare) Arrivederci, buona sera.

Bittarelli: (dall’ingresso principale si sente una voce. È l’arciprete Bittarelli che è venuto a trovare l’amico Eugenio) Permesso? Eugenio posso?

Gengio: O che è diventa la casa del trenta? Oggi ‘n si fa pari a fa’ resti……. Chi è? Avanti. (entra Bittarelli)

Bittarelli: Ciao Gengio.

Gengio: (gli va incontro) Ma mira chi è! Sor curato, da quantà ‘n ci si rivedeva, come va?

Bittarelli: Abbastanza bene, grazie e tu come stai?

Gengio : Da vecchiarelli sor curato. Si trampella ma si sta ritti.

Bittarelli: Non è vero, ti vedo molto bene, invece.

Gengio: Si vede che ‘l Padreterno v’ha conservo la vista………………… Com’è che sete qui?

Bittarelli: Ho voluto fare una sorpresa a Eugenio e Maria.

Gengio: Per solito quando girellate voi preti ci so’ sempre di mezzo le disgrazie: o funerali o matrimoni.

Bittarelli: Te Gengio hai sempre voglia di scherzare. Sono di passaggio verso Roma, e ho pensato di fermarmi per un saluto. Ma Eugenio non c’è? Di sotto mi hanno detto che l’avrei trovato qui.

Gengio: Il signor conte è uscito ma ha detto che faceva a la svelta, dovrebbe stà’ a minuti. Anche ‘sto signore l’aspetta. (si era scordato di presentarli) Oh! Scusate. Questo è Monsignor Paolo Bittarelli, Arciprete della curia di Siena, amico d’infanzia del conte. (indicando Maccabei all’arciprete) Lui è il signor Gaspare Maccarei: commerciante di Roma.

Maccabei: (si alza in piedi per stringere la mano al prete) Maccabei!……... Molto lieto, Maccabei.

Bittarelli: Piacere mio. Va bene Genio, mentre aspetto che arrivi Eugenio, scendo di sotto nella cappella. Oggi devo ancora dir messa: non sono riuscito a fermarmi un attimo, ho avuto sempre da fare ………..  Quando il conte torna scendi a chiamarmi.

Gengio: State tranquillo sor curato, ci penso io.

Bittarelli: (rivolto a Maccabei) Arrivederci, buona sera.

Maccabei : (accennando un inchino)Arrivederci monsignore, buonasera.

Gengio: Gran brava persona ‘sto prete……….. Fa tanto del bene. Ha detto che ‘ndava a  Roma vero? 

Maccabei: Si. Mi è sembrato di capire che andava a Roma

Gengio: Praticamente la vostra città…….  Eeee…….che si dice ….. che si dice a Roma?

Maccabei: Mah! ….. Si parla un po’ di tutto …….. più o meno quello che dite voi qua..

Gengio: (rivolto al pubblico) Questo dev’èsse’ anche un po’ sciorno ……. O che discorsi fate? Certo che dite le stesse cose che si dice noi, si parla la stessa lingua. …… Volevo dì’ che fate di bello, che succede.

Maccabei: Si lavora caro mio ……. si lavora come bestie……… si corre tutto il giorno….. (enfatico) perché chi si ferma è perduto.

Gengio: Sie, l’ho sentito rifà’ a qualcun’altro ‘sto discorso. Ma mi sembra che fra quelli che correvano, lui ‘un c’era.

Maccabei: Non entriamo nei particolari per favore.

Gengio: Sie, sarà meglio……………. Lo sapete che ci so’ stato anch’io ‘na volta a Roma. Ci ‘ndiedi col pòro conte, ‘l babbo del conte Eugenio.

Maccabei: Ah, si? E che avete visto di bello?

Gengio: Mi ricordo che si passò davanti a ‘n palazzone ‘n dove fòri c’erono du’ soldati che facevano la guardia. (facendo il verso) Ci avevono certi capelli lunghi che gli arrivavono a mezza schiena ………. Però devo dì’ che le tenevono puliti, èh…….. Questo si…… Quello che è vero bisogna dillo.

Maccabei: (ridendo) Quei soldati erano corazzieri, però vi siete sbagliato, quelli che avete visto voi non erano capelli, ma una coda che parte dall’elmo che portano.

Gengio: Sie, meglio, ora ‘na coda che parte da ‘n cima al capo. Io le code l’ho sempre viste partì’ da ‘n mezzo a le chiappe.

Maccabei: (assecondandolo) Certamente! …….. comunque quello che avete visto voi era il palazzo del Quirinale. La residenza del Presidente della Repubblica.

Gengio: Io chi ci stava ‘un lo so, però dev’èsse’ stata senz’altro ‘na famigliona…….

Maccabei: Èh, si, infatti sono in molti a mangiare lì’

Gengio: Poi s’andò anche dal Papa, e lì davanti a dove stava lui c’era ‘n piazzone, parecchio più grande dell’ aia del podere de le Gore, che quando tribbiono fanno 300 quintali di grano.

Maccabei: Infatti è enorme piazza San Pietro. Però bella è!

Gengio: Certo che è bella, ma tanto quant’ erono belle le citte che ci sviaggiavono ‘n sù e ‘n giù. C’erono fitte come storni d’inverno a Chiane…….. (estasiato) Ci avevano ‘n certe pocce ……

Maccabei: In quanto a belle ragazze, però, anche voi, qua, non siete secondi a nessuno.

Gengio: (che non ha capito) Ricominciamo a parlà’ difficile?

Maccabei: Volevo dire che anche qua da voi ci sono bellissime ragazze ……….. Basta guardare Caterina, per esempio.

Gengio: (con un sobbalzo) Quale Caterina? ……… La mi’ Caterina?

Maccabei: Si, certo mi riferisco a lei.

Gengio: Avete bell’e saputo come si chiama! Avevi detto che ‘un eri  de la polizia……… però avete fatto ‘l carabiniere?

Maccabei: Ma che dite. L’ho saputo quando stamani l’avete chiamata.

Gengio: Ah già! È vero…….Però ‘n vi mettete l’idèe bacate nel capo perché lei ‘un è pane pe’ vostri denti. (arrabbiato) Pensate a la vostra moglie, pensate.

Maccabei: Ma io non sono sposato.

Gengio: (al pubblico) Parecchio curioso, Un po’ sciorno e anche cappone.

Maccabei: Purtroppo, fino ad ora ho pensato soltanto al lavoro e ai soldi, ma adesso vorrei proprio farmi una famiglia.

Gengio: E pigliate moglie allora. Se soldi l’avete che problemi ci so’.

Maccabei: Alla mia età, però non è semplice come dite voi. Che cosa faccio, alla prima donna che incontro per strada gli chiedo: mi volete sposare?

Gengio: Certo che no. Però se ‘n tanto cominciate a domandà’ ‘n giro…… A voi vi potrebbe andà’ bene anche ‘na vedova …. ‘na ragazza rinvecchiata…. Magari anche ‘n po’ chiacchierata, tanto …..

Maccabei: Non capisco che cosa volete dire ……….

Gengio: (molto allusivo) Volevo dì’ che tanto ormai per voi,  si tratta d’avé’ ‘na compagnia e basta.

Maccabei: (indispettito) Ma che cosa ne sapete voi? Scusate.

Gengio: Uuuuh lillo! Ma a chi lo volete raccontà’. (dandogli una pacca confidenziale) Ci so passato qualche anno prima di voi, ne ste cose e so come funziona… anzi, so che ‘un funziona più.

Maccabei: (con aria da offeso) Ma perché non vi fate gli affari vostri? Se vi dico che non è così, credetemi, Santo Dio.

Gengio: ‘Un vi ci arrabbiate, tanto ‘un rimediate niente………date retta a me ….. Ormai è ‘ndata!

Maccabei: (che vuol cambiare discorso) Scusate Genio (sottovoce)…… non c’è mica un gabinetto da queste parti? Avrei bisogno di fare un po’ d’acqua.

Gengio: Avete visto che evo ragione io.  V’ho messo ‘na pulce ‘n un orecchio, dite la verità!

Maccabei: Ma per che cosa scusate, non capisco.

Gengio: (ridendo rumorosamente) Scommetto che ‘ndate a vedé’ se ce l’avete  sempre.

Maccabei:  (si alza piuttosto scocciato) Ma fatemi il piacere.

Gengio: (indicandogli la porta) Uscite di là, è la prima porta a mandritta. L’interruttore de la luce è prima di entrà a mancina……………L’avete trovata?

Maccabei: Si grazie l’ho vista. (rumore di capocciata) Ahi!  Porc….

Gengio: E state attento a ‘un batte ‘l capo che la porta è bassa……… (al pubblico) Ormai l’ha bell’e battuto, ma è meglio che l’abbia avvertito……….. Doppo avesse a dì che ‘un gliel’avevo detto. (entra il conte)

Eugenio: (da uno sguardo in giro e vede solo Gengio)  Gengio! Se ne è andato il commerciante che voleva parlare con me?

Gengio: No, no, (si avvicina e parla  sottovoce) E’ andato a fa ‘n goccetto d’acqua, ma torna subito.

Eugenio: Speriamo non ne abbia per molto. Perché non ho tempo da perdere.

Gengio: Ah! Mi! Giusto! Lo sapete sor conte chi è venuto a trovavvi?

Eugenio: E come faccio a saperlo se non me lo dici.

Gengio: Don Paolo.

Eugenio: (sorpreso e contento) Il mio amico don Paolo?

Gengio: Proprio lui. ‘L sor curato. Ha detto che ci aveva d’andà’ a Roma e ‘ntanto che era pe’ la strada s’è fermato per favvi ‘n saluto.

Eugenio: E dove è adesso?

Gengio: È sceso ‘n cappella, ha detto che oggi ancora ‘un aveva detto messa e allora approfittava dell’occasione. Ora mentre scendo glielo dico che séte arrivato. (rientra Maccabei)

Eccolo sor conte……….Allora io, se ‘un comanda altro, scenderei.

Eugenio: Vai pure e dì a Monsignore che non appena ha finito può salire. (Gengio fa per uscire) Ah! Scusami Genio, Poi vai su dalla signora e avvertila che c’è don Paolo.

Gengio: Tranquillo sor conte, penso io. (esce di scena)

Eugenio: (rivolto a Maccabei) Lei sarebbe il Signor…………

Maccabei: Gaspare Maccabei. Sono di Roma. (tende la mano per salutare) Commercio prodotti agricoli, soprattutto vino ed olio. (gli porge un biglietto da visita)

Eugenio: (mentre sistema delle carte sulla scrivania)  E in che cosa potrei esserle utile?

Maccabei : Mi ha parlato della sua azienda il signor Rocchetti. Non so se ricorda. Lui commerciava soprattutto cereali.

Eugenio: Certo che ricordo.  Perché ha detto commerciava?

Maccabei: Perché ha cessato la sua attività. Si sta facendo anziano e non se la sente più di viaggiare. I figli non hanno voluto assolutamente sentir parlare di continuare il lavoro del padre e quindi, sempre che a lei vada bene, sarei venuto per chiederle se avesse intenzione di instaurare gli stessi rapporti  di lavoro con me.

Eugenio: Se lei sarà in grado rispettare due semplici condizioni, faro più che volentieri affari con lei ……. Pagamento alla consegna della merce e trasporto a carico suo.

Maccabei: Per ciò che concerne il pagamento non ho obbiezioni, ma per il trasporto, facciamo almeno metà per ciascuno.

Eugenio: Non se ne parla nemmeno. Questi sono gli accordi che avevamo concluso con il signor Rocchetti. Lei avrà gli stessi trattamenti: prendere o lasciare.  Se è d’accordo definirà i prezzi con il fattore Cerboni, altrimenti, potrà sempre cercare da altre parti.

Maccabei: Nel modo in cui si è espresso devo dedurre che non ho spazio per nessuna trattativa?

Eugenio: Credo proprio di no signor Maccabei, e se non ha bisogno di dirmi altro la saluto perché avrei da fare. (tende la mano) Arrivederci.

Maccabei: Arrivederci signor conte. (fa alcuni passi poi si ferma e si rivolge al conte) Quella bella signorina che lavora qui da lei………Caterina………La figlia dei suoi domestici………È sposata? Fidanzata?

Eugenio: Perché lo vuol sapere?

Maccabei: Perché è proprio una bella figliola.

Eugenio: E allora?

Maccabei: Stavo parlandone poco fa con Gengio. Avrei intenzione di sposarmi……… Sa…. Come si dice……..Vista la mia non più tenera età………Ora o mai più.

Eugenio: Non so niente di tutto quello che mi ha chiesto, dovrebbe domandarlo a lei.

Maccabei: Mi scusi se l’ ho importunato ……… Ma mi ha proprio colpito …. Arrivederci di nuovo signor conte.

Eugenio: Arrivederci………Ah!…….. Signor Maccabei. Quando scende, se non le reca troppo disturbo, mi farebbe il favore di avvertire Gengio che sono libero.

Maccabei: Certo, con piacere. (esce di scena mentre entra Italo)

Italo: Permesso? Signor conte, sono Italo.

Eugenio: Vieni Italo,

Italo: Volevo chiederle se devo fare il pieno alla macchina come mi aveva accennato ieri. Domani andrà a Perugia?

Eugenio: Certo, per questo ti avevo cercato. Fai controllare anche le gomme e l’olio e caricami quelle due scatole che abbiamo preparato ieri insieme.

Italo: Va bene signor conte, vado subito. Domani mattina a che ora desidera partire?

Eugenio: Non troppo tardi. Fatti trovare pronto per le otto.

Italo: (Quasi stesse parlando per metafora) Non dubiti, sarà tutto pronto per questa sera. Arrivederci signor conte. (Italo esce )

Eugenio: Ciao Italo.

Bittarelli: (da fuori scena) Eugenio, vecchia volpe. Ci sei?

Eugenio: Si, don Paolo, sono qua. (don Paolo entra)

Bittarelli: (si abbracciano e si baciano) Come stai? Erano mesi che non ci vedevamo.

Eugenio: Bene e tu. (guardandolo dal capo ai piedi) Hai messo su qualche chilo èh?

Bittarelli: (battendo la mano sulla pancia e ridendo) Ma no, ti sembrerà. Le tonache che porto sono sempre le stesse di anni fa.

Eugenio: Oddio, i bottoni tirano un po’, ma ancora per qualche altro etto possono andare ……… Tua madre come sta?

Bittarelli: Benissimo, molto meglio di me. Esce tutte le mattine per andare a far la spesa. Alle sei è sempre in chiesa per la messa della sera. Nessuno direbbe che ha 90 anni suonati.

Eugenio: L’hai fatta diventare pazza, quando eri ragazzo. Ne combinavi di tutti i colori. Siediti, accomodati.

Bittarelli: (si siede) Ne combinavamo, vorrai dire. Se ben ricordi gli scherzi più pesanti nascevano sempre da te.

Eugenio: Hai ragione ……. Però ci siamo proprio divertiti.

Bittarelli: E Maria, come stà? Non è in casa?

Eugenio: Si, si, è in casa. È salita in camera sua. L’ho fatta avvertire del tuo arrivo, penso che tra poco scenderà ……………… Faccio preparare una stanza, ti trattieni vero? 

Bittarelli: No Eugenio, ho soltanto pochi minuti. Mi sono fermato solo per un saluto. Tra meno di un’ ora ho il treno e non posso assolutamente perderlo. Dormirò a Roma. Domani mattina alle nove ho un appuntamento in Vaticano. Sono riuscito ad avere un’udienza con il Cardinale Bettini. Devo discutere con lui certe cose riguardanti il riassetto della Curia.

Eugenio: Certo che anche voi avete i vostri bravi problemi. Questo nuovo Papa, con la sua impronta modernista, sta stravolgendo la Chiesa …………… Nel senso buono voglio dire, ovviamente.

Bittarelli: Una cosa è certa: Giovanni Ventitreèsimo non fa mistero dei suoi propositi audacemente rinnovatori.Ti basti ricordare, quando patriarca di Venezia, inviò un saluto al congresso socialista che si stava svolgendo in quella città.

Eugenio: Hai ragione, quello fu proprio un gesto audace.

Bittarelli: Ha dalla propria parte tutti i cardinali stranieri. Che poi sono coloro che hanno appoggiato la sua candidatura. Solo i porporati della Curia Romana lo stanno osteggiando. (alzando le spalle)  Staremo a vedere……………

Eugenio: Ma ritorniamo a noi………..Veramente non puoi trattenerti?

Bittarelli: Questa volta non posso proprio, Eugenio, ma ti prometto di tornare e allora staremo qualche giorno insieme.

Eugenio: Cercherò di crederti sulla parola.

Bittarelli: Ma dimmi di te Eugenio, raccontami qualcosa di bello. È tutto a posto? Ortensia e Dante stanno bene?

Eugenio: Di buono ho poco da raccontarti, Paolo. Oggi poi, oltre a tutte le questioni aperte che ho con i mezzadri, mi è arrivato addosso anche un fulmine a ciel sereno.

Bittarelli: Non è che sarai un po’ depresso e in un sassolino vedi una montagna?

Eugenio: Non credo proprio Paolo. Te ne renderai conto non appena te l’avrò raccontato. È un fatto accaduto alla mia famiglia.

Bittarelli: Problemi con Maria?

Eugenio: Assolutamente no! Non voglio dire che tutto sia alla perfezione tra noi. Maria, tu sai benissimo, a volte è un po’ isterica, ma con il mio carattere riesco tranquillamente a far fronte ai suoi momenti irragionevoli. È una cosa che riguarda mio figlio Dante.

Bittarelli: Ho capito! Problemi con gli studi all’università.

Eugenio: No, Paolo …… Oggi, subito dopo pranzo, si è presentato a me e sua madre dicendo che vuole sposarsi.

Bittarelli: (si alza in piedi) Magnifico! Celebrerò io il matrimonio. Eugenio, non vorrai farmi questo torto, (scherzando) ti toglierei il saluto!

Eugenio: Paolo, non è semplice come credi tu. C’è dietro qualcosa che mi ha fatto andare su tutte le furie.

Bittarelli: Ho capito! Vuol fare una di quelle cerimonie bizzarre che oggi piacciono tanto ai giovani. Conosco molto bene le idèe progressiste di Dante e ti capisco.

Eugenio: Paolo, per favore, fammi parlare….. La cosa non ha niente a che vedere con quello che hai detto tu ………. Il problema è con chi intende sposarsi.

Bittarelli: Scusami Eugenio, continua pure.

Eugenio: La ragazza è Caterina, la figlia di Ghino e Mafalda, i miei domestici. Ti sembra concepibile una cosa del genere?

Bittarelli: Vorrei capire, però, qual’è la questione di fondo per cui te ne fai un tormento. La donna o il suo ceto?

Eugenio: Tutte e due le cose Paolo. Perché sono convinto che lei lo abbia voluto incastrare. Dante si è lasciato trasportare dall’impeto che caratterizza i giovani alla sua età e lei ne ha approfittato.

Bittarelli: (con tono di rimprovero) Questo non puoi affermarlo Eugenio. Io non posso parlare per esperienza personale, ma so per certo che l’attrazione fisica e mentale tra uomo e donna non tiene conto del diverso stato sociale. Queste sono solo barriere che ha creato l’uomo. Lo prova il fatto che tu ne faccia una questione prioritaria.

Eugenio: Tu stai cercando di dirmi che approveresti questa unione?

Bittarelli: Non sto dicendo questo, Eugenio. Sto solo cercando di farti capire che potrebbe essere andata in maniera diversa da come tu credi.

Eugenio: Questo è quello che afferma anche Dante. Dice che è stato lui a farsi avanti per primo. Che Caterina non gli ha mai lasciato intendere niente.

Bittarelli: Vedi che potrebbe essere come ho detto io. E questo è un punto in favore di Caterina.

Eugenio: Fosse solo il fatto di una semplice infatuazione, proverei a far ragionare Dante.

Bittarelli: Perché, c’è dell’altro?

Eugenio: C’è che  Caterina è incinta!

Bittarelli: Per Bacco! Questo complica un pò la cosa.( entra Maria)

Maria: Don Paolo, che gioia rivederti, come stai? (si abbracciano e si baciano)

Bittarelli: Benissimo Maria. E tu?

Maria: Potrei star meglio, se non si facessero già sentire i primi acciacchi dovuti all’età che avanza.

Bittarelli: Su, su, animo, di quale età stai parlando. Sei ancora nel fiore dei tuoi anni.

Maria: Sei venuto per stare qualche giorno con noi?

Bittarelli: No Maria. Impegni urgenti in Vaticano mi costringono ad essere presente domani a Roma. Ma ritornerò presto, stai tranquilla.

Eugenio: Stavo raccontando a don Paolo della nostra disgrazia. (Maria abbassa la testa e ricomincia a singhiozzare)

Bittarelli: Via, Eugenio, non chiamarla disgrazia, le sciagure sono altra cosa. Sai perfettamente di essere un uomo equilibrato e ragionevole …….. Troverai certamente la soluzione giusta.

Maria: Ma don Paolo, tu non pensi allo scandalo che sarà quando sapranno?

Bittarelli: Ora ho capito da dove nascono le vostre angosce. State soffrendo perché temete che qualche vecchio blasonato vi tolga la sua amicizia ………E allora ragionare su quello che sto per dirvi………. Provate a scegliere tra il saluto di questa gente e il vostro Dante.

Maria: Ma sono diversi in troppe cose Caterina e Dante.

Bittarelli: Vediamo se ho capito a cosa ti riferisci: ai soldi forse? La gente a cui appartiene Caterina riesce a vivere con grande dignità la propria miseria. Non badano se qualcuno di loro sposa un altro di un podere più o meno ricco.  La cultura forse? Certo, pochi di loro, per non dire nessuno, sanno chi era Dante Alighieri, il Petrarca, o l’Ariosto, ma conoscono valori che qualcuno di nostra conoscenza non sa nemmeno che esistono …………… Scusatemi forse non  avrei dovuto.

Eugenio: Mi aspettavo suggerimenti diversi da te, Paolo.

Bittarelli: Eugenio, tu mi hai semplicemente raccontato questa cosa, non mi hai chiesto consigli. Sono io che ho sbagliato esprimendo un parere………D’altro canto, anche se tu me li avessi chiesti ti avrei risposto picche. Certe cose, un prete, non può che vederle in maniera positiva.

Maria: (sempre singhiozzando) Caterina non riuscirà a portarci via nostro figlio.

Bittarelli: È qui che sbagli Maria. Non è Caterina che vi porterà via vostro figlio. Siete voi che lo perderete ……… Anche se riuscirete nell’intento di non fargli sposare Caterina, Dante non lo riavrete più.

Eugenio: Mi dispiace moltissimo Paolo di non condividere le tue opinioni, sai che tra noi succede molto raramente questa cosa. Ma è più forte di me. L’ultimo erede di un’antichissima dinastia non s’imparenterà con la figlia di un domestico. Non permetterò che sia infangato il mio nome.

Bittarelli: In parte devo darti ragione, Eugenio. Dante e Caterina un nome l’ hanno infangato: quello di nostro Signore. La Chiesa cattolica, infatti, non permette di avere rapporti prima del matrimonio. Tuttavia, ha qualcosa a disposizione per accogliere tra le sue braccia chi ha peccato: Il perdono, Eugenio…………….

Maria: E noi chi dovremmo perdonare secondo te: Caterina o Dante?

Bittarelli: Non so che cosa ti aspetti che risponda, però se hai bisogno di certezze, almeno una posso dartela: se Dante e Caterina si presentassero da me chiedendomi di sposarli, sarei felicissimo di farlo ……………

Maria: Ma Dante non può sposare la figlia dei nostri domestici …….

Bittarelli: Questo è quello che pensate voi ………(alzandosi in piedi)  E adesso scusatemi ma devo proprio andare. Il treno non aspetta ……..Ciao Eugenio, a presto. (rivolto a Maria) Mi dispiace di lasciarti in questo stato, ma devo proprio andare. Ciao Maria. (quasi sottovoce) Promettimi che penserai a quello che ti ho detto. Non rinunciare a tuo figlio, ma  soprattutto a tuo nipote.

Maria: Quando torni da Roma, fermati se puoi, anche per pochi minuti.

Bittarelli: Non posso prometterlo, ma cercherò di farlo. (esce di scena)

Eugenio: Ciao Monsignore. Sempre in gamba, mi raccomando.

Maria: (sempre piagnucolante) Torno in camera mia, non ce la faccio a rimanere in piedi.

Eugenio: Vuoi che ti accompagni?

Maria: No grazie, posso fare da sola. (entra Ortensia)

Ortensia: Mamma come stai? Ti senti un po’ meglio?

Maria: Si, grazie. Almeno la testa non mi gira più.

Ortensia: Mi ha detto Gengio che è venuto a trovarci don Paolo, dove è?

Eugenio: Se ne è andato in questo istante. Aveva degli impegni urgenti a Roma.

Maria: Abbiamo fatto in tempo soltanto a salutarci e a fare due chiacchiere.

Ortensia: Quanto mi dispiace, l’avrei salutato volentieri anch’io…… E naturalmente avrete parlato anche di Dante e Caterina. Anzi, immagino che sarà stato l’unico argomento di conversazione.

Eugenio: Certo che ne abbiamo parlato.  Perché secondo te non avremmo dovuto?

Ortensia: Guardando le vostre facce si vede lontano un chilometro che don Paolo non la pensa come voi ………………… Sbaglio?

Maria: Non è proprio come hai detto tu …….. Diciamo che abbiamo opinioni un po’ diverse.

Ortensia: Potrei sapere, quale componente di questa famiglia, come si è espresso don Paolo in proposito?

Eugenio: Don Paolo ha manifestato la sua convinzione come uomo di chiesa e basta, nulla di più.

Maria: Non avrebbe potuto fare altrimenti.

Ortensia: Certamente! E voi vi ritenete, senza alcuna vergogna, dei buoni cattolici?………. Ma non vi sembra di prendere in giro qualcuno, quando la domenica vi recate a messa? Ditemi almeno perché ci andate?………Perché al prete confessate solo i peccati che interessano a voi? ………. Non avete il coraggio di rispondere, vero?……….. Ne ero sicura……….Allora ve lo dirò io perché agite così …… perché la casta a cui appartenete ve lo impone. Ormai sono secoli che funziona in questo modo per voi ……… Parola d’ordine:  salvare la faccia!  (mentre esce) “Noblèsse oblige”.

Maria: Eugenio, pensi anche tu che Dante se ne andrà e non vorrà più saperne di noi?

Eugenio: Ecco che spuntano i primi germogli del seme che don Paolo ha sparso!

Maria: E se noi permettessimo a Dante e Caterina di vivere per un po’ di tempo in uno dei nostri appartamenti che abbiamo a Firenze ……… Senza sposarsi intendo dire …….. Quando si fossero calmate le acque ne riparleremmo.

Eugenio: Maria, non dire scemenze, che ne ho gia sentite abbastanza per oggi. Tanto varrebbe farli sposare subito. (entra Mafalda)

Mafalda: Permesso?

Maria: Entra pure Mafalda.

Mafalda: I signori preferiscono qualcosa di particolare per cena?

Eugenio: Io non cenerò. Non preparare nulla per me.

Maria: Prenderò solo una tazza di latte ……….. Portamela in camera mia quando è pronta.

Mafalda: Certo signora contessa. Comandano altro?

Maria: No, puoi andare grazie.

Eugenio: Mafalda, aspetta. Vorrei parlare con Caterina, digli che sono qua che l’aspetto.

Mafalda: Va bene signor conte.   (Mafalda esce)

Maria: Che cosa vuoi dirle?

Eugenio: Voglio sentire cosa ha da dire in proposito. Che cosa si aspetta da noi.

Maria: Non trattarla male per favore. Al di là di tutto, con noi è sempre stata una cara ragazza.

Eugenio: Maria, è meglio che tu vada, quei germogli spuntati poco fa vedo che si stanno irrobustendo.

Maria: Se mi vuoi sono di sopra. (esce)

Eugenio: Vai pure e cerca di riposare. (entra Caterina)

Caterina: Permesso? Il signor conte mi ha fatto chiamare?

Eugenio: Vieni Caterina, accomodati.

Caterina: Preferisco stare in piedi.

Eugenio: Ho parlato con i tuoi genitori e loro, immagino, ti avranno gia detto.

Caterina: Sono al corrente di tutto, signor conte, non c’è bisogno che aggiunga altro.

Eugenio: Ed invece voglio aggiungere qualcosa che potrebbe interessarti e voglio che tu stia ad ascoltarmi.

Caterina: Proprio perché in questo momento non ho niente da fare!

Eugenio: Stamani è venuto a parlarmi di affari un commerciante di Roma. Un certo signor Maccabei. Un uomo sulla cinquantina. È rimasto molto colpito dalla tua bellezza.

Caterina: Infatti!……… Ha cominciato subito a farmi la corte.

Eugenio: Tu quando lo hai conosciuto?

Caterina: Prima di lei! È salito accompagnato da mio nonno. Stava cercando lei ……… Però non capisco dove voglia arrivare.

Eugenio: Cercherò di spiegarmi meglio. Quest’uomo ha un sacco di soldi e sta cercando una compagna.

Caterina: (con tono arrabbiato) Vada avanti, la sto seguendo.

Eugenio: Io avrei pensato che potrebbe essere un’ottima sistemazione per te ed il bambino che dovrà nascere. Se tu accettassi, fareste i signori per tutta la vita. E sono sicurissimo che Maccabei non ci penserebbe su due volte.

Caterina: Soldi, soldi, sempre e solo soldi. Per voi non esiste altro. Ma pensa che con il denaro si possa comprare tutto?

Eugenio: No, ma il denaro è un buon viatico per prendere decisioni.

Caterina: Signor conte, da che sono qui, in questa casa, ho subito molte umiliazioni da parte sua e della sua signora, ma mai avrei creduto che sareste arrivati a tanto. Lei oggi deve avermi scambiato per una giovenca delle sue stalle. Se è incinta, il prezzo sale.

Eugenio: Impertinente che non sei altro! E dire che mi stavo preoccupando per te.

Caterina: No, signor conte, lei è soltanto preoccupato per se stesso………e se posso darle un suggerimento, le vorrei dire di non affannarsi tanto per togliermi di mezzo.  Ho deciso io stessa di andarmene al più presto a Milano dai miei parenti. Lì troverò un lavoro e io e suo nipote avremo una vita comunque dignitosa, se non agiata, come mi ha proposto lei………

Eugenio: Mi sono reso conto della leggerezza usata da mio figlio in questa circostanza e stavo cercando di riparare, ma devo prendere atto che ti stai rifiutando.

Caterina: È del tutto inutile che io le gridi in faccia il mio disprezzo. Non riuscirei nemmeno a scalfire quella corazza di cinismo che ha sul cuore……….

Eugenio: Tu mi stai offendendo!

Caterina: Se le fa piacere le dico di si! E per quanto riguarda suo figlio, se lei ancora non se ne è accorto, sappia che ormai è un uomo e non un ragazzo come lei crede. Sono sicura che non appena potrà correrà da me. Ci vogliamo bene e tutti e insieme aspetteremo nostro figlio con gioia. Arrivederci signor conte. (Caterina s’incammina per uscire)

Eugenio: Se dovessi ripensarci, fammelo sapere. (rimane seduto con il capo reclinato e la mano sulla fronte pensieroso)

Caterina: (si ferma e si gira) Nonostante tutto quello che ha detto e fatto nei miei confronti, riesco comunque a provare pena per lei. (Caterina esce, da una porta  laterale entra Gengio)

Gengio: Oh! ‘Un c’è nessuno e tanto lasciono sempre tutte le luci accese. Si vede che la corrente ‘un gli costa niente a loro. (spenge alcune luci)

Eugenio: Gengio, ci sono io.

Gengio. Oh, scusate tanto sor conte, ‘n v’avevo mica visto. Riaccendo subito. (fa l’atto di riaccendere le luci)

Eugenio: No, no, Gengio, lascia pure così, tanto non servono.

Gengio: ‘Un vi sentite bene sor conte?

Eugenio: Oggi è stata proprio una giornata logorante.

Gengio: Pensieri che ‘un vi danno pace?

Eugenio: Direi proprio di si. Grandissimi pensieri Gengio.

Gengio: Certo che sto fatto de la Caterina e del vostro figliolo ‘un ci voleva davero. A nessuna de le nostre famiglie.

Eugenio: Sai gia anche tu? …… Mafalda e Ghino mi avevano detto che per ora ti avrebbero risparmiato questo dispiacere.

Gengio: E perché sor conte, io ‘n so uno di casa? Hanno fatto bene ‘nvece a dimmelo.

Eugenio: Vuoi dire anche tu la tua opinione su questa storia? Avanti, fallo pure, tanto ormai ……..

Gengio: No, no, sor conte me ne guarderei bene. E chi so’ io pe’ rimproveravvi.

Eugenio: Meno male, almeno tu.

Gengio: Però se ci avete du’ minuti, e mi date ‘l permesso di mettimi a sedé’, vi vorrei raccontà’ ‘na cosa…………

Eugenio: Certo, siediti dove vuoi. (si siede su una poltrona)

Gengio: Una cosa che ormai pochi o nessuno si ricordono………… A parte che anche allora, quando successe, quasi nessuno lo venne a sapé’…………….. Voi ve lo ricordate ‘l vostro zio Leopoldo?  ‘L fratello del vostro babbo?

Eugenio: Vagamente, ma lo ricordo. Ero piccolo quando andò via da questa casa…………. Ho saputo che è morto qualche anno fa, in Francia.

Gengio: Voi l’avete mai saputo perché se n’andò da ‘sta casa?

Eugenio: Con precisione, no. Mi ricordo soltanto che quando veniva pronunciato il suo nome da qualcuno, tutti quelli di famiglia cambiavano immediatamente argomento.

Gengio: E lo sapete perché?

Eugenio: So che un giorno ebbe una grossa discussione con mio nonno e se ne andò senza mai ritornare. Suo padre provò rimorso per tutta la vita …………… Perché Gengio mi dici questo? Tu sai quale fu la vera causa?

Gengio: Eh lo so si, lo so!…….. La grossa discussione che ebbe con vostro nonno, fu a proposito di una ragazza che lui voleva sposà’ ‘n tutt’i modi e ‘l su’ babbo ‘un voleva.

Eugenio: E chi era questa ragazza?

Gengio: Se avete pazienza ve lo dico ……Ora, certo, voi vi domanderete: che c’entra ‘sta cosa con quello che è successo oggi?

Eugenio: Vai avanti Gengio, ti ascoltando.

Gengio: Voi, sor conte, lo sapete…….Io ho studiato poco……So appena legge e fa’ la mi firma, ma a forza di stà ‘n mezzo a la gente istruita come voi, qualcosa di più ho ‘mparato e una frase che m’è rimasta impressa, di quando chiacchierate co’ vostri amici, è: (enfatico) “ la storia si ripete sempre “.

Eugenio: Ed è assolutamente vero.

Gengio: E ‘nfatti oggi s’è ripetuta!….. Precisa, precisa come ‘n orologino svizzero.

Eugenio: Che vuoi dire, spiegati meglio.

Gengio: ‘Sta donna  che voleva sposà’ ‘l vostro zio, aspettava ‘n figliolo da lui. Ma lei, purtroppo, era la figliola de la serva di casa e ‘l vostro nonno ‘un ne voleva sapé’, ne bene ne male e così leticarono come maiali.

Eugenio: È vera questa cosa che mi stai raccontando, Gengio?

Gengio: (stizzito) Padreterno cecatemi da tutt’e due l’occhi se ‘un è vera!

Eugenio: Continua, che ti ascolto.

Gengio: Allora, ‘l  vostro zio Giuseppe, chiappò e andò via di casa…….Dopo ‘n po’ di tempo, poi, sta ragazza la sposò un contadino……….. Quant’era bella quando era giovane…….Si chiamava Giustina.

Eugenio: Come tua moglie?

Gengio: No come la mi’ moglie, sor conte. Era proprio lei, la mi’ Giustina………

Eugenio: E perché la sposasti?

Gengio: La sposai perché ci avevo avuto sempre ‘na bella cotta per lei e fu proprio per quello che ‘un tenni conto dell’ incidente.

Eugenio: Allora ….. Vorresti dire…….. Che Ghino……………………

Gengio: (interrompendolo) Che Ghino è ‘l figliolo del vostro zio e più precisamente,’l vostro cugino bòno …………. Proprio così sor conte. Che ci volete crede o no.

Eugenio: Non la sposasti perché te la imposero?

Gengio: Ma proprio sor conte. Ve l’ho detto ora. Io la Giustina l’avrei sposata anche con due di figlioli………..Gli volevo troppo bene…….. e lei l’ha voluto tanto a me.

Eugenio: È vero, siete stati sempre inseparabili

Gengio: Poi, quando ‘l vostro nonno lo venne a sapé’, mi mandò a chiamà’ e mi disse se volevo lavorà per lui, qui, ne ‘sta casa. Forse lo fece perché ‘ntendeva da ‘na mano al su’ nipote che doveva nasce………..Chissà?  Quello però fu un di più, èh perché io ho sempre lavorato e Ghino l’ho mantenuto da me.  Gli ho voluto sempre tanto bene, come fosse stato ‘l mi’ figliolo.

Eugenio: Ghino ha mai saputo di tutto questo?

Gengio: No sor conte………..  La Giustina, doppo poco nato Ghino, s’ammalò e stètte per morì’. ‘N punto di morte mi fece giurà’ che ‘un gliel’avrei mai detto. E vorrei che manco ora lo sapesse. Sarebbe ‘n grosso dispiacere per lui e ‘un servirebbe a niente. ‘Un glielo dite mi raccomando.

Eugenio: Stai tranquillo Gengio. Te lo prometto. Vuoi che non sappia mantenere un segreto?……. Ma toglimi una curiosità. Perché solo oggi hai parlato di questo fatto?

Gengio: V’ho raccontato ‘sta cosa perché ho sentito dì’ che voi ‘un volete fa sposà’ la Caterina con Dante, perché lei ‘un è nobile……Certo…..ne le su’ vene, come dite voi…….‘un ne scorre sangue blu, ma un po’ azzurrino però si……… questo lo dovete ammette……… e se tante le volte vi dovesse bastà, considerate che un quarto di nobiltà, ce l’ ha anche lei…………..  .

Eugenio: Mi dispiace Gengio, ma la mia natura, il mio modo di pensare, m’impediscono di acconsentire a questo matrimonio. È più forte di me. Non posso farci niente.

Gengio: Sor conte, con tutto ‘l rispetto, èh ……. Aprite l’occhi per bene e guardativi ‘ntorno … v’accorgerete che ‘l nostro mondo è finito……. Ormai ‘un c’è più………….  Ma voi ancora ‘n vi séte accorto?…. Eppure mi so’ fatto capace io………… 

Eugenio: Che vuoi dire?

Gengio: Ma voi, stamani, quando v’ho detto del vino che ‘un ci si devono mette dentro tanti troiai……… Come m’avete risposto?   (enfatico) “ Gengio, gli esperti dicono che bisogna caminà’ di pari passo co’ la scienza e co’ la tennica”…………

Eugenio: Ne sono convinto tutt’ora!

Gengio: E quando v’ho detto de le medicine? Come m’avete rimbeccato?…… “ Quelle che fanno oggi so’ meglio di quelle che facevi voi “.

Eugenio: Vuoi insistere ancora nel dire che non ho ragione?

Gengio: (si alza) Senz’altro avrete ragione voi, però ‘un mi dovete dà’ torto se io vi dico che co’ la scienza e co’ la tennica deve caminà di pari passo ( battendosi più volte una mano sulla fronte) anche ‘l cervello……….. Sennò ‘un vale, noo?……. Bona notte sor conte, a domani.

Eugenio: Ciao Gengio, buonanotte. (sfuma la luce su Eugenio e s’ illuminano Ortensia e Italo che stanno parlando sulla porta centrale. Ortensia ha una valigia in mano)

Italo: Sei sicura di quello che fai? Non sarà una decisione affrettata?

Ortensia: Sicurissima! È da tempo ormai che stavo pensandoci. Non riesco più a vivere in questa casa dove non sono libera di esprimere le mie opinioni. Mi dispiace lasciare Dante e Caterina, ma sono sicura che sapranno cavarsela.

Italo: D’accordo………Contenta te……… Allora hai capito bene? Alle nove e mezza viene a prenderci Vittorio con la macchina di piazza. Il treno c’è alle dieci esatte……… Mi raccomando di essere puntuale………(guardando l’orologio)  Manca meno di un quarto d’ora.

Ortensia: Ci sarò! Non dubitare. (Italo esce. La luce ritorna nel soggiorno e Ortensia va verso il Padre che nel frattempo  si era assopito) Papà………Papà……………

Eugenio: (esce all’improvviso dal torpore) Ortensia! ……. Sei tu? Scusami, ma mi ero assopito.

Ortensia: Papà, ti dovrei parlare. (posa la valigia)

Eugenio: Siediti, ti ascolto.

Ortensia: Non posso, ho molta fretta.

Eugenio: Perché quella valigia, che cosa significa?

Ortensia: Me ne sto andando. Ho deciso di costruirmi una mia vita.

Eugenio: Ortensia, non fare questo errore. Potreste pentirtene.

Ortensia: Forse! Ma avrò sbagliato da sola, senza che nessuno lo abbia fatto per me.

Eugenio: Dove andrai?

Ortensia: Non lo so ancora, ma troverò una sistemazione, stai tranquillo. Magari userò la laurea in lettere che qui non mi sarebbe servita a niente.

Eugenio: Con mamma ne hai parlato?

Ortensia: No! Non sa nulla. Salutala tu per me. Non voglio assistere ancora ad una delle sue scene melodrammatiche.

Eugenio: Buona fortuna, allora. E se avrai bisogno di me sai dove trovarmi.

Ortensia: In questo momento sono Dante e Caterina che hanno bisogno di te ……… e tuo nipote. (Ortensia fa per andare)

Eugenio: Mio nipote …….. Ortensia ….. (Ortensia si ferma)

Ortensia: Si, papà.

Eugenio: Pensi che tuo fratello acconsentirà a chiamarlo Leopoldo come mio padre, se suo figlio fosse un maschio?

 

Ortensia: (in tono scherzoso che allenta la tensione) Papà, non ti smentisci mai!

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