Notte in casa del ricco

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NOTTE IN CASA DEL RICCO

Tragedia moderna in un prologo e tre atti

Di UGO BETTI

PERSONAGGI

VALERIO, ricco proprietario

ADELIA, sua figlia

TITO, dipendente di Valerio

STEFANO

                                         IRENE               domestici di Valerio

MAURO

ANTONIO

                                                    QUIRINO               consiglieri della città

SISTO

1° CONTADINO

2° CONTADINO

3°CONTADINO

Circa ottanta anni or sono in una pic­cola città

Commedia formattata da

PROLOGO

(Quasi ottanta anni fa, in una stanzioncina fer­roviaria isolata fra i monti delle Marche dove la linea fa bivio. Notte. Nella sala d'aspetto tre Viaggiatori taciturni accanto alle loro va­ligie).

SCENA PRIMA

(Si ode un fischio lontano, quindi il rumore di un treno che si avvicina tra le gole dei monti).

Un Guardiasala             - (mettendo dentro la testa, a uno dei Viaggiatori) Il vostro treno, signore. Per Roma.

Il Viaggiatore                - (raccoglie la sua valigia, esce) (Sono restati altri due Viaggiatori: uno di età abbastanza giovane (Tito) si è alzato da un divano dove era coricato, ed è andato all'usciale a vedere il treno oltre i vetri; l'altro, vecchio e poveramente vestito (Mauro) è ri­masto seduto accanto alla stufa dove le braci stanno incenerendosi. Si ode il treno arrivare, fermarsi; dal profondo silenzio che si rista­bilisce, si capisce che la stazioncina è deserta).

Un altro Viaggiatore     - (freddoloso e imbacuc­cato, evidentemente arrivato ora, entra, portando una valigia, va ad uno dei divani, fa dei preparativi per coricarvisi).

Tito                               - (voltandosi al nuovo arrivato) Freddo, eh?

Il Viaggiatore imbacuccato    - (quasi senza vol­tare la testa) Freddo.

(Silenzio. Si ode ogni tanto l'ansimare sal­tuario della macchina ferma).

Tito                               - (torna al suo divano, armeggia intorno alla sua valigia, frega le mani una contro l'altra per vincere il freddo) Se almeno des­sero un po' più di legna. Ecco : va via. Il treno per Roma.

(Infatti si è udita, fioca, la trombetta del capotreno. Si sente il treno che si muove, sfila lentamente, si allontana).

Il Guardiasala               - (entra nella sala, spegne tutti i lumi, tranne uno, guarda la stufa, ormai quasi spenta, si appresta a tornar via; dalla porta si volta) Più nessun treno, stanotte. Il primo treno passerà domattina. Buona notte.

Tito                               - (cortesemente) Grazie. Buona notte.

Il Guardiasala               - (esce).

(Silenzio desolato. S'indovina che intorno non v'è né un lume né una casa, solo un nero di montagne deserte).

Tito                               - (si prepara a coricarsi anche lui, indu­giando a disporre la valigia a modo di cu­scino) Anche volendo, non si potrebbe nem­meno leggere, con questa luce. (Evidente­mente gli piacerebbe scambiare qualche pa­rola con qualcuno) (Nessuno gli risponde).

Tito                               - (si corica, coprendosi col mantello; poco dopo si rivolta come non trovando la posizione) È inutile, non si riesce a dormire, è troppo freddo. (Silenzio) Siamo fra le mon­tagne, ecco perché. La stagione non sarebbe così inoltrata.

Il Viaggiatore imbacuccato    - Scusate, signo­re. Abbiamo qualche ora e vorrei dormire. .

 

Tito                               - (premuroso) Scusate, scusate. Avete ra­gione. Scusate. (Dopo un po' si alza, si ac­costa alla stufa, davanti alla quale è l'altro Viaggiatore, sempre rimasto silenzioso; dopo qualche istante gli sorride, gli rivolge la pa­rola) Voi non avete voglia di dormire?

Mauro                           - (distrattamente) No.

Tito                               - Forse avete freddo? Volete il mio man­tello? Io posso farne a meno, preferisco muo­vermi un po'.

Mauro                           - Non mi occorre, grazie.

Tito                               - Venite da Roma?

Mauro                           - No.

Tito                               - (sedendo accanto all'altro e porgendo la tabacchiera) Volete del tabacco? Serve a far passare il tempo.

Mauro                           - (accennando di no) Grazie. Il tempo passa da solo, e anche troppo presto. (Ha l'aria molto sofferente, è oppresso da un af­fanno che quasi gli impedisce di parlare).

Tito                               - Queste ferrovie sono una grande inno­vazione. (Dopo un silenzio, sorridendo) Sta­vo a pensare... che io avrei potuto benissimo salire sul treno e andare a Roma.

Mauro                           - (gli dà un'occhiata, poi, distrattamen­te) Nessuno ve lo impediva.

Tito                               - (sorridendo) Volevo significare questo: che uno sale su un treno, va in qualche lon­tana città, e tutto è diverso, tutto cambia. Una cosa così semplice. È curioso. (Un si­lenzio) Scusate, voi siete di queste parti?

Mauro                           - No.

Tito                               - Io sì, la mia città è a una cinquantina di miglia fra i monti. Io ho fatto questo viaggio per incarico del mio padrone, per un suo affare. E d'un tratto, oggi, sul punto del ritorno, ho pensato : « Ecco, questo treno va a Roma. E se io ci salissi? »      (Ride fra sé) Sono idee così, domani sarò di nuovo lassù.

Mauro                           - Avete famiglia?

Tito                               - No. (Un silenzio) Non che mi trovi male, lassù, tutt'altro. Il mio padrone è uno dei migliori signori, non certo un tipo di legno dolce, oh, un uomo che li sa fare, i suoi affari, e senza troppi complimenti. Un uomo che fa soggezione. Ma a me mi tratta bene; mi sono fatto benvolere; il posto è ottimo; con tutto ciò, alle volte, mi sento, non so, un fastidio, una voglia di lasciar tutto. Scusate, vi annoio?

Mauro                           - No, affatto.

Tito                               - (pensieroso) Forse è per causa della cit­tadina, che è melanconica, uggiosa. (Indugia. con un attizzatoio a frugare macchinalmente nelle braci) (Si sente, lontanissimo, il fischio del treno).

Tito                               - (pensieroso) Certo, è curioso.

Mauro                           - (senza guardarlo) Cos'è che è curioso?

Tito                               - Io certe volte penso a questo, sentite un po', voglio sentire il vostro parere. Dun­que noi, un giorno, si compie un'azione. Un fatto qualsiasi. Non qualche cosa che resti, come sarebbe, che so, prendere una pietra e metterla lì. No, un altro fatto, che finisce, passa, potremmo anche dimenticarcene. Ebbe­ne, questa azione, che ormai è passata e non c'è più, invece certe volte seguita a star lì peggio di una pietra. (Breve pausa) O me­glio, è come se camminasse e ci venisse die­tro, sempre dietro; si trasforma come per non farsi riconoscere, e ci costringe... ci co­stringe... (Si interrompe) Ma forse è il caso. Il maligno caso. (Si sente, ancora, lontanissimo, il fischio del treno.

Mauro                           - Volete alludere ai rimorsi?

Tito                               - (alzandosi e facendo qualche passo) No, no. I rimorsi... (Alza le spalle) Dice il mio padrone che le cose si devono vedere e tocca­re con le mani. Se non si vedono, se non ci fanno lividi sugli stinchi, vuol dire che non ci sono, sono immaginazioni. No, non ri­morsi. Io dicevo un'altra cosa: conseguenze. Conseguenze di ciò che abbiamo fatto.

Mauro                           - Conseguenze?

Tito                               - Sì. Per esempio io voglio andare là. (Indica un punto) È invece no: a causa di un'azione che ho compiuto tanto tempo fa, ecco che io ora, senza neanche accorgermene, anziché avere la libertà di andare là, dove vorrei, mi trovo là. (Indica un altro punto) Come se una forza maligna mi costringesse a percorrere, punto per punto, una certa stra­da, obbligata, fra due muri. (Accenna con la mano come se disegnasse una strada tortuo­sa; fermandosi:) Non vi sembra curioso, che un uomo voglia fare una cosa e ne fac­cia un'altra? Io alle volte ho riflettuto a lungo su questo, ma non ci so cavare il filo.

Mauro                           - Avete commesso qualche delitto?

Tito                               - (ride) Oh, no, signore. No.

Mauro                           - (con un sorriso distratto) Io sì. È pas­sato molto tempo.

Tito                               - (sorridendo, senza dar peso) Ah. Bene.

Mauro                           - Ma questo non ha vera importanza.

Tito                               - Nel caso mio si tratta di una donna.

Mauro                           - Ah.

Tito                               - "Una ragazza. L'ho sedotta.

Mauro                           - Ah. E adesso... le conseguenze.

Tito                               - No. Non quello che pensate.

Mauro                           - Allora la città piccola, le chiacchiere.

Tito                               - No. Nessuno sa-nulla. Nessuno nem­meno immagina.

Mauro                           - La ragazza vi minaccia? Voi ne siete stanco?

Tito                               - No. È un'altra cosa. (Si dà a frugare nella stufa con l'attizzatoio; un silenzio).

Mauro                           - Per me è diverso. Sono malato, ho cominciato a star male molti anni fa. E così, man mano, i fatti, per me, hanno cominciato a perdere importanza. Credo che dovrò mo­rire prestissimo, mi sento straordinariamente stanco. E così, ora, c'è una sola cosa che m'importi. È per questa cosa che mi sono messo in viaggio.

Tito                               - La ragazza mi disprezza.

Mauro                           - Perché ?

Tito                               - Non lo so.

Mauro                           - Questo vi dispiace?

Tito                               - Sì.

Mauro                           - (osservandolo) Perché dite che vi disprezza?

Tito                               - (vergognandosi) Vi ho detto che non lo so, non c'è nessun motivo. Perché a un bambino, qualche volta, vanno carezze un po' più leggere e schiaffi un po' più pesanti che non ai suoi fratelli? Vi assicuro che ciò accade. (D'un tratto, un po' sudato) Tutti probabilmente, mi considerano poco; anche il mio padrone. Forse il motivo è che sono troppo buono, servizievole, premuroso. Umi­le. Ho anche dei difetti, certo. Forse dovrei essere... diverso, farmi valere. La ragazza è nella casa, una casa solitaria, un po' fuori del paese. Si può dire che viviamo faccia a faccia dalla mattina alla sera. H suo contegno verso di me mi ferisce, mi amareggia, capite? Devo fare qualche cosa.

Mauro                           - Perché mi dite tutto questo?

Tito                               - Perché è notte, voi siete un forestiero, non ci incontreremo mai più. Non ho nessu­no con cui parlare.

Mauro                           - Io, da giovane, ebbi un periodo di accecamento. E per questo motivo sono stato in carcere vari anni. Ciò vi fa impressione?

Tito                               - No. E poi?

Mauro                           - Come, e poi?

Tito                               - Voglio dire la vostra vita, dopo.

Mauro                           - Lontano, in un altro posto, fra gente nuova, sconosciuta; anni monotoni, passati rapidamente. Sono arrivato quasi senza ac­corgermene alla fine della mia vita.

Tito                               - E... quell'altra gente, i vostri amici di prima?

Mauro                           - Non hanno più saputo niente di me. Io invece ho avuto qualche notizia di essi; qualche cosa, dopo tanti anni. Per questo mi sono messo in viaggio.

Tito                               - La ragazza... la ragazza di cui vi ho parlato, era poco più che una giovinetta, quando io sono entrato nella casa. (D'un tratto, un po' rauco) Sapete, è la figlia! La figlia unica del mio padrone, la madre morì. Brutto, no? Spaventoso. Se il mio padrone appena lo immaginasse! (Breve pausa) So quello che pensate, sono l'essere più vile, ella era bella e delicata, una piccola gentile regi­na; e anche buona; e anche allegra, sapete? I primi tempi, nella casa, una casa isolata dove nessuno viene, la udivo cantare spesso. Soltanto, era orgogliosa. Anzi, non orgoglio­sa, ma, non so, come incantata di sentirsi così : trasparente, con le ali, per volar via un giorno o l'altro. Credo che mi abbia disprez­zato fin dal principio, e questo mi avviliva, ci pensavo sempre. Mi figuravo di prendermi delle rivincite, per umiliarla, immaginavo storie impossibili. (Dopo un silenzio, con tristezza) Invece è stato facile. Eravamo quasi sempre soli, nella casa. Si chiama Adelia.

Mauro                           - E dopo?

Tito                               - È diventata silenziosa, pallida. Mi si stringe il cuore, vedendola girare per casa. Anche io sono cambiato, un tempo scherzavo volentieri.

Mauro                           - Vi dice qualche cosa?

Tito                               - No. Non mi parla.

Mauro                           - Vi odia?

Tito                               - Sì. E tuttavia la notte, quando tutti dormono, ella si alza nascostamente, e viene come una povera ladra dove io l'aspetto, in miseri nascondigli. È questo che mi strazia e mi spaventa più di tutto.

Mauro                           - Vi è toccata una cattiva sorte.

 

Tito                               - Passiamo le giornate così, io la sento camminare, camminare, sempre con quel pensiero, vorrei fare tante cose, vorrei... Non so, mi viene voglia di correre in soffitta, prendere una corda e appiccarmi. (Con altra noce) Eppure il rimedio ci deve essere, no? Io devo fare qualche cosa. Anche suo padre: è orgoglioso, potente. Anche per lui io sono una specie di animaletto. Devo fare qualche cosa, costringerli a considerarmi, a volermi bene. Sono una creatura di Dio anche io, non vi pare?

Mauro                           - Perché non li mandate al diavolo, perché non partite?

Tito                               - Certo, lo dico sempre. Temo che non potrei. Guardate, se sto lontano un giorno, come oggi, non fo che pensarci continua­mente, mi vengono le più assurde paure, la paura, mettiamo, che lei possa morire, e che io, tornando, non la trovi più. Allora mi empie un tale spavento che mi sento tutto sudato. Domani la rivedrò. C'è sempre spe­ranza, non è vero? Ah, farei qualunque cosa. Devo fare qualche cosa.

Mauro                           - Anche nella mia storia c'è stata una donna, una donna che ho perduto con tutto il Testo. Sentite: io avevo un amico, quasi un fratello, con cui dividevo ogni giornata, ogni svago e anche il lavoro: i nostri due tavoli erano di fronte, nella stessa stanza: il sole veniva nel mezzo, ma più dalla sua parte. Lui era più vivace, più intelligente, anche più bello. Era lui che decideva; era fatto per comandare, io ero nella sua ombra. Una ragazza graziosa e buona apparve nella nostra vita. I suoi capelli erano così leggeri, così chiari. Ella preferì me: si sentiva più in confidenza, con me. Ci amammo, eravamo felici, quando tutto fu distrutto. Commettem­mo, io e il mio amico, una grave colpa.

Tito                               - Errori di gioventù. La sconsiderata gio­ventù. Ella crede sempre che il destino, poi, sarà indulgente, perdonerà.

Mauro                           - No. Non dobbiamo abbellire con bu­giardi colori il triste ingranaggio delle nostre azioni. Non la sconsiderata gioventù, un'altra cosa. Eravamo pieni di invidia, signore. Un cupo veleno si era misteriosamente accumu­lato nelle nostre anime mentre guardavamo volare e fuggire sopra i nostri due tavoli tutto quel danaro; e tanti rapidi giorni, che ci sembravano non abbastanza goduti.

Tito                               - Non si ebbe per voi un po' di indul­genza?

Mauro                           - Non la meritavamo. Anzi, circostan­ze strane e crudeli, fecero sembrare la nostra colpa più grave del vero. (Breve pausa) Senonché, signore, la fortuna, come era stata sempre un po' incapricciata del mio amico, così, anche in quell'occasione, gli rimase ab­bastanza fedele. Il sole era per lui, l'ombra per me. L'attenzione quasi sbadata che si ebbe per il mio amico gli permise di fuggire. Restai io a pagare per tutti e due.

Tito                               - E la ragazza che amavate?

Mauro                           - Seppi, dopo molti anni, che era an­data sposa al mio amico.

Tito                               - È questo che vi dispiacque?

Mauro                           - No. Io l'avevo perduta, ormai; non avrei voluto rivederla. Seppi poi che era morta. (Con altra voce) Ella aveva una gra­ziosa scatola in cui conservava dei bei nastri. Tutte le volte che penso a questo, sono come spaventato. Perché gli innocenti sono pu­niti per colpe che non hanno commesso? È morta giovane, in un paese forestiero. Tal­volta mi figuro che ella sia vicino a me e la chiamo. (Chiamando a voce sommessa e as­solutamente normale), « Anna, cara Anna ». Non ridete di me, signore.

Tito                               - Non rido. (Quasi fra sé) Qualcuno dice che la nostra vita è solo un lungo sogno e che nulla sia veramente vero. Questo pensie­ro qualche volta sgomenta, ma anche con­sola. Vuol dire che un giorno, forse, ci sve-glieremo.

Mauro                           - Il mio amico era fuggito con un altro nome in una piccola lontana città. Là, con pazienza e abilità davvero inumane, egli si è costruito un'altra vita. Lo credono onesto. È un uomo diffidente, solitario e senza pietà. È diventato ricco.

Tito                               - Allora è questo che vi disturba?

Mauro                           - No. L'invidia ha cessato dall'abitare in me. Un giorno ho saputo che gli venivano offerti riconoscimenti e onori. Domani gli sa­rà solennemente assegnata una carica.

Tito                               - È comprensibile che questo finalmente vi abbia urtato.

Mauro                           - No. Ciò m'ha fatto soltanto compren­dere che io dispongo d'un potere su quell'uomo. E io voglio usarlo. (Accennando al fagotto che ha vicino) Qui dentro sono le vecchie carte del nostro processo.

Tito                               - Capisco.

Mauro                           - Signore, non vi ho detto il più im­portante. La moglie morta aveva dato a quell'uomo una figlia. (Un silenzio) Io... vo­glio questa figlia.

Tito                               - Ma, signore, se intendo bene... essa non è vostra.

Mauro                           - Già, ho detto male; la mia mente si è indebolita.

Tito                               - Essa è la figlia della donna che vi ama­va; forse volete dire che quell'affetto è quasi una cosa rubata a voi.

Mauro                           - Ella è ora accanto al mio amico, non è vero? Ella avrebbe potuto essere accanto a me e tenermi stretto forte per mano nel momento in cui morirò e avrò paura.

Tito                               - È questo, dunque, il motivo che v'ha spinto al vostro viaggio? (Un silenzio)

Mauro                           - Signore, uno di questi giorni, oh pre­sto, il mio esile respiro si spegnerà. E così, quel giorno, ghiacciatosi il piccolo nascon­diglio nel quale, fra queste due tempie, vive ancora il segreto di quell'uomo, quel giorno anche quel segreto sarà morto. Ciò che è avvenuto, sarà come non mai avvenuto. Questo pensiero mi ha turbato. Io ho espia­to. Non vi sembra strano che invece la vita del mio amico sia stata così felice? Come poté uno dei due pesi, sulla bilancia, can­cellarsi in tal modo? Non è l'ingiustizia che mi punge. È la disarmonia, capite? Solo il caso, dunque, sta sopra noi?

Tito                               - Forse tutti i pesi sono misurati dopo, signore, dopo; da una potenza invisibile, che noi chiamiamo Dio.

Mauro                           - Signore, figuratevi di essere sul punto di lasciare la vostra casa. Voi ne uscite, ma non già per una breve passeggiata, nel qual caso voi non fareste che mettervi in capo il cappello e tirarvi dietro la porta, non è ve­ro? ma per un'assenza di grande durata. Che farete voi in questo caso? Voi cercherete di mettere ordine, chiuderete ogni finestra, spe­gnerete accuratamente il fuoco, pulirete at­tentamente ogni angolo, farete in modo di non lasciare nulla che possa corrompersi, al­terarsi, far nascere pericoli. Solo dopo fatto ciò, potrete essere tranquillo quando scende­rete le scale. E io, che debbo allontanarmi per un'assenza molto più lunga, un'assenza che durerà come l'eternità, credete che po­trei sentirmi tranquillo lasciando nella casa dove ho abitato, cioè questa terra, una de­formità così orribile, una frattura così stra­na? Solo i miei occhi vedono quella frattura, solo al mio cervello è nota quella deformità. E a chi dunque se non a me, finché i miei occhi e il mio cervello vivono e palpitano, spetta di ristabilire l'equilibrio turbato? Sa­rei pigro o vile, se volessi scaricare su una potenza invisibile un dovere che invece pesa sulle mie spalle.(Abbassando la voce) Che questa potenza ci sia, noi lo speriamo, ma essa non fu mai vista da nessuno. E noi come possiamo, per una semplice speranza, rinunciare alla Giustizia? Se Dio 'è giustizia, Dio stesso è sottoposto ad essa. Questo viag­gio ho dovuto farlo per potere essere tran­quillo e veramente leggero nel momento in cui volterò le spalle a tutto questo. Il viaggiatore coricato         - (si alza a sedere sulla panca, sbadiglia, poi va all'uscio vetrato do­ve già appare un leggero biancore) Fra poco è giorno. Che freddo! Deve aver gelato.

Tito                               - (si alza, fa qualche passo; a Mauro : ) Prenderete anche voi il treno verso l'alta valle?

Mauro                           - Sì.

Tito                               - Anche io. E qual'è la meta del vostro viaggio ?

Mauro                           - Una piccola città, credo si trovi nel più stretto della valle. Si chiama San Severo.

(Un silenzio).

Tito                               - (con voce un po' rauca) Voi andate dall'uomo più ricco e potente di quella città?

Mauro                           - (guardandolo, con sospetto) Sì.

(Un altro silenzio).

Tito                               - (pallido) Temo che ci incontreremo di nuovo.

Mauro                           - (dopo un momento, turbato) Signore, io ho già dimenticato ciò che voi mi avete detto e voi vogliate dimenticare ciò che vi ho detto io. Ognuno di noi ha la sua strada, ognuno di noi ha qualche cosa da fare e bisogna che si affretti e faccia del suo me­glio, perché il tempo è breve, e nessuno ci aiuterà. Un uomo è una piccola cosa: ed è anche troppo se gli riesce di pensare ai suoi propri conti. (Avviandosi verso la porta) Buon giorno.

Tito                               - Buon giorno.

Fine del Prologo

ATTO PRIMO

Una sala nella casa di Valerio. Una porta ve­trata, cui si accede salendo alcuni gradini, dà verso il giardino; altre porte danno verso l'in­terno della casa, una scala sale verso i piani superiori. Tutto denota agiatezza. È sera, un piccolo fuoco arde nel caminetto.

SCENA PRIMA

(Entrano nella sala Quirino, Sisto e An­tonio, col soprabito ancora addosso; U segue Tito, subito s'affaccia la domestica Irene).

Tito                               - (servizievole e insieme timido) Venite, accomodatevi. Avverto subito il signor Va­lerio. Sta cenando, ma è alla fine.

Antonio                         - (togliendosi il soprabito, imitato dai compagni) Ditegli che non c'è alcuna fret­ta e che non, vorremmo scomodarlo.

Tito                               - (dandosi da fare per aiutare i tre visita­tori a togliersi i soprabiti e consegnandoli poi alla domestica) Ecco. Lasciate. Date. (A Irene) Irene, dite a Stefano che porti altra legna.

Irene                              - (esce coi soprabiti e i cappelli).

Tito                               - Le sere sono già fredde, un po' di fuoco rallegra. Vo ad avvertire il signor Valerio. (Si inchina, esce).

SCENA SECONDA

Sisto                              - (accennando intorno), Bello, eh?

Antonio                         - Non manca nulla.

Quirino                          - (rosso) importante, aggrondato) lo fui qui, mi ricordo, all'epoca dei vecchi pa­droni, venti anni fa. La casa non era nem­meno l'ombra di ora. Deve averne ammuc­chiati dei quattrini, questo Valerio.

Antonio                         - (sorridendo) Sembra che la cosa vi disturbi.

Quirino                          - No. Mi ricordo di quando è arrivato qui: magro e nudo.

Sisto                              - Spoglio.

Antonio                         - Ha saputo fare.

Quirino                          - Ha saputo fare sì. Arrivato qui un bel giorno, chi sa da dove. Mai una cortesia a nessuno, sempre lo schioppo spianato.

Antonio                         - (sorridendo) Forse per questo è ar­ricchito.

Quirino                          - È stranamente arricchito; è stato stranamente duro, stranamente onesto, stra­namente solitario e anche quando è stato buono, è stato stranamente buono.

Antonio                         - Cari amici, trovo inutile sciacquarsi la bocca con dell'aceto, mentre poi le pa­role che siamo venuti a dirgli dovranno es­sere piuttosto di zucchero. Questo Valerio è un uomo che sa il fatto suo; ha sempre par­lato poco, ma quando ha parlato, è stato sul serio. Non è certo un tipo di legno dolce, è uno che li sa fare, i suoi affari...

Quirino                          - ...e senza riguardi per nessuno...

Antonio                         - Ma credo che per arricchire non ci sia altro modo; e forse gli altri, dei riguardi per lui ne avrebbero avuti anche meno.

Quirino                          - Non sono pochi quelli che lo odiano.

 

Antonio                         - ...però sono più quelli che gli danno credito e fiducia. E io sono di quelli. (A Qui­rino) E anche voi, mio caro.

Sisto                              - Per questo anche io. Anche io.

Quirino                          - Naturalmente. Dicevo solo che lo si vede sempre accigliato, con la grinta dura. Perché ? A me piace la gente alla mano, espansiva.

Antonio                         - Lo credo un uomo onesto; e questo è tutto. E ritengo che sarà un ottimo asses­sore.

Sisto                              - Io l'ho sempre detto. Siamo qui per questo.

SCENA TERZA

Tito                               - (rientra, seguito da un contadino che reca una bracciata di legna) Il signor Valerio vi prega di attenderlo un attimo. (Al contadi­no, indicando il caminetto) Metti pure lì, Stefano.

Stefano                         - (si inginocchia a disporre e attizzare la legna; quindi esce, mentre le fiamme tor­nano a brillare).

Antonio                         - (guardando il giardino attraverso la porta vetrata) Un bel giardino davvero. Fitto, vasto.

Tito                               - (premuroso) Quest'anno, anzi, lo vedete un po' malandato.

Antonio                         - (indicando) Quella è la casa dei contadini?

Tito                               - (c. s.) Sissignore.

Antonio                         - (indicando) E di là?

Tito                               - Nulla, è da sistemare : una vecchia ca­panna. Il signor Valerio dice che a prima­vera farà togliere tutto. Grandi lavori.

Antonio                         - È un bellissimo possesso. Voi abi­tate nella casa?

Tito                               - No. Ma è come se vi abitassi. Sto là, guardate, quella casetta appena oltre il giar­dino. Anche essa appartiene al signor Vale­rio, è tutto, suo, qui intorno. Così sono sem­pre qui, qualunque cosa occorra.

Quirino                          - Il padrone è un brav'uomo. Vi tro­vate bene?

Tito                               - Oh sì, signore. Benissimo. Il signor Va­lerio è un buon padrone.

Quirino                          - (protettore e maligno) Insomma, ca­ro Tito, avete trovata la sistemazione che vi occorreva. Ne avevate bisogno, no?

Tito                               - (arrossendo e confuso) Certamente, si­gnore. Qui, ora, sto bene. Al di là dei miei meriti. (Vede che Valerio è sulla porta, si interrompe si ritrae un po').

SCENA QUARTA

Valerio                          - (entrando) Buona sera, signori.

Quirino e Sisto              - Buona sera, signor Valerio.

Antonio                         - Forse la nostra visita, a quest'ora, vi avrà stupito. Speriamo di non avervi di­sturbato.

Valerio                          - Al contrario. Accomodatevi, (dando a Tito una rapida occhiata) Che vi diceva Tito?

 Antonio                        - Si parlava, qui, del vostro giardino, della vostra bella casa.

Quirino                          - Davvero una reggia-. Un po' appar­tata, se vogliamo.

Valerio                          - (in tono cortese) Un po' appartata. Quando io avevo bisogno degli altri, ero io a camminare per recarmi da loro. Ho cam­minato parecchio. Il giorno in cui furono gli altri ad aver bisogno di me, ritenni giusto che si scomodassero gli altri.

Sisto                              - (premuroso) Bene, sicuro. Giusto.

Valerio                          - (sempre sorridendo) Oh, non è che io provi un cattivo piacere nel vedermeli ar­rivare davanti segretamente irritati e con un po' di fango addosso. Ma è una cosa utile perché - voi non lo credereste - ciò li ren­de molto più cortesi e docili. Non parlo per voi, naturalmente. In genere, si scomodano perché vogliono da me qualche cosa, magari con una mezza speranza di imbrogliarmi; ma io procuro che ciò non avvenga e per lo più ci riesco. Avendo io una speciale passione per tenere molto in ordine le mie carte, i miei registri, e avendo anche una speciale attitu­dine a immaginare dei tranelli, quando ven­gono per giocarmeli so già quasi sempre, presso a poco, di che si tratta.

Sisto                              - (che non ha capito nulla) Ah ah. Mol­to ben detto, signor Valerio.

Antonio                         - (affabile, e prendendo la cosa in scherzo) E invece, signor Valerio, credo che voi non immaginiate affatto il motivo della nostra visita.

Quirino                          - (un po' oratorio e baritonale) Prima di tutto, dovere. La vostra nomina a consi­gliere, signor Valerio, è riuscita di alta sod­disfazione a quelli che dovranno essere i vo­stri colleghi nella carica, cioè le persone qui presenti. Noi vi stimiamo molto, e così tutta la città.

Valerio                          - (sorridendo) Non lo sapevo.

Quirino                          - Quando la vostra nomina sembrò un tantino in bilico, fummo noi che schie­rammo dalla parte vostra le nostre umili forze.

Valerio                          - (sempre in tono cortese) Avevo sem­pre creduto che le sole forze a me favorevoli fossero le mie, che del resto sono sempre bastate benissimo.

Antonio                         - (senza farsi smontare) Ad ogni mo­do, signor Valerio, domani, come sapete, avrà luogo la prima adunanza del Consiglio.

Sisto                              - Adunanza solenne.

Antonio                         - E noi, signor Valerio, saremmo ve­nuti... saremmo venuti a chiedervi...

Valerio                          - Coraggio, signori. (Si interrompe) (Viene, da molto lontano, nella vallata, un coro che canta: «Sull'alto monte salii'orso»).

Valerio                          - (un po' distratto, indicando) Sono operai che rincasano e cantano. È una vec­chia canzone. (Tornando a sé) Coraggio. Pensavo appunto che eravate venuti a chie­dermi qualche cosa.

Quirino                          - Signor Valerio, accettereste la carica di assessore? (Un silenzio).

Valerio                          - Voi avreste intenzione...

Quirino                          - ...di eleggervi assessore. (Un silenzio).

Valerio                          - È un grande onore che mi fate. Vi sono nel consiglio persone assai più adatte, che hanno un seguito ben più largo.

Antonio                         - Siamo tutti d'accordo sul vostro nome.

Valerio                          - Scusate, è proprio questo che mi rende perplesso. Non vorrei che l'avere io già accettato una carica, desse l'idea alla gente che una vanità tardiva e perciò più vi­rulenta, .ha cominciato a mollificare il mio cervello. Assessore. Credo anche di essere un uomo prudente. Si suol dire, però, che ogni uomo ha la chiave che lo apre, e che per tutti i furbi arriva il momento in cui ces­sano dall'esser tali. Non vorrei che credeste giunto anche per me un tale momento. Assessore. E dopo? Avrete probabilmente qual­che altra cosa da dirmi, qualche proposta da farmi.

 Antonio                        - Affatto, caro Valerio, affatto.

Quirino                          - (oratorio) La nostra onestà...

Valerio                          - Perdonatemi, quando sento questa parola, è come sentissi un moscone : penso che vi sia in giro qualche cosa di guasto.

Antonio                         - Noi volevamo solo .chiedervi que­sto: di essere, da domani, con noi...

Quirino                          - ...di aiutarci a risolvere le nostre piccole questioni...

Antonio                         - ...di regalarci un po' della vostra intelligenza, della, vostra abilità. (Un silenzio).

Valerio                          - (con una certa durezza) Io ho sem­pre vissuto a me.

Antonio                         - E tuttavia non pensate che sia gra­dito, a un certo momento, vedersi intorno dei visi cordiali? Sapere che gli altri pensa­no a noi con fiducia?

Quirino                          - Non vorrete star sempre nel vostro angolo, in cagnesco! Nessuno v'ha fatto nulla.

Valerio                          - Voi non sapete nulla di me.

Antonio                         - Sappiamo che siete diffidente, que­sto sì. Ma anche questo in fondo ci piace, sapete? Ci rassicura.

Quirino                          - Se si fosse trattato di scegliere il compagno per una cena, noi saremmo andati da un allegrone, non certo da voi. Ma quan­do si tratta di far sedere qualcuno sulla pol­trona rossa dell'assessore...

Antonio                         - ...di affidargli la città e le nostre cose...

Quirino                          - ...allora è un tutt'altro tipo quello che ci vuole: un uomo di polso, saggio...

Sisto                              - ...e diffidente. (Un silenzio).

Antonio                         - Signor Valerio, ebbene, vi dirò qual­che cosa di più. Non so se l'occasione sia buona; è un argomento di natura privata, ma ormai siamo qui e i miei colleghi sono antichi amici, credo di poter parlare, non è vero? (Dà un'occhiata a. Tito).

Valerio                          - Parlate pure, signore.

Antonio                         - Oh, niente di straordinario... sol­tanto una semplice ipotesi, della quale ma­gari vi parrà prematuro che parli ora. Ma intendo bene che con voi l'unica avvedutez­za è quella di non cercare affatto di essere avveduti, ma anzi, fin dal principio, del tutto aperti e confidenti.

Valerio                          - Dite pure. .

Antonio                         - Ecco, io vorrei... che questo nostro incontro fosse il principio di una... amicizia, fra le nostre famiglie... e che voi permet­teste a mio figlio... di frequentarvi un po', di venire qualche volta nella vostra casa. È un ottimo giovane, forse lo conoscerete di vista, serio, sincero, affettuoso, coi suoi bravi studi. É l'unico mio figlio, è tutto per me. Ormai io sono vecchio, e il solo mio pensiero è per lui.

Valerio                          - Voi vorreste mandarlo da me perché s'impratichisca degli affari?

Antonio                         - (dolcemente) Voi avete qualche altra cosa, più preziosa degli affari. Voi avete una figlia. È una ragazza che si vede raramente in città, ma anche questo piace a una persona di criterio. È bella, il suo contegno è gentile. Il suo volto ovale e delicato, i suoi occhi, bruni e seri sotto le palpebre un po' chine, non hanno soltanto attirato lo sguardo di un vecchione come me, ma anche giovani ardenti sguardi. Ho pensato che se i nostri due figli si conoscessero, forse col tempo, non si sa mai, potrebbero piacersi; e io un giorno, chi sa, potrei chiudere gli occhi tranquillo, avendo nella casa una saggia e graziosa nuo­ra. Mio figlio è ricco non meno di vostra figlia, la mia famiglia penso non sia meno onorata della vostra, voi non perdereste la vostra creatura, poiché non più che un mezzo miglio vi dividerebbe da lei; al contrario, an­ziché una casa, ne avreste due. Ma che scioc­co, non so perché vi dico tutto questo; le mie, voi lo capite bene, non sono che fan­tasticherie, parole, semplici speranze. Mi basta che voi vogliate dare per me a vostra figlia, affinché cominci a considerarmi con simpatia, questo piccolo regalo, una spinetta, che non ha davvero altro valore se non quello di essere stata portata prima da mia ma­dre, poi da mia moglie. (Pone sul tavolo, da­vanti a Valerio, una antica spilletta d'ar­gento) (Un silenzio).

Valerio                          - (si alza in 'piedi come turbato o adi­rato; fa alcuni passi avanti e indietro; quindi torna al tavolo, guarda la spilletta con una specie di dolore) Questo dono mi dice che si avvicina ormai un giorno temuto.

Antonio                         - (dolcemente) Ogni vita e ogni strada, per avere il loro sole, debbono attraversare qualche ombra.

Valerio                          - (pallido) Dovete perdonarmi. Ho veduto d'un tratto l'essere che mi è caro so­pra ogni cosa, diventare oggetto di avidi sen­timenti, di rapaci desideri.

Antonio                         - (dolcemente) Ciò doveva avvenire. È una donna.

Valerio                          - Tutto questo agita l'animo di un padre. Ma vietare, fermare ciò, è fuori dei mezzi dell'uomo! Forse già qualche cosa è mutato anche in lei. Mio Dio, ieri era ancora alta così, col suo piccolo grembiule.

Antonio                         - (dolcemente) È cresciuta, signore. (Si ode di nuovo, lontanissimo nella notte, il coro degli operai).

Valerio                          - È cresciuta. L'occhio del padre è l'ultimo a vedere. (Cercando di scusarsi, con un pallido sorriso) Insomma, non ridete di me: or ora ho tremato come se sopra a mia figlia fosse chi sa che pericolo. Siamo sem­pre stati noi due soli: sua madre morì gio­vane. Scusatemi.

Antonio                         - L'affetto paterno è sempre un po' ombroso.

Valerio                          - (risolvendosi e volgendosi a Tito) Tito, dite a mia figlia di venire qui. Ditele che voglio farle conoscere degli amici.

Tito                               - (si alza, esce silenziosamente).

Valerio                          - (ad Antonio) Mi avete parlato molto affettuosamente. E se davvero ogni uomo ha la chiave che lo apre, voi avete usato quella che occorreva. Certo, sarei un padre insen­sato, se opponessi un cieco rifiuto a ciò che per ora è solo un discorso ragionevole.

Antonio                         - (un po' commosso) Io ho avuto sem­pre fiducia in voi, signore.

Valerio                          - Sì, mi avete detto parole assai uma­ne, come io non udivo da molti anni. Anni di solitudine, non lieti. Forse cominciavo ad esserne stanco. (Sempre un po' diffidente) Non credo che vi sia qualcosa di male se voi e vostro figlio verrete qualche volta a farci visita. Ciò non implica nulla; e io sarei uno sciocco se lo vietassi... (Si interrompe).

Adelia                           - (apparendo sulla porta) Con permesso.

SCENA QUINTA

Valerio                          - (andandole incontro, con grande dol­cezza) Vieni, cara. Questi signori, volevano conoscerti. (Le tocca le mani, la fronte come accade di fare coi bambini) Sei fredda. Eri uscita sulla loggia?

Adelia                           - Sì.

Quirino                          - Le sere sono già rigide, si sta me­glio accanto al fuoco.

(Anche Tito è rientrato ed è tornato a se­dere silenziosamente).

Valerio                          - (alla figlia, con una specie di affettuo­sa malinconia, guardandola, accarezzandola vagamente) Questi amici mi hanno parlato di te. Mi hanno detto che ti hanno visto per strada e che sei una graziosa signorina. Essi saranno miei compagni nel consiglio della cit­tà, ormai dovremo lavorare molto insieme. (Indicando) Il signor Quirino. Il signor Sisto. Il signor Antonio. Questi, poi, ha voluto an­che portarti un regalo. Ecco. (Le dà la spil­letta).

Adelia                           - (prendendola) È molto bella. Vi rin­grazio.

Antonio                         - Quella pietruzza dirà molto col co­lore dei vostri occhi.

Adelia                           - La porterò.

 Valerio                         - Siedi, figlia mia. Sta un po' qui con noi. Qui, accanto a me.

Quirino                          - Signor Valerio, voi avete detto or ora che lavorerete con noi nel consiglio. Ma voi sapete che questo non ci basta.

Antonio                         - Le vostre spalle devono sopportare un maggior peso.

Valerio                          - (un po' commosso) Cari amici. Le mie spalle: pensate che siano abbastanza so­lide per questo?

Antonio                         - Tutta la città lo crede.

Valerio                          - Pensate che nessun'altra persona...

Sisto                              - Nessuna, signor Valerio.

Valerio                          - Ebbene, se davvero vi pare che non ostante certe apparenze, ci sia in me qualche buona qualità, accetto la vostra offerta. Sarò il vostro assessore. Farò quanto sta in me.

Antonio                         - Grazie, caro Valerio.

Sisto                              - Grazie.

Quirino                          - (festosamente) Ma perché , dico io, a questo punto non vedo ancora apparire dei bicchieri e qualche bottiglia?

Valerio                          - Oh, scusate. Avete ragione. Adelia, presto: hai sentito? Occorre che tu faccia vedere le tue doti di padroncina di casa.

Adelia                           - (alzandosi) Sì, signor padre. Con per­messo. (Esce; poco dopo esce anche Tito).

SCENA SESTA

Antonio                         - Che cara gentile figliola!

Valerio                          - (che ha seguito la figlia con lo sguar­do) Mi sembra sempre un po' pallida.

Quirino                          - Un incantevole delicato fiore!

Valerio                          - E' taciturna, forse è timida. E' cre­sciuta qui, sola sola, senza divertimenti né amiche.

Quirino                          - Molto meglio, signore. Meno grilli.

Valerio                          - Io stesso le ho parlato così poco, in questi anni; me ne accorgo ora e ne provo un dolore. Ero sempre fuori di casa, oppure accigliato e pieno di cattivi pensieri, fra le mie maledette carte...

Quirino                          - Si sa bene: gli affari.

Valerio                          - Forse le sue giornate non erano felici.

Antonio                         - Troppa solitudine, qui, per una ra­gazza.

Valerio                          - È bene che ciò cambi, non è vero?

SCENA SETTIMA

(Rientra Adelia seguita dalla domestica Irene e da Tito i quali portano bottiglie e bicchieri, che depongono sulla tavola. La domestica esce subito dopo; Tito un po' più tardi. La ragazza si dà a versare il vino e a porgerlo).

Quirino                          - Ciò cambierà, signore. Se il vostro vino è buono come è bella vostra figlia, temo che dovrete scacciarci di casa.

Valerio                          - (a Adelia, teneramente) Adelia, d'ora in poi la nostra casa sarà meno melan­conica. E poi... dovrai comperarti dei begli abiti, verrai con me a passeggio per le stra­de della città.

Quirino                          - (a Valerio) E vedrete che la gente vi saluterà molto più volentieri. (A Adelia, che gli porge il vassoio coi bicchieri) Grazie.

Sisto                              - (a sua volta) Grazie.

Antonio                         - (a sua volta) Grazie, figliola. (Un momento di silenzio).

Valerio                          - Sentite?

Antonio                         - Che cosa?

Valerio                          - Oh, nulla, un amico : il vento. Tanto è il silenzio, in questa casa, che spesso, an­che nella giornata più serena, vi si ode un leggero fischio. È il vento. E' un suono dolce che a volte mi ha reso mesto, e ora invece, d'un tratto mi ha fatto provare non so che allegria!

Antonio                         - (porgendo orecchio) È il vento au­tunnale, che scende dai valichi.

Valerio                          - Sì, e m'ha fatto pensare, all'improv­viso, che anche l'inverno ormai vicino, e le grandi nevi, e quelle lunghe serate, anche tutto ciò può rallegrare l'animo, non è vero? quando arde un bel ceppo, come ora, e la casa è lieta di voci amiche.

 Antonio                        - Voi siete stato solo per troppo tempo.

Valerio                          - E in questo tempo, parecchi dei miei capelli hanno cambiato colore! Voglio dirvi una cosa che vi stupirà: che io da giovane ero tutto diverso. Sì, ero sorridente, cordia­le, benvoluto dalle comitive, avido di diver­timenti. La vita qualche volta ci costringe a prendere strade non desiderate.

Quirino                          - Voi siete ancora in tempo, non siete certo vecchio.

Antonio                         - I poderi, il danaro, le carte legali, sono cose che si vedono, si toccano; ma forse...

Valerio                          - (pensieroso) Sì, forse non valgono altre cose, che nessuna bilancia pesa: un po' di contentezza, un animo sereno. (D'un trat­to) Adelia, perché non ci fai sentire quella canzone che cantavi un tempo: « Sui fioriti colli un giorno ». Mi piaceva tanto.

Adelia                           - Sì, signor padre. (Si alza, canta « Sui fioriti colli un giorno »).

Sisto e Quirino              - (appena Adelia ha finito) Brava, brava.

Antonio                         - È una bella canzone.

Valerio                          - Non so perché , m'ha sempre com­mosso.

Antonio                         - (bevendo e quasi facendo un brindisi) È bello, deposto ogni timore, aprire il cuo­re alla confidenza, alla simpatia.

Valerio                          - È bello. Il vento fischia, e nella casa si chiacchiera, si ride.

Quirino                          - La vita ci è data anche per questo.

Valerio                          - (volgendosi ad Adelia) Adelia, cara, guarda un po' che hanno questi cani. Sem­brano inquieti.

(Infatti, da qualche momento, si sentono ab­baiare i cani).

Adelia                           - (si alza, ed esce verso il giardino).

Quirino                          - Dicono che Dio guardi con benevo­lenza chi è allegro e ride.

Valerio                          - Infatti occorre per questo una certa fiducia in Lui. Una certa innocenza; e forse anche un po' di fortuna. Mi ricordo una vol­ta, da giovane... (Si interrompe, voltandosi in ascolto verso il giardino) (Tutti gli altri fanno lo stesso, come cercan­do di udire qualche cosa, forse il vento fra gli alberi. Ed ecco sì sente un grido femminile. Tutti si alzano muovendo verso la porta. Ma già su questa è riapparsa Adelia, che sembra turbata).

SCENA OTTAVA

Valerio                          - (andandole incontro) Adelia, che è stato?

Adelia                           - C'è un uomo, nel giardino.

Valerio                          - Chi è?

Adelia                           - Non lo conosco. Mi ha chiesto se so­no la figlia di Valerio. Sono fuggita.

Antonio                         - Un vagabondo.

 Quirino                         - Ce n'è parecchi, in giro.

Valerio                          - (si avvia per andare nel giardino; ma sulla porta è già Stefano che spinge avanti a sé Mauro).

Stefano                         - Eccolo, signore. Era quest'uomo. Era entrato nel giardino. (Un silenzio).

Mauro                           - (senza badare agli altri, volgendosi a Adelia) Io non volevo farvi del male. Non dovevate spaventarvi.

Quirino                          - Chi siete?

Mauro                           - (togliendosi da tracolla il fagotto e ap­poggiandolo a terra) Non sono di queste parti, non sono pratico. Dovete scusarmi. (Il respiro oppresso gli mozza la parola).

Quirino                          - Che volete?

Mauro                           - Nulla. Mi si è fatta notte per strada. Ho visto una casa illuminata, un giardino e sono entrato (Avanza fin davanti a Valerio) Voi siete il padrone? Questa casa è vostra, signore?

(Un silenzio; nel frattempo, senza rumore, è scivolato dentro Tito).

Valerio                          - (fa cenno di sì).

Mauro                           - Questa è vostra figlia? (Un silenzio).

Valerio                          - (fa cenno di sì).

Mauro                           - Una graziosa ragazza. I suoi occhi esprimono bontà. Avete avuto fortuna. (Scor­ge Tito) Oh, buonasera! Vi ritrovo. Ero cer­to che ci saremmo incontrati ancora.

Quirino                          - (a Tito) Lo conoscete?

Tito                               - Oh no, signore, no. L'ho incontrato in viaggio, ho scambiato le solite parole. Non so chi sia.

Mauro                           - (a Adelia) Io non volevo farvi paura. Come vi chiamate?

Adelia                           - Adelia.

Mauro                           - Adelia. Come siete giovane. Però le vostre guance non hanno il bel colore della vostra età.

Quirino                          - Brav'uomo, non mancate di disin­voltura. Noi non abbiamo alcun motivo per trattenervi, a quanto pare. In pochi minuti la strada vi porterà al paese. È possibile che là troviate ancora qualche locanda aperta.

Mauro                           - (accingendosi a tornar via) Lo spero, signore. Sono stanco.

Adelia                           - (timidamente) Volete bere o mangiare qualche cosa?

Mauro                           - Grazie, Adelia. Non ho bisogno di nulla.

Adelia                           - Signor padre, non credete che lo si potrebbe allogare qui in qualche modo, per questa notte? Forse al paese troverebbe tutto chiuso, a quest'ora.

Valerio                          - Sì. Resterà qui, questa notte. (A Mauro) Dovrete adattarvi, vi chiedo scusa. (Indicando dalla vetrata) Guardate, oltre il giardino v'è una capanna di travi e paglia. È calda, asciutta, vi troverete un letto e qualche mobile. Potete dormirvi.

 

Mauro                           - Vi dormirò tranquillamente. Siete molto caritatevole, signore.

Valerio                          - Tu, Stefano, accompagnalo.

Mauro                           - (avviandosi, preceduto da Stefano) Buona notte, signori            - (Con voce diversa) Buo­na notte, gentile Adelia. (Esce; un silenzio),

SCENA NONA

Antonio                         - Non è di queste parti.

Valerio                          - Un vagabondo. Di qui ne passano spesso.

Antonio                         - Dovreste stare attento. È gente di mano lunga.

Sisto                              - Qualche volta appiccano il fuoco ai fie­nili dove hanno dormito.

Quirino                          - Fanno bene i contadini che, dopo l'avemaria, li tengono lontani con lo schioppo. Ma voi, signor Valerio... Vi sentite poco bene? (Tutti si voltano verso Valerio; un silenzio).

Valerio                          - (con uno sforzo) Nulla. Stanchezza.

Antonio                         - Siete sudato e pallido.

Valerio                          - Ora sto bene. Mi sono un po' affa­ticato, oggi.

Antonio                         - Vi gioverà riposare. Noi vi lascia­mo, è tardi.

Quirino                          - Vi ci vuole un buon sonno. Domani sarà una grande giornata, per voi.

Sisto                              - Tutta la città sarà presente, sapete?

Quirino                          - C'è molta attesa. A domani, caro amico.

Antonio                         - E grazie, caro Valerio. Proseguiremo i nostri discorsi con più agio.

Sisto                              - A domani.

Valerio                          - A domani. (A Adelia) Adelia, ac­compagnali. Buona notte.

I visitatori                     - (uscendo) Buona notte.

SCENA DECIMA

(Sono restati Valerio e Tito).

Tito                               - (si adopera a riporre i bicchieri sui vassoi).

Valerio                          - (dopo qualche momento, senza dare importanza) Dove hai incontrato quell'uomo.

Tito                               - (continuando a rassettare) Durante il viaggio, signore. In una fermata. Sapete co­me succede...

Valerio                          - Sai niente di lui?

Tito                               - Niente, signore. Mi sembra molto ma­landato.

Valerio                          - Lascia. Puoi andare a dormire.

Tito                               - Non vi occorro più?

Valerio                          - No. Vattene. (Come ricordandosi solo ora) Dì a Stefano che stia attento e leghi i cani, non vorrei che stanotte mordessero quell'uomo.

Tito                               - Sissignore. Felice notte, signore. (Esce)

Valerio                          - (è solo, rèsta immobile in cupa me­ditazione) .

FINE DEL PRIMO ATTO

ATTO SECONDO

 La stessa scena dell'atto precedente. Poco tempo è trascorso.

SCENA PRIMA

Valerio                          - (è immerso in una cupa meditazione).

Adelia                           - (entra e attraversa la stanza, ferman­dosi un attimo accanto al padre) Buona­notte, signor padre,

Valerio                          - (le fa una carezza soprapensiero).

Adelia                           - (accende una candela e s'avvia).

Valerio                          - Adelia!

Adelia                           - (voltandosi) Volevate qualche cosa?

Valerio                          - (le va vicino, togliendole la candela che posa sul tavolo, la fa sedere accanto a sé) Volevo solo... parlarti ancora, stare un po' con te. (La guarda) Sei cresciuta sotto i miei occhi, ma quasi i miei occhi non ti vedevano, come quando si sta soprapensiero. Forse fa­cevo un po' di soggezione anche a te. Fra padre e figlia è male. Dammi, la mano. Come sei fredda. (Con altra voce) Figlia, eppure tu sei stata la gioia della mia vita. Io ho lavorato sempre, spesso la sera m'ha sorpre­so lontano; ma mi bastava pensare che tu eri nella casa. Non sempre sono stato ricco, anzi, sono stato povero a lungo. Fatica, giorni amari. Ci sono molte cose che tu non sai.

Adelia                           - (senza guardarlo) Signor padre, perché mi dite questo?

Valerio                          - Forse perché stasera mi sono sentito stanco d'essere solo a portare queste tristez­ze. (Accarezzandola) Arriva il giorno in cui si desidera tanto essere conosciuti dai nostri cari e compresi. Volevo dirti che il mio pen­siero, tutti questi anni, è stato per te. Tu sei sempre stata il mio cielo, il mio adorato an­gelo, come quando eri piccola piccola e ti mettevi a piangere se io uscivo. Io ho voluto solo questo: vederti, un giorno, contenta, sicura, allegra. Tutto era per te, Adelia. Per te. (Interrompendosi) Adelia! Piangi?

Adelia                           - (piange; ora comincia a singhiozzare).

Valerio                          - (stupito) Guardami, cara. Rispon­dimi.

Adelia                           - (si volta, come per non farsi guardare e seguita a singhiozzare).

Valerio                          - Figlia mia! Perché piangi?

Adelia                           - (che improvvisamente ha cessato dal piangere) Per nulla, signor padre. Perdona­temi. Sono state le vostre parole, è stato il vostro affetto. (Un po' rigida e pallida, ab­bassando la voce) Questa è la prima volta che voi mi parlate. È la prima volta che io vi parlo.

Valerio                          - Hai ragione, figliola; l'ho capito stasera; ho mancato.

Adelia                           - Oh, non dovete dir questo.

Valerio                          - La tua vita qui dentro non è stata come doveva. Non sono stato un buon padre.

Adelia                           - (quasi bisbigliando) Io solo so com'è il vostro cuore.

Valerio                          - Ma ora staremo sempre insieme, ca­ra, te lo prometto.

Adelia                           - (a testa china) Si, signor padre.

Valerio                          - Ogni tuo desiderio sarà appagato. Qualunque cosa. Voglio che tu sia felice. (Un silenzio).

Adelia                           - (d'un tratto, quasi con voce non sua) Signor padre, per me tutto è uguale. (Pau­sa) Io non sarò mai felice.

Valerio                          - (con sgomento e gravità) Oh, figlia mia. Sento un gran dolore nella tua voce. C'è davvero qualche cosa che ti fa pena?

Adelia                           - (improvvisamente mutata distante) Nulla, signor padre. Ho sonno.

Valerio                          - (udendo un rumore, si volta e vede anche lui Tito, apparso da qualche istante; con ira:) Che vuoi, tu? Sempre intorno. Sembri un topo.

Adelia                           - (ha ripreso la sua candela, sale le scale, esce).

 

Tito                               - (a bassa voce, accennando) Scusatemi, volevo avvertirvi che quell'uomo è uscito dalla capanna. È ancora lì, in giardino; vi­cino alla porta.

Valerio                          - (dopo un silenzio, con asprezza) Hai sognato. E se anche? Vattene a letto. Via.

Tito                               - Buona notte, signore. (Esce).

SCENA SECONDA

Valerio                          - (sta a sentire i passi di Tito che si allontanano, chiude un uscio, poi un altro; ascolta presso la scala se tutto è quieto nel­la casa; poi va alla porta verso il giardino, apre).

Mauro                           - (è lì ad attendere).

Valerio                          - (a voce bassa) Entra. Fa piano.

Mauro                           - (entra).

Valerio                          - (richiude cautamente, poi si volta verso Mauro; un silenzio) Sei un po' cam­biato.

Mauro                           - Sì. La tua vita è stata migliore.

Valerio                          - Siedi. Da dove vieni?

Mauro                           - (come distratto) Da lontano. Non credo che importi.

Valerio                          - Mauro, io non t'aspettavo più, ormai.

Mauro                           - Sei impalliditovedendomi.

Valerio                          - Sono contento che tu sia qui.

Mauro                           - Non lo credo. Valerio, questa notte non dobbiamo dirci bugie. (Un silenzio).

Valerio                          - (con voce diversa) Mauro, io non ho motivo per avere paura di te.

Mauro                           - (come distratto) E perché me lo dici?

Valerio                          - La fortuna, o forse una maggior cau­tela, permisero a me di salvarmi. Ma io non ti ho fatto alcun male.

Mauro                           - Né io ti ho rimproverato nulla.

Valerio                          - Mauro, sono un uomo anche io, ebbi paura, fuggii. Tutto quel tempo mi pa­re un tetro sogno, una sola spaventosa notte.

Mauro                           - (come pensieroso) Poi quella notte finì. Il giorno riapparve, per te. Eri salvo.

Valerio                          - Ti ho aspettato; a lungo. Perché hai tardato tanto? (Abbassando la voce) Un gior­no, dopo molti anni, pensai che tu non fossi più in vita.

Mauro                           - E che bella sicura casa, da quel gior­no, ti costruisti sulla mia fossa! (Con altra voce, accennando) È bello, qui. Tua figlia, un tempo, avrà dimenticato lì fuori sull'erba le sue bambole. Ma tu non badavi a lei; avevi le tue carte, i tuoi contratti; avevi la tua fortuna da far crescere. (Breve pausa) Udendo farsi questo silenzio nella casa, deve essere caro, pel padrone, essere l'ultimo a prender sonno. Forse questa notte il sonno avrebbe tardato e avresti pensato a domani : il tuo gran giorno. Pensieri orgogliosi : che vittoria, quanta strada!

Valerio                          - Ascoltami, Mauro. Benché nessun rimorso mi costringa e benché la mia fortu­na sia minore di quel che dicono, io sono pronto a dartene una parte.

Mauro                           - (come svagalo) Sapevo che m'avresti detto questo. Sai, Valerio, ora posso dirtelo : m'hai sempre fatto paura.

Valerio                          - Non posso dimenticare che siamo stati più che fratelli.

Mauro                           - (come svagato) È vero. Ma io non ti ho chiesto nulla.

Valerio                          - Mi peserebbe, lasciarti andar via così. (Quasi supplichevole) Io posso darti molto. Possiamo accordarci, Mauro. Possia­mo parlare. Io ti ho sempre stimato, tu avre­sti potuto fare molto più di me.

Mauro                           - Che non è poco.

Valerio                          - Sarò contento di vederti finalmente in pace e ben sistemato.

Mauro                           - (d'un tratto, con tutt'altro tono, triste e come distratto) Oh, non credo che ciò mi sarebbe utile.

 Valerio                         - Tutto potrà cambiare, per te. Sarai ricco.

Mauro                           - L'ho desiderato, una volta.

Valerio                          - Non è mai tardi. La ricchezza dà mille cose.

Mauro                           - Ma io le ho tutte. Mi basta chiudere gli occhi.

Valerio                          - Ma essa dà cose vere!

Mauro                           - E che cosa è vero? Che io dovrò mo­rire. Sto male, Valerio mio, mi sono logo­rato. Ecco perché sono più forte di te, final­mente. Sono leggero, libero.

Valerio                          - Lo vedi? Appunto! Potrai curarti, guarire... Io ti darò...

Mauro                           - Non mi basta, Valerio. Non mi basta. Non mi hai offerto abbastanza.

Valerio                          - (dopo un momento) Non potrai farmi nulla, Mauro. Sono troppo forte, ho troppo piede. Le tue denuncie, le tue carte, le carte che empiono il tuo fagotto, saranno sempre le denuncie e le carte di un vagabondo, di uno sconosciuto! Non ti crederanno. Non oseranno. (Un silenzio; la sua voce cambia) Ti ho aspettato sempre. Sapevo che sarebbe venuto il momento di una lotta mortale. Eb­bene, Mauro, mi difenderò. Qualunque cosa occorra.

Mauro                           - (pensieroso e quasi pietoso) Occor­rerebbe uccidermi, Valerio mio. Sei così po­tente e ricco; ma qui non puoi fare che que­sto: o pregarmi o uccidermi.

Valerio                          - (con altra voce, umanamente, grave­mente) Mauro, che cosa è che non puoi perdonarmi? Perché tanto odio contro di me?

Mauro                           - (con una specie di tristezza) Oh, non è odio. Non mi dà alcuna gioia vederti così umile, tu, quel Valerio tanto orgoglioso un tempo. La speranza di vederti impallidire è stata la mia sola compagnia nel mondo per molti anni. Ma l'ho portata troppo. L'ho lo­gorata anche essa, come il resto. (Un silenzio).

Valerio                          - (con gravità e melanconia) Ascolta, Mauro. Vi è una cosa che tu non sai e che nessuno sa. Tu sei venuto qui credendo che Dio fosse stato ingiusto : da un lato della bi­lancia, a te, tanto male e miseria; dall'altro lato, a me, consolazioni, fortuna. Non è sta­to cosi, Mauro. (Una pausa) La pena che tu soffristi aveva un nome: ciò che si chiama castigo è qualche cosa che il tempo a poco a poco consuma. Per me, invece, fu come se io fossi entrato in un'ombra; ho avuto sem­pre freddo, ogni giorno della mia vita. (Con una specie di asprezza) No, non rimorsi : la nostra colpa era perdonabile, i nostri perse­cutori non erano migliori di noi. Non rimor­si. Paura, dapprima. Paura. (Pensieroso) Forse l'essere fuggito, il ritrovarmi salvo: era questo, che mi faceva tremare. Poi non fu più paura, era il sussulto sciocco della be­stia perseguitata, che ringhia alle ombre. E finalmente anche il timore, e poi il sospetto passarono; ma rimase qualche altra cosa: co­me un astio contro tutti; un impaccio, ecco, una distanza, che mi staccò sempre da tutti. (Una pausa) Me ne accorsi un giorno in viaggio; una lunga giornata, in vettura, fra i monti, con la neve. Viaggiavano con me tre giovani. Essi non si conoscevano, ma ben presto cominciarono a chiacchierare e dopo poche miglia erano diventati i migliori amici del mondo. Anche io, Mauro, avrei vo­luto unirmi a loro: in fondo, essi erano della mia stessa età; i loro occhi erano pieni di simpatia. Perché invece le mie parole furono più timide e diffidenti? Perché il mio viso fu più chiuso, e il mio sorriso più stentato? Il fatto è che a poco a poco, non so come né perché , io mi trovai fuori, Mauro; fuori dal piccolo cerchio delle loro risa, dei loro rac­conti, delle loro burle. Essi cavarono le loro provviste, mangiarono insieme; e fu naturale che io, invece, consumassi il mio cibo da solo. Le nostre ginocchia si toccavano: eppure io ero lontano. (Con una specie di an­goscia) Ero solo, Mauro, solo, per una strada deserta, tra la sera e il nevischio, solo. E trovandomi io lì quasi in disparte, escluso da quell'allegria, da quel chiasso, tutto ciò cominciò a parermi sciocco, odioso. Comin­ciai a provare un disagio, quasi un rancore e capivo che quelli provavano per me la stessa cosa. Cominciai a pensare che quelle risa, mosse anche da una certa voglia di pungere l'unico viaggiatore taciturno, erano cattive, maligne; che quella cordialità, in fondo, era insincera, carica di egoismi. La sera scendeva, io avevo freddo, e il mio cuore era pieno di veleno. (Pausa; con al­tra voce) Così fu sempre. È molto penoso, nel mondo, trovarsi « fuori della comitiva ». Per anni e anni è stato per me un sollievo poter pensare che se io avevo qualche cosa da nascondere, ciò che nascondevano gli altri era peggio. Per anni e anni, come chinan­domi su un'acqua opaca, non ho fatto che spiare nelle anime i tetri istinti che vi dor­mono. E nel vederli apparire, come smuo­vendo delicatamente un grigio limo, mi pa­reva quasi di averli suggeriti io; ne avevo rimorso, ma sopratutto spavento. Sono sta­to spaventato, per anni e anni, vedendo che in ogni creatura è cattiveria, malizia, sapendo che in ogni volto avrei veduto apparire, o prima o poi, la brutta smorfia della perfidia, sapendo che ogni compa­gno, o prima o poi, avrebbe tentato di mor­dermi. Perfidia ovunque : e io nei mezzo per anni e anni, a difendermi dalle perfidie altrui servendomi ferocemente di esse. Ma che bocca amara, Mauro, che stanchezza. Mi sembra di non aver mai parlato a qual­cuno con semplicità, con fiducia. Mi sono ag­grappato a tutto ciò che poteva darmi sicu­rezza, difesa, cioè la ricchezza, l'autorità: eppure nulla di ciò che ho accumulato m'ha dato un attimo di gioia. Non mi sono mai rallegrato, guardando un albero fiorito nei miei poderi o il sole sull'erba del mio giar­dino. Forse io non ho mai visto queste cose: il sole, l'erba, le belle giornate.

Mauro                           - E tua figlia?

Valerio                          - (quasi bisbigliando) Forse nemmeno con lei ho saputo essere ciò che dovevo. Que­sta casa è stata diversa da tutte le altre. Mia figlia è cresciuta diversa dalle altre ragazze. Sempre facce aspre qui dentro, sempre dure parole. Sono sempre stato solo. Mio Dio, io ho dimenticato il nostro errore, tu l'hai espiato, le sue conseguenze si sono perdute, perché dunque esso dura in me, perché esso è ancora nel modo con cui i miei occhi guardano e la mia mente pensa? Ero anche io un allegro ragazzo, perché non sono stato come gli altri? Perché ho sciupato la mia vita? E tu, ora, perché non sei umano con me? Mi sento triste e pieno di stanchez­za. Credevo che fosse arrivato per me il tempo del riposo. Se non è la ricchezza, se t'ho fatto qualche altra offesa, dimmelo, Mauro, ti darò quel che vuoi. Ti prego ve­ramente. Qualunque puntiglio, qualunque ri­vincita. Non devi che parlare. Mauro, Mauro, che vuoi?

Mauro                           - Voglio Mauro.

Valerio                          - Che vuoi?

Mauro                           - Mauro. Anche io, anche io ero un cre­dulo ragazzo. Voglio quello sciocco ragazzo che s'affezionava così facilmente, che s'illu­minava nel vederti.

Valerio                          - Che dici?

Mauro                           - Chi ha fatto di me questo spettro?

Valerio                          - Il destino, Mauro. E la nostra na­tura.

Mauro                           - (senza violenza, quasi pensieroso e con dolore) No, tu sei stato, Valerio. Io non facevo che ammirarti e crederti. Tu, mi fa­cesti alzare gli occhi verso ciò che i tuoi occhi guardavano : la ricchezza, le cose. Mi hai fatto sciupare un bene che ci è dato una sola volta nell'eternità. Rivoglio la mia vita.

Valerio                          - Mauro, non sono io colui che può ridartela. Queste cose bisogna chiederle a Dio.

 Mauro                          - (pacato) Valerio, rivoglio Anna.

Valerio                          - (quasi spaventato) Che?

Mauro                           - (pacato) Rivoglio Anna. Non sei sta­to tu a prendermela?

Valerio                          - (abbassando la voce) Anna è morta da molti anni, tu lo sai.

Mauro                           - Non era mia?

Valerio                          - Mauro, Anna è in pace, sulla col­lina. Essa è vissuta in questa casa, rispettata, tranquilla.

Mauro                           - Felice?

Valerio                          - Ella è sempre stata timida, chiusa...

Mauro                           - Con me era allegra, rideva. Credeva in me...

Valerio                          - Dovetti, dovetti sposarla. Ella aveva diviso la tua, la nostra vita. Sapeva tutto.

Mauro                           - Dovesti. Non fosti mai libero.

Valerio                          - Era rimasta sola. Ti aveva dimen­ticato.

Mauro                           - (con una specie di stupore) E perché mi aveva dimenticato? E perché è morta?

Valerio                          - Mauro, tu non l'amavi, era quasi un gioco per te...

Mauro                           - Voglio le giornate che avremmo po­tuto vivere insieme... il suo passo nelle stan­ze... Dove è andato tutto questo? Ora io avrei potuto chiamarla: (Come si chiama fa­miliarmente una moglie nella stanza accan­to) « Anna, Anna. È tardi, spegni il lume, vieni »,

Valerio                          - Mauro, tu sei veramente pazzo, mi fai paura...

Mauro                           - (pacato) Voglio anche Adelia, Valerio.

Valerio                          - Adelia?

Mauro                           - Voglio Adelia.

Valerio                          - Adelia è mia. È mia figlia.

Mauro                           - Lo so. La madre fu tua; la figlia è tua; il mio posto sulla terra è stato tuo. E io che faccio qui? Sono un ladro pronto a fuggire al primo passo che s'avvicini. (Con altra voce) Come assomiglia alla madre, Va­lerio. Quel bel colore di capelli, quegli oc­chi affettuosi. Non è mia figlia, lo so, perché allora mi sarebbe venuta incontro, avrebbe detto: « Oh papà, quanto hai tar­dato, stavo un ' po' in pena » e invece ha avuto paura di me. Se fosse stata mia, la notte, in punta di piedi, sarei andato a guardarla. Da bambina, l'avrei condotta con me per mano, avrei sentito le sue dita stringermi forte forte. Come era pallida, Valerio, non te ne sei accorto? Quanto do­lore, quanta angoscia nei suoi occhi, neanche questo hai veduto? Sì, tutto ciò che ti re­spira accanto è destinato a guastarsi. Anche ella aveva diritto di essere come le altre. Do­ve sono le risa, le feste, le corse con le com­pagne, le guance accese, la parte di gioia per cui era nata? Povera, povera Adelia.

Valerio                          - (con veemenza) Non parlare di mia figlia. Il suo respiro è la sola cosa che renda dolce per me l'aria del mondo.

Mauro                           - Ebbene, che hai fatto di lei? Che hai fatto di. Adelia? (Si interrompe) (Qualcuno batte ripetutamente a un uscio).

SCENA TERZA

Stefano                         - (fuori di un uscio interno, picchiando) Signor Valerio. Signor Valerio.

Mauro                           - (sta un attimo incerto, poi va rapida­mente alla porta del giardino, fugge).

Valerio                          - (va a chiudere la porta del giardino; quindi, rivolto a Stefano, ma senza aprire, con durezza) Che vuoi.

Stefano                         - (sempre da fuori) Una sola parola, signor Valerio.

Valerio                          - (dopo avere aperto l'uscio, torvo) con durezza) Che vuoi?

Stefano                         - (entrando) È molto tardi. Debbo ancora aspettare? C'è un'altra cosa: ho fat­to il giro della casa, come avete ordinato. Ladri non se ne vedono, non c'è stata notte più quieta. Soltanto...

Valerio                          - Avanti.

Stefano                         - (consegnando a Valerio una chiave) La porticina dietro la casa: era aperta. Una dimenticanza, ma di chi? La chiave era nel­la toppa. Non dubitate, ho chiuso e dati i catenacci.

Valerio                          - (prendendo macchinalmente la chiave, e pensando ad altro) Chiamami Tito.

Stefano                         - È qui, signore. L'ho trovato qua fuori, non so che facesse, così tardi. Lo vo­lete? (Volgendosi all'uscio dal quale è entrato e chiamando) Tito, ti vuole il padrone. (A Valerio) Eccolo. (Entra Tito).

Valerio                          - Tu va' a dormire, Stefano. Non mi occorri più. Addio.

Stefano                         - Buona notte, signore. (Esce).

SCENA QUARTA

Valerio                          - (medita profondamente, immobile, per qualche minuto).

Tito                               - (sta davanti a lui).

Valerio                          - (senza guardarlo) Tito, da quanti anni sei in questa casa?

Tito                               - Cinque.

Valerio                          - Vi sei stato volentieri?

Tito                               - In paradiso, signore.

Valerio                          - Prima di venir qui...

Tito                               - Mi tiravano sassate i ragazzi per strada. Io dovrei baciare dove voi camminate.

Valerio                          - Anche se qualche volta ho alzato la voce con te...

Tito                               - Colpa mia, signore, mancanze mie. Non sono abbastanza attento, qualche volta.

Valerio                          - Penso che ti dispiacerebbe, un gior­no, se mai tu dovessi tornare dov'eri.

Tito                               - (a voce bassa) La mia più grande spe­ranza, da molto tempo, ciò che desidero di più,, signor Valerio, è di fare qualche cosa che possa... contraccambiarvi... riuscirvi uti­le. Qualunque cosa.

Valerio                          - (a voce bassa) Si tratta di quell'uo­mo venuto qui stasera.

Tito                               - Sissignore.

Valerio                          - Tu lo conosci.

Tito                               - Oh, no. L'ho soltanto incontrato.

Valerio                          - Hai parlato con lui?

Tito                               - Chiacchiere di viaggio.

Valerio                          - Come t'è sembrato?

Tito                               - Quell'uomo?

Valerio                          - Sì.

Tito                               - (studiandosi di secondare il padrone) Un uomo... fuori sesto. Direi un po' pazzo.

Valerio                          - Tito, è veramente pazzo. (Breve pausa) Siamo stati, io e quell'uomo, giovani insieme e compagni. Un errore distrusse la sua vita.

Tito                               - Capisco, signore;

Valerio                          - S'è formata in lui quest'idea: che io sia stato complice del suo delitto e causa della sua rovina. Avendomi saputo ricco e stimato, è venuto qui: m'ha avvertito che domani mi accuserà.

Tito                               - Nessuno gli darà fede.

Valerio                          - A lui, no. Ma egli ha con sé delle carte. Non so ciò che v'è scritto, se sono vere ó alterate; però so con che animo le leggeranno, so d'avere molti nemici. Sono agitato, mio buon Tito. (Un po' affannoso) La notte è avanzata; tutte le preghiere, le offerte, sono state inutili. Fra poche ore una bugiarda denuncia può avermi tolto tutto. Sarebbe inumano se non mi difendessi. (Un silenzio).

Tito                               - (pallido, a voce bassa) Io desidero tan­to riuscirvi grato, signor Valerio. Non desi­dero altro. Ma io ho paura, scusatemi. Voi vorreste che la bocca di quell'uomo cessasse dal parlare.

Valerio                          - (a voce bassa) No. Non voglio in­contrarmelo davanti nel momento in cui mo­rirò. Vorrei solo bruciare quelle carte. Egli aveva un fagotto con sé. Si tratta di pren­derglielo, mentre dorme.

Tito                               - Non vi troverete quelle carte, signore. Se esse erano così importanti, per lui e per voi, le avrà certamente nascoste, prima di addormentarsi. Anche un bambino lo avreb­be, questo pensiero.

 Valerio                         - (dopo un silenzio) Va da lui, sve­glialo.

Tito                               - Sissignore.

Valerio                          - Tu lo conosci.

Tito                               - Si.

Valerio                          - Digli ciò che vuoi, che vuoi unirti a lui contro me. Basta che tu lo faccia usci­re. Portalo a casa tua, trascinalo via a for­za, se occorre. Io intanto andrò là, con una lanterna, frugherò bene, troverò quelle carte.

Tito                               - Forse non farete in tempo, signore. L'alba è vicina.

Valerio                          - Mio Dio, se questo è un sogno, fa che io mi svegli.

Tito                               - (dopo un silenzio) E perché non bruciate la capanna? È legno vecchio, arderà come un foglio. Solo così potrete essere sicuro: le carte di quell'uomo, il suo fagotto, i suoi cenci, il suo letto, le sue cattiverie, tutto di­venterà cenere. Le capanne dove dormono questi vagabondi vanno a fuoco spesso. In mezz'ora sarà cosa fatta.

Valerio                          - (dopo aver pensato) Sì, Tito. Farò così. Tu va' da quell'uomo e portalo via dal­la capanna; al resto penso io. Va, presto.

Tito                               - Non dubitate. (Va alla porta del giar­dino, esce).

Valerio                          - (resta a guardare qualche momento fra i battenti; accende una lanterna, spegne il lume; illuminato dalla lantèrna, siede in attesa; finalmente si alza, ascolta se si oda qualche rumore nella casa, va alla porta del giardino, esce).

 

FINE DEL SECONDO ATTO

ATTO TERZO

 

 La stessa scena degli atti precedenti. Sono tra­scorsi pochi minuti.

SCENA PRIMA

Valerio                          - (entra con la lanterna accesa; si férma un momento a spiare fra i battenti, poi ad ascoltare sé tutto sia silenzio; sentendo un passo sulla ghiaia spegne la lanterna e la nasconde; il buio comincia ad animarsi di deboli bagliori di fuoco che vengono dall'esterno; sembrandogli di riconoscere il pas­so che s'avvicina, Valerio chiama, piano) Chi è? Tito!

Tito                               - (entrando lentamente) Sono io.

Valerio                          - Chiudi.

Tito                               - (chiude; un silènzio)

Valerio                          - (a bassa voce) La capanna brucia.

Tito                               - (guardando avanti a sé) Sì.

Valerio                          - S'è accesa subito. È legno asciutto.

Tito                               - Sì.

Valerio                          - Farà presto. Nemmeno se ne accor­geranno, stanotte. Dormono tutti, e poi il posto è riparato, nascosto.

Tito                               - È stato facile.

Valerio                          - (insospettito dal tono di Tito) Tu, che gli hai detto, a quell'uomo? Dove l'hai portato? Dov'è, ora?

Tito                               - Lontano.

Valerio                          - Sei tornato presto. (Accende il lu­me, lo guarda) Che hai, batti i denti?

Tito                               - La notte è fredda. (Sempre a bassa vo­ce, un po' rigido) Io ho voluto acquistarmi la vostra riconoscenza. Spero che ve ne ri­corderete. (D'un tratto corre allo spiraglio a guardare l'incendio; poi si volta a Valerio) Non c'è più altro che fuoco. Era legno asciutto, vecchio.

Valerio                          - (un po' turbato) Che gli hai detto, a quell'uomo?

Tito                               - (con un'improvvisa, strana calma) Non gli ho detto nulla.

Valerio                          - Non gli hai parlato?

Tito                               - (quasi assente) No. Dovete scusarmi. Signore, siete entrato nella capanna?

Valerio                          - No. Era chiusa. (Abbassando la voce) Tito, dov'è ora quell'uomo?

Tito                               - (con voce atona) Dovreste dire « dove era », signore.

Valerio                          - Tito!

Tito                               - Era nella capanna. Vi è rimasto. Credo che ora non sia più in nessun luogo. (Un silenzio)

Valerio                          - (d'un tratto, sconvolto) Tito, io non lo sapevo!

Tito                               - Certo, signore, certo.

Valerio                          - (quasi con un grido) Non lo sapevo!

Tito                               - (balbettando) Non lo sapevate, è così.

Valerio                          - Sei stato tu!

Tito                               - Io. Scusatemi. Io.

Valerio                          - (d'un tratto) Corriamo presto! Forse possiamo salvarlo!

Tito                               - (fermandolo) Dite da burla, signore. Non v'è più che una catasta di fuoco, lassù.

Valerio                          - Mio Dio!

Tito                               - (quasi battendo % denti e tuttavia pacato) Dovete scusarmi. Ho creduto che voi desi­deraste questo.

Valerio                          - No! Bugiardo! Non è vero!

Tito                               - (con un tremito) Non è vero, voi avete comandato tutt'altra cosa, lo so. (Suppliche­vole e sempre tremando) Voi volevate solo che quella bocca si chiudesse. Ma bruciare le carte non sarebbe bastato, lo sapevate anche voi. Lo sapevate, signore. Lo sapevate. Io ho voluto che voi foste tranquillo. Ora po­tete esserlo, non è vero?

Valerio                          - Sei stato tu. Sei stato tu.

Tito                               - (pacato e tremando) Sì. Se qualcuno nel momento della morte dovrà vedere davanti a sé il viso di quell'uomo, quello sarò io, si­gnor Valerio. C'è una sola cosa che m'im­porti. Io voglio solo esservi riuscito utile e gradito.

Valerio                          - Ma tu che dici? Sei impazzito. Tu...

Tito                               - Io. Sono stato io, (Breve pausa) Ma forse nemmeno io, sapete? Che cosa ho fatto io? (Con una specie di stupore) Dovevo an­dare alla capanna e svegliarlo. Invece ho camminato. Mi batteva il cuore, m'impe­diva di pensare. Io non ho pensato né fatto nulla. Quando mi voltai e guardai, la ca­panna già ardeva. La causa è stata un'al­tra, non noi. Non so bene che cosa; forse il caso, signore. Il caso.

Valerio                          - Mio Dio.

Tito                               - Credo che qualche cosa abbia forzato la volontà nostra e anche di quell'uomo. Voi: dovevate lasciarvi distruggere? Non si può chiedere questo a un essere vivente. (Quasi a sé stesso) E che altro dovevo fare io? (Con altra voce, quasi tenera) Credo che egli dor­misse. Vi ricordate il suo respiro, come era oppresso? Sarà bastato il fumo. Il suo sonno non fece che diventare più profondo. E perché mai, essendo avvenuto ciò, voi dovreste aver paura di provare un rimorso nel giorno della vostra morte? Non avvenne tutto ciò a vostra insaputa, benché voi lo desideraste? Se qualche cosa d'uomo sarà ritrovato, do­mani, fra nera cenere, ciò vorrà dire che un vagabondo, in un fienile, fu bruciato nel sonno dal suo stesso lume e dalla sua imprudenza. Ma non credo che qualche cosa sarà ritrovata. Nulla rimane di lui.

Valerio                          - Nulla. (Assorto, camminando) Que­sto Mauro era un uomo pieno di curiosi pen­sieri, irrequieto, loquace. Come una grande ragnatela intorno a un piccolo ragno, i suoi rancori, le sue fantasie, le sue pazzie, lo fa­cevano sembrare importante. È bastato poco per cancellarlo.

Tito                               - (battendo leggermente i denti) La notte non è mai stata più tranquilla.

Valerio                          - (assorto) Di tante cose che sapeva e voleva, non resta il più lieve soffio. Rivo­leva la sua vita; il passato; persone morte; voleva mia figlia. E ora, se non sentissi que­sto leggero morso di sgomento, potrei per­sino credere che tutto sia stato un'immagi­nazione della mente, non è vero, Tito? E che il peso del suo passo non abbia mai pre­muto queste pietre e la terra.

Tito                               - (un po' rigido) Nessun segno n'è rimasto.

Valerio                          - Poi resterà con me, di tutto ciò, sol­tanto una memoria; che è poca cosa, un pic­colo tarlo silenzioso, invisibile... (Interrompendosi) Tutto è quieto, mi pare.

 

Tito                               - Tutto è quieto.

Valerio                          - (pensieroso) E perché anche questa sgradevole memoria non potrebbe un giorno addormentarsi? Fummo noi forse a far sor­gere nell'animo di quell'uomo quegli strani propositi? Fummo noi a farlo muovere dal luogo lontano dove viveva? Perché dovrem­mo conservare memoria e rammarico dei fat­ti, se essi e la nostra stessa esistenza e le cose più amate, arrivano e se ne vanno così, portate da qualche cosa che noi non sap­piamo né vediamo, come polvere da un vento? Forse davvero l'incendio finirà di con­sumarsi senza che nessun allarme né grido notturno echeggino nella casa. Forse nulla sveglierà mia figlia. (Quasi stupefatto) Ella dorme. Mio Dio, dorme! Il vento tenebroso che è passato su questa casa, l'ha sfiorata; ma ella non ha aperto gli occhi; dorme. E la sua vita dorme dentro di lei, inconsape­vole, intatta. Dei miei anni ormai è trascorsa          - la maggior parte, ma a lei molto cammino è davanti. Tito, quando era piccola ella aveva tanta fiducia in me; qualche volta, perché prendesse sonno dovevo persuaderla io stes­so, le cantavo: « Sull'alto monte salì l'orso -Accanto al miele arrivò l'orso ». Queste can­zoni come viaggiano! Scavalcano i mari. Quando si sveglierà, domattina, le dirò: Vuoi venire con me sulla collina? - Da tanto tempo non sono più uscito con mia figlia, come ne sarà contenta. Per anni e anni la mia anima è stata atterrita; e anche mia figlia ne aveva ombra. Anche nei sogni, Tito: per anni e anni ho sognato che fuggivo, e dietro di me veniva un passo. Perché non deve venire anche per me un tempo davvero quieto accanto a mia figlia? Perché finalmente... (S'interrompe) (Qualcuno batte alla porta forti colpi).

SCENA SECONDA

Un Contadino               - (da fuori, seguitando a battere) Signor Valerio.

Valerio                          - (dopo qualche istante) Che c'è?

Il Contadino                 - Sta bruciando la capanna.

Valerio                          - Lo so. (Apre la porta) Lo so.

Il Contadino                 - C'è un po' di vento, signore. È questo che preoccupa.

Stefano                         - (sopraggiungendo, affannato, mentre il contadino si allontana) Signor Valerio, deve essere stato quel forestiero. Così, fanno. S'è acceso tutto come un foglio di carta.

Valerio                          - Lo so. Ma il danno è poco, Stefano : un po' di legnaccio. È troppo tardi, ormai, lascia bruciare.

Stefano                         - (indicando) Ma il fuoco ha preso la tettoia, signore! Sta camminando, guar­date! (/ bagliori dell'incendio illuminano i due uomini).

Voci lontane e vicine    - Al fuoco!  Al fuoco!

Stefano                         - Sono i contadini, signore. Sono sal­tati dal letto, stanno correndo coi secchi.

Voci                              - Al fuoco! Al fuoco!

 Un altro Contadino      - (scamiciato e affannato, apparendo sulla porta) Va a fuoco tutto! Dico la tettoia. È il vento che spinge le fiamme in qua.

Valerio                          - (con durezza) Lo vedo. Vattene.

Voci                              - Al fuoco! Al fuoco!

Stefano                         - Il pericolo è per le faville, capite? Questo dannato vento le porta da questa parte. Guardate. Per fortuna comincia a piovere. La domestica Irene          - (risvegliata a metà sonno, sopraggiungendo) Dite che c'è pericolo? Non brucerà la casa? Gesù mio!

Valerio                          - (aspramente, alla donna) Vattene. (a Stefano) Stefano, sali da mia figlia, sve­gliala. Dille che non abbia paura, che scen­da, qui, da me.

Stefano                         - (correndo verso le scale) Subito.

Voci                              - (alcune lontane, altre vicine) Correte! Aiuto! Il fuoco! Presto coi secchi! Il fuoco!

Un vecchio Contadino  - (apparendo sulla porta) Stanno facendo la catena coi secchi, signo­re. Ma non è niente: è cominciato a piovere, il vento già scema. Mi ricordo quell'anno che m'è bruciato il pagliaio, lo stesso anno che mi nacque la femmina...

Stefano                         - (sopraggiungendo) Vostra figlia non c'è. La stanza è vuota. Il letto intatto.

Valerio                          - Chiamala, sciocco.

Stefano                         - L'ho chiamata. Ho girato tutte le stanze. Non c'è.

Valerio                          - (con un principio d'angoscia) Non c'è? (A Stefano e al vecchio Contadino, vin­cendosi) Cercatela. Chiamatela. Stefano e il Contadino (corrono via chiaman­do) Signorina Adelia! Signorina Adelia! (Altre voci si uniscono : « Signorina! Signo­rina Adelia/ ». Il solo Tito, pallido e rigido è rimasto fermo in disparte)

Valerio                          - (un po' agitato, ma con voce ancora calma) Adelia. Adelia. (D'un tratto si volta adirato verso la domestica Irene che lo guar­da da un angolo) Che fai tu lì? Perché non corri a cercarla? (Andandole vicino) Dov'è mia figlia?

Irene                              - (intimidita) Ella non è nella casa. No, signore.

Valerio                          - (con violenza) E tu come lo sai?

Irene                              - Tutte le notti ella lascia il suo letto. Si, signore. Va fuori. (Quasi piangendo) lo me n'ero già accorta, ma non osavo dirvelo. Io sono una povera serva... io non c'entro...

Voci                              - (da fuori) Signorina Adelia! Signorina Adelia!

Valerio                          - Tutte le notti. E dove va?

Irene                              - Prima dell'alba rientra. Stanotte no, non ha potuto, capite? La presenza vostra, l'incendio, questa gente le hanno impedito il ritorno.

Valerio                          - E dove va mia figlia? Parla!

Irene                              - (abbassando la voce) Dove va. Dove va. La ragazza, non verrà a dirlo a me. (Fuori e intorno s'è fatto un silenzio)

Valerio                          - (quasi fra sé) Non è vero. (Con voce più alta) Non è vero. (D'un tratto correndo verso la porta esterna e gridando) Adelia!

SCENA TERZA

Adelia                           - (grondante di pioggia è ferma sulla so­glia; senza guardare nessuno, fra un gran silenzio, entra e attraversa lentamente diri­gendosi verso le scale).

Valerio                          - (con voce tenera, quasi supplichevole) Adelia! Sei tutta bagnata di pioggia. (Tutti escono. Padre e figlia restano soli).

Adelia                           - (s'è fermata, benché senza voltarsi).

Valerio                          - (con voce spezzata e pure tenera) Adelia. Non sapevo che tu fossi fuori della casa. Perché , cara, non hai chiamato tuo padre e sei rimasta al freddo, alla pioggia? (Con un gesto, come per sorreggerla) Figlia mia, come sei pallida.

Adelia                           - (battendo un po' i denti, con voce pa­ cata) Lasciatemi, signor padre, non mi toc­cate. Piuttosto prendete lo schioppo e am­mazzatemi.

Valerio                          - (come improvvisamente stanco) Fi­glia, la stanchezza, la notte, tante volte, ci fanno sembrare più grandi le nostre angosce. Forse tutto sarà diverso domani.

Adelia                           - Per me tutto sarà uguale, signor pa­dre. Per sempre.

Valerio                          - Figlia. Tutto è piccolo nella nostra vita, e passa presto. Basta che tu, col tempo, possa essere ancora... un po' tranquilla. Un po' felice.

Adelia                           - (da prima con voce atona, poi quasi gridando e torcendosi le mani) Non sarò mai più tranquilla. Non sarò mai più felice. Ho gettato via la mia vita. Ora lo sapete, lo sanno tutti. Ammazzatemi, signor padre,

Valerio                          - Cara, non tremare così.

Adelia                           - (battendo i denti e come pazza) Non ci sarà più nulla per me, ah, mi odio, vor­rei morire. (D'un tratto, con voce tutta di­versa, quasi pacata, staccandosi dal padre e avviandosi verso le scale) Scusatemi. Non so perché grido così. Sono un po' stanca, mi si chiudono gli occhi. (Piccola pausa) Anche voi sembrate stanco, signor padre. È questo che mi fa pena. (Sale le scale).

Valerio                          - (con un grido) Figlia, figlia mia, dove vai! (D'un tratto, quasi supplichevole, sommessamente) Adelia. Non ti ho mai chie­sto se tu sei credente. Era credente tua madre.

Adelia                           - Spero che dopo morti ci sia solo un profondo sonno. (Esce).

SCENA QUARTA

Stefano                         - (fa capolino timidamente alla porta di fondo, parla sommessamente) Il fuoco è quasi spento, signore. È stata questa piog­gia e un voltarsi improvviso che ha fatto il vento. Ha perso forza subito. È finito tutto. (Alle sue spalle è apparso il viso di Tito)

Valerio                          - (con voce dolce, un po' assente) Sì, Stefano. Addio. (A Tito) Tito, vieni. Entra. (Stefano si allontana, Tito entra, si ferma)

Tito                               - (pallido, scrutando Valerio) L'alba dev'essere vicina, l'incendio è finito. Tutti ormai dormono.

Valerio                          - (quasi bisbigliando fra sé) La mia povera figlia non dorme. È sul letto, ha gli occhi chiusi, ma non dorme.

Tito                               - Il brutto è passato, signore. Sentite? Gli alberi. Gocciolano. Tutto è quieto. Non dovete più aver timore...

Valerio                          - (come sopra pensiero) Non ho più nessun timore,

Tito                               - (Con altra voce) Vorrei avere qualcuno cui confidarmi. Ma non ho nessuno sulla terra. Tito, siamo stati tanti. anni vicini e non ti ho mai chiesto nulla dì te. Avrai tu pure qualcuno, forse tua madre...

Tito                               - (a testa china) Fu la sola persona per cui io ero uno come gli altri.

Valerio                          - (andandogli vicino) Hai ragione. De­vo essere stato un aspro padrone, con te. Posso dire di non averti mai guardato uma­namente. Perché abbassi gli occhi?

Tito                               - Soggezione, abitudine. (D'un tratto, con strana dignità) Signore, che volete da me?

Valerio                          - (pacato, con semplicità) Tito, la mia creatura è stata calpestata. (Un silenzio)

Tito                               - Ella v'ha raccontato qualche cosa? Le fanciulle della sua età non parlano volentieri dei loro piccoli segreti.

Valerio                          - Le fanciulle della sua età passano con quelle guance animate, lieti pensieri tra­boccano dai loro occhi. Vedendole, io pen­savo sempre : « così, così sarà la mia cara Adelia ». La sua sorte è stata diversa. Ora è lassù al buio, e desidera di non essere più viva.

Tito                               - (a occhi bassi) Il suo orgoglio e il vo­stro sono grandi. Fate fatica a credervi della stessa pasta degli altri. Forse - non vorrei offendervi - si tratta di un episodio comune.

Valerio                          - (quasi fra sé) No. Qualche cosa di più tetro era nella sua vergogna. (Con strana umiltà) Tito, se tu sai qualche cosa, dillo.

Tito                               - Io? Che volete che sappia? Ho sentito, ieri sera, che v'è stata chiesta in sposa.

Valerio                          - Te ne prego. Tu giri intorno conti­nuamente. Parla.

Tito                               - Dovete chiederne a lei.

 

Valerio                          - Non potrei. Vi era nei suoi occhi tanto dolore.

Tito                               - (un po' stridulo) Ella è una donna. Avrà incontrato un uomo.

Valerio                          - Ma chi, dunque? Te ne prego. Nes­suno viene qui.

Tito                               - Nessuno. È un fatto, nessuno.

Valerio                          - Eppure vi fu qualcuno. Nel momen­to in cui un fiato sarebbe bastato ad appan­narla, e bastava rivolgerle la parola per ve­dere il suo cuore battere un po' più rapido, vi fu qualcuno che calpestò tutto questo.

Tito                               - Ella stessa vi disse ciò?

Valerio                          - Sì.

Tito                               - (un po' stridulo) E dov'era, ella, quando la sua vita veniva calpestata? È forse il de­monio che la trascina, quando ella come sta­notte, lascia il suo letto, apre la porticina traversa il giardino e va a trovare la causa di tutto questo dolore e vergogna?

Valerio                          - La porticina era aperta, infatti. Come lo sai?

Tito                               - L'ho immaginato. Ella non aveva altra via per andare dove andava.

Valerio                          - E dunque dove andava?

Tito                               - Forse da qualcuno che stanotte non trovò.

Valerio                          - (calmo) E che cosa te lo fa credere?

Tito                               - Questo incendio, signore, l'allarme, la gente che accorreva.

Valerio                          - Tito, da chi andava mia figlia?

Tito                               - Siete stato voi stesso, signore, a chiu­dere la porticina, a metterla in trappola.

Valerio                          - Tito, da chi andava mia figlia?

Tito                               - (con una sorta di amara fierezza) Da me, signore. Da me.

Valerio                          - (calmo, e man mano accendendosi) È davvero difficile essere umani con te. Che stupido tristo verme. Gli si parla una volta- come a un uomo... ed eccolo che ghigna, scherza, sbava. (Afferra di su un tavolo dei fogli si dà a frustarlo con quelli sul viso)

Tito                               - Oh, perdonatemi. Non so che m'è pas­sato pel capo; ho voluto solo ridere, burlare...

Valerio                          - (seguitando a frustarlo) Dovrei fru­starti a sangue. Dovrei…(D'un tratto si interrompe, lascia cadere i fogli, si passa la mano sul volto) Mio Dio. (Siede; con voce spenta:) È vero, Tito. Veniva da te.

Tito                               - (a voce bassa) Sì. Da me. (D'un trat­to affannoso, disperato) Signore! Sono l'es­sere più abbietto e vile. Perché Dio mi ha fatto respirare e vivere, perché , se mi sente, non mi fulmina qui subito? È vero, signore, è vero: vostra figlia è straziata di dolore e vergogna, questo pensiero la fa im­pazzire, non c'è più luce né Dio, per lei: per colpa mia! Sono stato io! E io, io, sapete che cosa vorrei? Vorrei correre lassù, dove c'è una corda, e appiccarmi! Che volete che m'importi se non mi farete uscire vivo di qui. Eccomi, fatelo, e che tutto finisca.

Valerio                          - (guarda davanti a sé)

Tito                               - (fissandolo, con stupore) Oh. Signore'. Voi piangete. Mi fate paura.

Valerio                          - (con voce sommessa, non senza una certa solennità) Si fa giorno. Che lunga af­fannosa notte abbiamo passato. Tito, non ti farò alcun male. Ora partirai.

Tito                               - (agitato) Ah. Già, certo. Partire, vero? Subito.

Valerio                          - Fa' che qui non si sappia più nulla di te. Il tempo e Dio avranno compassione.

Tito                               - Certo, signore; partire. Sarebbe... giu­sto, opportuno. Oh, vorrei far questo. Ho paura soltanto che per me non vi sarà né tempo, né distanza, né compassione di Dio...

Valerio                          - Che cosa dici!

Tito                               - (supplichevole) Scusatemi, signore, per­donatemi. ..

Valerio                          - (con voce più alta) Che cosa dici!

Tito                               - Che io non posso, signore. Oh vorrei, credetemi. Ho anche ucciso un uomo, sta­notte, per voi. Non è colpa mia, non posso andar via, e non vederla più. Perché men­tire? Se anche volessi, le mie ossa si rifiuterebbero.

 

Valerio                          - (passandosi una mano sul volto, con una sorta di stupore) Mio Dio. Che cosa è questo, che cosa avviene?

Tito                               - (disperatamente supplichevole) Non pos­so. Non posso, signore. Dicono che noi ab­biamo vita una sola volta nello spazio nero dell'eternità; e al solo pensare che nel tempo senza fine io non dovrò più vederla, sento un freddo in tutto il corpo. (Bisbigliando) Dell'altro che possa esservi, in vita o in morte, non mi importa nulla.

Valerio                          - (con una specie di solennità) E di mia figlia, Tito, perché non t'importa? Perché non hai compassione di lei?

Tito                               - Oh sì. Oh, che cosa non darei per sen­tirla ancora ridere, come il giorno in cui venni in questa casa! Perché quel giorno, prima di vederla, dal giardino, la sentii ri­dere, capite? Rideva. Rideva... Quell'alle­gra vocetta, quegli occhi creduli... No, no. Signore, non è possibile che io mi svegli, apra gli occhi, dica: « Ella non c'è. Mai più. Mai più ». No, no.

Valerio                          - Tito, perché non hai compassione di mia figlia?

Tito                               - Mi piace tanto immaginare che un giorno... fra tanto tempo... io mi farò corag­gio... le spiegherò, le dirò... per scusarmi, per farmi disprezzare meno... Non posso an­dar via, signore. Perché credete che io abbia causato la morte di quell'uomo e perduto la mia salute eterna? (Sempre supplichevole quasi senza minaccia) Non v'adirate, si­gnore. La bocca di quell'uomo è chiusa, sì. Ma la mia è aperta. Potrei dire io, ciò che voleva dire lui. Non c'è incendio che basti a cancellare ciò che un uomo ha fatto. Egli mi aveva raccontato tutto. Perdonatemi, signore; mi vorrei inginocchiare; non è per cat­tiveria. Ma io potrei nuocervi, non è vero? Proprio per questo ho fatto morire un uomo.  Il suo segreto è mio. Non la manderete sposa con un bel vestito bianco. Ora sono io il padrone. Dovete ubbidirmi, è un ingranaggio.

Valerio                          - (si alza lentamente in piedi, quasi bi­sbigliando fra sé) Ecco, è l'alba. Occorre farsi coraggio, e sperare che Dio...

Tito                               - (con voce rapida, guardandolo e arretran­do) Che cosa volete fare, signore? Temo che voi vogliate farmi del male.

Valerio                          - ... e sperare che Dio veda il .vero motivo delle nostre azioni.

Tito                               - (con un grido) No! (Dapprima pauroso e supplichevole, e man mano sollevandosi) Non è giusto, signore, che voi mi facciate del male. Se Iddio vede, egli lo sa bene chi è, il responsabile, di tutto. Anche voi lo sa­pete. Siete passato su tante cose e creature come una ruota di ferro sull'erba. Bisognava pensarci, signore. Credevate che vostra figlia fosse stata risparmiata? Quando ella si apri­va come una foglia e bastava rivolgerle la parola per vedere la sua guancia arrossire, quali bisbigli, come scarafaggi, correvano questa casa...

Valerio                          - (bisbigliando) Mio Dio, aiutami tu.

Tito                               - (continuando senza interruzione) ... che facevate degli uomini che entravano qui, del­le cose, dei pensieri, delle vostre carte, della vostra anima? E voi volevate continuare an­che su me questa strada crudele! (La sua voci man mano si riempie di furore, di di­sperazione, di pietà) Una colpa vi costringe a un'altra, e così via, non è vero? Volevate levarmi l'unica cosa che abbia: la mia mi­serabile vita. Ebbene, no, questo non avver­rà. La luce cresce, i contadini escono dalle loro case. È giorno, signore, è giorno.

Valerio                          - (muovendosi verso di lui deciso a uc­ciderlo) Non dirai altre parole nella tua vita.

Tito                               - (quasi non badandogli, con voce e aspetto improvvisamente diversi) È giorno. E io so che è venuto fra noi un testimonio. (D'un tratto, chiamando, quasi a bassa voce) Ade­lia. Adelia. Ti ho sentito. Sei lì. (L'uscio si apre, e la ragazza viene avanti, bianca, rigida).

SCENA QUINTA

Tito                               - (che s'è accostato a lei quasi suppliche­vole) Adelia, Adelia, perdonami...

Adelia                           - (rigida, e passando avanti a lui senza guardarlo) Non mi toccare. Non mi toccare.

Tito                               - (a Valerio, con scoramento infantile) Mi odia, mi odia. (Alla ragazza) Eppure mi ubbidirai sempre, Adelia. Se io chiamerò: « Adelia. Adelia », tu ti alzerai; aprirai le porte; lascerai tutto; verrai da me.

Valerio                          - (che guarda camminare -la figlia come affascinato) Adelia, che hai fatto!

Tito                               - (turbato, fissando anche lui la ragazza) Signore, l'abbiamo torturata troppo. Non perdetela di vista. Ella stima più il suo or­goglio che la sua vita.

Valerio                          - (correndo verso la figlia che s'è fer­mata e vacilla) Adelia, guardami. Che hai fatto, figlia mia!

Adelia                           - (parlando a fatica, lentamente) Avevo errato, signor padre. Dovevo scontare... e dare un termine a questi mali. (Breve pausa) Ora non sarò più causa... di dolore... a nes­suno.

Valerio                          - (con un grido, sostenendola) Figlia, creatura mia. Tu eri senza colpa. Perché hai fatto questo!

Adelia                           - (lentamente, fra un gran silenzio) Signor padre, oggi non verrò con voi... per le strade della città. (Muore).

Valerio                          - (con un grido) Figlia mia! Adelia! (Si interrompe; con una specie di solennità adagia la figlia morta, la compone; quindi quasi assorto:) Forse non è morta, ma dorme.

FINE

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