O di uno o di nessuno

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O DI UNO O DI NESSUNO

 


Dramma in tre atti

di Luigi Pirandello

(1933)

PERSONAGGI

Carlino Sanni

Tito Morena

Melina

L'avvocato Merletti

La Pedoni

Il Medico

Il signor Franzoni, della villa accanto

La Vicina

Una vecchia Signora

E poi, personaggi che non parlano:

 un prete, un sagrestano, una bàlia,

una frotta di giovinastri che passano

sonando chitarre e mandolini.

A Roma - Oggi

ATTO PRIMO

La scena rappresenta una bella, grande camera d'affitto con due letti. I due letti sono disposti, con le testate sulla parete di fondo, uno a destra e l'altro a sinistra dell'uscio comune, e hanno accanto, ciascuno, un comodino, con so­pra un braccio d'ottone, infisso alla parete, che regge la lampadina elettrica col paralume di seta gialla; sul piano di bardiglio, una boccia d'acqua col bicchiere capovolto, un portacenere, un portorologio. — Nella parete destra, un usciolo immette in uno stanzino da bagno e guardaroba. Nella parete sinistra, una finestra guarnita di tende.

Al levarsi della tela il letto di destra, su cui ha dormi­to Tito Morena, è disfatto, e la lampadina ancora ac­cesa. Il letto di sinistra è intatto. Gli scuri della fine­stra, ancora accostati. Il lampadario che pende dal soffitto, anch'esso acceso. — Sono in scena Tito Mo­rena e Carlino Sanni: quello, in pigiama da notte; questi, vestito come uno che venga da fuori. — Sono stati a discutere tutta la notte. — Entra la Pedoni dall'uscio di fondo, ancora con la cuffia in capo e i capelli attorti nei diavolini, recando un vassojo con due tazze di caffè.

La Pedoni.   Eccoil caffè.

Posa le due tazze sul tavolino, che è sul davanti della scena e fa per andarsene; quando è presso l'uscio si volta per dire:

Potrebbero aprire gli scuri oramai: è già chiaro. La luce io la pago. Scommetto che hanno tenuto le lam­pade accese tutta la notte.

Carlino      (irritato, ma timido). Non tutta, prego, non tutta.

Tito              (irritato, aggressivo). Dici anche tutta!

Alla Pedoni:

Pensa alla luce che s'è consumata, lei? E al sonno che noi abbiamo perduto, non ci pensa? Potrebbe considerare...

La Pedoni. Considerare...

Si tura la bocca per impedire che venga fuori chi sa che diavoleria.

Ah Dio! Non mi facciano parlare!

Carlino.     Sì, sì, meglio che non parli, meglio che non parli, signora Elvira! Lamentarsi per la luce, dopo una notte come quella che abbiamo passata io e Tito, cre­da, è proprio un di più.

La Pedoni.   L'avranno perduto per i loro pasticci il sonno; e non dovrebbero, almeno per pudore, farne scontare le conseguenze agli altri.

Tito.             Ma che dice, pudore... conseguenze? Che conse­guenze ne sta scontando lei?

Carlino.     Lospreco di un po' di luce?

Tito.             Non si vergogna?

La Pedoni.   Io? ha il coraggio di dirmi che dovrei ver­gognarmi io? con una figlia per casa che m'ajuta — lo sanno — a rifare le camere degl'inquilini.

Carlino      (stonato). La signorina Bice, sì.

Tito              (stordito).  Come c'entra adesso la signorina Bice?

Carlino.     Sappiamo che l'ajuta...

La Pedoni.   Pare invece di no, che non lo sappiano! ecco là!

Indica con un gesto d'accusa il letto intatto di Carlino.

Tito              (più che mai stordito). Che cosa?

La Pedoni.   La prova!

Carlino.      Il mio letto?

Tito.             Che prova?

La Pedoni    (con tanto d'occhi sbarrati). In-tat-to!

Carlino       (seguitando  a non  comprendere).   Già.Non ci ho dormito. Tanto meglio per la signorina Bice che si risparmierà la fatica di rifarlo.

La Pedoni.   Ah sì? Grazie di tanta attenzione! Ma quan­do in una casa perbene, dove c'è una ragazza che si rispetta, un inquilino commette l'indecenza di passar fuori la notte —

Carlino      (cercando d'interrompere). — no, no, prego   —

La Pedoni.   — mi lasci dire! — potrebbe avere almeno l'accortezza di guastare il letto su cui non ha dormito, per non turbare la ragazza con tutte le supposizioni che si possono fare.

Tito.             Uh quante storie! Stavo ancora a sentire...

Carlino.      Eppoi non è vero!  Io non ho  passato fuori la notte! Sono rincasato alle due!

La Pedoni.   Losappiamo bene, lo sappiamo bene a che ora è rincasato lei! a che ora rincasano, una not­te per uno, da quattro mesi a questa parte — ed è lo scandalo di tutto il casamento dai tetti alla cantina, lo sappiano!

Tito.             L'avrà strombazzato lei a tutti gl'inquilini!

Carlino.     Eppoi, se mai, che scandalo? Due giovanotti scapoli...

La Pedoni.   Ma che scapoli più, mi facciano il piacere!

Tito              (andando incontro a Carlino e mettendogli le mani sulle spalle). Te l'avevo detto io: « Andiamocene via da questa camera »?

La Pedoni.   Oh, se vogliono saperlo, se vanno via adesso, non mi faranno mica dispiacere!

Tito.             Sta bene, sta bene, signora. Ma se vuol saperlo anche lei, prima d'adesso io l'avevo detto al mio ami­co: e proprio quando né io né lui sapevamo più come schermirci da tutte le sue gentilezze e amabilità.

La Pedoni.   Che intende dire?

Tito.             Non lo so! Veda lei, se riesce a intenderlo!

Carlino.     Basta, basta, per carità! Lei è tanto buona, signora Elvira!

La Pedoni.   E mi ringraziano così delle mie premure? Io le usavo loro, finché li vedevo come prima, con la testa a posto, tranquilli ogni sera dopo cena rincasare e mettersi là a far le loro belle partitine a dama, e poi a dormire... — Altro che dama adesso!

Con comicissimo scatto  va al letto di Carlino e ne strappa con rabbia le coperte.

Ecco: preferisco che la mia figliuola lo rifaccia senza bisogno!

Carlino.     Va bene, sì. così! S'è sfogata? Ora vada via, vada via per piacere, signora Elvira.

La Pedoni.   Non me lo sarei mai aspettato, mai e poi mai, da due giovanotti come loro.

Carlino      (notando l'impazienza di Tito). Basta, la pre­go; divento cattivo anch'io, sa, se poi mi... mi... Guardi, mi faccia la grazia — (possiamo alterarci tutti, e allora non sappiamo più quello che diciamo!) mi faccia la grazia, porti subito il caffè all'avvocato Merletti.

La Pedoni    (stonata). All'avvocato? Perché? Non ha an-cora sonato, l'avvocato.

Carlino.     Sono andato io a svegliarlo in camera, poco fa.

La Pedoni.   Lei? E perché!

Carlino.     Dobbiamo parlargli, Tito e io.

La Pedoni.  Anche gl'inquilini mi disturbano...

Tito.             Non s'arrabbi adesso anche per conto degli altri! L'abbiamo pregata d'andare!

La Pedoni.   Ma come faccio a portargli il caffè, se an­cora non lo chiama?

Carlino      (conciliante). L'avvocato è nostro buon amico; potevo permettermi d'andare a svegliarlo in camera. Soltanto ho paura che si sia riaddormentato. Gli porti il caffè, dicendogli che ne ha avuta preghiera da me, e gli dica che se lo venga a prendere qua da noi, come si trova: in pigiama, in camicia da notte, in veste da camera...

La Pedoni via.

Auf! Non ci mancava che lei « con la figlia per casa »!

Tito              (dopo una pausa, durante la quale avrà tirato la tenda alla finestra e spento i lumi). Dobbiamo aspet­tare Merletti?

Carlino.     Eh, mi pare; se vogliamo che ci aiuti a veder chiaro... Veramente è entrato un bel sole...

Tito.             No,  dico per pigliarci il caffè.  Sarà già freddo.

Carlino.     Ah già. Il caffè. Pigliarcelo, tu dici. Pigliamocelo.

Tito              (prendendo una delle due tazze e accostandola alle labbra).  Ecco:  freddo: lo dicevo.

Carlino.     No; tepido: ancora bevibile.

Tito.             A me piace bollente, lo sai! da azzuffarmici... — Puh! Amaro, anche.

Carlino.      Il mio, no.

Tito              (irritato).  Il mio, sì.

Pausa.

Carlino      (tra un sorso e l'altro). Vedrai che Merletti dirà come ho detto io.

Tito.             Mi fai il piacere, un po' di tregua adesso? Mi fuma la testa!

Carlino      (raccogliendo col cucchiaino lo zucchero rimasto in fondo alla tazza). Vedrai, vedrai...

Tito              (stando a guardarlo). Scommetto che ha messo lo zucchero due volte nella tua tazza.

Carlino.     È possibile: molto dolce, si: ce n'è rimasto ancora qui tanto.

Tito.             Vigliacca! Lo dicevo ch'era amaro! M'ha avvele­nato! — Come se fosse poco il veleno che m'hai fatto ingozzare tu, tutta la notte, con la bella notizia che sei venuto a darmi!

Carlino.     Hai ragione, caro.

Frugando col cucchiaino l'ultimo rimasuglio di zuc­chero e portandoselo alle labbra:

Ma anch'io, avvelenato.

Tito              (non  potendone più).  Basta, perdio, posa quella tazza! Mi fai stizzire!

Carlino.     Sì, sì, ecco ecco; hai ragione, caro. — Ma ecco Merletti.

Entra l'avvocato Merletti in veste da camera. È un omaccione poderoso con  una  beata faccia da  padre abate.

Merletti.   Cari amici miei, eccomi qua. Come va l'amore?

Tito.             Buon giorno, avvocato.

Carlino.     Siedi, siedi, Merletti. Altro che amore, in que­sto momentol

Merletti.   L'amore sempre, ragazzi! l'amore sempre! l'amore sempre!

Carlino.     Hai preso il caffè?

Merletti.   Sì, di là. Me l'aveva portato la signorina Bice.

Siede.

Che è dunque codesta cosa seria che avete da dirmi? Sentiamo!

Tito             (dopo una pausa, a Carlino). Parla tu.

Carlino.     Vuoi che parli io? Preferirei che parlassi tu. Non vorrei che poi dicessi  che ti faccio arrabbiare.

Tito.             Mi fai arrabbiare con codeste premesse di docilità, che — lo sai — mi sono sembrate sempre in te una fintaggine! — Il caso è grave. La confidenza è stata fatta a te. Dunque parla tu.

Carlino.     Ecco, parlo io, parlo io!

Merletti.   Calmi, vi prego, e chiari; se no, non capisco più nulla. M'avete rubato un'ora di sonno.

Carlino.     Calmo, calmo, sì, e chiaro. Dunque, devi sa­pere, caro Merletti —

Merletti.    Vi  prevengo  che  sono  in parte informato.

Tito.             Di che?

Merletti.   Della sciocchezza che avete commessa.

Carlino.     Grazie!   — Informato dalla signora Elvira?

Merletti.   Anche, sì.  Ma ne parlano tutti.

Tito.             Come d'una sciocchezza?

Merletti.   Enorme, sì. Più grossa di me.

Tito.             E io allora ti so dire che sciocchi sono tutti coloro che la credono tale!

Merletti    (con tono di placido richiamo a un patto con­venuto). Calma! Calma!

Carlino.     Nessuna sciocchezza, credi, Merletti.

Tito.             Neppure a giudicarla da ciò che ora ne sta seguen­do; perché nessuno, dico nessuno avrebbe potuto prevederlo.

Merletti.   Ciò che ne sta seguendo io non lo so. Giudico il fatto per se stesso.

Carlino.     Da fuori!

Merletti.   Da fuori... — da quello che ne so!

Tito.             E che puoi saperne? Hai parlato con noi?

Carlino.     Conosci la ragazza? L'hai mai veduta?

Merletti.   No, mai.

Tito.             E giudichi!

Carlino.     Abbiamo tanto riflettuto, credi, Merletti!

Tito.             Dovresti pur sapere che è uno dei tre fondamentali problemi da risolvere dell'esistenza di ognuno —

Merletti.   — Dio santo, con questi problemi!

Carlino.     — no, no — è la verità — l'abbiamo letto an­che in un libro — e devi convenirne anche tu —

Tito.             — il tetto — il pane — la donna.

Merletti.   Ma perché problemi?

Tito              (insorgendo). Perdio, la donna — una donna — per dei giovanotti!

Merletti    (perdendo la pazienza anche lui). Ma quattro! ma otto! ma dieci! Come no? — Dieci, e non una come avete fatto voi! — Tanto valeva allora che prendeste moglie!

Carlino.     Già — in due!

Merletti.   Caro mio, legalmente no, ma una moglie quasi sempre si prende in due!

Tito.             Lovedi? lo vedi che ci caschi? lo vedi che ci caschi?

Merletti.   Dove casco?

Tito.             Per forza, quando si vuol far dello spirito sulle cose serie!

Carlino.     Una moglie non la volevamo, e non si poteva prendere in due.

Merletti    (pronto). E allora niente! — Oggi questa e do­mani quella; come fanno tutti gli scapoli di questo mondo!

Carlino.     Senz'amore?

Merletti.   Ah, voi volevate l'amore —con una donna —  in due?

Tito.             Non seguitare a fare dello spirito sciocco! — Car­lino ha detto male « l'amore ». Non era il caso di voler l'amore di una donna in due, benché tu stesso dica che sia il più frequente, prendendo moglie. Era il caso di tener conto di tante cose, che tu non vuoi conside­rare e che noi abbiamo considerate.

Carlino.     Segretarii di Ministero, con lo stipendio che sai; e tutte le difficoltà della vita —

Tito.             — prender moglie? in queste condizioni? —

Carlino.     — per quanto ci si possa sentir disposti... —

Tito.             — ecco: anche di questo, tener conto: ha ciascuno le sue disposizioni naturali...

Carlino.     — e Dio sa quanto ci sembra ingiusto pagar la tassa di scapoli...

Merletti    (staccando le tre parole, come se desse una sentenza).  Siete — due — bambini.

Tito              (scattando). Ma che bambini, fammi il piacere! Sia­mo serii: siamo due persone serie: ecco quello che siamo.

Merletti.   Volete sapere quello che siete? Toccate gli uccellini sotto le ali: vi serbano sempre il tepore del nido che li accolse prima che imparassero a volare.

Tito.             Il nido? Che nido?

Merletti.   Il nido, il nido! — Voi non vi siete saputi ancora staccare dal vostro paese lontano; non vi sa­pete separare l'uno dall'altro per questo. Legati anco­ra con tutti i ricordi all'intimità delle vostre case lassù, ne provate quasi vergogna, come per una de­bolezza che, a confessarla, vi potrebbe render ridicoli —  e fate i serii.

A  Tito:

Tu mi guardi con certi occhi duri — ecco, freddi, di gelo —: basterebbe, per farteli velare di un'improvvisa commozione, un ricordo del tuo paese, ch'io ti potessi d'un tratto evocare: diventerebbero come i vetri di quella finestra, guarda: appannati per il caldo di den­tro e il freddo di fuori. — E guarda là Carlino che si raschia con le unghie le guance, per richiamarsi al­l'ispida realtà del suo vigore maschile che gl'impone di essere uomo, ormai, vale a dire un po' crudele — eh? — un po' crudele...

E scoppia a ridere.

Carlino.     Ci deridi per questo?

Merletti.    No!  Dio  me ne  guardi!   Io vi voglio tanto bene...

Tito              (offeso, a Carlino).  Senti, parlagli tu, se vuoi: io me ne vado di là a vestirmi!

E se ne va allo stanzino da bagno. Ma resterà sempre come in iscena, perché lo stanzino è contiguo, ed egli ne verrà fuori per partecipare al discorso, prima nell'atto di lavarsi, insaponato, poi nell'atto di vestirsi.

Merletti.   Ma no! Non ho voluto offendervi, né ridermi di voi, tutt'altro! Vi voglio bene, appunto perché siete così!

Carlino.     E dunque stammi a sentire! — Sarà come tu dici: l'avremo fatto per questo. I ricordi di Padova, della nostra vita studentesca... — sissignore.

Tito              (da dentro, senza mostrarsi). — ciascuno li ha den­tro di sé, i proprii ricordi (perdio, sono la nostra vita!) e può sentirsene legato più o meno fortemente!

Merletti.   Va bene, va bene...

Carlino.     Non negherai il rischio a cui eravamo esposti —

Merletti.   — con la vostra naturale disposizione al ma­trimonio —

Carlino.     — eh già —seguitando ciascuno per suo conto a cercare una qualche... come vorrei dire? — una sicura...  sì,  sicura  stabilità di relazione...

Tito              (venendo fuori, insaponato). — non essendo come te,  oggi  con una  donna  e  domani  con  un'altra  —

Merletti.   Ma appunto  questa è la sciocchezza!

Tito.             Tu sei anche con due o tre donne alla volta!

Merletti.   Sì,  ma meno  scandaloso  di  voi,  credetelo!

Tito.             Scandalosi per la  signora  Elvira  che  ci voleva appioppare la figlia!

E torna a ritirarsi.

Carlino      (per rimettere la pace). Signori miei, signori miei, modi d'essere, modi d'essere; ciascuno ha il suo; tu sei così, e per te è bene così; hai ammesso tu stesso che noi siamo —

Merletti.   — bambini —

Carlino.      — va bene, bambini, bambini —

Tito              (infilandosi la camicia).  — persone serie! —

E via.

Merletti.   — bambini! —

Carlino.     — vuoi lasciarmi parlare? —

Merletti.    — sì, parla, parla.

Tito              (di dentro). Abbiamo fatto tutto meditatamente e  giudiziosamente!

Carlino.     Tunon conosci la ragazza! — Stammi a sen­tire! — Ce ne ricordammo una sera qua, che eravamo tanto tristi. Venne in mente a me, come un sospiro spontaneo, sai, quando si pensa a una cosa cara, lon­tana. Dissi: « Melina... » — Tu non puoi sapere tutti i ricordi che ci evocò questo nome. Era la nostra amicuccia, l'amicuccia di noi studenti di Padova, quando la notte s'andava cantando per la Via del Santo, là in fondo... — « Se facessimo venir Melina? »

Tito              (venendo fuori già vestito per uscire). La sapevamo così buona —

Carlino.      — modesta —

Tito.             — umile, anzi, per la vita che faceva —

Carlino.     — e così dolce d'indole —

Tito.             — come veramente ci s'è poi sempre dimostrata —

Carlino.     — felice, felice ti dico, che noi due, a cui voleva bene sopra tutti, l'avessimo levata da quella sua brutta vita.  Ci è venuta,  capisci?  con tutti i ricordi della nostra gioventù, con quello stesso sorriso di dolcezza: beata —

Tito.             — per servirci, ci disse arrivando —

Carlino.     — già, figurati! — e difatti, ha voluto pren­dersi cura di noi, dei nostri abiti, della nostra biancheria —

Merletti.   — dite un po', è brutta? —

Tito.             — no! che brutta! —

Carlino.     — più che bella! così graziosa, di quella grazia, sai, che fa di tutto per non parere —

Tito.             — nessuna appariscenza —

Merletti.   — venuta di cielo in terra a miracol mostrare! —

Carlino.     — miracolo, si, puoi gridarlo: miracolo, miracolo! —

Tito.             — e non ce ne siamo lasciati né abbagliare né prendere, caro mio! —

Carlino.     — abbiamo fatto tutto con calma e con giudizio —

Tito.             — prima di tutto non l'abbiamo voluta con noi —

Carlino.     — a convivere con noi — tu che dici scandalosi —

Tito.             — lontana, lontana — noi qua, e lei per sé — a parte —

Carlino.     — si contenta di nulla —

Tito.             — di poco, certo —

Carlino.     — quasi di nulla — e vedessi come si occupa — come tiene quelle sue due stanzette — si fa da mangiare, tutto da sé —

Tito.             — fumava: s'è levato il vizio —

Carlino.     — perché l'ha voluto lei — e s'è comprata a un tanto al mese una macchina da cucire — ti dico: rinata!

Merletti    (alzandosi). Cari miei, se è così, che volete da me? — siete da invidiare — la fortuna ha assistito il vostro giudizio — avete trovato l'araba fenice — una donna che vi ama e vi costa poco — vi cura, v'assiste — scommetto che con la macchina da cucire vi fa anche le camice...

Accostandosi a Carlino per tastargli in petto la camicia.

— lascia vedere...

Carlino      (schermendosi). No: questo no: ha detto che vuole prima imparare.

Merletti    (insistendo, e tastando la camicia). No, per­metti? È buona. Dove l'hai comperata?

Carlino      (sbirciandosela sul petto). Questa? Non ricordo...

Merletti.    Te lo domando perché dovrei comperarne.

Tito             (seccato da questa diversione impreveduta, pur così solita ad avvenire nella vita, anche tra le preoccupa­zioni più gravi). Ma sono di Padova! Te le hanno mandate da casa! — Abbiamo da pensare a ben altro, noi, che alle camice, adesso!

Merletti.   Ma già — appunto — ve l'ho domandato: in mezzo a tanta felicità, fabbricata dal vostro giu­dizio — che volete ora da me?

Tito              (lo guarda prima nel faccione ridente, e poi sbotta, irritatissimo). Io, niente! domandalo a lui che è venuto a chiamarti! Da uno che ci vede così costernati, e dopo una notte che non abbiamo chiuso occhio, ci domanda... —

Merletti    (cercando d'interromperlo). — ma no, scusa...

Tito.             — con codesta faccia... —

Merletti    (come cascando dalle nuvole). — che costernati!

Tito.             — io non voglio nulla; non m'aspetto nulla! —

Merletti.   — ma dove? che dici? non m'avete parlato altro finora che del vostro giudizio e della vostra felicità! —

Tito.             — ... e del resto non c'è da aspettarsi nulla da nessuno! —

Carlino.      — noi  t'abbiamo  voluto  prima  informare...

Tito.             — poiché senza saper nulla, hai parlato subito della nostra sciocchezza...                               

Rivolgendosi di scatto a Carlino con più forte irri­tazione.

— inutile che gli parli più adesso! gli parrà più che mai una sciocchezza e d'averne la prova in questo che ora è successo, come se lui avesse potuto prevederlo —

Con impeto a Merletti:

No, caro mio!  Né tu né altri! Non avrebbe potuto prevederlo nessuno! È facile adesso trattarci da sciocchi!

Carlino.      Imprevedibile! imprevedibile!

Merletti.   Mi dite, in nome di Dio, che cosa è successo?

Carlino.     Volevamo un tuo consiglio...

Tito.             Inutile!  Inutile!

Carlino      (a Tito, per rimproverarlo, ma dolcemente). Ti arrabbi sempre...

Tito.             A me non piace esser trattato da sciocco!

Merletti.   Ma no, via, calmati! ho scherzato...

Tito.             Sono  uno  che ha  sempre  saputo  ragionare,  io!

Merletti.   Va bene, ditemi! sapete  che vi sono amico: posso pensarla d'un altro modo; ma sono qua, per voi, se posso darvi qualche ajuto...

Carlino.     Non si tratta d'ajuto...

Merletti.   Di che si tratta?

I due non danno risposta. Merletti aspetta un po' e ridomanda, in tono più basso, affettuoso, per attirar la confidenza:

Di che si tratta?

Carlino      (sospira, cupo). Mah...

Merletti    (tentando una supposizione). Un terzo di mezzo?

Carlino       (subito,  con  forza).  Ma no!  Che dici?

Merletti    (c. s.). Se ne vuol tornare a Padova?

Tito.             Che Padova!  Non  ci pensa  neppure!

Carlino.     È felicissima di stare qua!

Merletti.   E allora?

                     Pausa di sospensione: i due non sanno come dire. Si prova prima a parlare Carlino, molto angustiato.

Carlino.     È un caso di coscienza, credi, il nostro: un caso di coscienza... —

Tito.             — tanto... tanto più grave, quanto più lei è così — buona, remissiva... —

Carlino.     — dolente, rassegnata... —

Merletti    (c. s.).Ve ne siete stancati vojaltri?

Carlino.     Ma no!

Tito              (a una voce). Tutt'altro!

Merletti.   E allora non capisco più nulla!

Tito              (dopo una pausa). Appunto per questo suo rinascere... —

Carlino.     — dovuto a noi, capisci? al modo con cui l'abbiamo trattata... —

Tito.             — l'arsura del vizio —

Carlino.     — non amato! non amato mai! —

Tito.             — che l'aveva prima isterilita...

Merletti    (esplodendo per il lume che gli si fa all'improv­viso). Ho capito, un figlio! Oh guarda! — V'ha confessato?...

Tito              (indicando  Carlino).  A lui  — jersera.

Carlino.     Sì — che teme purtroppo...

Merletti.   E non sa da chi? — Eh già... E voi...

Li guarda così avviliti e costernati e, senza volerlo, atteggia la faccia di riso.

Oh Dio...

Tito              (fremente, minaccioso). Non ridere sai, Merletti!

Merletti.   No, non rido... è se mai per la co...

ride:

per la cosa in sé...

Tito              (indicando  a  Carlino).  Hai  visto?  Ride!

Merletti.   Nono... per la buffoneria, credimi, Tito, per la buffoneria della natura...

Tito              (investendo Carlino). Tu mi metti sempre in pro­cinto di fare uno sproposito!

Merletti.   Ma no, per carità...

Carlino      (a Tito, parando le mani). Abbi pazienza, po­tevo figurarmi che, davanti a un caso come questo...

Merletti.   Ma siete voi...

Tito              (a Merletti). No, il buffone sei tu! sei tu!

Merletti.   Io, sì, ma più la natura, credi!

Tito.             E sapendo che tu eri un buffone, me la piglio con lui, ch'è venuto a chiederti consiglio!

Merletti.   Ti giuro che m'è venuto spontaneo.

Tito.             — sì — perché sei un buffone! ecco quello che sei! —

Merletti.   — no — vedendovi...

Carlino      (facendosi brutto e andandogli incontro). Come ci vedi? come ci vedi?

Merletti.   Ma così serii: e che credevate d'aver fatto tutto così bene! e con tanto giudizio —

Carlino.      — ebbene?

Merletti.   — ebbene, non vedi? viene la natura e vi butta all'aria tutto! Credevate d'aver pensato ad ogni cosa giudiziosamente, e scatta all'improvviso, come da una scatola, con un pupino in braccio, e vi sghigna in faccia: « Ma a questo non ci avevate pensato! » — Sarò un buffone, caro Tito, sì, — ma — buffone io, buffona lei — m'aspetto di tutto io dalla natura, e ci scoppio a ridere da me. Voi che siete così serii, ci restate male, e fate ridere di voi.

Pausa.

Amici miei, amici miei, credetelo, con così scarse intese con la natura, edificare sul serio, non è senza rischio! vivere così seriamente come fate vojaltri, può, può pre­starsi anche al riso: non dovete offendervi.

Pausa.

Edificate, edificate: un terremoto: tutto all'aria!

Pausa.

Mi pare che sia un po' il caso vostro, no?

Pausa.

                                                               Sono un buffone, ma anche un po' saggio — come tutti i buffoni.

Pausa. Non c'è verso di smuoverli dal lugubre silen­zio in cui sono piombati.

Dunque  su,  su,  ditemi  che  contate  adesso  di  fare. Vi vedo avviliti...

Pausa.

Tito              (che s'è seduto, tutto concentrato in sé, alla fine scatta in piedi). Inutile! Mi smonta! Mi smonta! Io che mi sento sicuro dentro di me, del mio giudizio e coi miei sentimenti, non posso comunicare con lui! Mi smontai

Carlino.      Lodovresti capire perché siamo avviliti...

Tito              (urlando). Costernati — non avviliti — costernati...

Carlino      (subito, correggendo). Costernati, costernati...

Merletti.   Ma si che lo capisco! lo capisco benissimo.

Tito.             Non puoi capire un corno, tu! Che vuoi capire, il valore che assume per la nostra coscienza — al­meno per la mia — la maternità in quella ragazza? A impedirgliela —?

Merletti.    — sarebbe un delitto! —

Carlino      (subito, con orrore). — ma non ci pensiamo nemmeno!

Tito.             — dico a non rispettargliela — (che si possa te­nere il figlio quando le nascerà) — per la nostra co­scienza — almeno per la mia — sarebbe come impe­dirle — ecco perché m'è scappato prima impedirle — non la maternità — impedirle di raccogliere il frutto di tutto il bene che le si è fatto. — Lo capisci questo? Son  sicuro  che non lo  capisci.  Non lo puoi  capire.

Merletti    (sorridendo bonariamente). Lo capisco, lo capisco...

Carlino.     D'altra parte però — vedi? — ne è lei stessa, lei stessa spaventata; per il fatto di non poter sapere —

Merletti.   — eh già — di chi sia — se dell'uno o dell'altro... —

Carlino.     — di uno di noi due è di certo!

Tito.             Già! Ma di chi?

Carlino.     Questo non possiamo saperlo né noi né lei stessa.

Merletti.   Non le avete domandato di chi crede?

Carlino.     M'ha detto che non lo suppone, non solo, ma che si vuole anche guardar bene dal supporto.

Merletti.   Eh già — è nelle mani di tutt'e due e vuole restarci.

Carlino.     Ma non per tornaconto! Puoi esser sicuro che non lo suppone davvero!

Merletti.   Mah... — quasi sempre, una donna... —

Carlino.     Non lo suppone!

Merletti.   Sia pure; non dico di no; ma certo — anche nell'incoscienza dell'abbandono... —

Tito              (impuntandosi). Che cosa?

Merletti.   Oh Dio mio, se non lei, il suo corpo, è innegabile che —

Carlino.     — ma se dici nell'incoscienza! —

Tito              (a Carlino, urtato). — lascialo finire! —

A Merletti:

...è innegabile che? —

Merletti.   — che s'è dovuto prendere — il suo corpo, non lei — più dell'uno che dell'altro!

Carlino.     Vorresti far nascere adesso tra noi la gelosia?

Merletti.   No! Che gelosia, sei pazzo? Se non c'è tradi­mento, se è stato nell'incoscienza dell'abbandono, che gelosia? Al massimo, un certo astio potreste sentire, contro il corpo di lei —

Tito.             — sordo — sì — io l'ho avvertito!

Carlino.     Astio? Perché? Che colpa è da farne a lei?

Merletti.   Nessuna colpa! nessuna colpa!

Tito.             Non si dice colpa...

Merletti.   Se non l'ha voluto, quand'anche l'avesse avvertito...

Tito              (fosco). Potrebbe dirlo, però, se l'avesse avvertito!

Carlino.     Ma non ha avvertito nulla! Non può dire nulla! Me l'ha giurato! L'ho stretta a confessare!

A  Tito:

Tu lo sai,

rivolgendosi anche a Merletti:

tutt'e due, questa notte, siamo arrivati alla conclusio­ne che, se uno di noi potesse avere la certezza che il figlio è suo, non esiterebbe un momento ad assumerne il peso e la responsabilità, persuadendo l'altro a ritirarsi.

Merletti.   E hai detto questo anche a lei?

Carlino.     Sì. Anche a lei, prima di convenirne con Tito. È il sentimento mio; come ora è anche di Tito.

Merletti.   E lei ha detto di no?

Carlino.     Di no, di no, — che non lo può dire, perché non lo sa! Ne è rimasta lei stessa come atterrita. Non può supporre nulla, nulla, perché anche lei non si sa­rebbe mai aspettato che — data la sua vita di prima — una cosa simile le potesse avvenire. Ne è come... io non so... — tremava tutta... — tu lo capisci, in lei, com'è divenuta adesso, una tal cosa... È quasi spaven­to per sé; costernazione per noi... — e poi, insieme... —

Merletti.   — eh già, l'istinto materno che si risveglia...

Breve pausa.

Tito.             In questa situazione! — Lei — e noi due!

                                

Breve pausa.

Carlino.     Che si deve fare?

Merletti    (subito). Oh, io per me...

Tito.             Tuper te? Sentiamo...

Merletti.   Presto fatto, cari miei, senza pensarci due volte!

Tito.             Che cosa?

Merletti    (facendo il gesto con cui si allontana il pensiero di qualche cosa). Via! Via!

Carlino.     Ecco: com'ho detto io!

Tito.             Via il figlio, eh? come si fa con le bestie? come se fosse una cagna? come se fosse una gatta?

Carlino.      Non  ci  sarà mica  bisogno  di trattarla così!

Merletti.   Ci son ben per questo gli ospizii di materni­tà dove si lasciano i figliuoli...

Carlino.     Precisamente come gli ho detto io...

Merletti    (a Tito). Perdio, non penserai che possiate te­nervi un figlio in due, senza sapere di chi sia dei due? Può capitar questa disgrazia in una relazione con una donna maritata; ma li il problema è presto risolto: il figlio è sempre del marito, senza competizione possi­bile; e se il marito ha il sospetto che non sia suo, po­trà cacciarlo con la moglie, e allora sarà dell'amante! Di uno sarà sempre, anche quando la moglie non sap­pia veramente di chi sia. — Ma qui il caso è diverso. La donna può essere — ed è — con pari diritto, di tutti e due; ma non così il figlio, che di uno di voi due è di certo, ma di chi né l'uno né l'altro né la donna stessa può saperlo. — Senza saperlo, è chiaro che insie­me non potete neanche tenerlo! — O tu — o lui. — Ma tu non vorrai tenerti un figlio che può esser di lui; e nemmeno lui un figlio che può esser tuo.

Carlino.     È questo! È questo!

Tito.             Bellissime ragioni; giustissime; le abbiamo tutte quante dibattute tra noi l'intera notte, fino a svuo­tarci la testa! Ma io penso all'atto a cui conducono; e la mia coscienza ne rifugge! Me ne sento rivoltare! Penso a lei, come si farà a dirglielo...

Merletti.   Ma non ci sarà mica bisogno che glielo diciate così subito...

Carlino      (a Tito, gongolante). Ecco! ecco! vedi? come ti dicevo io!

Tito              (come morso da una vipera). E tu l'hai chiamato difatti perché ti desse codesta soddisfazione, lo vedo bene, di ripetere tutto quello che hai detto tu! Ma io sono di natura irritabile, e tutta codesta soddisfazione non fa che crescermi l'orgasmo, e me ne vado, e ti la­scio a crogiolarti con lui in codesta bella soddisfazione che t'ha data! — Non ne posso più!

Strappa il cappello dalla gruccia e se ne va via furioso.

Carlino.     Non si può ragionare con lui...

Merletti.    È un bel tipo!

Carlino.     Anche le sue stesse ragioni — se le sente dire da un altro — lo mettono così in orgasmo. Puoi star sicuro, sicurissimo, che la pensa come me e come te. Contraddire, infatti, non contraddice. Ma s'irrita; pi­glia fuoco, e se ne scappa: se ne scappa, lo vedi. — Gli ho detto: ci sarà modo di farglielo intendere a poco a poco, a  quella poverina...

Merletti.   Ma già! Perché brutalmente? La gatta... la cagna... C'è modo e modo...

Carlino.     Caro! Tu ripeti proprio le mie stesse parole! Quanto te ne sono grato: « C'è modo e modo », così gli ho detto io!

Merletti.   ...di farle intendere — ma l'intenderà lei stes­sa da sé — che è una necessità —

Carlino.     — « una necessità » — ecco — preciso — così — lascia che ti baci!

Lo bacia.

Merletti    (sorridendo). Meno male che non c'è più!

Carlino.     Prova dispetto anche di queste mie effusioni di gratitudine, sincere: hai sentito? le chiama fintàg­gini! Quando può avere una soddisfazione lui, io ne sono contentissimo; l'ho io — ci piglia certe bili!

Si sente picchiare all'uscio.

Chi è? Avanti!

Entra la Pedoni col cappello in capo e si ferma da­vanti all'uscio.

La Pedoni.   Permesso? A quest'ora, di solito, loro sono all'ufficio, e si rifà la camera. Vorrei sapere se oggi lei non va, perché io debbo uscire.

Carlino.     No, signora Elvira: io non vado: ho perduta tutta la notte e vorrei riposare un pochino.

La Pedoni.   Va bene. Io allora vado. Vuol dire che la camera si farà dopo, al mio ritorno.

Carlino.     Sì, grazie, al suo ritorno. A rivederla, signora Elvira.

La Pedoni.   A rivederli tutti e due.

Via, richiudendo l'uscio.

Carlino.     Tito sarà andato al Ministero ad avvertire. Era in ritardo anche lui. Ma già avevamo deciso di doman­dare una licenza per oggi —

Merletti.   — per gravi motivi di famiglia — ora potete dirlo veramente —

Carlino.     — non riderne, per carità, almeno davanti a Tito!

Merletti.   No, non rido! Ma vorrei che non la pigliaste così sul tragico, santo Dio! Si tratta alla fin fine... —

Carlino.     — no no — t'inganni, vedi? in questo t'ingan­ni! — Non conosci Melina! A parte il nostro sentimen­to... Credi, è una cosa molto, molto grave. Ma bisogna farsi forza e affrontarla coraggiosamente. Intanto, guar­da: Tito forse ritorna fra poco. Io vorrei buttarmi, almeno per un'oretta, a dormire. Fallo entrare da te, perché se entra qua lui, addio, non dormo più.

Merletti.   Sì, sì, va bene. Io debbo andare ancora a vestirmi.

Carlino.     E cerca di persuaderlo, con le buone, senz'irri­tarlo: — convincerlo che è bene si faccia come ab­biamo detto io e tu. Purtroppo, non c'è altra via d'uscita!

Merletti.   A rivederci.

Carlino.     Mi raccomando. Con le buone.

Merletti  fa per andare:  e  allora,  trattenendolo:

Spassionatamente — dimmi una cosa in confidenza. Tu — se fossi una donna...

Merletti    (scoppia a ridere). Io? Ti pare che possa essere una donna?

Carlino.     No— dico... — tu ne conosci tante e le conosci bene... — puoi sapere il loro gusto, o, piuttosto, ciò che in generale nell'uomo credi che possa attrarre so­prattutto una donna — la... la forza, no?

Merletti.   Eh, certo, la forza... — Ma perché mi fai codesta domanda?

Carlino.     A proposito di quell'astio di cui tu hai parlato, e che Tito dice d'avere avvertito, per l'attrazione che — non lei, Melina — ma nell'incoscienza, il suo corpo...

Merletti.    — ah, ho capito! —

Carlino.     Ti pare — in confidenza — che Tito possa da­re a una donna l'impressione d'essere più forte di me?

Merletti.   Perché tu dubiti...?

Carlino.     No, non di Melina! Si parla adesso d'attrazione incosciente... — Ce n'hai fatto nascere tu l'idea...

Merletti.   Ma — sai — fisicamente... a giudicare da l'aspetto...

si mostra incerto:

—  ma è che Tito...

Carlino.     — ...ha il piglio, sì, ha il piglio più energico...

Merletti.   — ...più energico, già! è tutto più... come vor­rei dire? più segnato... risoluto... E ciò che una donna soprattutto non può soffrire in un uomo è quella certa mollezza di timidità...

Carlino.     Ah ma io no; io non sono timido, sai! non sono timido affatto con le donne; nessuna, nessuna mollez­za di timidità...

Merletti.   Locredo, lo credo bene!

Carlino.     Tant'è vero che, quell'astio, io non l'ho avver­tito — e lui sì — ed è strano — è strano perché ho il sospetto che... tutto quel suo scrupolo di coscienza — (che però sento anch'io, bada!) — non so... sia troppo —  e che sentendosi, come si sente, più forte di me e forse più attraente... —

Merletti.   — abbia l'idea, tu pensi, che il figlio possa esser suo?

Carlino.     Hoquesto sospetto. Ma quell'astio allora, che dice d'aver provato, mentre io invece non l'ho pro­vato affatto, come te lo  spieghi?

Merletti.   Me lo spiego, caro mio, che forse in fondo an­che lui sospetta tu abbi l'idea che il figlio possa esser tuo.

Carlino.     Nono, io dico che non lo so! dico che non lo so! Quantunque, certo, è possibile, possibilissimo — non ti pare?

Merletti.   Ma, nell'incertezza...

Sottintende: « non osi affermare ».

Carlino.     Ecco: nell'incertezza...

Merletti.   Basta, lasciamene andare. Addio.

Va via.

Carlino, rimasto solo, va davanti alla specchiera e si guarda. Bisogna compatirlo, perché non ha alcun sospetto che possa esser veduto. Davanti allo specchio assume istintivamente un piglio energico, risoluto, ag­grottando le ciglia, sporgendo il mento; alza una mano; si gratta con le unghie le guancie raschiose; poi, sempre con quel piglio, sporge anche il petto...

TELA


ATTO  SECONDO

La stessa scena dell'atto precedente. Sono passali nove giorni.

Carlino è steso sul letto in pigiama da camera; ha il petto scoperto, e il Medico, curvo su lui, vi applica l'orecchio per fare l'auscultazione dei bronchi e dei pol­moni. La Pedoni assiste alla visita. — È quasi mezzogiorno.

Il Medico.   Respiri.

Carlino      (trae dal fondo dei polmoni un respiro).

Il Medico    (applicando in un altro punto l'orecchio). Respiri.

Carlino      (c.  s.).

Il Medico    (c.  s.).  Respiri.

Carlino      (c.  s.).Mi gira un po' la testa.

Il Medico.   Non è niente. Effetto della respirazione. Non c'è nulla, né nei bronchi né nei polmoni.

Carlino.     Ma sì! Non mi sento più nulla. È stata una sem­plice costipazione, con un po' di febbre.

Il Medico.   Aspetti. Mi faccia tastare un po' la milza.

Carlino.     Perché la milza?

Il Medico.   Per vedere se è a posto.

Carlino      (seccato). Oh Dio mio...

La Pedoni.   E lasci fare, santo cielo!

Il Medico. Puòdarsi, se c'è stata la febbre, ci sia qual­che lieve infezione! e allora la milza dovrebbe essere un po' ingrossata.

Tasta,  affonda  la  mano  nello  stomaco,  a  sinistra.

No. Niente. A posto perfettamente.

La Pedoni.  Dio sia lodato!

Carlino.      Domattina,  senz'altro,  riprendo   servizio.

Si alza dal letto.

Sopravviene dall'ufficio Tito.

Tito.             Ah, buon giorno, dottore.

Il Medico.  Buon giorno.

Tito.             Come va?

Il Medico.   Guarito, guarito.

Tito              (alla Pedoni). Lo dicevo io, niente, una costipazione?

Carlino.     Ma lo dissi anch'io!

Tito.             No, tu, per un po' di febbre, ti sei subito veduto a un caso di morte.

Carlino.     Bum! A un caso di morte poi...

Tito.             E sa, dottore, perché prese la costipazione? per­ché vide uscire me senza soprabito, e volle uscire sen­za Soprabito anche lui.

Carlino.     Ma non è vero! Perché faceva caldo; e poi la temperatura cangiò d'improvviso! Non puoi negare che alle costipazioni vai più soggetto tu che io; e qua c'è la signora Elvira che può dirlo.

Tito.             Io?

Carlino.     Tu, tu, sì!

Tito.             A qualche raffreddore di naso, se mai! Non costipazione!

Il Medico    (a Carlino, sorridendo). Bisogna tenersi ri­guardati... Lei è un po' gracile...

Carlino.     Ma che gracile! Non lo dica! Che gracile! Io ho una salute di ferro, più di lui! Tocca sempre a me a curarlo!

Tito.             Se ti fa piacere crederlo...

Il  Medico.  Basta. Io vado.

Carlino.     Dottore, è una bellissima giornata. Sono in ca­sa da nove giorni! non ne posso più!

Il Medico.   Vorrebbe andar subito fuori?

Tito.             Ma no, sarebbe un'altra imprudenza!

Carlino.     A far colazione, per prendere una boccata d'a­ria; ritorno subito a casa!

Il Medico.   No, no; meglio che ancora tutt'oggi resti in casa; domattina ritornerà al suo ufficio.

La  Pedoni.  Dia  ascolto  al  dottore.

Il Medico.   Si stia bene.

La Pedoni.   L'accompagno, signor dottore.

Saluti, e il Medico va via, seguito dalla Pedoni, che ritorna subito.

Carlino.     Poteva, santo Dio, concedermi d'uscire per un'orettal

La Pedoni    (rientrando). Oh, allora apparecchio per la colazione qua in camera per tutti  e due?

Tito.             No, per me no: non c'è più bisogno, ormai; io ri­torno alla trattoria.

La Pedoni    (a Carlino). Allora per lei solo. Vedrà che bel pollo lesso le ho preparato! Ne mangerà metà ora e metà stasera. E sentirà che brodo!

Via per l'uscio in fondo.

Tito.             Ripasserò a vederti, prima di ritornare all'ufficio.

Carlino.     Ma no, puoi farne a meno.

Tito.             Chi sa, potresti aver bisogno...

Carlino.      No,  di che vuoi che abbia bisogno? grazie.

Tito.             Ripasserò. Tanto, è ancora presto, e fino alle tre, non saprei che fare...

Seggono tutti e due ai lati della tavola sul davanti della scena, con la faccia al pubblico, costernati, e stanno così un pezzo in silenzio.

Carlino      (con una domanda che sa inutile, perché già sup­pone quale sarà la risposta). Nulla?

Tito.             Nulla.

Carlino.     Ma non ti sei più provato a muovergliene il discorso?

Tito.             No.

Pausa.

Faccio finta di niente; che non ci penso neppure: co­me se non dessi importanza alla cosa.

Pausa.

Forse è meglio aspettare che ne offra lei il pretesto.

Carlino.     Eh, a lei, veramente, non conviene  offrirlo...

Tito              (cominciando a irritarsi). Io, da parte mia, mi son già provato una volta!

Carlino      (dopo un'altra pausa). È che io non sono più andato...

Tito.             Potrai  provarti domani.  Ma vedrai che  devierà subito  il  discorso, anche  con  te.

Carlino      (c. s.).Eppure è necessario cominciare almeno a prepararla...

Rientra la Pedoni con un vassoio su cui sarà quanto basta ad apparecchiare per un malato che debba man­giare in camera.

La Pedoni    (a Tito). Ah, è ancora qua?

Tito              (alzandosi). Vado.

Carlino.     Ma non stare a tornare per me!

Tito.             Se m'avanza tempo, tornerò. A rivederci.

Carlino.     A rivederci.

Tito              (prima d'uscire). Buon giorno, signora.

La Pedoni.   A rivederla.

E appena Tito è uscito:

Manco male che almeno un saluto davanti la porta si è degnato di farmelo.

Carlino.     Ma creda che non pensa più, signora Elvira, e nemmeno io, a lasciar la camera.

La Pedoni.   Ah, giusto: sarà bene stabilirlo; non vorrei che poi, per una parola detta così in un momento...

Carlino.     No, stia sicura! si resta qua. È ormai più di un anno che ci conosciamo e ormai abbiamo preso l'abitudine.

La Pedoni.   Meglio, creda, non potrebbero trovare al­trove: ho l'orgoglio di dirlo. Qua sono come in fami­glia. così loro tornassero a essere quei due bravi figliuo­li d'una volta! Lo dico per il loro bene. — Basta. Va­do a prenderle il brodo.

Va via, col vassojo, per l'uscio in fondo, dopo aver apparecchiato.

Carlino, rimasto solo, andrà in giro per la camera, sopra­pensiero. A un certo momento si fermerà per esclamare:

Carlino.     Perdio, in nove giorni...

E riprenderà ad andare. Poi, rifermandosi:

Pretenderà che glielo faccia intender io...

S'avvicina alla tavola: ne prende, distratto, un pani­no: prima lo guarda, poi ne stacca un cantuccio e se lo mette in bocca.

Comodo!

Rientra con la zuppiera sul vassojo la Pedoni.

La Pedoni.   Eccoqua tutto. Segga.

Carlino      (sedendo). Ah, brava, signora Elvira. Sì, ho molto appetito.

La Pedoni. Holasciato dentro il mezzo pollo, perché non le si raffreddi. Ecco, la servo io. Un brodo... guar­di,  sente che  odore? La  ristorerà.   Assaggi,  assaggi.

Carlino.     Benissimo! Eccellente! Ci vorrei minuzzare un po' di pane...

La Pedoni.   Faccia, faccia! Le porterò poi per il pollo un altro  panino.

Carlino.     Un po' di solido... da far lavorare i denti...

La Pedoni.  Guardi, le ho portata anche un'arancia.

Carlino.     Grazie, sì, ho visto.

La Pedoni.   E una sorpresa — dopo il pollo.

Carlino.     Una sorpresa?

La Pedoni.   Un bicchierino di Marsala vecchio! Di quel­lo che fa proprio strizzare l'occhio!

Carlino.     Ah! — buono! — sì sì — grazie! — Cara signo­ra Elvira! — Sì sì — un buon bicchierino di Marsala è proprio quello che mi ci vuole! Lei è molto buona.

La Pedoni.   Hodimenticato il sale! Aspetti... Chi sa le bisognasse  per il pollo...

Va in fretta. Ma poco dopo ch'è uscita, si sente gridar forte di là dall'uscio:

Ah no no, mi scusi! qua, no! qua lei non entra! in casa mia non voglio di queste storie! Via, via, carina! Non posso tollerare...

Carlino      (accorrendo all'uscio). Che cos'è?

La Pedoni.   Una visita che non tollero affatto, signor Sanni!

Carlino      (infuriandosi alla vista di Melina fuori dell'u­scio). Ma mi faccia il piacere!

Corre a prendere Melina per un braccio.

Come osa impedire...?

Fa entrare Melina nella camera:

Venga, entri, signorina!

Melina entra, tutta sbigottita, con un grosso involto sotto il braccio.

La Pedoni    (quasi cercando d'impedirle l'entrata). Io le dico che non posso permetterle...

Carlino.     Si guardi bene, perdio, dal toccarla!

La Pedoni.   E allora fuori! fuori!

Carlino.     Lei non può proibire che mi si venga a far vi­sita, mentre sono in casa ammalato!

La Pedoni.   Queste non son visite per ammalati! Ho tut­to il diritto di proibirle, perché in casa mia...

Carlino.     Basta! Questo è un discorso che si farà dopo. Ora non mi secchi!

E richiude dì furia l'uscio.

Melina.       Ioti chiedo scusa...

Carlino.     Ma no, tu piuttosto, d'essere stata accolta cosf... Ma guarda che megera! Che si figura?

Melina.       È la prima volta... non sono mai venuta...

Carlino.     Per tutte quelle mocciose di Merletti che ven­gono sotto colore di clienti, non dice nulla; e per te, brutta pettegola...

Melina.       Forse perché è venuta ad aprirmi la figlia...

Carlino.     Non ci badare! È tutto li! Per quella figlia... La rabbia se la divora!

Melina.       Tustavi a mangiare...

Carlino.     Sì, prendevo un boccone... Ma com'è che sei venuta?

Melina.       Passavo di qua... Ho visto per strada Tito che andava solo alla trattoria...

Carlino.     Sì, è uscito poco fa.

Melina.       Mi sono immaginata che tu stessi ancora male...

Carlino.     No, vedi? già guarito: mangiavo...

Mulina.       Seguita, seguita a mangiare!

Carlino.     Me n'ha fatto passar la voglia!

Melina.       No, via, siedi, siedi: così: riprendi a mangiare...

Carlino.     Mangiavo così di gusto!

Melina.       E son venuta a guastarti...

Carlino.     Ma no!

Melina.       È un bel pollo! Mangia, mangia...

Carlino.     Non ho più pane.

Melina.       Ah... non ne hai più? E ora, a chiamare...

Carlino      (risolutamente, alzandosi). Non importa! Io chiamo!

Va all'uscio, lo apre e grida di là:

Pane!

Lascia l'uscio socchiuso, e viene un po' avanti nella camera:

Stiamo a vedere se lo porta.

Melina.       Corsi un po', dietro a Tito, per domandargli di te; non m'intese; andava tutto aggrondato... Temetti che potesse essere in pensiero per te... e allora, trovan­domi a passare... Non t'ho più veduto da nove giorni...

Carlino      (col tono di chi non ha inteso bene, perché pensa ad altro). Ma sì, non scusarti ancora...

Va di nuovo all'uscio e grida:

E il sale!

Riviene avanti:

Se n'era accorta lei stessa che mancava.

Poi, con altro tono, a Melina:

Certo è meglio che qua tu non  ti faccia vedere...

Melina.       Se avessi potuto supporre...

Carlino.     Ma finirà. Dopo questo, finirà! Lo dirò a Tito questa sera. Già avevamo intenzione...

Si sente picchiare all'uscio.

Ah, ecco: portano... — Avanti!

Entra pianino pianino una goffa vecchia signora con un buffo coppellino in capo e i guanti ade mani, reg­gendo in due piattini, con spaventata cautela, nell'u­no un bicchierino colmo di Marsala, nell'altro un pa­nino e una saliera — Carlino ne ècontento.

Ah. ecco — anche il Marsala.

La vecchia signora (proseguendo cautissima verso la tavola e accennandola un momento con gli occhi). Poso là?

Carlino      (liberandola dall'incubo del bicchiere). No, dia, dia qua. Ma, scusi, chi è lei?

La vecchia signora. Una buona amica della signora Pedoni.

Dopo aver posato l'altro piattino:

Comanda altro?

Carlino.     Nient'altro, grazie. Mi dispiace che si sia incomodata...

La vecchia signora. Per l'amicizia si fa questo ed altro. — Buon  giorno.

S'inchina e va via.        

Carlino      (col bicchiere ancora in mano). Buon giorno.

Offrendo a Melina:

Bevilo tu.  Marsala.  Dev'esser buono.  Vecchio.

Melina.       No, grazie. Me ne vado subito. Se temi che si possa figurare...

Carlino.     Ma si figuri quello che vuole! Non così subito. Siedi un po'.

Siede anche lui.

Almeno il tempo di vederti...

Melina.       Ora potrai di nuovo uscir di casa...

Carlino      (mangiando di gusto). Sì, è venuto il medico, poco fa: non ha trovato più nulla; ma non è stato mai nulla di grave, veramente.

Melina        (guardando la camera). Bella camera... allegra... Dormite così tutt'e due insieme... Tu dormi là?

Carlino.     Sì, e Tito là.

Melina.       Ti vuol bene Tito: ha detto ch'è stato per una tua imprudenza.

Carlino      (stizzito). Ma non ci credere! Lo dice lui, perché vuol far vedere che certe cose lui se le può permettere e io noi Non lo posso più soffrire! — Lui è più forte; e lui, questo; e lui, quello — tutto meglio di me!

Melina        (ridendo). Oh Dio, ma no... è così diverso.

Carlino.     Ionon mi paragono mica a lui! — Lui è lui; e io sono io. — Che c'entra?

Melina.       Ma si sa!

Carlino.     Senza soprabito... Poteva costiparsi anche lui, e io no. Cose che capitano. Non avrei mica detto per questo che certe cose io me le posso permettere e lui no! Mi sento tortissimo anch'io! E più energico, in tan­te cose, più energico io di lui! Con tutto quel piglio che si dà... Ecco! Se vuoi saperlo! Se non te ne sei an­cora accorta!

Melina        (un po' confusa, non comprendendo la ragione di quella stizza). M'era parso che avesse parlato della tua imprudenza perché si prende cura...

Carlino      (interrompendola). ...lui, di me? Me la son presa io, sempre, di lui! — Ma che! Tiene, tiene a far risalta­re che è più forte di me! E ne so anche la ragione! — Ma s'ingannai — Lo vorrei far dire a qualcuno che non avesse interesse di tacerlo: tra me e lui, chi è il più forte.

Melina.       Non te n'avere così a male, via...

Carlino.     No; non me n'ho a male; ma è un pezzo che mi secca, con queste arie!  Io sono buono, remissivo; ma se poi vedo che qualcuno se n'approfitta... — Per­dio,  l'ho levato tante volte dagli impicci!  — Basta. Parliamo di te. Lasciati vedere. Come stai?

Melina.       Bene.

Breve silenzio d'impaccio.

Carlino.     E... sei un po' andata a spasso?

Melina.       No, per compere, propriamente...

Carlino.     Ah, brava. Da queste parti?

Melina.       Sì, perché sapevo che qua vicino c'è un negozio dove si compra bene. Ecco, ti voglio far vedere...

E prende  a  slegar  l'involto  che  ha  sulle  ginocchio.

Carlino.     No, perché? Che cos'è?

Melina.       Tela. Ti voglio far vedere che finezza...

Seguita a sciogliere il nodo.

Carlino.     Ma io non me n'intendo...

Melina.       Vedrai, vedrai che solidità — Senz'apparecchio... Ecco, guarda...

Carlino.     Uh, tanta!

Melina.       Assaggia...

Carlino      (assaggiando col pollice e l'indice). Sì... mi par buona...

Melina.       Stringila, stringila così nel pugno... Morbidissima...

Carlino.      Sì  sì...   Morbida...   E... quanto l'hai  pagata?

Melina.       Oh, poco.  — Indovina?

Carlino.      Quanto?

Melina.       No... dico, perché l'ho comperata...

Carlino      (si stringe nelle spalle, fingendo di non compren­dere). Oh bella! perché ti bisognava... Ma l'hai com­prata da te; non dovevi. Potevi dirci che ti bisognava...

Melina        (alza la tela e si nasconde la faccia. Sta un pezzo così: poi, con gli occhi pieni di lagrime, scotendo ama­ramente   il  capo,  domanda).  Dunque  no?

Carlino.     (c. s.). Che cosa?

Melina.        ...non  debbo  proprio  preparar  nulla?...

Carlino      (tra confuso, seccato e commosso). Vuoi...? Che vuoi preparare...?

Melina        (prendendogli una mano e parlando con  foga). Senti, Carlino, senti, per carità!  Io non voglio nulla da voi, non vi chiedo nulla —

Carlino      (cercando d'interromperla). — ma no, che c'entra?   —

Melina.       — stammi a sentirei — Come ho comperato que­sta tela,  così con altri piccoli risparmi, potrei —

Carlino.     — che potresti? che dici? —

Melina.       — pensare a tutto io! —

Carlino.     — a tutto... che? tu mi parli...?

Melina.       — ma sì, Dio mio, di che vuoi che ti parli? fin­gi di non comprendere?  —

Carlino.     — ma non è possibile, figliuola mia! —

Melina.       —lasciami dire! — penserei a tutto io; non avre­ste alcuna spesa — ti giuro! — né per il corredino, né per la nascita, né per l'allevamento —

Carlino.     — ma non è per questo! —

Melina.       — stammi a sentire! — e poi mai, mai il minimo  fastidio!   —

Carlino.     — ma che vuoi che sia la spesa, il fastidio? —

Melina.       — e nessun peso, nessun peso, mai! — Non mi vuoi lasciar dire? Non scrollare così le spalle e non far mi  codesti  occhiacci!  —

Carlino.     — ma perché non è niente di tutto questo, figliuola mia! né la spesa, né il fastidio, né il peso! —

Melina.       — sta bene! poi mi dirai tu, allora, che cos'è — per voi! Ora lascia dire a me! Avrò pur diritto, io, di dire una parola! —

Carlino.      — ma sì, parla, parla — che vuoi dire? —

Melina.       — parlo, sì... — come faccio più ora a parlare? Non ho mica da far valere ragioni, io, contro di voi due! — Ti volevo dire che m'avanza tanto tempo... —

Carlino.     — sì, per far che? —

Melina.       — per non far niente — ho imparato a lavorare per voi... seguiterò a lavorare... —

Carlino.      — lo sappiamo, sì, e ti ringraziamo... —

Melina.       — ma non voglio essere ringraziata — debbo io al contrario ringraziar voi — e promettervi che non vi mancheranno mai, mai, le mie cure — ne potete esser certi! — Ma ecco, vedi, badando a voi come bado, alla vostra biancheria, ai vostri vestiti, m'avanza an­cora tanto tempo — tanto che, lo sai, ho imparato a leggere e a scrivere, da me!

Carlino.     — sì, cara! —

Melina.       — bene — guarda, Carlino — ora lascerò que­sto e cercherò altro lavoro —

Carlino.      — tu? perché? —

Melina.       — da fare a casa —

Carlino.     — per conto d'altri? —

Melina.       — di signore! di signore! — lavori di bianco — rivoltare vestiti... —

Carlino.     — ma no! perché devi far questo? —

Melina.       — per il mio piacere! per il mio piacere, Carli­no! Sarò felice, credimi! credimi! —

Carlino.     — ma noi non vogliamo... —

Melina.       — perché non dovreste volere? —

Carlino.     — perché no! non possiamo permettere...  —

Melina.       — ma io sarò sempre per voi, come prima. Car­lino, sempre allo stesso modo!

Carlino.     Non crediamo d'averti fatto mai mancare... —

Melina.       — ma non è per me, Carlino; che pensi? perché a me manchi qualche cosa! — sarei una sfacciata e un'ingrata! —

Carlino.     — e allora per...? — ma tu puoi credere sul se­rio che sia per una questione di denaro? —

Melina.       — no! no! perché voglio esser io! io soltanto! senza farne il minimo carico a voi! — io! — avere io quest'orgoglio, capisci? —

Carlino.     — tu — e noi? — come vuoi che te lo permet­tiamo, non già per questo, che sarebbe il meno, ma per la responsabilità, Melina, per la responsabilità, fi­gliuola mia, d'una vita che nascerebbe in queste condi­zioni, non lo comprendi? — d'una vita che non si può sapere a chi appartenga?

Melina.       Ma a me, Carlino? A me appartiene di certo! Mio è certamente, anche se non posso dire se sia tuo o dell'altro! — Mio! — Appartiene a me che l'avrò fatto! — E la responsabilità — perché dovete assu-mervela voi? Me l'assumo io — ecco — intera!

Carlino.     E come?

Melina.       Come? Ma così me l'assumo! — Nasce — è mio — me l'allevo — lo tengo con me — è la mia creatura. — Che responsabilità? È la cosa più semplice e naturale del mondo!

Carlino.     Ma la nostra, Melina? la nostra?

Melina.       Perché la vostra? Se io non ve ne do nessuna?

Carlino.     Tunon ce la dai; ma noi non possiamo non sentirla, se ti tieni il bambino, né lasciarla soltanto a te!

Melina.       Perché non potete?

Carlino.     Ma perché sarà là — con te — il bambino — e diventa subito, per forza, se vive con te, una re­sponsabilità anche nostra!

Melina.       E allora, per non sentirla, e liberarvene, che volete fare? buttarlo via? quando ci sono io qua, la madre, che se lo vuol tenere per sé? Vi assumereste codesta responsabilità — che è d'un delitto, Carlino! d'un vero delitto verso una creatura che nascerà alla vita — perché? per voler tener conto, invece, di quell'altra che non avete; e che è giusto non abbiate, non potendo sapere a chi veramente di voi due ap­partiene! — Ebbene, lasciatela a me questa responsa­bilità; a me che lo so di certo ch'è mio! — Ma io non vi voglio dare nessun dispiacere; ve lo chiedo come una grazia, per carità; perché so che per voi questo non doveva avvenire!

Carlino.     — non doveva avvenire! non doveva avvenire! è stata la più grave delle sciagure! —

Melina.       — sì — ma guarda, Carlino: tra pochi anni... —

Carlino.     — che tra pochi anni! tra pochi anni sarà peggio, non lo comprendi? —

Melina.       — no, stammi a sentire —

Carlino.      — come no? col bambino che cresce —

Melina.       — non pensare al bambino!

Carlino.     — se te lo vuoi tenere! —

Melina.       — pensa a te, pensa a te, Carlino! e pensa a Tito — come ci ho pensato io, tutti questi giorni! —

Carlino.     — tu, hai pensato a noi? —

Melina.       — a voi! non ho pensato altro che a voi! Per­ché so che il vero caso grave è per voi — per questa orribile incertezza in cui siete tutt'e due, che fa ap­punto così tremenda la disgrazia —

Carlino.     — tu dunque lo capisci? lo capisci?

Melina.       — come vuoi che non lo capisca?

Carlino.     — insopportabile! insopportabile! —

Melina.       — ma io voglio appunto renderla sopportabile, dato che è avvenuta! —

Carlino.     — e come? facendo come vuoi fare?

Melina.       — sì — levandovi d'ogni responsabilità! — Carlino, un delitto sarebbe sempre, come vorreste fare voi, anche se ciascuno s'approfitta dell'incertezza, per non farsene un rimorso, pensando che il figlio possa essere dell'altro! Per la sorte a cui condannereste un innocente, tutt'e due d'accordo — il delitto resta! E anche di fronte a me che non voglio per lui questa sorte — se voi mi costringeste! — Sono venuta perciò a dirvi che non vi chiedo nulla, che non voglio nulla! — Sono qua per voi, finché mi vorrete... — Ma quanto pensi tu, che possa durare ancora per voi questa vita, Carlino? Tra pochi anni che sarò io più? Non sarò più certo buona per voi; vi sarete stancati di me... —

Carlino.     — no, chi te lo dice? —

Melina.       — eh via... Che potete sapere delle cose che vi potranno accadere tra pochi anni? Non potrete mica sempre seguitare a vivere così, tutt'e due uniti... E allora, guarda: di qua a pochi anni, sarà ancora un bambino —

Carlino.     — e dici che hai pensato a noi? Ma come faremmo noi...? —

Melina.       — perché? — Non stiamo mica insieme! Se volete, potrete anche non vederlo; neanche accorgervi che ci sia! —

Carlino.     — ma non sarà possibile, sapendo che c'è! — Tu non ti figuri che tormento sarebbe per ciascuno di noi due? È già solo un tormento a pensarci! Vederlo là... —

Melina.       — darò ad allevarlo fuori! non lo vedrete! non lo vedrete mai! —

Carlino.     — ah, Dio, questo è un tormento! — questo è un tormento! — un vero tormento!

Melina.       Ma non lo capisci che ora che ho imparato a vivere così, non posso, non posso più buttarlo via, tornare alla vita di prima! Non posso! vi dico che lavorerò, vi dico che non vi darà ne spesa né fastidio, vi dico che nemmeno lo vedrete, che tutto il peso sarà mio; la responsabilità sarà mia; che debbo dirvi di più? Per me è un delitto che non posso com­metterei non voglio commettere! mi volete costringere a commetterlo per forza? Lo terrò con me; non ve lo farò vedere; sarà il mio conforto e la mia compagnia, quando voi non ci sarete: e poi, quando voi non mi vorrete più, avrò lui  almeno, avrò lui!

Carlino      (che non ne può più, anche per la commozione che lo soffoca). Perché sei venuta a dirle a me queste cose? Nove giorni, nove giorni è venuto lui, da te — non potevi dirle a lui, che sei venuta a dirle a me qua malato...?

Melina        (mentre piange). Hai ragione... hai ragione... Car­lino, perdonami... Io non so perché m'è venuto di dirlo prima  a te... È anche lui, Tito, tanto buono...

Carlino.     Ecco, tanto più, se ti pare, com'è, così buono...

Melina.       M'è venuto di dirlo a te... Che vuoi?  Il cuore...

Carlino      (con intenzione). — il cuore t'ha suggerito così?

Melina.       — sì: di dirlo prima a te...

Carlino      (molto serio e deciso). Senti, Melina: io torno a ripeterti che se tu credi che possa esser io —

Melina        (subito). — no! no! non lo posso dire! — questo, in coscienza, non lo posso dire, Carlino!

Carlino.     Ma è la seconda volta che a te, senza volerlo, viene di confidare una cosa prima a me che a lui!

Melina.       Forse perché tu m'ispiri più confidenza... io non so... sarà per questo!

Carlino.     Sarà per questo... ma capirai che... così... da solo... io, allora... — tu mi cresci il tormento! tu mi cresci il tormento!

Melina.       Perdonami! Perdonami! Io lo so che tu da solo — così — ora —non puoi, né devi dirmi nulla — devi parlarne con Tito — e gliene parlerai come credi, quando credi... Io sono qua; non dirò più nulla; farò come voi vorrete... —soltanto gli dirai che v'ho chiesto come una grazia di tener conto del sentimento mio... anche del sentimento mio...

Piange.

Carlino      (commosso, carezzandola). Ma certo... certo non... non sarà possibile... non tener conto del sentimento tuo...

Melina        (alzandosi, convulsa). Vado... vado... Farò come voi vorrete... farò come voi vorrete... Addio, addio!

E scappa via, col suo involto di tela. Carlino resta dapprima, come intronato, poi si muove per la camera agitando le mani: come uno che se le sia scottate.

Carlino.     Ah che cosa... ah che cosa... Ah Dio, che cosa... Che cosa...

Sopravviene, scombuiato,  Tito Morena.

Tito.             Ch'è  stato?  Ho incontrato  Melina  per la  scala: piangeva, dice che tu mi dirai...

Carlino.     Sì— è venuta a farmi qua una scena...

Tito.             A te? Perché?

Carlino.     Non a me! — Per lo stato in cui si trova...

Tito.             Ah!  — È venuta a parlarne con te? — A me, in tanti giorni... —

Carlino.     — gliel'ho detto! Le ho detto proprio così! —

Tito.             — ha sfuggito di parlarne! E ora ciò ch'è venuta a dirti — e che non ha voluto dire a me — io lo debbo sapere da te?

Carlino.     O che te n'hai a male, per giunta? Credi che sia venuta a farmi un piacere, così debole, sfinito, come mi trovo?

Tito.             Io vorrei sapere perché ha fatto questo!

Carlino.     Va' a domandarglielo, perché l'ha fatto! M'ha dato il martirio! Dice che si trovava a passare di qua, per compere...

Tito.             Non è vero! Mentisce! È venuta apposta! È venuta apposta!

Carlino.     Sarà venuta apposta, che vuoi che ti dica? — Ma no, mi disse che ti vide mentre andavi alla trattoria...

Tito              (stonato). Mi vide?

Carlino.      Sì— e ti corse anche dietro...

Tito              (c. s.). ...a me? —

Carlino.     — sì — mi disse così — e che tu non la sentisti... —

Tito.             — ...mi chiamò, allora? —

Carlino.     — eh, suppongo... — dice che andavi tutto aggrondato; temette che potessi essere in pensiero per me; e allora volle salire...

Tito.             Non vedo chiaro! Non vedo chiaro! — ma che! ma che! — Non poteva mica mettersi a parlare con me di  queste cose per istrada!

Carlino.     La compera però l'aveva fatta per davvero... È venuta a mostrarmi una pezza di tela...

Tito              (c.  s.).  Una  pezza di tela?

Carlino.     Sì — cominciò appunto così il martirio — mo­strandomi quella pezza di tela...

Tito.             L'aveva sotto il braccio e non sapeva come fare per la scala ad asciugarsi le lagrime, con quell'ingom­bro...  — È venuta      mostrartela...  e poi?

Carlino.     Non so perché séguiti a guardarmi con codesti occhi e assuma con me codesto tono da giudice istruttore!

Tito.             Perché? Lo vuoi proprio sapere il perché? Perché comincio a essere stufo io! seccato, seccato seriamente di tutta codesta confidenza... —

Carlino.     — ma io le ho detto di no, di no, di no — hai pur visto che piangeva...

Tito.             — di no...  che cosa? — per la tela?

Carlino.     — per la tela... — per ciò che ne vuol fare!

Tito.             — che ne vuol fare?  —

Carlino.     — ma preparare... io non so... suppongo il corredino... —

Tito.             ... del bimbo? — È pazza! — Ah dunque è venuta proprio a dirti che vuol tenersi il figlio? e t'ha mostrato quella tela per commuoverti...?

Carlino      (col tono di chi vuol portare pazienza). Ti ri­peto che io le ho detto di no.

Tito.             Ma certo... me l'immagino... con quella tela... il corredino... sapendoti così tenero di cuore... disposto sempre a cedere...

Carlino      (c. s.). Le ho detto di no. L'ho fatta piangere.

Tito.             Piangere... e poi?

Carlino.     E poi, naturalmente, ha pregato, scongiurato, insistito — ha fatto tante promesse —

Tito.             — e tu? —

Carlino.     — e io non potevo sapere — giacché prima sei stato tu, se ti ricordi — qua, qua — alla presenza di Merletti che può esser testimonio — sei stato tu —

Tito.             — io, che cosa? —

Carlino.     — tu, a preoccuparti di lei — a parlar di cuore — tu, non io — di scrupoli di coscienza — tu, non io —

Tito.             — ebbene? ebbene non potevi sapere... finisci! —

Carlino.     — di fronte a quelle sue lagrime e quelle sue promesse, come saresti rimasto tu, e se anche per tuo conto avresti voluto risponderle di no!

Tito.             Ma non s'era stabilito di no? Dunque, no!

Carlino.     Va bene! E ora andrai a dirglielo tu!

Tito.             Bello! Mi piace! così la parte del tiranno, del cuor duro, la faccio io, mentre tu rimani per lei quello che s'era piegato, commosso e intenerito?

Carlino      (saltando a guardarlo da presso negli occhi). Eb­bene, se fosse così?

Tito             (resistendo allo sguardo). Ah, è così? T'ha forse dato anche a credere...?

Carlino      (facendosi ancora più a petto). No! Non m'ha dato a credere niente!

Tito.             Ma sei tornato a domandarglielo?

Carlino.     Sì! Son tornato a domandarglielo!

Tito.             Perché questa confidenza di lei ha fatto dunque nascere anche in te il sospetto...?

Carlino.     Sì — e se me l'avesse dato a credere, ogni di­scorso tra noi due sarebbe già bell'e finito! — Ma mi ha detto ancora una volta di no, che in coscienza non lo può dire, perché non lo sa! — È chiaro tutto questo?

Tito.             Chiarissimo, chiarissimo, caro mio! Intendo tutto perfettamente!

Carlino.     No: ma tu non intendi nulla! — Ora io ti do­mando: Sei sicuro che tu, al mio posto, sentendola parlare com'ha parlato, sentendole dire le cose che ha dette — (puoi andare a fartele ripetere) — non ti sa­resti « piegato, commosso e intenerito » come me?

Tito.             Io?

Carlino.     Aspetta! — E avresti avuto il coraggio, allora, così commosso e intenerito, di risponderle di no, anche per conto d'un altro, che forse al tuo posto si sarebbe come te commosso e intenerito? — Rispondi a questo! Rispondi!

Tito              (così sfidato, con gli occhi negli occhi, non vuol darsi per vinto, e mentisce, imperterrito). Nient'affatto! Chi te lo  dice? Non  mi  sarei commosso  per nulla!

Carlino.     E allora è vero che il cuor duro sei tu, e puoi bene andarglielo a dire!

Tito.             Sai che ti dico io invece? Che n'ho abbastanza, di codesta storia, e la faccio subito finita!

Carlino      (appressandoglisi di nuovo minaccioso). Cioè... cioè... cioè... — piano piano, caro mio — aspetta: farla finita, adesso, in che modo?

Tito              (con un sorriso stirato, guardandolo dall'alto in basso, pallido e fremente). Oh, non ti credere che voglia venir meno a quanto debbo! Seguiterò, seguiterò a dare la parte mia, finché lei sarà in questo stato. Poi faccia quello che vuole: se vuol tenersi il figlio, se lo tenga: se vuol buttarlo via, lo butti via. Per me, non vorrò più saperne.

Carlino.      E io?

Tito.             Ma farai anche tu ciò che ti pare...

Carlino.     Non è vero!

Tito.             Perché no?

Carlino.     Perché da solo, sai bene che non posso accol­larmi tutto il peso del mantenimento!

Tito.             Ma come? Dicevi…

Carlino.     Sì: se potessi averne la certezza — allora sì! a qualunque costo! a costo di qualsiasi sacrificio! — ma così no; così non posso e non debbo — né tu puoi lasciarmi sulle spalle il peso d'un figlio che può esser tuo!

Tito.             Ma se ti dico che seguiterò a dar la parte mia!

Carlino.     Grazie tante! Non posso accettare!... Già, in mezzo resterei sempre io, di più!

Tito.             Perché vuoi restarci...

Carlino.     Ma scusa, ma scusa, ma scusa, perché non vuoi più restare ai patti, tu, ora?

Tito.             Ci resto! Séguito a pagare fino alla fine! Ma non voglio più saperne!

Carlino.     Che cos'è avvenuto di nuovo? che cos'è cangiato?

Tito.             Che cos'è cangiato? L'animo! l'animo! Ecco ciò ch'è cangiato! È cangiato in me l'animo! Sarà un so­spetto ingiusto, che vuoi che ti dica? ma m'è entrato; non posso più scacciarlo! Non posso più seguitare così insieme una relazione ch'era possibile solo a patto che non sorgesse mai tra noi nessuna questione.

Carlino.     Ma vuoi farla nascere tu, la questione! Andiamo tutti e due insieme, a dirle di no!

Tito.             E poi?

Carlino.     Iogliel'ho già detto per conto mio; ora andia­mo a ripeterglielo insieme!

Tito.             E poi?

Carlino.     Parlerò io più forte, se vuoi; tornerò a dimo­strarle davanti a te che non è possibile accordarle quello che chiede!

Tito.             E poi? Ma non comprendi davvero che ella non potrà più essere quella che è stata finora? Se desidera tanto di tenersi il figlio... A contrariarla la faresti infelice — e perché? Per me, sento che è finita! In­felice, dunque, inutilmente. Sarà durezza, sarà di­spetto, anche sciocco — tutto quello che vuoi — ma non mi passa: sono fatto così, sento che non mi passa. Io non ci torno più.

Carlino.      E  dovremmo  abbandonarla  così?

Tito.             Ma no, chi dice abbandonarla?

Carlino.     Dici che non ci torni più! Non potrò più an­darci neanche io...

Tito.             Perché no, tu?

Carlino.     Ma perché no! te l'ho detto il perché! Se non ci vai più tu, come vuoi che séguiti ad andarci io?

Tito.             Non ne vedo la ragione...

Carlino.     Ma credi che possa continuare io solo la rela­zione, mentre tu séguiti a pagare? E quando avrai finito, io resto là con un figlio che non so se è mio?... Ah, no, caro mio! — Questa cosa, se manca tra noi due l'accordo da cui era nata, non regge più! Se tu non vuoi più starci, non posso starci più nemmeno io!

Tito.             Ma voglio starci! voglio starci! voglio anche ri­spettare il sentimento di lei, di tenersi il figlio! Seguiterò a dar la parte mia! Non potrai mica forzarmi a tornare da lei, se non mi va più! Oh guarda ch'è bella! Anche questa violenza?

Carlino.     E va bene! Falla allora tu a me la violenza.

Tito.             Ioti dico  « vacci » — che violenza ti faccio io?

Carlino.     E io ti dimostro che sono costretto a fare per forza quello che fai tu! Chi dice di non volerne più sapere sei tu — vieni meno tu, non io, e mi costringi a seguirti, a far come te, ad astenermi d'andarci — vedi dunque bene che la fai tu a me, e non io a te, la violenza!

Tito.             Oh senti! Io sono stufo di discutere! Non ne ho voglia e neanche tempo! — Io torno all'ufficio!

Se ne va infuriato.

Carlino      (andandogli dietro fino alla porta e gridando di là). Ma no! ma senti! vieni qua... È comodo scapparsene sempre...

Poi, mentre con una mano richiude la porta, con l'al­tra a chiocciolino, scandendo te parole, dice con una espressione di ferocissima stizza.

Parola   d'onore — se non l'ammazzo — sarà un miracolo!

TELA


ATTO TERZO

La prima delle due camerette dell'alloggio di Melina. — È a un tempo ingresso, cucina e saletta da pranzo. La porta d'ingresso è nella parete destra; e nella stessa parete, più in fondo, è prima l'acquajo, con su, appesa al muro, una rustica piattaia, poi, in muratura, il focolare con quattro fornelli e, sopra, alcune stoviglie da cucina in disordine. Nella parete di fondo è una grande finestra con l'inferriata, perché la casa è a pianterreno. A destra di questa finestra è una piccola credenza, molto modesta e, a sinistra, una vetrinetta. Nella parete sinistra è l'uscio che immette nella camera da letto di Melina. Troveranno posto in questa parete un vecchio divano, seggiole, qualche tavolinetto. La tavola da mangiare è nel mezzo della scena coperta da un tappeto rosso cupo. Vi pende sopra un sem­plicissimo lume a gas, filo e padella; ma tutt'in giro a questa padella è stato adattato con garbo un mantino ver­de che fa da paralume.

È notte. La scena è illuminata appena da questo lume verde sul tappeto rosso della tavola. Ma dalla finestra in fondo entra di sguincio il giallo riverbero d'un fanale ac­ceso nella via.

Al levarsi della tela s'intravede in fondo nel riverbero che entra dalla finestra, prima presso la credenza, poi presso l'acquaio, Melina, come una larva, in una vestaglietta di tenerissimo colore azzurro, leggera. S'è le­vata di letto, moribonda; ma è sostenuta da una pro­digiosa forza nervosa che fa quasi ilare, rapidissima, e convulsa tutta la sua azione. Prepara per il suo bim­bo, che è nato da tre giorni e che ora piange di là af­famato, un po' di pane che ha tratto dalla credenza e che ora pone in un fazzolettino per andarlo a bagnare all'acquaio; farà di quel fazzolettino, col pan bagnato dentro, una specie di capezzolo che darà a succhiare alla sua creaturina. La sorprende in questi preparativi la Vicina  che  entra  dalla  porta  d'ingresso  socchiusa; e ne resta spaventata.

La Vicina.  Oh Dio, come? s'è levata di letto?

Melina.       Piange... piange...

La Vicina.   Ma è una pazzia! venga! torni a letto!

Melina.        Non   potevo  più  sentirlo   piangere...

La Vicina.   Venga! venga, per carità!

Melina.       Ora è fatto... ecco, ora è fatto...

La Vicina.   Ma ora verrà la bàlia! Sono andata a chia­marla! Ah se sapesse quello che ho trovato!

Melina.       La signora?

La Vicina.  Sì, anche la signora; ma il bambino —

Melina.       — morto?

La Vicina.   Venga, venga — le dirò tutto, appena sarà ritornata a letto...

Melina.       Non sono riusciti a salvarlo?

La Vicina.   Per salvare la madre —

Melina.       — hanno ucciso il bambino?

La Vicina.   — per forza! — Ma venga, per carità! Non vorrà mica morir lei, ora...

Soppravviene l'avvocato Merletti, e resta anche lui sba­lordito di trovare in piedi Melina.

Merletti.   Come, in piedi?

Melina        (con grande ansia). Oh, lei, avvocato!... mi dica, mi dica: verranno?

Merletti.   Sì sì — verranno!

Melina        (felice). Ah Dio! Verranno! Ha potuto trovarli?

Merletti.   Ma perché s'è alzata?

La Vicina    (a Merletti). M'ajuti, m'ajuti a ricondurla a letto!

Merletti.   Sì, venga, sia buona! Sono andato prima dal­l'uno e poi dall'altro!

Melina.       Lo so!Non stanno più insieme! Si son divisi!

Fa un atto come se le mancassero  improvvisamente le gambe, e tende le braccia.

Ah Dio!...                                                        

La Vicina    (sorreggendola con Merletti). Lo vede? lo vede che non si regge  più in piedi?

A  Merletti:

M'ha mandata a chiamare anche il prete... Si figuri, ora verrà...

Melina        (riavendosi). Non importa! Anche in piedi posso ricevere il viatico e Dio mi darà ancor tanto di vita da poter loro consegnare il bambino! Non lo butte­ranno più via, adesso, avvocato: me lo debbono giu­rare davanti a Dio, alla presenza del prete e di voi tutti! Sto morendo per loro; mi vede...

Merletti.   Ma no...

Melina.       — sì, sto morendo! Perché mi vuol dire di no? se è vero? — Ma non ne deve andar di mezzo il bam­bino! Ecco: questo lo dovete dir voi, voi — se non faccio a tempo a dirlo io!

Merletti.   Ma sì, non dubiti, lo diremo noi!

La Vicina.  Intanto venga!

Melina        (seguitando). Per tutto quello che m'hanno fatto patire! per come mi sono macerata in tutto questo tempo per loro! Lei lo sa, sono venuta due volte a dirlo anche a lei, perché m'ajutasse a persuaderli a tornare! Si sono divisi; sono divenuti nemici, per me! M'ero financo arresa, lei lo sa, a fare quello che vole­vano loro, per come anche lei, avvocato, m'aveva persuasa —

Merletti.   — Sì, sì, carina, è vero! — ma non stia an­cora così — venga! —

Melina.       — pur di farli ritornare insieme! — No! no! — Hanno voluto loro stessi, lei ne è testimonio, che mi tenessi il bambino —

Merletti.   — sì, per non tornare più qua...

Melina.       Pagare, pagare — hanno pagato ogni mese — come se questo mi potesse bastare. — E il mio cuore, avvocato, s'è disfatto... s'è disfatto... — Ora al mio bambino debbono pensarci loro...

Merletti.   E sarà il loro castigo!

Melina.       No, castigo! no, castigo, avvocato, il mio bambino!

Merletti.   No, non dico il suo bambino...

Melina.       — lui, no castigo!

Merletti.   — per tutto il male che hanno fatto a lei!

Melina.       — ah, ecco! — e che dovranno ripagare in tanto bene a lui, ora! — lui, no castigo; se no come potrebbero volergli bene?

Merletti.   Stia sicura che non lo dirò!

Sopravvengono il Medico e la Bàlia.

La Vicina    (vedendoli entrare). Ecco qua il dottore e la bàlia!

Melina        (voltandosi e poi subito lasciandosi portare a letto). Ah! la bàlia! Sì, sì, andiamo, andiamo...

Via di  fretta,  sostenuta da Merletti e dalla Vicina. Il Medico e la Bàlia la seguono, avanzando il passo. Il Medico attraversando la scena, ha appena il tempo di dire:

Il Medico.   Ma che sproposito...

La scena resta per un pezzo vuota. Si odono di là voci confuse, di Melina, del Medico, della Vicina, di Mer­letti. Melina vuole prima di tutto che la Bàlia dia latte al bambino; poi si lascia mettere a letto. Il Medico le tasta il polso; le fa una iniezione d'olio canforato; perché il male, — com'ella stessa ha detto, — è nel cuore; nel cuore che le mancherà d'un tratto. — Da­vanti la finestra aperta, intanto, nella notte estiva, pas­serà quasi a passo di marcia una frotta di giovinastri con chitarre e mandolini. Il suono, dapprima fievole, lontano, andrà gradatamente rafforzandosi e poi dimi­nuendo man mano che torna ad allontanarsi. S'udrà durante il passaggio qualche voce che accenna il canto, qualche risata. Poi, silenzio. Si riudranno, confuse, ma più pacate, le voci nella camera attigua. A un certo punto, silenziosamente entrerà il Prete, col nicchio e la stola, le mani congiunte davanti al petto in atto di preghiera. Lo seguirà il Sagrestano che recherà involto in un panno nero il tabernacoletto che custodisce la Pis­side. Attraverseranno la scena, senza dir nulla, dalla porta d'ingresso, all'uscio della camera di Melina. Poco dopo, ne verranno fuori il Medico e Merletti.

Merletti.   Crede che possa durare almeno per qualche ora?

Il Medico.   Probabile, ma... s'ha da fare col cuore... e purtroppo, da un momento all'altro... Ho fatto, ha visto? un'altra iniezione d'olio canforato...

Merletti.    È tutta  così...  accesa,  convulsa...

Il Medico.   Forza di nervi...

Merletti.    Ma è stata qua in piedi, parlando...

Il Medico.   Lei sa che il lume si ravviva tutto, prima di spegnersi d'un tratto. — Ha sofferto molto...

Merletti.   Eh, lo so!

Il Medico.   E quest'ansia trepidante per il bambino... Ha visto? Ha voluto prima vedere come s'attaccava alla bàlia... Tre giorni, senza poterlo allattare... Vo­leva allattarlo lei, si figuri! in questo stato... Per for­tuna, s'è trovata questa bàlia... — Dico fortuna: sa­pesse invece che tragedia, qua a due passi!

Merletti.    Ah,  già  — come s'è trovata?

Il Medico.   Ero qui, anche l'altra sera, e sono stato chiamato all'improvviso, dalla villa qua accanto: una villa di signori... Avevano pensato a tutto, sa? per la nascita del primo figlio! Tenevano pronta da tre giorni anche la bàlia — la quale, poverina, compren­derà, spasimava, col petto che le scoppiava... La man­do subito qua, per alleviarsi, e fare il bene anche di questa creaturina che piangeva senza latte —

Merletti.    — ah, benissimo... —

Il Medico.   — sì — per qua, benissimo — ma sa che questa sera io ho dovuto di là sacrificare il bambino per salvare la madre? e non so ancor bene se l'ho salvata: spero di sì!

Merletti.   La bàlia intanto potrà restar qui... Benché s'immagina lei adesso che complicazione, questo bam­bino, se, come pare purtroppo...

Il Medico. Ah, sì, purtroppo  non v'è più da farsi  il­lusioni, creda!

Merletti.   E resta invece il bambino! qua, a questi due sciagurati! Lei sa tutta la storia?

Il Medico.   Eh, sono miei clienti... Mi hanno mandato loro  qua...

Merletti.   Sa che si sono divisi?

Il Medico.  Sì, lo  so.

Merletti.   E che adesso si odiano, tra loro, ferocemente? — Li aspetto qua. Sono andato a chiamarli.

Il Medico.   Sarà un bell'affare metterli d'accordo!

Merletti.   Peggio di così non poteva loro capitare! E l'hanno voluto loro stessi! Mica per accontentare que­sta poverina, sa? che s'era rimessa, in tutto, a fare com'essi avrebbero deciso! — No. — Tutto  per una caparbietà, dell'uno contro l'altro!  — E ora questa poverina muore  — e loro restano col bambino, che li ha fatti nemici da tanto amici che erano!

Il Medico.  E il figlio non può  essere che di uno  —

Merletti.   — o di nessuno! — Quel che dico io! — Ma che sia di nessuno — deposto a un ospizio — questa povera madre non lo può tollerare!

Il Medico.   Credo che già l'abbia fatto denunziare allo Stato Civile...

Merletti.   Ah sì? E come?

Il  Medico. Era   obbligo  della  levatrice  denunziarlo...

Merletti.   Ma sa com'è stato denunziato?

Il Medico.   Sotto il nome di lei — suppongo. Mi pare che faccia di casato: Franco.

Merletti.    Sì!  Melina Franco.

Il Medico.   Ecco: — e d'ignoto. — Son già tre giorni ch'è nato!

Merletti.   E ancora non son venuti nemmeno a vederlo...

Il Medico.   Credo che se ne struggano tutt'e due dalla voglia...

Merletti.   Lo so!Ma si sentono come trattenuti dall'odio  che si portano, e da questa caparbietà bestiale che le ho detto: non viene l'uno e non vuol venire neanche l'altro! Ora ci sarà anche l'orrore di ciò che hanno fatto... Ma verranno: li aspetto.

Il Medico.  Sono di un'incredibile inesperienza —

Merletti.   — sì — e il bello è questo, che avevano cre­duto d'aver fatto tutto col massimo giudizio!

Il Medico.   Non si sono figurati neppure lontanamente tra quali atroci difficoltà si sia dibattuta questa po­veretta, lasciata così sola, senz'ajuto, abbandonata — nel mettere al mondo il bambino...

Escono a questo punto dalla camera di Melina  il Prete e il Sagrestano senza dir nulla.  Attraversano, come prima, la scena, e via.

Merletti.   Ah, ecco... — si sarà comunicata...

Il Medico.   Iovado. Debbo ritornare qua alla villa ac­canto...

Merletti.   Dottore, e se qui ci fosse bisogno...?

Il Medico.   Holasciato l'ordine a quella brava donna che l'assiste di fare qualche altra iniezione, se av­verte che le pulsazioni vengono a mancare. Ma non c'è più nulla da fare, purtroppo! Non arriverà all'alba, vedrà! — A ogni modo,  io  sono  qua a  due passi.

Merletti.   Va bene. A rivederla, dottore.

Il medico via.  — Merletti s'accosta pian piano all'uscio della camera di Melina e sporge il capo a spiare dentro. — Si fa all'uscio la  Vicina.

La Vicina    (parlando pianissimo). S'è assopita, s'è assopita...

Merletti.   Ah, bene...

La Vicina    (venendo un po' avanti). S'è sempre lamentata d'un dolore qua...

Indica la bocca dello stomaco.

Ora riposa tranquilla; ed è una gran cosa, perché il medico ha detto che quel dolore non è dello stomaco propriamente, ma parte dal cuore —

Merletti.   Sì, per irradiazione —

La Vicina.   — ecco: ha detto così! — Pare che Dio, en­trando in lei, le abbia fatto la grazia di questo riposo. Non soffre più! Speriamo, ah Dio, speriamo che si salvi! Anche il bambino s'è quietato. Quanto ha suc­chiato... e come s'è attaccato, ha visto? Non ne poteva più dalla fame, povera creaturina! — Ah, è un amore! un amore! — E anche quella bàlia  è buona... —

Rientrando nella camera:

Basta.  Io sto qua a vegliare.

Si ritira, riaccostando, l'uscio.

Merletti resta un po' in piedi, cava dal taschino del panciotto l'orologio e lo guarda tentennando lentamen­te il capo, poi va a sedere davanti la tavola, cava dal­la giacca un giornale; appena seduto si mette a leggere. — Poco dopo entra Tito Morena. Si ferma, titubante, presso la porta; è ansioso e sconvolto, in angosciosa apprensione.

Merletti    (vivamente, ma sottovoce). Ah, finalmente!

Tito              (sottovoce). È... è morta?...

Merletti.   No...  piano!...  riposa...

Tito.             Ah bene — riposa... E... e lui... è di là?

Indica la camera di Melina.

Merletti.   No. Non è ancora venuto.

Tito.             Ah, bene...  Perché io...  perché io...

Fa per chiudere la porta.

Merletti.   No, che fai? Non chiudere!

Tito.             Non lo voglio vedere! Guaj se lo vedo!

Merletti.   Ma non potrai mica impedirgli di venire!

Tito.             Me ne vado io, allora, prima ch'egli venga!

Merletti.   Ma non fate ancora storie! Lascia aperta co-desta porta; perché se viene e bussa, lei di là si può svegliare; ed è bene in questo momento lasciarla ripo­sare tranquilla!

Tito.             Come sta? come sta?

Merletti.   Come vuoi che stia? Il medico ha detto che non arriverà all'alba!

Tito si copre la faccia con le mani.

Copriti la faccia! Dovete veramente vergognarvi... Per causa vostra...

Tito              (afferrandolo per il petto, convulso). Non mia! Non mia! Non dire mia, Merletti! Per causa di lui!

Merletti.   Piano! Piano! — Per causa di tutti e due!

Tito.             No! sua!

Merletti.   E lui dice tua! Dunque, di tutt'e due!

Tito.             Ma bisogna vedere chi ha ragione...

Merletti.    Che ragione volete più vedere, ormai, qua davanti a lei che muore? Il torto l'avete tutt'e due senza discussione!

Tito.             Sì — davanti a lei, sì —

Merletti.   — e dunque! —Avete da pensare a ben altro, adesso!

Tito.             Sono pronto a tutto! a tutto!

Merletti.   Vedervi, parlarvi...

Tito.             No! questo no! impossibile! impossibile!

Merletti.   Ma che impossibile!

Tito.             Se lo vedo, bada! non rispondo di me!

Merletti    (perdendo la pazienza).  E che vorreste? Che vi mettessi d'accordo io, correndo dall'uno all'altro? — Ah, no, basta, cari miei! — Io mi prendo il cappello e me ne vado!

Fa veramente per andare a prendere il cappello dal divano.

Tito              (trattenendolo). No, Merletti...

Merletti.   Sì, sì — me ne vado, me ne vado! —

Tito.             — ma no.  senti...

Merletti.   — lasciami! non mi far svegliare quella po­veretta! — Carità, cari miei, finché non ne abusate!

Tito.             Ma non ci saranno più questioni...

Merletti.   Non posso star mica a combattere con gente come voi!

Tito.             Me lo prendo io il bambino!

Merletti.   Sì, prenditelo! Io vi lascio alle prese, a vedervela tra di voi!

Tito.             No! Ogni questione sarà finita...

Merletti.   Ma ti pare che quello te lo lascerà prendere?

Tito.             Deve! Per quello che m'ha fatto!

Merletti.   — Sì — seguitate a dilaniare fino all'ultimo questa poveretta!

Tito              (seguitando). ...per la situazione in cui m'ha messo, e il rimorso che m'ha cagionato e che non m'ha dato più pace!

Merletti.   Avrà anche lui le sue ragioni da buttarti in faccia!

Tito.             No, non può averne di fronte alle mie!

Merletti    (seguitando). — ... e io non voglio star mica qua a far da Salomone, sai? non più tra due madri, ch'era facile, perché una delle due doveva pur esser certa che il figlio era suo! Qua voi lascereste spaccare a metà il bambino per prendervene mezzo per uno, pur di non darla vinta all'altro! —Tu te lo prenderesti, non già per amore, ma per l'odio che senti contro di lui.

Tito.             No! No!Per il rimorso, per il rimorso che sento —

Merletti.    Confessi  dunque il tuo torto  verso di lei?

Tito.             Sì — l'ho confessato! — verso di lei, sì! — Ma la colpa è di lui, Merletti! tutta di lui! — Poteva seguitare a venire qua...

Merletti    (reciso). Lui solo? No, non poteva.

Tito.             Perché non poteva?

Merletti.   Ma lo sai bene, perché!

Tito.             Per il figlio, che poteva esser mio? — Tu non puoi negare, Merletti, che ci avevi convinti tutt'e due che sarebbe stata una pazzia tenerlo — in questa incertezza!

Merletti.   Sì, è vero — e con ciò?

Tito.             Aspetta! Lui era d'accordo con te, te ne ricordi? —

Merletti.   — sì —

Tito.             — tutto soddisfatto d'aver detto come dicevi tu, non è vero? contro di me...

Comincia a commuoversi, fino ad arrivare man mano alle lagrime.

...contro di me che invece... tu lo sai... dicevo... sì... per... per lei... per il bambino... e... per la mia coscienza...

Cava il fazzoletto per soffocarvi i singhiozzi.

Merletti    (vedendolo piangere). La rabbia è questa! Che siete poi due bravi figliuoli, pieni di cuore...

Tito.             No, lui no! Lui è cattivo!

Merletti.   Non è cattivo neanche lui!

Tito.             Sì, sì — vile e cattivo! — Io m'ero forzato (e Dio sa quanto m'era costato!) ad arrendermi alle vostre ragioni: tue e di lui. — Chi è venuto meno, a tradi­mento, a quanto s'era  stabilito d'accordo?

Merletti.   Ma egli t'invitò a venire qua con lui — tu non volesti!

Tito.             No, non volli!

Merletti.   Era pronto a ripetere insieme con te — qua...

Tito.             Sì — dopo che s'era arreso, a tradimento, alle pre­ghiere di lei; per darle così la prova, che ero io che non volevo, io e non lui, capisci? — Cambiarmi così le car­te in mano, vigliacco! — E dopo che io, com'era pri­ma il sentimento mio, ammisi che lei dovesse tenersi il bambino, quando le sarebbe nato; e lasciai a lui la libertà di venire qua a trovarla come prima, pur se­guitando io a pagare la mia parte fino all'ultimo — lui, lui, questo vigliacco — per forzarmi — non è più ve­nuto — facendomi crescere di giorno in giorno, di mese in mese, l'orgasmo, con codesta sua passiva ostina- zione a non venire! Ha voluto rovesciare su me tutto il peso! sulla mia coscienza tutta l'angoscia, tutte le pene che questa poverina ha dovuto soffrire, abbando­nata qua sola!

Merletti.   S'era pur rassegnata —

Tito.             — sì — pur di contentarci — finanche a commet­tere la violenza di buttar via il figlio! Ma non era più possibile, ormai, tu lo capisci! Per commettere una simile violenza si doveva essere insieme, fin da principio, d'accordo tutt'e tre! — Mancarono loro due a quest'accordo; lui specialmente, facendo il tradimento a me, proprio a me che ero stato il primo, anzi —

Merletti.   — sì, sì, è vero  —

Tito.             — a non volere che questa violenza si commettesse! — E non ti pare naturale allora, ch'io me ne sia sde­gnato, sdegnato, fino a non voler più venire? Ho avuto tutta la ragione, io, dopo quello che m'era stato fatto, di non venire più qua! E lui, lui — invece di ricono­scere il suo torto verso me — s'è ostinato a non venire più, neanche lui! vigliacco! vigliacco! fino a far mori­re di crepacuore questa poverina, per poi darne tutto il rimorso a me — mentre è suo, sai? è suo! è suo!

Merletti.   Trovando per scusa quell'irrisione di volerla lasciare tranquilla...

Tito.             Lui — la trovò lui, questa scusa! Io non ne avevo bisogno: avevo la mia, ch'era giusta!

Merletti.   Troppa grazia, per una povera donna avvez­za a così poca considerazione da parte degli uomini...

Tito.             Già, tranquilla... — senza poi venire nemmeno a vederla, a domandarle come stésse, se avesse bisogno di qualche cosa...

Merletti.   Tanta considerazione per un verso, e tanta noncuranza per un altro, bella tranquillità le hanno data! Due volte, povera donna, venne da me a suppli­care, disperata...

Tito.             Ma tu lo capisci che doveva venir lui — lui? —

Merletti.   Sì, e lui diceva — tu — tu.

Tito.             No, no, io no!

Merletti.   Il fatto è che siete stati come due cani, legati a una catena, che non avete più voluto trascinar di conserva per una stessa via —

Tito.             — non ho potuto più vedermelo accanto! —

Merletti.   — e neppur lui te — e allora tira e strappa la catena — tu di qua e lui di là — dispettosamente — in questa finzione di libertà che vi siete voluta dare —

Tito.             — no; io ho rifiatato! ah! d'essermi liberato, non foss'altro, dello schifo di vederlo mangiare accanto a me alla trattoria! Tu non sai come mangia male quell'uo­mo, con quella fame da lupo che ha sempre, così ma­gro (deve avere il verme solitario!).

Merletti.   Sì — va' là! — e lui dice di te —

Tito.             — e che può dire di me, lui? —

Merletti.   — ma di certe libertà a cui ti lasciavi andare —

Tito.             — io? libertà?  —

Merletti.   — nella confidenza —

Tito              — ah, io? e lui no, forse? —

Merletti.   — lascia andare! — vi siete straziati il collo abbastanza a strattarvi l'un l'altro la catena, senza poterla spezzare —

Tito.             — sì, e appunto perché non si poteva spezzare! — dovevamo pagare, pagare qua fino all'ultimo! —

Merletti.   — lo stesso sentimento — in comune — pri­ma d'amore — e poi così — per forza — d'odio! E tanto quest'odio v'ha accecato che non avete più ve­duto che commettevate qua un delitto, contro questa disgraziata.

Tito.             Ma lo vedi, intanto, lo vedi, lui, che fa? Non viene ancora...

Merletti.   Dovrebbe già esser qui...

Tito.             Avrebbe dovuto accorrere per primo! — N'ero così certo, che ho tardato apposta a venire, per non in­contrarmi con lui. Hai visto? non è ancora venuto!

Merletti    (vedendo passar Carlino, davanti la finestra aperta). No — eccolo... eccolo qua che viene...

Tito si volta verso la finestra, poi, per non veder entrar Carlino, ci s'appressa e si mette a guardar fuori. —

Entra, ansioso e sbigottito. Carlino.

Carlino.     Eccomi... eccomi... — Troppo tardi?

Merletti.   Eh, mi pare...

Carlino.     Morta?

Merletti.   No... — piano!

Carlino.     Ma com'è? com'è?

Merletti,   Come vuoi che sia!

Carlino      (allungando uno sguardo alla finestra, dov'è Tito, e poi all'uscio accostato della camera di Melina). E... che... che s'aspetta? Io... io ho voluto apposta...

E fa segno con la mano verso la finestra.

lasciar tempo a lui...

Merletti.    Ma  sì,  appunto, l'abbiamo  supposto...

Carlino      (subito, come in risposta alla supposizione che si sia potuta fare contro di lui per il suo ritardo a venire: col tono di chi afferma una cosa che non si può mettere in dubbio). Il bambino me lo prendo io!

Tito              (di scatto, venendo avanti). Tu non ti prendi niente! Me lo prendo io!

Merletti    (facendosi in mezzo). Ohé, ohé, signori miei...

Carlino.     Tu? Dopo che... —

Tito.             — dopo che cosa?

Merletti.   Pensate che quella poverina è ancora là!

Carlino      (a Merletti). Ha detto lui stesso che non voleva più saperne!

Contemporaneamente, dalla camera di Melina giungo­no voci confuse. Melina s'è svegliata, ha udito le voci di Tito e Carlino, vuole accorrere, e la Vicina cerca di impedirglielo.

Merletti    (gridando).  Ecco che l'avete svegliata!

Melina appare dall'uscio, ancora nell'atto di sbarazzarsi della Vicina.

Melina.       Mi lasci!

Poi,  volgendosi ai due giovani,  con  un grido:

Tito! — Carlino! — Siete qua! — E lei, avvocato, che non me ne diceva nulla!

I due giovani restano allibiti alla vista di lei,  irriconoscibile.

Carlino... Tito...

Tito.             Melina...

Carlino.     Melina...

A questo punto, non è più possibile segnare l'ordine delle battute, il cui concerto è affidato al Direttore Ca­pocomico. — Melina, nell'ultima accensione di tutte le sue forze vitali in cui consumerà quel filo d'anima che le resta, quasi trattenuto a forza per rivedere i due giovani un'ultima volta, non potrà dar tempo agli al­tri di parlare; parlerà lei sola, come in un delirio, convulsa, diventando di mano in mano più pallida, ma pur sempre sorridente, quasi felice; e la vivacità dei movimenti si farà in lei sempre più incerta; fin­ché non cadrà morta di schianto, tra te braccia dei due giovani che saranno pronti a sorreggerla. — D'altro canto, però, non sarà possibile che Tito Morena e Car­lino Sanni, agitati, sconvolti da tanti sentimenti e moti dell'animo — pietà, rimorso, rabbia, odio — restino muti ad ascoltare quel delirio. Non solo scatteranno in loro da questi sentimenti e moli dell'animo esclamazio­ni che cercheranno di frenare, di non fare udire, come:

—  A Dio!

—  Melina... Melina....

—  Distrutta!

—  Vile! Vile!

—  Infame assassino...

ma, a un certo punto, allorché Melina ordinerà alla bàlia, che si sarà fatta all'uscio, di portare il canestro dove sarà il corredino preparato da lei per la sua creaturina e lo mostrerà capo per capo ai due giovani, entrambi, simultaneamente, parleranno, ciascuno per suo conto, l'uno contro l'altro; però in modo di non sopraffare con la voce, la voce di Melina. Sarà come un farnetichio interno che verrà fuori con gli stessi versi della faccia e l'artigliarsi delle dita: parole tra i denti, che l'attore non baderà tanto a farle udire quanto a dirle per sé, perché le pensa; e poco importa che non riescano tutte intelligibili. Tito dirà:

—  Ah  Dio,  basta...   basta...

e poi, a  Melina:

Sì... bello! bello! ma basta... lascia, cara! per carità...

—  Il cuore ti mangerei, assassino... Sì, di' anche tu: Bello...  — per causa tua, cane,  questo strazio...

E Carlino, dal canto suo, dirà:

—  Ora, ora fa anche lui « il commosso e l'intenerito »... Bruto! Prima no...

A Melina:

Sì, sì, cara... bello, tanto, sì... — Tutta la tua vita non ti basterà a scontare questo delitto...

E a loro volta la Vicina e Merletti intercaleranno qua e là — opportunamente, come il Direttore Capocomico avrà concertato — le loro esclamazioni e i loro vani consigli, le apprensioni:

—  Ma  così s'ammazzerà!

—  Povera creatura...

—  Sì, vadano di là, almeno!

—  Movetevi!

—  Madonna santa!

—  Così muore...

—  Veda di persuaderla lei...

—  Dio, guardi come s'è fatta pallida!

Dopo questa avvertenza, ecco il delirio di Melina: bre­ve, tutto mosso; dimodoché il concerto di tutta la scena dovrà risultare come in una unica vibrazione spasmo-

dica, che duri pochi minuti.

Melina.       Mi cercate con gli occhi; ma non ci sono più, vedete? — No, Tito, non ti spaventare... Carlino, tu dici Melina... no, non sono io qua... Un filo d'anima, appena un filo... trattenuto per rivedervi... — Di­strutta?  No,  Tito...   —  sono  là,  ora

indica la sua camera, dov'è il bambino:

tutta l'anima mia, tutta la mia vita, il mio amore... sono là, là... — Non v'ingiuriate, no, non v'ingiuria­te... Venite, venite...

Al moto istintivo di repulsione dei due giovani, e alla spinta della Vicina e di Merletti:

No — aspettate! — No, Tito! No, Carlino! Non è vo­stro! non è vostro! Non dovete più pensare a questo!

A  Tito:

che sia tuo...

A Carlino:

o tuo — no! è mio! mio! mio soltanto! pensate che so­no io, io sola in lui... io che gli ho dato la mia vita, la mia! lo dovete amare per questo — e non pensare e non vedere altro — me soltanto, in lui — o vedere lui, lui — senza pensare a voi — lui ch'è tanto bellino... lui che è Ninì, piccolo piccolo... Ninì Franco... ecco, e basta! — M'è costato tanto... Non m'avrà più... Deve aver voi, allora... È innocente! Riposa là nella sua in­nocenza, perché il male che ha potuto fare nascendo, non è colpa sua... È innocente, lui! E mi dovete giura­re, giurare che in quest'innocenza in cui ora riposa lo lascerete sempre, pensando a me — che è soltanto mio... — e lo lascerete crescere... lui, come sarà, per sé — Ninì, Ninì Franco... — non tuo e non tuo... lui, per sé — Ninì, Ninì Franco... — il figlio di Melina... direte così «il figlio di Melina »... di Melina che vi è morta... e che v'ha lasciato lui, come cosa sua, e... Sì, sì,

con tutte le belle cosìne che gli aveva preparate...

Vede la bàlia sull'uscio della camera.

Bàlia...

Voltandosi ai due giovani:

—  ecco, questa è la bàlia... Io affiderete a lei...

alla bàlia:

— il canestro, il canestro... va' bàlia, prendilo...

La bàlia va e torna subito.

Ora vi farò vedere... Tutto preparato con le mie mani... Tutto fatto da me...

Mostrando i capi del corredino:

Ecco, guardate, guardate... tutti questi merlettini... nastri... e anche i ricami... li ho fatti io, io... ho impa­rato a farli da me... Questo, guarda, Tito... e uno per uno, sai, così, tutti i bavaglini... — questo... e quest'al­tro... — Ma no, non parlate tra voi... Guarda, Carlino, tutto cifrato... Sì, bello... Tutto cifrato di rosso... tut­to, capo per capo... Le cuffiette, ecco, le cuffiette... quella coi fiocchi lunghi... no, quest'altra, quest'altra... — e le camicine, le camicine... e qua, ecco, la... la vestina lunga... tutta ricamata, del battesimo, del battesi­mo... col trasparente di seta rossa... rossa, perché ma­schio, maschio il mio Ninì... rossa... — Ah Dio!

Crolla, morta, tra le braccia di Tito e di Carlino che la sorreggono e la sollevano per trasportarla sul letto di là. Accorrono anche la Vicina, Merletti, la bàlia.

Carlino.     Melina!

Tito.             Morta?

La Vicina.   Lodicevo io!

Merletti.   Di là... di là...  sul letto...

La Vicina.   Già fredda...

Il viso, i modi di Tito e Carlino, nel trasportare il ca­davere di Melina, non sono pietosi, ma feroci. Sotto lo stesso cadavere, la mano di Tito, incontrandosi con quella di Carlino, s'è fatta artiglio e ha graffiato fino a sangue, tanto che Carlino non ha potuto trattenere un « Ahi! ». Tutti a gruppo escono dalla scena per l'uscio a sinistra. Si sentono venire dalla camera voci confuse, che dureranno pochissimo, sempre più alte. Dalla porta a destra entreranno il Medico e il signor Franzoni della villa accanto: uomo sulla quarantina, dolente e turbato. Il Medico, dalle grida che giungono dalla camera, comprende subito ch'è avvenuta la morte di Melina.

Il Medico.   Ah, ecco! Sarà morta... Glielo dicevo... Aspet­ti, aspetti un po' qua, signor Franzoni...

Ma non fa a tempo a raggiungere l'uscio a sinistra, che ne vengono fuori, come due belve, Tifo Morena e Carlino Sanni che si son presi alla gola e si dibattono gridando simultaneamente.

Tito.             Cane, cane, tu me la paghi! Non m'esci vivo dalle mani, assassino! Per tutto quello che m'hai fatto soffrire...

Carlino.     Ah, vigliacco! Te la pigli con me, ora che l'hai fatta morire? Tu, tu, assassino, tu — ma son buono anch'io a strozzarti, sai... son buono anch'io...

Merletti    (che ha afferrato Tito ed è riuscito a strapparlo indietro). Siete pazzi, o che bestie siete? Col cadavere là... Non s'è mai vista una cosa simile...

Carlino      (mostrando a Merletti la mano sanguinante). Guarda, lui... guarda... mentre la portavamo...

Tito              (lanciandosi di nuovo) La tua faccia, così, deve re­starmi tra le unghie!

Merletti    (subito trattenendolo). Oh, bada che ci sono io, sai?

Carlino      (lanciandosi anche lui). Credi che mi faccia paura?

Il Medico    (trattenendo Carlino). Per carità, per carità!

Merletti.   È uno scandalo inaudito!

Il Medico.   Davanti alla morte!

La Vicina    (facendosi all'uscio). Vergogna! Vergogna!

Tito.             Così non finisce, sai? così non finisce!

Carlino.     Eh, lo so bene che non può finire così...

Tito.            Perché me lo piglio io, il bambino! me lo piglio io!

Carlino.     Tunon ti pigli nulla! tocca a me! E a quella culla tu non ti accosti...

Tito.             Non t'arrischiare a entrare, sai!

Merletti.   Ma siete veramente impazziti? Avreste il co­raggio d'azzuffarvi per il bambino davanti al cadavere?

Tito.             Il bambino tocca a me, Merletti! Ho voluto io, io e non lui, e tu sei testimonio, che lei se lo tenesse!

Carlino.     Tu? Tuhai gridato a me che non volevi più saperne! né di lei né del bambino!

Tito.             Ma neanche tu volesti più saperne temendo che il bambino potesse restare solo a te! E proprio per questo, ora, il bambino me lo prendo io!

Carlino.     Tunon te lo prendi!

Tito.             Me l'impedisci tu?

Carlino.     Te l'impedisco io! S'è confidata a me, lei, e non a te!

Tito.             Perché tu, Giuda, le desti a credere... —

Carlino.     — no, prima! prima! — per ben due volte! — a me e non a te!

Il Medico.   Signori miei, permettete?

Tito.             — ma nega, nega se puoi, che anche l'ultima volta ti dichiarò...

Carlino.      — no, questo non lo nego!

Tito.             — e allora? — che ti vale la confidenza? T'è ser­vita solo per tradire me, prima — vile! — e poi per ab­bandonare anche lei!

Il Medico.   Dunque lo vedete? Non è possibile, non è af­fatto possibile, che vi mettiate d'accordo su questo punto!

Merletti.   Nessuno dei due può presumere e negare all'altro  il  diritto  sul bambino!

Il Medico.   E un figlio — l'abbiamo detto poc'anzi qua, io e l'avvocato — non può essere che di uno o di nessuno!

Carlino.     Che vuol dire, di nessuno?

Tito              (a un tempo). Come, di nessuno?

Il Medico.   Di nessuno — volete lasciarmi dire un mo­mento? — Nella disgrazia che vi ha colpiti —

Tito.             — ne ha la colpa lui, e la sconta così! —

Carlino.     — no! la colpa è tua! volesti rompere tu la re­lazione! E ora avanza diritti...

Il Medico.   — vi prego, signori! in codesta questione in­solubile in cui vi dibattete — se volete darmi ascolto — la sorte, vedete... — una sorte che certo non può esser lieta, neppure qua per questo signore...

Indica il signor Franzoni.

Tito.             Chi è il signore?

Il  Medico.  Il signor Franzoni della villa accanto...

Merletti.   Ah, il signore che —

Il Medico    (a Merletti). — ha avuto la sventura, sì, co­me le dicevo, di dover sacrificare il figlio per salvare la moglie... — la sorte è provvidenziale — questo si­gnore è venuto con me —

Merletti    (subito). Si prenderebbe il bambino?

Carlino.     Che?

Tito.             Il bambino?

Il Medico.   È pronto ad adottarselo...

Carlino.     Ma che!  Impossibile!

Tito.             Impossibile!

Merletti.   Aspettate! Lasciatelo dire!

Carlino.     È impossibile!

Merletti    (al Franzoni). Lei se l'adotterebbe?

Il signor Franzoni.  Ma se dicono ch'è impossibile...

Tito.             Impossibile!

Carlino.      Impossibile!

Merletti.   E che vorreste farne voi allora?

Il Medico.   Se non vi potete mettere d'accordo!

Merletti.   Avete la fortuna di poter subito risolvere...

Tito.             Ma non così.

Carlino.     Con lei che ha tanto raccomandato...

Merletti.   Sì — a due lupi, come voi siete, l'agnellino —

Tito.             C'è qua ora la bàlia, la casa...

Carlino.     Ecco— si verrà a vederlo, un giorno per uno...

Merletti.   Ma che dite! Siete pazzi?

Il Medico.   Con codesto sentimento...

Tito.             Poi si vedrà! si vedrà!

Merletti.   Ma che si vedrà? Se fate tanto di vederlo, di farlo crescere tra voi, di cominciare a supporre per qualche segno che possa esser tuo, o tuo, voi vi sbra­nerete, per la gelosia, come due belve, — al solo pensie­ro che l'altro verrebbe qua con lo stesso diritto a pren­dersi in braccio, a baciare, ad amare, il bambino che ciascuno di voi due crederà suo proprio! — Voi non dovete nemmeno vederlo! La bàlia lo avvolgerà nel suo scialle e se lo porterà via subito —               

Carlino.     — no! no! —                                                

Tito.             — impossibile! impossibile! —

Merletti.   — ma che no! — subito! — nella casa del si­gnore, qua accanto!

Il signor Franzoni. Iopotrei dar tutte le garanzie —

Tito.             A mani estranee...

Carlino.     Dopo quello che disse, prima di morire...

Merletti.   Ma non avete veduto che effetto ha ottenuto con ciò che disse prima di morire? Vi siete presi alla gola — con raccapriccio di noi tutti — col cadavere ancora caldo — e sarà peggio domani —

Il Medico.   — nemici per forza, con questo bambino tra di voi —

Merletti.   — se dite per lei — questa fortuna di poter subito mettere in salvo dal vostro odio il suo bambino —

Il Medico.  — ah, se l'avesse potuto sapere! almeno sperare!

Il signor Franzoni. Vi posso assicurare che noi lo ter­remo come avremmo tenuto il nostro figlio!— E non ne avremo più altri... Il dottore lo sa... — Ha voluto rischiar di morire — sapendolo — mia moglie — da tanto che desiderava d'avere un figlio — avrà questo — e i signori possono essere sicuri, quanto all'avvenire del bambino, perché le nostre condizioni... — son pron­to, ripeto, a dar tutte le garanzie...

Merletti.   Voi dovete riparare d'un'altra maniera a tut­to il male che faceste a questa poverina — ora che per fortuna s'è trovato il modo di salvarle il bambino —

Il Medico.   — sì, sì — ora che ogni ragione d'odio tra voi sarà così finita —

Merletti.   — amare ancora insieme la sua memoria —

Il Medico.   — tornando amici! —

Merletti.   — là, davanti a lei che venne qua per voi, con tutti i ricordi della vostra gioventù! Le ridonerete così il sorriso, di creatura dolce, quale fu sempre per voi — tanto che è morta per lo strazio d'avervi fatti nemici, senza volerlo! Ecco, bravi, così: amici, amici — e andate, andate là, a chiederle perdono — così... così abbracciati!

Carlino, dopo aver per un po' singultato nello stomaco, alle prime parole di Merletti, non reggendo più, va a buttarsi piangendo tra le braccia di Tito, che piange anche lui.

TELA

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