O ritorno do trisavo

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DUE ATTI  IN GENOVESE

DI

Enrico Scaravelli

                                                                                                       

                                       

Personaggi in ordine di apparizione:

ADALBERTO  CATTANEO            avvocato
MIRELLA                                          mëgo -seu moggé    

SUSANNA                                         figgia de Adalberto

COMBIN                                                  donna de servissio

JEAN PLANCHET BOTTA           amïgo de Adalberto

GERMANO REALE                         faccendiere

ALFREDO                                       lattoné

NORMA                                             amïga da Mirella

LAURA                                              amïga da Norma

FILIPPO CATTANEO                    il trisavolo

In te n’antigo palazzo in to centro storico de Zena ai giorni nostri

ATTO PRIMO

La scena si svolge in una antico palazzo nel centro di Genova. La scena rappresenta una porta centrale che può essere costituita anche da una grande vetrata. Porta a destra ed a sinistra. A sinistra conduce all’esterno, a destra va alle camere ed alla cucina. Caminetto d’angolo. Mobili di una certa epoca. Specchio alla parete. Tavolino con telefono, mobiletto con televisore posto in un angolo del proscenio, col teleschermo volto all’interno della scena. Stelo per attaccapanni, quadri alle pareti ed un ritratto di un  bisavolo, del ‘700. ben incorniciato.

La scena, all’apertura del sipario, appare vuota. Si sente della musica da ballo fuori scena.

SCENA I

(Adalberto – Mirella)

(in scena, su una poltrona sta leggendo una rivista la moglie di Adalberto, Mirella)

ADALBERTO :- (entra in scena. Va al mobile bar e si versa un bicchiere di Wisky. Lo alza e rivolto al ritratto dell’antenato…) “A ti, cäo mae Filippo Cattaneo, nobile da Repubblica Zeneize, besävo, do bezävo do mae bezävo e via andare… Ti senti che bordello che gh’è de de là?… Tûtti i anni a l’è da maexima…” (scimmiotta la voce di una certa Laura)“<Avvocato…> me fa a Scià Laura, <festezziemo anche quest’anno da Voscià o Carlevà, nevvea? Scià l’ha ûn salon grande …>”(con ironia) “O màjo da Norma o s’è zà affittòu o costûmme da Spiderman…” (mimandone con comicità l’aspetto) “Ûn po’ de tipo de ommo ragno scì… o l’è ërto ûn metro e mëzo co-i tacchi e o l’ha ‘na pansa cö pà incinto… E  coscì son de longo chi a rompì a santiscima… No l’è ancon Carlevà ma han attrovòu o moddo de ballà o maeximo… <Ballando con le stalle!>… Gh’ò a testa comme ‘n balon…Ancon da sae che a mae Süsanna a se demöa… armeno me pä…”

MIRELLA       :- (moglie di Adalberto, prende un bicchiere con del liquore,  che aveva lasciato sul tavolino, osserva le mosse del marito e si avvicina, non vista, alle sue spalle)

ADALBERTO :- “Comunque, cäo mae antenato, brindo con ûn ottimo wisky, ä teu salûtte!” (alza il bicchiere verso il ritratto e beve un sorso)

MIRELLA       :- (non vista e sempre alla spalle di Adalberto, risponde con voce stentorea) “Salûtte anche a ti!”

ADALBERTO:- (sbruffa l’wisky e guarda il ritratto stupefatto) “Ma… ma… ti m’hae risposto?…e con a vöxe da donna?”

MIRELLA       :- (gli batte una mano sulla spalla)

ADALBERTO :- (spaventato, si volta di scatto e sbotta)“Ma... t’è tì? Ti m’hae faeto piggià ûn resäto che ciù ‘n po’ gh’arresto secco!”

MIRELLA       :- “N’accapiscio perché… T’hae dïto salûtte e mi t’ho risposto”

ADALBERTO :-(posa il bicchiere si siede stancamente)“Scûsa… pe’ ‘n momento me pàiva che…”(accenna involontariamente al ritratto)

MIRELLA       :- “…ch’o fïsse o teu antenato Filippo Cattaneo…Ma visto che i ritraeti no parlan… no poeiva ësse te pä?”

ADALBERTO :- “Eo sorviapensiero… quello bordello de de là, ti che ti spunti improvvisamente a-e mae spalle e-o penscieo che doman gh’o ‘na causa  molto delicà in tribûnale…  …”

MIRELLA       :- “E va ben, ma ‘n’imbroggion de ‘n bravo avvocato comme tì, ti te a caviae ben senz’ätro… No te agità… ti veu che te mezûe a presciòn?”

ADALBERTO:- “No, grassie…” (sorridendo)“no me fîo de voiätri mëghi do cheu… de voiätri cardiologhi…”

MIRELLA       :- “No ti te fïi de teu moggé? No te fasso mïga ‘n’operazion a-o ventricolo, te mezûo solo a prescion” (lo guarda) “Ti te senti mä?”

ADALBERTO :- “Tranquilla Mirella… L’è staeto ‘n momento de perplescitae…”

MIRELLA       :- “T’aspëtan de de là pe’ o ballo finale”

ADALBERTO :- (di malavoglia) “Andemmo a fa o treno. Pàggimo tanti lombrighi che se tegnan i scianchi e van in fila a son de müxica comme i figioammi in te l’asilo…”

MIRELLA       :- “Andemmo coscì i ospiti se ne van”

(escono. La musica continua mentre entra in scena la domestica)

SCENA II

(Combin – Jean - Adalberto)

COMBIN         :- (colf, donna tuttofare entra con un vassoio di bicchieri vuoti, attraversa la scena) “Speremmo che no se imbriaegan”  (va in cucina a destra. Suonano alla porta. Combin rientra e va a sinistra ad aprire. Entra Jean, un amico francese di Cattaneo)

JEAN              :- (parlerà sempre con marcato accento francese) “Perdonné moi, mademoiselle, sono Jean Planchet Bottà, amico dell’avvocato Cattaneo…”

COMBIN         :- “Si accomodi, prego”

JEAN              :- “Merçi…”(elegante ed eccentrico) “Mi aveva detto che preparavano una festa in costume… Vedo che anche lei si è vestita, diciamo da domestique… sembra veramente una domestica …mes compliments”

COMBIN         :- (al pubblico) “Se vedde che da lé o Carlevà o l’arrïa primma che da noiätri” (con sottile ironia) “Eh già, mi ci attrovo così bene che mi viene voglia di portarlo tutti i giorni che vengo qua… cià occhio lei…”

JEAN              :- “Ç’est vrai… E’ vero… l’occhio del cacciatore, o come dite voi, ho l’occhio in clinica… ç’est jüste?”

COMBIN         :- “Sarà bene che se lo riprenda dalla clinica…”

JEAN              :- “Comment?”

COMBIN         :- “L’occhio in clinica… “ (con garbo) ”Guardi signor Jean, non so come si dice in francese ma qui da noi si dice <l’occhio clinico>”

JEAN              :- “Ah, ah, ah… vous avez raison… exscûsé moi… scusatemi… Ma adesso vorrei parlare con l’avvocato Cattaneo… ç’est possible?… Potete chiederlo alla vera domestica n’est pas?”

COMBIN         :- “Se la vedo glielo dirò… Comme o l’ha dito de ciammäse?”

JEAN              :- “Je m’appelle Jean”

COMBIN         :- “E’ quasi come in genovese: Giuàn! E ora, se scià permette, vado a vedere se l’avvocato Cattaneo può venire…”(con sottile ironia) “sa, la domestica cià la giornata di permesso” (esce)

JEAN              :- (guarda il ritratto dell’antenato di Adalberto) “Il paraître Robespierre”

ADALBERTO:- (entra e va incontro all’amico con le braccia allargate) “Jean Planchet Botta… cher ami, che sorpresa… quel plaisir de te revoir.. dopo tanto tempo… A che debbo l’onore della tua visita?” (si abbracciano)

JEAN              :- “Vengo da Roma; il mio avion parte domani per Parigi e così ho preso un taxi ed ho pensato di venirti a salutare… Comment ça va?”

ADALBERTO :- ”Abbastanza bene, merçi,… Come al solito: Sono molto preso col lavoro e mia moglie si lamenta che la trascuro”

JEAN              :- “A proposito, come sta tua moglie?”

ADALBERTO:- “Abbastanza bene. Oltre ad esercitare la sua professione di medico organizza delle feste, dei convivi, ma io nelle feste non mi ci trovo… mi sento come ûn poisson au dehors de l’eau. Un pesce fuor d’acqua. Ma prego, siedi” (siedono entrambi)

JEAN              :- “Je comprende… Così, con la tua professione sei sempre a fare… come si dice in italiano… aringhein tribunale?”

ADALBERTO :-  (sorridendo) “Più che aringhe, che sono pesci, faccio <arringhe> con due erre…Sì, ho delle cause molto importanti ed il mio studio in centro, è ben avviato”

JEAN              :- “E tua figlia sarà ormai una signorina, cosa fa di bello?”

ADALBERTO :- “Susanna frequenta l’ultimo anno di giurisprudenza e viene da me nello studio a far pratica. Ma parlami di te… cosa fai? Sei sempre nel mondo dello spettacolo?”

JEAN              :- “Organizzo tournée nel mondo per la lirica. Il Ministero della Cultura e dello Spettacolo del mio Paese mi ha incaricato di prendere contatti con i migliori teatri… Ne vengo dal Metropolitan di New York dove la Compagnie Operistique de France si esibirà prossimamente con la Carmen di Bizet e Luise di Charpentier”

ADALBERTO :- “Complimenti… Sempre in mezzo alle Star…Hai già dove alloggiare stanotte?”

JEAN              :- “No, mai çe n’est pas ûn problème. Ho il numero di telefono del- l’Hotel Plaza a Genova… anzi, se permetti dò una telefonata”

ADALBERTO :- “Ma manco pe’ rïe… Questa neutte ti dormiae chi, in ta stanzia di ospiti”

JEAN              :- “Volentieri ma… sicuro che non disturbo?”

ADALBERTO :- “Proppio pe’ ninte. Do disposizioni in proposito…” (suona il campanello ed appare Combin)

COMBIN         :- “Scià comande avvocato”

ADALBERTO :- “O mae amïgo o passa a neutte da noiätri… Preparighe a stanzia di ospiti”

COMBIN         :- “Sûbito!” (esce)

JEAN              :- “Ma… è la tua domestica davvero quella?”

ADALBERTO :- “Come sarebbe a dire <davvero?>… Sono anni che Colomba è a servizio da me… perché?”

JEAN              :- “Che stupido sono stato… Le ho detto che aveva il costume da domestica perfetto per il carnevale…!”

ADALBERTO :- “Ah, ah…A parte il fatto che non è ancora Carnevale, mai giudicare dalle apparenze caro Jean…De apparenze no te fià se no i veu gabbòu restà… dice un detto genovese”

JEAN                  :- (si alza e va verso il quadro) “A proposito di apparenze…Osservavo quel ritratto poco fa. Ha qualcosa di misterioso… quello sguardo strano, magnetico, penetrante, direi che assomiglia più a Robespierre che a Danton”

ADALBERTO :- ”Dici? E’ un mio antenato… E’ una lunga storia…Il quadro era stato rubato quando c’era ancora mio nonno in questo palazzo… Io non ero ancora nato, ma me ne parlava spesso mio padre che conservò una fotografia del ritratto. Poi alcuni mesi fa, stranamente, ho sentito l’impulso di partecipare ad un’asta, come se qualcuno me lo avesse suggerito, anzi: ordinato. Figurati che io non ho mai partecipato ad un’asta, ed ecco che viene posto in vendita proprio il quadro del mio antenato… come se fosse stato previsto”

JEAN              :- “Vuoi dire che qualcuno o qualcosa ti spinse ad andare a quell’a- l’asta?”(siede)

ADALBERTO :- “Proprio così… e ancora non me lo spiego… Fu come se guidassero i miei passi, come se dentro di me ci fosse chi mi diceva che cosa dovevo fare. Assurdo vero?”

JEAN              :- “A volte sentiamo dei richiami, sogniamo fatti che poi accadono veramente…Magari vai in un posto che non ha mai visto e ti pare d’esserci già stato. La mente umana è piena di misteri e non sappiamo darvi una spiegazione accettabile”

ADALBERTO:- “E così ho acquistato il quadro col ritratto di Filippo Cattaneo, che pare sia morto nel 1746 durante la rivolta dei genovesi contro gli austriaci… Figurati che ogni volta che lo guardo ho l’impressione che mi segua con gli occhi… come se avesse da sistemare qualcosa che ha lasciato in sospeso, qualcosa di incompiuto. Noto che anche a te ha dato questa sensazione”

JEAN              :- “Sì…” (si alza e va ad osservare il ritratto) “Ha uno sguardo penetrante.. come se avesse dei conti da saldare… Sembra persino che voglia colpevolizzarmi di chissà che cosa…” (sorridendo) “Va bene che sono discendente del generale Botta, italiano che si alleò con l’Austria e che ha combattuto contro di voi genovesi a quell’epoca…” (sorridendo) “Ma io ovviamente non c’ero e non c’entro. Hai scoperto altro?”

ADALBERTO :- “Non più di tanto… Ho fatto qualche ricerca all’archivio storico e mi risulta che sia stato coinvolto nel 1742 in una scaramuccia contro gli austriaci che arrivavano dal Piemonte che, in quel momento storico erano alleati dei piemontesi che li avevano aiutati contro la Francia. Siccome Genova era alleata con la Francia, come tu certo saprai, con quella scusa hanno invaso la città e se ne sono impadroniti, inducendo Genova a sborsare un sacco di soldi…”

JEAN              :- (con garbata ironia) “…e chiedere troppe palanche a dei genovesi…” (siede) “Ho letto qualcosa sulla storia che riguarda il mio antenato generale Botta come ti ho accennato … Pare sia lui che abbia richiesto quella specie di ricatto ai genovesi…”

ADALBERTO :- (sorridendo) “Senza pare… o l’è staeto proppio lé. Però…o mondo o l’è proprio piccin. Pensa un po’: io discendente di Filippo Cattaneo e tu del generale Botta, nemici fra loro…mentre noi siamo amici. Ma ritornando alla richiesta di danaro, a quell’epoca dovette intervenire anche il Banco di San Giorgio che sborsò un milione di genovini, la moneta di allora agli austriaci, ma poi…” (come un rimprovero) “il tuo Botta, oltre alla consegna della armi, chiese altro danaro e a-o popolo gh’è giòu o berettin, tant’è vero che si ribellò. Da ricerche fatte all’ar- chivio storico, come ti ho detto, pare che il mio antenato, sia stato im- prigionato e poi fatto evadere da un comitato di cittadini. Poi non se ne seppe più nulla… almeno non ho trovato alcuna documentazione in proposito”

JEAN              :- (scrutando il quadro) “Mi sembra un’anima in pena”

ADALBERTO :- “Sapessi quante anime in pena, vere o fasulle vedo nella mia professione di avvocato… “ (si alza con Jean) “Ma adesso cambiamo discorso… Sarà meglio che ci salutiamo prima che tu vada a riposare perché domattina mi alzo di buon’ora. Vorrà dire che se ti svegli prima che io vada via ci saluteremo ancora. Mi raccomando… non stare tanto tempo senza darmi tue notizie”

JEAN              :- “Ti aspetto a Parigi!”

ADALBERTO :- “Peut-être, non si sa mai. O tempo o l’è galantommo. Ma vieni nel salone che ti presento agli amici prima che se ne vadano” (escono) 

(SI ABBASSANO LE LUCI  E POI SI RIALZANO)

SCENA IV

 (Susanna – Combin - Jean)

SUSANNA      :- (            entra e con Germano,un faccendiere) “Me despiäxe ma mae papà o l’è andaeto in tribûnale e no se sa quande o porrià vegnì. Ma Scià me digghe Sciò Reale, gh’è quarcösa che no va? O veddo…  tûrbòu”

GERMANO    :- (uomo sulla quarantina, ben vestito) “Scià gh’à euggio a notà queste cösse… Scì… gh’ò… gh’ò ûn grosso problema… de rogne e voeiva conseggiäme con l’avvocato so poae”

SUSANNA      :- “O l’ha ‘na causa cö tegne molto impegnòu, ma appena-a o veddo ghe diòu che scià ghe veu parlà”

GERMANO    :- (si avvicina alla ragazza con intenzione) “Scignorinn-a Susanna… Scià l’è libera staséia?”

SUSANNA      :- (sul chi vive) “Perché?”

GERMANO    :- “Perché gh’ò dui biggetti pe’ andà a o Politeama a vedde a commedia Teresa Raquin de Emile Zola”

SUSANNA      :- “Ciù che commedia a l’è ‘na tragedia”

GERMANO    :- (esageratamente galante) “Ûnn-a tragedia saieiva ûn so refûo…”

SUSANNA      :- “Adreitûa!…” (decisa) “O ringrassio de l’invito ma devo preparàme pe’ a session di esammi… E o-a scià me scûse sciò Reale ma devo andà a l’ûniverscitae”

GERMANO    :- “Ma scià no me ciamme sciò Reale…” (affettato, galante) “Scià me ciamme pe’ nomme… Germano…”

SUSANNA      :- “Germano…?” (ironica) “Germano Reale?”

GERMANO    :- “No, no, solo Germano e no Germano Reale se donca me pä d’ësse n’anitra in to Bezagno”

SUSANNA      :-“Ah, solo Germano…”

GERMANO    :- (si avvicina e l’abbraccia mentre la ragazza si divincola allontanandolo)

SUSANNA      :- (adirata) “Ma scià l’è matto?”

GERMANO    :- “Ma mì…” (in quell’istante come avesse preso un calcione nel sedere, si china in avanti fa due passi scomposti e cade a terra. Si rialza impaurito, si massaggia i glutei, si guarda attorno, guarda spaventat la ragazza e dapprima ti-

tubante poi più convinto, se la da a gambe gridandole) “Ma…cösse sûccede? Scià m’ha daeto ‘na pessà in to pané? Scià l’è ‘na strîa!?”

SUSANNA      :- (perplessa e incredula) “Ma cösse gh’è giòu a quello imbroggiòn de ‘n faccendiere? O s’è cacciòu in taera e me dà da strîa comme fisse corpa mae. Pe’ mì gh’ammanca ‘na reua… Vanni a capì çrta gente…” (chiama) “Comba, Combin…”

COMBIN         :- (entra) “Scià digghe scignorinn-a”

SUSANNA      :- (pensierosa) “Vaddo a l’ûniverscitae, no so a che òua vegno… se arrîa primma mae papà ti ghe o dixi”

COMBIN         :- “Scià no dûbite… Ma… a veddo tûrbà… Quarcösa no va?”

SUSANNA      :- “No saviae… L’è appenn-a andaeto via o sciò Reale ch’o l’ha çercòu de… scì insomma….”

COMBIN         :- “L’ho visto tûtto abbarlûgòu[1]…Oua accappiscio… Brûtto galiöto! Ho l’ha piggiòu a porta comm’o fïsse inseguìo da-e guardie…Scià stagghe all’euggio perché de mae amïghe m’han dïto co l’è ‘n poco de bon…ûn co l’ha e moen in faccende poco ciaèe e che o l’è za staeto indagòu. No se sa cöss’o fasse ma dïxan co l’è sempre pin de palanche… Me sa che ghe seggian sotto di bell’imbroggi… “ (sorridendo) ”Scià no me digghe che scià l’ha scistemmòu…”

SUSANNA      :- “Veramente o s’è scistemmòu da solo. A’n çerto momento se sente comme un rumore soffocòu, o fa dui passi e o cazze pe’ taera comme se l’essan arrunsou. Poi o se massaggia o fondo schenn-a, o m’ammia comme svampîo e mentre o scappa spaventòu o me dà stria!”

COMBIN         :- “Comunque pe’ mi o l’è ‘n malemmo… Scignorinn-a in ta stanzia di ospiti gh’è quello françeise, o sciò Gioàn… devo adesciàlo?”

SUSANNA      :- (controllo l’orologio) “Aspëta ancon ‘na mëz’òetta e poi ti o ciammi”

COMBIN         :- “Scià me scûse, voeivo dillo a so moae ma a l’è andaeta in to so stûddio in via Vinti… gh’è o scädabagno co no funsionn-a e… vorrià dî che o sciò Gioàn o se lavià con l’aegua freida… Ho çercòu l’Al- fredo, o nostro lattoné, ma gh’è sempre a segreteria telefonica…” (sorniona) “So che scià o conosce…”

SUSANNA      :- “O travaggia e o stûddia lé ascì… Se o veddo ghe o diòu… Ciao” (esce)

COMBIN         :- “Scignoria” (osserva il quadro. Lo raddrizza)“ ‘Sto quaddro o no sta mai drïto, manco se quarchedûn o ghe mettesse man” (lo guarda e poi mani sui fianchi come redarguirlo) “E ti cösse t’hae da ammiäme con quello muro da galiöto? No l’è fosci véa che t’è de longo storto?…” (in quell’istante si sente lo schiocco di uno schiaffo. Combin, arretra barcol-lando con una mano sulla guancia. Spaventata guarda il quadro, si guarda attorno) “Ahia! Ma… ma chi l’è staeto a damme ‘n lerfon? Oh, Segnô … ma chi no gh’è nisciûn! I fantaximi?...  No l’è poscibile!” (guarda il quadro passandogli lentamente davanti) “No … no peu ësse!… Ma che sberla!…” (fa per scappare mentre entra Jean)

JEAN              :- “Buonjour mademoiselle… Già andato via l’avvocato?”

COMBIN         :- (ancora incredula dell’accaduto e frastornata) “Eh?… Come…?”

JEAN              :- “Le chiedevo se l’avvocato Cattaneo era già uscito perché volevo salutarlo”

COMBIN         :- (guardandosi attorno e sbirciando di sottecchi il quadro, si massaggia la guancia) “Ah… l’avvocato… Sì, è sciortito presto e ha detto che lo saluta e che vi sentirete… Aveva un po’ di sprescia”

JEAN              :- “Ma che ha?… Si sente male?”

COMBIN         :- (esegue) “Non lo so”

JEAN              :- “Non lo sa?… Si sieda e si tolga la mano dalla guancia“ (la toglie) “Ha male ai denti? Ha la guancia molto rossa”

COMBIN         :- “Non… non lo so…”

JEAN              :- “Su… mi dica chi l’ha trattata così… Non certo mon ami Adalberto… il est ûn gentilhomme”

COMBIN         :- (con voce cauta, come se temesse che qualcuno sia in ascolto) “Cäo Sciò Gioàn, l’è ûn mistero… Ma se glielo dico mi prende per stondàia…”

JEAN              :- “Stondàia? Immagino che significhi <sciocca>, n’èst pas? Mi rac- conti e si rilassi” (siede di fronte)

COMBIN         :- “L’è ‘n bello dï si rilassi… Sono diversi anni che sono un po’ il tuttofare in questa casa e tutto è sempre andato per il meglio, ma da quando c’è in appeso in salotto quel quadro… succedono cose strane”

JEAN              :-“Ma è solo un ritratto un antenato dell’avvocato a quanto mi ha detto… E quali sarebbero queste cose strane?”

COMBIN         :- “Ci dico!… Mi dia bene a mente… Se metto un vaso di fiori sotto il quadro, molte volte lo trovo rovesciato con l’acqua spantegàta sul pavimento, tanto è vero che una volta sono scuggiata e ho preso una patta per terra”

JEAN              :- “Ma ci sarà stato il vaso in bilico e sarà scivolato”

COMBIN         :- (con voce cavernosa e cupa) “Era fissato bene e non locciaaavaaa… Sono io che sono scivolata!” (mima la scivolata) “Ne vuol sapere un’al- tra? Ce la conto subito! Una sera era scoppiato un grosso temporale ed era saltata la luce; con a Susanna aççendemmo ûn candeläio e…”

JEAN              :- “Candelàio… candelàio…dove ci si mettono le candele, vero? “

COMBIN         :- (salace) “Io asparagi al posto delle candele non ce li ho mai messi, anche perché immagino che non facciano chiaro. Coscì, con a scignorinn-a Susanna andemmo da o contatò da lûxe passando davanti a-o quaddro…” (con suspence scandendo le parole) “quande sentimmo sciûscià…” (atteggia le labbra al soffio)

JEAN              :- “Conosco <sciuscià> è il ragazzo di strada napoletano”

COMBIN         :- (seccata dell’interruzione) “Sarà, ma questo sciûscià era sciuscione, un soffio che ha asmortato le candele. Sciccome ciavevo i bricchetti, ho acceso gli stoppini e li…” (misteriosa) “torna zû ûnn’ätro sciûscion co l’asmorta e candéie”

JEAN              :- “Et alors? »

COMBIN         :- ”Et alors… et alors a Susanna a diva che l’èa corpa mae che ghe sciûsciavo cö naso, mi invece divo che l’èa corpa so e poi… è torna arrivata la luce e abbiamo quetato per un po’ di tempo, ma…”

JEAN              :- “Ma?…”     

COMBIN         :- (con voce tenebrosa) “Ma anche l’orologio a pendolo che c’è nell’in- gresso si mette a suonare senza averci dato la corda alla suoneria”

JEAN              :- “Come mai avete tolto la suoneria? E’ così bello il rintocco di un orologio a pendolo … Sembra di udire il Big-Ben di Londra”

COMBIN         :- (ironica) “Saià anche bello o Biggo-bello a Londra, m chi, specialmente in to profondo da neutte ch’o rimbomba ciù forte e o no ne lascia dormì. Il fatto è, caro scignoro, che a volte suona lo stesso i quarti d’ora, le mezz’ore e le ore. O l’è ‘n mistero! Io non ci capisco più un berrettino!”

JEAN              :- “E poi? C’è dell’altro?”

COMBIN         :- “E me n’incannello se c’è dell’altro. Poco fa quando ho visto il quadro torna storto, me son arraggià e gho’ho dito quarcösa…”

JEAN              :- “A chi?”

COMBIN         :- “Ma a quello nel quadro, no?”

JEAN              :- “Ah, ah… e cosa ha detto… <a quello nel quadro?>”

COMBIN         :- (tergiversando) “Ma sa… non vorrei che ripetendo quello che ciò detto mi arrivasse un altro lerfone” (mima un manrovescio)

JEAN              :- “Bene, se arriva vedrò anch’io e potrò testimoniare”

COMBIN         :- “E belle balle! Lé o testimonia e mi me piggian a mascae!”

JEAN              :- “Alors?”

COMBIN         :- “Ce lo dico in un orecchio… no se sa mai…” (esegue)

JEAN              :- “Ma no!”

COMBIN         :- “Ma sì! E te me arrivòu ûn lerfon… una sberla capisce, che più in po’ m’arrobatto per terra… Böxarda mì, veitae o segno de dïe… Io non mi sberlo da sola… No ghe penso manco” (riflettendo) “Ah, ma alloa… oua accapiscio!..  Poco fa c’è stato un conoscente, un … signore diciamo … che ciù che signoro o me pä ûn malemmo, che non s’è comportato molto bene in casa e pare che sia stato preso a calci in cu ... nel di dietro”

JEAN              :- “E da chi?”

COMBIN         :- “Preferiscio no fa di nommi… maniman…”

JEAN              :- “Glie l’ha raccontato questo all’avvocato?”

COMBIN         :- “Sono stata lì lì per dirlo ma poi mi sono detta: <E se o me piggia pe’ na vixonäia e o me manda a vende giàsso ai esquimeixi?…> Sa io non ciò le scuole e trovà ‘n travaggio de ‘sti tempi…”

JEAN              :- (si alza e fa altrettanto Combin) “Vedrà che si risolverà tutto. Glie ne parli all’avvocato Cattaneo, magari con la testimonianza di sua figlia per via delle candele spente…”

COMBIN         :- (avviandosi alla sala) “Me sa tanto che gh’orrieiva ‘n’esorcista…o ûn medium…Va ben, lascemmo perde… Venga che primma che scià se ne vadde le preparo la colassione”

JEAN              :- “Le petit-déjeuner”

COMBIN         :- “Ma no che non digiuna…Venga” (esce)

JEAN              :- “Intendevo dire… la colazione” (si avvicina al quadro e lo guarda) “Se è vero quello che dice la domestica, qualunque cosa ti abbiano fatto, perché te la prendi con gli altri?… Oh, ma che dico… mi lascio suggestionare dal racconto di Colomba… Un quadro non può parlare ne tanto meno prendere a schiaffi le persone, specialmente una donna… Sono suggestioni… Mai oui, ils sont des hallucinations o, come dicono gli italiani, tutte balle!” (si volta per uscire e poi, come se ricevesse un calcione nel didietro, si abbassa saltellando e lamentandosi) “Ahi… ma chi mi prende a pedate? Ça n’est pas posible” (si massaggia con una mano il sedere ed esce alla sua destra)

                        

SCENA V

(Susanna – Alfredo - Combin)

(entra dall’esterno Susanna con Alfredo, giovane operaio)

SUSANNA      :-“Vegni Alfredo… Meno male che t’ho attrovòu e che t’è libero”

ALFREDO      :- (con la cassetta in uso agli idraulici) “Libero pe’ moddo de dì…Gh’ò tanti travaggi za prenotae…” (con affetto) “… ma pe’ ti  amô son sempre a disposizion… Cösse gh’è che no te funsionn-a?”

SUSANNA      :-“A mi ninte…me funsionn-a tûtto…Vegni anghaêzo che te mostro … Comme t’ho dïto pe’ stradda, no funsionn-a o scädabagno” (fa per avviarsi ma viene trattenuta per un braccio da Alfredo)

ALFREDO      :- “Ma mi, funsiunn-o” (l’abbraccia)

SUSANNA      :- (staccandosi da lui) “Se ne vedde mae poae ti sae cösse o me dijeiva?”

ALFREDO      :- “Che ti fae ben”

SUSANNA      :-“T’òu parrà. O me dijeiva:<Ma ti t’è innamoà proppio de ‘n’idrau- lico ti che t’è a figgia de n’avvocato affermòu!?”>

 ALFREDO     :- “Stûddio mi ascì…e no solo pe’ vive… son feua corso, ma me sa tanto che doviò tegnime streito questo mesté ch’o dà do travaggio. Ä giornà d’ancheu no gh’è ciù chi sa fa o caigà, o bancà, chi ripara pae- gua, chi sà impaggià de careghe... stûddian tûtti e i mesté de ‘na votta i demmo da fa magara a di foresti… lamentandose poi che ne portan via o travaggio”

SUSANNA      :- (con ironia) “Ma ûnn-a figgia ancheu a no se piggia ûn caigà o ûn bancà e via discorrindo…“

ALFREDO      :- (affettuoso) “Alloa no gh’ò speranze…” (contestando garbatamente) Mïga tûtti gh’han i genitori o i nonni che dan a poscibilitae de stûdià ai figgi o ai nëvi. Me fan rïe quelli che dixan che: tutti hanno diritto allo studio. Ma con quae dinae?”

SUSANNA      :- “Beh, oua no fa o contestatò”

ALFREDO      :- “Ma a l’è a veitae… tanto l’è vea che ciù che ‘n stûdente te serve ‘n’idraulico”

COMBIN         :- (entra) “Ah, scià l’e voscià scignorinn-a Susanna?” (guarda incuriosita Alfredo) “Oh, bene, scià l’ha attrovòu o stagnin…”

ALFREDO      :- “Idraulico!”

SUSANNA      :- “Combin, accompagnilo a vedde o scädabagno”

COMBIN         :- (avviandosi con Alfredo) “Venga con me signor lattoniere”

ALFREDO      :- “Idraulico!” (escono)

SCENA VI

(Combin – Susanna)

SUSANNA      :- (tra sé, davanti allo specchio si dà un’aggiustatina ai capelli) “Eh, cäo Alfredo…” (con voce dolce) “Chissà se a nostra stöia a l’andià in porto”

COMBIN         :- (entra titubante. Da un’occhiata al quadro, fa per riaddrizzarlo ma poi, comicamente desiste mimando l’atteggiamento)

SUSANNA      :- (si avvede  dello strano comportamento) “Combin… cösse ti fae?”

COMBIN         :- (impacciata) “Voeivo… voievo addrizzà o quaddro”

SUSANNA      :- “E allo fallo”

COMBIN         :- “No m’azzardo”

SUSANNA      :- “Oh, bella questa, e perché?”

COMBIN         :- “Perché… perché…” (si avvicina al tavolo dov’è seduta la ragazza) “Scignorinn-a Susanna posso fäghe ‘na confidenza?… Ma scià no me pigge pe’ ‘na vixonàia però”

SUSANNA      :- “Sciù, assettite e contime”

COMBIN         :- (siedono) “Primma che o sciò Gioàn o partisse pe’ Pariggi, ho addrizzòun o quaddro che, chissà comme mai, o l’è de longo storto”

SUSANNA      :- “Peu dässe che l’attaccaglia a segge scc-entrà”

COMBIN         :- “No creddo che ûn quaddro scimile o no l’agge l’attacco in to mëzo… E ben , ho ‘n po’ mugugnòu a dî a veitae e sûbito doppo te m’è arrivòu ûn lerfon che ciù ‘n po’ o me caccia pe’ taera…”

SUSANNA      :- (incredula) “Te saià parsciûo”

COMBIN         :- (reagendo) “Da o mä ch’ò sentîo dijeiva de no. Anche o sciò Gioàn o l’ha visto o segno de cinque dîe in sce-a mae ganascia e comme gh’ò dïto a lé, mi no me daggo di lerfoin da sola!”

SUSANNA      :- (sorridendo) “Ma comme l’è mai poscibile?… Ti te saiae asseunnà”

COMBIN         :- “Alloa o s’è assunnòu anche o françeise perché o l’éa chi co diva quarcösa a quello… a quello seu antenato e o m’ha dïto ch’o se piggiò di cascì in to pané!”

SUSANNA      :- “Ma davvei? Ma alloa anche o sciò Reale… Ma no, cosse vaddo a pensà!”

COMBIN         :-(comica)“A meno che o no segge staeto bon de dàsse di cäsci in to pa- né da solo! O l’éa tanto inveddròu ch’o se n’è andaeto de sprescia e o l’ha dïto che fin che gh’è quello ritraeto o no mettià ciù pë chi drento!”

SUSANNA      :- (perplessa) “Ma comme l’è poscibile… Beh, oua no te agità e vanni pûre, ne parliò a o papà e a mae mammà; intanto vaddo a vedde l’Al- fredo cösse o combinn-a cö scadabagno” (esce a destra)

SCENA VII

(Combin - Norma – Laura – Mirella - Susanna)

COMBIN           :- (suonano alla porta. Combin va ad aprire. Sono Norma e Laura) “Bongiorno”

NORMA          :- “Bongiorno Combin… Poemmo intrà?”

LAURA           :- “Voeivimo parlà con a dottoressa  Mirella pe’ a festa do proscimo Carlevà, comme ti sae…”

NORMA          :- “Gh’è da preparà tante cose e coscì voeivimo mettise d’accordio e dividise o da fa”

COMBIN         :- “Vaddo a  vedde s’a l’è rientrà intanto che v’accomodae” (esce)

NORMA          :. “Grassie… alloa… aspëttemmo chi” (siede)

LAURA           :- (osserva i quadri soffermandosi davanti al ritratto di Filippo Cattaneo. All’a- mica) “Norma, mi no me ricordo d’avei ma visto quello quaddro e ti?”

NORMA          :- “Son meixi che no intremmo in te questo salotto. Semmo sempre staete in giardin o in to salon. Chi o saià?”

LAURA           :- “Oh, o saià ûn qualunque… ti o sae comme son çerti scignori…”

MIRELLA       :- (entra non vista dalle due donne in tempo per ascoltare. Braccia conserte)

LAURA           :- “Pe’ dässe ‘n po’ de àie mettan ûn ritraeto de quarchedûn vestîo a l’antiga pe’ poei dî che son discendenti de questo o de quest’ätro…”

NORMA          :- (con sottile ironia) “Magara se vergheugnan de dì che i loro genitori ean repessin”

MIRELLA       :- (secca) “Continuae pûre, eh?”

NORMA-LAURA:- (sobbalzano spaventate)

NORMA          :- (balbettando) “Ma… no me riferivo a voiätri…”

MIRELLA       :- “Se… se parlava coscì… in generale… A famiggia Cattaneo e l’è ‘na famiggia rispettabile…”

NORMA          :- “Rispettabiliscima. Ehm… semmo vegnûe pe’ vedde cösse dovemmo fa pe’ o proscimo Carlevà pe’ dätte ’n man… se ti creddi nevvea… Emmo lasciòu in te l’ingresso due borse con i nostri costûmmi pe’ avei ûn teu conseggio”

MIRELLA       :- (passeggiando nervosa) “No creddo ch’aggi bezeugno de ‘n mae conseggio pe’ i costûmmi”

NORMA          :- “Ma l’è pe’ no esagerà… ti che t’è avûo sempre bon gûsto…” (guarda l’amica la quale le fa un gesto di assenso)

LAURA           :- “Sempre se se festezza o Carlevà, s’intende…in moddo da organizzàse anche pe’ o rinfresco…”

NORMA          :- “S’accapisce”

MIRELLA       :- “Ne parliòu con mae màjo e poi ve telefono… Comunque ciù che ‘na dexenn-a de personn-e da parte vostra, l’è mëgio che no invitae”

LAURA           :- “Solo? Ma alloa resta feua o ragionere Mastro e a so scignoa..”

NORMA          :- “O geometra Mantissa con e seu figge…”

MIRELLA       :- (decisa) “Bene. Me fa piaxéi che commençae a pensà chi lascià liberi de fa o Carlevà da ‘n’ätra parte. ‘Na dexenn-a saiei voiätri e quarchedûn o saià invitòu da noiätri”

LAURA           :- (si alza) “Quarche indicazion in scì costûmmi?”

MIRELLA       :- “A piacere… Basta che seggian costûmmi comme se deve. I vostri son quelli de l’anno passae, no?”

NORMA          :- “Emmo solo azzunto qualche frëxetto”

MIRELLA       :- “Alloa creddo che vaddan ben. Ve fasso fa ûn the?”

LAURA           :- “No vorriescimo destûrbà… Ma voentéa”

NORMA          :- “Grassie, sempre gentile”

MIRELLA       :- “Vaddo” (esce)

LAURA           :- (vede sulla consolle sotto il quadro una scatola di latta) “A sta ciù ben chì…cösse ti ne dïxi?” (la sposta nell’intenzione di metterla meglio a posto, poi si volta per andare accanto all’amica. La scatola si sposta… da sola per ritornare nella primitiva posizione. Laura subito non se ne accorge, poi si ferma, si volta lentamente, pensierosa e riposiziona la scatola a modo suo dicendo all’amica) “Che strano, me pàiva d’avei spostòu questa scàttoa…”

NORMA          :- “Lascià sta, maniman se rompe quarcösa” (la osserva e nota quanto vede l’amica)

LAURA           :- (perplessavede che la scatola ritorna da sé al posto di prima) “Nor… Nor- ma.??? A scattoa… a s’è spostà da sola… Ahimemì… cösse sûccede?” (lestamente si siede agitata accanto all’amica)

NORMA          :- (anch’essa turbata) “Ghe son i spiriti… i fantaximi!… Comme l’è poscibile?”

LAURA           :-(salace)“Se no ti o sae tì che ti dïxi d’ësse ‘na sensitiva… A meno che no ti seggi ‘na vendifûmme”

NORMA          :- “Mïga se peu savéi sûbito de cösse se tratta… Bezeugna avei contatti con a mente… ësse a conoscenza di particolari…” (con sussiego) “E poi mi no son ‘na vendifûmme!”

SUSANNA      :- (entra e va verso di loro) “Oh, bongiorno… Scûsae… ma de de là gh’è l’idraulico e no posso fave compagnia…”

NORMA          :- “Aspëttemmo to mammà ch’a l’è andaeta a ordinane ûn the”

SUSANNA      :- “Ah, alloa  a l’è rientrà da o so stüddio” (notando che Laura e Norma si guardano agitate) “Me paggei agitae… Quarcösa no va? Faeve vixità da mae mamma”

LAURA           :- (a Norma) “Digghelo ti!”

NORMA          :- “E no. Digghelo ti”

LAURA           :- (imbarazzata) “Ecco… no piggiäme pe ‘na vixonàia… L’è che…me son avvixinà a quello ritraeto che no aveivo mai visto…”

NORMA          :- (accenna affermativamente con capo) “Mai visto…”

SUSANNA      :- “O l’è ‘n’antenato de mae poae, e alloa?”

LAURA           :- “…ho çercòu de mette ben quella scattoa in scià consolle e…”

SUSANNA      :- “E…?”

NORMA          :- (con voce tremula) “A s’è spostà da sola ritornando a-o posto de primma. Ho visto anche mi. Comme se quarcösa de sorvianatûrale fïsse intervegnûa”

SUSANNA      :- “Adreitûa!”

LAURA           :- “Ho spostòu de neuvo a scattoeta e…” (impaurita) “...l’emmo torna vista posizionase dovv’a l’éa primma …Véa Norma?”

NORMA          :- “Scì… confermo… No creddo ca l’àgge e molle”

SUSANNA      :- (perplessa, tra sé) “Ma alloa a Combin, o Jean, o Germano… “

NORMA          :- “Comme ti dïxi?”

SUSANNA      :- “Ehm… de segûo no sei vegnûe pe’ vedde i fantaximi…”

LAURA           :- (rapida e tremolante) “No, no… eivimo vegnûe pe’ accordäse in scié a festa de Carlevà con to mammà…” (cambiando tono e discorso) “E… l’idraulico… o l’è sempre de de là?”

SUSANNA      :- “O sta finindo de riparà o guasto…” (che ha intesa l’antifona) “Perché, scià l’ha de bezeugno che ghe riparan qualche perdita?”

LAURA           :- “Pe’ oua no ma, ti sae comme a l’è, i guasti capitan sempre quande  ûn o no se l’aspëta… e attrovà un lattoné co se n’accapisce e co segge onesto in to prëxo…”

SCENA VIII

(Norma – Laura – Susanna – Alfredo - Combin)

ALFREDO      :- (prima di entrare in scena) “Amô… ho finîo…” (entra con la cassetta degli attrezzi e si blocca al vedere che la ragazza non era sola)

LAURA           :-(sorniona) “Bongiorno….Ve lascemmo liberi de fa…i travaggi idrau- lici…”

SUSANNA      :- “Ve lascio libere anche voiätre… magara de spostà quarche scattoéta sotto i ritraeti…”

NORMA-LAURA:-(si guardano ed hanno un gesto di stizza)

SUSANNA      :- (chiama la domestica) “Combin!”

COMBIN         :- (entra) “Son chi. Stavo vegnindo a dï a-e scignoe che o thè o l’è pronto in soggiorno. Se se veuan accomodà”

SUSANNA      :- (alle due donne, salace) “Prego, accomodaeve pûre”

NORMA          :- “Arriveise Susanna” (saluta Alfredo con sottile frecciata) “E…bon travaggio!” (escono)

ALFREDO      :- “Bon proscimo Carlevà” (ironico alla ragazza) “Fan senza mascheräse… van ben comme son!”

SUSANNA      :- (avvicinandosi al ritratto, perplessa) “A Scià Laura e dïxe d’avei spostòu questa scattoa e che pe’ due votte a l’è ritornà da sola a-o so posto” (la sposta, osserva e la scatoletta rimane al come l’ha messa Susanna) “A no s’è spostà”

ALFREDO      :- “Saià diffiçile ca se sposte da sola. Me mäveggio che t’aggi faeto ‘na preuva”

SUSANNA      :- “Ho provòu perché… perché anche a Combin a dïxe d’avei mugugnou contra o ritraeto do nobile Filippo Cattaneo e d’avéi riçevûo ‘n lerfon”

ALFREDO      :- “E da chi?”

SUSANNA      :- “Lé a dïxe che no gh’éa nisciûn ätro”

ALFREDO      :- “Ah, ah… se vedde che i lerfoìn xeuan abbrettio… A l’avià bevûo”

SUSANNA      :- “A l’è astemia… E poi pare che anche o Jean, ‘n’amigo do papà o segge staeto mätrattòu piggiandose ‘n cäso in to derré, foscia o l’avià dïto quarche malaparolla in ti confronti do ritraeto e primma che ti me domandi da chi, te diòu co l’ha dïto che no gh’éa nisciûn”

ALFREDO      :-(con comica ironia, verso il ritratto) “Grassie, nobile Cattaneo… Scià m’ha precedûo”

SUSANNA      :- “Stessa cössa a parrieiva successa a-o sciò Reale”

ALFREDO      :- “Insomma che chi xeuan lerfoin e casci a gò-gò… Se ûn o dïxe quarcösa che a-o teu antenato a no ghe cimbra, o vegne piggiòu a lerfoin o-a casci in to pané… No dimme che ti ghe creddi!”

SAUSANNA   :- “ ‘Na spiegazion razionale a no gh’è”

ALFREDO      :- “A meno che no voemmo credde a di fenomeni sorvianatûrali”

SUSANNA      :- (riflette) “E tûtte queste reazioìn saieivan vegnûe doppo ‘n presunto mätrattamento verbale a-o ritraeto”

ALFREDO      :- “Ma tì t’hae spostòu a scattoeta e no l’è sûccesso ninte”

SUSANNA      :-“Scì, ma porrieiva anche däse che essendo mi ‘na lontann-a parente…”

ALFREDO      :- “All’anima de lontann-a… passian armeno neuve o dëxe generazioìn”

SUSANNA      :- “No so cösse dì. Staiemo a vedde se son staete vixoin comme creddo, no sûccedià ciù” (sorniona) “Da o momento che, giûstamente no ti ghe creddi… preuva ‘n po’ ti a digghe quarcösa contra…Tranquillo Alfredo… tanto t’hae dïto che i lerfoin e-e pessae no xeuan abbrettio”

ALFREDO      :- (grattandosi la nuca, sbircia il quadro e resta titubante) “Beh… porrieiva anche fälo…” (colto da un pensiero per giustificare la sua titubanza) “Ma.. però saieiva comme ammette che ghe creddo”

SUSANNA      :- “Bonn-a questa!…A scûsa a l’è bonn-a… In fondo no se sa mai, eh? T’è ‘n po’ de gancio scì. Bene: cösse te devo pe’ o travaggio?”

ALFREDO      :- “Pe’ ti ninte, figûrite”

SUSANNA      :- “O travaggio o va retribuìo, quante?”

ALFREDO      :- “Ma ho solo cangiòu ‘na guarnizion vixin a-o piezoelettrico… Questo o l’è o mae premio” (tenta di abbracciarla e lei ne sfugge indicando il quadro)

SUSANNA      :- “O ne vedde…”

ALFREDO      :- “E no eh? No fa de questi nûmeri… No semmo mïga in Mary Poppin che intran e sciortan dai quaddri a piaximento”

SUSANNA      :- “Aggi paziensa Alfredo, ma sento che gh’è quarcösa che me trattegne. Troppi indizi, troppe stranezze…Me sento comme se fisse sorveggià”

ALFREDO      :- “Mia, mi a queste cösse n’ho gh’ò mai credûo però, se ti pensi de scrovì comme o mistero …”(sorridendo incredulo)  “…e poei quetà, contatta ûn sensitivo e poi ti ghe de ‘na cianta li. Cösse ti ne dïxi?”

SUSANNA      :- “Perché no? Ne parliòu con a scià Norma ca dïxe d’ëse ‘na sensitiva… “

ALFREDO      :- “Ciatezzösa senz’ätro… sensitiva no ghe a veddo”

SUSANNA      :- “Oua che ghe penso, ä festa de Carlevà partecipià anche o sciò Merello, co passa pe’ ûn grande medium”

ALFREDO      :- “O l’è quello che ogni tanto o se vedde in ta televixon privà a <Telerompo>:? Il mago Merello, in arte <Potasson>[2]…  A peu ësse ‘n’idea coscì se scistemman tûtte e stöie, i lerfoin e i casci che xeuan abbrettio”

SUSANNA      :- “In fondo t’hae raxon; l’è diffiçile credde a queste baggianate. Oua vanni e grassie pe’ o scädabagno… “ (istigandolo) “Però… comme contestatò… ti doviesci provà ti a… eh?” (indica il ritratto)

ALFREDO      :- “Ma a mi o no m’ha faeto ninte… Cösse dovieiva dïghe?”

SUSANNA      :- ”A fantaxia a no te manca”

ALFREDO      :- “E va ben… coscì ti te rendi conto che t’han contòu de micce” (va danti al ritratto) “Cäo sciò Féipo… a quante sento dï… fae di schersci do berettin …” (ironico, guardando Susanna) “Ma se fisse véa… perché no andae da ‘n’ätra parte a rompì a santiscima?” (si volta verso la ragazza mimando: <visto che non accade nulla?> “Convinta?” (abbraccia Susanna. Proprio in quell’istante  la solita scatoletta cade a terra rumorosamente. I due si voltano, si guardano. Alfredo si porta le mani al sedere come se avesse ricevuto un calcione e saltella guardandosi le spalle) “Ahia…! Ma chi…” (guarda Susanna ed escono di scena speditamente mentre il sipario si chiude)

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

SCENA I

(stessa scena del primo atto)

(Mirella – Germano)

GERMANO    :- (seduto legge un giornale o una rivista)

MIRELLA       :- (entra da destra indossando un camice da medico. Al collo uno stetoscopio) “Oh, sciò Reale… qual buon vento?”

GERMANO    :- “Dottoressa, scià me scûse do destûrbo, ma son preoccupòu perché da giorni gh’ò ûn dolore a-o steumego e me sento o brasso sinistro indolenzìo” (mima sulle parti indolenzite) “Son andaeto in via Vinti in to so stûddio ma m’han dïto che scià l’éa andaeta a casa pe’ e vixite privae e coscì me son permisso de…”

MIRELLA       :- (professionale) “Va ben, va ben…gh’ò ûn paziente de de là…ma controllemmo e misûemmo chì a prescion.  Scià se fasse sciù a manega do brasso sinistro”

GERMANO    :- (esegue eintanto guarda il famoso quadro) “Veddo che o ritraeto do so antenato o l’è sempre in bella mostra”

MIRELLA       :- (armeggiando con l’apparecchiatura al braccio e iniziando a misurare la pressione) “E za… Ciù che mae antenato o l’è antenato de mae màjo” (ironica) “O dä a mente ä casa… Oua scià stagghe ‘n po’ sitto” (procede alla misura della pressione. Guarda l’indicatore… scuote la testa)

GERMANO    :- (allarmato) “Quarcösa… de grave?”

MIRELLA       :- “No, tranquillo… porrieva ësse solo ‘n’infarto”

GERMANO    :- (agitato) “E scià me o dïxe a ‘sto moddo, coscì me ven ‘na cricca?”

MIRELLA       :-(mentre toglie l’apparecchiatura)“Se mai invece de digghelo a ‘sto mod-  do ghe o scrivo. Scià stagghe tranquillo…”

GERMANO    : “L’è ‘na parolla…”

MIRELLA       :- ”Femmo ‘n’elettrocardiogramma e daiemo eventualmente a cûra necessäia … Ma conoscendo i so malanni, penso che i so destûrbi ne vegnan dä l’ernia jattale… Saià ben che scià se dagghe ‘na regolà in to mangià… in ti stravissi e sorviatûtto…” (seria, sottovoce, mimando trame losche) “in te seu strane attiviate poco raccomandabili…Quelle fan piggià anche di resäti che non fan ben a-o cheu, ghe pä?”

GERMANO    :- (che nel frattempo s’era tirata giù la manica della camicia e indossata la giacca) “E mae attivitae son lecite… Ma penso che scià l’àgge raxon e che doviò riposäme ‘n po’… troppo stress”

ADALBERTO:- (entra dall’esterno all’ultima battuta)“O penso mi ascì, sorviatutto doppo e denunzie pe’ riciclaggio, trûffa e appropriazion indebita! Ti gh’è ûn fascicolo ërto coscì!”(misura un’ipotetica altezza) “Ciao Mirella”(prende dei documenti da un cassetto)

MIRELLA       :- “Comme mai za a casa?”

ADALBERTO :- “Aveivo bezeugno de questi documenti”

GERMANO    :-  (ad Adalberto) “No me pä però o cäxo di fronte a teu moggé rivelà quello che t’ho confiòu.  No ti sae mantegnì o segreto professionale?”

ADALBERTO :- “Coscì, pë cûrate a sa o motivo do teu stress” (indicando il ritratto)“…quaddro a parte”

MIRELLA       :- “Cösse gh’intra o quaddro?”

ADALBERTO :- (ironico) “Pare che… ogni tanto o nostro trisavolo o se demöe, ch’o pigge vitta” (da una scorsa ai documenti e poi li mette in una cartella)

MIRELLA       :- (scrive la richiesta di E.C.G. e guarda il ritratto) “No veddo cösse gh’in- tre o ritraeto do teu trisavolo… A votte semmo noiätri interpretemmo a nostro moddo quello che no conoscemmo, o pe’ ignoranza, o pe’ convenienza e demmo corpo a quello che porrieiva ësse staeto e che invece no l’è avvegnûo”

GERMANO    :- “Beh… mi ve lascio a.e vostre disquisizion… Dottoressa posso andà?”

ANNIBALE    :- “Scià tegne a richiesta per fa l’E.C.G “ (dire ECIGI. Consegnà) “e scià me porte o referto ciù fïto poscibile. Signoria”

GERMANO    :- “L’ecigi?”

ADALBERTO :- “Ma l’elettrocardiogramma no?”

GERMANO    :- “E mi cösse ne so?… Grassie… andiòu a fälo a San Martin”

ADALBERTO :- “Bene, lì son rapidi… fra qualche meize te ciammiàn sûbito”

GERMANO    :- “Fra qualche méize?… Ho accappio…Me sa tanto che doviò andà privòu” (esce)

SCENA II

(Adalberto – Susanna – Mirella)

SUSANNA      :- (entra) “Ciao, pà. Comme mai a casa a quest’òa?”

ADALBERTO:- “Son vegnûo a piggià da documentazion che preferiscio no lascià in scagno” (alla figlia)“Comme van i stûddi?”

SUSANNA      :- “Van ben… O piggiòu 30 in diritto penale”

ADALBERO   :- “Brava!”

MIRELLA       :- “A mae figgetta, a diventià avvocato comme seu papà… a trovià màjo in to nostro ambiente intellettuale e a faià carriera”

ADALBERTO :- “Ûn po’ de intellettuali scì… pensan solo a fa de feste… natûralmente in ca nostra, e cuiusà in gïo”

MIRELLA       :- “Ciù che feste se mai quarche riçevimento con da bella gente”

SUSANNA      :- “No stamme a dì che quelle due…a Norma e a Laura…son de intellettuali”

MIRELLA       :- “M’aggiûttan a organizzà e se dan da fa. Pe’ mi son molto ûtili”

SUSANNA      :- “Saià… Papà, ti me dae ‘na man pe’ l’argomento da tesi?”

ADALBERTO :- (preoccupato)“Oua no posso… ma..”(pensieroso) “dimme ‘n po’… a proposito de ambiente intellettuale, l’è vea che ti frequenti… con assiduitae ûn lattoné?”

MIRELLA       :- (prendendo le parti della figlia e avvicinndosi a lei) “Eh, oua… con assiduitae me pä un po’ esageròu…” (alla figlia) ”Diggo ben Susanna?”

SUSANNA      :- (in imbarazzo) “E comme ti fae a … Ah, ho accappio… Mammà, son quelle due che te dan ‘na man a mette in gïo ‘sta vöxe?”

ADALBERTO :- “Alloa… a l’è solo ‘na vöxe…”

SUSANNA      :- (cercando comprensione) “Oh, papà…mi e l’Alfredo se voemmo ben”

ADALBERTO :- “Coscì o se ciamma Alfredo o teu stagnin”

MIRELLA       :- “Ûn stagnin?”

SUSANNA      :- “Idraulico… e o guagna de belle palanche. O l’è ‘n bravo zoeno, serio, e o stûddia anche lé, se l’è pe’ questo”

MIRELLA       :- (siede sconsolata) “Ah scì? E cöss’o stûddia?”

SUSANNA      :- “Economia e Commercio… feua corso”

ADALBERTO :- “Ma proppio ‘n’idraulico… ti che t’è…”

SUSANNA      :- (cantilenando il previsto prosieguo) “…a figgia de ‘n’avvocato affermòu… l’hò za sentîa…”

ADALBERTO :- (stupito) “Ti lëzi in to pensiero?”

MIRELLA       :- “Speremmo ca segge ‘n’infatuazion passeggera… e poi no l’è dïto ch’o düe” (con intenzione)

SUSANNA      :- (scocciata) “Spero invece de scì!”

MIRELLA       :-“Ma Susanna,  pensa ‘n po’ che o sciò Jean o m’ha domandòu se t’èi libera perché ti ghe piaxi… O l’è anche ‘na personn-a importante, funzionäio do governo françeise…o viägia in tûtto o mondo”

SUSANNA      :- “Oh, ma insomma! Son maggiorenne! Ve ringrassio di vostri conseggi ma… son bonn-a de sbaglià anche da sola” (esce)

MIRELLA       :- (al marito) “E ti?… No ti gh’è dito ätro?”

ADALBERTO :- “Ma no t’hae sentîo? A l’è bon-a de sbaglià da sola… Comunque se vedià… no poemmo imponisse comme ai tempi…” (verso il ritratto) “…do nostro trisavolo … Diggo ben Filippo?” (s’ode un tuono e la scatola della consolle cade a terra)

MIRELLA       :- (sobbalza spaventata e si porta una mano al petto) “Ahimemì! Cösse l’è sûccesso?”

ADALBERTO :- (rimettendo a posto la scatola) “Ha tronou e poi cösse t’eu che segge sûccesso?… A Combin, comme a-o solito, a lascia e cösse in bilico. Ciao moggé… vaddo in scagno” (esce)

SCENA III

(Mirella – Combin - Laura – Norma)

MIRELLA       :- (si alza a fatica, si massaggia lo stomaco e passeggia) “Chissà poi perché me segge spaventà…” (suonano alla porta) “Combin… ti arvi ti?”

COMBIN         :- (attraversando la scena) “Comoda scignoa… vaddo mi”

LAURA           :- (fuori scena) “Bongiorno…a gh’è a scignoa?”

COMBIN         :- “Ûn momento che vaddo a vedde” (appare sulla soglia) “Dottoressa, ghe son a scià Laura e a scià Norma… scià gh’è?”

MIRELLA       :- “E s’accapisce che ghe son. Falle intrà”

COMBIN         :- (fuori scena) “A l’ha dito ca gh’è! Accomodaeve” (attraversa la scena ed esce)

LAURA           :- (entra con l’amica Norma) “Ciao Mirella… distûrbemmo?”

MIRELLA       :- (ironica) “Quande mai? Anzi me fa piaxéi… Devo andà solo ciù tardi in to stûddio in via Vinti ma… accomodaeve”

NORMA          :- (siede mentre Laura sta in piedi) “Alloa pe’ i costûmmi semmo a tïo… Mae figgio o m’ha daeto i CD con è mûxiche adatte e…pe’ o rinfresco ti ghe pensi ti comme o solito?”

MIRELLA       :- “E comme a-o solito ho incaregòu do servissio ûn ristoratò”

LAURA           :- (si sofferma davanti al quadro) “Saiemo presenti con i nostri màji e gh’è saià anche o mago Potasson ch’o rallegrià a festa con zeughi de prestiggio”

MIRELLA       :- “Ah!… L’ho visto in televixon quello vendifûmme… comunque gh’aviemo ‘n diversivo”

NORMA          :- (sottile) “E a Susanna… comm’a sta?”

LAURA           :- (si avvicina e siede) “A s’è faeta ‘na bella figgia e a l’avià di pretendenti”

MIRELLA       :- “No ghe l’ho contae”

NORMA          :- “A l’è ‘na personn-a molto democratica”

LAURA            :- “A no l’ammìa e differenze sociali. Che seggian avvocati, mëghi, faccendieri o…”

NORMA          :- “… lattoné…”

LAURA           :- “… son sempre personn-e…”

MIRELLA       :- “Gh’éi raxon… perché a no fa differenze manco con voiätre…”

LAURA           :- “Ehm… Alloa… d’accordio… fra duì giorni festa de Carlevà. Levemmo o destûrbo e… grassie comme sempre dä teu disponibilitae” (si dispone ad uscire con l’amica e dà un’occhiata furtiva al quadro)

MIRELLA       :- “O ve piäxe?”

NORMA          :- (rapida) “O l’è interessante, ma o me lascia ìn po’… comme dî…ûn po’ perplessa… comme se se sentisse a so presenza”

LAURA           :- (temendo qualche effetto imprevisto; titubante) “E comme se a nostra presenza a ghe desse fastidio…Ma o l’è ‘n bello ritraeto… véa Norma?”

NORMA          :- (con voce petulante) “Euh, ätro ché!”

MIRELLA       :- “Bene, perché mae marîo o vorrieva mettise ûn costûmme comme o quello”

LAURA           :- “Ah scì?…”

MIRELLA       :- “Sempre co l’attreuve da ûn costumista teatrale s’intende”

NORMA          :- “Alloa, visto che t’hae d’andà in to stûddio in via Vinti Settembre… se ne poemmo andà…”

MIRELLA       :- “Arriveise a Carlevà. Staeve ben; ciao”

LAURA-NORMA         :- “Ciao” (escono)

MIRELLA       :- (attraversando la scena per uscire a destra) “Andemmo a preparà di referti e doppo andiò in stûddio”

SCENA IV

(Susanna – Combin - Jean)

SUSANNA      :- (entra da fuori. Posa lo zainetto o una cartella con dei libri e prende il cellulare per chiamare Alfredo) “Ciao Alfredo…te destûrbo… ti peu parlà?” (pausa) “Comme t’ho dïto han riferio a mae papà da nostra relazion” (pausa) “Beh, lì pe’ lì o me pàiva ìn po’ delûso …” (sorridendo) “Esatto; ho l’ha dïto a frase che m’ aspëttavo…< Proppio ti che t’è a figgia de ‘n’avvocato affermòu>,  eccetera, eccetera” (pausa) “Ti o sae che te ne veuggio, no? Ma ammïte ben de no famme piggià ‘na delûxon, capìo?!”(pausa) “Cösse te faiae? Mi niente. Ne parlieiva con ûn ritraeto de’ n çerto quaddro” (pausa) “Ciao amô… segûo che te penso…” (sorridendo) “..specialmente oua che o scädabagno o funsionn-a… Fanni o bravo. Ciao e bunn-a neutte” (chiude il cellulare. Suonano alla porta)

COMBIN         :- (attraversa la scena e va ad aprire. Fuori scena) “Oh, scià l’è voscià?”

JEAN              :- (fuori scena) “Bonsoir Colomba… Posso entrare?”

COMBIN         :- “Attenda un momento che vado a vedere chi c’è” (sulla soglia) ”Scignorinn-a gh’è…”

JEAN              :- (entra con enfasi) ”Jean Planchet Bottà ai vostri ordini” (contento di vedere Susanna) “Mademoiselle Susanna…” (le va incontro e fa il baciamano) “Incontro più bello non me l’aspettavo. Come state?”

SUSANNA      :- “Bene grazie… Stavo per uscire”

COMBIN         :- (con sottinteso) “Scignorinn-a se scià l’avesse de bezeugno… mi son de de là”

SUSANNA      :- “Va ben… avverti mae moae che gh’è o sciò Jean”

COMBIN         :- “Sûbito. Ammïo s’a gh’è ancon perché a doveva andà in te l’ätro stûddio pe’ e solite vixite” (esce)

SUSANNA      :- “Si accomodi… Asseyez-vous…” (con formale cortesia) “Come mai in Italia? Non dovevate andare a Parigi?”

JEAN              :- “Spero non vi dispiaccia la mia presenza… Il Ministero della Cultura a Parigi mi ha dato incarico di prendere contatti con i sovrintendenti del Teatro alla Scala di Milano e con il Carlo Felice di Genova. Quale migliore e  ghiotta occasione per venirvi a trovare?”

SUSANNA      :- (cerca di allontanarsi con una scusa) “Scusi… vado a vedere se Colomba ha avvisato mia mamma, prima che esca”

JEAN              :- (la blocca trattenendole un braccio) “Ma non mi lasciate solo… Ci pensa la vostra domestica ad avvertire vostra mamma n’est pas?… “ (si inginocchia teatralmente e ad occhi chiusi declama il suo amore. La ragazza, mentre Jean parla infervorato, ne approfitta per allontanarsi furtivamente indicando a Combin che è appena rientrata in scena, con un’occhiata d’intesa, a porsi davanti a Jean che continua infervorato ad esternarle il proprio amore) “Signorina Susanna…vorrei che aveste un occhio di riguardo verso di me… Vi confesso che mi sono innamorato di voi… che vi penso sempre e che ho intenzioni serie. Susanna …in ogni donna vedo voi… Ditemi  che ci penserete e che…”

COMBIN         :- (che ascoltava la tiritera a braccia conserte e annuiva con comicità) “Scià dïxe a mi?”

JEAN              :- (apre gli occhi, vede Combin ed ha un soprassalto. Balza in piedi e si altera) “Sacrebleu! …Lei… lei non è Susanna!”

COMBIN         :- “Da cosa l’ha capito?  Dall’accento?”

JEAN              :- (si volta deluso e amareggiato) “Non è stata nemmeno ad ascoltarmi!”

COMBIN         :- “Guardi sciò Gioàn…accetti un mio conseggio … Scià perde solo do tempo”

MIRELLA       :- (entra) “Monsieur Jean !”

JEAN              :- (le va incontro) “Bonjour madame”

MIRELLA       :- “Stavo per uscire…ma stia comodo, prego… Che sorpresa…”

COMBIN         :- (ironica, tra sé mentre si allontana) “A l’è staeta proprio ‘na sorpresa!”

JEAN              :- (imbarazzato, guardando serio Combin) “Se è per quello, anche per me” (cerca di controllarsi) “Come spiegavo a Susanna, prima che sparisse improvvisamente, sono passato a Milano a prendere accordi col Teatro alla Scala e prenderò contatti anche a Genova col Teatro Carlo Felice per delle rappresentazioni operistiche di prestigio la prossima stagione teatrale”

MIRELLA       :- “E noi andremo volentieri al Carlo Felice a vedere le opere e ad ascoltare della buona musica”

JEAN              :- “Sempre indaffarata per organizzare feste?… Posso parteciparvi anch’io, dal momento che mi fermerò a Genova qualche giorno?”

MIRELLA       :- “Con piacere… Venga domani sera che  faremo una festicciola in costume… tra noi amici”

JEAN              :- “Non credo che sarei ben accetto… da tutti…”

MIRELLA       :- “Eh…non ci faccia caso… les jeunes filles sont toujour des jeunes filles ed hanno un modo di pensare diverso da quello della mia generazione. Comunque se ritiene di poter venire ci farà piacere”

JEAN              :- “Ma… non ho costume per la festa”

MIRELLA       :- “Non è necessario. Non tutti i nostri ospiti ce l’hanno. Volendo, basta anche un cappellino di carta”

JEAN              :- (si alza per accomiatarsi) “La ringrazio dell’invito e la lascio. Ho appuntamento col Sovrintendente al Teatro e non vorrei arrivare in ritardo. Mi saluti l’avvocato. Aurevoir”

MIRELLA       :- (alzandosi a sua volta)“Aurevoir…a bientôt. L’accompagno”

(BUIO IN SCENA con sottofondo di musica da ballo)

SCENA V

(Norma – Laura – Mirella - Jean)

MIRELLA       :- (entra con Norma e Laura. Indossano costumi e vanno a sedersi) “Oh, e anche Carlevà o l’è arrivòu…fa piaxei sta ûn po’ assettae feua do bordello… Che mä ai pë… saian queste scarpe che no e metto mai” (si massaggia il dorso di un piede)

LAURA           :- (a Mirella) “T’hae visto o Jean comm’o perde e bave appreuvo ä Susanna?… Lé però me pä ca ghe dagghe di larghi”

NORMA          :- “O l’è anche ûn bell’ommo… o l’ha do charme…” (a Mirella) “No s’è visto teu marìo, l’avvocato…  o l’è impegnòu?”

MIRELLA       :- “O l’aveiva ûn convegno a Imperia. Spero co l’arrive in tempo anche se so co no ghe tegne guaei a ingiarmäse con de maschere. O dïxe che a maschera se a mettemmo appena-a sciortimmo de casa e che l’addeuviemmo quaexi tûtti i giorni  in sciò travaggio, con i clienti… in politica…”

LAURA           :- “Che costûmme o se mette?”

MIRELLA       :- “Mah…in te ‘n primmo momento, contrariamente a quello ch’o dixeiva, o pensava de vestïse comme o seu trisavolo…ma creddo che saià za tanto s’o se mettià ‘na mascherinn-a in faccia, tanto ciù ch’o l’è in ritardo”

NORMA          :- “Saieva bello veddilo cö ûn vestî paegio a quello do nobile Filippo Cattaneo, tanto ciù ch’ò s’e daeto da fa pe’ ricûperalo”

MIRELLA       :- “O seu trisavolo?”

NORMA          :- “Ma no…o quaddro”

LAURA           :- “Chissà che effetto o faieiva con quello abbigliamento”

NORMA          :- (alle due donne) “Ei visto comme o mago Potassòn o l’ha faeto di zeughi de prestiggio vermente interessanti? Pensa Mirella co l’ha dï- to ch’o prevede l’arrîo de n’ommo da-o passòu a çercà a so päxe”

MIRELLA       :- “Gh’ammanca anche quello”

LAURA           :- (a Mirella) “Ti l’è sentîo anche ti quande o l’ha dïto che l’ommo co l’arrivià da-o passòu o l’è ‘n’amima tormentà e che o vaga in çerca de chi l’ha tradïo”

MIRELLA       :- “No creddo ai maghi, a questi mangiadinae che invexendan chi ghe cazze e che spellan ä gente. O bello l’è che ghe credda coscì primma se fan fregà e poi van a çercässe ‘n’avvocato perché son staete imbroggiae. Tanto quello ch’a da sûccede sûccedià, anche senza maghi, E poi o no l’ha mïga dïto co vegnà da nuiätri”

LAURA           :- (a Mirella) “Creddo che t’aggi raxon. Ah, poi o l’ha dïto che vegnà l’ommo neigro a portà via parte de ti…”

MIRELLA       :- “L’ommo neigro?.. Me fae vegnì in cheu mae moae quand’éa piccinn-a ca me dïva de piggià ûn cuggià d’euio de merlûzzo se no arrivava l’ommo neigro a portäme via. Ah, ah… portà via parte de mi?… E cösse o me porta via… ‘na gamba? Ma ghe l’ei cuae de dagghe ancon a mente?”

JEAN              :- (entra con un mantello, cappello a tricorno, maschera agli occhi) “E’ permesso?” (galante) “Mancando di là le vostre graziose persone c’è rimasto solo il vuoto… e un sedicente mago! Eh… La femme ç’est toujour la femme”

NORMA          :- ”Ma s’o l’ha famme ghe di salatin de là...”

LAURA           :- “Veu dî <donna> e no famme”

MIRELLA       :- “Sempre galante l’amico Jean…Siamo venute a riposare…”

NORMA          :-“…le zampe”

MIRELLA       :- “Ma ci sono altre donne di là, oltre a mia figlia, n’est pas?”

JEAN              :- (teatrale) “Ahimé… Susanna… è sparita”

MIRELLA       :- (apprensiva) “Come sarebbe a dire: sparita?”

NORMA          :- “Primma l’ho vista ca parlava con ûn mascheròu da Zorro…”

MIRELLA       :- (si alza apprensiva e si avvia ad uscire di scena) “E dovve a l’è andaeta?” (esce sveltamente)

NORMA          :- (si alza e guarda il quadro. Lancia un grido) “Ah!”

LAURA           :- (scatta comicamente spaventata) “Ma Norma… “

JEAN              :- (che anche lui aveva avuto un sobbalzo, le va incontro e la sostiene) “Signora… si sente bene?”

NORMA          :- (con teatrale comicità apre e chiude la bocca dalla quale non esce parola… addita il quadro) “O qua-qua…”

LAURA           :- “O qua-qua?.. Ma Norma cösse ti dïxi?… Ti veu fa o ballo do <qua-qua>?”

NORMA          :- “O qua…quaddro… o l’è sparîo!”

JEAN              :- (alza lo sguardo) “Ç’est vrai… Il ritratto non c’è più… C’è solo la cornice” 

LAURA           :- “Sparîo?… Ma cösse ti vae a fantasticà…L’avian portòu a restaurà, l’è coscì semplice…” (non troppo convinta) ”Armeno creddo…”

JEAN              :- “Mai oui. Non vedo quale altra ragione…”

NORMA          :- (che non si è ancora non calmata) “Saià ma… perché no andemmo de de là in mëzo ä gente?”

JEAN              :- “Se vi fa piacere… andiamo…” (lasciano la scena mentre si abbassano le luci. Musica alla Hytchoch)

SCENA VI

(Filippo – Mirella)

(una scia di fumo entra in scena. Nel semibuio un faro punta sull’antenato che sta entrando)

FILIPPO          :- (vestito come nel quadro, entra in scena, ritto nella persona, nobile nell’a- spetto. Ha una feluca i mano. Si guarda attorno con autorità e si sofferma guardando la cornice)

MIRELLA       :- (entra e vede l’uomo di spalle. Ritenendo che sia suo marito che indossa i panni dell’antenato, si avvicina) “Oh, Adalberto… No t’ho visto arrivà… Ti t’è vestïo comme o Filippo do quaddro? T’hae faeto fïto in tempo a cangiäte… Dimme ‘n po’… t’hae mïga visto a Susanna? L’han vista parlà con ûn vestîo da Zorro e oua… a l’e sparìa”

FILIPPO          :- (sempre di spalle) “Mi no son Adalberto”

MIRELLA       :- “No fa di schersci e no cangià vöxe… No s’attreuva a Susanna… L’han vista con un vestîo da Zorro e… oua a no gh’è”

FILIPPO          :- (ancora di spalle) “A saià andaeta in scie l’ammiadò.[3].. in sce-a terrassa con o so stagnin e poi ho za dïto che no son Adalberto… mi son…Filippo! Filippo Cattaneo, nobile zeneize” (si volta adagio, impettito, altero)

MIRELLA       :- (lancia un grido) “Ah!…” (corre a vedere il quadro. Nota che è rimasta solo la cornice. Balbetta spaventata e barcolla) “No l’è poscibile…. No peu ësse… Adallberto…”

FILIPPO          :- “Ma che Adalberto e Adalberto! Arvi i euggi Mirella! Mi son o  pro-pro-pro-bezävo de Adalberto. Insomma ti veu acccapì che son Filippo Cattaneo, ritornòu in ta Repubblica Zeneize pe’ pûni chi m’ha faeto di torti… chi m’ha tradîo?!”

MIRELLA       :- (sta per cadere a terra svenuta ma viene sveltamente soccorsa da Filippo che la fa sedere)

FILIPPO          :- “Gh’ammancava anche questa…!” (come sentenziasse) “Tzè.. e donne… risolvan sempre a question feua dä loro portà faxendose vegnì ûn mancamento… Gh’orrieiva ûnn-a de quelle bottigette con i sä che fan rinvegnì, ma oua cösse fasso?… A lascio chi… quarchedûn ghe daià a mente” (la mette in una poltrona, o divano ed esce di scena)

 

SCENA VII

(Mirella – Alfredo – Susanna)

SUSANNA      :- (entra circospetta con Alfredo vestito da Zorro. Lei ha un vestito tipo spagnolesco) “Alfredo…” (si abbracciano) “Se intra mae moae e a me vedde con ti… ghe vegne ‘n corpo”

ALFREDO      :-  (la lascia, dà un’occhiata in giro, si toglie la maschera nera sul volto e vede Mirella svenuta) “Se vedde ca n’ha za visto perché a l’è chi ca me pä svegnûa”

SUSANNA      :- “Cösse?” (si affianca lestamente ad Alfredo) “Oh, Segnô cäo… Mamma… mà…”

ALFREDO      :- (la schiaffeggia leggermente) “Scià Cattaneo…”

SUSANNA      :- “Ma… cösse di ghe dae… di lerfoìn?!”

ALFREDO      :- (ironico) “Se no n’approfitto oua… Ma dai, çerco de fälla rinvegnì, no?”

SUSANNA      :- (prende un bicchierino, vi versa del cognac e o fa bere alla mamma) “Coraggio mà…assazza ‘n po’ de cognac…”

MIRELLA       :- (tossisce, rinviene e viene aiutata a sedersi con comodo) “Ma cösse m’è sûccesso?”

ALFREDO      :- (si rimette la maschera sul volto)

MIRELLA       :- (lo vede, grida) “Ah!… L’ommo neigro! O mago Potasson o l’ha dïto… ” (sviene)

ALFREDO      :- “Ma o l’è ûn vizio…a l’è torna svegnûa!” (si prepara a schiaffeggiarla)

SUSANNA      :- (lo blocca) “E no, eh?… No vorrieiva ch’o diventesse ûn vizio o teu … Ghe daggo ‘n’ätro cichettin”

ALFREDO      :- “Primma che ti l’imbriaeghi saià ben che me vadde a asconde da qualche parte, maniman a vedde torna l’ommo neigro… e a svegne de neuvo” (sta andando a nascondersi in tempo prima che Mirella rinvenga)

MIRELLA       :- (rinviene)“Ahimemì… me sento molla comme ‘na panizza… Ma chi gh’éa con tì?”

SUSANNA      :- “Nisciûn mamma… ma dimme ti cösse l’è sûccesso che t’emmo attrovà svegnûa?”

MIRELLA       :- “T’emmo?… Allòa ho visto giûsto…me pàiva d’avei visto l’ommo neigro, comme o l’aveiva previsto o mago Potasson”

SUSANNA      :- “T’hae avûo de vixoin… ti travaggi troppo”

MIRELLA       :- (si alza, riflette e si guarda attorno) “Dovv’o l’è?”

SUSANNA      :- “Chi?”

MIRELLA       :- “Teu poae, o l’éa vestîo comme o seu antïgo trisavolo” (rammentando si volta verso il quadro) “O ritraeto… sparìo…o no gh’è ciù!”

SUSANNA      :- “Non te sciätà… Domandemmo a-o papà s’o l’ha levòu lé pe’ quar- che raxon”

MIRELLA       :- “Ma mi l’ho visto primma… O l’éa chì!”

SUSANNA      :- “Chi?”

MIRELLA       :- “Oh bello Segnô cäo… O me pàiva teu poae con o costûmme do Filippo ma le…” (ricordando con apprensione) “o me stava dixendo d’ësse Filippo Cattaneo… nobile zeneize…”

SUSANNA      :- “Risolviemo tûtto, stanni tranquilla… Oa vegni ch’andemmo de là in compagnia… Ti t’è faeta sûggestionà da quello sedicente mago Potasson…” (la prende sottobraccio e riavvia)

MIRELLA       :- “Ûn momento…Oua me vegne in cheu… Dovv’e o l’è andaeto… Zorro?”

SUSANNA      :- “E mi che ne so… O saià in California” (escono)

SCENA VIII

(Alfredo – Filippo – Jean)

ALFREDO      :-  (rientra guardingo) “Saià ben che me ne vadde pe’ no mette in difficoltae a mae Susanna”

FILIPPO          :- (preceduto dal fumo, riappare e vede Alfredo) “Chi séi voì… ûn laddro? … Faiei a fin de quella masnada de gentaglia, de austriaci, de croati, de…de unghereizi, gente mercenaria de tûtte e razze ch’a sta depredando a nostra Repûbblica Zeneize!”

ALFREDO      :- (dopo un attimo di esitazione) “Chi scià le voscià ciûttosto” (guardingo) “Foscia l’avvocato Cattaneo vestïo comme o se antïgo bezävo o…” (cona astuzia, facendo un inchino spagnolesco) “nobile Filippo Cattaneo?”

FILIPPO          :- “Ah, veddo che me conoscei… E ben… proppio coscì…son mì!”

ALFREDO      :- “Posso azzardäme de domandaghe comme mai Scià lìè chì?”

FILIPPO          :- “Comme mai? “(alterandosi) “Comme mai me domadae? Da oltre duxentoçinquant’anni n’ho de quëto…” (siede stancamente) “Son staeto tradîo da quello che credeivo ûn amïgo… M’han depredòu, tortûròu pe’ famme parlà ma mi…” (con crescendo di voce) “no ho faeto de nommi. Unn-a neutte m’han prelevòu dai sotterranei do Päxo[4] e m’han cacciòu zû da ‘na deschinà lasciandome comme morto e a mae anima da allöa a l’è staeta sempre in penn-a. Poi… me son rifûgiòu in mëzo a quella cornixe in atteiza de rende pan pe’ fûgazza e l’òa, finalmente, a l’è arrivà!”

ALFREDO      :- (indifferente guarda l’orologio) “L’è véa… l’è arrivà l’öa de andamene. Piaxei d’aveilo conosciûo. Scignorìa”

FILIPPO          :- “Ma… me lasciae solo?”

ALFREDO      :- “Tranquillo… ho accappio chi dovià däghe päxe… Ghe mandiòu o discendente do Botta” (esce)

FILIPPO          :- “O me pä ûn bravo zoveno o stagnin… Ma saià mëgio che m’alleu- ghe” (esce di scena)

JEAN              :- (entra) “Ghe gabbia di matti. E’ meglio distrarsi un po’ come mi ha consigliato quello vestito da Zorro… Accendiamo un po’ la televisione” (esegue e si sente un notiziario o un filmato)

FILIPPO          :- (spaventato si precipita in scena gridando e indicando la televisione) “Quae magïa ha infiòu in te quella scattoa quello li ch’o parla?”

JEAN              :- (ha un sobbalzo, si spaventa e guarda estereftto Filippo… guarda la cornice, gurda Filippo, spegne la televisione)“Non… ç’est pa vrai… ça n’est pas possibile… le nobile genois Filippo Ca-Cattaneo…?!”

FILIPPO          :- “Ah! T’è tì generale Botta?… Ti che ti m’ha faeto tortûrà… ti che t’hae ricattòu a mae Repûbblica Zeneize… e t’hae infiòu in quella scattoa quello lì ch’o parla…” (vede solo il mezzo busto) ”ma… dovve son e so gambe?… Ti l’hae tortûròu!”(fa per avventarglisi contro) “Ti a paghiae pe’ tûtti i teu tradimenti…!”

JEAN              :- (lo blocca con un braccio)“Mais no monsieur Cattaneo… Si calmi che parliamo. Mi dica prima di tutto, come ha fatto ad arrivare al 2010? E poi…lei è veramente il nobile Filippo… o tu est mon amì Adalberto?  Ils n’est pas possible…Non puù essere l’antenato »

FILIPPO          :- “E figûremmose se no l’e poscibile! Sono forse nel quadro? No! Sono qua... a cercare la pace che lei, generale Botta, mi ha rubato!”

JEAN              :- “Non sono il generale Botta… Sono un suo discendente così come Adalberto è un suo discendente ed io sono amico suo. Oggi siamo nel 2010, e possiamo ragionare, a fatti ormai accaduti e col senno di poi, con la dovuta calma… Ritiene forse che i discendenti di chi ha fatto del bene o del male, abbiano meriti o colpe? Oggi nell’ex Repubblica Genovese non ci sono truppe straniere e il territorio fa parte della Repubblica Italiana … Nobile Cattaneo, la colpa è di chi vuole le guerre… I popoli, purtroppo, la subiscono. Ritorni nella sua cornice, così sarà rispettato e considerato un eroe che ha combattuto per la sua terra e troverà finalmente la pace interiore, quella pace che sta cercando da oltre due secoli”

ALFREDO      :- (rientra) “O l’ha raxon sciò Cattaneo… O passòu o se n’è fuijo e oua scià peu anche quëtà…in mëzo a so cornixe che Adalberto o l’ha attrovòu…Scià porrià sempre protegge i so discendenti e …“ (come sgridasse un bambini irrequieto, con pazienza) “e…senza fa de mattaie comme dà di lerfoìn o di casci in to panè. Tûtto a-o ciù…” (punzecchiando col dito il petto di Jean) “se porrieiva mette in cornixe anche questo damerin s’o no lascia in päxe a mae Susanna.. Compren nez-vou le genoise? »

JEAN              :- ”Non dubiti signor… Zorro Alfredo… Susanna mi piace mais vous-ête son homme et alors… Bonne chance. Signor …Filippo o Adalberto… chiunque voi siate… se permettete tolgo il disturbo e…” (esce sveltamente)

SCENA IX

(Filippo – Alfredo – Mirella – Susanna – Norma – Laura)

FILIPPO             :- (andandosi a sedere si rivolge ad Alfredo) “Me sento stracco…”

MIRELLA       :-  (entra con Norma, Laura e Susanna. Con voce soffocata) “Ecco li… aveivo visto giûsto” (indica Filippo)

SUSANNA      :- “Ma o l’è o papà” (va incontro) “Pà… ti t’è mascheròu anche ti, eh?”

FILIPPO          :- “Bella zovena… son foscia in to quaddro?”

SUSANNA      :- (ritraendosi spaventata guarda) “Ma… Mamma…! O no l’è o papa!”

FILIPPO          :- “Bella scoperta! Questo o so anche mi!”

LAURA           :- (guarda e poi, con voce tremolante a Norma) “Norma…o no gh’è in ta cornice pe’n davvei…Daeme ‘n grappin, ûn congnac che me sento mancà…” (cade a sedere. Norma le sta accanto)

SUSANNA      :- “Ma pä che o cognac o ghe veugge pe’ tûtti….” (pur agitata provvede gurdando ogni tanto l’antenato, mentre tuti fanno scena)

MIRELLA       :- (agitata) “Ma cösse sûccede? … Dovv’o l’è mae màjo?”

ALFREDO      :- (si avvicina a Susanna, indicando Filippo) “No gh’ò ancon accappio s’o l’è o s’o ghe fa…” (a Susanna) “Però me pë d’andäghe a genio…”

SUSANNA      :- “Papà, cioè… nobile Filippo… son a figgia de questa donna (indica la madre) e…”

FILIPPO          :- “De l’avvocato Adalberto… so, so!… O m’ha accattòu a l’asta perché l’ho guidòu mi… Eo stûffo de sta in te ‘na cantinn-a pe’ di anni, in mm…bratta.. in te l’ûmiditae… pösòu de däto a ‘na balla de paggia… Me a sento ancon in to vestì” (si spazzola la spalla e si toglie un filo di paglia) “Scordòu da tûtti…mì ch’o faeto tanto pe’ a mae Zena… Bella riconoscenza!…Ma quello che m’ha daeto ciù fastiddio l’è, a quante m’han riferïo quelli che m’han raggiunto in ti anni avvegnì, che in te scheue no se parla de noiätri. A stöia a n’ha ignoròu.. e quande a ne parla…no se dïxe ninte de-e razzie, di stûpri ch’han sûbîo e nostre donne dai Piemontesi e dai mercenari quande Zena a s’è torna ribellà contra chi ne consciderava solo taera de conquista… proprietae da dominà … A stöia a täxe de noiätri ch’emmo daeto a vitta pe’ a nostra çittae, pe’ a nostra Repûbblica zeneize… Tûtto cacciòu in te l’oblîo, comme se no fisse sûccesso ninte… L’è giûsto fa päxe con tutti se tûtti ne portan rispetto, ma ascordäse a nostra stöia e nostre lotte no l’è giûsto ne manco onesto. I zeneizi devan ësse fieri da loro stöia e de loro battaglie pe’ a libertae…”

ALFREDO      :- “Nobile Cattaneo… a l’è ‘na reua, perché questo sûccede anche ai giorni nostri”

FILIPPO          :-  “Zovenotto… ti me piäxi… Gente zovena comme ti a deve sempre avei di nobili ideali. No fa cäxo a quelli che parlan troppo ma che no combinn-an ninte…Mi, oua che v’ho visto, oua che son tornòu a ca mae, me sento appaxentòu e me ne ritorniò in ta mae cornice. Ma tegnime avvardòu perché… perché ve tegno d’euggio. Ricordaeve do vostro Filippo Cattaneo, nobile da Repûbblica zeneize… perché ve torno a dî…”

SUSANNA      :- “Perché?”

FILIPPO          :- “No vorrei mïga sentì o ciocco de quarche lerfon o ätro pe’.. mancansa de rispetto, véa?… ” (guardando Norma e Laura) “...o magara o spostamento e rottûa de scattoe de latta!”

NORMA e LAURA:- (si abbracciano spaventate) “Ohhh…!”

FILIPPO          :- “Scignorîa… l’è l’òa che ritorne a-o mae tempo”(esce con la feluca in mano; serio, ieratico. Nel semibuio che ne segue, una scia di fumo entra e Filippo vi si insinua uscendo di scena, fra la sorpresa dei presenti. Nel frattempo, approfittando del semibuio, riappare dietro la cornice il ritratto di Filippo,  il viso reale)

                        

SCENA X

(Alfredo – Susanna – Mirella – Laura – Norma - Adalberto)

(si rialza la luce e tutti si interrogano storditi)

ADALBERTO :- (entra con una cartella che posa sul tavolo. Appende l’eventuale soprabito all’attaccapanni) “Bona, eh?… Veddo che sei mascherae e me scûso do ritardo ma… l’è sûccesso ‘n’imprevisto”

MIRELLA       :- (va incontro al marito ancora frastornata) “T’è ti? E ti savesci che imprevisti ch’emmo avûo chi!”

ADALBERTO :- “Ciao Susanna, ti stae ben vestîa da spagnolla… Che imprevisti?”

MIRELLA       :- “O teu… antïgo bezävo e l’è… o l’è…”

ADALBERTO :- (comme sapesse) “O l’è miga sciortîo dä seu cornixe?”

NORMA          :- “Ma… comm’o fa a saveilo?”

LAURA           :- “O l’éa… lé?”

ADALBERTO :- (indicando Alfredo) ”E chi o l’è quello vestîo da Zorro…L’ometto neigro? O conoscio?”

SUSANNA      :- “Papà… questo o l’è Alfredo”

ADALBERTO :- “O stagnin?”

ALFREDO      :- “Idraulico”

ADALBERTO :- “Ah!… Ti n’è approffittòu eh? Ma comma mi sei tûtti imbarlûghae? Me paggei appena-a sciortìi da ‘na catacomba… Cösse l’è sûccesso”

MIRELLA       :- “Ma ti… no ti ne sae ninte?”

ADALBERTO :- “E comme fasso a saveilo? Eo in questûa che m’aveivan ciammòu perché han arrestou o Germano”

SUSANNA      :- “O… Germano Reale?”

ADALBERTO :- “Dito coscì o me pä n’anitra… L’han arrestòu pare pe riciclaggio di denaro sporco… Doviò assûmme seu difeisa e coscì n’ho posciûo vegnì ä festa… Alloa?”

MIRELLA       :- (agitata) “O Filippo Cattaneo o l’è stato chi in carne e osse!”

ADALBERTO :- “Ma quande mai… ei piggiòu tûtti ’n’allûcinazion?” (va davanti al quadro mentre gli altri discutono tra loro. Il volto di Filippo fa un cenno affermativo col capo e sorride. Adalberto non si scompone. Poi si volta verso i presenti in silenzio e si siede, copme in trance)

ALFREDO      :- “Se scià permette ghe diòu che o faeto l’è vea… a so scignoa a credeiva che scià fissa voscià con o costûmme do setteçento, paegio a quello do nobile Filippo… ma quande a l’ha visto che in to quaddro mancava o ritraeto, a l’ha realizzòu  che l’originale o l’éa chi in te questo salotto, a s’è spaventà e a l’è svegnûa”

LAURA           :- “O l’ha contòu e seu piripissie…”

MIRELLA       :- “Cöss’o l’ha contòu?”

NORMA          :- “A voeiva dî e so peripessìe”

MIRELLA       :- “O n’ha contòu brevemente o so traväxo… ma sorviatûtto o dïxe d’ësse amareggiòu dai posteri ch’han ascordòu a Repubblica Zeneize, e lotte contro i nemici de Zena…”

ALFREDO      :- “…e a stöia ca s’è ascordà de quelli ch’han faeto grande a nostra çittae. O s’è lamentòu d’ëse staeto ascordòu dai posteri e poi o se ne ritornòu in ta seu cornice, appaxentòu”

SUSANNA      :- “Pa… ti te senti ben?”

ADALBERTO :- “Eh?..Ah.. scì, me son sentîo ‘n’attimo stranîo…Staggo ben. No e aximà…” (guarda fisso innanzi a sé, apre la bocca sillabando come in play-bech, quello che segue mentre la voce è quella di Filippo che ne proviene lentamente dal quadro) “Bevieiva voentea ûn cicchettin de cognac!”

SUSANNA      :- (perplessa) “Ghe penso mì… ma… papà… t’hae cangiòu vöxe?”

ADALBERTO :- “Eh? A vöxe?… Mi ho sempre avûo questa vöxe”

MIRELLA       :- (agitata) “Questa…a no l’è a so vöxe…l’ho riconosciûa…a l’è quella do so trisavolo… Oh, Segnô cäo… Adalberto…Adalberto… ti me senti?”(si avvicina al marito preoccupata)

ADALBERTO  :- (assente col capo mentre la voce è ancora quella di Filippo) “Scì, te sento”

SUSANNA      :- (nel frattempo provvede a porgere un bicchierino al padre) “Staseia a l’è tûtta ‘na sorpresa…!” (aiuta il padre a bere)

SCENA XI

(Alfredo  Susanna – Mirella -  Laura – Norma – Adalberto – Combin)

SUSANNA      :- (nota un filo di paglia sulla spalla del padre e va a levarlo) “Alfredo… o l’ha anche lé ûn fî de paggia in scià spalla…”

ALFREDO      :- (si avvicina e guarda) “Comme quello ch’emmo levòu dä spalla do Filippo…che strano… Comm’o fa a averla anche lé?”

COMBIN         :-(entra con la feluca e ad Adalberto) “Scià me scûse avvocato… In te l’ingresso gh’è questo cappello… O l’è o so?” (lo dà ad Adalberto)

ADALBERTO     :- (seduto, con la sguardo nel vuoto, prende il copricapo e con voce propria) “Eh?… O cappello?  Ma no so… no saviae… foscia o l’è o mae…” (resta come in trance)

TUTTI             :- (guardano ilquadro)

FILIPPO          :- “Ma Adalberto, ti t’ascordi anche a felûca?”

(LE LUCI SFARFALLANO, SI ODE IL ROMBO DI UN TUONO)

TUTTI             :- (tutti, tranne Adalberto, scappano gridando spaventati. Dopo un attimo di silenzio. Si ode una voce proveniente dall’esterno)

VOCE ESTERNA:-“Cäi scignori…Ve domandiei… Ma l’è mai poscibile ûn fae- to do genere? E perché no? Voendo creddighe… tûtto l’è poscibile, ve pä?”

(MUSICA FINALE (Un minuetto?)

-SI CHIUDE IL SIPARIO-

F I N E


[1] Abbarlûgòu – sbalordito, attonito

[2] potassòn – specie di scopa con trecce di cotone per pulire i bagni pubblici

[3] Ammiadò - terrazza

[4] Päxo – Palazzo Ducale

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