Olimpia, o del mestiere

Stampa questo copione

OLIMPIA

o del mestiere

Commedia in tre atti

di ROBERTO PALLAVICINI

                                   

PERSONAGGI

OLIMPIA

MICHELE

L'AMICO

MADRE di MICHELE

PADRE di MICHELE

RUFFIANO

MARISA

SUSY

PRIMA PSICANALISTA

SECONDA PSICANALISTA

DUE VECCHIE

CAMERIERE del BAR

DUE RAGAZZE del BAR

DUE RAGAZZI del BAR

INFERMIERA

UNA GUARDIA NOTTURNA

CAPO CAMERIERE

CAMERIERE

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Primo Quadro

Strada di città. Insegne al neon lontane. Qual­cosa come una mezza periferia. Una ragazza in attesa. Una musichetta tipica introduce il personaggio della ragazza e lo introdurrà ogni volta che comparirà in scena da sola. Si chia­ma Olimpia.

Olimpia                            - Libertà. Sono una che vuole la libertà. Perché mi piace il casino e mi è sempre pia­ciuto. E senza la libertà non c'è casino. Ecco perché. Per nient'altro che questo. Libertà e ca­sino. Mi piace godermela dalla mattina alla sera senza che nessuno mi dica né questo né quello. Niente. Non voglio sentire niente. Voglio andare da una parte o dall'altra seconda che mi gira o se mi gira di stare con uno o con l'altro... Chiaro? Mica che a un certo punto mi si dica « fai que­sto », « fai quello », « rinuncia » ... Oh! A niente rinuncio. Faccio quello che voglio e a far questo mi diverto. Eilà. Ragazzo. Biondino. Sul fondo, in proiezione, l'ombra di un uomo che passa.

Olimpia                            - E fermati no? Da bravo; (dolce) l'Olim­pia è qui che ti aspetta. Tutta per te.

L'ombra affretta il passo e si allontana.

Olimpia                            - Ma va. Signorina! (Insultando) A que­sti qui per esempio non gli piace. C'hanno la puzza al naso e sa Dio cosa vogliono. Se non sono profumate e vestite e questo qui e quello lì... eeeh! mica gli va bene. Poi all'idea di pa­gare... boh! si sentono offesi. A me invece se non mi pagano mica mi piace. Sarà per deformazione professionale ma... là « Pigliala come viene ». (Can­ticchiando) O se non ci sono quelli che si fermano, fanno, poi incominciano a parlare, a far domande, come mai 'sto mestiere, una ragazza come te, ve­drai, dammi il tuo numero di telefono, ti tro­verai contenta, te lo procuro io un lavoro... Ma va fa' n'bagno. Faccio perché mi piace; mi di­verto e sono libera. Eccola lì. Ma te la vedi l'Olim­pia dietro un tavolo che scrive o in bottega che vende? (Risata) Poveretti. Credono che sia infe­lice. Poveretti.

 Sul fondo, come prima, ombra di un altro uomo che cammina. Rallenta.

Olimpia                            - Eilà. Biondino. Be'?

L'ombra si ferma.

Olimpia                            - Andiamo? Tremila. No tesoro meno non posso. No. Tremila. Ciao.

L'ombra si allontana veloce.

Olimpia                            - Tremila. Neanche gli avessi chiesto la moglie. Che quella magari la danno anche via per meno. E credono che io sia infelice. A me piaceva far casino. Ecco perché. Perché mi è sempre piaciuto il casino e se un tremila c'è da spendere lo spendo. Macché miseria della malora; sono balle che lo si fa per la miseria; potevo sce­glierne tanti così di mestieri; e con questo sono libera e padrona. E felice. Una volta con questo e una volta con quello. A chi la tocca la tacca.

Entra un personaggio che durante tutta la commedia sarà l'amico di Michele.

Olimpia                            - E tu?

L'amico rallenta. Timido. Imbranato.

Olimpia                            - Ti fermi?

L’Amico                          - Hem! Quant'è?

Olimpia                            - Tremila.

L’Amico                          - Hai un?...

Olimpia                            - Paura?

L’Amico                          - No, no. Mi fido. E' che... igiene.

Olimpia                            - Quello non manca mai. Andiamo.

Secondo Quadro

- Una sala bianca il più neutra possibile. Un cartello con scritto « Centro di ricerche psico­metriche ». Un tavolo. Una psicanalista con occhiali e camice. Michele, dall'altra parte del tavolo, di fronte alla dottoressa, sta compi­lando dei tests.

La Dottoressa                  - Questo. Una macchia. Quattro linee che si incontrano in un punto. Questo. An­cora. Svelto. Macchia circondata da un cerchio.

Michele                            - Cos'è?

La Dottoressa                  - Manifestazioni represse.

Michele                            - Ma siete sicuri?

La Dottoressa                  - L'abbiamo usato anche per gli slogans della Stayer italiana. L'indice di ingran­dimento è salito di quattrocentosettantasette mil­lesimi nei primi due mesi e di cinquecento mil­lesimi nel terzo mese.

Michele                            - Accidenti!

La Dottoressa                  - Già. E' stato praticamente il trionfo della linea Kanditt per i prodotti di bel­lezza. Ma non si fermi; altrimenti il test non è valido.

Michele                            - Mi scusi.

La Dottoressa                  - Due cerchi. Due punti. Ancora due cerchi. Forza non si fermi.

Ogni volta che la dottoressa dice qualcosa Mi­chele fa un segno su una cartella bianca che regolarmente la dottoressa mette sotto le altre.

La Dottoressa                  - Adesso deve svolgere il proble­ma delle uova. Da risolvere in meno di venti se­condi. « Venti secondi di attesa. Cronometro alla mano. Michele armeggia con le uova che ha davanti. Allo scadere dei venti secondi gli è rimasto in mano un uovo che non sa dove sistemare. Lo mette alla sua sinistra.

La Dottoressa                  - Ci siamo? Ahi! E' rimasto un uovo a sinistra.

Michele                            - E' molto grave?

La Dottoressa                  - Dipende. Da tutto il complesso delle prove. E adesso il problema delle mele. Dieci secondi di tempo.

Dieci secondi di attesa. Cronometro alla mano. Michele armeggia ancora. Questa volta con delle mele che la dottoressa gli ha messo a disposizione. Una mela gli rimane non siste­mata sulla destra.

La Dottoressa                  - Peccato. Rimane sempre fuori di un'unità.

Michele                            - Mi scusi. Ma posso sapere perché usate proprio le uova e le mele?

La Dottoressa                  - Sono merci di consumo parti­colarmente indicate a precisare la struttura com­portamentistica del soggetto nei confronti della società.

Michele                            - Ho capito.

La Dottoressa                  - Comunque la terza parte è finita. Ora può accomodarsi.

Michele                            - Grazie.

La Dottoressa                  - Tra qualche giorno avrà il risul­tato con tutti i dati. Sia quelli qualitativi che quelli quantitativi. Troverà anche l'interpretazio­ne generale elaborata dal nostro « S6 ».

Michele                            - Cioè?

La Dottoressa                  - E' un procedimento particolare. L'ultimo ritrovato della psicometria.

Michele                            - Capisco.

La Dottoressa                  - L'uscita è da quella parte. Si accomodi pure alla cassa.

Esce la Dottoressa. Per un attimo esce anche Michele. Torna da un angolo l'amico che finora non si è visto. Si alza e gli va incontro. Come se fossimo in un altro ambiente; anticamera per esempio.

L’Amico                          - Allora?

Michele                            - Tutto fatto.

L’Amico                          - E apri sta' busta no?

Michele                            - Calma. Questo è il conto. Il risultato me lo danno tra un po' di giorni. E' quello che conta; il consiglio che danno con i tests. Mica sbagliano. Se dicono una cosa...

L’Amico                          - Be'?

Michele                            - Come be'? Basta avere pazienza e poi pensarci.

L’Amico                          - Cosa t'hanno chiesto?

Michele                            - Chiesto. Niente m'hanno chiesto. Cosa vuoi che chiedano.

L’Amico                          - Ma qualcosa t'avranno pur doman­dato per sapere come sei fatto no?

Michele                            - Macché domande. Quelli non fanno domande. Fanno i tests.

L’Amico                          - Ah!

Michele                            - Hai capito?

L’Amico                          - Sì sì. L'hanno fatto anche a me quan­do sono stato assunto.

Michele                            - Ecco. Solo che qui è privato. Hai visto l'inserzione sul giornale. Massima discrezione. In­fatti io le ho fatto delle domande alla dottoressa ma non ha detto niente nemmeno a me.

L’Amico                          - E già.

Michele                            - Quello che non capisco è come fac­ciano a dire chi sono io a seconda di come si­stemo le uova e le mele.

L’Amico                          - Cosa?

Michele                            - Le uova e le mele. Devi sistemare in certi quadrati delle uova e delle mele.

L’Amico                          - Per me t'hanno fregato.

Michele                            - Figurati. Con quello che si paga. E' una cosa seria. Bisogna avere pazienza e la so­luzione poi te la danno. Eh! Altrimenti vuol dire che fregano con tutte quelle robe che fanno. Che ne sai?

L’Amico                          - Ah sì?

Michele                            - Forse. Che ne so io. Bisogna vedere al lato pratico poi.

L’Amico                          - E staremo a vedere. Comunque per me era meglio se andavi dalla chiromante.

Terzo Quadro

Salotto di una casa agiata. Michele e l'Amico su due divanetti, ciascuno con una vecchia al fianco.

La Prima Vecchia            - Com'è simpatico!

La Seconda Vecchia       - Sono tutti così simpatici i tuoi amici?

La seconda vecchia è con Michele. La prima con l'amico. Musica sommessa. Bevono. Rituale da salotto alla fine di un pranzo. Candele.

Michele                            - Non tutti Lorella. Solo lui è così sim­patico.

La Seconda Vecchia       - Mia cugina ha un debole per gli amici di Michele sa? (Parla all'amico) Pro­prio un debole. Vero Mimma? Io invece no. Lei è simpatico ma il mio Michele me lo tengo stretto perché ho paura di perderlo. E non lo cambierei con nessuno. Nemmeno con i suoi amici. Vero tesoro?

Michele                            - Lo sai che nemmeno io ti cambierei. Ma il mio amico è molto simpatico.

La Prima Vecchia            - E poi ci hanno detto che lei guida così bene la macchina... Non farà mica il corridore spero.

L’Amico                          - Be'. Corse di regolarità.

La Prima Vecchia            - Oh! uno sport così pericoloso povero tesoro... (Se lo coccola) Mi piace­rebbe tanto venire in macchina con lei qualche volta... Ma se corri troppo non ci vengo.

L’Amico                          - Sulla strada sono prudente.

La Prima Vecchia            - Meno male. E' proprio la gente che va forte quella che sa quando bisogna andare adagio.

La Seconda Vecchia       - A Mimma sono sempre pia­ciuti un po' troppo i corridori. Lei con i corridori si è sempre compromessa. Vero Mimma?

La Prima Vecchia            - Sono così cari...

La Seconda Vecchia       - Mimma fai vedere a Mi­chele la statuina che abbiamo comprato per la sala da pranzo. Tanto di tempo ne abbiamo. Lei non si offenda se Michele le ruba per un po' la dama. E stia tranquillo che Mimma non la tra­disce.

L’Amico                          - No, no...

Michele                            - Permesso un minuto allora.

La Prima Vecchia            - Scusami un momento te­soro. (Si allontana con Michele) Sai Michele, l'ab­biamo comprata in quel negozio che c'è dietro il posto dov'eravamo quella volta...

 Le voci si perdono con la musichetta e con l'andar via di Michele e della prima vecchia.

La Seconda Vecchia       - Michele le ha spiegato tutto?

L’Amico                          - Be'... credo... quasi tutto.

La Seconda Vecchia       - Allora sa già di che cosa si tratta.

L’Amico                          - Sì, penso di saperlo. E comunque l'avrei capito.

La Seconda Vecchia       - Benissimo. Quando tornano incominciamo la festicciola. (Versa da bere).

L’Amico                          - Ma abbiamo già bevuto molto.

La Seconda Vecchia       - Sciocchezze. Le è simpatica mia cugina?

L’Amico                          - Sì, Per quello che la conosco.

La Seconda Vecchia       - Già. Che peccato che non l'abbia conosciuto prima. Lei è davvero molto simpatico. Aveva ragione Michele.

Si riavvicinano le voci dei due che sono usciti.

La Prima Vecchia            - ... capisci Michele; così quando l'abbiamo vista abbiamo detto: quella fa pro­prio al caso nostro; va benissimo per il nostro arredamento. E poi, insomma, è una firma; via.

La Seconda Vecchia       - Oh! Eccoli! Ma quanto ci vuole per vedere una statua? Per me avete fatto dell'altro.

La Prima Vecchia            - Figurati. Sai bene che non tradisco mai i miei cavalieri. E guai a loro se tradiscono me. Sono gelosissima sai? (Rivolta all'amico e avvicinandoglisi con il muso).

La Seconda Vecchia       - Dimmi la verità Michele; cosa ti ha fatto?

Michele                            - Una testa così per dirmi quant'è bella la statua.

La seconda vecchia intanto versa da bere.

Michele                            - Ma ancora beviamo?

La Seconda Vecchia       - Cos'è? Sei diventato aste­mio tutto d'un colpo? Via dai. L'ultimo e poi incominciamo.

La Prima Vecchia            - Alla salute allora. E... cento di questi giorni!

La Seconda Vecchia       - Cento di questi giorni, e che possiate essere sempre così belli e forti.

L’Amico                          - Cento di questi giorni.

Michele                            - Evviva! (Bevono)

La Seconda Vecchia       - Bene ragazzi. Noi andiamo a rinfrescarci un po'.

La Prima Vecchia            - Torno tra un minuto tesoro. (All'amico) Mi aspetti?

L’Amico                          - Certo.

La Prima Vecchia            - Farò presto.

La Seconda Vecchia       - Avanti Mimma; hai tutto il tempo dopo di coccolartelo.

La Prima Vecchia            - (sempre all'amico) Ciao.

L’Amico                          - Ciao.

La Prima Vecchia            - Dimmi che mi aspetti e che ti mancherò.

L’Amico                          - Ti aspetto e mi mancherai.

La Seconda Vecchia       - Avanti Mimma.

La Prima Vecchia            - Così mi piace. (Escono le vecchie).

L’Amico                          - Michele non ce la faccio.

Michele                            - Non ce la fai a far cosa?

L’Amico                          - A restare. E' più forte di me.

Michele                            - Adesso?

L’Amico                          - Adesso, prima, dopo, chi se ne frega? Non ce la faccio.

Michele                            - Ma scherzerai vero? Trentamila lire.

L’Amico                          - Non scherzo, non scherzo Michele. Non ce la faccio e non ce la faccio. E poi ho bevuto troppo. Sto male.

Michele                            - Ma sono trentamila lire in una sera. Dove le guadagni trentamila lire in una sera? Al biliardo con quella faccia da povero di amici che abbiamo?

L’Amico                          - Dio santo! Ma non me ne frega niente delle trentamila lire; ma l'hai vista quella vecchia con quelle mani schifose piene di ossa? E tutto quello che ti fanno bere? No no no guarda; è più forte di me; portami via; non ce la faccio.

Michele                            - Senti; tenta di provare almeno per un momento. Chiudi gli occhi; tappati il naso; fai qualcosa; ma resisti almeno per un momento. Ve­drai che è come prendere una medicina; è questione di abitudine; passato il primo colpo va tutto bene. Ti prego; prova; se sei un amico.

L’Amico                          - Ma io non sapevo che fossero così terribilmente vecchie e bevevano tanto; con quei cespugli di vene varicose che si ritrovano addosso da tutte le parti... Dio santo! Non ce la faccio Michele. Ma non hai visto come mi tocca? Ti pre­go Michele, portami via. Se non mi porti via mi metto ad urlare e scappo da solo.

Michele                            - Sei impazzito? E' passata la mezza­notte e sentirebbero tutti i vicini.

L’Amico                          - E allora portami via adesso ma por­tami via. Ho voglia di vomitare.

Michele                            - Aspetta. Mettiti la giacca. Ce la fai?

L’Amico                          - Se è per andare sì.

Michele                            - Fai adagio. Almeno che non sentano. Se no, che figura facciamo.

L’Amico                          - Sì.

Michele                            - La porta è di là. Andiamo. Faccio strada.

L’Amico                          - Si...

Escono. Silenzio. Continua la musichetta. In corridoio si incominciano a sentire le voci delle due vecchie che arrivano. Sono disgustosamen­te civettuole.

La Seconda Vecchia       - Eccoci pronte. Siamo pronte. Perché non ci venite incontro sul corri­doio? Le dame non si lasciano camminare al buio da sole. Ah! che cavalieri da nulla che siete.

La Prima Vecchia            - Vuol dire che verremo noi a darvi la caccia. Provate a nascondervi da qual­che parte se vi troviamo.

La Seconda Vecchia       - Ma cosa dici Mimma. Sono loro che devono venire a prendere noi e portarci tra le braccia nella casetta dei giochi. Allora. Siamo qui.

La Prima Vecchia            - Ah!... ma volete proprio giocare alla scondarella. E va bene. Bauuuu... cetti! Bauuuu.... cetti! Con questo gioco da bambini fa capolino il volto della prima vecchia.

La Prima Vecchia            - Bauuuu... ma... ma ragazzi! Ragazzi! Ragazzi! Ma dove siete? Via ragazzi non facciamo questi brutti scherzi. Entra. Entra anche la seconda vecchia. Sono entrambe addobbate dì paillettes e scollate. Con un vestito di quelli che si portano con sotto niente stile entraineuse e che si tolgono in un colpo.

La Seconda Vecchia       - Ma dove siete ragazzi. Via non giochiamo più a questo brutto gioco e gio­chiamo all'altro che è più bello.

La musica che era durata fin qui dall'inizio della scena ininterrottamente cessa di colpo come se il disco fosse finito.

La Prima Vecchia            - Ma... Mimma!

La Seconda Vecchia       - Sì?

La Prima Vecchia            - Guarda quella porta... E' aperta. E' quella per...

La Seconda Vecchia       - (quasi con un urlo) Quella per uscire Mimma. Quella per uscire.

La Prima Vecchia            - (buttandosi sul divano in una crisi isterica e piangendo) Se ne sono andati. Se ne sono andati. Con tutti i soldi che gli aveva­mo promesso se ne sono andati. Ma chi credono di essere quei farabutti a trattare così due povere vecchie!? (Piange a dirotto) E io che aspettavo da due giorni di fare all'amore! Due giorni di attesa buttati cosi...

La Seconda Vecchia       - Calmati. Calmati Mimma. Sono anch'io come te che l'aspettavo questo mo­mento. Ma calmati. Mascalzoni farabutti! Apre di scalcio una finestra e si mette a urlare.

La Seconda Vecchia       - Delinquenti! Fatevi vedere un'altra volta se ne avete il coraggio. Passate di qui un'altra volta per offrire se ne avete la faccia. Delinquenti.

La prima vecchia si abbarbica a lei per strap­parla indietro. Sono orrendamente anacronisti­che e divertenti.

La Prima Vecchia            - Lorella! Lorella! Vieni den­tro Lorella; ci sentiranno i vicini.

La Seconda Vecchia       - Cosa vuoi che mi importi dei vicini dopo l'offesa che ci hanno fatto quei due. Delinquenti! Ma cosa credono di trovare con le sgualdrine della loro età? La colpa è mia che ho creduto. Che mi sono illusa che fossero bravi ragazzi. Ah Mimma Mimma!...

Piangono l'una sulle spalle dell'altra.

La Seconda Vecchia       - Dove ne troveremo altri due adesso. Alla nostra età. A quest'ora di notte. Ah Mimma Mimma!...

Piangono disperate buttate sul divano una addosso all'altra.

Quarto Quadro

Strada di città. Stessa sera. Su una panchina

Michele e l'Amico.

Michele                            - Va meglio?

L’Amico                          - Insomma... Scusami ma...

Michele                            - Macché scusami. Ormai è andata.

L’Amico                          - E' che credevo proprio di farcela.

Michele                            - Ma va. L'importante è che ti sia li­berato.

L’Amico                          - Sì. Per quello sì. Avevo lo stomaco che voleva spaccarsi.

Michele                            - E allora basta.

L’Amico                          - Sarà per quello che ho bevuto. Non sono abituato.

Michele                            - E già.

L’Amico                          - Un bicchiere via l'altro non si può la prima volta. Al momento va giù che sembra niente. Poi ti manca la terra sotto i piedi. E quelle vecchie... Oh!...

Si alza e va dietro le quinte per vomitare

ancora.

Michele                            - E dalli da capo. (Accende una siga­retta) Bada che domani devi andare in ufficio.

 L'amico rientra barcollando.

Michele                            - Fatto?

L’Amico                          - Fatto. Scusami. Basta nominarle che...

Michele                            - Devi vincerti. Tutto lì. Vincere. Essere più forti del destino.

L’Amico                          - Sì ma non è mica facile. Comunque mi spiace di averti rovinata la sera.

Michele                            - Figurati. Tanto...

L’Amico                          - E no. Erano trentamila lire.

Michele                            - Ce ne sono delle altre.

L’Amico                          - Ne conosci così tante?

Michele                            - Uf! Quante ne vuoi.

L’Amico                          - Ma dove le hai pescate?

Michele                            - Così; in giro.

L’Amico                          - E tu le tratti tutte come clienti?

Michele                            - E come vuoi che le tratti? Come fi­danzate?

L’Amico                          - No ma... Allora io t'ho fatto perdere una cliente stasera.

Michele                            - E t'ho detto di non pensarci no?

L’Amico                          - Mi dispiace. (Silenzio) Ma perché non vai con qualcuna più giovane?

Michele                            - Sì. Perché rendono tanto quelle.

L’Amico                          - Che c'entra? Almeno ti diverti. Io sono stato con una la settimana scorsa.

Michele                            - Quanto t'ha dato?

L’Amico                          - Veramente ho pagato io.

Michele                            - Bravo biscaro.

L’Amico                          - Ma mica ti pagano le giovani. Ci vai perché ti piacciono. Per divertirti.

Michele                            - E io mi diverto a far soldi.

L’Amico                          - E già. Ma io ci andrei lo stesso se fossi in te. Qualche volta.

Michele                            - Per provare magari...

L’Amico                          - Ci andiamo insieme da quella che sono stato io?

Michele                            - Quando?

L’Amico                          - Be'... Anche domani sera.

Michele                            - D'accordo. Domani sera ti insegno come si fa senza pagare.

L’Amico                          - Ma va.

Michele                            - Scommessa?

L’Amico                          - Anche se non paghi, mica ti rende.

Michele                            - Incomincia a non pagare. E' già qual­cosa.

L’Amico                          - D'accordo. Andiamo via.

Michele                            - E via. A dormire.

Si alzano. Escono. Incomincia la musica di Olimpia. Sirena della polizia. Olimpia arriva di corsa in scena dall'altra parte del palcosce­nico. Strada di Olimpia. La sirena si allon­tana. Strada di Olimpia. Neon lontani come nella prima scena.

Olimpia                            - E va a' morì. Anche la polizia ci vo­leva. Madonna che sera! (Sigaretta) Come se fos­simo qui a rubare. A vendere. Mica rubare. E fateci pagare le tasse come gli altri negozianti no? Niente. Polizia. Ma va... Eh cara Olimpia; qui ci hai da farti il magnaccia. Che ti pigli sot­tobraccio al momento giusto e dica: « La signo­rina è con me ». Pff. Signorina. Accidenti. Altro che signorina! Poi quello vuole pure i soldi; i diritti; mi fa lavorare se non ho voglia e l'Olim­pia è fregata. Accidenti per lui; mica per me. No, no. I magnaccia stiano pure dove sono, che l'Olim­pia non si lascia fregare. Piuttosto senza. Mica la vogliono capire che qui non ci sto per fre­gare gli altri; per dar via qualche bel regalino. Mi diverto mi diverto mi diverto. Oh! No. Niente. Non si può. Polizia. Comunque meglio la corsa con dietro la Polizia che un ruffiano che ti chiede lo stipendio. Eccolo là uno che se la porta via la sua donna. Bella roba! Scema. Vaglieli a dare a lui i soldi; che la roba che dai via è tua. Cre­tina. Ma va. Guardala come la tratta. Bell'affare. No no; l'Olimpia proprio non la fregano. Quello che la frega deve ancora nascere. E una volta nato sarà da vedere. E sì; sarà da vedere.

Ombra di uomo ih proiezione sul fondo che cammina. Si arresta come gli altri in corri­spondenza di Olimpia.

Olimpia                            - Be'? Tremila. Di' bello; ti sembro una che fa cose strane? E invece no. Normale. Se ti va. Ciao ciao.

L'ombra si allontana.

Olimpia                            - Buono anche quello. Certi poi è meglio perderli che trovarli. Sì; anche te ti ho trovato una volta. L'unico affare storto della mia vita. Ma non mi fregate. Nossignori. L'Olimpia non si fa più fregare. Da nessuno. Si allontana fischiettando.

Quinto Quadro

Casa di Michele. Dieci del mattino. Michele esce stancamente dalla sua camera. Ora è in un ambiente che può essere un tinello. Du­rante tutta la scena si vestirà lentamente.

La Madre                         - Sono le dieci.

Michele                            - Hm.

La Madre                         - E' tutto quello che sai dire?

Michele                            - Caffè.

La Madre                         - Acqua gelata. Stanotte alle tre ti abbiamo sentito tornare.

Michele                            - Ho fatto tardi.

La Madre                         - Sono due anni che fai tardi. Tre se contiamo quello che dovevi andare a studiare e non hai concluso un bel niente. Geometra. Poi pubblicità. E adesso?

Michele                            - Sto cercando, mamma. Non sto fa­cendo niente.

La madre esce come per andare in cucina. Parla da fuori.

La Madre                         - Ventisei anni e ti fai ancora mante­nere da tuo padre. Fortuna che le cose vanno bene. Ma vanno bene a sgobbare, carino; non a dormire. Sono trentasei anni che tuo padre alle sette si alza e alle sette e mezzo esce per andare in ufficio. Fortuna che tua sorella almeno ha preso da lui.

La madre rientra.

La Madre                         - Avanti. Il caffè.

Esce di nuovo nella stessa direzione. Parla sempre da fuori.

La Madre                         - Non devi pensare che noi ti vogliamo male. Tutto quello che ti diciamo lo diciamo per il tuo bene. Sei nostro figlio. Credi che non lo sappia che i rimproveri danno fastidio, che le pre­diche annoiano, che preferiresti sentirti dire che sei bravo ecc. ecc.? Figurati se non le so tutte queste cose. Ma vorrei che il fastidio fosse ancora maggiore, che ti facesse concludere, decidere. Ti vorrei male se non volessi questo. Vorrei non ve­derti impigrire senza avere un lavoro, un'occu­pazione; che tu potessi guadagnare dei soldi; mica tanti; e non per noi; non ne abbiamo bisogno, noi; per fortuna le cose vanno bene adesso; ma per te; e neanche per mantenerti; solo per avere la soddisfazione di concludere qualcosa di posi­tivo. Allora?

Rientra la madre.

La Madre                         - Quando conti di realizzare? Eh?

La madre esce. Come prima.

Michele                            - Non lo so mamma. Sono esaurito.

La Madre                         - Perche non crederai, vero, che le cose vadano sempre avanti così, che noi ti sopportiamo ancora per molto a bighellonare.

Da questo momento in avanti Michele parla all'unisono con la madre.

La Madre                         - In pigiama e vestaglia, con i parenti che dicono quello che dicono di te...

Michele                            - (interrompendo l'unisono solo sulla bat­tuta e gridando) Ma chi se ne frega dei pa­renti?

Riprende l'unisono.

La Madre                         - ...che ti vedono tornare di notte non ti vedono uscire di giorno, cosa pensano, dico, cosa possono pensare, dico io; non vuoi che si dica che il figlio del signor Emanuele sia un poco di buono, un fannullone, un fallito; vero? non vorrai che si dica questo?

 La madre rientra. Cessa l'unisono.

La Madre                         - Con tutti i sacrifici che abbiamo fatto per farti studiare; per crescerti bene; perché tu fossi diverso dagli altri. Quando la povera nonna era ancora con noi e potevo contare su qualcuno che tenesse la casa andavo anch'io a lavorare. Non siamo mai andati ad un cinema né a teatro; mai. E tutto questo l'abbiamo fatto per te. ,

 La madre siede sul divano. Affranta. Michele accende la radio.

Michele                            - Adesso taci mamma. C'è la tua trasmis­sione.

 La trasmissione incomincia con una canzo­netta del mattino.

La Madre                         - Vedi? Non saresti nemmeno un cat­tivo ragazzo. Perché non vuoi fare?

Michele                            - Non è che non voglia. La strada la sto cercando. E' che non mi va di lavorare.

 Bacia la madre ed esce. Silenzio per un po'. Solo la musichetta della radio.

La Madre                         - Povero figliolo. Così buono. Io le pre­diche gliele devo fare per forza. E' mio dovere. Rimorsi di coscienza non ne voglio. Mica che un giorno diventi grande e dica: « Però voi non me l'avete mai detto ». E no; questo proprio non deve succedere. Ci mancherebbe anche questa; con tutti i sacrifici che ha fatto suo padre. Volevamo un iiglio di cui poter andar fieri. E adesso di respon­sabilità non ne vogliamo più. Figurarsi se pos­siamo mollare proprio adesso che sta per conclu­dere. No, no. Tutte le mattine, finché avrò fiato, la predica gliela farò.

In un posto qualsiasi, nello stesso tempo, Mi­chele e l'Amico.

L’Amico                          - Allora?

Michele                            - Non mi piace.

L’Amico                          - E' giovane. Non è male.

Michele                            - E' troppo volgare. Non puoi andare a prendere un caffè con quella.

L’Amico                          - Ma mica la devi sposare, no?

Michele                            - Che c'entra? Se vuoi avere un certo rapporto la devi anche portare in giro qualche volta.

L’Amico                          - Ah, ma sei fissato allora. Che proprio I ci vuoi vivere sopra.

Michele                            - Ma l'hai sentito o no il risultato dell'esame psicometrico? «Tendenza al lavoro con I altri con funzioni di rapporto subordinato dell'altro; attitudine all'apertura e alla dipendenza economica delle parti; interscambio dei valori con­cessi o conquisi a seconda dei casi proposti... capacità di sublimare un rapporto e trasformarlo in funzione vitale di esistenza vissuta ».

L’Amico                          - Ma sì, ma sì che l'ho sentito. Te l'ho I detto. Ti hanno fregato. Per me era meglio che I andavi dalla chiromante.

Michele                            - Figurati. Figurati. Ai nostri tempi. E gli scienziati allora? Cosa ci stanno a fare?

L’Amico                          - Scienziati quelli sì. Ciarlatani. Almeno la chiromante è sincera.

Michele                            - Non capisci. Non conta che siano sinceri o no. Quello che conta è che ti diano fiducia per fare qualcosa. Ecco quello che conta. E siccome io a loro ci credo, la fiducia me l'hanno data. Vuoi vedere che ci provo con Olimpia?

L’Amico                          - Ma se dici che ti fa schifo.

Michele                            - Appunto. Mi fa schifo e ci provo. Se I poi va... vedremo chi aveva ragione. Tecnica ci I vuole. E' solo questione di tecnica e di mestiere.

L’Amico                          - E perché non provi per una volta a non avere grilli per la testa? Eh?

Michele                            - Lascia perdere. Questa è un'idea. Provo con l'Olimpia. Quando si esce?

L’Amico                          - E io che c'entro?

Michele                            - C'entri perché così vedi.

L’Amico                          - Ma ti credo. Se mi dici che è andata... io ti credo.

Michele                            - Ma ci si diverte, no? Allora; domani?

L’Amico                          - E in ufficio?

Michele                            - Chiedi un permesso. Mica è la prima volta. Chiedi il permesso e domani pomeriggio si dice all'Olimpia di portarsi un'amica. Combinato.

 Casa di Michele. Situazione come prima. La madre sola.

La Madre                         - E' un po' sfortuna anche. E l'invidia di quelli che gli vogliono male. Perché io lo so com'è lui; dice di sì a tutti; si fa in quattro per gli altri; poi quello che ci perde è lui. Perché aiuta, aiuta, aiuta, poi quando hai bisogno di una mano non c'è mica nessuno che te la dia. Si è ben visto suo padre quando doveva passare di categoria. Con tutti i piaceri che aveva fatto ai colleghi in tempo di guerra; con tutta la roba che gli portava dalla campagna; neanche uno l'ha aiutato; neanche uno che sia uno. E così è Michele. Troppo buono. E gli altri se ne approfittano.

Sesto Quadro

Tavolino di bar. Pomeriggio. Musica di jukebox. Michele, l'amico, Olimpia e Susy.

Michele                            - Allora il mio amico mi ha detto l'altra sera: « Vieni che te la presento io una ragazza coi fiocchi ». Io non ci credevo che lui la conoscesse davvero una ragazza coi fiocchi. E invece... ecco qua l'Olimpia.

Olimpia                            - Che gentili a portarci qui! In quelle strade schifose...

L’Amico                          - Avevo ragione?

Michele                            - Altro che ragione! Forse è la prima volta in vita tua che hai ragione. Giusto, o no, Susy?

Susy                                 - Meno male che qualcuno mi rivolge la parola.

Olimpia                            - Sapete che cosa vi propongo? Domani andiamo tutti e quattro sul lago. E' bello con voi perché in giro non ci porta nessuno. Hanno tutti la puzza sotto il naso. Quando sono in camera poi...

 Risata generale.

L’Amico                          - Purtroppo non so se domani potrò.

Michele                            - E piantala! Cos'è 'sta storia che do­mani non puoi?

Olimpia                            - Se non vieni ti portiamo per forza.

Michele                            - Quando si decide di far festa si fa fino in fondo; se si incontrano due ragazze carine come loro. Tu domani non molli. E al lago ci vieni.

L’Amico                          - E' che ho già chiesto un pomeriggio di permesso oggi. Non so se domani me lo danno ancora.

Michele                            - Ma che te ne frega del permesso e dell'ufficio? Non ci vai e basta.

Olimpia                            - Dai che se perdi il posto lavori con noi dopo.

- Altra risata generale.

L’Amico                          - Se posso, vengo.

Susy                                 - Bene ragazzi, arrivederci. Ci vediamo do­mattina allo stesso posto. Ciao, bello.

Olimpia                            - Vado anch'io.

Michele                            - E no. Proprio adesso.

Olimpia                            - Devo guadagnarmi anche la giornata di domani, no?

Michele                            - Giusto. Tutti al lavoro. Ciao, Olimpia.

Olimpia                            - Addio ragazzi.

 Escono le due ragazze.

Michele                            - Ma sei pazzo a fare 'ste storie? Queste ci stanno per niente, domani.

L’Amico                          - Sì. Come oggi dovevano starci per niente. Ma va. Queste lavorano.

Michele                            - Ma la prima volta. E' logico, no?

L’Amico                          - Logico un corno. E poi, non mi va di mancare sempre in ufficio.

Michele                            - E dalli con 'sto ufficio. Senti: mettiamo che mi fai un favore personale.

L’Amico                          - Sei vuoi, ti presto i soldi.

Michele                            - Macché soldi. Mica ti porto in giro perché paghi tu.

L’Amico                          - No. Però pago.

 

Michele                            - Paghi perché sono ancora fermo. Ap­pena incomincio a ingranare, stiamo bene tutti. Vedrai.

L’Amico                          - Comunque, i soldi incomincio a darteli adesso. Poi domani vedremo.

Michele                            - (prendendo i soldi) Stasera non ci ve­diamo?

L’Amico                          - Al bar, no?

Michele                            - Appunto. Non è per i soldi; è che in quattro si è più in compagnia e si spende meno. Le prime volte mica puoi fare la figura del bar­bone, no? L'Amico - Eh!

 Escono anche i due. Sera. Strada di Olimpia. Sbatte una portiera di macchina. Entra Olimpia. La macchina riparte. Solita musica intro­duttiva di Olimpia.

Olimpia                            - E va un po' anche tu. Pfff. Nove in una sera... non so io. Pretende che ci abbia voglia anche di chiacchierare. Che si paghi una dama di compagnia, no? Mica l'Olimpia.

 Siede sulla panchina. Sigaretta.

Olimpia                            - Questi sono quelli che ci hanno la fissa del discorso umano; che se non è umano non lo vo­gliono. Chissà poi perché deve essere umano per quattro frasi buttate lì. Pagato hanno pagato, han­no fatto quel che dovevano, basta, no? No. Sembra quasi che lo piglino come un dovere; un riguardo. E non sanno invece che rompono. Ancora chiac­chierare. E chiacchiera con tua moglie. Almeno la mantieni; a qualcosa ti serve. Con me devono chiacchierare. Per spiegarmi il perché e il per come sono venuti, nonostante ci abbiano la moglie, come se fosse con me che devono giustificarsi, invece che con lei.

- Ombra in proiezione che si ferma.

Olimpia                            - Finito. Chiuso bottega.

 Ombra sempre ferma

Olimpia                            - Torna domani, bello. Stasera basta.

Ombra sempre ferma

Olimpia                            - Ma non capisci che ho chiuso? Chiuso. Finito.

 Ombra sempre ferma

Olimpia                            - Si, gioia, sempre qui mi trovi. Ciao bello; ciao.

 L'ombra si allontana. Olimpia si dà un po' di

rossetto. Accende un'altra sigaretta.

Olimpia                            - E quel biscaro che non arriva? Va be' che è ancora presto. Sono io che ho smesso prima, stavolta. Simpatico. L'altro giorno sul lago faceva finta di avere un sacco di soldi. Si capiva benis­simo che non ne aveva più e che erano gli ultimi. Simpatico lo stesso, però. Boh. Chissà poi se gli piace 'sto regalino... (Ha in mano una scatoletta) Il tipo che si monta la testa non sembra. Dunque, glielo si può anche fare; visto che è simpatico. E poi, di'; mica lo sposo. Sono sempre in tempo a mollarlo.

 Entra Michele.

Olimpia                            - Benearrivato.

Michele                            - Ciao. (La bacia sulla guancia) Come va?

Olimpia                            - Mica male. M'accompagni?

Michele                            - Avevo paura d'aver tardato.

Olimpia                            - No. Sei giusto.

Michele                            - Andiamo.

Escono. Stessa sera. Casa di Michele. Padre e Madre di Michele.

La Madre                         - Se lo umilii...

Il Padre                            - Io non ho mai umiliato nessuno.

La Madre                         - Così giovane; al giorno d'oggi non è facile trovare lavoro. Con quelle paghe da miseria, poi...

Il Padre                            - Ma non mi interessa che guadagni tanto, poco o niente. L'importante è che faccia qualcosa e che non stia tutto il giorno a ciondo­lare.

La Madre                         - Ma anche lui avrà il suo amor proprio di voler guadagnare bene.

Il Padre                            - E i soldi che ha in tasca? Dove li piglia?

La Madre                         - La mancia.

Il Padre                            - Macché mancia. Non bastano quelli della mancia.

La Madre                         - Farà qualcosa. Io tutte le mattine, comunque, la predica gliela faccio.

Il Padre                            - Quando vado in ufficio e lo vedo an­cora a letto mi viene voglia di...

La Madre                         - Non esagerare, adesso. E' giovane. E poi, di giorno qualcosa fa.

Il Padre                            - Lo so io cosa fa. Ma non di giorno, di sera. E il fatto che siano gli altri a venirmelo a dire...

La Madre                         - Oddio... cosa ti hanno detto gli altri? Che diritto hanno di parlare male di nostro figlio?

Il Padre                            - Diritti non ne hanno. Comunque, la gente vede e parla.

La Madre                         - Ma cosa dicono?

Il Padre                            - Ha un giro di vecchie.

La Madre                         - Un che?

Il Padre                            - Un giro di vecchie. Vecchie. Quelle che pagano.

La Madre                         - Oh nooo! no no no, non è possibile che Michele sia così... (E' scoppiata in un pianto a singhiozzi) Il mio bambino nelle mani di quelle orribili donne... Sempre singhiozzi. Mentre dice questo si alza e incontra la sua figura di vecchia in uno specchio a muro. Lancia un urlo.

Il Padre                            - Su su, adesso; non esagerare. Basta che trovi una ragazza che gli vuol bene.

La Madre                         - No no; ma non la trova lui. Sono tutte egoiste e lui è troppo buono. (Sempre sin­ghiozzi) Sono tutte egoiste e se ne approfittano che lui è buono. Il mio bambino tra le mani delle vecchie. Nooo! (Si butta a piangere di un pianto ancora più dirotto).

Stessa sera. Strada di Olimpia. Entra Michele.

Michele                            - Mica male, l'orologio. (Si guarda il polso) Proprio mica male. Adesso il problema sarà di non farlo vedere in casa. Ce la si può fare. (Sbadiglio) Madonna, che sonno! Le quattro. Chis­sà le lagne, a casa. Domani, prima cosa è dirlo all'amico. Biscaro. Non ci credeva lui. Stupido. Si può avere tutto quello che si vuole dalle donne. Basta organizzare per benino il piano. Be', dico; per quello che la conosco... siamo già all'orologio. E poi dell'orologio non glielo voglio nemmeno dire all'amico. Quando andrò in giro in macchina si chiederà dove diavolo li ho presi i quattrini. E io... zitto! Per adesso gli lascio credere che vado semplicemente gratis. Che colpo! Stavolta ce la faccio. Eccome se ce la faccio!

 Esce.

Settimo Quadro

 Mattino. In tram.

Michele                            - Perché se venivi ieri sera te ne accorgevi anche tu.

L’Amico                          - Ma non puoi dirlo. Magari ti va bene, ma devi stare attento.

Michele                            - Madonna, ma lo sai anche tu che se1 una di quelle si attacca è fatta.

L’Amico                          - Intanto bisogna vedere se si attacca.

Michele                            - Si attacca, si attacca; si è già attaccata.

L’Amico                          - Poi bisogna vedere se una volta che si è attaccata, sgancia.

Michele                            - E dai. Mica le puoi fare di colpo le J cose, no? Incominci col cinema, poi con un pranzo, poi è chiaro che devi farle qualche regalino; che devi essere gentile. Devi darti da fare.

L’Amico                          - Supponiamo che ti sia presa una cotta.

Michele                            - Sì. Di Olimpia.

L’Amico                          - Perché no?

Michele                            - Ma va. Che già faccio fatica ad andarci. Non mi piace.

L’Amico                          - Fai fatica, però ci vai.

Michele                            - Ma mica le posso dire che mi fa schifo e poi chiederle i soldi. Che tanto, con Olimpia non è che ce ne cavi molti. Serve giusto per la scom­messa, per provare; e poi, magari per il giro; le amiche; da una diventano due ecc

L’Amico                          - Secondo me non ci cavi niente.

Michele                            - Per intanto ci cavo che ci vado a gratis.

L’Amico                          - Capirai che vantaggio. Ti fa schifo...

Scendono dal tram.

Michele                            - Stammi a sentire. Schifo o non schifo, quando con una di quelle ci vai gratis, vuol dire che di simpatia ce n'è già un bel po'. Altrimenti non mollano, quelle. E lo schifo è la fatica che si fa. Cosa credi? Che un ingegnere si diverta sem­pre quando lavora? Si diverte quando ritira lo sti­pendio; ma le balle se le rompe anche lui a lavo­rare. E così è con Olimpia.

L’Amico                          - Solo che tu lo stipendio non lo ritiri.

Michele                            - Lo ritirerò; non ci pensare.

L’Amico                          - Be'. Buona fortuna. Io vado in ufficio.

Michele                            - Ma non ti ricordi i risultati dell'esame psicometrico? « Tendenza al lavoro con altri, con funzioni di rapporto subordinato dell'altro; attitu­dine all'apertura e alla dipendenza economica del­le parti; interscambio dei valori concessi o con­quisi, a seconda dei casi proposti... capacità di sublimare un rapporto e trasformarlo in funzione vitale di esistenza vissuta ». Oggi è cosi la vita; magari tu vorresti fare una cosa perché ti piace, e credi che sia il tuo mestiere, e invece non ci sei tagliato. Negli studi dove fanno i tests ti dicono quello che tu sei portato a fare. E a questo io ci sono portato. Stammi a sentire. Cosa dicevano i risultati? Stringi stringi, dicevano che io sono in gamba ad avere dei rapporti che si traducono in rapporti d'affari, e per di più di dipendenza eco­nomica. Cioè, vuol dire che sono il tipo adatto a far lavorare gli altri.

L’Amico                          - Ma no!

Michele                            - Ma sì. Oh bella! Far guadagnare gli altri e guadagnarci sopra. Solo che qui comincia il problema. Quali altri? Questo è il punto. Quali altri. Operai? Contadini? Minatori? Impiegati? Per­ché ognuno ci ha le sue di competenze. La sua di personalità. E quindi ci ha i suoi interessi e in base a questi deve scegliere la categoria da sfrut­tare. Convinto?

L’Amico                          - E poi?

Michele                            - Io di ragionamento ho fatto questo: come geometra non valevo una cicca; alla scuola di pubblicità non era il mio pane. C'eri anche tu e l'hai visto. Di economia e di tecnica non ne so niente. Benissimo. Però le donne non mi sono mai mancate. E' un campo dove qualcosa l'ho sempre rimediato. Dunque, sotto con le donne. Andarci per andarci, tanto vale andarci e cavarci dei soldi. Non ti pare? Incomincia con l'amicizia e pian piano le freghi; poi sono come una banca. L'Olim­pia è la prima; poi un'altra, e via.

L’Amico                          - Be'. Io vado in ufficio. Ci vediamo?

Michele                            - Stasera. Ma ti pare che vale, il piano, o no?

L’Amico                          - Sì sì. Per andare va. Poi bisogna ve­dere però. Ne riparliamo, eh?

Michele                            - D'accordo. Stasera.

L’Amico                          - Ciao.

L'amico esce. Michele solo.

Michele                            - Ciao. E figurati se non va. E figurati se tu ci arrivi a pensarle 'ste cose. Scettico! Certo che con la tua testa mica te lo fai più l'apparta­mento con la macchina e magari anche il panfilo? Che senza esagerare può anche saltar fuori. Con la testa di mio padre, per esempio. « Ah, bisogna sgobbare, carino ». Macché sgobbare. A sgobbare non si conclude. Si conclude di alzarsi tutte le mat­tine alle sette per avere la pensione, la dote alla figlia, e chiuso. Finito lì. E io che di figlie non ne voglio e di pensioni nemmeno... Idee; idee ci vo­gliono. Che fruttino bene e al momento giusto. Certo, che fare come dico non è facile; bisogna aspettare, pensare, aspettare; non è come andare in ufficio e giocare al bigliardo alla sera. E' una vita di sacrificio e di pazienza; quando poi le idee vengono... pigliale. Ma senza quelle... niente da fare.

Camera di Michele. Michele davanti ad un ar­madio in cui ci sono senz'altro degli specchi. Abiti appesi. Abiti alla rinfusa.

Michele                            - Comunque stavolta ci siamo e a quello lì non gli dico niente. Bello, eh? Che se poi ti va male, tutti a pigliarti per il naso. E invece, niente. Non gli dico niente. Tutto sull'indeciso; sul pro­grammatico. Qui però bisogna cambiare pelle; questa era buona per le vecchie. 'Sta cravatta; via. Camicia a quadretti... eccola. Via questo; via; via 'sta roba da impiegato di banca; giacca; questa è buona per un rappresentante di dolciumi; non per me; via; tra i rifiuti del vecchio mondo. Basta con tutto. Da domani, vita nuova. Al lago con Olimpia. E pian piano ce la possiamo fare da gran signori. Scarpe... ecco qua. Giusto; la giacca. Questa? No. Questa?... be', per incominciare. Ma sì. Per l'Olim­pia domani è anche troppo. Come va? Splendido. Proprio come dicevo io.

Ottavo Quadro

Sulla terrazza di un ristorante al lago. Michele ed Olimpia.

Olimpia                            - Cameriere! Cameriere!

 Si avvicina un cameriere.

Olimpia                            - Caro. (Rivolgendosi a Michele) Di' al cameriere che questa insalata è immangiabile.

Michele                            - (guardandosi intorno, imbarazzato) Scu­si, questa insalata non è molto buona.

Olimpia                            - Cameriere! Questa insalata è schifosa.

Il Cameriere                     - Signorina, scusi; ci sono dei clienti. La pregherei di parlare più adagio.

Olimpia                            - Me ne sbatto dei clienti. Ho ordinato insalata e non spazzatura.

Il Cameriere                     - D'accordo, signorina; ha senz'altro ordinato insalata, ma ci sono ugualmente dei clienti.

 Si avvicina al tavolo un capo cameriere.

Il Capo Cameriere           - I signori desiderano qualcosa di particolare?

Olimpia                            - Semplicemente insalata.

Il Capo Cameriere           - I signori saranno serviti.

 Fa un cenno al cameriere che si allontana in fretta portandosi via il piatto con l'insalata.

Olimpia                            - (rivolta al cameriere) Che non sia di­sgustosa.

Il Capo Cameriere           - Se i signori non fossero sod­disfatti del nostro servizio, mi chiamino.

Olimpia                            - Okey, amico. Ci capiamo, eh?

Il Capo Cameriere           - Certo, signorina. Ci capiamo.

Il capo cameriere si allontana.

Olimpia                            - Hai visto come saltano a cantargliele bene?

Michele                            - Poveretto. Lui mica c'entra se l'insalata non era buona.

Olimpia                            - E allora? Nemmeno io c'entro quando i miei clienti hanno qualche grillo e non li sod­disfo. Eppure se la pigliano con me. Bell'affare. Devi pur dire le tue ragioni a qualcuno, no?

Michele                            - Sì, ma poveretto lo stesso. Magari si piglia una lavata di testa.

Olimpia                            - Ma va. Sei troppo buono tu. (Silenzio) Oh! Cosa pensi? Ancora al cameriere?

Michele                            - Così. Sono un po' in crisi.

Olimpia                            - E va. Crisi. Con 'sto sole e 'sto lago, crisi. Va' bellezza. Vien voglia di buttarsi nell'acqua e nell'erba. E di godersela. Buttala via la crisi. Mica fa godere quella.

Michele                            - Capirai che facile! La situazione in cui sono.

Olimpia                            - Be'? Cosa ti manca?

Michele                            - Come, cosa mi manca. Tutto mi manca.

II cameriere porta l'insalata.

Olimpia                            - Mi porti anche due cipolline.

Il Cameriere                     - Subito, signorina.

Olimpia                            - Va avanti che voglio ridere. Cosa ti manca?

 

Michele                            - Ma niente mi manca... come mancare. Cosa vuol dire. E' la situazione in casa. Mica ci sei tu alla mattina a sentire mia madre che rogna ogni volta e ci ha pure ragione la povera crista. E d'altra parte, un po' la sfortuna, un po' che non so andare d'accordo con gli altri,., non lego; ecco.

Olimpia                            - E non combini.

Michele                            - E dalli anche tu col combinare. Ma cosa vuoi che combini se prima non riesco a in­granare con le conoscenze?

Olimpia                            - E non te la prendere. Mica ti faccio un rimprovero, io. Lo dico solo così. Per me, devi fare come vuoi. Sei libero, per me.

Michele                            - E poi anche 'sto fatto di non farti mai un regalo... fosse solo questo; non ho nemmeno i soldi per portarti a fare un week-end o pagare il ristorante; che sarebbe il minimo con tutti i pia­ceri che mi fai.

Olimpia                            - Ma di' un po'; ma tu credi che con te ci venga per farmi fare i regali? Ma cosa credi che ci stiano a fare allora i biscari che mi pa­gano? Eh? Per cosa credi che li abbia inventati il Padreterno? Quelli pagano per tutt'e due. Che pa­ghino te o che paghino me, che differenza fa? L'importante è che gli spiccioli arrivino. E arri­vano. Eccome se arrivano. Cameriere! Le cipolline.

 Entra il cameriere.

Il Cameriere                     - Gliele stavo portando, signorina. Se desidera altro o se qualcosa non va sono a sua disposizione.

Olimpia                            - Non dubiti. Chiamo.

 Il cameriere esce.

Olimpia                            - Allora sempre dell'idea della crisi?

Michele                            - Sei così buona, tu... che tante volte mi sento un verme.

Olimpia                            - Ma va. Con te ci vengo perché mi piaci; mi piaci tanto, sai? Da morire. Perché mi fai venire in mente quei cuccioli, o quei bambini, che se non gli dai da mangiare muoiono. Che non si può fare a meno di volergli bene; perché sono senza niente addosso, loro. Che belli che siete! Sei il mio cucciolo?

Michele                            - D'accordo, Olimpia. Sono il tuo cuc­ciolo.

 Incomincia fortissimo il rumore di una musica di banda e uno scoppio quasi contemporaneo di mortaretti.

Olimpia                            - Guarda, Michele, guarda che meravi­glia! (Grida) Stanno preparando la festa per la sfilata delle barche. Guarda che meraviglia. Non ti piacerebbe essere là in mezzo?

 Tutti i clienti del ristorante sono in piedi per godersi lo spettacolo.

Michele                            - Certo che mi piacerebbe.

Olimpia                            - E allora andiamo. Via.

 Prende Michele per il braccio e lo trascina fuori dal ristorante. Continua lo scoppio dei morta­retti e la musica della banda che si avvicina sempre più. I clienti in piedi agitano tovaglioli e gridano a loro volta per salutare.

Un Cliente                       - Sono entrati nel lago vestiti! Sono entrati nel lago vestiti. Guardate! Laggiù.

 Primo Quadro

 Casa di Olimpia. Tarda notte.

Olimpia                            - Che bello l'alba! Dio, che bello! Ci sono già certi che vanno a lavorare. Ma noi siamo appena pronti per incominciare la nostra notte. Appena appena pronti. E potremmo andare avanti ancora tanto a vivere... Che bello! Liberi. Mi ami? Michele. Rispondimi. Michele

 Ti amo.

Olimpia                            - Non me lo dici mai...

Michele                            - Perché non è necessario. Ormai lo sai] che ti amo.

Olimpia                            - Ma non importa. Lo so. Però mi piace sentirmelo dire da te.

Michele                            - E' che non sono capace di fare il romantico.

Olimpia                            - Povero caro! Mi piaci tanto per questo, sai?

Michele                            - Perché non sono romantico?

Olimpia                            - Perché lo sei ma non sei capace di' farlo.

Michele                            - Non lo sono.

Olimpia                            - Come vuoi tu, Michele. Se non lo vuoi) essere non lo sei. D'accordo?

Michele                            - D'accordo.

Olimpia                            - E poi, dimmi. Quando torni a casa al mattino, non pensi mai a me che sono rimasta sola?

Michele                            - Sempre. E mi dispiace che tu sia ri-I inasta sola.

Olimpia                            - Caro. Anche a me dispiace non restare con te. E' la cosa più bella che ci sia.

Michele                            - Le cose belle non durano mai. E co­stano tanta fatica.

Olimpia                            - Terribile.

Michele                            - Un giorno potremmo vivere insieme.

Olimpia                            - Oh, Michele! Ma davvero lo pensi quando lo dici?

Michele                            - Davvero.

Olimpia                            - Oh, Michele! Perché puoi venire solo tre notti alla settimana? E' ingiusto. E' terribil­mente ingiusto. Noi non meriteremmo tanto male dalla vita. Meriteremmo più bene. Solo bene perché amiamo. E io credo che l'amore debba essere sem­pre protetto da qualcuno; o da qualcosa. Tu non lo credi?

Michele                            - Sì. Ma ora è tardi. Ciao, Olimpia.

Olimpia                            - Ciao, Michele. Domani sera non vieni, vero?

Michele                            - No. Domani no. Altrimenti a casa... Sai j anche tu com'è.

Olimpia                            - Certo. Ma., pensami.

Michele                            - Buona notte, Olimpia.

Olimpia                            - Buona notte, Michele.

Michele con l'Amico, in un posto qualsiasi.

Michele                            - Se pensi che tutte le volte che vado da lei è la solita storia...

L’Amico                          - Già. Ma sei tu che la facevi così facile.

Michele                            - Macché facile. Non l'ho mai fatta fa­cile. Ho sempre detto che era possibile. Se fosse così facile lo farebbero tutti senza starci a pensare.

L’Amico                          - Morale?

Michele                            - Morale cosa?

L’Amico                          - Continui o pianti lì?

Michele                            - Adesso? Pianto lì adesso che incomin­cia ad andare? Ma oh! Ce l'hai la testa?

L’Amico                          - Ma se mi dici che ti fa schifo.

Michele                            - Ma non mi fa schifo. Bisogna soppor­tare.

L’Amico                          - Come vuoi. Io, se non mi piacesse, come dici tu, ci avrei già rinunciato.

Michele                            - E invece no che non ci rinuncio. Fossi matto. Ma quando impianti un'azienda che ci vuoi ricavare, cosa fai? Il primo giorno incominci ad andare in banca per prendere i soldi? No. Il primo giorno incominci ad andare in banca e ce li metti i soldi. Fai un deposito. Poi quei soldi li adoperi per fare andare avanti l'azienda nei primi tempi. Sì o no? Ecco. Poi, sempre nei primi tempi, è chiaro che l'azienda non ti rende; che devi farle da balìa; questo puoi chiederlo a chiunque se non è vero. E' quando incomincia a rendere da sola che puoi anche fregartene e stare a casa tua, fare progetti e impiantare altre aziende con i soldi che ricavi dalla prima. Se vuoi. E se no, spendi. Mi pare chiaro, no?

L’Amico                          - Chiarissimo.

Michele                            - E allora! Con Olimpia è lo stesso. Quelle due o tre notti alla settimana la sopporto giusto per arrivare al momento che dico io. Poi, tutto al posto giusto. Una volta che incomincia a sganciare, sgancia sempre, e io vado con chi voglio io. Chiuso. Come una fabbrica.

L’Amico                          - Bene. Allora buon lavoro. Io vado in ufficio.

 L'Amico esce.

Michele                            - Ecco, bravo; ciao. Tu vai in ufficio, che a fare i soldi ci pensa Michele. Tutto perché? Perché non adoperano il cranio. Il mondo è pieno di felicità e di danari. Tutto sta nel saperli pren­dere. Mica vero che ce n'è per tutti. Ce n'è solo per chi ci arriva. Ci vuole sale nella testa. Abilità. Tecnica. Tutti i mestieri ci hanno la loro tecnica. E quando uno ha imparato la tecnica, può dire d'averci un mestiere. Quello che conta è trovare la tecnica giusta. Certo che con la testa da ufficio... mica la trovi. Ma neanche... Figurati. Aumento di stipendio ogni anno. Se proprio va bene. Ci vuol altro per arrivare. Ci vuole avere coraggio e ri­schiare. Come me con l'Olimpia, per esempio. Chi l'avrebbe mai detto che avrei fatto certi passi da gigante... Chi l'avrebbe detto? Toh! guardalo qui l'orologio. E 'sto vestito? Mica te lo porti tu un vestito così. E se te lo porti è perché ti aiutano i tuoi. Mica per forza tua. Me non mi aiuta nes­suno invece. Sono come quelli che vengono dal niente. E quando sarò arrivato fino in fondo dove dico io, potrò dire di essermi fatto dal niente. Ecco. La forza sta qui. Perché a ricevere l'eredità sono capaci tutti. Anche gli asini.

- Strada di Olimpia. Solita musichetta che intro­duce le scene del personaggio. Olimpia con una guardia notturna, seduta su una panchina. In proiezione, un'ombra sul fondo. Si ferma.

Olimpia                            - No, tesoro. Meno non posso.

 L'ombra rimane immobile

Olimpia                            - L'altra volta era tre, questa volta è quattro.

 L'ombra continua a rimanere immobile.

Olimpia                            - Aoh! Ma mica sono obbligata, no? Se ti va, sono quattro. Perché sei bello, poi, Ma va.

 L'ombra continua a rimanere immobile.

Olimpia                            - E vacci, no, dalla Susy. Vacci. Ciao, tesoro. Ciao.

 L'ombra si allontana.

Olimpia                            - Ma ti dico. Come se fosse un obbligo. « Ma come, un mese fa tremila, adesso quattro ». Sissignore Adesso quattro. Beh? Gregory Peck.

La Guardia                      - Anche le altre hanno aumentato?

Olimpia                            - Sai quello che mi frega delle altre...

La Guardia                      - Sono tue colleghe.

Olimpia                            - Barbone, sono. E io barbona non sono. Caro mio; me ne frego se insultano i clienti o li trattano male. Non sai cosa vuol dire tornare a casa e trovarlo lì che ti aspetta. E' come prendere una medicina. Ti dà forza. Ecco cosa ti dà. Del resto, non ti importa più. Per tutto il giorno non vedi l'ora di tornare a casa e riposare fra le sue braccia. E gli altri... neanche li vedi gli altri. Macché. Pen­sare che mi piaceva così tanto far casino; sempre in giro; sempre con qualcuno. Pagata o non pagata, ma l'Olimpia non era mai sola. Mai stata sola una volta in vita sua.

La Guardia                      - Allora sei innamorata.

Olimpia                            - Innamorata? (Ride) Ma va. Chi lo sa? Magari fossi davvero innamorata. Gli voglio bene. Quello sì. Ci si sta bene, insieme. Ecco. Lui è buono con me. Io sono buona con lui. Innamo­rata... sarebbe troppo bello. No. Non capita così all'Olimpia.

La Guardia                      - Beh; ti capiterà prima o poi. Adesso c'ho il giro da continuare. Ciao, Olimpia.

Olimpia                            - Ciao.

 La guardia esce.

Olimpia                            - E chi mi dice che non sto invecchian­do? Quando si invecchia, la casa ci vuole. E costa. E allora su di prezzo. Poi Michele non ce l'ha mica l'aria di uno che si mette a lavorare per mantenere me. Mica perché sia cattivo. No. E' che lui va benone così; se ne frega; alla faccia di tutti, e via. Ma è tanto buono. Se non altro, non si vergogna a portarmi in giro.

 Un'ombra in proiezione sul fondo. Si ferma.

Olimpia                            - Eilà!

 L'ombra rimane ferma

Olimpia                            - Sei già venuto una volta? E quando?

 Ombra ferma.

Olimpia                            - Ah sì che mi ricordo. Boh! Sei quello di Mantova. Sì, sì.

Ombra ferma.

Olimpia                            - Sì sì. Adesso mi ricordo. Già di Brescia.

 Ombra ferma.

Olimpia                            - E no. Siamo aumentate anche noi. Adesso è quattro.

- Ombra ferma.

Olimpia                            - Sì gioia quattro.

 Ombra ferma.

Olimpia                            - Non ti va? Beh ciao.

 L'ombra si allontana.

Olimpia                            - Ma dico, tutti a me stasera. E va un po' più giù di là che ci sono quelle da tre. Già non ci sto dentro con quattro... figurati. (Parlando nella direzione in cui l'ombra è uscita) Ma di'; ma tu la casa dove ce l'hai? Cosa ti costa? Eh? Ma va. Tremila. E tirano sul prezzo come a comprare le scarpe. Ah Michele Michele.'... Adesso pianto qui e vado a casa. (Diventa improvvisamente e pa­teticamente lirica) Adesso pianto qui e vado a casa. Adesso vengo a trovarti amore. Mi aspetti? D'accordo? O.K. amore; arrivo e sono solo per te. Aspettami amore. Arrivo... Arrivo...

Secondo Quadro

 Michele con un uomo con i capelli già un po' brizzolati e gli occhiali scuri che si toglie e si mette in continuazione mentre parla. Si allon­tanano da un bar dove hanno preso due caffè. L'uomo ha buttato sul tavolo un biglietto da mille lire. E' esageratamente e pacchianamente elegante. Di professione ruffiano.

Michele                            - Ma costavano 180 i caffè.

Il Ruffiano                      - Ah, sì?

Michele                            - Certo. Ho visto io.

Il Ruffiano                      - Non guardo mai il conto. Poi, la moneta mi dà fastidio. Rovina i vestiti. Alla fine così si risparmia perché un vestito con le tasche sbragate è da buttare. E costa di più che lasciare un po' di mancia.

Michele                            - E già. Con quello che costano i sarti oggi...

Il Ruffiano                      - Capisci, mio caro? L'investimento così non è mai cattivo. Quando sei stufo vendi. Due, tre milioni, a seconda del soggetto, dell'età, dei precedenti, anche della condotta. Per quello che ti è costata, perdere non ci perdi. L'investi­mento in una donna che fa il mestiere è sempre il migliore; te lo dice uno che ci vive sopra da trent'anni. Il problema è la proprietà. Almeno agli inizi. Diventare il padrone. Me se sei sveglio, ce la fai. Perché tante volte i soldi non bastano. Se no, pensa quanti lo farebbero con quello che ren­de. Per il nostro mestiere ci vuole talento, fibra, tante doti che i soldi da soli non hanno. Una donna non è un pozzo di peti-olio. Ti rende di più, ma devi anche saperci fare.

Michele                            - Ecco. Io dicevo che bisogna salire per gradi. Magari con le conoscenze; ma pian piano; conquistarsela giorno per giorno. No?

Il Ruffiano                      - Dipende. A volte va bene con le provinciali. Che da questo punto di vista sono le migliori. Già le meridionali sono restìe. Le più difficili sono le cittadine del Nord. Hanno troppe distrazioni; troppe possibilità; e la disgrazia è che sono evolute. Comunque, dipende dal soggetto. La tua, cos'è?

Michele                            - Cittadina del Nord.

Il Ruffiano                      - Peccato. E' un affare serio, allora. Non lo so. Bisognerebbe vederla. Così, a prima vista, direi che incominci brutto nella professione. Ci vuole materiale più facile per incominciare. Meno impegnativo. Però... si può sempre provare. Chi Io sa... Magari si innamora. Ma non puoi mai metterlo in conto prima. Quello è un caso. Può succedere come non succedere. Io con una cittadina del Nord ci starei attento.

Michele                            - Ma a me è capitata per caso.

Il Ruffiano                      - Provaci, allora. Ma non dare come scontato che si innamori. Che se poi non lo faci rimani male. A me una volta con una cittadina del Nord è andata bene perché ci ho azzeccato subito i gusti. Al primo colpo. Ma sai... è difficile. Nel mestiere non c'è mai niente di sicuro. Le regole non esistono da noi. Così; ci sono dei principi; ma mica di più. Che quelli poi sono dei pilastri che valgono per tutte. Quindi che sia cittadina o provinciale non conta. E' un affare che viene dopo e devi capirci tu a naso.

Michele                            - Ecco. Ho capito. E già. Bisogna vedere secondo i casi.

Il Ruffiano                      - Ma di' un po'. Noi come ci siamo conosciuti?

Michele                            - Non si ricorda? E' stata l'altra sera alle « Sette Marie ». Ero lì che aspettavo l'Olimpia e I lei aspettava le sue donne.

Il Ruffiano                      - Ah, sì. Mi ricordo. L'avevo detto che, secondo me, eri nuovo dell'ambiente.

Michele                            - E già.

Il Ruffiano                      - Allora stacci attento, perché se non ci stai attento, prima o poi te la fregano.

Michele                            - Apposta sono venuto da lei per consigli. Sembrava così esperto...

Il Ruffiano                      - Con gli anni... si impara tutto.

Michele                            - E già. La tecnica.

Il Ruffiano                      - A prendere lezioni, insomma.

Michele                            - Come?

Il Ruffiano                      - Dico che sei venuto a prendere lezioni.

Michele                            - Appunto. In un certo senso sì.

Il Ruffiano                      - Già. Ascolta. Io sono uno che J quello che sa lo dice ai giovani; perché sono loro che devono farsi carriera. E poter allevare dei giovani a una buona scuola è una soddisfazione. Quindi quello che so te lo dico. Primo punto, fatti vedere che sei forte e che ne sai sempre una di più. Quello che dice lei, fa' conto che siano sciocchezze, anche se giusto. Secondo punto, frega­tene dei suoi desideri. Vuole andare in un posto? Niente. O si sta a casa, o si va in un altro. Ogni tanto l'accontenti. Ma solo ogni tanto. Se gliela dai in mezzo all'amaro, la caramella le sembrerà più dolce. Terzo punto, non farle mai pesare che lei è una puttana; fa vedere che fai così con tutte; che per te sono tutte puttane; lei compresa; così per lei diventi subito un dio e in più uno che la pensa uguale. Chiaro? Quarto punto, incomincia con poco; le prime volte paga tu. Poi sarà lei a offrirsi per pagare. Tu fai finta di fregartene dei soldi; come se non esistessero; e accetti. Poi te ne fai prestare un po'; qualche volta; prima li re­stituisci, poi non li restituisci più, pian piano; e intanto è diventata un'abitudine che paga sempre lei oppure che ti dà i soldi per pagare. E tu con­tinui a farti prestare e a non restituire. Per ultimo arriva un momento che lei alla sera ti dà sempre una certa cifra. Se per caso una sera te ne dà un po' meno, tu le butti là: « Ma cara, mancano due­mila lire, o tre », quello che è, insomma. Basta. E' fatta. Da quel momento in avanti è tua; hai conquistato la proprietà e la cifra la fai tu. Chiaro?

Michele                            - Ecco; proprio come dicevo io; che prima di tutto bisogna conquistare la proprietà. Essere sicuri delle proprie forze. E già. Ben si­curi dei passi da compiere. Poi... via. Siamo a posto. No?

Il Ruffiano                      - Ma non è finito. Anzi. Si può dire che qui incominci il mestiere vero. Fino qui ci si può anche arrivare per istinto, salvo certi trucchetti.

Michele                            - Infatti, fino a questo punto ci sono arrivato anch'io senza sapere niente.

Il Ruffiano                      - Ma da qui in avanti è solo una questione di tecnica. Di esperienza. E a questo punto bisogna tirare in ballo i ferri del mestiere. Diciamo che si tratta di governare; di dirigere; di mettere a posto; di amministrare bene l'azienda che hai messo su. Chiaro? Cioè: prima di tutto, quattro sberle non fanno mai male. Mai. Appena capita l'occasione, giù. Pac, pac, pac, pac.

Michele                            - Così se ti fa schifo glielo fai pure capire.

Il Ruffiano                      - Alt. Questo mai. Perché lei è donna. E se vuoi che ti renda devi andarci sempre in­sieme. Altrimenti...

Michele                            - No; no... ma... dicevo... dentro di te.

Il Ruffiano                      - Dentro di te pensa quello che ti pare. In secondo luogo, non chiedere mai favori. Assolutamente. E' un suicidio. Mai chiedere per favore. Dai degli ordini. Così capisce che sei sem­pre forte, e in caso puoi anche somministrarle quelle quattro sberle.

Michele                            - Ecco. Quattro sberle che sono quelle che ci vogliono. Pac, pac, pac. Oh!

Il Ruffiano                      - Poi ci sono i doveri. Quelli di dopo, voglio dire. Quando l'affare è fatto. Devi andarla a prendere alla sera finito il lavoro. Devi portarla a spasso ogni tanto. Al cinema ogni tanto. E paghi tu con i soldi che ti dà lei. E ogni volta mostri che i soldi per te non esistono. E lasci mance. E poi, ogni tanto le fai anche dei regali. E ci vai; naturalmente. Non sempre, ma ci vai.

Michele                            - Anche se fa schifo?

Il Ruffiano                      - Anche se fa schifo. Altrimenti è finita. Insomma. La morale è questa: sono donne che prendono soldi per essere amate; e quindi ne danno per amare. Come le fabbriche. Prendono soldi per vivere, e vivono per darne. Chiaro?

Michele                            - Madonna se è chiaro!

Il Ruffiano                      - Be'; se c'hai bisogno di una mano fatti vivo.

 Il ruffiano esce.

Michele                            - E come non è chiaro? E' tutto fatto così, no? Eh! Come dicevo io. Una fabbrica. Una rendita sicura. Eh!

 

Michele con l'Amico in un posto qualsiasi. Porta gli occhiali scuri e li toglie e li mette mentre parla.

Michele                            - E' inutile star lì a pensarci sopra. Perché tanto dipende da caso a caso. Cittadina, paesana, del Nord o del Sud. Eh! Ognuna è fatta a suo modo e c'ha le sue di pretese. Ma da queste mica devi lasciarti scombinare. Devi fare a modo tuo. Prima di tutto devi far vedere che sai bene quello che vuoi. Quello che dice lei non conta. Anche se poi è giusto; non importa. In secondo luogo, i suoi desideri non considerarli nemmeno; vuole andare in un posto? Benissimo. Si sta a casa; o si va in un altro. Eh? Poi viene pure il giorno che l'accontenti e la porti dove vuole lei. Sai, è la caramellina in mezzo all'amaro.

L’Amico                          - Che?

Michele                            - La caramellina. Il dolce. L'accontenti una volta, insomma.

L’Amico                          - Ah!

Michele                            - Ecco. Poi non devi farle mai pesare che lei fa la vita. Non serve. Anzi; devi farle ca­pire che per te tutte le donne sono uguali. Vita o non vita. Non contano niente. Le tratti tutte allo stesso modo. Chiaro? Così per lei diventi subito un dio. Eh!

L’Amico                          - E già. E poi?

Michele                            - E poi incominci... a... chiederle un pre­stito... prima restituisci... poi no... insomma, a un certo punto lei sgancia.

L’Amico                          - Sì, ma io mica devo fare il tuo mestiere.

Michele                            - Be'? Cosa vuol dire? Te lo dico, no? Non si sa mai. Io sono uno che quando fa un'espe­rienza la racconta agli amici. E' agli altri che bi­sogna raccontarle le proprie esperienze. Se le tieni per te... Buonasera. Poi mi hai prestato i soldi per l'investimento, no? Per pagare le prime volte.

L’Amico                          - Ma quello perché sono amico.

Michele                            - Comunque è giusto che tu sappia come li ho investiti i tuoi soldi.

L’Amico                          - Insomma, l'importante è che tu ci sia arrivato.

Michele                            - Fin qui ci sono arrivato. Adesso inco­mincia il bello. Mantenerla la proprietà.

L’Amico                          - E come conti di fare?

Michele                            - Semplicissimo. Quattro sberle, pugno di ferro, e via. Chiaro?

L’Amico                          - Ah, sì. A dirlo è chiaro.

Michele                            - Come, a dirlo?

L’Amico                          - A dirlo. Bisogna vedere a farlo.

Michele                            - Beh?

L’Amico                          - Voglio vederti. Quelli che lo fanno, mica sono come te. Loro c'hanno il pelo sullo stomaco. Sono farabutti.

Michele                            - Ma che c'entra, farabutti? E allora gli industriali sono tutti farabutti? Bisogna prenderla da un punto di vista tecnico la cosa, no? Eh! Una donna è come una fabbrica. L'unica differenza è che con la donna bisogna capire il carattere. Tutto lì.

L’Amico                          - Se sei sicuro... Beh, io vado in ufficio. Ciao.

L'Amico esce.

Michele                            - E vai in ufficio. E dai con 'sto ufficio. Ficcati ben dentro in quell'ufficio che un giorno o l'altro diventerai un tavolo anche tu. Ma va. E io, scemo, che sto qui a perder tempo per cer­care di farti capire qualcosa. Ma va. Fatica spre­cata. Non la capiscono, loro. E non ci credono, poi. Questo è il bello. Dovrebbero toccare con mano. Solo che quando hanno toccato sono capaci tutti. E' prima che bisogna rischiare. Che bisogna mo­strare la faccia. Chiaro? Oh!

Terzo Quadro            

 Una sera, in casa di Olimpia.

Michele                            - Domani ho deciso che non andiamo.

Olimpia                            - E perché?

Michele                            - Così. Perché non mi va.

Olimpia                            - Andiamo da un'altra parte, allora.

Michele                            - Invece restiamo a casa.

Olimpia                            - Ma dai; sono gli unici giorni che pos­siamo andar fuori.

Michele                            - Se proprio ci tieni c'andiamo un'altra volta.

Olimpia                            - Ma ci tieni anche tu.

Michele                            - Io? Figurati. Non mi sogno nemmeno.

Olimpia                            - Finora sei stato tu a voler andare da una parte o dall'altra.

Michele                            - E adesso non voglio andare più né da una parte né dall'altra. Va bene?

Olimpia                            - Va bene, va bene; non arrabbiarti. Come vuoi tu. Non c'è mica bisogno di arrabbiarsi, no? Si decide insieme di non andare e non si va. Chiuso.

Michele                            - Ma non si decide insieme. Lo decido io.

Olimpia                            - D'accordo, lo decidi tu. Cos'è? Sei an­cora in crisi?

Michele                            - Macché. Sto benissimo.

Olimpia                            - Boh! Fai il muso...

Michele                            - Faccio quello che sono.

Olimpia                            - Uffa,

Michele                            - Se ti va. E se invece non ti va, è così lo stesso. Senza uffa. Stai a vedere che la cara­mella te la dò sempre, adesso. Così addio dolce una volta ogni tanto. Il sapore deve essere l'amaro, hai capito? E ogni tanto il dolce. Lo dico anche per te. Così ti sembra anche più buono.

Olimpia                            - Ma di'. Ma lo sai che sei simpatico?

Michele                            - Grazie.

Olimpia                            - Simpaticissimo quando ti metti a fare lo stupido.

Michele                            - Ah, sì? E tu lo chiami stupido questo?

Olimpia                            - Certo. E come vuoi che lo chiami? Non sei mica davvero così, tu.

Michele                            - Sarà bene che tra noi si incomincino a chiarire un po' le cose. Perché io non sto affatto scherzando. Ci sono fatti che tu non conosci ed è venuto il momento che tu li sappia; ascolta: « Ten­denza al lavoro con altri con funzioni di rapporto subordinate dell'altro, attitudine all'apertura e al­la dipendenza economica delle parti; interscambio dei valori concessi o conquisi, a seconda dei casi proposti... capacità di sublimare un rapporto e tra­sformarlo in funzione vitale di esistenza vissuta ». Chiaro?

 

Olimpia                            - (allegrissima risata).

Michele                            - Non sto affatto scherzando e non in­tendo che mi si schiacci o mi si pigli per il naso.) Perché divento una bestia altrimenti.

Olimpia                            - (ride ancora, poi smette e gli si avvicina affettuosa) Sei davvero simpatico quando giochi a fare il prepotente. Oh, Michele, Michele. Sei peg­gio di un bambino. E scusami. Prima non avevo capito che stavi scherzando.

Michele                            - Ma non stavo scherzando.

Olimpia                            - Ma sì che stavi scherzando. Adesso non me la fai più. Adesso ho capito bene tutto il gioco. Che spasso che sei, Michele! Allora ascoltami. Domattina partiamo alle nove. Sul posto ci | saremo verso le dieci e mezzo. Poi decidiamo il programma. Adesso non voglio che decidiamo; niente. Voglio solo un bacio. Dammelo. (Lei gli] è molto vicina. Lui, inevitabilmente, la bacia).

Quarto Quadro

 In casa di Michele. Padre, madre, Michele, sua sorella Marisa. Qualcosa come una riunione familiare.

Il Padre                            - Adesso ci siamo tutti Michele. Final­mente dopo tanto tempo siamo riusciti a combi­nare di trovarci insieme. Allora. Vediamo un po'. Dobbiamo cercare di fare in modo che i nostri lavori, per diversi che siano, non vadano perduti. Noi siamo una famiglia che è sempre stata unita, che siamo sempre andati d'accordo tra di noi e) che dunque dobbiamo continuare così. Dobbiamo dirci sempre tutto; come se fossimo quattro amici. Non c'è motivo che dobbiamo tenerci nascosto qualcosa. Non c'è proprio nessun motivo.

La Madre                         - Ti ricordi Emanuele, prima che moris­se la povera nonna, questo discorso lo faceva lei; tutte le sere. Tutte le sere quando tornavamo a| casa dal lavoro lei si metteva lì e ci faceva questo discorso.

Il Padre                            - La povera nonna aveva un debole per te Michele. Stravedeva e diceva che eri il bambino più bello e più intelligente che lei avesse mai visto. E infatti eri un bambino molto bello e molto intel­ligente; e la nonna diceva che tu saresti diventato qualcuno e che avresti fatto molta strada e car­riera se noi fossimo stati capaci di crescerti bene; perché aveva ragione lei, con la tua memoria, non potevi non diventare qualcuno. Oh, intendiamoci; lei voleva molto bene anche a tua sorella Marisa; non che la trascurasse o che facesse parzialità. Assolutamente.

La Madre                         - Povera donna. Era così giusta...

Il Padre                            - Solo che, sai... con la scusa che tu eri un maschio; che eri il primo... era un'altra cosa.)

La Madre                         - Ecco; era proprio questo il discorso che faceva tutte le sere. Figuriamoci se non me ricordo bene. Eccome se me lo ricordo bene; povera donna.

Padre                               - E noi che ce la ricordiamo così, come se fosse adesso, non dobbiamo, come dire... tra­dirla. Sarebbe come ucciderla se fosse ancora viva. Te la ricordi anche tu la povera nonna, Michele?

Michele                            - Certo papà che la ricordo.

Il Padre                            - E tu Marisa?

Marisa                              - Io non molto bene. Però me la ricordo anch'io.

Il Padre                            - E allora siccome ce la ricordiamo tutti, il miglior modo per onorare la sua memoria è di tener conto di ciò che lei desiderava che fosse la sua famiglia.

La Madre                         - Di' a Michele cosa voleva che faces­simo noi alla fine del mese.

Il Padre                            - Ecco; sì; anche questo. Voleva che mettessimo i nostri due stipendi sul tavolo e divi­dessimo i soldi, poi, in tante buste, ciascuna delle quali portava la scritta: gas, luce, telefono, affit­to, ecc. Poi c'era una busta con scritto « risparmi », un'altra con scritto « libretto dei bambini », e un'ultima con scritto « carità ». Così eravamo sicuri di non avere mai imprevisti. Capito? Mai impre­visti. Anche voi, tu Michele e tua sorella Marisa, avete il vostro libretto di banca per garantirvi da tutte le sorprese.

La Madre                         - Avete capito come voleva che faces­simo, la povera nonna? Se tu Michele l'avessi co­nosciuta di più, forse adesso non saresti in que­ste condizioni.

Michele                            - Mamma io...

Il Padre                            - Michele. Da quel ragazzo intelligente che sei, devi capire perché ti diciamo queste cose. Noi siamo preoccupati per te; per il tuo avvenire. A ventisei anni bisognerebbe aver con­cluso di più; aver fatto di più; avere nelle mani un mestiere sicuro. Che non importa se ti rende o se non ti rende per adesso; finché ci siamo noi tu puoi contare sulla tua famiglia; questo lo sai, no? Quello che noi vogliamo è soltanto stare tranquilli che tu sia contento e a posto, prima di tutto con te stesso; con la tua vita. Che la smetti di cercare in giro le farfalle che non ci sono; di aspettare che la fortuna ti sorrida senza che tu faccia niente per conquistarla o almeno per andarle incontro. Capisci cosa voglio dire?

Michele                            - Sì papà.

La Madre                         - Anche tua sorella Marisa sarebbe così contenta se tu ti sistemassi. Anche lei, po­verina, farebbe un'altra figura. E sai bene che anche lei ha bisogno di farsi una vita sua; una esistenza; una casa. Tutto questo chi glie lo può dare se non la famiglia? Non certo gli estranei o i parenti. E tu fai parte della sua famiglia. Non è vero Marisa?

Marisa                              - Certo mamma.

Il Padre                            - Quindi Michele, ormai hai un'età che puoi capire da solo quello che devi fare. Devi scegliere da solo. Noi non possiamo obbligarti a fare qualcosa che magari non è di tuo gusto e poi ti trovi male. Devi seguire le tue inclinazioni. Ma l'importante è che tu scelga e faccia. Ce lo vuoi promettere?

Michele                            - Lo prometto papà.

Il Padre                            - Bene figliolo. Lo sapevo che non avresti deluso le aspettative della povera nonna. Bene. Adesso, cara, possiamo stare tranquilli.

Quinto Quadro

Ristorante su una terrazza. Olimpia e Mi­chele.

 

Olimpia                            - Non devi più dirlo. Mai più. Prometti?

Michele                            - Vorrei poterlo non fare più. Ecco cosa.

Olimpia                            - Ma noi siamo insieme Michele. Se tu per il momento non sei ancora riuscito ad ingra­nare io ti aiuto. E' giusto che sia così. Prima o poi ti sistemi.

Michele                            - Qui non si tratta di aiutare, Olimpia. Si tratta di dare. E' diverso.

Olimpia                            - E' la stessa cosa.

Michele                            - lo ti dico che è diverso. Perché i soldi non te li restituisco, quando me li presti. E te ne chiedo ogni giorno: anche per le sigarette.

Olimpia                            - E allora? Una volta o l'altra me li restituisci tutti insieme.

Michele                            - Ma non capisci che io...

Olimpia                            - Ssst! Parla piano. Ci sentono. (Diventa romantica) Una volta eri tu che ti scocciavi se parlavo forte e dicevo parolacce. Ti ricordi?

Michele                            - Sì. Adesso mi cambi anche il discorso.

Olimpia                            - E dai, Michele. Proprio oggi che siamo venuti nel ristorante dov'eravamo la prima volta che siamo venuti al lago insieme. E dai.

Michele                            - E' inutile. Olimpia. Bisogna conclu­dere. Bisogna mettersi d'accordo una volta per sempre, perché proprio mi pare che le cose non siano chiare tra noi. E questo non va.

Olimpia                            - Se non la pianti di fare quegli scru­poli maledetti su chi c'ha i soldi e chi non ce li ha, di chi paga e di chi non paga, di chi presta e di chi prende, io vado via e ti lascio qui da solo. Chiaro?

Michele                            - Ma non sono scrupoli, per la Ma­donna.

Olimpia                            - Ssst. Ti sentono. E dai.

Michele                            - Vuoi capire che non sono scrupoli? Che quando si stabilisce un rapporto tra due bi­sogna rispettarle le regole e c'è uno di noi due che non le vuol rispettare perché fa finta di non capire? Ma insomma, come te lo devo dire che...

Olimpia                            - Che che che che cosa? Proprio sei una lagna tale che una sorpresa non te la si può fare, a te. Proprio per niente.

Michele                            - Che sorpresa?

Olimpia                            - Mi fai scappare la voglia di dirti tutto. Volevo dirtelo stasera a casa e invece niente. Devo dirtelo adesso per farti tacere. Se no non la pianti più...

Michele                            - Ma si può sapere cosa?

Olimpia                            - Meriteresti uno scherzo.

Michele                            - E dai, Olimpia. Parla.

Olimpia                            - Sono in parola per comprarti una fabbrica.

Michele                            - Cosa dici?

Olimpia                            - Una fabbrica. E' un'occasione. Si tratta di rilevare un fallimento. Basta dare un anticipo e il resto a rate.

Michele                            - Una fabbrica!

Olimpia                            - E' piccola. Per incominciare però va bene. Si rifanno le gomme. Per auto, camions, bi­ciclette, moto, tutto quello che c'entra con le gomme.

Michele                            - Pneumatici. Ma Olimpia...

Olimpia                            - Ssst! Non dire niente. Volevo tenere la sorpresa per stasera ma tu non mi hai lasciato.

Michele                            - Ma ti rendi conto di quanto hai pa­gato?

Olimpia                            - Quattro milioni per adesso. Gli altri sei in tre anni. Questi quattro te li dò io e gli altri ci penserai con i guadagni.

Michele                            - Appunto che questi quattro milioni potevano già essere...

Olimpia                            - Ssst! E dai con 'sto gridare.

Michele                            - Macché gridare del cavolo. Quattro milioni non sono uno scherzo.

Olimpia                            - Hai visto che ho fatto bene a non dirti niente prima? Se no, con i tuoi scrupoli non avresti accettato mai.

Michele                            - Ma te li avrei fatti spendere in un altro modo, piuttosto.

Olimpia                            - Macché. Mi avresti detto di tenerli via e io non sono una che risparmia.

Michele                            - Uffa. Mi lasci che ti parli chiaro?

Olimpia                            - No. Voglio un bacio.

Michele                            - Un corno.

Olimpia                            - Villano.

Michele                            - Io non so da che parte incominciare per mandare avanti una fabbrica. E poi tu, tutti in un colpo, e io avanti per sei anni.

Olimpia                            - Ma io li avevo, tesoro; è giusto che sia agevolato tu che non li hai.

Michele                            - Non sono agevolato un bel niente con i debiti.

Olimpia                            - E dai. Ci sono sempre io, no? E poi incomincia da dove vuoi. Con le fabbriche che rendono va sempre bene.

Michele                            - Ah sì. Puoi proprio dirlo adesso. Porca miseria, e io a fare il gentile e a non ascoltare fino in fondo i consigli di chi la sa lunga. No. Il gentile dovevo fare. Macché gentile. Quattro sberle avrei dovuto darti per farti mettere la testa a partito.

Olimpia                            - Dio come mi piaci quando fai l'ar­rabbiato. Che si vede benissimo, poi, che non lo sei. Sembri un papà. Tutta reazione la tua. Perché sei contento. Non è così?

Michele                            - No.

Olimpia                            - Pensa come sarebbe stato più bello se avessi potuto dirtelo a casa stasera. Non sa­rebbe stato più bello?

Michele                            - No.

Olimpia                            - Allora no. Se tu non fossi testardo e non ti piacesse tanto far finta di essere prepo­tente, forse non sarei nemmeno innamorata di te. E invece lo sono. Eccome se lo sono. Caro. -^ Michele con l'amico in un posto qualsiasi.

L’Amico                          - Era quello che volevi, no?

Michele                            - Sì. Anche tu hai capito tutto. Come lei. Volevo la fabbrica io. Ma va.

L’Amico                          - E' intestata a te no?

Michele                            - E allora? Non posso nemmeno ven­derla. Bisogna ancora pagarla a rate.

L’Amico                          - Ma intanto ti rende.

Michele                            - Ma cosa rende? Mi ci vedi tu a fare andare avanti l'azienda?

L’Amico                          - Non è mica difficile.

Michele                            - Ma bisogna starci dietro da maledetto.

L’Amico                          - E certo che i lavori da soli non si fanno.

 

Michele                            - Comunque ho deciso. Così almeno capisce chi comanda e chi decide. Tempo sei mesi! e la fabbrica è fallita un'altra volta. Toh. Così sei ne accorge che non è il mio mestiere; poi ormai c'è; sganciare sgancia, e via.

L’Amico                          - Per me dovevi dirglielo subito.

Michele                            - Ma la tecnica; la tecnica. Se glielo dici subito è finita. Non concludi niente.

L’Amico                          - Volevo dire la fabbrica. Così non tirava fuori tutti quei soldi.

Michele                            - Le sta bene. Deve imparare a chiedere a me prima di spendere. Chiaro?

L’Amico                          - Sì sì, chiarissimo.

Michele                            - L'unico errore mio è stato di essere) gentile; buono. Sì. Buono. Con una puttana. Ma va. Cretino; mica buono. E c'ero riuscito anche. Questo è il bello; che c'ero riuscito anche. Que­sto è il bello; che c'ero riuscito. Avessi fallito il colpo... ciao; è andata male; ma riuscirci e veder andar via i soldi a 'sto modo... Madonna se ci penso. Quattro milioni! Più tutto il resto.

L’Amico                          - Ormai...

Michele                            - E già... ormai... Niente. Cuore in pace per altri sei mesi e poi le cose si chiariranno da sole. Vedrai un po' se non si chiariranno. Per forza. Il coltello dalla parte del manico ce l'ho io adesso. E poi non tutto il male vien per nuo­cere. In questi sei mesi avrà il tempo di abituarsi all'idea che il padrone sono io e che deve lavo­rare per me. Del resto il commercio è così. Bi­sogna essere capaci di perdere oggi per guada­gnare domani. Non bisogna pretendere di guada­gnare sempre. Bisogna aspettare e saper trovare il momento giusto. Certi affari bisogna farli an­che se sai di perderci; bisogna farli per poterne fare altri che ti rendono.

L’Amico                          - Michele, un'occasione così non la lasce­rei perdere, io; in fondo non ti capita mica tutti i giorni che ti regalino una fabbrica. Se fossi in te ci darei dentro e proverei. Chissà. Magari ti piace. Che ne sai tu? non hai mai provato...

Michele                            - E nemmeno ci provo adesso.

L’Amico                          - Fai male. Oltretutto risolveresti la questione in casa. In un modo o nell'altro devi pur giustificare la provenienza dei soldi che Olim­pia ti dà. Così con una fabbrica è tutto siste­mato.

- Dalla parte opposta del palcoscenico compare la madre.

La Madre                         - Sì, sono così contenta. Alla lunga è venuto fuori il mio Michele. Alla lunga si è sen­tito che scorreva nelle vene il sangue di un one­sto e intelligente lavoratore. Sono contenta di avere avuto fiducia nelle sue possibilità. In fondo aveva solo bisogno di prendere tempo e matu­rare. E' maturato e ce l'ha fatta. Sì, sono proprio contenta. Tanto contenta. Lui era un ragazzo così buono e generoso... Anche le mie prediche sono servite a qualcosa. Glie le ho ficcate tanto nella testa che alla fine le sapeva a memoria. Ma adesso capisce che è un'altra cosa per lui. Ha una fabbrica sua; ha la macchina; e se dovesse sposarsi non dovrebbe certo preoccuparsi dei soldi.

 Via la madre. Ancora Michele e l'Amico come prima.

Michele                            - Sì, sposarsi. Subito.

L’Amico                          - Come?

Michele                            - Sposarsi. Niente; seguivo un filo di pensiero.

L’Amico                          - Ah! E poi in fondo non è detto che una fabbrica ti renda meno che una donna. Dà retta a me. Prova.

 L'Amico esce.

Michele                            - Provare. Bell'affare. Proprio quello che volevo io. Con tutta la fatica che ho fatto per imparare un mestiere, stai attento che mi toc­ca farne un altro. E no. E no. Come studiare da geometra per poi fare il chimico. Ecco. Adesso la cosa per sei mesi la si lascia così; sull'indeciso; sul complessato per i rapporti; la facciamo sul tentativo per dire; poi, trac. Fallimento. E da allora in avanti, cara Olimpia, è Michele che de­cide le faccende di casa. E sì. Altrimenti, mica posso perdere tutto 'sto tempo, io. Con una poi che mi fa pure schifo.

 Strada di Olimpia. Solita musichetta che in­troduce il personaggio. Olimpia è con Susy.

Olimpia                            - Sono contenta d'avergliela data 'sta occasione. Povero ragazzo. Se lo merita. C'ha avuto tanta sfortuna... Con una famiglia poi che che se tu vedessi che roba... come lo assillano...

Susy                                 - Tu l'hai visto?

Olimpia                            - Me l'ha detto. E poi lui è sempre stato così buono con me, così affettuoso. Quasi mi sen­tivo in dovere di ripagarlo in qualche modo.

Susy                                 - Ma sì. Ti sei imbarcata. Poi ti passa e ti gira l'anima d'aver tirato fuori i tuoi soldi.

Olimpia                            - Macché. Non è mica così facile da dire. Imbarcata. Io con lui ci sto bene.

Susy                                 - Capirai che sforzo. Ti piace.

Olimpia                            - Tu sai che mi è sempre piaciuto far casino. Da uno all'altro, via; dal mattino alla sera a cambiare, via. Con lui ho provato non a essere innamorata, no; a voler bene. A voler stare sempre con uno. Sai quando devi dire grazie a una persona perché ti è stata insieme, no? Ecco; così. Poi quello che conta ti sembra che sia stare solo con lui. Con nessun altro che con lui. Ed è così bello... così pieno... Adesso ci siamo presi una casa.

Susy                                 - Ah ma vivete proprio insieme.

Olimpia                            - No; non ancora. Lui viene lì sempre quando può. Ma non può proprio sempre. Altri­menti ha delle noie con la famiglia. Ma quando potrà venire sempre, sarà una bellezza. Pensa te. Avercelo sempre lì.

Susy                                 - Sì sì. Ti sei presa una bella imbarcata, va là.

 Sul fondo in proiezione compare l'ombra di un uomo.

Olimpia                            - Vacci tu. va. Io non ne ho voglia.

Susy                                 - Come vuoi. Andiamo gioia?

 

 L'ombra rimane ferma come nei precedenti

 Susy   - Sì gioia, quattromila.

 L'ombra si allontana. Susy esce come per an­dare con lei.

Susy                                 - Ciao.

Olimpia                            - Ciao. Me ne sono già fatti quattro stasera. Anche troppi. A me mi vengono a schifo 'ste facce sudate di sopra che non sanno di niente. Va bene che adesso bisogna provvedere di più. Con la fabbrica, i debiti. Boh! Domani. E la casa. E sì, perché il mobilio vecchio mica lo posso adoperare ancora. Eh. Voglio mettergli su un posto accogliente. Che gli faccia piacere tornarci. Ecco come lo voglio. Che senta la voglia di tor­nare.

-Fuori campo, la voce registrata di Susy.

Susy                                 - Va là, che ti sei presa una bella imbar­cata.

 Olimpia rimane immobile.

Olimpia                            - Imbarcata; sì; gli voglio bene; ecco. Imbarcata vuol dire un'altra cosa. Non è mica come me adesso.

 Fuori campo, la voce registrata della guardia.

La Guardia                      - Allora sei innamorata.

Olimpia                            - (scoppia in una allegrissima risata) Innamorata. Macché. Non le capita mica all'Olim­pia. Magari. Non ci posso ancora credere. No. All'Olimpia non le può capitare. L'ama troppo la sua libertà, l'Olimpia. E non ci voglio credere; non ci voglio pensare. Sarebbe troppo bello, ades­so. Dio come sarebbe bello! No. E' impossibile. E la libertà? Basta. E' così che glie lo voglio mettere il posto; che senta la voglia di tornarci. Eccolo. Se tardava stasera gli facevo la scena.

 Entra Michele. Lei gli corre incontro.

Olimpia                            - Ciao.

Michele                            - Ciao.

Olimpia                            - Arrabbiato?

Michele                            - No. Stanco.

Olimpia                            - A casa ci riposiamo.

Michele                            - Com'è andata?

Olimpia                            - Non te lo dico se no diventi geloso.

Michele                            - Ma no che non divento geloso.

Olimpia                            - Se non diventi geloso mi arrabbio.

Michele                            - E dai Olimpia. Non siamo mica ra­gazzi no? Si lavora.

Olimpia                            - Allora voglio che diventi geloso.

Michele                            - Va bene; diventerò geloso; ma come è andata?

Olimpia                            - E perché ti interessi tanto?

Michele                            - Così. Per te.

Olimpia                            - E' andata bene. Andiamo a casa?

Michele                            - O.K. Andiamo.

Sesto Quadro

 Nuova casa di Olimpia e Michele. Olimpia, Mi­chele e l'Amico che è stato invitato a pranzo.

Olimpia                            - Era ora che ci venissi a trovare.

Michele                            - Ma sì. Ma è un pelandrone quello.

Olimpia                            - Dico; in fondo c'abbiamo anche un nipo' di dovere nei tuoi confronti. Sei stato tu che c'hai fatto conoscere.

L’Amico                          - Non mi avete mai invitato.

Michele                            - Bugiardo. Te l'avrò detto mille volte.

L’Amico                          - E poi anche perché non voglio di­sturbare.

Olimpia                            - Ma figurati, disturbare. E' che c'avrai anche tu i tuoi giri. Vado a preparare.

 Olimpia esce.

L’Amico                          - Proprio non avrei mai pensato di ve­dere Olimpia così.

Michele                            - Non me ne parlare, va'. Ma pazienza. Solo un po' di pazienza per qualche mese. Tempo che la fabbrica sia fallita. Hai visto se ti sembra quella di prima?

L’Amico                          - Con il grembiulino bianco...

Michele                            - Col grembiulino bianco e le manie della donna di casa.

Olimpia                            - (da fuori) Sono quasi pronta.

Michele                            - Sentila. (Gridando) Va bene cara. Ma non ti pare sprecata una ragazza come lei?

L’Amico                          - Perché? No; anzi. Ha trovato la sua vita.

Michele                            - Macché vita. La sua vita è a battere. Che lì sì che guadagna. D'altra parte, non posso mica buttarla nel fosso no? Devo avere pazienza.

Olimpia                            - (sempre da fuori) Arrivo. Siete a ta­vola?

- Olimpia entra con il carrello del pranzo.

Michele                            - Ci siamo.

Olimpia                            - Prima vi do un brodo per preparare lo stomaco. Poi due fettine di prosciutto per in­cominciare. E il resto sorpresa. Ma non siete an­cora pronti? Forza. Se no vuol dire che non avete fame e mi offendo perché dalla cucina viene un profumo meraviglioso. E' tutta la mattina che lavoro per prepararvi un pranzetto coi fiocchi. Se la festa che fate è tutta qui... Poi oggi mi la­sciate anche sola.

Michele                            - C'è la partita. Ormai ci siamo impe­gnati con gli amici.

Olimpia                            - Lo so tesoro. Ma a me non dispiace che ci andiate. Io intanto metto a posto la casa perché abbiamo avuto gli operai fino a ieri e ti puoi immaginare quanto sporco hanno lasciato e la confusione. A proposito Michele, domani mat­tina dovresti andare per il telefono se hai cin­que minuti. E poi non hai ancora fatto vedere la casa al tuo amico.

Michele                            - Non ancora Olimpia; dopo mangiato.

Olimpia                            - Tutti uguali voi uomini. Fate finta che la casa non vi interessi minimamente e che siano solo questioni di donne. Quando poi tornate a casa alla sera volete sempre che sia in ordine e se non è in ordine guai. E vi piace tanto rima­nerci che non volete più uscire. Una volta che ci siete, chi vi muove più. Anche mio padre era così. Veniva a casa con la sua borsa di commesso viaggiatore, mia madre gli portava le pantofole, e non si muoveva più per tutta la sera...

 La voce di Olimpia si smorza insieme alle luci e alla scena. Interno di un bar. Un cameriere, due ragazze a un tavolino, due ragazzi ad un altro oppure vicino a un flipper o qualcosa del genere.

 La Prima Ragazza          - Sono convinta che è uno scherzo. Ma dove vuoi che li abbia presi i danari per comprare la macchina e portarci niente meno che a un lago.

Il Cameriere                     - Sta' tranquilla Susanna. Ce li ha ce li ha.

La Seconda Ragazza       - Se ti dico che è sceso dalla macchina apposta, mi ha fermata e mi ha detto: « Allora, ce la facciamo una gita con il mio ami­co? ». Io credevo che scherzasse perché figurati; e gli ho detto: « Sì ». D'accordo. « Bene » m'ha ri­sposto; « allora ci vediamo domani al bar e com­biniamo ». Poi quando ho visto che non scherzava più ho detto; « Be', stiamo a vedere ».

La Prima Ragazza           - Boh!

Il Cameriere                     - Non ci credeva nessuno; ma la macchina ce l'ha e di soldi glie ne ballano mica male per le mani.

La Prima Ragazza           - Ma se non ha mai fatto niente.

Il Cameriere                     - E' riuscito a farsi fare un pre­stito e ha messo su una fabbrica.

La Seconda Ragazza       - E certo. M'ha detto che lavora bene.

Il Primo Giovane             - Te lo dico io come lavora. Ha trovato il fesso che gli ha prestato i soldi e adesso li spende.

Il Secondo Giovane        - E tra un mese è come prima.

La Prima Ragazza           - Certo che Michele a lavo­rare serio, mica lo vedo, io. Metti su un po' un disco, va!

 Il secondo giovane mette un disco al juke box.

Il Cameriere                     - Non è come prima non è come prima.

Il Secondo Giovane        - Che ne sai? Ma va.

Il Primo Giovane             - Scommessa?

Il Cameriere                     - Chi presta quattro milioni ne presta anche di più. Bisogna vederle lontane le cose. In prospettiva.

Il Primo Giovane             - Glie lo voglio proprio chie­dere come ha fatto a spillare quei soldi.

La Seconda Ragazza       - Invidioso.

- Entrano Michele e l'Amico. Continuerà per tutta la scena la musica del juke box.

Michele                            - Salve a tutti, ragazzi. Eilà Mario.

Il Cameriere                     - Buon giorno signor Michele.

 Salutano tutti. I due giovani si avvicinano. Fanno roccolo con Michele e l'amico davanti al banco.

Michele                            - Preparami il solito. Voi due, bellezze, ordinate e aspettate. (Ai due giovani) E voi anche, eh? Senza complimenti; non è neanche il caso di dirlo. Forza. Volete sapere l'ultima? Mi son tolto un gusto da matti col vigile. Sono arrivato al semaforo, rosso. Ero in ritardo e ho sentito una voce dentro di me che mi ha detto: « Michele, fregatene e passa ». Cosa faccio? Uuehm! Tavo­letta, e via. Non ero ancora dall'altra parte della strada che fiiiit, tàchete, va là, rogna. C'era il vigile nascosto proprio dietro il cestino dei rifiuti. Se avessi guardato un po' l'avrei anche visto, ma tanto me ne fregavo. Morale, gli ho dato cinque­mila lire invece che tre, e gli ho detto: « Tenga pure il resto; per le sigarette ». Poi, via.

 Ridono.

Il Primo Giovane             - Chissà quello la faccia.

Michele                            - Ma te lo vedi? Che rimane lì come un palo a chiedersi come faccia uno a sbattere via due chili che magari lui ci mette quasi un giorno a guadagnarli. Che bello!

Il Secondo Giovane        - Come l'altra sera che quan­do hai pagato la multa gli hai stracciato sotto il naso il foglio della ricevuta.

Michele                            - Dammene un altro, Mario. Oggi ho sete. Qui bisogna darsi da fare per divertirsi se no... (All'amico) E su con la vita, tu.

L’Amico                          - Sto pensando che in ufficio mi aspet­tano.

Michele                            - Ma va col tuo ufficio, e sempre ufficio. Tra un mese andiamo là e gli compriamo la fab­brica, così ti togli il gusto di licenziarli tutti. A cominciare dal direttore. Aho! Mario. Cos'è 'sto mortorio? E metti un po' di musica no? Metti metti dai.

- II cameriere mette dei dischi al juke box.

Michele                            - Niente, guardate; non ci vuole niente per far soldi. Basta avere delle idee. Io ci ho avuto un'idea e quello che mi ha finanziato l'ho trovato subito.

Il Primo Giovane             - Va be'; ma bisogna avere la tua spigliatezza.

Michele                            - Certo che se dormi all'umido i soldi non ti vengono mica in tasca da soli. Sai perché ho ritardato oggi? (All'amico) Diglielo un po' tu.

L’Amico                          - Per fare una bravata delle sue.

Michele                            - Ho preso un motoscafo. Prenotato.

Reazione delle ragazze.

Il Primo Giovane             - Osteria; ma perché non ci mettiamo insieme, scusa, a lavorare?

Michele                            - E soprattutto non pagare mai subito. Tu prenota, poi piglia. A rate a rate. Firmi un po' di cambiali e hai tutto.

L’Amico                          - E se non le paghi vai in galera.

Michele                            - Macché non le paghi. Le paghi sì. Almeno; le paga il mio ragioniere perché io me ne frego. Ma intanto hai tenuto in mano il ca­pitale e ne hai fatto quello che hai voluto tu.

Il Primo Giovane             - Ma senti un po'. Non ci si potrebbe mettere insieme?

Michele                            - Sai, se dipendesse solo da me senz'al­tro. Ma è che io il socio ce l'ho già. Non sono mica solo capisci? Comunque adesso ci dobbiamo ingrandire. Non c'è niente di escluso.

Il Primo Giovane             - No perché più si è, capisci, più si può fare. Da soli non si può mica fare molto.

Michele                            - Bon. Adesso vi mollo perché dobbiamo combinare per domani con loro. Addio ragazzi.

 Michele e l'Amico vanno al tavolo delle ra­gazze.

Il Primo Giovane             - Ciao Michele. E di', fatti ve­dere stasera.

Michele                            - Sarà difficile. Comunque ci vediamo.

 Il Secondo Giovane       - Ciao.

Il Primo Giovane             - Ciao.

- Escono i due giovani. Michele e l'amico sono seduti al tavolo delle ragazze.

Michele                            - Neanche per fare le casse da morto li prenderei come soci.

 Risata generale. Cameriere compreso.

Michele                            - Quelli lì sono quei tipi che prima non ti salutano nemmeno, poi quando sei diventato qualcuno ti indorano. Sì. Ciao. C'hanno così da correre. Allora; si va?

La Prima Ragazza           - Mica oggi no?

Michele                            - E che oggi? Domani.

La Prima Ragazza           - Allora certo che si va. Siamo venute apposta.

Michele                            - Si va sul lago in qualche posto tran­quillo. Si mangia e poi si vede.

La Prima Ragazza           - A me non piacciono i risto­ranti dei Motels.

Michele                            - Ma chi parla di Motels. Cos'hai, paura?

La Prima Ragazza           - No, no. Metto le mani avanti per non cadere indietro.

Michele                            - Figurati. E poi noi lo chiediamo sempre prima. Preferisci la stanza" azzurra o la stanza verde? Albergo o Motel? Eh. Così non ci sono sorprese.

- Ridono tutti come prima.

Michele                            - Una volta con due non ci siamo riu­sciti perché volevano il panfilo. A parte che se avessimo avuto il panfilo non avremmo portato proprio loro, gli abbiamo detto di passare l'estate ventura.

- Ridono tutti come prima.

Michele                            - Quando arrivano le facciamo ballare nude con i campanacci al collo; poi le buttiamo in mare.

- Ridono ancora tutti come prima.

La Seconda Ragazza       - Sai che sei diventato gen­tile?

Michele                            - Per forza. Tu scompari per mesi dalla circolazione. Poi non ti ricordi più come sono.

La Seconda Ragazza       - Veramente sei scomparso tu.

La Prima Ragazza           - Si può sapere dove sei stato oltre che a piantar fabbriche?

Michele                            - A Zanzibar. Contrabbando d'oro.

- Ridono tutti.

Michele                            - Con un panfilo che si chiama « Maracuba ».

 Altra risata generale.

Michele                            - E adesso arrivederci perché ho da fare.

La Seconda Ragazza       - Ciao simpatico.

La Prima Ragazza           - Ehi; e dove ci vediamo do­mani?

Michele                            - Qui; domani mattina alle undici.

La Seconda Ragazza       - Ciao.

Michele                            - Addio bellezza.

La Prima Ragazza           - Ciao.                                 

- Escono Michele e l'Amico.

Il Cameriere                     - Visto che ce li- ha davvero?

La Prima Ragazza           - Cosa?

Il Cameriere                     - I soldi. E si è fatto una posizione.

La Prima Ragazza           - Boh!

Il Cameriere                     - E ne spende. Beato lui.

La Seconda Ragazza       - E poi è simpatico. No?

La Prima Ragazza           - Sì sì. Staremo a vedere do­mani.

La Seconda Ragazza       - Se non ti va di venire non venirci.

La Prima Ragazza           - Ci vengo ci vengo, E quell'amico che si porta dietro chi se lo scarrozza?

La Seconda Ragazza       - E che ne so. Tanto sono loro che scelgono.

La Prima Ragazza           - Staremo a vedere.

-Michele e l'amico in un posto qualsiasi.

L’Amico                          - Allora ti sei adeguato insomma.

Michele                            - Per forza. Finché non passano i sei mesi.

L’Amico                          - Hai proprio deciso di farla fallire.

Michele                            - Certo che ho deciso. Questa è una tappa. Un passo. Per ora spendo tutti i soldi de­stinati alla fabbrica. Poi si vedrà.

L’Amico                          - Fai male. Qualsiasi cosa possa succe­dere una fabbrica è una fabbrica. Rende sempre.

Michele                            - Esatto, Ma una donna rende di più. E quello che io voglio che mi renda non è una fabbrica ma una donna. Già quelle due ore che devo stare in ufficio mi pesano. Figurati. Con una donna è diverso. Si pigliano i soldi e basta.

L’Amico                          - E in casa come l'hai messa?

Michele                            - Che ho avuto un'idea e ho trovato il finanziatore.

L’Amico                          - Tutto lì?

Michele                            - Tutto qui. Ma devi capire che questo è soltanto un passaggio; un momento. Vuol dire semplicemente che ce l'ho fatta. Ecco. Ce l'ho fatta. Invece che dirmelo mi ha dato quattro milioni. Capirai. Una che tira fuori quattro milioni in un colpo è una che poi sgancia sempre. Certo che a pensarci il mio inizio è stato da maestro. Anche se per un po' mi rallenta le cose. Ho inco­minciato da affettuoso. Hm! Se non avessi inco­minciato da affettuoso avrei già dovuto essere nel giro per riuscirci. E' inutile; le cose bisogna sen­tirle. Bisogna esserci portati per fare un certo mestiere. Io ci sono portato. Ma perché poi mi fai parlare di 'ste cose boh!?

L’Amico                          - Sei tu che ne parli.

Michele                            - Che ne dici di quelle?

L’Amico                          - Di domani?

Michele                            - Eh! Ti vanno?

L’Amico                          - Sì sì; ma di vista le conoscevo.

Michele                            -

L’Amico                          -

Michele                            - ci sono io.

L’Amico                          - Michele Aò. Guarda che si fa eh. Sei tu il tecnico. Se lo dici tu... Tu pensa soltanto a venire. Per il resto D'accordo. E dammi una mano a farla fallire 'sta fabbrica no? Che poi ce la godiamo il doppio.

-Un'allegrissima risata.

Michele                            - E dovevi vederla mia madre quando ha saputo che mi sono messo in industria. Tutti ha invitato. Parenti, conoscenti, vicini, con una torta che non entrava dalla porta da tanto ch'era grande.

La sua voce si smorza. Si illumina e prende vita un'altra parte del palcoscenico. Da questa parte entra la madre con una grande torta. Vocio di persone come se si fosse in una stanza affollata. La madre si muove e si agita a ser­vire e a tagliare la torta. Musica di un valzer lento.

La Madre                         - Venite venite; accomodatevi. La casa non è grande ma se stringiamo c'è posto per tutti; venite; accomodatevi. Che bella festa davvero! Glie l'ho voluta fare una bella festa davvero al mio Michele perché proprio se l'è meritata. Ha sgob­bato povero ragazzo. Oh! Se ha sgobbato! Lascia­telo dire a me che l'ho visto come s'è dato da fare. Figuratevi che negli ultimi sei mesi è dima­grito cinque chili povero figliolo. Cinque. Tanto che io e mio marito ci siamo preoccupati e l'ab­biamo portato dal professore. Anche sua sorella Marisa era così preoccupata. Marisa! Marisa! Por­ta i bicchieri dello spumante. Sono arrivati anche i tuoi amici. Per fortuna non era niente di grave. Solo un po' di esaurimento; c'ha detto il profes­sore. Mica neanche per il lavoro. No. Per la ten­sione. Sapete come sono queste cose: cambiali, assegni, cambiali, tratte; sapete come sono queste cose. Oh! Non me ne pariette. E a parte che le banche non scherzano, il mio Michele ha preso tanto da suo padre che se solo deve restituire cinque lire non dorme di notte. E sì; perché se no' mica lo trovava, se non fosse stato così onesto, uno che gli metteva in mano tutti quei milioni! Venite venite accomodatevi; la casa non è grande ma se stringiamo c'è posto per tutti. Venite; acco­modatevi. E sì; ce l'ha proprio fatta, adesso; ce l'ha proprio fatta bene. Grazie signora grazie. Sa, non è perché sia mio figlio; tutte le mamme sono eguali; noi mamme sappiamo cosa vuol dire i sacri­fici, tutto il resto; no; macché; mica per i soldi; eh! Noi mamme lo sappiamo; quelli per i figli non si contano. E' la soddisfazione di vederli a posto bene. E già. Povero ragazzo. Marisa! Marisa! Porta altri bicchieri. Lui ci soffriva così tanto perché pensava che noi non capissimo la sua fatica. Figu­ratevi se una mamma non capisce certe cose. Ecco­me se le capisce. Venite, venite; accomodatevi; la casa non è grande ma se stringiamo c'è posto per tutti. Venite, accomodatevi...

- Le voci della festa si smorzano. La festa è finita. Rimangono solo il padre e la madre. Sempre le note del valzer lento.

La Madre                         - Che bella festa è stata! Non trovi?

Il Padre                            - Sì, ma tutta questa gente...

La Madre                         - Tesoro, è per il nostro Michele. Che bravo ragazzo è sempre stato! Ha ascoltato i no­stri consigli.

Il Padre                            - Noi abbiamo fatto tutto quello che dovevamo per lui. E' stato un po' anche merito nostro.

La Madre                         - Certo che è stato anche un po' merito nostro. Eccome! Io la predica erano due anni che glie la facevo tutte le sacrosante mattine.

Il Padre                            - E io tutte le sere a tavola? Seh!

La Madre                         - Certo certo. Però è stato un bravo ragazzo lo stesso. Questa festa ci è costata ma se l'è meritata. Sai, forse tu non te lo ricordi perché voi uomini avete sempre altro per la testa; vedi anche Michele, adesso che c'ha la fabbrica non è mai in casa un momento; ma quel valzer, io ho voluto che suonasse tutta la sera perché è la can­zone che suonavano alla radio quando è nato Michele.

- Incomincia a piangere dalla commozione. Con­tinuano le note del valzer lento.

Il Padre                            - Su su; adesso non fare così. E' una festa.

La Madre                         - Sì, ma per una mamma... Era una domenica di marzo, e mi ricordo che l'albero in cortile, ti ricordi, abitavamo ancora nell'altra casa, c'era ancora la povera nonna, ecco, era una domenica di marzo, e sull'albero in cortile c'erano i primi fiori. Che bella domenica era quella! Quei liori sembrava che fossero venuti al mondo con il mio Michele...

Continua a piangere dalla commozione.

ATTO TERZO

Primo Quadro

 Anticamera di un ospedale. Michele e l'Amico sono seduti in attesa. Silenzio, tic tac di un orologio. Michele è nervoso. Passa gente.

Michele                            - (alzandosi di scatto) Porco...

L’Amico                          - Ssst!

Michele                            - Eh, ssst! Facile; ssst! Eh!

L’Amico                          - Ti sentono.

Michele                            - Ma chi se ne frega se...

L’Amico                          - Sssst! E dai Michele. Mica qui.

Michele                            - E dove?

L’Amico                          - Non ce n'ha colpa nessuno.

Michele                            - Appunto.

L’Amico                          - Né tu; né lei; né io; nessuno.

Michele                            - C'ha colpa quel maledetto d'un porco...

L’Amico                          - Sssst!

Michele                            - Ma piantala.

L’Amico                          - Siamo in un ospedale.

Michele                            - Bella roba. Come se non me ne fossi

accorto.

 Silenzio. Tic tac. Gente che passa ogni tanto.

Michele                            - Hm! Con le barelle vanno in giro quelli. Tutto il giorno a spingere barelle. Ah! un bel suc­cesso. Come vita non c'è male.

L’Amico                          - Possibile che te la devi sempre pigliare con tutti?

Michele                            - Macché con tutti.

L’Amico                          - Non ti va mai bene niente.

Michele                            - Ma sono lavori da falliti questi.

 Silenzio. Tic tac. Gente che passa.

L’Amico                          - In fondo lo volevi anche tu no?

Michele                            - No.

L’Amico                          - Ma se l'hai detto fino a ieri?

Michele                            - No.

L’Amico                          - E allora no.

 

Michele                            - Non così. Volevo esser io a convincerla.

L’Amico                          - Ma che differenza fa Michele?

Michele                            - Pff! Che differenza.

L’Amico                          - Che la convinca tu o che la convincano gli altri l'importante è che la fabbrica sia fallita. Stando ai tuoi piani almeno.

Michele                            - Ma se...

L’Amico                          - Sssst! E parla più piano.

Michele                            - Se si convince in maniera normale capisce che le cose dovevano andare proprio cosi. Con la storia che lei si è ammalata magari ci riprova.

L’Amico                          - Ma va. Olimpia.

Michele                            - Sì. Perché tu non la conosci quella. Ormai si è installata.

L’Amico                          - Sei tu che ti sei installato.

Michele                            - Nella testa dico. Nella testa. Casa, famiglia, fabbrica. Punto e basta. Tanto il furbone che lavora l'ha trovato. Sì; ciao. Perché lei con la scusa che si è ammalata dice: « Siamo stati sfor­tunati; proprio quando c'era bisogno che io lavo­rassi per far fronte alle difficoltà mi sono am­malata... Ma non ci si ammala mica sempre no? Riproviamo».

L’Amico                          - Figurati. Olimpia.

Michele                            - Te l'ho detto. Perché non la conosci.

L’Amico                          - Eri così sicuro...

Michele                            - Sicuro. Sicuro un corno; sicuro: Hai visto com'ero sicuro.

 Tic tac dell'orologio. Silenzio. Ogni tanto passa qualcuno.

Michele                            - Se aspetta ancora un po' a svegliarsi non mi vede più.

L’Amico                          - Eri sicuro che con la fabbrica ormai fosse convinta a sganciare sempre.

Michele                            - Ma quello sono sicuro ancora. Non ho mica sbagliato niente io. E se la tecnica è giusta è giusta e basta. Magari ti può capitare un inci­dente. Come adesso. Ma se le cose le hai messe bene prima, qualsiasi cosa ti capiti non cambia niente.

L’Amico                          - Son due giorni che non ti si può par­lare tanto sei preoccupato.

Michele                            - Per il ritardo. Per forza. Mica per l'im­presa che abbia paura che vada male.

 Da una porta esce un'infermiera.

L’Infermiera                    - Se i signori si vogliono accomo­dare la signorina è sveglia.

Michele                            - Era ora.

L’Amico                          - E dai.

L’Infermiera                    - Da questa parte. Prego.

L’Amico                          - Grazie.

 Camera di Olimpia. Olimpia a letto. Silenzio. Incomincia una musica tipo adagio per archi e organo di Albinoni.

Olimpia                            - Caro...

Michele                            - Ciao.

L’Amico                          - Come va Olimpia?

Olimpia                            - Così...

L’Amico                          - Senti dei dolori?

Olimpia                            - No; per adesso. Mi hanno detto che dopo sì però.

Michele                            - Non è mica niente. Fra dieci giorni sei ancora in piedi come prima.

Olimpia                            - Speriamo.

L’Amico                          - Ma sì, figurati. L'appendicite adesso è come ridere.

Olimpia                            - Come va Michele?

Michele                            - Be'. Così. Domani sono in tribunale per il fallimento.

Olimpia                            - Non ci pensare. Dammi la mano.

Michele                            - No, no. Figurati se ci penso.

Olimpia                            - Ci è andata male Michele. Peccato che adesso di soldi non ne abbiamo più.

Michele                            - E già. Altrimenti dici che si poteva riprovare.

Olimpia                            - Magari. Chi lo sa.

L’Amico                          - Non parlare Olimpia. Riposa.

Olimpia                            - No no. Ma sto bene.

Michele                            - Pensa a guarire e a rimetterti in piedi; questo è l'importante.

Olimpia                            - Sto pensando a un'altra cosa Michele.

Michele                            - Cosa?

Olimpia                            - Non te la dico; mi è venuta in mente quando ho aperto gli occhi e mi hanno detto che eravate qui.

Michele                            - E dimmela dai.

Olimpia                            - No. Sorpresa.

Michele                            - Come vuoi. Comunque guarisci presto che dobbiamo tornare in campo.

Olimpia                            - O.K. Non mi hanno mica fatto male sai, a fare l'operazione. Solo che avevano una faccia così truce... Con gli anestetici adesso non si sente niente; lasciano solo un po' di vomito per dopo; quando ti svegli.

L’Amico                          - Anche adesso?

Olimpia                            - Un po'.

L’Amico                          - Una sensazione come quando ha bevuto.

Olimpia                            - Ecco; così. Ma che disturba sono le lampade in alto negli occhi. E d'altra parte loro ci devono vedere dove mettono le mani. Ti pare?

Michele                            - E sì. Se non ci vedono chissà cosa vien fuori.

Olimpia                            - Appunto. Con le lampade ci vedono così bene...

 Entra l'infermiera. Aria professionale. Va vicino ad Olimpia. Guarda il termometro.

L’Infermiera                    - La signorina dovrebbe riposare.

Michele                            - Ah sì. Certo; io poi, Olimpia, c'ho l'ap­puntamento con l'avvocato adesso.

 Esce l'infermiera.

Olimpia                            - Ciao tesoro. E... grazie.

L’Amico                          - Ciao Olimpia. Va là che non c'hai mica una brutta cera.

Olimpia                            - No no. Sto bene.

Michele                            - Poi ci vediamo domani noi due. Eh?

Olimpia                            - Ti aspetto.

Michele                            - Ciao.

Olimpia                            - Ciao.

 Escono Michele e l'Amico. Smette la musica di Albinoni. Casa di Michele. Madre e Michele.

La Madre                         - No no e no. Non lo posso permettere. Io sono sempre stata una ragazza sana. Ma quella volta che mi è capitato di essere ammalata, sicco­me ero sola in città, sono andata nella casa di tuo padre.

Michele                            - Ma non è la stessa cosa mamma. Forse non ci siamo spiegati.

La Madre                         - Macché spiegati e spiegati. Non c'è proprio niente da spiegare. Toh! Il caffè.

Michele                            - Grazie.

La Madre                         - Mi viene in mente se tu abitassi da solo in un'altra città e fossi una ragazza che piacere mi farebbe se qualcuno ti aiutasse.

Michele                            - Ma non sono una ragazza e sto qui.

La Madre                         - Storie. Olimpia viene a casa nostra per la convalescenza. Una ragazza sola, abituata a vive­re in famiglia, figurati! Ma neanche per sogno.

Michele                            - Ma se nemmeno vi conoscete di vista; non sapete neanche se vi siete simpatici...

La Madre                         - E allora?

Michele                            - E allora potresti avere una delusione. E' un tipo così. Non vuole avere debiti con nessuno.

La Madre                         - Ci mancherebbe! E' così che una ragazza dev'essere. Ma con noi complimenti non ne ha da fare. Assolutamente. Se vuole stare sulle sue con te, giusto; più che giusto. Ma con noi... ah no! Proprio no guarda.

Michele                            - Mamma. Olimpia non so se vorrà accet­tare. Io glie lo dico ma non so.

La Madre                         - Figuriamoci. La fidanzata di mio figlio; la donna che deve dividere con lui la vita, abituata alla sua casa con tutte le comodità e le attenzioni, perché per essere la tua fidanzata dev'essere una signorina di famiglia, che a un certo punto è in un'altra città, si ammala, e io sto con le mani in mano; ma dove siamo? Lei viene qui. Glie lo dici e lei viene qui.

Michele                            - D'accordo mamma. Glie lo dico. Ma non so se verrà qui.

La Madre                         - Ci verrà ci verrà. Vedrai. E sarà anche contenta. Anzi; glie lo dirò io. Vado a trovarla e glie lo dico io. Ecco così sarà ancora più contenta.

 Ospedale. Camera di Olimpia. Olimpia e Susy.

Susy                                 - Allora...

Olimpia                            - Insomma...

Susy                                 - T'hanno squartata mica male.

Olimpia                            - Be'. Mi hanno anche ricucita.

Susy                                 - Adesso sei nuova di zecca. Pronta per cominciare da capo.

Olimpia                            - Vedremo.

Susy                                 - Cioè.

Olimpia                            - Cioè vedremo. Non lo so cosa farò quan­do esco di qui.

Susy                                 - Ma a Michele non gli è mica andata trop­po bene con la fabbrica.

Olimpia                            - Macché. Stavolta è andata proprio buca.

Susy                                 - Allora in qualche modo dovrai pur prov­vedere.

Olimpia                            - Provvederemo. Insieme.

Susy                                 - Boh!

Olimpia                            - Non ti va?

Susy                                 - Sì sì. Se riuscite...

Olimpia                            - Ci riusciremo. Per me è troppo im­portante Michele. Stavolta me ne sono proprio accorta.

 

Susy                                 - Ma no. E' già un mese che te lo dico.

Olimpia                            - E' diverso. Bisogna vederle da vicino le cose. Quando mi sono svegliata dopo l'opera­zione lui era qui. Capisci? Qui era. Vicino al let­to. Se non avessi avuto lui non ci sarebbe stato nessuno. E invece lui c'era. E' stato come un angelo venuto dal cielo per me. Come un miracolo. Non avrei mai pensato di provare una cosa così dolce. Mai mai mai. E invece mi è capitata. Dim­mi un po' Susy, secondo te, visto da fuori, cosa potrei fare per ricompensarlo?

Susy                                 - Be'. Hai già fatto abbastanza, mi pare.

Olimpia                            - La fabbrica?

Susy                                 - Appunto. Mica è uno scherzo.

Olimpia                            - No. Ma quelle sono cose che si pos­sono anche comprare: Tutti la possono comprare una fabbrica in fallimento. Qualcosa di più.

Susy                                 - Allora non so. Perché non lo chiedi a lui?

Olimpia                            - Voglio fargli una grande sorpresa. Grandissima anzi. Stando insieme ho capito una cosa. Se si è soli, ci si può anche buttare via; ma quando si sta con un altro, e l'altro è quello che ti è vicino quando ti svegli dopo l'operazione, allora prima di buttarti via devi anche fare i conti con lui. Capisci? Perché se ti butti via butti via qualcosa che gli appartiene. E non hai mica il diritto di buttar via le cose degli altri. Le tue sì; ma quelle degli altri no. Ti pare? Questo lo avevo intuito anche prima; quando c'eravamo co­nosciuti; ma capire l'ho capito adesso.

Susy                                 - Allora?

Olimpia                            - A lui non lo dire se lo vedi. Non glie lo dico nemmeno io subito perché voglio che sia una sorpresa. Non faccio più il mestiere.

Susy                                 - C'hai pensato?

Olimpia                            - Certo che c'ho pensato. Faccio solo la donna di casa. E siccome lui per me è stato un angelo, voglio essere per lui una vera donna di casa. Ma non glie lo dire. Sarà più bello. Dio co­me sarà più bello!

 Michele e l'Amico in un posto qualsiasi.

Michele                            - Rogna. Una rogna del... Ma!

L’Amico                          - Certo che in casa... devi evitare che ci venga.

Michele                            - Sì. Facile. Tra mia madre che non ne può più di vedersela lì; per fare un'altra fe­sta fetente come quella che ha fatto perché aveva la fabbrica. Tra lei che non ne può più di instal­larsi da qualche parte... Facile. Proprio facile. Chissà poi cosa mi è venuto nelle corna di an­darglielo a dire che c'avevo 'sta ragazza.

L’Amico                          - Tu hai fatto di tutto per non farglielo sapere.

Michele                            - E d'altra parte mica potevo conti­nuare a parlare di fantasmi. Telefonava tre volte al giorno. A un certo punto dovevo dire che era... così insomma... una specie di fidanzata.

L’Amico                          - E l'hai detto.

Michele                            - E certo che l'ho detto.

L’Amico                          - E già.

Michele                            - Già.

L’Amico                          - Allora?

Michele                            - Cosa?

 

L’Amico                          - Usciamo o non usciamo domani con quelle due?

Michele                            - Ma chi se ne frega di quelle due?

L’Amico                          - Eri tu che dicevi a tutti i costi...

Michele                            - Ma va. C'ho delle gatte da pelare nella testa io.

L’Amico                          - Come vuoi.

Michele                            - Eh. Ma io mi domando cosa glie ne frega a mia madre di vedersela lì tra le scatole. Cosa glie ne frega.

L’Amico                          - Ma se lei crede che sia davvero una fidanzata... c'ha ragione.

Michele                            - Come se nessuno si accorgesse di quello che fa. Del mestiere. Figurati. Girare per casa come gira lei in sottoveste e vestaglia; par­lare come parla. Va bene che adesso parla me­glio. Ma comunque ogni tanto le scappa qual­cosa. Pff. Subito se ne accorgono.

L’Amico                          - Starà attenta. Comunque devi evitare se puoi.

Michele                            - Non posso; non posso. Hm! Al volo capisce mia sorella. Da come mi lavo al mattino capisce cos'ho fatto di notte... Quella ne sa tante che... oh Madonna! Altro che Olimpia.

L’Amico                          - Perché se poi te la porti in casa sei fregato. C'è e ci rimane.

Michele                            - No. Caro mio. No. Non ci rimane. Ormai è fatta. Ormai ce l'ho in pugno; batte, e sgancia. Chiaro?

L’Amico                          - Eeh!

Michele                            - Sì sì. Batte, e sgancia. Ma cosa credi che sia questo? Un contrattempo. Ecco. Solo un contrattempo. Vedrai quando s'è rimessa.

L’Amico                          - Dicevo per la casa. Perché se viene lì, poi magari lei stessa si fa delle illusioni. Crede che sia tutto diverso.

Michele                            - Ma va. Illusioni. Legnate; altro che illusioni.

L’Amico                          - Dicevo per te.

Michele                            - Ma va.

 Ospedale. Camera di Olimpia. Madre di Mi­chele e Olimpia.

La Madre                         - No signorina no; lei non deve pen­sare che noi lo facciamo perché non abbiamo fiducia. Anzi; è proprio il contrario. Figurarsi se questo è possibile. La fidanzata del nostro Mi­chele; per noi è una signorina della nostra fa­miglia; una figlia. Sì; ecco; una figlia. Da quan­do Michele ce l'ha detto, lui è molto timido e ce l'ha detto così... quasi solo per farcelo capire... non ce l'ha proprio detto chiaro, ma insomma, le mamme certe cose le capiscono al volo, ecco, da quando ce l'ha detto noi l'abbiamo sempre considerata della nostra famiglia.

Olimpia                            - Grazie signora, ma non vorrei...

La Madre                         - Assolutamente no, guardi, noi non facciamo complimenti; siamo gente alla buona, ma se facciamo qualcosa lo facciamo col cuore. Lei deve trovarsi da noi come a casa sua. Proprio come a casa sua. Mi immagino quello che po­trebbe pensare la sua mamma sapendo che lei non sta bene e noi non facciamo qualcosa. Lei la convalescenza la passa tutta da noi e basta; anche mio marito sarà molto contento; anzi, è stato proprio lui a dirmi di venire; « Vai da quel­la ragazza e non tornare senza la promessa che viene da noi ». Ecco, mio marito è un uomo così; del resto lo conoscerà meglio quando verrà a casa nostra. Avremo tanto tempo di parlare an­che di Michele; lei in fondo lo conosce così poco; e sa, se un giorno dovete vivere insieme... da spo­sati voglio dire... be', quello che sa una mamma un altro non lo può sapere. Le mamme sono tutte gelose; ma io quello che so glielo voglio dire perché sono una che le cose che sa le dice. Poi lei è tanto una brava ragazza... Vedrà che andre­mo d'accordo noi due.

Olimpia                            - Ma signora...

La Madre                         - Niente signora. Forse adesso è un po' presto; ma incominci ad abituarsi a chiamar­mi mamma; no, non proprio subito; ci vuole tempo; ma mi fa così piacere l'idea di sentirmi chiamare mamma da un'altra persona...; che non è più un'estranea; è di noi; è del mio Michele. E' proprio vero che non tutto il male vien per nuocere; sapesse come mi dispiace che lei sia ammalata; mi dispiace davvero molto; ma da una parte sono contenta perché così ci siamo conosciute

 Entra l'infermiera.

L’Infermiera                    - Mi scusi, la signorina dovrebbe riposare.

La Madre                         - Certo, certo. Mi sono attardata cer­tamente troppo; ma quando incomincio a parlare di certe cose... Vado via. Arrivederci Olimpia. Torno domani con le cose che le ho promesso. Vedrà che le piaceranno senz'altro; ma non esa­geri eh! Piacciono tanto anche al mio Michele; ma non esageri se no le fanno male. Vado via. E cerchi di dormire questa notte; altrimenti...

 Sera. Strada di Olimpia. Michele è solo, ubriaco.

Michele                            - Se c'ho bisogno di una mano. Ma che mano vai dicendo. Altro che mano! Una mano da un amico, una mano da un altro; via; dentro; tutti dentro in un mucchio di mani. Tutte sulle spalle a Michele. Mi sarei buttato a leccare per terra per riuscirci e... schifo; tutto schifo; altro che mani. Solo schifo. Ma cosa credevano che facessi quando stavo a lottare contro le cose? Che sembrava che gli altri dicevano il contrario e invece...; pum! Giù tutto. Perché quella disgra­ziata si piglia l'appendicite e mia madre le ven­gono i pruriti di avercela in casa; la signorina di famiglia! O Gisella Gisella; ti ricordi quando invece di andare a scuola bigiavamo in quel cinema stretto vicino alla -stazione... o Gisella Gisella. Quello era amore sul serio! Ma chi glie lo ha detto di innamorarsi di me? Eh? Chi glie lo ha detto? I soldi volevo; lo stipendio. Ma ci sono le stelle che girano invano e Michele che... « invero » ...se ne deve fregare. Fregare. Fregato! I soldi. Fregato! E intanto le stelle girano invano. O Gi­sella Gisella! Quello era vero amore. Ma se lei vuole una cosa, niente! Quello che importa è quello che voglio io. Io! Chi le ha detto di inna­morarsi? Io? No. E se insiste, pac, pac, pac, pac! Altro che! Quattro sberle.

Un'ombra di uomo proiettata sul fondo. Si ferma.

Michele                            - Eh?

 L'ombra rimane ferma.

Michele                            - No no no.

 L'ombra rimane ferma.

Michele                            - Niente. Diecimila sono poche. Macché diecimila. Non sono così; io.

 L'ombra rimane ferma.

Michele                            - Sto qui perché mi piace il fresco. E | penso ai casi miei. ,

- L'ombra si allontana.

Michele                            - Buono quello. Aoh! Ma guardami. Ti sembro così? Buono davvero quello. Quattro sberle e la sistemo. Altro che amore!

 Michele beve da una piccola bottiglia che ha in tasca.

Michele                            - Gisella Gisella. Ti ricordi quella gita sul tandem in prima ginnasio; che purezza quei campi! E le more. Tutta la faccia imbrattata di more. Io adesso ti scrivo una lettera.

- Estrae un blocchetto e una biro. Siede. Fati­cosamente, da ubriaco, punta la biro sulla carta.

Michele                            - Cara Gisella, ti ricordi l'estate con le more sulla faccia, con il vento tra i raggi, con le ombre degli alberi, con le siepi che facevano ombra...

 Casa di Michele. Padre e madre di Michele.

La Madre                         - Oh, se avessi visto com'era imba­razzata!

Il Padre                            - Per forza. Chissà cosa le avrai detto. Che noi siamo qui, siamo lì, siamo giù, siamo su, siamo questo, siamo quello. Eeeh! Lo so.

La Madre                         - Figurarsi cosa sai. Le ho solo detto che saremmo contenti dì averla qui. Non è vero forse che saremmo contenti di averla qui?

Il Padre                            - E' vero. Ma dipende da come glie lo hai detto.

La Madre                         - Ho fatto tutto in funzione di Mi­chele.

Il Padre                            - Ma non devi fare in modo che sem­bri carità.

La Madre                         - Ma che carità! Andiamo. Certo che adesso che viene qui devi toglierti dalla testa di andare avanti a restare così in casa. Dovrai ve­stirti un po' meglio. Con la posizione che c'ha Mi­chele adesso devi anche cambiare un po' tono. Con la giacca, ecc.

Il Padre                            - Ma sì ma sì.

La Madre                         - Non puoi stare sempre così con­ciato. D'altra parte era necessario perché adesso Michele con tutte le preoccupazioni che ha, con la ditta, sarà contento che la sua fidanzata è con noi. Se avessi visto com'era emozionata! Non riusciva a parlare. E come deve volergli bene. Non sei contento che abbia trovato una ragazza così?

Il Padre                            - Certo che sono contento.

La Madre                         - Oh caro. Io sono tanto contenta che abbia trovato una ragazza così...

 

Secondo Quadro

Casa di Olimpia. Olimpia e l'Amico. Olimpia sta trafficando intorno a delle valigie. Trasloco. L'Amico l'aiuta.

Olimpia                            - Sei stato gentile a venire.

L’Amico                          - Tanto è sabato oggi.

Olimpia                            - Passami quella spazzola.

L’Amico                          - Ma la casa la tenete lo stesso.

Olimpia                            - Sì, però ci abiterà Susy.

L’Amico                          - Be'... per un mese...

Olimpia                            - Ecco; questo è inutile che lo porti via.

L’Amico                          - E dopo?

Olimpia                            - Vedremo.

L’Amico                          - Le due valigie ve le ho messe di là in anticamera.

Olimpia                            - Ho visto.

L’Amico                          - Perché ci saranno dei problemi in casa di Michele no?

Olimpia                            - Forse. Ma non credo.

L’Amico                          - Se loro vengono a saper tutto il resto...

Olimpia                            - Nooo... Sono successe tante cose. E' difficile.

L’Amico                          - Sai che l'hai messa bene, sta casa?

Olimpia                            - Ti piace?

L’Amico                          - E' tranquilla. Pulita.

Olimpia                            - Ti spiace darmi quella foto?

L’Amico                          - Subito.

Olimpia                            - Era di mio gusto così.

L’Amico                          - Piacerebbe anche a me averne una. Ma un uomo da solo, cosa vuoi che faccia con la casa a posto.

Olimpia                            - E trovati una moglie no.

L’Amico                          - Sì. Facile.

Olimpia                            - Michele se l'è trovata.

L’Amico                          - E' diverso. Io non sono Michele. Hai chiuso tutti i rubinetti?

Olimpia                            - Fatto. Allora mancano solo i dolci.

L’Amico                          - Preparati tu!

Olimpia                            - Già. Mi è sempre piaciuto far da man­giare.

L’Amico                          - Però! E senti: con Michele non avete mai parlato di matrimonio?

Olimpia                            - No.

L’Amico                          - Ecco; perché non ne parlate? E' im­portante.

Olimpia                            - Ne parleremo. E' per i suoi più che altro. Ma credo che adesso siano convinti.

L’Amico                          - Be'. Per forza.

Olimpia                            - Ti pare?

L’Amico                          - Ho staccato la spina del frigo.

Olimpia                            - Grazie.

L’Amico                          - Ma supponiamo che lui non sia d'ac­cordo.

Olimpia                            - A far che?

L’Amico                          - Di sposarti.

Olimpia                            - Figurati. Michele. Così buono... No. Non si cura una persona se non le si vuol bene.

L’Amico                          - Già. Ma supponiamo lo stesso. Faccio per dire.

Olimpia                            - Allora... (Ridendo) ...mi troverei un altro marito.

L’Amico                          - Non ci credo.

Olimpia                           - E perché?

L'Amico                          - Sei troppo innamorata di Michele.

Olimpia                           - Ma devo pur vivere in qualche modo.

L'Amico                          - Lavorerai.           

Olimpia                           - No... Basta.        

L'Amico                          - Cosa? Lavorare?

Olimpia                           - Sei capace di mantenere un segreto?

L'Amico                          - Beh!... Sì.           

Olimpia                           - Allora prima chiama il taxi e poi te lo dico.                  

L'Amico chiama il taxi per telefono. Da questo momento in avanti si preparano per uscire.

Olimpia                            - Fino a qualche tempo fa, sono vissuta in un certo modo; mi sono piaciute certe cose; per esempio scorrazzare da una parte e dall'altra senza fermarmi mai. C'ho sempre tenuto a sentirmi libe­ra. Libera. Sempre in giro con questo e con quello. Mi piaceva l'idea di non appartenere a nessuno. Allora, la chiamavo libertà. Poi un giorno, accom­pagnato proprio da te, venne Michele. Potrebbe finire qui il segreto. Michele fu il primo a volermi bene. A trattarmi come una donna vuol essere trattata. Non ti pare?

L’Amico                          - Sì sì.

Olimpia                            - Ecco. Da allora, da quando mi sono attaccata davvero a qualcuno, ho smesso di but­tarmi via. Basta. Chiuso. Finito. Giusto per tirare avanti a mangiare. Ma ero contenta di appartenere a qualcuno; di aver perso la mia libertà. Non ci credi?

L’Amico                          - Certo che ci credo. Non lo vedessi...

Olimpia                            - Con Michele sono entrata in un altro mondo; prima mi bastava vederlo. Adesso sono anche contenta che la fabbrica sia fallita. Così incominciamo tutto da capo. Non ci sono nemmeno più i soldi di prima; quelli che guadagnavo con il lavoro; tutto nuovo; tutto finito. Chiaro?

L’Amico                          - Sì. E il segreto?

Olimpia                            - Non hai capito?

L’Amico                          - Forse... ma...

Olimpia                            - Prometti di non dire niente. Voglio essere io a dirglielo.

L’Amico                          - Prometto.

Olimpia                            - Basta. Non faccio più il mestiere.

L’Amico                          - Cosa?

Olimpia                            - Strano eh! L'Olimpia. Eppure...

L’Amico                          - Accidenti!

Olimpia                            - Ecco. E venne Michele. Da quel giorno per l'Olimpia è cambiato tutto.

L’Amico                          - E Michele?

Olimpia                            - Glie lo voglio dare io come il più bel regalo. Capito perché dovrei trovarmi un altro marito? Perché il mestiere non lo faccio più. Come se non l'avessi mai fatto.

L’Amico                          - Capito.

 Michele con il Ruffiano incontrato nel secondo atto. Sono in un posto qualsiasi. Il ruffiano è sempre elegantissimo e pacchiano. Continua, mentre parla, a mettersi e togliersi gli occhiali scuri. Michele gli è molto più simile che nel loro incontro precedente, tuttavia non è anco­ra, per qualche particolare, arrivato al livello del maestro-collega.

Il Ruffiano                      - Praticamente è perduta. A questo punto ti conviene ricominciare con un'altra.

Michele                            - Ma porca miseria c'ero arrivato, l'avevo imparato il mestiere!

Il Ruffiano                      - Lo so ma... per certe cose... è que­stione di tatto.

Michele                            - E già, ma se la tecnica era giusta, cos'è che non ha funzionato?

Il Ruffiano                      - Niente. Sai com'è... non ci sono regole da noi. E' come in affari; certe cose vanno, certe altre no. Ma vanno così... E' intuito. Se tu fossi venuto prima da me, forse qualcosa avrei capito. Ma così...

Michele                            - Porca miseria. Ormai era fatta.

Il Ruffiano                      - E già. La fabbrica?

Michele                            - Andata. Avessi tenuto almeno quella...

Il Ruffiano                      - No. Meglio così. Si possono avere grane con la polizia; provenienza del denaro... ecc. No. no. A meno di avere una persona di fiducia da intestare; no... E poi col nostro mestiere è meglio essere liberi.

Michele                            - E' il ragionamento che ho fatto anch'io. La fabbrica non la volevo. Ho capito subito che non c'entrava col mestiere.

Il Ruffiano                      - Eh.

Michele                            - Quindi non c'è più niente da fare adesso.

Il Ruffiano                      - Adesso? Scherzerai. Non parlarne nemmeno.

Michele                            - Ma non ci perdo niente a tentare.

Il Ruffiano                      - Tempo. Perdi del tempo.

Michele                            - Porca miseria.

Il Ruffiano                      - Te l'ho detto. Nel nostro mestiere è come negli affari. Quando in una partita inco­minci a perdere, meglio tirarti indietro il più pre­sto possibile per non perdere di più. Se tenti di recuperare rischi di perdere tutto. Bisogna essere svelti. Ed essere capaci anche di perdere in un affare per poter guadagnare in un altro.

Michele                            - Ma se penso che c'ero riuscito... che ormai ce l'avevo praticamente fatta... E tutto per­ché? Tutta colpa di quella vacca di un'appendi­cite; e di mia madre che se la porta anche in casa; ma si possono fare stupidaggini più grandi di questa? Buttare via tutto questo tempo di lavoro... Che cosa faccio adesso? Ricomincio da capo tutto?

Il Ruffiano                      - Liberatene. Più presto te ne liberi meglio è.

Michele                            - E già. Liberatene. Facile adesso.

Il Ruffiano                      - Rifilala a qualcuno. Ma evita di tenertela sul gobbo.

Michele                            - Ma chi se la prende?

Il Ruffiano                      - Non hai un amico?

Michele                            - Sì ma... sa tutto.

Il Ruffiano                      - E allora? Mettigliela dal punto di vista della redenzione. Chi è? Quello che ho visto quella volta?

Michele                            - Sì.

Il Ruffiano                      - E allora mi sembra abbastanza fes­so per cascarci subito. Gli spieghi che ormai Olim­pia praticamente è redenta, che il mestiere non lo vuol più fare, che quindi a te non interessa più e che praticamente è un'altra. Se ci metti anche un pizzico di pietà umana la beve ancora meglio,

Michele                            - Dovrei cercare qualcun altro.

Il Ruffiano                      - Ce ne sono che cercano moglie. Ma­gari riesci anche a guadagnarci qualcosa.

Michele                            - E io?

Il Ruffiano                      - Da capo. E' successo a tutti di sba­gliare una volta.

Michele                            - Bel risultato. Redentore. E tutto per] colpa di un'appendicite. Ma io ci provo.

Il Ruffiano                      - Sbagli. Comunque se ci tieni, prova.

Michele                            - Allora chiudo?

Il Ruffiano                      - Direi.

Michele                            - Redentore.

 Casa di Michele. Tardo pomeriggio. Quasi l'ora! di cena. Il padre di Michele sta leggendo un giornale. La madre va e viene dalla cucina. Marisa si sta vestendo per uscire. Un po' forte la musica di una canzonetta alla moda prove­niente da un giradischi. Marisa, vestendosi, segue il ritmo della musica.

Il Padre                            - Abbassa!

Marisa                              - Uffa!

Il Padre                            - Ti dico di abbassare.

Marisa                              - Ho capito.

- In un volteggio, quasi a tempo di ballo, Marisa passa vicino al giradischi e abbassa.

La Madre                         - Marisa non puoi venire a casa solo per sentire dei dischi e non partecipare alla vita della tua famiglia.

Marisa                              - Che cosa dovrei fare mamma?

La Madre                         - Niente. Stare di più con noi.

Il Padre                            - Ma lei può stare dove vuole. Basta che abbassi e non faccia troppo rumore.

Marisa                              - Fino a una settimana fa non vi dava mica fastidio che suonassi dei dischi.

Il Padre                            - Fino a una settimana fa non c'era qui una persona che avesse bisogno di riposo.

La Madre                         - Perché non devi capire certe cose?

Marisa                              - Le capisco le capisco; certe cose.

Il Padre                            - Sappi che c'è in casa una persona che ha bisogno di noi.

Marisa                              - E allora?

Il Padre                            - E allora piantala di far baccano con quei dischi maledetti.

 Marisa spegne il giradischi. Contemporanea­mente piomba la madre dalla cucina.

La Madre                         - Basta! Litigare. Cosa può dire Olimpia:

Marisa                              - Niente può dire.

La Madre                         - Figuriamoci. Bell'educazione.

Marisa                              - Ma l'ho spento no?

La Madre                         - E il resto che non vuoi fare perché dici che non sei una serva? Andiamo. Mica lo fai per un'altra. Olimpia è di casa no?

Marisa                              - Uffa.

Il Padre                            - Macché uffa d'Egitto. Tuo fratello sgob­ba dalla mattina alla sera per migliorare il tenore della casa. E tu?

Marisa                              - Anche. Ma non miglioro niente.

Il Padre                            - Appunto. Cosa credi? Quello che Michele sta facendo lo fa anche per te sai?

Marisa                              - Hm!

Il Padre                            - Sì carina. Anche per te lo fa. Perché se noi non fossimo sicuri della posizione economica che ha raggiunto certe cose non le penseremmo nemmeno.

Marisa                              - Ma che non possa sentirmi un disco in casa mia perché la «signorina Olimpia » ha avuta tagliata la pancia, è grossa.

Il Padre                            - Ma chi ti dice che non puoi sentirlo? Puoi sentirlo ma piano. Ecco. Piano.

Marisa                              - Sì papà.

La Madre                         - Capito? Piano.

Marisa                              - Sì mamma. Adesso esco.

La Madre                         - Dove vai?

Marisa                              - Sono sei giorni che sai che ho una festa.

li. Padre                           - Al solito.

Marisa                              - Papà; sono due settimane che non esco alla sera.

li. Padre                           - Figurarsi. A lei dà fastidio rimanere in casa sua.

Marisa                              - Ma ce l'ho il diritto di uscire qualche volta no?

li. Padre                           - Sì sì. Vai pure vai pure. Eh! Noi non possiamo impedirtelo, eh! Guai!

La Madre                         - Prendi esempio da Olimpia. Guarda che non esce mai da sola alla sera. Solo qualche volta con Michele.

Marisa                              - Sì.

li. Padre                           - Certo; perché è una ragazza come si deve. E se non lo fosse stata non avrebbe certo trovato un uomo come tuo fratello. Impara.

Marisa                              - Sì.

La Madre                         - E non tornare tardi.

Marisa                              - Sì. Ciao ciao.

 Marisa esce. Molto ben vestita. Silenzio.

La Madre                         - Sei preoccupato per Marisa?

Il Padre                            - No. E' una brava ragazza in fondo.

La Madre                         - Ma sì. Anche se si diverte...

Il Padre                            - Appunto. Alla sua età...

La Madre                         - L'importante è che si comporti bene.

Il Padre                            - Ma sì... dai.

La Madre                         - E ma con i pericoli del giorno d'oggi...

Il Padre                            - No. Marisa è una brava ragazza. Tu ti sei sempre preoccupata troppo. Anche con Michele era la stessa cosa. Hai visto come ce l'ha fatta alla distanza.

La Madre                         - Che in fondo Marisa molte cose adesso se le può anche permettere. Voglio dire, adesso che Michele ha la posizione che ha. Prati­camente è ricca. E' la sorella di un industriale. Se fa qualche sciocchezza, be', è inutile star lì; può riparare.

Il Padre                            - Ma cosa dici. Marisa sciocchezze; ma va.

La Madre                         - Non si sa mai.

Il Padre                            - Olimpia piuttosto, ha detto che si alza per pranzo?

La Madre                         - Mah. Credo.

Il Padre                            - Comunque tu aspetta a preparare. Man­giamo insieme.

La Madre                         - Non hai fame?

Il Padre                            - Sì. Ma mangiamo insieme.

La Madre                         - Certo. Che ragazza d'oro è. Stamattina si è messa per aiutarmi a lavorare in cucina. Le ho detto: « Signorina Olimpia », perché del «tu » non ce lo diamo ancora, « rimanga a riposare per­ché in due se no facciamo dei gran danni e basta ». E allora lei si è messa a sedere e ha fatto una gran risata; intanto mi guardava perché dice che vuol imparare. Che ragazza d'oro! Sai che non sa proprio fare niente in casa? Si vede che viene da una famiglia su; abituata con le cameriere... eh sì. Vorrei tanto che la mia Marisa diventasse come lei... D'altra parte è giusto. Michele adesso ha una posizione che la cameriera glie la può permettere. Anche Marisa sarebbe molto bello che sposasse un uomo così. Pensa: fratello e sorella come sareb­bero sistemati bene. E come sarebbero felici loro quattro. Potremmo sempre averli qua tutti a Nata­le e a Pasqua. Tutti qua riuniti come faceva la povera nonna. Non ti pare?

Il Padre                            - Certo. Ma parla più adagio.

La Madre                         - Hai ragione. Che ragazza d'oro. Spe­riamo che non si sia svegliata.

Terzo Quadro

 Michele e l'Amico. Per strada. Rumore di traf­fico.

Michele                            - Ma naturale no che adesso la mollo. Mi metto a fare il redentore anche. Ma cosa vuoi che ne faccia di una ragazza per bene? Cosa vuoi che me ne faccia? Devo lavorare io. Non ho tempo da perdere con una moglie. Che poi viene la casa, vengono i figli. Sì; ciao. La casa.

L’Amico                          - E già.

Michele                            - E poi scusami; quando tu ti metti a fare un affare e vedi che stai perdendo, come risolvi? Tac. Tagli di colpo e non se ne parla più. Se no vai avanti a perdere.

L’Amico                          - E già.

Michele                            - Se io adesso andassi avanti con l'Olim­pia e mi ostinassi a voler guadagnare perderei se non altro del tempo. Ti pare? Così invece sono pronto per ricominciare da un'altra parte.

L’Amico                          - Vuoi ricominciare?

Michele                            - Ma. Non lo so.

L’Amico                          - A fare lo stesso lavoro? Secondo me hai sbagliato tutto.

Michele                            - Può darsi. Non dico mica di no io. Certo che il mestiere l'avevo imparato bene ormai. E adesso star qui a ricominciare con un altro...

L’Amico                          - E Olimpia?

Michele                            - Olimpia. Olimpia ormai è una brava ragazza. Che me ne faccio? Porca miseria proprio adesso che il mestiere me l'ero imparato quella va a redimersi.

L’Amico                          - La butti a mare.

Michele                            - (gridando) Ma non posso buttarla a mare. Non sono mica un ruffiano io. Cioè; sì; ma non sono tagliato; forse; cosa credi? Lì bisogne­rebbe dar via legnate. Io le legnate non le so dare... E allora... Non lo so.

L’Amico                          - Ma proprio non te ne frega niente niente di lei?

Michele                            - Macché. Lei ha bisogno di trovarsi un marito... tenere in ordine la casa... e via discor­rendo.

L’Amico                          - E già.

Michele                            - Per fare il ruffiano bisogna avere il pelo sullo stomaco. Se no...

L’Amico                          - Te lo dicevo.

Michele                            - Adesso ho bisogno di riposare. Pensarci sopra bene per un mese, e poi vedere. Mi imma­gino le scene in casa mia.

L’Amico                          - Secondo me ti conviene sloggiare. Alme­no finché non ti sei sistemato con un lavoro.

Michele                            - Già. Facile. E dove vado?

L’Amico                          - Se ti va puoi venire a casa mia. E dire che sei in viaggio per lavorare, o che so...

Michele                            - Come idea non è male.

L’Amico                          - E Olimpia?

Michele                            - E dai con Olimpia. Ma chi se ne frega di Olimpia? A un certo punto non mi vede più, lo capirà bene no?

L’Amico                          - E già.

Michele                            - Eh.

L’Amico                          - Fai male a trattarla così. Lei è comple­tamente diversa da quella di prima. E' come se l'Olimpia di allora non ci fosse più. E lei ti è molto riconoscente di questo. Io l'ho vista come tiene la casa. Sembra un angelo. Se non fosse per­ché è tanto legata a te le chiederei di sposarmi. Mi spiace quando vedo che tu la tratti così. E poi io ho bisogno di una donna come lei che stia in casa. Da soli non sì può vivere sempre. E in fondo Olimpia a me è sempre piaciuta. Non lo dico ades­so perché so che non fa più il mestiere. Quando te l'ha detto?

Michele                            - L'altra sera. Eravamo andati a pranzo al solito posto al lago.

Dall'altra parte del palcoscenico c'è un tavo­lino dì ristorante. Da una parte c'è seduta Olimpia. Musichetta romantica. Michele va a sedersi dall'altra parte del tavolo.

Olimpia                            - Adesso quando portano lo spumante ti dico la sorpresa.

Michele                            - Non puoi dirmela subito?

Olimpia                            - No. E' il momento più bello della mia vita. Voglio gustarmelo fino in fondo.

Michele                            - D'accordo.

Olimpia                            - Comunque sta arrivando. Preparati.

 Un cameriere porta lo spumante. Stappa e versa. Olimpia e Michele alzano una coppa ciascuno. Rimangono immobili.

Michele                            - Allora? Forza che anch'io devo farti un discorso dopo.

Olimpia                            - O.K. Non faccio più il mestiere.

Michele                            - Cosa?

Olimpia                            - Bevi.

 Bevono. Olimpia con una mano beve e con l'altra guida quella di Michele quasi tappandogli la bocca con lo spumante.

Michele                            - Ma...

Olimpia                            - Sssst! Silenzio. Il tuo discorso me lo fai dopo.

Michele                            - Ma io...

Olimpia                            - Zitto. Non dire niente. E soprattutto non tentare nemmeno di ringraziarmi. Capito?

Michele                            - Ma no...

Olimpia                            - Niente. Sono io che devo ringraziare te. Ti ricordi com'ero quando mi hai conosciuta? Credevo in una vita completamente diversa dal quella in cui credo adesso. Io mi sono innamorata I di te. Tantissimo. Perché sei stato generoso, buo-I no, sincero. E poi per tante altre cose che noni voglio dirti adesso perché forse sono un po'! emozionata. Ma questo amore, mi ha fatto pensare diversamente a tutto. E allora certe cose noni mi va più di farle. Voglio che questo sia il regalo! più bello che ti possa fare.

Michele                            - Ma Olimpia...

Olimpia                            - No. Niente. Bevi. Il tuo discorso me lo farai un'altra volta.

 Bevono. Michele si alza. Torna nella zona di palcoscenico dove ha lasciato l'amico. Buio sulla zona del ristorante.

L’Amico                          - Qual era il discorso.

Michele                            - Era che avevo capito come andavano le cose e volevo fare una specie di ultimo tentativo per convincerla. Ma capirai. Dopo quello che hai detto.

L’Amico                          - E già.

Michele                            - Ma di' un po'. Tu la sposeresti davvero?

L’Amico                          - Certo che la sposerei. Se lei mi volesse.!

 Michele ha un impeto irrefrenabile di gioia.

Michele                            - Amico mio; fratello; salvatore.

 Improvvisa una sorta di ballo di festa.

Michele                            - Tu sì che sei un angelo e un amico vero. Dio come ho potuto non pensare a te peri questa cosa? Amico mio. Amico mio.

L’Amico                          - Piantala adesso. Stammi a sentire.

Michele                            - Dimmi.

L’Amico                          - Facciamo come ho detto. Tu vai a casa mia per un mese e scompari. A Olimpia lo dico io. I Meglio che non le dica niente tu. Glie lo dico io e basta.

Michele                            - D'accordo.

L’Amico                          - E intanto io vado per un po' a casa» dei miei.

Michele                            - D'accordo. Ma capisci anche tu che io non potevo fare niente ormai..., che la partita è I perduta, che deve pensare a qualcos'altro adesso...! e d'altra parte Olimpia non potevo tirarmela dietro e nemmeno buttarla nel fosso perché non sono mica un ruffiano io. Forse è stato perché non è riuscito bene l'esame psicometrico, te lo ricordi, magari lo faccio un'altra volta perché sai, sii cambia, e io adesso non so più cosa sono; può darsi che sia cambiato moltissimo e debba fare un altro mestiere; tutti cambiano un po' nella vita. Dio mio non so come ringraziarti, perché in fondo mi piaceva sai? E poi vedrai, ti troverai bene con l'Olimpia; sono sicuro che lei accetterà dì sposarti perche anche tu le sei molto simpatico; vedrai come ti troverai bene; non è più nemmeno lei come prima; è completamente diversa. Non la riconosceresti più; è diventata una donna fine, ha letto un sacco di libri per portarsi al mio livello; vedrai; e poi! è generosa; ma per quello, generosa lo è sempre stata. Come sono contento che vi sposiate. Vedrai; è una merce che va bene proprio per uno come te...

L’Amico                          - E piantala! Ho capito. Piglia; queste sono le chiavi; installati e scompari dalla circo­lazione per un mese buono. D'accordo così?

Michele                            - D'accordo.

L’Amico                          - Ciao.

Michele                            - Ciao. E grazie eh?

 L'amico esce.

Michele                            - Grazie ancora. Grazie.

Quarto Quadro

 Casa di Michele. Mattino di sabato. Ore dieci. Marisa esce stancamente dalla sua camera. Durante tutta la scena si vestirà lentamente.

La Madre                         - Sono le dieci.

Marisa                              - Hm!

La Madre                         - E' tutto quello che sai dire?

Marisa                              - Caffè.

La Madre                         - Acqua gelata. Stanotte alle tre ti abbiamo sentito tornare.

Marisa                              - Ho fatto tardi alla festa. Tanto oggi è sabato.

La Madre                         - E' da quando hai incominciato ad andare alle feste che fai tardi. Due anni fa per l'esattezza. Ti pare logico che una ragazza della tua età stia in giro così di notte?

Marisa                              - Ho la mia compagnia mamma; non fac­cio niente di male se sto fuori qualche volta a ballare.

 La madre esce come per andare in cucina. Parla da fuori.

La Madre                         - Ventisei anni e non ti sei ancora trovato un fidanzato fisso. Un bravo ragazzo che ti venga sempre a prendere lui e ad accompagnare. Tutte le sere è uno diverso; fortuna che le cose vanno bene. Ma vanno bene a fare le persone serie carina; non ad andare in giro a destra e a sinistra come una qualsiasi. Guarda Olimpia. E' da quando conosce Michele che tutte le sere sta in casa. Te lo ricordi quando era qui da noi per la convalescenza? Non usciva se non con il suo Michele.

La madre rientra.

La Madre                         - Avanti; il caffè.

Esce di nuovo nella stessa direzione. Parla sempre da fuori.

La Madre                         - Non devi pensare che noi non abbia­mo fiducia in te. Tutto quello che diciamo lo dicia­mo per il tuo bene. Sei nostra figlia. Credi che Olimpia avrebbe trovato un uomo come Michele se non fosse stata quella ragazza che è? E' persino andata via quando Michele è partito per il suo viag­gio di affari. Era così semplice quando se n'è andata. E che gentilezza nel ringraziare! Per non darci l'impressione dell'approfittatrice; dell'intru­sa. Credi forse che non lo sappia che i rimproveri danno fastidio, che le prediche annoiano, che prefe­riresti sentirti dire che sei brava, ecc. ecc. ecc.; figurati se non le so tutte queste cose. Ma vorrei che il fastidio fosse ancora maggiore, che ti faces­se ravvedere, cambiare. Ti vorrei male se non volessi questo. Vorrei non vederti invecchiare sen­za avere un fidanzato fisso, un giovane per bene e con una certa posizione economica. E non per noi, non ne abbiamo bisogno; per fortuna le cose vanno bene adesso; ma per te; per il tuo avve­nire; solo per la tua soddisfazione di concludere qualcosa di positivo. Allora?

 Rientra la madre.

La Madre                         - Quando conti di decidere? Eh?

 La madre esce. Come prima.

Marisa                              - Non lo so mamma. A me piace la libertà.

La Madre                         - Perché non crederai, vero, che le cose vadano sempre avanti così; che noi ti sopportiamo ancora per molto senza sapere cosa sarà di te. Tuo padre non è più un ragazzo e tuo fratello si è dato da fare per tenere in alto il nome della famiglia. E tu...

 Da questo momento Marisa parla all'unisono con la madre. La Madre e

Marisa                              - ... una volta con questo e una volta con quello, con i parenti che dicono quello che dicono di te...

Marisa                              - (interrompendo l'unisono solo sulla battuta e gridando) Ma chi se ne frega dei parenti?

 Riprende l'unisono.

La Madre e Marisa          - ...che ti vedono tornare di notte, cosa pensano, dico, cosa possono pensare, dico io; non vorrai che si dica che la figlia del signor Emanuele sia una poco di buono, una fannullona, una leggera; vero? non vorrai che si dica questo?

 La madre rientra. Cessa l'unisono.

La Madre                         - Con tutti i sacrifici che abbiamo fatto per farti studiare; per crescerti bene; perché tu fossi diversa da tutte le altre. Quando la povera nonna era ancora con noi e potevo contare su qualcuno che tenesse la casa andavo anch'io a lavorare. Non siamo mai andati a un cinema né a teatro; mai. E tutto questo l'abbiamo fatto per te e per tuo fratello. Meno male che almeno lui ha preso da suo padre. Che sono trentasei anni che tutte le mattine alle sette si alza e alle sette e mezzo esce per andare in ufficio. Ma hai visto tuo fratello che fior di ragazza si è trovata. E credi che l'avrebbe trovata se non avesse raggiunto la posizione che grazie al sacrificio ha raggiunto? E credi che Olimpia avrebbe trovato un uomo come lui se non fosse stata quella ragazza a modo com'è?

 La madre siede sul divano. Affranta. Marisa accende la radio.

Marisa                              - Ma a me piace la libertà. Viva la libertà. Libertà e...

La Madre                         - Cosa?

Marisa                              - Nulla mamma. Vedrai che tutto si si­stema.

La Madre                         - Me lo auguro proprio.

Marisa                              - Adesso taci mamma. C'è la tua trasmis­sione.

- La trasmissione incomincia con una canzonetta del mattino.

La Madre                         - Vedi? Non saresti nemmeno una cat­tiva ragazza. Se solo ascoltassi di più la tua mamma. Guarda Michele che l'ha ascoltata come si trova contento.

Marisa                              - Non è che non voglia ascoltarti mamma. Te l'ho detto. A me piace la libertà. Libertà e...

La Madre                         - Cosa?

Marisa                              - Zitta. Ascolta la tua trasmissione. Vado dal parrucchiere,

 Bacia la madre ed esce. Per un po' solo la musichetta della radio.

La Madre                         - Povera figliola. Così buona. Io le prediche glie le devo fare per forza. E' mio dovere. Rimorsi di coscienza non ne voglio. Mica che un giorno diventi grande e dica: « Però voi non me l'avete mai detto ». E no; questo proprio non deve succedere. Ci mancherebbe anche questa. Con tutti i sacrifici che ha fatto suo padre; e adesso poi che suo fratello ha raggiunto la posizione che ha rag­giunto. E' un dovere anche nei suoi confronti. Perché anche lui è figlio nostro. Figurarsi se pos­siamo mollare proprio adesso che deve concludere e decidere della sua vita. No no. Tutte le mattine, finché avrò fiato, la predica glie la farò. Su Michele ha avuto un buon esito. Non vedo proprio perché non debba averlo su di lei. E' una ragazza intelli­gente e certe cose le deve capire per forza. Le capirà.

Quinto Quadro

- Michele e il Ruffiano. Si allontanano da un tavo­lino di bar. Come la prima volta che si sono incontrati. Il ruffiano lascia un biglietto da mille per due caffè. Michele è sbronzo.

Michele                            - Questa delle mance non l'ho mai capita.

Il Ruffiano                      - Ci sono tante cose che non hai capito...

Michele                            - Mille lire per due caffè.

Il Ruffiano                      - Per i vestiti. Non per i caffè.

Michele                            - E già.

Il Ruffiano                      - Non è facile saper vivere. Ci vuole esperienza. Ma voi giovani volete sempre fare di testa vostra. E dopo andate in giro sbragati. Allo­ra? Deciso?

Michele                            - Sì sì deciso. Non ci sono tagliato io.

Il Ruffiano                      - Non aspetti nemmeno l'effetto del caffè per dire l'ultima parola.

Michele                            - Macché effetto. Bella roba l'effetto.

Il Ruffiano                      - Come vuoi. Peccato però. Quella era un soggetto buono. Facile; adatta ad un ap­prendista. Te l'avevo detto che non potevi partire con una cittadina del Nord. Sono ossi duri quelle. Si è innamorata. E cos'hai risolto?

Michele                            - Schifo.

Il Ruffiano                      - Visto? Questa invece sarebbe andata proprio bene. E io avevo bisogno di un aiuto. Mi sto ingrandendo e non posso badare a tutto. Face­vamo una specie di società. Pazienza. Be', ciao.

 Il ruffiano esce. Elegantissimo. Si rimette gli occhiali neri.

Michele                            - Ciao. Società. No no. Credono che i soldi si facciano così. Che vengano su come il fumo. Balle. Bisogna lavorare sodo. E faticare. Con un lavoro serio, modesto. Il fatto è che tutti vogliono arrivare. Correre. Corri, corri, e vai a correre» All'inferno. Ecco dove vai. No no. Non ci sono mica, ! tagliato io. Questione di natura. Di animo. Io certe cose non le so fare... Eh! Se non le so fare non lei so fare e basta. E allora non le faccio. E sì. Me Io diceva il mio professore di pubblicità. « Tu devi» impiegarti. In banca. Sei troppo serio per farei certe cose. Qui ci vuole dinamismo ». (Voltandosi dalla parte da cui è uscito il ruffiano) Ma oh.'jl                                             - (Grida) Credete di poter andare avanti ancorali per un pezzo a rubare? Ladri! Ladri! Ruffiani.'! A sfruttare il lavoro degli altri? Ladri! Industriali! del vizio! (Senza più gridare) Bisogna diventare! seri. E lavorare bene. Io ho deciso di lavorare! bene. E magari mi sposo. Perché la strada sii fa a sudare carini miei. Mica a ciarlare. Troppo! comodo. Quelli che non sudano rubano. Ecco. Mi! sposo. Viene un bel giorno che la vita bisognai pur metterla sul programmatico no? E io lai metto sul programmatico. O Gisella Gisella! Sei noi non ci fossimo mai lasciati. Pensa! Una casal con i bambini e un lavoro sicuro! Pensa Gisella!! (Gridando) Gisella! Gisella! Dove sei? (Senza più gridare) Ti ricordi Gisella quell'estate con le more! sulla faccia? Com'era bella quell'estate felice.! (Estrae la bottiglietta e beve) Com'era bella. Altro che le vecchie! Ma dove la trovo io adesso un'altra Gisella? Dove la trovo? (Gridando) Gisellaaaa! (Silenzio) Niente. Accidenti. (Gridan­do) Gisellaaaa! (Silenzio) E adesso ricomincio I proprio da capo. Perché poi c'è la faccenda chef si cambia tutti i giorni. Tutti i giorni una cosa diversa. Può essere che anch'io sia cambiato. Mica giusto prendersela con nessuno. (Gridando) Gisellaaaa! Nessuno. Capito? Tutti cambiano da un mese all'altro. Da un giorno all'altro. Perché ca­rini, la felicità si costruisce a lavorare. E l'im­portante è trovare il lavoro giusto. Tutti c'abbia­mo una personalità diversa. E allora si fanno gli esami psicometrici. Molto psicometrici! Per­ché siccome devo incominciare un altro lavoro, voglio essere sicuro di quello che faccio. Dato che sono cambiato. E se dopo cambiassi ancora? Non sarebbe più buono nemmeno questo. E già. Ma bisogna pur incominciare no? (Gridando) Gisellaaaaaa! (Beve).

 Terrazza di ristorante. Olimpia e l'Amico. Sera. (Silenzio. Fine di un pranzo. Una lenta musica triste.

Olimpia                            - D'accordo.

L’Amico                          - Non vorrei che tu Io facessi per forza.

Olimpia                            - No. Questo mi è rimasto da prima. E' l'unica cosa che mi sia rimasta. Non faccio nien­te per forza.

L’Amico                          - Ti spiace che ti abbia detto tutto?

Olimpia                            - Anzi. E' importante. Anche se non è bello. Se spiace pensare di uno una cosa e sapere che poi è un'altra.

L’Amico                          - Comunque non devi avercela con Mi­chele. Non è cattivo sai?

Olimpia                            - Se Io fosse stato ci sarebbe riuscito.

L’Amico                          - A un certo punto ti si era anche af­fezionato. A modo suo s'intende.

Olimpia                            - E' questo che mi spiace. Che non è un cattivo ragazzo. E proprio di non essergli pia­ciuta per niente...

L’Amico                          - Non ci pensiamo più adesso. D'ac­cordo?

Olimpia                            - D'accordo. Comunque io devo dirti per onestà che a Michele vorrò sempre bene. Che quello che è stato per me, anche se lo è stato con altre intenzioni, ma insomma lo è stato, io non lo potrò mai dimenticare. E' un po' una spe­cie di « primo amore ». Capisci cosa voglio dire? Tu devi sapere onestamente che io sono contenta di sposarti, ma che di te non sono innamorata. Forse lo sarò; col tempo; vivendo insieme; ma di Michele non mi dimenticherò mai.

L’Amico                          - Lo so.

Olimpia                            - Bene allora. Andiamo?

L’Amico                          - Andiamo.

Buio e silenzio sulla zona del ristorante. Si­tuazione della seconda scena del primo atto. Una sala bianca il più neutra possibile. Un cartello con scritto « Centro di ricerche psico­metriche ». Un tavolo. Una psicanalista con oc­chiali e camice. Michele, dall'altra parte del tavolo, di fronte alla dottoressa, sta compi­lando dei tests. La dottoressa non è quella del primo atto.

La Dottoressa                  - Questo. Una macchia. Quattro linee che si incontrano in un punto. Questo. An­cora. Svelto. Macchia circondata da un cerchio.

Michele                            - Manifestazioni represse.

La Dottoressa                  - Esatto.

Michele                            - L'avrete usato anche per gli slogans della Stayer italiana. L'indice di gradimento è sa­lito di quattrocentosettantasette millesimi nei pri­mi due mesi e di cinquecento millesimi nel terzo mese.

La Dottoressa                  - Come fa a saperlo?

Michele                            - E la so lunga. Se non sbaglio è stato il trionfo della linea Kanditt per i prodotti di bellezza.

La Dottoressa                  - Esatto. Comunque non si fermi, altrimenti il test non è valido.

Michele                            - A già. Mi scusi. Questo me l'ero di­menticato.

La Dottoressa                  - Due cerchi. Due punti. Ancora due cerchi. Forza non si fermi.

 Ogni volta che la dottoressa dice qualcosa Michele fa un segno su una cartella bianca che regolarmente la dottoressa mette sotto le altre.

La Dottoressa                  - Adesso deve svolgere il pro­blema delle uova. Da risolvere in meno di venti secondi.

 Venti secondi di attesa. Cronometro alla mano. Michele armeggia con le uova che ha davanti. Allo scadere dei venti secondi gli è rimasto in mano un uovo che non sa dove sistemare. Lo mette alla sua sinistra.

La Dottoressa                  - Ci siamo? Ahi! E' rimasto un uovo a sinistra.

Michele                            - Be' ma tanto non è molto grave. E poi dipende dal complesso delle prove.

La Dottoressa                  - Certo. E adesso il problema delle mele. Dieci secondi di tempo.

- Dieci secondi di attesa. Cronometro alla mano. Michele armeggia ancora. Questa volta con delle mele che la dottoressa gli ha messo a disposizione. Una mela gli rimane non siste­mata sulla destra.

La Dottoressa                  - Peccato. Rimane sempre fuori di un'unità.

Michele                            - E già. Ma capita sovente con le uova e con le mele. Sono merci di consumo tanto par­ticolarmente indicate a precisare la struttura com­portamentistica del soggetto nei confronti della società che uno alla fine, si trova così.

La Dottoressa                  - Comunque la terza parte è fi­nita. Si accomodi pure alla cassa. Tra qualche giorno avrà i risultati.

Michele                            - Sia quelli qualitativi che quelli quan­titativi?

La Dottoressa                  - Certamente.

Michele                            - Allora sono quelli elaborati dall'« S6 ».

La Dottoressa                  - Esatto. Arrivederla.

Michele                            - Arrivederla...

 Esce la dottoressa. Per un attimo esce anche Michele. Cambiamento di tempo, e di am­biente. Rientra Michele. Lia in mano il foglio del risultato. Legge dopo averlo aperto con una certa ansia.

Michele                            - « Tendenza al lavoro con altri con fun­zioni di rapporto subordinato dell'altro; attitudine all'apertura e alla dipendenza economica delle par­ti; interscambio dei valori concessi o conquisi a seconda dei casi proposti... capacità di sublimare un rapporto e trasformarlo in funzione vitale di esistenza vissuta »... Cosa?... Ma... Ma allora... . Si volta di scatto verso la parte dov'era si­stemato il laboratorio.

Michele                            - (urlando) Schifosi!!! Ladri!!! Figli di puttana!!! Vi denuncio tutti. Vi ammazzo. Ladri!!! Figli di puttana!!!

     - Contemporaneamente, a volume altissimo, in­comincia la marcia nuziale del Lohengrin, Mi­chele si volta verso l'altra parte del palcosce­nico. Quella da cui viene la musica che ha coperto i suoi insulti. Compaiono, come scen­dendo i gradini di una Chiesa, Olimpia e l'amico, sposi. Avanzano verso Michele. Quan­do Olimpia si accorge di lui, si stacca dall'amico e gli corre incontro.

Olimpia                            - Michele! Michele! Grazie per essere venuto al mio matrimonio. Sei stato così buono-Grazie Michele. Grazie...

 Continuano, più basse, le note della marcia nuziale.

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 4 volte nell' arco di un'anno