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OTELLO

OTELLO

WILLIAM SHAKESPEARE

Tragedia in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi


Titolo originale: "OTHELLO, THE MOOR OF VENISE"

NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell'edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1960), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della più recente edizione dell'"Oxford Shakespeare" curato da G. Wells e G. Taylor per la Oxford University Press, New York, 1988/94. Questa comprende anche "I due cugini" ("The Two Kinsmen") che manca nell'Alexander.

2) Alcune didascalie e indicazioni sceniche ("stage instructions") sono state aggiunte dal traduttore per la migliore comprensione dell'azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente intesa ed ordinata. Si è lasciato comunque invariata, rispettivamente all'inizio e alla fine di ciascuna scena, la rituale indicazione "Exit/Exeunt", avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata e uscita, potendosi dare che i personaggi cui si riferisce o si trovino già in scena all'inizio di questa, o vi restino al termine.

3) Il metro è l'endecasillabo sciolto, alternato da settenari. Altro metro si è adottato qua e là per canzoni, strofette, citazioni di diversa natura, particolari linguaggi dei protagonisti, ecc., dovunque, insomma, si doveva far sentire, anche in armonia col testo, uno scarto di stile.

4) I nomi dei personaggi sono tutti italiani nel testo dell'"Otello", e quindi non esiste qui, come invece in tutte le altre opere teatrali di Shakespeare, il problema della loro italianizzazione.

5) Dalla detta edizione dell'Alexander è anche riprodotta la divisione in atti e scene (che, com'è noto, non si trova nell'in-folio, ma è stata elaborata, con l'elenco dei personaggi, da diversi curatori nel tempo, con varianti talvolta cospicue).

6) Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzione precedenti, in particolare della prima traduzione poetica di Giulio Carcano (Bietti, Firenze, 1858), di quelle del Lodovici (Einaudi, 1960), del Bandini (Rizzoli, 1963-1981), e del Melchiori (Mondadori, 1976-1989), dalle quali ha preso in prestito, oltre alla interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, dandone opportuno credito in nota.

PERSONAGGI

IL DOGE DI VENEZIA

BRABANZIO, senatore, padre di Desdemona

GRAZIANO, fratello di Brabanzio, nobile veneziano

LODOVICO, parente di Brabanzio, nobile veneziano

OTELLO, detto "Il Moro", condottiero al servizio della Repubblica veneta

CASSIO, suo luogotenente

JAGO, suo alfiere

RODERIGO, giovane gentiluomo veneziano

MONTANO, predecessore di Otello al governo di Cipro

Un BUFFONE, al servizio di Otello

DESDEMONA, figlia di Brabanzio

EMILIA, moglie di Jago

BIANCA, prostituta, amante di Cassio

Un ARALDO

Senatori (membri del Consiglio dei Dieci), gentiluomini di Cipro, marinai, ufficiali, messaggeri, musici, persone del seguito.

SCENA: a Venezia il primo atto, a Cipro gli altri.

ATTO PRIMO

SCENA I

Venezia, una strada. Notte.

Entrano JAGO e RODERIGO

RODERIGO -       Non dirmelo. L'ho assai per male, Jago,

che tu, ch'hai sempre avuto la mia borsa

a tua disposizione, come tua,(1)

sapevi questo, e me l'hai sottaciuto.

JAGO -       Sangue di Cristo,(2) ascoltami, ti prego,

Roderigo: se avessi sol sognato

che avesse mai a succedere tanto,

avresti pur ragione di schifarmi.

RODERIGO -       M'hai detto sempre che l'avevi in odio.

JAGO -       E se non è così, sputami in faccia!

Tre grossi calibri della città

si sono scomodati di persona

per andare umilmente a supplicarlo,

e facendogli tanto di cappello,

che mi facesse suo luogotenente;

e io so quanto valgo, in fede d'uomo,

e che non merito meno di tanto.

Ma, compreso com'è dalla sua boria

e da chissà quali secondi fini,

egli sfugge abilmente alla richiesta

con ampollosi giri di parole

imbottiti di termini guerreschi;

e insomma, rende non luogo a procedere

le suppliche dei miei patrocinanti.(3)

"Il mio secondo - dice - l'ho già scelto"(4)

E chi è costui?... Un insigne contabile,(5)

tale Michele Cassio, fiorentino,

uno che si baratterebbe l'anima

per correr dietro ad una bella moglie;(6)

uno che non ha mai schierato in campo

una manciata d'uomini,

e sa studiare un piano di battaglia

non più di quanto sappia una zitella.

Conosce le teorie scritte nei libri

su cui sa dissertare come lui

un qualunque togato consigliere:(7)

tutte parole, ma nessuna pratica.

È tutta qui la sua perizia bellica;

e intanto, caro mio, è lui il prescelto.

Ed io, che il Moro ha visto coi suoi occhi

alla prova dell'armi a Rodi, a Cipro,

e in altre terre cristiane e pagane,

debbo star sottovento ed in bonaccia(8)

agli ordini d'un vile conta-soldi,

d'un libro mastro del dare e l'avere.

Lui senz'arte né parte,

dev'esser fatto suo luogotenente,

e il sottoscritto, che Dio ci abbia in gloria, (9)

resta l'alfiere di Sua Negreria.(10)

RODERIGO -       Il boia che gli metta il cappio al collo

avrei voluto essere, piuttosto!

JAGO -       Mah, che voi farci, ormai non c'è rimedio.

È la maledizione del servizio:

la promozione si fa per scartoffie,

per simpatia, non già, come una volta,

per un criterio di gradualità

onde il secondo succedeva al primo.

Perciò, mio caro, giudica da te

se esista un ragionevole motivo

ch'io mi possa sentir legato al Moro.

RODERIGO -       Se fossi in te, non lo seguirei più.

JAGO -       Ah, se mi curo ancora di seguirlo,

puoi star sicuro, è solo per rivalsa.

Tutti non si può essere padroni;

ma non è manco detto che i padroni

si debbano seguire fedelmente.

Li avrai visti anche tu certi bricconi

leccapiedi dalle ginocchia a uncino,(11)

fanatici di fare ognora mostra

del lor cerimonioso servilismo,

che vivon consumando tutto il tempo

a fare gli asini dei lor padroni

per una brancatella di foraggio,

e, appena vecchi, sono licenziati.

Questi onesti babbei, per conto mio,

si meritano solo le frustate.

Ce n'è però di tutta un'altra tacca,

che, azzimati e attillati,

il volto sempre atteggiato all'ossequio,

son bravissimi a farsi i fatti loro;

essi, sbattendo in faccia ai lor padroni

solo la mostra dei loro servigi,

si fanno prosperi alle loro spalle;

e, quando si son bene impannucciati,

badano solo ad ossequiar se stessi.

Quelli sì che son gente di carattere;

ed io mi sento d'essere dei loro:

ché, com'è vero che sei Roderigo,

così è sicuro che s'io fossi il Moro,

non vorrei esser Jago.(12)

A seguir lui, seguo solo me stesso;

e lo faccio - mi sia giudice il Cielo -

non certo per amore o per dovere,

anche se all'apparenza sia così,

ma per mio tornaconto personale;

ché se l'esterno mio comportamento

dovesse rivelar gli interni moti

e la vera natura del mio animo,

non passerebbe molto, t'assicuro,

che porterei cucito sulla manica

il cuore, a farmelo beccar dai corvi.

Io non son dentro quel che sembro fuori.(13)

RODERIGO -       Che fortuna però, questo labbrone,(14)

che gli riesce tutto così bene!

JAGO -       Va' dal padre di lei, chiamalo, sveglialo,

montalo contro il Moro,

avvelena a costui la sua goduria!

Gridalo per le strade a sua vergogna!

Infiammagli l'intero parentado,

infestagli di mosche fastidiose

il dolce clima ch'egli ora respira!

Mettigli addosso tanti grattacapi

da fargli perdere un po' di colore.

RODERIGO -       Suo padre abita qui. Ora lo chiamo.

JAGO -       Sì, con voce allarmata e urlando forte,

come di chi scoprisse all'improvviso

divampare un incendio in piena notte,

in una gran città, che sia scoppiato

per colpa d'una qualche negligenza.

RODERIGO -       (Chiamando sotto la finestra di Brabanzio)

Ohi, Brabanzio! Oh, oh, signor(15) Brabanzio!

Svegliatevi, Brabanzio! Al ladro! Al ladro!

Guardatevi la casa e vostra figlia,

ed i vostri forzieri! Al ladro, al ladro!

Appare BRABANZIO alla finestra

BRABANZIO -    Che bailamme è questo? Che succede?

Che è questa chiamata?

JAGO -       Le vostre porte sono ben serrate?

BRABANZIO -    Perché? Perché volete saper questo?

JAGO -       Sangue di Cristo,(16) v'hanno derubato!

Su, mettetevi addosso qualche cosa,

santa decenza!... Vi scoppierà il cuore,

ché v'hanno svaligiato di mezz'anima.

In questo istante, adesso proprio adesso,

un vecchio capro nero di colore

sta montando la vostra bianca agnella!

Sveglia! Sveglia, suonate la campana,

svegliate tutta la città che russa,

prima che il diavolo vi faccia nonno...

Alzatevi, vi dico, su, alla svelta!

BRABANZIO -    Si può sapere, insomma, che succede?

Siete pazzi?

RODERIGO -       Onorevole signore,

non la riconoscete la mia voce?

BRABANZIO -    Io, no. Chi sei?

RODERIGO -       Mi chiamo Roderigo.

BRABANZIO -    Che ti colga il peggiore dei malanni!

T'ho già detto che non vo' più vederti

a ronzare qui intorno a casa mia;

e t'ho pure avvertito, chiaro e tondo,

che mia figlia non è roba per te!

E adesso tu, con le budella sazie

di cibo e d'eccitanti libagioni

te ne vieni a turbare la mia quiete

con questa tua maliziosa bravata!

RODERIGO -       Ma, signor mio... signore...

BRABANZIO -    Bada, veh,

che col mio spirito ed il mio rango,(17)

posso ben fartela pagare cara!

RODERIGO -       Pazienza, buon signore...

BRABANZIO -    Di quali ladrerie vai blaterando?

Questa è Venezia, e questa è la mia casa,

non una masseria fuori di mano.

RODERIGO -       Reverendissimo signor Brabanzio,

dovete credermi, vengo da voi

in purità e semplicità di cuore.

JAGO -       Per le piaghe di Cristo, monsignore,

voi siete, a quanto pare, uno di quelli

che si rifiutan di servire Dio

solo perché gliel'ha ordinato il diavolo!

Poiché veniamo a rendervi un servigio,

e voi ci ritenete dei furfanti,

correte il rischio d'aver vostra figlia

copulata da uno stallone berbero,

e ritrovarvi intorno dei nipoti

che vi faranno tanti bei nitriti,

e puledri e ginnetti per parenti.

BRABANZIO -    Oh, sboccato villano! E tu chi sei?

JAGO -       Son uno ch'è venuto ad avvertirvi

che vostra figlia e il Moro, in questo istante,

stanno facendo la bestia a due groppe.

BRABANZIO -    Sei un villano!

JAGO -       E voi un senatore.

BRABANZIO -    Roderigo, dovrai rendermi conto

di questo, perché io conosco te.

RODERIGO -       Son pronto a rendervi conto di tutto;

ma ditemi, vi supplico, signore,

s'è col vostro paterno beneplacito

e col vostro savissimo consenso

- come mi pare di poter pensare -

che vostra figlia se ne vada fuori

in quest'incerta e buia ora notturna,

da non migliore scorta accompagnata

che quella d'un birbante prezzolato,

un gondoliere, e si vada a concedere

ai turpi amplessi d'un lascivo moro.

Se di tanto voi siete a conoscenza,

e ne siete perfino consenziente,

allora noi v'abbiamo fatto torto,

da gente spudorata ed importuna.

Ma se ne siete del tutto all'oscuro,

allora le civili mie maniere

mi dicono che avete torto voi

a trattarci con una tal sgridata.

Non crediate che, contro ogni creanza,

mi prenderei l'ardire di scherzare

alle spese di vostra reverenza.

Vi dico e vi ripeto: vostra figlia,

se non le avete dato voi licenza,

ha commesso una turpe ribellione,

legando i suoi doveri d'obbedienza,

la sua beltà, il suo cuore, le sue sorti

ad un avventuriero vagabondo

ch'oggi sta qui, domani non si sa.

Sinceratevi subito voi stesso:

e se trovate ch'è nella sua camera,

o in qualsiasi altra parte della casa,

sguinzagliatemi contro la giustizia,

perché v'avrò così turlupinato.

BRABANZIO -    (Gridando all'interno)

Ehi, là, battete l'esca! Luce! Presto!

Lumi, lumi! Svegliate tutti in casa!

Questa storia m'ha l'aria, in verità,

di conferma d'un mio presentimento;

e solo il credere che ciò sia vero

già mi dà l'oppressione... Luce, dico!

(Si ritira)

JAGO -       Roderigo, ti debbo ora lasciare.

Non mi sembra che sia né conveniente

né salutare alla mia posizione

esser chiamato come testimone

(come certo sarebbe se restassi)

a carico del Moro;

so bene che, se pur questa faccenda

gli possa procurar dei grattacapi,(18)

oggi lo Stato ha bisogno di lui,

e, pur volendo, non può sbarazzarsene

senza rischi alla propria sicurezza:(19)

ché egli è alla vigilia di salpare

per la guerra di Cipro ch'è già in atto,

sostenuto da sì gravi ragioni

che - per l'animo loro! - questi qui

non saprebbero poi chi nominare

al suo posto cui fare affidamento

per condurre a buon fine la campagna.

Sicché, per quanto io possa detestarlo

più delle pene dell'inferno, pure,

date le circostanze del momento,

mi tocca inalberare la bandiera

d'un apparente attaccamento a lui,

ch'è però sol per finta.

Se vuoi farlo scovare con certezza,

guida tu le ricerche al "Sagittario".(20)

Là sarò io con lui. Arrivederci.

(Esce)

Entrano, uscendo dalla porta di casa, BRABANZIO, in vestaglia, e servi con torce.

BRABANZIO -    Vero, vero, purtroppo: se n'è andata!

E quel che sol mi resta della vita

dopo un simile sfregio, è l'amarezza.

Ma, Roderigo, tu dove l'hai vista?

Col Moro, hai detto?... Sciagurata figlia!

(E chi vorrebbe mai esserle padre?...)

Ma sei certo che fosse proprio lei?..

(Ohimè, che delusione che mi dài,

più di quanto si possa immaginare!)

E che t'ha detto, eh?...

(Ai servi)

Torce! Altre torce!

Altre torce!... Svegliate tutti in casa!

(A Roderigo)

E tu che pensi, si sono sposati?

RODERIGO -       Credo proprio di sì.

BRABANZIO -    O santo cielo!

Ma come ha fatto a uscirsene di casa?

Oh, traditrice del suo stesso sangue!

Padri, non vi fidate, d'ora innanzi,

dei sentimenti delle vostre figlie,

dal modo come le vedete agire!

Che ci sia sotto un qualche incantamento

capace di travolger la virtù

e la verginità d'una fanciulla?

Non hai mai letto di cose del genere,

tu, Roderigo, eh?

RODERIGO -       Io sì, signore.

BRABANZIO -    (Ai servi)

Voi, andate a chiamare mio fratello.

(A Roderigo)

Oh, fossi stato tu ad averla in moglie!

(Ai servi)

Alcuni da una parte, altri dall'altra!

(A Roderigo)

E sai dove sorprenderla col Moro?

RODERIGO -       Credo, sì, di poterli rintracciare,

se vi piaccia di darmi buona scorta,

e venire con me.

BRABANZIO -    Certo che vengo.

E chiamerò la gente da ogni casa;

in quasi tutte c'è chi può seguirmi.

Ehi là, voialtri, mettetevi in armi!

Andiamo pure, mio buon Roderigo.

Compenserò a dovere il tuo disturbo.

(Escono)

SCENA II

Venezia, un'altra strada.

Entrano OTELLO, JAGO e servi con torce.

JAGO -       Anche se nel mestiere di soldato

mi son trovato a dover ammazzare,

ho avuto sempre come punto fermo

esser cosa contraria alla coscienza

uccidere per volontà di uccidere.

Confesso che mi manca, molte volte,

l'iniquità che serve ad un tal atto.

M'è capitato nove o dieci volte

di frenarmi, mentre ero per colpirlo

quaggiù, sotto il costato...(21)

OTELLO -  Meglio così.

JAGO -       Eh, no, perché, imperterrito,

lui seguitava a sparlare di voi,

con parole sì sconce ed offensive

pel vostro onore, che col mio carattere,

m'era proprio penoso sopportarlo.

Ma di grazia, signore, se m'è lecito,

dite, vi siete davvero sposato?

Tenete in conto questo: che il Magnifico

gode a Venezia di molto favore,

ed ha voce in capitolo

almeno il doppio dello stesso Doge.

Vi farà divorziare, separare,

o v'imporrà tutte quelle pastoie

e tutti quei gravami che la legge,

con la forza ch'egli ha per applicarla,

gli darà modo di mettere in atto.

OTELLO -  Che sfoghi come vuole il suo dispetto.

I servigi che ho reso alla Repubblica

parleranno più forte dei suoi lagni.

Nessuno sa, di quanti sono qui

- ed io mi tengo ancor dal proclamarlo

fino a quando non sarò più che certo

che tornerà a mio onore farne vanto -

ch'io traggo la mia vita ed il mio essere

da famiglia reale, e che i miei meriti

posson parlar da soli in faccia al mondo,

senza ch'io debba togliermi il cappello

davanti ad una sorta di grandezza

qual è quella cui ora son venuto;

perché io voglio che tu sappi, Jago,

che s'io non fossi tanto innamorato

della dolce Desdemona,

non m'indurrei a porre alcun confine

o restrizione alla mia libertà

d'uomo non accasato,

manco per tutti i tesori del mare.

Ma guarda là: che sono quelle fiaccole?

Entra CASSIO con alcuni ufficiali con torce

JAGO -       Sono suo padre e i suoi, servi e parenti,

tutti svegliati a mezzo della notte.

Forse fareste bene a rincasare.

OTELLO -  Per niente. Voglio invece che mi trovino.

Il mio rango, le mie benemerenze

e la coscienza mia, del tutto a posto,

mi dovranno mostrar per quel che sono.

Ma son loro?

JAGO -       Per Giano,(22) non mi pare!

OTELLO -  Infatti sono gli uomini del Doge,

ed è con loro il mio luogotenente.

Felice notte, amici! Quali nuove?

CASSIO -   Il Doge vi saluta, generale,(23)

e sollecita la presenza vostra

con la massima urgenza, anzi all'istante.

OTELLO -  Sai tu di che si tratta?

CASSIO -   Di qualcosa da Cipro, se indovino.

E dev'essere cosa assai scottante,

se le galee hanno sbarcato già

una mezza dozzina di corrieri

alle calcagna quasi l'un dell'altro,

e già diversi membri del Consiglio,

tratti fuori dal letto in piena notte,

son riuniti dal Doge. V'han cercato

con tutta urgenza prima a casa vostra,

e, non avendovi trovato là,

il Senato ha spedito, a rintracciarvi,

tre pattuglie per tutta la città.

OTELLO -  È bene che sia stato tu a trovarmi,

Cassio... Il tempo di fare una parola

con questi qui di casa, e son con te.(24)

(Esce)

CASSIO -   (A Jago)

Alfiere che ci fa qui il generale?

JAGO -       Eh, stanotte ha abbordato una goletta

di terraferma, a dir la verità,

e se risulterà che quella preda

è legittimamente cosa sua,

s'è sistemato davvero per sempre.

CASSIO -   Non capisco.

JAGO -       Sì, insomma, s'è sposato.

CASSIO -   Con chi?

JAGO -       Eh, per la Vergine, con...

(S'interrompe vedendo tornare Otello)

Vogliamo andare, allora, capitano?

OTELLO -  Eccomi, son con voi.

(Dal fondo entrano BRABANZIO, RODERIGO e altri con torce e armi)

CASSIO -   Ecco un'altra pattuglia che vi cerca.

JAGO -       Macché, è Brabanzio.

(A Otello)

Attento generale,

quello viene assai male intenzionato.

OTELLO -  Ehi, fermi là!

RODERIGO -       (A Brabanzio)

Ecco il Moro, signore.

BRABANZIO -    (A Otello)

Ladro! Ladrone! Addosso, addosso al ladro!

(Si sguainano le spade da entrambe le parti)

JAGO -       (Con la spada in pugno, verso Roderigo)

Roderigo, a noi due!

OTELLO -  Rinfoderate quelle vostre spade

che son sì belle lucide,

se no la guazza ve le arrugginisce.

(A Brabanzio)

Voi, buon signore, più che con la spada,

meglio comanderete con l'età.

BRABANZIO -    Sozzo ladrone, dove l'hai nascosta?

Dannato come sei,

sicuramente tu me l'hai stregata,

perché non c'è persona di cervello

che possa dire che una come lei,

una fanciulla bella e fortunata,

e così refrattaria a maritarsi

da rifiutare tutti i vagheggini

più ricchi e riccioluti di Venezia,

sarebbe mai sgusciata via da casa,

offrendosi al ludibrio della gente,

per correre al fuligginoso petto

di un coso come te, se non costretta

e incatenata da pratiche magiche,

alla paura, non certo al piacere!

Giudichi il mondo, se non sia palese

che devi aver usato su di lei

immondi sortilegi, profittando

della fragile sua giovane età

con turpi filtri e malefiche droghe,

che fiaccano qualsiasi resistenza.

Farò che questa storia

sia portata davanti alla giustizia;

perché è cosa non solo assai probabile,

ma palpabile, da toccar con mano.

Perciò io qui t'arresto,

sotto l'accusa di circonvenzione

mediante l'esercizio fraudolento

di pratiche vietate dalla legge.(25)

Arrestatelo, dunque; e se resiste,

lo si addomestichi a tutto suo rischio.

OTELLO -  Tenga ciascuno qui le mani a posto:

voi che siete con me, e così gli altri!

Se avessi ritenuto esser mia parte

affrontarvi, l'avrei ben recitata,

senza bisogno di suggeritore.(26)

(A Brabanzio)

Dove volete ch'io vada a rispondere

di questa vostra imputazione?

BRABANZIO -    In carcere,

finché a tempo dovuto dalla legge

non ti chiamino a renderne ragione.

OTELLO -  Che, se obbedisco? Siete proprio certi

che ne sarebbe soddisfatto il Doge,

i cui messi son qui a fianco a me,

a prendermi ed accompagnarmi a lui

per impellenti ragioni di Stato?

UN UFFICIALE - (A Brabanzio)

È vero, mio degnissimo signore:

il Doge tiene in quest'ora Consiglio;

anzi, son certo che sarà richiesta

anche la vostra cortese presenza.

BRABANZIO -    Il Doge tien Consiglio? Ed a quest'ora?

(Ai suoi)

Conducetelo via;

la mia non è una questione da nulla;

il Doge stesso e tutti i miei colleghi

del Consiglio non posson non sentirsi

anch'essi offesi da siffatto torto,

siccome fatto a ciascuno di loro.

Perché se si comincia a dar via libera

a certe azioni, schiavoni e pagani

saranno i nostri uomini di Stato.(27)

(Escono)

SCENA III

Venezia, la sala del Consiglio.

Entrano il DOGE, i SENATORI che vanno a sedere a un tavolo illuminato da torce;

seguono alcuni funzionari che restano in piedi.

DOGE -      Le notizie son troppo discordanti

perché si possa prestar loro credito.

1° SENATORE -  Sono diverse infatti;

le mie mi dicono le loro vele

cento e sette.

DOGE -      Le mie centoquaranta.

2° SENATORE -  Le mie duecento. Ma se c'è divario

nel numero, com'è molto frequente

quando si deve andar per congetture,

il fatto è ch'esse annunciano concordi

che una flotta ottomana è uscita al largo,

e dirige su Cipro.

DOGE -      E tanto basta

per rendere plausibile la cosa;

né il divario nel numero

può fare ch'io non veda il fatto in sé

con un certo timore.

VOCE DI UN MARINAIO -   (Da dentro)

Ehi, ho! Ehi, ho!

UN UFFICIALE - Un messaggero dalle galee.

Entra un MARINAIO

DOGE -      Che c'è?

MARINAIO -       La flotta turca dirige su Rodi.

Questo m'ha incaricato d'annunziare

a codesto Consiglio il signor Angelo.(28)

DOGE -      Hanno mutato rotta. Che ne dite?

1° SENATORE -  Impossibile, è contro ogni ragione.

Deve trattarsi d'una finta mossa,

per attirarci verso un falso scopo.

Ché, se appena ci diamo a valutare

l'importanza di Cipro per il Turco,

e solo che ci diamo a ripensare

ch'essa interessa al Turco più di Rodi,

perché più facile da conquistare

in quanto non munita di difese

e di tutti gli apprestamenti bellici

dei quali invece Rodi è ben provvista;

se, insomma, riflettiamo a tutto questo,

ci dobbiamo levare dalla testa

che il Turco sia talmente sprovveduto

da lasciare per ultima un'impresa

ch'è di primaria importanza per esso,

e che rinunci a fare un tentativo

di più facile esito e profitto,

per imbarcasi ad affrontare un rischio

da cui profitto non può certo trarre.

DOGE -      È chiaro dunque che non mira a Rodi.

Entra un altro MARINAIO

UN UFFICIALE - Altre notizie.

MARINAIO -       Altezza Serenissima,

gli Ottomani, tenendosi in diretta

sulla rotta dell'isola di Rodi,

si son congiunti con un'altra flotta.

1° SENATORE -  Eh, come giustamente prevedevo!

E quante vele?

MARINAIO -       Una trentina circa.

E tutte insieme invertono la rotta

rendendo chiara la loro intenzione

di puntare su Cipro.

Questo vi manda a dire, per mio mezzo,

il vostro prode e fido servitore

signor Montano, con i suoi saluti

e con preghiera di prestargli fede.

DOGE -      Dunque è certo: dirigono su Cipro.

Marco Lucchese(29) si trova in città?

1° SENATORE -  No, è a Firenze.

DOGE -      Scrivetegli subito,

a mio nome e spedite con urgenza.

Entrano BRABANZIO, OTELLO, CASSIO, JAGO, RODERIGO e alcuni ufficiali.

DOGE -      Prode Otello, necessità c'impone

di usar di voi con la massima urgenza

contro il comune nemico ottomano.

(A Brabanzio)

Oh, non v'avevo visto!... Benvenuto,

magnifico signore. Questa notte

è mancato a noi tutti il vostro ausilio

ed il vostro consiglio.

BRABANZIO -    Ed a me è mancato quello vostro.

Vogliate perdonarmi, Vostra Grazia,

ma a trarmi giù dal letto questa notte

non sono state né le mie funzioni

né altra cosa io possa aver a cuore

che riguardi lo Stato; né in quest'ora

il pensiero del pubblico interesse

può far alcuna presa sul mio animo;

l'affanno che l'opprime è così grande

e così ne trabocca il sacco in me,

da ingoiare e assorbire ogni altra cura;

e tale ed immutato è mentre parlo.

DOGE -      Diamine! Che cos'è? Di che si tratta?

BRABANZIO -    Mia figlia, oh! Mia figlia!

DOGE -      Morta?

BRABANZIO -    Sì,

morta per me: me l'hanno trafugata,

ingannata, corrotta, pervertita

con esorcismi e con stregati intrugli

acquistati da bassi ciarlatani;

ché non può la natura

lasciarsi sprofondar sì assurdamente

nel vizio (non essendo ella demente,

né cieca, né di senno vacillante)

senza intervento di stregoneria.

DOGE -      Chiunque, con un sì perverso agire,

abbia potuto indurre vostra figlia

a truffar sé a se stessa ed essa a voi,

voi stesso applicherete a condannarlo

il libro della legge criminale

e nella forma di maggior rigore;

sì, si trattasse pure di mio figlio!

BRABANZIO -    Umilmente ringrazio Vostra Grazia.

Ecco l'uomo che accuso: questo Moro,

che, come sembra, è stato qui chiamato

in seguito a speciale ordine vostro

per affari di Stato.

TUTTI -      Ne siamo tutti molto dispiaciuti.

DOGE -      (A Otello)

E voi che rispondete a questa accusa?

OTELLO -  Potentissimi, gravi e reverendi

signori del Consiglio,

nobilissimi e buoni miei padroni,

ch'io abbia tratta via dalla sua casa

la figlia a questo vecchio, è verità;

vero altresì ch'io l'ho condotta in moglie.

Qui comincia e finisce la mia colpa.(30)

Non più di questo. Il mio parlare è rozzo,

ed assai scarsamente provveduto

del soffice fraseggio della pace;

dacché queste mie braccia, già dal tempo

che avevano il vigore dei sette anni

fino all'incirca a nove mesi fa,

hanno compiuto in un campo attendato

le loro azioni più impegnative;

ed io di questo nostro vasto mondo

posso dir poco che non sia materia

d'avvisaglie di guerra e fatti d'arme.

Perciò ben poco mi potrà giovare

ch'io parli a perorare in mia difesa.

Pure, con vostra graziosa licenza,

vi dirò, con parole disadorne,

il corso del mio amore, per intero;

con quali droghe, con quali incantesimi,

e scongiuri, e poteri d'arti magiche

- perché di tanto sono qui accusato -

io abbia vinto il cuore di sua figlia.

BRABANZIO -    Una affatto procace giovinetta,

d'indole sì tranquilla e riservata,

da arrossire perfino di se stessa

ad ogni minimo moto dell'animo!

E, ad onta di codesta sua natura,

dell'età, dell'ambiente del paese,

della reputazione e tutto il resto,

andarsi a innamorare di qualcosa

che aveva fin paura di guardare!

Zoppo criterio ed imperfetto al massimo

è ritenere che la perfezione

possa lasciarsi andare nell'errore

contro ogni regola della natura;

perciò se questo è potuto accadere

non può spiegarsi che col ricercarvi

maligne e astute pratiche infernali.

Torno perciò a ripetere, signori,

che costui deve averla soggiogata

col mezzo di chi sa che arcano filtro

o potente mistura affatturata

ch'ebbe ad effetto di alterarne il sangue.

DOGE -      Affermarlo però non è provarlo,

senza più valida testimonianza

che queste vostre magre congetture

e queste scarne verosimiglianze.

1° SENATORE -  Parlate, dunque, Otello:

avete voi con subdole manovre

e con mezzi violenti ed indiretti

plagiato e avvelenato i sentimenti

di quella giovane? O tutto è nato

per spontanea richiesta da sua parte,

e per quel certo dolce colloquiare

che spinge un'anima verso un'altr'anima?

OTELLO -  Vi supplico, mandate al "Sagittario"

a chiamare la dama: venga lei

a parlare di me davanti al padre.

E se risulterà, dal suo parlare,

ch'io son quell'uomo turpe ch'egli dice,

toglietemi l'ufficio e la fiducia

che da voi tengo; ma non solo questo:

fate altresì che la vostra condanna

ricada sopra la mia stessa vita.

DOGE -      Va bene. Si conduca qui Desdemona.

(Escono due o tre ufficiali)

OTELLO -  (A Jago)

Va' tu con loro, alfiere, ed indirizzali:

tu sai meglio di tutti qual è il luogo.

(Esce Jago)

Nel frattempo, e finché ella non giunga,

io, con la stessa libertà di spirito

con cui confesso le mie colpe al Cielo,

farò ascoltare ai vostri gravi orecchi

com'è successo ch'io sia prosperato

nell'amore di questa bella dama,

e com'ella nel mio.

DOGE -      Ditelo, Otello.

OTELLO -  Il padre suo m'aveva molto caro.

M'invitò spesso a casa, ed ogni volta

mi domandava che gli raccontassi

di me, della mia vita, d'anno in anno:

gli assedii, le battaglie, le fortune

attraverso le quali son passato.

Ed io ripercorrevo la mia storia

dai giorni della prima fanciullezza

fino al momento stesso ch'ero lì

con lui che mi chiedeva di narrarla:

e là mi dilungavo a raccontargli

delle mie sorti molto avventurose,

di commoventi fatti in mare e in terra:

di quando per un pelo ero sfuggito

all'imminente breccia della morte;

di quando, catturato prigioniero

da un nemico arrogante

e da questi venduto come schiavo,

mi riscattai, e quel che vidi e feci

nei casi occorsimi durante il viaggio:

antri profondi e preziosi deserti,

aspre pietraie, rupi, erte montagne

dalle cime che s'ergon fino al cielo

(ché tante furono le mie esperienze)

gli dovetti descrivere: e i cannibali,

che si sbranan fra loro, e gli antropofagi,

cui cresce il capo di sotto alle spalle.

Desdemona ascoltava seria e attenta

anch'ella; ma le succedeva spesso

d'esser distolta da cure domestiche;

e, poi che in fretta le avesse sbrigate,

tornava nuovamente ad ascoltare;

e divorava quasi con l'orecchio

quanto andavo dicendo: il che osservato,

io colsi un giorno l'attimo

per estrarle dal cuore la preghiera

ch'io volessi narrarle ancor daccapo

la storia delle mie peripezie

ch'ella aveva ascoltato solo a pezzi

ed a forza distolta. Acconsentii,

e spesso le truffai più d'una lacrima

col narrarle dei colpi di sventura

sofferti dalla mia giovane età.

E, terminato ch'ebbi la mia storia,

quasi a compenso di tante mie pene

ella mi offerse un mondo di sospiri;

giurò ch'era una storia molto strana,

meravigliosamente miserevole,

meravigliosamente commovente;

ella avrebbe voluto non udirla,

e tuttavia sentiva il desiderio

che il cielo avesse fatto lei tal uomo.(31)

Mi ringraziò e mi disse perentoria

che se mai avess'io per avventura

avuto tra gli amici miei qualcuno

che si fosse di lei innamorato,

gli insegnassi a narrarle la mia storia,

ché quello solo l'avrebbe sedotta...

A questo punto io mi dichiarai:

ella m'amò pei corsi miei perigli,

ed io l'amai per quella sua pietà.

Ecco: tutta la mia stregoneria,

gli incantesimi miei, è tutto qui.

Ma ella viene. Mi sia testimone.

Entrano DESDEMONA, JAGO e altri

DOGE -      Una storia così, sono sicuro,

saprebbe conquistare anche mia figlia.

Buon Brabanzio, vedete se è possibile

aggiustar per il meglio questo affare

piuttosto squinternato:

spesso un'arma spuntata serve meglio

agli uomini che non le proprie mani.

BRABANZIO -    Vi prego, udiamo quel che dice lei:

se confessa d'aver avuto anch'ella

la sua parte a metà in questa tresca,

s'abbatta su di me la distruzione

s'io vorrò far cadere su quest'uomo

il minimo mio biasimo.

(A Desdemona)

Vieni avanti, gentile damigella:

sei ancora capace di distinguere

in mezzo a quella degna compagnia

a chi devi la massima obbedienza?

DESDEMONA -  Nobile padre mio,

io scorgo qui diviso per metà

un tal dovere: a voi son debitrice

della mia vita e dell'educazione:

l'una e l'altra m'insegnano il rispetto

per voi; voi siete del mio omaggio il re:

io sono fino ad ora vostra figlia;

ma questi è mio marito, e quanto ossequio

verso di voi mostrò la madre mia,

anteponendovi in ciò a suo padre,

io mantengo dover or professare

al Moro, mio signore.

BRABANZIO -    Dio sia con te. Signori, io ho finito!

(Al Doge)

Vostra Grazia, vi piaccia di passare

senz'altro indugio agli affari di Stato.

Meglio avrei fatto ad adottare un figlio,

che a generarlo... Moro, vieni qua:

io ti consegno qui con tutto il cuore,

- ma tu ce l'hai già come cosa tua -,

ciò che con tutto il cuore

avrei voluto impedirti di avere.

(A Desdemona)

Per causa tua, gioiello d'una figlia,

io debbo rallegrarmi in fondo all'anima

di non aver generato altri figli,

perché la fuga tua m'insegnerebbe

la tirannia di tenerli in catene.

(Al Doge)

Mio signore ho finito.

DOGE -      Bene, lasciate or che parli io,

e possa pronunciare una sentenza

che, al pari dei gradini d'una scala,

valga a far risalire questi amanti

fino al vostro favore.

Quando i rimedi non servono più,

se si riesce a discernere il peggio

hanno termine pure le afflizioni

che la speranza teneva in sospeso.

Piangere sopra un male ormai passato

non giova ad altro che a tirarsi addosso

nuove afflizioni. Quando la fortuna

si prende quel che non si può serbare,

solo la tolleranza può riuscire

a mutare quel torto in una beffa.

Ruba qualcosa al ladro il derubato

che ride al ladro; ruba solo a sé

chi s'abbandona ad una pena inutile.

BRABANZIO -    Ci rubi allora Cipro l'Ottomano,

perché se gli facciamo un bel sorriso,

non l'avremo perduta... No, signore!

S'adatta facilmente a certe massime

chi non sente che il labile conforto

che può venirgli da quelle parole;

sopporta male massima e dolore

chi per saldar la pena che lo ambascia

deve farsi prestar la tolleranza.

Certe massime, intese solamente

a inzuccherare od inasprir la pena

son di sapore forte in ambo i casi

e rischiano d'avere un doppio effetto.

Ma le parole son sempre parole;

ed io non ho sentito mai finora

che un cuore esulcerato può guarire

con ciò che può passargli per le orecchie.

Perciò torno umilmente a supplicarvi

di passare gli affari di governo.

DOGE -      Il Turco sta navigando su Cipro

con formidabile apparecchio bellico.

Otello, a voi meglio che ad altri è nota

l'efficienza di quella piazzaforte;

e, sebbene teniamo là un vicario

di provata bravura e competenza,

sta tuttavia che l'opinione pubblica

ripone in voi più sicura fiducia.

Vi dovete pertanto rassegnare

a che possa offuscarsi forse il lustro

delle vostre fortune più recenti

con una spedizione come questa

che si presenta ardua e rischiosa.

OTELLO -  Illustri ed onorandi senatori,

l'abitudine, questa gran tiranna,

ha fatto del giaciglio mio di guerra,

di dura selce e acciaio,

il mio letto tre volte spiumacciato.(32)

Io so trovare in me, pur nell'asprezza,

le mie risorse, devo riconoscerlo;

son pronto quindi ad assumermi il carico

di questa guerra contro gli Ottomani.

Perciò con massima umiltà inchinato

all'altissima vostra dignità,

chiedo che sia provvista alla mia sposa

un'acconcia sistemazione a Cipro,

un alloggio decente e un appannaggio,

nonché quegli agi e quella servitù

che si convengono al suo nuovo stato.

DOGE -      Può restare col padre, se vi aggrada.

BRABANZIO -    Questo son io a non volerlo, Doge.

OTELLO -  Né io...

DESDEMONA -  Né io. Restare con mio padre

per suscitargli moti d'impazienza

standogli innanzi agli occhi tutto il giorno,

davvero non mi va. Grazioso Doge,

degnatevi prestar benigno orecchio

a quanto sto per dirvi, e fate sì

che nella vostra voce di risposta

io trovi sufficiente garanzia

di buon ausilio alla pochezza mia.

DOGE -      Parla, Desdemona. Che mi vuoi dire?

DESDEMONA -  Ch'io abbia dato al Moro l'amor mio

per vivere la vita insieme a lui,

possono proclamarlo al mondo intero

l'aperta mia rivolta

e la tempesta delle mie fortune.

Arrendendosi a lui, il cuore mio

ha sposato altresì la professione

del mio signore(33). La faccia di Otello

io l'ho vista, signore, nel suo animo;

ed agli onori suoi e al suo valore

ho consacrato insieme alla mia anima,

le mie sorti. Sicché tenermi a casa

a fare la falena della pace,

mentr'egli se ne parte per la guerra,

è come se mi fossero annullati

tutti i riti pei quali egli m'è caro;

ed io, privata della sua presenza,

condurrei una vita di tristezza.

Lasciate dunque ch'io parta con lui.

OTELLO -  (Al Doge)

Ch'ella abbia il vostro assenso, Vostra Grazia:

ve lo chiedo (mi sia giudice il cielo)

non già per compiacere alla mia voglia

e indulgere allo stimolo del sangue,

e ai giovani suoi slanci

nella lor differita e pur legittima

soddisfazione(34), ma per generosa

e franca comprensione del suo animo.

(Ai senatori)

E storni il cielo dalle vostre menti

il pensiero ch'io possa trascurare

i vostri seri e maggiori interessi

quand'ella sia venuta con me. No.

Se mai si desse che i leggero-alati

capricci di Cupido

con la loro lasciva opacità

giungessero ad occludere in me stesso

le facoltà di pensare e d'agire

al punto da corrompere e macchiare

la mia impresa, faccian le massaie

del mio elmo una pentola,

ed ogni vile e indegna avversità

s'affolli e faccia impeto

contro la stessa mia reputazione!

DOGE -      Sia quello che vorrete voi decidere

fra voi; ch'ella rimanga o ch'ella vada,

la situazione grida di far presto,

e la prestezza è l'unica risposta.

1° SENATORE -  (A Otello)

V'imbarcherete questa notte stessa.

OTELLO -  Con tutto il cuore.

DOGE -      (A Otello)

Domani alle nove

noi torneremo ad adunarci qui.

Lascerete a Venezia un ufficiale

che a tempo debito vi recherà

le necessarie vostre credenziali

pel vostro rango e le vostre funzioni.

OTELLO -  Sarà Jago, il mio alfiere, Vostra Grazia.

Alla sua scorta affido la mia sposa

e quant'altro le vostre signorie

crederan necessario confidarmi.

È uomo onesto e fidato allo scrupolo.

DOGE -      E così sia. A tutti buonanotte.

(A Brabanzio)

In quanto a voi, magnifico signore,

se il valore non manca di bellezza,

colui che è vostro genero

è assai più bello di quanto sia nero.

1° SENATORE -  Adieu, valente Moro;

e abbiate ogni riguardo per Desdemona.

BRABANZIO -    (A Otello)

Sorvegliala, s'hai occhi per vedere:

ha ingannato suo padre,

ed è capace d'ingannare te.

(Escono il Doge, i Senatori, gli Ufficiali e tutti gli altri, tranne Otello, Desdemona, Jago e Roderigo)

OTELLO -  Sulla sua fedeltà

son pronto ad impegnare la mia vita!

Onesto Jago, a te debbo lasciare

la mia Desdemona; vedi, ti prego,

che tua moglie l'assista pel momento.

E alla prima occasione favorevole

me l'accompagnerai tu stesso a Cipro.

Vieni, Desdemona, non ho che un'ora

per l'amore, sbrigare le faccende

e ricevere l'ultime istruzioni.

Siamo costretti ad obbedire al tempo.

(Escono Otello e Desdemona)

RODERIGO -       Jago...

JAGO -       Che dici, cuore nobilissimo?

RODERIGO -       Che debbo fare, tu che dici?

JAGO -       Diamine,

andare a casa e metterti a dormire!

RODERIGO -       Io vado invece ad annegarmi, subito.

JAGO -       Oh, se fai questo, non t'amerò più!

Ohibò, che stolto sei?

RODERIGO -       Stoltezza è vivere

se la vita è tormento;

la ricetta è morire, se la morte

è il nostro medico.

JAGO -       Oh, scelleraggine!

Ventott'anni che osservo questo mondo,

e dacché fui capace di distinguere

un atto di giustizia da un sopruso

mai mi fu dato d'incontrare un uomo

che sapesse voler bene a se stesso.

Io prima di pensare d'annegarmi

per i begli occhi d'una faraona,(35)

baratterei la mia natura d'uomo

con quella d'una scimmia babbuino.

RODERIGO -       E che mi resta a fare?

Confesso che ho vergogna con me stesso

di sapermi a tal punto innamorato;

ma emendarmi non è la mia virtù.

JAGO -       Virtù! Sciocchezze! Sta in potere nostro

esser così o cosà! Il nostro corpo

è il nostro bel giardino,

e la volontà nostra il giardiniere:

piantare ortiche o seminar lattuga,

metter l'issopo ed estirpare il timo,

guarnirlo d'erbe d'una sola specie

o variegarlo con specie diverse,

mantenerlo infruttuoso per pigrizia

o concimarlo per farlo fruttare,

la facoltà di fare tutto questo

e d'agire nell'uno o l'altro modo

sta tutta nella nostra volontà.

Se la bilancia della nostra vita

non avesse su un piatto la ragione

da controbilanciar quello dei sensi,

il sangue e la bassezza degli istinti

ci trarrebbero inevitabilmente

alle più scriteriate conclusioni.

Ma per fortuna abbiamo la ragione

a raffreddarci le bramose voglie,

gli impulsi della carne, le libidini;

delle quali ciò che tu chiami amore

è soltanto un pollone od un germoglio.

Io la penso così.

RODERIGO -       Non è possibile.

JAGO -       È solo una libidine del sangue,

un'acquiescenza della volontà.

Evvia, sii uomo! Andare ad affogarti!

Annega gatti e cuccioletti ciechi!

Io mi son dichiarato amico tuo

e mi sento legato alla tua causa

con vincolo tenace e duraturo;

non ho potuto mai esserti utile

come in questo momento. Senti a me:

riempiti la borsa di denaro,

camuffati con una barba finta,

e vieni al nostro seguito alla guerra.

Ma, ti dico, riempiti la borsa.

L'amore di Desdemona pel Moro

non può durare a lungo...

(pensa a metter denaro nella borsa)

così come l'amore suo per lei.

Per lei è stato un inizio violento,

e la rottura seguirà, vedrai,

altrettanto violenta.

(Metti, metti denaro nella borsa).

Questi mori sono d'umor volubile

(fa che la borsa sia ben riempita)

e il cibo che gli è ora delizioso

come carrube,(36) gli sarà amarissimo

come la coloquintide tra poco.

Ella dovrà cambiare, perché è giovane;

e, sazia che sarà del di lui corpo,

s'accorgerà della scelta sbagliata

e sentirà il bisogno di cambiare.

Perciò metti denaro nella borsa.

Se poi sei proprio deciso a dannarti,

fallo almeno in un modo più elegante

che non quello d'andarti ad affogare.

Se la sua santimonia(37)

ed un labile voto maritale

tra un barbaro selvaggio giramondo

ed una superfina veneziana

non sono ostacoli troppo difficili

da superare per la mia scaltrezza,

tu la godrai. Procurati il denaro.

Pensare d'annegarsi! Un accidente!

Sei maledettamente fuori strada.

Pensa, se mai, a morire impiccato

per esserti goduto il tuo piacere,

invece di pensare ad annegarti

per avervi dovuto rinunciare!

RODERIGO -       Sarai tu cardine alle mie speranze

s'io persisto a sperare in un buon esito?

JAGO -       Ci puoi contare. Va', trova il denaro.

T'ho detto tante volte, e ti ripeto,

che il Moro mi sta in odio;

che mi sta a cuore solo la mia causa,

e quella tua con non minor ragione.

Andiamo dunque uniti alla vendetta.

Se puoi farlo cornuto,

procuri a me un piacere, a te un trastullo.

Molti eventi che ancor devono nascere

son nel grembo del tempo. E dunque avanti,

muoviti, su, procurati denaro.

E domani ne riparliamo. Adieu.

RODERIGO -       Dove ci ritroviamo domattina?

JAGO -       A casa mia.

RODERIGO -       Ci sarò di buon ora.

JAGO -       Adesso va'. Salute. Siamo intesi?

RODERIGO -       Che cosa, intesi?

JAGO -       Niente annegamenti.

RODERIGO -       Sì, sì, d'accordo, non ci penso più.

Vado a vendere tutte le mie terre.

(Esce)

JAGO -       Così riesco a fare ancora e sempre

di questo mio zimbello la mia borsa.

Profanerei la mia sudata scienza

a spender tempo con un tal minchione

se non per mio trastullo e mio profitto.

Io odio il Moro; e si crede, di fuori,

ch'egli abbia fatto pure le mie veci

nel mio letto... Non so se ciò sia vero;

ma il solo sospettarlo mi fa agire

contro di lui come fosse certezza.

Egli mi stima molto; tanto meglio

potrà perciò operare su di lui

il mio proposito... Cassio è un bell'uomo...

Vediamo... escogitare la maniera

d'ottenere il suo posto...

Come?... Ecco: passato un certo tempo,

avvelenare l'orecchio d'Otello

pian piano insinuandogli che Cassio

è troppo in confidenza con sua moglie.

La sua prestanza, i suoi modi galanti

son fatti apposta per destar sospetto,

per trascinar le donne all'adulterio.

Il Moro è d'indole franca ed aperta,

tanto da reputar uomini onesti(38)

quelli che tali son solo di fuori;

si lascerà menare per il naso

con la docilità d'un somarello...

Ecco, ci sono. Il mio disegno è fatto.

Ora tocca all'inferno ed alla notte

portare questo parto mostruoso

alla luce del mondo.

(Esce)

ATTO SECONDO

SCENA I

Porto nell'isola di Cipro

Entra MONTANO con due GENTILUOMINI

MONTANO -       (Al 1° Gentiluomo, che sta in piedi su una altura)

Si vede niente da quel promontorio?

1° GENTILUOMO -      Nulla di nulla. Il mare è così grosso,

ch'è impossibile scorgere una vela

sulla linea dell'ultimo orizzonte.

MONTANO -       A quanto pare il vento ha urlato forte

in terraferma; mai più forti raffiche

hanno scosso i bastioni; se sul mare

esso ha infuriato con la stessa forza,

mi chiedo quali costole di quercia

possano ancor tener salda la tacca,(39)

quando montagne d'acqua

si squagliano violente su di esse.

Che aspettarci da ciò?

2° GENTILUOMO -      La dispersione della flotta turca.

Ché solo a riguardarlo dalla riva,

il mare gonfio sembra schiaffeggiare

le nubi, e i flutti sbattuti dal vento

colla schiumosa ed alta lor criniera

gettar acqua su acqua verso l'alto

a raffreddare l'ardore dell'Orsa

e ad estinguerne il perenne fuoco.

Non ho mai visto turbamento simile

sulla faccia dell'infuriato flutto.

MONTANO -       Se non s'è riparata in qualche rada,

la flotta turca è certo andata a picco.

Impossibile ch'abbia resistito.

Entra un terzo GENTILUOMO

3° GENTILUOMO -      Buone nuove, ragazzi!

La nostra guerra è già bell'e finita!

Questo impetuoso ed aspro fortunale

ha dato al Turco una tale scrollata

che il suo piano ha subìto un brusco arresto.

Un nobile vascello di Venezia

ha visto il doloroso lor naufragio

ed il disastro cui è andata incontro

la più gran parte della loro flotta.

MONTANO -       È vero quel che dite?

3° GENTILUOMO -      Quel vascello è da poco entrato in porto:

era una veronese;(40)

n'è sbarcato testé Michele Cassio,

l'ufficiale di prima

del prode Otello; il Moro è anch'esso in mare

diretto anch'egli qui, incaricato

del comando supremo sopra Cipro.

MONTANO -       Ne sono lieto. È un degno condottiero.

3° GENTILUOMO -      M'è parso tuttavia che questo Cassio,

pur dicendosi molto confortato

per le perdite della flotta turca,

abbia l'aria piuttosto preoccupata

pel Moro, e prega che sia salvo,

perché in mare essi furono separati

da una violenta orribile burrasca.

MONTANO -       Preghiamo che lo sia; l'ho già servito,

è uomo che sa bene comandare

come dovrebbe un perfetto soldato.

Ma via, rechiamoci tutti alla riva,

a vedere la nave testé entrata,

ed a scrutare insieme l'orizzonte

pel valoroso Otello,

fino dove l'occhio si può spinger oltre

e può discerner tra l'aperto mare

e l'azzurro del cielo.

3° GENTILUOMO -      Sì, sì andiamo, perché ogni minuto

si può aspettare che approdi qualcuno.

Entra CASSIO

CASSIO -   Grazie a voi, valorosi cittadini

di quest'isola nobile e guerriera,(41)

per l'alta vostra stima per il Moro!

Oh, gli apprestino i cieli una difesa

contro l'imperversar degli elementi,

perché l'abbiamo perduto di vista

in mezzo a un mare assai pericoloso!

MONTANO -       È salda la sua nave?

CASSIO -   La nave è di robusta costruzione

e il suo nocchiero è uno dei più esperti

e provati, perciò le mie speranze

se non son proprio sazie da morire,

son sottoposte a un'energica cura.

Grida da dentro: "Una vela! Una vela!"

Entra un quarto GENTILUOMO

CASSIO -   Che sono queste grida?

4° GENTILUOMO -      La città s'è svuotata; in riva al mare

gridano in folla: "Una vela! Una vela!"

CASSIO -   Le mie speranze mi dicevan vero:

è lui, è lui, il nostro comandante.

(Colpo di cannone da dentro)

2° GENTILUOMO -      Sparano la lor salva di saluto

dalla nave; vuol dir che sono amici.

CASSIO -   (Al 2° Gentiluomo)

Vi prego, monsignore, andate voi

ad accertarvi di chi sta arrivando,

e fateci sapere.

2° GENTILUOMO -      Volentieri.

(Esce)

MONTANO -       (A Cassio)

Ma, ditemi, mio buon luogotenente,

il vostro generale s'è ammogliato?

CASSIO -   E assai felicemente, vi dirò.

Ha conquistato il cuor d'una fanciulla

che regge al vaglio d'ogni descrizione

la più entusiasta che si possa farne;

al di là delle lodi più esaltanti,

d'ogni più estrosa immaginazione;

al di là dei più capricciosi voli

delle osannanti penne dei poeti;

e l'essenziale sua semplicità

stanca ogni artista che voglia descriverla.

Rientra il secondo GENTILUOMO

Allora che mi dite, chi è sbarcato?

2° GENTILUOMO -      Un certo Jago, l'alfiere del Moro.

CASSIO -   Ha avuto una felice traversata,

ed anche assai veloce, a quanto pare.

Perfino le tempeste,

i mari gonfi e gli ululanti venti,

le scanalate ed erose scogliere

e le ammassate sabbie,

sommerse insidie all'innocente chiglia,

quasi compresi da tanta bellezza

rinunciano all'usata lor natura

per consentir che passi sana e salva

la divina Desdemona.

MONTANO -       Chi è?

CASSIO -   Colei di cui appunto vi parlavo,

capitana del nostro capitano,

da lui lasciata affidata alla scorta

del valoroso Jago il cui arrivo

anticipa di buoni sette giorni

le nostre previsioni. O grande Giove,

proteggi Otello e gonfia la sua vela

col tuo fiato possente,

ch'ei possa rallegrare questa baia

con la vista della sua alta prora,

e correr tra le braccia di Desdemona

a calmare il suo ansito d'amore,

infonder nuova fiamma ai nostri cuori

e recare sollievo a Cipro tutta.

Entrano JAGO, DESDEMONA, RODERIGO, EMILIA e gente del seguito

Oh, mirate! Il tesoro della nave

è sceso a terra! Uomini di Cipro,

piegate le ginocchia innanzi a lei!

Salute a te, signora! Benvenuta!

Che la divina grazia possa accoglierti

avanti, dietro, sempre, in ogni lato!

DESDEMONA -  Grazie, valente Cassio. Che notizie

del mio signore?

CASSIO -   Non è ancora giunto,

e non so altro se non che sta bene,

e dovrebbe approdare qui tra poco.

DESDEMONA -  Oh, ch'io son tanto in pena...

Come è successo che vi siete persi?

CASSIO -   Ci ha divisi la furibonda lotta

fra mare e cielo.

(Colpo di cannone da dentro)

Ma udite: una vela!

(Voci da dentro: "Una vela! Una vela!")

2° GENTILUOMO -      Dànno il loro saluto alla fortezza.

Sono amici anche questi, certamente.

CASSIO -   (Al 2° Gentiluomo)

Andate per notizie.

(A Jago)

Buon alfiere, son lieto di vederti.

(A Emilia)

Benvenuta, signora!... Caro Jago,

non s'irriti la tua condiscendenza

s'io faccio sfoggio di galanteria:

è la maniera in cui m'hanno educato

che mi fa tanto ardito con le donne

da mostrarmi con loro sì espansivo.

(La bacia)

JAGO -       S'ella vi desse, signor mio, le labbra

con quella stessa liberalità

con cui con me fa uso della lingua,

povero voi!

DESDEMONA -  (A Jago)

Ma se sta sempre zitta!

JAGO -       Parla troppo. Lo sperimento sempre,

e specie quando ho voglia di dormire...

Certo, davanti a Vostra Signoria,

lo riconosco, frena un po' la lingua,

ma dentro seguita a rimuginare.

EMILIA -    Hai ben poca ragione a dir così.

JAGO -       Eh, fuor di casa voi siete pitture,

e campanelli nei vostri salotti;

siete gatte selvatiche in cucina,

santarelline quando ci ingiuriate

e diavolesse quando vi offendete;

abili attrici a fare le massaie,

buone massaie solamente a letto!

DESDEMONA -  Calunniatore! Vergogna! Vergogna!

JAGO -       Vergogna un corno! So quello che dico.

Sono un turco se mento. È verità.

Vi alzate la mattina

solo per trastullarvi e stare in ozio,

e andate a letto a lavorar d'impegno.

EMILIA -    Non sarai tu a scriver le mie lodi.

JAGO -       Per carità, non darmi un tale incarico!

DESDEMONA -  E se doveste fare quelle mie,

che scrivereste?

JAGO -       Gentile signora,

non mi mettete a fronte a certe strette:

perché io sono nulla, se non critico.

DESDEMONA -  E tuttavia provatevi: coraggio!...

Qualcuno è andato al porto?

JAGO -       Sì, signora.

DESDEMONA -  (A parte)

Non sono certo in vena d'allegria:

mi sforzo solo di dissimulare

quel che ho dentro, mostrandomi diversa...(42)

(Forte a Jago)

Dunque, allora, che elogio mi fareste?

JAGO -       Ci sto pensando; ma m'accorgo, ahimè,

che l'estro m'esce fuori dalla zucca

come il vischio da un panno di lanetta;

e strappa via cervello e tutto il resto.

Ma la mia musa ha le doglie del parto

ed ecco quello ch'essa dà alla luce:

"S'ella è leggiadra e saggia,(43)

"tra bellezza e saggezza,

"questa userà per sé,

"e altri useranno l'altra".

DESDEMONA -  Non c'è male. E se invece è nera e saggia?

JAGO -       "Se è nera ed ha saggezza,

"troverà sempre un bianco

"ch'ami la sua negrezza".

DESDEMONA -  Di bene in meglio.

EMILIA -    E s'ella è bella e stolta?

JAGO -       "Donna bella non fu mai donna stolta,

"se quella sua stoltezza

"ad avere un erede fu rivolta".(44)

DESDEMONA -  Questi son vecchi sciocchi paradossi

da far rider gli idioti nelle bettole.

Qual sorte miseranda avete in serbo

per una donna che sia brutta e stolta?

JAGO -       "Al mondo non son donne stolte e brutte

"che non facciano quello che fan tutte".

DESDEMONA -  O penosa ignoranza!

Tu lodi meglio tutto quel che è peggio!

Ma che lode offriresti a quella donna

che per l'altezza della sua virtù

ne avesse giusto riconoscimento

perfino da un maligno maldicente?

JAGO -       "Donna bella e non altera

"parlò sempre veritiera,

"se non fu giammai ciarliera.

"Se ricchezze ella ebbe a josa,

"non fu mai troppo pomposa".

"Rifuggì dal dir: "Vorrei,

"pur dicendo: "Lo potrei".

"Se irritata sa ordinare

"a se stessa di interdire

"ogni stimolo a reagire,

"e l'offesa dissipare.

"Se non fu mai così frale

"di cervello da scambiare

"una testa di merluzzo

"per la coda d'uno struzzo;

"s'è capace di pensare

"e il pensiero suo celare;

"se sa il viso non voltare

"a guardar gli spasimanti

"che la seguono galanti,

"quella è sì la donna adatta,

"se mai venne in mezzo a tante

"una femmina sì fatta."

DESDEMONA -  Adatta a che?

JAGO -       Ad allattar citrulli,

e a registrare i conti della spesa.(45)

DESDEMONA -  O storpissima e sterile morale!

Emilia, tu non imparar da lui,

anche s'è tuo marito.

Che dite, Cassio? Non sembra anche a voi

un profano e sboccato consigliere?

CASSIO -   Parla come gli viene, a briglia sciolta.

Si fa apprezzare più come soldato,

senza dubbio, che come letterato.

JAGO -       (A parte)

Oh, la prende per mano. Bene, bene!

E le sussurra qualcosa all'orecchio...

Con un'esile rete come questa

saprò ben impigliare un calabrone

come Cassio... Sì, sì, falle un sorriso!

E poi un altro... T'impastoierò

nei ceppi del tuo stesso corteggiare.

Hai detto bene, son come tu dici;

io, e se questi tuoi divertimenti

ti costeranno la luogotenenza

assai meglio per te sarebbe stato

che ti fossi baciato meno spesso

le punte delle tue tre dita unite,

come vedo che fai ancora adesso

per darti l'aria di bel damerino.

Ah bene!... Un baciamano ed un inchino!...

Eccellente! Così!... Bene davvero!

E ancora le tre dita sulle labbra...

Come vorrei, per il tuo stesso bene,

che fossero tre canne di clistere!

(Squillo di tromba da dentro)

Il Moro. Riconosco la sua tromba.

CASSIO -   Infatti.

DESDEMONA -  Andiamo tutti ad incontrarlo.

CASSIO -   Non c'è bisogno: eccolo che viene.

Entra OTELLO con seguito

OTELLO -  (A Desdemona che gli corre incontro)

Oh, mia bella guerriera!

DESDEMONA -  Otello caro!

OTELLO -  La meraviglia di trovarti qui

giunta prima di me, è tanto grande

quanto la mia lietezza, gioia mia!

Se seguono bonacce come questa

a una tempesta in mare,

soffino i venti da svegliar la morte,

e s'arrampichi la mia stracca nave

sulla cima delle spumose creste

alte quanto l'Olimpo,

per tuffarsi di nuovo nell'abisso,

per quanto dista il cielo dall'inferno!

Se morte ci cogliesse in questo istante,

sarebbe la felicità suprema,

perché mi sento l'anima pervasa

da un gaudio sì assoluto,

che più grande non potrà mai serbarmi

l'ignoto mio destino.

DESDEMONA -  Voglia il cielo che questo nostro amore

e questo nostro ineffabile gaudio

s'accrescano col volgere dei giorni!

OTELLO -  Così fate che sia, benigni dei!

Non so manifestar colle parole

quello che provo: mi fa nodo qui,

è troppo grande gioia!

(La bacia)

E questo...

(La bacia ancora)

... e questo...

sian sempre le maggiori discordanze

che possan far tra loro i nostri cuori!

JAGO -       (A parte)

Oh, intonàti lo siete adesso, e come!

Ma io, da quell'onest'uomo che sono,

saprò ben allentarvi tutti i bischeri

che producono questa bella musica!

OTELLO -  Vieni, avviamoci verso il castello.

Notizie, amici: la guerra è finita.

L'Ottomano è sepolto in fondo al mare.

Come vanno le vecchie conoscenze

mie di quest'isola?

(A Desdemona)

Mia cara, a Cipro,

vedrai, sarai da tutti benvoluta.

Ho ritrovato sempre un grande affetto

in mezzo a questa gente...

Ma m'accorgo che vo parlando troppo...

La grande gioia mi fa vaneggiare...

Jago, ti prego, rècati giù al porto

e fa' portare a terra il mio bagaglio.

Poi accompagna il nostromo alla rocca.

S'è dimostrato un ottimo nocchiero:

la sua bravura merita rispetto.

Vieni Desdemona. Ancora una volta,

bene incontrata a Cipro, anima mia!

(Escono tutti, meno Jago e Roderigo)

JAGO -       Tra poco vieni a raggiungermi al porto.

Ascolta: se sei uomo di coraggio

- dacché, come si dice, anche i vigliacchi,

quando si dà che siano innamorati,

acquistano una nobiltà maggiore

di quella che si portan dalla nascita -

sentimi bene. Il suo luogotenente

stanotte veglia nel corpo di guardia.

Per prima cosa debbo dirti questo:

non c'è barba di dubbio che Desdemona

di lui è innamorata.

RODERIGO -       Ma che dici!

Di lui! Di Cassio? No, non è possibile!

JAGO -       Metti il dito così,

(Gli prende la mano e gli mette un dito in su per le labbra,

come a chiudergli la bocca)

e lascia che istruisca la tua anima.

Guarda con che veemenza di passione

s'è di colpo invaghita di quel Moro,

sol perch'egli le ha fatto lo spaccone

dandole a bere fantasiose bubbole.

Credi che possa amarlo ancor per molto,

sol perché sa ciarlare?

Che non lo creda il tuo vigile cuore!

Di ben altra pastura devono pascersi

i suoi occhi! Che gusto le può dare

contemplare la faccia del demonio?

Una volta che il sangue sia acquietato,

intorpidito al gioco dell'amore,

quel che ci vuole a infiammarlo di nuovo

e ad accendere nuovo appetito

alla sua sazietà, è pari età

e leggiadria d'aspetto, equivalenza

di modi e di bellezza, tutte cose

di che è sprovvisto il Moro.

Ora, l'assenza di queste attrattive,

che pur nell'uomo sono necessarie,

farà sì che la sua delicatezza

finirà per sentirsi disillusa,

ella comincerà ad averne nausea,

e sarà poi la stessa sua natura

a disgustarla e farle odiare il Moro,

sospingendola verso un'altra scelta.

Ora, amico, se tutto ciò è sicuro

- ed il ragionamento mi par ovvio,

e non forzato - chi, meglio di Cassio,

è piazzato a toccar questa fortuna?

Un briccone che sa parlar fiorito,

dotato di quel tanto di coscienza

che basta a dargli un abito esteriore

di maniere civili e d'onestà,

per meglio secondar le sue tendenze

a salaci ed ipocrite lascivie...

Chi più adatto di lui? Nessuno al mondo.

Un viscido e sottile manigoldo,

uno ch'è sempre a caccia d'occasioni,

con l'occhio esperto a fabbricar vantaggi

per il suo tornaconto e a contraffarli

anche dove vantaggio non gli torni;

infine, un infernale lestofante.

E poi il briccone è giovane e belloccio

e ha tutti i requisiti ricercati

dalla stupidità e l'inesperienza:

un furfante pestilenziale, insomma.

E la donna l'ha già ben adocchiato.

RODERIGO -       Questo di lei non posso proprio crederlo,

piena com'è di sante qualità!

JAGO -       Sante un fico! Va' là, ch'è fatto d'uva

anche il suo vino!... Fosse stata santa

mai si sarebbe invaghita del Moro!

Che bella santità, di latte e miele!(46)

RODERIGO -       Era un gesto di pura cortesia.

JAGO -       Libidine! Mi giocherei la vita!

Cominciamento, inizio, oscuro prologo

d'una storia d'osceni desideri!

Si sono avvicinati così a pelo

con le labbra, che i fiati s'abbracciavano.

Pensieri scellerati, Roderigo!

Quando scambievolezze di tal sorta

si fanno avanti a spianare la strada,

le segue a ruota l'atto principale,

la conclusione di due corpi uniti...

Che schifo!... Amico, lasciati guidare;

non t'ho condotto io, qui, da Venezia?

Stanotte veglierai, sarai di guardia;

ti farò avere l'ordine io stesso.

Cassio non ti conosce.

Io starò lì nei pressi, sottomano.

Trova un pretesto per farlo arrabbiare,

o coll'alzar con lui troppo la voce,

o contestando la sua disciplina,

o con altro pretesto che vorrai,

e che ti suggerisca l'occasione.

RODERIGO -       D'accordo.

JAGO -       Bada, l'uomo è temerario

e facile alla collera e alle mani;

e potrà spingersi anche a colpirti;

ma proprio a tanto devi trascinarlo,

perch'io ne possa poi trarre motivo

per sollevargli contro questa gente

aizzandola col far loro intendere

che non potranno assaporar la pace

finché Cassio non sia tolto di mezzo.

Così potrai trovare raccorciata

la strada al viaggio dei tuoi desideri,

grazie ai mezzi ch'avrò io messo in opera

per secondarli, una volta abbattuto

l'impedimento che precluderebbe

ogni nostra speranza di successo.

RODERIGO -       Farò come tu dici,

se m'assicuri di poter condurre

a buon fine la cosa.

JAGO -       Garantito.

Troviamoci più tardi su alla rocca.

Per il momento mi devo occupare

di scaricare a terra il suo bagaglio.

A più tardi.

RODERIGO -       Va bene. Arrivederci.

(Esce)

JAGO -       Che Cassio sia di lei innamorato,

ne son convinto. Ch'ella lo ricambi,

è consonante, ed assai verosimile.

Il Moro, pur s'io non so sopportarlo,

è di natura nobile, costante,

affettuosa, e so già che per Desdemona

si scoprirà un carissimo marito.

Ma debbo confessare che anch'io l'amo,

e non per pura e semplice lussuria,

benché mi debba riconoscer reo

d'un non minor peccato, ma a ciò spinto

in parte per saziar la mia vendetta;

perché sospetto che l'ingordo Moro

sia montato a inforcare la mia sella:

un pensiero che mi corrode dentro

come un veleno, ed a placare il quale

altro non so che dargli il contraccambio

a pareggiar con lui moglie per moglie;

o, se ciò non dovesse riuscirmi,

iniettargli nell'animo

una dose talmente virulenta

di gelosia, che la ragione sua

non basti più a curare.

E a tal fine se questo straccio d'uomo

che mi porto al guinzaglio da Venezia

per frenarlo nell'affannosa caccia,

mi regge la battuta,(47) questo Cassio

l'avrò completamente in mio potere

e lo diffamerò davanti al Moro

nel modo più garbato e suadente

(ché, tra l'altro, ho il sospetto che anche Cassio

abbia indossato la mia papalina),(48)

fino a ottener che il Moro, a conclusione,

mi ringrazi, mi prenda in simpatia

e mi compensi per averlo fatto

un alto e rispettabile somaro,

e per avergli tolto pace e quiete

fino a ridurlo pazzo.

Ecco, se pur ancora un po' confusa,

la mia trama. Ma la ribalderia

mai non discopre la sua vera faccia

avanti ch'essa sia messa ad effetto.

(Esce)

SCENA II

Cipro, una strada

Entra l'ARALDO di Otello. Folla di popolani.

ARALDO - È volontà di Otello,

nostro nobile e prode generale,

dopo notizie certe testé giunte

circa il disastro della flotta turca,

che ciascun abitante di quest'isola

si metta in festa: chi intrecciando danze,

chi accendendo falò,

si dia ciascuno

a quella sorta di divertimento

che gl'ispiri la propria condizione;

ché in più di queste felici notizie,

egli vuol festeggiare le sue nozze.

Tanto gli era gradito proclamare.

Tutti gli uffici(49) sono aperti al pubblico,

con piena libertà di banchettare

dalla presente ora delle cinque

ai tocchi di campana delle undici.(50)

Iddio protegga l'isola di Cipro,

e Otello, nostro degno condottiero.

(Escono tutti)

SCENA III

Una sala del castello

Entrano OTELLO, DESDEMONA, CASSIO e altri

OTELLO -  (A Cassio)

Buon Michele, provvedi tu stanotte

al servizio di guardia: sarà bene

che insegniamo a noi stessi a contenerci

entro i limiti della discrezione,

onorevole freno per ciascuno.

CASSIO -   Jago ha avuto istruzioni sul da farsi;

ma, nonostante ciò, sarò io stesso

a vigilar su tutto coi miei occhi.

OTELLO -  Jago è persona quanto mai onesta.

Buona notte, Michele.

Domani passa da me di buon'ora.

Debbo parlarti.

(A Desdemona)

Andiamo amore mio.

Fatto l'acquisto, han da seguire i frutti;

e noi due non ne abbiamo ancora colti.(51)

(Escono Otello, Desdemona e seguito)

Entra JAGO

CASSIO -   Salve, Jago. Dobbiamo andar di guardia.

JAGO -       Non subito, però, luogotenente.

Le undici non sono ancor suonate.

Il generale ci ha lasciato prima

per correr tra le braccia di Desdemona;

né del resto possiamo biasimarlo,

dal momento che non s'è ancor goduto

una notte d'amore insieme a lei.

Ed ella è veramente un bocconcino

degno di Giove.

CASSIO -   Un dama squisita.

JAGO -       Saporitissima, c'è da giurarlo.

CASSIO -   Una creatura fresca e delicata.

JAGO -       E che occhi! Par quasi che ti suonino

a parlamento, per provocazione.

CASSIO -   Occhi invitanti, sì,

e pur pieni di virginal pudore.

JAGO -       E quando parla!... Un richiamo all'amore!

CASSIO -   La perfezione stessa, in carne e ossa.

JAGO -       Bene, felicità alle lor lenzuola!

Qua, qua, luogotenente:

ho in serbo un bel boccale di buon vino,

e c'è qui fuori una coppia di giovani

della migliore società di Cipro

che vogliono brindare insieme a noi

al nero Otello.

CASSIO -   No, non questa sera,

caro Jago. Non reggo molto il vino,

mi dà alla testa. Vorrei che dagli uomini

si potesse inventar qualche altra usanza

per trascorrere il tempo in compagnia.

Non è per scortesia.

JAGO -       Ma sono amici!...

Solo un bicchiere. Berrò io per voi.

CASSIO -   Ne ho già bevuto un bicchiere stasera,

uno soltanto, e per giunta annacquato,

e guarda qui l'effetto che mi fa.(52)

Sono davvero assai mortificato

di questa specie di mia malattia,

ma non m'arrischio a mettere in pericolo

ulteriormente la mia debolezza.

JAGO -       Evvia, questa è una notte di baldoria!

Quei giovanotti ci tengono molto.

CASSIO -   Dove sono?

JAGO -       Qui, fuori. Ve ne prego,

andate voi a dir loro di entrare.

CASSIO -   Vado; ma non ne ho proprio molta voglia.

(Esce)

JAGO -       Se arrivo ad appioppargli anche un bicchiere,

con l'altro che ha bevuto già stasera,

diventerà ringhioso e attaccabrighe

come il cagnetto della mia ragazza.(53)

Stasera quello stolido malato

di Roderigo, che par che l'amore

abbia voltato tutto sottosopra

come una fodera pel verso storto,

s'è tracannato un gotto dopo l'altro

per libare a Desdemona; e tra poco

dovrà venire a montare di guardia.

Ho provveduto intanto ad eccitare,

a forza di abbondanti libagioni,

tre altri baldanzosi giovinotti:

gente di Cipro: che tiene all'onore

come alla propria pelle,

la crema di quest'isola guerriera.

E anch'essi son di guardia questa notte.

Ora, fra questo branco d'ubriachi

sarà affar mio aizzare il nostro Cassio

a qualche gesto che suoni oltraggioso

per l'isola. Ma eccoli che arrivano.

Entrano CASSIO, MONTANO e alcuni GENTILUOMINI

Seguono servi recando vino

CASSIO -   Dio santo, già m'han dato una trincata!

MONTANO -       Sì, ma piccola; manco mezza pinta,

parola di soldato.

JAGO -       Olà, del vino!

(Mentre i servi recano boccali di vino, canta)

"I boccali tintinnino, tin tin,

"Tintinni ogni boccale,

"un soldato è mortale

"e la vita è sì frale!

"Che ognuno vuoti dunque il suo boccale!"

Ragazzi, un po' di vino!

CASSIO -   Una bella canzone, giuraddio.

JAGO -       L'ho imparata quand'ero in Inghilterra

dove sono davvero formidabili

quanto a reggere il vino; appetto a loro

i Danesi, i Tedeschi e gli Olandesi

coi lor pancioni... (Avanti, su, bevete),

son proprio niente.

CASSIO -   Ah, sì, davvero, eh?

L'Inglese è così forte bevitore?

JAGO -       Eh, tracanna con tal disinvoltura

da ridurti il Danese morto fradicio

in due battute; né deve sudare

per far fuori il Tedesco; e l'Olandese

te lo fa vomitare prima ancora

di riempirsi il prossimo boccale.

CASSIO -   Propongo una bevuta alla salute

del nostro beneamato generale!

MONTANO -       Ed io sono con voi, luogotenente,

e volentieri onoro il vostro invito.

JAGO -       Oh, la dolce Inghilterra!...

(Canta)

"Re Stefano, degnissima persona,

"pagò per le sue braghe una corona;

"ma poi stimò che fosser troppo care

"per sei soldi; perciò mandò a chiamare

"il vile sarto e lo fe' bastonare.

"Era uomo di grande potentato,

"ma di bassa statura.

"La boria è la rovina d'ogni stato;

"tu tieniti la tua vecchia montura".

Ancora vino, ohé!...

CASSIO -   E bravo Jago!

Questa canzone è meglio della prima.

JAGO -       Volete allora che ve la ricanti?

CASSIO -   No, no, che trovo indegno del suo rango

chi s'abbandona a fare queste cose.

Bene, Dio è lassù, sopra di noi;

ed anime ci sono da salvare,

ed anime ci son da non salvare.

JAGO -       Sacrosanto, mio buon luogotenente.

CASSIO -   Io senza offesa per il generale

e per i gentiluomini suoi pari,

spero d'esser di quelle da salvare.

JAGO -       E così spero anch'io, luogotenente.

CASSIO -   Sì, ma dopo di me, se non ti spiace:

prima il luogotenente, poi l'alfiere.

Basta, badiamo alle nostre faccende.

E dei peccati ci perdoni Iddio.

Signori, attenti a quel che s'ha da fare.

Non crediate ch'io sia avvinazzato.

Ecco, questo è il mio alfiere...

la mia mano... la destra... la sinistra...

Dunque, vedete, non sono ubriaco.

Mi reggo bene in piedi,

ed ho la lingua sciolta...

TUTTI -      Anzi, scioltissima!

CASSIO -   Ecco, allora, vedete? Tutto a posto.

Ubriaco non sono. Non pensatelo.

(Esce)

MONTANO -       Ai bastioni, signori!

Venite, disponiamo per la guardia.

JAGO -       Ecco, vedete voi

questi ch'è appena uscito innanzi a noi?

È un ottimo soldato,

degno di stare a fianco a Giulio Cesare,

e di guidare qualsiasi campagna...

Peccato - avete visto - quel suo vizio:

è l'esatto equinozio, il parallelo

dei suoi meriti, lungo come loro.

Temo che la fiducia in lui riposta

da Otello non finisca per causare,

proprio a cagione di questo suo vizio,

qualche sconquasso in questa vostra isola.

MONTANO -       È spesso in quello stato?

JAGO -       È l'ordinario suo preludio al sonno;

e se l'ubriachezza non lo culla,

è capace di rimanere sveglio

per tutto un doppio giro del quadrante.(54)

MONTANO -       Sarebbe bene metter sull'avviso

il generale. Forse non lo vede,

e nella sua generosa natura

è portato piuttosto ad apprezzare

le pur pregiate qualità di Cassio,

che non porre attenzione ai suoi difetti.

Dico bene?

Entra RODERIGO. Jago gli va subito vicino e, senza rispondere a Montano, gli sussurra a parte:

JAGO -       Ti prego, corri, va',

segui il luogotenente. Presto! Fila!

(Esce Roderigo)

MONTANO -       È un peccato però che il degno Moro

metta a rischio un ufficio sì importante

affidandolo ad uno come lui,

così indurito in questo suo viziaccio.

Sarebbe azione onesta dirlo al Moro.

JAGO -       Non sarò certo io,

nemmeno in cambio di tutta quest'isola!

Voglio assai bene a Cassio

e sarei pronto a fare non so quanto

per curarlo da tale infermità.

(Grida da dentro: "Aiuto! Aiuto")

Ma silenzio, che sono queste grida?

Entra di corsa CASSIO, con la spada in pugno inseguendo RODERIGO, che si va a riparare dietro a JAGO.

CASSIO -   Sangue di Cristo! Becero cialtrone!

Manigoldo!...

MONTANO -       Che c'è, luogotenente?

CASSIO -   Questo fior di gaglioffo,

venirmi ad insegnare il mio dovere!

Ma io lo stritolo, fino a ridurlo

paglia per damigiane!

RODERIGO -       A me?

CASSIO -   Marrano!

Vigliacco! E ardisci pure alzar la voce?

(Lo percuote)

MONTANO -       (Intromettendosi per fermarlo)

No, no, luogotenente, ve ne prego,

cercate di tener le mani a freno.

CASSIO -   (Divincolandosi)

Niente affatto! Lasciatemi, signore,

o vi do sulla zucca pure a voi!

MONTANO -       Andiamo, calma, via, siete ubriaco!

CASSIO -   Io, ubriaco?

(Va con la spada contro Montano, che è costretto ad estrarre la sua e a difendersi)

JAGO -       (A parte a Roderigo)

Corri, via, va' fuori

e grida alla sommossa... Presto, via!

(Esce Roderigo)

(Ai due contendenti)

No, non così, mio buon luogotenente!

Per carità di Dio, signori miei!

Aiuto, oh!... Luogotenente, diamine!

Signor Montano, su, signor Montano!

(Accorre gente)

Aiutatemi voi, signori! Aiuto!...

Che bel turno di guardia, questa notte!

(Rintocchi di campana)

La campana... Chi suona la campana?

Diablo, ohé! Sveglieranno la città!

Per l'amore di Dio, luogotenente,

fermo! Vi costerà vergogna eterna!

Entra OTELLO con seguito

OTELLO -  Beh, che succede qui?

MONTANO -       Sangue di Cristo!

Io perdo sangue, son ferito morte!

OTELLO -  Via quelle spade, per le vostre vite!

JAGO -       Fermi, fermi!... Suvvia, luogotenente!

Montano, signor mio... Evvia, signori!

Davvero avete perso ogni nozione

del luogo dove siete, del dovere?

Fermatevi! Vi parla il generale...

Smettetela di battervi, vergogna!

(I due cessano di affrontarsi)

OTELLO -  Ebbene, da che cosa ha avuto origine

questa indegna gazzarra?

Siam forse diventati tutti turchi

per farci tra di noi l'uno con l'altro

quel che il ciel ha impedito agli Ottomani?

Per pudor di cristiani,

cessate questa barbara contesa!

Il primo che osa fare un solo passo

per dare sfogo al bestial suo furore

fa poco conto della propria anima,

perché appena si muove, è un uomo morto.

Zittite quell'orribile campana!

Mi sparge lo spavento in tutta l'isola.

Insomma, via, signori, che è successo?

Onesto Jago, tu che stai lì pallido

dall'angoscia che sembri un morto, parla:

chi l'ha iniziato questo tafferuglio?

Per l'amor tuo, te l'ordino.

JAGO -       Non so.

Tutti amici fino a un momento fa,

e d'amore e d'accordo tutti e due,

da somigliar davvero a due sposini

che si spoglino per andare a letto,

quand'ecco, tutt'a un tratto,

come se qualche maligno pianeta

avesse tolto agli uomini il giudizio,

li vedo trar le spade

ed avventarsi l'uno contro l'altro,

ecco, in uno scontro sanguinoso.

Io non so dir com'abbia avuto inizio

questa querela stolta e dissennata,

però vorrei piuttosto aver perduto

in qualche più glorioso fatto d'arme

queste gambe che m'han portato qui

ad essere coinvolto in questa rissa.

OTELLO -  (A Cassio)

Com'è stato, Michele,

che hai potuto dimenticar te stesso

a tal punto?

CASSIO -   Signore, perdonatemi,

non sono in condizione di rispondervi.

OTELLO -  Ed anche voi, valoroso Montano,

sempre così cortese e tollerante,

voi, di cui tutti conoscono a Cipro

la dignitosa calma ed il cui nome

è pur tenuto in grande estimazione

sulla bocca dei più gravi censori,

qual cagione ha potuto mai condurvi

a lasciare così all'altrui mercé

la vostra universale buona fama,

e a barattar il vostro ricco credito

con la nomea di cercator di risse

e notturni schiamazzi? Rispondete!

MONTANO -       Nobile Otello, son ferito a morte...

Jago, il vostro ufficiale, può informarvi

- mi devo risparmiare le parole

perché il parlare mi potrebbe nuocere -

di tutto quel che potrei dirvi io...

Io so di non avere detto o fatto

nulla di male ad alcuno, stanotte:

a meno che non sia talvolta un vizio

la pietà che si sente per se stessi,

e sia colpa cercare di difendersi

quando l'altrui violenza ci aggredisce.

OTELLO -  Ora davvero, per il cielo, il sangue

comincia a prendersi in me il sopravvento

anche sulle mie guide più sicure,

e la cieca passione,

obnubilando il mio miglior giudizio,

tenta essa stessa di farmi da guida:

sol ch'io mi muova, o alzi questo braccio,

i migliori tra voi son destinati

a sprofondare nella mia censura.

Voglio sapere come s'è creata

quest'indegna gazzarra, e chi l'ha accesa;

e chi d'un tal delitto è responsabile,

fosse pur egli mio fratel gemello,

venuto al mondo nello stesso parto,

mi perderà per sempre come tale!

E che! Nel cuore d'una città in guerra,

ancor tutta pervasa dall'orgasmo,

con la gente che ancora ha il cuore in gola

per la paura, voi, in piena notte,

scatenate una rissa e per di più

proprio all'interno del corpo di guardia

preposto alla comune sicurezza?

È mostruoso! Chi l'ha iniziata, Jago?

MONTANO -       (A Jago)

Se per parziali nodi d'amicizia

o per spirito di cameratismo

tu dici un briciolo di più o di meno

di quella ch'è la pura verità,

tu non sei un soldato.

JAGO -       (A Otello)

Non vogliate toccarmi sì da presso;

vorrei vedermi tagliata la lingua

piuttosto che sentirle dire cosa

che suoni offesa per Michele Cassio.

Ma son convinto di non fargli torto

a dir le cose come sono andate.

I fatti sono questi, generale:

Montano ed io stavamo discorrendo,

ed ecco che di corsa arriva un tale

gridando: "Aiuto! Aiuto!"; e dietro Cassio,

con la spada sguainata per ucciderlo.

(Accennando a Montano)

Questo signore sbarra il passo a Cassio,

cercando di fermarlo e di calmarlo,

mentr'io mi do ad inseguire quell'altro,

per evitare che a quelle sue grida

si spaventasse tutta la città,

come poi è successo.

Senonché, più veloce, quello là

mi sfugge. Torno allora suoi miei passi,

avendo udito un cozzare di spade

e la voce di Cassio che imprecava:

cosa che mai, prima

di questa notte, devo proprio dirlo,

m'era accaduto di udire da lui.

Ritornato sul posto, appena dopo,

- la mia assenza era stata assai breve -

ti trovo questi due che s'affrontavano

a corpo a corpo, con colpi e ferite,

come li avete sorpresi voi stesso,

quando testé veniste a separarli.

Ma gli uomini, si sa, son sempre uomini

e succede talvolta anche ai migliori

d'obliare se stessi; anche se Cassio

ha conciato Montano male assai:

ché gli uomini, se perdono le staffe,

stranamente si vanno ad accanire

su coloro che voglion loro bene.

Ma Cassio, credo, deve aver subìto,

sicuramente un qualche grave insulto

da quel tale che gli fuggiva innanzi,

per perdere a tal punto la pazienza.

OTELLO -  Jago, capisco che la tua onestà

e l'affezione che nutri per Cassio

ti portino a cercar d'attenuare

la gravità d'un simile fattaccio,

per far sembrar più lieve la sua colpa.

(A Cassio)

Michele Cassio, io t'amo;

ma non sarai mai più un mio ufficiale.

Entra DESDEMONA con seguito

Guarda, perfino il mio gentile amore

s'è dovuto levare, a causa tua!

Farò di te un esempio.

DESDEMONA -  Che è successo?

OTELLO -  Ora tutto è tranquillo, amore mio.

Vieni, torniamo a letto.

(A Montano)

Quanto alle vostre ferite, signore,

mi farò io stesso vostro medico.

(A quelli del seguito)

Conducetelo dentro.

(Esce Montano, sorretto da alcuni)

Tu, Jago, va' dattorno per le strade,

e tranquillizza diligentemente

quanti sono rimasti sconcertati

di questa indegna rissa.

(A Desdemona)

Vieni, cara:

appartiene alla vita di soldato

vedersi disturbato il proprio sonno

da simili baruffe. Vieni, andiamo.

(Escono tutti, tranne Jago e Cassio)

JAGO -       Luogotenente, che! Siete ferito?

CASSIO -   Sì, al di là d'ogni cura di chirurgo.

JAGO -       Oh, che Dio non lo voglia!

CASSIO -   L'onore, Jago, l'onore, l'onore!

Ah, ho perduto l'onore!

Tutto quello che avevo d'immortale!

Non mi resta che quel ch'è animalesco.

Il nome, Jago! La reputazione!

JAGO -       Eh, vivaddio, parola d'onest'uomo,

ho creduto che aveste ricevuto

chi sa quale ferita al vostro corpo,

ché quella sì che la si sente addosso,

altro che la reputazione, diamine!

Reputazione! Un'idiota impostura,

falsa ed inutile quant'altre al mondo,

troppe volte acquistata senza merito,

troppe volte perduta senza colpa!

Voi non avrete perduto la vostra

finché a stimare d'averla perduta

non sarete voi stesso e nessun altro.

Coraggio! Ci sono tante buone vie

per ingraziarvi ancora il generale.

Siete incappato nel suo malumore,

nulla di più: ma è una punizione

dettata più dall'opportunità

che da vero rancore,

come di chi, sapendolo innocente,

bastonasse il suo cane al solo scopo

di far paura a un feroce leone.

Tornate ad implorarlo e sarà vostro.

CASSIO -   Preferisco implorare il suo disprezzo

che ingannare un sì bravo comandante

rivelandomi come un ufficiale

così balordo, così ubriacone

e così scervellato... Ubriacarsi!...

E ciangottare come un pappagallo!

E attaccar briga! E rodomonteggiare!

E bestemmiare! E mettersi a discorrere

boriosamente con la propria ombra!

O invisibile spirito del vino!

Se non hai altro nome cui rispondere,

io te lo affibbio: chiamati "demonio"!

JAGO -       Ma chi era colui

che inseguivate con la spada in pugno?

Che v'aveva fatto?

CASSIO -   Proprio non lo so.

JAGO -       Possibile, signore?

CASSIO -   Mi ricordo una quantità di cose

ma nulla con chiarezza: una contesa,

una rissa, ma non per qual motivo..

Oh, Santo Dio, che debbano i mortali

cacciarsi loro stessi nella bocca

un nemico che ruba loro il senno,

e con gioia, piacere e gozzoviglio

si debban trasformare in tante bestie!

JAGO -       Vedo, però che vi siete ripreso

piuttosto bene... Come avete fatto?

CASSIO -   È che il diavolo dell'ubriachezza

s'è degnato di cedere il suo posto

al diavolo dell'ira: una magagna

ne fa venire su in palese un'altra

per meglio farmi disprezzar me stesso.

JAGO -       Evvia, siete un severo moralista!

Certo, tenuto conto del momento,

del luogo e dello stato del paese,

avrei di tutto cuore preferito

che questo fatto non fosse accaduto.

Ma dal momento ch'è andata così,

cercate d'aggiustarla per il meglio.

CASSIO -   Chiedergli di rimettermi al mio posto?

Mi dirà che non sono che un beone;

e avessi tante bocche quante l'Idra,(55)

questo le tapperebbe tutte insieme...

Ah, essere un cervello che ragiona,

e andare a poco a poco a istupidirsi,

e subito una bestia!... Strana cosa!

Ogni bicchiere in più è maledetto,

ci sta dentro il demonio.

JAGO -       Evvia, evvia,

che il vino è stato sempre un buon parente,

se lo trattiamo come si conviene!

Finitela di fargli l'anatema!

E voglio credere, luogotenente,

che non abbiate dubbi sul mio affetto.

CASSIO -   N'ho avute tante prove... Io ubriaco!...

JAGO -       Voi, o qualsiasi altro dei mortali

può ben ubriacarsi, qualche volta.

Vi dirò io quel che dovete fare.

La signora del nostro generale

è lei, adesso, il vero generale:

posso dirlo parlando con rispetto,

perch'egli è dedicato, anima e corpo,

alla contemplazione - attento bene! -

delle sue grazie e della sua persona.(56)

Confidatevi a lei, a cuore aperto,

sollecitatene l'intercessione

per aiutarvi a riavere il posto.

Ella è d'indole aperta, generosa,

così benigna, così soccorrevole,

che tien per vizio della sua bontà

non far di più di quanto le si chieda.

Pregatela che voglia reingessare

questa frattura di articolazione

creatasi tra voi e suo marito.(57)

Scommetto tutto quello che posseggo

contro qualsiasi ragionevol posta

che la frattura di questa amicizia

sarà saldata più forte di prima.

CASSIO -   Mi sembra un buon consiglio.

JAGO -       E ve lo do con affetto da amico.

CASSIO -   Lo credo. Domattina, di buon'ora

scongiurerò la virtuosa Desdemona

di voler intercedere per me.

Se la fortuna qui mi darà scacco,

per me è finita.

JAGO -       Avete ben ragione.

Così, luogotenente, buona notte.

Debbo tornare al servizio di guardia.

CASSIO -   Vado anch'io. Buona notte, onesto Jago.

(Esce)

JAGO -       E adesso chi potrà venirmi a dire

che mi son comportato da ribaldo

con lui, quando il consiglio che gli ho dato

è così franco, aperto, illuminato

e tale da indicargli la via giusta

per riacquistare il favore del Moro?

Giacché non vedo nulla di più facile

che piegar l'indulgenza di Desdemona

ad ogni onesta richiesta: ella è fertile

come i puri elementi di natura;(58)

e riuscire a persuadere il Moro,

foss'anche a ripudiare il suo battesimo

e tutti i sacri simboli e suggelli

del peccato redento, a lei è facile:

sì stretta a lei è l'anima del Moro,

ch'ella può fare, e disfare, e rifare,

a suo talento, e la concupiscenza

ch'egli ha di lei ha il potere d'un dio

sul remissivo spirito di lui.

Dov'è dunque la mia furfanteria

nel consigliare a Cassio questa strada

che lo mena diritto al suo vantaggio?

Sacralità del potere infernale!

Se il diavolo ti vuole trascinare

a commettere i più neri peccati,

t'ammanta prima il suo suggerimento

di celesti apparenze: com'io ora.

Ché mentre questo onesto imbecillone

s'accingerà a convincere Desdemona,

a porre alcun riparo alle sue sorti

ed ella ad intercedere per lui

presso il Moro con tutto il suo fervore,

io verserò nell'orecchio del Moro

questa pestilenziale insinuazione:

ch'ella gli chiede il ritorno di Cassio

per secondare la propria libidine;

e quanto più d'ardore

porrà ad intercedere per lui

tanto più fortemente scrollerà

la propria stima nel cuore del Moro.

Avrò così mutato in nera pece

tutto il candore della sua virtù,

ed avrò fatto della sua bontà

la rete in cui avvilupparli tutti.

Entra RODERIGO

Oh, Roderigo, ebbene?

RODERIGO -       Ebbene, c'è

ch'io sono al seguito qui nella caccia

non come un cane che insegue la preda

per catturarla, ma come un segugio

buono solo a far numero nel branco.

Il mio denaro è quasi tutto speso;

stanotte sono stato malmenato

in modo che di più non si poteva,

e tutto quello che potrà sortire

da tante mie fatiche, sarà solo

che n'avrò fatto un tanto d'esperienza,

sicché me ne ritornerò a Venezia

con la borsa ridotta al lumicino,

e con un grano d'esperienza in più.

JAGO -       Ah, che grande jattura

gli uomini che non sanno aver pazienza!

Qual ferita fu mai rimarginata,

se non gradatamente? Tu sai bene

che stiamo lavorando d'intelletto

e non già con l'ausilio d'arti magiche,

e l'intelletto ha bisogno di tempo.

Forse che non va tutto pel suo verso?

Cassio t'ha sbatacchiato, questo è vero;

ma tu, col poco male che t'ha fatto

hai provocato il suo licenziamento.(59)

Molte cose maturano in bellezza

sotto il sole, ma primi a maturare

sono i frutti che fan le prime gemme.

Statti fermo e contento per un poco.

Siamo ancora al mattino, santo cielo!

Piacere e azione fan correre l'ore.

Rientra a casa. Vattene a dormire.

Via, dico; ne saprai di più di seguito.

Ma adesso va a dormire!

Esce RODERIGO

Ora due cose son da fare subito:

mia moglie deve andare da Desdemona

a dirle di intercedere per Cassio;

e io ve l'indurrò; io stesso poi

mi dovrò prendere in disparte il Moro

e menarlo ove possa coglier Cassio

nell'atto che sollecita sua moglie.

Sì, questa è la via giusta;

mai lasciar che l'intrigo intorpidisca

con la freddezza ed i tentennamenti.

(Esce)

ATTO TERZO

SCENA I

Cipro, davanti alla cittadella

Entra CASSIO con alcuni musicanti

CASSIO -   Ecco, maestri, suonerete qui.

Vi pagherò il disturbo.

Una cosina breve ed augurale,

come a dire: "Buongiorno generale!"(60)

(Musica)

Entra il BUFFONE

BUFFONE -         Ehi là, maestri, sono stati a Napoli

questi vostri strumenti,

per parlare col naso in questo modo?(61)

1° MUSICANTE -         Come sarebbe a dire, signor mio?

BUFFONE -         Sono strumenti a fiato, questi o no?

1° MUSICANTE -         A fiato, sì, signore.

BUFFONE -         Beh, lì presso ci penzola una coda.

1° MUSICANTE -         Dov'è che penzola una coda, amico?

BUFFONE -         Eh, sotto più d'uno strumento a fiato

ch'io so...(62) Ma ecco per voi, del denaro,

maestri; perché al nostro generale

questo vostro suonare piace tanto,

che vi prego di non far più rumore.

1° MUSICANTE -         Bene amico, non ne faremo più.

BUFFONE -         Se poi per caso aveste qualche musica

che non si sente, potete suonarla;

ma il generale ad ascoltare musica,

dicono che non ci tenga poi gran che.

1° MUSICANTE -         Di quella che voi dite non ne abbiamo.

BUFFONE -         Pive nel sacco, allora e andate via,

perché anch'io me ne vado. Via, svanite!

(Escono i musicanti)

CASSIO -   (Al buffone)

Mi puoi udire, onesto amico mio?

BUFFONE -         No, io non l'odo il vostro onesto amico:

io odo solo voi.

CASSIO -   Ti prego, amico,

i frizzi tienili per te. To', prendi,

qui c'è una povera moneta d'oro:

se quella gentildonna ch'è al servizio

della moglie del nostro generale

è alzata e già in faccende per la casa,

dille che c'è qui fuori un certo Cassio

che le chiede di dirle due parole.

Lo vuoi fare?

BUFFONE -         (Prendendosi la moneta)

In faccende, monsignore,

ell'è sicuramente e per la casa;

se vorrà affaccendarsi fino qui,

io m'affaccenderò a notificarglielo.

CASSIO -   Fallo, mi raccomando, buon amico.

(Esce il buffone)

Entra JAGO

Oh, Jago, giungi proprio al punto giusto.

JAGO -       Non siete dunque andato affatto a letto?

CASSIO -   Eh, no, che vuoi: spuntava già il mattino

quando ci siam lasciati questa notte.

Mi son preso l'ardire, caro Jago,

di mandare qualcuno da tua moglie

a supplicarla di trovare il modo

di procurarmi un breve abboccamento

con la buona Desdemona.

JAGO -       Va bene.

La spedisco da voi immediatamente

e farò di tener lontano il Moro

sì che possiate più liberamente

esporle il vostro caso.

CASSIO -   Ti ringrazio.

(Esce Jago)

Non ho trovato mai un fiorentino

più cortese ed onesto di costui.(63)

Entra EMILIA

EMILIA -    Buongiorno a voi, caro luogotenente.

Mi spiace assai della vostra disgrazia,

ma presto sarà tutto accomodato.

Ne parlavano appunto tra di loro

il generale con la sua signora;

e l'ho udita intercedere per voi

presso di lui con molta forza d'animo;

ma lui dice che l'uomo che feriste

gode di gran reputazione a Cipro,

e vanta un parentado assai potente;

e ch'egli, il Moro, per sana saggezza,

non poteva altro che destituirvi.

Ripete tuttavia che vi vuol bene

e che non ha bisogno d'altro supplice

oltre la sua simpatia personale

per afferrare la prima occasione

che possa reintegrarvi nell'ufficio.

CASSIO -   Ad ogni modo sono qui a pregarvi,

sempre che lo crediate conveniente

e possibile, di trovare il modo

ch'io abbia un breve incontro con Desdemona,

ma da solo a quattr'occhi.

EMILIA -    Va bene, entrate, vi condurrò io

dove potrete dirle in libertà

con tutto il tempo quel che avrete in cuore

CASSIO -   Ve ne sono assai grato.

(Escono entrando nella cittadella)

SCENA II

Una stanza nel castello

Entrano OTELLO, JAGO e alcuni GENTILUOMINI

OTELLO -  Jago, reca al nocchiero questa lettera,

e digli che presenti i miei omaggi

ai membri del senato, al suo ritorno;

io vado sui bastioni a passeggiare;

raggiungimi colà appena fatto.

JAGO -       Va bene, mio signore.

OTELLO -  (Ai gentiluomini)

Vogliamo andare, allora, miei signori

a ispezionare le nostre difese?

TUTTI -      Siamo agli ordini vostri, generale.

(Escono)

SCENA III

Il giardino della cittadella

Entrano DESDEMONA, CASSIO ed EMILIA

DESDEMONA -  Potete star sicuro, mio buon Cassio,

farò tutto il possibile per voi.

EMILIA -    Fatelo, sì, signora: questa cosa

affligge mio marito, posso dirvelo,

come fosse un suo fatto personale.

DESDEMONA -  Oh, quello è un'onest'uomo!

Cassio, non dubitate: riuscirò

ad ottener che voi e il mio signore

ridiventiate amici come prima.

CASSIO -   Generosa signora, voi Michele Cassio,

qualunque cosa succeda di lui,

l'avrete sempre fedel vostro servo.

DESDEMONA -  Lo so, e vi ringrazio. Al mio signore

voi siete da gran tempo affezionato:

lo conoscete, e potete star certo

che non vorrà tenervi a lui lontano

più di quanto lo possa comportare

l'esigenza della ragion politica.

CASSIO -   Capisco. Tuttavia quest'esigenza

potrebbe o trascinarsi troppo a lungo

o nutrirsi magari d'una dieta

liquida e delicata,

o crescer tanto col passar del tempo,

che restandone io sempre lontano

e il mio posto occupato, il generale

finirà per non più pensare a me,

alla mia devozione, ai miei servigi.

DESDEMONA -  Non temete; io qui, dinanzi a Emilia,

mi fo garante che riavrete il posto;

e se prendo un impegno d'amicizia

l'adempio, fino all'ultimo suo articolo.

Al mio signore non darò più tregua:

lo terrò desto fino a farlo cedere;

insisterò a parlargli della cosa

fino a rischiar che perda la pazienza;

Farò che il letto gli sembri una scuola,

e la sua tavola un confessionale.

Mescolerò la supplica di Cassio

ad ogni cosa che si trovi a fare.

Pertanto, Cassio, state di buon animo:

il vostro difensore morirà

prima d'abbandonar la vostra causa.

EMILIA -    Ma eccolo che arriva, il generale.

Entrano OTELLO e JAGO, in distanza.

CASSIO -   Con licenza, signora, m'allontano.

DESDEMONA -  Ma no, restate pure,

e sentite anche voi come gli parlo.

CASSIO -   No signora, mi trovo assai a disagio,

e poi sento che non mi gioverebbe.

DESDEMONA -  Come volete...

(Esce Cassio)

JAGO -       (Vedendo uscire Cassio)

Ah, questo non mi piace!...

OTELLO -  Che cosa?

JAGO -       Nulla, mio signore, nulla...

ammenoché... insomma, non saprei...

OTELLO -  Non era Cassio quello che abbiam visto

or ora accomiatarsi da mia moglie?

JAGO -       Cassio, signore? No, non posso crederlo!

Allontanarsi così, come un ladro,

quasi in colpa, vedendovi arrivare,

un uomo come lui? Non posso crederlo!

JAGO -       Eppure credo fosse proprio lui.

DESDEMONA -  (A Otello)

Oh, mio signore! Giusto poco fa

stavo parlando con un postulante,

uno ch'è in pena per il tuo disdegno.

OTELLO -  Chi intendi?

DESDEMONA -  Ebbene il tuo luogotenente,

Michele Cassio. Mio dolce signore,

se alcuna grazia ho io agli occhi tuoi

o potere al tuo cuore di commuoverti,

riconcìliati subito con lui;

perché se non è vero ch'egli t'ama

in tutta fedeltà e sincerità,

e che ha sbagliato sol per ignoranza

ma certamente non per malvolere,

io non so giudicar d'un volto onesto.

Te ne prego, richiamalo con te.

OTELLO -  Era lui che poc'anzi se ne andava?

DESDEMONA -  Ma sì, caro, e così mortificato,

da lasciar parte di sua pena in me,

sì ch'io soffro con lui.

Richiamalo con te, amore caro.

OTELLO -  Non ora, mia Desdemona.

In un altro momento.

DESDEMONA -  Presto?

OTELLO -  Presto,

al più presto possibile, mia cara.

Per amor tuo.

DESDEMONA -  Domani a pranzo allora?

OTELLO -  No, no, domani pranzo fuori casa:

riunisco i capi della cittadella.

DESDEMONA -  Domani sera, allora...

o martedì mattina... o pomeriggio...

o la sera... o mercoledì mattina...

ma che non sia più tardi di tre giorni.

T'assicuro, in coscienza, ch'è pentito;

e, dopotutto, la sua trasgressione,

se giudicata col comune metro

- sia pure che, come si dice, in guerra

spetti ai migliori dare il buon esempio -

è forse tale da non meritare

più di una grossa strigliata a quattr'occhi.

Quando potrà tornare? Otello, dimmelo.

Io mi vado chiedendo, entro di me,

se c'è qualcosa che potresti chiedermi

e ch'io potessi ricusar di fare,

o sol di far con qualche esitazione.

Ma come! Proprio quel Michele Cassio,

l'uomo che tante volte ti fu accanto

quando mi corteggiavi e tante volte

che a me veniva di parlar di te

prendeva con favore le tue parti!

Che ti debba costar tanta fatica

riabilitarlo? Ah, credimi, mio caro,

io saprei far per te molto di più!(64)

OTELLO -  Basta, ti prego! Torni quando vuole!

Non vo' negarti nulla!

DESDEMONA -  Oh, santo cielo,

non è poi una grazia che ti chiedo!

È niente più che se t'avessi chiesto

che t'infilassi i guanti per il freddo,

o che mangiassi un po' più sostanzioso,

o che facessi, insomma, un qualche cosa

di benefico per la tua salute;

ché quando vorrò chiederti davvero

qualcosa con cui mettere alla prova

l'amor tuo, sarà cosa assai importante,

e di peso, e terribile a concedersi.

OTELLO -  Ed io non ti vorrò negare nulla.

Ma, ti prego, concedimi ora questo:

di lasciarmi per poco con me stesso.

DESDEMONA -  Come potrei negartelo? Va bene.

Arrivederci, signore mio caro.

OTELLO -  Arrivederci, Desdemona cara.

A tra poco.

DESDEMONA -  Su, Emilia, andiamo, andiamo.

(A Otello)

Fa' pure quel che ti senti di fare:

in ogni caso, io t'obbedirò.

(Escono Desdemona e Emilia)

OTELLO -  O squisita creatura!

Che se ne vada pure in perdizione

l'anima mia, ma quanto, quanto l'amo!

E il giorno in cui non dovessi più amarti,

sarà tornato il caos!...

JAGO -       Mio signore...

OTELLO -  Che mi dicevi, Jago?

JAGO -       Quando corteggiavate la signora,

Cassio sapeva del vostro rapporto?

OTELLO -  Sì, dal primo momento, e sempre in seguito.

Ma perché me lo chiedi?

JAGO -       Mah, così...

Inseguivo soltanto un mio pensiero.

Niente di male.

OTELLO -  Che pensiero, Jago?

JAGO -       Che non l'avesse conosciuta prima.

OTELLO -  Oh, sì, certo! E faceva molto spesso

la spola tra noi due.

JAGO -       Ah, veramente?

OTELLO -  Veramente, sì, certo. Che ci vedi?

Forse che Cassio non è un uomo onesto?

JAGO -       Onesto, mio signore?...

OTELLO -  Onesto! Onesto!

JAGO -       Per quello ch'io ne so...

OTELLO -  Perché? Che pensi?

JAGO -       Pensare, mio signore...

OTELLO -  "Pensare, mio signore..." E dài, perdio,

che mi fa l'eco, come avesse in corpo

chi lo sa quale mostro,

troppo orrendo per essere sputato...

Tu hai qualcosa in testa...

Poc'anzi t'ho sentito cincischiare

in mezzo ai denti: "Ah, questo non mi piace..."

nel momento che abbiamo scorto Cassio.

Che cosa ti faceva bofonchiare:

"Non mi piace"? Poi, quando t'ho risposto

ch'egli era nelle mie segrete cose

per tutto il tempo in cui l'ho corteggiata,

t'ho sentito esclamare: "Ah, veramente?",

ed hai contratto e corrugato il viso

come se nascondessi nel cervello

chi sa quale terribile pensiero...

Se m'ami, svelami quel tuo pensiero.

JAGO -       Signore, voi sapete quanto io v'ami.

OTELLO -  Lo so, Jago. Ma proprio perché so

quanto onesto tu sei e affezionato,

e quanto bene pesi le parole

prima di darvi fiato, questi indugi

nel tuo parlare mi fanno paura.

In bocca a un falso e sleale briccone

certe cose son trucchi abituali,

ma in bocca a un uomo schietto come te

sono lontane esplosioni del cuore

che l'emozione non sa controllare.

JAGO -       Quanto a Cassio, mi sento di giurare

di ritenerlo onesto.

OTELLO -  Anch'io lo credo.

JAGO -       L'uomo dovrebbe sempre essere dentro

quel che appare di fuori; e chi non l'è

così potesse non sembrar più uomo!

OTELLO -  Hai ben ragione: gli uomini

dovrebbero esser sempre ciò che sembrano.

JAGO -       Perciò reputo Cassio un uomo onesto.

OTELLO -  Già, ma in quello che dici c'è dell'altro:

ed io ti prego, Jago, di parlarmi,

come a te stesso, con i tuoi pensieri

quando li vai rimuginando dentro

ed esprimi, parlando con te stesso,

i peggiori coi termini peggiori.

JAGO -       Mio buon signore, vogliate scusarmi:

ancor ch'io sia tenuto al mio dovere

di prestarvi la più piena obbedienza,

non mi ritengo tuttavia tenuto

a far cosa da cui perfin gli schiavi

sono esentati... Dirvi i miei pensieri?

Poniamo ch'essi siano bassi e falsi:

qual è il palazzo dove qualche volta

non s'introducono creature turpi?

Qual petto è così puro

che non vi tenga udienza di giustizia

una qualche supposizione immonda

sedendo a fianco a fianco

con le meditazioni più legittime?

OTELLO -  Jago, tu trami ai danni d'un amico

se, sapendo che ha ricevuto un torto,

fai il suo orecchio estraneo ai tuoi pensieri.

JAGO -       No, no, vi supplico... Forse m'inganno

nei miei sospetti; ché, ve lo confesso,

è una peste di questo mio carattere

andar spiando le altrui malefatte;

e non di rado la mia gelosia

mi fa dar corpo a colpe inesistenti.

Che la vostra saggezza tuttavia

non voglia tener conto dei pensieri

d'uno che pensa sempre così male;

né vogliate crearvi alcun tormento

delle mie vaghe e strambe osservazioni.

Non gioverebbe né alla vostra quiete

né al vostro bene, né sarebbe onesto

e dignitoso e saggio da mia parte

farvi conoscere quello che penso.

OTELLO -  Che intendi dire?

JAGO -       Mio caro signore,

il buon nome nell'uomo e nella donna,

è il più prezioso gioiello nell'anima.

Chi mi ruba la borsa, ruba soldi;

è qualche cosa e nulla; erano miei,

ed ora son di chi me li ha rubati,

come furono prima d'altri mille.

Ma chi mi porta via il mio buon nome

mi ruba cosa che, senza arricchirlo,

fa di me veramente un miserabile.

OTELLO -  Perdio, voglio sapere quel che pensi!

JAGO -       Non ci riuscirete,

nemmeno a spremervi in mano il mio cuore;

né io lo voglio, finché è in mia custodia.

OTELLO -  Ah!

JAGO -       Guardatevi bene, mio signore

dal cader preda della gelosia:

è il mostro verde-occhiuto

che si beffa del cibo onde si pasce.(65)

Vive felice l'uomo che, cornuto

e consapevole del suo destino,

più non ama colei che lo tradisce;

ma che istanti d'inferno

deve contar colui che adora, e dubita

e sospetta, e si strugge pur d'amore!

OTELLO -  Oh, miseria!

JAGO -       Chi è povero e contento

del proprio stato è certo ricco assai;

ma quando la ricchezza è illimitata,

è triste e povera come l'inverno,

se chi ce l'ha vive continuamente

nel timore che quella gli finisca.

Buon Dio, preserva dalla gelosia

tutte l'anime della mia tribù!(66)

OTELLO -  Che cos'è che ti fa parlar così?

Credi tu ch'io sarei disposto a vivere

tutta una vita nella gelosia

inseguendo un sospetto dopo l'altro,

come le fasi della luna? No!

Trovarsi a dubitare anche una volta,

è già aver deciso.

Il giorno che terrò occupata l'anima

con illazioni gonfie ed insufflate

come quelle che tu facevi dianzi

considerami pure un imbecille.(67)

Non può certo pensar d'ingelosirmi

chi venga a dirmi che mia moglie è bella,

che ama il cibo e la buona brigata,

che è sciolta nel parlare, e canta e suona,

e balla bene: là dov'è virtù

queste cose son tanto più virtuose;

né trarrò io dai miei deboli meriti

il minimo timore ed il sospetto

di poter essere da lei tradito:

perch'ella aveva occhi per vedere

quando m'ha scelto, eppure ha scelto me...

No, Jago, avanti di covar sospetti,

voglio vedere; e quando ho sospettato,

voglio la prova. E se la prova c'è,

allora non rimane altro che questo:

via d'un sol colpo amore e gelosia!

JAGO -       Ne sono lieto; perché avrò ragione

di dimostrarvi, con più franco spirito,

i miei sensi d'amore e di rispetto;

visto perciò che voi me l'imponete,

sentite bene quello che vi dico.

Non parlo ancor di prove,

però tenete d'occhio vostra moglie:

osservatela quando sta con Cassio,

con occhio né geloso né sicuro...

Non vorrei che la schietta e generosa

vostra natura rimanga ingannata

per la sua stessa generosità.

Guardatevi: gli umori delle donne

del mio paese li conosco bene;

a Venezia esse lasciano spiare

dal cielo i lor capricci e ghiribizzi

che non osan mostrare ai loro mariti;

per esse la miglior moralità

non consiste nel fare qualche cosa,

ma nel farla e saper come nasconderla.

OTELLO -  Dici davvero, Jago?

JAGO -       Sposando voi ha ingannato suo padre;

e quando più pareva che tremasse

e che temesse le vostre sembianze,

tanto più n'era invece innamorata.

OTELLO -  Così è stato, difatti.

JAGO -       Ebbene, allora concludete voi:

una che così giovane com'è

ha saputo sì bene simulare

da chiuder così forte gli occhi al padre(68)

da fargli almanaccare di magia...

Ma faccio male a dirvi queste cose,

e vi domando umilmente perdono:

è il troppo amore che mi fa parlare.

OTELLO -  Anzi, te ne sarò per sempre grato.

JAGO -       M'accorgo tuttavia che v'ho recato

un certo turbamento.

OTELLO -  Niente affatto.

JAGO -       In coscienza, mi par proprio di sì.

Spero vogliate prender quel che ho detto

come dettato solo dall'affetto...

E tuttavia vi vedo un po' sconvolto...

Vi prego, non forzate il mio discorso

fino a portarlo a più lascivi sbocchi,

e non gli attribuite maggior peso

d'un mero sospettare...

OTELLO -  Come vuoi...

JAGO -       Perché se lo faceste, il mio parlare

scadrebbe a sì meschino risultato

cui certo i miei pensieri non miravano.

Cassio è mio degno amico... Ma... signore,

io vi vedo sconvolto...

OTELLO -  No... non tanto...

Io non posso pensare di Desdemona

ch'ella sia men che onesta.

JAGO -       E tale viva e si conservi a lungo!

E voi a lungo in codesta certezza!

OTELLO -  E tuttavia come può la natura

errare da se stessa...

JAGO -       Oh, questo è il punto!

A parlar chiaro con vossignoria:

non curarsi di tutti i bei partiti

che le furono offerti:

tutti giovani del suo stesso clima,

del suo stesso colore e condizione:

affinità cui la natura inclina

come vediamo in ogni cosa... Puah!...

È facile fiutare in tutto questo

un istinto malsano, un qualche cosa

che lascia intendere turpe squilibrio,

pensieri e sentimenti innaturali...

Ma perdonatemi: dicendo questo

non intendevo punto riferirmi

in maniera particolare a lei

se pure mi sia lecito temere

che una come lei da un giorno all'altro

tornando a suo miglior discernimento

possa arrivare a confrontar la vostra

con altre forme del vostro paese,

e forse anche pentirsi.

OTELLO -  Addio! Addio!

Se scoprirai di più, fammi sapere;

e metti sull'avviso anche tua moglie:

che la osservi da presso. Adesso lasciami.

JAGO -       Vado, signore, con licenza vostra.

(Esce)

OTELLO -  Perché mi son sposato?...

Quest'onesto individuo senza dubbio

sa e vede assai più che non riveli.

JAGO -       (Rientrando)

Mio signore, lasciate ch'io vi preghi

di non più investigar su questa cosa:

lasciamo tempo al tempo.

Benché sia opportuno e conveniente

che Cassio sia rimesso al proprio posto

che ricopre con tanta competenza,

nondimeno, se non vi dispiacesse

tenervelo lontano ancor per poco

potreste meglio valutare l'uomo

ed osservare come si comporta;

e notare altresì se vostra moglie

insista sempre per il suo richiamo

con istanze pressanti e appassionate:

da ciò potrete arguire molte cose.

Nel frattempo però considerate

come eccessivi questi miei timori

- perché è così ch'io stesso li considero -

e ritenete lei, ve ne scongiuro,

immune da ogni colpa.

OTELLO -  Non temere,

saprò ben governar la mia condotta.

JAGO -       Bene. Di nuovo, con vostra licenza.

(Esce)

OTELLO -  Costui è onesto fino all'incredibile;

e conosce con spirito sagace,

tutte le facce dell'umano agire.

Se mai venissi ad avere la prova

ch'ella è una selvatica falchetta,(69)

benché le care fibre del mio cuore(70)

siano le sue pastoie,

io con un fischio le darei l'aire

e poi la lascerei volar col vento(71)

a cercarsene altrove la sua preda.

Forse perché son nero

e son sprovvisto dei melliflui doni

del parlare fiorito e infiocchettato

di certi smidollati zerbinotti,

o forse perché già vo declinando

nella valle degli anni (ma non troppo),

io l'ho perduta; io sono ingannato,

e mia unica consolazione

sarà di detestarla, d'ora innanzi...

Il matrimonio... che maledizione!

Che sia possibile chiamare nostre

codeste delicate creature,

e non i loro segreti appetiti!

Vorrei piuttosto diventare un rospo

e viver dei miasmi d'una fogna

che tenere con me per l'uso altrui

un solo spizzo della cosa amata.

Eppure è questa la peste dei grandi:

essere in ciò meno privilegiati

dei piccoli: un destino inevitabile

come la morte; una peste forcuta(72)

che ci viene assegnata dal destino

nell'atto stesso in cui veniamo al mondo.

Ma eccola che viene.

Entrano DESDEMONA e EMILIA

Se costei è infedele,

oh!, allora il cielo si beffa da sé.

Non voglio crederlo!

DESDEMONA -  Otello caro,

la tua cena ed i nobili dell'isola

da te invitati, ti stanno aspettando.

OTELLO -  È vero, sono in colpa.

DESDEMONA -  Perché parli sì fioco, non stai bene?

OTELLO -  Sento un dolore sulla fronte, qui.(73)

DESDEMONA -  È che dormisti poco questa notte.

Passerà. Te la fascio stretta stretta,

e vedrai che fra un'ora starai bene.

(Gli avvolge un fazzoletto alla fronte)

OTELLO -  Questo tuo fazzoletto è troppo piccolo.

(Si toglie il fazzoletto dalla fronte e, nel momento in cui glielo porge, ella lo lascia cadere senza raccoglierlo)

Lascia andare. Su, vieni, t'accompagno.

DESDEMONA -  Mi duole assai che non ti senti bene.

(Escono Otello e Desdemona)

EMILIA -    (Raccogliendo il fazzoletto)

Oh, son proprio contenta

d'aver trovato questo fazzoletto.

È il primo dono ch'ebbe lei dal Moro.

Quel capriccioso del marito mio

m'è stato appresso non so quante volte

per ch'io glielo rubassi;

ma lei tiene sì caro questo dono,

per via che il Moro le raccomandò

di serbarlo per sempre, e da quel tempo

se lo porta con sé, immancabilmente,

e lo bacia, e gli parla addirittura.

Ne faccio ricamare un altro uguale,

e lo do a Jago. Lo sa solo il cielo

che cosa voglia farne; io non so altro

per me che compiacere a un suo capriccio.

Entra JAGO

JAGO -       Ehi là! Che te fai qui tutta sola?

EMILIA -    Non brontolare. Ho qualcosa per te.

JAGO -       Qualcosa, tu, per me?... Ma ce l'ho già.

EMILIA -    Ah, sì? che cosa?

JAGO -       Una moglie svampita.

EMILIA -    Ah, questo è tutto? Che mi darai ora

in cambio di quel certo fazzoletto?

JAGO -       Che fazzoletto? Quale?

EMILIA -    Che fazzoletto! Ma quello che il Moro

ha regalato per primo a Desdemona

e che m'hai sempre chiesto di rubarle.

JAGO -       Gliel'hai rubato?

EMILIA -    Beh, rubato, no;

l'ha lasciato cadere senza accorgersi,

e io, che mi trovavo proprio lì,

l'ho raccolto da terra. Eccolo, guarda.

JAGO -       Brava, ragazza mia; dammelo subito.

EMILIA -    Perché ci tieni tanto, che vuoi farne?

JAGO -       (Strappandole il fazzoletto dalle mani)

Ebbene a te che importa?

EMILIA -    Se non è per un fine buono e lecito

dammelo indietro. Povera signora!

Penso che sarà fuori dalla grazia

quando s'accorgerà d'averlo perso.

JAGO -       Tu fa' mostra di non saperne niente.

So io che cosa farne. E adesso lasciami.

(Esce Emilia)

Farò di perdere questa pezzuola

nell'alloggio di Cassio;

sì ch'egli se lo trovi fra le mani

inconsapevolmente. Pei gelosi

inezie, evanescenti come l'aria,

son potenti conferme

quanto le prove di sacre scritture.

E questa un qualche effetto può produrlo.

Già col veleno che gli ho inoculato,

il Moro va cambiando di colore,

e i maligni pensieri

sono già velenosi per se stessi;

sulle prime s'avverte a mala pena

il lor disgusto; ma subito dopo,

per poco ch'abbiano agito sul sangue,

bruciano come tante solfatare.

Entra OTELLO

Me lo dicevo: eccolo che torna.

Non c'è papavero, non c'è mandragora,

non c'è al mondo pozione soporifera

che siano medicina sufficiente

a ridonarti il sonno, il dolce sonno

che ancora fino a ieri è stato tuo.

OTELLO -  Ah! Ah! Infedele a me?...

JAGO -       Via, generale, basta ora di questo!

OTELLO -  Vattene! Tu m'hai messo alla tortura!

Giuro che è meglio avere digerito

la sicurezza d'esser traditi,

che venirlo a sapere a grado a grado.

JAGO -       Perché? Che c'è di nuovo, mio signore?

OTELLO -  Come potevo mai immaginare

delle furtive sue ore lascive?

Non lo vedevo, non lo immaginavo,

e quindi non soffrivo...

Dormivo bene, la notte seguente:(74)

libero, allegro; sopra le mie labbra

non c'era il segno dei baci di Cassio.

Se uno è derubato, e non s'accorge

della mancanza di quel che gli è tolto,

derubato non è, perché non sa.

JAGO -       Mi duole udirvi dire certe cose.

OTELLO -  Quand'anche tutta la mia soldatesca

fino all'infimo degli zappatori

avesse assaporato il suo bel corpo,

io sarei stato felice con lei

se non ne avessi saputo mai niente.

Ma ora addio per sempre alla mia pace!

Addio, felicità!

Addio, piumate schiere, addio battaglie

dove è virtù guerriera l'ambizione!

Addio destrieri alto-nitrenti! Addio

squillanti diane, incitanti tamburi!

Addio al penetrante suon dei pifferi,

ai regali vessilli, alle sfilate,

e a tutto ciò che è emblema, orgoglio, pompa

della guerriera gloria! Addio a voi,

seminatrici macchine di morte,

che col tuonar delle ruvide gole

eguagliate gli orribili fragori

dell'immortale Olimpio! Addio! Addio!

La giornata di Otello è giunta al fine!

JAGO -       Possibile! Che dite mai, signore?

OTELLO -  Attento a te, furfante: sii sicuro

di possedere la prova provata

che l'amor mio è donna da postribolo.

Siine sicuro: dammene una prova

ch'io possa constatare coi miei occhi;

o ch'io, per l'immortale anima mia,

ti giuro che sarebbe stato meglio

per te nascere cane,

che reggere al ridesto mio furore.

JAGO -       Diamine! Siamo dunque giunti a tanto?

OTELLO -  Fa' in modo ch'io lo veda coi miei occhi;

o dammene comunque una tal prova

la cui dimostrazione non comporti

uncino o anello da appendervi un dubbio;

o, ti ripeto, guai alla tua vita!

JAGO -       Mio nobile signore...

OTELLO -  Se mai fosse

che la tua risultasse una calunnia

per torturarmi, non pregare più,

non avere più scrupoli a far male,

accumula gli orrori uno sull'altro,

compi azioni da far piangere il cielo

e sbalordir la terra,

ché alla tua eterna dannazione

tu non potrai a giungere più nulla

che sia peccato più grave di questo!

JAGO -       Grazia celeste, accorri in mia difesa!

E siete un uomo voi? Avete un'anima?

Un intelletto?... Che Dio sia con voi!

Riprendetevi pure la mia carica.

Miserabile stolido ch'io sono,

che vivo sol per trasformare in colpa

la mia sincerità! Mostruoso mondo!

Annota, o mondo, annòtati anche questo:

ch'esser franchi ed onesti è malsicuro.

Vi ringrazio di questo insegnamento:

non amerò più amici d'ora innanzi,

se amore ed amicizia

possono generar simili ingiurie!

(Fa per andarsene)

OTELLO -  No, rimani. Vo' ritenerti onesto.

JAGO -       Saggio, altro che onesto, vorrei essere,

se l'onestà, come pare, è stoltezza

e perde tutto ciò per cui s'adopera.

OTELLO -  Mondo infame! Sono arrivato al punto

di ritenere mia moglie virtuosa,

e di credere ch'ella non lo sia;

di ritenere te un uomo onesto,

e di credere che tu non lo sia!

Voglio assolutamente qualche prova!

Il suo nome era limpido ai miei occhi

come il volto di Diana; ed ora è sozzo,

fuligginoso come la mia faccia!

Se ci saranno al mondo ancora corde,

o coltelli o veleni, o fuoco, o fiumi

nelle cui acque affogare il respiro,

io non sopporterò quest'ignominia!

Oh, poterne raggiunger la certezza!...

JAGO -       Vi vedo divorato dall'angoscia,

mio signore, e mi pento amaramente

d'avervi messo innanzi questa cosa.

Vorreste averne dunque la certezza?

OTELLO -  Non "la vorrei": la voglio!

JAGO -       C'è, ma come arrivare ad ottenerla?

Vorreste forse trovarvi ad assistere

da spettatore, a bocca spalancata,

alla sua monta?...

OTELLO -  Morte e dannazione!...

JAGO -       Sarebbe, credo, noioso e difficile

portarli a dare un simile spettacolo:

che sian dannati, allora,

se ad occhio mortale, fuor che il loro,

sia mai dato vederli a letto insieme!

E come allora?... Che vi debbo dire?

Dove andarvi a cercare la certezza?

Che possiate sorprenderli sul fatto,

è cosa che non credo sia possibile,

fossero pur lascivi come capre,

focosi come scimmie,

arsi di voglia come lupi in foja

e temerari quanto può ridurli

l'ubriaca incoscienza... Però, dico,

se può una semplice indicazione

suffragata da circostanze valide

che menan diritto alla soglia del vero,

bastare, dico, a darvi la certezza,

ebbene, questo voi potete averlo.

OTELLO -  No, no, tu devi darmi una ragione

che sia vivente, palese, palpabile,

che mi convinca ch'ella m'è infedele!

JAGO -       Non è certo gradevole incombenza;

ma ormai sono così dentro a questo affare,

punto dalla mia sciocca dabbenaggine

oltre che dall'amore che vi porto,

che non mi resta che andar fino in fondo.

M'è occorso ultimamente

di trovarmi a dormire insieme a Cassio;

ero afflitto da un forte mal di denti

e stavo lì, in silenzio, dolorante,

senza mai riuscire a prender sonno.

C'è una specie di uomini

d'animo tanto sciolto e rilassato

che, nel sonno, non fan che farfugliare

e dire i fatti propri. Cassio è uno.

E nel sonno l'udii parlar così:

Desdemona mia dolce, stiamo accorti,

teniamo ben celati i nostri amori!"

E lì mi sentii prendere una mano,

e lui che la torceva e che gridava:

"O dolce creatura!", e mi baciava

quasi me li volesse sradicare

i baci dalle labbra; e la sua gamba

sulla mia coscia, come accavallandola,

mi gridava tra un bacio ed un sospiro:

"Sorte dannata, che t'ha data al Moro!"

OTELLO -  Ah, mostruoso! Mostruoso!

JAGO -       Evvia, ma questo non era che un sogno!

OTELLO -  Che però denotava chiaramente

un fatto vero; se pur già per sé,

un sogno è indizio di depravazione...

JAGO -       ... e può forse dar corpo ad altre prove

che sono di più vaga consistenza.

OTELLO -  La farò a pezzi!

JAGO -       Via, siate più saggio!

Di fatto ancora non s'è visto nulla:

ella potrebbe ancora essere onesta.

Ditemi solo questo:

non v'occorse talvolta di vedere

in mano a vostra moglie un fazzoletto

con sopra ricamate delle fragole?

OTELLO -  Uno così gliel'ho donato io.

È stato il primo mio pegno d'amore.

JAGO -       Io non lo so: ma con quel fazzoletto

- era di vostra moglie, ne son certo -

oggi m'è occorso di vedere Cassio

che s'asciugava i peli della barba.

OTELLO -  Se fosse proprio quello...

JAGO -       Quello o altro,

accertato che appartenesse a lei,

messo insieme con tutti gli altri indizi.

le parla contro.

OTELLO -  ... quarantasei vite

vorrei che avesse, quello scellerato!

Una sola sarebbe troppo poco,

troppo misera per la mia vendetta!

Ora ci vedo chiaro. È tutto vero!

Guarda, Jago: così esalo al cielo

tutto il mio folle amore... Pff! È andato!(75)

Ed al suo posto tu, nera vendetta,

sorgi dal fondo del tuo tetro speco!

E tu, amore, rassegna la corona

e il trono che occupavi nel mio cuore

all'odio più spietato; e tu, mio petto,

gònfiati del tuo carico

perché di lingue d'aspide esso è fatto.

JAGO -       Cercate tuttavia di stare calmo.

OTELLO -  Oh, sangue, sangue, sangue!

JAGO -       Calmo, dico!

Potreste ancora cambiare opinione.

OTELLO -  Mai più, Jago, oramai! Simili al Ponto,

i cui gelidi ed impetuosi flutti

mai non risentono l'alterno flusso

delle maree, ma vanno dritti ai lidi

della Propontide e dell'Ellesponto,

corrono i miei propositi di sangue

né più all' indietro si rivolteranno,

in un riflusso d'umiliato amore,

finché non li abbia tutti trangugiati

un'assoluta, totale vendetta.

Per quel marmoreo cielo

(S'inginocchia)

e con la riverenza innanzi a Dio

che si deve ad un sacro giuramento,

io impegno su ciò la mia parola.

JAGO -       Non vi rialzate ancora.

(S'inginocchia anche lui)

Superne luci che perenni ardete,

celesti sfere che ci circondate,(76)

siate voi testimoni qui che Jago

consacra l'opera della sua mente,

delle sue mani, del suo stesso cuore

al servizio dell'oltraggiato Otello.

Ch'ei mi comandi: sarà l'obbedirgli

ora per me un dovere di coscienza

per qualsivoglia sanguinosa impresa.

(Si rialzano insieme)

OTELLO -  Ed io saluto la tua fedeltà

non già con vane ed importune grazie,

ma con l'accettazione più totale,

e ti metto immediatamente all'opera:

fa' che in capo a tre giorni

io t'oda dir che Cassio più non vive.

JAGO -       Il mio amico è morto; sarà fatto

Ma lei lasciate viva.

OTELLO -  Sia dannata!

Lussuriosa bagascia! Sia dannata!

Ora vieni con me; io mi ritiro

a veder come possa procurarmi

un qualche rapido mezzo di morte

per quel vago demonio. Da qui innanzi,

Jago tu sei il mio luogotenente.

JAGO -       Io son vostro per sempre, mio signore.

(Escono)

SCENA IV

Davanti al castello

Entrano DESDEMONA, EMILIA e il BUFFONE

DESDEMONA -  (Al Buffone)

Sai dirmi tu, messere,

dove dorme il luogotenente Cassio?(77)

BUFFONE -         Non dir ch'ei dorma in qualche luogo.

DESDEMONA -  Perché, brav'uomo?

BUFFONE -         Ma perché è soldato;

e chi dicesse che un soldato dorme,

rischia una pugnalata, mia signora.

DESDEMONA -  Evvia, volevo dire dove alloggia.

BUFFONE -         Dirvi dov'egli alloggia,

è come dirvi dov'è ch'io mentisco.

DESDEMONA -  Si può cavar qualcosa da costui?

BUFFONE -         Il fatto è ch'io non so dov'egli alloggia,

e se me lo inventassi,

dicendovi che alloggia qua o là,

sarebbe un bel mentire per la gola.

DESDEMONA -  Potresti andare a domandarlo in giro,

e fartelo indicare dalla gente.

BUFFONE -         Sarebbe come fare il catechismo

a domanda e risposta con chi incontro.

DESDEMONA -  Insomma, vedi tu di rintracciarlo,

e digli di venir subito qui.

Digli che ho ben disposto il mio signore

in suo favore, ed ho buone speranze.

BUFFONE -         Questo è nell'ambito del senno umano

e quindi mi cimenterò a eseguirlo.

(Esce)

DESDEMONA -  Quel fazzoletto, Emilia...

Dove pensi lo possa aver perduto?

EMILIA -    Non saprei, mia signora.

DESDEMONA -  Ah, credimi, piuttosto la mia borsa

magari piena di monete d'oro,(78)

vorrei aver smarrito...

Se non fosse che il mio nobile Moro

è così schietto d'animo,

e non è fatto della trista pasta

di cui son fatti gli uomini gelosi,

sarebbe sufficiente una tal cosa

a infondergli chi sa quali sospetti.

EMILIA -    Non è geloso, eh?

DESDEMONA -  Geloso lui?

Credo che il sole sotto il quale è nato

abbia asciugato in lui simili umori.

EMILIA -    Ma eccolo che viene.

DESDEMONA -  Ah, questa volta non lo lascio andare

finché non abbia richiamato Cassio.

Entra OTELLO

Come sta il mio signore?

OTELLO -  Ottimamente, dolce mia signora.

(Tra sé)

(Com'è difficile dissimulare!)

(Forte)

E tu Desdemona?

DESDEMONA -  Bene, mio caro.

OTELLO -  (Prendendole una mano)

Dammi un po' questa mano...

È molle questa mano, mia signora...(79)

DESDEMONA -  Non sente ancora gli anni,

né conobbe finora alcun affanno.

OTELLO -  È calda... calda e molle...

Questo è segnale di fecondità,

e di cuor generoso... Questa mano

ha bisogno d'un po' di quarantena,

con digiuni, e preghiere, e penitenze,

e pratiche devote,

perché in essa sta un giovane demonio

trasudato, in continua ribellione...

una mano benigna, concessiva...

DESDEMONA -  Lo puoi dire: perché fu questa mano

a donarti il mio cuore.

OTELLO -  ... e generosa.

Un tempo erano i cuori a dar le mani;

ma nell'araldica del nostro tempo

ci son solo mani, niente cuori.(80)

DESDEMONA -  Su ciò non so davvero che risponderti.

Veniamo invece a quella tua promessa.

OTELLO -  Quale promessa, cara?

DESDEMONA -  Ho mandato qualcuno a dire a Cassio

che venga qui per parlare con te.

OTELLO -  Ho un maligno e penoso raffreddore

che non mi far star bene;

tesoro, prestami il tuo fazzoletto.

DESDEMONA -  (Porgendogli un fazzoletto)

Eccolo, mio signore.

OTELLO -  Quello che ti donai.

DESDEMONA -  Non l'ho con me.

OTELLO -  No?

DESDEMONA -  Mio signore, no, davvero...

OTELLO -  Male!

Quel fazzoletto lo diede a mia madre

una gitana; era un'incantatrice

che leggeva i pensieri della gente.

S'ella l'avesse tenuto con sé

l'avrebbe resa amabile e piacente,

sì da farle tenere soggiogato

totalmente mio padre all'amor suo;

ma se l'avesse perso o dato ad altri,

sarebbe diventata detestabile

agli occhi di mio padre, sì che questi

si sarebbe cercato un altro amore.

Mia madre l'affidò, morendo, a me

dicendomi che quando il mio destino

m'avesse dato d'avere una moglie,

l'avessi a lei donato. E così ho fatto.

Tienilo dunque caro, come gli occhi;

se dovessi smarrirlo o darlo via,

per me sarebbe questa una tal perdita

che null'altro varrebbe a compensare.

DESDEMONA -  Possibile?

OTELLO -  È così. C'è una magìa

nel suo ordito. L'aveva trapunto

in profetica furia una sibilla

che avea contato per duecento giri

il percorso del sole intorno al mondo.(81)

I bachi che n'avean fatto la seta

erano consacrati, e la sua tinta

era fatta d'un liquido balsamico,

dai cuori estratto di mummie di vergini,

ad opra dei maestri di quell'arte.

DESDEMONA -  Oh, Signore! Ma è vero?

OTELLO -  Anzi, verissimo.

E perciò devi averne molta cura.

DESDEMONA -  Avesse allora il cielo fatto sì

ch'io non l'avessi visto mai.

OTELLO -  Perché?

DESDEMONA -  Ma perché parli a scatti, sì eccitato?

OTELLO -  L'hai perduto? Non ce l'hai più? Scomparso?

Parla: non ce l'hai più?

DESDEMONA -  Oh, Dio m'assista!

OTELLO -  Che dici dunque?

DESDEMONA -  Che non è perduto...

ma se pure lo fosse...

OTELLO -  Come, come?!

DESDEMONA -  Volevo dire che non è perduto...

OTELLO -  Va' dunque a prenderlo. Voglio vederlo.

DESDEMONA -  Posso farlo, signore, ma non ora;

ché questo tuo è solo un espediente

per non rispondere alla mia richiesta:

che Cassio sia rimesso al posto suo.

Ti prego...

OTELLO -  Cercami quel fazzoletto!

Non mi far pensar male.

DESDEMONA -  Avanti, su,

non troverai più capaci di lui.

OTELLO -  Il fazzoletto!

DESDEMONA -  Parlami di Cassio,

per favore, sii buono...

OTELLO -  Il fazzoletto!

DESDEMONA -  ... un uomo che per tutta la sua vita

ha fondato la sua buona fortuna

sulla tua amicizia,

e che con te ha diviso tanti rischi...

OTELLO -  Il fazzoletto!

DESDEMONA -  Sei cattivo!

OTELLO -  Via!

(Esce di corsa)

EMILIA -    E questo è l'uomo che non è geloso?...

DESDEMONA -  Così non l'ho mai visto prima d'ora.

Sicuramente c'è in quel fazzoletto

qualche stregoneria...

E l'ho perduto! Che disperazione!

EMILIA -    È proprio vero che a conoscer gli uomini

non basta un anno o due: son tutto stomaco

e noi siamo soltanto loro cibo;

ci si divorano come affamati,

e quando sono sazi, ci rigettano.

Ma ecco Cassio insieme a mio marito.

Entrano CASSIO e JAGO

JAGO -       Non c'è altra via. È lei che deve farlo.

E guarda che fortuna: eccola qua.

Andate ed insistete a supplicarla.

DESDEMONA -  Come va, mio buon Cassio? Quali nuove?

CASSIO -   La mia solita supplica, signora:

fate che per la vostra intercessione

io possa ritornare alla mia vita

e riottener l'affetto di colui

che con tutto lo zelo del mio cuore

profondamente venero ed onoro.

Non posso viver più nell'incertezza.

Se poi la mia mancanza è tanto grave

che a riscattarmi nella sua amicizia

non valgono i trascorsi miei servigi

né i buoni miei propositi avvenire,

ch'io lo sappia, e sarà già gran vantaggio;

mi vestirò di forzata allegria

e andrò a rinchiudermi in altra carriera

all'elemosina della fortuna.

DESDEMONA -  Ahimè, Cassio gentile,

la mia difesa pare pel momento

che non s'intoni alla sua stessa chiave.

Il mio signore non è più lo stesso;

e se fosse mutato nell'aspetto

così come lo vedo nell'umore,

davvero non saprei più riconoscerlo.

Così m'assista ogni angelo del cielo

com'è vero che ho fatto del mio meglio

a dir bene di voi, senz'altro frutto

che mettermi col franco mio parlare,

al centro del bersaglio del suo cruccio.

Tutto quanto potrò, io lo farò:

e sarà più di quanto io possa osare

di fare per me stessa, v'assicuro.

Di più non mi chiedete.

JAGO -       (A Emilia)

Il mio signore è in collera?

EMILIA -    S'è allontanato or ora

ed era in preda assai visibilmente

ad uno strano orgasmo.

JAGO -       In preda all'ira, lui... Come può essere?

L'ho pur visto restare imperturbato

quando il cannone gli mandava all'aria

le schiere e gli soffiava, come il diavolo,

via dalle sue stesse braccia il fratello.

E può essere in collera?

Allora è qualche cosa d'assai grave.

Vado a incontrarlo subito.

Perché s'è in collera, qui son pasticci.

DESDEMONA -  Sì, Jago, andate, andate, ve ne prego.

(Esce Jago)

Qualche bega di Stato da Venezia...

o la scoperta forse qui nell'isola

di qualche intrigo ancor non maturato

gli deve aver intorbidato l'animo,

di natura sì limpido e sereno:

sono i casi in cui l'uomo

è trasportato a sfogar la sua collera

contro coloro che gli stanno sotto,

mentre l'oggetto sono i superiori.

È così: basta che ci dolga un dito

perché questo trasmetta il suo dolore

a tutte l'altre membra che son sane.

Eppoi bisogna pensare che gli uomini

non sono dèi, e non possiamo attenderci

sempre da loro la stessa attenzione

del giorno delle nozze. Perciò, Emilia,

sciaguratissima ch'io sono stata

poc'anzi, a metter sotto accusa in me,

da leale guerriera, quel suo sgarbo;

ora mi rendo chiaramente conto

che avevo subornato il testimone,

e che l'accusa non era fondata.

EMILIA -    Pregate il cielo che, come voi dite,

siano beghe di Stato,

e non invece fisime o capricci

di marito geloso.

DESDEMONA -  Oh, santo cielo!

Io non gli ho dato mai di ciò cagione!

EMILIA -    Già, ma andatelo a dire ad un geloso.(82)

Per i gelosi non c'è una cagione:

son gelosi perché sono gelosi,

e tanto basta là. La gelosia

è un mostro che si genera da sé,

è figlia di se stessa.

DESDEMONA -  Voglia il cielo

tenere ben lontano questo mostro

dall'animo di Otello.

EMILIA -    Amen, signora.

DESDEMONA -  Vado a veder dov'è.

Voi Cassio rimanete qui nei pressi.

Se lo trovo d'umore ben disposto,

gli presento di nuovo il vostro caso,

perorandolo come meglio posso.

CASSIO -   Umili grazie a vostra signoria.

(Escono Desdemona ed Emilia)

Entra BIANCA

BIANCA -  Salute amico Cassio!

CASSIO -   Mia bellissima Bianca, come stai?

Che te ne vai facendo via da casa?

In fede, dolce amore,

stavo proprio venendo a casa tua.

BIANCA -  Ed io, Cassio, venivo al tuo quartiere.

Ah! Starmi assente da una settimana!

Da sette giorni e sette lunghe notti!

Centosettantott'ore! E per chi ama

centoaltrettante volte più tediose

delle ore che conta l'orologio!

O penoso conteggio!

CASSIO -   Buona Bianca.

Perdonami, ma sono stato oppresso

da pensieri di piombo in questo tempo;

salderò questo mio conto d'assenza

con una più costante assiduità...

Bianca mia dolce, senti,

fammi una copia di questo ricamo.

(Le porge il fazzoletto di Desdemona)

BIANCA -  Cassio, e questo da dove t'è venuto?

Questo è il pegno di qualche nuova amica...

Ora capisco la ragione vera

d'una assenza che m'ha fatto languire!

Siamo arrivati a tanto?... Bene, bene!

CASSIO -   Smettila, donna! Butta in faccia al diavolo

- da dove certamente ti provengono -

queste meschine tue supposizioni!

Sospetti, gelosona, che sia questo

qualcosa che mi venga da un'amante

come ricordo? No, Bianca, ti giuro.

BIANCA -  Ebbene, di chi è?

CASSIO -   Non lo so, cara.

Me lo sono trovato nella camera.

Mi piace assai il ricamo che c'è sopra;

e prima che qualcuno lo richieda,

com'è probabile, vorrei copiarlo.

Portalo via con te, fammelo tu,

e pel momento lasciami, ti prego.

BIANCA -  Lasciarti! E perché mai?

CASSIO -   Son qui per aspettare il generale,

e penso non sia il caso, né lo voglio,

farmi trovare qui con una donna.

BIANCA -  E perché mai, se è lecito?

CASSIO -   Non pensare che sia perch'io non t'ami.

BIANCA -  No, penso solo che non mi vuoi bene.

Accompagnami almeno per un tratto,

e dimmi se stasera ti vedrò.

CASSIO -   Solo per poco posso accompagnarti,

perché devo restare qui in attesa.

Ma ci vedremo presto. Ti va bene?

BIANCA -  Eh, per forza! Bisogna ch'io m'adatti!

(Escono)

ATTO QUARTO

SCENA I

Cipro, davanti al castello.

Entrano OTELLO e JAGO

JAGO -       Vorrete crederlo?...

OTELLO -  Crederlo, Jago?

JAGO -       Che! Baciarsi in segreto?

OTELLO -  Bacio illecito.

JAGO -       O starsi nuda a letto con l'amico

un'ora o più, senza male intenzioni?

OTELLO -  Nuda nel letto, Jago, insieme a lui,

senza mali pensieri?(83) È ipocrisia,

ipocrisia al cospetto del diavolo!

Quelli che indulgono a siffatti giochi

possono aver le più caste intenzioni:

è il diavolo a tentar la loro virtù,

mentre son essi che sfidano il cielo.

JAGO -       Se nulla fanno, è peccato veniale.

S'io regalo a mia moglie un fazzoletto...

OTELLO -  Ebbene, allora?

JAGO -       Il fazzoletto è suo,

e può donarlo a chi le pare e piace,

ritengo, non vi pare?

OTELLO -  Anche del suo onore ella è custode;

può darlo in dono quello? Eh? Che dici?

JAGO -       L'onore è un'entità che non si vede;

l'hanno assai spesso quelli che non l'hanno.

Un fazzoletto invece...

OTELLO -  Il fazzoletto!...

Perdio, come vorrei dimenticarlo!

Dicevi?... E invece ce l'ho sempre in mente

come un corbaccio su una casa infetta,

malaugurio per tutti... Il fazzoletto!

L'aveva in mano lui, quel fazzoletto!

JAGO -       Bene, e con questo?

OTELLO -  Bene un accidente!

JAGO -       E che direste allora

se vi dicessi che l'ho visto io stesso

con i miei occhi, mentre vi tradiva,

e che l'ho udito mentre ne parlava?

Perché ce n'è di questi manigoldi

che, dopo aver convinto e soddisfatto,

vuoi per le loro importune insistenze,

vuoi per capriccio della stessa donna,

le voglie d'una qualche civettuola,

non si fanno poi scrupolo di sorta

d'andarlo a raccontare a destra e a manca.

OTELLO -  E ne ha parlato a te?

JAGO -       Sì, mio signore,

ma, state certo, per non più di quanto,

potrà sempre giurar che non è vero.

OTELLO -  E che diceva?

JAGO -       Insomma, ch'egli s'è...

non so che cosa...

OTELLO -  Che cosa, che cosa?

JAGO -       ... giaciuto...

OTELLO -  Insieme a lei?...

JAGO -       Insieme a lei... su lei... come volete.

OTELLO -  Giaciuto insieme con lei! Su di lei!...

Noi diciamo "giacere su di lei"

quando vogliamo infamare una donna.

Giaciuto su di lei!... Ah, vituperio!

Il fazzoletto... Farlo confessare...

confesso e poi impiccato

per la fatica d'aver confessato!...

Anzi prima impiccato e poi confesso...

Son tutto un tremito, solo a pensarci...

No, la natura umana

non può vestirsi di sì nera rabbia,

se non per darci un qualche avvertimento.

A scrollarmi così com'io mi sento

non possono esser solo le parole...

Ah, che schifezza!... Puah!...

Nasi, labbra ed orecchi... È mai possibile?

Confesso... Fazzoletto... Oh, quale inferno!

(Cade a terra in deliquio)

JAGO -       Agisci, mio veleno, agisci ancora!

È così che s'acchiappano i minchioni;

ed è così che molte caste dame

incorrono, innocenti, nell'infamia.

(Chinandosi su Otello)

Oh, mio signore, su!

Su, su, signore, Otello, signor mio!

Entra CASSIO

Oh, Cassio!

CASSIO -   Che succede?

JAGO -       Il mio signore è stato appena còlto

da un attacco d'epilessia, vedete:

il secondo da ieri.

CASSIO -   Vediamo un po'... Freghiamogli le tempie.

JAGO -       No, no, fermatevi, per carità!

È bene che lo stato di letargo

abbia il suo corso, o schiuma dalla bocca

e prorompe in una pazzia selvaggia.

Ecco, si muove, sta tornando in sé.

Allontanatevi solo per poco;

perché com'egli poi sarà partito,

ho da dirvi una cosa assai importante.

(Esce Cassio. Otello rinviene)

Ebbene, come va, mio generale?

Non avete battuto mica il capo?

OTELLO -  Ti fai beffa di me?

JAGO -       Dio me ne guardi!

Solo vorrei che affrontaste da uomo

questa vostra infelice situazione.

OTELLO -  Un uomo con le corna non è uomo,

è una bestia mostruosa.

JAGO -       Quante bestie

ci sono allora in abiti civili e quanti mostri

in città popolose...

OTELLO -  Ha confessato?

JAGO -       Evvia, mio buon signore, siate uomo!

Vi basti solamente di pensare

che ciascun uomo ch'abbia barba al mento

e come voi si sia testé aggiogato,

può far coppia con voi a trar l'aratro.(84)

Ce ne sono a milioni che ogni notte

giacciono in letti immondi,

ch'essi giurano d'essere sicuri

di saper solo a loro riservati.

Il vostro caso è già più fortunato:

perché baciar su insospettato letto

una puttana, e ritenerla casta,

è il più maligno scherzo dell'inferno,

la più cocente beffa del demonio.

No, se sono cornuto, ch'io lo sappia;

se so quello che sono,

so anche tutto quel che sarà lei.

OTELLO -  Oh, questa, certo, è molto saggia cosa.

JAGO -       Statevi un po' in disparte,

e mantenetevi calmo e paziente.

Mentre eravate a terra

sopraffatto dal vostro grande affanno

- una passione che assai mal s'addice

a un uomo come voi - venne qui Cassio.

L'ho allontanato dandogli una scusa

lì per lì di codesta vostra crisi,

ma gli ho detto di ritornar fra poco

perché devo parlargli. Il che ha promesso.(85)

Appostatevi solo per un poco,

ed osservate i lazzi, le risate

e il palese sfacciato motteggiare

che gli trascorrono per tutto il viso:

perché gli faccio raccontar di nuovo

tutta la storia, e dove e come e quando

e quante volte, e quanto tempo fa,

s'è trovato, o dovrà trovarsi ancora

con vostra moglie. Osservate i suoi gesti...

Però, perdio, pazienza! Controllatevi!

O dovrò dir che siete tutto collera

e niente uomo!

OTELLO -  Jago, sta' a sentire:

mi troverai il più cauto degli uomini

nello starmene là buono e paziente,

ma - sta' bene a sentire - il più feroce

anche, e il più sanguinario.

JAGO -       Ottimamente.

Ma ogni cosa a suo tempo.

Adesso nascondetevi e ascoltate.

(Otello si va a nascondere)

A Cassio adesso chiederò di Bianca,

una brava donnetta casalinga

che per comprarsi cibo e vestimenta

fa mercimonio dei suoi desideri

e va pazza per lui;

ché tale è il cancro di cui son vittime:

queste bagasce ne ingannano mille,

per ritrovarsi ingannate da uno.

E Cassio, infatti, parlando di lei,

non può tenersi dallo sghignazzare.

Ma eccolo che torna.

Rientra CASSIO, dal fondo

Otello appena lo vedrà sorridere

si lascerà assalire dalla collera,

perché nella sua cieca gelosia

prenderà tutto per il verso storto:

i suoi sorrisi, le mosse del viso,

l'aria di scanzonata noncuranza...

(A Cassio)

Luogotenente, allora come va?

CASSIO -   Va male, Jago; e direi ancor peggio

a sentirmi chiamar da te così,

con quel titolo, la cui privazione

mi strugge l'anima fino a morire...

JAGO -       Sollecitate a dovere Desdemona

e sarete sicuro di riaverlo.

(Sottovoce)

Se dipendesse da Bianca, si sa,

la cosa andrebbe certo più spedita

CASSIO -   (Ridendo)

Eh, povera figliola, quella là!

OTELLO -  (A parte)

Ecco, guardatelo come ridacchia...

JAGO -       Una femmina tanto innamorata,

francamente non l'ho veduta mai.

CASSIO -   Credo sia cotta, sì, la meschinella!

JAGO -       Cassio, sentite un po'...

OTELLO -  (c.s.)

Ora lo pungola

per farsi raccontare dall'inizio

tutta la tresca... Bene! Avanti, avanti!

JAGO -       ... Lei va dicendo che la sposerete.

Davvero ci pensate?

CASSIO -   (Ridendo forte)

Ah, ah, ah!

OTELLO -  (c.s.) Trionfi, eh, Romano! E che trionfo!(86)

CASSIO -   Io, sposarla? Una femmina a tariffa?

Di grazia, abbi pietà del mio buon senso.

Non farlo tanto marcio... Ah, ah, ah!

OTELLO -  Così, così,... così ride chi vince!

JAGO -       Eppure è voce che la sposerete,

v'assicuro.

CASSIO -   Ti prego, parla serio.

JAGO -       Serio, serio: sarei, se no, uno sciocco.

OTELLO -  (c.s.) M'hai marchiato da becco... bene, bene!

CASSIO -   È quella scimmia che lo dice in giro.

S'è messa in testa che la sposerò,

non già perch'io gliel'abbia mai promesso,

ma perché m'ama e se ne fa illusione.

OTELLO -  (c.s.) Jago mi fa dei cenni. Ora racconta.

CASSIO -   Era qui poco fa. Mi sta alle costole.

L'altro giorno parlavo in riva al mare

con certi Veneziani e tutt'a un tratto

quella sciocchina non mi viene accanto

e mi s'avvinghia al collo? Ecco, così...

OTELLO -  (c.s.) Gridando: "O Cassio caro!"

Proprio questo vuol dire quel suo gesto.

CASSIO -   ... Mi si appende così, s'appoggia languida

al mio petto e singhiozza... Ah! Ah! Ah!...

OTELLO -  (c.s.) Ora gli sta dicendo come ha fatto

per trascinarlo in camera con lei...

Ah, vedo quel tuo naso,

ma non il cane a cui lo getterò!

CASSIO -   Bah, bisognerà proprio che la pianti.

JAGO -       Perbacco, eccola che sta venendo!

Entra BIANCA

CASSIO -   È davvero una puzzola costei;

profumata, però, per la Madonna!

(Forte a Bianca)

Che vuoi da me, che mi stai sempre dietro?

BIANCA -  Così fossero il diavolo e sua madre

a starti alle calcagna! Dimmi un po',

che diamine volevi ti facessi

del fazzoletto che m'hai dato dianzi?

Che bella scema sono stata a prenderlo!

E devo pure copiarne il ricamo?

Ma che bella invenzione

raccontarmi che l'hai trovato in camera

e non sai dire chi ce l'ha lasciato!

Questo è il regalo di qualche smorfiosa!

Ed io dovrei rifartelo tal quale?

Toh, toh, ridallo pure alla giumenta

da cui l'hai ricevuto. Non m'importa,

ma quel ricamo io non te lo copio!

CASSIO -   Evvia, mia dolce Bianca, sii gentile!

OTELLO -  (c.s.) Perdio, dev'essere il mio fazzoletto!

BIANCA -  Se vuoi cenare con me questa sera,

vieni pure. Altrimenti un'altra volta,

a tuo agio.

(S'allontana)

JAGO -       Seguitela, seguitela!

CASSIO -   Per forza, se no, quella, come niente,

mi si mette a strillare per la strada.

JAGO -       Cenerete da lei?

CASSIO -   Penso di sì.

JAGO -       Bene. Può darsi ch'io mi faccia vivo,

pel piacere di fare quattro chiacchiere.

CASSIO -   Anzi, ti prego, vieni. Lo prometti?

JAGO -       Andate, andate. Non dite di più.

(Esce Cassio)

OTELLO -  (Facendosi avanti)

Come devo ammazzarlo, Jago, eh?

JAGO -       Avete visto come sogghignava

a raccontarmi la sua tresca?

OTELLO -  Oh, Jago!

JAGO -       E il fazzoletto, non l'avete visto?

OTELLO -  Ed era il mio?

JAGO -       Il vostro,

ve l'assicuro, per questa mia mano:

e vedere altresì in quale pregio

egli tien quella sciocca farfalletta

di vostra moglie! Lei glielo regala,

e lui lo passa alla sua prostituta!

OTELLO -  Nove anni vorrei mettere ad ucciderlo!

E lei sì cara, tenera, adorabile...

JAGO -       Via, via, cercate di dimenticare.

OTELLO -  Ma sì, ch'ella s'infradici e perisca,

e sia dannata questa notte stessa.

Non merita di vivere di più.

Il mio cuore s'è tramutato in pietra:

se lo percuoto, mi duole la mano...

Ah, non ha il mondo più dolce creatura!

Giacersi accanto ad un imperatore

ella potrebbe, e comandare a lui!

JAGO -       Non è da voi parlar così.

OTELLO -  S'impicchi!

Io dico solo la donna che è:

sì raffinata nell'opra dell'ago,

così meravigliosa nel far musica,

che col suo canto ammansirebbe un orso...

così eletta di mente e così ricca

di fantasia...

JAGO -       Perciò tanto più rea.

OTELLO -  Sì, mille volte tanto più colpevole...

E tuttavia sì mite, sì gentile...

JAGO -       Eh, gentile fin troppo...

OTELLO -  Ah, questo sì...

Epperò che peccato, ah, che peccato,

Jago!

JAGO -       Se vi fa tanta tenerezza,

mio signore, la sua iniquità,

datele pur licenza di far male,

perché contento voi...

OTELLO -  La faccio a pezzi!...

Tradirmi, mettermi le corna!

JAGO -       Ohibò,

che cosa ignobile proprio da lei!

OTELLO -  E col mio ufficiale!

JAGO -       Ancor più ignobile!

OTELLO -  Jago, senti, procurami un veleno.

Sarà per questa notte.

Non vorrò aver nemmeno spiegazioni

con lei, per non restare disarmato

un'altra volta innanzi a quel suo corpo,

a quella sua bellezza... Questa notte!

JAGO -       Però non col veleno, mio signore.

Strangolarla dovete, nel suo letto,

quel letto ch'ella v'ha contaminato.

OTELLO -  Bene, bene: mi piace questo modo

di far giustizia. Bene, molto bene!

JAGO -       Quanto a Cassio, lasciate fare a me:

prima di mezzanotte ne saprete.

OTELLO -  Ottimamente!

(Tromba da dentro)

Cos'è questa tromba?

JAGO -       Qualcosa da Venezia, certamente.

Entrano LODOVICO, DESDEMONA e seguito.

È Lodovico, infatti, che vien qui

sicuramente da parte del doge,

ed è con lui, vedete, vostra moglie.

LODOVICO -       Dio vi protegga, prode generale!

OTELLO -  Con tutto il cuore, salute, signore!

LODOVICO -       Il doge e i senatori di Venezia

vi mandano per me il lor saluto.

(Gli consegna una lettera)

OTELLO -  (Baciando la lettera)

Ed io bacio umilmente

lo strumento del loro piacimento.

(Apre la lettera e legge)

DESDEMONA -  (A Lodovico)

Che nuove da Venezia, zio carissimo?(87)

JAGO -       Son lieto di vedervi, monsignore.

E benvenuto a Cipro.

LODOVICO -       Vi ringrazio.

E come sta il luogotenente Cassio?

JAGO -       Vive, signore.

DESDEMONA -  A dir la verità,

s'è prodotta tra lui e il mio signore

una brutta frattura; ma son certa

che a voi riuscirà di rimpattarla.

OTELLO -  (Senza alzare gli occhi dalla lettera)

Ne sei tanto sicura?

DESDEMONA -  Mio signore...

OTELLO -  (Continuando a leggere)

"Non mancate di farlo, come pure..."

LODOVICO -       (A Desdemona)

Non parlava con te. Stava leggendo.

C'è dunque, mi dicevi, una frattura

fra tuo marito e Cassio?

DESDEMONA -  E che frattura!

Per l'amicizia che nutro per Cassio,

io non so che farei per conciliarli.

OTELLO -  (Sempre senza alzare gli occhi)

Fuoco e zolfo!

DESDEMONA -  Che dici, mio signore?

OTELLO -  Sai quel che dici?

DESDEMONA -  Che! S'è incollerito?

LODOVICO -       L'avrà forse turbato quel messaggio:

credo che lo richiamino a Venezia

e nominino Cassio al posto suo.

DESDEMONA -  Oh, ne sono felice!

OTELLO -  Ma davvero!

DESDEMONA -  Mio signore...

OTELLO -  Felice sono io,

di vederti impazzita!

DESDEMONA -  Oh, dolce Otello!

OTELLO -  Demonio!

(La schiaffeggia)

DESDEMONA -  Questo non lo meritavo!

LODOVICO -       (A Otello)

Signore, s'io a Venezia

giurassi d'aver visto coi miei occhi

una tal cosa, non sarei creduto!

Domandatele scusa! È intollerabile!

Ella piange...

OTELLO -  Demonio, sì, demonio!

Se la terra potesse partorire

fecondata da lacrime di femmina,

ogni goccia sarebbe un coccodrillo.

Fuori dalla mia vista!

DESDEMONA -  Non resterò, se ciò ti deve offendere.

(Fa per andarsene)

LODOVICO -       Una moglie obbediente, generale,

non c'è che dire. Prego, richiamatela.

OTELLO -  (Richiamandola)

Signora...

DESDEMONA -  (Fermandosi e voltandosi)

Mio signore?...

OTELLO -  (A Lodovico)

Non volevate qualcosa da lei?

LODOVICO -       Chi, io, signore?

OTELLO -  Non m'avete chiesto

di richiamarla e farla rivoltare?

Ella sa ben voltarsi e rivoltarsi,

e andare avanti, e voltarsi di nuovo;

e poi sa piangere, signore, piangere,

ed è obbediente, come avete detto,

oltremodo obbediente...

(A Desdemona)

Seguita pure, tu, con le tue lacrime.

(A Lodovico)

Quanto a questo messaggio, signor mio...

(Guardando Desdemona)

Oh, che passione ben dissimulata!...

(A Lodovico)

... che m'ordina di ritornare in patria...

(A Desdemona)

Va' via. Ti manderò a chiamar tra poco.

(A Lodovico)

... obbedisco al comando, mio signore,

e ritorno a Venezia...

(A Desdemona)

Via, t'ho detto!

(Esce Desdemona)

(A Lodovico)

... e Cassio avrà il mio posto...

Vi supplico, signore, fate in modo

che stasera possiam cenare insieme.

E benvenuto a Cipro.

(Tra sé uscendo)

Capre e scimmie!(88)

(Esce)

LODOVICO -       È questo dunque l'uomo, il degno Moro

che i senatori di Venezia unanimi

chiamano in ogni cosa eccellentissimo?

È questa dunque la natura d'uomo

che mai passione alcuna avrebbe scosso?

Questo l'uomo la cui salda virtù

mai avrebbe potuto esser colpita

dalle percosse dell'avversa sorte

e trafitta dal dardo della morte?

JAGO -       Egli è molto mutato, in verità.

LODOVICO -       Ma è sicuro che sia in sentimenti?

Che il suo cervello non sia troppo labile?

JAGO -       Egli è quello che è:

non spetta a me dar fiato ad un giudizio

su ciò che potrebb'essere o non essere,

se poi non è quel che potrebbe essere;

non posso che augurarmi che non sia.

LODOVICO -       Diamine! Alzar le mani sulla moglie!

JAGO -       Certo, non s'è portato molto bene.

E nondimeno vorrei esser certo

che non ne avremo a vedere di peggio.

LODOVICO -       Ma si comporta così d'abitudine,

o è stato quel messaggio da Venezia

che gli può aver intorbidato il sangue

da indurlo a questo sfogo inusitato?

JAGO -       Ahimè, signore, non sarebbe onesto

da parte mia venirvi a raccontare

tutto quello che ho visto ed ascoltato.

Voi stesso avrete modo d'osservarlo,

e allora tutto il suo comportamento

ve lo dirà in maniera sì palese,

ch'io posso risparmiarmi le parole.

Vi basterà seguirne i movimenti

e starlo ad osservare.

LODOVICO -       Son davvero dolente e sconcertato

d'aver preso su lui sì grosso abbaglio.

(Escono)

SCENA II

Cipro, una sala nel castello.

Entrano OTELLO ed EMILIA

OTELLO -  Sicché voi non avete visto nulla?

EMILIA -    Nulla sentito o sospettato, mai.

OTELLO -  Già, ma dovete pure averli visti

insieme Cassio e lei.

EMILIA -    Ah, questo sì,

ma non ci ho visto mai nulla di male.

E notate che ho sempre tutto udito,

ogni parola uscita dai lor fiati.

OTELLO -  Come! Mai sottovoce, a sussurrarsi?

EMILIA -    Mai, signore.

OTELLO -  Mai v'hanno allontanata?

EMILIA -    Mai, signore.

OTELLO -  Magari con la scusa

d'andarle a prendere, che so, il ventaglio,

i guanti, la bautta?...

EMILIA -    Mai, signore.

OTELLO -  Strano.

EMILIA -    Signore, son pronta a scommettere

su lei qualunque cosa, pure l'anima!

Ell'è onesta: e se voi per avventura

la pensaste altrimenti, senza indugio

scacciate via da voi un tal pensiero:

esso v'inganna la ragione e il cuore.

Se mai fosse che qualche sciagurato

v'abbia ficcato in capo certe idee,

che possa il cielo un dì remunerarlo

con la maledizione del serpente!(89)

Perché, dico, se non è onesta lei,

e fida, e casta, non c'è uomo al mondo

che possa dirsi marito felice:

ché la più pura delle loro mogli,

se messa a paragone con la vostra,

è sozza e immonda come la calunnia.

OTELLO -  Andate, ditele che venga qui.

(Esce Emilia)

Questa donna ne parla tanto bene...

Ma sarebbe una stolida mezzana

quella che non parlasse come lei...

Costei è solo una scaltra bagascia,

un camerino d'infami segreti

chiuso a doppia mandata.

Eppoi si fa vedere inginocchiata

in preghiera... L'ho vista con questi occhi.

Rientra EMILIA con DESDEMONA

DESDEMONA -  Che cosa mi comanda il mio signore?

OTELLO -  Vieni qui, tortorella, qui, ti prego.

DESDEMONA -  Che vuoi fare?

OTELLO -  Fammi vedere gli occhi.

Guardami bene in faccia.

DESDEMONA -  Quale orribile ubbia è mai codesta?

OTELLO -  (A Emilia)

Signora, i vostri servigi, per poco:

lasciare soli i due procreatori,

serrare ben la porta,

e stare attenta che nessuno venga,

e se viene, tossire e fare "Ehm, ehm":

il mestier vostro, insomma. Su, alla svelta!

(Esce Emilia)

DESDEMONA -  Te lo chiedo in ginocchio:

che vuol dire codesto tuo linguaggio?

Nel tuo dire non sento le parole,

ma la violenza.

OTELLO -  Ebbene, chi sei tu?

DESDEMONA -  La tua sposa, signore,

la tua sposa leale e veritiera.

OTELLO -  Brava! Giuralo e dànnati!

Se no, con quella tua faccia di cielo

gli stessi diavoli si tratterranno

dall'afferrarti: giura, perciò, giura

d'essere onesta, fedele e sincera,

così sarai doppiamente dannata.

DESDEMONA -  Il cielo che mi vede sa chi sono.

OTELLO -  Il cielo sa che sei falsa e sleale

come l'inferno!

DESDEMONA -  A chi, falsa e sleale?

Con chi, signore? Come puoi dir questo?

OTELLO -  (Piangendo)

Ah, Desdemona, via, vattene via!

DESDEMONA -  Oh, sventurato giorno! Perché piangi?

Son io la causa di queste tue lacrime?

Se pur pensi che sia stato mio padre

a provocare questo tuo richiamo,

non hai ragione d'incolparne me:

se l'hai perduto, l'ho perduto anch'io.

OTELLO -  M'avesse il cielo voluto provare

con ogni specie di tribolazioni,

rovesciandomi sulla nuda testa

ogni sorta di piaghe e d'ignominie;

m'avessero affossato nel bisogno

fino al collo e rinchiuso in una cella

insieme con l'estreme mie speranze,

sarei pur riuscito a ritrovare

in qualche ascoso lembo del mio essere

ancora un filo di rassegnazione;

ma far di me il bersaglio

di contro al quale l'ora dello scherno

appunta il lento e mobile suo dito...(90)

Ed anche questo potrei sopportare

bene, benissimo, senza dolore;

ma proprio là dov'ho ammassato il cuore

come un granaio, su cui debbo vivere

se voglio sopportare ancor la vita;

la dov'è la sorgente

onde il mio fiume deve alimentarsi

o si dissecca, esserne scacciato,

o rimanervi come dentro un pozzo

in cui s'annidino a prolificare

schifosi, immondi rospi... Oh, tu, pazienza,

cherubino delle rosate labbra,

muta qui quell'angelico incarnato

per l'aspetto sinistro dell'inferno!

DESDEMONA -  Io spero che il mio nobile signore

mi stimi onesta.

OTELLO -  Oh, sì, come le mosche

che pullulan d'estate nei macelli,

e nascon dalla stessa lor lordura.(91)

O tu, malerba, dolce, delicata

e che emani un profumo sì sottile

da far dolere i sensi dallo spasimo,

oh, non fossi mai nata!

DESDEMONA -  Ahimè, signore,

qual mai inconsapevole peccato

ho io commesso?

OTELLO -  Questa bella carta,

fu dunque questo vaghissimo libro

fatto per scriverci sopra "puttana"?

Quale promessa! E bene mantenuta,(92)

pubblica meretrice che tu sei!

Dovessi raccontar le tue prodezze

delle mie guance dovrei far due forge

che ridurrebbero il pudore in cenere.

Quale promessa! Il ciel si tura il naso

e la luna richiude le sue palpebre;

perfino il vento, questo gran ruffiano

che va baciando tutto quel che incontra

per tema d'ascoltare resta chiuso

dentro il concavo grembo della terra.(93)

DESDEMONA -  Oh cielo, tu mi offendi ingiustamente!

OTELLO -  Perché non sei tu forse una baldracca?

DESDEMONA -  No, come son cristiana!

Se custodire per il mio signore

questo mio vaso e mantenerlo puro

da turpi ed illegittimi contatti

è non essere quella, io non lo sono.

OTELLO -  Ah?

DESDEMONA -  Per la mia salvezza eterna, no!

OTELLO -  Dici davvero?

DESDEMONA -  Oh, il cielo mi perdoni!

OTELLO -  Quand'è così, ti chiedo anch'io perdono

ad alta voce: t'avevo scambiata

per l'astuta puttana di Venezia

che s'è sposato Otello.

(Chiama forte)

Ehi, voi, madama,

il cui mestiere è l'esatto contrario

di quello di San Pietro, ché custode

voi siete della porta dell'inferno...(94)

Rientra EMILIA

Voi, voi, sì: qui noi due abbiamo fatto.

Questa è la mancia pel vostro disturbo.

Girate ora la chiave, per favore,

e manteneteci bene il segreto.

EMILIA -    Misericordia! Che s'è messo in testa

questo signore?

(A Desdemona)

Come va, signora?

DESDEMONA -  Oh, mezza morta, Emilia, mezza morta!(95)

EMILIA -    Signora mia, che ha il mio signore?

DESDEMONA -  Di che signore parli?

EMILIA -    Il mio, signora.

DESDEMONA -  E chi sarebbe, Emilia, il tuo signore?

EMILIA -    Quello ch'è anche il vostro, mia signora.

DESDEMONA -  Io non ne ho: non domandarmi, Emilia.

Povera me, non posso neanche piangere!

E per risponderti non ho che il pianto.

Emilia, ascolta: mettimi nel letto

stanotte, sii gentile, le lenzuola

delle mie nozze. Te lo raccomando.

Ed ora va' a chiamarmi tuo marito.

EMILIA -    Qui sta cambiando tutto, in fede mia!

(Esce)

DESDEMONA -  È giusto ch'egli mi tratti così,

molto giusto.(96) Che cosa avrò mai fatto.

per meritar da lui questa rampogna?

Rientra EMILIA con JAGO

JAGO -       Desiderato signora? Che c'è?

Che vi succede?

DESDEMONA -  Non riesco a dirlo.

Quelli che insegnano agli scolaretti

usan con loro modi delicati

e danno loro compitini facili:

così anche lui doveva rimbrottarmi,

perch'io sono, di fronte a un suo rimprovero

come una scolaretta.

JAGO -       Che è successo?

EMILIA -    Ahimè, Jago, poc'anzi il mio signore

l'ha così brutalmente maltrattata

chiamandola puttana,

e le ha gettato in faccia un tal disprezzo

e con parole talmente oltraggiose,

che un cuor sincero non può sopportarlo.

DESDEMONA -  Son io, Jago, una di quel nome?

JAGO -       Che nome?

DESDEMONA -  Quello che v'ha detto Emilia

che il mio signore dice ch'io sarei.

EMILIA -    Puttana, l'ha chiamata! Un mendicante

ingollato di vino fino in bocca

non avrebbe adoprato un tal linguaggio

verso la sua donnaccia.

JAGO -       E come mai? Perché l'avrebbe fatto?

DESDEMONA -  Non lo so; ma son sicura di non essere

quella che lui mi dice.

(Piange)

JAGO -       Non piangete,

signora. Ahimè, che maledetto affare!

EMILIA -    Avrebbe dunque costei rinunciato

a tanti nobili partiti, al padre,

al suo paese, alle sue amicizie,

per sentirsi chiamar da lui puttana?

Non è cosa da far piangere, questa?

DESDEMONA -  È la mia triste sorte.

JAGO -       Mal gli colga per questo! Ma, accidenti,

che diamine gli ha preso?

DESDEMONA -  Lo sa il cielo.

EMILIA -    Ch'io muoia sulla forca,

se a macchinar questa infame calunnia

non è stato un volgare farabutto,

qualche tristo intrigante faccendiere,

un'infame canaglia senza scrupoli.

M'impiccassero se non è così.

JAGO -       E dàlli! Dove vuoi che esista un uomo

come quello che dici tu! Impossibile!

DESDEMONA -  E se esistesse, che Dio gli perdoni.

EMILIA -    Perdoni un canchero! Gli rodan l'ossa

i diavoli d'inferno tutti insieme!

Perché dirla puttana?

Con chi farebbe la puttana? Dove?

Come? Quando? In che luogo? In che maniera?

Come diavolo gli è saltato in mente?

Ah, senza dubbio il Moro

è vittima del più maligno inganno

ad opera della peggior canaglia,

di qualche sciagurato manigoldo,

qualche losco figuro... Dio del cielo,

fa' tu di svergognar certi messeri

e da' una frusta ad ogni galantuomo

così che le canaglie sian frustate

ovunque, a nord a sud a est e a ovest,

in lungo e in largo per tutta la terra!

JAGO -       Piano, che non ti sentano di fuori!

EMILIA -    Che Dio li danni! È stato uno di loro,

uno di questi bravi galantuomini

a stravolgere il senno pure a te,(97)

ed a ficcarti in capo quel sospetto

ch'io, tua moglie, trescassi con il Moro.

JAGO -       Va' là, non dir sciocchezze!

DESDEMONA -  O buon Jago, che cosa debbo fare

per conquistar di nuovo il mio signore?

Mio buon amico, andate voi da lui;

perché, per questo cielo che c'illumina,

io non so proprio come l'ho perduto.

Ve lo dico in ginocchio:

se ho mai peccato contro l'amor suo,

col pensiero o con atti veri e propri;

se mai si dilettarono i miei occhi,

i miei orecchi o alcuno dei miei sensi

ad altra forma d'uomo che la sua;

e s'io non l'amo, e sempre l'amerò

con tutta la potenza del mio cuore

anche s'egli di me si liberasse

con il più miserevole divorzio,

mi sia negata la divina grazia!

La crudeltà può fare molte cose;

e la sua può distrugger la mia vita,

ma non potrà macchiare l'amor mio!

"Puttana!", a me: non so nemmeno dirlo

questo nome, e soltanto a pronunciarla

questa brutta parola mi ripugna.

Tutte le vanità di questo mondo

non potrebbero indurmi ad un sol atto

che possa meritarmi quell'epiteto;

JAGO -       Tranquillizzatevi, fatevi animo:

è uno scoppio d'umore passeggero

per questioni di Stato che lo turbano,

e tende a scaricarlo su di voi.

DESDEMONA -  Fosse soltanto questo...

JAGO -       È solo questo, ve lo garantisco.

(Trombe all'interno)

Ecco, le trombe chiamano alla cena:

gli ambasciatori giunti di Venezia

or s'accingono a tavola.

Entrate, e soprattutto non piangete.

Tutto potrà aggiustarsi per il meglio.

(Escono Desdemona ed Emilia)

Entra RODERIGO

Salute, Roderigo!

RODERIGO -       Non mi pare che agisci onestamente

nei miei riguardi.

JAGO -       Perché dici questo?

RODERIGO -       Ogni giorno ti liberi di me

con qualche astuzia; ed anzi, ora m'è chiaro,

allontani da me ogni occasione

che mi lasci anche un filo di speranza.

Ebbene, io non lo sopporto più;

né son disposto a mettere una pietra

su quanto ho sopportato fino ad oggi

stupidamente.

JAGO -       Roderigo, ascoltami...

RODERIGO -       T'ho ascoltato fin troppo. Sono stufo.

Perché tra quel che dici e quel che fai

non c'è assolutamente parentela.

JAGO -       Questa è un'accusa ingiusta.

RODERIGO -       È verità.

Ho sperperato tutto il mio denaro;

la metà dei gioielli che t'ho dato

perché li dessi a Desdemona in dono

avrebbero corrotto anche una monaca.

M'hai detto ch'ella li gradiva molto,

e me li ricambiava con promesse

di confortanti prossimi favori.

Ma fino ad oggi non ho visto niente.

JAGO -       Bene! Avanti! Benissimo!

RODERIGO -       No, Jago, avanti non ci so più andare,

e benissimo, amico, non va proprio!

E ti dichiaro, per questa mia mano,

ch'hai agito con me da gran ribaldo,

che comincio a pensare veramente

d'esser stato giocato!

JAGO -       Ma benissimo!

RODERIGO -       Sì, benissimo un corno, ti ripeto!

Sai che ti dico? Vado da Desdemona:

se mi restituisce i miei gioielli

rinuncerò per sempre a corteggiarla

e le farò personalmente ammenda

di tutte le mie illecite insistenze.

Se no, puoi star sicuro,

che chiederò soddisfazione a te.

JAGO -       Oh, finalmente l'hai sputato! Bravo!

RODERIGO -       E non ho detto né più e né meno

di quel che sono risoluto a fare.

JAGO -       Bene, vedo che in te c'è della stoffa,

e penso proprio che da qui in avanti

dovrò tener di te miglior concetto

di quanto abbia tenuto fino ad oggi.

Qua la mano, mio caro Roderigo:

m'hai fatto una sparata sacrosanta!

E tuttavia ti debbo dichiarare

d'aver gestito in pena lealtà

questa tua cosa.

RODERIGO -       A me non è sembrato.

JAGO -       Posso concederti che le apparenze

sono contro di me, e il tuo sospetto

non è privo di senno e di giudizio;

ma, Roderigo, se davvero in te

hai quel tanto che adesso più che mai

ho ragione di creder che possiedi,

ossia coraggio, grinta e decisione,

stanotte è proprio l'ora di mostrarlo.

Ti dico che se tu domani notte

non ti godrai Desdemona, perdio,

toglimi pure via da questo mondo

a tradimento, o insidiami la vita

con ogni mezzo.

RODERIGO -       Beh, di che si tratta?

È cosa ragionevole e possibile?

JAGO -       Amico, è giunta testé da Venezia

a Cipro una speciale commissione

con l'incarico d'insediare Cassio

nell'ufficio di Otello.

RODERIGO -       Veramente?

Vuol dire allora che Otello e Desdemona

ritornano a Venezia?

JAGO -       C'è di più.

Lui se ne parte per la Mauretania(98)

e si porta con sé la bella moglie;

ammenoché a protrarne la partenza

non intervenga un qualche fatto nuovo;

e a crearlo non c'è niente di meglio

se non che togliere di mezzo Cassio.

RODERIGO -       Che intendi tu per "togliere di mezzo"?

JAGO -       Diamine, è chiaro: rendere impossibile

ch'egli occupi l'incarico di Otello

facendogli saltare le cervella.

RODERIGO -       E vorresti che lo facessi io?

JAGO -       Sì, se ti basta il fegato di fare

quello ch'è tuo vantaggio e tuo diritto.

Egli cena stasera da una donna,

una puttana, e là io lo raggiungo.

Non sa ancora del colpo di fortuna

e dell'onore piovutigli addosso:

se tu t'apposti quando esce di là

- ed io procurerò che questo sia

tra le dodici e l'una di stanotte -

lo potrai sistemare a tuo talento.

Io sarò lì da presso a darti mano,

sì ch'egli incappi in uno di noi due.

Su, non star lì a guardarmi a bocca aperta!

Vieni, ti mostrerò, cammin facendo,

quanto sia necessaria la sua morte,

al punto che ti sentirai tu stesso

in obbligo di compiere l'impresa.

È già tardi per l'ora della cena,

e la notte comincia a consumarsi.

Su mettiamoci all'opera!

RODERIGO -       Prima però voglio udire da te

altre ragioni per questo.

JAGO -       E le udrai.

(Escono)

SCENA III

Altra stanza del castello

Entrano OTELLO, LODOVICO, DESDEMONA, EMILIA e persone del seguito

LODOVICO -       (A Otello, accingendosi a partire)

Signore, non vogliate incomodarvi,

più di tanto, vi prego.

OTELLO -  No, no, vengo.

Far due passi con voi mi farà bene.

LODOVICO -       (A Desdemona)

Signora, buona notte;

umili grazie a vostra signoria.

DESDEMONA -  Siete assai benvenuto, vostro onore.

OTELLO -  (A Lodovico)

Vi va di camminare un po', signore?

Oh... sì... Desdemona...

DESDEMONA -  Sì, mio signore?

OTELLO -  Va pure a letto. Tornerò fra poco.

E metti in libertà la cameriera,

ti raccomando.

DESDEMONA -  Va bene, signore.

(Escono Otello, Lodovico e seguito)

EMILIA -    Come va? M'è sembrato più gentile.

DESDEMONA -  Ha detto che ritornerà fra poco.

M'ha comandato di mettermi a letto,

e di mandarti via.

EMILIA -    Mandarmi via!

DESDEMONA -  Così ha detto. Perciò, mia buona Emilia,

tira fuori la mia veste da notte

e adieu. Cerchiamo di non irritarlo.

EMILIA -    Vorrei che non l'aveste mai incontrato!

DESDEMONA -  Io no; tanto lo loda l'amor mio,

che quelle stesse sue maniere rudi,

i suoi rabbuffi, i suoi sguardi aggrottati

- ti prego aiutami a slacciarmi, qui -

hanno in sé tanta grazia e gentilezza.

EMILIA -    V'ho disteso sul letto le lenzuola

che m'avete indicato.

DESDEMONA -  Oh, fa lo stesso.

Però, buon Dio, che stravaganti idee

ci frullano talvolta nella mente!(99)

S'io dovessi morir prima di te,

avvolgimi, ti prego, Emilia cara,

in un di quei lenzuoli.

EMILIA -    Eh, che discorsi!

DESDEMONA -  Mia madre aveva in casa una fantesca,

Barbara il nome; ell'era innamorata,

ma l'uomo ch'ella amava uscì di senno,

e la lasciò. Sapeva una canzone

del "salice": un'antica melodia

ma che bene esprimeva la sua sorte.

Morì con quel motivo sulle labbra.

Stanotte quell'antica melodia

non vuole abbandonare la mia mente:

devo fare uno sforzo puntiglioso

per non chinar la testa da una parte

e mettermi a cantarla, come Barbara,

meschina... Ma, ti prego, fa' alla svelta.

EMILIA -    Vado a cercarvi la veste da notte?

DESDEMONA -  No, prima slacciami da questo lato...

È un bell'uomo, però, zio Lodovico.

EMILIA -    Bellissimo, direi.

DESDEMONA -  E parla bene.

EMILIA -    So che a Venezia c'è una nobildonna

che andrebbe scalza fino in Palestina

per un tocco del suo labbro inferiore.

DESDEMONA -  (Canta)

"Sedeva sospirando la meschina

"all'ombra d'un gran sicomoro china,

"cantiamo tutti: salice, salice.

"La mano al petto e la testa reclina

"O salice - cantava - o verde salice!"

"L'onda del rivo le scorreva accanto

"accompagnando quel suo triste canto.

"O salice - cantava - o verde salice!"

"E dai suoi occhi lacrime di sale

"cadevano a far fin le pietre frale.

"Salice, salice, o verde salice!"

Presto, Emilia, riponi queste robe.

Affrettati, lui sarà qui fra poco.

(Canta ancora)

"Cantiamo in coro questa nenia blanda,

"un salice sarà la mia ghirlanda.

"dell'amor mio nessun lo dica indegno,

"giusto è per me il suo sdegno..."

No, le parole non son proprio queste...

Senti?... Chi bussa?

EMILIA -    Sarà stato il vento.

DESDEMONA -  (Cantando)

"Chiama pur l'amore mio falso e bugiardo,

"mi rispose beffardo:

"Tu canta salice, salice, salice:

"che s'io d'un altra vagheggio l'amore,

"tu con un altro trascorrerai l'ore".(100)

Va' pure, adesso, Emilia. Buona notte.

Mi pungon gli occhi. Che vuol dire, pianto?

EMILIA -    Non vuol dir nulla.

DESDEMONA -  L'ho sentito dire.

Ahimè gli uomini, gli uomini!

Dimmelo, Emilia: credi tu, in coscienza,

che al mondo veramente ci sian donne

capaci d'ingannare i loro mariti

in così sconcia e volgare maniera?

EMILIA -    Ce ne saranno sì, sicuramente.

DESDEMONA -  Ma tu, per tutto il mondo lo faresti?

EMILIA -    Voi no?

DESDEMONA -  Io no, per la luce del cielo!

EMILIA -    Alla luce del cielo, io nemmeno.

Certe cose si fanno meglio al buio.

DESDEMONA -  Sicché per tutto il mondo lo faresti?

EMILIA -    Il mondo è molto grande

ed è un gran prezzo per un picciol vizio.

DESDEMONA -  No, tu non lo faresti; non lo credo.

EMILIA -    In verità, penso che lo farei;

e poi lo disfarei appena fatto.

Certo non lo farei

per un anello od un taglio di stoffa,

una gonna, un cappello ed altri ninnoli;

ma per l'intero mondo,

chi non farebbe becco suo marito

per farlo diventare un gran monarca?

Ci rischierei davvero il purgatorio.

DESDEMONA -  Ah, ch'io sia maledetta

se mai faccia un tal torto a mio marito,

foss'anche per averne in cambio il mondo!

EMILIA -    Sarà, ma in fondo, da che mondo è mondo

un tale torto è stato sempre fatto;

e se in compenso ne ricevi il mondo,

è un torto fatto nel mondo ch'è tuo

e si farebbe presto a raddrizzarlo.

DESDEMONA -  Una moglie così non credo esista.

EMILIA -    Oh, una dozzina almeno; e tante in più

da riempirlo tutto quanto il mondo

che avevan messo come posta al gioco.

Ma credo che sia colpa dei mariti

se le mogli s'inducon in peccato:

o perché allentino i lor doveri

e vadano a versare in altri grembi

i tesori che sono a noi dovuti,

o che altrimenti si lascino andare

da capricciose e insulse gelosie,

imponendoci mille restrizioni;

o addirittura perché son maneschi,

o perché, solamente per dispetto,

ci riducano i soldi per la spesa.(101)

Ebbene, il fiele l'abbiamo anche noi,

e, se pur possediamo qualche grazia,

sappiamo bene come far vendetta.

E sappiano i mariti

che le mogli han gli stessi loro sensi,

come loro hanno occhi per vedere,

naso per odorare, ed un palato

per distinguere il dolce dall'amaro.

Perché vanno essi in cerca d'altra donna?

È per semplice svago? Posso crederlo.

È qualcosa che nasce dagli affetti?

Sono disposta a credere anche questo.

È la fragilità della natura

a farli errar così? Sarà anche questo.

Ma non abbiamo noi gli stessi impulsi,

lo stesso desiderio di svagarci

la stessa umana lor fragilità?

Che ci trattino come si conviene,

o sappiano, se no, che sono loro

ad insegnarci le lor stesse colpe.

DESDEMONA -  Buona notte. Mi doni il ciel costume

di non mai prendere il male dal male,

ma di saper, con il male, emendarmi.

(Esce Emilia)

ATTO QUINTO

SCENA I

Cipro, una strada. Notte.

Entrano JAGO e RODERIGO

JAGO -       Mettiti qui, dietro a questa sporgenza.

Vieni. Tieniti pronto con la spada

e mettigliela a segno. Presto, presto!

E non aver paura,

io ti sto qui, a contatto di gomito.

Per noi stavolta o la va o la spacca.

Pensa a questo e sii fermo e risoluto.

RODERIGO -       Stammi a mano; potrei sbagliare il colpo.

JAGO -       Son qua. Fatti coraggio e prendi posta.

(Si fa da parte)

RODERIGO -       Non è che questo m'entusiasmi molto...

Ma le ragioni tue son convincenti:

è vero, in fondo non si tratterà

che d'un uomo di meno al mondo. Avanti!

Mia spada, fatti sotto. È bell'è morto!

JAGO -       (A parte)

Ho strofinato questa pustoletta

fin quasi ad irritarla,

e il suo bubbone adesso sta scoppiando.

O che sia lui ad uccidere Cassio,

o che sia Cassio ad uccidere lui,

o ch'essi si sbudellino a vicenda,

per me il vantaggio è certo.

Se Roderigo scamperà la pelle,

mi chiamerà alla restituzione

di tutto, del denaro e dei gioielli

dei quali l'ho truffato simulando

d'averli dati per lui a Desdemona.

Ciò non dev'essere. Se resta Cassio,

egli ha nella sua vita quotidiana

una bellezza che fa brutto me;

senza dire che il Moro

potrebbe sempre riferire a lui

quel che di lui gli ho detto,

allora sarei proprio in gran pericolo.

No, Cassio ha da morire. E morirà.

Eccolo.

RODERIGO -       È lui, ne riconosco il passo.

(Si scaglia contro Cassio)

Vile, sei morto!

CASSIO -   (Sventando abilmente il colpo, che lo tocca solo di striscio)

Questa tua stoccata

m'avrebbe fatto veramente male,

se questa mia casacca

non si fosse mostrata più robusta

di quello che tu l'abbia calcolato.

Adesso voglio provare la tua.

(Sfodera la spada e ferisce Roderigo. Ma Jago s'avventa su di lui alle spalle, lo ferisce a una gamba e scappa)

RODERIGO -       Ohimè, io sono ucciso!

CASSIO -   Oh, io sono azzoppato! Aiuto! Aiuto!

Azzoppato per sempre!... All'assassino!

(Cade)

Entra OTELLO

OTELLO -  È la voce di Cassio... Bravo Jago!

È uomo di parola.

RODERIGO -       Ah, stupido ch'io sono.

OTELLO -  E tale sei.

CASSIO -   Aiuto! Luce! Un medico!

OTELLO -  È proprio lui! O valoroso Jago,

onesto e giusto, che sì nobilmente

hai condiviso il torto del tuo amico!

Tu m'insegni la via... Anima mia

il tuo diletto giace a terra morto

e il tuo dannato destino m'incalza:

vengo, baldracca, vengo!...

Via, per sempre cassato dal mio cuore

il fascino di quelle tue pupille!

Il tuo letto, macchiato di lussuria,

con sangue lussurioso sia macchiato!

(Esce precipitosamente)

Entrano LODOVICO e GRAZIANO

CASSIO -   Ehi, oh, non c'è nessuno qui di guardia?

E nessuno che passa? All'assassino!

GRAZIANO -       (Fermandosi)

Qualche fattaccio... Il grido era straziante.

CASSIO -   Aiuto! Aiuto!

LODOVICO -       Ascolta.

RODERIGO -       Sciagurato!

LODOVICO -       Son due o tre che si sentono gemere.

È buio, e ci può essere un tranello.

Non è prudente accorrere noi soli

a queste grida, senza alcun aiuto.

CASSIO -   Ohi, ohi! Nessuno là viene a soccorrermi?

Devo dunque morire dissanguato?

LODOVICO -       Ascolta.

(Entra Jago con un lume)

Ecco qualcuno con un lume:

ed in camicia, e con dell'armi in mano.

JAGO -       Chi è là? Chi è che grida all'assassino?

LODOVICO -       Non lo sappiamo.

JAGO -       Non udiste un grido?

CASSIO -   Qui, qui! Soccorso, per amor di Dio!

JAGO -       Chi è?

GRAZIANO -       Mi pare l'alfiere di Otello.

LODOVICO -       Proprio lui. Un bravissimo soldato.

JAGO -       Chi sei tu qui, che gridi di dolore?

CASSIO -   Oh, Jago, aiuto! Sono massacrato.

Soccorrimi.

JAGO -       Oddio, luogotenente!

Chi sono quelle luride canaglie

che v'hanno fatto questo?

CASSIO -   Uno di loro

deve ancora trovarsi nei paraggi,

non dev'essere in grado di scappare.

JAGO -       Furfanti traditori!

(A Lodovico e Graziano)

E voi che siete là, date una mano.

RODERIGO -       Qui, qui, da me, venite, aiuto, aiuto!

CASSIO -   Quello è uno di loro.

JAGO -       (Scagliandosi contro Roderigo e pugnalandolo)

Ah, miserabile! Vile assassino!

RODERIGO -       Oh, Jago, maledetto!

Cane inumano!

(Muore)

JAGO -       Uccidere la gente

al buio, col favore della notte!

Dove son questi ladri sanguinari?

Silenzio, eh? Ma che città è mai questa?

All'assassino!

(A Lodovico e Graziano)

E voi, laggiù, chi siete?

Siete gente per bene o mala gente?

LODOVICO -       Giudicate da come ci vedete.

JAGO -       Ah, messer Lodovico, siete voi!

Qui per terra c'è Cassio,

pugnalato da certi malviventi.

GRAZIANO -       Michele Cassio!

JAGO -       (A Cassio)

Come va, fratello?

CASSIO -   La gamba, qui... me l'han tagliata in due.

JAGO -       Santa Vergine! Non lo voglia il cielo!

Signori, luce: con la mia camicia

cercherò di fasciargli la ferita.

Entra BIANCA

BIANCA -  Che è successo? Chi era che gridava?

JAGO -       Chi gridava?

BIANCA -  (Vedendo Cassio a terra)

Oh, Cassio, amore mio!

Mio dolce Cassio! Cassio! Cassio! Cassio!

JAGO -       O notoria baldracca!...

Cassio, potete almeno sospettare

chi possa avervi conciato così?

CASSIO -   No.

GRAZIANO -       Mi spiace trovarvi in questo stato:

ero appunto venuto qui a cercarvi.

JAGO -       Prestatemi un legaccio.(102) Ecco, così,

Oh, datemi una sedia

per meglio trasportarlo via di qui.

BIANCA -  Oh Dio, che sviene! Cassio! Cassio! Cassio!

JAGO -       Per me, signori, questa malafemmina

ha avuto parte in questo ferimento.

Buon Cassio, su, pazienza ancora un po'...

(S'avvicina al corpo di Roderigo)

Avvicinatevi. Fatemi luce.(103)

Questa faccia la conosciamo o no?

Ma è Roderigo! Questi è Roderigo!

GRAZIANO -       Chi, quello di Venezia?

JAGO -       Lui, signore. Che, lo conoscevate?

GRAZIANO -       Lo conoscevo, sì.

JAGO -       (Come se lo riconoscesse)

Oh, Ser Graziano!

Vi domando benevolo perdono

se poc'anzi non v'ho riconosciuto

e v'ho trattato in modo tanto brusco.

GRAZIANO -       Oh, nulla. Sono lieto di vedervi.

JAGO -       Come va, Cassio?... Una sedia, una sedia!

GRAZIANO -       (Guardando Roderigo morto a terra)

Roderigo!

JAGO -       Lui, lui! È proprio lui!

(Viene portata una sedia)

Oh, finalmente; ecco qua una sedia.

Uno di voi di buona volontà

lo porti fuori di qui, ma con cura.

Io corro intanto a cercare il chirurgo

del generale...

(A Bianca)

Quanto a voi, madama,

risparmiatevi pure la fatica.

(A Cassio, indicando Roderigo morto)

Cassio, colui che giace morto qui

era mio grande amico. Qual malanimo

poté esser mai sorto tra voi due?

CASSIO -   Nessuno al mondo, né io lo conosco.

JAGO -       (A Bianca)

Che, impallidite?...

(Agli uomini che trasportano Cassio)

Portatelo via,

l'aria può fargli male.

(Cassio e il corpo di Roderigo son portati via)

(A Lodovico e Graziano)

Restate voi miei nobili signori.

(A Bianca)

Sembrate molto pallida, madama.

(A Lodovico e Graziano, accennando a Bianca)

Vedete lo spavento nei suoi occhi?

(A Bianca)

Eh, se mi fate quegli occhi sbarrati

qui tra non molto ne udremo di più.

Osservatela bene, ve ne prego.

Vedete?... Eh, ma parlerà la colpa,

pur se la lingua rimane impedita.

Entra EMILIA

EMILIA -    Ohimè, che c'è? Che è successo, marito?

JAGO -       Cassio è stato aggredito qui, nel buio,

da Roderigo ed altri che fuggirono.

Lui è là, mezzo morto,

e Roderigo è morto.

EMILIA -    Ahimè, buon Cassio!

Ahimè, mio buon signore!

JAGO -       Questo è il frutto di star sempre alle gonne

delle donnine allegre.

Emilia, per favore, chiedi a Cassio

dove e con chi ha cenato questa notte.(104)

(A Bianca)

Che! Voi tremate a udirlo?

BIANCA -  Non tremo affatto. Ha cenato da me.

JAGO -       Ah, sì? V'incolpo. Venite con me.

EMILIA -    Vergogna a te, vergogna a te, sgualdrina!

BIANCA -  Non sono una sgualdrina. La mia vita

è onesta come voi che m'insultate.(105)

EMILIA -    Come me? Puah! Vergogna!

JAGO -       Andiamo miei cortesi gentiluomini

a vedere che siano medicate

le ferite di quel povero Cassio.

(A Bianca)

In quanto a voi, madama,

cercate di contarci un'altra storia.

Emilia, corri subito al castello

e al mio signore e alla sua signora

racconta quello che è successo qui.

Noi ti veniamo dietro.

(Tra sé)

Questa è la notte in cui la mia fortuna

o si fa o si disfa interamente.

(Escono tutti)

SCENA II

Stanza da letto nel castello

DESDEMONA è a letto addormentata. OTELLO entra con un lume

OTELLO -  È la causa, la causa, anima mia;

ch'io non la nomini a voi, caste stelle!(106)

È la causa. Ma non verserò sangue,

nemmeno sfregerò quella sua pelle

più bianca della neve e levigata

come il bianco alabastro dei sepolcri.

Ma morir deve, o ingannerà altri uomini.

Spegni la luce, e poi spegni la luce.(107)

(Alla lucerna che ha in mano)

S'io spengo te, dispensiera di luce

posso ridarti la fiamma di prima,

se poi mi pento;

(Verso Desdemona)

ma la luce tua,

di te che sei il modello più sagace

della raffinatissima natura,

non so, una volta che sia stata estinta

dove sia mai quel prometeico fuoco(108)

che possa riaccenderla.

Alla tua rosa, quando l'avrò colta,

ridar non potrò più vital rigoglio.

Appassirà. Voglio odorarti ancora

sul tuo stelo.

(La bacia)

O alito balsamico,

tu quasi persuadi la Giustizia

a spezzar la sua spada... Un bacio ancora...

e un altro...

(La bacia ancora e rimane a guardarla)

Sii così quando sei morta,

e io t'uccido, e seguito ad amarti.

Un altro, e questo è l'ultimo:

mai sì fatale fu tanta dolcezza.

(La bacia ancora a lungo)

Io piango, ma son lacrime crudeli,

e celestiale è questo mio dolore:

colpisce proprio là dove più ama.

Ella si sveglia...

DESDEMONA -  (Destandosi)

Ah, sei tu, Otello?

OTELLO -  Sì, sono io, Desdemona.

DESDEMONA -  Non vuoi venire a letto, mio signore?

OTELLO -  Desdemona, dicesti le preghiere

questa sera?

DESDEMONA -  Le dissi, mio signore.

OTELLO -  Se ti sovviene ancor d'alcuna colpa

non conciliata al cielo ed alla grazia

sollecitane subito il perdono.

DESDEMONA -  Ohimè, signore, che volete dire?

OTELLO -  Fallo subito, dico, e che sia breve.

Me ne starò per un poco in disparte.

Non voglio uccidere l'anima tua

impreparata. No, mi guardi il cielo!

Non voglio ucciderla l'anima tua.

DESDEMONA -  Che! Mi parli di uccidere?

OTELLO -  Sì, uccidere.

DESDEMONA -  Oh, il cielo, allora, abbia pietà di me!

OTELLO -  Amen, Desdemona, con tutto il cuore.

DESDEMONA -  Se mi dici così,

non avrai, spero, l'animo di uccidermi.

OTELLO -  Hum!

DESDEMONA -  Ho paura. Tu mi fai paura

quando fai rotear gli occhi in quel modo.

Perché questa paura, non lo so:

perché so che non ho nessuna colpa.

Eppure ho tanta paura. Lo sento.

OTELLO -  Pensa ai peccati tuoi.

DESDEMONA -  I miei peccati

son l'amore per te.

OTELLO -  Per questo muori.

DESDEMONA -  Quella morte che uccide per amare

è cosa innaturale.

Ohimè, perché ti mordi così il labbro?

Sei tutto scosso da un'ira di sangue.

Son brutti segni; ma io spero, spero

che non si volgano contro di me.

OTELLO -  Sta' zitta e ferma.

DESDEMONA -  Sì. Ma che ti prende?

OTELLO -  Quel fazzoletto cui tenevo tanto

e che ti regalai, l'hai dato a Cassio.

DESDEMONA -  No, per la vita e per l'anima mia!

Fallo chiamare e domandalo a lui.

OTELLO -  Anima dolce, non fare spergiuri!

Guardati: sei sul tuo letto di morte.

DESDEMONA -  Sì, ma non proprio ancora per morirci.

OTELLO -  Sì, ora subito; perciò confessa,

confessa apertamente il tuo peccato,

ché se pur tu negassi a giuramento

punto per punto che non l'hai commesso,

non potrai più rimuovere da me

né soffocare in me quella certezza

per cui io gemo. Tu devi morire.

DESDEMONA -  Allora, Dio, abbi pietà di me!

OTELLO -  Amen, io dico.

DESDEMONA -  Ed abbine anche tu.

Io mai t'ho offeso in tutta la mia vita;

io non ho amato mai Michele Cassio

se non di quell'onesto amor del prossimo

che il ciel consente ad ogni essere umano;

né mai gli ho dato alcun pegno d'amore.

OTELLO -  Perdio! L'ho visto io quel fazzoletto

nelle sue mani! Femmina spergiura!

Tu così fai del mio cuore una pietra

e mi costringi a chiamare assassinio

quel che intendevo come un sacrificio.

L'ho visto con questi occhi, il fazzoletto!

DESDEMONA -  Deve averlo trovato in qualche posto:

io non gliel'ho mai dato.

Chiamalo a fatti dir la verità.

OTELLO -  Ha confessato.

DESDEMONA -  Che cosa, signore?

OTELLO -  D'averti usata.

DESDEMONA -  Come! In modo illecito?

OTELLO -  Sì.

DESDEMONA -  Non è vero! Non può dire questo!

OTELLO -  Ora non più, ha la bocca tappata.

Ha provveduto a ciò l'onesto Jago.

DESDEMONA -  Ah, che la mia paura m'apre gli occhi!

Morto?

OTELLO -  Fossero stati i suoi capelli

tante vite, la mia dura vendetta

avrebbe avuto fegato per tutte.

DESDEMONA -  Ah, lui tradito, ahimè, ed io finita!

OTELLO -  Giù, bagascia! Lo piangi in faccia a me?

DESDEMONA -  Ah, mio signore, scacciami da te,

ma non uccidermi!

OTELLO -  Giù, malafemmina!

DESDEMONA -  Uccidimi domani,

lasciami vivere ancora stanotte.

OTELLO -  Che! Vuoi lottare?

DESDEMONA -  Mezz'ora soltanto...

OTELLO -  È deciso. Nessuna dilazione!

DESDEMONA -  Il tempo di una prece...

OTELLO -  È troppo tardi!

(La soffoca)(109)

EMILIA -    (Da dentro)

Mio signore, sentite, mio signore!

Oh, mio signore!

OTELLO -  Che frastuono è questo?

Non è morta?... Non è del tutto morta?...

Son crudele ma ho pur misericordia...

Non vorrei che durasse in questa pena...

Così, così...

(Finisce di soffocarla)

EMILIA -    (Da dentro)

Olà signore, aprite!

OTELLO -  Chi è?

EMILIA -    Mio buon signore, una parola!

OTELLO -  Oh, sì, è Emilia, subito...

(Guarda ancora Desdemona)

Ella è morta...

Probabilmente viene ad annunciarmi

che è morto Cassio. Ha fatto gran rumore...

(Guarda ancora Desdemona)

Eccola, adesso non si muove più...

Calma come una tomba...

(Guardando la porta)

La devo far entrare? Sarà bene?

(Guarda Desdemona)

Mi pare che si muova ancora... No.

Che faccio? Se costei mi vien qui dentro

vorrà certo parlare con mia moglie...

Mia moglie! Quale moglie? Io non ho moglie!

Ah, non resisto! Che momento atroce!

Mi par d'essere come in un eclissi

di sole e luna, immenso, spaventoso,

e che la terra, presa dal terrore,

debba spaccarsi in due, mutando faccia.

EMILIA -    (Da dentro)

Per l'amore di Dio, mio buon signore,

aprite che ho da dirvi una parola.

OTELLO -  Oh, sì, m'ero distratto... Entra, Emilia...

Un momento, son subito da te.

Il tempo di tirare le cortine.

Dove sei?

Apre la porta - Entra EMILIA

Che cos'hai? Che ti succede?

EMILIA -    Signore mio, laggiù, delitti orrendi...

OTELLO -  Che, ora?

EMILIA -    Sì, pur ora, monsignore.

OTELLO -  Dev'essere l'effetto della luna

che traligna: si fa presso alla terra

più del consueto, e fa impazzire gli uomini.

EMILIA -    Cassio, signore, ha ucciso un Veneziano,

un giovane di nome Roderigo.

OTELLO -  Ucciso Roderigo! E ucciso Cassio!

EMILIA -    No, Cassio non è ucciso.

OTELLO -  Non ucciso?

Allora l'assassinio è fuori tono,

e la dolce vendetta si fa amara.

EMILIA -    Oh, che gemito è questo?

OTELLO -  Questo, quale?

(Emilia va verso il letto, Otello la ferma)

EMILIA -    Ah, lasciatemi! Quella era la voce

della padrona mia...

(Riesce a divincolarsi e aprir le cortine)

Aiuto, aiuto!

Dolce signora mia, parlate ancora!

Dolce Desdemona, padrona mia,

parlate ancora!

DESDEMONA -  Muoio... senza colpa..

EMILIA -    Oh, chi mai ha potuto farvi questo?

DESDEMONA -  Nessuno... Io... da sola... Emilia, addio!

Ricordami al cortese mio signore.

Oh, addio!...

(Muore)

OTELLO -  Assassinata! Ma da chi?

EMILIA -    O Dio Signore, chi può mai saperlo?

OTELLO -  L'hai sentito dalla sua stessa voce,

non sono stato io.

EMILIA -    Così ella ha detto,

e se l'ha detto lei, dev'esser vero.

OTELLO -  E invece è falso! E invece è una bugia!

E da bugiarda quale è sempre stata,

ella è andata a bruciarsi nell'inferno.

Sono io che l'ho uccisa.

EMILIA -    Dio Signore!

Tanto più angelo di paradiso lei,

tanto più diavolo d'inferno voi!

OTELLO -  S'era voltata alla prostituzione,

ed era una puttana.

EMILIA -    È una calunnia!

E tu sei un demonio!

OTELLO -  Ell'era falsa,

ed infida, e incostante come l'acqua.(110)

EMILIA -    E tu precipitoso come il fuoco

a dire ch'era falsa ed incostante!

Oh, ch'era pura come il paradiso!

OTELLO -  Cassio se l'è coperta.

Te lo può confermare tuo marito.

Ch'io possa esser dannato

nella più fonda plaga dell'inferno

se mi sono ridotto a questo estremo

senza giusta cagione.

Tuo marito era a parte di ogni cosa.

EMILIA -    Mio marito!

OTELLO -  Sì, proprio tuo marito.

EMILIA -    Ch'era infedele al vincolo nuziale?

OTELLO -  Sì, con Michele Cassio.

Ah, se mi fosse stata ella fedele,

e il cielo avesse creato per me

un altro mondo grande come questo

fatto d'un solo blocco di topazio,(111)

io non avrei scambiato lei per esso!

EMILIA -    (Trasalendo)

Mio marito!

OTELLO -  Fu lui il primo a dirmelo.

È uomo onesto e ha orrore del fango

che sta attaccato ad ogni azione immonda.

EMILIA -    Mio marito...

OTELLO -  E ripetilo! A che serve!

Sì, donna, ti ripeto: tuo marito.

EMILIA -    O mia signora! La furfanteria

con te s'è fatta beffa dell'amore!

(A Otello)

Mio marito t'avrebbe dunque detto

ch'ella t'era infedele?

OTELLO -  Sì, lui, donna!

Te lo ripeto ancora: tuo marito!

O non intendi più questa parola?

Il mio amico tuo marito, sì,

l'onesto Jago.

EMILIA -    Se t'ha detto questo,

possa la perniciosa anima sua

infradiciarsi mezzo grano al giorno!

Egli mentisce, dal fondo del cuore!

No, ch'ell'era fin troppo innamorata

di questo suo luridissimo acquisto!

OTELLO -  Ah!

EMILIA -    Fa' pure il tuo peggio: il male è fatto.

Quest'azione non è degna del cielo

più di quanto lo fossi tu di lei.

OTELLO -  Taci, o peggio per te!

EMILIA -    Tu non puoi farmi nemmeno metà

del male ch'io son pronta a sopportare,

imbecille, balordo, semplicione,

e più ignorante d'una pattumiera!

Hai commesso un'azione...

Ah, la tua spada non mi fa paura!

Farò che tutti sappian quel che hai fatto,

dovessi perderci pur venti vite!

Aiuto! Aiuto! Aiuto! All'assassino!

Il Moro ha ucciso la padrona mia!

Assassino! Assassino!

Entrano MONTANO, GRAZIANO e JAGO

GRAZIANO -       Che è successo?

Che è stato, generale?

EMILIA -    (A Jago)

Ah, tu sei qui?

Ti sei portato veramente bene!

Che gli uomini ti scarichino in testa

tutti i loro assassinii!

GRAZIANO -       Che è successo?

EMILIA -    (A Jago, accennando a Otello)

Se sei uomo, smentisci un tal vigliacco.

Egli afferma che tu gli avresti detto

come e perché sua moglie lo tradisse.

Io so che tu non puoi averlo detto

perché non sei un tale scellerato.

Parla, che ho gonfio il cuore da scoppiare.

JAGO -       Gli dissi solo quello che pensavo:

nulla di più di quanto lui medesimo

poté verificare giusto e vero.

EMILIA -    Ma che sua moglie non gli era fedele

chi è che giel'ha detto, tu?

JAGO -       Io, sì.

EMILIA -    E allora tu gli hai detto una menzogna,

una schifosa, dannata menzogna!

Che lo tradiva con Michele Cassio?

Con Cassio, gli dicesti?

JAGO -       Sì, con Cassio.

Insomma frena quella tua linguaccia!

EMILIA -    Frenare la mia lingua, un accidente!

Son tenuta a parlare, e parlerò.

La mia signora giace nel suo letto

assassinata...

TUTTI -      Ah, il cielo non lo voglia!

EMILIA -    ... e tu sei stato, con le tue calunnie,

ad aizzare Otello all'assassinio.

OTELLO -  Sì, signori, non siate sbalorditi:

è verità.

GRAZIANO -       Un'assurda verità.

MONTANO -       Mostruosa azione!

EMILIA -    Infamia! Infamia! Infamia!

Io più ci penso e ripenso, la fiuto:

oh, la ribalderia!

L'avevo sospettato fin da allora!

M'ucciderà il rimorso. Infamia! Infamia!

JAGO -       E che! Sei pazza? A casa, via! Te l'ordino!

EMILIA -    Signori, gentiluomini,

datemi voi licenza di parlare;

è giusto ch'io gli obbedisca, lo so,

ma non ora; ed a casa, forse, Jago,

io non ci torno, né ora né mai!

OTELLO -  (Gettandosi sul letto, disperato)

Oh! Oh! Oh! Oh!

EMILIA -    Sprofondati e ruggisci!

Hai ucciso la donna più innocente,

la più dolce che alzasse gli occhi al cielo.

OTELLO -  (Sollevandosi)

Oh, era immonda...

(A Graziano)

Anche voi qui, zio?

Quasi non vi riconoscevo più.

Ecco, là giace la nipote vostra

il cui respiro or ora queste mani

hanno troncato. So quanto quest'atto

vi sembrerà terribile e spietato.

GRAZIANO -       Ah, povera Desdemona!

Son contento che tuo padre sia morto:

mortale fu per lui il tuo matrimonio,

e bastò il peso di quel dispiacere

a recider il suo consunto stame;(112)

s'ei fosse vivo e si trovasse qui,

questa vista lo spingerebbe certo

a un gesto disperato,

sì, a respingere il suo angelo buono

dal suo fianco, e cadere in perdizione.(113)

OTELLO -  È pietoso, lo so; ma Jago sa

le mille volte ch'ella ebbe con Cassio

il vergognoso traffico.

È stato Cassio stesso a confessarlo;

ed ella l'amorose sue fatiche

gratificò, donandogli quel pegno,

ch'io stesso avevo prima a lei donato:

un fazzoletto, un antico presente

di mio padre a mia madre,

ch'io riconobbi nelle di lui mani.

EMILIA -    O Dio onnipotente!

JAGO -       Tu sta' zitta!

EMILIA -    No, dirò tutto, tutto! Zitta, io?

Voglio parlare aperto,

come il vento del nord,(114) e cielo e uomini

e diavoli che vengan tutti insieme

a gridarmi "vergogna!". Parlerò.

JAGO -       Sta' buona e torna a casa.

EMILIA -    No, non voglio!

(Jago si scaglia su Emilia e tenta di pugnalarla,

Graziano lo ferma)

GRAZIANO -       Vergogna! Con la spada su una donna!

EMILIA -    Stupido Moro, stupido che sei!

Quel fazzoletto lo trovai per caso

per terra io; lo diedi a mio marito

perché lui stesso mi sollecitò

con più insistenza che mai convenisse

ad una cosa di sì poco conto,

perché lo trafugassi.

JAGO -       Vil bagascia!

EMILIA -    Lei regalare il fazzoletto a Cassio?

Ahimè, no. Sono io che l'ho trovato

e che l'ho dato a lui, a mio marito!

JAGO -       Menti, schifosa!

EMILIA -    No, davanti al cielo!

Io non mento signori, no, non mento!

Che stupido assassino, questo Moro!

Che potea farsi d'un simile grullo

una moglie così buona e leggiadra?

(Il Moro s'avventa su Jago; Montano e gli altri lo disarmano)

OTELLO -  Non ci son pietre in cielo

fuor di quelle che servono pel tuono?

Gran delinquente!

(Jago trafigge Emilia e fugge)

GRAZIANO -       Quella donna cade.

Ha ammazzato sua moglie, di sicuro!

EMILIA -    Sì, sì... Oh, deponetemi sul letto,

accanto alla padrona mia, vi prego...

GRAZIANO -       Egli è fuggito, ma sua moglie è uccisa.

MONTANO -       Costui è un conclamato delinquente!

(A Graziano)

Tenete voi quest'arma

che ho tolto al Moro, e venite di fuori

a guardia della porta dall'esterno.

Se tentasse d'uscire, trattenetelo,

a costo d'ammazzarlo. Io, nel frattempo

inseguo l'altro, vile, scellerato.

(Escono Graziano e Montano)

OTELLO -  E valoroso non son neppur io,

se un qualunque omiciattolo

mi può strappar la spada dalla mano.

Ma deve l'onore sopravvivere

all'onestà? Perché? Sprofondi tutto!

EMILIA -    (Al corpo di Desdemona)

Quale presagio quella tua canzone,

mia signora! M'ascolti? Puoi udirmi?

Voglio morir cantando, come il cigno...

(Canta)

"Salice, salice, salice..."

Ell'era pura, Moro, ella t'amava,

Moro crudele. Possa la mia anima

andare incontro alla beatitudine

come è vero che dico quel che è vero...

E parlando come mi detta dentro

quello ch'io penso, muoio... sì... io muoio.

(Muore)

OTELLO -  (Parlando a Graziano che sta fuori)

Ho un'altra arma con me, qui nella stanza,

una lama di Spagna, temperata

dentro l'acqua gelata di ruscello...

Eccola, zio, io debbo uscir di qui.

GRAZIANO -       (Da fuori)

Se ti ci provi, ti costerà caro.

Sei disarmato e devi stare agli ordini.

OTELLO -  Allora vieni tu dentro a parlarmi,

o, inerme come sono, t'assalisco.

Entra GRAZIANO

GRAZIANO -       Che c'è?

OTELLO -  Guarda, ho qui un'arma: una migliore

mai s'è appoggiata a coscia di soldato.

Ho visto giorni in cui con questo braccio

e con quest'arma mi son fatto un varco

attraverso più forti impedimenti

che venti volte il tuo: "Qui non si passa!";

ma - inutil vanteria! - chi è quell'uomo

che può tenere in pugno il suo destino?

Non io ora. E dunque non temere,

se pur mi vedi con un'arma in mano.

Il mio viaggio è finito; qui è la meta

e l'approdo dell'ultima mia vela.

Che! Indietreggi? È paura male spesa:

premi il petto di Otello con un giunco

e sarà lui che vedrai arretrare.

Dove andrà ora Otello?...

(S'avvicina al letto)

Ed ora tu, come sei, come appari,

fanciulla nata sotto ingrata stella?

Pallida e bella, come la tua veste!

Quando sarà che, alla resa dei conti,

noi due c'incontreremo, quel tuo sguardo

scaglierà giù dal cielo la mia anima

e saran pronti i diavoli a ghermirla!

Come sei fredda, mia fanciulla, fredda

come la castità della tua vita!

O dannato, dannato farabutto!

Cacciatemi a frustate, voi, demoni,

via da questo spettacolo celeste!

Scagliatemi in balia di tutti i venti!

Arrosolatemi dentro lo zolfo!

Lavatemi in precipitosi abissi

di fuoco liquefatto!... O mia Desdemona!

Desdemona... sei morta... morta... Oh!

(Si getta disperato sul corpo di Desdemona)

Entrano LODOVICO e MONTANO con CASSIO trasportato a braccia su una sedia e Ufficiali con JAGO in catene.

LODOVICO -       Dov'è dunque quest'uomo

così impetuoso e così sfortunato?

OTELLO -  È qui colui ch'è stato Otello: eccolo.

LODOVICO -       E dov'è quella vipera?

Sia tratto innanzi a noi, il manigoldo.

OTELLO -  Mi viene di guardare giù ai suoi piedi...

Ma quella è solo favola...(115)

Se sei demonio, non ti posso uccidere.

(S'avventa su Jago e lo ferisce)

LODOVICO -       Toglietegli di mano quella spada!

JAGO -       Sono ferito a sangue, non ucciso.

OTELLO -  Meglio così. Io voglio che tu viva.

Felicità è morire, a mio sentire.

LODOVICO -       Otello, tu che un tempo eri tal uomo

d'onore e di giudizio,

come hai potuto cader nel tranello

d'un dannato ribaldo come questo?

Che si dirà di te?

OTELLO -  Qualunque cosa:

"onorato assassino", se volete,

ché nulla ho fatto per odio malvagio,

ma tutto quel che ho fatto è per amore.

LODOVICO -       Questo malnato ha confessato in parte

le sue ribalderie: foste d'accordo

per uccidere Cassio?

OTELLO -  Sì, d'accordo.

CASSIO -   Non ve ne detti mai alcun motivo,

mio generale.

OTELLO -  È vero. Ora lo credo.

E te ne chiedo umilmente perdono.

Domandate, di grazia a quel demonio

perché m'ha sì invischiato, anima e corpo.

JAGO -       Perdete il fiato a farmi altre domande.

Quel che sapete, sapete; ed è chiuso.

D'ora innanzi non profferirò verbo.

LODOVICO -       Manco per le tue ultime preghiere?

GRAZIANO -       Penserà la tortura, non temere,

a farti aprir le labbra.

OTELLO -  Taci, è meglio.

LODOVICO -       (A Otello)

Signore, voi dovete ancor sapere

molte cose di quanto è qui accaduto,

e che ancora, ritengo, non sapete.

Ecco questa è una lettera

trovata in tasca a Roderigo ucciso,

e questa è un'altra: dall'una di esse

emerge che spettava a Roderigo

di dare morte a Cassio.

OTELLO -  (A Jago)

Farabutto!

CASSIO -   Vigliacco e barbaro fior di furfante!

LODOVICO -       Quest'altra è una sequela di rimproveri

trovata pure in tasca a Roderigo,

e che costui, a quanto si capisce,

intendeva mandare all'indirizzo

di questa stramaledetta canaglia;

se non fosse che proprio in quel momento

dev'esser sopraggiunto proprio Jago

che ha potuto comunque tacitarlo.

OTELLO -  Oh, la perniciosissima canaglia!

E com'è stato, Cassio,

che tu ti sia trovato tra le mani

quel fazzoletto ch'era di mia moglie?

CASSIO -   Me lo trovai nella stanza da letto;

e poc'anzi egli stesso ha confessato

che fu lui a lasciarvelo cadere

per perseguire un certo suo disegno.

OTELLO -  Oh, idiota, idiota, idiota che son stato!

CASSIO -   In quella lettera di Roderigo,

si legge inoltre ch'ei rimbrotta Jago

perché l'aveva indotto a provocarmi

mentre facevo il mio turno di guardia,

donde seguì la mia destituzione.

E ancor poco dianzi, Roderigo

che tutti avevano creduto morto,

ha parlato dicendo che fu Jago

a ferirlo, e fu Jago ad aizzarlo.

LODOVICO -       (A Otello)

Dovete uscire e venire con noi.

Vi sono tolti il grado ed il comando.

Il governo di Cipro passa a Cassio.

Quanto a questo vilissimo ribaldo,

se v'è qualche tortura raffinata

che gli procuri il massimo tormento

senza ucciderlo, che gli venga inflitta.

Voi resterete chiuso in prigionia

fino a quando lo Stato veneziano

non sia portato a piena conoscenza

della natura della vostra colpa.

(Agli ufficiali)

Che sia portato via.

OTELLO -  (Agli ufficiali che lo voglio afferrare)

Adagio voi.

(A Lodovico e seguito)

Una parola a voi, prima che andiate.

Ho reso qualche servizio allo Stato,

e là lo sanno. Di questo non più.

Quando riferirete questi fatti

tristi e grami, nei vostri resoconti,

di me parlate così come sono:

voglio dire, nessuna attenuante,

ma nessun malizioso apprezzamento.

Parlerete di me come d'un uomo

che troppo amò, con non troppa saggezza;

d'uno che, non incline a gelosia,

istigato, si fece trasportare

all'estrema delle dissennatezze;

d'uno che, simile a quel vile indiano,(116)

gettò via una perla

la più preziosa della sua tribù;

d'uno i cui occhi bassi e ravviliti,

benché non usi all'intenerimento,

piovon copiose lacrime

come stillano gli alberi d'Arabia

la lor gomma balsamica. Scrivetelo.

E raccontate pure che in Aleppo

un giorno, mentre un turco inturbantato

picchiava con violenza un Veneziano,

fui io ad afferrare per la gola

quel cane circonciso, ed a trafiggerlo.

Ecco, così...

(Si trafigge)

LODOVICO -       Oh, sanguinoso epilogo!

GRAZIANO -       Tutto sciupato quanto detto prima!

OTELLO -  (Avvicinandosi al corpo di Desdemona)

Prima d'ucciderti, io t'ho baciata.

Non mi restava altro modo che questo:

uccidermi morendo in un tuo bacio.

(Cade sul letto e muore)

CASSIO -   Lo temevo, perch'era di gran cuore;

ma pensavo che non avesse un'arma.

LODOVICO -       (A Jago)

Cane spartano,(117) più feroce ancora

della fame, del mare, dell'angoscia!

Guarda il tragico carico

che giace ora disteso su quel letto:

è tutto opera tua!

Questa vista avvelena, nascondiamola.

(Tira le cortine del baldacchino)

Graziano, a voi di custodir la casa

e impossessarvi dei beni del Moro,

perché vi spettano per successione.

(A Cassio)

A voi, governatore,

di processar questo infernal ribaldo,

tempo, luogo, tortura a vostra scelta.

Ma s'adoperi il massimo rigore!

Io vado ad imbarcarmi per Venezia:

riferirò, col cuore esacerbato,

questa triste vicenda alla Repubblica.

FINE

(1) Roderigo rimprovera a Jago di non averlo informato del fatto che Desdemona, di cui è innamorato, nel momento in cui parlano si trova a segreto colloquio con Otello. Jago conosce il luogo dell'appuntamento. È già lo sbozzo, fin dalle prime battute, dei due personaggi: Roderigo, il giovane benestante, grullo e credulone; Jago, lo scaltro maligno suo parassita, cosa di cui si vanterà lui stesso alla fine dell'atto: "Così io faccio di questo fantoccio / ancora e sempre la mia cassaforte".

(2) "S' blood!": esclamativo per contrazione di "By God's Blood", "Per il sangue di Dio!" (v. anche "Amleto", II, 2, 355).

(3) "Non suits (he) my mediators": "to nonsuit" è verbo del linguaggio giudiziario che vale "archiviare, non dar seguito ad un processo, quando siano ritenuti infondati i capi d'accusa": il nostro "non luogo a procedere".

(4) "I have already chosen my officer": "officer" sta qui per "ufficiale immediatamente inferiore a comandante in capo", alias "luogotenente".

(5) "A great mathematician": "great" è detto in senso ironico; più sotto lo chiamerà "libro mastro" ("debitor and creditor"), e "conta-gettoni" ("counter-counter"), in senso spregiativo, come uno che per fare i conti usa i gettoni. Cassio è l'uomo che gli ha soffiato il posto, e lo stesso nome di "Cassio" permette a Jago/Shakespeare di giocare sulla sua assonanza con "cash", forma contratta di "cashier", "cassiere". Naturalmente, Jago mentisce su Cassio, sapendo di mentire: Cassio è giovane, ma non più giovane di lui, e Otello non è l'uomo che avrebbe scelto a suo luogotenente un giovane, se non per buoni motivi; né la Repubblica di Venezia avrebbe nominato Cassio governatore di Cipro, alla fine del dramma.

(6) "A fellow almost damned in a fair wife": è una delle frasi che hanno solleticato la pedanteria dei critici: quali ritenendo il testo corrotto e leggendo "phyz" in luogo di "wife" ("per correr dietro ad una bella vita": ma Jago ha già in mente qual è l'altrui moglie cui Cassio corre dietro); quali leggendo "banned" per "damned" ("uno che ha pubblicato il bando di matrimonio con una bella moglie").

(7) "Wherein the toged consuls can propose": "consuls" non sono i "consoli" (come ha inteso gran parte dei traduttori) che a Venezia non c'erano, ma i consiglieri del Doge, vale a dire i membri del Consiglio della Serenissima.

(8) "I... must be de-leeded and calmed": sono termini del linguaggio marinaresco. "To belee" è "disporre la vela sottovento", cioè in direzione opposta a quella in cui spira il vento: una metafora con la quale Jago vuole intendere ch'egli, come una nave sottovento, non può veleggiare a suo agio, sicché è tenuto fermo, "in bonaccia", al posto di alfiere.

(9) "In good time": espressione ironica e d'impazienza, analoga alla francese "à la bonne heure", che, detta in tono ironico, è uguale a dire "Voilà qui est bien!".

(10) "His Moorship's ensign": "l'alfiere di Sua Negreria". Otello è negro. Sul colore della pelle di Otello vale la pena di ricordare - a puro titolo di curiosità - la polemica se si trattasse di "nero" ("black") o di "marrone" ("brown"). I termini della polemica sono così presentati da A. C. Bradley nel suo saggio "Shakespearian Tragedy", McMillan, London, 1957, pag. 163-164: "L'orrore della maggior parte dei critici americani (con la brillante eccezione del Furness) all'idea di un Otello nero è assai divertente, e i loro argomenti altamente istruttivi. Ma essi furono anticipati, mi dispiace dirlo, dal Coleridge (S. T. Coleridge, 1772-1834, il maggior critico shakespeariano inglese dopo Nicholas Rowe, n.d.t.), e noi lo ascolteremo. "Non c'è dubbio che Desdemona vide nella sua mente la faccia di Otello; tuttavia, secondo la nostra natura, e sicuramente come un pubblico inglese era disposto a sentire all'inizio del XVII secolo, avrebbe avuto qualcosa di mostruoso il pensare che una bella fanciulla veneziana si innamori di un autentico negro; avrebbe fatto pensare ad una sproporzione, ad una mancanza di equilibrio, in Desdemona, che Shakespeare non sembra, alla fine, aver contemplato". Ma, soggiunge il Bradley, per Shakespeare Otello è nero, egli è chiamato "Il Moro" ("The Moor"), né più e né meno come l'Aronne del "Tito Andronico".

(11) "... knee-crooking", cioè col ginocchio sempre pronto a piegarsi, in segno di ossequio, come un uncino.

(12) "... were I the Moor, I would not be Jago": il senso di questa frase è stato così reso - correttamente, credo - da Arrigo Boito nel suo libretto dell'"Otello" per Giuseppe Verdi: "S'io fossi il Moro / non vorrei vedermi / dattorno uno Jago".

(13) "I am not what I am": guizzo tragicamente geniale di reminiscenza biblica: Dio nel libro dell'"Esodo", 3, 14, dice di sé: "I am that I am". Jago è per Shakespeare l'opposto di Dio, quasi il demonio incarnato. È il principe dei suoi personaggi malvagi, il più alto, per l'intensità e la sottigliezza d'immaginazione ch'egli ha messo a prova nel concepirlo, e perché - come osserva Bradley, op. cit. - è la illustrazione vivente di due aspetti della malvagità che più devono aver impressionato Shakespeare: la perfetta combinazione di asocialità e di egoismo in essere umano, e il fatto che questi possano albergare in un individuo di eccezionale forza di volontà e d'intelletto. "In nessun altro luogo il male è stato ritratto con tanta maestria, come nel personaggio di Jago" (pag. 169).

(14) "What a full fortune does the thicklips owe": "Quale piena fortuna deve toccare al labbragrosse" ("thicklips"): una caratteristica somatica della razza negra sono le labbra molto pronunciate.

(15) In italiano nel testo.

(16) "Zounds": esclamativo contratto da "By God wounds", "Per le ferite di Dio!".

(17) Brabanzio, che Shakespeare chiama impropriamente "senatore", è membro del Consiglio della Repubblica veneta. È un "magnifico", come verrà chiamato più sotto.

(18) "However this may gall him with some check", letteralm.: "Per quanto questa faccenda possa procurargli qualche biasimo irritante".

(19) Otello è capitano di ventura, e la Repubblica di Venezia usava affidare il comando delle proprie forze armate in azioni di guerra da uno che non fosse veneziano, per precauzione contro possibili ambizioni personali che avessero potuto indurlo a volgere le armi contro il proprio Stato. Jago sa che Venezia si accinge a guerreggiare contro i Turchi.

(20) Il luogo è forse, secondo alcuni, l'Arsenale, una locanda; ma s'è scoperto che con questo nome "Sagittario" non ve n'erano. È, verosimilmente, un nome inventato da Shakespeare, come il "Pegaso" della "Bisbetica addomesticata" e l'"Elefante" della "Dodicesima notte".

(21) Si capisce cha parlano di Cassio. Jago ha già cominciato a parlarne male con Roderigo, ora lo fa con Otello. Sono altre maglie della tessitura della trama.

(22) "By Janus!": esclamazione che sembra creata apposta per la bocca di Jago. Janus (Giano) è il dio romano dalle due facce. Jago ha detto poc'anzi a Roderigo: "Io non son quel che sembro": è la stessa affermazione di Solario, nel "Mercante di Venezia", I, 1, 50, sulla duplicità degli uomini.

(23) Otello è chiamato indifferentemente "generale" e "capitano": sono titoli equipollenti nel linguaggio shakespeariano.

(24) "I will but spend a word here in the house": si capisce che "in the house", cioè nella locanda del "Sagittario", deve trovarsi Desdemona, dalla quale Otello vuol prendere congedo.

(25) L'esercizio della magia e delle scienze esoteriche in genere era vietato in Inghilterra, come in tutta Europa, alla fine del XVI sec.

(26) La metafora del teatro è frequente in Shakespeare.

(27) "Bond-slaves, and pagans, shall our statesmen be": "bondslaves" erano detto gli schiavi delle coste orientali dell'Adriatico soggette a Venezia, e che erano adibiti in catene ("bonds") a remare nelle galee della Serenissima; "pagans" è un riferimento spregiativo agli Ottomani, eterni nemici di Venezia. Senso: se passiamo sopra a certe azioni, Venezia finirà per esser governata da schiavoni e Turchi.

(28) Probabilmente il nome di battesimo del "signor Montano", governatore di Cipro, da parte del quale verrà anche il secondo marinaio.

(29) Chi sia questo Marco Lucchese e che cosa voglia da lui il Doge, non si sa. Non è un personaggio storico, né se ne sentirà parlare più nel dramma. Una delle fonti da cui Shakespeare ha tratto la trama, la raccolta di novelle "Gli Ecatommiti" del ferrarese Giambattista Giraldi Cinzio, 1504-1574, ha un "Marcus Luccicus", che potrebbe essere, secondo alcuni, il nome greco di un soldato cipriota al quale il Doge voglia domandare informazioni sull'isola. La lezione "Lucchese" è del Campbell ed è accolta dall'Alexander; altri hanno "Marco Luccico".

(30) Testo: "The very head and front of my offendig / Had this extent, no more": "La testa stessa e la fronte del mio delitto ha questa estensione, e non più"; Otello usa un linguaggio guerresco, raffigura l'azione di cui lo accusa Brabanzio ad una offensiva da parte di un esercito, lui stesso, che ha un inizio e una linea di fronte.

(31) "... Yet she wished / That haven had made her such a man": frase diversamente intesa, a seconda che si prenda "her" per un dativo ("... che avesse fatto per lei un tal uomo"), o per un accusativo, che è la nostra lettura.

(32) "My thrice-driven bed": "il mio tre volte spiumacciato (quindi più comodo e morbido) letto".

(33) "... My heart's subdued / Even to the very quality of my lord...": letteralm.: "... il mio cuore si è sottomesso anche alla stessa professione del mio signore".

(34) "... not to comply with heat, the young affects / In my defunct and proper satisfaction": il passo è controverso. Il traduttore non ha ritenuto di seguire qui la lezione dell'Alexander che ha "... with heat - the young affects in me defunct - ", dove "the young affects in me defunct", apposizione di "heat", "calore (del sangue)" dovrebbesi leggere "i giovani slanci in me defunti": il che è almeno peregrino in bocca ad un Otello che non ha ancora consumato le nozze.

(35) "... for the love of a guinea-hen": "guinea-hen" è la "gallina faraona"; ma si diceva, anche, in senso spregiativo, della donna di malaffare.

(36) "... as luscious as locusts": le carrube sono il mangiare dei cavalli. Jago pensa a Otello come a uno stallone.

(37) "If sanctimony...": Jago non crede alla verecondia di Desdemona, né alla sua fedeltà al nodo coniugale con Otello. "Santimonia" è falsa ostentazione di castità e pudore verginale.

(38) Qui Jago parla di sé: sa di non essere onesto che all'apparenza; e l'aggettivo "onesto" accompagnerà il suo nome ben quindici volte nel dramma.

(39) Nel testo la frase è interrogativa diretta: "What ribs of oak, when mountains melt on them, / Can hold the mortise?". È un'altra espressione del gergo marinaresco: le costole ("brigs") sono gli elementi di legno di quercia ("oak") e ferro che costituiscono l'ossatura dello scafo; la "tacca" ("mortise") è l'incavo del trave di chiglia nel quale essi sono inseriti a formare la carena e le fiancate.

(40) "A Veronesa": è la lezione generalmente accolta (in luogo del "Veronese" dell'in-folio), ed è il nome che i Veneziani davano ad una nave armata da Verona, che faceva parte della Repubblica Veneta. Era uso chiamare le navi col nome della città che le armava (così nel "Mercante di Venezia", I, 1, 9 sono dette "Ragusine" ("Argosies") le navi armate da Ragusa, in Dalmazia, città anch'essa soggetta a Venezia.

(41) "Thanks, you the valiant of this worthy island": molti leggono "warlike" in luogo di "worthy": ci è venuto bene di accogliere entrambe le letture.

(42) Più che a se stessa, Desdemona dice queste parole al pubblico, quasi a giustificarsi in anticipo delle frivolezze del suo colloquio con Jago, che seguirà, in contrasto con la sua preoccupazione per Otello ancora in mare.

(43) "If she be fair and wise": l'inglese gioca sul doppio significato di "fair", che vale "bella", ma anche "bionda" (in opposto a "bruna"); e quest'ultimo senso giustifica la domanda di Desdemona ("Se è nera e saggia?"). La carnagione nera, o scura in genere, della donna era il massimo segno di bruttezza femminile per gli Inglesi.

(44) Secondo un'antica massima degli Inglesi - divenuta canone della loro giurisprudenza non scritta - "se una donna sa misurare una yarda di stoffa, contare i pence fino a venti, citare in ordine i giorni della settimana, ed avere un figlio, non può essere considerata stolta".

(45) "... and chronicle small beer": "to chronicle small beer" è frase idiomatica (che pochi curatori sembrano conoscere) per "prendere nota delle più piccole cose" (la "birra" non c'entra affatto).

(46) "Blessed pudding!": "Un pudding!"; Jago ripete il "blessed" di Roderigo, che ha detto prima: "She is full of blessed condition": "Ella è piena di santità".

(47) "If this poor trash of Venise, whom I trash / For his quick hunting, stand the putting on": il secondo "trash" (verbo) è termine del gergo venatorio e significa "tenere a freno - con guinzaglio e con peso al collo - un cane quando la sua corsa è più veloce di quella del resto della muta": "mi regge la battuta" ("stand the putting on") è una felice resa del traslato che prendo di peso dal Lodovici.

(48) "For I fear Cassio with my night-cap too": letteralm.: "Perché io temo Cassio con il berretto da notte"; intendi: "Perché temo che Cassio si sia giaciuto nel mio letto al posto mio". Jago, nella sua diabolica perversità, misura tutti col suo metro e non esita a pensare di sua moglie, Emilia, tutto il male, presentandola come una baldracca, laddove nel dramma essa appare donna quanto mai virtuosa, generosa e coraggiosa.

(49) "All offices are open": "offices" - come vedo che correttamente intende il Baldini - sono "le cucine, le dispense e tutti gli altri luoghi del castello, sede del governatore dell'isola: interpretazione confortata, a nostro avviso, dal successivo "and there is full liberty of festing", che è l'invito a liberamente festeggiare banchettando. Altri (Lodovici) intende "pubblici esercizi": ma la nozione di "pubblico esercizio" forse non esisteva nella Londra di Shakespeare (come nella Venezia di Otello).

(50) È l'avviso che l'isola è comunque sempre in guerra e vige il coprifuoco.

(51) "That profit's yet to come 'twist me and you": "Quel frutto (l'utile dell'acquisto) deve ancora venire fra me e te".

(52) Cassio accompagna verosimilmente queste parole col gesto di mostrare il viso arrossato dal vino oppure - secondo alcuni - le gambe che tremano.

(53) "... as my young mistress 'dog": un altro tratto, gettato là quasi a volo, della personalità di Jago: è ammogliato, ma ha una giovane amante, con tanto di cagnolino.

(54) "He 'll watch the horologe a double set": cioè per 24 ore di seguito.

(55) Il mitologico mostro con otto teste (sette mortali e una immortale).

(56) "... to the contemplation, mark, and denotements of her parts and graces...": sia l'in-folio che l'in-quarto hanno qui "devotement" che è una tautologia del precedente "hat devoted himself". La variante "devotement" è accettata da tutti.

(57) "This broken joint between you and her husband entreat to splinter": metafora anatomica: "to splinter" è termine della chirurgia e si dice dell'applicare apparecchiature di stecche di legno o altro per l'ingessatura ortopedica; il traslato è Cassio come un membro del corpo di Otello, che si frattura.

(58) "She is framed as fruitful as the free elements": il senso del termine di questo paragone, "the free elements" è oscuro. "Elements" sono le celesti sfere dell'antica cosmogonia; e il glossario shakespeariano dell'"Oxford Shakespeare" (cit.) ravvisa qui negli "elements" "le potenze atmosferiche dell'antica filosofia, vale a dire terra, acqua, aria e fuoco, che sono gli elementi vivificatori del mondo. Jago paragona a questi la "fertilità" di Desdemona?

(59) "... and thou, by that small hurt, hast cashier'd Cassio": bisticcio su "cashier", che, verbo, "to cashier", vale "dimettere dal servizio", "destituire", e sostantivo vale "cassiere". Jago aveva detto prima che Cassio era un cassiere, un "contasoldi". Qualcuno, per rendere in italiano l'assonanza, ha tradotto "hai fatto cassare Cassio". Ma è brutto.

(60) Cassio, per ingraziarsi di nuovo Otello, non trova di meglio che fargli la rituale "mattinata" che si faceva sotto la finestra o davanti all'uscio della camera nuziale la mattina dopo le nozze. Otello e Desdemona sono sposati da alcune settimane, ma hanno consumato il matrimonio solo questa notte.

(61) Allusione alla maschera napoletana di Pulcinella, che si esprimeva con accento fortemente nasale. Una compagnia teatrale napoletana aveva visitato l'Inghilterra nel 1573 e Shakespeare ne deve aver sentito parlare.

La maschera di Pulcinella era comunque nota insieme a quelle della "commedia dell'arte" alla fine del sec. XVI.

(62) È chiara l'allusione scurrile del buffone: nei pressi di molti strumenti a fiato che "fanno trombetta", come quelli degli animali, c'è la coda.

(63) "... I never knew / A Florentine more kind and honest": Jago non è fiorentino, è veneziano; fiorentino è Cassio, e questa sua frase va intesa come se egli dicesse a se stesso (e, naturalmente, al pubblico) che tra tutti i suoi concittadini di Firenze non ha trovato mai una persona più cortese ed onesta di Jago.

(64) "Trust me, I could do much...": è uno dei passi controversi, ed ha un senso solo se si attribuisce a Desdemona il pensiero di voler perorare la causa di Otello presso suo padre Brabanzio: ciò spiegherebbe il "molto di più", convincere il vecchio Brabanzio in favore di Otello essendo per Desdemona impresa ben più difficile che il decidere, da parte di Otello, il perdono a Cassio.

(65) "... Which doth mock the meat it feeds on", intendi: la gelosia tormenta colui che la prova, facendosene gioco e nello stesso tempo di esso alimentandosi.

(66) "Good heaven, the souls of all my tribe defend from jealousy": invocazione di reminiscenza biblica. Messa in bocca a Jago, è una sottolineatura della sua empietà.

(67) "Exchange me for a goat": "goat", "capra" ha qui il senso colloquiale che ha nelle frase "to play (or act) the giddy goat", che equivale a "to play the fool", "far la parte dell'imbecille".

(68) "... to seel her father's eyes as close as oak": "to seel", "sigillare", e anche "serrare", "chiudere forte", rafforzato qui da quell'"as oak", "come quercia" (la quercia è il simbolo biblico della durezza tenace) è termine del linguaggio della falconeria - cui Shakespeare fa sovente ricorso in questo dramma - e si dice della particolare azione di cucire a fil di refe le palpebre del falconetto per addestrarlo all'uso del cappuccio e al volo cieco. Alcuni curatori leggono invece "as hawk", "come falco", intendendo: "al punto di cucir gli occhi di suo padre come quelli del falco", riferendosi all'uso venatorio di cui sopra.

(69) Ancora il gergo della falconeria. "Haggard" - che qui è usato come aggettivo - si dice del falconetto catturato prima che abbia assunto il piumaggio adulto, dunque selvatico, non addomesticato, che svolazza di qua e di là senza guida, come comincia ad essere nella mente di Otello l'immagine di Desdemona.

(70) "Her jesses": "jess" è il breve laccio, di cuoio o di seta o d'altro che s'avvolgeva alla zampa del rapace, munito al suo estremo di un anellino al quale era attaccato il cordino di tenuta del volatile. Otello vi ci raffigura il suo cuore, le cui fibre "tengono al laccio la selvatica falchetta".

(71) "Down with the wind", "dalla parte dove spira il vento": prosegue il traslato della falconetta. Al falcone si dava l'aire sottovento, perché se volava sopravvento ("up the wind") tornava indietro.

(72) "This forked plague": allusione alle corna del marito tradito.

(73) Si capisce che Otello non ha alcun dolore. La fronte è la sede delle corna. È l'inizio del suo vaneggiare.

(74) "The next night": "la notte seguente": seguente - pensa Otello - al giorno in cui Desdemona avrebbe consumato con altri, rubandole a lui, le ore di lussuria.

(75) È da immaginare che nel dir questo Otello faccia il gesto di porsi il palmo della mano davanti alla bocca e di soffiarci sopra.

(76) "You elements that clip us round about": "elements" sono le sfere celesti della cosmogonia tolemaica (v. sopra la nota 58).

(77) "... where lieutenant Cassio lies": è il solito, vieto quibble sul doppio significato di "to lie", che vale "giacere", "stare" e anche "mentire"; e il buffone, nella sua risposta, ci gioca in maniera che in italiano non ha senso. Si è cercato di dargliene uno alla meglio, intendendo "to lie" per "dormire": il luogo dove uno dorme è solitamente quello dove uno abita.

(78) "... full of crusadoes": il "crusado" era la moneta d'oro portoghese, detta così perché recava una croce sul recto; fu poi chiamata "cruzeiro".

(79) "This hand is moist, my lady": seguo Lodovici nell'intendere "moist" come "morbida", non già "umida"; altrimenti non si capirebbe, credo, la risposta di Desdemona: "Non sente ancora gli anni". "Moist" è qui sinonimo di "soft", come nella frase "to moist one' s heart", "ammorbidire il cuore di qualcuno".

(80) Cioè: un tempo la mano (il matrimonio) si dava per impulso di cuore; oggi il cuore non c'entra più, i matrimoni son tutti di convenienza, senza cuore.

(81) Cioè che aveva 200 anni.

(82) "But jealous souls will not be answer'd so": "Ma alle anime gelose non si può rispondere così".

(83) Non si capisce qui se Jago riferisca ad Otello cosa vista da lui, o solo sentita dire. L'ambiguità è forse voluta, per creare una specie di "suspense" nell'animo del pubblico.

(84) "... think every bearded fellow that's but yoked / May draw with you": "come voi" e "a trar l'aratro" non sono nel testo, ma sono impliciti nello "yoked" che introduce il traslato dell'aratro cui sono aggiogati i buoi. È una perifrasi di Jago per dire a Otello che tutti gli uomini sposati sono cornuti.

(85) Queste parole di Jago lascerebbero intendere che Otello, a terra svenuto, non si sia accorto della venuta di Cassio. A chi si riferisce allora Otello con la domanda: "Ha confessato?" ("Did he confess it?").

(86) "Do you triumph, Roman?": questo "Roman" buttato là all'improvviso da Otello ha fatto pensare a qualcuno (Wamburton, William) a un errore materiale del copione, per "rogue", "infame", "canaglia". Noi pensiamo che sia invece voluto, perché congeniale alla mente sconvolta di Otello è sentirsi per una volta vinto, e associare al trionfo di Cassio su un grande come lui ("grande" s'è detto prima) ai trionfi di Roma: Cassio è fiorentino, ma il nome "Cassio" è tipicamente romano.

(87) "Good cousin Lodovico": Lodovico nell'elenco del personaggi del dramma è indicato come "Kinsman to Brabantio", ma è troppo anziano per essere "cugino" a Desdemona, non può esserle che zio. Del resto "cousin" in Shakespeare è termine generico per "parente", collaterale in genere.

(88) "Goats and monkeys": sono gli animali che Jago ha menzionato prima come modelli di lascivia bestiale alla terza scena del III atto: "Fossero pur lascivi come capre, focosi come scimmie...". La mente delirante di Otello le ha ritenute impresse, e se le ripete.

(89) È la condanna che Dante immagina per i ladri; i calunniatori sono anch'essi ladri, di verità. Così è descritto questo tormento infernale da P. Bonaventura Lombardi nel suo commento al Canto XXIV dell'"Inferno": "Quei sciagurati aveano le mani dietro legate dai serpi per meglio tenergliene fisse e immobili, le serpi medesime che annodavan le mani, ficcandosi per le reni, traforavano col capo e con la coda il corpo di coloro e alla parte dinanzi col medesimo capo e coda facevano groppo". Ma non risulta che Shakespeare conoscesse Dante.

(90) "... his slow unmoving finger": "il suo dito che si muove tanto lento da sembrare immobile". Il concetto di Otello è questo: io non sono più che una figura immobile come la sagoma di legno di un bersaglio, che lo scherno degli uomini indica a dito, come le lancette dell'orologio indicano le ore, tanto lente da sembrare immobili".

(91) "... that quicken even with blowing": l'uso di "to quicken" nel senso di "to be born" in Shakespeare è anche in "Fatiche d'amore perdute", V, 2, 665: "She's quick. The child brags in her belly...".

(92) "What committed! Committed!": esclamazione diversamente intesa. Otello ripete il "committed" di Desdemona che ha detto: "Quale peccato ho commesso?", ma usa il participio passato nel senso di "mantenuto dopo una promessa".

(93) I venti, secondo la mitologia classica, sono tenuti a freno da Eolo, il loro re, in una caverna al centro della terra.

(94) Intendi: voi che siete guardiana della porta dell'inferno (la stanza del talamo fedifrago) avete la stessa funzione, ma esattamente opposta, a quella di San Pietro, che custodisce la porta del paradiso.

(95) "Half asleep": non è affatto "mezzo addormentata", come traducono molti, ma "mezza morta"; "asleep" nell'inglese antico valeva anche "dead" (v. negli "Atti degli Apostoli", 13, 36, "David... fell asleep and was laide unto his fathers").

(96) Sottinteso: dato che sono sua moglie.

(97) "... that turned your wit the seamy side without", letteralm.: "... che rivoltò il tuo senno come si rivolta un vestito con le cuciture di fuori".

(98) Si capisce che questo viaggio in Mauretania è un'invenzione di Jago: egli pensa che Roderigo, sapendo che Desdemona sta per tornare a Venezia, dove egli avrebbe modo di corteggiarla più facilmente, non avrebbe avuto più movente per uccidere Cassio. Se invece Otello va in Mauretania e si porta con lui Desdemona, bisogna trovare il modo di non mandarcelo, uccidendo colui che deve prendere il suo posto a Cipro: è il movente che induce Roderigo a uccidere.

(99) "How foolish are our minds!": frase variamente intesa; da alcuni: Come siamo sciocche noi donne a dare importanza a certe cose (le lenzuola di nozze)"; altri, più genericamente: "come siamo volubili noi donne", riferendosi al fatto che Desdemona ha detto prima: "Fa lo stesso", e subito dopo ripensa a quelle lenzuola come sudario.

(100) Il motivo del salice come simbolo dell'amore perduto o disperato ricorre spesso in Shakespeare ("Tanto trambusto per nulla", II, 1; "Amleto", IV, 7; "La dodicesima notte", I, 5; "Il mercante di Venezia", V, 1, 109).

(101) "... our former havings": "having" è il denaro che la donna di casa riceve dal marito per la spesa quotidiana.

(102) "Lend me a garter": "garter" è anche "giarrettiera"; può darsi che Jago si rivolga a Bianca e che questa si sfili una giarrettiera e gliela porga. In mancanza di qualsiasi "stage instruction" immagini ciascuno per suo conto.

(103) Jago era entrato in scena con un lume in mano; questa richiesta lascia intendere che l'abbia passato ad altri, ma non si dice a chi. Anche qui il lettore immagini come vuole.

(104) In realtà, Jago sa benissimo dove Cassio ha cenato; finge di ignorarlo, perché vuol far cadere su Bianca il sospetto d'aver preso parte al fattaccio.

(105) Bianca, in verità, non è una prostituta di mestiere: lo stesso Jago l'ha definita "una brava donnetta casalinga / che per comprarsi cibo e vestimenta / fa mercimonio dei suoi desideri".("A housewife that bay selling her desires / Buys herself bread and clothes"). Questa Bianca è invero una delle figure femminili più sinceramente appassionate e patetiche del teatro shakespeariano.

(106) "It is the cause, it is the cause, my soul... / Let me not name it to you, you chaste stars...". Questi due versi, con cui s'apre l'ultimo soliloquio di Otello - quasi il seguito logico e ideologico di quello alla terza scena del III atto, dopo che Jago gli ha inoculato il veleno della gelosia - sono soffusi di una arcana profondità, di un ermetismo sconvolgente, che bastano appena a trasmettere; essi sono all'orecchio - come osserva acutamente G. Ferrando nelle note alla traduzione di Raffaello Piccoli (Sansoni, Firenze 1958) - "come una tragica melodia di cui non intendiamo il significato. Otello discorre con la sua anima, e vede l'uccisione di Desdemona di sua mano come un atto di giustizia, non di vendetta. Egli uccide non per vendicare il suo onore infangato, non per punire la donna della sua colpa, ma per salvarla; la causa è liberare l'anima di lei dal suo corpo lussurioso, impedire che ella inganni altri uomini e che si perda per sempre. Così per Otello l'uccisione di Desdemona diviene un sacrificio, un supremo atto d'amore... È la causa della virtù e della purezza ch'egli difende, uccidendo...".

(107) "Put out the light, and then put out the light": altra espressione di ermetismo arcano; come si capisce dai versi che seguono, il primo "light" è la luce materiale (quella della lucerna), il secondo la vita di Desdemona.

(108) Cioè: non so - se mi pentirò di quel che faccio - dove andare a cercare la scintilla per riaccendere la fiamma della tua vita. Prometeo, secondo il mito greco, rubò il fuoco agli dèi per farne dono agli uomini.

(109) "He smothers her" è la didascalia che compare in tutti i testi. Sul modo come avviene questo soffocamento si sono sbizzarriti a congetturare nel tempo critici e registi teatrali e cinematografici; alcuni, trascurando la didascalia, hanno fatto usare a Otello il pugnale, ignorando che il Moro ha detto prima che avrebbe dato alla donna una morte senza sangue. Certo, il soffocamento lascia difficilmente intendere che la vittima riesca, come fa qui, a parlare ancora, e come possa il suo volto essere "pallido e bianco", quando è noto che il volto del soffocato si fa cianotico. Ma soffocata con quale strumento? Nel "Riccardo III" il sicario che uccide i due figlioletti del duca di Clarenza dice "We smothered", e l'attore Laurence Olivier nel film omonimo, nel mostrare ai sicari come debbono procedere, afferra un cuscino e lo tiene pressato sulla bocca a uno di loro. È verosimile che così Shakespeare intenda che Otello soffochi Desdemona.

(110) Secondo un concetto biblico, l'acqua è falsa e incostante perché scorrendo non lascia traccia: "Tutto ciò è scolato via come l'acqua... perciocché tu salisti nel letto di tuo padre, allora che contaminasti il mio letto, tutto ciò sparì" ("Genesi", XLIX, 4).

(111) "... of an entire and perfect chrysolite": s'è tradotto "topazio" per "chrysolite" perché il crisolite non è una pietra di grande valore. Può darsi che Shakespeare la conoscesse come tale solo di nome. Secondo il Furness, citato dal Baldini, l'avrebbe letto nella "Storia naturale" di Plinio, tradotta dall'Holland, in cui si parla di un re Tolomeo che fa fare una statuetta di questa pietra alla moglie Arsinoe.

(112) Nel mito greco delle Parche ciascuna di queste tre divinità che presiedevano all'intero corso della vita degli uomini, questa era rappresentata da un filo avvolto in un aspo (lo stame); quando uno doveva morire, una delle Parche, Atropo, recideva tale filo. Qui Shakespeare ci fa sapere, per la bocca di Graziano, qualcosa che Desdemona ignorava: la morte del padre, Brabanzio, di crepacuore per non aver sopportato il dolore del matrimonio della figlia con il Moro.

(113) "... would... curse his fellow angel from his side, and fall to reprobance": secondo una credenza popolare tutti gli esseri umani sono accompagnati nella vita da due angeli, uno del bene, uno del male; chi si suicida lo fa perché cede all'angelo del male, e perciò va all'inferno.

(114) "I will speak liberal as the north": "the north" è la comune denominazione che gli Inglesi danno alla tramontana; figurativamente, è la forza della natura che spazza via dall'aria ogni impurità, quindi "liberal". Qualcuno intende: "Parlerò franca come la gente del nord"; ma non v'è prova che la gente del nord fosse più franca nel parlare di quella del sud.

(115) Il diavolo, secondo l'iconografia cristiana, è rappresentato col piede forcuto di capra. Otello vuol dire che Jago è il diavolo in persona.

(116) "... like the base Indian": a quale "Indiano" si alluda qui, è stato sempre un mistero per la critica; anche perché la lezione "Indian" figura nell'in-quarto, mentre l'in-folio ha "Judean"; e chi ha accettato questa lezione ha visto nel "vile Giudeo" un'allusione a Giuda che tradì il Cristo.

(117) "Spartan dog": pare che a Sparta i cani fossero particolarmente feroci; ma forse qui Shakespeare ha in mente il fatto che Jago, duro com'erano proverbialmente gli Spartani alle fatiche, non ha voluto parlare nemmeno sotto la minaccia di tortura.